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Il grande

paradosso

Di Luca D’arbenzio Socio di Glocal Trunk

La criminalità organizzata è da sempre una piaga del nostro paese alla quale si permette di muovere i propri fili silente, all’interno di uno Stato che forse “troppo” spesso ha fatto finta di non vedere. Oggi le istituzioni celebrano personalità e volti storici lasciati soli in questa lotta, pagando con la vita l’ostinazione con la quale si sono battuti fronteggiando non solo la mafia, non solo la camorra ma anche e soprattutto il “paradosso”. Un sistema basato sull’onoreesul“baciamo le mani” messo a punto da persone fondamentalmente ignoranti e analfabete, pronte però a trasformarsi in belve feroci degne del più macabro scenario dantesco, che riesce a mettere in ginocchio una nazione intera. Questo è il paradosso. È paradossale come uno Stato abbia messo in condizione una “tavola rotonda” da bar di paese di diventare una vera e propria associazione che cresceva e si nutriva da organismo parassitario all’interno di esso. La mafia non sorge nel vuoto dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma “dentro” lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta. Così scriveva Sciascia ne “Il Giorno Della Civetta”, romanzo che inizia con una scena che in sé potrebbe già racchiudere il senso di questo articolo, dei memoriali, del passato e del futuro della criminalità organizzata: un omicidio che vedono tutti ma che nessuno poi sa raccontare.

QUEI BRAVI RAGAZZI

Il termine Mafia apparve per la prima volta nel 1863 nell’opera teatrale, scritta in dialetto siciliano e ambientata a Palermo, “I mafiusi de la vicaria” di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca. L’origine dell’etimo è incerta e resta fortemente dibattuta tra gli studiosi. Il significato indicherebbe l’atteggiamento di spavalderia, di prepotenza nei confronti del prossimo. Storicamente identificava tutti quei fenomeni di associazionismo dal duplice valore: da un lato, consistevano nella protezione offerta da individui al soldo dei grandi latifondisti; dall’altro, assumevano i caratteri di vere e proprie attività per delinquere. Nel contesto storico dell’Italia preunitaria, il substrato sociale rappresentato dai mafiosi faceva da anello di congiunzione tra i signori feudali e i contadini: i primi li usavano per il mantenimento dell’ordine sociale, mentre i secondi ne invocavano l’appoggio per ottenere un riscatto personale nei confronti di chi sfruttava il loro lavoro. Quest’atteggiamento ambivalente è rimasto vivo fino ai giorni nostri, al mutare delle condizioni economiche e delle categorie sociali.

segue a pag. 9

L ‘ I N T E R V I S T A

L’intervista - Antonietta Oliva, vedova Campanello Il nostro Presidente, Concetta Pisa, ha intervistato la Sig.ra Antonietta Oliva, vedova di Pasquale Campanello, sovrintendente Capo del Corpo di Polizia Penitenziaria, in servizio presso la Casa Circondariale di Napoli Poggioreale. L’8 febbraio 1993, venne ucciso da quattro killer con quindici colpi di pistola a distanza ravvicinata in un agguato sotto la sua abitazione a Mercogliano. Pasquale Campanello è riconosciuto “Vittima del Dovere” dal Ministero dell’Interno. Chi è Antonietta Oliva? Sono la moglie e la vedova di Pasquale Campanello. Pasquale era sovraintendente Capo della Polizia Penitenziaria, lavorava presso il carcere di Poggioreale. All’età di 32 anni, mentre ritornava a casa, è stato trucidato. Segue a pag.4

L a Firma

Il prossimo 21 marzo, la XXV edizione della Giornata della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promossa da Libera e Avviso Pubblico, si svolgerà a Palermo. La giornata ci richiama ad una sfida importante, saranno infatti 25 anni dalla nascita dell'associazione Libera. Un periodo lungo che ha reso protagoniste una vasta rete di associazioni, scuole, realtà sociali in un grande percorso di cambiamento dei nostri territori. Da allora molta strada è stata fatta. Innumerevoli sono state le iniziative, i percorsi di cambiamento proposti e realizzati: beni confiscati, memoria, educazione alla corresponsabilità, campi di formazione e impegno, accompagnamento delle vittime, formazione universitaria, sono solo alcuni degli snodi più importanti dell’impegno collettivo di questo quarto di secolo. In questi anni anche le mafie hanno modificato il loro modo di agire, rendendosi più nascoste ma sempre più invasive e pericolose per le nostre comunità e le nostre economie. Dunque l’azione contro le mafie e la corruzione è un’azione che si deve rendere sempre innovativa, capace di leggere il presente, affondando saldamente i piedi nella storia.

Il grandeparadosso

La criminalità organizzata è dasempre una piaga del nostro paese alla quale si permette di muovere i propri fili silente, all’interno di uno Stato che forse “troppo” spesso ha fatto finta di non vedere. Oggi le istituzioni celebrano personalità e volti storici lasciati soli in questa lotta, pagando con la vita l’ostinazione con la quale si sono battuti fronteggiando non solo la mafia, non solo la camorra ma anche e soprattutto il “paradosso”. Un sistema basato sull’onore e sul “baciamo le mani” messo a punto da persone fondamentalmente ignoranti e analfabete, pronte però a trasformarsi in belve feroci degne del più macabro scenario dantesco, che riesce a mettere in ginocchio una nazione intera. Questo è il paradosso. È paradossale come uno Stato abbia messo in condizione una “tavola rotonda” da bar di paese di diventare una vera e propria associazione che cresceva e si nutriva da organismo parassitario all’interno di esso. La mafia non sorge nel vuoto dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma “dentro” lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta. Così scriveva Sciascia ne “Il Giorno Della Civetta”, romanzo che inizia con una scena che in sé potrebbe già racchiudere il senso di questo articolo, dei memoriali, del passato e del futuro della criminalità organizzata: un omicidio che vedono tutti ma che nessuno poi sa raccontare.