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Trimestrale internazionale di attualitĂ , storia e cultura esoterica Anno XX - Giugno 2008 - numero 3


 

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2 Quel vasto tratturo

Anna Giacomini

38 Come in alto, così in basso Sandra Zagatti

4 Allocuzione del S.G.C.G.M.

42 Nel mito di Teseo e altrove

14 La firma di un fondamentale Trattato...

48 Le pale cruscanti

16 Massoneria (quasi) Anno Zero

52 La ricerca esoterica e la penna

20 L’Occhio di Minerva

58 Si scopron le tombe

22 Sacre le origini

60 in Biblioteca

26 L’insostenibile seduzione della criptografia

70 millelibri

30 Tutto scorre come sabbia nella clessidra

71 1908 - 2008: i Cento anni della G.L.D.I.

34 Il laboratorio di Hermes

72 Fregi di Loggia

Luigi Pruneti

Aldo Mariottini

Margherita de’ Bezzi

Sergio Ciannella

Aldo A. Mola

Silvia Braschi

Michela Torcellan

Barbara Fabbroni

Francesco Sanvitale

Schiller, Ici Paris, Recensioni

Anna Giacomini

Maurizio Cohen

Sante Anfiboli e Mario Aruta


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Quel vasto tratturo...

randi cambiamenti nella vita del paese e grandi cambiamenti all’interno dell’istituzione massonica della Gran Loggia d’Italia degli ALAM Obbedienza di piazza del Gesù Palazzo Vitelleschi, contraddistinguono questi primi mesi del 2008. Non è difficile leggervi l’applicazione di un principio universale che non si limiti a questi due ambiti, ma che vada anche a regolare eventi più lontani. Che esista una legge d’evoluzione attiva sotto ogni fenomeno storico è un fatto che il massone non può ignorare, in quanto base della sua presa di coscienza iniziatica. Ma a volte si rivela più difficile individuarla, altre invece si mostra con schietta evidenza. Sembra di essere, oggi, alla fase della schietta evidenza. Il punto di vista dunque dovrà sollevarsi al di sopra delle contingenze per cogliere con lo sguardo dell’aquila il segno

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Anna Giacomini

dei buoni progressi nel magma informe degli accadimenti. La penna di Sandra Zagatti ci insegnerà ad individuare questa regola scoperta da sapienza millenaria, nei suoi articoli di studiosa dell’astrologia vera, quella che non scende a patti con le previsioni meccanicistiche, ma ricercando le leggi universali che muovono il creato, legge nel grande schermo del macrocosmo. Il tempo cambia, il presente è inafferrabile, ma la sua scansione esiste, nella nostra mente almeno, e così guidati da Maurizio Cohen leggiamo di clessidre, congegni nati per segnare la durata delle cose. Collezionate con amore, lo scrittore ce le presenta come strumenti misteriosi e vivi di arcane simpatie. L’articolo di fondo che domina il numero, scritto da Luigi Pruneti, è l’Allocuzione che egli ha pronunciato nel corso della Grande

Assemblea del marzo scorso in qualità di Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro. Rappresenta perciò il frutto più maturo di un modo di considerare il tempo come susseguirsi di movimenti di crescita, di organizzazione e di applicazione degli antichi principi, dai massoni ereditati ed ai quali i massoni stessi devono garanzia di trasmissione. Si tratta di un programma generale nel quale trovano luogo indirizzi nuovi, ma di antica ascendenza, per intendere la conduzione dell’Istituzione, primo tra tutti il bisogno della condivisione gestionale, onde garantire una vera partecipazione corale all’impresa iniziatica. D’altra parte ogni crescita individuale si basa soprattutto sull’esperienza e non ci può essere esperienza senza le scelte ideali da cui discendono le azioni. Quando l’uomo produce l’idea, mette in


movimento la parte divina di sé, diviene in certo modo ‘creatore’ di pensiero, in tal maniera supera il suo limite e procede verso il miglioramento di se stesso e quindi dell’umanità. Perciò una comunione iniziatica ha il compito di favorire la produzione di idee e proprio questo apparirà al lettore come il progetto sotteso all’Allocuzione e a tutte le iniziative in essa elencate. Anche dalla panca degli Apprendisti si potrà giustamente comprendere l’indirizzo del lavoro che si prospetta per il prossimo triennio, senza alcun ristagnante autocompiacimento. Il punto di vista dello storico è come sempre presentato da Aldo A.Mola nel suo "Riscrivere la storia", una riflessione eccellente sulle varie difficoltà che incontra chi ricerca la verità dei fatti, quand’anche antichi. Rivedere la manualistica corrente è compito non procrastinabile perché da essa dipende la formazione dei giovani e dunque per estensione anche il corretto approccio alla Massoneria. Quest’anno verrà celebrato il primo centenario di vita della Gran Loggia d’Italia con giornate di studio che si terranno a

Rimini nel mese di ottobre. Sarà la miglior occasione per mettere a punto un’analisi accurata dell’identità storica di una Istituzione che nasce dalla dicotomia del 1908, certamente da non esaltare, ma molto significativa per stabilire i punti fermi irrinunciabili di un percorso. Forse quello iniziatico è più un vasto tratturo che una via ben delineata, ma proprio per questa sua conformazione ampia, dai limiti spesso poco nitidi, ogni scienza umanistica vi trova domicilio e rappresenta un’originale linea di cammino. Officinae stessa, con il suo titolo al plurale, sembra favorire l’idea che le fucine di pensiero possano essere tante e varie, importante è non scambiare la profanità per interessante ammodernamento, non cedere alla tentazione di imitare accorgimenti finalizzati all’economia come fossero interessanti modelli benaccetti al mondo attuale. La ricerca massonica, che viene proposta da queste pagine, è più un lavoro di sondaggio del profondo, come ci indicano Aldo Mariottini, Barbara Fabbroni, Michela Torcellan che spazia tra le antiche cosmogonie.

Su questa linea si inserisce dal numero di giugno una serie di articoli che tratteranno di Alchimia affidati a Mario Aruta e Sante Anfiboli. La copertina offre la sintesi della varietà nel simbolo della pala, insegna dell’Accademia della Crusca. Nelle cinquecentesche accademie si viveva lo spirito di appartenenza come un privilegio elitario e le singole risorse venivano canalizzate in potenti sodalizi culturali. La Massoneria oggi può a buon titolo ereditare tali intenti e proporsi come organo collettore e propulsore di sapienza e civiltà. Per quanto riguarda il progetto editoriale va detto che da questo numero inizierà un dialogo più stretto dei redattori con i lettori. Questi potranno seguire le loro proposte culturali nel corso di vari articoli che, trasversalmente riuniti di numero in numero dagli occhielli in alto nelle pagine, si legheranno a quelli di futura pubblicazione per formare linee originali di pensiero. Il direttore P.2-3: Foresta, P.Del Freo, 2007, coll. priv.

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Gran Maestro

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Gran Maestro

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ubblichiamo il testo integrale dell’Allocuzione tenuta dal Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, Obbedienza di piazza del Gesù, Palazzo Vitelleschi, F\Luigi Pruneti nella Grande Assemblea del 15 Marzo 2008 allo zenit di Roma. All’approssimarsi dell’Equinozio Carissimi Fratelli, dilette Sorelle, questa Grande Assemblea della Gran Loggia d’Italia cade all’approssimarsi dell’Equinozio di Primavera. Il 21 Marzo, infatti, il Sole lascerà il segno dei Pesci per entrare in Ariete e in quel giorno l’astro disegnerà nel nostro emisfero identiche tessere bianche e nere. Tale evento astronomico raffigura l’Est, il passaggio dal freddo al caldo, dalle tenebre alla luce. Scrive il poeta iniziato Salvatore Quasimodo:

"Oggi 21 di Marzo entra l’Ariete / nell’Equinozio e picchia la sua / testa maschia contro alberi e rocce / [...] Nel pigro moto dei cieli / La stagione si mostra: al vento nuova / Al mandorlo che schiara / Piani d’ombra aeri / E ricompone le sepolte voci / Dei greti, dei fossati / Dei giorni di grazia favolosi". Icona celeste dell’equilibrio fra il giorno e la notte è l’Ariete, caro all’epica ellenica. Egli è in rapporto con Agni ed in particolare con il fuoco del sacrificio, distruttore e creatore allo stesso tempo. Se per gli Yoruba il capro è l’icona del Sole, e nell’Antico Egitto era Knum ed Ammone, nella Torhà è il simbolo del sacrificio. L’Ariete è, al tempo stesso, il principio del gregge e l’instrumentum che permette di abbattere le porte delle città assediate, di fendere la corazza della collettività; esso è l’emblema della forza liberatrice del fuoco. La forma a spirale delle corna avvalora il significato d’evoluzione e la V che esse

disegnano esalta il simbolismo di apertura, di passaggio, d’iniziazione. Iniziazione e rinnovamento nel tracciato disegno della Tradizione, questo è il messaggio equinoziale che rivolge oggi a tutti voi la Gran Maestranza a poco più di 100 giorni dal suo insediamento. Rinnovamento significa in primo luogo mai più tensioni, mai più ombre, presunte o vere che siano, sull’Istituzione. La nostra amata Famiglia se vuol crescere, fortificarsi, splendere nell’alveo che le è proprio, deve: - essere giusta nelle regole, che debbono essere rispettate da tutti in un identico modo e non applicate per alcuni, interpretate per altri, dimenticate per altri ancora; - rispettosa delle leggi dello Stato, senza eccezioni; - trasparente come acqua di fonte; - agire nel segno della condivisione e della collaborazione. Vi è ancora da costruire e sarà opportuno

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Gran Maestro

che tutti insieme si lavori per conseguire siffatto fine. Vi saranno da riscrivere alcune regole giacché le esistenti sono in parte poco chiare, lacunose, farraginose. Il Ven.mo e Pot.mo Fr. Marco Galeazzi ha sottolineato giustamente, nel corso di un Gran Magistero, che a noi mancano delle Costituzioni che precisino la nostra storia, gli scopi, gli ideali e quindi, a seguire, un corpus di norme chiare ed esaustive. In tale ambito andrà una volta per tutte, riorganizzato e risolto il problema della giustizia massonica. Va immediatamente scritto un

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regolamento dello Statuto della Gran Loggia d’Italia che consenta un’elezione effettiva e non virtuale di tutti i membri della Giunta Esecutiva dell’Ordine e del Gran Consiglio. Va finalmente varato un nuovo Statuto del C.S.I. nazionale, col consequenziale adeguamento di quelli periferici. Va combattuta ogni profanizzazione e la Comunione, che è sacrata alla ricerca della conoscenza, deve essere immune da ogni deviazione, ad iniziare dai miraggi dell’apparenza e della falsità che è la negazione della verità e dunque è l’anti-valore per eccellenza. Ricordiamoci,

quando ci spogliamo dei metalli, di ciò che affermò Platone: "Le parole false non sono solo male in se stesse, ma infettano l’anima con il male". Va promosso un ricambio generazionale nella conduzione della Famiglia, dando la possibilità a tutti i Fratelli, armati di buona volontà, di fiducia nella Massoneria, preparati e disposti a dedicare tempo ed energia, di emergere. Ricordiamoci che la Libera Muratoria è meritocratica, non esistono diritti acquisiti e che tutti i Fratelli e le Sorelle sono importanti, mentre nessuno è indispensabile. Va curata la fattiva presenza dell’elemento femminile, in modo tale che le Sorelle possano esprimere le loro potenzialità. In questi cento giorni, comunque, abbiamo già fatto qualcosa: - per la prima volta tre Delegati Magistrali d’importanti regioni sono Sorelle, come pure numerosi Ispettori Provinciali e, soprattutto, sono Sorelle il Primo e il Secondo Gran Sorvegliante; sono già stati messi in calendario due eventi che avranno come protagonisti i giovani della Comunione; - vi è stato un notevole rinnovamento generazionale per quanto concerne i Delegati e i Grandi Ispettori Provinciali; - una Balaustra ha normato, per la prima volta, il semestre bianco pre-elettorale; - il Direttivo del C.S.I. ha stabilito che il Presidente ha facoltà di firma, solo per l’ordinaria amministrazione, altrimenti è necessaria una delibera del direttivo e l’assenso degli organi di vigilanza; - è stata istituita una Commissione, presieduta dal Ven.mo e Pot.mo Fr. Giovan Battista Curami, per valutare il valore commerciale degli immobili di proprietà della Gran Loggia d’Italia; - è stata costituita una Commissione presieduta dal Ven.mo e Pot.mo Fr. Marco Galeazzi che verificherà la rispondenza delle sedi di proprietà della Gran Loggia alle leggi in materia di sicurezza; - è stata costituita una Commissione, presieduta dall’Elett.mo e Pot.mo Fr. Alessandro Cocchi, per l’adeguamento delle procedure burocratiche. Questa Commissione ha già esaurito i propri lavori e ben presto sarà pubblicato un manuale da distribuire a tutti i delegati, Gran Segretari Regionali, Grandi Ispettori e Segretari Provinciali. Questo però è solo l’inizio, l’incipit di un lavoro corale che dovrà decollare immediatamente. Agiremo insieme, coinvolgendo


Gran Maestro

il più elevato numero possibile di Fratelli; perciò abbiamo determinato di costituire la seguente Commissione: Commissione per una riforma dello Statuto della Gran Loggia d’Italia. Ci rendiamo conto che questo lavoro necessita di tempi lunghi, anche per i vincoli posti dall’art. 112 del vigente Statuto. Pertanto, onde rispondere all’immediato, è costituita una Sotto Commissione per la creazione di un regolamento attuativo dello Statuto in vigore che consenta, alle prossime consultazioni, di giungere ad un’elezione effettiva di tutti i membri della Giunta e del Gran Consiglio. Oltre ai sopracitati gruppi di lavoro, opereranno, istituite con un nostro decreto: - la Commissione per la riforma della normativa sulla giustizia massonica. I nuovi articoli dovranno essere chiari, rispettare i

Gran Maestro. Dato però che questi sarà di fatto impossibilitato a dirigerle, conscio dell’importanza della delega e della condivisione, nominerà un suo sostituto nelle persone del Luogotenente Vicario, dei Gran Maestri Aggiunti, del Primo e del Secondo Gran Sorvegliante, dei Grandi Ufficiali o di altri Gran Dignitari della Gran Loggia ritenuti particolarmente adatti a tali funzioni. Ogni Commissione sarà formata da 9 membri, tre di essi saranno nominati dal Sovrano, gli altri sei, apparterranno alla Giunta o saranno Gran Consiglieri auto-candidati. Se il numero delle proposte sarà superiore a quello prestabilito, sarà lo stesso Sovrano a scegliere chi entrerà a farne parte. Fratelli Carissimi, all’Equinozio gli antichi celebravano il Sol Novus Viatoris: L’Astro riacquistate le forze, dopo il travaglio solsti-

timori, gli oscuri minotauri che spesso vi dimorano. Il nostro è un iter perfectionis, compendiato nel motto Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem. Domandiamo a noi stessi la verità, cercandola nel labirinto della nostra esistenza, secondo l’ammonimento agostiniano Noli foras ire ... in te ipso redii: in interiore homine habitat veritas. Compiamo questo nostro viaggio all’interno del Tempio, raffigurazione simbolica del macrocosmo e dimensione dell’anima, incomprensibile ai più, collocato nel tempo ciclico dell’eterno ritorno, di cui l’Uroboro è esplicito emblema. È il Tempio athanor sublime e complesso, luogo della trasformazione, dove pochi portatori di sistro ricercano faticosamente se stessi e i significati profondi del-

diritti costituzionalmente garantiti e rispondenti in tutto alle leggi dello Stato. - Si attiverà inoltre una Commissione per elaborare un nuovo Statuto del C.S.I. Vi sono già delle proposte in merito, che giacciono in attesa di approvazione. Dato, però, che il Gran Magistero e il Direttivo del C.S.I sono cambiati, è necessario riesaminare i progetti esistenti, acquisirne eventualmente altri, aggiungere scegliere e proporre all’approvazione degli organi di Governo. Ogni commissione avrà come presidente il Sovrano Gran Commendatore

ziale, diventa il compagno del viaggio, dell’impresa e dischiude al virtuoso nuovi orizzonti. Tale immagine non si perse nel tempo ed Albrecht Durer, in un’opera del 1494, rappresentò Johannes Gerson, sotto le vesti del pellegrino, munito dell’emblema del sole di Primavera. Riprendiamo anche noi il viaggio da Occidente a Oriente, avendo per compagno il simbolo della luce, colui che dissolve ogni ombra, l’eversore di tenebre. Proseguiamo, lungo la strada maestra della Tradizione, attraversiamo ogni dedalo con la forza dei giusti ed affrontiamo, senza

l’essere. Cerchiamo di mantenerci fedeli a noi stessi, difendiamo il sacro recinto e la Tradizione dalla contro iniziazione, dalle forze profaneggianti che cercano in ogni modo di minarla. Facciamo sì che ogni tornata sia rito, simbolo, momento di crescita interiore e non vuota cerimonia, ricca solo di profano folclore. Ricordiamoci che siamo prima di tutto e soprattutto iniziati! Ognuno di noi deve lavorare indefessamente su questo piano, non dimenticando mai che il cuore pulsante, il centro imprescindibile del nostro esistere è la Loggia e il suo

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Gran Maestro diuturno lavoro. È nell’Officina che si costruisce il massone, è nell’Officina che si conserva e tramanda l’incomunicabile segreto della Tradizione, è nell’Officina che si comprende il linguaggio dei simboli e si svela la strada verso il Delta luminoso. L’attuale Gran Maestranza farà di tutto per difendere, diffondere e consolidare i valori latomistici. Di fondamentale importanza sarà, a tal proposito, lavorare sui Rituali che vanno restaurati e rivisitati, inoltre andranno creati quelli mancanti di cui si sente ormai un’assoluta necessità. Di conseguenza abbiamo determinato di costituire, secondo le modalità già indicate, le seguenti commissioni: - Commissione per la rivisitazione, corre-

di una Loggia, per la consacrazione di un Tempio massonico, per l’affiliazione di Membri Effettivi ed Onorari, per i Lavori d’agape; - Commissione per il cerimoniale. Se riusciremo a vivere nella maniera più propria il messaggio iniziatico, il Tempio sarà anche scuola e palestra di Libertà, d’Uguaglianza, di Fratellanza, di Tolleranza. Tolleranza vissuta come rispetto assoluto del pensiero altrui, che la diversità sia rispettata, salvaguardata, amata, come processo sinergico di dialogo e di crescita collettiva. Libertà vera, quella vera, priva di condizionamenti di ogni genere, giacché la coscienza non conosce limiti, non può essere avvilita, incatenata, costretta entro i muri e i cavalli di Frisia del pregiudizio. Libertà e Tolleranza

di non sentirsi mai solo, durante il proprio, personale cammino in questo labirinto che si chiama vita. Se tutto ciò si realizzerà e si deve realizzare, proveremo la gioia massonica. Perché ricordiamocelo la Massoneria è una medicina dell’anima ed è la ricerca di una dimensione di felicità. Il nostro viaggio ha come fine la crescita di noi stessi, ma lo scopo del nostro esistere non si ferma qui. Recita, infatti, l’articolo 1° degli Statuti Generali della Società dei Liberi Muratori: L’Ordine [...] ha per fine il perfezionamento degli uomini ed il bene della Patria e dell’Umanità ed aggiunge Jules Boucher: ‘L’Arte di costruire il Tempio ideale è lo scopo che si propone la Massoneria. Questo Tempio è prima l’uomo e poi la Società’. Dobbiamo

zione e adeguamento alle fonti tradizionali dei Rituali di 1°, 2° e 3° Grado; - Commissione per la stesura dei Rituali per il Solstizio d’Estate, per il Solstizio d’Inverno, per il riconoscimento coniugale, l’adozione dei giovani ulivelli, i funerali massonici; - Commissione per i Rituali d’Istallazione

debbono portare a uno stato di Uguaglianza nella differenza e nella specificità dell’individuo. Così si consegue la Fratellanza, che non sia mera dichiarazione di principio fine a se stessa, ma vissuto capace di farci provare le altrui emozioni, di consentirci di condividere con i Fratelli gioie e dolori, speranze e delusioni e che permetta a ciascuno di noi

dunque portare fuori il nostro contributo, il nostro verbo, attraverso l’esempio dei singoli e un’azione ad ampio respiro della Comunione. Come diceva il compianto Fratello Giovanni Ghinazzi ‘È giunta [...] l’ora che questa Grande Dottrina, ignorata dai più, o misconosciuta [...] si faccia sangue e carne e, prudentemente, varcando i nostri

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Gran Maestro

Templi, sia portata a conoscenza del mondo profano, come una sorta di catalizzatore per tutte le forze sane, che vogliono dedicarsi alla palingenesi di tutti i valori, per un domani che sia veramente dell’Uomo, nella sua più ricca significazione intellettuale, morale e spirituale’. Fino ad oggi la Massoneria, in generale, ha fatto ben poco, ha navigato a vista, con

l’Articolo 82 dello Statuto della Gran Loggia. Anche in tal caso, però, in virtù di quella condivisione e coralità in cui crediamo profondamente, entreranno a farne parte altri Fratelli ancora, ritenuti particolarmente idonei alla bisogna. È evidente comunque che si dovrà agire su diversi piani. Il primo è quello della comunicazione,

che si avvalga di apporti professionali e risponda alle esigenze dell’Obbedienza. Non credo che sia un traguardo inarrivabile. Certo è che i nostri progetti in questo e in tutti gli altri campi, sono fortemente limitati dalla particolare situazione economica ereditata dalla precedente gestione. Mi conforta, però, il fatto che in questi 100 giorni, nono-

attività estemporanee, limitandosi in molti casi a celebrare i fasti di un tempo che fu, dimenticandosi del momento in cui vive. Se vogliamo rispondere ai sensi del prefato articolo degli Statuti Generali, dobbiamo invece elaborare un progetto e, forti del nostro passato, vivere il presente per immaginare il futuro. Dobbiamo, scrollarci di dosso una certa apatia e dismettere quello atteggiamento fatalista che imputa ogni difficoltà ai mala tempora, il fatalismo, ricordiamocelo, ‘è la provvidenza del male’. Questo disegno globale sarà esaminato dalla Commissione politica che è costituita istituzionalmente dal Gran Magistero e da due Fratelli nominati dal Sovrano ai sensi del-

giacché si possono elaborare tutte le idee possibili, ma queste risulteranno vane se non si avrà la capacità e la possibilità di rapportarsi con gli altri. È già al lavoro un gruppo di Sorelle e Fratelli presieduto dal Ven.mo e Pot.mo Fr. Marco Galeazzi, al quale va il nostro ringraziamento per l’opera compiuta e l’impegno profuso. Lo scopo della Commissione è quello di suggerire l’acquisizione di strumenti adeguati nei seguenti settori: - area rete, dovrà riprogettare il sito esterno, che sarà affiancato da un secondo sito ufficioso, sarà inoltre riattivato il sito interno; - area agenzia stampa. Bisogna finalmente giungere alla istituzione di un organismo funzionale e non pletorico, un organismo

stante la mancanza di strutture e l’attenzione dell’opinione pubblica sulla situazione politica, abbiamo ottenuto spazi su 16 siti, 12 quotidiani, e periodici ed interviste su 3 emittenti televisive private. - Vi è poi ‘Officinae’, la nostra gloriosa rivista, che diretta mirabilmente dalla Elett.ma e Pot.ma Sr. Anna Giacomini, diventerà un ponte verso il mondo profano, infatti, avrà quanto prima una diffusione esterna. - Continueranno le pubblicazioni dei periodici a livello locale, il ‘Tempio’ della Regione Calabria e ‘Delta’ della Regione Piemonte. Quest’ultima avrà un nuovo direttore responsabile nella persona del Fr. Pietro Sabena e si avvarrà della collaborazione di un Fratello di grande esperienza quale

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Gran Maestro

l’Elett.mo e Pot.mo Mario Alessio. - A siffatti periodici si aggiungerà la ‘Rassegna Massonica’ che, diretta dall’Elett.mo e Pot.mo Fr. Manlio Maradei, sarà distribuita a tutti i Fratelli e oltre a riportare gli eventi più importanti della vita istituzionale, avrà rubriche ed articoli provenienti da ogni regione d’Italia. Facciamo i complimenti al Fr. Manlio perché il progetto che ha elaborato è notevole. Se il primo aspetto è quello della comunicazione, il secondo riguarda la difesa della Massoneria e della sua immagine. Non si può rimanere inerti di fronte ad insinuazioni ed attacchi continui, o limitarsi a comunicati stampa destinati ai cestini delle redazioni. Non si può accettare supinamente le deformazioni di testi come Fratelli d’Italia o di Sparlamento; bisogna anche in questo caso elaborare un progetto; ci vorrà tempo, ma se saremo capaci di passare dalle lamentazioni ad una strategia i risultati verranno. Abbiamo pertanto determinato di costituire una Consulta sulla

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difesa della Massoneria che in stretta collaborazione con quella legale e l’agenzia stampa, dovrà monitorare il multiforme mondo dell’antimassoneria ed approntare idonei strumenti per la difesa dell’immagine della nostra Istituzione. Va inoltre avanti l’idea di istituire un Osservatorio Europeo per il rispetto delle libertà e della tolleranza. Questo piano, sorto con lo scopo di denunciare sia la discriminazione dei massoni, sia gli attacchi alla libertà di pensiero e di associazione, ha già trovato l’entusiasta adesione di numerosi Fratelli stranieri e di personaggi del mondo sociale, culturale e politico. Gli Elett.mi e Pot.mi Fratelli Luigi Rossi e Sandro Santi hanno già approntato una bozza di statuto di questo organismo. La Consulta Legale, invece, è già stata istituita con Decreto Magistrale. La presiede l’Elett.mo e Pot.mo Fr. Paolo Ciannella, Grande Oratore della Gran Loggia d’Italia. Numerose sono state le adesioni ed il Fratello Paolo si è già messo a lavoro, scrivendo il

regolamento della Consulta. Lo ringraziamo di cuore per la dedizione assoluta alla Comunione e le capacità professionali messe con entusiasmo a disposizione della Famiglia. Il terzo aspetto è quello della cultura. La forza della Massoneria risiede nell’essere una piattaforma di pensiero, una straordinaria protagonista nel mondo delle idee. D’altra parte è noto che la cultura muove la storia. Per consolidare il proprio potere e portare a termine un preciso disegno politico, Augusto non aumentò le legioni, ma arruolò gli intellettuali, inaugurando una vera e propria strategia culturale che molti poi, nel corso dei secoli, imitarono. La Massoneria conscia di ciò ed essa stessa archetipo proiettato alla realizzazione dell’ideale, nella sua lunga storia, ha diffuso concetti e valori; si è eretta a portatrice del nuovo ed ha difeso principi antichi quanto l’uomo. Essa si è proposta all’Umanità come uno


strumento teso alla ricerca del vero e del giusto, del buono e del saggio. Lo è stata e può tornare ad esserlo, spetta a noi. È un progetto a lungo termine che può essere realizzato, punto per punto, negli anni. L’importante, intanto è partire con: - la costituzione di un’apposita Consulta che affiancherà la Commissione Politica; - la costituzione di una Commissione eventi con lo scopo di organizzare convegni e manifestazioni a livello nazionale ed internazionale. Già il 10-12 Ottobre terremo un Convegno Internazionale su 1908-2008, Cento anni di vita della Gran Loggia d’Italia, al quale parteciperanno illustri relatori provenienti anche da alcuni paesi europei. Questo evento, non toglie la possibilità di varare da parte di Regioni o Province altri incontri e, in effetti, già in Maggio, sarà probabilmente approntato un convegno su Massoneria e Legalità. Inoltre ci è stato proposto da parte di terzi un ambizioso progetto, che vedrebbe coinvolti altri soggetti. Si tratterebbe di organizzare un congresso internazionale a Roma su Massoneria e Stato in Italia. Il titolo è provvisorio; si tratta solo di un’idea, va analizzata e approfondita dalla Gran Maestranza e, se ritenuta fattibile, concretizzata ... vedremo. In questi primi 100 giorni di governo comunque, nonostante gli infiniti problemi affrontati, abbiamo già realizzato qualcosa, è un inizio, ma sicuramente si tratta di una buona partenza. Ci riferiamo al 20° Rapporto Italia 2008 dell’EURISPES, dove ci è stata dedicata la scheda n. 36, con 16 pagine riferite alla Massoneria e specificatamente alla nostra Comunione. Di questo dobbiamo ringraziare soprattutto il Ven.mo e Pot.mo Fr. Sergio Ciannella che si è sottoposto ad un lavoro febbrile, sacrificando, giorni e notti per scrivere, in collaborazione con la Gran Segreteria Nazionale, un ottimo lavoro, apprezzato da tutti, ad iniziare dall’EURISPES stessa che ci ha subito suggerito un lavoro in comune. Si tratterebbe di condurre uno studio sulla nostra Obbedienza. Anche questa è un’idea che va accuratamente vagliata e quindi approvata dagli organi competenti. Siamo stati invitati per il mese di Aprile a fare una lezione in un’Università Statale sulla Massoneria nei primi del Novecento. È la prima volta che un Gran Maestro venga chiamato, come tale, in un Ateneo italiano,

Gran Maestro

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non per un convegno o una manifestazione, ma a tenere docenza. Siamo stati invitati per il giorno 8 Novembre a tenere una conferenza in Parigi, al Senato di quel Paese. Il tema è Templari e Massoneria. Pure questo è per noi un evento del tutto nuovo. Abbiamo incontrato importanti personaggi del mondo sociale, economico, politico e culturale. Con noi vi è sempre stato il Luogotenente, Ven.mo e Pot.mo Fr. Sergio Ciannella. Altri abboccamenti sono in programma nei prossimi giorni. Procureremo di essere accompagnati anche in siffatte occasioni dal Luogotenente e/o da altri membri della Gran Maestranza, giacché ogni rapporto con l’Esterno

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deve essere portato avanti non a titolo personale, ma per conto e in nome della Gran Loggia d’Italia. I colloqui tenuti fin ora sono stati proficui, siamo piaciuti, visto che sono immediatamente intercorsi altri inviti da parte dei soggetti appena conosciuti. Per quanto riguarda i precedenti contatti con esponenti della Chiesa Cattolica, abbiamo trovato traccia nei versamenti effettuati a favore di associazioni religiose e nelle Balaustre a conoscenza di tutti. Noi siamo disposti ad incontrare chiunque lo desideri, ma non andremo a bussare con la schiena curva alla porta di nessuno. La Gran Loggia d’Italia non è né ‘può essere fedele’ a nessuna confes-

sione religiosa, Chiesa Cattolica compresa. La Massoneria, infatti, dialoga con tutti ma non tratta né di politica, né di religione ed essa difende, fra l’altro un principio di laicità che è fondamento dello Stato di diritto e garanzia per la sopravvivenza e convivenza di ogni credo,di ogni fede. Tale principio di laicità comporta: - La demistificazione di tutti gli idoli, anche dei propri. - La capacità di credere in alcuni valori, sapendo che ne esistono altri ugualmente rispettabili. - La capacità di fare i conti con le scelte e le rinunce implicite in ogni scelta. - La capacità di aderire ad un’idea senza restarne succube. - La capacità d’impegnarsi conservando l’indipendenza critica. - La capacità di essere liberi dalla tendenza a dissacrare e idolatrare. - La capacità di essere refrattari al culto di sé e di non soggiacere alla vacua vanità. Riprendiamo comunque il discorso precedente. In questi primi 100 giorni ci siamo mossi a 360°. Non vogliamo relazionarvi sull’Estero, ci basta al momento ricordarvi che: di un Trattato di Amicizia fra il nostro Supremo Consiglio e quello, dell’Ordine Massonico greco di Delphi. - Il 28 Marzo sarà firmato a Parigi il Trattato di Amicizia col G.O.F. - Va solo stabilita la data di quando firmare il Trattato di Amicizia con la Gran Loggia Mista di Francia. - Sono fra l’altro in corso trattative per stipulare accordi similari con la Gran Loggia Femminile di Francia, con la Gran Loggia Mista di Svizzera, con la Gran Loggia Massonica Femminile d’Italia. Inoltre rammento che: - Il 18-19 Aprile parteciperemo a Marsiglia all’annuale appuntamento dell’Unione del Mediterraneo, di cui il Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia è il Coordinatore permanente. - Il 31 Maggio a Torino si terrà poi la Conferenza Euromediterranea degli Alti Gradi Scozzesi. Debbo ringraziare per tutto questo, la solerzia, l’abilità e la dedizione dell’Elett.mo e Pot.mo Fr. Corrado De Cecco, è stato coadiuvato ottimamente dall’Elett.mo e Pot.mo Fr. Flavio Zoli. Ma una citazione particolare va all’Elett.ma


e Pot.ma Sr. Lina Rotondi. È stata lei la nostra inviata speciale in terra di Francia e non solo. A lei dobbiamo la felice conclusione di molti progetti ed inoltre Lina è stata ed è a Parigi una vera e propria promotrice della Gran Loggia d’Italia. Se riuscissimo a riprodurla per clonazione in una decina di esemplari, in breve conquisteremmo l’intero mondo massonico. Per quanto riguarda l’estero vogliamo solo aggiungere che i rapporti con le altre Comunioni devono essere fattivi e costruttivi. Trovarsi in stato di amicizia è sempre positivo, ma fratellanza e unicità d’intenti devono portare per forza di cose a collaborazioni concrete. Gli incontri internazionali, non possono limitarsi ad audizioni degli inni nazionali, saluti e poco più. L’appartenenza ad un’unica sfera ideale deve trasformarsi in esperienza e lavoro comune. Pertanto proporremo alle potenze amiche: - di creare un sito internet comune europeo e mediterraneo; - di collaborare fattivamente per la difesa della massoneria e della libertà di pensiero e di associazione in Europa e nel mondo; - di creare una catena di solidarietà che venga incontro, a livello europeo, a Fratelli e Sorelle che abbiano necessità di cure in centri d’avanguardia. Questo ultimo punto ci porta ad affrontare un altro aspetto portante del nostro essere massoni: la solidarietà. Fino ad oggi ne abbiamo realizzata poca e in modo non del tutto condivisibile. Chi pensa che solidarietà significhi sborsare una somma di denaro a un qualunque soggetto, sperando caso mai di averne un ritorno d’immagine o di imbastire nuovi contatti di carattere sociale o politico, ha percorso una strada diversa da come la intendiamo. Solidarietà significa in primo luogo partecipazione attiva al bisogno e alle difficoltà; significa affrontare i rovelli degli altri per cercare di offrire un contributo nel risolverli, solidarietà significa confrontarsi di persona con il dolore, la tristezza, le lacrime del Pianeta. Pure per un siffatto aspetto occorre un progetto che sia vagliato, condiviso ed approvato da tutti. Un progetto che guardi non solo all’esterno, ma anche all’interno della nostra Comunione, perché più volte è capitato che alcuni Fratelli, dopo aver speso un vita intera in Massoneria, siano stati di-

menticati nel momento della necessità, nell’ora della solitudine, nell’attesa dell’ultima iniziazione. Presto, un’idea o più idee dovranno farsi disegno e il tracciato della tavola dovrà essere portato all’esame di questo consesso. Fratelli carissimi, dilette Sorelle, nei cieli di Marzo purificati dalla pioggia e nettati dal vento, splendono a milioni le stelle e un grumo di esse disegna l’Ariete celeste. Nell’Upanishad il saggio Indra insegna la dottrina dell’unicità del principio divino simbolizzato dall’Ariete: ‘Mi sono mutato in Ariete per la tua felicità. Tu sei giunto alla via della Legge, per il tuo benessere. Accedi dunque alla mia vera natura unica. Io sono il vessillo, io sono l’immortalità, io sono il luogo del mondo, ciò che è stato, è, e sarà. Io sono Te, io sono me e te ... Non dubitare a causa della tua anima troppo semplice ... sono solo io tutto quello che esiste qua giù’. Dieci sono i tendini dell’Ariete e dieci le corde dell’arpa di David. Nel corno di sinistra del capro sacrificale soffiò l’Altis-

Gran Maestro simo sul Sinai e nel corno di destra soffierà per radunare i dispersi dall’esilio. Raduniamoci, noi, popolo disperso nell’esilio della profanità, cercatori di un Graal di verità e di conoscenza. Nettiamo il nostro animo dai mefitici vapori degli arconti di perdizione, dimentichiamo i lai delle sirene, figlie della falsità, maschere del nulla. Stringiamoci in catena e proseguiamo uniti, fedeli alla Tradizione, sicuri nell’amore che ci lega, verso il cielo incantato dell’Ariete celeste, verso l’Oriente dimora della luce, per costruire, insieme, quel tempio interiore al quale sacrammo, nel giorno dell’Iniziazione, la nostra vita. Questo abbiamo detto oggi, 15 Marzo, all’approssimarsi dell’Equinozio di Primavera. P.4: Repliche di sigilli medievali; p.5: Gerusalemme; p.6 Il palazzo di Cnosso, Grecia; p.7: Terrazza Mascagni, Livorno; p.8: Cashel, Irlanda; p.9: Neuschweinstein, Germania; p.10: Drombeg, Cork, Irlanda; p.11: Melograni; p.12: The Rookery (part. scala interna), 1886, Chicago, USA; p. 13: il ‘Modulor’ di Le Corbusier (foto pagg. 7-8-9-10-11 P.Del Freo).

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AttualitĂ 

La firma di un fondamentale Trattato di Amicizia da una relazione di Sergio Ciannella

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Attualità

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arigi, rue Cadet: il 28 marzo 2008 è stato firmato il tanto atteso Trattato di Amicizia tra il Grand Orient de France e la Gran Loggia d’Italia degli A.L.A.M. Obbedienza di piazza del Gesù, Palazzo Vitelleschi. L’evento si colloca tra le più importanti realizzazioni della nostra Obbedienza in campo estero ed assume forte significazione, sia a livello nazionale che europeo, per i positivi riverberi che l’intesa avrà sul futuro della Gran Loggia d’Italia e sull’attuazione del programma di attività estera contenuto nel ‘Manifesto’ a firma del nuovo Gran Maestro Luigi Pruneti e di tutto il Gran Magistero. Il Grand Orient de France non solo è la prima Obbedienza massonica francese, operativa fin dal 1773 e forte di ben 55.000 iscritti, ma rappresenta anche il centro di aggregazione della Libera Muratoria ‘adogmatica’ che, non legata ai vincoli della Massoneria anglosassone, si propone come baluardo mondiale di libertà e laicità. La stipula di un formale Accordo, dunque, se da un lato va a consolidare legami di amicizia che di fatto hanno da sempre caratterizzato i frequenti rapporti tra massoni francesi e italiani, specie del Piemonte e della Liguria, dall’altro riconosce il ruolo europeo della Gran Loggia d’Italia e la sua identità. Ciò significa tra l’altro il superamento di ogni pregiudizio in ordine alla mixité, formula convintamente sostenuta dalla nostra Obbedienza fin dagli anni ‘50 nei confronti delle Massonerie che rifiutano di iniziare le donne, come lo stesso Grand Orient de France. * * * La cronaca dell’evento: la Delegazione italiana, composta da Sergio Ciannella Luogotenente Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro Aggiunto Vicario, da Corrado De Cecco Gran Cancelliere agli Affari Esteri e da Lina Rotondi, Gran Cancelliere Aggiunto, è stata ricevuta nella Sala del Gran Consiglio dell’Ordine, organo di governo del Grand Orient de France, presenti i 35 Gran Consiglieri. Il Gran Maestro Jean Michel Quillardet ha rivolto lusinghiere espressioni di consi-

derazione, stima e fraterna amicizia, sottolineando l’importanza che il Grand Orient de France annette al Trattato e ai rapporti di collaborazione con la Gran Loggia d’Italia. Lo affiancavano il Gran Segretario agli Affari Esteri Avelino Vallè e Il Gran Segretario Aggiunto Patrice Billaud. Sergio Ciannella ha risposto con il seguente intervento: Serenissimo Gran Maestro, Illustrissimi Gran Consiglieri, Vi porto anzitutto i più fraterni saluti del S.G.C.G.M, il Ven.mo e Pot.mo Fr. Luigi Pruneti, che si scusa per la sua assenza forzata. Da molto tempo la G.L.D.I. desiderava concludere un Trattato di Amicizia con il G.O.D.F. Ciò almeno per tre ragioni: la prima, la vicinanza geografica, morale e culturale dei nostri popoli; la seconda, la consapevolezza, da parte nostra, che la Massoneria francese, e in particolare il G.O.D.F, rappresenta un faro di civiltà in Europa e nel Mondo intero; infine perché i Massoni italiani condividono i vostri stessi ideali di libertà di coscienza, laicità, fratellanza. L’evento della firma di questo Trattato cade in un momento particolarmente favorevole, coincide infatti con l’inizio di un ‘nuovo corso’ per la G.L.D.I, caratterizzato dal desiderio di progresso

e dal tentativo di avvicinamento alla società, per portare all’esterno il frutto del lavoro di Loggia. Ciò nella continuità della Tradizione e nel rispetto del carattere iniziatico della Massoneria. Luigi Pruneti, Gran Maestro da poco più di cento giorni, con me e con gli altri collaboratori più vicini, ha tracciato un programma ambizioso valido per i prossimi tre anni. Siamo veramente felici ed orgogliosi che tra i primi risultati si possa annoverare un Trattato di amicizia con il G.O.D.F. Di questo Vi siamo profondamente grati e spero che questa preziosa amicizia possa contribuire allo sviluppo del progetto umano e sociale della Massoneria. * * * Dopo la firma del Trattato e lo scambio di doni a ricordo del memorabile evento, la Delegazione italiana si è unita al Gran Consiglio dell’Ordine nella sala consigliare di rue Cadet, per concludere l’incontro con una festosa Agape Bianca, al termine della quale Lina Rotondi ha formulato i suoi saluti ed i suoi ringraziamenti. P.14: La Liberté, E.Delacroix, 1830, olio su tela, Louvre, Paris; p. 15 in alto: part. della Cerimonia (O.Bouigue); p. 15 in basso: particolare del Tempio Nazionale a Roma (P.Del Freo).

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Storia

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a storia contemporanea va riscritta? Una settimana prima delle elezioni politiche del 1314 aprile 2008 il senatore Marcello Dell’Utri ha affermato che tra i compiti urgenti dell’Italia odierna vi sono la rivisitazione critica del passato e la diffusione di “manuali” scolastici nuovi, liberi dai pregiudizi ideologici che per decenni hanno imbonito docenti e discenti. In un quotidiano nazionale un brillante saggista si è dichiarato d’accordo con Dell’Utri e ha osservato che da rivedere non sono solo i testi scolastici di storia, ma anche le storie della letteratura, della filosofia, dell’arte, ecc. ecc. Qualcuno ha anche abbozzato l’elenco

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dei temi meritevoli di revisione urgente (le biografie di protagonisti del Novecento, talune pagine della guerra civile e del dopoguerra...) e ha ripetuto che i manuali in uso sono reticenti e molto lontani dalla ricerca innovativa. Nel “Corriere della Sera” Dino Messina ha replicato che da anni temi, da Dell’Utri ritenuti scottanti e quelli proposti alla “revisione” (le foibe, il “sangue dei vinti”, alcune pagine vergognose della “guerra partigiana”, la tragica sorte dei militari italiani prigionieri nell’URSS...), da tempo sono al centro di dibattito e hanno persino ispirato ‘‘film, sceneggiati e documentari’’. Quindi chi vuole sapere non ha attenuanti. Ha a disposizione tutto quello di cui necessita.

Non v’è più nulla da rivedere. Già fatto. Dunque Dell’Utri e i suoi seguaci sfonderebbero porte aperte; e se ancora qualcuno ignora l’aggiornamento tematico e critico da tempo messo a segno, lo fa solo perché non si è aggiornato. Discorso chiuso, insomma, prima ancora di aprire il dibattito. “Non sarebbe meglio passare a altro?” conclude Messina. A noi pare che la questione proposta dal senatore non sia affatto campata in aria e che meriti di essere approfondita, prima che il conformismo soffochi ogni confronto reale e leale. Partiamo infatti da una considerazione oggettiva: vi sono pagine della storia d’Italia (e non solo sua, s’intende) che continuano a essere al centro di tenzoni


ideologiche fondate su pregiudizi, anzi su umori che impediscono ogni dialogo e scoraggiano l’approfondimento documentario. Nel fascicolo di marzo di “Storia in rete” Fabio Andriola ha passato in rassegna alcuni tra i principali ritardi della contemporaneistica italiana. Altri possono essere agevolmente aggiunti. Ma non è questa la sede. Qui altro preme. Qui intendiamo aprire una verifica sullo stato della manualistica scolastica a proposito della Massoneria. Sulla base di anni dedicati a ricerca, insegnamento e divulgazione, anche tramite la manualistica scolastica, ritengo di poter affermare che Dell’Utri ha ragione da vendere quando invita a... voltar volumi. I testi di storia in uso non rispecchiano programmi deliberati in sede parlamentare, sollecitati da docenti e famiglie degli studenti, i cui rappresentanti siedono nei consigli di classe demandati ad approvare in via preliminare i testi adottati in sede definitiva dai collegi docenti. Dall’occupazione anglo-americana, che ordinò la ‘‘epurazione’’ dei libri scolastici (1943-1945), il Parlamento non si è occupato mai di programmi di storia. A loro volta governi e ministri della Pubblica istruzione non imposero mai maglie strette all’insegnamento. Dagli Anni Sessanta la storia è accompagnata (almeno nella direttiva ministeriale) dall’educazione civica, indicata quale suo approdo ultimo, con una torsione ideologico/moralistica che riduceva (e pretenderebbe ridurre) la storiografia a sermone edificante. Un decennio addietro il ministro Luigi Berlinguer, orgoglioso della sua fede comunista, impose per direttiva ministeriale la nuova scansione cronologica della storia per i cicli terminali dei diversi gradi scolastici: dalla preistoria alla peste nera nel terz’ultimo anno, da metà Trecento a fine Ottocento nel penultimo, il Novecento nell’anno conclusivo, con speciale attenzione per la lotta di liberazione, la nascita della Repubblica, la costituzione repubblicana ecc. ecc. sì da individuare “il filo rosso” che congiungerebbe le lotte antiche a quelle recenti per la giustizia ecc. ecc. Un’apposita commissione di “saggi”, a sua volta insediata dal Ministro, in un paio di sedute (che registrarono la presenza di un poco per cento dei ‘Soloni’, in tutt’altre faccende affaccendati) stilarono anche la mappa dei “saperi minimi” che la scuola è tenuta a fornire ai discenti e che questi debbono essere indispensabili per “stare al mondo” alle soglie del Terzo Millennio. E’ appena il caso di rilevare che invenzioni di questo genere sono condan-

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nate a lasciare il tempo che trovano, perché oggigiorno la massa delle cognizioni cresce con rapidità esponenziale, sicché sono capisaldi (forse) irrinunciabili di una miriade di varianti la cui necessità è continuamente messa in discussione. Colti in contropiede dall’improvviso movimentismo del Ministro (che molto scorrettamente affidò agl’istituti storici della resistenza, ideologicamente schierati, l’aggiornamento dei docenti per il “corretto” insegnamento del Novecento), gli editori abbozzarono. Produrre un manuale (di storia, filosofia, letteratura...) è impresa costosissima. La normativa (circolari ministeriali, ben inteso: non “leggi”) impone che all’atto dell’adozione il collegio dei docenti approvi l’intera opera, in almeno tre tomi salvo aggiunte antologiche e ammennicoli vari. Vale a dire che il manuale proposto nel 2008 comprende un volume sul Novecento, condannato a essere invecchiato al momento del suo utilizzo effettivo, nel 2010. Da decenni gli editori sono impegnati nella sterile gara a chi è più à la page. Chiunque abbia il buon tempo di sfogliare i manuali adottati constata che le ultime pagine sono rotocalchi: vi campeggiano i personaggi e gli eventi “di annata”. Sennonché nell’intervallo tra la pubblicazione e l’uso, quelle stesse pagine risultarono superate, spesso in maniera atroce. Anno dopo anno nelle ultime pagine dei manuali di storia campeggiarono il “magistrato più amato dagli italiani”, Rabin e Arafat (uno finì ammazzato, l’altro

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morì di suo e la sua memoria è gravata da anni di terrorismo) che si davano la mano sotto l’occhio languido di Bill Clinton, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo II, le Torri Gemelle ecc. ecc: tutti personaggi ed eventi condannati a cedere repentinamente il passo ad altri, più o meno memorabili, come accade in un mondo di immagini e di enfatizzazione mediatica di tutti gli accadimenti politici, militari, religiosi, culturali o anche solo di cronaca rosa, nera, gialla... Gli investimenti destinati al maquillage dei testi scolastici in uso hanno assorbito e assorbono tutte le risorse disponibili, in tal modo sottratte alla promozione e al varo di opere nuove, scoraggiate anche dalla sempre più diffusa sostituzione dei libri con altri strumenti non cartacei e, ciò che più conta, dalla abolizione dello studio inteso quale impegno individuale, sia scolastico sia domestico. In questo scenario i manuali esistenti sono condannati a lunga vita con poche marginali varianti: qualche illustrazione, carta storica, esercizi per la verifica in più o in meno, senza però un colpo di reni dal catechismo alla ricerca. D’altronde, perché mai cambiarli ab imis se poi vengono acquistati e usati sempre meno? L’utilizzo dei manuali, come noto, dipende anche dal loro peso specifico e dalla somma fra la loro mole, gli altri “testi di giornata” e i vari attrezzi che lo/la studente dovrebbe recare con sé a scuola con tutti gl’inconvenienti connessi. Da tempo severe direttive hanno fissato il peso com-

plessivo dei libri che gli studenti possono portare senza rischi per la propria salute: dopo aver rinunciato a stabilire quale sia il quantum di cognizioni necessarie al cittadino, la normativa si occupa del peso dei libri cui esse sono consegnate. Parecchi editori hanno quindi introdotto la fascicolazione dei manuali: portandone con sé 16 o 32 pagine per volta lo studente cresce meglio. Se poi gli accade di sbagliare “sedicesimi” o di avere in classe, o chissà dove, pagine che esigono confronti con quelle rimaste a casa, pazienza. Il “sapere” vale lì per lì: non si chiede più di apprendere una volta per tutte, di “ritenere” come insegnava Dante Alighieri perché altrimenti l’apprendere non “fa scienza”. La proposta del senatore Dell’Utri cozza contro questi aspetti esterni e materiali della manualistica. Nessuno può illudersi di partire da una sorta di “anno zero”, con libri nuovi di zecca, racconti limpidi, in buon italiano, fondati sulla ricerca più aggiornata. Vi sono tuttavia molti motivi per prendere in seria considerazione la proposta di una revisione vera dei testi in uso: non solo, appunto, quelli di storia ma tutti i manuali in uso. Per conferma proponiamo ai lettori di scorrere i volumi a portata di mano. Dove e come vi si parla di massoni e Massoneria? Abbiamo alle spalle alcuni anniversari memorabili: il bicentenario del ‘Novantanove’ napoletano, con tanti illustri ingegni dell’Illuminismo italiano finiti afforcati e decapitati; il centenario della morte di Giosue Carducci, il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi.. Che cosa se ne leggeva e che cosa se ne legge nei testi scolastici? Vi si trova qualche pur sommario riferimento alla loro appartenenza alla Massoneria? In quale storia della letteratura si legge che alle Logge vennero iniziati Vittorio Alfieri, Vincenzo Monti, Francesco De Sanctis, Giovanni Pascoli, Salvatore Quasimodo..? in quale manuale di storia si spiega che cosa possa aver significato l’iniziazione massonica per Federico Confalonieri, Francesco Crispi, Antonino di San Giuliano, Meuccio Ruini, tanto celebrato in questo Sessantesimo della Costituzione repubblicana perché presiedette la Commissione dei Settantacinque che redasse il testo base per i dibattiti dell’Assemblea Costituente? Lo stesso vale per compositori, scultori, pittori, “scienziati” (matematici, fisici, chimici...) la cui appartenenza alle Logge viene taciuta per non “guastarne l’immagine”. È il caso, per esempio, del matematico, logico e linguista Giuseppe Peano, la cui appartenenza


alla Massoneria è guardata con scherno dalle amministrazioni pubbliche che ne stanno promuovendo la riscoperta: l’iniziazione sarebbe quasi prova di una certa insania. Infatti, talvolta (mai però in sede di divulgazione scolastica) si concede che il personaggio famoso, sì, possa aver compiuto un percorso massonico e indossato grembiule e guanti di massone, ma come si tratti di una stranezza, anzi di una stramberia di cervello balzano, quasi il prezzo inevitabile del genio, che sempre comporta qualche sregolatezza. Sembra facile concludere che la vera revisione della manualistica passa anche attraverso un onesto confronto fra il tracciato generale del racconto e la Massoneria. Si tratterebbe però di una conclusione scontata e banalizzante. Se la Massoneria nella manualistica e nella divulgazione mediatica “non passa” se non in forme negative, scandalistiche, caricaturali non lo si deve solo all’opinione esterna, disinformata o malevola. Tanto meno va imputato a Istituzioni che da de-

entrare la conoscenza della Libera Massoneria nel sapere comune. Nel 1980 venne organizzata al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino una importante mostra documentaria sui massoni nella storia d’Italia. All’inaugurazione presenziarono il sindaco Diego Novelli e molti esponenti della sinistra massonofoba. La rassegna venne poi visitata da Giovanni Spadolini e Giorgio La Malfa che acconsentirono a essere ritratti tra i cimeli a patto che la fotografia rimanesse inedita, quasi temessero che se uno visita un museo di cavalleria possa essere spacciato per un cavallo... Avevano i loro motivi, ma quel dettaglio la dice lunga sull’apertura della “cultura” italiana, anche a livelli alti. Negli anni seguenti vennero organizzati convegni di studio e manifestazioni di rilievo, mirando alla anche convergenza nel conseguimento dell’obiettivo ultimo: dimostrare che almeno su Mozart le Comunità Massoniche riscoprono operosa fratellanza. Poi, però, prevalsero la competizione, la dispersione tematica

cenni, in quanto tali, non manifestano ostilità preconcetta nei confronti della Libera Muratoria né deducono il generale dal particolare o viceversa. È il caso della Chiesa cattolica, il cui Sommo Pontefice ama suonare musiche del Fratello Wolfgang Amadeus Mozart ed è sicuramente bene informato sulla sua biografia. Il punto vero è che in Italia sono state sprecate innumerevoli preziose occasioni per compiere il salto di qualità e far

e un gusto per interpretazioni complottistiche della storia della Massoneria basate sulla lettura frettolosa ed errata dei documenti. La visione complottistica è anche il filo conduttore dell’Annale della storia d’Italia edito tre anni fa dalla Casa Einaudi su La Massoneria. Che cosa è passato di quella congerie di saggi nell’opinione corrente e nella manualistica? Nulla. D’altronde, che cosa vi si proponeva? Abbiamo già osservato

Storia che quel volume costituì un passo indietro e uno di lato rispetto ai lavori precedenti. La genesi del Supremo Consiglio per l’Italia del Rito Scozzese Antico e Accettato e del Grande Oriente d’Italia (1805) vennero descritti sulla base di una errata lettura della data e del luogo in cui si svolsero. Altre pagine fondamentali vennero ridotte a poco o nulla. Il rapporto Massoneria-letteratura vi fu pressoché del tutto ignorato; quello politico vi comparve in una visione prevalentemente “settaria” della Libera Muratoria. L’ ‘iniziazione femminile’ è liquidata in una ventina di pagine, quasi appendice finale. Insomma, se la manualistica registra ritardi non lo si deve solo alla cattiva volontà di editori e autori ma anche a chi dovrebbe porre le premesse per il loro aggiornamento. Sotto questo profilo è bene essere consci che siamo (quasi) all’anno zero e che il progresso storiografico non si consegue fingendo che autori e opere non esistono più solo perché sono antipatici a chi si trova a reggere pro tempore poteri che dovrebbero indurre alla misura, ma spesso sono usati con arroganza. Le domande sulla storia della Massoneria (e sui massoni) sono molte, gravi, serie. La ricostruzione del passato esige rispetto della verità. È altra cosa dalla moltiplicazione di icone elevate al di sopra di ogni discussione e verifica. Perciò assistiamo con preoccupazione alla ‘beatificazione post mortem’ di figure meritevoli di attenzione, ma sulla base di documenti e del necessario distacco critico. Prendiamo il caso di Arturo Labriola: va ricordato perché fu Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dell’esilio ma anche perché patteggiò con Mussolini il suo rientro in Italia in cambio di un bel colpo di spugna sul passato, un posto fisso e ben remunerato per il figlio e la tranquillità per sé. È un esempio di coerenza massonica? Mah!? Già autore di severe pagine su Raoul Palermi e biografo di Giovanni Ghinazzi, Luigi Pruneti conosce le venture e le difficoltà della ricerca. Il Centenario della Gran Loggia incita a rimboccarsi le maniche e a intraprendere ricerche nuove, non già a ripiegare sul già noto: solo a quel modo si produrranno materiali per la svolta della massonografia più volte annunciata e promessa, ma sinora mancata. P.16: Le petite dessinateur, NB.Lepicie, 1772, olio su tela, Louvre, Paris; p. 17: W.Bougureau, Omero e la sua guida, 1888, olio su tela, coll. priv; p.18: Lenin, I.I.Brodskii, olio su tela, 1924, coll. priv. p. 19: L’enfant au toton, JBS.Chardin, 1732, olio su tela, Louvre, Paris.

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a notizia è dell’Aprile scorso. Una foto di Carla Bruni nuda, scattata nel 1993, è stata venduta a New York dalla Casa d’Aste Christie’s per una cifra record, ben 91 mila dollari. Acquistata da un collezionista cinese, il ricavato era destinato a scopi umanitari. E fin qui, nonostante la sorpresa degli addetti ai lavori e benché mai una foto sia stata venduta ad un prezzo così alto, la rarità dell’evento si spiega da sola. La modella italiana è l’attuale Madame Sarkozy. Viceversa, la vera notizia, è che il medico svizzero Beat Richner, dirigente dell’associazione Kantha Bopha che si occupa di assistenza pediatrica in Cambogia, ha rinunciato ai proventi della vendita perché non vuole che la sua Istituzione venga coinvolta nell’utilizzazione mediatica della nudità della Signora Bruni, contribuendo, così, ad amplificare l’effetto ‘pubblicità’ per i protagonisti della vicenda. E’ anche vero che il Dott. Richner ha sottolineato quanto possa essere negativo servirsi di un corpo di donna come strumento di propaganda, oltretutto in un paese dove ‘‘...l’utilizzazione del nudo non è concepita e compresa come in Occidente. L’accettazione di denaro che viene dallo sfruttamento di corpi femminili sarebbe percepita come un insulto...’’ L’indignazione ed il

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rifiuto del Dott. Richner sono più che condivisibili, in quanto la caccia alla nudità quale mezzo per rivalutare la donna è un’operazione di dubbia utilità, per non dire di totale mediocrità. Il fatto è che oggi il corpo, di uomo o di donna che sia, è usato e abusato nel tentativo di rendere più efficace il messaggio mediatico. Tutto sta nel vedere il tipo di messaggio che si vuole trasmettere. Mi spiego meglio. Ben si sa che il simbolismo della nudità fa riferimento da un lato al concetto di purezza fisica, morale, spirituale, dall’altro evoca quella vanità sensuale e seducente dei sensi che esalta la materia e inibisce lo spirito. Tradizionalmente la si intende anche come uno svelarsi, o meglio, mostrarsi nella prospettiva di un ritorno allo stato primigenio. Nel Medioevo si distingueva fra nuditas virtualis, purezza e innocenza, e nuditas criminalis, lussuria. Può elevarci sino alle alte vette della mera bellezza fisica e, per similitudine platonica, fino alla comprensione e identificazione della bellezza morale e spirituale, come pure lasciare che la nostra attrazione verso la fisicità non sia solo una condizione biologicamente naturale, ma trasmuti in un’irrazionale morbosità. Evidentemente la manifestazione naturale o artistica della nudità può indurci verso l’una o l’altra direzione. Anche la foto in bianco e nero della Signora Bruni è stata


definita ‘un’opera d’arte’ da Milena Sales, portavoce di Christie’s. E non ho modo di credere il contrario. Da che mondo è mondo e nonostante, talvolta, certi pruriti puritani, l’esibizione della nudità non ha mai inibito nessuno. L’arte, in effetti, è piena di corpi nudi. E neppure è mai stato necessario specificare se si trattasse di opera d’arte o piuttosto di un prodotto pubblicitario, utile a vendere di più e vendere meglio. Si percepisce quando l’arte è arte. Quindi il problema rimane: dove è finita la sacralità del corpo? Dove quella bellezza, grazia, fascino femminile che serve a rappresentare l’armonia, piuttosto che indurre un bisogno consumistico? A giudicare da quello che oggi si fa del corpo, pare non sia mai esistita. Oppure al contrario è diventata, la donna, l’icona del soggetto-oggetto utile per tutti gli usi? Forse sono io che non ho le idee chiare o sono troppo conformista. Forse la strategia vincente è quella di Manuela Gretkowska, trasgressiva fondatrice del Partito delle donne che, in occasione delle elezioni svoltesi in Polonia lo scorso anno, decide di proporre una singolare campagna pubblicitaria, presentando in Internet una foto di alcune signore militanti nel nuovo partito ritratte senza veli. ‘‘ Non abbiamo soldi - dice - per campagne pubblicitarie e affissioni nelle strade. L’immagine non è pornografica, non ha niente a che vedere con il sesso. Le nostre facce sono intelligenti, determinate, orgogliose. E’ invece il simbolo dell’attuale situazione delle donne polacche, nude di fronte alla legge.’’ (Panorama 11 ottobre 2007). Il fine giustifica i mezzi, è vero, ed il fine in questo caso è importante, ma non c’è biso-

gno che l’immagine sia pornografica per essere di cattivo gusto e scarsamente rappresentativa dell’identità femminile. Nonostante il messaggio sia piuttosto forte, continuo ad essere perplessa. Il mio incorreggibile tradizionalismo mi porta ad essere poco allineata con le tendenze socio-antropologiche di ultima generazione, per le quali nudità a tutti i costi è sinonimo di verità trasparente, di libertà (presunta) conquistata. Sono anche poco incline a credere che tale orientamento possa dare buoni frutti. Non ci si affranca dall’idea ancestrale che la donna sia un oggetto, una cosa che può essere dominata, contrastando sistematiche provocazioni ma accettando, al contempo, teorici benefici che hanno tutta l’aria di bieche speculazioni. In realtà, credo che questo nuovo modo di intendere e vivere il corpo ci porti a perdere il contatto con esso o, peggio ancora, sentirlo estraneo, manipolandolo, anche quando bisogno non c’è, in nome di una perfetta ‘qualità dell’immagine’ finalizzata all’esposizione del ‘prodotto’. Operazione, a mio avviso, del tutto sterile. Il rischio è quello di smarrire il senso della femminilità, sinonimo di carattere, indole, temperamento e che, rispetto all’altra metà del genere umano, costituisce la nostra vera affermazione - e non contrapposizione - in questa globalizzazione pilotata. Per questo, simbolicamente ed in modo sfacciatamente romantico, amo concludere con una poesia della scrittrice italiana Vittoria Aganoor, intenso richiamo ad uno dei più alti ideali che anima, o dovrebbe animare, i nostri cuori. Silvia Braschi

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ratelli, vogliamo amarci, vogliamo Bandire gli odi, bandire ogni forma D'insidia, d’invidia, di frode; e tutte Le oscure passioni della nostra Vanità siano vinte, e parli sola, alta, libera, schietta, quella voce che sale dall'anima? Quella voce che talora è coperta dalle grida d'un tristo orgoglio, dall'atroce rabbia di Caino? Vogliamo amarci e amare il bene? E fare il bene e salire con ali di forza sopra ogni scuro abisso, e stretto tenendo nel pugno il nostro volere, lucente e acuto come affilata spada, contro il vigile nemico, il male? Vogliamo che tutti cadano i baluardi, e le catene siano tutte spezzate, e con sereni occhi guardare questo inesplorato prodigioso universo di sovrane bellezze, questo piano, queste selve e quei monti e quel mare? In un concorde Atto le mani cerchino le mani per la stretta fraterna, e la parola commossa dica: Amiamoci! Domani Non più potremmo perdonarci, e all'ora Fuggente dare una speranza, un sogno O un dono di pietà: Domani o dolci Fratelli, che con noi vedete il sole E queste chiare notti e questo eterno Miracolo d'insonni astri, morremo.

Vittoria Aganoor (1855-1910)

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Cosmogonie

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a sempre l’umanità si è interrogata sulle origini dell’universo e, di conseguenza, sulle proprie. Il bisogno di fornire idealmente le ragioni dell’esistenza del mondo è andato di pari passo con la ricerca intellettuale di spiegare l’universo. Il problema, come sappiamo, è ancora aperto, ma il tema è uno dei più antichi del pensiero umano. Ogni religione e ogni cultura possiede i suoi miti sull’origine del mondo; sono le cosiddette cosmogonie, termine greco che significa “nascita del mondo”. Se il momento della creazione non può essere oggetto di storia, tuttavia i suoi effetti possono essere narrati nel mito. Così l’origine del cosmo può avvenire per germinazione spontanea degli elementi primordiali oppure essere opera di uno o più esseri divini che creano “dal nulla” tutto ciò che esiste, o possono fisicamente generarlo. In qualche caso la creazione procede non dal nulla ma dal Caos, immaginato talora come vuoto, abisso, oscurità, come nel caso dell’Erebo dei Greci, talaltra come acque primordiali che contengono il non (ancora) esistente, come il Nun egizio. Ogni cosa arriva all’esistenza emergendo dal Nun, anche lo stesso demiurgo creatore, che per primo dà origine a coppie di divinità le quali procreano a loro volta gli elementi a coppie (luce-buio, cieloterra). Il Nun avvolge il mondo materiale; sta sotto la terra, immaginata come un disco galleggiante, ma anche sopra, oltre la volta celeste dove si svolge il viaggio diurno del sole, sta infine anche ai lati. Il sole emerge dal Nun orientale per rituffarsi nel Nun occidentale, a loro volta sedi della vita e della morte. Nel pensiero egizio il non-esistente indifferenziato continua a vivere, anche se ai margini, con l’esistente e si manifesta attraverso le piene del Nilo, ritorno al Caos ma al tempo stesso fluire di nuova vita. Il creatore è collocato tra l’esistente e il non (ancora) esistente, tra il differenziato e l’indifferenziato, tra il molteplice e l’uno. Ma per garantire l’esistenza del mondo egli ha delegato un gran numero di divinità maschili e femminili, sempre a coppie, quindi a polarità complementari, destinati a governare la realtà che, come i mondi, è sempre doppia. Grazie a questa ‘‘suddivisione dei compiti” il demiurgo alla fine resta passivo, immobile e assente assumendo il ruolo di deus indolens. La sofisticata cosmogonia egizia prevede anche la creazione dell’uomo, modellato da uno di questi dei, dalla testa di ariete “sulla ruota del vasaio” come un lavoro artigianale.

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Cosmogonie Deus otiosus

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pesso l’Essere Supremo assume l’aspetto del deus indolens o deus otiosus, di una figura cioè che dopo aver creato l’universo se ne ritrae, rifugiandosi in un altrove non precisato, non senza aver prima generato o costruito degli dei di seconda o terza generazione che governano il mondo e che assumono le forme degli elementi naturali (cielo, terra, sole, acqua, aria). Il dio creatore insomma compiuta l’opera l’abbandona delegandone la gestione a suoi rappresentanti o suoi figli. L’Essere Supremo, onnipotente e onnisciente, sembra perciò perdere la sua attualità religiosa in favore di altre divinità più “presenti”, tanto che si è visto in questo fenomeno un precoce esempio della “morte di Dio”, sostituito da miti spesso ricchi e complessi, drammatici e stravaganti. Il Creatore è lontano, praticamente assente, e l’umanità, creata spesso da un dio subalterno, lo venera pochissimo. Anzi, è la sua stessa trascendenza a fornire un comodo alibi alla negligenza umana, benché quando la natura o la storia si fanno minacciose si tenda a ricordarsi del creatore. In qualche caso si fa cenno a un’epoca favolosa in cui cielo e terra comunicavano e l’uomo era immortale, ma poi in qualche modo si è prodotta una frattura e i due mondi si sono separati per sempre. L’Essere Supremo si è così ritirato nel cielo, mentre l’umanità rimasta sulla terra trascina una stentata esistenza. “Dio, come assoluto non ha a che fare con noi” affermava Giordano Bruno.. L’Essere Supremo ha invece un posto preminente in tutte le religioni monoteiste o a tendenza monoteista. Il caso di Jahve è emblematico. Gli Ebrei si allontanavano da lui in tempo di pace e prosperità, pronti a riaccoglierlo nei loro cuori quando le calamità incombevano e i popoli vicini si facevano aggressivi. Ma Jahve costituisce anche un caso particolare, praticamente unico, data la sua presenza, pur trascendente, nel mondo e nella storia e il suo manifestarsi in 24maniera palese ai profeti.

La creazione del mondo è sempre un mito, inteso non certo come favola, ma come fondazione della società umana; quindi, anche nelle formulazioni più fantasiose, il mito rappresenta una verità perché spiega le ragioni di ciò che esiste, come opera di un Essere supremo che all’alba del mondo aveva stabilito le regole del gioco della vita. E’ il caso dei miti cosmogonici babilonesi che immaginano il mondo divino come uno Stato, equivalente eterno dell’ordine in vigore sulla terra. Anche in questo caso si procede da un caos acquatico dove tuttavia sono distinte - e personalizzate - le acque dolci da quelle salate da quelle atmosferiche. L’acqua è sempre origine della vita, come aveva compreso anche la filosofia greca delle origini, da Talete in poi, e come ha dimostrato la scienza moderna quando ha parlato di “brodo primordiale”. Nel mito mesopotamico un ordine cosmico viene fondato, anche se ciò avviene in più fasi e il caos

acquatico tenta più volte di fagocitare il tutto e ritornare alla pace dell’indistinto. E’ un dio celeste a combattere il caos e la narrazione è più volte riproposta cambiandone il nome, come cambiavano le popolazioni dominanti nella “Terra tra i due fiumi”, dal sumerico Enlil, al babilonese Marduk, fino all’assiro Assur. Ma la sostanza non cambia. Il dio celeste è giovane e onnisciente, dotato di un’intelligenza superiore a quella degli dei più anziani, combatte le acque primigenie pronte a riassorbire nell’indifferenziato quel poco che c’è, le sconfigge, stabilisce l’ordine del mondo e alla fine, con i resti dei mostri sconfitti, costruisce un mondo nuovo e plasma l’uomo. Ma anche la creazione dell’umanità ha uno scopo preciso, quasi “economico”: risparmiare agli dei il lavoro che prima erano costretti a compiere. Grazie a questa geniale invenzione (cioè l’uomo) gli dei emigrano in cielo dove costituiscono l’assemblea perenne che decreta i destini,


mentre un’umanità condannata alla produzione di beni materiali e all’accettazione dell’imprevedibile volontà divina li sostituisce sulla terra. Il mito proietta in cielo due concetti che governavano la vita umana in Mesopotamia: l’autorità e la forza, ma al tempo stesso lascia aperto il problema del destino a cui tutti, anche i potenti, sono assoggettati. La creazione dell’uomo insomma si inserisce nella creazione del mondo, ne costituisce anzi l’ultimo atto. L’umanità emerge all’alba dei tempi dalle viscere della terra o viene plasmata da un essere divino, quasi sempre accompagnata da una sorte grama in cui il “lavorare con il sudore della fronte” e il “partorire con dolore” non sono che alcuni dei numerosi inconvenienti. Ma ogni narrazione cosmogonica ha un valore fondante dell’ordine, sociale e cosmico, a cui si riferisce e la sua enunciazione completa è irrinunciabile in qualsiasi impresa cui ci si accinga. La cosmogonia deve essere ripetuta ogni volta che si inizia qualcosa, ogni volta che l’equilibrio è in pericolo (guerra, siccità, carestia, malattia), ma anche periodicamente per rinnovare il tempo, uccidere “il tempo vecchio” e far nascere un tempo nuovo. Le antiche società umane sono anche, anzi quasi sempre, palingenetiche, cioè impostate su una rigenerazione periodica. Può trattarsi di una rigenerazione quotidiana basata sul sole che ogni giorno nasce e muore, come nell’Egitto faraonico dove il sovranosacerdote doveva salutarlo all’alba con una serie complessa di inni, o anche di una rigenerazione mensile lunare di origine preistorica (la luna che muore per tre giorni

ha suggerito per prima l’idea di un ritmo ciclico), oppure di una rigenerazione annua all’equinozio di primavera come nel mondo mesopotamico, con il ripristino del nuovo ordine durante la cerimonia dell’Akitu (capodanno babilonese). Comunque fosse, il mito cosmogonico era raccontato e rivissuto, interpretato con vere azioni sceniche, posto a fondamento dell’ordine esistente. Se ogni origine è sacra, lo è a maggior ragione l’origine assoluta. Di conseguenza tutto ciò che è perfetto, armonico, fertile diventa “cosmico” e sacro. Un’energia trascendente imprime alla materia informe, tenebrosa e indistinta, una forza da cui scaturiscono l’ordine e la luce. Anche l’opera umana, a imitazione di quella divina, non può che volgersi a costruire e dare forma, sacralizzandosi grazie alla ripetizione rituale o alla narrazione cerimoniale della cosmogonia. Ma dare forma a una materia implica anche l’idea di lotta, sacrificio, perciò di morte e distruzione. Il sacrificio a sua volta rigenera, consente alla vita di prosperare, come avviene nel mito di Mithra che uccide una splendida e possente creatura, il toro cosmico, allo scopo di fecondare con il sangue della vittima la terra, creata sì ma sterile e arida, trasformandola in tal modo in un giardino verdeggiante. La morte è perciò l’altra faccia della vita, la distruzione la premessa alla costruzione, il caos fornisce la materia per formare l’ordine. Sappiamo che -dall’incesto al cannibalismo fino al sacrificio umano- niente è stato risparmiato all’umanità nella sua storia. Ma si dovrà attendere molto prima che arrivi un dio d’amore. Prima di allora

Cosmogonie la violenza è implicita nella creazione del mondo e l’uomo è plasmato con materiale proveniente da forze antagoniste, spesso chiaramente negative, a sottolineare da un lato la sua inferiorità, dall’altro fornendo una spiegazione al male che lo affligge e da sempre lo accompagna. La malattia, la morte, la violenza, tutto ciò è stato deciso nei tempi primordiali, ma anche la nascita, l’ordine, il rinnovamento. E’ su questo che si deve puntare, a tutti i costi. Il mondo può essere un sistema ciclico che deve continuamente rinnovarsi, talvolta anche a caro prezzo, oppure una lotta nella quale si è chiamati a schierarsi. Il caos esiste ancora, è avvolgente anche se respinto ai margini, oppure tenta sempre la sua riscossa. Favole? Eppure... anche noi, a lume di scienza, sappiamo che tra cinque miliardi di anni il sole ingoierà la terra. _______________ Bibliografia AA.VV, La filosofia prima dei Greci. Concezioni del mondo in Mesopotamia, nell’antico Egitto e presso gli Ebrei, Torino, 1963. M. Eliade, Mito e realtà, Roma, 2007. M. Eliade, Il sacro e il profano, Torino, 2006. R. Pettazzoni, L’Essere Supremo nelle religioni primitive, Torino, 1957. F.Schwarz, L’uomo religioso e il sacro nella religione dell’Egitto dei faraoni, in “La civiltà del mediterraneo e il sacro”, Milano, 1992.

P.22: Tempesta, JMV.Turner, 1799, olio su tela, Tate, London; p. 23: Reticolo acquatico, P.Del Freo, 2001, coll. priv; p. 24: Il naufragio, A.I.Constantinovich, 1895, coll. priv; p. 25: Drop, coll. priv.

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Lツ段nsostenibile seduzione della criptografia Anna Anna Giacomini Giacomini

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el curioso mondo delle criptografie, possiamo considerare che due siano le famiglie entro le quali si articolano molte sottospecie: - i messaggi occultati entro lemmi di ambiguo significato - i messaggi trasmessi da segni. Ambedue le categorie meritano studi approfonditi per l’abilità spesso geniale della mente che le ha elaborate, ma qui esamineremo solo quella dei segni in relazione al loro valore spirituale, riservandoci in un’altra occasione di analizzare la prima. I messaggi dei segni I glifi contenti messaggi occulti nel Medioevo venivano consegnati quasi sempre agli edifici sacri, luoghi inviolabili, che nelle intenzioni dei costruttori erano designati a durare fino al giorno del Giudizio Universale. Per questa destinazione a sfida dei secoli i simboli così collocati davano garanzia di durata e quindi di trasmissione ad una posterità che non avrebbe dovuto dimenticare i loro segreti significati. Quasi sempre si trattava di credenze parallele a quelle della religione ufficiale e dunque costituivano un sapere elitario indirizzato a pochi che lo sapessero raccogliere. Uso delle criptografie L’uso di celare in segni, non accessibili a tutti gli osservatori, credenze o notizie che non potevano divenire patrimonio comune è antico quanto l’uomo. In particolare la scrittura in cifra di messaggi, che per la loro natura militare o religiosa non dovevano essere divulgati, è testimoniata da varie fonti. La preoccupazione che informazioni riservate potessero cadere in mano ostile, fece sì che venissero congegnati codici di comunicazione o di scrittura che spesso restarono inviolati per secoli. Già nelle Storie di Erodoto (V sec. a.C.) si parla di una scrittura segreta che salvò la Grecia dalle mire espansionistiche del persiano Serse (480 a.C.). La tecnica della scrittura segreta basata sull’occultamento del messaggio, chiamata steganografia, è testimoniata da molte fonti. Tra vari misteri ne parla l’abate Tritemio (XVI sec.)nella sua opera chiamata appunto Steganografia, ma l’uso di inviare messaggi nascosti era già noto a Plinio il Vecchio (I sec.) che ci parla del “latice di titimabo” come di un ottimo inchiostro simpatico. Una scrittura in codice la usava anche Giulio Cesare. In seguito il Medioevo vide la massima fortuna del mezzo. Coloro che eccelsero nell’invenzione delle

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scritture cifrate e delle criptografie furono gli Arabi. L’opera intitolata Il manuale del segretario (Adab al-Kutab) risalente al X secolo, riserva un intero capitolo appunto alla criptografia, impiegata comunemente nella documentazione fiscale. Tale uso si prestava anche ad altre applicazioni. Non vi è dubbio che nell’alto Medioevo l’Islam fosse la civiltà più colta ed informata nel bacino del Mediterraneo, nel suo ambito veniva praticato l’esame degli antichi testi che non si limitava ai contenuti ma riguardava anche la linguistica e l’etimologia dei vocaboli. Applicando i metodi propri della decrittazione alle Sure del Corano, gli studiosi arabi riuscivano a stabilirne l’esatta datazione e soprattutto l’autenticità. In Europa, nella stessa epoca, il concetto di criptografia cominciava ad essere in qualche modo intuito. Esso era applicato soprattutto agli scritti sacri che venivano letti non soltanto nel loro significato letterale, ma anche ricercandovi quello anagogico, ossia il senso riposto. Ogni lettura poteva essere effettuata su più livelli e l’uso di questo sistema di analisi fu esteso ad immagini e cose fino al punto che gli stessi

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oggetti liturgici non venivano più osservati con l’occhio della vista ma con quello dello spirito. In tutto il mondo visibile poteva essere scorta l’impronta divina e tutto poteva costituire espressione o simbolo di essa. ‘‘Videmus nunc per speculum et in enigmate’’ aveva detto San Paolo nella II Lettera ai Corinzi e l’uomo occidentale alla ricerca di Dio non dimenticava mai che ogni aspetto della realtà poteva essere letto nella sua accezione di immagine del divino, di un’idea superiore da decifrare. Così tutto poteva essere trattato come un enigma del quale scoprire il senso riposto. I Templari e le criptografie Non stupisce dunque che i Milites Templi, uomini del Medioevo a metà strada tra la civiltà islamica e quella latina, conoscessero ed usassero glifi segreti per trasmettere i propri messaggi. La lunga consuetudine con gli Arabi poteva aver loro insegnato l’arte della comunicazione occultata e la cosa appare ancor più convincente quando si ricordi che ogni gran maestro aveva al suo servizio uno scrivano arabo, come si evince dall’articolo 77 degli Statuti Gerarchici. Lo scrivano era una figura di inter-

prete-segretario il cui compito in terra di Siria probabilmente poteva estendersi anche a quello di insegnare le evolute conoscenze linguistiche arabe ai cavalieri rossocrociati. Non è improbabile che insieme a tali strumenti glottologici fossero stati comunicati anche i rudimenti della criptografia e soprattutto i vantaggi del suo uso. La Regola templare, approvata nel 1128 nel corso del concilio di Troyes, parlava inoltre dell’esistenza di un linguaggio dei gesti, con il quale i confratelli comunicavano durante i pasti. Il silenzio, pratica cenobitica comune nel Medioevo, era motivato dal precetto apostolico “Manduca panem tuum cum silentio”. Perciò accanto ai segni incisi trovava posto l’uso di una gestualità sostitutiva della parola che poteva essere compresa da chiunque ne conoscesse il significato, in testimonianza dell’abitudine di surrogare il linguaggio delle parole con altri mezzi espressivi. I segni incisi Nel corso del 1200 la cristianità immersa in una profonda crisi di identità dovuta alle sconfitte crociate e alla diffusione di eresie spesso eredi dell’antico gnosticismo, accolse con la più profonda ammirazione una personalità brillante per cultura e per zelo dottrinale: Domenico di Guzman, il fondatore dell’ordine domenicano. Al forte gruppo di predicatori, che si strinsero intorno a lui quali difensori della fede, la Chiesa affidò con il Tribunale dell’Inquisizione il compito di proteggere l’ortodossia dalle minacce eterodosse. Le dottrine antiche di provenienza pagana, i residui di uno gnosticismo tenace e sotterraneo, radicato in culti e in credenze traslitterati dall’antico in lingua cristiana, perduravano minacciosi e permettevano il periodico riproporsi di predicatori, anacoreti, mistici che minavano la sovranità della cattedra di Pietro. Una lotta senza quartiere, a qualunque costo, appariva come il correttivo migliore per garantire al potere spirituale la sua sacrosanta intoccabilità. Furono istituite le pene del carcere a vita, i roghi purificatori, i bruciamenti delle peccaminose vanità, gli autodafé. Prove come le ordalie erano largamente praticate. In questo clima coloro che della fede conoscevano percorsi diversi e destinati a produrre un’illuminazione possibile solo a pochi predestinati, crearono in modo spontaneo un sistema di comunicazione


inintelleggibile per chi ne ignorasse le segrete allusioni. Ed è quanto oggi riscopriamo sulle pietre delle chiese romaniche e gotiche, accanto alle sigle dei lapicidi, o al segno personale dei maestri costruttori. I Templari ne furono maestri, ma chi più di loro aveva interesse a nascondere i segni di una dottrina segreta, nata dagli incontri con gli Arabi, con l’esoterismo ebraico, con i discendenti spirituali degli ultimi Esseni? I segni di questo misterioso sistema dottrinario sono tutti sulle pareti della Torre del Coudray a Chinon, luogo nel quale furono imprigionati il gran maestro dell’ordine templare Jacques de Molay insieme con i suoi alti dignitari. Era la primavera del 1308 e nel corso del loro trasferimento dal Tempio di Parigi a Poitiers, sede pontificia in cui il papa Clemente V li aspettava per interrogarli, essi fecero tappa a Chinon. In quel luogo si ammalarono. Sulla natura del malanno non si sa molto, pare che fossero colti da una specie di epidemia che coinvolse tutti e si risolse solo dopo diverso tempo, alcuni mesi, forse troppi per una malattia che non produsse alcuna vittima. I cavalieri che accompagnavano i capi dell’ordine erano 14 con tre sacerdoti rossocrociati, seguiti da 37 altri tra sergenti ed inservienti. Il morbo misterioso impedì dunque a ben 58 Templari di raggiungere Poitiers, che si trova a un centinaio di chilometri da Chinon. La distanza è molto breve e per uomini abituati alla guerra nel deserto e ad una disciplina dura ed impietosa, sorprende il fatto che un’ipotetica malattia, che peraltro, si ripete, non mieté alcuna vittima, li rendesse tutti così deboli da non consentire loro di raggiungere la meta. Quale fu dunque il vero motivo di questa sosta così prolungata a Chinon? Forse il bisogno di fissare sulle pietre le convinzioni religiose che li stavano portando alla rovina? Dalla decrittazione dei graffiti che lasciarono numerosi sulle pareti della loro prigione, è possibile scoprire questo ed altro. Sulle pietre di quella torre parlano sommessamente molti segni apparentemente di senso oscuro, pur stimolando l’impressione di voler comunicare qualcosa di preciso e di sistematico. Ad un primo sguardo parrebbe trattarsi di forme infantili, disegni elementari, strani oggetti indecifrabili di stravagante natura. Desta interrogativi anche la loro stessa collocazione che è ad un’ altezza non raggiungibile senza

una scala. Sembra assai improbabile che una prigione medievale contenesse molti arredi, soprattutto oggetti come una scala che poteva facilitare una possibile evasione. Tale altezza avrebbe potuto essere raggiunta solo con un espediente di fortuna, ad esempio, salendo un uomo sulle spalle di un altro. Una simile posizione però sarebbe risultata scomoda e faticosa per un inutile ed ozioso passatempo. Si insinua il sospetto che la scelta di quella disposizione avesse un suo preciso motivo, così come la sequenza serrata dei glifi su due file regolari ne segnalerebbe un’organicità ragionata. L’altezza che li ha salvati da una contaminazione o da interventi posteriori, nonché la loro apparente consequenzialità fanno sì che l’insieme suggerisca l’idea di un messaggio. Una comunicazione importante e segreta, da trasmettere intatta nel tempo fu forse affidata dall’ultimo gran maestro, in attesa di un processo, a quei conci di calcare oolitico? Anche se il repertorio di Chinon appare come il più complesso ed articolato, non vanno trascurati altri gruppi di graffiti rilevati in edifici appartenuti all’ordine del Tempio o in luoghi ad esso connessi. Ad esempio molto significativo è l’insieme che si trova nella prigione di Domme, o, in Italia, il Cristo isolato graffito sull’arco trionfale della chiesa della Magione a Siena. Al di là di queste scarne citazioni, numerosi sono gli esemplari rilevabili in luoghi di accertata pertinenza templare. Qual è il loro significato? Perché i Milites Templi usavano affidare alle pietre i loro messaggi criptici?

Simboli E’ uno dei misteri della Militia Templi, che unito a tante accuse e a tanti sospetti, rappresenta un’affascinante provocazione per lo studioso dei segni minori. Si parla tanto dell’assoluzione di Clemente V testimoniata dalla pergamena di Chinon. Un’assoluzione implica una colpa da cui ci si redima con il pentimento. Erano dunque, i cavalieri, convinti di aver praticato una seconda religione blasfema da abiurare? Dove venne nascosta la loro complessa eresia? A questo interrogativo è possibile oggi dare una risposta con la lettura accurata delle affascinanti criptografie di Chinon che ci parlano di esoterismo, di negromanzia, di illuminazione per pochi, insomma di una libertà di pensiero rivendicata dai segni incisi. _______________ Bibliografia: -Malcom Barber, Processo ai Templari una questione politica, Genova 1993 -Luc Benoist, Signes, symboles et mythes, Presse Universitaires de France, 1975 -Guillaume Durand de Mende, Rationale o Manuale dei divini uffici, a cura di R.Campagnari, Roma 1999 -Anna Giacomini, Chinon, l’estremo messaggio templare, Bari 2005 -René Guénon, Simboli della Scienza Sacra, Milano 1975 -Simon Singh, Codici e Segreti, Milano 1999 -I Templari la Regola e gli Statuti dell’Ordine, a cura di J.V.Molle, Genova 1995, p.47

P.26: Incisioni di cavalieri crociati a Gerusalemme; p. 27: Tavoletta catastale in cuneiforme; p. 28: Un criptogramma inviato ad Edgar Allan Poe; p. 29: San Leonardo e le sue croci, Chieri, Torino.

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Tutto scorre come sabbia nella clessidra Maurizio Cohen

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utto scorre....queste parole di Eraclito hanno segnato il pensiero per secoli e secoli. Hanno occupato la mente di filosofi e scienziati i quali si sono impegnati nel definire il primo concetto, profondo, intimo, magico di ciò che scorre...il tempo. Da sempre abbiamo avuto il bisogno di scandire il tempo, segnare il tempo: con il sorgere del sole e con il suo tramonto, con le lune nuove, con le stelle, osservando piante ed animali, imparando dal ciclo vitale della natura ad inserirci nel nostro tempo. Poi con le meridiane, più tardi con orologi di ogni tipo, elementari prima e sofisticatissimi oggi. Ma c’è stato anche il tempo delle clessidre. Ed ecco lo stesso pensiero che misterioso e magico cattura anche noi, uomini tecnologici del terzo millennio, se ci fermiamo ad osservare il costante flusso di una clessidra. Un’inspiegabile attrazione alla quale i nostri occhi non rinunciano come lo scorrere di un fiume o la legna che arde nel camino. Uno scorrere ipnotico che attiva attraverso la vista la sfera più sensibile del nostro pensare...La sabbia comincia a scorrere lenta, poi si insinua nel foro, lo stesso granello viaggia nel tempo, infinitesimo come noi. Un insieme di granelli di sabbia che sembra acquistare velocità per precipitare in una nuova dimensione e dare un significato alla propria esistenza, una corsa fluida e costante verso la fine. Davanti agli occhi, insieme al costante fluire della sabbia, scorre il nostro tempo. Guardo la clessidra: in alto infiniti granelli di sabbia finissima che, uno sull’altro, ansiosi di divenire tempo, formano il futuro. E poi la corsa verso il basso, il passaggio nella strozzatura che altro non è che il mio, il nostro presente. Un attimo dopo, lo stesso attimo che poco prima era futuro e poi presente, posato sul fondo della clessidra, è già diventato passato. Un semplice gesto della mano ed il futuro ricomincia. Un altro tempo, un altro futuro, un altro presente ed un altro passato. Un susseguirsi di cicli, continui, costanti, naturali, una serie interminabile di ripetizioni del tempo che regolano i minuti, le ore, giorni, mesi, stagioni, che regolano i ritmi e l’esistenza di tutto ciò che vive. La clessidra che divide il tempo nella continuità. Un oggetto fragile come fragili siamo noi. Un oggetto che ha il suo punto debole nella strozzatura tra i due coni, frequente

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Orologio Mobile ordigno di dentate rote Lacera il giorno e lo divide in ore, ed ha scritto di fuor con fosche note a chi legger le sa: SEMPRE SI MORE. Mentre il metallo concavo percuote, voce funesta mi risuona al core, né del fato spiegar meglio si puote che con voce di bronzo il rio tenore. Perch’io non speri mai riposo o pace, questo che sembra in un timpano e tromba, mi sfida ognor contro l’età vorace; e con que’ coli onde ‘l metal rimbomba affretta il corso al secolo fugace, e perché s’apra ognor picchia alla tomba. (dalle Rime) Ciro di Pers (Colloredo 1599- San Daniele 1663) Cavaliere gerosolimitano fu a Malta e combattè contro i Turchi. Poi visse sempre in Friuli.

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Tempi e calendari

punto di rottura, laddove noi vediamo e viviamo il presente. Il presente che è anche per l’uomo l’attimo più fragile: il presente sbagliato, trascurato, offeso, è quello che condiziona il nostro prossimo futuro ed inquina i ricordi nel passato. E’ l’attimo, come nella clessidra, della nostra fragilità. La clessidra: un oggetto che fino dai tempi più antichi ha accompagnato la vita dell’uomo ed il suo progresso. Il nome deriva dal greco, (klepsydra) che significa rubaacqua. Già perché le prime clessidre erano alimentate ad acqua. Erano già utilizzate dagli Assiri ma la prime notizie certe provengono dall’Antico Egitto. Più tardi si svilupparono e furono perfezionate da Greci e dai Romani che le utilizzavano anche in Senato (durata di quaranta minuti) per regolare gli interventi dei singoli senatori. Una sorta di contenitori in pietra di forma conica da cui attraverso un foro sul fondo fuoriusciva il liquido ad un ritmo

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costante. Sulla parete interna del contenitore delle linee incise indicavano il passaggio dei minuti. Naturalmente non erano precise ma la loro invenzione rappresentò un grande passo in avanti nella necessità per l’uomo di controllare il passaggio del tempo. Le clessidre furono il primo strumento di misura del tempo indipendente dalle osservazioni astronomiche. Solo più tardi all’acqua fu sostituita sabbia finissima che imbrigliata in due contenitori di vetro conici, comunicanti, capovolti l’uno verso l’altro, permettevano attraverso uno stretto passaggio alla sabbia di defluire e segnare così lo scorrere del tempo. Nel punto di unione tra i due coni era applicata una piastrina metallica con il foro ed il tutto era tenuto insieme da spago e cera. Solo più tardi, con lo svilupparsi della tecnica di lavorazione del vetro, se ne costruirono, sempre ad opera di abili artigiani, esemplari

costituiti da un unico pezzo. Il nome esatto di questi strumenti è clepsamie ma la parola clessidra ha continuato ad imporsi nel tempo. La clessidra a sabbia si sviluppò nel XIV° secolo (anche se si suppone che fosse già usata due secoli prima) e l’innovazione principale che ha comportato è stata quella di non richiedere un costante rifornimento come avveniva per quelle ad acqua. La loro applicazione fu immediata soprattutto durante la navigazione: era l’unico strumento veramente affidabile poiché né la temperatura né il dondolio potevano danneggiarle. Un navigatore inglese del 400, John Dee scrisse che le navi inglesi avevano tre tipi di clessidre: da mezz’ora, da un’ora e da tre ore. Ma venivano costruite anche clessidre di dodici ore per misurare il tempo in zone dove le giornate erano molto lunghe o al contrario vi erano pochissime ore di luce. Dai diari di bordo


di Magellano, ad esempio, apprendiamo che durante i suoi viaggi su ogni nave vi erano diciotto clessidre e che vi erano marinai addetti alla loro funzionalità. La loro regolazione avveniva a mezzogiorno quando il sole raggiungeva il massimo sull’orizzonte. Innumerevoli sono i riferimenti alle clessidre nei registri navali che documentano secoli di navigazione. In un archivio della Royal Navy inglese è registrato che la battaglia di Lake Chaplain nel 1776 durò per cinque clessidre e cioè due ore e mezzo. Da allora è stata utilizzata nelle molteplici attività che hanno accompagnato l’evoluzione dell’uomo. La maggiore diffusione delle clessidre, che poco alla volta divennero un oggetto indispensabile si ebbe tra il XVI° ed il XVIII° secolo, poi poco alla volta è cominciato per quest’oggetto un logico, inesorabile, irreversibile declino. Oggi naturalmente la consideriamo soltanto dal punto di vista estetico o simbolico anche se tutti abbiamo davanti agli occhi l’immagine di qualche importante avvocato americano che fa pagare il suo tempo davanti agli occhi perplessi di un cliente facoltoso attraverso lo scorrere della sabbia di una clessidra o al massimo ne troviamo una all’interno di qualche gioco di società. Ma l’immagine che noi abbiamo della clessidra è quella che ha accompagnato da

sempre la vita di ogni laboratorio alchemico. E’ l’immagine di un oggetto che più che al tempo è legato al concetto di presa di coscienza del tempo, un concetto distante anni luce da quello che ormai siamo abituati ad avere, suddiviso in unità concettualmente quasi “meccaniche”. La clessidra non veniva costruita per sapere l’ora esatta ma, concetto da non tenere in secondo piano, per limitare un qualsiasi evento ad una durata stabilita in precedenza. Non chiediamo alla clessidra l’indicazione del tempo, ma l’aiuto, e questo ha un significato simbolico importante, per delimitarlo, utilizzarlo, mi permetterei di dire, non sprecarlo. Innumerevoli sono i dipinti e le illustrazioni di laboratori alchemici e più tardi di studi medici o farmacia, dove appare sempre ben riconoscibile una clessidra e sarebbe impossibile compilarne un elenco dettagliato. E’ quindi inevitabile che questo strumento abbia assunto in un contesto alchemico un elevato significato simbolico. Lo stesso percorso, forse ancora più intriso di significati, la clessidra lo ha avuto nei paesi arabi, in India ed in Cina dove per gli alchimisti cinesi rappresentava il monte Kunlun, centro del mondo. La stessa interpretazione che si ritrova nel tamburoclessidra di Shiva, chiamato “damaru” il cui punto di contatto, il “bindu” altro non

Tempi e calendari è che l’origine della manifestazione. Quanti elementi iniziatici sono racchiusi in essa! Il compimento del ciclo che conduce inevitabilmente alla morte e necessariamente alla rinascita. L’inizio e la fine che si ribaltano e formano l’uno, il tempo che ritorna e va via di nuovo, il basso che si unisce all’alto, ciò che è terreno e ciò che non lo è, l’interiore e l’esteriore, macrocosmo e microcosmo, tutto scorre, tutto è unito, tutto vicendevolmente si scambia attraverso quel piccolo foro, la “porta stretta” che altro non è che l’axis mundi, l’impercettibile filo segreto che regola l’energia del tutto. Ciò che è pieno torna ad essere vuoto per riempirsi di nuovo... la vita! E non si può fare a meno di un’ultima osservazione che racchiude tutto ciò che ho detto e si potrebbe ancora dire. La clessidra: uno strumento semplice ed affidabile, nulla a che vedere con i sofisticati apparecchi meccanici ed elettronici (tralasciamo l’orologio atomico!) che scandiscono il concitato tempo di oggi. Due elementi: vetro fuori e sabbia dentro. Già... ma il vetro si ottiene con la sabbia! E ricomincio a pensare... P.30, 31 e 32: Foto della collezione Time Museum, Rockford, USA ; p. 33: Passing Time, 2004, coll. priv.

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Alchimia

Il laboratorio di Hermes

Sante Anfiboli e Mario Aruta

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“Un uomo può immaginare cose false, ma può comprendere solo cose vere”.

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lle origini della Massoneria Nell’anno 5812 di Vera Luce (1812 del calendario volgare), un serio studioso francese che va sotto il nome di FrançoisNicolas Noël, Massone Regolare, Membro onorario delle RR. LL. di S. Giovanni sotto i nomi distintivi di Giovanna d’Arco e del Crogiolo Morale, Or. di Orléans, Oriente di Cléry, si accinge con certosina pazienza alla stesura del monumentale trittico che costituisce un’autentica summa, forse l’unica, dell’esoterismo massonico. Questo manoscritto, a lungo conservato da mani private, nel 1968 è divenuto di dominio pubblico,

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Alchimia

uando si chiede ad un massone di narrare per Isaac Newton sommi capi storia e fini delattraverso una donazione alla Bibliothèque l’istituzione di cui fa parte, subito e diligenNationale de France1. Poiché ce ne siamo temente comincerà ad enumerare date tempestivamente procurati la fotocopia che (quella del 1717 per esempio), nomi buffi teniamo davanti a noi mentre stiamo redidi logge inglesi (At The Apple Tree, All’algendo queste note, siamo in grado di trabero di mele, At The Goose and Gridiron, scrivere, traducendola nella nostra lingua, la frase che certifica la preveggenza del suo All’oca e la graticola, ecc. in genere nomi autore. Le nostre Logge massoniche prendono delle taverne dove si riunivano i Fratelli nel origine dal Collegio dei Saggi (della Saggezza) Settecento), elevati principi universali (Lima purtroppo non sono tutte composte da berté, Égalité, Fraternité...). Tutto bene, saggi: è questo che le allontana dalla loro tutto giusto. Diciamo che il nostro ipotetico origine. Quest’origine oggi non si percepisce intervistatore chiederà al nostro ipotetico quasi più con la sua forza scientifica: è ridotta a tal punto che chi ha sete della scienza fa massone qualche dettaglio in più: quest’ulmolta fatica a trovare l’acqua salutare per timo affronterà sinteticamente l’argomento rituale e contenutistico enumerando altre importanti pietre miliari della Libera Muratoria. E così parlerà di cabala, astrologia babilonese, magia egizia ed alchimia. L’intervistatore però è un osso duro e si sofferma su una delle “materie” citate dal massone: mi parli dell’alchimia, chiede. Il massone tira un sospiro di sollievo, perché la Massoneria non ha il copyright sull’alchimia e così lui può parlarne liberamente senza rischiare di rivelare “troppo”. Ed ecco che gioisce nel parlare dell’athanor (il forno degli alchimisti) paragonandolo al libero muratore; dell’Opera al nero, la nigredo, come primo e più gravoso compito dell’Io del massone che dovrà scalare l’Albedo, l’Opera al bianco, per raggiungere la Rubedo, l’Opera al rosso, l’illuminazione. L’intervistatore esita, poi rilancia: - Scusi, ma lei di che alchimia sta parlando? - Che domande -dice l’ignaro libero muratore- dell’alchimia spirituale, l’unica, vera alchimia. L’intervistatore sorride, chiude il taccuino e stringe la mano del malcapitato: mi scusi se le ho fatto perdere tempo. Fine dell’intervista. Che cosa è successo? Semplice, l’intervistatore in realtà era un alchimista autentico che si è fatto beffe del libero muratore, vero pure lui ma piuttosto a digiuno in fatto di gnoseologia massonica.

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dissetarsi, e ciò perché è mescolata con acque estranee a causa della scarsa attenzione che si è avuta ad accudirne i canali. Non ho difficoltà a dirvi questo come avvertimento affinché sappiate che nelle nostre logge ci sono molti massoni che credono di far automaticamente parte dei Saggi, del Collegio dei Profeti e dei Magi, perché hanno acquisito o, per meglio dire, approfittato del colpevole rilassamento che è sopravvenuto. Sappiate che voi avrete un bell’essere rivestiti di tutti i gradi che devono ricondurvi alla fonte primitiva, ma busserete invano alle porte della saggezza: se non avrete meritato che vi si apra essa resterà sempre chiusa. Il brano precedente attesta formalmente l’esistenza, in seno alla Massoneria degli inizi dell’Ottocento, non soltanto di quell’esoterismo sociologico che non ha avuto difficoltà a sopravvivere fino ad oggi e che è quello normalmente vigente nelle Logge, ma anche di un altro esoterismo, di natura gnoseologica, che già a quei tempi cominciava ad essere seriamente compromesso. Quest’ultimo comprendeva essenzialmente i tre ordini di conoscenza che forniscono i rispettivi titoli ai due grandi

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volumi di Noël: La Geometria del Massone e La Fisica del Massone seguito da L’Alchimia del Massone. Ora l’alchimia, per esplicita dichiarazione dell’autore, non era semplicemente un aspetto tra gli altri del sapere massonico, un optional, ma ne costituiva la parte essenziale, il cuore: ciò quantomeno nella tradizione cosiddetta “scozzese”, che Noël senza dubbio seguiva2. È da notare come la parte del manoscritto dedicata all’alchimia sia molto più vasta delle altre due sommate insieme. “È per guidare l’uomo studioso e farlo lavorare con successo che ho cominciato col dare la mia geometria, che è la scienza delle figure piane e dei loro rapporti nelle operazioni della grande opera3: se il mio lettore ha letto bene e con attenzione questa parte della mia opera avrà notato che l’ho messo in possesso delle due prime dimensioni dei corpi: è vero che l’ho intrattenuto sui solidi, ma ciò è stato solo accessoriamente, per condurlo a una fisica massonica. Come nella mia geometria, qui sto per dargli delle applicazioni che lo condurranno alla comprensione dell’alchimia, questa scienza che racchiude tutto il mistero delle operazioni della natura”... In-

somma, per capirci, il Noël ci sta dicendo tra le righe che i primi due argomenti della sua poderosa opera sono solo, si fa per dire, una preparazione al terzo che è, nelle intenzioni dell’autore, il piatto forte. Questo perché egli ritiene, ma non è il solo, che la base esoterica della Massoneria sia fortemente incentrata sull’alchimia4. Dicevamo che Noël non era il solo a tenere in gran conto l’alchimia (pare si trattasse di un’opinione estremamente diffusa all’epoca negli ambienti esoterici), come è attestato dal manoscritto alchemico Ricreazioni ermetiche, di certo posteriore al 18155. La durata di questa importante operazione è di circa due anni comuni. E quando è terminata, l’apprendistato della nostra massoneria - perché c’è solo questa che sia vera - è terminato. Esso lascia il posto al compagnonaggio, le cui prove sono molto più lunghe ma meno faticose. Analogamente, riportiamo l’affermazione contenuta a pagina 148 del trattato pubblicato a Parigi nel 1781 sotto il titolo Il diadema dei Saggi, e firmato Philantropos, cittadino del mondo. Gli antichi professavano la religione della medicina universale, e la nascondevano sotto misteri sacri (ecco la vera Massoneria). Concludiamo la nostra carrellata con una citazione dalla pagina 55 de Il denaro del povero di Etteilla, pubblicato senza data a Parigi, ma di certo dopo il 1785. ...a certi uomini era necessaria quella vile apparenza esteriore che ben presto portò tutta questa superficialità estranea alla vera massoneria... Se la vera massoneria fosse sopravvissuta, i Fratelli avrebbero parlato a voce alta, e il mistero non sarebbe esistito che nell’Opera. Risulta evidente da questi brani che i “saggi” dell’epoca consideravano vera solo quella Massoneria che non avesse perso o disperso l’anima in mille rivoli; una Massoneria che restasse concentrata sul suo nucleo essenziale che era (ed è) di natura alchemica. Lo si dice chiaramente negli ultimi due passi riportati. Ma anche se risaliamo ai tempi di fondazione della Massoneria moderna, circa un secolo prima, ritroviamo la medesima dimensione. Consideriamo per esempio Elias Ashmole: traccia della sua iniziazione ermetica da parte di William Backhouse, alchimista e rosacrociano, ci è conservata nei suoi diari. Alla data del 10 marzo 1652, annotò telegraficamente l’attestazione ufficiale del fatto: “Stamattina mio padre Backhouse s’è aperto molto ampiamente riguardo al grande segreto”. Di quale segreto si trattasse si può facilmente immaginare, anche perché il 13 marzo 1653 scrisse: “Mio padre Backhouse, giacendo malato in


Fleet Street, vicino alla chiesa di San Dunstano, e non sapendo se sarebbe vissuto o morto, alle ore undici circa mi ha comunicato, in sillabe, la vera materia della Pietra dei Filosofi, che mi ha lasciato in eredità”. In realtà questi sono solo alcuni esempi (ce ne sono moltissimi) dell’importanza data all’alchimia negli ambienti massonici del XVII, XVIII e XIX secolo, ma essi possono e debbono far riflettere. Soprattutto debbono far riflettere sul fatto che uno dei saperi fondanti della Libera Muratoria, l’alchimia appunto, era già in pericolo nel 1812. Non ci si tacci di essere catastrofisti e soprattutto non si provi a vedere il bicchiere mezzo pieno: in fondo abbiamo scoperto l’alchimia spirituale, quella sì che ci serve. Oppure: dal XIX secolo ne abbiamo vinte di battaglie sociali, a chi può interessare chiudersi in un laboratorio puzzolente per giocare con polveri rosse e alambicchi? Tuttavia il Noël non la pensava affatto così, perché che l’alchimia massonica non fosse solamente “spirituale” bensì fondamentalmente “fisica” ce lo dichiara in modo esplicito. È per questa ragione che nelle istruzioni vi si dà sempre un senso morale che nasconde quello vero, che dev’essere conosciuto solo da colui che è un vero partigiano della verità6. Questo è il punto, che dovrebbe interessare tutti, perché si tratta delle nostre radici; si tratta di sapere che quando si guarda una melagrana - simbolo di somma importanza non va considerato solo come grafica metafora di una felice unione tra Fratelli, ma come precisa rappresentazione visiva dell’obiettivo ultimo del lavoro ermetico: la cosiddetta “pietra filosofale”. Lo sapevano di certo personaggi come François-Nicolas Noël che già due secoli or sono mettevano in guardia le Logge che bisognava radunare ciò che è sparso. Evidentemente non si è agito con rapidità e ciò che resta di quella somma di conoscenze, che aveva trovato asilo tra le colonne dei templi massonici, è una serie di simboli che trasmettono qualcosa ma tengono ben stretti i loro segreti. Allora bisogna arrendersi al fatto che il pilastro alchemico sia crollato? Certamente no, verremmo meno al nostro impegno di muratori, di costruttori: il pilastro è a terra, ma i pezzi sono ancora lì. Bisogna rimetterli al loro posto. Per farlo bisogna centrare l’argomento. Attualità dell’ermetismo Innanzitutto bisogna stabilire a cosa ci si possa legittimamente riferire quando si parla di esoterismo occidentale. Noi ritenia-

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mo trattarsi essenzialmente di ciò che va sotto il nome di tradizione ermetica, nella quale va annoverata l’alchimia come scienza regina. Di contro alla nauseante mescolanza di psicologia arcaica, vuota ermeneutica, numerologia banale, rituali deliranti, che negli ultimi duecento anni è stata spesso pubblicamente spacciata e venduta per essa (ci riferiamo alla tradizione ermetica), intendiamo qui riaffermarne lo significato autentico, che è quello di un sistema di conoscenze scientifiche improntato a un rigoroso sperimentalismo razionalistico. Non si vede come altrimenti esso avrebbe potuto generare la rivoluzione scientifica, come invece ha fatto. Per fare un esempio clamoroso: solo oggi si comincia a constatare l’incidenza di venticinque anni di rigorosa sperimentazione alchemica sulle scoperte fisiche di Newton, per questa ragione definito da Keynes come “l’ultimo dei maghi”. Dunque, quando parliamo di alchimia è imprescindibile tenere presente che stiamo parlando di una disciplina che ha tutte le caratteristiche di una scienza positiva e non di una fumosa trasposizione, in termini metallurgici, dello yoga o altro. Queste caratteristiche operative sono state celate nel corso di due millenni in una miriade di figure, simboli e metafore. La conoscenza per operare nel modo giusto (e perfetto) è stata di volta in volta veicolata attraverso gruppi iniziatici, ordini simbolici (si pensi alla Rosa+Croce d’oro, da non confondere col gruppo cui dette vita Johann Valentin Andrae) e confraternite varie, nonché da

una sterminata produzione letteraria. Ultima, in ordine di tempo, a ricevere gli insegnamenti alchemici (operativi!) è stata la Massoneria che li ha sistematizzati e cristallizzati nei simboli e nei rituali. Il compito, che ci siamo prefissati, è aprire dolcemente la materia offerta quotidianamente ai nostri occhi, e riuscire a leggervi di nuovo quei significati operativi che ci sembrano così oscuri ma che solo due secoli fa comprendevamo ancora bene, come attestato dall’opera di François-Nicolas Noël. Cercheremo di guidare il lettore interessato attraverso un percorso tortuoso, sollevando un po’, per quel che ci è concesso, quel velo che lascia solo intravedere il prezioso dono celato nel Giardino delle Esperidi. _________________ Note: 1 Dipartimento dei manoscritti (divisione occidentale), FM Icono Atlas 2, R. 58.014. 2 La miniatura che apre La fisica del Massone è l’illustrazione della scritta che vi campeggia: “Tutto non è che Caos”. 3 In corsivo nel testo. 4 Ma si faccia attenzione: quando parliamo di alchimia, in questa sede, intendiamo l’unica, vera Arte Reale, quella che si fa sudando sugli alambicchi nel laboratorio. 5 Contenuto nell’in-folio intitolato Traduzioni, conservato alla Bibliothèque du Museum di Parigi, ms. n. 362. 6 La fisica del Massone seguita da L’alchimia del Massone, cit., p. 56.

P.34, 35 e 36: Rosarium philosophorum, Jaros Griemiller, 1578, manoscritto, Praga; p. 37: Ceramica alchemica, Alcora, Spagna.

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Come in alto, così in basso Introduzione alla Legge di Corrispondenza in Astrologia Sandra Zagatti

G

li individui che non si interessano di astrologia sono principalmente di due categorie: quelli che la considerano una primitiva superstizione, che offende la cultura scientifica e specula sulla fragilità umana, in quanto tale da combattere come ciarlataneria... e quelli del “di che segno sei?”. Pur discutendone spesso e volentieri, va da sé che né gli uni né gli altri sanno di cosa parlano e soprattutto, per un’istintiva diffidenza diversamente motivata ma ugualmente disconosciuta, né gli uni né gli altri vogliono saperlo. Presunzione, paura, dogmatismo o dignità intellettuale? Non saprei. So però che per riflettere sul sistema sim-

(Vangelo di Giovanni, 4.19)

‘Le cose che il padre fa, anche il figlio le fa similmente’ 38


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bolico legato all’astrologia è necessario un impegno: a tempo indeterminato e in prima persona. D’altronde i principi, i significati, i valori assoluti dell’essere e dell’esistere possono mostrarsi in diversi modi, a seconda dei diversi e relativi piani in cui si manifestano, ma rimandano sempre al medesimo contenuto qualitativo: così, anche la serietà di una riflessione astrologica dipende soltanto dalla capacità di interpretare le osservazioni fatte su un piano (quello celeste), traducendole su altri piani secondo una sintassi di analogia, non di causa-effetto. Cielo e Terra Nel Vangelo di Giovanni si legge: “l’uomo non può ricevere cosa alcuna, se non gli è data dal cielo”. Ma cos’è il cielo? Cos’è il cielo per l’uomo? E’ qualcosa di trascendente o comunque lontano e distaccato da lui (Dio, destino, fato, caso...) o qualcosa che gli appartiene, che lo riguarda? Si potrebbe

dire, non incoerentemente, che sia entrambe le cose: “ciò che è in Alto è come ciò che è in Basso”, recita il detto ermetico. Alto e Basso, quindi, Cielo e Terra, pur essendo dimensioni diverse e distinte non sono tra loro separate, ma sono anzi intimamente legate da una legge di corrispondenza o, per dirla con un termine scientifico, di isomorfismo. Ciò che è in alto non è, ma è “come” ciò che è in basso: questa è la verità misteriosa che tentiamo di cogliere attraverso i simboli astrologici, e che tali simboli a loro volta contengono; e così noi stessi. Dal punto di vista astrologico significa dunque che ciò che accade sulla terra deve corrispondere in qualche modo a ciò che accade in cielo: un oroscopo, tuttavia, non ha affatto la funzione (né l’astrologo ha il potere) di predire “cosa” accadrà in conseguenza a particolari movimenti celesti, ma è uno strumento di osservazione del segnale

qualitativo di tali movimenti, e quindi della qualità, significativa e significante, degli accadimenti del divenire. E in effetti un oroscopo, letteralmente, non fa altro che “osservare il tempo”. L’osservazione del tempo La qualità del tempo non ha nulla a che vedere con la durata, che ne rappresenta invece l’aspetto quantitativo, ma si basa sull’idea, molto comune nelle culture antiche, nonché principio cardine di tutte le mantiche, della corrispondenza tra forma e contenuto: secondo questo concetto, ogni istante possiede determinate caratteristiche che permettono soltanto la realizzazione di eventi ad esse adeguati. Ad esse simili, appunto. Purtroppo l’ignoranza, le mode e i luoghi comuni hanno diffuso informazioni superficiali ed erronee, se non proprio faziose, sull’astrologia, che invece possiede una struttura simbolica molto complessa

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e, senz’altro, molto più “iniziatica” che “magica”. Semplificando, si può dire che ogni segno, casa, o pianeta, ogni aspetto ed elemento di questa struttura sia legato ad un preciso ambito qualitativo, e quindi rappresenti un valore di esperienza, una funzione psichica o un’energia particolare, di cui un oroscopo definisce in forma simbolica presenza, ordine e rapporti in un determinato tempo. E poiché ogni evento è visto come l’espressione formale di un contenuto, in particolare l’evento della nascita viene considerato come uno schema dell’esistenza che seguirà, in cui sono racchiuse tutte le necessarie informazioni affinché, secondo la chiave analogica, sia identificabile il destino del neonato. Destino come programma So bene che il termine “destino” porta in sé un’idea di ineluttabilità e di passività che piace poco: sia ai non astrologi che a molti di essi. E’ preferibile, più moderno e corretto parlare di... programma? Ebbene, l’oroscopo natale può essere visto come la sintesi simbolica del programma di una particolare

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esistenza: l’evoluzione (intesa appunto come l’aspetto qualitativo del divenire) che un particolare individuo deve o meglio può compiere. Si potrebbe obiettare che affrontare la vita è spesso assai più problematico di una pur interessante teorizzazione; ed è senz’altro vero. Tuttavia, dal punto di vista astrologico non esistono problemi “in sé”, o problemi causati davvero e totalmente dall’esterno; anzi, qualcosa sembra diventare per noi un problema soltanto laddove non riusciamo ad integrarne il significato corrispondente, manifestandosi quindi, al pari di una malattia, come effetto, e non causa, di disordine: l’effetto della differenza individuale tra un principio energetico ed una realtà coscienziale. D’altra parte anche per la scienza l’evoluzione è lo scopo della vita, e l’evoluzione si attua sempre (non solo per l’uomo, ma ovunque in natura) attraverso la risoluzione di problemi; tant’è che l’uomo si ferma a riflettere solo quando qualcosa non va... Rimane da chiedersi, e la domanda è scontata, fino a che punto tale programma, tale “destino”, sia determinato.

Scelta del ‘come’ Per mentalità personale ed esperienza professionale, confesso di non aver mai condiviso il detto “astra inclinant sed non necessitant”, ritenendolo una scappatoia filosofica o un equilibrismo intellettuale per schivare quello che forse è un falso problema; e comunque un problema secondario ad altri, di natura non ideologica ma pratica (e quindi etica, e quindi spirituale) non schivabili altrettanto facilmente. A mio parere, all’uomo spetta e compete la libertà di scelta non sul “cosa” ma sul “come”: su come portare a termine il proprio programma (in modo più o meno semplice o veloce), su come confrontarsi con le esperienze (in modo più o meno consapevole o faticoso), su come evolvere (in modo più o meno intenzionale e volontario), ma il destino in quanto percorso sembra effettivamente tracciato: cioè non cade dal cielo come una provvidenziale manna o un capriccioso fulmine, ma si evidenzia con tracce riconoscibili man mano che si attua. Evoluzione consapevole Quasi mai, però, noi uomini abbiamo la


disponibilità o accettiamo l’impegno costante che un’evoluzione consapevole richiede, “collaborando con l’inevitabile”, come dice Assagioli; ed anzi spesso neghiamo le richieste del nostro destino, evitando di affrontare determinati problemi e di confrontarci con i loro significati. Così il destino, a cui evidentemente interessa soltanto il risultato finale, non la strada seguita, straccia il contratto di collaborazione che ci aveva offerto, e lascia che problemi più gravi (quelli che spesso definiamo proprio come “colpi del destino”) realizzino per noi l’aspetto passivo di un processo evolutivo coatto. Ma se i problemi hanno lo scopo di obbligarci a prendere coscienza di alcune verità (che ci appartengono), lo scopo dell’astrologia è, al limite, di renderli superflui, sostituendoli con il corrispondente apprendimento. Analizzare i principi astrologici e il loro significato dentro di noi, studiarne i rapporti e le alchimie nel nostro oroscopo natale e gli stimoli che lo dinamizzano nel tempo, può essere più di un semplice gioco superstizioso, e può aiutarci molto a riflettere su noi stessi. Questo perché per l’astrologia non c’è differenza tra carattere e destino, tra ciò che siamo e ciò che dobbiamo essere: è solo una questione di maggiore o minore

comprensione. Semmai, non ha molto senso ciò che “vogliamo” essere, perché la felicità è indipendente da ragioni esterne o contingenti, ed è esclusivamente uno stato di coscienza... Purtroppo, non di rado l’uomo instaura e mantiene con la propria coscienza un rapporto di estraneità e disarmonia, magari per pigrizia, per ignoranza, o per un orgoglioso omaggio a ciò che crede un suo libero arbitrio. Personalmente non vedo alcuna umiliazione nell’onesta, produttiva ed anche creativa attuazione di un programma, comunque l’uomo è davvero libero di credere di essere artefice e non partecipe del proprio destino, così come è libero, eventualmente, di considerarlo alieno ed ingiusto, di sentirsene vittima, maledirlo ed odiarlo, diventando sempre più infelice. Dignità degli eventi vissuti in consapevolezza Mi rendo conto che parole del genere possano apparire retoriche o addirittura di dubbio gusto: in realtà, descrivono soltanto un’idea che mi accompagna fin da bambina. L’idea di un’esistenza da condurre alla luce di una necessità evolutiva, in cui davvero “tutto è giusto e perfetto”, tutto ha quindi valore e giustizia, e bellezza, al di là della nostra capacità o volontà di compren-

Stelle dere, rassegnarci od opporci a ciò che forse va semplicemente vissuto. Se semplicemente vissuta -se vissuta sul serio, con rispetto e gratitudine- l’esistenza assume immediatamente una sacralità assoluta, che offre dignità ad ogni suo aspetto relativo, diventando così un autentico viaggio iniziatico, che ha in sé la meta e le tappe per raggiungerla, come la malattia ha in sé il sintomo e il rimedio: dunque un processo di costruzione della vita e attraverso la vita... Ma se mi guardo intorno vedo solo un drammatico processo di dissipazione. Forse anche la società, la morale, la cultura, forse tutto il nostro mondo sta subendo gli effetti della non consapevolezza, della non umiltà, costretto a prendere coscienza suo malgrado di errori, doveri, esigenze di riflessione o trasformazione a lungo non viste o rimandate o, appunto, non prese sul serio. Non so trovare altro significato al degrado, alla violenza, all’entropia, alle oscure contraddizioni di questi tempi. Ma una cosa è certa: la responsabilità non è delle stelle. P.38 e 39: Palazzo Farnese a Caprarola, il soffitto del salone al piano nobile (foto P.Del Freo); p.40: Esposizione prolungata notturna, Mauna Kea, USA; p. 41: Astrolabio/sestante arabo, museo del Cairo, Egitto.

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L’Io

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L’Io Riassunto della prima parte

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na simile interpretazione trova sostegno soltanto se si accetta il fondamento ermetico, in base al quale l’uomo si considera costituito da tre distinte forme esistenziali: 1) il corpo fisico, al quale corrisponde il mondo materiale; 2) l’anima, in relazione con il mondo psichico; 3) lo spirito, il quale si rapporta con il mondo immateriale od eterico. Tale tripartizione, caratteristica di ogni dottrina tradizionale, fu adottata anche da Platone e le successive correnti filosofiche latine neoplatoniche tradussero i termini greci nous, psiché e soma con gli equivalenti spiritus, anima e corpus. La stessa tradizione cristiana delle origini ereditò questa concezione e San Paolo, nella sua prima lettera ai Tessalonicesi, dice testualmente: “E lo stesso Dio custodisca tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, senza macchia”. Sant’Ireneo, nel suo De Resurrectione è ancora più esplicito quando afferma: “Esistono tre principi dell’uomo: corpo, anima e spirito. Quello che salva e forma è lo spirito. Quello che è unito e formato è il corpo. L’intermediario tra i due è l’anima. Quest’ultima a volte segue lo

spirito e da questo viene elevata. A volte invece discende fino al corpo, sottostando agli appetiti terreni”. Ma proprio per evitare il rischio di attribuire all’anima elementi troppo corporali i dottori della Chiesa cristiana preferirono avvicinare quest’ultima allo spirito, fino ad arrivare a confondere i due concetti tra loro e a dare origine ad un più semplificato dualismo esistenziale costituito da corpo e anima. È da questo abbinamento patristico, del tutto intenzionale, che nasce la persistente confusione tra psichico e spirituale giunta fino ai giorni nostri. Potremmo dunque allinearci con la consueta interpretazione del mito che vede in Teseo l’uomo superiore che tenta l’improbabile impresa di uccidere la propria bestialità per arrivare alla sapienza, alla conoscenza o, meglio ancora, alla beatitudine. Al contrario, vorremmo dare, in questa sede, un’interpretazione antitetica convinti che non sia irragionevole interpretare la vicenda di Teseo come la storia di chi si perde moralmente e spiritualmente pur salvandosi materialmente. D’altra parte che, al ritorno dall’impresa compiuta, Teseo fosse alquanto diverso

ell’analisi ermeneutica della leggenda di Teseo che uccide il Minotauro il labirinto viene apparentemente relegato ad elemento di sfondo del racconto. Al contrario, esso domina l’intera vicenda perché nel labirinto si nasconde l’enigma di come affrontare il mostro dalla testa di toro, che in definitiva è l’enigma che tutti gli esseri umani devono risolvere quando vengono messi di fronte alle avversità ed ai pericoli della vita. Ma il labirinto rappresenta anche l’incognita della nostra personalità, il groviglio che si nasconde all’interno di ognuno di noi e che ogni giorno va dipanato per trovare la giusta strada che arriva fino al centro più vero e genuino del nostro essere. Ciò avviene in virtù della marcia a doppio senso con cui si può affrontare il percorso. E se, come diceva Eraclito, “la strada che scende e quella che sale è sempre la stessa”, così anche la strada che ci permette di uscire dalle nostre profondità inconsce è sempre uguale a quella che, al contrario, ci porta fino al centro della nostra anima, per farci finalmente conoscere il nostro vero volto. In questo insoluto dilemma fra il dentro e il fuori, la ragione umana adotta differenti soluzioni, che possono rimanere entro i confini dell’etica ma che possono anche tracimare nelle ambigue e incerte acque della metis, termine con il quale gli antichi greci solevano riferirsi a quell’intelligenza pratica che non disdegna l’inganno e la menzogna pur di raggiungere lo scopo prefisso. Adottando questo punto di vista, l’impresa di Teseo, più che rappresentare il limpido gesto dell’eroe che uccide la bestialità insita nell’uomo, potrebbe essere interpretata come l’ingenerosa azione di colui che, adottando un comportamento pratico e distaccato, preferisce uccidere il diverso piuttosto che comprenderlo. Riportando per intero le ultime righe della prima parte dell’articolo, potremmo “di deduzione in deduzione, giungere alla conclusione che Teseo, forte della propria metis, [nel labirinto] trovò l’anima ma perse il proprio spirito e ciò che sembrava una conquista, o quantomeno una mutazione positiva, si rivelò invero una caduta, un’interruzione dolorosa sul cammino evolutivo dell’uomo interiore”.

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da prima lo attestano da un lato l’ingratitudine per Arianna, dall’altro l’amnesia per l’accordo preso con il padre. La leggenda è nota: Egeo, per lenire la propria ansia, aveva pregato il figlio Teseo di cambiare il colore delle proprie vele, da nere in bianche, qualora l’impresa contro il Minotauro avesse avuto successo. Ma Teseo, quasi offuscato dalla grandezza della propria azione, si dimenticò di un accordo così banale -eppure così importante- e il padre, scorgendo sul lontano orizzonte le navi di ritorno con le vele nere ancora issate, si gettò disperato in quelle corrucciate acque che da lui presero il nome. È quindi evidente che comunque le cose siano andate, laggiù nelle profondità del labirinto, Teseo contemporaneamente perse

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e trovò qualcosa. Ma cosa? “...Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scender dal cielo, da Dio...” La risposta non può che essere ricercata nel significato simbolico del mito, attraverso un’esegesi in parte filologica, in parte psicanalitica del racconto. Così facendo, ci accorgiamo che il Minotauro, metà uomo e metà animale, fra le molte interpretazioni, ben si presta a rappresentare la figura archetipica della Morte la quale, pur se orripilante e in apparenza incontenibile, può essere dall’uomo combattuta e vinta se, travalicando gli angusti confini della materialità, si è pronti ad ammettere un’esistenza trascendente. Aggiungendovi alcune variazioni escatologiche peculiari ci accorgiamo che questa è, in sostanza, l’interpre-

tazione che nel medioevo ne dette la Chiesa cattolica, da sempre interessata a rileggere in chiave cristiana i miti greco-romani. Il labirinto fu così fatto coincidere con il mondo del male, la cui forma più compiuta era l’inferno, mentre al Minotauro fu dato il compito di assommare in sé i vizi del suo oscuro signore e padrone: il diavolo. E’ evidente che sotto l’azione malefica di quest’ultimo gli uomini non avrebbero avuto alcuna speranza di salvezza se non fosse alla fine intervenuto un Salvatore (Teseo-Cristo) in grado di ricacciare con la propria potenza l’angelo del male nelle profondità della Terra. Forti di queste argomentazioni, possiamo ora facilmente comprendere quale sia il significato adombrato nel labirinto che fa bella mostra di sé sul lastricato di una ventina di chiese medievali italiane e francesi. Tutte queste immagini, senza eccezioni, sono a senso unico e stanno ad indicare che la vita è lunga e tortuosa ma che, d’altra parte, c’è una sola via di salvezza: quella tracciata da Dio. Aperti nuovamente alla speranza, gli uomini si accorgono così che il labirinto è latore di un duplice significato: tragitto verso l’inferno ma anche via maestra verso la salvezza eterna. La scelta risiede ancora una volta nella volontà dell’uomo. Si ripropone cioè l’eterno dilemma fra forza del braccio e forza della ragione, che per l’insegnamento cristiano significa soprattutto forza della fede. In conclusione, per il credente medioevale era sufficiente seguire simbolicamente la “lega di Gerusalemme” raffigurata sul suolo della chiesa per arrivare al centro, cioè alla “Gerusalemme Celeste”, meta ultima di tutti gli uomini di buona volontà. Da questa breve analisi ermeneutica si evince anche che il labirinto medievale, con la sua dicotomia fra bene e male, era senza dubbio un simbolo minaccioso ed inquietante ma restava comunque un elemento esterno ed estraneo all’uomo di fede, dal quale veniva utilizzato soltanto come rappresentazione allusiva per raggiungere il Bene Supremo. Con il Rinascimento si assiste ad una rivoluzione molto significativa: i poeti si mettono a pensare che forse il labirinto è in noi tanto quanto noi siamo in lui. Da elemento oggettivo si fa soggettivo, e viceversa. L’uomo del XIV-XV secolo si convince che tra spazio esterno e spazio interno vi sia una precisa corrispondenza, come quella che esiste tra microcosmo e macrocosmo, e si domanda se sia mai possibile sfuggire a questo esterno groviglio, visto che esso rappresenta l’immagine riflessa dell’intrico che alberga al nostro


interno. È interessante notare che sarà il Petrarca, per certi aspetti uno dei precursori del pensiero rinascimentale, a fissare in un solo verso del suo Canzoniere il preciso momento di questa trasformazione. Infatti, evocando il modo in cui Laura l’ha attratto, il poeta precisa nell’ultima terzina del sonetto 211: “mille trecento ventisette, a punto/ su l’ora prima, il dì sesto d’aprile/ nel laberinto intrai, né veggio ond’esca”. È più che evidente che non è più un eroe leggendario, ma il Petrarca in persona a fare l’esperienza del labirinto. Egli non è più dominato da un mostro mitico ma da un essere mortale, da una giovane donna di nome Laura e la precisione maniacale del giorno e dell’ora non è mera esaltazione amorosa bensì espediente letterario per dare la massima solennità a ciò che si configura come l’ingresso dell’uomo (qualcuno dirà la sua caduta) nel tempo storico. Quel 6 aprile 1327, insieme al Petrarca, fu lo stesso uomo occidentale che entrò nel labirinto e da quel momento non cessò mai di cercare una via di uscita. Questo cruciale passaggio tra mito e storia, nonché questa straordinaria congiunzione tra dentro e fuori, ci permette, sorvolando i secoli, di riallacciare un legame tra il valore simbolico del Labirinto insito nel mito greco e quanto teorizzato ai giorni nostri. Difatti, nel ciclo crudele della selezione naturale, dove tutti gli esseri viventi devono cercare di sopravvivere all’interno della cosiddetta catena alimentare e dove ogni individuo è allo stesso tempo predatore e preda, chi meglio del Minotauro, metà uomo e metà animale, è in grado di rappresentare lo zoccolo duro di autopreservazione e aggressività che alberga nell’animo di tutti noi? Effettivamente il toro di Cnossos ben si presta ad esemplificare l’essenza primitiva dell’uomo, il suo nucleo ontologico primigenio, quando l’istinto della vita e della sopravvivenza, cioè la propria naturale propensione all’esistenza, non doveva ancora cozzare contro le remore e i limiti imposti dall’umana convivenza. Rappresenta, in altre parole, la parte più antica dell’uomo, la sua natura più primitiva e animalesca, senz’altro anche quella più crudele, pronta perfino ad uccidere pur di assecondare le proprie pulsioni. Per questo il suo aspetto è orripilante e angoscioso. Ma, proprio per gli stessi motivi, è anche la parte più ricca di energie primordiali, di forza istintuale incontenibile che merita non già l’uccisione bensì una più opportuna e ragionata comprensione e sottomissione. L’uscita dell’eroe, in apparenza vittorioso, dal labi-

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rinto potrebbe così indicare: “l’ingresso in quella fase della vita in cui il bambino, abbandonata l’originaria istintività e costruita la propria identità individuale, comincia ad apprendere e a sperimentare secondo certe personali strategie. Ancora, il filo d’Arianna potrebbe essere il cordone ombelicale, il labirinto il grembo materno e il Minotauro il fratello gemello, per accennare solo ad alcune fra le più interessanti interpretazioni che possono riferirsi al Labirinto”. La conseguenza concreta ed immediata di ciò sarebbe che il Minotauro, e il Labirinto che lo contiene, finirebbero per rappresentare, allo stesso tempo, sia una Morte che una Nascita. Non è un caso che la stessa convinzione fosse già insita nel concetto medievale del

labirinto, secondo la quale l’uomo sarebbe stato condotto o verso l’inferno (morte) o verso la Gerusalemme Celeste (vita). Ecco quindi che, come in ogni labirinto che si rispetti, ci ritroviamo inaspettatamente su percorsi già esplorati con la differenza che stavolta ci sentiamo più istruiti e pronti ad affrontare nuove strade o soluzioni. Così facendo, utilmente apprendiamo che Brede Kristensen, acuto storico delle religioni di Leida, non ha dubbi in proposito: il Labirinto, con le sue tortuosità e i suoi vicoli ciechi, tra i quali nessuno riesce a trovare una via di uscita, non può rappresentare altro che il mondo degli inferi. Ma è davvero questo l’elemento che distingue le rappresentazioni del labirinto, o non è piuttosto il fatto che

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una via d’uscita nel labirinto c’è sempre, nonostante le sue tortuosità? Come abbiamo appena arguito, a questa domanda non si può rispondere se non accettando un’aporia, cioè ammettendo che il labirinto rappresenti, al contempo, sia un luogo di morte che di rinascita. Ragionando per astrazione, infatti, possiamo ammettere che il labirinto è l’ambientazione scenica in cui si compie un trauma psichico, cioè uno spazio simbolico in cui un essere uccide un altro essere - o una parte di se stesso - e l’uscita da quel luogo potrebbe intendersi come una nuova nascita. Da un punto di vista psicologico potremmo concludere che il costituirsi della coscienza individuale è un secondo nascere, un entrare in comunicazione conscia con la materialità del mondo che ci circonda. Ma è anche una separazione, come suggeriva Anassimandro, dall’àpeiron, cioè dall’indefinito, dal flusso primigenio dell’essere. L’uomo, acquisendo coscienza di sé, acquista contemporaneamente un’anima che lo individua e lo caratterizza e che, assieme al corpo fisico, lo rende materialmente e razionalmente partecipe dell’ambiente in cui vive. Ma nel momento in cui l’uomo si

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ricongiunge con la parte cosciente di se stesso, si distacca anche da quell’indefinito ancestrale, da quell’àpeiron originario in cui neanche sapeva di trovarsi, finendo così per precipitare nella realtà fisica del quotidiano e diventando, fatalmente, sempre più cosa tra le cose. Mysterium Coniunctionis Ecco perché, poco prima, ci eravamo sentiti autorizzati a ritenere che Teseo (cioè l’Uomo), uccidendo il Minotauro e uscendo dal labirinto, avesse trovato un’anima ma, allo stesso tempo, avesse perso lo spirito. Accecato dal bagliore insostenibile che emana dall’incontro con se stesso, Teseo non è più l’eroe che ha ucciso il mostro bensì l’anti-eroe che, per frettolosità o per manifesta incapacità, sopprime ed abbandona ciò che andava invece compreso ed assimilato. È Abele che uccide Caino, è l’uomo che nega la propria natura e si sublima in un individuo estremamente concreto e razionale ma privo di superiore sentimento. In definitiva è Teseo che uccide Teseo oppure, in termini dedalici, è il sentiero dell’umana maturazione che, in apparenza avviato alla definitiva conclusione (uscita),

in realtà devia il proprio cammino finendo per perdersi nelle interminabili circoambulazioni dell’imperfezione umana. Questo per il semplice fatto che Labirinto e Minotauro non possono essere disgiunti fra loro. Non esiste infatti Labirinto senza Minotauro (e viceversa) perché la storia di quest’ultimo è coestensiva con quella della sua prigione, costruita per lui e destinata a scomparire con lui. Pertanto, l’eroe Teseo (ma anche Teseo-l’Uomo) non poteva scindere i due problemi e per potersi ritenere un vero eroe - oppure un vero uomo - avrebbe dovuto trovare un’accettabile soluzione per entrambi. Il mito, al contrario, ci indica che Teseo, non senza l’aiuto di Arianna, fu efficace nel destreggiarsi con le incognite riservategli dalla componente architetettonica (dedalo) del problema ma non lo fu altrettanto nei confronti dell’essere vivente in esso rinchiuso, per quanto mostruoso fosse. Egli lo uccise, nel sonno, per non essere da lui ucciso, ma così facendo adottò la stessa rapida e irrimediabile soluzione utilizzata da Alessandro per superare il dilemma insito nel nodo di Gordio. La sua vita fu salva ma non altrettanto si poté dire per la


sua purezza interiore, imbrattata per sempre di sangue. La conclusione del tortuoso percorso che abbiamo appena affrontato è che il leggendario guerriero ateniese finì col conformarsi in un io (corpo + anima) talmente immerso in un corporeo pragmatismo (metis) che in questo si alienò del tutto al punto da dimenticare, perché non più necessarie, le persone care (Egeo) o quelle che, amandolo, l’avevano anche aiutato (Arianna). In altre parole, l’Eroe acquisì la coscienza di sé, ma uccise il ricordo della sua provenienza; si appropriò della Terra Promessa, ma dimenticò la propria origine. Il che significa, abbastanza tragicamente, che l’Eroe - adesso anti-eroe - uscì da un dedalo solo per entrare in un altro intrico, forse ancora più complicato, dove la disgiunzione esistenziale con il passato (spirito) lo indusse ad assumere per vero solo quello che vedeva e che sentiva tramite l’immediatezza, ma anche la limitatezza, dei propri sensi e del proprio umano ragionamento. In estrema sintesi, ciò che sembrava una nuova nascita si dimostrò niente più che un differente aspetto del medesimo stato di morte spirituale. Ne consegue, ancor più tragicamente, che il problema posto in essere dal labirinto, divenuto ancora una volta privo di effettive vie d’uscita (e quindi di concreta risoluzione), abbandona i rassicuranti lidi della comprensione umana per scomparire definitivamente negli indecifrabili abissi del mistero. È inoltre evidente come in questo stesso mistero affondi sia la natura dell’uomo che il suo destino. Abbiamo infatti osservato come nella complessa relazione LabirintoMinotauro si intersechino a più riprese le sorti umane e trascendenti di questo indecifrabile essere vivente chiamato uomo, che si ritrova addosso tutti i limiti di una struttura mortale e che, nonostante ciò, avverte prepotentemente dentro di sé inalienabili legami con l’eternità. È alquanto singolare che questa misteriosa congiunzione fra Labirinto e Uomo o, meglio ancora, fra labirinto e ciò che più si identifica con l’Uomo, cioè il suo Pensiero, la si ritrovi anche a livello figurativo-simbolico tra la raffigurazione grafica del labirinto e ciò che

rappresenta la sede di origine del pensiero medesimo, cioè il cervello. Il tutto tramite l’interposizione di un organo corporeo viscerale del tutto estraneo al connubio: l’intestino. Il fatto merita una breve digressione per spiegare che agli inizi del secolo scorso fu attribuita dagli archeologi grande importanza al ritrovamento di una serie di tavolette di argilla, provenienti da scavi fatti in Mesopotamia, sulle quali apparivano numerose raffigurazioni di labirinti, alcune accompagnate anche da iscrizioni cuneiformi. La successiva traduzione delle iscrizioni permise di comprendere che le varie raffigurazioni labirintiche a spirale rappresentavano le viscere di animali offerti in sacrificio, sulla base delle quali venivano praticate

le divinazioni. Agli intestini veniva addirittura dato il nome di palazzo delle viscere, a sua volta identificato con il mondo degli inferi il quale, a somiglianza delle molteplici forme in cui le viscere di volta in volta si presentavano agli aruspici, si rapportava al mondo dei vivi in vario modo, a volte benevolo, altre volte ostile. È sorprendente notare come in queste primissime raffigurazioni simboliche del labirinto fossero già presenti in nuce molti dei significati che si sono via via succeduti nella sua interpretazione ermeneutica e che abbiamo trattato in precedenza. La cosa ulteriormente interessante è che questa sembianza comune,

L’Io che correlava l’aspetto esteriore dell’intestino a quello del labirinto, si è riproposta anche nei confronti del cervello, organo il cui studio è stato per moltissimi secoli problematico e discutibile. Probabilmente la prima descrizione accreditata in tal senso la si deve al medico alessandrino Erasistrato il quale denominò le circonvoluzioni cerebrali ‘processi enteroidi’, proprio per la loro apparente somiglianza con le anse intestinali. Anche se il fatto può apparire oggi risibile, esso comunque dimostra quanto misteriose potessero apparire agli occhi degli osservatori le numerose e irregolari pieghe e circonvoluzioni presenti sulla superficie del cervello (corteccia cerebrale). A riprova di quanto detto, ricordiamo che a distanza di tanti secoli il famoso anatomico e fisiologo di Crevalcore Marcello Malpighi (16281694) considerò la corteccia cerebrale come costituita da una miriade di ghiandole in grado di produrre un fluido non meglio definito che veniva poi immesso all’interno dei nervi (fluido nerveo), a loro volta considerati come semplici tubi cavi di collegamento. Ciò significa che, in ottemperanza alla sua conformazione, analoga a quella di un piccolo intestino, nel XVII secolo veniva ancora riconosciuta al cervello soltanto una elementare funzione secretiva. Ma al di là della curiosa lieson intestinale tra labirinto e cervello, basata in sostanza su una loro opinabile somiglianza estetica, è oltremodo intrigante constatare l’esistenza di una similitudine semantica anche tra i tortuosi e incomprensibili percorsi del labirinto e gli altrettanto complessi e indecifrabili collegamenti nervosi esistenti all’interno dell’encefalo. Il che induce a considerare il cervello come un vero e proprio dedalo anch’esso dotato, come il mitico palazzo di Cnosso, di vie e percorsi (connessioni nervose) intersecati e ricorrenti, molto difficili da decifrare e comprendere, ma la cui esplorazione risulta obbligatoria se si ha veramente desiderio di trovare le remote stanze del suo sfuggente abitatore: l’Io (o meglio ancora il Sé). P.44, 45, 46 e 47: Caprarola, Palazzo Farnese (foto P.Del Freo).

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Le pale cruscanti Le ‘Imprese’ dell’Accademia della Crusca Margherita de’ Bezzi

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ono circa centocinquanta le pale da pane, che, dalle pareti della sala consiliare dell’Accademia della Crusca, ricordano con metafisiche immagini, motti simili a rebus ed ammiccanti aggettivi, coloro che fra il tardo Cinquecento e il Settecento militarono nella prestigiosa istituzione. L’unicità di questo corpus non nasce dal valore artistico di tali oggetti e nemmeno dal loro consistente numero e neppure dal singolare ma comprensibile simbolismo granario che tutti li accomuna, bensì proprio dalla loro morfologia: un intreccio spesso misterioso di immagine e testo scritto. Questi enigmi formati da un corpo disegnato, un motto poetico e dal soprannome del proprietario rimandano al sofisticato codice araldico delle imprese personali. A differenza dei blasoni nobiliari, stemmi destinati ad essere ereditati con gli altri beni dai primogeniti delle famiglie aristocratiche, la scelta delle imprese era assolutamente individuale e se il blasone fondava il suo prestigio sull’orgoglio della discendenza e sui valori degli avi, la seconda era invece il simbolo della virtù personale, “la filosofia del cavaliere” come la definiva l’umanista Scipione Ammirato. Valendosi di un linguaggio promiscuo di immagini e parole, l’impresa con il suo lemma comunicava un’intenzione, un principio ispiratore capace di guidare, chi la scegliesse, verso azioni gloriose (imprese appunto), come suggerisce la stessa denominazione araldica. L’emblema per sua natura era diretto alla comprensione superficiale di tutti, ma riservava una parte di contenuti all’esclusiva fruizione di coloro che condividevano la stessa cultura, poiché, partecipando dei due diversi sistemi di comunicazione quello verbale e quello figurativo, stimolava il gioco dell’interpretazione libera, dalla lettura immediata a quella più esoterica. Per questa natura di messaggio cifrato l’impresa ebbe grande fortuna fra XVI e XVIII secolo presso gli intellettuali di ogni classe sociale, divenendo un’esigenza soprattutto per coloro che avevano trovato nell’ istituzione accademica un rifugio protettivo.


Queste spesso imponevano l’adozione di un’impresa personale affinché i loro membri, percepissero con chiarezza il cambiamento della propria situazione esistenziale e sociale, che spesso imponeva la perdita del nome profano e l’adozione di un soprannome allusivo, nonché l’abbandono dei privilegi sociali, in modo del tutto analogo a quanto si verificava all’ingresso nella vita religiosa. Naturalmente l’annullamento dell’individualità era solamente il simbolo di un passaggio di stato, ché nell’accademia la persona era piuttosto celebrata nelle sue peculiarità intellettuali e caratteriali. Analogamente le differenze sociali non venivano eliminate ma semplicemente sostituite da una diversa gerarchia, che riorganizzava sui criteri del valore personale i nobili antichi e recenti, i letterati e gli artisti, gli scienziati e i ricchi borghesi facendone uomini nuovi, veri e propri cavalieri dell’ingegno. L’idea di fondo non era certamente democratica dal momento che partiva dal presupposto che vi fossero differenze abissali fra gli esseri umani, ma rivoluzionario era il concetto che le differenze non dovessero risiedere nell’origine bensì e soprattutto nel modo diverso di pensare ed esprimersi. Ma quando nascono le accademie? Con quali finalità? La storia di questi cenacoli è essenzialmente una storia cinquecentesca e contrariamente a quanto si verificò poi nell’Ottocento quando il termine ‘accademico’ divenne sinonimo di vecchio e stereotipato, tali istituzioni alle origini erano luoghi ricchi di fermenti intellettuali, centri di aggregazione culturale estremamente selettivi destinati ad esercitare una forte influenza sulla vita religiosa e politica del tempo. Spesso nel loro alveo confluivano vicende personali complesse e drammatiche che trovavano una mediazione nei delicati rapporti tra intellettuali e potere, nonché protezione per forme di dissidenza e di protesta. Nelle accademie si aggregavano uomini di origine sociale molto diversa: dai rappresentanti di grandi famiglie patrizie o borghesi, a scrittori di nascita umile o religiosi non ancora ingessati dal severo rigore post-tridentino. Fra di loro i rapporti erano saldi e duraturi, testimoniati da una produzione epistolare che diviene uno dei generi letterari più caratteristici dell’epoca. Il sodalizio spesso si estendeva dal comune culto per le humanae litterae verso uno scambio di relazioni, informazioni e interessi. Forniti di una cultura diversa ma affine, questi uomini di lettere e membri di accademie univano una buona conoscen-

za dei classici e delle lingue antiche ad una familiarità con i modelli maggiori della letteratura volgare (Dante, Petrarca e Boccaccio). Anche i prodotti letterari contemporanei erano oggetto della loro attenzione ed è proprio l’attività di vagliare, discutere e diffondere che influenzava e orientava i gusti di altri ceti ed ambienti sociali, condizionandone anche il linguaggio. La Toscana rappresenta in quest’epoca un terreno assai fertile per molte esperienze di questo tipo, ché già nel secolo precedente l’Accademia neoplatonica, protetta dalla famiglia Medici, aveva animato di studi classici, letterari e filosofici la vita intellettuale fiorentina. In particolare platonismo e neoplatonismo avevano fornito alle future accademie cinquecentesche concetti fondamentali come la convinzione che la cultura fosse un patrimonio elitario, che la comunicazione divenisse più efficace quando era trasmessa per via simbolica ed allegorica e che il misticismo antidogmatico offrisse agli ingegni superiori una strada diretta per il

In copertina contatto con il divino. In accordo con tale indirizzo di pensiero, il dibattito sull’amore divenne spesso l’attività portante di molte aggregazioni accademiche. Talora bizzarri e stravaganti, gli intellettuali appartenenti a questi cenacoli con l’anticonformismo potevano trasformarli facilmente in istituzioni temibili sia per le gerarchie ecclesiastiche sia per le nuove forme politiche di carattere autoritario e accentratore. Viceversa esse potevano essere uno strumento prezioso qualora il principe fosse riuscito ad esercitare un controllo diretto sulle loro strutture impegnandosi egli stesso nel reclutamento degli aderenti. Per di più il fatto che essi tendessero spontaneamente a fornirsi di propri statuti, a dotarsi di singolari rituali e di oscure procedure simboliche e addirittura a proteggersi con il segreto accademico, accentuava i sospetti e la volontà di intrusione dei poteri costituiti. Per questi motivi le accademie trovano nella Firenze capitale del Granducato di Tosca-

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egli anni del seicento contro le accademie prosperarono poeti franchi tiratori che presi dai vortici del marinismo, solitari, sfrenarono la loro fantasia nelle orge dei neologismi più arditi in aperta polemica con i letterati puristi e paludati. E’ il caso Ludovico Lepòreo che per le stranezze metriche e formali fu oggetto di critiche da parte della Crusca. Divenne perciò un anticruscante pronto alle invettive e alle satire più accanite. Qui importa sottolineare come ogni movimento di pensiero organizzato al fine di migliorare l’uomo e dare spazio ai valori dell’evoluzione spirituale abbia in tutti i tempi prodotto i suoi detrattori formati spesso dalle schiere dei ‘rifiutati’ divenuti nemici acerrimi. Un po’ com’è accaduto alla Massoneria. Offriamo ai lettori la sorpresa di un sonetto anticruscante, che nella satira esprime tutto l’estremismo di un linguaggio creato allo scopo di destare meraviglia e di divertire con una sorta di caccia alle streghe finalizzata alla superficiale risata.

na un clima assai propizio. Ed è proprio nell’epoca dell’apogeo del Granducato che nasce anche l’Accademia della Crusca (1583) animata dal proposito di occuparsi di questioni linguistiche e più precisamente dello studio e del raffinamento della lingua fiorentina e toscana, sì da renderne le virtù uguali a quelle degli idiomi classici. Lo spirito era quello dell’epurazione del linguaggio da contaminazioni inquinanti così come suggerisce il titolo stesso che appunto si proponeva di separare la crusca dalla farina, lo scarto dalla parte commestibile. Tutte le accademie erano accomunate dalla necessità di un’impresa e così anche l’Accademia della Crusca aveva cercato accuratamente la propria, che alla fine degli ampi dibattiti era stata individuata nel ‘frullone’ un marchingegno in uso per separare la crusca dalla farina. L’attività della Crusca si esprime attraverso il simbolismo alimentare e granario: la cattedra infatti aveva forma di bugnola, il suppedaneo era fatto da vere e proprie macine, l’armadio del segretario era una madia, un buratto lo scrigno delle leggi, mentre lo scettro dell’arciconsolo era uno spianatoio. Tale dimensione metaforica, togliendo ogni vana pompa al lavoro intellettuale e sofisticato degli adepti, mirava a

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restituire il valore vitale della lingua per il pensatore. Analogamente rientravano nel codice simbolico comune anche le imprese personali dei cruscanti cui veniva imposto di sceglierne una propria unita ad un soprannome, in relazione concettuale con il mondo della lavorazione del grano e del suo impiego, da effigiare sulle umili pale da pane. La scelta di un supporto antiaulico e l’esclusione di stemma e cartiglio dalle predilezioni iconografiche indicavano il clima dimesso e dichiaratamente antiretorico dell’Istituzione, ma allo stesso tempo conservavano il compito araldico di celebrare l’individuo per le sue specificità intellettuali, sottraendosi alla comprensione del volgo profano per aprirsi invece a quanti condividevano la stessa cultura e soprattutto gli stessi valori. Un esempio assai significativo è quello offerto dalla pala del cruscante Filippo Baldinucci (cruscante dal 1682), artista e biografo di artisti, proprietario del soprannome accademico di Lustrato, alludente a ciò che è stato polito, lucidato. La pala reca il disegno di un busto di marmo classicheggiante intorno al quale si notano nella penombra tre mazzetti di paglia i cosiddetti ‘struffoli’ che nelle pratiche artistiche venivano utilizzati per tirare a lucido il marmo delle sculture. Il motto recita “Lucente più assai di quel ch’ellera” fornendo così un commento all’immagine figurata assai esplicativo. Certamente l’emblema doveva rispecchiare gli interessi artistici del proprietario ma la scelta di una pratica come la lucidatura del marmo e il soprannome stesso di Lustrato inducono a riflettere sulle implicazioni morali della preferenza allegorica. Nell’opera di lucidatura del marmo già Michelangelo aveva visto la metafora del lavoro che l’uomo deve fare su se stesso per liberare lo spirito dai condizionamenti del corpo materiale, così questo busto classicheggiante dall’espressione ispirata sembra voler rappresentare l’immagine del perfezionamento che l’artista attraverso la lucidatura è riuscito infine a far rifulgere. Associando il motto allo pseudonimo, l’attenzione dal busto si sposta sullo stesso soggetto dell’icona: Filippo Baldinucci, si propone ripulito forse da un’iniziale rozzezza, che, grazie non solo alla sua attività professionale (cui sembra alludere il busto) ma anche al lavoro intellettuale praticato nell’accademia, si era dileguata lasciando emergere dal profondo qualità intellettuali e morali. P.48, 49 e 50: Le ‘pale’ dell’Accademia della Crusca.


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I merli cruscanti

ado sovente in traccia a caccia a meroli Nei boschi Toschi e tra i laureti miroli, E con la destra mia balestra tiroli, Gli atterro afferro prendoli e incarnieroli, Gorgheggianti d’amor cantanti e queroli Dispennoli scotennoli e martiroli, Poi li metto in guazzetto ed imbutirroli Che grassi son, come piccion di Veroli. Non caccio fuora interiora o scoroli Gl’ispiedo al foco e a poco a poco induroli E gli ardo a strutto lardo ed insaporoli. Poi gli copro col piatto e al gatto furoli, E singoli in intingoli divoroli E dentro il centro del mio ventre turoli. Ludovico Lepòreo, XVI sec. (Cormons-Roma)

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itengo che la cosa utile ed al tempo stesso necessaria nel viaggio che sto proponendo, per comprenderne lo spirito, sia una mente aperta e senza pregiudizi, un cervello calmo e riflessivo, un ragionamento aperto ad una logica non ordinaria, un genuino bisogno di conoscere ed una disponibilità autentica a vedere nell’Oltre, nell’Altrove, ovvero in quel territorio ulteriore che si disvela nel possibile. Questo perché penso che l’uomo, l’essere umano, la persona, qualunque sia il suo mondo di provenienza ed appartenenza, riesce a scoprire se stesso come ultima cosa della sua capacità di conoscenza, tant’è che Wayne W. Dyer ci ricorda che: Tu non sei un essere umano, che sta vivendo un’esperienza spirituale. Sei un essere spirituale, che sta vivendo un esperienza umana. L’uomo pellegrino L’uomo primitivo si è sempre interessato allo studio dei cieli, degli astri, delle energie che fluttuavano nella mondanità, ma soltanto l’uomo ellenico con l’inizio della filosofia comincia ad esplorare la propria anima, aprendo quelle porte ai misteri profondi dell’umana virtute e conoscenza. Ancora oggi però molti uomini sono un mistero per sé stessi; molti sono perfino inconsci dell’esistenza del mistero e vagano nella mondanità lasciandosi vivere e travolgere da una quotidiana, assordante leggerezza che li protegga dal sentire autentico. Quest’armatura anestetizza l’uomo dalla percezione di Sé, dell’Altro e del mondo in maniera profonda ed avvolgente, tanto da annebbiare la sua vista e farlo peregrinare in cerca di un qualcosa che non riesce a trovare ed a cui non trova un nome. Tuttavia, c’è sempre un momento in cui la persona, questa viaggiatrice pellegrina, sente il bisogno di dare un senso ed un significato alla sua vita, arriva il momento in cui la vita diventa impossibile se non ne conosce il perché, se non ne svela i significati nascosti, se non ne percepisce l’essenza. L’individuo deluso del mondo circostante che non può dargli una soddisfazione durevole, desiste per un momento dal frenetico inseguimento delle illusioni, e completamente esausto si ferma, silenzioso e solo lasciando che il Nulla l’avvolga. Ed è qui, che la persona attenta e aperta scopre la sua anima, la coscienza di un nuovo mondo; ella scopre la realtà del mondo interiore, del mondo che dall’Io è scivolato alla conoscenza del suo Sé che può aprirsi all’incontro con l’Altro nella possibilità buberiana del Noi.

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giovane, che fantastichi di essere negletto dagli Dei, sappi che se diventi peggiore dovrai trasmigrare poi nelle anime peggiori, e che se invece migliorerai, andrai con le migliori. Così, in ogni successione di vita e di morte, agirai e soffrirai come si conviene che tu agisca e soffra per tua parte e per tua stessa mano. Perché questa è infatti la giustizia del cielo. Platone

I Maestri Maestri in questo sono stati i grandi iniziati di tutti i tempi che si sono incamminati nella via della conoscenza costruendo e strutturando opere nate certamente da visioni mistiche o da stati di coscienza alterati. Basta pensare a tutto quello che la storiografia ha scritto intorno all’opera dantesca, che pare nata all’interno di uno stato di coscienza alterato. Potremmo andare ancora indietro percorrendo le visioni dei Santi, degli Apostoli, e ripensando a tutte le rivelazioni ottenute in momenti particolari che oggi potrebbero essere collocati all’interno del fenomeno della scrittura automatica. Ma è opinione di un certo numero ristretto di pensatori e ricercatori che la Sapienza Antica, la Filosofia misterica, l’Esoterismo, insegna che tutti gli esseri umani possiedono, allo stadio germi-

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a scrittura automatica viene comunemente definita come la capacità di chi scrive parole, frasi, messaggi senza che la propria volontà influisca sul braccio. Il soggetto, appoggiando la penna sul foglio attende che la mano si muova e, in stato di veglia o di trance, inizia a scrivere senza avere di solito consapevolezza di ciò che sta scrivendo. Volendo fare una ricostruzione storica dell’argomento bisogna risalire alla seconda metà del secolo scorso, nell’ambiente dello spiritismo e più precisamente ad Allan Kardec, considerato il padre dello spiritismo francese, il quale nel 1861, nelle sue pubblicazioni, ufficializza l’uso della scrittura automatica come il mezzo più semplice e più completo per poter stabilire delle relazioni con gli spiriti. In seguito tale pratica, dopo gli studi sull’inconscio e le varie teorie psicanalitiche che la presentano come forma di dissociazione della personalità, desta minor interesse al mondo parapsicologico; perde cioè quell’alone di mistero che l’aveva circondata precedentemente, non costituendo più un fenomeno paranormale in senso stretto, sembra passare in secondo piano rispetto ad altri fenomeni le cui cause rimangono ancora misteriose. Tuttavia negli ultimi anni, nel clima della nuova religiosità, si riaccende notevolmente l’attenzione per la scrittura automatica, che si inserisce in una nuova o meglio più ampliata prospettiva rispetto a quella ottocentesca. La nuova religiosità presenta spesso un intreccio di tecniche psicologiche, fusioni di varie spiritualità supportate da presunte spiegazioni scientifiche. Messaggi dall’aldilà, insegnamenti di ogni tipo da entità, affollano intere librerie con notevole successo. Secondo il pensiero New Age, infatti, chiunque più o meno può, mediante l’uso di tecniche tra le quali si ripresenta più vigorosa che mai la scrittura automatica, diventare canale (channeler) e comunicare con Dio, il Cristo, gli angeli, fate, gnorni, elfi, spiriti della natura, spiriti di defunti, entità multipersonali, extraterrestri, non escluso l’inconscio collettivo.

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nale, un corpo spirituale (che nelle edizioni vecchie della Bibbia veniva chiamato soma psuchicon o corpo-anima). Questo corpo, è il dorato manto nuziale, che alcune antiche filosofie chiamano anima diamantina perché è luminosa, splendente e scintillante come un gioiello inestimabile. È ciò che permette il cambiamento dalla pietra grezza alla pietra levigata, attraverso quel sentiero conoscitivo di Sé che conduce alla trascendenza. Inoltre se c’è un corpo animale, c’è anche un corpo spirituale (San Paolo), corpo spirituale che può fluttuare alla ricerca di quella conoscenza che permette la trascendenza. Tant’è che si può ritenere che né la carne né il sangue possono ereditare il regno di Dio (San Paolo) perché egli è conoscenza Demiurgica e misterica di un sentire che lascia le connessioni neuronali per accedere alla percezione sensoriale. Nella Bibbia sta scritto che il Divino Architetto creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. Tuttavia, nel Paradiso Terrestre inizia l’infinita tragedia dell’uomo, la sua anima viene rilegata all’esilio. Essa dimentica il proprio retaggio divino e si degrada per la sua incosciente sottomissione a quei corpi che dovrebbero essere i suoi fedeli strumenti. È questo il vecchio mito gnostico di Sofia, l’anima divina, che vive in esilio fra ladroni e malfattori i quali, abusando di lei, la umiliano sin quando viene redenta da Cristo e può far ritorno alla sua divina dimora. Sperimentazioni Ritengo che tutti i problemi mondani nascano dal fatto che l’individuo ha dimenticato la sua divina eredità ed è convinto di essere un corpo. Anche se il bisogno di sapere muove l’uomo alla ricerca ed alla sperimentazione attraverso vie ulteriori di conoscenza come la scrittura automatica o scrittura diretta

o medianità scrivente. Esempi sono le estasi descritte da Santa Teresa, Santa Brigida e Santa Caterina per giungere alle scritture automatiche come esperienza astrale di autori contemporanei come Anne e Daniel Meurois Givaudan. Nell’800 il medico francese Gibier si interessa agli esperimenti di scrittura spontanea di M. Slade, descrivendo la scrittura di uno scrivano invisibile sull’ardesia. Slade afferma di sentir passare la corrente dalle sue braccia. Addirittura si forma la scrittura anche dopo aver posto due piccole lastre di ardesia ai lati del foglio. La scrittura automatica si presenta come un fenomeno alquanto complesso che si presta a svariate interpretazioni. È quel processo di ricevere informazioni da un qualche livello di realtà diverso dall’ordinario livello fisico, e da una dimensione ulteriore al sé come normalmente lo comprendiamo. Tutto questo riguarda messaggi da ogni fonte mentale che cada al di fuori del conscio e dell’inconscio ordinario di ciascuno, e che non sia qualcun altro incarnato nel livello fisico della realtà. È un fenomeno considerato tanto dalla psichiatria quanto dalla psicologia e dalla parapsicologia, per il quale un soggetto, in stato di sonnambulismo, di ipnosi, di trance o anche in stato di veglia, scrive più o meno inconsciamente dando comunicazioni di vario genere. In realtà non sempre si può parlare di vero e proprio automatismo, perché lo scritto molte volte presenta una coerenza ed una creatività che presuppongono un’attività pensante, in sé consapevole di quello che scrive anche se distaccata dalla coscienza normale. Per questo il fenomeno potrebbe non essere di carattere paranormale. Gli psicologi lo considerano una manifestazione dell’Io inconscio e se ne valgono spesso


per le loro analisi del profondo: come nel sogno, durante la scrittura automatica affiorano motivi rimossi, che il soggetto ha respinto nella zona inconscia per la paura di affrontarli e l’incapacità di affrontarli, infatti nella trance affiora l’inconscio collettivo (C.G.Jung). La coscienza è per così dire una superficie o una pellicola che si distende su un’ampia area inconscia di cui non ci è nota l’estensione. Un quinto o un terzo o forse anche la metà della nostra vita di uomini trascorre in una condizione di incoscienza. La nostra prima infanzia è incosciente. Ogni notte sprofondiamo nell’inconscio, usufruendo di una coscienza più o meno chiara soltanto in certe fasi che stanno fra la veglia e il

sonno. L’area dell’inconscio è immensa e non si interrompe mai, mentre l’area della coscienza è un campo ristretto di visione momentanea e mutevole (C.G.Jung). Un grande interesse per lo spiritismo è presente anche in Freud. Nel 1909, insieme a Fereczi, assistette a Berlino a fenomeni medianici con la medium Seidler. Sono del resto numerosi gli scritti dello psicoanalista ungherese che dimostrano l’attenzione ai fenomeni occulti. La scrittura automatica assume, però, carattere paranormale quando nelle comunicazioni scritte appaiono evidenti manifestazioni di telepatia, chiaroveggenza nello spazio e nel tempo, xenoglossia, personificazione (Ugo Dettore).

Esperienze Automatismo scrivente La scrittura automatica si presenta, dunque, come una realtà articolata da una molteplicità di elementi, che interagiscono tra loro diversamente in ogni soggetto. Questa pratica, si è ulteriormente diffusa negli ambienti New Age, ed esplosa in maniera dirompente nella sua forma attuale a partire dai primi anni Settanta, che rinvia alla moda dello spiritismo dell’800. Il confine storico tra spiritismo e channeling va probabilmente riconosciuto in figure come Edgar Cayce e Alice Bailey, attivi a cavallo tra Ottocento e Novecento, che, distaccandosi dalle tecniche dello spiritismo

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classico, ma non usando ancora la parola channeling, furono autori di produzioni letterarie vastissime, dettate in uno stato di coscienza alterato, ed attribuite a spiriti maestri. Ecco che i migliori elementi positivi dell’essere, l’aspetto più rassicurante della forza interiore, l’espressione personale del divino in ogni individuo ricollega con tutto ciò che esiste: è il canale che veicola le enormi risorse del potenziale umano. Quindi il channeling rappresenterebbe la capacità cosciente per un individuo di accedere al Tutto, al Grande Sé, all’Essere universale di cui noi stessi facciamo parte. Tutte le prospettive ci portano, attraverso una sorta di animazione diffusa all’interno dell’unica Mente/Cervello, verso il ritorno alla verità delle verità: che noi siamo frammenti dello stesso Essere Universale; o, come alcuni dicono, che noi siamo Dio. Nella scrittura automatica viene proposta una nuova nozione della personalità, in cui la figura della personalità come l’intende l’occidente, si perde in un frapporsi confuso di entità multipersonali, di comunicazioni fra parti

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all’interno di un unico Tutto. Neppure Gesù Cristo sfugge alla reinterpretazione del nuovo concetto di personalità secondo cui ci sono stati tre diversi individui le cui storie si sono fuse; divenuti noti collettivamente come Cristo, rappresentarono un dramma estremamente simbolico (J. Roberts). Di fronte ad affermazioni di questo genere c’è da rimanere sconcertati, perché, quando ci si sgancia dal normale concetto di persona per interpretare fatti e figure della storia umana e della rivelazione biblica secondo le nuove nozioni di personalità multipla, si possono fare infiniti intrecci di suggestioni che ciascuno interpreta a suo modo e che, in ultimo, è anche libero di inventarsi. Ad esempio nella Cosmogonia dei Rosacroce viene spiegato come la memoria superconscia sia l’archivio di tutte le facoltà e di tutte le conoscenze acquisite nelle vite precedenti, che sono però solo latenti nell’attuale incarnazione. Queste facoltà e conoscenze sono registrate in modo indelebile nello spirito vitale e si manifestano ordinariamente, seppur solo parzialmente,

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Chi sono?

on forse un poeta? No, certo: Non scrive che una parola, ben strana la penna dell’anima mia: “follia”. Son dunque un pittore? Neanche. Non ha che un colore la tavolozza dell’anima mia “malinconia”. Un musico, allora? Nemmeno. Non c’è che una nota nella tastiera dell’anima mia: “nostalgia”. Son dunque... che cosa? Io metto una lente davanti al mio cuore per farlo vedere alla gente. Chi sono? il saltimbanco dell’anima mia. Aldo Palazzeschi (1885 - 1974)


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come coscienza e carattere. Esse costituiscono, e animano, delle forme pensiero che a volte agiscono come consiglieri ed in altri momenti costringono la persona a fare delle azioni magari contrarie alla sua ragione ed ai suoi desideri. Per giustificare e spiegare il fenomeno della scrittura automatica, Vassula Rydén e alcuni teologi a lei vicini la vogliono ricondurre alla cosiddetta legatura delle potenze tipica dell’estasi, dove la persona perde effettivamente il controllo delle sue facoltà inferiori e delle sue membra. Giungendo a Max Heindel (ingegnere navale danese emigrato negli Stati Uniti, è stato un’esponente di spicco della Società Teosofica americana negli anni a cavallo tra l’800 e il ‘900, prima di fondare la tuttora esistente Rosicrucian Fellowship. I concetti e le conoscenze che Heindel ha acquisito sono state possibili grazie all’iniziazione Rosacrociana) il quale ritiene che la Fraternità Rosacroce possieda la più vasta e la più logica concezione del Mistero del Mondo della quale egli abbia avuto conoscenza nei molti anni da lui dedicati allo studio di

questo fenomeno. Nella misura in cui ha potuto verificarlo da se stesso, gli insegnamenti della Fraternità si accordano coi fatti quali egli li conosce. Tuttavia la Cosmogonia dei Rosacroce è ben lungi dall’essere l’ultima parola in proposito. Questa finestra di ricerca esoterica è uno specchio all’interno del quale molte persone cercano di trovare un senso alla loro esistenza, ma attualmente tutto è estremamente oscillante all’interno di varie possibilità interpretative. ________________ Bibliografia Alighieri D., Divina Commedia, Milano, 1990 Anrias D., Attraverso gli occhi dei Maestri, Milano, 1932 Dettore U., Modello N, Milano, 1986 Jung C. G., (1920), in Opere, Milano, 1980 Klimo J., Channelling. Investigations on Receiving Information from Paranormal Sources, LA, 1987 Heindel M., La Cosmogonia dei Rosacroce, Peschiera, 1996 Lao Tse, in Storia delle religioni, Decio Cinti, Vol.II, 1980 Leo e Viola Goldmen, Amore e Saggezza, Lecco, 1996

Lombroso C., (1909), Ricerche sui fenomeni spiritici e ipnotici, Torino, 1990 Mac Laine S., Going within: a guide for inner transformations, New York, 1991 Meurois-Givaudan A., Forme Pensiero. Riconoscerle, scoprire la loro influenza sulla nostra vita, 1999 " " , Forme Pensiero 2, 2000 " " , Trasformarle - Guarirle, 2001 Meurois-Givaudan A. e D., Le Strade di un Tempo - Memorie di un Esseno vol. 2, 1996 Meurois-Givaudan A., I Nove Scalini, Cronaca di una reincarnazione, 1992 " " , Antiche Terapie Essene e lettura dell’aura, 1997 " " , Racconti di un viaggiatore astrale, 1999 " " , L’Uomo che piantò il Chiodo, 1990 " " , Dalla devastazione alla riconciliazione, 1992 " " , I Primi Insegnamenti del Cristo, 1999 " " , Malattie Karmiche, 1998 " " , Il Vangelo di Maria Maddalena, 1993 Morselli E., Psicologia dello spiritismo, Torino, 1907 Roberts J., Le comunicazioni di Seth. Create il vostro mondo, Milano, 1987 San Paolo, in Sacra Bibbia di Gerusalemme, Versetto 1 Cor 15, 44, Van Der Leeuw J.J., Dei in esilio, Milano, 1951 P.52: Stenografia; p.53: Madame H.V.Blavatsky; p.54: Penna stilografica; p.55: Pagina della ‘Enciclopedia’ Diderot/D’Alembert; p.56: Dettaglio monumentale, Washington DC, USA; p. 57: San Matteo, Altdorf, Uri, Svizzera.

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Si scopron le tombe

originalità. Tale caratteristica non fu per Tosti una posa artistica o una ricerca di distinzione: un carattere mite, ma fermo, e un successo ottenuto già al di sotto dei 30 anni le avrebbero rese superflue. La sua originalità risiedé nell’essere stato un musicista atipico per i suoi tempi: non scrisse nemmeno una battuta di un’opera lirica, ad esempio. E quale musicista italiano del tempo, fosse pure il capomusica di uno sperduto reggimento, non aveva ceduto al fascino del palcoscenico? Tosti no, un po’ forse per restare alla pari, pur se su campi diversi, coi Puccini, i Mascagni, i Leoncavallo e persino con Verdi (come testimoniano lettere e altri documenti), ancor di più per dedicarsi toto corde alla sua attività, si astenne da una possibile gloria che l’avrebbe portato al confronto o alla concorrenza coi citati colleghi. Il fatto è che Tosti racchiudeva in sé molti modi di “servire” la musica: fu compositore, e lo abbiamo detto, fu il più celebre insegnante di canto dei suoi tempi (e ce lo testimonia Verdi in una lettera al direttore d’orchestra tedesco Hiller), fu un organizzatore musicale di alto livello se divenne il direttore artistico della vita musicale della corte britannica sotto tre re (la regina Vittoria, il re Edoardo e re Giorgio V), fu un esperto di merchandise editoriale se il caro amico e fratello Giulio Ricordi lo volle come supervisore della filiale londinese di Casa Ricordi, in quegli anni fio-

Francesco Paolo Tosti, musicista massone Francesco Sanvitale

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a figura di Francesco Paolo Tosti (Ortona 1846 - Roma 1916) ancorché oltremodo originale nel panorama Ottonovecentesco dei musicisti italiani, si è andata rivelando, a mano a mano che uno studio scientifico e sistematico, promosso dall’Istituto Nazionale Tostiano, nato proprio 25 anni fa, ne svelasse le qualità creative, come quella di uno dei maggiori musicisti europei del suo tempo. Un corpus straordinario qualitativamente e quantitativamente di composizioni di musica vocale da camera (oltre 400 titoli in italiano, inglese, francese, napoletano e abruzzese), che ne fanno il maggior esponente italiano del genere e l’unico assimilabile agli Schubert, agli Schumann, ai Faurè, ai Debussy, è oggi raccolto in 14 volumi editi dalla Casa Ricordi e dall’Istituto Tostiano. Opera omnia che ha avuto un successo planetario fino all’Estremo Oriente, dove si tiene ormai un concorso di canto dedicato interamente al repertorio tostiano a dimensione panasiatica che si svolge a Nara, antica ca-

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pitale del Giappone. Romanze, songs, chansons, canzoni che per sempre rinnovata invenzione melodica, rigorosa struttura tecnica dei diversi elementi compositivi, perfetta aderenza della musica al testo sono uscite indenni dall’attacco del tempo e delle mode, e dopo un inutile oblìo dovuto a colpevole disattenzione dell’accademia, entrano prepotenetemente nelle sale di concerto e in quelle di incisione discografica. Ma si parlava di


rentissima e quasi importante come la casa madre di Milano. Per quasi trent’anni, dal 1875 al 1913, fu tutto questo a Londra divenendo una delle più significative figure della musica britannica e meritando il titolo “Sir” nel 1908. Non fu per questo lontano dall’Italia che visitava annualmente per doveri professionali e per le marine intellettualità che si respiravano nel Convento di Francavilla a casa del pittore F.P. Michetti, con d’Annunzio, la Duse, la Serao, Giulio Aristide Sartorio, Salvatore Di Giacomo e tanti intellettuali dell’Italia umbertina che avevano fatto del piccolo borgo sull’Adriatico un cenacolo d’arte, cultura e qualche sregolatezza. Poi Tosti se ne tornava nella routine senza tregua di Londra dove dava lezioni a nobili, borghesi e studenti di canto fino a diventare professore della Royal Academy of Music. Fra gli aristocratici c’era tutta la famiglia reale a cominciare dalla stessa regina Vittoria che menziona frequentemente le lezioni di Tosti ai suoi figli nei Diari Segreti (che abbiamo potuto consultare col grazioso permesso di S.M. Britannica la Regina Elisabetta II). E così, crescendo quei rampolli, Tosti poté dire di aver collezionato alle sue lezioni due sovrani d’Inghilterra (escluso Edoardo VII che alle lezioni di Tosti preferiva il canto delle soubrette.....) la regina di Spagna e quelle di Norvegia, Svezia e Romania, oltre la sfortunata Alessandra moglie dello zar Nicola II. Ma col nostro studiavano e si esibivano grandi cantanti come Caruso, i baritoni Antonio Scotti e Victor Maurel, i soprani Nelle Melba e Luisa Tetrazzini. E intanto componeva facendo la gioia sua e dei suoi editori Ricordi, Chappell ed Enoch: una vita senza posa cui si aggiungevano le serate a corte o presso le maggiori famiglie britanniche dove accompagnava al pianoforte e cantava egli stesso con graziosa voce di tenore. Fu uomo di grande charme artistico e umano, dal 1889 sostenuto da una donna di straordinarie qualità che era stata assistente, giovanissima, di Lesseps durante i lavori per il canale di Suez. Lady Berthe Tosti de Verrue de Malavoise fu moglie perfetta specialmente nell’aiutare il musicista nel muoversi in un mondo rutilante ma complesso e, diremmo oggi, stressante.

Tosti che nel suo sigillo, conservato tra altre memorabilia nel Museo dell’Istituto ad Ortona, aveva impresso il motto Vivi e lascia vivere non fu comunque insensibile ai moti di rinnovamento della società che specialmente gli intellettuali perseguivano in ogni modo. Forse per questo aderì alla Massoneria come è testimoniato senza fallo dai tre punti dopo la firma, anche nelle partiture autografe consegnate al suo editore il “fratello” Giulio Ricordi. D’altro canto l’appartenenza ad un certo mondo in Inghilterra dovrebbe essere prova decisiva cui possiamo aggiungere la “Loggia F.P.Tosti” inserita nell’ Ordine dei Figli d’Italia in America col n. 748 che iniziò i riti il 18 agosto 1917. E che dire di tutti i suoi rapporti d’amicizia con “fratelli” come d’Annunzio, Puccini, Ricordi, una moltitudine di colleghi inglesi, e con ogni probabilità il più grande dei colleghi: Giuseppe Verdi? Una pur non superficiale indagine sulle oltre 400 composizioni per canto e pianoforte in italiano, inglese, francese e dialetti napoletano e abruzzese, non ha lasciato evincere segni seppur lievi o celati della sua fede massonica. Forse un piccolo omaggio a Garibaldi con la canzone Carmela, ballatela popolare dove su un accorato racconto di una fanciulla che attende il ritorno dal mare del suo garibaldino, Tosti insinua nel refrain il motivo “Si scopron le tombe, si

levano i morti....” e la dedica alla contessa Cairoli, famiglia che aveva dato quattro giovani per la causa Risorgimentale, tutti morti sotto il comando di Garibaldi, chiude con raffinata pienezza l’omaggio datato 1880. Così come nel 1860 nella Napoli non più borbonica, scrive una paginetta, quasi un frammento ispirato alla battaglia di San Martino (24 giugno 1859). Certamente l’eco maggiore di una convinta appartenenza va riscontrata maggiormente tra i suoi collaboratori poeti sia italiani che inglesi che francesi come il ricordato d’Annunzio e Carducci, di Giacomo, o Weatherly, Tennyson, Bingam, o per tutti i francesi Victor Hugo. I testi delle sue romanze dovevano per forza rispettare un’aura di vaghezza super partes affidandosi all’amore, per lo più sfortunato nel dare emozioni ad una società sostanzialmente ipocrita e castigata. Il suo essere massone gli dava forza per superare la durezza compassata e spietatata della società vittoriana, di cui, è il caso di ricordarlo, egli visse per decenni accanto alla fonte. Giova ricordare infine che ad accompagnarlo nella pace del Verano guidava, molto significativamente, lo stuolo di autorità, musicisti, celebrità della cultura e dello spettacolo Ernesto Nathan, il leggendario sindaco di Roma, esponente prestigioso della Massoneria italiana, e con lui, tra i tanti, Guglielmo Marconi: era il 4 dicembre 1916.

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Friederich Schiller

Oh uomo Come sei bello mentre stai col tuo ramo di palma al declinar dei secoli, nella nobile e superba umanitĂ  tua! Coi sensi dischiusi, nella pienezza dello spirito, pieno di dolce serietĂ , in operoso silenzio, sei il maturo figlio del tempo, libero per ragione, forte per legge, grande per tolleranza, ricco di tesori che il tuo petto per lungo tempo a te stesso nascose; signore della natura che ama i tuoi ceppi ed esercita in mille battaglie la tua forza, dopo essersi sollevata d'intorno a te, dalla sua rozzezza selvaggia. Solo per la porta luminosa del bello si penetra nella terra della Sapienza, e gli uomini liberi di oggi non debbono ambire altre corone se non quelle splendenti dei raggi della suprema bellezza, sin che giungano a contemplare tra mille forme varie la veritĂ  una, che da esse scaturisce come una luce bianca dai sette vivi colori dell'iride.

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Canzone perduta

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a Massoneria è aperta al mondo. La Massoneria è in ascolto del mondo. La Massoneria è l’orecchio del mondo. Alessandro, un simpatico e bravo ragazzo di ventitre anni alla mia domanda “Cosa pensi della canzone d’autore” risponde: “Io preferisco le sonorità elettriche, ma anche la canzone d’autore è un genere forte. Diverso dalla solita musica commerciale...”. Canzoni di nicchia, versi dorati, frammenti sonori, intuizioni sparpagliate. Di questo tratterò e commenterò in questa rubrica. Tenterò di riunire ciò che è sparso. Continuando l’eterna sfida di Iside, in un campo straordinario, quello della canzone d’autore, che lambisce come un mare benefico e spumeggiante, le coste della Tradizione. Grazie al direttore per lo stimolo e la sfida. Da oggi mi metterò, insieme a tutti i lettori, in ascolto di un mondo e di un tempo che spesso confonde l’informazione con la conoscenza. La nozione con la cognizione. Proverò ad esplicitare, a rielaborare in poche righe il microcosmo di un verso, le pianure d’im-

magini e metafore assonanti che sottendono ad un barlume di verità. Cercherò di aprire le porte dell’incanto e della curiosità per andare oltre l’apparenza. Per coglierne il senso. O perlomeno, per provarci. Le canzoni d’autore e di qualità (non mi scandalizzano anche le cosiddette ‘‘canzonette’’) trasportano simboli, silloge di pensieri e di culture etnicamente e temporalmente lontane. E’ lì il giacimento di riflessioni dove attingerò a piene mani per restituire una scintilla di luce... o di dubbio. Sin d’ora attendo, preferibilmente via mail, segnalazioni, suggerimenti e frasi, versi di canzoni sopravissuti all’oblio. Testi ritrovati nella memoria pronti a raccontarci parti di noi stessi, ritagli emozionali della nostra piccola-grande storia di operai al lavoro nell’Officina della vita. Visto che da qualche parte bisogna partire, inizio con il ricordo, rinnovato da una mia recente visita web a YouTube, del concerto tenuto da Franco Battiato nel 1989 presso la sala Nervi del Vaticano alla presenza di Giovanni Paolo II. L’autore racconta in una bella intervista a Vincenzo Mollica che nel corso dell’esecu-

zione della struggente “E ti vengo a cercare” a un certo punto sente scoccare “come una scintilla”. Un’onda di emozione sacra si propaga nell’affollata platea di migliaia di persone. Il climax, così forte da togliere il fiato, scatta quando Battiato canta il verso “un’immagine divina”. Lo ricolloco nel suo contesto naturale: ... e ti vengo a cercare con la scusa di doverti parlare piace ciò che pensi e che dici vedo le mie radici. Questo secolo oramai alla fine saturo di parassiti senza dignità mi spinge solo ad essere migliore volontà. Emanciparmi dall’incubo delle passioni cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male essere un’immagine divina di questa realtà ... “E ti vengo a cercare” (ovviamente una canzone non è fatta solo di testo ma è unità stilistica di parole-musica) è un concentrato di messaggi perfettamente in armonia con la Tradizione. La metafora dell’amore verso un oggetto “fisico” del desiderio fa pensare a Dante, Fedele d’Amore, che adora la Sophia nelle sembianze umane di Beatrice. Nei versi “questo secolo oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità” si svela l’oppressione di un presente che richiama scenari da Kali Yuga. “Emanciparmi dall’incubo delle passioni”, poi, è in linea con l’esortazione muratoria a lasciare i metalli delle emozioni e della profanità fuori del Tempio. Ancora: l’espressione “cercare l’Uno al di sopra del bene e del male”, esotericamente è sovrapponibile al precetto massonico relativo al “camminare tra il bianco e il nero”. Un’annotazione: alla fine dell’esibizione, Papa Wojtyla non aspetta riverenze e si alza a salutare il cantautore catanese. Un bell’esempio di stile di comunicazione fondato su una reale capacità di empatia. Raffaele Mazzei [ Chi desidera partecipare alla costruzione di questa rubrica può segnalare un verso di una canzone o un testo all’indirizzo di posta elettronica raffaelemazzei@gmail.com] P.60: F.Schiller, stampa; p.61: Figura femminile su barca, Museo del Cairo.

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L’Internet est-il maçonnique?

Jiri Pragram Editions Ivoire-Clair, Paris 2007 243 pp Estratto dal libro, di Luigi Cerina

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nternet è massonico? È quanto si domanda Jiri Pragram, specialista dei differenti usi di Internet ed egli stesso libero muratore francese. Pagram è l’autore del libro L’Internet est-il Maconnique? in vendita presso ogni libreria specializzata in testi massonici, tra cui le Dedrad del Grande Oriente di Francia. La risposta che l’autore sembra darsi con la sua opera è sicuramente positiva, egli decripta l’attività massonica on line ed analizza le similitudini e le divergenze fra il mondo elettronico e quello della Massoneria. La sua analisi, lucida e completa, repertoria più di cinquecento connessioni e risorse. Tra le similitudini evocate ci sono i processi d’apprendimento di Internet, le tre tappe: l’iniziazione, la formazione e l’appropriazione. Le tre tappe, come i tre gradi necessari per acquisire un sicuro controllo dell’utensile. E qualche similitudine cabalistica: il mondo dell’informatica si appoggia su un sistema binario, vale a dire “un sistema di numerazione che ha per base il numero” perché conosce solo due stati. Questi due stati possono essere espressi dalle cifre 0 e 1. Evidentemente tentando di operare delle analogie tra questo universo binario e i simboli massonici, possiamo domandarci: i massoni non circolano su un pavimento a mosaico con piastrelle bianche e nere? 0 e 1? E Mosaico non è il nome del primo vero navigatore web? I simboli massonici non vanno per coppie

come le due Colonne del Tempio, il sole e la luna, il martello e le forbici, la squadra ed il compasso? Ma questo ragionamento è senza dubbio semplicista! In fondo, un triangolo ha tre lati e l’officina si appoggia sui tre maglietti, così che “cinque fratelli la illuminano e sette la rendono giusta e perfetta”. E la cifra 4 non è sconosciuta ai massoni con i quattro lati del loro quadrato lungo, i quattro elementi sui quali si appoggia l’iniziazione al primo grado ed i quattro punti cardinali che orientano l’Officina. Il monitoraggio dei siti web di obbedienze, di Logge, siti personali di iniziati, blog, liste forum e gruppi di discussioni, copre tutto lo spettro delle nuove tecnologie d’informazione e di comunicazione che è utilizzato a fini di presentazione, di divulgazione o di scambio tra Fratelli e Sorelle ma anche tra alcuni loro oppositori. E-Massoneria Il motore di ricerca Google fornisce delle

indicazioni sulla Massoneria nelle pagine web. Nell’agosto 2004, una ricerca sul lemma “franc maçonnerie” offriva 44.600 risultati; un anno più tardi le risposte sono diventate 132.000 (+ 196 %). In inglese la progressione è ancora più folgorante poiché i risultati di una ricerca fatta sulla parola “freemasonry” passavano da 173.000 a 881.000 (+ 409 %) e su “masonic” da 409.000 a 1.1140.000 (+ 179 %). (ndr In Italia nel 2008 gli esiti dati dalla stessa ricerca sono 420.000). Si può dunque parlare di un’esplosione della Massoneria sul web. Resta ancora da verificare se questo aumento di pagine che si riferiscono alla Massoneria siano proporzionali o no alla progressione del web stesso nella sua totalità. Questo tipo di ricerca via Google tuttavia non ci permette di identificare il numero dei siti massonici propriamente detti. I siti web massonici Cosa potrebbe desiderare un massone su

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un web massonico? Senza dubbio uno spazio dove consultare o scaricare centinaia di pezzi di architettura che domandano di essere conosciuti ma anche un repertorio di Officine di diverse Obbedienze con la menzione delle loro coordinate e del loro sito web, un calendario delle tornate stabilito per giorno e non solamente per Oriente e Officina. I siti web, contenuti e funzionalità Spesso i siti massonici vogliono offrire una prima informazione di base a coloro che nutrono un interesse per la Massoneria. L’informazione proposta dal web massonico resta senza dubbio al di sotto di quello che offre la letteratura in vendita nei negozi specializzati o nei comparti “esoterismo” di numerose librerie , o ancora sul net delle librerie on line. Il net offre anche numerosi rituali completi delle iniziazioni al primo grado, dei passaggi al grado di compagno e di maestro, o ad alti gradi, per questo si veda il sito poliglotta www.stelling.nl/ vrijmetselarij/ ritualen.html. Dei glossari www.francmaconnerie.org, permettono d’apprendere il vocabolario massonico. Che si tratti di siti nazionali o locali, generalmente tutti rispondono alla domanda “come divenire massone?” Numerosi siti propongono dei “precetti massonici” o il “codice massonico”, apparso nel XIX secolo. Esso è basato su precetti d’origine tedesca o austriaca pubblicati dal Grande Oriente del Belgio. Lo spostamento

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del G.O.B. verso l’agnosticismo e l’ateismo porta alla redazione di nuovi precetti nel 1878 e la loro pubblicazione nel 1879. A questo riguardo si vedano i siti: www.Francmaconnerie.ca, quelli delle Logge Amitié et Tolérance www.at1120.free.fr e René Guenon www.rene-guenon.net o il sito www.Guigue.org. Senza avere la vocazione del sito musicale, altri siti offrono delle musiche: La Gran Loggia di Russia in www.freemasonry.ru propone di ascoltare l’inno massonico russo. La Gran Loggia del Texas, www.grandlodgeoftexas.org fornisce un audio presentazione in differenti formati. I responsabili qui non si esprimono più solo con i testi ma attraverso il suono e l’ immagine, con i video, come le grandi Logge dello stato di New York www.nymaso-ns.org/ real/ glony.rm, di Rodhe Island, della Pennsylvania o dell’Indiana www.tryfreemasonry.com. I siti web delle Obbedienze Perché le Obbedienze dovrebbero essere presenti sul web? Secondo Pragram le risposte variano a seconda dei paesi. In Belgio un’Obbedienza così importante storicamente e numericamente come il Grand Orient du Belgique, non dispone di un suo vero e proprio sito web pubblico, cosi come non ne dispone la La Gran Loggia Femminile. In compenso quattro Obbedienze amiche si ritrovano unite su un sito comune. Esse

hanno sottoscritto nel 2003 un protocollo per accordarsi “sulla loro collaborazione nella gestione del sito Internet”. In Francia, al contrario, come in Svizzera, le Obbedienze, dalle più diffuse a quelle più piccole, sono sul web ed assommano a circa una ventina. La Massoneria in generale e le Obbedienze in particolare, secondo Pragram, vivono una situazione concorrenziale per cui ciò che non è nel web non esiste o non esiste più. Ai contenuti tradizionali le Obbedienze aggiungono informazioni sulle loro Logge o destinate alla stampa. Il sito della Grande Loggia del Québec, per esempio, comprende le rubriche: La Massoneria - Storia - Contattateci - Calendario - Logge (per nome, città, provincia, numero di registro) - Notizie - Rough Ashlar (la loro rivista on line). Altre rubriche quali “il sito dei soci”, “il repertorio”; sono siti privati. In effetti, alcuni siti comprendono delle parti pubbliche ed una sezione privata (extranet). I siti web delle Logge. Diverse Logge si sono dotate di siti web. E’ per cambiare l’ immagine della Massoneria? Può darsi. Ma questa è un’impresa di una tale importanza che non dovrebbe essere portata avanti dalle Obbedienze? A meno che si tratti di una battaglia che debba essere combattuta globalmente e localmente, si chiede Pragram. O si tratta solo di presentare la Loggia? Può darsi, ma per ottenere quale


risultato? La tendenza ai siti di Loggia è variabile da un paese all’altro. La loro pratica è corrente negli Stati Uniti. L’indirizzo perso.wanadoo.fr/logescaen/ permette d’accedere ad una pagina comune a due Logge di Caen: Unione e Fraternità, Thémis. Secondo i promotori, la creazione di questo sito: “testimonia la volontà di trasparenza e di apertura verso il mondo della Massoneria adogmatica rappresentata dal Grande Oriente di Francia”. Trasparenza ed apertura sono sicuramente le parole chiave delle Logge che si espongono in tutti i sensi del termine sul web. Per la loggia La tavola di smeraldo a Parigi, www.la-table-emeraude.org, il suo sito “non ha per vocazione togliere il velo alla Massoneria, ma illuminarvi sulle nostre Obbedienze e a far conoscere i lavori e l’attualità delle nostre logge”. In Svizzera, il sito della Gran Loggia Alpina www.freimaurerei.ch rinvia il visitatore verso un numero impressionante di siti web delle sue logge. I siti delle Officine, comprendono i contenuti classici ai quali aggiungono a

volte la storia della Loggia. Alcuni siti pubblicizzano i programmi delle loro tornate. Altri propongono una selezione di Tavole, per esempio www.apolloniusde-tyane.ch. Esse sono ad accesso libero, contrariamente alle Tavole del sito www.loge-eos.ch, riservate ai soli massoni che chiedono di riceverne i testi. La Loggia Bienfaisance Chalonnaise, che ha un ottimo sito in rete, fra l’altro, invita a scoprire le tombe massoniche, perso.orange.fr/ bienfaisance.chalonnaise. La Far Hills Lodge #784 (Kattering, Ohio) fornisce l’accesso alla radio in linea “Masonic Update” (Aggiornamenti massonici) www.farhillsmasons.org. Altri siti massonici E’ interessante rivolgere l’attenzione ai siti massonici, intendendo con ciò i siti creati dai massoni, dalle associazioni massoniche o paramassoniche, perché essi testimoniano le preoccupazioni dei massoni, ed i loro rapporti con la società. In Francia, a fianco dell’Istituto di studi e di ricerche massoniche

sog1.free.fr/publiderm.htm, del Grande Oriente di Francia (IDERM), altri Istituti di questo tipo ma a tipologia regionale sono presenti sul web. Questi Istituti hanno in genere come scopo la promozione, il sostegno di ricerche storiche, istituzionali, letterarie, artistiche, linguistiche, filosofiche e sociologiche che si rapportano alla Massoneria universale. Essi riuniscono spiriti liberi e curiosi desiderosi di far conoscere la parte essenziale di quanto i massoni hanno inciso, dal secolo dei lumi ad oggi, sul miglioramento dell’uomo e della società e sul progresso dell’umanità. Associazioni massoniche internazionali sono ugualmente presenti, come il Segretariato internazionale delle potenze massoniche adogmatiche o il Centro di rapporti e di informazioni delle potenze massoniche firmatarie dell’ Appello di Strasburgo www.clipsas.com. Il Meetup è un sistema di comunicazioni sul web. In queste comunità di persone che condividono le stesse affinità, ci si può mettere in comunicazione ma anche incontrarsi. I massoni

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sono presenti sul www.meetup.com con dei Freemasons Meetup Groups. Cinquanta gruppi riuniscono più di millecinquecento membri. Una carta del mondo permette di reperire questi gruppi. I Blogs Il più frequentato è certamente Le Blog Maconnique www.hiram.be , nato nel 2004 che mira a questi obbiettivi: - ricerche attraverso Internet per mezzo di motori di ricerca - “allerta” provenienti dal sistema di sorveglianza che scrutano in Internet dove le notizie reagiscono in funzione di parole chiave - collegamenti a partire dai siti web e da annuari massonici - suggerimenti di massoni o di profani. Gli articoli pubblicati sono generalmente corti e forniscono informazioni a volte serie, a volte aneddotiche. Il successo del Blog Maconnique , fino a duemilacinquecento visite quotidiane , è senza dubbio dovuto al tema stesso: la Massoneria, che suscita sempre la curiosità, ma anche al trattamento dell’informazione scelto. Fratellanze di Internauti francofoni Le Fratellanze sono gruppi di massoni, indipendenti dalle Obbedienze, che riuniscono Fratelli e Sorelle di tutte le provenienze, che condividono gli stessi interessi o esercitano la stessa professione. Le Fratellanze non sono delle Logge, non praticano alcun rituale e non possiedono alcun potere massonico. La Fratellanza degli internauti francofoni (FIF), www.fif-fm.net, è costituita da un gruppo informale di massoni di tutte le Obbedienze e di tutte le nazionalità che hanno in comune, oltre alla loro appartenenza massonica, la conoscenza della lingua francese e la padronanza della tecnologia utilizzata da internet. La FIF permette ai suoi membri degli scambi culturali su tutti i soggetti legati alla loro vita massonica attraverso una Lista di Diffusione, che è loro riservata. Questa raggruppa novecento soggetti provenienti da quarantasette paesi. Come tutte le fratellanze, la FIF non dipende da alcuna Obbedienza massonica. La FIF ha adottato una “etichetta” (galateo del net): “si risponde agli argomenti, non alle persone che li hanno esposti” e insiste: “non dimentichiamo che noi ci indirizziamo all’insieme dei fratelli internauti e non ad uno fra loro in particolare (se no avremmo utilizzato una mail personale), anche se è agli argomenti di uno fra loro che noi ri-

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spondiamo. Se noi contestiamo le informazioni che egli offre, i ragionamenti che egli costruisce o le conclusioni che ne tira, forniremmo altre informazioni, altri ragionamenti ed altre conclusioni. In breve, ci limitiamo ad un dibattito di idee e non scivoliamo mai in un dibattito di persone. Diciamo la ‘nostra verità’ che non è ‘la verità’, sapendo che gli altri hanno la ‘loro verità’, e che essa è differente e che noi dobbiamo rispettarla” (ndr. oggi questo sito è scomparso, il dominio è scaduto e non rinnovato). Officina Mosaico Anche questo è un sito di scambio massonico francofono, mosaique.waika9.com, nella sua Catena di Unione fraterna riunisce circa settecentocinquanta membri di tutte le Obbedienze ed è consacrato all’accoglienza nell’uguaglianza, la libertà, la fraternità e la tolleranza di tutti i fratelli che desiderano utilizzare gli strumenti che offre Internet per proseguire il loro lavoro al di fuori del tempio. Gli Apprendisti, Compagni e Maestri intervengono qui nella più stretta uguaglianza. Gli Apprendisti non sono tenuti ad alcun silenzio. Particolarità dell’Officina Mosaico sono le tavole. Come in loggia, viene decisa una data per la messa all’ordine del giorno di una tavola in quanto soggetto e base di scambio sul forum. Un membro del forum può far pubblicare la sua tavola, essa sarà così disponibile a tutti gli iscritti che potranno intervenire utilizzando il sistema dei Gruppi Yahoo!. Si tratta dunque di ETavole. Altre liste

Da segnalare senz’altro il sito Hiram Architetto www.compas06.club.fr, che invita a aderire ad un circolo massonico ristretto e privato per scambi, riflessioni, dialoghi, lealtà, moralità, nel tempio e nella vita profana di tutti i giorni. Una ricerca di liste su Yahoo! Groups porta a quattrocentotrenta risultati, fra cui alcune di discussione sicuramente ufficiali come quella della New Jersey Freemasonry (Groups.yahoo.com /njfreemasons/); riconosciuta dalla Gran Loggia del New Jersey. Come indicano diversi siti massonici e profani Jean Jacques Régis de Cambaceres (1753 - 1824) fu Arcicancelliere dell’Impero ed intervenne nella redazione del codice civile napoleonico. L’omosessualità di questo Gran Maestro Aggiunto del Grande Oriente di Francia, supplente del Re Giuseppe Buonaparte era notoria. Les enfant de Cambaceres è una fratellanza interobbedienziale creata da massoni omosessuali, uomini e donne, www.cambaceres.net, al fine di lavorare su riflessioni e proposte per le idee di progresso e di tolleranza. Altre liste sono nate per riunire liberi massoni e profani, come Masonic Secret Club - The truth about freemasonry revealed che conta più di quattrocentoventi membri. Il libro L’internet est-il maconnique esamina infine le tecniche che sono o possono essere poste al servizio dell’espressione massonica. La domanda: discrezione o segreto, il settore dei Mercanti del Tempio per le vendite degli oggetti e dei testi massonici via rete, ed infine l’antimassoneria in rete. Nel complesso trattasi di un testo ammirevole per competenza ed utilità, sia degli internet-addicts sia

Appendice Indirizzi dei siti ufficiali delle principali obbedienze della Massoneria francese : www.godf.org Grande Oriente di Francia www.gpdg.org Gran Priorato dei Galli gpoccitanie.free.fr Gran Priorato Scozzese Riformato e Rettificato d ‘ Occitania www.gldf.org Gran Loggia di Francia www.glff.org Gran Loggia Femminile di Francia www.glf-mm.org Gran Loggia Femminile di Menphis-Misraim www.glisru.fr Gran Loggia Indipendente e Sovrana dei Riti Uniti www.glmf.fr Gran Loggia Mista di Francia www.glnf.asso.fr Gran Loggia Nazionale Francese perso.wanadoo.fr/glrf Gran Loggia Regolare Francese www.glsf.org Gran Loggia Simbolica di Francia www.gltso.org Gran Loggia Tradizionale e Simbolica Opera www.gluf.org Gran Loggia Unita di Francia www.gluc.org Gran Loggia Universale Corsa www.oitar.org Ordine Iniziatico e Tradizionale dell’Arte Regale www.droithumain.org Ordine Massonico Misto Internazionale Il Diritto Umano e di quella italiana www.droit-humain.org/italia/ Federazione Italiana Le Droit Humain www.grandeoriente.it Grande Oriente d’Italia www.granloggia.it Gran Loggia d’ Italia degli A.L.A.M. www.granloggiafemminile.it Gran Loggia Massonica Femminile d’Italia www.granloggiaregolareitalia.org Gran Loggia Regolare d’ Italia www.misraimmemphis.org/index.asp Antico e Primitivo Ordine Orientale di Misraim e Memphis

P.62: La torre Eiffel, Paris; p.63: Effetto ottico ‘Eiffel’; p64: Immagine metaforica di ‘Internet’; p.65: Tipi di cablaggi usati per reti informatiche; p.66: Vista dell’interno di un microprocessore; p67: Vista dell’interno di un hard-disk.

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Recensioni

Simbolica dei Capitoli nella Massoneria, Rito scozzese Antico Accettato e Rito Francese Irène Mainguy, traduzione Milva Faccia, revisione Enrico Catanzaro Edizioni Mediterranee, Roma 2007, pp.516

Non può sfuggire all'attento lettore di cose massoniche il corposo volume di Irène Mainguy dedicato ai Gradi Capitolari del Rito Scozzese Antico e Accettato e ai quattro Ordini di Saggezza del Rito Francese. Si tratta di un'opera uscita a completamento di altre due editate negli anni passati: Simbolica Massonica del terzo millennio e Simbolica dei gradi di perfezione e degli ordini di saggezza. Il progetto

è quindi globale ed è ispirato al concetto di progressione del percorso iniziatico, destinato a maturare nella concatenazione dei processi cognitivi proposti da ciascun grado e caratterizzati in modo originale dai vari Riti. La vastissima conoscenza dell'autrice ha dato vita ad un'opera dove tra comparazione, semiologia, analisi delle fonti e dei documenti viene completamente ignorata la tendenza compilativa che spesso inquina gli scritti su questo argomento. Al contrario l'ampiezza e la profondità delle singole trattazioni coinvolge il lettore in un viaggio inimitabile ed esaustivo nel mondo dei simboli ragionati e penetrati dalla sonda della lucida vera conoscenza, potremmo dire a 360°. "In tal modo il lettore 'pellegrino cercatore' potrà trascendere le vicissitudini del temporale nel tentativo di mettersi in ascolto del proprio maestro interiore per orientarsi verso la luce...". Ciò che produce forti stimoli è la ripresentazione del concetto di cavaliere-massone, che, seppur proposto

da gradi e rituali, spesso viene trascurato per le revisioni radicali che comporterebbe. Stimolo di civiltà e di emancipazione dai pregiudizi, è giusto che sia rivalutato come merita ed Iréne Mainguy ne offre la sua riattualizzazione come di un'idea che racchiude molteplici valenze derivanti da antichissime esperienze culturali e quindi filiata dalla Tradizione. Contro il settarismo che in alcuni ambienti ancora sostiene la segregazione uomini-donne, l'autrice afferma: "Ci auguriamo che in un prossimo avvenire, una volta dimenticate tutte le rivalità, pacificati i cuori e uniti in una stessa sete di conoscenza, di ricerca, di mutua comprensione, di coerenza e di significato, i FF.e le SS. di tutte le giurisdizioni e di tutti i riti vorranno conoscersi meglio, accettarsi e arricchirsi delle rispettive differenze[......] A questo livello gerarchico è facile rendersi conto che non ci si rivolge più a 'uomini' e 'donne' bensì a 'esseri'[......] che condividono una ricerca comune[......]". Uno spirito cui la GLDI, già da tempo, è approdata.

L’ultimo saggio di Attilio Mazza, studioso di Gabriele D’Annunzio da lunga data, reca il titolo "D’Annunzio Orbo veggente" curioso ossimoro che fin dalle prime pagine si scopre essere uscito dalla mano del poeta. L’opera va collocata in un percorso di studio elaborato dal giornalista, non solo sulle opere dannunziane, ma soprattutto sui carteggi privati e meno privati che il poeta intrattenne con le personalità della sua epoca. L’esame del personaggio, di cui Mazza studia la veggenza paranormale, inizia con l’incidente, causa di una menomazione gravissima. Durante un ammaraggio fortunoso dell’idrovolante, sul quale volava D’Annunzio di ritorno da un tentativo di volo su Trieste, un trauma alla tempia destra gli tolse la vista per varie ore. Il distacco della retina e della coroide rese così l’occhio destro cieco, con dolori fortissimi di cui soffrì per tutta la vita per lenire i quali fu costretto all’uso della stricnina. Proprio la stricnina è il veleno distruttore che lentamente e unita all’uso di cocaina portò "l’Imaginifico" ad una senescenza del corpo e dell’anima sofferta e ammalata. L’autore ipotizza che proprio questo abbia indotto D’Annunzio a porre volontariamente fine ai suoi giorni. Fu forse una fine annunciata dai frequenti accenni al suicidio, coerenti con una personalità sempre tesa al gesto memorabile ed alla dimostrazione di un’eccezionalità che senza pudore riconosceva a se stesso. Emerge

dalle pagine documentatissime di Mazza una figura di poeta- sacerdote attento al significato recondito del segno e del simbolo, ed alla celebrazione della seconda natura delle cose, quella che può essere colta solo dall’iniziato. La passione per la ritualità e per l’evocazione di questi segreti piani emerge da tutte le citazioni delle lettere del poeta, mentre una sorta di superstiziosa credenza nel paranormale lo ricolloca nella sua matrice abruzzese spesso ricorrente nel ricordo della madre e dell’infanzia. Viene evidenziata inoltre da molti brani del carteggio, scelti con sapienza, la sua frequentazione assidua di medium, veggenti, o altri personaggi dediti alle pratiche dell’occultismo, considerati con amicizia e grande rispetto. La scansione per temi, tutti afferenti alla sfera del paranormale, rende razionale e dunque fruibile la vasta materia, che nonostante i molti esegeti risulta sempre intrigante. In generale va detto che i numerosi saggi di Attilio Mazza portano note nuove e curiose sullo ‘scandaloso’ personaggio e poiché non indulgono mai alla morbosità (sarebbe facile con tanto Vate) si presentano agli occhi di chi legge con un riserbo ed una signorilità oggi rare. Il libro è arricchito da un’Appendice nella quale trovano luogo le schede bibliografiche per autori e soggetti relative ai volumi di carattere esoterico conservati nella biblioteca del Vittoriale a Gardone Riviera. Merita una nota particolare la bella

D’Annunzio, Orbo veggente

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Attilio Mazza, Ianieri edit. Pescara 2008, pp.302

veste editoriale curata e di pregio che fa considerare con attenzione la casa editrice Ianieri di Pescara, evidentemente interessata all’eleganza e alla qualità dei suoi prodotti, oltre che al loro spessore culturale.


L’ombra d’argento

Martin Rua, editrice A&B, Acireale-Roma 2007, 224 pp.

Si può anche leggere come un thriller in cui bene e male si contrappongono e lottano per il trionfo finale del bene e della verità, questo dinamico romanzo di Martin Rua. Ma il mondo che viene descritto, i topoi spirituali e lo scavo psicologico sempre più profondo, lo rivelano come il prodotto di una ricerca che ondeggia tra l’accettazione serena della fantasia e la spinta esoterica più estrema. In sostanza tutti i rischi dell’alchimista, che maneggia una "sovramateria" pericolosa e sublime al tempo stesso, sono il tema della narrazione. Questa che definisco "sovramateria" è il prodotto di reazioni chimiche alle quali si unisce, dopo un percorso di complicate trasmutazioni, quel quid non altrimenti identificabile che con il nome tradizionale di ‘‘pietra filosofale’’. Un quid dall’aspetto materiale ma scatenante una luce sovrumana che può distruggere ciò che è male ed illuminare sommamente ciò che è bene e di fronte alla quale l’autore ricorre alla bella citazione del verso dantesco ‘‘Trasumanar per verba non si poria’’. Dunque in ogni caso purificazione, dal male che viene combusto e per il bene che raggiunge la sua ottava superiore nell’eternità. Tutto ciò, ben

L’ombra della luna, la via del Tarocco

Giancarlo Guerrieri, Ediz. Giuseppe Laterza di Giuseppe Laterza, Bari 2007

Recensioni

delineato nelle 220 pagine di azione scattante e convulsa, ricca di geniali colpi di scena e soprattutto di improvvise illuminazioni, si legge con il piacere della lettura colta e dello schietto e un pò ironico divertissement. Anche i toni drammatici sono sempre pieni di speranza e mentre scandiscono fatti di per sé sanguinosi portano il germe del riscatto. Per i lettori a conoscenza delle cose massoniche è assai interessante ritrovare nelle pagine una vecchia conoscenza che consiste poi in una considerazione che purtroppo la storia non ha mai smentito. Si tratta della coscienza che il nemico primo di una comunione iniziatica sta nel suo stesso interno. Dunque la tentazione di utilizzare un tessuto inteso al bello ed al buono per scopi di potere e legati solo al potere qui si fa tema portante e significato della lotta tra l’alchimista e coloro che dell’alchimia fanno un mezzo per altri scopi. Cito un tratto chiarificatore del dialogo tra l’io narrante ed il suo vero nemico: "...La Massoneria è potere e solo degli uomini gretti non se ne rendono conto!" L’illuminato alchimista risponde: "Certo che la Massoneria è potere, ma non quello che intendi tu! Essa insegna la modestia e rende consapevoli delle proprie capacità e della propria condizione di esseri umani, inevitabilmente imperfetti e mortali". La misteriosa cappella del principe di Sansevero magico luogo di forze evocate

da un’architettura scritta come una partitura musicale è lo sfondo primario dell’azione che si conclude in una smagliante cattedrale di Chartres con il finale raggiungimento di tutta la corsa al "trasumanar". Congegni meccanici sapienti, criptografie, voltafaccia sorprendenti alternati a coinvolgimenti fantasiosi, spesso arricchiti da pennellate letterarie fanno di questa prima opera di Martin Rua una piacevolissima e colta lettura che invita a tenere sotto osservazione un autore dalle molte promesse.

L'intera vicenda, costruisce il proprio sviluppo su due piani, distinti ma correlati: il piano metafisico, ove opera l'inquietante figura del Demiurgo, ospita le ventidue Lame degli Arcani maggiori del Tarocco. Le Figure, inizialmente coperte, sveleranno con l'evolversi della narrazione il proprio occulto significato simbolico, stabilendo sul secondo piano, quello fisico, gli eventi che determineranno le vicende dell'intero racconto. La narrazione è ambientata in località reali, che interessano inizialmente Liguria e Piemonte, in seguito allargherà i propri confini a zone più lontane come Egitto, Ladakh, Inghilterra..... Parte integrante del testo è la ricca simbologia esoterica che propone un filo conduttore in grado di accompagnare il lettore attraverso dimensioni non sempre conosciute. Tali dimensioni, appartenenti a vari modelli metafisici, sono oggetto d'indagine dei protagonisti della storia che risulteranno sostanzialmente modificati dal contatto reale con le esperienze ad esse correlate. Ad alleggerire i toni della narrazione prov-

vedono delle descrizioni estemporanee di piccoli eventi quotidiani inserite nel testo con la necessaria naturalezza. Molte delle esperienze descritte nel racconto sono state sperimentate in prima persona dall'Autore, che da anni si occupa di argomenti legati alle discipline ermetiche. La sua formazione culturale trae tuttavia origine da studi scientifici coltivati nella città di Torino, ove ha conseguito il diploma di Laurea in Scienze Biologiche. Questa apparente contraddizione compare tra le pagine del romanzo, creando un dialogo aperto tra punti di vista differenti ma compatibili. Il grande sforzo si traduce nella ricerca di un equilibrio tra le opposte posizioni, lasciando alla sensibilità del lettore la scelta del riferimento più convincente. La narrazione si conclude in Liguria, sull'Isola di Bergeggi, nel punto preciso ove era iniziata. La natura dei luoghi non risulta modificata, mentre la Natura spirituale del protagonista rivela i cambiamenti attesi da un processo evolutivo, maturato e sviluppato sulla Via del Tarocco.

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Il Saggio di pietra Marco Corsi Bastogi, Foggia 2007 185 pp

Il Saggio di Pietra è la storia di un viaggio nel tempo, in quel tempo che scorre soprattutto dentro di noi e che le lancette non possono misurare.

L’SMS una tribù comunicativa Barbara Fabbroni Edizioni EUR, Roma 2007 165 pp

Il lavoro si pone in posizione terapeutica, osservando il fenomeno SMS fin nella sua origine, ma ancor più intuendo ciò che il fenomeno SMS originerà come punto di arrivo.

La Camera del Silenzio Francesco Paolo Pinello Bastogi, Foggia 2007 176 pp

Cosa accadde veramente in quei giorni a Canneto di Caronia? E prima? E dopo? E cosa deve ancora accadere?

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mo Consiglio dal Grande Oriente d’Italia. A questo riguardo scrive (p.68 e segg.): "Si giunse così alla convocazione del Supremo Consiglio del 24 Aprile 1908; la riunione indetta per le 10 del mattino si mostrò subito agitatissima. Ettore Ferrari, Achille Ballori ed Ernesto Nathan sollevarono problemi procedurali e formali, per questo il Consiglio fu aggiornato al pomeriggio e poi rimandato a data da destinare col Decreto n.106. Ma la minoranza contraria al Fera si riunì arbitrariamente comunque ed elesse un nuovo Sovrano Gran Commendatore nella persona di Achille Ballori; la

coscienza di compiere un dovere, invio a voi tutti copia del Decreto con cui vengono risolte le Costituzioni del 1906 e sciolto il Grande Oriente. Con ciò il nostro glorioso Rito riacquista la sua indipendenza, cosa che peraltro non impedirà al Supremo Consiglio di stringere o autorizzare accordi con le Rispettabili potenze dirigenti il Rito Simbolico italiano per eventuali azioni nel mondo profano... Questo attenua, non elimina il dolore nostro nell’emanare il grave provvedimento, risultato di ben mature e ponderate decisioni del Supremo Consiglio dei 33’’. Nelle giornate del 10-11-12 ottobre 2008, si terrà ad Igea Marina (Rimini) un Convegno indetto dalla Gran Loggia d’Italia di Rito Scozzese Antico ed Accettato degli A.L.A.M., Obbedienza di piazza del Gesù, Palazzo Vitelleschi, sedente in Roma. Nel prossimo numero di Officinae verranno fornite tutte le informazioni ed i dettagli dell’evento’’.

1908 - 2008: i Cento anni della Gran Loggia d’Italia Passi estratti da ‘‘La Tradizione Massonica Scozzese in Italia’’ di Luigi Pruneti, edizioni EDIMAI, Roma 1994

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ubblichiamo alcuni stralci dall’indagine documentale effettuata dallo storico sulla base della lettura delle carte coeve che attestano come la nascita della Gran Loggia d’Italia sia avvenuta per una scelta etica del Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico ed Accettato per l’Italia. E’ utile ricordare come in ogni singola nazione possa esistere solo un Supremo Consiglio. Altrettanto utile sarà rammentare come l’Ordine della Gran Loggia d’Italia sia un’emanazione del Rito Scozzese Antico ed Accettato, cosa che, del resto, si evince con chiarezza dal titolo distintivo dell’Obbedienza. Luigi Pruneti esamina con attenzione tutti gli antefatti che determinarono Saverio Fera, allora Luogotenente Sovrano Gran Commendatore facente funzioni del Sovrano dimissionario Achille Ballori, a prendere la storica decisione di distaccarsi con il Supre-

divisione era ormai operante e il giorno 26 Aprile Saverio Fera, col Decreto 107, dichiarava illegale l’elezione del Ballori e il suo Supremo Consiglio[....] A nessuno sfuggiva come la frattura voluta da una minoranza del Supremo Consiglio fosse ormai insanabile e in effetti l’8 Luglio il Fera emanò da Firenze un decreto con il quale dichiarò irregolare il gruppo Ferrari-Ballori, rivendicando giustamente per sé e i suoi seguaci l’autentica tradizione massonica. In quest’atto di fondamentale importanza fra l’altro si affermava: ‘‘Con l’animo addolorato ma con la

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Fregi di Loggia R.L. ‘Domenico Di Marco’ Oriente di Piedimonte Matese

I

l Fregio della R\L\ ‘Domenico Di Marco’ all'Oriente di Piedimonte Matese (CE) si presenta come un triangolo equilatero, all'interno rappresenta lo stemma civico della città, composto da tre cipressi che si ergono da tre monti, una squadra e un compasso in grado di apprendista con al centro la lettera ‘G’, due rami d'acacia ai lati, il pavimento a scacchi ed il fondo è di colore azzurro, nella parte sottostante la scritta: ‘R.L.

Domenico Di Marco’. Il verso riporta l'anno di fondazione e l’Oriente. Domenico Di Marco, 33° grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato, fu iniziato nell'anno 1960 E.V. alla R...L... Pitagora all'Oriente di Piedimonte Matese. Ha militato per decenni in quella Loggia, che prese poi il nome di Alberto Carfì, con operosità costante, mantenendo viva la fiaccola del libero pensiero in una delle terre più feconde e più ricche di contenuti esoterici.

ad oggi l’elenco delle Logge già pubblicato... R\L\1349 R\L\1442 R\L\1216 R\L\1116 R\L\1228 R\L\1413 R\L\1363 R\L\1498 R\L\1250 R\L\1187 R\L\1392 R\L\1493 R\L\1500 R\L\1167 R\L\1122 R\L\1507 R\L\1455 R\L\1501 R\L\1203 R\L\1482 R\L\1164 R\L\1148 R\L\1495 R\L\1184 R\L\1462 R\L\1181 R\L\1485 R\L\1323 R\L\1136

Cartesio O\di Firenze Nino Bixio O\di Trieste Scaligera O\di Verona Minerva O\di Torino Sile O\di Treviso Luigi Spadini O\di Macerata Enrico Fermi O\di Milano Kipling O\di Firenze Iter Virtutis O\di Pisa Venetia O\di Venezia La Fenice O\di Forlì Goldoni O\di Londra Horus O\di R.Calabria Pisacane O\di Udine Mozart O\di Roma Prometeo O\di Lecce Salomone O\di Catanzaro Teodorico O\di Bologna Fargnoli O\di Viterbo Minerva O\di Cosenza Federico II O\di Jesi Giovanni Pascoli O\di Forlì Triplice Alleanza O\di Roma Garibaldi O\di Castiglione Astrolabio O\di Grosseto Augusta O\di Torino Voltaire O\di Torino Zenith O\di Cosenza Audere Semper O\di Firenze

R\L\1154 R\L\1284 R\L\1330 R\L\1511 R\L\1383 R\L\1227 R\L\1296 R\L\1353 R\L\1472 R\L\1329 R\L\1334 R\L\1526 R\L\1450 R\L\1486 R\L\1375 R\L\1477 R\L\1529 R\L\1506 R\L\1209 R\L\1452 R\L\1308 R\L\1473 R\L\ 567 R\L\1518 R\L\1195 R\L\1239 R\L\1447 R\L\1124 R\L\1364

Justitiam O\di Lucca Horus O\di Pinerolo Jakin e Boaz O\di Milano Petrarca O\di Abano Terme Eleuteria O\di Pietra Ligure Risorgimento O\di Milano Fidelitas O\di Firenze Athanor O\di Cosenza Ermete O\di Bologna Monviso O\di Torino Cosmo O\di Albinia Trilussa O\di Bordighera Logos O\di Milano Valli di Susa O\di Susa Cattaneo O\di Firenze Mozart O\di Genova Carlo Faiani O\di Ancona Aetruria Nova O\di Versilia Giordano Bruno O\di Firenze Magistri Comacini O\di Como Libertà e Progresso O\di Livorno Uroborus O\di Milano Ugo Bassi O\di Bologna Ravenna O\di Ravenna Hiram O\di Sanremo Cavour O\di Vercelli Concordia O\di Asti Per Aspera ad Astra O\di Lucca Dei Trecento O\di Treviso

R\L\1411 La Fenice O\di Livorno R\L\1316 Aristotele II O\di Bologna R\L\1292 La Prealpina O\di Torino R\L\1274 Erasmo O\di Torino R\L\ 612 Hiram O\di Bologna R\L\1457 Garibaldi O\di Toronto R\L\ 903 Sagittario O\di Prato R\L\1179 Giustizia e Libertà O\di Roma R\L\1417 Le Melagrane O\di Padova R\L\1431 Luigi Alberotanza O\di Bari R\L\1430 Antares O\di Firenze R\L\1318 Cidnea O\di Brescia R\L\1286 Fratelli Cairoli O\di Pavia R\L\ 582 Nazario Sauro O\di Piombino R\L\1479 Antropos O\di Forlì R\L\1108 Internazionale O\di Sanremo R\L\1530 Giordano Bruno O\di Catanzaro R\L\1458 Federico II O\di Firenze R\L\1574 Pietro Micca O\di Torino R\L\1222 Athanor O\di Brescia R\L\D. 6886 Chevaliers d’Orient O\di Beirut R\L\1120 Giosuè Carducci O\di Follonica R\L\1534 Orione O\di Torino R\L\1268 Atlantide O\di Pinerolo R\L\1384 Falesia O\di Piombino R\L\1516 Alma Mater O\di Arezzo R\L\1593 Cavour O\di Arezzo R\L\1178 G.Biancheri O\di Ventimiglia R\L\1336 Sibelius O\di Vercelli

R\L\1516 R\L\1382 R\L\1285 R\L\1540 R\L\1405 R\L\1456 R\L\1383 R\L\2683 R\L\1545 R\L\1582 R\L\1567 R\L\1600 R\L\1551 R\L\1550 R\L\1602 R\L\1521 R\L\1570 R\L\1620 R\L\1390 R\L\1622 R\L\1271 R\L\ 109 R\L\1293 R\L\1669 R\L\1547 R\L\1675 R\L\1414 R\L\1536 R\L\1441

C.Rosenkreutz O\di Siena Virgilio O\di Mantova Mozart O\di Torino Ausonia O\di Siena Vincenzo Sessa O\di Lecce Manfredi O\di Taranto Cavour O\di Prato Liguria O\di Ospedaletti S.Friscia O\di Sciacca Atanor O\di Pinerolo Ulisse O\di Forlì 14 juillet O\di Savona Pitagora O\di Cosenza Alef O\di Viareggio Ibis O\di Torino Melagrana O\di Torino Aurora O\di Genova Silentium... O\di Val Bormida Polaris O\di Reggio Calabria Athanor O\di Rovigo G. Mazzini O\di Parma Palermo O\di Palermo XX Settembre O\di Torino La Silenceuse O\di Cuneo Corona Ferrea O\di Monza Clara Vallis O\di Como Giovanni Bovio O\di Bari EOS O\di Bari G. Ghinazzi O\di Roma


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Officinae Giugno 2008