Page 1

Trimestrale internazionale di attualitĂ , storia e cultura esoterica Anno XX - Dicembre 2008 - numero 4


 

                   

  

                      ­€    ‚ ƒ   ‚    ‚ „  ­ ‚ „   ­€     €…  

     ­

   

 ­ €‚ƒ„  …†‡  ƒ‡ƒ‡ƒˆƒ…†‡ƒ‡‰ƒ…‰ Š‡ƒ‡‹ƒ‰ ††† ‡ ˆ  ‰  ƒ   †ˆˆŒ…Œ†‰‰   ˆŽ   €    ƒ

‘ ’“  ”• 

‘      €   ƒ ‘ €          ƒ •      ­   €‘ ††…‡


2 Il convegno alle soglie di un approdo epocale

Anna Giacomini

4 Dalla tolleranza alla laicità (II parte) Luigi Pruneti

12 “Nostra fede è la libertà” Aldo A. Mola

18 Dalla depressione del tostapane... Aldo Mariottini

24 Una cerca che parte da oriente Michela Torcellan

30 I Magi

Margherita De' Bezzi

48 I santi quattro coronati

Franca Barbetti

52 L’Occhio di Minerva

Silvia Ghelardini

54 Il fascino divorante... Raffaele Mazzei

56 I cortesi e incoscienti...

Anna Giacomini

58 1908 - 2008: Anniversari... Roberto Pinotti

62 Il Palazzo Reale di Caserta Elia Rubino

63 La ‘recherche’ di un maestro ritrovato

Claudio Nobbio

34 Armonie per un Tempio della notte

64 In Biblioteca

38 Dello spogliare la materia e altre operazioni

71 Millelibri

42 La grande triade

72 Fregi di Loggia

Marco Materassi

Libri protagonisti Recensioni

Sante Anfiboli, Mario Aruta

Sandra Zagatti


Anna Giacomini

I

Il convegno alle soglie di un approdo epocale

l Centro Europeo Congressi di Bellaria-Igea era gremito di oltre mille persone quando l’11 ottobre il Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia, Obbedienza di piazza del Gesù, Palazzo Vitelleschi, Luigi Pruneti prese la parola per informare i convenuti sulla realtà ed i fini dell’ Obbedienza, non trascurando alcun aspetto della storia. Chi osservava, non solo per il piacere di lasciarsi trascinare dall’onda magnetica delle sue parole ma anche per un dovere di cronaca, ha potuto toccare con mano l’impalpabile essenza dell’eggregore. Parola poco usata fuori dall’ambito iniziatico, è sempre di difficile interpretazione. Vuol dire accordo, ma anche sinergia, può alludere all’empatia ma anche ad un diverso stato di coscienza, può indicare l’uscita dagli egocentrismi per un approdo alla cognizione universale del

2

proprio legame con la pluralità dei presenti. Può essere tutto questo, ma anche di più. Ebbene l’11 ottobre a Bellaria-Igea nel Centro Congressi si percepiva in tutta la sua indefinibile sostanza l’eggregore. Ho udito frasi e fonemi di assenso dal "sen fuggiti", ho realizzato la percezione del silenzio che si fa armonia intorno a parole di cui nessuno vuole perdere la più delicata sfumatura, mi sono accorta che nessuno tossiva, nessuna sedia scricchiolava, nessuno si alzava. Eppure erano più di mille persone, i conteggi dicono 1100. Tutto è stato ascoltato, rispettato ed assimilato con estrema attenzione e con compiacimento, in alcuni momenti con amore. Vorrei fare la cronaca delle espressioni di consenso che ho raccolto ma verrebbe fuori una sorta di curiosa elencazione di disparate affermazioni sostanzialmente identiche, una poesia di Palazzeschi a senso monocorde, un dialogo

degno di Ionesco, ma di sostanza totalmente omogenea. E cerco anche di non cadere in toni di esaltata retorica che farebbero un torto alla genuinità della situazione e costituirebbero una contraddizione con le intenzioni. Al di fuori del riuscito convegno denso di interventi approfonditi e di notizie basilari per chi desideri vivere coscientemente la propria massoneria, le giornate di Bellaria hanno rappresentato un momento di rinnovata coesione all’insegna del sostanziale, banditi gli inutili orpelli ed i gesti appariscenti. Tutto quanto è accaduto ha dimostrato volontà di rinvigorire le nostre basi e dare linfa ai germogli in crescita, che necessitano di idee e di spazi per esprimerle. I giovani in particolare hanno avuto un momento di nuova compartecipazione al generale progetto di fioritura, con un meeting tutto loro, nel corso del quale dalle loro stesse voci è


emersa la volontà di approfondire il significato della via iniziatica, contro i livellamenti che propone la società e che il mondo del lavoro esige. Ed in conclusione le omologazioni sono apparse come il peggior nemico del libero pensiero. Nelle parole del Sovrano i presenti hanno trovato un riepilogo elegante ed essenziale del lavoro già eseguito dai suoi predecessori e stimoli propositivi per il futuro, nonché un allaccio cosciente ai valori della tradizione. Vivaci incontri, abbracci da tempo procrastinati, riprese di contatti e tanti progetti circolavano nell’ampio salone di collegamento tra le varie sezioni dell’edificio, tutte coinvolte nel lavoro del convegno. Si può concludere che i primi cento anni di vita della GLDI siano stati ben celebrati. Ora sarà utile riflettere sul significato del femminile in questo contesto, cosa che Officinae non manca di fare con i molti articoli scritti dalle redattrici ed attraverso la rubrica L’occhio di Minerva, alla quale (si ripete) tutte le sorelle possono contribuire con i loro punti di vista sulle problematiche del vivere i valori tradizionali, oggi. Il centenario cade in un momento in cui la storia dell’umanità e la sua civiltà potrebbero essere profondamente modificate se quanto sta accadendo a Ginevra dovesse rivelarsi come l’approdo della

fisica quantistica. Potremmo ottenere la vera metanoia paolina se si potesse finalmente raggiungere il bosone di Higgs ed osservarlo. L’ultima particella, quella di Dio, forse ci attende all’alba di un terzo millennio travagliato dalla caduta di molti miti e di certezze poco affidabili dopo un 11 settembre emblema di sconfitta e di morte. E’ un momento di fondamentale importanza per la scienza ma soprattutto per il pensiero, un momento che equivale a quello dell’avvento di Galileo. Forse sarà possibile scoprire ciò che da anni rincorre Stephen Hawking, alla ricerca della formula dell’universo e dimostrare l’esistenza di una legge/energia/progetto a monte di ogni meccanicismo, oltre l’orizzonte noto. La prova che ogni mistico ha affidato solo all’atto di fede. La mente qui si perde. L’uomo si chiede il perché dei perché e non arriva alla conclusione. Qualcosa ci fa sperare che siamo alle soglie dell’ultimo perché. Sarà possibile, ci verrà concesso? Il massone, che crede alla conoscenza illuminata come via per raggiungere la verità, può pensare di essere alla fermata dell’ultimo bus ed attendere. Va ricordato che nel settembre 2003 uscì su Officinae un articolo a firma di Livia Giacomini (omonimia casuale), un’astrofisica che ci ragguagliava sul procedere di questa

ricerca e concludeva con un felice parallelo. Paragonava infatti l’acceleratore di particelle del bosone di Higgs (Large Hadron Collider) con una cattedrale medievale, ambedue le realizzazioni erano destinate alla ricerca di Dio. Questa ricerca è millenaria parte dalle più remote origini della specie umana e nel presente numero se ne toccano ancora i temi più antichi: le cosmogonie, gli studi astrologici, il secondo testo sotteso alle parole, l’alchimia. Ma lavoriamo anche sulla ricerca del Sé, le attese epocali legate agli avvistamenti UFO, le guerre recenti. Indaghiamo sul significato dei nostri miti attuali, come la laicità, attraverso gli insegnamenti del Gran Maestro, e gli eventi storici di un ottocento non dimenticato per opera della penna di Aldo A. Mola. La copertina con i tre magi, simbolo della ricerca felicemente conclusa, è l’augurio che davvero tutte le millenarie tensioni si sciolgano in un’epifania di chiarezza luminosa, che possa avvolgere tutta l’umanità sofferente in un magico, penetrante e armonioso afflato di pace. Buon solstizio d’inverno Il direttore P.2-3: Cacciatori nella neve, Bruegel, 1565, olio su tavola.

3


Gran Maestro

4


I

l lungo cammino del concetto di tolleranza trovò una completa esplicazione giuridica con la Rivoluzione Francese, giacché nel 1789 furono pubblicati I diritti dell’uomo e del cittadino che all’articolo 10 recitavano: “Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni; anche religiose, posto che la loro manifestazione non turbi l’ordine stabilito dalla legge”. Sono noti i sismi politici e sociali causati dalla Rivoluzione: il Terrore, il Direttorio, l’epopea napoleonica, poi fu la volta di Waterloo e del velleitario tentativo della Restaurazione di ritornare indietro nel tempo. Fu un sogno impossibile: il solco era stato tracciato e, come scrive Gramsci, dopo la Rivoluzione “il Papato ebbe ad occupare in Europa, [una] posizione irrimediabilmente subordinata, perché limitata e contesa [...] dal laicismo trionfante”. Nella prima metà dell’Ottocento, comunque il vento della reazione, esasperò gli ambienti progressisti che videro nel Cattolicesimo, il principale ostacolo ad un’evoluzione in senso libertario della società. In Italia questa tendenza fu particolarmente sentita, tanto che Carlo Pisacane sentenziava: “La religione è un effetto dell’ignoranza e del terrore1”. D’altro canto la Chiesa, sconvolta da eventi epocali, si arroccò su posizioni reazionarie, continuando, ove le era possibile, ad adoperare strumenti repressivi. Risale al Settembre 1841 l’editto dell’Inquisitore generale fra’ Filippo Bertolotti col quale si ordinava di denunciare “eretici o sospetti, o diffamati di eresia, o [coloro che] abbiano aderito o aderiscano a’ riti de’ Giudei e de’ Maomettani, o de’ Gentili, o abbiano apostatato dalla S. Cattolica Fede [...] che abbiano tenuto o tengano occulte conventicole o adunanze in pregiudizio, disprezzo o contro la S. Cattolica religione”2. L’intolleranza tornò a colpire gli ebrei, sottoposti a nuove misure restrittive tanto che in un documen-

to del 1843 si legge: “Nessun Israelita potrà passare la notte fuori dal ghetto. Nessun Israelita potrà avere amichevoli relazioni coi cristiani. Gl’Israeliti non potranno fare commercio di ornamenti sacri, né di libri

di qualunque specie [...]. Gl’Israeliti nel seppellire i loro morti non dovranno fare alcuna cerimonia. Non potranno servirsi di lumi sotto pena di confisca. Quelli che violeranno le suaccennate disposizioni incorreranno i castighi della Santa Inquisizione3 ”. La contrapposizione fra clericali e democratici si radicalizzò dopo le vane speranze suscitate da Pio IX e la delusione seguita alla Prima Guerra d’indipendenza. Cavour, chiamato poco dopo a reggere il Regno di Sardegna, fu costretto ad affrontarla e, secondo Gobetti, “comprese la vanità di ogni lotta contro il cattolicesimo in un paese cattolico e la necessità di combattere la Chiesa non su un terreno dogmatico, ma sul problema formale della libertà di coscienza. Intesa secondo questi principi, la formula “Libera Chiesa in libero Stato” non è più un’ambigua trovata di filosofia del diritto, ma un’astuzia di politica internazionale e la prova delle virtù diplomatiche e

Gran Maestro della maturità costituzionale del nuovo Stato”4. Al contrario le “verbose passioni dei radicali [...] offrirono nel mazzinianesimo la misura della loro impotenza”5. “Mazzini-prosegue Gobetti-fu “romantico, vaporoso, impreciso”6, come si evince dagli “illeggibili”7 Doveri dell’uomo, egli non riuscì a cogliere a pieno il concetto di libertà, limitandosi ad espressioni di maniera come “Amo la libertà, l’amo fors’anche più che non amo la patria; ma la patria io l’amo prima della libertà”8. Pertanto l’esule ligure elaborò un “confus[o] edifici[o] teocratic[o], vagheggiante “una riforma religiosa attenuata che doveva restare impopolare in un ambiente estraneo”9. Il pensiero mazziniano confluì nel Partito d’Azione ove sopravvivevano reminescenze buonarrotiane, desunte a loro volta dall’opera di Rousseau10. E’ noto come gli esponenti di questa formazione politica favoleggiassero “la distruzione del papato spirituale, non propriamente per un atto diretto di forza, ma come conseguenza dell’abolizione del potere temporale e della riduzione del papato ad un regime di diritto comune; [in realtà] il Partito d’Azione non lavorò effettivamente a realizzare il suo programma anticlericale e una volta arrivato al potere come Sinistra seguitò la politica [...] della Destra”11. In Italia dunque non vi fu mai quella ventata di laicismo estremo, prospettato dall’anticlericalismo rissoso e talvolta pittoresco di tanti personaggi di spicco del periodo risorgimentale12. Tanto è vero che anche la frattura avvenuta all’indomani del 1870 fu meno profonda di quanto apparisse e la cicatrizzazione si rivelò rapida: fra il non expedit13 e il possibilismo di Pio X, infatti, passarono pochi decenni. Grazie alle aperture di questo Pontefice fin dal 1909 molti cattolici costituirono un blocco clerico -

5


Gran Maestro moderato, una forza non organizzata ma in grado di determinare decisioni governative ed elettorali. D’altra parte Giolitti aveva sempre mirato al “mutuo rispetto e il mutuo lealismo fra potere sacro e [...] civile” e col ministro degli esteri Tommaso Fittoni la distensione divenne il tema dominante, secondo il principio di “collaborazione silenziosa”. Si giunse, insomma al termine di un processo lungo il quale i laici si erano spogliati “dell’anticlericalismo ispido e settario che era stata un’arma per i tempi di combattimento; dall’altra i cattolici [... avevano disposto] in diritto o in fatto, i loro pregiudizi e le loro pregiudiziali; [avevano riconosciuto] che dalla perdita del potere temporale la Chiesa aveva guadagnato, che la legge delle guarentigie non era stata e non era un espediente diplomatico o un’illusione giuridica, ma realtà effettuale assicurante piena libertà al papato; si [erano accostati] sempre più alla vita italiana, fino a parteciparvi pienamente in posizione di primo piano nell’immediato dopoguerra”14. Mentre in Italia aveva luogo questo lento processo conciliativo, il concetto di tolleranza era mutato, riferendosi ormai all’intera sfera del pensiero. Di fondamentale importanza fu il saggio di Alexis de Tocqueville Democrazia in America. Lo studioso francese riteneva che la giovane società statunitense avesse un limite nell’utilitarismo e nella tirannia della maggioranza perché quest’ultima tendeva ad essere autoreferenziale e si considerava soggetto unico di libertà, di conseguenza era spesso oppressiva ed incline al conformismo ideologico. La libertà d’opinione era invece “il sale di un governo” giacché pareri discordi, messi a confronto, permettevano la crescita della società stessa. Da ciò derivava l’importanza dei partiti politici che concorrevano a formare la complessità del reale”15. La diversità di pensiero era l’unica cura contro l’omologazione, prodotta dall’utilitarismo e dal peso dell’opinione pubblica, ergo dal giogo della consuetudine. Nel 1859 John Stuart Mill nel saggio Sulla libertà rielaborava le tematiche di de Tocqueville, in un’ottica utilitaristica. Scopo della politica era cercare di perseguire (realizzare) il massimo benessere possibile per il più esteso numero di individui, il che era realizzabile con una serie di riforme volte a conseguire una maggiore giustizia, anche distributiva ed un governo “di tutti per tutti”.

6

Il modello di Mill, era improntato da un ottimismo di fondo, tipico del positivismo: i rapporti umani si sarebbero evoluti secondo il naturale progresso che accompagna le scienze esatte le teorie avrebbero poi seguito i fatti prendendo atto della storia. Karl Popper, ribaltò i termini: le dottrine precedono i tempi e necessitano una concreta verifica. Contrario allo storicismo e alle sue profezie, nel 1945 pubblicò La società aperta e i suoi nemici, seguita nel 1957 da Miseria dello storicismo, ove denunciava quale nemica della “società aperta” la tendenza all’utopia, cioè ad un modello ideologico teso ad immobilizzare la storia. Egli ravvedeva ciò nell’opera di Platone, di Rousseau, di Hegel e soprattutto di Marx. La “società aperta” è invece l’opposto di un sistema aprioristicamente considerato perfetto e dunque immutabile. Nella “società aperta” non sussistono soluzioni precostituite, ma vi è una totale disposizione al mutamento. Egli propende quindi per una visione dinamica nei modelli sociali e politici, visione condivisa da John Rawls per il quale la società non deve essere bloccata su un criterio di giustizia ma garantire una libera ricerca, senza porre impedimenti e limiti16. Vi deve essere insomma una neutralità dello stato rispetto alla sfera delle idee e, a tal proposito, Ralf Dahrendorf17 scrisse: ‘‘l’elemento morale del liberalismo è la convinzione che è l’individuo che conta, [conta] la difesa della sua incolumità, lo sviluppo delle sue possibilità, le sue chances di vita [...] Parimenti il singolo con le sue motivazioni e i suoi interessi [è] la forza trainante dello sviluppo della società [...] l’individualismo del liberale tuttavia acquista [un] senso solo nell’ambito dell’ipotesi gnoseologica che nessun essere umano è a conoscenza di tutte le risposte o almeno che non c’è alcuna certezza che la risposta data di volta in volta sia giusta e rimanga tale in seguito”18. Al concetto di società aperta si accompagnò spesso l’auspicio di un liberalismo radicale anche in campo economico che postulava il minimalismo dell’intervento statale per non porre impedimenti agli individui19. Sorse così la richiesta di uno “stato ridotto”, di “uno stato che abbandona il suo ruolo invasivo [e accetta...] il contributo di strati sociali disposti ad assumere una maggiore responsabilità sono le condizioni di un’autentica libertà, dell’autogoverno, della formazione morale e dell’interiore disciplina spirituale”20. Su posizione opposte si posero i Communitarians che considera-

rono il liberalismo radicale eccessivamente legato al successo, aggressivo, asociale e quindi oppressivo, con possibili sconfinamenti nella tirannia della maggioranza21. Fra di loro un particolare rilievo assunse Alasdair MacIntyre22, questo autore nella Enciclopedia, genealogia e tradizione tre versioni rivali di ricerca morale23 critica le posizioni liberali di derivazione illuministica24. Nel pensiero dominante del XVIII secolo, egli argomenta, la ragione possiede un valore unitario e universale, per cui esiste una conoscenza reale del tutto, inoltre il sapere tende a crescere in modo omogeneo, attraverso un’addizione continua di conoscenze. Questa linea di pensiero presenterebbe forti fragilità, specie nel concetto di “corruzione della ragione” e nella definizione dell’essenza e dei suoi fini. Inoltre dichiarando l’estraneità fra etica, metafisica e teologia rende difficile un rinnovamento morale. Da ciò deriva la crisi dell’etica neo-liberale che apre la strada a due possibilità: il ricorso al metodo genealogico nietzschiano25, ripreso da Foucault26 o il ritorno alla tradizione, indicata dall’Enciclica “Aeterni Patris” di Leone XIII, ove il pensiero dell’Aquinate è posto al vertice di un sistema tradizionale capace di garantire una solida speculazione nel campo dell’etica. Nella prospettiva illuminista, invece, l’aspetto fondamentalmente decostruente si articola attorno alla dissoluzione dell’idea di verità, variata in un prospettivismo instabile, accompagnato da una volontà di potenza capace di relativizzare ogni prospettiva. Al contrario per la tradizione di derivazione aristotelica la ragione umana può raggiungere la verità e nel campo etico conoscere il “telos” capace di realizzare l’essenza umana. Le riflessioni di MacIntyre s’inquadrano nella critica al liberalismo, ritenuto incapace di adeguate risposte alle nuove istanze socio - economiche e di conseguenza politiche e di pensiero, sorte con il progressivo processo di globalizzazione. Queste difficoltà, caratterizzate da un supposto smarrimento della eticità, sono state imputate ai limiti dell’ideologia liberal illuminista che, riconducendo i valori morali in un ambito assolutamente umano, tende a limitarli fino a trasformarli in una mera risposta al contingente, ai bisogni e alle logiche del consumo. Da siffatto giudizio nasce, oltre alla tendenza di rapportarsi a modelli tradizionali, quella di eticizzare lo stato, con forti richiami a uno specifico trascendente. Vi è poi la posizione di chi, pur partendo da posizioni


non confessionali, considera la religione “instrumentum regni”. E’ la prospettiva dei cosiddetti “atei devoti”27, o per dirla con Benedetto Croce dei “seguaci miscredenti e cinici del cattolicesimo ateo” per i quali determinati valori afferenti alla sfera di una sacralità specifica, debbono essere punti di riferimento dell’intera società. Il valore della laicità perciò è spesso rimesso in discussione o opportunamente confuso con un laicismo esasperato, accusato di voler rimuovere qualsiasi valore religioso. In realtà laicità significa in primo luogo garanzia della libertà di pensiero e rientra in tale ambito “ogni atteggiamento che voglia garantire l’autonomia culturale e politica degli individui e delle organizzazioni contro ogni tentativo di imporre, attraverso il potere statale, concezioni filosofiche, religiose e politiche proprie di particolari gruppi”28. Uno stato laico è di conseguenza la garanzia dell’autonomia di pensiero, esso esclude una tirannide della maggioranza che impone un’ideologia dominante, alla quale si è obbligati a conformarsi. La laicità perciò si oppone non solo ad un ordinamento confessionale ma anche ad uno stato etico. Essa è il presupposto necessario all’autonomia nelle attività umane, che non debbono sottostare a regole calate dall’alto, garantisce la libertà di ricerca e di scelta, impedendo che gli orizzonti del sapere siano condizionati da ingerenze ideologiche e religiose, come da pregiudizi di classe o di razza. In questo la laicità non è antagonista di alcuna forma di religiosità ed anzi, nella storia, ha difeso chiese e clero da deformanti intrusioni politiche. Scrive Claudio Magris: “La laicità [...] è l’attitudine critica ad articolare il proprio credo filosofico o religioso secondo regole e principi logici che non possono essere condizionati, nella loro coerenza, da nessuna fede, perché in tal caso si cadrebbe in un torbido pasticcio, sempre oscurantista. In tal senso la cultura - anche una cultura cattolica - se è tale è sempre laica, così come la logica - quella di San Tommaso d’Aquino o di un pensatore ateo - non può non affidarsi a criteri di razionalità e così come la dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un Santo della Chiesa, non può non obbedire alle leggi della matematica”29. Per questo, sottolinea lo stesso autore, un autentico laico fu Carlo Arturo Jemolo “cattolico fervente, il quale sapeva che il Vangelo può ispirare una visione del mondo e dunque muovere l’animo a creare una società più giusta, ma non può tradursi

Gran Maestro

7


Gran Maestro direttamente in articoli di legge [...] Religiosissimo e radicalmente laico, Jemolo aveva un senso profondo e intransigente della distinzione fra Stato e Chiesa, di ciò che spetta all’uno e di ciò che spetta all’altra. Laicità significa tolleranza, dubbio rivolto pure alle proprie certezze, autoironia, demistificazione di tutti gli idoli, anche dei propri; capacità di credere fortemente in alcuni valori, sapendo che ne esistono altri, pur essi rispettabili. Laicità significa fare i conti con le scelte e con le rinunce implicite in ogni scelta, non confondere il pensiero e l’autentico sentimento [...] con la convinzione fanatica e con le viscerali reazioni emotive. Essa costituisce una profonda moralità e si oppone sia al moralismo inacidito, sempre fazioso, sia alla disinvoltura etica. Laico è chi sa aderire ad un’idea senza restarne succube, impegnarsi politicamente conservando l’indipendenza critica, ridere e sorridere di ciò che ama continuando ad amarlo; chi è libero dal bisogno di idolatrare e di dissacrare [...], chi è libero dal culto di sé”30. Un’altra figura di spicco del Cattolicesimo, l’arcivescovo di Firenze Silvano Piovanelli, difese il valore universale della laicità affermando: “Credo che non solo per lo stato ma anche per la chiesa cattolica una delle grandi conquiste sia stata quella della laicità, che la rende diversa rispetto ad altre esperienze religiose, pure di grande rilievo e impatto, come l’Islam. L’avere accolto e valorizzato la laicità mette in grado la chiesa cattolica di parlare in modo più credibile al mondo moderno. Oggi i valori che vanno messi a fondamento della nostra convivenza - nei singoli paesi e nelle relazioni internazionali - possono essere espressione di una convergenza profonda. E ancora più dovranno esserlo nel nostro futuro”31. Il più acceso nemico della laicità è il totalitarismo che tende ad impadronirsi del potere politico e di perpetuarlo e per realizzare tale progetto mira sia ad eliminare il diritto alla libertà, sia “a sminuire o al limite a distruggere, l’autonomia delle sfere spirituali” 32. La laicità è invece l’anima di una società aperta, disposta al dialogo, all’integrazione, al colloquio. A questa conclusione si è giunti nell’VIII Convegno Nazionale delle Comunità cristiane di base, svoltosi a

8

Firenze nel Maggio del 1987. Durante le conclusioni si auspicò una laicità “che possa rompere barriere e steccati, spazzare discriminazioni e contrapposizioni ideologiche e religiose, contrastare vecchi e nuovi integralismi, rigettare la sacralizzazione di qualsiasi ideologia, generatrice di violenza per dare posto e fare crescere

lotta per l’uguaglianza. Come efficacemente sintetizzava Giulio Girardi, si tratta di precisare quali siano i contenuti ideali della nostra laicità, e quale il suo segno di classe: di rendere più espliciti i rapporti tra la concezione della laicità e la questione morale in politica; di affrontare in una parola, in riferimento al problema della

insieme quelle risorse umane in grado di affrontare i drammatici problemi di oggi [...]. D’altro canto questo portava a comprendere che laicità nella politica e nella vita delle istituzioni è rifiuto di ogni sorta di dominio sulle coscienze; l’impegno a costruire la democrazia nella società, nei sindacati, nei partiti, nelle chiese, nello Stato; è solidarietà contro l’ingiustizia e

laicità, quello della rifondazione della politica”33. Da tutto ciò si evince che la posizione laica più corretta è quella cosiddetta “debole”, foriera di un atteggiamento critico e adogmatico, secondo il quale, muovendo dalla congettura che “non si può pretendere di possedere la verità più di quanto ogni altro possa pretendere” conduce al pluralismo, alla tolleranza, all’autonomia della


ricerca e alla diversità, vista come valore. La laicità pertanto non coincide, come scrive Calogero, con un sistema filosofico e non è una ideologia nel senso proprio del termine, ma è un metodo che consente la convivenza di posizioni di pensiero diverse. Potrei aggiungere ancora che non è un contenuto bensì un contenitore ca-

tutti di coltivare i propri valori caldi”34. Secondo Giulio Giorello in un siffatto quadro dovrebbero essere disposte “strutture protettive atte a garantire la tolleranza e a scoraggiare non solo l’intollerante ma qualsiasi “ingegnere di anime” che spinto da irrefrenabile “altruismo” voglia imporre le proprie ricette per pla-

Gran Maestro cessita di una continua attenzione e controllo, deve impedire ogni sopraffazione di pensiero ma al tempo stesso non può imporre, condannare, vietare, cadere nella trappola del reato ideologico. Affermava Luigi Enaudi “È preferibile l’equilibrio ottenuto attraverso discussioni e lotte a quello imposto da una forza esteriore [...] Nella lotta e nella discussione s’impara a misurare la forza dell’avversario, a conoscere le ragioni a penetrare nel funzionamento del congegno che fa vivere entrambi i contendenti”36. Una posizione diversa è quella sostenuta dal cosiddetto laicismo forte che, prescindendo dall’ipotesi dell’esistenza di Dio, giunge ad una visione non religiosa del mondo. Il che non significa necessariamente approdare a un sentimento anti - religioso, anche se nella storia posizioni simili sono talvolta deviate verso un’antireligiosità di maniera o un ateismo di stato, in ultima analisi forma rovesciata di clericalismo con conseguente sacralizzazione dello stato, liturgie civili e agiografia impastata di martiri, di eroi e di profeti37. In tal caso siamo pervenuti, però, ad una situazione di stato etico che è agli antipodi di quella laicità, presupposto necessario e imprescindibile di libertà e democrazia. _______________ Bibliografia

pace, diceva Norberto Bobbio, di consentire “la sopravvivenza di tutte le culture” e di ogni credenza religiosa in un contesto di società aperta. Aggiungeva il Filosofo che il laico è colui capace di appassionarsi ai “valori caldi (amore, amicizia, poesia, fede, generoso progetto politico) ma difende i valori freddi (la legge, la democrazia, le regole del gioco politico) che soli permettono a

smare l’uomo o la donna “nuovi” costringendoli a scegliere quello che lui giudica essere il bene [...] La società cui penso dovrebbe essere deputata a intervenire con la massima efficacia su chiunque [...] nuoccia agli altri, minoranze o maggioranze che siano, ma non a stabilire sanità e follia, a modellare mentalità, a frugare nelle coscienze”35. Insomma una società impostata su una visione del genere, ne-

- AA. VV., Chi sono i laici, Milano 1987. - N. Abbagnano, Dizionario di filosofia, Torino 1968. - M. Adriani, Tolleranza, in Enciclopedia delle religioni, vol. V, Firenze 1973. - S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, vol. VIII, Torino 1973. - E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Torino 1976. - S. Bondi, Laici e credenti: una fede comune, Milano 2006. - F. Brezzi, Dizionario dei termini e dei concetti filosofici, Roma 1995. - W. Brugger, Dizionario di filosofia, Torino 1964. - F. Catalano, Laicismo, in L’Enciclopedia, vol. XI, Novara 2003. - V. Chiti, Laici e Cattolici. Oltre le frontiere fra ragione e fede, Firenze 1999. - Cicerone, De Oratione, I, 54. - F. Della Peruta, Democrazia e socialismo nel Risorgimento, Roma 1977. - G. De Ruggero, Storia del liberalismo europeo, Milano 1980. - Dizionario di filosofia, a.c. di P. Rossi, Firenze 1996. - Enciclopedia Garzanti di filosofia, Milano 1995. - G. Ferrara, Apologia dell’uomo laico, Milano 1983.

9


Gran Maestro - G. Filoramo, Religione e ragione fra Ottocento e Novecento, Bari - Roma 1985. - A. Galante Garrone, Filippo Buonarroti e i rivoluzionari dell’Ottocento, Torino 1972. - U. Galeazzi, Laicità e laicismo, Roma 1984. - G. Garibaldi, Il governo dei preti, Milano 2006. - G. Garibaldi, Memorie autobiografiche, Firenze 1982. - G. Garibaldi, Poema autobiografico, D. Zedda Editore, 2007 - G. Giorello, Di nessuna chiesa. La libertà del laico, Milano 2005. - Gli Illuministi Francesi, a. c. di P. Rossi, Torino 1977. - P. Gobetti, La filosofia politica di Vittorio Alfieri, Torino 1928. - P. Gobetti, La Rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Torino 1974. - Grande dizionario enciclopedico UTET, vol. XI, Torino 1972, - R. Guarini, Breve corso di morale laica, Milano 1988. - Lessico universale italiano di lingua, letteratura, arti, scienza e tecnica, vol. XI. - C. Magris, Chi è laico chi è clericale, in “Corriere della sera”, 20 Gennaio 2008. - C. Magris, Fede, laicità e scuola pubblica, in “Corriere della sera”, 6 Dicembre 1998. - D. Maselli, Relazione al’VIIIl convegno nazionale delle comunità cristiane di base, Firenze 1999. - A. Macintyre, Enciclopedia, genealogia e tradizione tre versioni rivali di ricerca morale, Milano 1993. - U. Nicola, Antologia di filosofia, Colognola ai Colli (VR) 2000. - Novellino e Conti del Duecento, a. c. di S. Lo Nigro, Torino 1968. - Platone, Tutte le opere, Milano 1993. - C. Pisacane, La Rivoluzione, Torino 1976. - C. Rendina, I papi, storia e segreti, Roma 1999. - A. Rotondo’, Tolleranza, in L’Illuminismo, dizionario storico, Bari 1997. - L. Rusca, Il breviario dei laici, Milano 1985. - L. Salvatorelli, Pensiero e azione del Risorgimento, Torino 1977. - G. Salvemini, Studi storici, Firenze 1901. - A. Statera, Massoni contro i neocon, chiamata alle armi laica, in “La Repubblica”, Sabato 16/09/2006. - E. Tortarolo, Il laicismo, Bari 1998. - G. Verucci, L’Italia laica prima e dopo l’unità 1848 - 1876. Anticlericalismo, libero pensiero e ateismo nella società italiana, Bari - Roma 1981.

10

Note: 1 C. Pisacane, La Rivoluzione, Torino 1976, p. 53. 2 In A. Gennarelli, Il governo pontificio e lo Stato romano: documenti, Prato 1860, vol. I, pp. 302 303. 3 In D. Mack Smith, Il Risorgimento italiano, vol. I, Roma - Bari 1976, p. 93. 4 P. Gobetti, La Rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Torino 1974, p. 26. 5 Ibidem, p. 9.

6 Ibidem, p. 28. 7 Ibidem, p. 23. 8 L. Salvatorelli, Pensiero e azione del Risorgimento

... cit , p. 95.

9 P. Gobetti, La Rivoluzione liberale ... cit, pp. 21 -

22. 10 A. Galante Garrone, Filippo Buonarroti e i rivoluzionari dell’Ottocento, Torino 1972, p. 35. 11 L. Salvatorelli, Pensiero e azione del Risorgimento ... cit, p. 169. 12 Si pensi ad esempio ad alcune opere di Giuseppe Garibaldi come Poema autobiografico, Il Governo dei preti e Memorie autobiografiche. Cfr, G. Garibaldi, Poema autobiografico, D. Zedda Editore, 2007; G. Garibaldi, Il governo dei preti, Milano 2006; G. Garibaldi, Memorie autobiografiche, Firenze 1982. 13 C. Rendina, I papi, storia e segreti ... cit, pp. 774 - 775. 14 L. Salvatorelli, Pensiero e azione del Risorgimento ... cit, pp. 174 - 175. 15 Dizionario di filosofia, a. c. di P. Rossi, Firenze 1999, pp. 200 - 2001. 16 Teoria della giustizia (1971).

17 La libertà che cambia (1974). 18 E’ questa la posizione di Robert Nozik Dizionario

di filosofia, ... cit, pp. 201 - 2002.

19 Dizionario di filosofia, ... cit, p. 2002. 20 S. Bondi, Laici e credenti: una fede comune, Mi-

lano 2006, p. 19.

21 Dizionario di filosofia, ... cit, p. 49. 22 Alasdair Chalmers Macintyre, nato a Glasgow

nel 1929, ha scritto, oltre all’opera citata, diversi testi, assai famosi, fra i quali ricordiamo: Marxismo e Cristianesimo (1954); Secolarizzazione e mutamento morale (1967); Dopo la virtù. Saggio di teoria morale (1981); Giustizia di chi? Quale razionalità (1988). 23 A. Macintyre, Enciclopedia, genealogia e tradizione tre versioni rivali di ricerca morale, Milano 1993. 24 Simboleggiati dalla IX Edizione dell’Enciclopedia Britannica, iniziata nel 1875. 25 Genealogia della morale, 1887. 26 Michel Foucault (1926 - 1984) storico e filosofo francese, nella sua interessante opera media sia aspetti del positivismo francese sia del pensiero di Nietzsche, egli anzi fu uno dei protagonisti della Nietzsche renaissance che ebbe grande fortuna nella Parigi dei primi anni Settanta. 27 A. Statera, Massoni contro i neocon, chiamata alle armi laica, in “La Repubblica”, Sabato 16/09/2006, p. 21. 28 Lessico universale italiano di lingua, letteratura, arti, scienza e tecnica, vol. XI, p. 438. 29 C. Magris, Fede, laicità e scuola pubblica, in “Corriere della sera”, 6 Dicembre 1998. 30 Ibidem. 31 V. Chiti, Laici e Cattolici. Oltre le frontiere fra ragione e fede, Firenze 1999, p. 72. 32 Grande dizionario enciclopedico UTET, vol. XI, Torino 1972, p. 33 V. Chiti, Laici e cattolici ... cit, pp. 106 - 107. 34 C. Magris, Chi è laico chi è clericale, in “Corriere della sera”, 20 Gennaio 2008. 35 G. Giorello, Di nessuna chiesa. La libertà del laico, Milano 2005, pp. 57 - 58. 36 Ibidem, p. 58. 37 F. Catalano, Laicismo, in L’Enciclopedia, vol. XI, Novara 2003, p. 806.

P.4 e 10: Il S.G.C.G.M. Luigi Pruneti (foto P.Del Freo); p.7-8-9: Graphisme, tecnica mista, 2007; p.11: Laicità, A.Giacomini.


Gran Maestro

11


Storia

12


Storia

A

ccade che venga pubblicato un ‘romanzo’, non voluminoso come un tempo usava, su carbonari e massoni dopo la Restaurazione1. Si pubblicano tanti libri. Uno più, uno meno... Accade però che il nuovo romanzetto (’storico’ forse nelle intenzioni, molto meno nei risultati) venga salutato con entusiasmo quasi costituisse rivelazione dei fatti e fosse un raggio di luce sulla vera storia delle cospirazioni liberali di inizio Ottocento. Esso pare voglia strappare la maschera dal volto del patriottismo a buon mercato di Silvio Pellico, Piero Maroncelli, Federico Confalonieri, Alessandro Andryane..: tutti eroi da operetta in questo racconto. In realtà nella fortezza dello Spielberg (Brno, Repubblica Ceca), ove essi furono reclusi su pancacce e con il piede nei ceppi, dopo condanne a morte commutate in decenni di carcere duro, in realtà, si legge nel romanzetto, quei

congiurati da operetta se la spassarono beatamente. E i memoriali che ne scrissero i protagonisti? E gli studi condotti su carte inedite da generazioni di storici illustri quali Alessandro D’Ancona, Domenico Chiattone, Giovanni Faldella, via continuando sino a Benedetto Croce e a quanti si piegarono dolenti sulle piaghe della loro atroce carcerazione? Fiabe compiacenti. Propaganda a buon mercato. Anche le famose Mie prigioni di Silvio Pellico (arrestato a Milano nell’ottobre 1820, tradotto a Venezia per un secondo più severo processo, condannato all’impiccagione, con mutamento della pena in 15 anni di carcere allo Spielberg) sono una ricostruzione malevola ‘a tavolino’ di pene mai sofferte, una vendetta consumata a freddo contro quei sant’uomini di Francesco d’Austria e Metternich, di Antonio Salotti e dei preti che vennero messi ai loro fianchi per carpirne brandelli d’involontarie confessioni delle imprese politiche tentate o almeno sognate, delle speranze ulteriori,

dei legami che ancora conservassero nelle forme più segrete. Le pagine che commossero generazioni di scolari e di uomini adulti, consapevoli del debito permanente della Nuova Italia verso i patrioti non sarebbero altro che invenzioni architettate per screditare il paterno impero d’Austria che ebbe il merito di spazzare via quei liberalucci fautori di costituzioni valendosi di uomini tutti d’un pezzo, come l’inquirente Antonio Salotti (ahinoi, un tempo iniziato massone: per servire Napoleone, come poi continuò a servire il suo successore, l’asburgico). Anche la descrizione pellichiana dell’amputazione della gamba di Maroncelli non sarebbe che una tavoletta strappalacrime, per nulla rispondente agli eventi. Per quell’operazione, si legge in queste pagine, l’imperatore mobilitò ben quattro chirurghi. I moti antiasburgici, conclude il romanzetto ‘storico’ dalle cui curiose fortune prendiamo le mosse, furono orchestrati dalla propaganda, dai ‘cattivi maestri’ che scrivevano ‘bastone

13


Storia

tedesco Italia non doma’ mentre la generalità degli abitanti della penisola era felicissima delle bastonate e del dominio straniero... Queste chiacchiere indecenti trovano oggi la via spianata per tre motivi concatenati. In primo luogo gli studi sul Risorgimento sono finiti in un cono d’ombra: perciò quando nel 2011 si evocherà il 150° dell’unità nazionale (ma è più corretto dire: ‘del regno d’Italia’) non ne verrà spiegata la lunga sofferta genesi. Eppure l’ ‘unità’ non cadde dal cielo. Il fatto è che quei patrioti non furono mai sponsorizzati da alcun partito politico né dai sindacati di questi ultimi sessant’anni. Quindi oggi non sono nessuno. Dimenticati. Finirono come gli amorini o gli angeli negli affreschi d’antan: a far da sbiadito contorno alle figure via via dominanti. L’attuale repubblica (non sappiamo se sia la seconda o la terza, sappiamo solo che vige la costituzione varata il 1° gennaio 1948) non sa che fare di quanti vollero l’unità d’Italia. La quale, ed è il terzo motivo dell’oblio

14

che ormai ha cancellato dalla memoria la prima metà dell’Ottocento (anzi, a ben vedere, quell’intero secolo), non vuole aver nulla da spartire con le ‘società segrete’. Eppure senza le ‘sette’ l’Italia odierna non sarebbe mai nata. E’ vero. In uno dei suoi tanti momenti di confusione Ugo Foscolo disse che per fare l’Italia occorreva disfare le sette. Ma lo corresse uno che se ne intendeva, Giosue Carducci, figlio di un medico carbonaro, quando ricordò che se non fosse stato per carbonari e massoni, cioè i settari, l’unità nazionale sarebbe rimasta sempre nient’altro che un sogno. Oggi come nel primo Ottocento occorre (ri)fare l’Italia: perciò occorre capire il ruolo svolto dalle società segrete dell’epoca. Le quali ebbero il merito precipuo di pensare e agire con insegne, obiettivi e programmi chiari, precisi, enunciati a tutte lettere. Lo si vede nello statuto napoletano della Carboneria (1820) pubblicato da Giuseppe Gabrieli nel 1982: ‘La libertà italiana è lo scopo delle nostre operazioni. Noi ed i primi liberali dell’Eu-

ropa ci siamo convinti che l’Italia, pervenuta ad essere indipendente con la rivoluzione, ha tutte le qualità per conservarsi questa sua nuova esistenza, e per procurarla ad altre nazioni2’. ‘Italia’, indipendenza, libertà, unità...sono le parole d’ordine delle organizzazioni carbonare pullulanti ovunque all’indomani della Restaurazione del 1814-15. Sarebbe fuori di luogo disputare oggi su primogeniture ed eccellenze: di certo sappiamo che il settarismo dilagò dal Piemonte alla Sicilia, dalle Calabrie alla Romagna, dalle Marche a Fratta Polesine, che entrò nella memoria perché tra i cospiratori ebbe Villa e Oroboni, morti di stenti allo Spielberg, che non era affatto un albergo a cinque stelle, come taluno oggi cerca di far credere, ma un carcere durissimo ove i prigionieri politici erano sottoposti ordinariamente a trattamenti brutali e non di rado a punizioni e privazioni, come già si sapeva ma ancor più si evince dalla documentazione recentemente acquisita e (speriamo presto) a disposizione degli studiosi. Studiata da


Storia

15


Storia

Oreste Dito, Annina Baretta, Giuseppe Leti e Alessandro Luzio, massonofobo ma documentato, la Carboneria ha goduto di alterne fortune nella storiografia. Qualche decennio addietro ne scrissero Carlo Francovich (che si appassionò alla intrigante figura di Joseph Briot), Franco Della Peruta, Fulvio Bramato,...: poi disparve3. Rimase senza risposta chiara il nesso tra le sue ‘vendite’ e le ‘logge’ massoniche. Eppure ne aveva scritto con dovizia di documenti Renato Soriga, tra i cui meriti vi è di essersi dedicato a questo filone di studi dopo lo scioglimento coatto della massoneria (1925)

16

e quando il regime mirava a confiscare la storia, facendo di tutto il passato prossimo e remoto una sorta di sgabello per le sue precarie fortune. Per drappeggiarsi con i panni del patriottismo risorgimentale (coltivato da Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon e dalle correnti monarchiche e nazionaliste dalla coalizione di governo) il ‘fascismo’ adottò la Carboneria, distinguendola e separandola dalla Massoneria. La prima era, a sua detta, cattolica o quanto meno cristiana, nazionale, patriottica, mentre la seconda era deista, razionalista, agnostica, miscredente, negatrice di nazioni e

Stati in nome di una utopica fratellanza universale. La Carboneria poteva essere ‘perdonata’ e iscritta nell’albo dei benefattori della Nuova Italia. La Massoneria andava invece combattuta in ogni sua forma. Nella sua strumentale protervia il fascismo evitò di buttare il bimbo (l’idea di unità indipendenza e libertà) con l’acqua del primo lavacro (il settarismo). Non per caso l’Enciclopedia italiana diretta da Giovanni Gentile, studioso di Giordano Bruno, Giuseppe Mazzini. Vincenzo Gioberti, Antonio Rosmini..., affidò le ‘voci’ Massoneria e Carboneria a due firme di tutto rispetto:


Storia

Alberto Maria Ghisalberti e Renato Soriga. Negli aggiornamenti non ha fatto altrettanto. Come è noto lasciò inedito quanto ne scrisse Renzo De Felice. Oggi, invece, si getta tutto: bagno, bambino e, diremmo, viene spianata la casa stessa: l’idea di unità nazionale e di fratellanza tra i popoli. Motivo in più per mettere in evidenza il legame storico, logico e cronologico, tra le diverse forme di società segrete del primo Ottocento: inclusa la Giovine Italia di Giuseppe Mazzini che fu iniziato alla Carboneria, nel carcere di Savona ricevette un arcano grado massonico e non sarebbe mai divenuto quale poi fu se non avesse avuto gl’impulsi originari. Identici a quelli di un Federico Confalonieri, iniziato massone dal fratello del re d’Inghilterra, un Pellico, creato carbonaro da Maroncelli (massone oltre che carbonaro), un Santorre di Santa Rosa, ascritti agli ‘adelfi’ o ‘federati’ e le migliaia, decine di migliaia di settari popolanti l’Italia d’allora. ‘Sette segrete’? Sì. Ma il Cancelliere dell’impero asburgico, Clemens von Metternich, informò il cardinale Consalvi che i settari in Italia erano da seicento a ottocentomila e non erano affatto congreghe isolate, bensì contavano su legami con tutt’Europa (inclusi l’Impero russo e gli Stati baltici) e le

Americhe. Al di là delle differenze genetiche, notorie documentate, dopo la Restaurazione del 1814 la continuità e le convergenze tra Massoneria e Carboneria si moltiplicarono per osmosi e prevalsero. Grazie a quel processo il Risorgimento italiano fu europeo, anzi traversò l’Atlantico e divenne consustanziale alle lotte delle sette politiche per le libertà dei popoli. Si è spesso ripetuto che la Carboneria però non fu mai altro che una società patriottica ammantata di rituali sconclusionati, come i circoli e i gruppi studiati da José Ferrer Benimeli e Alberto Gil Novales per la Spagna e l’America ‘latina’, quella delle ‘logge lautarine’ nelle quali crebbero i libertadores Simon Bolivar, Mirando, San Martin. Il punto però rimane questo: perché quella politica sentì bisogno di linguaggio simbolico? La storiografia cresciuta alla scuola del materialismo scientifico non ha risposte da dare perché il quesito stesso le appare estraneo, inconcepibile. Nondimeno da lì occorre partire per rileggere la storia del Risorgimento, che fu una temperie religiosa mirante all’avvento dell’uomo nuovo: libero e di buoni costumi, non ateo stupido né libertino irreligioso come recitano antiche costituzioni. Se si riparte dall’internazionale della libertà

si comprende la centralità del ruolo storico svolto dalle sette e si può andare orgogliosi del mezzo secolo durante il quale svolsero un’opera di alta pedagogia, capace di mutare in oro i metalli più vili. _______________ Note: 1 Fausta Garavini, In nome dell’Imperatore, Verona, 2008. Il libro è stato elogiato da Bossi Fedrigotti nel Corriere della Sera e in Letture. L’associazione culturale Minelliana ne promuove la presentazione proprio a Fratta Polesine. 2 Giuseppe Gabrieli, Massoneria e Carboneria nel regno di Napoli, Roma, 1982 (con documenti prima inediti). Vd. anche Luigi Pruneti, La tradizione scozzese on Italia, Roma, 1994, pp. 11 e ss. 3 Alla scopo di rinverdire gli studi sulla Carboneria le edizioni Arnaldo Forni (Sala Bolognese, via Gramsci 164) ripropongono in anastatica le opere di Dito e di Baretta nella collana Massoneria: fonti e studi, con nostra prefazione. Se ne avverte l’urgenza anche perché l’opera AA.VV, La massoneria vol. XXV di Storia d’Italia, Annali, a cura di Gian Mario Cazzaniga, Torino, 2005, dedica alla Carboneria appena 15 pagine su circa 800: un modo di eludere più che di affrontare il complesso tema.

P.12: Venezia, il ponte cosiddetto ‘dei sospiri’; p.13: cella allo Spielberg; p.14: La fortezza dello Spielberg, Brno, Repubblica Ceca; p.15: Klemens Wenzel Nepomuk Lothar von MetternichWinneburg-Beilstein, conte e, dal 1813, principe di MetternichWinneburg (Coblenza, 1773-Vienna, 1859), dal 1821 cancelliere di Stato e di Corte in un ritratto di Thomas Lawrence. p.15 e 16: Francesco Giuseppe in un ritratto d’epoca e in una cartolina.

17


L’Io

18


I

l modo in cui il cervello riesce a percepirsi come una ben distinta entità cosciente è, di fatto, un “problema complesso’’. La risposta che semplificherebbe questa ingarbugliata matassa è che l’”autopercezione esistenziale” avverrebbe per mezzo di una più che comprensibile funzione sensoriale, della stessa natura anche se qualitativamente diversa - di quelle utilizzate per percepire il mondo circostante (luce, caldo, freddo, etc.), con l’unica differenza che invece di essere un’attività sensitiva rivolta all’esterno sarebbe, in tal caso, un’azione percettiva diretta verso l’interno di se stessi. È innegabile che l’ipotesi appare suadente, non fosse altro perché risponde in maniera stringente ai desiderata della scienza nei confronti delle risposte attese dalla ricerca: semplicità ed eleganza. In effetti, con un semplicissimo cambio di prospettiva, potremmo eliminare il “problema complesso” di Chalmers e limitare le nostre ricerche al solo “problema semplice”. Resterebbe a questo punto solo da capire cosa veramente sia la materia di cui siamo fatti. Malauguratamente, nonostante la semplicità, anche questa teoria non è concettualmente ineccepibile. Vediamo perché. La scienza oggi ci dice che il nostro cervello materiale, scomposto nei suoi elementi ultimi, è solo un insieme di particelle elettroni e protoni - che interagiscono tra di loro tramite forze elettromagnetiche. In pratica, ogni processo biologico si verifica unicamente in virtù di reazioni elettrochimiche che si producono per l’interazione elettromagnetica che si viene a creare tra gli elettroni ed i protoni degli atomi presenti nelle cellule del nostro organismo. Inoltre, poiché nel nostro corpo non avvengono reazioni nucleari e le forze gravitazionali sono troppo deboli per interferire con le attività molecolari, ogni processo biologico è regolato unicamente dalle leggi della fisica, in particolare dalle leggi dell’elettrodinamica quantistica. Ne consegue che ogni tentativo di spiegare la nostra vita psichica nell’ambito del materialismo implicherebbe che ciò che soffre, ama, desidera o percepisce all’interno di noi stessi siano oggetti come elettroni o campi elettromagnetici e questo sembrerebbe effettivamente cozzare contro ogni più elementare evidenza quotidiana. Sentiamo cosa dice in proposito Marco Biagini: “[...] gli oggetti non possono percepire nulla, non possono provare né gioia né tristezza, né piacere, né dolore. La scienza ha dimostrato

L’Io

19


L’Io

che le equazioni del campo elettromagnetico sono universali, esse descrivono tanto il campo elettromagnetico dentro il nostro cervello come quello all’interno di un qualunque filo di rame o all’interno di un atomo. Non c’è alcuna traccia di coscienza, sensazioni, sentimenti, pensieri nelle equazioni del campo elettromagnetico. Se si ipotizza che il campo elettromagnetico sia l’origine della nostra vita psichica, allora la sola logica conclusione sarebbe che anche la nostra lavatrice, la nostra televisione o il nostro tostapane saranno di tanto in tanto depressi o felici o sofferenti...”. In sostanza, l’insormontabile “problema complesso”, cacciato fuori dalla porta, rientra senza bussare dalla finestra. Se, infatti, la teoria del duplice aspetto percettivo può essere accettata sul piano della prassi (è condivisibile che il cervello abbia una doppia percezione, “esterna” ed “interna”) rimane irrisolvibile il dilemma di come entità inerti, quali sono gli elettroni ed i protoni, possano trasfor-

20

marsi in “materia vivente” capace, attraverso complicati meccanismi sensoriali fisici, di provare sensazioni ed emozioni assolutamente immateriali. Il Labirinto, come ben si comprende, torna nuovamente a chiudersi su se stesso impedendo, per l’ennesima volta, qualsiasi via di uscita. Alcuni segni sul cammino, pur se controversi od opinabili, li abbiamo comunque tracciati e potranno tornarci utili nelle nostre tortuose peregrinazioni di domani. Ed ogni volta che, dispersi nel dedalo, ci sentiremo dubbiosi o confusi dovremo affidarci a questo filo sottile che unisce il nostro Io alla nostra consapevolezza interiore di vivere in un corpo fisico a sé stante. In conclusione, anche se l’idea di un funzionamento mentale in parte inconscio ha superato i confini del mondo psicanalitico per trovare piena cittadinanza nell’ambito delle odierne neuroscienze cognitive, è evidente che la sensazione di un Io individuale, avvertito come una ben distinta e separata realtà vivente, potrà realizzarsi soltanto

attraverso quell’attività mentale che riusciamo a percepire consciamente per mezzo dell’introspezione. Con ogni probabilità dobbiamo ritenere che questa sia, per il momento, la nostra “mente” perché, al di là di ogni eccezione sollevabile, fino ad oggi nessun computer, cioè nessuna entità materiale dotata di una intelligenza artificiale, è stata in grado di implementare al suo interno questa inspiegabile e meravigliosa capacità di autoconsapevolezza presente nell’essere umano. Ne consegue che il corpo (cioè la materia), nonostante tutti i ragionevoli dubbi finora esposti, non può, a tutt’oggi, essere incontrovertibilmente identificato con la mente. “...Gli ateniesi, d’altro canto, avevano finito di pagare, grazie a Teseo, il tragico tributo...” Rimane da concludere a questo punto un ultimo aspetto, già affrontato in precedenza secondo una prospettiva mitologicospirituale ed ora rivisitabile sulla base di considerazione psicanalitiche: in che modo avrebbe dovuto comportarsi il nostro eroe (o anti-eroe) Teseo, una volta giunto nel cuore del Labirinto, nei confronti del suo raccapricciante e animalesco abitatore. Trasponendo tutta la storia su un piano simbolico, potremmo azzardare con discreta legittimità una non banale correlazione tra mito e scienza. Difatti, se, allo stato delle attuali conoscenze, possiamo ancora oggi ritenere che il corpo, cioè il cervello, non corrisponda necessariamente alla mente che lo abita, in uguale maniera potremmo pensare che anche il Labirinto mitologico - cioè la materia inerte - ponga differenti problematiche rispetto al Minotauro, suo oscuro - ma vivente - abitatore. Per cui, rifacendoci all’ormai abusata correlazione antitetica tra ciò che è materia (labirinto-corpo-cervello) e ciò che è entità capace di elaborazione psichica (mente, Minotauro), potremmo concludere che l’essere metà uomo-metà bestia ben si presta a rappresentare, in forma emblematica, quell’aspetto inquietante della psiche umana che costituisce il lato oscuro dell’uomo e che Jung indicò con il termine di “Ombra”. In altri termini, se il Labirinto contiene il Minotauro, il nostro cervello cioè il nostro personale Labirinto - contiene l’Ombra. Per non anticipare concetti poco comprensibili, in quanto privi del necessario supporto teorico, dobbiamo a questo punto fare un passo indietro e ricordare che Jung era profondamente affascinato dal processo di maturazione psichica, cioè da quella complicata metamorfosi che la psiche attua


per trasformare l’individuo bambino in soggetto adulto, al punto da vedere in esso il fine e il senso dell’esistenza. Egli chiamò questo processo maturativo individuazione, poiché lo scopo ultimo del processo consiste proprio nella costruzione di una individualità soggettiva a partire da una natura psichica comune. Se non ostacolato, inibito o nascosto da particolari disturbi, tale processo rappresenta l’equivalente psichico del processo di crescita e di invecchiamento che interessa il corpo umano. Esemplificando al massimo, è come se il nostro homunculus interno, cioè la nostra mente cosciente, avesse bisogno di tempo e di esperienze per portare a completo sviluppo le proprie potenzialità. Tuttavia, a differenza di quello che accade per il corpo, l’evento maturativo psichico non è un processo automatico né è da tutti realizzabile e in caso di insuccesso l’individuo, inteso come entità psichica, rimane indistinto rispetto all’egemone psicologia collettiva. Il concetto è facilmente comprensibile se si pensa che il più delle volte quanto asseriamo essere frutto di un personale pensiero o espressione di un personale sentimento nasconde, al contrario, l’imprinting del collettivo. Allo stesso modo sono collettive tutte le pulsioni fondamentali (amore, desiderio di potenza, felicità, etc.) o tutto ciò sulla cui universalità gli uomini si trovano d’accordo (patria, umanità, fratellanza, etc.). Il risultato di una siffatta situazione è altamente critico per la nostra individualità la quale rischia costantemente di essere soffocata e sepolta. In conclusione, per quanto l’individuazione sia una imprescindibile esigenza psicologica di tutti gli uomini, tale esigenza rischia continuamente di essere tacitata e affossata dal contesto sociale in cui l’individuo vive. E se oggi si fa un gran parlare delle manipolazioni più o meno sottili dei media, bisogna riconoscere a Jung grande perspicacia se già nel 1928 constatava che “è il giornale che domina il mondo”, anticipando così di molti decenni quella che oggi appare una più che necessaria riflessione sui mezzi di comunicazione di massa e sulle immagini di riferimento e di identificazione che questi ci propongono. Tali immagini potrebbero essere definite, in linea con il pensiero junghiano, “immagini del conscio collettivo”, in quanto la loro essenza si fonda spesso su pregiudizi e stereotipi suggeriti da chi detiene il potere, ed è evidente come l’identificazione con simili messaggi soffochi in realtà ogni spinta maturativa personale. Non bisogna però incor-

rere nell’eccesso opposto e rifiutare qualsiasi contatto con l’establishment perché intraprendere la strada dell’individualità non significa un ritiro dal mondo né un porre se stessi al centro dell’universo. Una simile modalità, infatti, non rimanda all’individuale bensì all’individualismo ed è lo stesso Jung a voler risolvere l’apparente contraddizione: “[...] L’individualismo è un mettere intenzionalmente in rilievo le proprie presunte caratteristiche in contrasto con i riguardi e gli obblighi collettivi. L’individuazione invece implica un migliore e più completo adempimento delle destinazioni collettive dell’uomo, poiché un’adeguata considerazione della singolarità dell’individuo favorisce una prestazione sociale migliore di quanto risulti se tale singolarità viene trascurata o repressa”. In definitiva, secondo Jung tutti i valori etici e morali, tutte le emozioni e tutti i proponimenti racchiusi in quell’indecifrabile sensazione che definisce e conclude la nostra unicità di esseri senzienti o, per usare termini già incontrati nel Labirinto, la nostra mente, che ogni giorno ci offre l’esperienza unificata di noi stessi, sono il risultato di questo diffi-

L’Io coltoso rapporto tra ciò che vive dentro di noi e ciò che ne sta fuori, fra ciò che desidera svilupparsi e ciò che pone ostacoli, tra ciò che è progresso e ciò che è stagnazione. Scopo ultimo di ogni uomo è di impegnarsi a fondo affinché porti a compimento questo suo precipuo compito: la completa maturazione della propria personalità. Delineato per sommi capi il congegno, bisognerebbe a questo punto chiarirne il funzionamento, senza con questo rischiare di perderci in nuove ed interminabili peregrinazioni. Di solito in questi casi la cosa migliore è cominciare dal principio, il che equivale a conoscere cosa intendesse Jung per “personalità”. Va da sé che questa è solo una interpretazione, piuttosto elaborata, di un processo mentale a tutt’oggi inconoscibile e va considerata valida solo perché in grado di fornire un’apparente logicità e sequenzialità a ciò che si produce all’interno del nostro cervello. Freud ne aveva proposta un’altra differente, anch’essa ugualmente funzionante per certi aspetti fisiologici e patologici della psiche. Ma nessuna di queste teorie, per limitarci

21


L’Io

ai soli padri fondatori della psicanalisi, è in grado di essere comprovata scientificamente. Vanno quindi considerate per quello che sono, cioè strumenti interpretativi, mappe elaborate dall’uomo per decifrare un percorso sconosciuto. Ma, come tutti ben sanno, la mappa non è il territorio. Fatta questa debita premessa, possiamo riprendere il cammino ricordando che Jung, in accordo con la scuola neurologica e psichiatrica francese del suo tempo, di cui era stato allievo, considerò la psiche umana non come una struttura monomorfa bensì come una entità composta da molteplici aspetti la quale, almeno inizialmente, è tutta centrata sull’inconscio, cioè su quel magma psichico primordiale in cui ribollono e si agitano immagini e figure diverse, ricche di elementi arcaici e collettivi (che Jung chiamò archetipi a). È infatti evidente che il bambino appena nato non ha ancora coscienza di sé ed ogni suo comportamento è dettato da esigenze pulsionali istintive. Quindi, non potendo ancora esistere un inconscio personale b, che si formerà solo in seguito, in risposta

22

alle esperienze di vita che il soggetto maturerà nel corso degli anni, tutta l’attività psichica di questo periodo si esaurisce nel più generale inconscio collettivo c. Successivamente, grazie all’educazione familiare e sociale, comincerà un graduale processo di frammentazione della personalità destinato a produrre varie individualità psichiche. Per usare un esempio immaginifico, potremmo dire che è come se la mente iniziale divenisse con il tempo una sorta di teatro nel quale si muovono ed interagiscono di continuo diversi personaggi archetipici, ciascuno dei quali interpreta un ruolo ben preciso e ben correlato al nome che lo rappresenta: la Persona, l’Ombra, l’Animus, l’Anima, il Sé. Il testo che recitano si chiama individuazione ed è ciò che, alla fine della piéce - che peraltro non finisce mai e coinvolge tutto l’arco della vita -, permetterà la distinzione fra un individuo ed un’altro. Spiega, a questo proposito, Claudio Risé: “[...] Si tratta di un completo rovesciamento rispetto all’atteggiamento della personalità non centrata sull’inconscio, quella cioè dell’uomo senz’Ombra, prota-

gonista di quella metafisica dell’individuo oggi criticata dagli studiosi della postmodernità, ossia il tipo d’uomo statisticamente più frequente, che vagheggia di essere soltanto ciò che preferisce sapere di sé”. Jung, al contrario, era dell’avviso che per raggiungere la piena maturità psichica occorra conoscere anche le cose spiacevoli di noi stessi, cioè quegli aspetti incresciosi che non solo non racconteremmo mai ad altri ma che risultano ostici perfino alla nostra coscienza. Regista di questa rappresentazione, dai toni ora leggeri ora tragici, è l’Io, unica figura conscia (cioè avvertita dall’individuo come il vero “se stesso” e quindi come unica e reale entità psichica esistente), cui spetta il compito di condurre il confronto con le altre personificazioni dell’inconscio al fine di realizzare l’intero processo maturativo. È l’Io che deve organizzare la maschera sociale dell’individuo, cioè la sua Persona (così la chiama Jung, dal latino persona = maschera), sufficientemente evoluta e duttile da poter mostrare alla collettività solo quegli aspetti comportamentali ritenuti unanimemente


L’Io

decorosi. È sempre l’Io che deve accettare le sfide dell’inconscio personale, rappresentato dall’Ombra, e integrarne via via i contenuti più interessanti. È ancora l’Io che deve aprirsi alla parte controsessuale - il femminile dell’uomo (Anima) e il maschile della donna (Animus) - e assicurarle uno spazio significativo nella personalità conscia. Così facendo l’Io allarga lo spazio della coscienza e allo stesso tempo si supera, oltrepassando l’originaria ristrettezza che caratterizza l’Io dell’adolescente. In altre parole, l’Io rappresenta l’entità psichica che viene a coincidere con quel concetto di mente che abbiamo precedentemente indagato nelle sue più complesse implicazioni scientifiche e filosofiche e che ci dà la sensazione di esistere e di interagire con il mondo esterno, avvertito come “altro”. Tuttavia, nonostante il suo ruolo predominante in termini di lavoro da svolgere, il vero motore che spinge l’lo a questa frenetica attività di ampliamento e di modificazioni è il Sé, il quale costituisce per Jung l’autentico centro della personalità complessiva (indi-

viduale e collettiva). Tralasciando molti dei significati che Jung attribuì al termine nel corso della sua continua ricerca, possiamo dire che il Sé rappresenta il totale compendio della mente, la somma di tutto ciò che è conscio ed inconscio, la globalità psichica dove il conflitto delle parti (cioè dei vari personaggi archetipici sopra ricordati) trova finalmente pace. È chiaro che, in quanto anche espressione dell’inconscio, il Sé è già presente come figura archetipica nella mente immatura del bambino prima ancora che l’Io abbia avuto modo di svilupparsi. Anzi, è proprio in virtù di questa sua esistenza che l’Io si sviluppa. In un certo senso è come se in ognuno di noi esistesse inizialmente una confusa nebulosa psichica, ancora non separata dal primordiale inconscio collettivo, ma già geneticamente istruita per condurre l’individuo verso una sempre più consapevole rappresentazione di se stesso. Giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza, sotto la continua spinta evolutiva agita dal Sé indistinto dell’infanzia, il soggetto

si sostanzia come individuo, inizia a percepirsi come entità particolare, unica e specifica, cosciente e senziente. Emerge così l’Io ma il processo evolutivo non si arresta perché, una volta che l’Io si è differenziato, il Sé cambia di significato e si trasforma da punto di partenza in meta, diventa traguardo, punto conclusivo di quella personale ricerca che ogni uomo mette in atto per arrivare al completo sviluppo della propria personalità. Partorito dal Sé indistinto degli inizi, l’Io permette all’uomo di prendere coscienza di se stesso ma tale conoscenza è solo un aspetto parziale della mente. Fermarsi qui equivarrebbe a sostare sulla soglia del Labirinto, senza entrarvi. Equivarrebbe a perdere la grande opportunità che ci viene consegnata assieme alla vita: conoscere noi stessi. Equivarrebbe a non entrare mai in contatto con l’esaltante totalità delle origini: il Sé rimanda al Sé. P.18: Pietre, coll. privata; p.19: Schema per un circuito stampato elettronico; p.20: Shiva, sec. XIX, India; p.21: Mappa dei chakra, manoscritto. p.22/23: Esplosione, 2007, coll. privata.

23


Cosmogonie

U

24


Cosmogonie

U

no scenario di straordinaria ricchezza e complessità si apre affrontando il tema della cosmogonia nelle religioni iraniche. Si tratta di un panorama vasto e articolato che comincia a delinearsi ancora prima dei re achemenidi (VI sec.a.C.) fino alla conquista islamica (VII sec.d.C.). Partendo da un retroterra comune indo-iranico, la religione persiana si evolve gradualmente fino a un genere particolare di monoteismo. L’Avesta Se le tappe di questa evoluzione non sono del tutto chiarite nei dettagli, rimane fondamentale la figura di Zarathustra, il profeta vissuto circa tra il 628 e il 551 a.C., che elaborò la parte più antica del testo sacro, l’Avesta, dando inizio in questo modo a una “religione del libro”. Il mondo è opera buona e giusta del Dio Creatore, Ahura Mazda “il Signore Saggio” come significa il suo nome, il quale con il solo pensiero dà vita ex nihilo a ogni cosa, a cominciare dalle essenze angeliche che lo accompagnano, gli Amesha Spenta (letteralmente: Santi Beati), dotate di un valore astratto ed etico le quali aiutano e

sostengono i fedeli. Ahura Mazda è creatore anche di due entità gemelle una delle quali, Angra Mainyu (lo Spirito Distruttore) seguito dalle antiche divinità arie (i Daeva), sceglie il male e la menzogna intrufolandosi nell’opera creatrice e dando inizio alla guerra contro le forze del bene e della giustizia capeggiate da Spenta Mainyu (lo Spirito Benefico). Tutto ciò che consegue da questa lotta, in realtà inutile ed effimera, dato che il Bene è destinato a trionfare, è la vita stessa. Gli esseri umani ne sono il campo di battaglia e devono scegliere con chi schierarsi come già avevano fatto i due spiriti gemelli all’alba dei tempi. E’ l’invenzione di quello che poi si chiamerà “libero arbitrio”: il male non è nella natura ma nella volontà. Il Saggio Signore ha bisogno di combattenti fedeli perché la lotta contro i demoni, cominciata il primo giorno, non conosce requie. La materia in sé è buona, il corpo è lo strumento fornito all’uomo da Dio, ma è necessario schierarsi. Alla fine del tempo avverrà un Giudizio finale nel quale i giusti risorgeranno nello spirito e nella carne, mentre i seguaci del male saranno respinti nell’abisso e le due parti,

luminosa e oscura si separeranno per sempre. Tutto questo non è nuovo per i cristiani, perché essi ne hanno ereditato una parte. Infatti non tutto ciò che è cristiano proviene dall’ebraismo. Alcuni elementi sono stati influenzati dal mazdeismo che per questo riveste un rilievo considerevole nella storia delle (pur tutte importanti) religioni. I più significativi sono: il dualismo cosmogonico ed etico, la filosofia “ottimista” che proclama il trionfo del Bene e il rinnovamento del mondo, la resurrezione dei corpi, le figure degli Arcangeli come personificazioni delle virtù divine. Realtà storica di Zarathustra La vita di Zarathustra non ci è nota, tanto che alcuni studiosi hanno perfino avanzato dubbi sulla sua esistenza storica, ma sembra che abbia intrapreso una riforma religiosa di ampio respiro nell’ambito della preesistente religione indo-iranica suscitando la fiera opposizione sia dei sacerdoti della tradizione aria, sia delle confraternite guerriere che con tutta probabilità lo uccisero. Il profeta finalizzò la sua opera nel tentativo di eliminare l’ideologia della rigenerazione

25


Cosmogonie

periodica e il culto degli antichi dèi, i Daeva, divenuti ormai demoni seguaci di Angra Mainyu e proclamando una fede fondata sulla rettitudine e sulla conoscenza, aspetto questo che consente lo sviluppo di una dimensione esoterica, coltivata di conseguenza da un’élite. La sua raccolta di testi chiamati Gatha (facenti parte dell’Avesta), si forma durante le sue esperienze estatiche, in un dialogo diretto con Ahura Mazda. L’essenza della fede consiste nella scelta essendo la pratica di culto imperniata sulla sola preghiera accanto all’altare del fuoco. Dio non vuole servitori né sangue di vittime immolate e men che meno rituali orgiastici, chiede solo di usare il proprio libero arbitrio. Ma la scelta è impegno quotidiano, coerenza e passione. Dal primo all’ultimo giorno della storia i demoni sferrano attacchi continui usando le armi della menzogna e della cupidigia: il fedele deve ben pensare, ben parlare, ben agire e soprattutto dire sempre la verità. Nel Giudizio finale saranno valutate tutta la vita e le opere del singolo, quindi non servono pentimenti in articulo mortis e nemmeno salire sul carro del vincitore. Il continuo richiamo all’ultimo giorno non fa che ribadire l’importanza del primo; insomma la Fine del Mondo coinciderà con un’altra Cosmogonia, quella vera e definitiva, nella quale lo spirito distruttore non potrà più intervenire.

26

Fortuna della religione E’ probabile che già nel periodo dei re achemenidi (VI-IV sec. a.C.), e ancora di più in quello delle dinastie arsacidi (III-I sec. a.C.), esistesse una situazione di conflitto tra il mazdeismo di Zarathustra e i depositari degli antichi culti. Comunque un successivo sincretismo alterò di molto la predicazione del profeta. In questa fase riemerge la figura di Mithra, che Zarathustra aveva collocato tra gli Amesha Spenta ma, soprattutto per l’influsso dell’ellenismo occidentale, si elaborano nuove cosmogonie e periodizzazioni apocalittiche che diventano molto popolari; per questo ha molto successo lo Zurvanesimo fondato sulla “doppia creazione”. Secondo questa rielaborazione tarda del pensiero mazdeo, Ohrmazd, nel cui nome riconosciamo Ahura Mazda, e il suo antagonista Ahriman sono i figli gemelli di Zurvan (il tempo illimitato) che avrebbe messo al mondo il secondo per errore, quasi un incidente tecnico. Impegnati entrambi nella creazione del mondo i due divini fratelli avrebbero dato origine l’uno alle cose buone e l’altro a quelle cattive. Ohrmazd infatti crea le pianure e i pascoli, Ahriman le montagne, Ohrmazd dà vita agli animali utili e Ahriman alle mosche e ai serpenti, Ohrmazd concepisce l’elemento più puro, il fuoco, e Ahriman gli aggiunge il fumo. Entrambe le divinità sono creatrici, ma l’opera di Ahriman è solo mal-

vagia. Il principio del male diventa quindi “l’avversario di Dio” e non un suo sottoposto deviato e infingardo. Per quanto sia il banale risultato di un errore, il male in questo modo è prodotto dallo stesso Dio creatore che ne è responsabile sollevando l’individuo dall’imperativo della scelta. Il passo successivo porterà evidentemente al manicheismo con il suo dualismo assoluto, il pessimismo senza uscita e le incredibili complicazioni allegoriche. Fino al Manicheismo Per questa ulteriore elaborazione, fondata dal predicatore Mani (216-277 d.C.) e influenzata sia dal cristianesimo che dalle dottrine gnostiche, ma anche dall’induismo e dal buddismo, il corpo è solo la “prigione dell’anima” e va di conseguenza mortificato in un’ansia ascetica di intensa spiritualità, tesa all’individuazione della luce divina che rimane ancora in noi. Solo questa conoscenza potrà preservare l’anima da ulteriori sgradite reincarnazioni. Il corpo infatti è di natura demoniaca e la cosmogonia è solo un tentativo di Dio di salvare se stesso e bloccare in qualche modo lo spirito del male, il quale a sua volta ha creato l’uomo per rinchiudere al suo interno le particelle di luce. Se i manichei furono perseguitati ovunque con inaudita ferocia, lo zurvanesimo sembra essere stato invece una teologia elitaria riservata a una cerchia ristretta di fedeli. L’ortodossia mazdea tuttavia condannava l’idea che Ohr-


mazd e Ahriman fossero fratelli, segno che il dualismo non aveva attecchito molto. Tempo lineare ed ebraismo E’ comunque chiaro che il concetto del tempo lineare costituisce nelle religioni iraniche un presupposto fondamentale in quanto indispensabile alla Creazione e alla distruzione del male; anzi il mondo è stato creato proprio per annientare il male. Il tempo ha un significato provvidenziale e drammatico e si trasforma pertanto in storia sacra dalla durata finita, nella quale la predicazione di Zarathustra rappresenta una tappa situabile a metà strada. La conquista del tempo lineare accomuna le religioni iraniche all’ebraismo. La storia è qui intesa più che mai come teofania divina, manifestazione e insegnamento dell’unico Dio. Gli eventi tragici co-

era una volta una Regina triste, triste perché sola e perché sapeva di non avere un Regno. Era bellissima: volto ovale e luminoso, occhi grandi e languidi, pieni di tutto; la sua fronte confinava ampia con i suoi lunghi capelli colore dell'argento. Non era né giovane né vecchia perché non aveva età. Adagiata sul nulla, il mento poggiato sulla mano dalle lunghe bianche dita, fluttuava nelle sue ampie e morbide vesti. I capelli, lunghi e color dell'argento, le danzavano dietro la nuca, dietro le spalle, lungo le braccia ed ancora oltre, più lunghi dello scuro mantello che copriva le sue vesti. volto le labbra erano ferme in un sobrio sorriso e le sue palpebre erano spesso chiuse, anche perché non c'era nulla da vedere. Un giorno - o forse una notte perché ancora non c'era il tempo - la Regina sentì il suo cuore che batteva forte, provò amore e desiderò qualcosa da amare. Quindi pensò di togliersi il mantello che, cadendo, fece la notte; poi stirò le braccia e raccolse in alto i suoi capelli che fecero la luce del giorno. Decise di danzare come sapeva da sempre e, per poggiare i suoi passi, evocò una terra

stituiscono la punizione divina per il comportamento errato e peccaminoso del popolo che non ha seguito le prescrizioni della Legge. Jahve ha scelto il suo popolo ed esso prospererà solo seguendo quanto Dio gli prescrive. E’ stata stipulata un’impari alleanza, è stata data una normativa. Al di fuori di questo c’è solo il malefico caos. A scuotere i pavidi ci sono i Profeti inviati da Jahve perché ammoniscano il popolo e lo facciano ravvedere. Niente di ciò che avviene è del tutto imprevisto. Continue sono le prove imposte da Dio, molteplici i suoi insegnamenti, titanici e spesso inascoltati i suoi profeti. E’richiesta la fede prima di tutto, sull’esempio sublime e inimitabile di Abramo, fede totale e senza sfumature, poi l’obbedienza alla Legge data a Mosè, alleanza tra il divino e l’umano basata

che prima non c'era. S'accorse che si era creato l'orizzonte e, scrutandolo in un solo punto, fece il sole; la luce abbacinò il suo sguardo e, sbattute le palpebre una volta, apparve la luna; conti-

nuarono a brillare i suoi occhi e la volta del cielo si riempì di stelle. Rise e le terre fiorirono. Pianse per la gioia e l'emozione di quanto tutto fosse bello e le sue lacrime furono

Cosmogonie sul principio della reciprocità e al tempo stesso fondamento dell’unità e della continuità nazionale. Anche se erano i rapporti con Dio la preoccupazione maggiore di Israele, la cosmogonia non passava certo in secondo piano. Quella biblica è infatti la più nota anche ai nostri tempi, ma ne esistono due versioni, quella elohimica e quella jahvista, così chiamate dal nome che viene attribuito a Dio. Le due versioni bibliche Nella prima Dio, sospeso nel nulla, crea con la Parola un mondo che per essere opera sua è certamente buono, l’opera procede per fasi e solo nell’ultima è creato l’uomo come imago Dei, ma l’errore e il peccato portano alla cacciata dei nostri antenati dall’Eden.

l'acqua che cadeva tra le impronte dei suoi piedi danzanti. Così furono mari e laghi, fiumi e rivoli. Muoveva le braccia, turbinavano morbide e veloci, tutto era facile ed armonioso, e così facendo si fece ogni forma di vento. Quando cominciò a cantare, la sua voce era quella di tutte le creature: inventò una vita per ogni suono della sua gola, per ogni fremito del suo petto e quelle cercarono ognuna uno spazio di pudore nella terra, nelle acque e nel cielo. Osservato il suo Regno si sentì finalmente vera e Regina, comprese di avere vissuto tutto il Tempo che una volta non esisteva e decise di finire. Per questo si strappò il cuore dal petto e, strizzandolo tra le mani, fece stillare il fuoco. Poi morì. Da poche faville di fuoco fuggite dal suo cuore furono uomini e donne che presero ad ardere sulla terra, sopra le acque e sotto il cielo. Il vero Tempo si era estinto con la vita della Regina e gli uomini e le donne ne reinventarono uno tutto loro. Da allora esiste un Regno felice perché senza Regina, abitato da gente triste perché senza Regno... Patrizia Gagliano

27


Cosmogonie Nella seconda, più antica, la terra è vuota e Adamo viene modellato con l’argilla da Dio che gli soffia la vita nelle narici, poi gli crea attorno l’Eden dove si mette a impastare con la terra tutti gli animali e Adamo dà loro il nome, infine da una costola forma Eva. I due racconti sono diversi, anche se il più tardo è quello con cui inizia la Bibbia e si imprime per sempre nella memoria. Sarà questo a ispirare il visionario racconto con cui esordisce il Vangelo di Giovanni nel quale si parla di “luce che risplende tra le tenebre” come ma-

28

nifestazione della Parola e origine della vita. Infatti l’avvio della creazione biblica nella versione elohimica era avvenuto nel momento stesso in cui la Parola ordinatrice veniva pronunciata in un primo assoluto comando: “Sia la Luce!”. E, in una vertigine esplosiva, la Luce fu. _______________ Bibliografia: A.Caquot/E.Gugenheim, Il popolo d’Israele, ‘Storia delle Religioni’, vol. 6, a cura di H.C. Puech, Bari 1970

F.Cardini, I Re Magi. Storia e leggende, Venezia, 2000 J.Duchesne-Guillemin, L’Iran antico e Zoroastro, in: ‘Storia delle religioni’, vol.2, p.109 e segg., a cura di H.C. Puech, Bari, 1970 M.Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Torino, 1999 R.Pettazzoni, L’Essere Supremo nelle religioni primitive, Torino, 1957. F.Romano, La religione di Zarathustra, Milano 1998

P.24: Alba, coll. privata; p.25: La Porta di Ishtar, Pergamonmuseum, Berlino; p.26: Tomba in pietra di Ciro il Grande a Pasargad, Iran; p.27: Shiva Nataraja, Bronzo (foto P.Del Freo); p.28: Una pagina manoscritta da un volume dell’Avesta; p.29: Iran, villaggio diruto.


Cosmogonie

Quei tre saggi

I

personaggi del mondo mazdeo che conosciamo di più sono senz’altro i Re Magi, immancabili in ogni presepe che si rispetti. Ma la loro notorietà va di pari passo con il mistero che li avvolge. La classe dei Magi godeva infatti di enorme prestigio nella società iranica ma non è ben chiara la sua origine, anche se sembra che esistesse ancora prima di Zarathustra, costituendo l’élite sacerdotale ed ereditaria dei Medi (VII sec.a.C.) che governarono la parte occidentale del paese prima degli achemenidi. Se in origine fossero stati o meno avversari del profeta mazdeo non è ben chiaro, ma in seguito divennero i depositari del suo più puro insegnamento. Secondo i testi sacri Zarathustra aveva previsto l’arrivo di Saoshyant (letteralmente: il Salvatore) il cui regno avrebbe segnato l’inizio del rinnovamento universale. Le successive rielaborazioni ne fecero il figlio di una vergine e addirittura il figlio postumo di Zarathustra. Saoshyant era inviato da Ahura Mazda con il compito specifico di ingaggiare l’ultima cruenta battaglia contro le forze del male sacrificando se stesso. Solo

dopo di lui il Saggio Signore avrebbe messo fine alla storia dando avvio al Giudizio Universale e alla nuova Creazione a cui tutti gli operatori di giustizia e verità avrebbero partecipato nello spirito e nella carne. Attestati da Erodoto (VI sec.a.C.) che ne parla come di sapienti e astrologi, i Magi probabilmente si erano trasformati in veri seguaci di Zarathustra senza tuttavia abbandonare la cultura precedente. Del resto lo Zoroastrismo prevedeva sviluppi esoterici personali e i Magi costituivano una casta sacerdotale antichissima e chiusa che praticava solo il matrimonio tra consanguinei. Non c’è quindi nulla di strano nel fatto che scrutassero il cielo e che un particolare evento cosmico, fosse esso l’esplosione di una supernova o una congiunzione planetaria multipla, li spingesse a partire verso il luogo simboleggiato dalla costellazione che occupava il settore astronomico interessato, in questo caso il segno dei Pesci che indicava Israele. Il mito -anche se in questo caso a parlarne è un Vangelo sinottico, quello di Matteo- ci racconta molte cose al di là della storia o della fiaba, comunque si voglia intendere. Per esempio ci propone queste figure di collegamento tra il mazdeismo e il cristianesimo, confermando così le tante coincidenze del pensiero religioso. Ci rap-

presenta una cultura plurisecolare e aristocratica che consegna se stessa a un bambino. Ci trasmette il messaggio di una Cerca, una specie di viaggio iniziatico nella consapevolezza che qualcosa di immenso stava accadendo e che Saoshyant stava nascendo...bastava solo trovarlo. Come andò a finire lo sappiamo. Arrivarono in tre in un luogo chiamato Casa del Pane, cioè Betlemme. Erano affaticati dal lungo cercare, stremati dalla fatica fisica e demotivati dai parecchi episodi di stupidità umana incontrati sul loro percorso, non ultima la reazione sciocca e crudele del Tetrarca Erode. Ma quando videro quel bambino ebreo di nome Gesù, nato a sua volta durante un viaggio dovuto a contingenti ragioni burocratiche, lo riconobbero subito. Si prostrarono a terra e depositarono presso la sua culla tutti i secoli di sapienza e privilegio di una dinastia sacerdotale da sempre impegnata nell’Arte Sacra, concretizzati in tre doni: oro, incenso e mirra. In altre parole: il re, il sacerdote, il martire. Insomma il destino di Saoshyant. Dopo 2000 anni da quella ricerca il rinnovamento universale nel senso mazdeo non c’è ancora stato ma, in qualunque modo si pensi o si creda, una cosa è indubitabile: dopo di Lui il mondo non è più stato lo stesso.

29


In copertina

F

ra le numerose interpretazioni scultoree e pittoriche dell’adorazione dei Magi un ruolo particolarmente interessante sembra giocarlo la versione del tema data da Albrecht Dürer nell’opera conservata agli Uffizi e datata al 1504. Il soggetto iconografico è forse uno dei più frequenti nell’arte cristiana sia orientale che occidentale sebbene, fra i Vangeli sinottici, solamente quello di Matteo parli esplicitamente del miracoloso episodio. Certamente pur in poche righe Matteo enumera una serie di spunti destinati ad esercitare un forte impatto sull’immaginario collettivo. Egli parla infatti dei tre saggi chiamandoli Magi, accenna alla loro provenienza

30

orientale, nomina la stella cometa come manifestazione celeste e guida divina del viaggio dei tre menzionando, infine, i doni recati al bambino appena nato. La parola mago a tutt’oggi evoca il concetto di magia come insieme di pratiche e occulti rituali basata su una conoscenza superiore delle cose. Il termine mago, di derivazione persiana, designava in quella cultura il sacerdote o altro personaggio addetto alle pratiche religiose mentre nella Vulgata editio della Bibbia per magus si intende l’indovino. Anche la decrittazione della stella come segnale straordinario e foriero di eventi epocali sembra avvalorare la possibilità che dietro a questi magi evangelici vi fossero tre astrologi iranici esperti astronomi

ma anche consapevoli delle implicazioni religiose dei segni del cielo. Una leggendaria profezia di Balaam, spesso identificato con Zoroastro, trasmessa ai giovani di Persia li aveva messi in guardia sulla possibilità che un giorno una stella cometa avrebbe preannunciato un evento spirituale di vasta portata. Da questo momento, secondo la tradizione iranica, i giovani di molte generazioni avrebbero atteso il manifestarsi della stella tanto che, quando infine essa comparve, ebbero subito coscienza precisa del compimento dell’attesa profezia. L’ingrediente ‘viaggio’ rendeva ancora più avventurosa e affascinante la storia. Sia nel Medioevo che nei secoli a venire viaggiare era un’espe-


In copertina p rienza irta di pericoli e sorprese di ogni genere, spesso connessa al pellegrinaggio, una pratica diffusa che aveva come meta il raggiungimento di un luogo sacro. Il viaggio in questi frequenti casi aveva una dichiarata finalità spirituale e pertanto non era solamente una prova di resistenza fisica ma una vera e propria pratica morale del tutto analoga, sul piano simbolico, a quella adombrata dalla vicenda dei Magi. Una forte valenza simbolica fa capolino dai doni di cui Matteo (Matteo, 2, 2-12) fa esplicita menzione: l’oro, l’incenso e la mirra. Queste sostanze non erano solo preziosi materiali di scambio commerciale e segnali della ricchezza dei tre personaggi, rivestendo piuttosto importanti sensi riposti. Sottoposti al vaglio degli esegeti biblici essi sembrano esprimere perlopiù valori univoci: l’oro il riconoscimento della regalità di Cristo, la mirra della sua umanità mortale e l’incenso della sua divinità. Tali significati derivavano dall’impiego delle stesse sostanze poiché se l’eccellenza dell’oro fra tutti i metalli era un chiaro emblema del potere principesco, la mirra, adoperata nelle pratiche di imbalsamazione dei cadaveri, alludeva con chiarezza alla dimensione umana

di Cristo morto proprio perché umano e l’incenso infine con le fumigagioni accompagnava i rituali religiosi avvol-

gendoli di mistico e caratteristico profumo. Ma torniamo al dipinto. Se le opere italiane della precedente tradizione gotico-internazionale molto spazio avevano concesso al tema del viaggio celebrandolo in variopinte cavalcate regali, rutilanti di paggi, equipaggiamenti rifulgenti d’oro, animali esotici, tessuti preziosi e oreficerie splendenti, qui il pittore mostra di staccarsi nettamente dalla tradizione limitando gli esotismi a quelli strettamente necessari per ricordare l’origine orientale dei re. Nessuna stella nel cielo e nessun riferimento al viaggio, mentre ovunque rovine di archi e costruzioni classicheggianti rimandano simbolicamente alla fine dell’era pagana sancita dall’arrivo del Bambino divino. Nessuna menzione vi è qui della regalità dei tre, motivo tardo ma spesso presente nelle iconografie tradizionali, mentre uno spazio interessante è concesso ai contenitori dei doni dipinti. Un approccio dunque particolarmente rigoroso e volutamente aderente alle Scritture sebbene straordinari siano i gioielli indossati dai Magi e soprattutto i vasi liturgici descritti con minuzioso e fiammingo compiacimento. Il mago inginocchiato,

31


In copertina anziano mediorientale, offre la mirra in una classica pisside veneziana fatta a casetta, mentre poco sopra il mago occidentale assai vicino alla tipologia classica del Cristo, reca un principesco aureo calice cerimoniale probabile contenitore di incenso. Egli scambia uno sguardo eloquente con il mago nero, un giovane di poco arretrato recante un vaso globulare che ricorda molto per forma e materiale la sfera, tradizionale emblema di potere regale e pertanto probabile contenitore d’oro. Sormontato da un serpente a forma chiusa, il classico ouroboros, il vaso sembra assumere una connotazione di eternità che ben si attaglierebbe sia all’oro contenuto, materiale incorruttibile, che alla natura eterna della spirituale regalità di Cristo. Figlio di un orafo, Dürer certo sapeva bene come descrivere i vasi liturgici impiegandoli per trasmettere, attraverso le forme e i materiali, messaggi di ordine simbolico. Il percorso tracciato risulta assai chiaro mostrando come la morte evocata dalla mirra sia un passaggio necessario per assurgere, attraverso una regalità spirituale (l’oro) ad una vera condizione divina (incenso). La divinità di Cristo sembra qui asserita in modo inequivocabile dall’aspetto del mago occidentale i cui biondi e lunghi capelli e barba ricordano la classica tipologia di Cristo. Ma Dürer non sembra voler rinunciare a fornire materia per ulteriori possibili letture. La scelta di rappresentare attraverso i magi le tre età evolutive dell’esistenza: la giovinezza, la maturità e la vecchiaia e le tre razze umane europea, asiatica e africana (quella americana era solo da poco conosciuta) aspetti assenti nel Vangelo di Matteo, pur non essendo un unicum nella tradizione pittorica, sembra voler trasmettere il valore aspaziale e atemporale e perciò universale della vicenda di Cristo di cui già Matteo aveva intuito la portata. Il messaggio contenuto sembra espandersi oltre la figura pur centrale di Cristo ché l’umanità dei Magi di tre età e tre razze diverse con i loro simbolici doni in mano sembra proprio voler suggerire come l’esistenza di Cristo non debba limitarsi ad essere oggetto di devozione e culto ma come essa appartenga a tutti gli uomini poiché in essa starebbe il

32


In copertina segreto della vita umana stessa. Non vi è vera regalità né divina dimensione se non attraverso l’esperienza della morte. Già dal Trecento nel nord Europa si andavano moltiplicando i circoli cosiddetti della devotio moderna una vera e propria corrente religiosa che asserendo con vigore la centralità della figura di Cristo si faceva promotrice di un’intensa attività di studio delle Sacre Scritture per ricercare il più genuino messaggio evangelico. L’ondata di tale nuovo misticismo, lungi dal coinvolgere solamente i ceti più umili andava sempre più esercitando il suo fascino sull’aristocrazia e la ricca borghesia mercantile. Attraverso la lettura senza filtri né mediazioni si rafforzava l’idea che la vita di Cristo non fosse solo una miracolosa manifestazione da affrontare con timore reverenziale ma un vero e proprio modello esistenziale da imitare e alla portata di tutti. A testimoniare tale fermento si moltiplicavano in quell’ambito scritti che proponevano ai devoti l’imitatio Christi. Questo approccio sarebbe stato codificato nel primo decennio del Cinquecento nell’affermazione riformista del Libero Esame. La Riforma ebbe inizio a Wittenberg quando Martin Lutero fece affiggere le 95 tesi sulle porte della cattedrale e alla principesca residenza di Federico III di Sassonia, proprio a Wittenberg, era destinata l’opera di Dürer. Sappiamo che di lì a pochi anni, il prestigioso committente, avrebbe assunto un ruolo chiave nella Riforma per essere diventato protettore di Martin Lutero e pertanto è legittimo ipotizzare che le personali opinioni religiose del committente avessero trovato corretta espressione nell’Adorazione e nel pittore adeguato interprete. Pertanto è assai probabile che quest’opera non fosse solo un pretesto per veder celebrata la propria ricchezza e la propria cristiana generosità verso Cristo ma rispondesse piuttosto al desiderio di far rappresentare quel tema in tutta la sua potenza universale come chiave di lettura dell’umana esistenza. P.30 e segg.: Adorazione dei Magi, Albrecht Dürer (Norimberga 1471-Norimberga1528), Uffizi, Firenze; p.32: Ritratto di Federico di Sassonia, Albrecht Dürer; p.33 in alto: Studio di mani, Albrecht Dürer, inchiostro su carta; p.33 in basso: Autoritratto, Albrecht Dürer.

33


Musica

34


Musica

A

Vienna, dove la prima loggia massonica (Aux trois canons) apre nel 1742 durante il regno di Maria Teresa, la presenza ufficiale della Massoneria nella vita musicale del tempo è ben poca cosa rispetto al consistente impegno su questo fronte delle logge parigine e londinesi1. Nel 1783 le logge viennesi raggiungono il numero di 11 con un migliaio di affiliati, suscitando qualche apprensione nell’imperatore Giuseppe II, inizialmente benevolo verso l’Ordine, ma poi diffidente verso la sua espansione fino a imporre drastiche misure di riordino e contenimento. I musicisti bussano in buon numero alle porte di quei templi, ma l’affiliazione massonica non sembra fornire loro sufficienti motivazioni d’impegno creativo; tranne ovviamente il caso di Mozart, cui si devono sette composizioni destinate ai rituali di loggia2 e diversi altri lavori riconducibili per qualche verso ai suoi legami con la Fratellanza3. Una più attenta indagine fra le pieghe della storia e dei suoi documenti consente tuttavia di trovare tracce interessanti e finora inosservate di qualche altro produttivo rapporto fra l’ambiente massonico della capitale asburgica e i musicisti che vi gravitano attorno. Ad attirare l’attenzione è in particolare una composizione strumentale dal titolo intrigante: Armonia per un Tempio della Notte, opera di Antonio Salieri, personalità di primo piano dell’ambiente musicale viennese. Nato nel 1750 a Legnago, in territorio veronese, Salieri giunge sedicenne a

Vienna al seguito di Florian Leopold Gassmann, operista all’epoca molto apprezzato. Del suo maestro e protettore l’italiano ripercorrerà le orme in una progressione di carriera che nel 1788 lo porta a raggiungere il vertice dell’apparato musicale di corte con l’incarico di Hofkapellmeister (maestro di cappella imperiale) tenuto fino a poco prima della morte nel 1825. Nell’esercizio delle sue funzioni Salieri ha frequentazioni abituali con diversi funzionari di stato4 e musicisti attivi nelle officine di Vienna, e anche la sua elevata posizione professionale ne fa un candidato "naturale" all’ingresso nei ranghi dell’Ordine; ma nel suo caso, come in quello di un’altra eminente personalità musicale del’epoca, il viennese d’adozione Christoph Willibald Gluck, non esiste evidenza documentaria di un diretto rapporto con la Massoneria. Fra i personaggi con i quali Salieri ha assidui contatti vi è il barone Peter von Braun, vicedirettore dei teatri imperiali dal 1794 al 1806 e il cui nome figura dal 1785 negli elenchi della loggia "Zum heiligen Joseph". Nel giro di pochi anni von Braun aveva conseguito una invidiabile posizione sociale ed economica che tra l’altro ne fa uno dei più potenti protagonisti delle attività musicali pubbliche a Vienna. Partito da una modesta condizione impiegatizia nel 1777 e divenuto segretario della corte imperiale, l’intraprendente personaggio si dedica dal 1789 a un redditizio commercio della seta che costituisce la base delle sue fortune, coronate nel 1795 dal conferimento del titolo baronale. Proprio ai rapporti di Salieri

con Peter von Braun si può ricondurre la genesi della Armonia per un Tempio della Notte, pagina musicale che per la sua composta amabilità espressiva può ascriversi al filone delle Nachtmusiken, o serenate per lo più destinate a intrattenimenti all’aperto. Come la gran parte delle musiche del genere, anche questo brano è scritto per ottetto di fiati (coppie di oboi, clarinetti, fagotti e corni), formazione che per la sua corposità timbrica ben si presta a esecuzioni all’aperto e che in area tedesca prende il nome di Harmoniemusik. Proprio al suo particolare organico strumentale fa riferimento il termine Armonia del titolo5. Anche il "Tempio della Notte" che compare nell’intestazione del brano non è un’immagine di fantasia, una trovata editoriale assai comune nelle musiche d’epoca (ad esempio in molte delle sinfonie di Haydn o in alcune sonate di Beethoven) che aveva lo scopo di richiamare sul prodotto a stampa l’attenzione del mercato con un titolo a sensazione. Si tratta invece di un luogo reale: un singolare padiglione situato all’interno dello splendido parco fatto costruire da von Braun nella sua nuova residenza di Schönau, nei dintorni di Vienna (oggi di questo complesso rimane qualche rudere). Il barone, che morirà suicida nel 1819, ne prende possesso nel 1796 e ad essa dedica cure tutte particolari facendone un vero e proprio emblema della privilegiata condizione da lui raggiunta. L’originario impianto barocco del grande parco circostante la residenza viene trasformato in un esemplare modello di giardino prero-

35


Musica

mantico, oggetto di ammirati resoconti contemporanei:6 "Questo luogo è d’un gusto davvero unico, e la sua ideazione come la sua realizzazione mostrano qui il talento del genio"7. In una suggestiva scenografia naturale di piante e fiori, corsi d’acqua, laghetti e cascate, grotte e costruzioni in pietra coperte di muschio, si snoda un tragitto che per disposizione e ambientazione si presenta come una sorta di percorso simbolico-esoterico, scandito da iscrizioni su tavole marmoree autore delle quali è il massone August von Kotzebue. Si legge dapprima: Dunkel, wie der Pfad des Lebens (Oscuro, come il cammino della vita), quindi, dopo un tratto a saliscendi, compare un’altra iscrizione a lettere d’oro: Hinauf - hinab - steigen - fallen - Menschenschicksal (In alto - in basso - salire - scendere - destino dell’uomo). "Queste parole e il profondo silenzio tutt’intorno s’impadroniscono dell’animo del pellegrino e inducono a meditare sulla verità delle parole lette"8. Da quel punto, attraverso una porta di ferro, s’accede a una vasta grotta balneare che riceve l’acqua da una cascata che sgorga all’interno. Di lì si passa a un atrio con un’altra porta di ferro sui cui battenti sta

36

scritto: Ruhe am Abend (Quiete nella sera). Si è giunti al Regno della Notte e al Tempio che ne è il sacrario. All’ingresso, avvolto in una misteriosa semioscurità, sono incisi questi versi: Ihr Pforte auf / Es ist vollbracht./ Dem Pilger lohnt/ Die heitre Nacht (Oltre la porta / la meta è raggiunta. / Ricompensa al pellegrino / è la serena notte). L’interno del Tempio, a pianta perfettamente circolare, è circondato da sedici colonne corinzie, ai cui piedi si trovano dei tripodi di bronzo che sorreggono urne d’alabastro. Ogni quattro colonne si aprono delle nicchie nel muro, in una delle quali è raffigurato il Carro della Notte avvolto da nuvole con la Dea vestita d’un manto stellato, mentre nelle altre sono collocati sedili di marmo ricoperti di velluto cremisi con frange dorate. Dinnanzi alle colonne si fronteggiano due tavoli triangolari, sopra i quali sono poste due lampade con tredici lumi d’alabastro. Su un tavolo v’è una civetta (l’uccello di Minerva) con ali argentate e un libro, sull’altro l’Urna del Destino decorata di simboli mistici. Fra i capitelli delle colonne sono riportati in bassorilievo i dodici segni zodiacali. Una balaustra, decorata dalle statue dei Geni della Notte con ghirlande

di papavero e altri fiori, circonda la parte alta del Tempio culminante in una cupola su cui è rappresentato il firmamento stellato con le fasi lunari, il Carro dell’Orsa e la Via Lattea. Volgendo di lì lo sguardo in basso si vede al centro del pavimento un mosaico raffigurante la testa di Medusa. In questo ambiente ricco di suggestioni evocative, vi sono diversi elementi che richiamano gli arredi di un tempio massonico: le colonne (oltre tutto dai colori canonici bianco e rosso), la rappresentazione della volta celeste, i segni zodiacali alle pareti, i seggi marmorei e i due tavoli triangolari che sembrano riprodurre le postazioni dei primi ufficiali durante i lavori di loggia. Considerata l’appartenenza di von Braun all’Ordine, non si può escludere che il "Tempio della Notte" divenga all’occorrenza accogliente rifugio per qualche cerchia di affiliati (magari con in testa lo stesso barone e il suo braccio destro Kotzebue), più che mai in cerca di riservatezza, dopo il decreto antimassonico emanato nel 1794 dal nuovo imperatore Francesco II. Anche l’omaggio musicale di Salieri a von Braun e al suo padiglione esoterico presenta un qualche sotterraneo legame con il mondo delle logge. La terza


e ultima sezione dell’Armonia per un Tempio della Notte si trova riprodotta tale quale in un Lied che sotto il nome di Salieri compare con il titolo Laßt uns den Schwur erneun (Che il nostro giuramento si rinnovi) nel secondo dei due volumi di un canzoniere massonico pubblicato a Berlino nel 1798 e 1799): Auswahl von Maurer Gesängen mit Melodien der vorzüglichsten Componisten (Scelta di canti massonici con melodie di eccellenti compositori). È difficile dire se questa musica sia transitata dalla serenata per fiati al canto massonico, o viceversa. Passaggi del genere erano piuttosto comuni all’epoca, e non sempre avvenivano sotto il diretto controllo degli autori. Comunque sia, la melodia di Salieri è rimasta a girare in un ambito ben preciso, quello delle logge e dei circoli a esse più o meno direttamente collegati. I contributi di Salieri alla cerchia di Schönau non si limitano alla Armonia per un Tempio della Notte. V’è un suo brano corale, il Trinklied (canzone da brindisi) per soli e coro Brüder! unsre Erdenwallen,9 il cui incipit testuale richiama presso che alla lettera una delle iscrizioni di Kotzebue per il giardino di Schönau (Hinauf - hinab - steigen - fallen - Menschenschicksal): "Brüder! unsre Erdenwallen / ist ein ewiges steigen, fallen, / bald hinauf und bald hinab" (Fratelli! Il nostro peregrinare terreno / è un perenne salire e scendere / ora in alto e ora in basso). Non può trattarsi di concordanze casuali. Le otto strofe del canto conviviale, con i loro sentenziosi richiami moraleggianti, sembrano fatte su misura per i frequentatori del "Tempio della Notte" e non è da escludere che autore ne sia lo stesso Kotzebue. Versi come questi potrebbero per altro figurare benissimo in qualche canzoniere di loggia, dove il Trinklied è un soggetto largamente rappresentato. Il brano inizia con un ritornello strumentale di otto misure da ripetersi poi fra una strofa e l’altra e da eseguirsi con bicchieri (scelta quanto mai pertinente) come prescrive la dicitura all’inizio del brano10. Si tratta verosimilmente di una "armonica a bicchieri" o Glaßspiel, un cristallofono molto di moda in area anglosassone, costituito da 18 bicchieri con diversi livelli d’acqua al loro interno che determinano le diverse

altezze dei suoni, prodotti con lievi sfregamenti delle dita sul bordo. All’epoca uno dei maggiori virtuosi dello strumento è l’amburghese Karl Leopold Röllig, che incontra a Vienna uno straordinario successo con le sue esibizioni. Iniziato nella loggia "Zum Palmbaum " nel 1782, Röllig partecipa attivamente alla vita massonica viennese e ha stretti rapporti con il barone van Swieten, alla cui dipendenze lavora dal 1790 come impiegato alla Hofbibliothek11. Non è da escludere che Röllig faccia parte della compagnia di von Braun e che proprio per lui Salieri abbia inserito la parte dei bicchieri nel Trinklied da lui musicato. Sempre di Salieri sono le melodie diffuse da uno strumento meccanico detto Harmonika costruito da Johann

Nepomuk Mälzel (l’inventore del metronomo) e applicato al soffitto del Tempio della Notte, dalla cui volta stellata in una atmosfera d’incanto si spargevano "suoni celestiali", come riferisce il musicista Johann Friedrich Reichardt ospite di Schonau fra 1808 e 1809. Forse si esauriscono tutti lì, nella cerchia che il barone von Braun riunisce nel Tempio della Notte, i contatti di Antonio Salieri con l’ambiente massonico viennese. A documentarli rimangono alcune pagine musicali come queste, senz’altre pretese che il dilettevole consumo in compagnia; testimone del brulicante sottobosco di relazioni più o meno occasionali, e comunque assai produttive, che s’allacciano fra i musicisti e i circoli di loggia nella Vienna del tardo Settecento e primo Ottocento.

Musica Note: 1 In proposito si veda A. Basso, L’invenzione della gioia. Musica e massoneria nell’età dei lumi, Milano, Garzanti 1994, pp. 63-81, 171-221. 2 Si tratta dei Lieder per voce e pianoforte Lobgesang auf die feierliche Johannisloge KV 148, Gesellenreise "Die ihr einem neueun Grad " KV 468, Zerfliesset heut’, geliebte Brüder KV 483, delle cantate per voci e strumenti Dir Selele des Weltalls KV 429, Die Maurerfreude KV 471, Eine kleine FreimaurerKantate KV 623 e del brano sinfonico Maurerische Trauermusik (Musica funebre massonica) KV 477. 3 Esempio emblematico è l’opera Die Zauberflöte (Il flauto magico), accanto alla quale si possono citare il Quintetto per clarinetto e archi KV 581 e il Concerto per clarinetto KV 622, composti entrambi per il celebre virtuoso di corte Anton Stadler, membro dal 1785 della loggia viennese "Zu Palmbaum". Per un più ampio e dettagliato riscontro su questo aspetto della produzione mozartiana si veda A. Basso, L’invenzione della gioia, cit. pp. 601-609. 4 Negli organi di gestione dei teatri imperiali figurano massoni di spicco come il letterato Joseph von Sonnenfels, già consigliere di Maria Teresa d’Austria, Gottlob Stephanie il Giovane (librettista mozartiano per l’Entführung aus dem Serail e Der Schauspieldirektor), il barone Gottfried van Swieten (consigliere aulico, presidente della Commissione di Censura letteraria, amico e protettore di Mozart), il segretario di corte Joseph Franz Ratschky (autore del testo massonico musicato da Mozart nel Lied zur Gesellenreise KV 468). 5 Anche l’espressione "colonna d’armonia", d’uso corrente nella terminologia massonica per indicare l’apparato musicale della ritualità, fa originario riferimento all’impiego di complessi di soli fiati per le musiche di loggia. L’Armonia per un Tempio della Notte è inclusa nel CD: Antonio Salieri, Musica per Harmonie, Ensemble Italiano di Fiati (etichetta Tactus TC 751902). 6 Una delle prime dettagliate descrizioni del giardino di Schönau è data in F. A. d. P. Gaheis, Wanderungen und Spazierfahrten in die Gegenden um Wien, Fünftes Bändchen, XXIX-XXX Heft, Wien, Patzowsky 1802 (rist. Wien, Bibliophilen Gesellschaft 1998). 7 Da un resoconto del 1812 riportato in G. Hajós, Romantische Gärten der Aufklärung - Englische Landschaftskultur des 18. Jahrhunderts in und um Wien, Wien-Köln, Böhlau Verlag 1989, p. 202. A questo volume, pp. 201-209, si rinvia per maggiori dettagli sul giardino di Schönau. 8 Ivi, p. 204. 9 Wien, Gesellschaft der Musikfreunde, manoscritto. autografo [senza segnatura]. Lo stesso testo è utilizzato nel 1815 da Franz Schubert per il suo Lied corale D. 148. 10 In alto, al centro della prima carta, Salieri annota: "Copiate la parte dei Bicchieri come sta scritta in fine del N.ro V. ", mentre al margine sinistro del foglio è indicata la " Accordatura dei Bicchieri ". 11 Cfr. A. Basso, op. cit., pp. 501, 503-504.

P.34: La Regina della Notte, da Mozart ‘Die Zauberflöte’; p.35: La cattedrale di Santo Stefano a Vienna; p.36 e 37: Veduta del parco di Schonau, La grotta balneare, L’ingresso del Tempio della Notte, L’interno del Tempio della Notte, Ricostruzione ideale del Tempio della Notte (vd. testo)

37


Alchimia

38


N

el 1751, il Principe di Sansevero, Raimondo de Sangro, Gran Maestro della Massoneria napoletana, installò come Maestro Venerabile di una Loggia un giovane di 27 anni, ravvedendo in lui le doti e le conoscenze necessarie. Tale Officina, “secondo gli intendimenti alchemici cari ad entrambi, si proponeva una lettura dei rituali massonici in chiave essenzialmente ermeticofilosofica”1. Il giovane in questione era il Barone Henri Theodor Tschudy, autore di un preziosissimo Catechismo ermetico-massonico della Stella Fiammeggiante scritto nella seconda metà del XVIII secolo ad uso dei Fratelli Liberi Muratori e, in particolare, dei membri di un Ordine massonico denominato Ordine della Stella Fiammeggiante. Lo Tschudy nacque a Metz nel 1724 e nell’arco della sua breve vita (morì a Parigi a soli 45 anni) viaggiò in lungo e in largo attraverso l’Europa, costantemente impegnato negli studi esoterici e massonici. Nelle sue intenzioni - nonché in quelle del Principe di Sansevero - i rituali libero-muratori dovevano essere letti sotto una luce ermeticoalchemica. Una sorta di capovolgimento di punto di vista rispetto a ciò cui siamo abituati. I Liberi Muratori del III millennio, infatti, tendono più che altro a fare il contrario, ad usare cioè un frasario e un glossario mutuati dall’alchimia per spiegare riti e simboli massonici. Così l’athanor diventa il nostro Io interiore; il vitriol è qualcosa di non ben definito sul quale bisogna lavorare; zolfo e mercurio spuntano qua e là in caso di bisogno e la pietra grezza è un macigno davanti al quale maglietto e scalpello fuggono impauriti. La nostra, naturalmente, vuole essere una simpatica provocazione, un modo per raccogliere la sfida del Sansevero che faceva sistemare nella sua cappella una statua velata come ammonimento: l’Ars Regia è lungi dall’essere alla portata di tutti. Ma siccome ci siamo prefissi l’obiettivo di sollevarlo un po’ quel velo, non deluderemo il nostro lettore e così analizzeremo brevemente alcuni topoi del linguaggio massonico. Li analizzeremo, ovviamente, in chiave alchemica. Primi passi: l’Apprendista Diversamente da quel che si possa intendere, noi non pensiamo che il silenzio imposto all’Apprendista si spieghi con il fatto che, non sapendo ancora pressoché nulla, è opportuno che taccia. Al contrario, noi riteniamo che il contenuto esoterico racchiuso nel primo grado massonico sia di tale importanza da richiedere la riservatezza più totale. Noi riteniamo che tale contenuto esoterico sia relativo alla pratica alchemica, in quanto il rituale di iniziazione

Alchimia

‘‘D: Che cosa, dunque, deve fare [l’Artista]? R: Bisogna ch’egli liberi la materia da tutte le sue impurità, giacché non v’è metallo, per puro che sia, che non abbia le sue impurità; uno, tuttavia, più o meno di un altro. D: Come raffiguriamo in Massoneria la necessità assoluta e preparatoria di questa depurazione o purificazione? R: Fin dalla prima iniziazione del candidato al grado di apprendista, quando lo si spoglia di tutti i metalli e i minerali e gli viene tolta, in maniera decente, una parte dei suoi vestimenti, il che è analogo alle superfluità, superficialità o scorie di cui bisogna spogliar la materia per trovare il seme.’’ H.T.Tschudy, Il catechismo ermetico-massonico della Stella Fiammeggiante, Roma 1995.

39


Alchimia

al primo grado presenta un’analogia così stretta e puntuale con la fase iniziale dell’Opera ermetica da farci escludere che il fatto sia casuale. Ora, la parte iniziale del lavoro alchemico è appunto quella che è sempre stata tenuta più segreta. Non per niente lo stesso Fulcanelli ha sottolineato che, dell’alchimia, ciò che si conosce meno è l’inizio. In effetti, esplorando l’immensa letteratura alchemica edita e non, relativamente a questa fase non si trova più che qualche cenno circospetto. Il primo a parlarne esplicitamente - seppure tutt’altro che esaurientemente - è stato Eugène Canseliet nel VI capitolo del suo L’alchimia spiegata sui suoi testi classici, nonché nel commento al dipinto della sala delle guardie del castello di Plessis-Bourré relativo a La giovanetta e la tartaruga dalla lunga coda, contenuto in Due luoghi alchemici, opere delle quali riteniamo indispensabile lo studio. In cosa consiste questa parte che è tenuta così segreta? Semplicemente nel rendere filosofici i materiali con cui si dovrà operare. In alchimia non è affatto sufficiente identificare i materiali volgari che effettivamente devono entrare nell’opera: se ci si limita a lavorare su quelli si fa della semplice chimica di nessun valore ermetico. Occorre che essi siano sottoposti a un tratta-

40

mento specifico che li rende, appunto, filosofici, e che ha l’effetto di esaltare al massimo grado, nonché di mutare parzialmente, le proprietà fisico-chimiche delle sostanze in oggetto. È solo dopo che sono stati resi filosofici che i materiali mostrano i comportamenti e producono gli effetti descritti nei testi alchemici. Del modo di trattare la materia Sempre secondo Canseliet l’operazione preliminare “risiede nell’imperiosa necessità che il soggetto minerale eletto, il cui ruolo, più tardi, sarà di reincrudare, sia ricondotto, più che possibile, verso lo stato primordiale che gli era proprio e di cui godeva all’interno del proprio giacimento minerario2”. Ciò che Canseliet chiama “soggetto minerale eletto” è la sostanza che, dopo esser stata resa filosofica, sarà indicata come mercurio filosofico o femmina dell’Opera. Perché essa possa svolgere la funzione capitale di rendere filosofica (in ciò consiste appunto la cosiddetta ‘‘reincrudazione’’) anche la sostanza dispensatrice del solfo filosofico o maschio dell’Opera, deve a sua volta essere preliminarmente rianimata. Questa lenta e paziente rianimazione fornisce l’esatto significato operativo dello spogliare il candidato (”liberandolo” dai metalli) e del “dirozzare la pietra grezza” massonici, compito

quest’ultimo che è un po’ troppo ingenuo riferire a dei semplici materiali per l’edilizia. Nella pietra grezza - questa materia che si presenta all’uscita dalla miniera come un qualcosa di brutto e insignificante, un viluppo oscuro e irregolare dalla forma bizzarra e caotica, anche definito dai Filosofi il nostro piccolo caos - si cela il seme prezioso che bisogna estrarre (ordo ab chao...). In che modo? Dice ancora Canseliet: “...è importante restituire a questa materia bruta lo spirito di vita, indispensabile e latente, che possedeva nella miniera, quando il grande Principio lo spingeva dal centro alla periferia3”. Questo spirito vitale, che è languente e che va rianimato, nel rituale massonico è rappresentato dalla candela presente nel gabinetto di riflessione. Nel rituale il candidato è appunto identificato alla terra mercuriale, che si trae fuori dalla miniera, cioè dal gabinetto di riflessione. Questo spirito, contenuto nella materia e nutrito a dovere, è il primo di tutti i sali e “[...] I saggi, che lo hanno conosciuto, l’hanno anche onorato con nomi e titoli magnifici, chiamandolo figlio del sole e della luna; Il primogenito della Saggezza creata; Iliastro salino; Luce d’intelligenza; Limbo angelico.[...] È il salnitro o nitro di natura celeste e terrestre4”. Ma come pro-


Alchimia

cedere praticamente? La prima cosa da fare sarà privare l’Apprendista dei metalli, ossia liberare la materia mercuriale bruta dalla ganga minerale che la contamina. Il procedimento può essere eseguito tramite la liquazione tradizionale o tramite flottazione. In seguito, la materia dovrà essere sottoposta, esattamente come nel rituale massonico, all’azione dell’aria, dell’acqua e del fuoco. Innanzitutto essa dovrà essere aerata, il che si ottiene riducendola in polvere finissima, tramite l’impiego del mortaio e del pestello. Occorre qui usare molta cautela e non dimenticare che la materia minerale iniziale era definita dai maestri classici toxicum et venenum. Evitare di respirarla così come, durante la liquazione, non esporsi ai suoi vapori. In secondo luogo dovrà venire idratata, esponendola ad esempio alle piogge invernali secondo un lungo procedimento5 e quindi riscaldata sfruttando “la virtù onnipotente d’un sostentamento igneo, uguale e dolce, dispensato a lungo6”. Piccolo mondo alchemico Le analogie con la preparazione del candidato e los volgimento del rituale d’iniziazione sono tante dunque, ma noi vogliamo lasciare l’Artista-massone volenteroso con un’ultima preziosa indicazione. Essa riguarda la presenza

di simboli nei Templi massonici, simboli messi a disposizione degli Apprendisti affinché ne comprendano il messaggio. Tale messaggio o significato va oltre il senso più immediato e apparente e racchiude in sé precisi riferimenti per comprendere materiali e operazioni da svolgere. Abbiamo detto che uno dei modi per definire la nostra materia è piccolo caos, ma ve n’è un altro che i designer dei templi massonici hanno sapientemente posto, rappresentato visivamente, sotto gli occhi di tutti. Chiamiamo infatti la nostra materia anche piccolo mondo, giacché esso racchiude in sé tutto ciò di cui l’Artista ha bisogno. Ora vi è effettivamente una rappresentazione di un piccolo mondo nei templi massonici, messa a bella posta lì dove tutti possono vederla. Altro non aggiungiamo, solo si ricordi che questo piccolo globo è spesso sormontato da una croce. Conclusioni Nella cappella Sansevero a Napoli, alla destra dell’altare, vi è una scultura di grande pregio artistico. Si tratta del cosiddetto Disinganno di Francesco Queirolo. Tale scultura raffigura un uomo barbuto che si divincola da una fitta rete con l’aiuto di un genietto alato. Quest’ultimo si puntella col piede destro su un globo

terracqueo (globo che indica anche con una verga che stringe nella mano destra) e reca sulla fronte una fiammella. L’intero gruppo scultoreo poggia su di un basamento su cui è scolpita, a bassorilievo, la scena di Gesù che dona la vista al cieco, sapientemente svestito con la spalla sinistra scoperta. Soltanto un caso (o meglio... caos)? ________________ Note: 1 H.T.Tschudy, Il catechismo ermetico-massonico della Stella Fiammeggiante, Roma 1995, p.5. 2 Canseliet E., L’alchimie expliquée sur ses textes classiques, Paris, 1980, p.147. 3 Ibid., p. 139. 4 Douzetemps, Le mystère de la croix, affligeante et consolante, mortificante et vivifiante, umiliante et triomphante, de Jésus-Christ et de ses membres. Écrit au milieux de la croix au-dedans et au-dehors. Par un disciple de la croix de Jésus. Achevé le 12 d’août 1732, 1860, p. 203206. 5 Si rimanda a Sabine Stuart de Chevalier, Discours philosophique sur les trois principes, animal, végetal et mineral ou La clef du sanctuaire philosophique, vol. II, Paris, 1781, pp. 4-7. 6 Canseliet E., L’alchimie expliquée sur ses textes classiques, Paris, 1980, pp. 148-149.

P.38: Blue Star, acrilico su tela, 2008; p.39: Riflessi, 2008, coll. privata; p.40 e 41: Vetreria di laboratorio.

41


Stelle

42


Stelle

D

a un punto di vista astrologico, i pianeti "moderni" del nostro sistema solare, e cioè Urano, Nettuno e Plutone, hanno connotazioni simboliche tali da poter essere considerati come un gruppo, in qualche modo compatto ed organico, fatte salve le specifiche e relative peculiarità. In modo analogo possono essere considerati i due Luminari, Sole e Luna; i pianeti personali e interni, Mercurio, Venere e Marte; nonché la coppia dei "giganti" Giove e Saturno... scandendo il ritmo 2-3-2, a cui si aggiunge appunto un altro 3 con Urano, Nettuno e Plutone. Ho utilizzato il titolo di un saggio di René Guenon, La Grande Triade, proprio per sottolineare questo rapporto né gerarchico né paritario ma sostanzialmente creativo tra i pianeti transaturniani. Sono molte le realtà analogiche che possono tradurre una tale triplice simbologia, e Guénon stesso ne cita alcune, tra cui: Uomo, Terra, Cielo; Corpo, Anima, Spirito; Sale, Mercurio, Zolfo; Volontà, Destino, Provvidenza; ma potremmo aggiungere la percezione del tempo come passato, presente, futuro; la filosofia etica espressa in pensiero, parola, azione... e continuare con altre associazioni su diversi livelli. Ovviamente il mio rimando al saggio di Guénon si ferma al titolo, tuttavia questa interpretazione della Grande Triade mi sembra degna di interesse anche da un punto di vista astrologico. E’ vero che per millenni solo la mitologia ha riconosciuto dignità a questi "ultimi tre" pianeti, non altrettanto l’astrologia, perché per qualsiasi scienza - e soprattutto per la coscienza - non essere stati scoperti equivale a non esistere. Né so se davvero nel sistema solare ci siano gli "altri due" che lo stesso ritmo evidenziato sembra suggerire: è probabile, ed infatti la scuola astrologica italiana di Lisa Morpurgo li ha considerati ben più che un’ipotesi già a partire dagli anni ‘70; e persino i tanti avvistamenti o falsi allarmi che di recente giungono dai telescopi fanno pensare che l’aspettativa sia quasi satura, e che un giorno, forse presto, l’umanità sarà pronta a conoscere nuovi pianeti, nuovi miti, nuovi dei... che quindi solo allora verranno alla luce. Tuttavia l’attuale società, quella a cui apparteniamo e che chiamiamo "moderna" come se fosse la prima ed unica ad esserlo e non fossero invece già state tutte moderne per i loro tempi... la nostra società ha superato i confini di Saturno e si trova, orgogliosa e spavalda, ma pure un po’ smarrita, a vivere

Q

uando un uomo comincia a imparare, non sa mai con chia-

rezza quali sono i suoi obiettivi. Il suo scopo è imperfetto; il suo intento è vago. Spera in una ricompensa che non si concreterà mai, perché non sa nulla delle difficoltà dell’imparare. Comincia lentamente a imparare, dapprima a poco a poco, poi a grandi passi. E presto i suoi pensieri entrano in conflitto. Quello che impara non è mai quello che ha sperato o immaginato, e così incomincia ad aver paura. Imparare non è mai quello che ci si aspetta. Ogni passo dell’imparare è un compito nuovo, e la paura che l’uomo prova comincia a salire implacabilmente, inflessibilmente. Il suo scopo diventa un campo di battaglia. E così si è imbattuto nel primo dei suoi nemici naturali: la Paura! Un nemico terribile, traditore e difficile da superare. Si tiene nascosto a ogni svolta della strada, in agguato aspettando. E se l’uomo, atterrito dalla sua presenza, fugge, il nemico avrà messo fine alla sua ricerca...non imparerà mai. Non diventerà mai un uomo di conoscenza" Carlos Castaneda, A scuola dallo stregone, Roma 1970

nelle ampie praterie dominate da questi lenti e potenti - invisibili - sovrani, che si aggiungono agli antichi signori della Tradizione come nuove domande alla coscienza e nuove risposte dall’esperienza, e viceversa. Urano Nettuno Plutone Urano fu scoperto ai tempi delle grandi rivoluzioni francese ed americana, che rinnovarono radicalmente il concetto di società, di valori collettivi, di diritti e doveri umani. Nettuno fu scoperto nel periodo del Risorgimento europeo, in cui tanti confini venivano superati, modificati, uniti in realtà geografiche e politiche diverse e più ampie. Plutone fu infine scoperto durante un’epoca di profonda trasformazione intellettuale ed artistica, ma anche poco prima dell’avvento al potere del nazismo: gli effetti di questa triste sincronicità si rivelarono più lentamente, in stile con il pianeta, ma in modo anche incredibilmente più intenso e distruttivo; eppure anche da quel periodo nacque una società nuova, più consapevole e matura, e non possiamo dimenticare lo spirito di enorme rigenerazione e speranza - urgenza di ricostruzione - che lo seguì. Tutte le epoche citate furono violente e drammatiche, come purtroppo sappiamo, e seminarono tanta morte, tanta sofferenza, tanto lacerante stupore. A rileggerne i commenti storici, ci si ritrova spesso di fronte ad ammissioni postume quasi inverosimili agli occhi odierni: gli uni che avevano sottovalutato gli altri, gli altri che immaginavano diversi esiti, sviste ed ingenuità incredibili, personaggi cruciali investiti da contraddittorie proiezioni collettive, il tutto condito da infinite rivisitazioni che sembrano portare a conclusioni paradossali, come se coscienza ed esperienza fossero inesorabilmente divise nel percorso della storia, così che quando c’è la prima non c’è più la seconda, e quando c’è la seconda non c’è ancora la prima... Difficile ammettere che sia proprio questo il modus operandi di Urano, Nettuno e Plutone... Eppure non solo sul piano collettivo, ma anche su quello individuale capita che esperienza e coscienza siano separate dal tempo: da Saturno-Kronos. Ciò dipende soprattutto dalla lentezza e lontananza delle loro orbite, ma anche dalla sottigliezza del loro linguaggio che, paragonata alla maggiore grossolanità della nostra mente razionale, rende davvero invisibile - ma anche straordinariamente potente - il loro più profondo e reale impatto. Non a caso, in astrologia capita spesso che il significato del loro messaggio, collettivo o

43


Stelle

individuale, venga solo intravisto e persino travisato a lungo. Urano, relativamente più vicino, opera frequentemente a livello di eventi esterni; è raro che un suo transito non si manifesti con qualcosa di nuovo, o che un suo contatto con pianeti personali non generi una tensione verso cambiamenti anche obiettivi. Le persone a dominante uraniana hanno spesso esistenze movimentate, fortemente creative, in cui si avvicendano nuove idee, nuovi incontri, nuove attività e in cui, viceversa poche cose diventano veramente "vecchie", perché vengono messe in crisi prima, quanto meno modificate, se non proprio abbandonate o allontanate in modo coatto dalle circostanze; ed anche per chi con Urano non ha particolare familiarità, i suoi transiti si esprimono non di rado e senza troppi complimenti con riforme più o meno gradite della realtà di fatto. Sembra quasi che il tempo acceleri con Urano... E invece no: anche lui è un

44

pianeta lento. I cambiamenti che offre o pretende non corrispondono ai veri cambiamenti: non sono ciò che davvero vuole, e forse ne farebbe anche a meno se non fossero necessari per far giungere il suo messaggio, proprio come interpreti tra chi parla lingue diverse. Così, spesso capita che un transito di Urano ci porti effettivamente qualcosa di nuovo, ma che il vero cambiamento sia invece qualcosa di altro, che poco o nulla ha a che fare con la realtà così rinnovata ma che aveva bisogno di quella realtà per accedere, appunto, alla nostra coscienza. Dire che voglia rinnovamento, autonomia, autenticità o modernizzazione pare una questione di termini, se non proprio di gusti; in ogni caso, Urano è Volontà. Una volontà inconsapevole sembrerebbe non servire molto alla causa evolutiva, eppure essa opera ugualmente su di noi - nonostante noi anticipando i tempi dell’esperienza e rimandando quelli della coscienza, in una deroga

solo apparentemente generosa, laddove ci costringe a sperimentare la verità mirabilmente espressa da Dante, per cui "contra miglior voler, voler mal pugna"... Nettuno È un pianeta davvero sfuggente, inafferrabile, come i guizzanti animali del segno che governa (Pesci) e l’umido, immenso, ambiente in cui vivono e di cui è mitologico sovrano. Nell’antichità, la casa astrologica di sua competenza era associata ad esperienze e realtà mortificanti: le grandi prove, i nemici nascosti, e poi psicosi, carceri, ospedali, droghe.. Ma è possibile che l’ultimo segno, l’ultima casa, insomma l’ultima fase del viaggio zodiacale rappresenti qualcosa di così poco elevato e gratificante? Possibile sì; ma anche significativo. Nettuno è vissuto spesso con una sorta di "vertigine", quasi fosse un abisso di incommensurabile vastità che circonda i piccoli arroccamenti personali e che quindi appare vicinissimo e insieme


lontanissimo: altro e altrove. Non è raro che le persone così caratterizzate sembrino costantemente sulla difensiva, e che utilizzino Elementi alternativi, messi a disposizione dal loro tema astrologico, per controbattere anche aprioristicamente questa insidia destabilizzante: chi con la mente (Aria), chi con le azioni (Fuoco), chi con il pragmatismo (Terra). Cantava Lucio Battisti, non a caso dei Pesci: "come può uno scoglio arginare il mare?"... e infatti di fronte a Nettuno è quasi impossibile opporre resistenza, proprio per la sua natura inafferrabile: tentando di resistere a qualcosa, ci si accorge presto che il qualcosa non è più lì ma altrove; tentando di combattere un qualche nemico, ci si accorge che il vero nemico è un altro. Ed è davvero un nemico nascosto: ma dentro di noi. Non c’è alternativa; o, se c’è, è effettivamente alienante. Non si può fuggire da Nettuno pensando che Nettuno sia la fuga. Non si può essere liberi e contemporaneamente imprigionati: ci provano da sempre gli artisti, gli alcolisti, i folli, giustamente equiparati senza gerarchie morali a rappresentare l’estremo tentativo di vivere un Nettuno part-time; e ci proviamo un po’ tutti durante i suoi transiti più impegnativi, quando per sublimare la vertigine ci mettiamo a scrivere poesie o cominciamo a fare yoga! Naturalmente ciò va benissimo, ma solo quando va bene; perché può anche andar male, e noi possiamo ritrovarci molto più vulnerabili e fragili, seduti sullo scoglio ad osservare il mare che ci circonda come se ci assediasse... Questa non è, appunto, una vera soluzione. L’unica è quella di tuffarsi, ritrovando in ciò che sembrava un’esterna minaccia quel senso di appartenenza che a quel punto non è più identificabile in un abbraccio avvolgente ma in una impregnante presenza: ciò che sembrava altrove ora è ovunque, ciò che sembrava una divisione, persino una disgregazione, ora è fusione e partecipazione. Questo è forse il senso della Provvidenza, di ciò che appunto provvede a noi e per noi, che è sempre a nostra disposizione ma a cui riusciamo ad accedere solo rinunciando all’egoica ma in fondo pavida illusione di essere autosignificanti. Plutone Se Urano è più immediato e manifesto, e Nettuno più sfumato ed insinuante, certamente Plutone appare diverso da entrambi, pur non essendo nemmeno una via di mezzo: anzi, tutto si può dire di questo pianeta tranne che usi mezzi termini... E’ un pianeta

di grande intensità, con un’energia quasi "omeopatica", che sembra appunto potenziata dalla sua distanza e piccolezza; un pianeta con un’orbita eccentrica che può a volte avvicinarlo più di Nettuno, e con escursioni di latitudine tali da rendere difficile, a volte, scommettere sulla posizione che occupa sull’eclittica, quasi operasse davvero in modo... occulto. Ma ciò che lo caratterizza ancora di più, e che lo differenzia da ogni altro pianeta del sistema solare, è

Stelle

la sua natura di pianeta ‘‘doppio’’. Legato dal comune baricentro con il suo satellite Caronte, non molto più piccolo di lui, Plutone sembra infatti rappresentare l’eterna danza della dualità: condizione squisitamente vitale laddove venga intesa come intrinseco corollario dell’esistenza, e che proprio per questo lo rende così potentemente legato all’Anima terrena più inconscia e collettiva. Plutone ha un’indubbia capacità di rendere le cose più complicate,

45


Stelle

o meglio più complesse di quanto potrebbero essere e soprattutto vorremmo che fossero, riuscendo a riesumare tutto ciò che è nascosto, a prescindere dalle motivazioni per cui e con cui tali nascondigli siano stati predisposti. Nessun pianeta dopo Saturno si interessa più granché della sfera etica, ma Plutone sembra essere particolarmente amorale (a volte persino immorale) nel suo colpire direttamente, anche se non altrettanto velocemente e manifestamente, la radice di ogni nostra problematica interiore, di ogni nostro complesso, di ogni ferita subita o provocata nonché tenacemente protetta dal rischio-timore di infezioni. Questo perché non c’è nascondiglio che tenga con Plutone: suo è appunto il regno dell’invisibile, ed anche il potere di dare dignità e valore a tutto ciò che non si vede - non si può o non si vuole vedere - ma che non per questo è meno reale... Proprio come la radice di una pianta che, "sotto la terra scura", nutre le sue foglie grazie all’humus prodotto da altre foglie, cadute e raccolte dal tempo passato: e che sempre, letteralmente, passa la fiaccola della vita da una morte all’altra. Plutone era il Dio mi-

46

tologico degli Inferi. Ma è triste pensare che proprio noi, che abbiamo ricevuto l’eredità greca, sembriamo averne dimenticato la sfaccettata complessità, non solo riducendola ad una dualità più moralistica che archetipica, ma soprattutto investendone i poli di una valenza alternativa che una mera funzione energetica non può esprimere. È, in fondo, un’aberrazione relativamente recente quella che ha trasformato bianco e nero, luce ed ombra, yin e yang in bene e male, ma ha attecchito in fretta; ed ancor più breve è stato il passo successivo, con cui il male è stato associato a tutto ciò che è da rifiutare (e che la psiche fin troppo spesso interpreta con negazioni, rimozioni, proiezioni). Eppure il regno di Plutone accoglieva sia i dannati nel Tartaro che i giusti nei Campi Elisi! Non era... l’Inferno; non quello cattolico né quello che una certa cultura della sofferenza fa coincidere con le fatiche del viver quotidiano... Verrebbe da dire - e non è gratificante - che siamo noi a costringere Plutone ad infliggerci sofferenze infernali, o a vedere il Destino come qualcosa di estraneo e quindi doloroso; mentre potremmo accoglierne l’inse-

gnamento anche solo osservando quanto tutto in natura "muore e diviene" in modo non complicato ma semplice, non doloroso ma spontaneo, non dilungato in crudeli agonie ma favorito dal tempo più giusto perché più congruo: più naturale, appunto. "All’inferno non ci si va: ci si resta", disse Vittorio Messori; tutto sommato, anche questo è un libero arbitrio... Libertà Ma ecco: la libertà. È una bella parola, una parola grossa e purtroppo inflazionata da un uso sempre più approssimativo e strumentalizzato, tanto da essere quasi diventata una parola vuota. Poco male, in fondo, se questo vuoto ci permette di riempirla nuovamente dei suoi più degni contenuti. La Grande Triade planetaria ci parla spesso di libertà, anche se altrettanto spesso noi interpretiamo questi stimoli come costrizione, o meglio privazione. Eppure - ed è un’associazione persino banale - non è azzardato vedere in Urano l’offerta o richiesta di una "libertà da..." (da impedimenti, da legacci, da limitazioni nel comportamento o nella stessa visione della vita): una libertà funzionale, si potrebbe dire, quasi propedeutica,


Stelle

come una condizione necessaria anche se non sufficiente. Nettuno sembra invece essere evocatore di una "libertà per..." (per sentire, per capire, per vivere diverse esperienze o cogliere dalle esperienze diversi significati), laddove il suo sostegno di sublimazione e idealizzazione ci porta a sopportarne meglio gli inviti dilaganti ma anche, a loro modo, dilatanti. Plutone giunge alla fine, a traghettarci verso la "libertà di...": di scendere agli inferi, come Persefone, ma anche di risalire; di scegliere tra la Vita e la Morte, come nel monito evangelico. Libertà di essere, insomma: al di là della luce effimera dell’avere, del potere, dell’apparire, e al di là delle ombre che una tale luce inevitabilmente genera. La Libertà è dunque il messaggio più forte e specifico che i pianeti transaturniani ci portano. Gli altri pianeti ci mettono di fronte a realtà diverse, che chiamiamo con diversi nomi ma che ci appartengono e di cui contemporaneamente dobbiamo riappropriarci, per integrarle in un individuale risultato: bisogno, desiderio, azione, necessità, dovere, piacere... Così consacrato dalla coscienza, tale risultato diventa a sua volta strumento evolutivo,

quasi un viatico per il percorso di liberazione offerto da Urano, Nettuno e Plutone. "Per orientarti nell’infinito, distinguer devi e poscia unire", scrisse Goethe. Ed effettivamente, il ritmo 2-3-2-3 di cui ho accennato opera come una sorta di Solve et coagula alchemico, in cui il 2 si pone come esperienza e il 3 (nuovo 1) come coscienza. Passare dal 2 al 3 significa infatti passare dalla linea al piano, cioè non solo aggiungere un’unità ma raggiungere una nuova dimensione, che è figlia del prima e madre del poi... Questo sembra appunto essere il modo in cui la nostra anima cammina sulla terra, e che i pianeti del nostro sistema solare scandiscono e testimoniano: la vita come essere, come essenza, parte dal Sole e ha nella Luna la sua controparte interiore; si forma e si esprime con Mercurio, Venere e Marte; si verifica socialmente e moralmente con Giove e Saturno; si rinnova, si eleva e si trasforma con la Grande Triade. Solo a quel punto la coscienza può tornare al Sole, o forse raggiungerlo finalmente. Perché a quel punto - che è un punto di vista e non certo un punto di arrivo - ciò che ci accade non è più una richiesta o un’impo-

sizione, ma un dono. C’è un magico rapporto tra gratitudine e Grazia, perché sono due facce di una stessa, preziosa, medaglia: due fasci di luce, uno in uscita e l’altro in entrata, che utilizzano però la stessa porta, laddove noi riusciamo ad aprirla e a mantenerla aperta in ogni momento, anche in quello più difficile. Il dono sta tutto nel fatto che ogni momento può essere quel magico momento e, come non ci sono proroghe, non ci sono nemmeno scadenze. Una luce così lontana ci mette un po’ ad arrivare; ad essere vista. Ed invisibili infatti appaiono questi pianeti, tanto distanti nello spazio e quindi nel tempo. Eppure sono là che ci aspettano, là dove siamo chiamati, là dove stiamo andando o forse tornando anche senza saperlo, anche mentre ne dubitiamo: dove la Volontà, la Provvidenza e il Destino coincidono, la Terra e il Cielo si congiungono nell’Uomo e lui si ri-unisce al proprio significato più vero. Là dove il buio si illumina d’immenso... P.42, 43 e 44: Rappresentazioni dello spazio e del nostro sistema solare; p.45: Giove; p.46 e 47 in alto: Saturno; p.46 e 47 in basso: La via lattea.

47


Antiquitates

I santi quattro coronati

S

inforiano, Claudio, Nicostrato e Castorio, detti i Santi Quattro Coronati, secondo la tradizione erano quattro scalpellini cristiani e subirono il martirio sotto l’impero di Diocleziano: sono venerati come santi dalla Chiesa cattolica che, insieme a loro, ricorda san Simplicio, che ne ricompose le spoglie e fu per questo giustiziato. Con lo stesso titolo vengono a volte indicati i santi Secondo, Carpoforo, Vittorino e Severiano, un gruppo di quattro soldati romani che affrontarono il martirio sempre sotto

48

Franca Barbetti

Diocleziano ad Albano lungo la via Appia. Secondo un’antica tradizione riferita dal Sacramentario gregoriano, i quattro scalpellini praticavano clandestinamente la religione cristiana a Sirmio. Essendosi l’imperatore Diocleziano recato in Pannonia per acquistare dei marmi per i suoi palazzi, si rivolse a loro perché scolpissero un’effige del dio Esculapio. Sinforiano, Claudio, Nicostrato e Castorio, confessando la loro religione, si rifiutarono di realizzare il simulacro di una divinità pagana; vennero fatti flagellare perché abiurassero

la loro fede. Di fronte al loro rifiuto, vennero rinchiusi in casse di piombo e gettati nelle acque di un fiume. Simplicio, un loro compagno di lavoro e correligionario, recuperò i loro corpi ma, sorpreso nel gesto, fu condannato anch’egli a morte: nel Medioevo divennero patroni dei muratori, degli scalpellini e delle corporazioni edili. La loro memoria, chiaramente leggendaria, non è più nel Calendario della Chiesa, ma perdura il loro ricordo, non tanto e non soltanto nella devozione, ma nell’arte, perché i Quattro Santi Coronati


Antiquitates sono considerati, per remota tradizione, protettori degli scultori. Secondo la leggenda, qualcosa di più di semplici operai, anche se qualcosa di meno di scultori, nel senso oggi attribuito a questa parola. Una cosa era certa: i quattro tagliapietre cristiani erano i migliori artigiani tra i molti che lavoravano nelle cave della Pannonia. Tanto bravi, che i compagni, nella loro ignoranza, li credevano aiutati dalla magia. Formule magiche sarebbero stati i segni di croce che essi tracciavano prima di intraprendere il lavoro; formule magiche le preghiere e i cantici ripetuti insieme durante l’opera. L’imperatore Diocleziano, che nella vecchiaia si era stabilito a Spalato, in Dalmazia, e si era dedicato a grandi opere di architettura e decorazione, visitava spesso le cave della Pannonia. Sceglieva i blocchi di materiali e progettava volta per volta il lavoro desiderato. Egli conosceva i quattro bravissimi scultori e ammirava l’opera loro. Anche per questo, nessuno, tra i compagni di lavoro e tra i superiori, osava denunziare come cristiani gli ottimi tagliapietre. Tutto andò per il meglio, finché l’imperatore fece scolpire agli artisti cristiani colonne di porfido, capitelli a foglie, vasche ricavate da un solo blocco di pietra, e perfino un grande carro del sole trainato da cavalli. Gli scultori cristiani lo eseguirono alla perfezione, perché opera puramente decorativa. Un giorno, l’imperatore ordinò loro di scolpire genietti e vittorie, amorini e figure mitologiche. Tra queste, un simulacro di Esculapio, dio della salute. Per il giorno fissato, genietti e amorini furono pronti, ma non la statua di Esculapio. Diocleziano pazientò, ordinando ancora aquile e leoni, che furono presto fatti. Non fu fatto, però, il simulacro di Esculapio. Diocleziano interrogò personalmente gli scultori cristiani, mostrandosi assai generoso verso quegli artefici da lui così ammirati. Ma i compagni invidiosi ed i superiori gelosi facevano pressione. Venne imbastito il processo, e la macchina della legge, messa in moto quasi contro la volontà imperiale, travolse gli artefici cristiani, che vennero mandati a morte. Poco dopo, le loro reliquie furono portate a Roma, e ai Quattro Santi Coronati s’intitolò, sul Celio, una delle più antiche chiese romane, diventata poi titolo cardinalizio. Successivamente a Roma, quasi per gelosia di tanti onori dedicati a

quattro Martiri stranieri, ai Coronati autentici, patroni degli scultori, vennero sovrapposti i quattro soldati romani Secondo, Carpoforo, Severiano e Vittorino. Tutti i Martirologi (le raccolte delle vite dei martiri) successivi, aggiunsero ulteriori confusioni che si ripercossero anche nell’attuale Martirologio Romano, che dà ai

ni di Banco. Egli scolpì una per una le quattro figure, ma quando si trattò di farle entrare nella nicchia del tabernacolo, dovette ricorrere al suo maestro Donatello, il quale le "scantucciò" in modo da farle sembrare abbracciate. E per compenso non chiese a Nanni di Banco che una cena, per sé e per i suoi lavoranti, una cena a

Quattro i nomi dei martiri di Albano, chiamandoli: Severo (invece che Secondo), Severino, Vittorino e Carpoforo. A Firenze i Santi Quattro Coronati furono scelti come protettori dei Maestri di pietra e di legname, i quali, per il loro tabernacolo in Orsanmichele, ordinarono le statue a Nan-

base d’insalata! Uno dei più antichi documenti sulla Massoneria è rappresentato dal manoscritto Regius o di Halliwell del sec. IV. Si tratta di un poema massonico, scritto in inglese arcaico, composto da 796 versi di cui 37 sono riservati al culto dei "Four-Crowned Ones", patroni dell’arte

49


Antiquitates

edilizia. And believe on his false law, The emperor let take them soon anon, And put them in a deep prison; The more sorely he punished them in that place, The more joy was to them of Christ’s grace, Then when he saw no other one, To death he let them then go; By the book he might it show In legend of holy ones, The names of the four-crowned ones. Ecco come ce li descrive invece Jacopo da Varagine nella "Legenda aurea": "I Quattro Coronati furono Severo, Severino, Carpoforo, Vittoriano; per ordine di Diocleziano furono battuti sino a che non furono morti, con flagelli terminanti in pallottole di piombo. Per molto tempo i loro nomi restarono sconosciuti, ma furono poi rivelati dal Signore e la loro festa fu fissata insieme a quella di cinque altri martiri: Claudio, Castore, Nicostrato, Sinforiano e Simplicio che subirono il martirio due anni dopo i quattro Coronati. Questi cinque erano scultori e perché rifiutarono di scolpire la statua di un idolo, come Diocleziano aveva comandato, e di sacrificare agli dei, furono condannati ad essere chiusi vivi in una cassa di piombo e gettati in mare nell’anno 287 del Signore. Furono venerati insieme agli altri quattro di cui si ignorava il nome e che il papa Melchiade volle fossero chiamati i Quattro Coronati; quando più tardi i loro nomi

50

furono conosciuti, l’uso continuò a chiamarli così". Certamente in questa leggenda si fusero due storie: una relativa a cinque muratori o scalpellini dell’antica Sirmio, i quali rifiutarono di eseguire una statua del dio Esculapio; l’altra relativa a quattro soldati romani che non vollero sacrificare allo stesso dio. I nove martiri vennero posti in una medesima sepoltura. Nel 310 il papa Melchiade diede ai quattro soldati il titolo di Quatuor Coronati. Nel VII secolo il papa Onorio eresse sul monte Celio una basilica in loro memoria. Nell’anno 848 i resti dei nove martiri furono portati nella chiesa dei Quatuor Coronati e da qui nacque la confusione: mentre i cinque scalpellini (marmorarii) furono dimenticati, i Quatuor Coronati divennero i protettori dell’arte del costruire in sostituzione degli altri cinque la cui professione si legò al nome dei quattro. R. Freke Gould asserisce che i quattro martiri fossero dei soldati dell’esercito romano (Cornicularii) da cui il nome di Coronati. Secondo il Leti furono chiamati Coronati perché probabilmente portavano la corona di centurione che costituiva la più alta classe dei graduati dell’esercito romano. I Quatuor Coronati divennero uno dei miti (come quello di Hiram) delle varie gilde, corporazioni e confraternite che precedettero lo stabilirsi della Massoneria propriamente detta. Paul Naudon ha dimostrato che la più antica menzione dei Quattro Coronati risale al 1317 e si trova

negli Statuti di maestria dei tagliapietre di Venezia. In alcune città fiamminghe, il nome dei Quatuor Coronati era dato ad alcuni mestieri dell’arte edilizia riuniti in una unica corporazione (Ambacht). I magistri Comacini Tracce della loro influenza si trovano anche tra i Maestri Comacini, i quali raccolsero e tramandarono, in età infelicissima, i precetti e le pratiche dell’arte edificatoria dei Romani. In mezzo alle distruzioni delle irruenti orde barbariche, rimasero vivi e quasi soli lavorarono, crearono o restaurarono. Taluni vogliono ricercare in queste associazioni l’origine della Massoneria. Nelle loro peregrinazioni ed i lunghi viaggi all’estero ove i Maestri Comacini compirono lavori difficili e grandiosi, spinti dal loro innato ingegno e dal loro carattere intraprendente, sia per ragioni di lucro sia per assicurarsi una vecchiaia dignitosa essi vennero ad unirsi con Maestranze d’Arte di ogni luogo, che per tradizioni e statuti speciali occulti, li portarono a compenetrarsi in quella diffusa associazione universale, che si elevò a potenza nell’ordine filantropico nel Medioevo e divenne politica -prima fuor d’Italia poi in casa nostra nella seconda metà del secolo scorso- ch’era la nostra famiglia: La Massoneria o Framassoneria. Istituzione tranquilla, ordinata, cristiana, rivolta al bene materiale e spirituale degli associati, dedita all’incremento delle Arti, alla comunicazione segreta dei precetti


Antiquitates specialmente dell’edificare e del soccorso vicendevole nei bisogni della vita ed in quelli dell’intelletto. Con gran facilità i Maestri Comacini, che già vivevano di eguali principi, entrarono e si fusero in Essa. L’Unione o Massoneria dei Maestri Comacini si troverà a Lucca prima del 1000 e nel 1332 otterranno dei privilegi. Una Massoneria esisteva nella Fabbrica del Duomo di Milano. Negli Atti del Duomo si parla del Modello del Tempio, eseguito dal Gramodio ed in essi è trascritto l’invito ad osservare quel modello ai Fratelli agli Ingegneri ed agli altri Informati ai lavori: Chi potevano essere i Fratelli?! Nei verbali dove sono riassunte le idee di tre ingegneri si leggono le seguenti parole: "Nos inzignirii et operarii massonerie" (non ae) e più innanzi "Nobis videtur quo si habeant unum bonum Magistrum operarium massoneriae, qui faciat cambiare, ecc." (a noi pare che se vi è un buon Maestro della Massoneria, il quale faccia cambiare, ecc.). Altri documenti indicano la volontà di tre Maestri Francesi di scegliere in detta Framassoneria un buon Maestro che sapesse eseguire bene certe opere indicate. Ma quello che immortalerà la loro Unione sarà l’Arca di S. Agostino di Pavia, opera del 1370 dei Maestri Comacini Bonino, Matteo, Zeno ed altri. Sopra i capitelli dell’arca stanno dodici statue e dinnanzi a queste sono collocati i simulacri dei Santi Quattro Coronati: Claudio, Nicostrato, Sinfroniano e Simplicio, Di questi artefici il primo sta abbassato e curvo nell’atto di considerare e studiare una colonna con base e capitello, il secondo esamina con la squadra una colonna inclinata ed ha vicino al piede un cestello con gli attrezzi di lavoro, il terzo con il compasso misura un capitello capovolto su un rialzo e tiene nella sinistra un papiro svolto, nel quale è scritto in carattere gotico "Quatuor Coronatorum", il quarto, infine, sembra stia mettendosi al lavoro munito di uno scalpello e di un martello. A nessun altro scultore poteva venir in mente od essere concesso di porre in vista quelle figure, quei simboli e quella leggenda tranne che ai Maestri Comacini, i quali si ebbero un loro altare e sepolcri propri nella Chiesa dei SS. Quattro Coronati sull’Aventino a Roma. La fama dei Quatuor Coronati si diffuse rapidamente dall’Italia all’Europa. Gli Statuti

dei tagliapietre pubblicati a Strasburgo nel 1459 menzionano il loro patronato. Secondo Goblet d’Alviella, nel secolo XV esistevano a Bruxelles e ad Anversa delle corporazioni dei Quattro Coronati comprendenti muratori, scalpellini, scultori; i loro membri erano conosciuti sotto il nome di "compagni delle logge" (Gesellen van der Logen). La leggenda penetrò anche in Inghilterra assai presto. Il Beda nella sua Historia Ecclesiastica narra che a Canterbury si manifestò un incendio che per poco non distrusse anche la chiesa dedicata ai Quattro Coronati. Il culto dei Santi Quattro Coronati scomparve con la Riforma Protestante; si preferì onorare altri santi e soprattutto i due Giovanni (il Battista e l’Evangelista) che in Massoneria vennero ad occupare un posto assai importante sia per la loro posizione nel calendario, sia dal punto di vista del simbolismo massonico. Tuttavia per la loro connessione con l’arte delle costruzioni, i Santi Quattro sono molto cari alla Massoneria. È del resto probabile che vi siano anche altre ragioni per le quali i furono scelti come patroni secondari della Massoneria, in ragione dei rapporti del numero 4 con il quadrato, della parola "santo"

con il triangolo (con riferimento al Dio "tre volte santo") e della corona con il cerchio. Per tradizione ogni Obbedienza Massonica, in omaggio ai Sancti Quatuor Coronati, costituisce una Loggia al fine di promuovere la ricerca e la cultura iniziatica, composta da esperti che si dedicano allo studio della simbologia e del significato esoterico dei Rituali, indagando il senso della Geometria Sacra compresa nell’architettura dei Templi e delle Cattedrali erette dagli antichi Costruttori ed approfondendo tematiche che mettano ordine nelle interpretazioni, spesso fantastiche, su temi d’interesse universale. Ogni Loggia di ricerca diventa, così, una sorta di Athanor, dove l’intelligenza e la capacità dei suoi membri si fondono nella enucleazione di una Verità che sovrasti i pregiudizi culturali e ideologici, i dogmi, e gli altri simboli della profanità, al fine di avvicinare i Liberi Muratori alle antiche radici inizatiche di un esoterismo che non è invenzione o fantasia, ma tradizione di antiche scienze... Qui quasi cursores vitae lampada tradunt... P.48 e 49: Chiesa dei Quattro coronati, Roma; p.50 e 51: Croce su paramento e leone stiloforo (tutte le foto: S.Braschi).

51


C

hi entri in Palazzo Pubblico a Siena e salga al piano delle sale storiche, girando potrà trovare numerose scritte graffiate nell’intonaco dei muri affrescati: sono frasi, stemmi, date, figure. Tra le tante, una o due più leggibili recitano: ‘‘MARIANO RETTORI SANESE FILOSOFO VIVAT’’ oppure ci informano che: ‘‘adì( ) marzo vene la novella come papa nicola è morto’’ - Accanto all’intradosso di una delle finestre a trifora che affacciano su piazza del campo, appare invece nella grafia dell’italiano antico, la scritta ‘‘Adì VI di septembre in sabbato ad hore XXI M. morto inquesto loco eltraditore’’ incisa con qualche punta metallica ad altezza occhi. Difficile dire a quale episodio risalga, l’anno non è indicato ma la si legge con un piccolo brivido, perché suggerisce alla mente complotti politici o aggiustamenti di conti, nella penombra dei vasti ambienti dove la Repubblica prendeva le proprie decisioni di governo; ve ne sono di più lapidarie come: ‘‘lisabetta bella 1419’’ o ‘‘Costanza dolce’’ - e si possono così immaginare gli armigeri di palazzo intenti ad eseguire gli svolazzi delle lettere con la punta di un coltello, durante i noiosi turni di guardia alle sale, - tutte però producono in noi lo stesso effetto, hanno la stessa capacità di riportare in vita persone o atmosfere passate. Eguale potere evocativo hanno i graffiti ritrovati a Pompei o la firma di Giovanni Belzoni all’interno della piramide di Kefren a Giza, commoventi grazie al fatto che sono tutti messaggi destinati ad essere letti da altri, postille aggiunte a margine di piccoli o grandi monumenti in prossimità di figure alle quali, queste bolle di tempo si contentano di chiedere un passaggio sopra il carro della memoria, a ricordare qualcosa che in quel momento, in quel fuggente attimo fu importante per gli uomini segnare e condividere. Ho vissuto per alcuni anni nel cuore di una città icona come Venezia e, alla straordinaria messe di simboli, figure, monumenti, decori o semplici arredi urbani, che un ambiente cittadino come quello ha prodotto e stratificato nel corso dei secoli della sua esistenza, si sovrapponevano (era la metà degli anni ottanta, il boom del graffitismo) segnali e codici di volta in volta sempre più invadenti e polimorfici. Ideogrammi a pennarello o a spray si depositavano senza criterio di preferenza tanto sulla spalletta di un ponte

52

quanto sul muso di un leone o intorno alla vera di un pozzo, per il solo gusto di sporcare o cambiare l’aspetto di un dettaglio architettonico della città. I gruppi in gita, attori nel rito collettivo e autoreferenziale del turismo di massa, consegnavano alla città una pari quantità di segnali non comunicanti e di rifiuti. Cosa ci faccia una lattina schiacciata nella mano protesa di una figura scolpita e perché le cornici in pietra di un basamento debbano impregnarsi di un improbabile fuxia fluorescente, a quale conteggio risponda la milionesima gomma da masticare incollata ad una panchina, il recondito significato della scritta indelebile, crittografata sul retro del sedile del bus rimane un mistero, insieme al destinatario del messaggio stesso, a meno che... A meno che tutti quei veicoli di memoria collettiva che sono le opere monumentali, non abbiano più la capacità riconosciuta di parlare agli occhi della gente come segni vivi di una cultura operante e stili, significati e materiali non abbiano smesso di far parte di un sapere condiviso, come di fatto è. Ci resta sì la facoltà di vedere ma non di guardare e ciò che vediamo ci appare solo per tracce non significanti, schemi anzi schermi, schermi ultra piatti, i nostri veri compagni di dialogo, o di monologo. Così i luoghi che abitiamo non portano in sé valori formali condivisibili (oltre a quelli elitari dell’ideatore) e in questo vuoto si producono codici alternativi che una diffusa, grossolana interpretazione del presente autorizza a trasferire su qualsiasi supporto, ovunque esso si trovi. Un comportamento percepito come illegale al suo manifestarsi e frutto di un’autentica arte di protesta (pensiamo che al loro primo apparire i personaggi graffiti da Keith Haring gli valsero l’arresto) venne subito inscritto nella logica del mercato ufficiale dell’arte contemporanea, divenendo rapidamente oggetto di speculazione e declinando in seguito nel diffuso costume di malintesa pseudo-comunicativa che vediamo oggi, nel giro di una sola generazione. Se dovessimo, una volta scesi dal nostro mezzo extraterrestre, analizzare i disegni presenti su moltissime delle superfici del-


l’ambiente urbano di ormai qualsiasi città per decifrarli, potremmo senz’altro desumerne delle caratteristiche di uniformità o di appartenenza, tipo: massima superficie minimo significato, dimensione direttamente proporzionale allo spazio fruibile, assenza di pause e di comunicazione. Non potremmo infatti, se non per un caso fortuito, decrittarli o rintracciare il codice che le ha prodotte - per un motivo molto semplice: non sono fatti a questo scopo - Sono nati dalla necessità di occupare, possibilmente per intero, uno spazio pubblico e sottoporre agli occhi di distratti passanti la nudità urlata, il rifiuto (ancora un altro) gridato da tribù di emarginati che occupano le periferie urbane. Restiamo nell’Occidente post-industriale per una riflessione sull’importanza del lavoro massonico: il vero elemento distintivo di questo nostro presente, con cui tutti facciamo i conti nella vita profana, è l’ horror vacui in cui l’essere umano è stretto: nessuna pausa, nessuno spazio, nessun tempo, meno che mai la notte per liberare la testa e il cuore dai resti, dagli avanzi del pantagruelico pasto che il giorno porta con sé; le nostre relazioni con l’Altro, i nostri ritmi sono insensati. Perché meravigliarci di quanto luoghi e cose intorno a noi ci somiglino? Eppure è necessario guardare al positivo che ci è vicino, prima ancora di lasciarsi abbattere dalla sensazione che tutto vada di giorno in giorno peggiorando, per mantenere la giusta prospettiva di grandezza sulle cose; la vita quotidiana è colma di suggerimenti di ogni tipo, perché dare spazio soltanto a quello che ci preoccupa? In un’ottica di lungo respiro tutto il negativo che sentiamo presente intorno a noi, non è superiore a quello di ogni epoca del passato, anche remoto - vizi e virtù si ripetono sempre uguali - e lo scriba del Faraone lamenta la decadenza dei propri tempi almeno quanto il bottegaio dietro il bancone; L’aspetto deteriore di ogni

l’Occhio di Minerva singola realtà oggi è solo, verosimilmente, più visibile e amplificato, anche dai mezzi di comunicazione, che hanno la loro responsabilità nel diffonderlo in modo sistematico mentre c’è modo di cogliere, nei comportamenti degli individui come in quelli collettivi, positività di fondo e così come possiamo definire il buio solo in rapporto alla luce, così dovremmo, tutti e ciascuno nel proprio ambito d’azione, prestare attenzione agli autentici segnali di buona volontà, che arrivano spesso inattesi. La differenza tra lo spontaneismo e la consapevole dedizione al Bene consiste nell’applicare proattivamente una scelta, ma, mi piace aggiungere senza guardare al ritorno, senza pesare i risultati L’Azione del Bene somiglia straordinariamente alla dinamica della Vita: tanto l’una quanto l’altro non rinunciano mai al loro scopo senza tentare tutte le possibilità, senza rinnovare ad ogni pagina girata, lo sforzo di comporre una frase di speranza che abbia senso per tutta l’Umanità. A tale proposito sembrano adatte le parole di T.S.Eliot - : And what there is to conquer by strenght and submission, has already been discovered once or twice, or several times, by men whom one cannot hope to emulate - but there is no competition - There is only the fight to recover what has been lost and found and lost again and again: and now, under condition that seems unpropitious. But perhaps neither gain nor loss. For us, there is only the trying. The rest is not our business. - ‘‘E quello che c’è da conquistare con la forza e la sottomissione, è già stato scoperto una volta o due o parecchie volte, da uomini che non si può sperare di emulare - ma non c’è competizione - C’è solo la lotta per recuperare ciò che si è perduto e ritrovato e riperduto senza fine: e adesso le circostanze non sembrano favorevoli. Ma forse non c’è da guadagnare né da perdere. Per noi, non c’è che tentare. Il resto non ci riguarda.’’ (Four Quartets, East Coker, V). Alle richieste dei suoi contemporanei, preoccupati dalle notizie del disfacimento dell’Impero, sotto la pressione dei Visigoti di Alarico che avevano messo a sacco Roma, su cosa ne sarebbe stato della civiltà, Agostino d’ Ippona rispondeva che quella che stavano vivendo, lui e le giovani comunità cristiane, non era la fine di un mondo, ma l’inizio di un altro. Silvia Ghelardini

53


Canzone perduta

54

H

o sempre amato le ballate, per il loro ritmo equilibrato, per il taglio narrativo, per il linguaggio poetico e popolare. Per il senso circolare, fiabesco e avviluppante della forma-struttura. Tale componimento, d’antica origine provenzale, con il suo andamento altalenante che alterna il ritornello alla strofa (o stanza) è l’archetipo tuttora immutato della canzone moderna. La canzone d’autore spesso utilizza, per approdare al cuore ed alla mente degli uomini, il veicolo della ballata. Così certi componimenti, a volte semplici o addirittura banali, entrano nella nostra memoria lunare, avvinghiandosi come edera invisibile ad una sequenza della nostra vita, ad un attimo, ad un fotogramma, ad un capitolo esistenziale, evocando, come scriveva Oscar Wilde, “un passato personale che fino a quel momento ignoravamo”. La canzone “alta”, ma anche la banale canzonetta, penetra nelle menti di colti e di ignoranti, di sapienti e di sciocchi, di giovani e di vecchi. La diffusione massiccia, inconscia e pervasiva di certe canzoni trova fertile terreno nel senso di “oralità” tipica degli Italiani, un humus antropologico che ha favorito, per esempio, l’ enorme diffusione dei telefonini rispetto ad altri Paesi. La causa di questa spiccata propensionenazionaleall’oralità,èriconducibile, secondo alcuni studiosi, al periodo della Controriforma che vietando la traduzione delle Sacre Scritture nelle lingue nazionali ha, di conseguenza, bloccato l’apprendimento della lettura-scrittura rallentando un potenziale processo di incivilimento e di individuazione cultural-borghese. Giusto a proposito di ballate, in questi giorni mi delizio spesso con un nuovo brano di Francesco De Gregori, per la verità cantato ma non scritto da De Gregori. In effetti tradotto dal fratello di Francesco, Luigi Grechi, a partire da una canzone di Steve Young e Tom Russell. Il brano si intitola “L’angelo di Lyon”. La storia, trasportata lentamente da una struggente melodia, c’introduce in modo arcano in un paradigma ancestrale: il tema del distacco dal mondo, il miraggio dell’uscita dalla storia. La canzone inizia diretta: “Fu la visione di Anna Maria con il rosario tra le dita ad incantare lo stregone e a fargli cambiar vita” (qui per la verità il testo originale non parla di stregone ma di rainmaker: tale termine nel gergo finanziario, si riferisce a chi ha il potere di favorire fusioni o acquisizioni). L’uomo lascia un biglietto con scritto “Parto per Lione e cerco un angelo del Paradiso”. Poi il protagonista sale sul treno diretto a Bruxelles, ordina cognac e croissant e fa “l’elenco dei suoi beni futili nella carrozza


Canzone perduta

restaurant”: ville, piscine, pezzi rari da collezione. Il voto di povertà è ormai irrevocabile. La canzone prosegue “e cantò l’Ave Maria, almeno i versi che ricordava/mentre guardava dal finestrino l’ombra del treno che lo portava/e ad occhi chiusi sognò quei due fiumi, il Rodano e la Saône/simbolo eterno delle due anime maschio e femmina di Lyon” Ma la visione avuta un anno prima non si trasforma nell’agognato incontro. L’uomo resta ad aspettare su un vecchio ponte, i giorni diventano mesi e poi anni. Ora con i suoi abiti stracciati somiglia sempre più ad un barbone. Ma continua disperato ed implacabile a cercare in ogni angolo di strada il suo angelo di Lione. Poi la storia si sposta all’interno della cattedrale dove “mille candele stanno bruciando/le tiene accese suor Eva Maria a mano a mano che si van consumando”. “Il vecchio scemo fuori di testa trascina il passo dentro i vicoli” in un interminabile sogno. La canzone si chiude, per non chiudersi mai, con quest’ultima strofa: “e cantò l’Ave Maria, almeno i versi che ricordava/mentre fissava sui vecchi muri la propria ombra che lo seguiva/e attraversò quei due sacri fiumi, il Rodano e la Saône/e l’acqua scura come il mistero di quell’angelo di Lyon”. La canzone apparentemente parla del mistero dell’amore. Lo stesso De Gregori ne parla così: “una canzone diversa che mi ha affascinato per il suo testo impenetrabile. La definirei una canzone sull’impenetrabilità... la trascendenza dei misteri d’amore”. Andando oltre e seguendo un’esegesiesotericalacanzonesembracontenere un senso di misticismo eretico venato di catarismo gnostico. Gli elementi, o forse bisognerebbe dire gli indizi, ci sono tutti: il dualismo fluviale del Rodano e della Saône “simbolo eterno delle due anime maschio e femmina di Lyon”, la città di Pietro Valdo. Un femminino

ricorrente,prolungatoedossessivo:AnnaMaria, Eva Maria, la preghiera dell’Ave Maria. La Festa delle Luci. Non a caso nata in ringraziamento della Vergine che salvò Lione da una epidemia nel Medio Evo, non a caso celebrata l’otto dicembre, mese del solstizio d’inverno. L’incontenibile amore che infuoca il protagonista è un amore che non libera. Che non distrugge i vincoli, per dirla con il Dammapada. Anzi più che un amore è perdita del centro, dissolvimento, delirio visionario che s’identifica e si congiunge con una sola parte del sacro, il “bene” identificato nella donna-angelo di Lyon che qui non sembra rappresentare un velamento della Sophia, della Sapienza. Di conseguenza l’istanza mistica è incompleta, manichea. Nella via unitiva “cardiaca” cristiana, ad esempio francescana, l’abbandono perfetto si colora di una vastità androginica che contiene e trascende corpo, anima ed intelletto, che si scioglie nella natura (elemento femminile) ma che, al contempo è illuminata dalla sapienza intellettuale e corroborata dal sole eucaristico. Nella via della Tradizione per il grande iniziato giunto al confine delle Colonne d’Ercole c’è solo l’ineffabile mistero dell’Adwaita, lo stato di liberazione al di là del duale, al di là dell’essere e del non-essere, al di là del tempo e dello spazio. Per noi maggioranza operosa, umili operai sulla via dei Piccoli Misteri, ci sono mille stazioni, vie tortuose, cadute rovinose, smarrimenti, risalite. Tentativi, ricerche almeno per approssimarsi allo stato di reintegrazione umana dell’Adam Kadmon, per essere finalmente vicini al centro di se stessi ed in armonia con le leggi della Vita. Il male non è un principio metafisicamente autonomo come il Bene. I figli della Vedova camminano incessantemente su un pavimento a scacchi alla ricerca dell’androgino. Essi cercano la Luce sotto forma di conoscenza, di parola

perduta, di libertà. Le forze polari maschile e femminile non delimitano la nostra città interiore come Il Rodano e la Senna abbracciano quasi senza attraversare la vecchia Lione, ma si incrociano ed intersecano nel nostro corpo fisico e nei corpi sottili. Nei templi dei Liberi Muratori il dualismo è sempre incanalato in un moto piramidale ascensionale, risolto in una sintesi superiore. L’amore interno, fraterno ed etico-relazionale è l’ultima e la più grande fiamma. La Massoneria è più vicina al pensiero di Sant’ Agostino che a quello di Pietro Valdo. Il filosofo d’Ippona, manicheo in gioventù, sostiene che il male è solo corruzione “tutto ciò che è male non è nient’altro che corruzione” e fornisce una serie di esempi:”la corruzione del sapiente si chiama ignoranza; la corruzione del giusto, ingiustizia; la corruzione del coraggioso, vigliaccheria; quella della bellezza, laidezza...”. In Massoneria si parla continuamente di bene, di virtù come Luce, come conquista progressiva di Luce. E si parla di vizio come di oscurità e di ignoranza. Il male quindi è ignoranza nel senso sanscrito di avidya. Il male, per la Tradizione, attiene alla sfera della coscienza e della responsabilità. Perché come afferma Buddha “Uno stesso si fa il male. Uno stesso si corrompe, uno stesso smette di fare il male, uno stesso si purifica. Purezza e corruzione esistono per uno stesso”. Il male, metafisicamente parlando, è pura finzione. In fondo è bello ascoltare la cantilena dell’Angelo di Lyon, pezzo incantevole ed arcano. Struggente ed insinuante fino al punto di farci identificare proiettivamente con il protagonista in un’estasi capovolta di cupio dissolvi. La terra delle tenebre è dentro di noi, non in un angolo metafisico del “fuori di sé”. La strada perlaliberazionepassaattraversoilcompimento della consapevolezza del corpo e dell’anima per poi tentare la ricongiunzione con lo Spirito. Non occorre diventare straccioni, non occorre rinunciare al mondo, non occorre disfarsi dei propri beni. Perché benessere e piacevolezza del vivere non avversano la ricerca del Senso interiore. In fondo già sarebbe molto se si riuscisse a raggiungere in vita il proprio compimento relativo (non relativistico). Già solo così il mondo sarebbe migliore. Recita un antico dialogo rituale massonico “D: Sono i Massoni uomini migliori degli altri? R: Vi sono Massoni che non sono così virtuosi come altri uomini ma per lo più sono migliori di quello che sarebbero se non fossero Massoni”. P.54: La cattura, W.Bougureau, olio su tela, XIX sec.; p.55: Il cielo di Arles, van Gogh.

55


Ritagli

R

iassettando un archivio, per pura combinazione, ma forse per una beffa sottile del destino, schiacciato in mezzo a vecchie lettere inviate dal fronte durante la guerra da un soldato, che nel 1917 aveva vent’anni, emerse un ritaglio di giornale1. Tra un comunicato di Cadorna e bollettini provenienti dai luoghi più infuocati di un’Europa in fiamme, quella colonna di caratteri semisbiaditi non mancò di colpirmi come un proiettile. Si trattava di un articolo che rimandava ad un altro precedente pezzo scritto nientemeno che da Rudyard Kipling, illustre inviato di un quotidiano di Londra. Il poeta massone narrava ai suoi concittadini di aver raggiunto a 2300 metri, probabilmente sull’Adamello o in Carnia, un contingente di alpini da lui detti “la più gaia brigata di robusti rosei e spensierati demoni che abbia avuto l’onore di incontrare”. Da questo punto cito direttamente il testo de Il Corriere della Sera. “Che cosa fate quassù?” chiese un po’ ingenuamente lo scrittore. “Venite a vedere - gli risposero quei mattacchioni di ragazzi - stiamo allungando la strada di qualche passo”. Un’immensa massa rocciosa si parò dinanzi allo stupito visitatore. Una massa ostile ed inaccessibile come il Monte Bianco, con tutte le sue rughe mostruose sottolineate dal sole attraverso un’atmosfera limpidissima. La strada si arrampicava su per la montagna o si insinuava sotto gallerie scavate nella neve tendendo verso la cima. “Ma il nostro vero lavoro soggiunse la guida - è più in su dove si fa alle fucilate. Gli alpini vi salgono di notte perché di giorno il nemico si diletta a mandare loro incontro delle valanghe di sassi e gli alpini portano un po’ di tutto lassù oltre alle mitragliatrici. Quando emergono dal canalone, se la cima dove è appostato il nemico è più bassa, la prendono di mira e lo costringono ad abbandonarla; se invece gli austriaci da qualche angolo insospettato dominano la posizione, non vi è che da tornare indietro e ritentare la scalata in altro punto. La guerra è tutta così in alta montagna, a meno che non vi sia ragione di credere che un certa cima nasconda un numero troppo grande di nemici. In tal caso si trafora la roccia, talvolta per centinaia di metri, si riempie la galleria di nitroglicerina ed un bel giorno la cima sparisce e non rimane che da occupare

56


Ritagli

il cratere il più presto possibile. Qualcuno indicò essere sempre l’espressione quotidiana del allo scrittore il Castelletto, simile ad un torrione, libero pensiero e che dovrebbe avere come che è narrazione di eventi senza pretesa di circondato da picchi come le radici di un molare. obiettivo l’informazione e non la deforma- fare letteratura, come appunto oggi è il giorIl picco più grande non esisteva più. Un uomo zione, mostra spesso il suo volto di strumento, nalismo. Dice3: “Consideriamo quali delle cogli occhi d’un poeta o d’un musicista ammise come in queste illustri righe. Non è possibile occasioni risultano terribili e quali miserevoridendo d’averlo fatto saltare con 35 tonnellate pensare che i morti italiani non parlassero li...Quando è un nemico che agisce nei condi nitroglicerina, trasportate su a spalla d’uomo, di strage, di dolore, di fame e di sangue fronti di un nemico, non vi è niente che desti tanto tempo fa, quand’era semplice pietà (che sia azione in atto o in divenire) all’infuori del fatto orsottotenente e le teleferiche erano rendo in se stesso”. Dunque anche di là da venire. Un altro giovanotto nel III sec. a.C. il valore delle azioni si avvicinò al poeta e cortesemente lo invitò a sentire un po’ di musica. non poteva essere diverso a se“I professori sono tra le rocce - gli conda del punto di vista. Un disse - con trombe e tromboni. omicidio è un omicidio sia che lo Peccato che gli austriaci anche in guardi il giudice sia che lo consideri fatto di musica siano degli asini”. l’autore. E se l’omicida non lo Kipling non aveva mai immaginato valuta come tale (pur deformanl’effetto di una tale melodia in dolo in una conveniente solumontagna affidata a quella specie zione) ha bisogno urgente di cure di ottoni, colle cime schierate tutpsichiatriche. Come leggere adesso t’intorno ad ascoltare. “Wagner l’articolo del nostro Kipling? Ridice lo scrittore- diventa un sussurro torna pressante l’idea che alla verità al paragone. Mi pareva che tutta vada sacrificata ogni convenienza. l’Italia dovesse udirli attraverso Assistiamo di continuo invece alla l’atmosfera cristallina. Le trombe disinformazione programmata, ragliavano, annitrivano, ruggivano, diffusa da una certa stampa, insomma quegli uomini si diverstrumentale ed assassina della ditivano un mondo alle spalle degli gnità e del rispetto che ognuno di We have served our day austriaci, i quali rimasero per un noi deve chiedere in nome del Abbiamo servito il nostro tempo pezzo indifferenti. Si fecero però vivi libero pensiero. Credo che la strada R.Kipling appena iniziarono gli inni e le loro per raggiungere questo fondaLapide nel salone d’ingresso note cominciarono a fioccare fitte mentale tipo di libertà sia ancora dell’Institute of Journalists, London fitte. ‘Ve lo avevo detto -esclamò il molto lunga e sempre più ardua. giovane fauno dal suo sgabello di Ricordo con un senso di disagio * * * roccia- che non hanno gusto muquando, giovane insegnante sicale! Però si vede che hanno cosupplente di italiano in un liceo Common form scienza musicale’ ”. Kipling lasciò altoatesino, i miei allievi di lingua con rimpianto i bravi ragazzi ritedesca mi dissero della “grande If any question why we died, portando a valle un ricordo invittoria di Caporetto”. Erano sì Tell them, because our fathers lied cancellabile di quella gioventù calda anagraficamente italiani, ma Se qualcuno domanda perchè siamo morti, avevano studiato su libri tedeschi ed esuberante di forza, felice e Ditegli perché i nostri padri hanno mentito. e conoscevano solo l’altra verità spensierata con non so quale inconscia insolenza temperata di per una svista del collegio dei spontanea cortesia, gioventù salda come gomene esattamente come quelli austriaci. Eppure i professori che, nel rispetto del bilinguismo, di acciaio, implacabile come la montagna, giornali stampavano solo di sconfitte austria- aveva adottato un testo di storia “sbagliato”. magnifici campioni di una razza di forti.” Alla che e di gioiose kermesse italiane per dare Era stato stampato ad Innsbruck. fine della lettura pensai: ‘Peccato che quei forza ed entusiasmo all’impresa. Così come _________________ gagliardi e felici fauni finirono i loro giorni era già accaduto innumerevoli volte e come sulle pendici dell’Adamello, con il sangue riaccadde altre innumerevoli volte. Ed im- Note: delle ferite congelato dal ghiacciaio. Sono merse in tanto imbroglio crescevano le gio1 quelli che ogni tanto i torrenti glaciali ripor- vani generazioni, si susseguivano le guerre 2 Il Corriere della Sera, anno 42, N°169, 17 giugno 1917 Si ricorda il libro di Giulio Tedeschi, Centomila tano alla luce dopo un secolo di cimiteriale e gli uomini vi andavano a morire senza gavette di ghiaccio, Milano 1963 ibernazione, sono le centomila gavette di saperlo, senza bilanci, volontari disinformati 3 Aristotele, Poetica, 14,1543 b 15 ghiaccio2, sono i giovani che credevano nella e pompati di propaganda. Nella Poetica, patria e negli ideali, pronti a giocare la propria Aristotele analizza la tecnica del narrare. La vita nella partita della guerra’. Poi venne sua analisi mira a definire il concetto di opera implacabile l’altra considerazione. Allora, letteraria e quindi un concetto di arte, ma P.56: Sappada, resti della Grande Guerra a 2000 metri; p57: come oggi, il giornalismo, che dovrebbe proprio per questo investiga anche su ciò Sacrario di Redipuglia (tutte le foto P.Del Freo).

57


Misteri

58


N

otoriamente, cento anni fa, nel 1908, la Massoneria italiana registrava la sua sofferta ma storica divisione che dette origine alla Gran Loggia d’Italia con un approccio antidogmatico e progressista pur nel dovuto rispetto della Tradizione e dei valori esoterici. Nondimeno il secolo che si chiude con il 2008 registra altresì una serie di anniversari insoliti tutti apparentemente collegati dal sottile filo rosso del mistero. Il 30 ottobre 1938, 70 anni fa, andava in onda in USA una riduzione radiofonica del famoso romanzo di anticipazione (fantascienza, diremmo oggi) dell’inglese Herbert George Wells, La guerra dei mondi, curato nell’occasione da un enfant prodige del giornalismo americano: Orson Welles. Il giovane e brillante giornalista d’oltre Atlantico non poteva immaginarlo, ma il realismo da lui dato alla sua fiction radiofonica doveva passare alla storia. Nonostante che la radio americana avesse precisato che si trattava solo di un radiodramma, gli ascoltatori credettero infatti che davvero fosse in corso negli States una cruenta invasione da Marte (Welles aveva infatti trasferito l’azione dall’Inghilterra vittoriana all’attualità), e gli effetti conseguenti furono dirompenti e drammatici: terrore, psicosi, isterismo collettivo, esodi in massa, danni per milioni e milioni di dollari, addirittura suicidi. Uno scenario da incubo che, seppur rapidamente rientrato, ebbe un ben pesante bilancio pratico a futura memoria. L’evento consentì il primo studio sulla sociologia delle catastrofi, e condizionò necessariamente nella seconda metà degli anni Quaranta la precisa scelta del Governo USA di secretare prima e negare poi sistematicamente il montante e pur palese fenomeno degli UFO (sigla da “Unidentified Flying Objects”, oggetti volanti non identificati), la cui potenziale valenza extraterrestre prontamente emersa e prospettata negli stessi alti comandi statunitensi era vista con comprensibile inquietudine anche per i suoi negativi effetti potenziali su un’opinione pubblica impreparata. Ben peggio della prospettiva di una nuova arma segreta sovietica in grado di minacciare gli USA. Dei russi, infatti, si sapeva quanto bastava. Di eventuali alieni assolutamente nulla, anche ammettendo (come oggi tutto tenderebbe a confermare) che gli americani possano avere recuperato i resti di un UFO schiantatosi al suolo la notte del Giorno dell’Indipendenza nel 1947 in New Mexico, presso la base aerea di

Misteri

59


Misteri

Roswell. L’ignoto fa ancora più paura. 60 anni fa, nel 1948, si ebbe addirittura il drammatico caso del Capitano Thomas Mantell, il primo pilota precipitato mentre stava intercettando un “disco volante” in USA, nel cielo del Kentucky. Ce ne era abbastanza per giustificare sul tema una vera e propria “congiura del silenzio” gestita dall’Intelligence e corredata da operazioni di cover-up (insabbiamento), protrattasi a tutt’oggi in un clima da top-secret. Ma vi era stato un precedente. Solo di recente si è scoperto che già nel 1933, 75 anni fa, il Fascismo aveva segretamente costituito un “Gabinetto RS/33” (RS sta per Ricerche Speciali e 33 sta per l’anno 1933) che, diretto da Guglielmo Marconi, si occupava delle segnalazioni ufologiche dell’epoca. Ovvero dei “Velivoli non Convenzionali” di forma tonda che Mussolini pensava essere costruiti da Francia, Inghilterra o Germania: gli odierni UFO. Comunque, in Italia, 30 anni fa - a parte il “caso Moro” e, dopo il decesso di Paolo VI, la morte misteriosa di Giovanni Paolo I e la storica salita al soglio pontificio del polacco Karol Wojtila - si ebbe (dopo quelle del 1950, del 1954 e del 1973) la più grande “ondata” di avvistamenti di UFO. Circa 2000 segnalazioni (riferite da giornalisti, docenti universitari, piloti militari, controllori di volo, ufficiali di marina, carabinieri, poliziotti, uomini della Guardia di Finanza,

60

pescatori e anche migliaia di comuni cittadini), che imposero al Governo italiano presieduto da Giulio Andreotti di incaricare istituzionalmente l’Aeronautica Militare italiana (col supporto anche dei Carabinieri) di seguire regolarmente il fenomeno. Da allora, mentre ancora a Washington si tace o si nega, il competente Reparto Generale Sicurezza della nostra Aeronautica ha messo agli atti circa 400 dossier sul tema. E tali “XFiles” italiani sono oggi più che mai in buona compagnia. Infatti in questi ultimi mesi i Governi della Francia, dell’Inghilterra, del Messico, del Brasile, dell’Ecuador e del Canada hanno aperto i loro archivi ufficiali confermando la realtà del fenomeno, già suffragato in Russia da uno scottante dossier sull’argomento del KGB dell’ex-URSS (emerso nel 1994). E proprio un secolo fa, nel 1908, la Russia aveva fronteggiato uno sconvolgente evento rimasto ancora senza spiegazione: intendiamo riferirci al fenomeno celeste della disastrosa devastazione di centinaia di chilometri quadrati di taiga siberiana, a Tunguska. Com’è noto, pur in assenza di crateri da impatto, si è parlato di meteorite, di cometa, di asteroide, perfino dell’esplosione di un pezzo di antimateria; e addirittura dell’esplosione in quota, per avaria, di un mezzo spaziale extraterrestre. Quanto all’Europa, novanta anni or sono si manifestavano gli sconcertanti fenomeni

di Fatima in Portogallo: un evento “mariano” dagli effetti fisici collettivi destinato ad essere recepito, oltre che dai “veggenti” (tre pastorelli), da molteplici astanti in vigile attesa di prodigi “divini”: circa 70 mila persone che assistettero alla incredibile “danza” del sole e alla discesa di un “carro celeste” fra le nuvole che incredibilmente asciugò quasi istantaneamente gli abiti fradici dei presenti, da ore sotto una pioggia battente. Tanto che oggi si parla al riguardo di un UFO ante litteram. E sempre mezzo secolo fa si gettavano le basi in USA - con le ricerche di un Cocconi e di un Morrison - di quello che poi sarebbe stato chiamato SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) e che nel 1960 sarebbe stato materialmente avviato da Frank Drake (il famoso astronomo autore della omonima formula sulla diffusione di civiltà aliene nel cosmo) con il “Progetto Ozma” e destinato ad “auscultare” possibili segnali intelligenti dall’universo con i radiotelescopi. Sempre 30 anni fa, nel 1978, dopo una serie di riunioni con il Segretario Generale Kurt Waldheim, l’ONU stava per varare presso le Nazioni Unite una commissione scientifica internazionale sugli UFO di cinque membri (l’astrofisico americano Joseph Allen Hynek già consulente scientifico del Project Blue Book dell’Aeronautica USA sugli UFO, il prof. David Saunders curatore del database


internazionale della casistica UFO noto come UFOCAT, il fisico Claude Poher direttore della commissione governativa francese sugli UFO GEPAN, il matematico e astronomo franco-americano Jacques Vallée e l’astronauta statunitense Gordon Cooper). Tutto era pronto per la sua approvazione, ma incredibilmente lo stato proponente, Grenada, non mise più la proposta nell’Ordine del Giorno dell’Assemblea Generale che avrebbe dovuto sancire la decisione e la richiesta decadde. Un colpo di stato (dietro cui si dice ci fosse l’Intelligence USA tesa a monopolizzare ogni informazione sul tema) aveva deposto il Governo in carica e i ribelli giunti al potere ignorarono ovviamente il tutto. Il 2008 ha anche visto la morte del teologo Corrado Balducci, strenuo propagandista della realtà e dell’origine extraterrestre degli UFO, a suo dire riscontrabile nelle stesse Sacre Scritture. Alla morte di Balducci - mai sconfessato dalle Autorità Ecclesiastiche - fanno riscontro le dichiarazioni di Padre Funes, direttore della Specola Vaticana, che si è detto certo dell’esistenza di esseri alieni e di civiltà extraterrestri del cosmo. Di più. Si arriva a dire che per il Cattolicesimo gli alieni devono esistere perché negarne l’esistenza sarebbe limitativo

dell’onnipotenza creatrice di Dio nella Creazione Continua. Paradossalmente, Giordano Bruno, bruciato nel 1600 sul rogo dalla Chiesa in Campo dei Fiori a Roma, nel suo De l’infinito universo et mondi diceva in pratica le stesse cose. Meglio tardi che mai. Comunque, Funes arriva a dire che ‘‘dovremo incontrare gli extraterrestri come fratelli’’. E in questo, oltre alla Chiesa di oggi, la Massoneria non ha ovviamente problemi di sorta. Cinquant’anni fa, poco prima della morte, Carl Gustav Jung scrisse Su cose che si vedono nel cielo, un libro eccezionale in cui il grande psicologo affronta il tema degli UFO e degli extraterrestri. Per lui una buona parte delle segnalazioni vanno ascritte alla tendenza dell’uomo a proiettare all’esterno paure, timori e aspettative. Ma una percentuale minore degli avvistamenti, egli dice, possono solo spiegarsi con visite di mezzi spaziali extraterrestri. Un fatto epocale che in caso di contatto peraltro ci espone al rischio di un collasso antropologico-culturale del tipo di quello di cui sono stati vittime i popoli precolombiani a seguito del contatto con gli europei 500 anni fa. Osservando la generale tendenza evasiva degli UFO, apparentemente non orientati a ricercare un contatto di massa, Jung si augura che tali

Misteri esseri comprendano tale situazione e che la loro evidente assenza di ostilità si traduca nel rispetto della nostra civiltà, dilazionando un incontro con noi alla luce del sole al momento in cui un’opinione pubblica preparata e consapevole sia in grado di “reggere” un tale evento: un evento epocale che sarebbe anche un confronto fra due realtà. C’è solo da augurarselo. Da sempre, infatti, le civiltà di fatto inferiori sono sempre collassate di fronte a civiltà superiori invasive. Una pletora di fatti ed anniversari, dunque, sembra oggi più che mai legare tutta una serie di eventi occorsi nell’ultimo secolo a partire dal 1908, data di evidente innesco per numerosi fenomeni insoliti, tutti successivi all’epocale evento del distacco della Gran Loggia d’Italia dal Grande Oriente d’Italia i quali per le loro implicazioni non possono non interessare anche la Libera Muratoria che, oltre che indietro, guarda da sempre in avanti. D’altronde il mistero sembra voler continuare a lasciare le sue tracce nel corso della Storia... P.58: NASA, Apollo 11, un UFO? p.59: Esposizione notturna per la Via Lattea, Flagstaff, Arizona (foto P.Del Freo); p.60: Orson Welles (Kenosha, 1915-Hollywood,1985) e Il marchese Guglielmo Marconi (Bologna, 1874 – Roma, 1937) è stato un fisico e inventore italiano; p. 61: Radiotelescopi, Australia.

61


Miscellanea

L

a Reggia di Caserta è ubicata ad una latitudine di 41°04'24", il suo asse longitudinale ha, rispetto al nord, una deviazione di circa 4° verso Est e la quota è di circa 68 m/slm. A questa latitudine, il sole, nell’arco del suo moto apparente durante l’anno, raggiunge un’elevazione massima sull’orizzonte di 72°22' circa il 21-06, in coincidenza con il solstizio d’estate ed una minima di 25°29' circa il 21-12, in coincidenza con il solstizio d’inverno. La Reggia ha un’altezza, al culmine dei tetti, di 45 circa mt rispetto al piano di campagna e le falde dei tetti stessi hanno un’inclinazione di circa 25° rispetto al piano orizzontale, cioè la stessa angolazione che, come detto prima, raggiunge il sole al solstizio d’inverno. Questa uguaglianza è veramente singolare perché fino alla data del solstizio il sole è al di sotto della linea di colmo dei tetti per cui non è visibile dai Cortili del Palazzo, ma immediatamente dopo comincia a spuntare e ad illuminare gli androni che collegano i cortili tra loro ed essi con il parco reale. È un caso che ciò accada proprio in coincidenza con il solstizio o è frutto di un calcolo di quel grande genio che era il Vanvitelli, il quale ha voluto così riferirsi

62

al sole che, dopo la sosta invernale (solstizio = sol-stazio - fermata del sole) risorge a nuova vita? Si è del parere che la scelta sia stata deliberata, ciò in quanto, al di là della geometrica precisione di tutti gli elementi costruttivi verticali ed orizzontali della Reggia e l’uso sapiente della Sezione Aurea, l’inclinazione della falda avrebbe potuto anche essere diversa. Infatti, l’angolo è legato solo alla quantità di pioggia che cade ed alla sua intensità, per far si che l’acqua piovana abbia - in relazione alle notevoli dimensioni planimetriche delle coperture - tempi di corrivazione tali da poter essere smaltita convenientemente dai canali di scolo e dalle bocche di scarico dei pluviali. Ma questa valutazione tecnica da sola non basta a spiegare il perché l’angolo di inclinazione delle falde sia proprio uguale a quello raggiunto dal sole al solstizio d’inverno, perciò si è portati a propendere per una "illuminata" razionalità della scelta che, come detto prima, potrebbe essersi ispirata al ritorno della luce emanata dal nostro astro fulgente, come celebrato sia dai riti celtici che da quelli saturnali dell’antica Roma. Perciò si può affermare che “con il solstizio d’inverno il Sole rinasce e il Palazzo Reale di Caserta rivive”. Elia Rubino


Miscellanea

È

naturale che non esiste un sistema sicuro per ottenere successo, come non esiste per vincere alla roulette o per trovare l’anima gemella della propria vita. Sarebbe troppo facile e nemmeno eticamente corretto. Troppi fattori sono necessari per costruire il successo di una persona e poi c’è l’imponderabile che non dipende da noi, ma dalla casualità, dalla fortuna e per chi ci crede dalla posizione degli astri quando è nato. Esistono però dei parametri, delle regole, delle reazioni da utilizzare per chi intenda percorrere la via del successo. Questo si che è possibile. Come imparare la grammatica, la logica, la retorica per diventare un buon parlatore in pubblico o un buono scrittore. Ci sono regole scritte e non scritte che sono utili alla ricerca della riuscita nella vita, come

ce ne sono per ricercare la verità delle cose. Mettiamola così. Nella vita nasci come apprendista, devi imparare a vivere, poi devi imparare i mestieri e soprattutto imparare a prendere le opportunità che si presentano. Un poco come il gioco delle carte. Quando arrivi ad un bivio e non sai da che parte svoltare, ci sarà sempre qualche nascosta indicazione, qualche traccia, qualcuno che potrà aiutarti a scegliere la strada giusta. Questo è possibile. Ma illudersi che in un manuale ci siano davvero le chiavi del successo è altra cosa. Eppure se non segui le lezioni della scuola guida, non potrai prendere la patente e se il tuo insegnante, il tuo maestro non è bravo non sarai mai un buon guidatore. E’ opportuno per intraprendere un viaggio che si abbia una buona automobile, che venga controllata nei suoi dettagli e che a

questo si aggiunga l’esperienza di qualcuno che ha già viaggiato. Markus Steber dice che per dirigere una azienda non contano i dati anagrafici del candidato, ma l’esperienza, oltre a tutte le doti solite. L’esperienza si può fare direttamente e ciò prende una vita, e a volte non basta. Ma l’esperienza si può anche acquisire da chi già l’ha fatta. Ed è questo il compito del maestro. Ognuno di noi ha dentro di sé forze nascoste. Davanti ad un ostacolo capita di dire questa cosa è impossibile da superare. E poi, riflettendo, facendo squadra con altri, l’ostacolo sparisce. Se vuoi avere successo, non cercare la chiave magica, ma la chiave dell’esperienza dei maestri che ti aiuta a trovare dentro di te le risorse necessarie. Claudio Nobbio

63


N

ella storia della letteratura si potrebbe configurare una categoria di opere trasversale, che attraversa il tempo ed i luoghi, le civiltà e le mode ed è quella dei “libri che parlano di altri libri”. Sembra che oggi questa sia una tendenza facilmente riscontrabile nelle cataste di volumi che espongono le più accreditate librerie. Ma senza doverci attenere alle offerte di questi massificatori della cultura, certamente frutto di un’attenta analisi del mercato e delle relative motivazioni, è sufficiente un rapido sguardo all’indietro e di scritti che trattano di amore per lo scrivere, del culto dell’espressione letteraria e della passione bibliofila, ne possiamo trovare una bella scorta. Diamo un’occhiata insieme. Di François Rabelais, umanista in lotta per riportare nella civiltà a lui contemporanea la luce degli antichi ideali, messo all’Indice dall’Inquisizione cattolica, è nota la divertente e satirica biblioteca. È quella di Saint Victor alla quale si avvicina Pantagruel, tutto preso dalla speranza di impossessarsi della sapienza antica. In quei tomi ponderosi, dei quali lo scrittore elenca solo i titoli, vi è tutta la scienza che si può desiderare, ma quando li si esamina con attenzione la curiosità iniziale si trasforma in sorpresa che poi si modifica in un lieve sorriso fino a divenire un’irrefrenabile risata. Ne cito alcuni: Bragheta juris, De babuinis et scimiis cum commento Corbelli, De differentiis zup-

64

parum, De optimitate tripparum, Baloccatorium Sorboniformium, Antidotarium animae, De patria diabolorum, De baloccamentis principum. Sono molti di più, ma la lista è tanta e spesso assai scurrile, come i gusti dell’epoca volevano senza alcuna pruderie, per cui limito la citazione a poche voci. Una catalogazione da veri giganti affamati di sapere. Ma quale sapere? Un sapere paludato di importanza, ma di effimera sostanza, grottesco e popolare, colto ed insolente. In fondo, però, tutto lo sciorinamento di pseudosapienza induce l’idea che il meccanismo sia un dispositivo destinato a sollevare il sospetto di un ben costruito simbolismo intellettuale. Ci si chiede quale sia lo scopo. Forse proprio quello di ricercare i veri libri e la vera conoscenza. Come per la storia di sublime eroismo e di ideali, che seriamente ha sperimentato nella sua vita intellettuale fantastica il grande don Chisciotte, dato alle stampe da Miguel Cervantes de Saavedra tra il 1605 e il 1615. Nel Quijote, i libri rappresentano il punto di partenza da cui muove il personaggio per calarsi nella vita. Cercherà fuori dalla biblioteca ciò che i suoi amici di carta e pergamena gli hanno decantato, perché li ha creduti portatori di verità. Il protagonista del romanzo picaresco è un cavaliere, Alonso Quijano, talmente appassionato di romanzi cavallereschi da dedicarsi con tutte le sue risorse alla loro lettura. Questa frequentazione accanita produce in lui il convincimento di essere egli stesso un cavaliere


errante, animato dall’ideale di difendere i deboli e compiere gesta eroiche. Egli diventa così il paradigmatico Don Quijote. Sempre nell’ambito del microcosmo della carta stampata, poco più tardi, l’irlandese Jonathan Swift (1667/1745), seguendo il suo spirito libero, scrive la Battaglia dei libri (1704), un testo eroico e satirico con il quale si getta a capofitto nella querelle des anciens e des modernes, cercando di dimostrare la superiorità degli antichi. La scena si svolge nella biblioteca di St. James. Nel corso della bibliomachia, i toni scivolano verso la polemica politica e sociale e quindi il libro prende le vesti del veicolo di esperienze diverse da quella culturale o fantastica. Tutto si recupera con Jorge Luis Borges (1899-1986), lettore accanito e bibliotecario di vocazione. La sua Biblioteca di Babele rappresenta il riferimento per chi rivaluta il fantastico come categoria della creatività. La definizione di “delirante archivista di una cultura di cui si dichiara custode rispettoso” che ha coniato per lui Umberto Eco, lo mostra nella sua vera essenza di amoroso lettore di libri adatti a costruire altri nuovi libri, in un progetto intellettualistico estremo. Ora, avendola collocata in questa, che all’inizio abbiamo chiamato “categoria trasversale”, si può con un sorriso sulle labbra suggerire qualcosa che discende, da tutto ciò che è stato, anche se non aspira al confronto: Alan Bennett, La sovrana lettrice, Adelphi, pp 95, trad. Monica Pavani. Milano 2007. Comprare un libro al supermarket non promette molto. Viene da pensare che si tratti di una speciale qualità di salmone da assimilare con la vista o di uno yogurth in confezione tascabile. Invece può anche darsi il caso che quel libro sia un vero libro con tutte le carte in regola e che per di più sia l’apoteosi del libro, il compendio della vera bibliomania, l’invito più simpatico e sottile ad amare le

lettere stampate e ad immergersi in esse con voluttà e compiacimento. E’ quanto può accadere acquistando insieme alle carote e al bagnoschiuma La sovrana lettrice di Alan Bennett, in vendita, appunto, anche nei supermarket. È la storia sorridente ed ironica, scritta da un rispettoso suddito britannico, di una non meglio identificata Regina (ma chiaramente la regina Elisabetta II) che per una serie di strani casi diventa una lettrice entusiasta. Il suo mentore è Norman, uno sguattero appassionato di letture, che dalle cucine viene elevato al rango di valletto-

factotum con il preciso compito di procurare a Sua Maestà le adorate letture. E queste diventano una una passione talmente estrema da mandare in crisi la corte e sir Kevin Scatchard, segretario personale dell’augusta sovrana, oltre che provocare imbarazzanti momenti di incomprensione diplomatica. Scritto con briosa disinvoltura ricca di allusioni letterarie assai spassose, il libro si conclude con un fulminante colpo di scena che risparmiamo ai lettori per non guastare la sorpresa. Quello che però va sottolineato è come tutto il testo comunichi un grande,

Recensioni profondo amore per la lettura, vissuta come scoperta e come presa di coscienza della varietà della natura umana, vista con gli occhi di una regina. Quindi con gli occhi di un osservatore distante un abisso dal resto dell’umanità. Ciò permette all’autore un gustoso e sofisticato narrare, mentre delinea un iter di conoscenza che approda infine allo stimolo della creatività. In fondo si scopre che leggere le cose scritte da altri è il più utile degli esercizi per produrre idee originali proprie e pensieri pensati. Citiamo un passo:“[…]Ma perché adesso la lettura la assorbiva così tanto? Non sottopose la questione a Norman, perché era evidente che c’entrava con chi era lei e con la posizione che ricopriva. L’attrattiva della letteratura, riflettè, consisteva nella sua indifferenza, nella sua totale mancanza di deferenza. I libri se ne infischiavano di chi li leggeva; se nessuno li apriva, loro stavano bene lo stesso. Un lettore vale l’altro e lei non faceva eccezione. La letteratura pensò, è un commonwealth; le lettere sono una repubblica. In realtà quell’espressione, la repubblica delle lettere, l’aveva già sentita nei discorsi dei rettori, alle lauree ad honorem e simili, senza aver mai capito bene cosa significasse. All’epoca aveva ritenuto leggermente offensivo qualsiasi riferimento a una qualunque repubblica; se poi il riferimento avveniva in sua presenza, come minimo lo considerava una mancanza di tatto. Solo adesso afferrava il senso di quell’espressione. I libri non sono per nulla ossequiosi. […]” Alan Bennett ha messo in atto un riuscitissimo piano per coinvolgere il lettore nella passione verso i libri ed intrappolarlo in una sorridente ragnatela da cui, una volta che si venga catturati, non ci si libera più, contenti della propria prigionia. Lo vogliamo collocare per scherzo tra i suoi illustri predecessori?

65


Recensioni Declino e crollo della monarchia in Italia

Seconda edizione, Aldo A.Mola, Oscar Mondadori Milano 2008, pp 450

Vittorio Emanuele III fu un re "democratico e libero pensatore". E’ quanto emerge da documenti inediti pubblicati da Aldo A. Mola nella nuova edizione di Declino e crollo della monarchia in Italia. I Savoia dall’Unità al referendum del 2 giugno 1946 1. Questa è anche l’unica novità significativa comparsa nel 60° della morte del penultimo re d’Italia, tuttora privo di una biografia sine ira et studio2. A suo proposito si parlò un tempo di "monarchia socialista", poi di "re soldato", in seguito di "sovrano borghese". Al di là di formule talvolta d’occasione e di rito, osserva Mola, Vittorio Emanuele III fu e rimase un re "isolato": gravato da responsabilità eccedenti lo Statuto per incapacità della dirigenza politica a fare la propria parte con gli strumenti disponibili (Governo e Parlamento). Perciò il sovrano, scrupoloso nell’osservare i limiti imposti dalla Carta del 4 marzo 1848 alla Corona, per salvare il salvabile e scongiurare il peggio dovette ripetutamente intervenire a risolvere crisi gravissime. La sua "freddezza" (sulla quale è tornato recentemente Cosimo Ceccuti) bilanciava il pressappochismo di tanti politici di lungo corso, gonfi di retorica, modesti quando occorreva passare all’azione. Contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere da lui (è presidente della Consulta dei senatori del regno, ma afferma il dovere dello storico di servire esclusivamente la verità), Mola non è affatto indulgente nei confronti di Vittorio Emanuele III. Gli addebita un ruolo decisivo (in negativo) per i modi nei quali il regno d’Italia scese in guerra a fianco dell’Intesa il 24 maggio 1915 e parla esplicitamente di "strappo istituzionale". Presieduto da Antonio Salandra, con Sidney Sonnino agli Esteri, il governo di Roma sottoscrisse il Patto di Londra che lo impegnava a entrare in campo entro un mese dalla firma (25 aprile) mentre era ancora in vigore la Triplice Alleanza con Berlino e Vienna, stipulata nel 1882 e più volte rinnovata. I contenuti di quel Patto imponevano però il voto preventivo del Parlamento con cognizione di causa, che invero non ci fu. Il testo del Patto di Londra fu noto solo quando i bolscevichi se ne impadronirono e lo pubblicarono per screditare la doppiezza della diplomazia segreta e del segreto diplomatico, due

66

versanti di una medaglia arcaica. Non solo. Il Parlamento non approvò la dichiarazione di guerra: neppure contro l’Impero di AustriaUngheria, si limitò a conferire al governo pieni poteri per tutelare le sorti dell’Italia. In nome del "sacro egoismo", il ministero SaladraSonnino s’attenne solo in parte agli impegni assunti: fu la seconda prova della doppiezza del governo (e lambì la credibilità della Corona). Di conseguenza Londra, Parigi e la Russia si considerarono alleati, mai veramente amici, e a loro volta trattarono alle spalle di Roma: a brigante, brigante e mezzo. Il patto di Londra

obbligava l’Italia alla guerra contro la Germania mentre non vi era alcuna ragione storica, politica, militare, culturale che spingesse in quella direzione. Anzi... Però con altrettanta chiarezza e fermezza Mola respinge gli addebiti solitamente mossi a Vittorio Emanuele III: nascita e varo del governo Mussolini (30 ottobre 1922), regime di partito unico, leggi per la difesa della stirpe (o "razziali"), "fuga di Pescara" (9 settembre 1943)..., tutti temi che meritano un esame pacato, fondato sui documenti anziché sulle passioni di parte e i pregiudizi. La nuova edizione dell’opera, accuratamente emendata da refusi e sviste, è arricchita da documenti inediti, appendici, bibliografia aggiornata e da capitoli ulteriori su modalità ed esito del referendum istituzionale del 2-3

giugno 1946 e sulla successione in Casa Savoia. Sulla base delle ricerche condotte per questa edizione Mola è ancora più netto: il referendum fu tecnicamente nullo, ma non vi si attuò affatto la "grande frode" per decenni insinuata da alcuni studiosi di parte monarchica. Quanto alla successione non vi sono dubbi: Umberto II privò il figlio (e suoi eventuali discendenti) di ogni titolo e diritto di principe ereditario perché contrasse nozze senza preventivo consenso paterno, in violazione delle leggi che da 29 generazioni erano state rispettate dai 43 capi della Casa di Savoia, come scrisse nella lettera fatta giungere alla regina Maria José per informarla del passo compiuto verso Vittorio Emanuele. La novità assoluta del volume sta però nella descrizione che di Vittorio Emanuele III fece il generale Arturo Cittadini, primo aiutante di campo del re, ad Angelo Gatti, chiamato da Luigi Cadorna a capo dell’ufficio storico del Comando Supremo e autore di opere famose sulla Grande Guerra. Sin dal 1992 Mola ha documentato che Vittorio Emanuele I figurava n. 1 dell’Albo d’Oro dei massoni della Gran Loggia d’Italia quando ne fu Sovrano e Gran Maestro Raul Vittorio Palermi, generoso dispensatore di brevetti e sciarpe del grado supremo del Rito Scozzese Antico e Accettato. Sia stato o meno effettivamente iniziato a una delle organizzazioni massoniche italiane, o abbia solo "accettato" il tributo onorifico di insegne massoniche, che facevano parte della storia della Nuova Italia, dall’inedito pubblicato da Mola si evince che nel 1922 il sovrano non era né fascista né filofascista, né aveva in sé germi di razzismo o altro. D’altronde il re era imparentato con dinastie di tutt’Europa. L’idea di essere "di razza italiana" non passava certo per il capo di chi era figlio di Umberto I (con sangue asburgico) e di Margherita di Savoia, cantata quale "sàssone" da Giosue Carducci, e che per moglie aveva Elena di Montenegro. La storia va letta alla luce dei documenti. *** Ecco la testimonianza rilasciata dal generale Cittadini al generale Gatti, il 22 marzo 1922: "Il Re è proprio il tipo di cittadino borghese democratico e libero pensatore. Democratico nel senso che crede anche la sua funzione una funzione non di privilegio, ma da assolvere con tutti i sentimenti e con tutta la volontà, con le migliori forze, cioè, della propria mente. "Non tutti possono fare il re": vale a dire che occorrono per questo mestiere doti speciali. Data questa aristocrazia di persona, alla quale egli tiene moltissimo,


tutto in lui, poi, è democratico, nel senso che non crede debba essere privilegio suo. Egli è convinto che in tutto debba dare l’esempio. Perciò egli è morale, perciò egli non interviene mai nelle beghe parlamentari, ma le guarda di fuori, ecc. Quando la nazione, dopo la guerra, si è trovata povera, siccome questa povertà doveva essere risentita da tutti i cittadini, egli ha dato ciò che per il momento gli pareva superfluo, i suoi castelli. Non era un pescecane, ma doveva diminuire in qualche modo il suo tenore di vita: per questo diede ciò che poteva dare. Infine col sentimento della democrazia va quello del libero pensiero. Il re, è in pieno, un libero pensatore, e se si potrebbe dire, un materialista. Siccome è re, osserva e rispetta le forme della religione, e, anche per esempio dei figliuoli, che debbono essere lasciati liberi, secondo lui, di formarsi quella credenza che vogliono, va in chiesa quando è necessario, e se nelle valli della Stura e del Gesso incontra una processione si leva il cappello. Ma egli intimamente non crede alla vita futura, né alla ricompensa del Signore. Crede invece, per la sua natura e per ciò che ha letto e pensato, agli obblighi del dovere, e all’immortalità del nome. Ha sostituito questa immortalità a quella dell’anima: e spesso, parlando con gli intimi, dice che bisogna far bene non soltanto per dovere, ma per lasciare ai figli e ai posteri un nome onorato, che è tutto ciò che di noi rimane in terra. Questi due cardini di democratico-liberale e di libero pensatore sono venuti fuori dalla sua estesissima coltura, per certi lati veramente portentosa3. (omissis)". Un’ultima considerazione s’impone. La battaglia politica contro la monarchia nel 1946 venne condotta con argomenti squallidi, raccolti nella pattumiera della segreteria particolare del Duce e in servizi della Repubblica sociale. Tra fine maggio e i primi di giugno vi si lordarono anche alcuni militari. Tra quanti vituperarono il sovrano si distinse il generale Azzo Azzi. Massone, purtroppo. Ma non della Gran Loggia d’Italia. Anche su questa tragica pagina, foriera di altre gravi sciagure, il libro di Mola invita a riflettere: chi ha tradito tradirà.

_______________

Note: 1 La nuova edizione, accresciuta di quasi 40 pp., presenta nuovi documenti in edizione fotografica tratti dall’Archivio Centrale dello Stato (Roma) e da archivi storici di vari Comuni, a conferma del metodo dell’autore: fondare la storia su documenti, non su opinioni o ‘sensazioni’. 2 Tra le opere recenti su Vittorio Emanuele III ricordiamo i saggi di Romano Bracalini, Il re vittorioso, Milano, 1980; e Letizia Argentieri, Il re borghese. Costume e società nell’Italia di Vittorio Emanuele III, Milano, 1994. 3 L’originale del documento è conservato nell’Archivio storico del comune di Asti (direttrice dott.ssa Barbara Molina).

I Custodi del Cosmo e la storia precessionale

Recensioni

Massimo Fraticelli, La Gaia Scienza editrice, Bari 2008, pp.381, collana "Archeologia dello spirito" diretta da Luigi Pruneti

Da Diodoro Siculo, Erodoto, Platone, Ecateo di Mileto ed altri storici dell’antichità sappiamo che in Egitto i sacerdoti possedevano la conoscenza di una storia remotissima, relativa a quando gli uomini erano governati da sacerdoti-re, divini senza forma umana. Tutto ciò avvenne nel corso di 11.340 anni al termine dei quali catastrofi apocalittiche mutarono il corso degli eventi. Nel verificarsi di tali sconvolgimenti, tracce e documentazioni andarono perdute. Da calcoli eseguiti su quelle informazioni si può intuire un ciclo precessionale e mezzo, quindi un periodo di 38.640 anni. Così fu che in Egitto prima governò una dinastia di dei, una di semidei, poi stirpi di re, i re, i 10 re di Tebe, gli spiriti dei morti e quindi le dinastie storiche. Estraggo questa interessante notizia dal completo elenco di fonti scritte e non, che Massimo Fraticelli esamina nella sua opera con un preciso senso della panoramica storica, quella che non dà risalto ad un’epoca specifica ed a luoghi circoscritti, ma quella che considera in una grande visione globale tutto quanto ci resta di ere antichissime, illuminate da poche e sporadiche testimonianze. Ma anche queste poche sono illuminanti se lette con occhio attento alla storia dell’umanità, dove si rincorrono e rimbalzano concomitanze, miti e cosmogonie parallele inspiegabili, apparentemente. Il lavoro di Fraticelli mira a mettere tutto in relazione e a considerare la storia più remota dell’uomo, quella che ha lasciato le sue tracce nelle leggende e in sconcertanti reperti archeologici, come un immenso affresco fatto di curiosi rimandi e sorprendenti comparazioni. Si parla di Atlantide e di altri continenti perduti negli abissi degli Oceani, di straor-

dinarie tracce megalitiche, templi solari, osservatori astrali, leggende di eroi, culti misterici. Tutto il grande portato delle ricerche (di frontiera e non) eseguite negli anni più recenti, viene riordinato dall’autore che non tralascia notizia per arricchire il suo vasto ed enciclopedico palinsensto. Il linguaggio simbolico degli antichi viene analizzato sistematicamente per scoprirne le realtà adombrate e divenute mitologia. In sostanza siamo di fronte ad un’opera che se letta con quella attenzione, che sa peraltro ben suscitare, può delineare le tappe di un risveglio spirituale. Data che segnerà l’inizio della Primavera cosmica: 2.050 d.C. Nel lasso di tempo che ci separa da quell’anno, l’autore ci annuncia eventi forti, gravidi di mutamenti radicali, ricerche scientifiche e scoperte straordinarie. Verrà qualcuno ad indicarci la strada? Il dubbio che costantemente stimola la ricerca è ormai pane quotidiano, la verità sembra sempre più trovarsi fuori dai libri scolastici e sempre più la sua collocazione appare profondamente radicata all’interno dell’uomo. Questo libro, che ha il merito di non aver trascurato nulla di quanto oggi è materia di studio al di fuori del principio d’autorità, sembra offrirci un attuale ed affascinante stimolo alla riflessione raro, perché privo di ogni compiacimento sensazionalistico.

67


Recensioni

I numeri della sabbia Roger R. Talbot, Sperling & Kupfer

Nel prefato de I numeri della sabbia, l’Autore restituisce all’attenzione un passo del Convivio nel quale il Sommo Iniziato disvela i quattro sensi delle scritture: "Le scritture si possono intendere e deonsi esporre medesimamente per quattro sensi... litterale... allegorico... morale... anagogico, cioè sovrasenso...". Il primo senso: la Fabula, dispiegata nella forma acconcia al gusto contemporaneo. E ne emerge un thriller impeccabile, dall’architettura elevata e sottile, che oscilla per squarci avvincenti e incalzanti fra il nostro Passato Remoto e il nostro Futuro Prossimo. I profili avveniristici di Dubai e la pulsante Dublino di notte, la culla subalpina dei misteri ignoti dell’Occulto e l’urbe eterna dei misteri noti del Culto, e poi l’Eden patagonico, e un monastero silenzioso in mezzo a un lago. Un planetario dell’immaginario collettivo che

68

gravita intorno a una Verità antica, sacrificata tanti secoli or sono per l’edificazione del mondo che conosciamo: l’unico, puro senso del Numero della Bestia, l’abusato Seicentosessantasei giovanneo. E l’improvvisa luce dell’evidenza fa giustizia d’un sol colpo, con ineccepibile lucidità filologica ed esegetica, di secoli di forzature e di farneticazioni. Poi c’è il senso allegorico, celato sotto il manto della favola: l’eterna lotta fra Bene e Male, fra Essere e Avere, fra Bianco e Nero. Sviluppata con la rara consapevolezza, squisitamente latomistica, che i due Poli nella cui opposizione l’Uno si dispiega nel Molteplice non sono distinguibili, né i loro ministri sono riconoscibili: non sapremo mai se i disegni del fantomatico Mr. Kerr siano consacrati al Bene o al Male, né se mai avranno compimento. Perché Lucifero, comunque, è "Portatore di Luce", perché nell’Uroboro che ciclicamente rinasce inghiottendosi, testa e coda non si distinguono, perché infine la sola Lanterna dell’Etica è il Dubbio. E proprio qui s’innesta il terzo senso, quello morale: l’Apocalisse è ineluttabile, e l’Autore ce ne narra il Come esplicitamente, e il Quando sotto forma di intrigante sciarada cronotopica. Ma non sarà catastrofe, dissoluzione, annientamento: soltanto Cambiamento, per via di morte e rinascita. Ma ciò che più intriga noi Iniziati è il quarto senso: quello che Dante definisce "anagogico", o "sovrasenso", e che oggi, più esplicitamente, definiremmo "simbolico", e per ciò "esoterico". Non è chiaro se Talbot sia o no un Fratello Libero Muratore, perché un muro impenetrabile di riserbo lo protegge. Ma squisitamente massonici sono

quei suoi cenni quasi casuali, quelle porte socchiuse per un attimo su enigmi indecifrati: l’indizio pittorico del Sacro Femminino, la persecuzione del protomassone Tommaso Crudeli, il mistero del Progetto Genesi. E più esplicitamente, massonici sono quei velati riferimenti alla simbologia e alla ritualità libero-muratoria, che fanno capolino qua e là fra le rapide del fiume narrativo, inavvertibili per il profano, ma folgoranti per l’Iniziato.La lettura di questo libro non può non rimandare a Codice da Vinci per quanto riguarda la struttura del racconto e la

velocità della narrazione incalzante. Un ritmo diacronico congiunge più mondi e più personaggi, all'inizio apparentemente slegati tra loro ma poi, in corso d'opera, teleologicamente coesi verso lo scadere di due date: il solstizio d'inverno e l'inevitabile apocalittico "dies irae". Per la cultura elegantemente sottesa, l'equilibrio delle parti e la mano sapiente nel tratteggiare personaggi e situazioni il volume avvince come pochi, si consiglia di dedicargli una lettura il più possibile ininterrotta. Ripaga in pieno da tanti (troppi) momenti passati a sfogliare pagine da discarica.


Acqua Nuova

Maria Concetta Nicolai, Edizioni Menabò, 2008

Lasciamo parlare l’autrice del suo libro. “Seguendo una gentile ed antica tradizione, forse in qualche angolo d’Abruzzo, una ragazza, splendente e nel fiore degli anni, sul far del giorno, a Capodanno si reca ancora alla casa del promesso sposo e, giunta sull’uscio, -il pudore verginale le vieterebbe di entrare da sola e nell’ora antelucana, in quella intimità familiare che non le appartiene compiutamente- vi depone la sua luccicante conca ricolma di Acqua nuova, sulla quale galleggia un argenteo rametto d’olivo. Sarà la suocera, o quando vi sono, le giovani future cognate (ma nelle famiglie contadine non difetta mai una variegata e numerosa figliolanza), che sollecite e ridenti entreranno in casa quel prezioso recipiente, pieno di prodigi e magici auspici. Quell’acqua, che la sapienza popolare prescrive sia attinta prima del sorgere del sole alla pura vena di una sorgente, nasconde l’invisibile oro dell’attimo, quando l’anello di Saturno congiunge gli estremi e diviene, con epifanica eccezionalità, il misterioso Serpente che si morde la coda e rinasce, nuovo eppure sempre uguale a se stesso. Nessuno ha detto all’ignara fanciulla che il suo piede fermo sulla soglia della casa, di cui ella si prepara a perpetuare la stirpe con le nuove nascite, entra perfettamente nell’orma divina delle Figlie del Sole. Eppure il suo gesto ha, per appartenenza culturale, la stessa misura del Mito, così che in nulla il suo respiro differisce da quello delle antiche Sorelle. Mutuando la grazia di questa non del tutto perduta usanza vogliamo porgere ad ogni lettore, per buon augurio, la nostra Acqua nuova, con l’assicurazione che l’abbiamo raccolta alle fonti più incontaminate della Maiella, stillata dai ghiacci più segreti del Gran Sasso, profumata con l’alito dell’Adriatico fiorito di ginestre. E per deporre la nostra lucida conca sull’uscio di ognuno abbiamo attraversato le colline

coperte d’olivi, i filari delle viti, abbiamo camminato lungo il greto dei fiumi, lungo le tracce dei tratturi; abbiamo indugiato il passo tra le millenarie pietre dei paesi, ascoltato il rintoccare dei campanili, le voci e le parole impregnate dal senso dei secoli. Abbiamo colto nell’ampio orizzonte lo spirito e la memoria della Gente, la solennità delle feste, la luce miracolosa dei Santi, sperando che il cuore ci restasse leggero di giovinezza”.

Recensioni

La pittrice di onde

Monica Stori, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari 2008, pp.494

Con l’amara considerazione "Si sa i preconcetti tenacemente misogini sono duri a morire, così come gli imbecilli" si chiude il primo romanzo di Monica Stori: La pittrice di onde. Tra champagne, inviti a pranzo nei bistrot, caffè, toilettes colorate, amori e dipinti, una donna provinciale tenta la scalata della Parigi degli impressionisti. E sono proprio gli intellettuali di quel periodo ad agire come personaggi di una trama dedicata alle rivincite che la giovane pittrice, non casualmente chiamata Berthe, cerca di mettere a punto in un mondo al maschile, dove la donna portatrice di pensiero viene considerata un’estranea o una sorta di minorata. Descritta come bellissima ed abile nelle battute disinibite, Berthe ci presenta un modello buono per tutte le stagioni, figlia di un mondo ottocentesco parla come una ragazza di oggi, ed in un’accezione attuale intende l’amore e l’eros. Ciò che caratterizza in modo originale il

romanzo è il continuo ribadire la necessità del pensiero dietro le scelte umane, sia pure un pensiero di vendetta o un progetto per la riuscita professionale. Perciò i dialoghi si presentano ricchi di icastiche considerazioni sui perché e sul senso del vivere, osservazioni amare che spiegano il punto di vista dell’autrice occhieggiante dietro lo schermo del suo primo personaggio. Berthe essendo artista, tende ad osservare la realtà ‘en plein air’: ossia senza veli ipocriti ed in piena luce, come la sua innovatrice pittura. Conquista così l’autocoscienza ed il diritto di essere se stessa proprio togliendo via via le maschere che camuffano la verità della sua vita con mente a volte fredda a volte affannosamente desiderosa di amore. Un amore che non manca di attenderla in fondo al cammino.

69


Poesia Equinozio d’Autunno

Da tempo t’aspettavo, sollievo d’incertezza e di timore, da tempo attendevo alla tua prova. Mirai a scordarti nel rifugio ozioso dell’estate, nell’oppressa calura di quei giorni abbagliati di luce. Fu effimera illusione come i miraggi sull’asfalto tremulo di Sole. Leone fragile d’Agosto che difendi l’Astro al suo declino, vaticinio di spiagge desolate, di promesse neglette, di attese naufragate. Venne la pioggia a consolare le zolle calcinate e sul verde nuovo dell’erba il colchico annunciò la tua venuta. Oggi ho gettato una pietra nel canale pigro d’acqua e di sogni. Troppe voci nel vento di Settembre, troppi volti affiorano e si sfanno nello stagno scuro dei ricordi. Non mi parlare più di quel che è stato.

Solstizio d’Inverno Nel silenzio dell’anima Accolsi l’alba. I colori s’accesero nel buio, si fecero suono, e una fessura di luce illuminò il sentiero dei giorni immaginati.

70

Luigi Pruneti


Gabbiano a metĂ

Antonella Parenti Gigli, Granviale Editori, 2008

Avventure e sventure del narcisismo Roberto Filippini, Edizioni Giuseppe Laterza, 2008

Giuseppe De Luca

Francesco Sanvitale, Ianieri Editore, 2008

Dal significato del sintomo al significato della vita

Barbara Fabbroni, Edizioni Universitarie Romane, 2008

71


Fregi di Loggia R.L. ‘Oltre il Cielo’ Oriente di Lecco

L

e notti stellate della Brianza hanno ispirato ai Fratelli Fondatori il nome di questa R.L, creata nel 2007, che vuole essere un invito a ‘considerare’. Considerare, dal latino sider, astro, ha il significato di agire con gli astri. Il Fregio di Loggia raffigura questa missione, mostrando il cielo stellato nel quale campeggia la costellazione dell’Orsa Maggiore, nota dagli antichi come sorgente di ispirazioni esoteriche. La raffigurazione idealizzata della terra di Brianza e la catena di

montagne oltre il lago completano il disegno. In questa valle numerosi insediamenti da tempo immemorabile testimoniano la presenza umana. La Natura, nella sua più pura espressione, è perciò l’humus dal quale traiamo l'ispirazione per il nostro Lavoro, che vuole essere sereno, fattivo e rispettoso della Creazione e di tutti gli esseri che l’animano. Nel fregio, la squadra e il compasso sottolineano la nostra vocazione massonica e il nostro intendimento di lavorare serenamente e armoniosamente per il bene della Patria e dell'Umanità.

ad oggi l’elenco delle Logge già pubblicato... R\L\ Cartesio O\di Firenze R\L\ Nino Bixio O\di Trieste R\L\ Scaligera O\di Verona R\L\ Minerva O\di Torino R\L\ Sile O\di Treviso R\L\ Luigi Spadini O\di Macerata R\L\ Enrico Fermi O\di Milano R\L\ Kipling O\di Firenze R\L\ Iter Virtutis O\di Pisa R\L\ Venetia O\di Venezia R\L\ La Fenice O\di Forlì R\L\ Goldoni O\di Londra R\L\ Horus O\di R.Calabria R\L\ Pisacane O\di Udine R\L\ Mozart O\di Roma R\L\ Prometeo O\di Lecce R\L\ Salomone O\di Catanzaro R\L\ Teodorico O\di Bologna R\L\ Fargnoli O\di Viterbo R\L\ Minerva O\di Cosenza R\L\ Federico II O\di Jesi R\L\ Giovanni Pascoli O\di Forlì R\L\ Triplice Alleanza O\di Roma R\L\ Garibaldi O\di Castiglione R\L\ Astrolabio O\di Grosseto R\L\ Augusta O\di Torino R\L\ Voltaire O\di Torino R\L\ Zenith O\di Cosenza R\L\ Audere Semper O\di Firenze

R\L\ Justitiam O\di Lucca R\L\ Horus O\di Pinerolo R\L\ Jakin e Boaz O\di Milano R\L\ Petrarca O\di Abano Terme R\L\ Eleuteria O\di Pietra Ligure R\L\ Risorgimento O\di Milano R\L\ Fidelitas O\di Firenze R\L\ Athanor O\di Cosenza R\L\ Ermete O\di Bologna R\L\ Monviso O\di Torino R\L\ Cosmo O\di Albinia R\L\ Trilussa O\di Bordighera R\L\ Logos O\di Milano R\L\ Valli di Susa O\di Susa R\L\ Cattaneo O\di Firenze R\L\ Mozart O\di Genova R\L\ Carlo Faiani O\di Ancona R\L\ Aetruria Nova O\di Versilia R\L\ Giordano Bruno O\di Firenze R\L\ Magistri Comacini O\di Como R\L\ Libertà e Progresso O\di Livorno R\L\ Uroborus O\di Milano R\L\ Ugo Bassi O\di Bologna R\L\ Ravenna O\di Ravenna R\L\ Hiram O\di Sanremo R\L\ Cavour O\di Vercelli R\L\ Concordia O\di Asti R\L\ Per Aspera ad Astra O\di Lucca R\L\ Dei Trecento O\di Treviso

R\L\ La Fenice O\di Livorno R\L\ Aristotele II O\di Bologna R\L\ La Prealpina O\di Torino R\L\ Erasmo O\di Torino R\L\ Hiram O\di Bologna R\L\ Garibaldi O\di Toronto R\L\ Sagittario O\di Prato R\L\ Giustizia e Libertà O\di Roma R\L\ Le Melagrane O\di Padova R\L\ Luigi Alberotanza O\di Bari R\L\ Antares O\di Firenze R\L\ Cidnea O\di Brescia R\L\ Fratelli Cairoli O\di Pavia R\L\ Nazario Sauro O\di Piombino R\L\ Antropos O\di Forlì R\L\ Internazionale O\di Sanremo R\L\ Giordano Bruno O\di Catanzaro R\L\ Federico II O\di Firenze R\L\ Pietro Micca O\di Torino R\L\ Athanor O\di Brescia R\L\ Chevaliers d’Orient O\di Beirut R\L\ Giosuè Carducci O\di Follonica R\L\ Orione O\di Torino R\L\ Atlantide O\di Pinerolo R\L\ Falesia O\di Piombino R\L\ Alma Mater O\di Arezzo R\L\ Cavour O\di Arezzo R\L\ G.Biancheri O\di Ventimiglia R\L\ Sibelius O\di Vercelli

R\L\ C.Rosenkreutz O\di Siena R\L\ Virgilio O\di Mantova R\L\ Mozart O\di Torino R\L\ Ausonia O\di Siena R\L\ Vincenzo Sessa O\di Lecce R\L\ Manfredi O\di Taranto R\L\ Cavour O\di Prato R\L\ Liguria O\di Ospedaletti R\L\ S.Friscia O\di Sciacca R\L\ Atanor O\di Pinerolo R\L\ Ulisse O\di Forlì R\L\ 14 juillet O\di Savona R\L\ Pitagora O\di Cosenza R\L\ Alef O\di Viareggio R\L\ Ibis O\di Torino R\L\ Melagrana O\di Torino R\L\ Aurora O\di Genova R\L\ Silentium... O\di Val Bormida R\L\ Polaris O\di Reggio Calabria R\L\ Athanor O\di Rovigo R\L\ G. Mazzini O\di Parma R\L\ Palermo O\di Palermo R\L\ XX Settembre O\di Torino R\L\ La Silenceuse O\di Cuneo R\L\ Corona Ferrea O\di Monza R\L\ Clara Vallis O\di Como R\L\ Giovanni Bovio O\di Bari R\L\ EOS O\di Bari R\L\ G. Ghinazzi O\di Roma R\L\ D.Di Marco O\Piedimonte Matese


 ˆ   “ ‘  ”        ‚ – “€‘—  

Š  ‹„„  ˆ ‚     • —    — —  •  ” “ ‚€“  “             „  ” ‘ ”      ‚ –


Officinae Dicembre 2008  

Rivista trimestrale della Gran Loggia d'Italia