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Risveglio a Salò Newsletter www.gliitaliani.it

14/20 novembre 2010 1


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Risveglio a Salò Cronaca di un’assenza In un Paese senza memoria

“Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi”

Di Pietro Orsatti

Ci manca, enormemente, Pier Paolo Pasolini. Ci manca la sua lucida critica, la sua visione chiara e tagliente della nostra società. Ci manca il suo saper capire spietatamente le cose e descriverle. Rendere comprensibile quello che accade in questo Paese allo sbando, minuziosamente. Capendo il tempo in cui si vive e anticipando quello che accadrà. Cosa direbbe oggi Pasolini osservando il tracollo del berlusconismo? Come descriverebbe la fine del potere dell’uomo di Arcore, illuminato come un centro commerciale, falso come un tarocco esposto in una vetrina? Esterefatti guardiamo questo nostro pezzo di storia scivolare verso il nulla. Fra scandali, feste, orgette, anziani libertini a caccia di ragazzine, servi sempre pronti a servire, a inchinarsi e obbedire. Ci stupiamo della sfrontatezza del potere, di imprenditori che non fanno impresa, di politici che si dedicano alla vanità, di intellettuali, presunti, che si offrono al migliore offerente. Sta cadendo Berlusconi, ma non il berlusconismo. Cade di schianto come un ubriaco. Nel lusso pacchiano di chi sa di potersi permettere tutto, anche l’impossibile. Perché compra quel poco che resta. Compra cose, idee persone, corpi. Cosa direbbe oggi Pier Paolo ascoltando un ministro dell’Interno fornire una versione se non tarocca quantomeno parziale, incompleta, di una notte di impazzimento istituzionale? Cosa direbbe delle telefonate del premier in questura per far “sparire” al più presto da quelle stanze una ragazza di 17 anni frequentatrice delle sue feste? Cosa direbbe nel vedere un magistrato costretto a convocare i giornalisti per smentire un ministro? Rimane un sapore amaro in bocca leggendo le cronache di questi novelli 100 giorni di Sodoma. A osservare i fiumi di fango che straripano dai media utilizzati come armi. A vedere la fuga di questi fedelissimi al leader che vedendolo scivolare nel baratro farebbero di tutto pur salvare la pelle. Anche negando di averlo servito. Rileggo i verbali e gli atti dell’inchiesta sulla “cricca” e poi quelli sulla cosiddetta P3. Se fossi Licio Gelli li querelerei questi neofiti dell’associazione segreta. Al 13/20 novembre 2010

Pier Paolo Paolini

confronto di quello che emerge da queste inchieste, prontamente svanite dall’attenzione pubblica, la loggia P2 sembra una onlus. E Licio Gelli, appunto, un brav’uomo. Come commenterebbe Pasolini la notizia dell’ex direttore del Sisde a capo della Protezione civile? Possibili che nessuno si scandalizzi, faccia domande? Proprio alla luce di quello che è diventata la protezione civile sotto il regno di Bertolaso i dubbi e le domande dovrebbero sorgere naturali. E invece nulla. Come nulla accade anche davanti a alluvioni che in Veneto, Campania e Calabria potevano essere facilmente prevenute. Come nulla accade davanti al nostro patrimonio artistico e culturale che frana, si sgretola. Come nulla accade, ancora una volta, a L’Aquila, da mesi abbandonata, senza fondi, senza risorse, senza attenzione. Perché non si può ammettere che si è abbandonato un pezzo del Paese dopo aver speculato sulle loro spalle, sul loro dolore, sui loro lutti. E nulla accade in Campania, dove l’emergenza rifiuti è diventata un modo di vivere. Dove il potere si manifesta con teste rotte e rivolta di popolo. Come a Brescia, terra di evasori, come dimostrano le recenti indagini della Guardia di Finanza, dove si bastona chi chiede di risarcire con un  atto di giustizia quei lavoratori stranieri truffati da persone per bene. Italiani brava gente. Tutto questo è accessorio e marginale nell’orgia finale del potere. Mentre altri poteri, forse più rassicuranti ma non meno

terribili si preparano a prenderne il posto. Ci manca Pasolini. In questo momento di sbandamento. In questa attesa. Proprio ora che temiamo di essere trascinati anche noi, quel poco che resta della nostra comunità, nel baratro della caduta di Berlusconi. Ci manca quando vediamo le gru dell’Expo di Milano tirare su la scenografia padana dell’inutilità foraggiando la ‘ndrangheta con fiumi di denaro. Quando emergono verità inconfessabili sulle stragi di mafia del biennio 1992 e 1993. Quando i cronisti calabresi, e non solo loro, si trovano a rischiare la vita per raccontare frammenti di verità. Quando si forniscono scorte a lenoni elargitori all’ingrosso di ragazze in vendita e pronti a soddisfare i desideri e i vizi dell’imperatore e della sua corte. Quando quelle stesse scorte si negano a testimoni di giustizia, magistrati, giornalisti e politici coraggiosi sotto minaccia. “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia - scriveva Pasolini il 14 novembre del 1974-. All'intellettuale profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere”. Ci manca.

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GLI ITALIANI DELLA SETTIMANA 14 novembre 2010

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La nave affonda Mozione di sfiducia alla Camera e una a sostegno del governo al Senato. Continua l’esodo dal Pdl Redazione

Berlusconi sta scivolando verso le dimissioni e la fine del suo governo. Idv e Pd hanno presentato una mozione di sfiducia ed è già stata avanzata formalmente dal capogruppo Pd Dario Franceschini al presidente della Camera la richiesta per la convocazione urgente della conferenza dei capigruppo di Montecitorio per calendarizzare la discussione e il voto. Intanto al Senato il Pdl, che sembra non accettare – come il suo leader - la situazione di disgregazione della maggioranza, ha presentato una mozione contrapposta al Senato a favore del governo sperando in un voto che spezzi i due rami del Parlamento, immobilizzando di fatto il Paese pur di non ammettere la sconfitta

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riferimento a Fini e Fli è chiaro. Un invito a spazzare ogni ambiguità e timore e votare la sfiducia al premier. «Mi sembra che un Berlusconi bis non sia nel novero delle possibilità. Nel momento in cui cade questo governo credo che non vi sia questa possibilità», dice il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini. «Ma è chiaro – aggiunge – che questo fa parte del secondo atto quando il presidente della Repubblica incaricherà la persona che ritiene più opportuna». «Mi aspetto e spero – dice ancora il leader dell’ Udc – che il presidente del Consiglio collabori a trovare una soluzione che serva al Paese perchè tutte le organizzazioni da quelle economiche a quelle sociali dicono che le elezioni sono una follia». Intanto continua la fuga dalla nave che affonda. Nuove uscite dal Pdl in vista di un veloce tracollo del governo e del partito carismatico di Berlusconi. Fra i senatori pronti a smarcarsi da Berlusconi in prima fila ci sono l’ex ministro Beppe Pisanu e l’ex premier Lamberto Dini. Ma anche altri deputati sono pronti ada abbandonare il premier per passare con i finiani. «Ci sto ancora pensando. Il cuore è con Berlusconi, ma la testa, la ragione, è con Fini», dice il senatore del Pdl Piergiorgio Massidda.

Le ultime ore del Caimano Di Alessandro Ambrosin

Il caimano per i popoli dell’Amazonia è un rettile da cui tenersi bene a distanza. Un vero predatore, che però negli ultimi tempi, a causa della sua pregiatissima pelle è in via di estinzione. Insomma destino politica del progetto di governo di della sorte anche il nostro Caimano, Berlusconi. Il capogruppo del Pdl quello italiano intendiamoci, sembra Maurizio Gasparri ha annunciato abbia le ore contate. Oggi il presidente chiederà la calendarizzazione alla del Consiglio ha lasciato il Summit del conferenza dei capigruppo «in tempi G20 a Seul in tutta fretta, tenendosi ben che non intralcino l’approvazione del alla larga dalla sala appositamente documento di bilancio e della legge di allestita in suo onore, dove avrebbe stabilità». È evidente il tentativo di dovuto tenere l’attesa conferenza prendere tempo da parte del partito di stampa. E se un tempo glissava alle Berlusconi. domande dei giornalisti pronunciando «La mossa al Senato è solo le solite battutacce irripetibili che traccheggiamento – ha dichiarato oggi pomeriggio il segretario del Pd Bersani lasciavano basiti i presenti, oggi fugge con la coda tra le gambe. -. A Montecitorio c’è già una mozione Una mossa alquanto di sfiducia. Io voglio credere che si incomprensibile, che però si giustifica eserciti la coerenza di tutti quelli che da sè: evitare le domande scomode dei pensano che questa fase è finita e questa soliti “comunisti”, specialmente in è un’occasione per dimostrarlo». Il


questo frangente politico, in cui all’orizzonte si intravede un tramonto circondato da nubi nere che portano aria di tempesta e di cambiamenti epocali. Lunedì, intanto, puntuali come ha annunciato in diretta televisiva il capogruppo alla Camera di Futuro e Libertà, Italo Bocchino sarà ritirata la delegazione dal governo. Un bel pugno nello stomaco per Silvio Berlusconi che pensava di essere circondato come un imperatori da fedelissimi soldatini. Ma non finisce qui. Anche l’opposizione non sta a guardare lo sbriciolarsi della maggioranza e affila le armi politiche. Oggi Pd e Idv hanno presentato una mozione di sfiducia contro il governo e hanno scritto al presidente della Camera Gianfranco Fini chiedendo di convocare subito una conferenza con i capigruppo che calendarizzi il voto sulla mozione. Il Pdl, contrariamente, presenta una mozione parlamentare a sostegno dell’azione del governo per non intralciare l’approvazione del documento di bilancio e della legge di stabilità. Poco male, perchè se anche la Finanziaria fosse approvata gli equilibri interni al governo sono andati perduti. Gli esponenti del Pdl si arrampicano sugli specchi, invocano le non dimissioni del loro leader, perchè – secondo loro – senza Berlusconi non ci sarebbe nessuna maggioranza e il paese sarebbe allo sbando. Berlusconi, invece, da Seul ha continuato imperterrito a ribadire che non si dimetterà mai. Anzi, ha minacciato una guerra civile se l’ipotesi di un governo tecnico dovesse materializzarsi. Insomma “una reazione che i suoi avversari nemmeno immaginano”, aveva tuonato ieri notte dal ventunesimo piano della sua camera dell’Hotel Hyatt di Seul. Parole gravissime, se fossero confermate. Tuttavia il Time Out che potrebbe sancire la fine del governo Berlusconi è alle porte. Dalla sinistra del Pd al centro di Casini passando per l’Idv fino al neo Fli si è costruito un muro invalicabile, dal quale non passerebbe neppure l’ipotesi azzardata di un Berlusconi bis. Insomma siamo alla fine. Non sembra aver prodotto alcun risultato nemmeno l’intermediazione di Bossi, che ha tentato di salvare capra e cavoli per raggiungere l’agognato federalismo. Il Carroccio, si sa, è pronto a tutto pur di arrivare al vero obiettivo di sempre,

bene rispetto all’epoca dello scandalo “Papi”, sembra abbia subito dei ritocchi estetici, giustamente preparata ad hoc per fare il grande salto nel mondo patinato dello star system, ma questa volta escludendo la sperata carriera politica. E poi c’è l’ultima ragazza di turno, Ruby, anche lei entrata pietosamente nell’animo generoso del presidente, che l’ha addirittura fatta rilasciare dalla Questura milanese spacciandola per la nipote di Mubarak. Altro che crisi di governo. Ruby ieri ha fatto il suo ingresso alla discoteca Albikokka di Genova dove si festeggiavano i cinque anni del locale. E che ingresso da star. E’ arrivata a bordo di una fiammante Ferrari rossa, è stata accolta dagli applausi come alla prima di una star di Hollywood e da due ballerini palestrati quello di dar vita allo stato autonomo e a torso nudo, vestiti solo di pantaloni indipendente della Padania. neri e colletto da cameriere, che hanno ballato di fronte a lei, come fosse una Le donne del presidente reginetta. E non parliamo delle altre donne che giurano di aver partecipato ai festini nelle Ville di Berlusconi, che Chissà se durante questa scivolata politica, anzi caduta libera, il Presidente parlano del famoso rituale chiamato “bunga bunga”, del quale però nessuno Berlusconi avrà ricevuto qualche telefonata dalle sue amiche, che – come osa esprimersi. Un quadretto davvero sconsolante che per mesi ha messo in lui dice – ama appassionatamente ed è imbarazzo gli italiani. E se Berlusconi sempre pronto ad aiutarle, specie dovesse dimettersi e uscire quando si trovano in difficoltà. Magari definitivamente dalla scena politica qualche parola di conforto in un momento così drammatico il premier se potrà fare veramente quello che più gli lo meriterebbe dopo tutto quello che ha aggrada. Non più etica istituzionale da rispettare, non più mogli da tradire, non fatto. Un’ipotesi alquanto remota visto più alleati politici a cui rendere conto. che le avvenenti ragazze sono ormai Insomma una vita “libera”, giustizia lanciate nella loro carriera chi dello permettendo. spettacolo e chi dai facili guadagni. DazebaoNews Prima Noemi Letizia, che a guardarla

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Fli annuncia l’uscita dal governo per lunedì 15 Sembra tramontata l’ipotesi di una crisi di governo pilotata dopo che il colloquio di ieri tra Umberto Bossi e Gianfranco Fini che non ha prodotto risultati. La situazione politica sembra avvitarsi in un tunnel senza vie di uscita, se non quelle delle elezioni anticipate o di un governo di emergenza. A versare benzina sul fuoco è Italo Bocchino, capogruppo di Fli alla Camera, che partecipando ieri sera alla trasmissione “Annozero” condotta da Michele Santoro, ha illustrato le prossime mosse dei finiani: “Il presidente del Consiglio lunedì troverà sulla sua scrivania le dimissioni dei nostri membri del governo. Se non si sono dimessi finora, è per garbo istituzionale”. Fli ha ritenuto di dover rispettare gli impegni internazionali del premier. Ma ora, secondo Bocchino, “Berlusconi dovrebbe andare dal capo dello Stato e dire che una delle compagini della sua maggioranza non lo sostiene più e dimettersi”. L’esponente di Fli ha anche annunciato che il suo gruppo non parteciperà al voto di fiducia sulla legge finanziaria. Pier Ferdinando Casini, partecipando alla stessa trasmissione televisiva, illustra invece la posizione

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dell’Udc: “Sono uno che crede sia utile fare qualcosa di positivo per l’Italia e l’unico ieri all’opposizione di Prodi e oggi di Berlusconi. Francamente me ne frego di andare al governo. Il problema vero è che Berlusconi è al rimorchio di Bossi, che ha mediato tra il premier e Fini e da forza politica marginale è diventata una forza decisiva”. Berlusconi intanto osserva e manda messaggi inequivocabili ai suoi interlocutori. Da Seul, dove è impegnato con il ministro Giulio Tremonti nel vertice del G20, il presidente del Consiglio ribadisce la propria posizione: non ci sono alternative all’attuale esecutivo, non è all’ordine del giorno un governo Berlusconi bis. “Se Fini vuole le mie dimissioni mi dovrà sfiduciare in Aula, alla luce del sole e davanti agli italiani”, ha detto il premier ai ministri che hanno avuto occasione di parlargli telefonicamente. È ormai un braccio di ferro. Intanto è lo stesso Bossi a raccontare il contenuto del colloquio con il presidente della Camera: “Fini mi ha ribadito ciò che ha detto a Perugia, ma lo spazio per una trattativa e non andare a una crisi al buio c’è ancora.

Meglio una crisi pilotata che una crisi al buio”. Nell’incontro tra Bossi e Fini si sarebbe valutata anche la possibilità di un nuovo premier nel caso di una nuova maggioranza che confermi le tre gambe politiche attuali (Pdl, Lega, Fli). Per questa eventualità si sarebbe fatto il nome di Tremonti, gradito anche all’Udc il cui ingresso nell’esecutivo è però osteggiato dalla Lega. Quindi l’unico spiraglio per una risposta positiva alle richieste di Fli – è una novità – sarebbe la conferma dell’attuale maggioranza ma con un premier diverso. Ecco perché Berlusconi continua a temere l’apertura formale della crisi con le sue dimissioni. E’ convinto che non ci sono margini per una crisi pilotata e che se andasse al Quirinale per riconsegnare il suo mandato farebbe il gioco di chi punta o a estrometterlo da premier o a un governo di transizione. Il premier teme l’imboscata e non si fida delle rassicurazioni rispetto a un reincarico. In caso di dimissioni, potrebbe prendere forma lo scenario del governo  auspicato dall’opposizione con un programma fatto di poche riforme urgenti (legge elettorale, fisco, occupazione).


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Al termine di una riunione dello stato maggiore del Pdl svoltasi alla Camera è stata intanto diffusa una nota che appoggia la scelta di Berlusconi: “I coordinatori, i capigruppi e la delegazione del Pdl al governo, in questo momento politico, con posizione compatta e coesa ritengono inaccettabile che la legislatura possa proseguire con un differente premier e un differente governo”. Di conseguenza, “chiunque voglia coltivare ipotesi diverse dovrà passare dall’inequivocabile verdetto della sovranità popolare”. Dichiara il ministro Ignazio La Russa per non lasciare adito a dubbi: “Il Pdl è compatto. Berlusconi non deve dimettersi e comunque siamo contrari a un esecutivo che non sia guidato dal Cavaliere”. In una conferenza stampa, Pier Luigi Bersani illustra la posizione del Pd favorevole a un nuovo esecutivo: “Io lo chiamo governo di transizione perché noi vogliamo una ripartenza non una nuova palude, con tratti evidenti di discontinuità su questione giovanile, fisco e legge elettorale”. Antonio Di Pietro, Idv, si dice preoccupato di un eventuale parere favorevole di Fini a un governo Berlusconi bis: “In questo caso si dimostrerebbe ciò che ho sempre sospettato e dichiarato: tutto questo

can-can solo per ottenere qualche poltrona e ministro in più”.

“Se Silvio non si muove, la valanga scende” “Lo spazio per una trattativa e non andare a una crisi al buio c’è ancora. Meglio una crisi pilotata che una crisi al buio”

La valanga di Bossi “Silvio dimettiti” Redazione

Si sfila anche Bossi? Lui dice di no, ma chiede comunque a Berlusconi di fare un passo indietro per una crisi

pilotata che permetta la continuazione delle legislatura. L’invito del Senatur è contenuto in un articolo della Padania ripreso nel titolo di apertura del giornale: “Se Silvio non si muove, la valanga scende”. L’articolo riporta le frasi dette da Bossi al suo rientro ieri sera nella sede della Lega Nord a Milano, dopo il faccia a faccia romano con Gianfranco Fini e il “lungo colloquio telefonico” (come dice la Padania) con Berlusconi, in Corea per il G20. Bossi riferisce che, nel suo colloquio con Fini, il presidente della Camera non ha “inserito in alcun modo il federalismo nella trattativa. Perché il federalismo ormai va avanti comunque”. Ha invece parlato di riforma elettorale, senza “riferimenti a modelli precisi”. “Altro elemento che lascia ipotizzare che un riavvicinamento, con un po’ di buona volontà, sarebbe possibile”, conclude il quotidiano leghista. Ma è evidente, vista la mancata risposta del premier, che Berlusconi non si fida neanche del suo più “fidato” alleato. Quel Bossi, mediatore poco credibile, che fu il primo quattordici anni fa a abbandonarlo e votargli la sfiducia.

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Pompei crolla, Bondi resta Di Luigi De Magistris

Ma cosa deve fare un Ministro per dimettersi in Italia? O meglio, cosa bisogna fare per far si che si dimetta? Ad eccezione di Scajola, che ha rimesso il mandato forse perché terrorizzato per la scoperta di chi gli aveva comprato casa, sono tutti li. Ultimo capitolo Sandro Bondi, al secolo James Bondi, Ministro ai Beni Culturali e coordinatore del Pdl. Dopo il crollo della "Casa dei Gladiatori" - la storica Armaturarum juventis pompeiani, la leggendaria palestra dei gladiatori romani nel sito archeologico di Pompei -, disastro che ha raggelato il mondo intero, Bondi ha avuto un sussulto e, fiero come non mai nella sua vita da lacchè, ha puntato i piedi rifiutandosi di rimettere il mandato di Ministro ai Beni culturali. A meno che non abbia ragione Il Giornale di Berlusconi che si chiede “che colpa ha il Ministro se crolla un muro antico?”, le affermazioni di Bondi rilasciate in questi giorni rappresentano un grave affronto al popolo italiano e l'ennesimo attacco alla serietà di una politica che ha ormai smarrito se stessa. Il concetto di “responsabilità politica” sembra ormai affogato nello sciacquone di un'Italia

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soffocata dal puzzo di una classe dirigente che ha perso ogni vergogna, ogni rispetto del popolo che dovrebbe rappresentare e difendere. Un'Italia fatta di lavoratori che rispondono ogni giorno dei propri errori e, talvolta, anche di quelli degli altri. Ma il Ministro Bondi non si dimette. James non molla. Nemmeno il crollo di un edificio situato nel secondo sito archeologico più visitato al mondo 15mila visitatori al giorno, di cui l’80 per cento stranieri – e dichiarato “patrimonio dell'umanità” dall'UNESCO nel 1997, ha fatto desistere il cosiddetto Ministro, che non ha fatto una piega. Intanto l'Italia piange, e con essa il mondo intero, per la perdita – speriamo in parte recuperabile – di un pezzo dei suoi più bei tesori: Pompei, una città che è sopravvissuta all'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ma che rischia di capitolare sotto la colposa incompetenza di questo Governo e dei suoi ministri, burattini in un circo che non fa più ridere. Incompetenza nella migliore delle possibilità, colposo progetto politico nella peggiore. Si perché a qualcuno sembra assurdo che il Ministero ai Beni Culturali e con esso la Soprintendenza

locale trascurino in questo modo il sito archeologico fiore all'occhiello di un Paese come l'Italia che di storia e cultura dovrebbe vivere. A denunciare l'inezia delle autorità, il sindaco di Pompei, Claudio D'Alessio, che parla chiaramente di "allarmi inascoltati" e di "crollo annunciato". E poi gli avvertimenti dei custodi del sito, tanto era palese che le infiltrazioni d'acqua e la generale incuria stava per degenerare. Un crollo più che prevedibile visto che già a gennaio scorso c'è stato un crollo nella vicina casa dei casti Amanti e un graduale cedimento al Termopolio e nella casa di Giulio Polibio. Ma com'è stato possibile tutto questo? Se guardiamo la storia recente di Pompei ritroviamo ancora una volta lo zampino della Protezione civile (Spa) che con l'onnipresente Bertolaso si è occupata della manutenzione del sito. Un via vai di nomine e deroghe, sullo sfondo il commissariamento all'italiana. Tre direttori amministrativi, due commissari della Protezione civile, un soprintendente ad interim e uno che scade a dicembre. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Com'è stato possibile allora quello che è successo? La risposta


potrebbe essere la soluzione individuata da Bondi & C. : la privatizzazione dell'area. Il Ministro, infatti, ha pubblicamente dichiarato che intende far gestire Pompei da una fondazione con i privati che maneggi tutti i finanziamenti previsti per Pompei. Insomma, una grande e grossa torta golosa che sono pronti a mangiare in tanti. La filastrocca è sempre la stessa: si fa il possibile per far andare male le cose, si accusa la gestione pubblica, si cavalca l'onda del malcontento e dell'indignazione pubblica di fronte a grandi catastrofi, infine si presenta una soluzione bella e pronta che risolva tutto: la privatizzazione. Una mossa che sta toccando tutti gli ambiti della società italiana, dalla scuola all'acqua, dalla sanità ai trasporti. Una liquidazione dei beni pubblici a vantaggio di grassi e opulenti privati senza scrupoli, che ridono di notte durante i terremoti. Intanto a Pompei si cercano di rimettere insieme i pezzi di un disastro, un pezzo di muro qui, un affresco distrutto là. In molti hanno teso la mano a Bruxelles, per cercare quell'aiuto che Roma non sembra in grado di dare. La Commissione europea si è detta disposta a fare qualcosa nei limiti dei suoi poteri. Come eurodeputato ho appena presentato un'interrogazione parlamentare per chiedere cosa possa fare concretamente Bruxelles per Pompei e per evitare che simili disastri si verifichino di nuovo. Speriamo non ci venga chiesto come vengano spesi i circa 25 milioni di euro l'anno di incassi turistici o ragione degli indiscriminati tagli ai Beni culturali operanti del ministro Tremonti.

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“Dopo giorni di spasmodica attesa, ancora non vengono trasferite ai Comuni le somme, peraltro disponibili presso la struttura commissariale, necessarie per far fronte alle spese dell’emergenza previste dalle ordinanze”

”Esprimo la mia preoccupazione e il mio profondo disappunto per il fatto che, dopo giorni di spasmodica attesa, ancora non vengono trasferite ai Comuni le somme, peraltro disponibili presso la struttura commissariale, necessarie per far fronte alle spese dell’emergenza, a cominciare dalle opere provvisionali, per finire con tutte La politica le altre voci previste dalle ordinanze”. dei commissari. Lo scrive il sindaco dell’Aquila, Cialente denuncia Massimo Cialente, in una lettera recapitata al Commissario delegato per “Non sono arrivati la Ricostruzione, Gianni Chiodi, ed al i soldi stanziati per l’emergenza a L’Aquila” suo vice, Antonio Cicchetti, nonche’, per conoscenza, al premier Silvio Redazione Berlusconi, al sottosegretario Gianni Mentre il presidente della Letta e al vice capo Dipartimento della Repubblica in Veneto solleva più di un Protezione civile, Franco Gabrielli. dubbio su come si fanno i tagli alla ”Senza queste somme, come a voi spesa pubblica nel nostro Paese, il noto e ripetutamente ricordato – sindaco de L’Aquila Cialente denuncia puntualizza in sintesi Cialente nella pubblicamente come non siano ancora missiva – si stanno bloccando la messa stati trasferiti fondi indispensabili per in sicurezza del centro storico e la l’emergenza irrisolta del terremoto del 6 ricostruzione e, soprattutto, si stanno aprile 2009.

portando al fallimento decine di imprese che hanno avuto la ‘disgrazia’ di venire a lavorare all’Aquila”. ”Tra l’altro – sono ancora parole del Primo cittadino – mi giunge notizia che, in luogo dei 64 milioni di euro richiesti dai Comuni del cratere, e peraltro disponibili da almeno 45 giorni, verranno trasferiti solo 38 milioni di euro”. Cialente chiede pertanto un incontro urgente sugli argomenti in oggetto ”permettendomi al contempo una riflessione: temo che quanto sta avvenendo sia l’ennesima testimonianza della grande confusione che, ormai, regna sovrana e che mi ha costretto alle dimissioni da vice Commissario alla Ricostruzione”. ”I fondi, anche se pochi e insufficienti, ci sono – fa notare il Sindaco dell’Aquila -. Devono arrivare e, soprattutto, devono farlo senza aspettare quattro settimane”.

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Diluvio padano Alluvione in Veneto. «Scarse risorse e poca attenzione e l’Italia affoga». Parla un tecnico Di Giuliano Rosciarelli

A distanza di dieci giorni dalla piena che ha travolto il Veneto, agricoltori e imprenditori contano i danni e si chiedono di chi è la colpa. Ne abbiamo Parlato con Vincenzo Bixio consulente della Regione Veneto, dirigente del Dipartimento di Ingegneria Idraulica, Marittima, Ambientale e Geotecnica, titolare della cattedra di di Bonifica e Irrigazione all’Università di Padova. Professor Bixio, il Veneto è una regione ad alto rischio idrogeologico. Come è possibile che in casi come questi rimanga senza difese. Innanzitutto bisogna dire che un evento di questa portata difficilmente è prevedibile anche se si può intervenire quanto meno limitando i danni. Per fare un esempio: dopo l’ alluvione del ’66 che distrusse il Veneto, venne costituita una commissione di inchiesta parlamentare incaricata di indagare sulle cause della tragedia e di indicare gli interventi urgenti per la messa in

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sicurezza del territorio. Per il fiume Bacchiglione ad esempio che oggi ha invaso Vicenza era stato indicato di costruire una diga in località Meda con

“La resistenza delle comunità locali e la distrazione della politica non hanno ancora permesso, dopo cinquant’anni, la costruzione di quella diga. O ancora: a valle di Vicenza erano state individuate delle aree dove poter costruire casse di espansione che favorissero l’allagamento dei terreni agricoli e non delle aree urbane”

un invaso di dieci milioni di metri cubi di acqua. La resistenza delle comunità locali e la distrazione della politica non hanno ancora permesso, dopo cinquant’anni, la costruzione di quella diga. O ancora: a valle di Vicenza erano state individuate delle aree dove poter costruire casse di espansione (una sorta di vasca gigante, costruita al fianco dei fiumi che serve a contenere l’acqua che esce dagli argini formando così un laghetto artificiale ndr) che favorissero l’allagamento dei terreni agricoli e non delle aree urbane. Anche in questo caso, la costruzione delle casse di espansione è stata anticipata da progetti ad alta urbanizzazione del territorio. Molti altri interventi erano stati indicati, ma nemmeno uno è mai partito. Insomma, parliamo di evento straordinario ma anche di una regione che non si è dotata degli strumenti adeguati per fronteggiarli. Quali sono gli organi di competenza nel caso della sicurezza idrogeologica?


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Prima degli anni ’60 tutta la questione idrica era in mano allo Stato. Con il decentramento applicato negli ultimi anni, le competenze sono state trasferite alle regioni. A distanza di anni si può dire che queste non sono state certo attive come si poteva pensare. Dove sono stati presi provvedimenti, questi sono stati attuati in forma limitata. Non è un caso che certe tragedie avvengano sempre negli stessi luoghi. Il problema maggiore però è che le risorse assegnate alla sicurezza idraulica sono state progressivamente tagliate con ricadute nefaste per il organi preposti alla sicurezza come il Genio Civile o i Consorzi di bonifica. Gli uffici del Genio sono ormai praticamente vuoti e i Consorzi sono sempre sotto attacco. E’ quindi solo una questione di risorse? Certo che meno soldi si hanno meno opere si possono fare ma il problema riguarda anche l’utilizzo dei scarsi finanziamenti . Bisognerebbe anche dare maggiore valore alle strutture e alle persone addette a questo tipo di interventi perché sono gli unici che possono vantare una professionalità adeguata, ma devono essere messe in grado di lavorare e la politica deve tradurre in concreto i provvedimenti

che le strutture tecniche suggeriscono. Io credo che nel caso del Veneto, la vera questione sia stata la sottovalutazione dei rischi. Era da tanto tempo che non si assisteva ad una tragedia di tale portata. Qualcuno evidentemente ha pensato che le priorità del territorio fossero altre. Oggi ne paghiamo il prezzo.

intervenivano. Ora queste figure sono state ridotte per esigenze economiche come se in Veneto la questione idrica fosse residuale: basterebbe pensare che ci sono 20mila chilometri di canali, con 200 stazioni di pompaggio per capire che non è così.

Il governatore Zaia ha chiesto un miliardo di euro. I consorzi di Crede ci sia stato un calo di bonifica hanno quantificato i attenzione? danni in 800 milioni circa. Guardi, qualche tempo fa ho letto una Basteranno? intervista del presidente magistrato alle Guardi probabilmente la cifra chiesta acque (che rappresenta l’ultimo dal Governatore servirà per riparare i avamposto operativo dello Stato (prima danni causati dall’alluvione, ma non per era legato al ministero dei lavori mettere in sicurezza il Veneto. Ne pubblici). Nell’intervista sosteneva che servirebbero molti di più. Già a gennaio la manutenzione era più adeguata di quest’anno i Consorzi di bonifica quando la questione idraulica era hanno quantificato le esigenze del affidata allo Stato. Questo perché ormai territorio veneto, per la difesa idraulica non ha più poteri. Un tempo era e la prevenzione della siccità, in circa 3 competente per tutto il fronte idrico mila milioni di euro complessivi. Tre della regione mentre ora si cura della miliardi cui bisogna aggiungere quelli laguna di Venezia e non più dei fiumi. necessari per far fronte agli interventi Con il trasferimento delle competenze classificati dal Genio civile come urgenti alle regioni l’attenzione si è spostata e che richiedono altri milioni. Insomma sulla viabilità, che è quella che porta più stiamo scontando un serio ritardo sulla voti. Con il magistrato alle acque, c’era messa in sicurezza del territorio e non più controllo sul territorio. Un tempo possiamo pensare di cavarcela con c’erano i guardiani idraulici che qualche euro. facevano parte del Genio civile e sorvegliano i fiumi, facevano rapporti e

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INCHIESTA 01

Venti anni di Impregilo Di Roberta Lemma

Campania, che affare. 20 anni di lobby hanno devastato una regione: «La motivazione reale per la quale non vengono attuate misure di risoluzione come la raccolta differenziata risiede nel fatto che grosse lobby, del calibro di Impregilo, hanno interessi nella costruzione degli inceneritori, derivati dai famosi Cip6, i quali garantiscono ingenti finanziamentiper le fonti rinnovabili. Questo tecnicismo legislativo, tutto italiano, fa passare per fonti rinnovabili anche le “ecoballe” con i derivati inceneritori, che non lo sono per niente». ( ami) Le intercettazioni. Catenacci: «Fanno un affare da 1.325 miliardi» Bertolaso esclamò al telefono: «Mortacci» – Il calcolo delleecoballe accatastate in giro per la Campania lo fa Corrado Catenacci. È il 7 marzo 2005, e alle 18.59 l’ex commissario telefona al capo della protezione civile Guido Bertolaso. Catenacci: «Ci sono almeno due milioni e mezzo di balle in tutta la Campania. Per quanto riguarda gli importi, secondo me sono circa400 miliardi di lire». Bertolaso: «Perché loro bruciandoli ricavano energia elettrica, no?». Catenacci: «Gliela pagano a tariffa agevolata, tutto uno strano movimento che hanno fatto loro».

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Diciotto minuti dopo, alle 19.17, il prefetto richiama. Catenacci: «Ho fatto i conti con Turiello, viene una cifra mostruosa,1.325 miliardi». Bertolaso: «Mortacci ragazzi.». La prima conversazione è relativa al numero di ecoballe (o rifiuti, stando all’accusa) accatastate a quella data, numero che di lì in poi crescerà fino a tre milioni. La seconda, invece, fa riferimento ai previsti introiti derivanti dalla vendita di energia elettrica prodotta bruciando milioni di balle che la Procura ritiene per nulla eco. Il ministero dell’Ambiente «segnala l’opportunità di accertamenti». Gli rispondono che va tutto bene, grazie anche alla «prassi di addomesticare i risultati» che «deve ritenersi provata».Così come «provata» è anche la circostanza che sin dall’inizio appariva chiara la difficoltà di smaltire le ecoballe. Sergio Pomodoro, dirigente della Impregilo, ai pm la spiega così: «Verificai che, ove si fossero utilizzati tutti i cementifici italiani e si fosse ricorsi anche a forme di combustione nei gruppi alimentati a carbone, la produzione di cdr avrebbe saturato tutti quegli impianti». Il 2 aprile 2005, lo stesso Armando Cattaneo parla con un avvocato della conversione del decreto legge sull’additivazione dei rifiuti:

«Siniscalchi dice che al Senato la Lega è stata tranquilla perché aveva la devolution e s’è guardata bene dal rompere le scatole, ma alla Camera si aspettano maggiore battaglia. Si teme frange di An e Lega contro. Vabbuò ci siete voi Ds». Il 7 marzo 2005, le microspie registrano la conversazione di un funzionario delcommissariato per i rifiuti. Sono le 13.16. E la telefonata per il gip non ha bisogno di commenti: «Non è più il combustibile che deve essere stoccato. Questa è monnezza vera e propria». Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti in Campania: ” Peraltro i profili vantaggiosi e positivi, dal punto di vista dei finanziatori, dell’iniziativa di finanziamento del progetto del sistema integrato del ciclo dei rifiuti proposto dalla Fibe in Campania erano stati riposti -a quanto emerso- nella produzione del cdr, con i connessi benefici del Cip 6: “bruciare energia e venderla era parte fondamentale del business di Fibe” e per le banche “rappresentava il 60 per cento dei ricavi del progetto“. (Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, XIV legislatura, Relazione territoriale sulla Campania del 26/1/2006). Torniamo ai giorni


nostri, tenete presente che nessuna misura giudiziaria è stata presa nei confronti degli intercettati. Parla il numero uno di ASIA. “La situazione è preoccupante, stiamo riuscendo a raccogliere più rifiuti di quanti ne vengono prodotti in un giorno a Napoli, gli uomini e i mezzi sono stati spesi al limite, ma non potremo farlo per molto tempo”. Daniele Fortini, amministratore delegato dell’Asia, la società di raccolta dei rifiuti controllata dal comune di Napoli “Altro che tre giorni, il problema è un altro. Se continueremo ad insistere sul modello di raccolta e gestione dei rifiuti, imposto dalla Impregilo, e accolto da Regione e Governo, avremo una crisi devastante ogni due anni”. Un contratto mai stipulato, tra il Comune di Napoli e e l’Asia, la ditta addetta al servizio dei rifiuto. Raffaele di Monda, avvocato autore del ricorso al Tar presentato per conoscere il costo del servizio di raccolta dei rifiuti. “Ho avuto una sorpresa. Il rapporta dell’Asia con l’amministrazione comunale è regolato unicamente da delibere, l’ultima delle quali risale al 2009. La prima? E’ datata 1999ʺ″. «Se teniamo al 40 per cento la soglia da raggiungere per la differenziata, la termovalorizzazione non la faremo mai… Quindi se è vostra intenzione, maggioranza e opposizione, dovete abbassare la quota della differenziata». Così, secondo Repubblica del 23 settembre, 2010 in una telefonata tra i ras dei rifiuti dell’Abruzzo Rodolfo Di Zio e l’Assessore regionale all’ambiente, nonché con la società lombarda Ecodeco. Nell’inchiesta è citata anche la Ecodeco di Milano, alla quale sia Venturoni sia Di Zio avrebbero offerto, in cambio della cessione gratuita della tecnologia per l’impianto teramano, di essere «ammessa a partecipare della realizzazione di un impianto di incenerimento di rifiuti in Abruzzo», con l’affidamento diretto dell’appalto «ad una società a cui avrebbero partecipato tanto i Di Zio quanto la Ecodeco». Interdizione di un anno a contrattare con la pubblica amministrazione e sequestro di 750 milioni di euro. È questo l’esito giudiziario di un’inchiesta della Procura di Napoli nei confronti di alcune società del gruppo Impregilo, tra cui Fibe, Fisia e Fibe Campania, che gestiscono lo smaltimento dei rifiuti dei sette impianti

di combustibile da rifiuti della Campania e la costruzione del termovalorizzatore di Acerra. Il gip Rosanna Saraceno accoglieva le richieste avanzate dai pm Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo, coordinati dal procuratore aggiunto Camillo Trapuzzano. Alle società sono contestati illeciti amministrativi derivanti da un’ipotesi di truffa aggravata. Era il 2007. Scrivevo nel 2008: La Campania non ha ne mezzi, né strumenti giuridici in grado di governare o amministrare o debellare una rivoluzione prossima. Emergono verità inquietanti sul progetto che doveva riportare la Campania alla normalità. Verità e non supposizioni poiché dai documenti emergono emendamenti allucinanti. I magistrati

Bertolaso: «Perché loro bruciandoli ricavano energia elettrica, no?». Catenacci: «Gliela pagano a tariffa agevolata, tutto uno strano movimento che hanno fatto loro». Diciotto minuti dopo, alle 19.17, il prefetto richiama. Catenacci: «Ho fatto i conti con Turiello, viene una cifra mostruosa,1.325 miliardi». Bertolaso: «Mortacci ragazzi.».

decidono di intraprendere l’azione istituzionale inviando al CSM le loro perplessità sul decreto da poco varato: Legge 90 articolo 9 del 23 maggio 2008. I pm non potranno più disporre sequestri preventivi di discariche o zone di stoccaggio ritenute in mano alla camorra; in questo modo il governo potrà ripulire le strade usando queste discaricheinquinate e malavitose. Ecco perchè alcuni magistrati all’unisono bocciano il decreto urlandone la pericolosità potenziale e devastante. Cosi scrivevano: “Solo nella regione Campania, posto che per le altre regioni italiane vige un divieto assoluto, sarà possibile smaltire in discarica un rifiuto normativamente

considerato pericoloso in qualunque paese europeo“. “Negli ultimi anni diverse indagini preliminari hanno accertato la consumazione di gravi violazioni della legge penale, tutte afferenti all’attuale sistema di raccolta, trasporto, stoccaggio, recupero e smaltimento dei rsu e di altra tipologia”, ricordano i 72 sostituti e 3 della Procura di Napoli.” Per non parlare delle 650 pagine di intercettazioni che hanno portato all’arresto ai domiciliari di 25 persone.Personaggi che avrebbero dovuto risolvere l’annosa questione rifiuti. Due dirigenti della Fibe (l’impresa che vinse l’appalto per lo smaltimento dei rifiuti) – scrive “Repubblica” – parlano della discarica di Villaricca, diventata una “piscina di percolato”. Le possibili soluzioni: coprire il tutto con la sabbia, così che all’apparenza sembri tutto regolare. Uno dei due ricorda all’interlocutore che se la discarica riceverà altre tonnellate di spazzatura potrebbe diventare un nuovo Vajont. In una intercettazione a parlare è Marta Di Gennaro, all’epoca vice di Guido Bertolaso e il dirigente Michele Greco. Di Gennaro descrive i rischi di tracimazione del percolato, immagini definite “impressionanti“. A questo si aggiunge la repressione militare a cui è stata costretta la popolazione partenopea. Repressione che ha identificato e offeso tutti i manifestanti etichettandoli terroristi camorristi. I partenopei non sono camorristi, la camorra demenziale e totalitaria regna nelle istituzioni. Questo ingiustificato abuso di potere da parte di un governo incapace di agire sotto i dettami della convenzione europea è la vera mano armata della criminalità organizzata e non può restare impunita. Torniamo al 5 novembre 2010. 40 discariche e 200 pozzi da chiudere in 15 chilometri quadri: Giugliano, tra Napoli e Caserta. Una zona che gli abitanti hanno soprannominato “Terra dei fuochi”, perché le notti sono illuminate dai falò di rifiuti. L’immondizia portata dallo Stato, i rifiuti tossici. Cesaro cosa fa? Dispone si apra una nuova discarica ad Afragola. Ecco perchè si vieta a tutti i comuni di autodeterminarsi nella gestione dei rifiuti. Per meglio gestire i loro sporchi affari. Nessun comune può automamente gestirsi la differenziata e lo stoccaggio, questo l’ordine dato dalla Lobby.

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Settemila minatori d’Italia Di Sara Picardo

Sono settemila, i minatori d’Italia. Lavorano in oltre 70 imprese, sparse in 13 regioni, anche se la maggior parte si trova in Sardegna e in Piemonte. Hanno il volto scavato, simili alle rocce da cui estraggono minerali, metalli e metalloidi, come il piombo, lo zinco, il mercurio, l’antimonio, lo zolfo. Guadagnano in media 1.100 euro al mese, per 8 ore di lavoro sotto terra. Ora, grazie al nuovo contratto nazionale, la loro busta paga crescerà di circa 125 euro al mese. Abbastanza, ma non sufficienti da giustificare la durezza di un lavoro vecchio di secoli e di malanni. Sì, perché molti minatori si ammalano ancora di silicosi, come 100 anni fa, soffrono di patologie delle vie respiratorie e della pelle, di malattie delle ossa dovute all’umidità, in tanti portano sul corpo i segni degli incidenti occorsi sul luogo di lavoro. Nella sola zona del Sulcis, in Sardegna, dei 15.000 operai che negli anni cinquanta lavoravano nelle centinaia di miniere della zona, nessuno ha superato i 46 anni di vita. Quasi tutti vittime di tumori e silicosi. “Fare una stima di quanti siano oggi questi lavoratori è difficile – spiega Mario Di Luca, della Filctem Cgil nazionale –, perché accanto a una buona metà che opera in vere e proprie miniere, saline o cave grandi, ce ne sono altrettanti che prestano servizio in

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aziende piccole, che fanno anche estrazione dal sottosuolo, ma che non sono censite come vere e proprie miniere, prendono in appalto lavori per grandi opere e spesso impiegano manodopera precaria”. Nella prima metà del secolo scorso, erano 2.990 le miniere nel nostro paese, il 98 per cento delle quali era scavata sotto terra, e impiegavano oltre 150.000 persone. “La situazione è notevolmente cambiata con il tempo – continua il sindacalista della Filctem – e quasi tutti i vecchi siti sono scomparsi. Alcuni sono passati in mano alle Regioni, che ne danno la concessione a grandi aziende, altri, come in Val d’Aosta, sono stati riutilizzati per scopi turistici, la maggior parte sono stati abbandonati e basta. Il problema è che così non sono solo andati dispersi posti di lavoro,ma anche professionalità, conoscenze, ricerca. Un vero e proprio patrimonio che oggi rimane solo nelle miniere del Sulcis o in quelle di talco della Val Germanasca, in Piemonte, ma di cui tanto rischia comunque di andare perduto”. Eppure l’Italia ha bisogno delle risorse del sottosuolo, basti pensare al solo utilizzo industriale che se ne fa: una villetta contiene fino a 150 tonnellate di minerali sotto forma di cemento, stucco, cartongesso, piastrelle. Un’automobile, di minerali ne contiene

fino a 150 chilogrammi: nelle gomme, nei materiali di plastica, nei finestrini. Ben il 50 per cento della vernice e della carta è composto da minerali. Così come le ceramiche e il vetro, che di minerali sono fatte addirittura al 100 per cento. “Poiché non c’è una politica mineraria nazionale, l’Italia non sa qual è il suo reale fabbisogno e ogni anno molte materie prime devono essere importate dall’estero, soprattutto per soddisfare i bisogni del settore automobilistico e cementifero”, dicono ad Assomineraria, che raggruppa circa 20 imprese impegnate nell’estrazione di minerali solidi – sia di medie dimensioni, sia appartenenti a gruppi internazionali –, sparse su tutto il territorio italiano, per un totale di circa 3.600 addetti impiegati. Proprio la consorziata di Confindustria ha firmato il 19 ottobre, assieme ai tre sindacati di categoria di Cgil, Cisl e Uil, l’ipotesi d’accordo del contratto nazionale di lavoro per il triennio 2010-2013, scaduto nel mese di marzo. “Lo scorso 5 novembre – osserva ancora Di Luca – abbiamo comunicato alla controparte industriale di aver sciolto la riserva relativa alla firma dell’intesa, una decisione che discende dal mandato ricevuto dai lavoratori del settore, i quali, riuniti nelle assemblee, hanno approvato


“Poiché non c’è una politica mineraria nazionale, l’Italia non sa qual è il suo reale fabbisogno e ogni anno molte materie prime devono essere importate dall’estero, soprattutto per soddisfare i bisogni del settore automobilistico e cementifero”, dicono ad Assomineraria

“Dopo il decreto Calderoli sul federalismo demaniale, che trasferisce alle autonomie locali le competenze su fiumi, laghi e miniere, potranno decidere di declassare una miniera al rango di cava, che a differenza della prima non è reputata strategica e di conseguenza alienabile e soggetta a contrattazione privata”.

Nella foto:

Minatori a Carbonia 1950

l’ipotesi del rinnovo con una percentuale di adesione prossima al 100 per cento”. Una decisione, quella di far votare l’accordo dagli addetti, che ha riguardato la sola Cgil: “Nonostante tutto – prosegue Di Luca –, il contratto appena firmato ci lascia soddisfatti per molti aspetti, anche se quello di minatore continua a essere un mestiere duro e usurante”. L’intesa sottoscritta prevede un aumento medio sui minimi di 125 euro in tre tranche: in sostanza, nel triennio 2010-2013, entreranno nelle buste paga dei lavoratori 3.500 euro in più. Il lavoro nel comparto minerario italiano non ha certo i problemi di sicurezza presenti altrove (dalla Cina al Sud America, all’Africa), ma si svolge lo stesso in un ambiente insalubre e, per sua stessa natura, esposto al pericolo di frane o esplosioni da gas. La storia dei minatori cileni appena liberati dal sottosuolo ha riportato alla luce il problema anche nel nostro paese. Per questo è molto importante che nel contratto appena siglato siano state inserite delle novità normative in materia di prevenzione. “Le società committenti, è il caso delle manutenzioni, dovranno d’ora in avanti privilegiare le aziende più qualificate nel rispetto delle norme sulla sicurezza – afferma Gabriele Valeri, della segreteria nazionale Filctem –, così come negli appalti non si potranno esternalizzare le attività facenti capo al ciclo produttivo minerario”.

Sul versante del mercato del lavoro, la principale novità stabilita dal ccnl è l’abbassamento al 30 per cento del ricorso ai contratti a tempo determinato e a somministrazione e, in particolare, la loro trasformazione a tempo indeterminato, una volta trascorsi 44 mesi. “Altri due traguardi importanti – aggiunge Di Luca – riguardano la previdenza integrativa, per cui è previsto un incremento della quota interamente a carico delle aziende, e l’aggiunta della festività di Santa Barbara, la patrona dei minatori che si celebra ogni anno il 4 dicembre, anche per gli operai e non più solo per gli impiegati”. Miglioramenti a parte introdotti dal nuovo contratto nazionale, quello che preoccupa maggiormente i minatori è il futuro del loro posto di lavoro: le miniere, a differenza delle cave a cielo aperto, sono patrimonio indisponibile dello Stato, in quanto reputate strategiche, e sono gestite dalle Regioni, che a loro volta le danno in concessione alle aziende in cambio di un canone. “Le aziende – argomenta Di Luca –, pur di non perdere la concessione, sono state fino a oggi obbligate a estrarre minerale. Le cose stanno tuttavia cambiando, perché gli enti regionali, dopo il decreto Calderoli sul federalismo demaniale, che trasferisce alle autonomie locali le competenze su fiumi, laghi e miniere, potranno decidere di declassare una miniera al

rango di cava, che a differenza della prima non è reputata strategica e di conseguenza alienabile e soggetta a contrattazione privata”. Il concessionario, quindi, non sarebbe più obbligato a lavorare la miniera e a estrarre minerali e, senza avere più la certezza del titolo minerario avuta finora da questa sorta di monopolio, potrebbe addirittura decidere di chiudere i battenti e andarsene all’estero, lasciando l’industria italiana senza più le materie prime estratte dal sottosuolo e il paese senza più le miniere, con i loro ingegneri, tecnici, ricercatori e, soprattutto, minatori. Già diverse aziende manifatturiere hanno cominciato a delocalizzare le loro attività in Polonia e in Albania, dove si può contare su materie prime economicamente più vantaggiose, un costo del lavoro inferiore e su norme di sicurezza meno “puntuali”. “Basta che a qualcuno si rompa un qualsiasi componente di un’automobile per rendersi conto di questa tendenza – sottolineano ad Assomineraria : il paraurti, piuttosto che uno specchio retrovisore, spesso arrivano dall’estero. Tutto questo mentre il nostro sottosuolo è ricco di metalli e di minerali utili”. Rassegna.it

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foto di Francesco Gregori

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Cinafrica c’era una volta Bandung Prima parte del dossier in cinque puntate di China Files di Daniele Massacciesi Da una parte il più grande consumatore di energia al mondo. Dall’altra, un intero continente ricco di risorse naturali e materie prime che fanno gola a Pechino. Limitare però il rapporto tra i due solo in un’ottica di politica economica è riduttivo e fuorviante. Altri e più complessi sono infatti gli elementi delle relazioni sino-africane.

anni di distanza gli obiettivi sono evidentemente cambiati. Tra i dieci punti stilati tra le nazioni presenti, si legge che «paesi con diversi sistemi sociali, livelli di sviluppo, Negli anni a venire, paesi come Guinea, valori e contesti storico-culturali hanno Mauritania e Sierra Leone diritto di scegliere ciascuno il proprio riconosceranno una sola Cina, ovvero approccio e modello di promozione e quella Popolare, a discapito della protezione dei diritti umani». (1) Il nazionalista Taiwan. Lo stessoMao messaggio è chiaro: la Cina non vuole C’era una volta a Bandung Zedong riceverà il presidente della interferenze in quella che è la propria Tanzania Julius Nyerere nel 1974; sono politica interna. anni nei quali il governo cinese investiva Altrettanto indubbio è il messaggio dato A guardarla oggi, la lista dei Paesi ai Paesi africani: Taiwan è una presenti alla conferenza di Bandung del in infrastrutture come strade, ferrovie, 1955, ci si può fare un’idea ben precisa ospedali e scuole nel continente nero, in questione interna, la Cina è una sola e come tale va riconosciuta. A ciò hanno della lungimiranza politica cinese: Cina, nome di alleanze politiche ed economiche con i «Paesi amici». fatto seguito numerosi altri India e molti altri Paesi in via di Dopo un periodo di stallo, è sul eventi all’interno delle sviluppo asiatici ed africani si finire dell’anno 2000 che i relazioni tra Cina e Africa. incontrarono per coalizzarsi nella rapporti tra la Vogliamo qui ricordarne creazione di un terzo fronte non Cina (oramai almeno due: i frequenti allineato con le due superpotenze viaggi nel continente africano dell’epoca, il blocco sovietico ed il completamente dell’ex presidente Jiang blocco americano. trasformata Zemin e di molti altri leader Era la nascita del Terzo Mondo, del Partito Comunista senza le accezioni negative affibbiate al dopo l’epoca di riforma e apertura) ed Cinese; l’annullamento totale o termine col passare degli anni: da quel parziale del debito che più di momento numerosi movimenti africani i Paesi africani registrano un deciso rilancio, grazie al Forum Cina – trenta Paesi africani avevano con la di liberazione nazionale guardarono Africa, celebrato a Pechino, con la Cina, per una somma tutt’altro che all’esempio maoista come modello partecipazione di quarantacinque irrisoria: 1,3 miliardi di dollari. (2) vincente di lotta armata per la fine del rappresentanti africani. Se a Bandung i Negli ultimi anni quasi tutti i Paesi colonialismo e l’instaurazione del temi predominanti erano il neutralismo africani hanno così rotto ogni rapporto socialismo. Un evento epocale, cui diedero seguito altri eventi: la visita del ed il terzomondismo, a quarantacinque con l’isola di Taiwan,3 riconoscendo

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premier Zhou Enlai in Africa del 1963 si inquadrava esattamente in quel contesto, raccogliendo di lì a poco i suoi frutti.


invece la Repubblica Popolare di Cina. Cifre da capogiro investite in infrastrutture in cambio di riconoscimento a livello internazionale: la strategia cinese era ormai avviata. Anche nelle relazioni diplomatiche, i leader africani non sono stati da meno: solo tra l’estate del 2006 e quella del 2008, capi di stato e ministri da quasi trenta differenti Paesi sub sahariani sono stati in visita ufficiale in Cina.4 Al già citato forum svoltosi nella capitale cinese nel 2000, sono poi seguiti altri incontri di cooperazione sino-africana. Nel 2006, sempre a Pechino, il presidente Hu Jintao promise cinque miliardi di dollari al continente africano; a soli tre anni di distanza, nel novembre del 2009, a Sharm-el-Sheikh il premier Wen Jiabao ha addirittura raddoppiato la cifra: dieci miliardi di dollari hanno lasciato le casse di Pechino diventando capitale da investire nei Paesi africani. Alla politica africana dei cinesi, sono state sollevate molte critiche, specie dall’Europa, dove i massicci investimenti da parte dei cinesi in Africa sono visti come un ritorno al colonialismo nel continente nero, ricchissimo di energia e materie prime. Secca la risposta degli asiatici, che non accettano accuse di colonialismo dai paesi occidentali: «Gli europei considerano queste nazioni come il loro cortile. È chiaro che non siano felici dell’arrivo dei cinesi» è stato il commento dell’esperto Xu Weizhongal quotidiano cinese in lingua inglese, Global Times. CHINA FILES

consumatore di energia al mondo. Petrolio a parte, la Cina è anche grande consumatrice di carbone e per questo leader internazionale nelle emissioni di gas serra. Petrolio, carbone, gas naturale, fonti di energia rinnovabile: è la Cina la nazione con più fame energetica. Saranno le vaste dimensioni territoriali (trenta volte circa la superficie della nostra penisola) o il miliardo e quattrocento milioni di persone (milione più, milione meno), ma la Cina ha assoluto bisogno di energia per mantenere il livello di sviluppo che da decenni viaggia ad una velocità che si aggira attorno al dieci percento annuo, e che la crisi economica mondiale degli ultimi tempi ha solo rallentato.

Somalia al porto cinese di Ningbo, per un valore di circa 40 milioni di euro. Nell’aprile del 2006 la visita in Africa del presidente cinese Hu Jintao è iniziata a Rabat, in Marocco. Un paese non ricco di petrolio ma importante per la sua posizione strategica, praticamente porta d’ingresso ai mercati europei. La delegazione cinese si è poi spostata alla volta di Nigeria e Kenya, alla ricerca di fonti energetiche e nuovi mercati. Già nel gennaio dello stesso anno, China Radio International aveva costruito la sua prima antenna all’estero proprio a Nairobi, capitale del Kenya. Lo scorso ottobre il governo cinese ha firmato un accordo da sette miliardi di dollari per esplorare il sottosuolo della Guinea, alla ricerca delle riserve di bauxite ed altri minerali. Il volume totale di scambio tra Cina ed Africa è aumentato tra il 2007 e il 2008 del 45%. Alla fine del 2008, la cifra si aggirava attorno ai 106 miliardi di dollari americani. Nello stesso periodo di tempo, i Paesi africani hanno visto un incremento delle importazioni di merci Secondo cinesi del 54% (soprattutto macchinari, la già stoffe ed attrezzature per il trasporto). citata La Cina ha invece importato prevalentemente minerali, avendo l’Angola come suo primo partner International commerciale, seguito da Sud Africa, Energy Agency, nel Sudan e Nigeria. (1) 2030 il consumo di petrolio in Positivi sono stati i commenti di Cina raggiungerà i 2,4 miliardi di politici e uomini d’affari africani tonnellate: un aumento dell’87% riguardo lepolitiche economiche cinesi. rispetto ai dati del 2007. «La politica cinese è basata sul mutuo Secondo l’agenzia Asia News, sviluppo. Poche nazioni occidentali Pechino sarebbe pronta ad iniziare i hanno una politica estera come questa: lavori per una ferrovia che la maggior parte di quei governi insiste collegherebbe Kashgar (estrema punta NOTE AL TESTO invece nel voler dire all’Africa cosa deve (1)  «Beijing Declaration of the ovest del Turkestan cinese) al porto fare» è l’opinione del direttore esecutivo Forum on China-Africa co- pakistano di Gwadar. È quanto risulta del Programma africano della China operation». dall’incontro degli inizi di luglio tra il Europe International Business School di (2) Dato del 2006 presidente cinese Hu Jintao ed il suo Shanghai, Kwaku Atuahene-Gima. «La [Il Dossier è stato pubblicato omologo pakistano Asif Alì Zardari. Il Cina porta quello di cui abbiamo nella rivista di progetto, in cantiere da anni, bisogno: investimenti e denaro per Ottobre MissioniConsolata] permetterebbe così il passaggio di merci governi e industrie. Pechino investe sul dall’Africa orientale direttamente alla futuro, mentre l’Occidente non fa nulla Cina, passando per il Pakistan ed per far progredire il nostro continente» evitando le pericolose acque Seconda parte ha affermato Paul Kagame, presidente dell’Oceano Indiano e dello Stretto di Il grande gioco cinese del Ruanda, durante il forum per la Malacca. Allo stato attuale, l’80% del cooperazione sino-africana dello scorso Proprio pochi giorni fa petrolio importato in Cina passa novembre. «In meno di dieci anni di l’International Energy Agencyha proprio per questi mari infestati dai cooperazione con la Cina, l’Africa ha pubblicato dei dati che non lasciano pirati. Lo scorso maggio, una nave da ottenuto mille volte più di quanto ha spazi ad interpretazioni: nel 2009 la guerra russa ha liberato una petroliera avuto in quattrocento anni di relazioni, Cina ha consumato 2.252 milioni di sequestrata da pirati somali nel Golfo di di chiacchiere e dolori con l’Europa» è tonnellate di petrolio, scavalcando gli Aden: la nave trasportava petrolio dalla stato invece il commento di Abdoulaye Stati Uniti e diventando il primo Wade, presidente del Senegal. «Se gli

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inglesi sono stati i nostri padroni ieri, i cinesi hanno preso il loro posto» ammette Trevor Ncube, uomo d’affari africano, secondo quanto riportato nel luglio del 2008 dal quotidiano londinese Evening Standard. I leader africani accolgono aiuti ed investimenti cinesi perché, a differenza di quelli europei, sono efficienti e veloci, ma soprattutto perché non vincolati ad intromissioni nelle politiche interne di ciascun paese. Inoltre, mentre gli ex Paesi colonialisti si limitano tendenzialmente ad acquistare materie prime, il governo cinese costruisce infrastrutture e porta tecnologie avanzate. Ma non tutti concordano con questa visione. Forti critiche all’operato di Pechino in Africa vengono da molte organizzazioni per i diritti umani, sindacati, associazioni per la difesa dell’ambiente e la protezione del patrimonio culturale, nonché anche da una parte della classe politica dei paesi africani stessi. In particolare, la Cina è spesso stata accusata di prendere petrolio e materie prime dal continente nero in cambio della costruzione di infrastrutture affidate però a ditte cinesi: i soldi degli investimenti insomma restano ai dirigenti delle imprese, agli operai specializzati, tecnici ed ingegneri cinesi. Agli africani (non contando i funzionari corrotti) non resterebbero che le briciole. A differenza dell’America Latina, dove i vari Paesi rappresentano anche un importante mercato per i prodotti di importazione cinese, il continente africano non offre, per ora, grandi possibilità d’assorbimento delle merci made in China. I locali sono anche insoddisfatti per quanto riguarda la qualità ed il mantenersi nel tempo delle infrastrutture stesse. Secondo quando riportato dalla BBC, (2) i lavori vengono effettuati alla svelta e non proprio alla luce del sole, terminati in periodi brevi ma per un utilizzo non duraturo come sperato. CHINA FILES NOTE AL TESTO (1)  Dati del World Trade Atlas. (2) http://news.bbc.co.uk/2/ shared/spl/hi/picture_gallery/07/ africa_china_in_angola/html/10.stm [Il Dossier è stato pubblicato nella rivista di Ottobre MissioniConsolata]

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La crisi divide l’Europa Scontro sull’utilizzo delle ” risorse

proprie”, gli Stati sbattono la porta Lo sconto a muso duro sulla ‘finanziaria’ della Ue tra i governi che vogliono tirare la cinghia e l’Europarlamento che vuole piu’ fondi per l’Europa oggi e’ arrivato al calor bianco. Argomento del contendere, non la limitazione dell’aumento del budget europeo 2011 al +2,91% ‘imposto’ tre settimane fa dal premier britannico David Cameron, quanto il rifiuto di aprire una via alle ‘risorse proprie’ (leggi nuove tasse, se non addirittura eurobond) per finanziarie le politiche di sviluppo futuro dell’Europa. Nella sede del Consiglio europeo, la delegazione parlamentare ha abbandonato la discussione. Il presidente della Commissione parlamentare Bilanci, il francese Alain Lamassoure (eletto con l’Ump di Sarkozy) – secondo quanto riferito da una fonte interna – ha stracciato i fogli delle proposte in discussione e tutta la delegazione, guidata dal presidente dell’Europarlamento Jerzy Buzek (uno dei fondatori di Solidarnosc) ha abbandonato la trattativa. Un nuovo appuntamento e’ stato fissato per lunedi’ prossimo, ultimo giorno utile prima che scatti l’esercizio provvisorio, che mette a rischio i pagamenti dei contributi europei a partire gia’ dal prossimo gennaio e sicuramente mette in crisi gli stessi governi, perche’ priva si finanziamenti progetti sensibili quali il Servizio diplomatico europeo o l’Iter (progetto mondiale per la ricerca sulla fusione fredda). Quest’ultimo e’ tanto importante, che il presidente belga di turno del Consiglio per il Bilancio ha detto: ‘In questo campo la Ue e’ partner

di altri Stati, se non ci mettiamo d’accordo l’Europa perde credibilita’. Questa sarebbe una delle conseguenze piu’ gravi del non accordo’.A provocare la rottura, secondo quanto riferito in conferenza stampa da Buzek, Lamassoure e dai due relatori parlamentari, e’ stato il fatto che un gruppo di Paesi, tra i quali gli euroscettici Gran Bretagna, Svezia, Olanda, Danimarca, Lettonia, Austria, ma anche Francia e parzialmente Germania, hanno di fatto rifiutato al Parlamento il ruolo che viene riconosciuto dal Trattato di Lisbona. ‘Invece – ha scandito Buzek – noi abbiamo bisogno di un accordo politico vincolante sull’attuazione del Trattato. Noi vogliamo che siano finanziate tutte le politiche della Unione e che riguardano la competitivita’, la ricerca, le infrastrutture, l’energia, internet, la formazione, il lavoro e le Pmi. Vogliamo che si discuta sul futuro di queste politiche, sul loro finanziamento per il 2012 ed il 2013 e nel quadro finanziario successivo’.‘Il parlamento – ha aggiunto il conservatore polacco – agisce affinché le risorse dei contribuenti vengano spese in modo congruo e si evitino le crisi future’. E una bacchettata agli Stati membri che un anno sono spendaccioni e l’anno successivo tagliano qualsiasi spesa pubblica l’ha tirata il sarkoziano Lamassoure: ‘L’anno scorso c’era stata la corsa allo Stato che spendeva di piu’, ora a quello che taglia di piu’. Vogliamo semplicemente evitare queste oscillazioni. In piu’ abbiamo visto che alcuni degli Stati piu’ ricchi non vogliono piu’ pagare perché a beneficiarne sarebbero i loro vicini’.


FACCIAMO

UN PATTO

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dei progetti e delle idee è solo accessorio, ornamento. Leader assoluti, a volte messianici, piccoli guru senza idee. Perché le idee non servono. Sono roba del Novecento, antiquariato “Da piccoli ci hanno insegnato che sociale. E dentro questa vetrina l’erba voglio non cresce nemmeno nel all’incanto la parola democrazia è roba prato del Re e della Regina. E quante senza senso, zavorra. I processi sociali e volte ci hanno sgridato. Ma io dico che storici che sono, o meglio dovrebbero non c’è niente di male a desiderare. essere, alla base del nostro stare insieme Basta che quello che si vuole lo si sappia in una comunità di eguali, non sono un anche realizzare”. Così cantava valore per questi mercanti di presunta Eugenio Finardi alla fine degli anni ’70. modernità. Quel “voglio” di trent’anni “Voglio”. Quasi un inno di una fa oggi torna ad essere importante. Un generazione che voleva cambiare. “voglio” che non può essere solo un Buono anche oggi. “E voglio essere gesto di solidarietà minimo e come tutti gli altri e del futuro sentirmi impersonale. Ridotto a lampo nella una parte E voglio essere come tutti gli solitudine. A twitt sulla rete. Briciole di altri e delle cose sentirmi una parte, pensieri, di della storia sentirmi una parate, della vita sentirmi una parte, dello Stato sentirmi una parte”. Alla fine è proprio questo quello che ci viene negato, sottratto. Il sentirsi parte. Di una collettività, di un paese, di un racconto collettivo. È questo che ci impedisce di essere un insieme di persone e non, come ci vorrebbero, una massa di clienti. La necessità da parte dei poteri palesi e intenzioni. non di tenerci fuori dalle decisioni, Non idee. Meno dalla partecipazione, dal sapere. che mai incontro e Hanno tentato, e continuano a farlo, dialogo. Oppure urlo, di di sottrarci spazi di informazione, slogan. Che nega l’altro, lo sovrasta, incontro, scambio e partecipazione. La lo azzittisce. Spiana come uno politica oggi è solo un oggetto di schiacciasassi il pensiero, il marketing, di prodotti confezionati da ragionamento. Riduce lo spazio del vendere, e non un luogo di idee. Tutto mettersi insieme, del ragionare su cose viene semplificato, ridotto a un “mi comuni. Di progettare. Progettare piace” come su una pagina di desideri, definire bisogni, trovare un Facebook. Non è un caso che il pulsante luogo comune per ricominciare a “non mi piace” sul principale Social comunicare fra noi. network del pianeta non sia previsto. Le responsabilità da parte del Perché il moderno concetto di socialità mondo dell’informazione di questo è fondato solo su un principio, quello svuotamento di iniziativa e di del consumo. In questa visione distorta partecipazione sono enormi. Non solo e ridotta della società, le persone e le in Italia, ma in maniera determinante categorie sociali diventano solo, qui nel nostro Paese. Crisi di credibilità uniformemente, target. Bersagli. Per dell’intero sistema dell’informazione, a questo la figura del leader è oggi l’unica partire dai giornali fino alla televisione. che viene proposta come vincente alla L’unico spazio concreto di libertà politica e alla società. E si ha anche il sembra essere la Rete. Ma anche qui il coraggio e la presunzione di pensare meccanismo perverso del marketing e questa involuzione della democrazia dei grandi poli informativi e di gestione ridotta a consenso personale come dei servizi e delle indicizzazioni nei “modernità”. Il leader è un prodotto da motori di ricerca rende questa libertà vendere, la cassetta di zucchine da aleatoria. L’accesso alla Rete, posizionare in bella vista sul banco del all’informazione, alla possibilità di mercato. Leader eletti o peggio essere protagonisti della comunicazione autonominati a questo status solo è solo una presunzione, un equivoco. La perché ritenuti vendibili attraverso a Rete non è il tutto. È molto, uno un’offerta semplificata, dove lo spazio strumento fondamentale, un oggetto di

“Voglio” Un patto per l’informazione

enorme potenza, ma non si risolve tutto lì. Anzi. La Rete, con la sua presunta democrazia, in realtà è governata con regole ben più ferree e spietate da un mercato anti etico, svuotato in gran parte di ogni funzione sociale. In Google e nelle altre grandi multinazionali del web (e ormai non solo) il potere si fonda su una dissimulazione. Grande libertà dichiarata, poco spazio di autonomia reale. Perché l’autonomia si fonda sull’autosufficienza e il libero accesso, attraverso il valore del proprio progetto posto sul mercato, a risorse economiche che garantiscano continuità e soprattutto protezione da ogni condizionamento di tipo politico o economico (che non solo in questo Paese corrispondono). Quando Google di fatto gestisce ben oltre il 50 % del mercato pubblicitario mondiale e l’80% dell’indicizzazione dei contenuti di quali spazi di libertà, di sviluppo di impresa, come è possibile parlare di stare “alla pari” sul mercato dell’informazione su Internet? Di quale marcato parliamo davanti a monopoli di fatto? Da qui la necessità di un patto fra uguali, fra chi produce informazione (e non solo giornalisti) e chi la legge o la diffonde. Da qui l’esigenza di un’alleanza fra cittadini, prima ancora che comunicatori, per aprire una crepa nel monolite del mercato dell’informazione. Un patto per l’informazione. Una nuova utopia, lo sappiamo, un progetto di grande ambizione. Rimescolare le carte e rimettersi in gioco ripartendo da noi stessi e dai nostri bisogni di essere liberi di informare e di essere informati. Ancor prima di mettersi a pensare nuovi modi di fare informazione e politica. Ancor prima di definirci. Perché l’informazione non è un oggetto neutro, è un diritto. E come ogni diritto è paradigma politico. Soprattutto quando viene umiliato, negato, dissimulato. Per questo abbiamo dato avvio a questo progetto, a questo sito, all’associazione Gli Italiani. Cercando alleanze e contaminazioni. Rimettendoci in gioco alla pari con i nostri lettori attraverso un reciproco scambio di competenze e conoscenze. Dando spazio. Fornendo spazio. Tutto questo, e non è poco. Un patto per l’informazione. Per ricominciare a dire, con orgoglio, “voglio”.


L’impegno, che venne assunto alla presenza del vescovo di Aversa monsignor Mario Milani, dei genitori di don Peppe e di don Luigi Ciotti il presidente dell’associazione Libera, e che riscosse un grande ritorno mediatico venne considerato dai giornalisti inviati “un evento storico, inimmaginabile e improponibile fino a pochi anni fa”. In questi giorni è in corso presso il tribunale di S. Maria C.V. il processo ai vertici del clan Lubrano-Ligato, legato per parentela e affari ai Nuvoletta e alla mafia siciliana, messi alla sbarra a seguito dell’operazione “Caleno” del febbraio dello scorso anno. Si tratta di un importante clan operante nel comune di Pignataro Maggiore e in tutto l’agro caleno che in passato ha eseguito e deciso la morte di tante vittime innocenti come Franco Imposimato, Salvatore Nuvoletta e Giancarlo Siani. A costituirsi parte civile, però, solamente il giornalista Enzo Palmesano, da tempo sotto il mirino del clan, e nessun altro, nemmeno l’amministrazione comunale di Pignataro, guidata dal sindaco del PDL Giorgio Magliocca, che non rispettando il protocollo sottoscritto ha perso anche un’occasione dall’alto valore simbolico per offrire alla cittadinanza un risarcimento soprattutto morale. Dopo oltre quindici anni ritornano d’attualità le parole di Alfiero, in quei territori ai buoni propositi non seguono i fatti con azioni radicate e continuate.

alluvione fu più utile per capire cosa si celava dietro il volemose bene, la solidarietà un tanto al chilo, l’unità di facciata. La ributtante indifferenza (a cui nelle ultime ore si cerca penosamente di  rimediare) con cui si è guardato il lago che ricopre buona parte del vicentino,  del padovano e del veronese mi sa tanto di film catastrofico guardato tra una  cucchiaiata e l’altra di tiramisù della zia, gustato in salotto. La patria del leghismo sommersa dall’acqua catastrofizzata, alluvionata,   messa col culo per terra. Dalle acque vendicatrici dell’orgoglio sudista spunta   Alle parole solo lo spadone arrugginito di Alberto da Giussano. Ci vada ora, Bossi, a   Non seguono i fatti prelevare le acque del Po per gettarle a Di Pietro Nardiello mare … non c’è bisogno che vada sul   All’indomani dell’assassinio di don Monviso, l’acqua è ovunque, Peppino Diana, il parroco di Casal di comunque, e gli sta anche bene. Principe, quando non si conoscevano Giusto? ancora le motivazioni Non c’è vendetta più gustosa del dell’eccidio,Nicola Alfiero scriveva sulla vedere chi ha votato lega soccombere storica rivista “Zazà”,edita da Tullio sotto  l’acqua come un qualunque Pironti, “che la solidarietà espressa da disgraziato italico, finalmente qualcosa chiesa e istituzioni altro non era che che li  italianizza un po’ , sti austriaci un’azione di circostanza che non aveva mancati, sti quasi slavi, sti polentoni   prodotto nessun progetto di intervento, razzisti e xenofobi. L’unica puzza che nessun programma, nessun piano potranno avere sotto il naso sarà quella d’azione”. dell’umidità delle  loro case quando Anche il polo progressista, sempre l’acqua si sarà ritirata (speriamo il più secondo Alfiero, aveva utilizzato la tardi possibile) a  ricordargli che non sta morte di don Peppino per legittimarsi e bene disprezzare il prossimo. vincere le elezioni. “In zona poi Ma davvero? concludeva l’autore - la lotta alla Si ragiona ottusamente come se camorra rappresentava, spesso, tutti fossero leghisti, accreditando solamente un impegno per un ritorno quindi per  contrappasso la becera tesi elettorale ma non di qualcosa di secondo cui tutti i meridionali sono radicato e continuato”. mafiosi, e  quindi siamo pari, uno a Negli anni successivi sarebbe stata www.strozzatecitutti.info uno, palla al centro.       Dal basso della una parte della società civile a costituire mia posizione di meridionale un avamposto con il quale avrebbe antimeridionalista,  antiborbonico, provato a radicarsi nella vita anti-qualunque genere di lega, sudista quotidiana per cercare di dare e o nordista, io posso solo  augurare ai ottenere quelle risposte che Alfiero veneti di avere la forza (e loro sì che ce pretendeva, giustamente, da Chiesa l’hanno) di RIFIUTARE i  tardivi ed e Politica. ipocriti aiuti che gli stranieri, gli Il 18 marzo del 2009, alla vigilia italiani, faranno affluire  (forse) verso la del quindicesimo anniversario loro terra. Ce la faranno da soli, come dell’assassinio di don Peppino, che ha hanno sempre fatto, senza chiedere visto intervenire a Casale oltre niente a  nessuno, anche perchè i fessi, ventimila persone per commemorarlo, dopo aver aiutato a destra e a manca, la politica sembrava volesse iniziare a si sono  ritrovati soli, allagati e ignorati, scrivere una nuova pagina per questa mentre il paese ipnotizzato dalla   terra. Ben diciotto sindaci dell’Agro Spaghetti superficialità, dalla politica, dagli idoli Aversano, ai quali si aggiunsero quelli Alle gondole vecchi e nuovi, aveva la testa  altrove, di Pignataro, Pastorano e Castel Di Antonio Di Persia nel garage di zio Michele da Avetrana o Volturno sottoscrissero un protocollo Sì, insomma c’è stata un’alluvione nel negozio di intimo in cui  fa shopping per raggiungere tre impegni concreti tra di acqua santa. Acqua benedetta, acqua Ruby. i quali quello di costituirsi parte civile chiarificatrice, rivelatrice, e quindi Colpevolizzati perché in molti sono nei processi contro la camorra. nonostante  tutto, acqua benedetta. Mai leghisti? E quindi non avrebbero dovuto  

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muoversi verso sud in caso di catastrofe, verso il sud patria di mafismo e camorrismo e ndranghetismo .. e invece loro della politica se ne sono fottuti   allegramente e si sono sempre mossi, loro, i veneti. E il bello è che sti stronzi si muoveranno ancora per primi, alla prossima  catastrofe, nonostante l’Italia se li sia dimenticati e li abbia offesi in ogni  maniera rimuovendo quel che di buono i veneti han sempre saputo fare. Se la sono cavata da soli dopo l’apocalisse del Vajont, se la sono cavata da  soli sotto le granate degli austriaci, se la sono cavata da soli tra le   mitragliate dei tedeschi e la guerra civile post-otto settembre, se la sono   cavata da soli sempre e sempre ce la faranno. Perchè è gente dura, somari da fatica, orgoliosi e freddi come ghiaccio anche  quando tirano fuori i loro morti dall’acqua, dal fango, dai calcinacci. E il bello è che i morti degli altri li trattano come i loro, di morti, ne  hanno la stessa cura e rispetto. Dove c’è una catastrofe tra le prime lingue straniere che si parla c’è il  veneto. E sarà così anche in futuro, anche dopo questa vergognosa indifferenza  nell’anno del signore duemilaedieci. Perchè sono innanzitutto dei fessi, i veneti. E noi italiani, disgraziatamente, non gli somigliamo neanche un po’.

La Corte Dei conti La mafia investe nell’edilizia e nella grande distribuzione Di Maria Loi

L’allarme lanciato dalla Corte dei Conti nella relazione di controllo sulla “Gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata” fotografa il nuovo business della mafia. La Corte ha osservato che le attività economiche su cui investono maggiormente le organizzazioni

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criminali sono quelle “edilizie, immobiliari, commerciale e la grande distribuzione”. Il settore edilizio “è il più aggredito” segnala la Corte “poiché permette di investire e riciclare somme ingenti con una certa facilità”. Il campo immobiliare “fa da sponda naturale agli investimenti nelle costruzioni, creando una rete che va dalla produzione alla vendita del bene”. Ma il crimine organizzato, rileva la Corte dei Conti, punta anche e soprattutto sul commercio perché “la grande distribuzione consente di investire in noti franchising grandissime quantità di denaro, che diventa difficilmente rintracciabile e riconducibile alle mafie; i proventi illecitamente accumulati non sono utilizzati solamente nel comparto strettamente commerciale della grande distribuzione ma, anche, nella costruzione di centri commerciali e strutture affini”. L’indagine della Corte si sofferma anche su altri aspetti e sottolinea che circa la metà dei beni confiscati alle mafie, ben il 52, 6 per cento, resta inutilizzata a causa della lentezza delle procedure: “in media” ci vogliono infatti “dai 7 ai 10 anni”, per giungere alla confisca definitiva e poi finalmente all’utilizzo del bene. Le mafie, negli ultimi anni, “hanno sviluppato tecniche più raffinate relative all’occultamento dei beni, attraverso reti, spesso fittissime, di prestanome. Inoltre la malavita non investe solo nella propria terra di origine e, pur essendo il numero delle aziende confiscate al sud pari circa il quadruplo di quelle confiscate al nord, si rileva una tendenza crescente all’espansione dei propri interessi verso quest’area del Paese e, ancor più, oltre confine”. Questa “extraterritorialità” della criminalità organizzata – osserva la Corte – “fa sì che le confische dei beni diventino sempre più complesse; accade, di sovente che per uno stesso bene, ne siano comproprietarie più persone per cui maggiore è il numero dei cointestatari e maggiore sarà la quantità dei processi da eseguire; più cause dovranno essere svolte e, conseguentemente, il termine per giungere alla confisca si presenterà come una sorta di chimera.” Per questo — conclude la Corte — è “improcrastinabile la necessità che il

ministero per i Beni e le attività culturali si doti di un archivio informatico nazionale, dove raccogliere i dati dei beni storico-artistici dei quali si perdono le tracce tra i vari musei, sovrintendenze e gallerie d’arte”. ANTIMAFIAduemila

La corruzione ostacola lo sviluppo Di Paolo Borrello

La corruzione frena la crescita economica. La corruzione e l’illegalità sono dilagati negli ultimi anni, esercitando anche effetti negativi sulle attività delle imprese. Lo sostiene Innocenzo Cipolletta, in un articolo pubblicato da “Il Sole 24 ore”. Chi è Cipolletta? Economista, per anni è stato direttore dell’Isco (Istituto di studi sulla congiuntura economica, ora Isae). Successivamente è stato direttore generale della Confindustria, Presidente della Marzotto, dell’Università di Trento e delle Ferrovie dello Stato. Attualmente, fra l’altro, è Presidente dell’associazione Economia della Cultura. Ecco cosa scrive Cipolletta nell’articolo citato: “Se c’è un fattore che frena lo sviluppo nel nostro paese, questo è senza dubbio la corruzione. La corruzione e l’illegalità sono dilagati negli ultimi anni, toccando una larga parte delle attività economiche e frenando la crescita civile ed economica dell’Italia. Le cronache di tutti i giorni stanno purtroppo lì a testimoniare di questo stato di cose. La crescita della corruzione in Italia è andata di pari passo con il deteriorarsi del quadro politico e con il concentrarsi dell’economia italiana nei settori protetti dalla concorrenza. Quest’ultimo fenomeno è un prodotto quasi paradossale della maggiore apertura all’economia di mercato. Infatti, la globalizzazione


dell’economia, con l’avvento di nuovi competitori, ha indotto molti imprenditori a trincerarsi nei mercati interni, meno attaccati dalla concorrenza. E questo è avvenuto proprio mentre, sotto la spinta dell’Unione Europea, si è proceduto a una parziale apertura al mercato e ai capitali privati di molti settori gestiti prima in monopolio, quali quelli dei servizi pubblici nazionali e locali. È così che in Europa molti capitali privati hanno lasciato i settori più esposti alla concorrenza dei paesi emergenti e si sono concentrati sui settori di servizio da poco aperti al mercato. Settori che, grazie alle nuove tecnologie e alla domanda crescente dei consumatori, hanno conosciuto una crescita relativamente importante (trasporti, comunicazioni, servizi ambientali, sanità, eccetera). Per questo si può dire che la globalizzazione e l’apertura al mercato di molti servizi pubblici sono andati di pari passo con il concentrarsi dell’economia nei settori relativamente meno esposti alla concorrenza. Sono così nate grandi imprese di servizio in tutti i paesi europei; i capitali privati si sono spostati dai settori in concorrenza a questi nuovi servizi; sono nati nuovi imprenditori; sono emerse imprese locali controllate direttamente o indirettamente dalle amministrazioni pubbliche; sono diventati più stretti i rapporti tra economia e politica sia a livello nazionale che locale… Tutti i paesi si sono dotati di autorità di controllo e hanno imposto nuove regole, ma è certo che non tutti i paesi sono riusciti a progredire su questa strada con la stessa efficacia. E purtroppo l’Italia ha mostrato molti ritardi. Ed è così che il trincerarsi nei settori protetti ha esaltato nel nostro paese il rapporto tra politica ed economia in modo perverso, come le cronache testimoniano. Il formarsi di gruppi di pressione occulti, l’intreccio tra affari e amministrazione della cosa pubblica, la sponsorizzazione politica di funzionari pubblici disponibili a farsi corrompere, la costituzione di reti d’imprese che si spartiscono tra di loro gli affari, l’alternarsi delle stesse persone in determinate cariche pubbliche, la frequentazione assidua di alcuni politici

con faccendieri che distribuiscono favori sessuali in cambio di favori economici e altro ancora, sono purtroppo il segno di una diffusione crescente della corruzione nel nostro paese. E sono anche il segno di una carenza di senso civico e del venir meno della capacità di selezionare personale amministrativo e politico. Una carenza che l’attuale sistema elettorale esalta, dato che parlamentari, ministri e alte cariche dello stato non sono scelti dagli elettori o attraverso un sistema di selezione, ma direttamente dalle segreterie dei partiti politici… Ed è la corruzione che tiene lontani dall’Italia gli investitori di altri paesi. Chi investe i propri capitali vuole avere la certezza di regole chiare e rispettate. Se pensa che non sia così, evita d’investire. A meno che non voglia egli stesso partecipare al gioco della corruzione, ciò che evidentemente non ci aiuta perché alimenta il circuito della corruzione. Un circuito che ha già in sé la capacità di autoalimentarsi, posto che attorno ai corrotti si formano masse di clienti e di persone che sperano di poter beneficiare delle grazie del potente di turno. Queste masse generano altra corruzione e formano squadre elettorali che sostengono i politici corrotti. Se non si spezza questa spirale perversa di corruzione, il nostro paese difficilmente potrà riprendere a crescere e la nostra vita civile difficilmente potrà tornare ad essere una vita decorosa. Ognuno di noi ha nelle sue mani la possibilità e il dovere di combattere la corruzione, anche e specialmente quando vota”. Io ho poco da aggiungere alla analisi di Cipolletta, veramente pregevole. Sottolineo soprattutto la validità delle ultime righe: “Ognuno di noi ha nelle sue mani la possibilità e il dovere di combattere la corruzione, anche e specialemente quando si vota”. Sarebbe splendido se ciò avvenisse…

Medioevo Brescia Di Giulio Cavalli

La vicenda di Brescia è una storia di lavoratori. Truffati. Che siano immigrati, migranti, extracomunitari o negri è solo sbobba buona per gli intestini molli e gli istinti leghisti. Gli

operai che da giorni stanno appesi sopra ad una gru sono persone che hanno lavorato in un paese dalla solidarietà costituzionale regredita al peggiore Medioevo: c’è una legge (la Bossi-Fini) che oggi mostra violentemente tutta la sua inadeguatezza istituendo un reato che non esiste (quella clandestinità bollata come sciocchezza da un uomo certo non di sinistra come Mirko Tremaglia), le promesse truffaldine di un datore di lavoro che promette sotto pagamento un diritto che in Italia ha il sapore primitivo del privilegio (una truffa costosa e in piena regola degna dei pacchisti d’altri tempi) e una strategia di trattativa che gioca sul freddo e sulla fame. Da anni in Italia il lavoro è tema per lo scontro sociale con intanto la politica e un bel pezzo dei sindacati che imbarazzati osservano semi nascosti aspettando che si abbassi la polvere. A Brescia si consuma la pochezza politica di questo tempo buio con la Lega che, dopo tanto abbaiare, non riesce a racimolare nemmeno qualche neurone per costruire una soluzione politica, il Ministro Maroni troppo impegnato a coprire le bagatelle pisellose del Presidente del Consiglio e il popolo razzista leghista che osserva e ride con la bava dello spettatore da rodeo. Se quei lavoratori sono stati illegali scendano dalla gru e si riprendano tutto quello che hanno costruito negli ultimi mesi di lavoro. Smontino i muri delle cucine che hanno impastato per le tranquille famigliole che sorridono indifferenti guardandoli al tg della sera, bussino alla cassa previdenziale per riprendersi i loro spicci, denuncino il proprio titolare per il fatturato dopato dalla “clandestinità” e si carichino tutto sul loro gommone: qualunque altro sia l’approdo troveranno un futuro più civile. La politica smetta di cincischiare: da una parte chi è dalla parte dei truffati e dei lavoratori per la Costituzione (art. 3: È compito della

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Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese) e dall’altra tutti gli altri. Giù dalla gru si lasci respirare l’articolo 21 della Costituzione e la libertà di espressione. E soprattutto si smetta di governare con il manganello. “Ordine pubblico” è svolgimento lineare della democrazia, non desertificazione. Lo Stato che si atteggia a prepotente per l’imbarazzo di non sapere governare è un Re nudo d’altri tempi. Da Medioevo. Appunto.

“Non è stato certo facile – ha continuato Toccafondi – poter arrivare a questa cifra viste le difficoltà economiche presenti, le poche risorse disponibili e le tante necessità. Il reintegro è stato possibile grazie al lavoro del Ministro Tremonti.” da tuttoscuola.com Mentre la scuola Pubblica, quella tutelata dalla nostra Carta Costituzionale è in miseria, voluta e determinata dai governanti del sistema, il governo, anche in contrasto con quanto previsto proprio dall’articolo 33 della citata Costituzione “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”, tra tagli e licenziamenti elargisce milioni e fior di milioni di euro alle scuole paritarie… A Londra come sicuramente avrete letto su molti giornali e visto in molti Tg, ci sono state grandi mobilitazioni proprio per la pessima politica di David Cameron posta nell’ambito del diritto allo studio. Voglio proporvi sul punto questa agenzia di stampa: A due giorni dai violenti scontri sulle nuove tasse universitarie volute dal governo di David Cameron, non si placano le polemiche in Gran Bretagna. Tanto più che i docenti del Da Londra a Pisa Goldsmiths College, università a sudest Passando per Trieste di Londra, hanno elogiato i manifestanti che mercoledì hanno Le mobilitazioni occupato gli uffici del Partito studentesche Conservatore. Cinquanta manifestanti Di Marco Barone sono stati arrestati, e gli organizzatori Prima di ogni cosa voglio iniziare del corteo hanno condannato le questo articolo con tale notizia tratta da violenze parlando di anarchici infiltrati. alcune agenzie di stampa: Agenzie di stampa comunicano che I professori del Goldsmiths però non sono d’accordo: “La vera violenza in sono stati previsti 245 milioni di euro questa situazione non è una finestra per le scuole paritarie, a seguito della rotta ma l’impatto distruttivo dei tagli” nuova formulazione del comma 47 del all’istruzione. “Noi sottoscritti” si legge maxiemendamento del Governo. nella lettera pubblicata anche dal sito Nella giornata di ieri, invece, della Bbc, “vogliamo congratularci con l’ipotesi era che i fondi potessero il personale e gli studenti per la arrivare al massimo a 150 milioni. magnifica manifestazione di questo Secondo quanto dichiarato dal pomeriggio”. I docenti inoltre prendono viceministro Giuseppe Vegas, la previsione di 245 milioni di euro “è per le distanze dalle critiche espresse dal andare più o meno in pari con il livello Sindacato nazionale degli studenti sui manifestanti violenti. E continua: “Gli di finanziamenti del 2009”. eventi dimostrano la profonda ostilità L’on. Gabriele Toccafondi del Pdl che esiste nel Regno Unito verso i precisa che il suo partito “si è battuto tagli”. Parole che l’ufficio del primo affinché il reintegro fosse totale, e con ministro a sua volta critica aspramento: l’attuale riformulazione il fondo ritorna “Lodare la violenza piuttosto che le alla cifra storica che è sempre stata proteste pacifiche è francamente riconosciuta alle scuole paritarie”. irresponsabile”. Un paio di migliaia di manifestanti mercoledì s sono staccati

dal corteo principale, hanno spaccato i vetri delle finestre e appiccato incendi all’interno del quartier generale dei conservatori nel cuore di Londra. La protesta, per lo più pacifica, riguarda le nuove tasse per le università pubbliche: il governo vuole mettere il tetto a circa 9.000 sterline l’anno, oltre 10.000 euro, dal settembre 2012. Ma le nuove norme intendo anche tagliare di circa il 40% i fondi pubblici per l’istruzione superiore. http://www.apcom.net/ newsesteri/ 20101112_175942_5686ea8_102898.ht ml Certamente non avrete letto sui giornali che a Pisa gli studenti occupano la mensa per rivendicare il diritto allo studio.. Mensa gratis. La contro-risposta non si fa attendere: dopo aver appeso uno striscione che denunciava il “furto delle borse di studio”, lanciando l’importante data di assemblea d’ateneo per il 15 novembre, gli studenti si sono mossi in direzione della Mensa centrale al grido “paga Tremonti, la mensa oggi la paga Tremonti”. Di lì in poi è stato un susseguirsi di insubordinazione a catena, riproduzione del conflitto e contro-cooperazione. Un migliaio di studenti e precari si sono riappropriati concretamente del loro diritto allo studio: quale migliore segnale per Tremonti, Gelmini e…Peruzzi! Il punto importante è stata la spontanea organizzazione di decine e decine di commensali che, sciogliendo i ranghi delle file d’attesa, hanno seguito l’indicazione di riappropriazione, e, divelte le barriere, hanno interrotto i pagamenti dei ticket-mensa. Altro dato importante è la solidarietà dei lavoratori che hanno incrociato le braccia, permettendo agli studenti di autogestire la distribuzione dei cibi… e tutto questo fino alla fine e sotto gli occhi (per una volta i loro impotenti!) dei dirigenti! http://www.infoaut.org/articolo/ occupata-la-mensa-universitariamigliaia-di-pasti-gratis E son altrettanto sicuro che nulla si è sentito e percepito in merito alle occupazioni delle scuole superiori di Trieste. Da qualche giorno a Trieste si occupano tutte le scuole superiori della città. Gli studenti hanno proposto un documento che in sintesi abbraccia questi tre punti…


L’attivazione di un tavolo tra studenti e Provincia per capire come e dove vengono spesi i fondi dedicati all’edilizia scolastica. L’organizzazione, ogni sei mesi, di controlli sulla sicurezza nei singoli istituti affidati ad esperti. L’impegno a destinare alle scuole pubbliche tutte le risorse attualmente riservate agli istituti privati. Ma è notizia recente che la Digos sarebbe sul punto di porre fine alla protesta per garantire la ripresa delle lezioni… I Ragazzi hanno posto in essere iniziativa importante che è volta a tutelare il diritto all’istruzione, il diritto allo studio ma anche alla propria salute… Frequentare scuole, come alcune di quelle occupate in questi giorni a Trieste, dove i servizi igienici non sono agibili, le porte sono rotte; ove emergono crepe nei muri, aule fatiscenti, palestre al limite della praticabilità e soffitti che lasciano filtrare l’acqua piovana,ecc può essere motivo di protesta? Deve esserlo! La censura ovviamente ha un suo peso in tutto ciò. Non parlare dell’occupazione delle scuole di Trieste, o di altre iniziative similari , è atto dovuto per i governanti, perchè il diffondere certe informazioni potrebbe far nascere la voglia a qualche studente forse di emulare i colleghi triestini o pisani… Beh…comunque noi nel nostro piccolo diffondiamo queste informazioni dal mondo della lotta sociale, e la catena della solidarietà e della comunicazione non potrà essere fermata dalle loro odiose censure. Ciò che auguro a tutte e tutti sono altre cento mille e diecimila forme di lotta per salvare la scuola pubblica, il diritto allo studio, il diritto alla formazione della coscienza critica.

Google aumenta gli stipendi E licenza chi lo dice La decisione di aumentare lo stipendio ai 23.000 dipendenti di Google, ha già mietuto una vittima: colui che ha reso noto la notizia. L’amministratore delegato, Eric Schmidt, aveva annunciato l’aumento in una nota riservata diffusa all’interno

dell’azienda, dopo poco il sito internet Business Insider aveva pubblicato il comunicato online. Il fatto non ha reso felici i vertici del colosso informatico che a poche ore di distanza hanno notificato al personale di aver scoperto chi era stato a diffondere la notizia e di averlo licenziato. “Non commentiamo le questioni interne, crediamo comunque nell’importanza di un progetto di premi di produzione che sono importanti per il nostro futuro”, ha detto il portavoce di Google. Nelle ultime settimane la società californiana ha perso figure importanti all’interno dell’azienda, come il creatore di Google Maps Lars Rasmussen, il CEO di You-Tube Chad Hurley e il cofondatore di AdMob Omar Hamoui. Quando Rasmussen se ne è andato ha rilasciato un’intervista al Sydney Morning Herald in cui affermava che l’espansione crescente di Google ostacola la capacità dei dipendenti di portare a termine i loro compiti. Il programmatore ha preferito trasferirsi a Facebook, che ha un organico di sole 2000 persone. E Rasmussen non è il solo ad aver preferito il social network al motore di ricerca, il numero due di Facebook è l’ex capo delle vendite di Google, Sheryl Sandberg, e nel mese di giugno l’ex product manager di Google Bret Taylor è diventato chief technology officer di Facebook.

Parma: “Fuori gli stranieri non iscritti all’anagrafe” Di Tonin Bajraktari

“Gli stranieri che soggiornano in città per più di tre mesi ma non si sono iscritti all’anagrafe comunale devono essere allontanati. Forse così risolveremmo qualche problema di sicurezza o di prostituzione per strada.

Sarebbe la semplice applicazione della direttiva comunitaria sul diritto di soggiorno che già a Torino viene fatta rispettare”. Queste le parole del Sindaco pubblicate sulla sua bacheca di Facebook. Immediata la reazione di tutti quegli stranieri i quali, pur essendo iscritti all’anagrafe, non desiderano che la parola ‘straniero’ sia accoppiata a parole come ‘prostituzione’ sentendo tale affermazione come lesiva della propria dignità di ‘persona’. ‘Straniero’ non è sinonimo di ‘delinquente’, lo straniero di per sé non è una minaccia alla sicurezza né si può presumere che chi non si è ancora iscritto all’anagrafe si

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prostituisce. Si tratta dell’ennesima trovata pubblicitaria buttata lì ai cittadini per ottenere il favore elettorale senza affrontare i veri e gravi problemi della città? Queste parole feriscono l’orgoglio di tante persone venute da altri paesi, che si sono rimboccate le maniche ed hanno lavorato ‘in’ e ‘per’ Parma; magari inizialmente senza regolarizzazioni per poi riuscire con la loro onestà ad emergere ed avere una vita finalmente normale. Queste persone il Sindaco se le trova davanti ogni volta che sostiene e partecipa alle Tavole Rotonde e alle iniziative delle Associazioni degli stranieri . In queste sedi conosce e apprezza l’accoglienza, la lealtà, l’appoggio e l’energia costruttiva di ‘persone’ che spesso hanno incominciato in un mondo ‘sommerso’ nel quale si hanno solo doveri e non diritti e che hanno dato con tenacia il loro contributo alla collettività fra tante difficoltà.Il Sindaco sa perfettamente che la maggior parte degli stranieri non iscritti all’anagrafe sta lavorando per Parma e con Parma. E dovrebbe evitare di fare affermazioni da ‘qualunquista’ concentrandosi sulla vera lotta alla criminalità, che si fa

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commento della presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro: “Ma come possono Giovanardi e Sacconi presentarsi alla Conferenza sulla Famiglia pensando di farsi paladini dei temi etici e facendo i moralizzatori? Ricordo loro che il presidente del Consiglio è stato costretto a disertare questo appuntamento grazie ai suoi ‘discutibili’ comportamenti. E per coprire questo e il nulla che questo governo ha fatto per le famiglie italiane, i due esponenti del governo si arrampicano, anche in modo arrogante e offensivo, in anatemi contro La famiglia la ricerca scientifica, contro le famiglie Secondo il Pdl ‘reali’ e in una difesa avventurosa della legge 40. C’è, nelle parole di Sacconi e “Senza nulla togliere al rispetto che Giovanardi – conclude l’esponente del Pd -, una logica razzista che esclude, meritano tutte le relazioni affettive che che parla di famiglie buone e famiglie però riguardano una dimensione privatistica, le politiche pubbliche che si cattive. Una logica per noi inaccettabile”. Successivamente, arriva realizzano con benefici fiscali sono tarate sulla famiglia naturale fondata sul la precisazione di Sacconi, il quale specifica che il sostegno ci sarà anche matrimonio e orientata alla per i figli delle coppie di fatto: “È procreazione”: così il ministro del Lavoro e delle politiche sociali Maurizio incredibile come sia sufficiente richiamare gli articoli 29, 30 e 31 della Sacconi alla giornata inaugurale della Costituzione per suscitare scandalo. Le Conferenza nazionale della famiglia. politiche pubbliche si occupano della Parole pronunciate soprattutto in dissenso con i finiani: “Su questi punti – famiglia naturale fondata sul matrimonio in quanto orientata alla ha affermato il ministro – ho avvertito procreazione. Le politiche pubbliche si ieri con l’assemblea futurista e il occupano ovviamente anche della presidente Fini una differenza di opinioni”. Parole, quelle di Sacconi, che natalità più in generale, dentro e fuori il matrimonio. La contestazione a queste generano un vespaio di polemiche, elementari affermazioni – conclude – unitamente a quelle del sottosegretario può essere svolta solo da coloro che alla Presidenza del Consiglio Carlo vogliono dare dimensione pubblicistica Giovanardi, secondo cui “scienza e biotecnologie possono togliere ai figli il ad altre relazioni affettive che ovviamente meritano rispetto, ma non il diritto di nascere all’interno di una diritto a prestazioni sociali come, per comunità d’amore con una identità esempio, la pensione di reversibilità”. certa paterna e materna” e “la rottura della diga costituita dalla legge 40 aprirebbe la porta ad inquietanti scenari, tornando ad un vero e proprio Far West della provetta dove fin dal primo momento il concetto costituzionale di famiglia andrebbe irrimediabilmente perduto”. Giovanardi, aprendo i lavori della Conferenza, ha ribadito il sostegno del governo alla legge 40, “che invece viene contestata da chi in nome del desiderio di genitorialità ritiene lecito e possibile ricorrere all’acquisto dei fattori della riproduzione procurandosi sul mercato materiale genetico in ‘Ndrangheta vendita e trovando terze persone che si Commissariata filiale prestano o a dare l’utero in affitto o Della BNL donatori che possano dar vita Di Aaron Pettinari all’embrione”. Durissimo è stato il

Ieri mattina, su ordine della Direzione distrettuale antimafia di Milano, la squadra mobile ha eseguito due decreti, emessi dalla sezione autonoma misure di prevenzione del Tribunale, nei confronti di Banca Nazionale del Lavoro, Filiale 13 di Milano, piazza Firenze 21 e Melfin sas di Cioci Melissa & Co., con sede legale a Milano in via Alessandro Astesani 15. Da quel che ha spiegato un comunicato della Questura si tratta “di un provvedimento di assoluto rilievo sotto il profilo dell’aggressione ai patrimoni criminali”, con cui viene disposta, nei confronti dell’agenzia bancaria, la sospensione, per sei mesi, dall’amministrazione di tutti i rapporti intrattenuti presso di essa da quattro societa’ già sottoposte a sequestro peventivo in quanto riconducibili al clan Valle, avamposto calabrese in Lombardia legato al clan De Stefano, decapitata tra luglio e settembre da 27 ordinanze emesse (8 milioni di euro e 138 appartamenti vennero sequestrati) dal gip Giuseppe Gennari su richiesta del procuratore aggiunto della Dda, Ilda Boccassini. Il provvedimento riguarda anche la Melfin, la cui titolare era già stata moglie di uno dei personaggi finiti in custodia cautelare nell’operazione del luglio scorso, Riccardo Cusenza, imprenditore immobiliare del Milanese (e candidato non eletto nelle liste Pdl per le comunali del 2009 a Cormano). Le anomalie riscontrate riguardano proprio le «violazioni delle normali procedure di verifica e controllo degli istituti bancari», che il pool del procuratore aggiunto Ilda Boccassini ritiene di ricavare da due rami di prove. Da un lato le intercettazioni telefoniche nel 2009 tra il funzionario della filiale bancaria e Angela Valle: cioè le telefonate nelle quali il bancario assicura “che si sta inventando le cose più furbe” per far passare le varie richieste di finanziamento, che “ha aggirato l’ostacolo ed è riuscito a far deliberare una pratica”, ”mi sono dato da fare, domani cercherò di infiorettare al massimo la pratica, ma non dipende solo da me”. E qualche giorno dopo, sempre al telefono con l’erede dei Valle: “Sono sempre a disposizione, anche se andrò in pensione”. Dall’altro lato sono valorizzate le incongruenze procedurali dell’iter bancario dei fidi erogati grazie alla


società di mediazione creditizia Melfin sas: il fatto che il funzionario discuta di quei conti non con i loro teorici intestatari ma con i Valle (che dunque riconosce come reali titolari); la circostanza che “la Bnl non abbia segnalato eventuali operazioni sospette”, e soprattutto il fatto che ”la Bnl abbia consentito l’operatività dei rapporti della famiglia Valle” per milioni di euro “nonostante l’assenza di reddito”. Per ora i decreti si limitano a sospendere i rapporti fra banca e clienti sospetti. In un altro momento e in altra sede si accerterà se dipendenti «infedeli» dell’istituto di credito di paizza Firenze abbiano agevolato l’erogazione dei finanziamenti per tornaconto personale.

l’associazione ambientalista che dal 1994 elabora e pubblica il Rapporto Ecomafie, ed Ecopneus, la società consortile costituita dai 6 principali produttori di pneumatici operanti in Italia, pronta a partire con un sistema di raccolta capillare su tutto il territorio nazionale, a seguito della imminente pubblicazione in G.U. del decreto che dà il via alla raccolta dei PFU (Pneumatici Fuori Uso) su tutto il territorio nazionale. I dati elaborati evidenziano che dal 2005 a oggi sono state individuate ben 1.049 discariche illegali in tutta Italia, per un’estensione complessiva che supera ampiamente i 6 milioni di metri quadrati (per l’esattezza 6.170.537). Si va dalle discariche di ridotte dimensioni, frutto della smania di risparmiare qualche spicciolo da parte ANTIMAFIAduemila di piccoli operatori (gommisti, officine, trasportatori, intermediari), a quelle più grandi, dove appare evidente la presenza di attività organizzate per il traffico illecito, svolte sia in Italia che all’estero. I traffici illeciti riguardano ben 16 regioni italiane e hanno coinvolto, sia come porti di transito sia come meta finale di smaltimento, 8 Stati esteri: Cina, Hong Kong, Malaysia, Russia, India, Egitto, Nigeria e Senegal. Dalle indagini emerge chiaramente come i PFU siano tra i materiali più gettonati dai trafficanti: questa tipologia di rifiuti è stata al centro di oltre l’11% del totale delle inchieste svolte dal 2002 ad oggi. Copertone selvaggio È possibile stimare le conseguenze economiche di ‘copertone selvaggio’, Di P. B. Ogni anno 100.000 tonnellate di che vanno dal mancato pagamento pneumatici fuori uso vengono smaltiti dell’IVA per le attività di smaltimento, illegalmente in Italia, cioè circa un alla vendita illegale di pneumatici, dalle perdite causate alle imprese di quarto degli pneumatici immessi in trattamento, fino agli oneri per la commercio nello stesso periodo di bonifica dei siti illegali di smaltimento. tempo. Questo e altri dati sono La perdita economica per lo Stato contenuti nel dossier realizzato da può essere quantificata in circa 143,2 Legambiente ed Ecopneus, la società milioni di Euro l’anno, di cui 140 consortile costituita dai 6 principali produttori di pneumatici operanti nel milioni per il mancato pagamento nostro paese. I principali aspetti del dell’IVA sulle vendite e circa 3,2 milioni dossier sono esaminati in questo di euro per il mancato pagamento comunicato di Legambiente: dell’IVA sugli smaltimenti; i mancati ricavi degli impianti di trattamento, costretti a lavorare a regimi ridotti a Ogni anno spariscono nel nulla – o si causa della fuoriuscita degli PFU dal disperdono in canali poco chiari – fino ciclo legale, possono essere quantificati a 100.000 tonnellate di PFU, circa 1/4 degli pneumatici immessi in commercio in almeno 150 milioni di Euro l’anno; i costi di bonifica delle discariche abusive nello stesso arco di tempo. Parte da questo dato il di PFU sequestrate nel periodo 2005dossier realizzato da Legambiente, settembre 2010, che solitamente sono a

carico dei contribuenti, possono essere stimati in almeno 400 milioni di Euro. Sulla base di queste stime non è azzardato ipotizzare un danno economico complessivo, sia alle finanze pubbliche che all’imprenditoria legale, accumulato sempre nel periodo 2005settembre 2010, di oltre 2 miliardi di euro (esattamente 2,086). Le regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia), sono quelle più colpite dalla presenza di siti illegali: qui si concentra più del 63% delle discariche abusive, per una superficie complessiva pari al 70,4% di quella sequestrata in tutta Italia dalle Forze dell’ordine. La prima regione per numero di discariche sequestrate, contenenti PFU, è la Puglia, con 230 siti, quasi il 22% del totale nazionale. Un primato riconducibile sia ad una diffusa illegalità nel settore – dovuta anche alla non piena efficienza dell’intera filiera di raccolta e recupero di PFU (scarsi sbocchi economici per i prodotti trattati) – sia all’intensa ed efficace attività d’indagine svolta dalle Forze dell’ordine (coordinate dal 2007 in una task-force ambientale sostenuta dall’Amministrazione regionale), che consente di raggiungere importanti risultati operativi, con numerosi sequestri e denunce… Secondo le stime più attendibili sono circa 350 mila le tonnellate di PFU prodotte annualmente nel nostro Paese. Una quantità importante, frutto della vendita di oltre 30 milioni di pneumatici per autovettura, 2 milioni per autocarro, 3 milioni per mezzi a 2 ruote e 200 mila per mezzi industriali ed agricoli, cui corrisponde, in linea di massima, l’uscita dal mercato di altrettante quantità di pneumatici usati. Della quantità di PFU prodotti nel 2009, circa la metà è stata destinata al recupero energetico, il 20% è stata recuperata come materia prima seconda per utilizzi urbani e industriali (dato pari alla metà della media Europea) e la quota restante (circa il 25%) si è dispersa in traffici o pratiche illegali… ‘Il traffico illecito di pneumatici fuori uso rappresenta un settore consistente all’interno delle attività illegali legate al ciclo dei rifiuti – ha dichiarato Enrico Fontana, responsabile Osservatorio Nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente – . Questa tipologia di scorie, infatti, è al centro di

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oltre l’11% del totale delle inchieste svolte dal 2002 ad oggi, determinando rilevanti problemi ambientali e ingenti danni economici per le casse dello Stato. Proprio per questo è fondamentale che lo stesso mondo delle imprese assuma tale questione come prioritaria per contrastare un consistente mercato nero che dall’Italia si dirama verso l’estero’…”. Questi dati si commentano da soli. Posso aggiungere solamente questo: viene confermato il fatto che il ciclo dei rifiuti determina attività illegali molto consistenti e, contrastando tali attività, si contribuirebbe non poco a combattere con efficacia le mafie. Il condizionale è d’obbligo perchè quelle attività illegali, purtroppo, non sono contrastate nella misura necessaria.

Reggio Calabria Le collusioni degli uomini delle forze dell’ordine Di Vincenzo Mulè

Ombre, sospetti e collusioni. Per Reggio Calabria, la stagione dei veleni sembra non finire mai. In un intreccio che vede coinvolte forze dell’ordine e criminalità organizzata. Sullo sfondo, il traffico dei rifiuti, lo sversamento nelle montagne dell’Aspromonte e indagini mai approfondite. Una miscela emersa da quello che può considerarsi il vero fatto nuovo nella lotta alla ‘ndrangheta: la stagione dei nuovi pentiti. E un nuovo filone emerge dalle dichiarazioni di Consolato Villani, ‘ndranghetista che dal 27 settembre ha cominciato a raccontare le sue conoscenze del contesto mafioso nel quale è stato inserito ed ha operato. Villani, infatti, è il figlio di Caterina Lo Giudice, cugina di primo grado del boss della ‘ndrangheta Antonino Lo Giudice.

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Quella dei Lo Giudice è una delle cosche storiche della città dello Stretto. Antonino è uno dei 16 figli, di Giuseppe Lo Giudice, da cui ereditò il comando. Nella cosca i compiti erano ben distinti: se Nino teneva saldmente in mano le redini delle attività criminali, al fratello Luciano erano state intestate tutte le attività “pulite”, sia in Calabria sia in Lombardia. Nel racconto di Villani, ritenuto attendibile dagli inquirenti calabresi, emergerebbero anche rapporti tra la cosca dei Lo Giudice e alcuni esponenti delle forze dell’ordine. Il patto, secondo Antonino detto Nino e Luciano Lo Giudice, avrebbe assicurato loro una sorta di impunità da ogni tipo di indagine o azione repressiva. Luciano Lo Giudice, infatti, era in rapporti con un ufficiale della DIA, il capitano Saverio Spadaro Tracuzzi, un passato anche nel Nucleo operativo ecologico e da pochi giorni trasferito a Livorno. A detta del pentito, i due fratelli, in particolare Luciano, intrattenevano con il maresciallo anche rapporti di amicizia, arrivando a prestargli anche una Ferrari: “Andavano in giro, facevano viaggi, hanno avuto dei fermi insieme, gli ha prestato il Ferrari quando aveva il Ferrari”. Un’amicizia, un patto, che avrebbe garantito alla cosca l’impunità: “[…] sia Luciano che Antonino, gli davano notizie anche di altri ‘ndranghetisti […] ma questo signore gli dava delle notizie pure a loro”. Un patto saltato dopo la cattura di Luciano nell’ottobre del 2009. Del capitano Tracuzzi, finito ora nel mirino della Procura reggina, si parla anche in una nota inviata alla Procura Militare di Palermo da un suo ex “uomo”, il maresciallo Giampà, trasferito a Palermo dallo stesso Tracuzzi. Il sottufficiale lancia nuove accuse al suo ex capo, alimentando nuovi sospetti sull’ operato dell’allora comandante dei Noe. Tra i tanti episodi anomali che il dossier di Giampà segnala, emergerebbe anche l’insabbiamento su un’inchiesta avviata nell’aprile del 2005 dallo stesso carabiniere circa «l’abbandono di rifiuti pericolosi e/o radioattivi in Aspromonte». Redatta la relazione informativa per l’inizio delle indagini, Giampà – secondo quanto riferito alla procura militare di Palermo – «veniva escluso dal prosieguo delle indagini e la stessa veniva accentrata dall’ufficiale

comandante del nucleo». Dell’indagine non si seppe più nulla. Fino al 18 novembre 2009, quando il caso venne sollevato di nuovo. Questa volta da Nuccio Barillà del direttivo nazionale di legambiente. Di fronte alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, l’esponente calabrese sollecitava l’organismo presieduto da Gaetano Pecorella un approfondimento sull’interramento e il tombamento dei rifiuti che avveniva proprio in alcune zone dell’Aspromonte. Nel dettaglio, Barillà metteva in evidenza che «i Noe di Reggio Calabria avrebbero presentato alla procura un’informativa che riguarda la località di Pettotondo di mammola, dove, in una cava, grossi blocchi di cemento sarebbero stati interrati di notte. Se ciò è stato attenzionato dalla procura – aggiungeva Barillà – è facile capire se è stato verificato e a quali conclusioni si è arrivati». Ora sappiamo che quelle verifiche non vennero mai fatte. E, se i racconti dei diversi soggetti coinvolti risultassero attendibili, anche il motivo. anche su Terra

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Gruppo di lavoro e collaborazioni “organizzate” Anna Ferracuti, Massimo Scalia, Sebastiano Gulisano, Vincenzo Mulé, Sabrina Provenzani, Gabriele Corona, Eleonora Mastromarino, Marco Stefano Vitiello, Imd, Aldo Garzia, Emilio Vacca, Luigi De Magistris, Paolo Cento, Emilio Grimaldi, Salvo Vitale, Paride Leporace, Pino Maniaci, Giovanni Vignali, Alessio Melandri, Pino Masciari, Saskia Schumaker, Giulio Cavalli, Laura Neto, Marco Barone, Pietro Nardiello, Stefano Montesi, Alessandro Ambrosin, Nello Trocchia, Raffaele Langone, Paolo Borrello, Mila Spicola, Francesco Saverio Alessio, Riccardo Orioles e... altre 312 persone che hanno pubblicato e continuano a pubblicare contenuti sulla nostra piattaforma

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Teatro educazione Forma alternative di intervento nel sistema scuola Di Sonia Ferrarotti

Con il termine “teatro educazione” si fa riferimento a tutte quelle esperienze di laboratorio teatrale che da decenni sopravvivono nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, nonostante le continue riduzioni alle già poche risorse a disposizione. E pensare che risale infatti al 1995 la normativa ministeriale che annovera: “il linguaggio teatrale tra le materie scolastiche, come strumento educativo e didattico”. In quegli anni veniva ufficialmente riconosciuta l’importanza dell’esperienza teatrale come strumento di prevenzione del disagio, della dispersione scolastica, come ausilio alla socializzazione, alla cooperazione e all’integrazione. Chi utilizza strumenti di questo tipo è consapevole di quanto le attività espressive e creative all’interno della scuola possano essere di notevole sostegno al processo di crescita dei ragazzi. In particolar modo l’attività teatrale favorisce la conoscenza di sé e dell’altro attraverso il linguaggio del corpo. Il corpo può essere considerato come il biglietto da visita con il quale ci presentiamo agli altri. La postura e l’espressività facciale comunicano al

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nostro interlocutore il nostro stato d’animo, prima ancora che abbia inizio la comunicazione verbale. La percezione del proprio corpo, dello spazio che esso occupa ed in cui si muove, sono alla base di un lavoro di drammatizzazione teatrale. L’attività teatrale favorisce lo sviluppo delle potenzialità espressive e creative dell’individuo, permettendogli di entrare in contatto con quelle “parti di sé” che, per inibizioni personali, sociali o culturali, spesso vengono fatte tacere e che possono, invece, essere riscoperte come importanti risorse. Inoltre il lavoro teatrale, è di stimolo alla socializzazione ed alla capacità di lavorare insieme, attraverso la progettazione di un obiettivo comune, quale può essere la messa in scena di uno spettacolo. Una delle prerogative di quello che viene definito “teatro educazione” è la valorizzazione del lavoro collettivo, per questo anche la scelta del testo da portare in scena diviene un obiettivo da raggiungere “insieme”, come conclusione di un lavoro collettivo. Le attività laboratoriali incoraggiano sia l’individuo che il

gruppo: il lavoro è volto da un lato a favorire l’emergere dell’identità personale del bambino/ragazzo e a rafforzarne la sicurezza, attraverso la sua valorizzazione, promovendo le qualità positive che possiede e, quindi, aiutandolo a conoscersi, dall’altro viene valorizzato il lavoro di gruppo come momento di confronto che stimola i ragazzi a tenere conto dei pareri altrui, facilitando un decentramento da sé e dalle proprie posizioni. La finalità ultima è, quindi, quella di offrire ai ragazzi un luogo in cui valorizzare la libertà di pensiero, la creatività, l’immaginazione e la collaborazione con gli altri. Il teatro educazione è un percorso, che si avvale delle tecniche teatrali (lavoro sullo spazio, sul corpo, sulle emozioni, sulla voce, sull’improvvisazione teatrale, ecc.), per raggiungere obiettivi personali ed educativi, quali: favorire la scoperta di sé stessi e del proprio corpo (utilizzando il movimento come linguaggio); accrescere gli atteggiamenti di autostima e fiducia in sé stessi; acquisire conoscenza di sé stessi e consapevolezza delle proprie emozioni; migliorare la


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qualità della comunicazione interpersonale; comprendere il valore dell’altro come persona nella sua diversità; accrescere la capacità di relazione e cooperazione nel gruppo; sviluppare il giudizio critico e l’atteggiamento autocritico In questo tipo di progetti lo spettacolo teatrale non è più l’obiettivo finale, ma semplicemente un momento del percorso. Tante sono le realtà in Italia che valorizzano il teatro educazione. Tra le tante va menzionata l’Associazione Teatro Giovani di Serra San Quirico (An), che ogni anno organizza una Rassegna Nazionale di Teatro della Scuola, giunta ormai alla XXIX edizione, alla quale partecipano e si

incontrano scuole di tutta Italia (www.teatrogiovani.eu) Il video seguente fa parte dell’intervento “Il teatro educazione: forme alternative di intervento nel sistema-scuola”, che la dott.ssa Sonia Ferrarotti ha condotto insieme ad un gruppo di ragazzi dell’I.T.C.G. “Paolo Toscanelli” di Ostia Lido di Roma a maggio 2007 durante il convegno organizzato dall’ “Accademia di Psicoterapia della Famiglia” di Maurizio Andolfi, dal titolo “Il ritorno al sociale. Utopia o necessità per i terapeuti della famiglia?” (24-26 maggio 2007 – Teatro Comunale di Todi – Pg). In questo intervento i ragazzi che allora frequentavano il laboratorio teatrale (progetto “Giù la maschera”; operatrice Sonia Ferrarotti; organizzazione prof.

Fabrizio Vavuso) hanno raccontato la loro esperienza ad un pubblico di psicoterapeuti, affascinato e attento. www.soniaferrarotti.wordpress.com

I video

Il video fa parte dell'intervento "Il teatro educazione: forme alternative di intervento nel sistema-scuola", condotto insieme ad un gruppo di ragazzi dell'I.T.C.G. "Paolo Toscanelli" di Ostia Lido di Roma a maggio 2007 durante un convegno organizzato dall' "Accademia di Psicoterapia della Famiglia" di Maurizio Andolfi, http://www.youtube.com/watch? v=Q9J9DrhmxVs http://www.youtube.com/watch? v=hDjZZpXmz1M

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«Non è una favola a lieto fine», racconta Marisa Masciari. «La paura non mi abbandona e la libertà non me la restituirà nessuno. Hanno messo una bomba nell’ufficio di Pino in Calabria, come a dire che là non dobbiamo farci vedere. Una notte siamo stati sorpresi da due sconosciuti in camera da letto, che si sono dileguati senza rubare nulla: possono entrare in casa nostra quando vogliono». E come si riprende in mano la vita dopo un lungo limbo? «Aprendo gli scatoloni» ride lei. «Erano rimasti chiusi, come a congelare la mia precarietà. Ho riposto le foto di famiglia nelle cornici d’argento. E ho letto un libro: prima scorrevo solo carte burocratiche, la mia testa era immersa in quel mondo irreale. Sognavamo che lo Stato ci proteggesse nella nostra terra: sarebbe stato un segnale forte per la ‘ndrangheta»

SAlamaNDRa pOetica Salaga dula, mancica bula, bibbidi BONDIdi bù crollasse Pompei, io rimango quassù bibbidi BONDIdi bù Cana Rino veggente Il mio caimano nero, piangendo mi confidò, che non approvava il progetto delle dimissiò Leopardi bergamaschi Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe…e il naufragar m’è…anzi… t’è dolce in questo mare Um Ber Topone tra gli arbusti Cant lë boshioun feulhotte, la féië malhotte (proverbio della Comunità Montana Chisone e Germanasca) (Quando il cespuglio mette le foglie la pecora mangiucchia) Trota bergamasca Quando ‘l sul al tramonta, l’àsen l’sponta (proverbio bergamasco) (Quando il sole tramonta l’asino si fa vedere) Lion, the forest Boss L’uccello dal becco grosso non può far canti Fini

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Il Caimano festaiolo La bugia è come la valanga: più rotola e più s’ingrossa Ghiro dell’ulivo (a fine letargo) Tra il dire e il fare c’è di mezzo la campagna elettorale Animale estinto sul litorale romano Io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogan mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione) non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia Grazie Pa’ ***

Non mi ricordo se c’era luna, e né che occhi aveva il ragazzo, ma mi ricordo quel sapore in gola e l’odore del mare come uno schiaffo. A Pa’. E c’era Roma così lontana, e c’era Roma così vicina, e c’era quella luce che li chiama, come una stella mattutina. A Pa’. A Pa’. Tutto passa, il resto va. E voglio vivere come i gigli nei campi, come gli uccelli del cielo campare, e voglio vivere come i gigli dei campi, e sopra i gigli dei campi volare. (A Pa’ – Francesco De Gregori)

*** a cura di Sonia Ferrarotti www.soniaferrarotti.wordpress.com per contributi scrivi a oroscopo@gliitaliani.it

4/10 ottobre 2010

Gli Italiani della settimana14/20 novembre 2010  

Risveglio a Salò. La crisi di governo e del Paese

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