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INSEGNAMENTI OPERATIVI Indice RICERCA ESOTERICA......................................................................................................................2 AZIONE TEURGICA.....................................................................................................................2 IL NODO.........................................................................................................................................6 IL RITO..........................................................................................................................................10 L’ESOTERISMO OPERATIVO....................................................................................................13 MAGIA E TEURGIA....................................................................................................................16 CRISTO LA FEDE LA VIA.............................................................................................................21 COMUNICAZIONI ED ISTRUZIONI.........................................................................................21 LA FASE PRINCIPIALE DELLA RICERCA: condizioni e difficoltà.........................................37 LA METODOLOGIA ESSENZIALE...........................................................................................42 L’ALLEANZA...............................................................................................................................48 NOTE SULL’ALLEANZA...........................................................................................................52 PUNTUALIZZAZIONI SULLA VIA...........................................................................................55 SULLA LIBERTA’.........................................................................................................................57 MAESTRO E ALLIEVO...................................................................................................................59 DOMANDA SULL’EROS.............................................................................................................59 DOMANDA SULLE ENTITA’.....................................................................................................62 FINALITA’....................................................................................................................................65 INFORMAZIONI RIASSUNTIVE...............................................................................................69 PRESUPPOSTI DELL’OPERATIVITÀ.......................................................................................71 PREVARICAZIONI......................................................................................................................76 SPECIFICAZIONI.........................................................................................................................78 MEDITAZIONE.................................................................................................................................80 IL SILENZIO.................................................................................................................................80 INTUIZIONE E AUTORAPPRESENTAZIONE..........................................................................82 L’ASCOLTO INTERIORE............................................................................................................89 MEDITAZIONI.............................................................................................................................92

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RICERCA ESOTERICA

AZIONE TEURGICA L’azione teurgica riguarda l’acquisizione della capacità d’azione sui piani sottili, riguarda quindi il campo esteriore e non solo quello etico e spirituale. Agire teurgicamente significa quindi non solo modificarsi interiormente nei propri riferimenti etici, sconfiggere l’ego e agire secondo amore, significa non solo modificarsi a livello spirituale centrandosi sempre più nel proprio centro atmico attraverso l’ascolto interiore e l’apertura dello stesso alla volontà divina, alla sua energia d’amore, ma anche acquisire la capacità di apprendere l’azione a livello sottile per intervenire nel mondo esteriore. Agire a livello teurgico è possibile solo nel momento in cui la nostra esistenza si fonda non più solo sulla nostra personalità, sulle nostre credenze, sul nostro vissuto, ma viceversa si apre a ricevere contenuti universali in base ai quali una scelta viene compiuta non solo sulla base di fattori individuali, ma bensì globali. Agendo cioè perché un’azione è utile al campo personale e globale generale. Compiere quest’azione significa essere in continuo ascolto interiore, poiché una scelta può essere valida solo rispetto al momento in cui viene percepita a livello interiore, nel “qui ed ora”. La scelta deve essere cioè percepita “sempre” nel presente del proprio momento vitale e in questo mantenuta. Naturalmente questo avviene attraverso errori, correzioni e discriminazioni continue. E’ infatti fondamentale lo sviluppo delle capacità di discriminazione tra un’azione fondata sull’ego ed una che è invece espressione d’amore. Ecco perché è estremamente importante l’ascolto interiore: fondare le nostre scelte su motivazioni conscie, desideri più o meno consci, su rappresentazioni mentali di noi stessi, degli altri e dei nostri obiettivi, non può che fallire il compito in quanto per far ciò dovremmo già aver pienamente risolto il nostro inconscio e avere anche sotto controllo i fattori a livello globale che concernono la nostra scelta e la nostra conseguente azione. In pratica significa che dovremmo essere Dio, e se crediamo di esserlo, tradiamo il Suo Amore e noi stessi, quindi è pura illusione e falsificazione. L’errore del nostro passato è tutto qui: nel crederci capaci di agire senza il Suo fondamento, nella presunzione di poter esistere senza il Suo amore, di poterci dare la nostra realtà senza il suo sostegno. Questo è il profondo tradimento che compimmo e tuttora compiamo, tradimento di ciò che più profondamente eravamo, siamo e 2


saremo. Quindi concludendo è solo con l’estremo sostegno del Padre che possiamo agire, anche perché sua è l’energia, sua la direzione e suo il risultato. Nostro è solo lo sforzo di fondarci in Lui, di intuire nel nostro centro le scelte da compiere. Acquisire questo tipo d’azione significa essere tramiti d’energia divina: ciò che è indispensabile apprendere è il profondo stato d’abbandono al Padre, quello esemplificato nella Baghavad Gita con l’”agire senza agire” e che è difficilmente attualizzabile con i mezzi ordinari. “Agire senza agire” significa agire come se agisse Dio, quindi con amore e per amore. L’amore è intuizione d’unità, risoluzione dell’inganno della separatività, unità polare senza annullamento nell’altro, espressione di sé nella propria nota fondamentale. L’amore è senso d’unità a livello intuitivo e quindi spirituale nella differenziazione a livello di coscienza, la coscienza è autorappresentazione. E’ indispensabile agire non per un risultato, ma per Amore, per volontà di fondarsi nella realtà del Padre, per essere amore nell’Amore. Se noi compiamo un’azione in vista di uno scopo non siamo comunque fondati nell’amore poiché questo deve essere e può essere il solo scopo delle nostre azioni. L’effetto è solo dono. Il dono probabilmente arriva sempre, perché il Padre vuole la gioia della sua creatura, ma esso arriva nel tempo e nello spazio del Padre ed egli tiene inoltre conto del campo intero, quindi il quando e il come gli effetti della nostra scelta si manifestino è mistero divino, mistero d’amore. Occorre attivamente direzionare la propria globalità (non solo lo spirito, ma anche tutto il complesso energetico che da questo emerge) nel Cuore di Dio. E occorre dimenticanza di tutto – ovviamente come si sa fare – per incentrarsi in Lui nel profondo silenzio della mente. Ma occorre anche avere un profondo senso di Fede nell’atto e nel suo Destinatario. E occorre anche mantenere questo silenzio attivo con la massima purezza, pace e serenità possibile. Far tacere la mente è possibile solo affidandosi a Dio nel cuore richiamandolo in noi. Il silenzio è solo un suo dono. Il Maestro deve agire per liberare l’allievo dal male, ed “incontrare il male non è necessario”, per questo nel Padre Nostro si dice “non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. Se l’allievo fa la sua parte il Maestro può evitargli l’incontro con il male. L’Amore del Padre fa sì che non dobbiamo ripercorrere il nostro tradimento a ritroso, ma che risolviamo i nodi che ci hanno condotto all’allontanamento dalla manifestazione del Padre. Il karma ha pertanto questo significato, e cioè quello che noi possiamo incontrare il dolore del nostro tradimento e attraverso di esso con il Padre scegliamo la nostra realtà e la nostra gioia. E’ indispensabile comprendere quindi che l’incontro con il male può essere evitato, ma il “può” è della creatura in quanto se essa non fa la sua parte, se non 3


porta la propria croce, il Padre non può far altro che riflettergli la sua realtà, o meglio la sua distorsione perché egli vuole evitare alla creatura il dolore, che tra l’altro, è ferita per la Sua Manifestazione, ferita che Lui sostiene e subisce. Il peso maggiore del nostro tradimento, infatti, se lo assume il Padre perché altrimenti sarebbe il nostro annientamento. Come dice quella storia “tu vedi solo le tue orme sulla sabbia, nei momenti più difficili della tua esistenza, non perché ti ho lasciato solo, ma perché esse sono le mie impronte, in quei momenti ero io che ti portavo in braccio”. Così il Maestro non può toglierci tutto il nostro dolore, ma anzi deve rendere evidenti gli schemi e le storture in noi che lo causano, così si fa irrazionale, contraddittorio non perché lo sia in sé, ma perché deve riflettere la nostra irrazionalità e la nostra contraddizione allo scopo di far sì che noi ci rendiamo capaci di fondarci su ciò che è tutto fuorché irrazionale e contraddittorio, ovvero il nostro Sé, il nostro Atman, il Padre in noi. Così quando dice che una sua azione può dipendere da un nostro comportamento e allo stesso tempo dal suo contrario è questo che fa: rende evidente attraverso la contraddizione, “solo mentale”, il nostro stato, per fondarci sull’unica verità e realtà possibili. E’ necessario, infatti, che noi conosciamo la natura della nostra mente, è lei che può entrare in contraddizione se è senza fondamento, essa è, infatti, autorappresentazione di sé, ma se il Sé manca diventa unicamente riverbero infinito di echi. Ecco perché il Maestro fa promesse, le smentisce, egli non dà illusioni, ma rende evidenti le illusioni in noi. Nella nostra esistenza incontriamo eventi e persone che sono l’eco, il simbolo di antichi fatti, antiche esistenze, antichi incontri, li abbiamo traditi e offesi perciò oggi che il Padre ci salva e ci dona la possibilità di rimediare, li riviviamo, probabilmente in minima parte per Amore Infinito del Padre e ritroviamo con il Suo Sostegno la nostra Realtà, il superamento dei conflitti, il giusto significato dei legami presenti nel nostro ambito, il senso vero e profondo della nostra esistenza fondata nell’Amore del Padre. Questa non è davvero l’unica realtà, l’unica manifestazione possibile e farci credere ciò è opera del Demiurgo e nostra responsabilità il crederlo. Cominciare a comprendere queste cose però rende indispensabile centrarsi nella Fede del Padre poiché s’inizia ad intuire la portata del tradimento compiuto e il dolore creato. Il vostro campo vede gli aerei diventare strumenti di sterminio e gli offesi rendersi a loro volta nuovamente sterminatori. Campo che fomenta gli odi, e non è lontano dallo scatenare malattie epidemiche per pura vendetta. A questo punto il Kaliyuga può attivarsi, con effetti oltre ogni timore. E’ necessario che voi abbiate mezzi di difesa sottile, tali da consentire anche quella formale. Non credo che il Kali-yuga sia prossimo. Guai se lo fosse! Ma che i tempi possano rendersi duri, lo temo molto. 4


Quindi, se il vostro stato attuale perdurerà, bene: fatene buon uso. Altrimenti dovrete in breve raggiungere un sufficiente stato di autoprotezione da consentirvi di agire in tutela e in difesa di quelli che Dio vi donerà. Non dovete temere nulla. Dovete avere fede, anche se le cose sembrano negarla. Il Kali-yuga è cominciato un paio di millenni or sono, quando Gesù fu crocifisso. Prima erano in atto le condizioni tragiche ed inique che condussero gli uomini (tutti!) a quell’atto estremo, ma il Padre sosteneva i vostri stati in un modo sottilmente differente, ed essi non erano ancora in un momento probabilmente terminale come adesso sono. Il Kali-yuga è l’emersione di un Karma immenso, che va oltre ogni prevedibilità, e che si è accumulato per molteplici eoni. Comprende la vostra zona e le zone sottili d’interferenza, più di voi coinvolte in quest’evento. La tragica ostinazione di entità del centro di Yesod contro voi nasce proprio dalle situazioni di crisi del loro ambito che sta diventando poco vivibile e sostenibile. Ma esse v’incolpano di non saper fare ciò per cui - secondo loro - siete nati: e cioè sostenerle per la loro vita con le vostre esistenze. Ci sono miti mesopotamici ed egizi, arcaici in modo addirittura favoloso. E tutti dicono che i cosiddetti “dei” fecero gli uomini per usarli a loro placito. Per togliere loro la fatica di esistere. Ma le entità possono essere combattute e vinte, e allora devono mutare. L’unica vittoria è quella che rende amico l’antico nemico, e dissolve per sempre un antichissimo dissidio. 1/01/2003

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IL NODO Il problema dell’esistenza non può prescindere dalle radici sulle quali essa si fonda e dalle vicende conseguenti, determinate tanto dalle nostre scelte che dai nostri abusi. In termini più espliciti, affermiamo che i nostri stati non hanno cause efficienti esclusivamente rintracciabili in questa vita, ma fattori che risalgono ad un passato assai incompreso, esteso e difficilmente intellegibile in generale. Questa proposizione si ricollega al noto concetto induista di karma, ma con ulteriori e precise specificazioni, la principale delle quali è questa: sussistono nel presente “nodi” che esprimono “rapporti” costituitisi in tempi più o meno remoti (e perfino remotissimi), i quali sono gli effettivi portatori di molti squilibri genericamente attribuiti al caso (nome che in genere diamo a tutto quello che non comprendiamo), e che provocano appunto l’emersione karmica o “meccanicamente” – nel caso di karma generale – o per aliena volontà di potere, possesso e perfino vendetta. Possiamo ulteriormente specificare che il cosiddetto karma globale implica sempre la nostra responsabilità diretta, originata da atteggiamenti ed arbitri che sono rifluiti nel continuum esistenziale con effetti scompensanti e ben oltre le nostre supposizioni. Possiamo anche affermare che il karma generale è il quadro portante di quello più precisamente individuale, reso possibile ed attivo proprio dal contesto in cui effettivamente emerge. Il karma manifesta sempre un rapporto di per sé sbagliato: in senso verticale, è un arbitrio nei confronti del Primo Fattore Causale; in senso orizzontale, in quelli del nostro “prossimo” e dell’Interità. Notiamo che un atteggiamento erroneo provoca sempre la reazione di quanti ne subiscono l’impatto, i quali a loro volta si rendono autori e protagonisti d’identici errori. Per conseguenza s’origina una catena di cause ed effetti, che non tarda troppo a legare tutto l’ambito esistenziale in una fitta e pressoché inestricabile rete di disagi ed infelicità. Il karma è mente, ed esige per la sua costituzione e per il successivo affioramento l’attività mentale: o “passiva”, nel senso che ne subiamo l’impatto per una colpevole inadeguatezza a difenderci, o “attiva”, quando noi stessi diventiamo gli artefici d’attività scompensate, riferite all’ego e quindi produttrici di nuovo karma. Se analizziamo la nostra condizione presente, possiamo conferirci con il cosiddetto “senso comune” (considerato in genere e a torto “buon senso”) motivazioni imperfette e provvisorie, la cui evidente inadeguatezza provoca frustrazione, delusione, cinismo e - spesso - volontà di rivalsa. In genere razionalizziamo l’esistente nei modi più differenti, fraintendendolo: così come insegna tanta parte della storia del pensiero filosofico e delle vicende concrete. In 6


effetti, soltanto con un processo iniziatico che recuperi i Princìpi e la concreta presenza dell’Istruttore atmico possiamo ritrovare la nostra esatta posizione dei confronti della Realtà, dissipando progressivamente (e molto faticosamente) gli innumeri “veli di maya” che l’offuscano. Qui, presto o tardi, emergono i fattori causali della nostra insufficienza, che si puntualizzano sempre in rapporti intercorsi imperfettamente con altre personalità del campo esistenziale, creando antagonismi feroci, incomprensioni ed aggressività. Insistiamo nel sottolineare che l’insieme di questi rapporti costituisce l’origine del “nodo karmico” da sciogliere, e qui facciamo alcune puntualizzazioni. La causante originaria è remota e remotissima, ed è simboleggiata con quella caduta principiale esemplificata nei miti tradizionali sotto diverse simbologie. Il testo veterotestamentario è, a questo proposito, quello più esplicito ed eloquente, se ben inteso. Possiamo precisare che il nodo s’individua nella frattura del nesso polare (ai vari livelli in cui è configurabile) fra le personalità del campo, e che questo typos, se non risolto, si perpetua incessantemente nel tempo/spazio e fino ai nostri giorni. Questo discorso contiene un’implicazione: il nodo possiede sempre una qualifica d’eros (generica o puntuale), tanto incisiva quanto deviata. Ed allora il problema è – come sempre affermammo – il recupero dell’esatta intelligenza del principio polare, che ha come presupposto l’individuazione delle personalità che sono state effettivamente in tale rapporto con la nostra vita, e che per questo hanno o possono avere precise interessenze con questa stessa attuale. Il problema è difficile, perché è – come sappiamo – intercorsa una scissione, una frattura tanto nel nostro ambito interiore che in quello dell’Interità, e ciò che era armonioso e contiguo si è reso ostico e lontano. In generale possiamo considerare che le personalità in concreto e reciproco rapporto polare (anche se ridotto a virtualità) “s’inseguono” nell’arco lungo dello spazio e del tempo, rinnovando purtroppo le cause del dissidio: anche quando esse sussistono in universi autorappresentativi effettivamente differenziati, ma che a livello mentale sono o possono essere interagenti. Quanto abbiamo esposto ci suggerisce che il nodo ha dunque le seguenti caratterizzazioni: A) manifesta sempre un contenuto erotico deviato; B) costituisce un typos costante, capace di riprodursi se non è dissolto nelle sue causanti; C) è mente, e quindi è anche “rapporto” con altre menti, non importa se dimensionalmente “lontane” o appartenenti a persone che ritroviamo nel nostro ambito comune. Cosa ne possiamo, ora come ora, dedurre? Innanzi tutto, che la soluzione del nodo è il superamento della caduta principiale e di tutto quello che essa ha cagionato nelle epoche successive; ed inoltre, che quest’esito, implicando l’incontro in condizioni difficili o precarie con altre personalità, è osteggiato ed arduo da ottenersi, e con prospettive anche non attuali. Infatti, la situazione delle entità rinserratesi in questo karma può esigere non tanto l’odierna ricostituzione d’antichi rapporti, quanto la loro scissione in senso esoterico e costruttivo, e cioè in vista della rinascita (ma quando?) delle vere personalità. Questo è problema iniziatico ed operativo, e quindi 7


non ci dilungheremo. La soluzione del nodo karmico così definito è fondamentale per l’esistenza nostra come del campo generale, e costituisce la profonda motivazione dell’evento cristico nella storia particolare e in quella globale dell’Interità. L’individuazione dei protagonisti del fattore polare è cosa specificatamente esoterica, che non può essere tentata senza un effettivo Maestro atmico e che in ogni caso esige tempo, sacrificio e costanza. In tal modo ritroviamo la necessità della vera Fede, e del conseguente mantenimento del sentiero che oseremo intraprendere. Sempre. 24 agosto 2003 A grandi linee, i fattori interferenti nel nostro ambito possono essere considerati il pleroma della caduta in questa dimensione formale. Questo pleroma si colloca poi a differenti gradi d’autocoscienza, che nell’insieme costituiscono una piramide gerarchica rovesciata, nella quale le personalità più oscurate si sono collocate al vertice del potere e del dominio. Valutando quest’insieme più dettagliatamente (ma sempre con grande approssimazione alle situazioni concrete) identifichiamo una vasta area completamente ostile all’idea di Dio e d’integrazione armonica fra entità esistenti, e conseguentemente una prevalenza involutiva gravissima e degenerante. Qui le personalità assumono qualifiche pressoché diaboliche (in effetti si sentono esse stesse “dio”), e la loro intromissione nella nostra mente provoca gravi effetti anche d’ordine fisico. Oltre queste zone sussiste però un ambito alquanto equivoco, formulato da entità che pretendono d’essere e di mantenersi in ideazioni razionalmente elevate, che sovente non escludono l’idea di un Dio supremo e remoto, in genere non interferente con le zone formali. Questa concezione è fortemente intellettualistica ed astratta, e nuovamente osserviamo che manca del tutto l’intelligenza della presenza divina nella Manifestazione, e conseguentemente l’intelligenza dell’amore. Dio è in genere considerato in una visione dualistica e separativa: esiste un universo formale e un “fattore” di potenzialità o di creatività remoto e incomprensibile, che non si prende alcuna cura del primo. Dio è talvolta giudicato un immenso “potere” imperscrutabile, che è tuttavia la base del potere individualistico capace d’imitarne la totale arbitrarietà: la quale così reperisce una sua “giustificazione” razionalistica. Queste aree vogliono assumere una configurazione “giusta” ed “illuminata”, e talvolta (non sempre!) appaiono tali. Tuttavia la base che si danno è deviata, e la loro struttura egocentrica le conduce inevitabilmente, quando sono contestate, ad un durissimo irrigidimento ed ad una conseguente involuzione. In un processo esoterico che voglia risolvere il problema esistenziale nella luce di Cristo queste aree si rendono più o meno velocemente ostiche o nemiche, fino a confondersi con quelle più decisamente oscurate. Dove è, allora, il Regno? Il Regno esiste, ed è splendido: ma è costituito solo da quelle personalità che hanno risolto a fondo il problema del rapporto con Dio in un’ideazione di vero amore. Che hanno, in termini espliciti, risolto il dramma della caduta ed intrapreso la via del ritorno la quale, superando l’oscurità di Yesod, s’indirizza alla Sephirah Tiphereth e, alla lunga, la realizza. Noi siamo certi che non esista altra metodologia o 8


sentiero fuori di quello fondato sulla volontà creativa del Padre e sul Suo amore. Finché le entità - per potenti o generalizzanti che siano le loro facoltà - non si collocano in quest’ottica, sussiste l’arbitrio della caduta: magari sotterraneo e insidiosamente larvato. Ma sussiste. Così il miste che voglia superare la propria lontananza da Dio finisce con lo scontrarsi con l’antinomia dei cosiddetti “campi sottili”, e la sua rinascita implica sempre il loro superamento. Che il processo esoterico implichi poi un beneficio per le personalità che s’incontrano è certo. Tuttavia è immensamente problematico rendere quest’effetto attuale nel nostro tempo odierno perché, in effetti, l’abisso è quasi incomprensibile nella sua vastità e interdipendenza e la sua risoluzione comporta sempre un atto di scelta della creatura. Difficilissimo, in queste condizioni. In sintesi, infrangere l’opposizione dei campi decaduti si puntualizza nel loro affidamento al Padre, alla Sua Misericordia che tuttavia qui assume la configurazione della Giustizia e del Rigore: ma come espressioni limitari del Suo amore, e non come la soluzione di un rigido atto di riequilibrio (occhio per occhio e dente per dente, insomma). Nessun’illusione nell’allievo di Cristo: occorre solo il mantenimento dell’ascolto interiore nella fede, e la precisa volontà di essere con il Cristo in tutto il divenire della sua esistenza. Null’altro serve, qui. 24/08/2003

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IL RITO

Spirito – Idea – Forma Accenniamo brevemente ad un problema che investe con molta continuità la ricerca esoterica, la quale non deve né essere semplicemente conoscitiva ed intellettuale, perché esige di concretizzarsi in atti ed effetti precisi. Il rito, nell’ipotesi che consideriamo, è sempre azione teurgica che si fonda sull’Energia basale, ossia sull’Amore del Padre. Quest’indicazione ci suggerisce già la consistenza personale e le strutture spirituali ed ideative che devono essere poste alla base d’ogni ritualità, e che esigono sempre e comunque il risveglio (sia pure imperfetto e parziale) del Centro atmico. Come abbiamo molte volte affermato, questo stato si basa sulla nostra capacità d’amare e sulla conseguente fede nel Principio che la conferisce. La “Fede” è l’empatia profonda con il Divino e puntualizza la Sua presenza nella nostra vita. La Fede tuttavia, di per sé, non è sufficiente a determinare immediate modifiche nel piano esistenziale che in casi particolari e specialissimi nei quali consente l’intervento diretto del Maestro, e la Sua azione. Nella normalità esoterica quest’effetto è ottenuto con la nostra precisa, consapevole e puntualizzata attività, confermando in tal modo il rapporto che informa nel piccolo e nel grande il divenire dell’Adam: rapporto d’alleanza con il Dio creatore e non di semplice soggezione dell’ente emanato all’Emanante. Questo rapporto si colloca sempre ai quattro quarti della realtà manifestata: implica lo Spirito, la Mente, l’Energia e la Forma, e possiede la consistenza tipica della guaina che lo specifica. Ovviamente la forma per noi più densa e tangibile è quella che determina il nostro campo fisico ed oggettuale, ma esiste forma in ogni momento ed aspetto dell’esistente. Perfino lo Spirito (che è per propria natura “informale” o meglio pre-formale) assume per noi una qualificazione tipica che possiamo esattamente configurarci come delimitazione di contenuto e susseguente rappresentazione coerente. “Forma” dunque, anche se differente da ogni altra. Queste considerazioni ci consentono di precisare che il rito è sintesi di spirito, ideazione rappresentativa e forma; e che quest’ultima è necessaria all’esito prefiguratoci. In termini diversi, l’effetto dell’atto teurgico è poco appariscente o irraggiungibile se manca una precisa ideazione che lo concretizzi in atti ben indirizzati e sostenuti dal meditante, se manca un’attività (che è naturalmente autorappresentativa) capace d’indirizzare obbiettivamente energie concrete in formulazioni sufficientemente individuate ed esatte: formali, dunque. 10


Comprendere questo postulato non è tuttavia facile, perché la sua intelligenza implica l’esperienza, senza la quale non possiamo darci i necessari strumenti intuitivi e concettuali che sono la base della discriminazione mentale: quella che genera la normale autorappresentazione. Infatti, anche se non appare, noi percepiamo l’esistente in sintesi spirituale che immediatamente analizziamo con l’intelletto e la mente. Il procedimento è talmente usuale e rapido da non averne in genere conoscenza. Ma tant’è. La vita si specifica e si comprende innanzi tutto tramite la guaina spirituale, e soltanto successivamente con quella mentale ed intellettuale. Ne consegue che se la prima guaina è carente od offuscata ogni successiva discriminazione risulta imperfetta o addirittura allucinatoria e – per tornare al nostro assunto – l’attività magica e teurgica si dimostra allora improponibile o illusoria, con possibili esiti tanto impreveduti quanto temibili. Conferirci gli strumenti dell’azione sul piano sottile (spirito e mente, soprattutto), che siano capaci di tradursi su quello formale ed oggettuale, è compito essenziale del Maestro, del Testimone interiore. Il quale, per ottenere tanto, necessita della nostra empatia ed attività. L’empatia da sola, infatti, è in genere “sintesi” che esige una conseguente analisi per collocarsi fattivamente nel nostro divenire. Un atteggiamento strettamente devozionale e passivo nei confronti del Divino può, infatti, avere (e se sincero ha) esiti rilevantissimi dal punto di vista spirituale ed etico, ma trova ostacoli a tradursi come dovrebbe nel campo formale. Per ottenere quest’indispensabile effetto (necessario anche in una prospettiva generale) occorre prioritariamente sapere i modi ed i termini propri dell’azione, e compierla poi con precisione. Ricordiamo ancora una volta la fondamentale regola dello “agire senza agire”, che ci libera dal karma e che, dissolvendolo progressivamente, ci consente una vera libertà nel nostro ambito vitale. “Rito” è tutto quello che si compie con l’intelligenza dell’Amore, il quale è insieme trascendente ed immanente. E’ l’amore del Padre ed il nostro stesso amore, comunque esso sia indirizzato; ma, ovviamente, deve essere veramente “amore”. Qui la discriminazione è difficile perché noi colleghiamo spesso a quest’idea e a questa parola contenuti che d’amore non sono, e che spesso implicano pesanti affioramenti egotici. Le conseguenze sono il fraintendimento delle nostre situazioni e delle relazioni che intratteniamo con il campo esistenziale, sia esso “sottile” o “denso”, ossia percepito con i comuni sensi. Sottolineiamo che in tal caso non possiamo certo configurarci una nostra capacità operativa rituale e teurgica: il rito esige sempre la purificazione interiore, che è poi decantazione della mente conscia ed inconscia da tutte le stratificazioni – anche karmiche – che contiene. Insistiamo: la purificazione delle tendenze è indispensabile, ma è anche propedeutica all’azione particolare, indirizzata ad un fine lecito e possibile. L’azione è impedita senza la preventiva purificazione, ed essa deve puntualizzarsi in una coerente capacità operativa, concreta ed effettiva, secondo gli stati in cui si colloca. Per esempio, il rito che tende a liberarci dal karma preterito (lasciato indietro), comporta esiti che sono (in apparenza) avvertiti soltanto dall’agente, e che risultano sconosciuti al normale prossimo; ma ha comunque effetto sui piani sottili. E talvolta 11


con rilevantissima incidenza. Un altro caso è quello del rito che cerca una sapienza del Reale e della Sua incidenza nel campo oggettivo. In quest’ipotesi l’interiorizzazione implica l’attivazione della guaina spirituale a profondo livello, e poi di quella mentale in coerente e continuo processo. Quest’attività è necessaria per la vita personale e generale, comunque la si consideri. In sua assenza, il decadimento può essere lento ed impalpabile, ma determinerà sempre condizioni d’esistenza difficili o precarie. La forma spirituale del rito determina l’emersione di forme coerenti nell’intelletto-mente, e queste sono gli strumenti che attivano ed indirizzano le energie sottili e poi grossolane, consentendo l’opera teurgica e pratica. Occorre considerare che l’analisi discriminante individua momenti i quali sono semplicemente aspetti di un’attività unitaria, la cui comprensione è – più che utile – necessaria. Sottolineiamo quindi che ogni analisi presuppone una sintesi, e che ogni specificazione implica un’unità basale: nel “piccolo” e nel “grande”. Lo svolgimento concreto del rito accade nello stretto rapporto dell’allievo con il Maestro atmico. E con nessun altro. Questo rapporto deve essere voluto secondo i princìpi iniziatici acquisiti nel processo di risveglio, e richiede d’essere mantenuto costantemente, anche oltre i termini specifici della singola azione rituale. L’immanenza del Divino deve costituire la condizione percettiva normale per l’allievo che percorre il sentiero, così come la consapevolezza della Sua trascendenza. Queste sono acquisizioni che accadono nella ricerca esoterica e non altrove, e costituiscono le basi dell’iniziazione. Le “porte” che contraddistinguono i singoli passaggi da uno status ad un altro hanno guardiani, i quali sono poi – tutti! – lo Specchio in cui ci riflettiamo. Ed allora il superamento di questi ostacoli, in genere imprevisti ed imprevedibili, esige il sostegno fattivo ed attuale del Maestro, la Sua presenza attivamente percepita dal discepolo. Qui ancor più che altrove la “alleanza” assume un significato specificatamente fattuale ed ineludibile: non si raggiunge il proprio stato reale senza la Realtà. Concludiamo ripetendo che le concrete modalità dell’attività teurgica sono frutto di questa “alleanza” costante fra il nostro “sé” ed il “Sé” trascendente, che si colloca tuttavia nel nostro Centro atmico; e che esse si specificano caso per caso e secondo le esperienze che l’Istruttore conferisce all’allievo. Il problema pratico e principiale è dunque l’individuazione del vero Maestro del cammino, che è sempre con noi sia nel bene che nel male che compiamo, ma che abbiamo dimenticato. Il risveglio è ricordarci di noi, di quello che fummo e che, nonostante tutto, continuiamo ad essere; che saremo un giorno anche nella nostra consapevolezza. Amare è ricordare. 9 ottobre 2003

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L’ESOTERISMO OPERATIVO L’esoterismo operativo è insieme il banco di prova delle idee acquisite e la necessaria esperienza d’aspetti sottili del reale. Conseguentemente l’azione soterica, o magica o teurgica, ha molti scopi, non ultimo dei quali quello formativo d’adeguate personalità. Precisiamo che è azione teurgica in senso stretto quella che s’avvale dell’Energia primaria, e cioè propriamente divina; è azione magica quanto utilizza forze e valenze proprie delle creature, le quali ne sono depositarie e possono quindi farle fruttare. Noi intendiamo servirci soltanto dell’Energia primaria, ossia agire nel Nome e nel Segno di Dio. Perché? Perché l’involuzione controlla troppo da presso le energie del nostro ambito esistenziale, e questo fattore può determinare l’insorgenza di rischi non facilmente prevedibili, e molto sottili. All’opposto, con l’energia divina questo non accade mai e per nessuna ragione; ma la teurgia rappresenta anche la più difficile prova che un allievo possa incontrare. L’Energia basale, infatti, esige la purificazione delle tendenze tanto consce che inconsce, il ché significa compiere un “viaggio” entro il proprio mondo più intimo alla ricerca del Cuore e del Valore. Ovviamente, il Maestro può richiederci soltanto una serietà d’intenti ed attività consone al nostro stato attuale d’emancipazione; e quindi deve sostenerci quasi completamente, in principio, allentando l’interferenza proporzionalmente ai nostri effettivi progressi. Tuttavia Egli mira sempre a far sì che noi stessi sappiamo renderci "nostri maestri", e che nel Segno divino sappiamo apprendere molto con le nostre specifiche forze. L’azione è duplice: è interiore ed esteriore, e la seconda (che è anche la più appariscente) richiede sempre la prima. Conseguentemente ci è necessario apprendere innanzi tutto le condizioni dell’operatività esatta in modo teorico, e in seguito renderle nostre così come l’Istruttore stesso ci indicherà. Il primo passo è il “sentire” il proprio centro cardiaco, ma “sentire” non è per niente visualizzare, “Sentire” è percepire qualcosa che è oltre, che è immanente ed insieme trascendente, e che può essere solo amato. In effetti, “sentire” è amare con il proprio Sé: è provare amore, voler amare localizzandoci nel Centro cardiaco. Questa tecnica è attualizzabile soltanto nel sostegno divino, più in là d’ogni esercizio o tentativo d’ordine differente. Esige la ferma volontà, la costanza ed il mantenimento della direzione spirituale intrapresa, checché accada. C’è una 13


concomitanza fra la nostra fatica e quella di Dio, che ci vuole fuori del presente stato. C’è quella “alleanza” così fraintesa nella storia fra Dio e l’Uomo: alleanza d’amore, d’empatia e di fiducia. Per agire nel Centro cardiaco occorre la FEDE, e l’intelligenza della Fede. Cosa è, allora, la Fede? E’ il rifugio, la fermissima forma interiore che ci avvicina al Padre, l’assenza di qualsivoglia attaccamento al relativo ed anche nelle specie di un risultato auspicabile. La Fede puntualizza la fiducia del figlio nel Padre, oltre ogni idea, ogni timore od ogni supposizione. Il Maestro ha già esposto altrove questi principi, e conseguentemente rimandiamo il lettore a quelle parole. Con la Fede (che è sempre a livello atmico e quindi non mentale) noi potremmo utilizzare qualcosa anche nel presente e, con tempo, renderci assai più liberi. Questo tuttavia accadrà soltanto se noi, non irretiti dal potere magico ed egocentrico, saremo insieme distaccati e purificati. La libertà dell’attore teurga non è comprensibile per chi non ne abbia una qualche esperienza, e conseguentemente il Maestro ci deve condurre al nostro limite di libertà, per ampliarlo nel corso del processo soterico. Parlare di Dio è facile, dirsi che Lo si ama è alquanto semplice, in apparenza. Trovarsi concretamente nel Suo amore, nel Suo potere d’amore, è cosa sconvolgente per chi non sia in giusta misura preparato. Accadrà solo se lo vorremo davvero, e tali ci valuterà: ed allora Egli ci darà molti doni che – notiamolo attentamente – non sono il compenso per le nostre fatiche ma un atto libero, spontaneo e completamente gratuito del Cristo. Se il Padre pesasse le nostre anime nel Suo modo di Giustizia, nulla potremmo ricevere se non il senso della nostra caduta. Ma il Padre pesa con la bilancia dell’Amore, e non guarda il passato (estremo o recente, e sovente immensamente oscuro) che gli abbiamo imposto. Egli guarda il presente, sempre. Siamo al dunque: con pesante fatica i campi yesodici sono stati smembrati, e moltissime formulazioni di potere involutivo allontanate. Moltissime però, e non tutte: una su mille può – ora come ora – considerarsi sufficientemente consapevole da ammettere la sua permanenza nel nostro ambito. In tal modo sussiste la presenza di un modestissimo numero d’entità sephirotiche indirizzate in questo vettore esoterico, molto in difficoltà per l’enorme distanza spirituale che ci differenzia. Precisiamo quindi un principio interpretativo fondamentale nell’esoterismo teurgico: non esiste alcun metodo che possa prescindere – se operativo – dalle Potenze Elementali, le quali hanno la capacità d’indirizzare le correnti energetiche grossolane e sottili del piano manifestato. Certamente l’Istruttore potrebbe metterci in rapporto con altre zone, molto più facili, belle e buone. Perché, allora, non accade? La ragione c’è, ed è assorbente: Egli deve salvare tanto noi che le figlie oscurate esistenti in altri piani, e deve ottenere un tale risultato con un unico atto soterico, capace di riscattarci da un reciproco debito riconducendoci (in potenza o in atto) nel Regno di Dio. Conseguentemente noi dobbiamo risolvere il problema della “caduta”, che è 14


personale ma che è anche del nostro vero campo globale, comune e “sottile”. Le entità condensatesi in Yesod hanno con noi nessi arcaici, ed impersoniamo in qualche modo il loro passato, il presente e – auspicabilmente – il futuro. Per logica conseguenza, noi dobbiamo agire con loro in un comune vettore iniziatico, che da Malkuth (la quale è anche la loro Sephirah!) conduca a Tiphereth, sotto il sole di Kether. Yesod, in altre parole, deve risolversi in Tiphereth e recuperare in tal modo il proprio cuore reale, il Sé. Quando tutto questo accadesse, noi avremmo un quadro approfondito del Mondo manifestato, dei Sentieri e delle Sfere di vita che racchiude. Non potremmo essere più che stranieri nel nostro ambito presente, in questa attuale dimensione planetaria: ma stranieri che sono portatori di luce. Stiamo attenti: è cosa ardua portare questa Luce in tenebre che s’addensano ogni giorno di più. Il tragitto iniziatico deve renderci capaci di tanto, e per questo è insieme lungo e rigoroso. Ma è anche la sola speranza per tutti quelli che amiamo, figli o parenti o amici: compagni di cammino mai casuali. Noi dobbiamo far sì che essi non si condannino ad un’indefinita trasmigrazione nel samsara. Poi, c’è l’utilizzo dell’Energia anche per nostro sollievo, per gioco d’amore, per insegnamento di gioia e di letizia: Dio ama la Vita, tutta la vita che s’affida a Lui, e di questo – necessario più che mai, adesso – parleremo ancora. Dio ama, non è che Amore. 28/08/2003

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MAGIA E TEURGIA In questo contesto vogliamo considerare alcuni presupposti dell’azione “magica”, tenendo ben presente che qui, per “magia”, intendiamo l’operatività fondata sull’esatto rapporto con il Divino, e che – per noi – “magia” equivale dunque a “teurgia”. L’azione è necessaria e fondamentale tanto per fornire utili concettualizzazioni alla mente, tramite l’esperienza di sé e del campo, quanto per cooperare – nei limiti che ci sono ora concessi – allo svelamento dell’Idea divina, e cioè all’attualizzazione della volontà di Dio. Presupposti dell’azione sono il distacco dagli esiti, i quali devono essere COMPLETAMENTE affidati al Padre: Egli, infatti, “sa” come si configura il Campo e quali le capacità ed i limiti che presenta. La nostra intenzionalità, per altro necessaria, è insufficiente a cogliere gli innumeri nessi che collegano un qualsiasi dato, un fattore dell’esistente, ad ogni altro; pertanto solo la Sapienza può e vuole agire – nel rispetto delle nostre scelte – per il conseguimento prossimo o remoto del suo Fine. Occorre anche ricordare che il campo si definisce nel Continuum divino, e che di conseguenza il Padre è insieme trascendente ed immanente. Questo fatto comporta che la nostra ideazione (similmente a quanto è implicito nel concetto di Heka dell’antico Egitto) deve rappresentare, se vuole essere giusta, una vera coerenza con il Divino e potersi quindi richiamare a Lui perché possa rendersi “forma”. Forma che compare, che si svela nell’ambito dell’esistente, modificandolo in molte guise: anche “sottili”, e nascoste alla nostra comune visione; che dunque devono essere considerate dal Maestro nelle loro più sottili implicazioni tanto positive che negative. Infatti, un atto che modifichi la direzione vettoriale attualmente attiva possiede effetti vicini ed echi lontani, i quali possono anche rallentare ed impedire la dinamicità dell’insieme, in alcune o in tutte le sue qualificazioni. Questo spiega perché molte volte l’esito di un’intenzionalità teurgica riesce differente da quanto ci si poteva aspettare. Il Maestro prende in considerazione il Bene reale, e la nostra volontà positiva che cerca di renderlo “forma” e che è elemento fondamentale e fine stesso dell’azione. Egli conduce a compimento questo Bene, impersonalmente: anche molto oltre, nello spazio e nel tempo, le nostre previsioni ed aspettative e senza mai sopraffare le scelte che ne costituiscono la base. 16


In effetti, il vero agente dell’attività teurgica è sempre l’Amore, la sua immanenza protettiva e salvifica sul piano manifestato. L’amore di Dio in noi e di noi “in” Dio. Cosa dunque rimane all’operatore teurgico, in questo contesto? Rimane la parte più delicata, più propriamente sua: quella che si puntualizza nell’individuazione dei vettori che vanno energizzati in vista di un risultato, il quale abbia insieme un valore obiettivo (generale) e uno soggettivo, personale. Resta la scelta – fra essi – dei più opportuni ed attuali; ed inoltre gli appartiene completamente la decisione di mantenere la direzione così intrapresa, e di affrontare conseguentemente le inevitabili resistenze che il Campo – sempre inerte e sovente molto involuto – non manca di opporre. Il campo, infatti, è, per definirlo con un appropriato termine tecnico dell’Oriente, alquanto “tamasico”. In altri appunti abbiamo esaminato le qualificazioni della scelta, e ad essi rimandiamo il lettore: ricordiamo comunque che la scelta vera implica sempre l’empatia con il Continuum divino, perché si definisce nel confronto interiore con lo specchio dell’anima, l’Atma, il Testimone definito da tanti testi yogici. “Lì” c’è l’imponderabile vastità delle potenzialità prossime e remote suscettibili d’attualizzazione, e “lì” l’amore della creatura per il Creatore consente l’individuazione – spesso molto difficile – del giusto cammino. “Scegliere” in questo contesto è cosa di non semplice enunciazione, perché tutto accade in ambito che genericamente possiamo definire pre-formale, e che soprassiede comunque all’organo discriminante e concretamente rappresentativo che è la “Mente/Intelletto/Io”. Non che, al livello dello Spirito, sia assente una particolare specie di “forma”: esiste, perché la creatura è sempre e comunque limite, ed il limite implica la definizione, che costituisce appunto l’aspetto formale nella continuità esistenziale. Eppure, per la nostra esperienza, la scelta esatta è nel suo primo apparire priva di una forma percepibile, perché non è oltre il Limite in sé, ma certamente oltre quello della zona mentale in cui avviene la discriminazione. Questo è normale almeno finché l’iniziazione non conferisca una più alta e precisa capacità percettiva del profondo, nella quale possiamo cogliere, ascoltare e perfino “vedere” le forme dei contenuti spirituali in emersione, secondo le nostre nuove possibilità. Inoltre la scelta è il fattore ontologico che distingue l’ente creato dal suo Creatore, perché esprime una LIBERTA’ delegata, donata per determinare il processo di svelamento dei contenuti dell’Idea di Manifestazione. Come fu puntualizzato nell’ermetismo di tradizione egizia, tutto è Mente, intendendo così che tutto è autorappresentazione del Sé spirituale, nei suoi rapporti interiori con il Principio ed esteriori con il Campo che è sempre estrinsecazione dell’identico Principio. Ne consegue abbastanza agevolmente che la stessa Mente è Spirito nel suo momento analitico e proiettivo, e che anche l’energia ed infine il corpo fisico sono Spirito, in quanto definizioni dello strumento interiore ai fini dell’azione e del contatto con l’altro. L’ALTRO: e cioè il Mondo che ci circonda, di cui siamo parte e 17


che ci evidenzia ora e qui. Se tutto è mente, ovviamente tutto è Vita, perché la mente è l’organo di conoscenza e di direzione di chi è vivente: Cosa accade, allora? Accade che quando noi formuliamo ideazioni, vettori operativi e le conseguenti azioni entriamo in diretto contatto con altre Intelligenze, le quali come noi si servono della mente per autodefinirsi ed agire. La natura di queste Intelligenze è molteplice. Alcune sono molto elevate e globali, altre assai puntualizzate e definite nelle loro funzioni. Alcune sono assai evolute nel Regno, altre – al contrario – fortemente involute. Ma tutte rappresentano nei loro limiti un atto della volontà di Dio, e tutte sono ontologicamente “Dio in Dio”. Quest’ultima considerazione implica molte cose: che l’azione teurgica deve essere (come abbiamo sempre detto) impersonale, in vista di un bene comune. Implica inoltre che il potere ed il possesso egotici, particolaristici ed incentrati sul solo organo di riferimento e di direzione attiva (l’Io) anziché sul Sé impersonale costituiscono un arbitrio, grave e foriero di tutti i mali, se è mantenuto. L’azione deve essere sempre impersonale, e coerente con l’intenzione del Padre. L’azione conseguentemente esige una costante empatia d’amore con la Misericordia di Dio, il Cristo, della quale energia noi ci serviamo, per così dire. Qual è, in questo contesto, il vantaggio individuale della creatura? E’ enorme, è realissimo. E’ quello di rendersi – conformemente all’atto emanativo principiale – “modalità” del Padre, e quindi porsi nella Sua intenzionalità e nella Sua gioia molto concretamente, ogni volta che l’esito del processo si definisca nel globale e nel particolare. Possiamo chiederci se l’attività teurgica, così evidenziata, debba essere considerata un aspetto eccezionale o all’opposto normale della nostra esistenza, ed in quali limiti effettivi essa sia esplicata. Diciamo subito che la teurgia, se la vita esprime un esatto valore, è la normalità, e che, in effetti, tutto essendo in Dio, tutto è teurgia. E’ dunque così difficile la vita, così pressante ed imperativa la necessità dell’introspezione da far pensare (magari temendola) alla necessità dell’isolamento, dell’eremitaggio per introvertere le nostre capacità e raggiungere la nostra essenza? Sì e no. Sì, perché l’introspezione è necessaria, e deve essere guidata dal Maestro o cadrà in un inutile intellettualismo. No, perché la teurgia (che è l’estrinsecazione del dinamismo dello Spirito) è – o dovrebbe essere – cosa semplice e spontanea, così come lo sono il respirare ed il cibarsi dei doni di Dio. La Teurgia è, se condotta al suo contenuto più sintetico, ascolto. Ascolto del Sé, del Centro Atmico (l’Atma è il Centro del Cuore, che è poi la Tiphareth della nostra personalità nella simbologia del Glifo). Ascolto che può essere estremamente difficoltoso o impossibile “senza” il Cristo (Gesù, Krisna, Toth), ma che è naturale e spontaneo “con” Lui. 18


Per ottenere questa capacità d’udire la sua Voce occorre tuttavia superare vecchie barriere (i veli di maya), vincere ostacoli interiori ed esterni, antichi e contemporanei. Occorre trascendere in giusta misura la distanza che noi abbiamo frapposto fra il nostro cuore ed il Padre, e che non è solo nostra, individuale: è del globale in cui esistiamo, ed al quale siamo intimamente collegati. Incontriamo difficoltà, così come le ebbe Arjuna quando dovette risolversi a combattere (con Krisna) l’aggressione dei suoi “parenti” ed amici. Difficoltà che ci opprimono, perché nel piccolo e nel grande con esse affatichiamo il Padre nel Suo amore, e per un tempo difficile da essere compreso. Tutto questo indica che la fatica necessaria al recupero delle naturali capacità autorealizzative e teurgiche è grande, e non può essere superata che con il Fattore di Realtà: Kether, o Brahma o Cristo, comunque Egli sia nominato. Il “Fattore di Realtà” può essere raggiunto e realizzato solo con il Suo stesso amore, che si esplica nel Suo sostegno. L’Amore ed il Sostegno del Padre sono il Cristo, il Figlio Unigenito che è appunto il Ponte fra l’Assolutezza emanante e la Relatività emanata. Ponte ontologico, come abbiamo indicato. E cosa implica di particolare tutto ciò? Implica che il Padre, l’Amore dell’Assoluto in Cristo, è il fattore connettivo essenziale che converge l’infinita specificazione del Mondo creato in unità fattuale e coscienziale; e che tutti i rapporti che intessiamo con altri nel corso della nostra esistenza, ed in particolare quelli che ci associano alle personalità più vicine e che più amiamo (il “prossimo”) devono essere sostenuti e vitalizzati dalla presenza divina, in noi ed oltre noi. Il simbolismo egizio corrispondente è quello di Nut e Geb, separati (ricordiamo il mito di Adamo?) ma sostenuti ed uniti dalla costante presenza di Shu; essi sono posti alla base del momento emanativo in Nomi e Forme, e sono interpretabili come gli Archetipi riflessi dal Pleroma Divino: Uomo e Donna viventi secondo la legge ciclica di Polarità. Come abbiamo avuto occasione di analizzare, il Ciclo esprime la necessita, per chi è vivente come “limite”, della sintesi e della conseguente analisi ad opera degli enti fra loro polari, onde pervenire nel piano esistenziale a nuova e più ampia sintesi. Questo è vero per tutta la Manifestazione, soprattutto nel suo aspetto d’autocoscienza direzionale più generale, l’Adam che è Uomo/Donna, polarità in atto. E’, questa, la più alta magia consentita alla creatura, che così si rende elemento d’affioramento e concretizzazione del Piano Manifestante, in nome e per conto di Dio. L’ascolto interiore, naturale e continuo, comporta la spontaneità della vita, perché conduce alla scelta precisa nel momento e nel luogo adatti. La teurgia è ardua se la si codifica in leggi astratte e norme rigide, che ne costituiscono poi il più grave fraintendimento. La Magia è Vita, e deve essere recuperata come tale. Gli esempi che ci provengono dall’antichità, quando la “religione” era teurgia (e qui non alludiamo ai suoi fraintendimenti) ci sembrano eccessivi? Li consideriamo, 19


con veloce sufficienza, poco credibili? L’Egitto, l’India, la Cina, lo stesso Israele mistico, ci hanno mentito? E come onestamente potremmo sostenerlo, senza prima averne fatta una giusta esperienza? Ricordiamo: nulla è nell’intelletto che prima non sia stato nella percezione sensoriale. Con la riserva che la “percezione sensoriale” non è solo “esterna” a noi, ma anche intima, interna. Ne deriva che la concreta sapienza delle capacità, delle cause e degli effetti sono presupposti ineludibili del nostro progresso spirituale e sociale, due aspetti della stessa medaglia; e che l’esperienza esatta è il solo strumento capace di farci procedere positivamente nel Piano di proiezione dell’Idea principiale. Credere che basti affidarsi al Padre rinunciando ad agire nel suo Nome, è grave fraintendimento della Sua volontà, dinamica e vitale in senso assoluto, quale si riverbera nella Manifestazione. L’esperienza consente all’organo dell’autorappresentazione e del contatto d’attivarsi costantemente (in un processo infinito) nell’Infinità di Dio: quanto è più ricco e duttile è lo strumento interiore tanto più elevate e imprevedibili sono le potenzialità che ne emergeranno. Lo strumento interiore è Spirito in fase analitica e discriminante: diremo quindi con la Tradizione ermetica che “Tutto è Mente”, e che – in ultima ragione – Tutto è Spirito di Dio, ed Egli richiede eternamente d’essere “con” noi, al nostro livello concreto, per puro ed ineffabile Amore. Queste conclusioni dovrebbero essere tenute ben presenti, sempre: Dio ci ama, vuole essere “con” noi per Amore. Ed allora è soltanto l’Amore che ci può consentire l’esatta esperienza della Vita e del Padre in Cristo: finché, in un qualche momento senza tempo ed oltre le nostre forme mentali Egli ci consentirà, col Samhadi, d’essere noi e Lui nell’infinità della sua Pace. 15/07/1999

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CRISTO, LA FEDE, LA VIA COMUNICAZIONI ED ISTRUZIONI Il problema che le persone incontrano, all’inizio del sentiero, è specificatamente interiore: esse, normalmente, sfiorano soltanto i nuovi fattori che le circondano ed il significato delle stesse cose che sono dette o comunicate. E’ quindi facile costatare una rimarcata passività nei confronti dei punti più delicati dell’apprendistato, e l’assenza di quell’entusiasmo che – solo – conduce al vero risorgimento spirituale. Le persone dimostrano un certo interesse, ma non sufficiente a tradurre in totalità di vita i principi fondamentali che pure considerano di recepire. Le inchieste su di un aspetto o l’altro della Manifestazione sono utili soltanto se risultano perfettamente centrate sui problemi concreti che s’incontrano nel presente; altrimenti rappresentano un momento conoscitivo che è di per sé privo di vera incidenza sui singoli stati spirituali e mentali, perché troppo intellettuale. La cosa è seria giacché conduce all’incomprensione dei valori e dei simboli nei loro significati più incisivi: la Croce di Cristo, per esempio, ed il tremendo impatto che la “caduta” mantiene sul campo esistenziale – ora come un tempo – e su tutto quello che in esso si definisce. Non viene, in particolare, ben compreso che i problemi non sono di conoscenza ma d’essenza. Non d’intelletto, in altre parole, ma di “essere”. La Croce è simbolo totale. Essa esprime verità sia nel positivo sia nel negativo. Nel positivo, rappresenta l’incidenza dell’Amore sui piani della Manifestazione: evidenzia la congiunzione nel Centro spirituale dei due fattori polari, l’uno ideativo e l’altro esplicativo, così nel massimo livello configurabile che nel minimo. Indica poi la suddivisione del campo spirituale e formale (vale a dire fisico) in quattro quarti che denotano i diversi stati allotropici dell’Amore/Energia, i quali tradizionalmente sono sintetizzati nei quattro elementi fondamentali, dal Fuoco alla Terra. E la Croce implica anche la stabilità contro i movimenti espansivi ed implosivi dei cicli, ora e non nel principio, sconvolti dal male. Inoltre la Croce – quella del Cristo Gesù – puntualizza i sacrifici che Egli affronta per tutelare la Sua creazione, e ci informa drammaticamente di come la “caduta” lo imprigioni nel Suo essere e nel Suo esistere: in questa prospettiva i chiodi alludono all’elemento esplicativo del mondo creato (la femminilità); la corona di spine, le spine stesse, alla distorta “virilità” delle ideazioni che la creatura globale si 21


conferisce; la lancia nel costato è poi simbologia del tremendo tentativo d’uccidere Dio nel Suo stesso atto manifestante, per impossessarsene. Le piaghe del corpo, per concludere questa sommaria descrizione, sono gli infiniti stati di decadenza che i mondi emanati, i cieli delle Sephirah, evidenziano. Tuttavia quello che ora deve essere sottolineato è che l’Uomo globale (Adam) – non virile ma androgine – crocifigge il suo Creatore, e che questo delitto atroce è attuale. Accade dovunque l’amore lascia il posto all’ego, ovunque si scelga il proprio individualismo contro l’Idea fondamentale dell’unione spirituale. All’inizio del processo ciò è – apparentemente – poca cosa; col trascorrere del tempo diventa terrore, angoscia ed estremo dolore. Gli uomini generalmente non sanno nulla sugli stati di condizionamento che esistono, da tempi pressoché immemorabili, nel loro inconscio. Sono stati mortali, indotti da persone che furono nel loro passato e che subirono eguale, tremendo dono. Stati che nel sentiero del ritorno possono e devono essere compresi, e che stupiscono per la loro estensione, profondità ed imprevedibilità. Essi costituiscono zone inibenti, vettori di condizionamento psichico e poi fisico; sono travestimenti dolorosi è generalmente malvagi del vero atto interiore, che è sempre d’amore. Ma come fare per convincere l’uomo “comune” che il suo impegno deve essere totale se vuole liberarsi dal presente stadio d’involuzione, che è sì intermedio fra il Bene ed il male ma proprio per questo è contaminato? Le persone affermano che devono sapere: ed il Maestro sottolinea che occorre “essere” per “sentire” in noi stessi la verità delle cose, per discriminare esattamente quello che è veritiero da quello che è falso. Se la gente si trastulla tristemente con le proprie istanze, con i loro pseudoproblemi (tipo gelosia, tipo insoddisfazione, tipo negligenza verso valori essenziali) essa è la vittima consapevole ed inconsapevole dell’incombente dolore. Coloro che, al contrario, affrontano il sentiero del ritorno, possono superare questo stato nefasto ed insieme assumono una particolare responsabilità nei propri confronti e in quelli del maestro, perché possono affrontare gli stati involuti ben più concretamente ed incisivamente. Tuttavia molti – potenzialmente iniziandi – restano oscurati perché vogliono ignorare le enormi implicazioni del loro stesso vissuto, ed in questo non possono dichiararsi “innocenti”. Sovente sorvolano sugli stessi stati esteriori che incontrano (situazione politica, degrado ambientale, malattie, infelicità diffusa, morte), che sono simbologie di quelli interiori propri ed altrui, non visti o non compresi. Il Maestro dona parole, esempi e tutto un sistema organico atto all’interpretazione dell’esistente. Egli conferisce un quadro molto esteso, ricco d’implicazioni e che traduce al livello degli allievi le altissime idee del Padre: ma qual è la rispondenza? Gli allievi meditano poi sulle cose che hanno conosciuto? Creano un vero cerchio di corrispondenze e d’approfondimenti? Comprendono e si comprendono? Sanno amare? Ecco, succintamente esposti, i problemi basali. Gli allievi, che non sono tali 22


certo per puro caso, possiedono i mezzi intellettuali adatti ad una ricapitolazione e ad una vera rinascita: ma occorre renderli al Cristo, per attualizzarli. Occorre ascoltare, e non “pensare”. E’ necessario guardarsi dentro senza timore, e saper chiedere aiuto al Padre: sopratutto è necessario convincersi che si è generalmente all’oscuro dei veri termini del problema esistenziale, proprio e di quelli che pure si amano. Gli allievi hanno madri e padri, fratelli e parenti, amici: sono tutti a grave rischio. Occorre allora meditare su questo stato, e decidere di agire per donare a qualcuno un minimo di vera speranza: la semplice conoscenza dei problemi è, infatti, quasi un nulla sotto il profilo emancipativo. L’allievo deve essere tale, e lo diventa lottando contro se stesso e contro le proprie innumeri imperfezioni, proprie ed indotte, giorno e notte, con semplicità e costanza. Egli non è mai solo. La zona d’ordinaria esperienza è sotto i demoni della “caduta”. Così emergono i drammi della Bosnia, dell’Africa; così compare la mafia in ogni zona del pianeta, le malattie e l’estrema infelicità. Molto è compromesso, e non sarà possibile che lenire, per molto tempo, che gli effetti della piaga. Ma molto può essere tentato in un’ottica veramente emancipata, e nei secoli può ricomporsi un principio di reale armonia nella nostra vita. Tuttavia, se coloro che incontrano una “occasione” (e quella dell’iniziazione è immensa) tacciono o s’assentano, che dirà di loro il Padre? Ecco la personalissima responsabilità d’intraprendere il cammino del reintegro nella Volontà creatrice, ed ecco il comune, vero problema. Il Padre chiederà conto dei talenti donati.  Le parole dell’Istruttore devono essere comprese dagli allievi, o le loro condizioni non miglioreranno. Infatti, Egli deve condurre – in un certo modo – delle individualità ad essere persone in senso proprio, e questo va spiegato. Le entità che agiscono nel campo di Cristo o sono con Lui o sono – più o meno inconsapevolmente e più o meno coscientemente – contro di Lui. Questo perché non si può essere reali che con la Realtà e, se si accoglie in se stessi un principio d’oscurità, col tempo tutto s’inquina e decade. Vengono definiti (in senso stretto) “individui” coloro che, anziché essere col Cristo, si pongono in un certo modo contraddittorio con Lui, e conseguentemente fondano ogni loro “realtà” su se medesimi; e all’opposto sono qualificate “persone” quelli che, in unità con il Cristo, si configurano ed agiscono come liberi aspetti della Manifestazione per Suo dono, autonomi nel proprio campo. La differenza è estrema. Nel primo caso l’ente si ritiene capace d’essere solo con 23


se stesso e conseguentemente agisce per il proprio vantaggio e soltanto talvolta in senso più generalizzato. Nel secondo caso l’ente è consapevolmente parte del disegno creativo di Kether, e quindi opera nel segno di Cristo. In tal modo la sua attività, anche quella più intima e personalizzata, assume un valore generale e – come afferma Kant – la sua norma può essere assunta a principio totale per tutto quello che implica. La libertà appartiene al Globale, all’Interità. Non esiste – in altre parole – libertà ed appare l’arbitrio se l’ente non è fuso, integrato, coscientemente fissato nel globale: ed il globale deve essere quello che Gesù c’insegna, che Maria tace nel Suo tremendo silenzio. Il “globale “ dovrebbe rendersi coerente con la volontà di Dio in attualità. Qual è, allora, questa “Volontà”? E’ Amore, soltanto Amore. La volontà divina non è che Amore, e così tutto quello che risulta vera espressione d’amore è insieme più o meno fondato sull’amore del Padre. Estrema è dunque la libertà dell’ente che nel Padre ritrova – secondo un processo armoniosamente espansivo – ogni propria virtualità e “con” il Padre (con la Sua volontà) la può tradurre in effettiva esistenza. L’umanità odierna non è però nel cerchio che ha il raggio infinito (che le creature avvertono solo limitatamente) dell’Amore. Ed allora esse non sono libere, ed antiche e nuove catene le costringono ad esistenze più o meno aspre, più o meno dolenti, e sempre suggellate nel ciclo di nascita e morte. Ed allora il Maestro, quale messaggero del Signore, il Cristo, deve trascinarle fuori del vecchio ambito e renderle a loro stesse, alla loro verità. Tuttavia neppure gli allievi sono, per molto tempo, nel luogo interiore e nel tempo esatto per rendersi a chi li crea e li sostiene. Ed allora l’Istruttore obbliga i suoi figli, e le assurde, indisciplinate formulazioni esplicative del piano sottile, ad un durissimo lavoro di purificazione dei loro stati, di rinnovamento delle loro coscienze e di ristabilimento nel piano di Dio. In tal modo Egli obbliga, più o meno apertamente, tutto il piano emanato che guida ad essere alla ricerca di se stesso, a ritrovarsi per rinascere, in un giorno prossimo o lontano, nel Regno di Dio. Anche le entità della sfera di Yesod sono fra quelle che nel punto più intimo e segreto delle loro coscienze si rivelano aspetti di un’unica Idea, quella di Manifestazione. Esse sono, come noi, un momento specifico dell’atto emanante, una sua puntualizzazione di realtà. Nella loro essenza (e non nell’autocoscienza attuale) sono elementi polari d’enorme capacità, ora assai confusi e deviati, oppressi da dubbi e compulsioni d’ogni tipo. In un tempo assai remoto – nel “principio” – vi era l’unità dei piani esistenziali, semplice e lieta, e tutti operavano per rendere fattiva nelle singole vicende la volontà di Dio. Volontà che vuole la gioia, la felicità: che desidera togliere i pesi ed i dolori attuali, e che difenderebbe ognuno e tutti da ogni sofferenza, solo che fosse compresa ed accettata. Volontà che è Libertà, e che conferisce la libertà a chi la sappia ascoltare e 24


seguire. Accettare Dio. Ma non è facile, oggi. Oggi sussiste un lungo cammino di dolore e d’allontanamento a monte, ed un campo di vita devastato da troppo ego e dalle sue feroci conseguenze. Così accettare il Cristo è prima di tutto affrontare i mali che ci affliggono a livello interiore, e conseguentemente a livello esterno. Ritornare a Cristo implica una profonda purificazione dalle scorie del nostro passato, è allontanare ed elidere da se stessi tutti i fattori mentali ed intellettuali che nel tempo trascorso si sono sedimentati sul cuore interiore. E’ un compito immenso, proprio perché immenso è il comune passato. A questo punto s’evidenzia il conflitto con l’ambito ordinario delle nostre esistenze, con le forze che lo distorcono e con noi stessi. Ed allora quello che nel suo più intimo significato è semplice e normale diventa nel nostro tempo attuale difficile, complicato e fuori del comune senso delle cose. In tal modo s’evidenziano i dubbi, le tante difficoltà, le fatiche che sembrano non finire; ma elidere in poco tempo (e poco è un decennio, un trentennio o una vita) quello che per migliaia di secoli s’è incessantemente accumulato è impresa ardua, dura ed alta. Queste puntualizzazioni sono importanti per quei pochi che cercano la Parola del Padre, che sono in ascolto e che tuttavia mancano – nel poco o nel tanto – alle condizioni reali che un Maestro richiede. E sono fondamentali per le entità che vivono nel campo sottile e – tramite la mente – nel nostro. Occorre dunque essere allievi degni di questo nome, e meditarne il senso. Se i piani di realtà s’avvicineranno, sarà per amore e non per tecniche, per astrusità rituali o per l’esercizio di un qualche supposto “potere”: Certo, i piani devono ritrovare la loro unità, ma quest’ultima non è che l’espressione di un amore condiviso e veramente tale.  Occorre tener ben presente che le entità del piano sottile cercano costantemente di creare un carico mentale, che è particolarmente ostativo alla ricerca ed al conseguimento della libertà. Questo accade nell’erronea convinzione che un impedimento insistentemente provocato possa sempre nel tempo disarmare il supposto avversario, se la ripetizione è condotta fino in fondo. La puntualizzazione del fenomeno è precisa, e tuttavia occorre discriminare: infatti, è sempre la ripetizione di un comportamento erroneo che alla fine deve cedere, e non la difesa da tale prevaricazione. In questi casi le entità del campo sottile partono da un effettivo dato d’esperienza che generalizzano, e in tal modo – nel corso del processo soterico – pervengono ad un nuovo dato che contraddice il primo: così se ne chiedono il perché. Tutto questo è stolto? Effettivamente lo è, ma le suddette persone considerano 25


per scontato che le loro elucubrazioni ed i loro metodi siano esatti senza eccezione, mentre essi si dimostrano efficaci soltanto in un ambito che sia coerente con le loro concettualizzazioni. Se tale non è, se il campo si rivela conflittuale con i preconcetti sephirotici prevale presto o tardi l’aspetto reale, e quello irreale si elide. In tal modo le entità fanno difficoltosa esperienza del loro stato effettivo, assurdo quanto arbitrario, nel quale assumono con alterigia e superficialità postulati per nulla suffragati da adeguate esperienze, frammischiati confusamente con altri più concretamente vissuti per trarne norme di comportamento falsificate e falsificanti, che poi pretendono d’applicare ben oltre le loro effettive capacità d’analisi. Così le entità di campo confondono le loro metodologie con il valore, il reale con l’irreale, e per conseguenza assumono se stesse come metro perfetto di verità. Il punto è fondamentale perché le strutture della Manifestazione si fondano su di un Atto d’Amore e non sopra un’egocentrica volontà di potere. Se, infatti, interpretiamo il mondo fenomenico sotto l’esclusivo profilo del potere e della sua estrinsecazione più o meno meccanica ci affidiamo ad una metodologia che può anche sembrarci logica, ma che è, in effetti, astraente così come astratto è il potere senza il valore che lo informi. Ne deriva allora un mondo falsificato e falsificante, ed il nostro è, appunto, il mondo demiurgico, del “potere senza un perché”. Alla base di questo “potere” c’è quello che le entità non vogliono ammettere: un irrazionale impulso egotico che trova gratificazione non nell’attualizzazione di valori fondanti ma soltanto in se medesimo, autorappresentandosi come dominio e possesso dell’altro. Alla base delle configurazioni molto deludenti ed arbitrarie del nostro ambito esistenziale sussiste dunque un fattore gravemente deviante ed irrazionale rappresentato dall’espansione egotica, il qual è a sua volta il frutto di un altro elemento completamente irrazionale: l’identificazione della personalità con il proprio “ego”, il qual è invece l’indispensabile strumento di direzione e relazione con il campo, tanto interiore che esterno. Questa deviante concettualizzazione accade al centro della guaina intellettuale e mentale, la quale appunto si concentra sul punto “io” per darsi un termine di riferimento nelle proprie autorappresentazioni, effetto dei rapporti con quanto incontriamo nel corso delle nostre esperienze esistenziali. La confusione fra il “Sé” – centro della guaina spirituale – e l’ego implica la perdita del tramite d’unione con il Fattore Causale della Manifestazione, il Padre. Infatti, Egli è percepibile soltanto mediante quanto gli è veramente affine, e cioè tramite lo Spirito inteso come “intelligenza intuitiva del Reale”, Amore. L’intelletto/mente privo di spiritualità si riflette necessariamente su se stesso, illudendosi di possedere un centro di sostentamento che è, invece, il medesimo intelletto. In questo caso la supposta realtà di un’ideazione è semplicemente quell’idea esaminata da un diverso punto d’osservazione. E’ tautologia, è come affermare che un determinato fatto è così perché è così, e non può essere che così proprio perché non può essere diverso da così. In questi “ragionamenti” ci si creano soltanto illusorie certezze, scompensi e 26


conflitti, e si cade conseguentemente molto fuori del piano di Realtà del Padre: si è ego e non amore. L’ego è, in effetti, il mostro contro cui si lotta, qui come altrove. Ma la lotta è persa in partenza se non siamo con il Cristo e nel suo amore. Se presumiamo di vincere l’egocentrismo senza quanto è veramente oltre l’ego, cadiamo in un’aporia insidiosissima: siamo ego e ci sconfiggiamo da soli. Ecco perché le entità del piano sottile sono così ardue, dure e spietate: esse s’identificano con l’egotismo a livelli talvolta veramente abissali, ed allora si rendono demoniache nei nostri confronti. Ne consegue che il nostro compito è davvero grave e pesante: infatti, incontrare le sfere dei piani sottili (il ché è fondamentale per l’intelligenza vera del problema) è anche affrontare il vero nemico della nostra esistenza, il “demiurgo”. Il quale “demiurgo” è proprio l’aspetto del mondo archetipico principiale oscuratosi nell’ego fin dall’antichità più remota. Questa proposizione ci indica che il “demiurgo” è un coacervo d’entità involute (prevalentemente femmine) e non un unico ente. Il Demiurgo è proprio quella “legione” di personalità in qualche modo agglomerate da un unico fattore: l’odio per tutto quello che è differente da loro, e da cui conseguentemente si sentono minacciate. Questo stato di coscienza implica da un lato la brama di dominio e dall’altro l’aggressività nei confronti d’ogni vera espressione dell’amore, che vorrebbero eliminare. In effetti, al limite le entità yesodiche involute cercano di uccidere Dio nella sua manifestazione. Le personalità di campo sottile di più immediato contatto sono legate ad altre secondo un criterio rigido di gerarchia del potere, che alla lunga pone ai vertici del sistema proprio le più involute e disperate. Adottando l’induzione mentale come normale strumento di controllo e di dominio esse sono condizionate e condizionano le sottoposte ad aggredire tutto quello che è anche impercettibilmente differente da loro, sopratutto se si rende ben più amore che egotismo, e questo fatto concerne soprattutto la nostra area dimensionale. La stato di conflitto che ne consegue recide tuttavia molti vincoli mentali disgregandoli nel confronto con idee ben più reali, e conseguentemente – alla lunga – anche queste formulazioni di femminilità possono ritrovare la loro vera identità di creature, figlie di Dio che è amore. Occorre tuttavia specificare che soltanto per poche, o pochissime, quest’esito è attualmente configurabile, poiché le molte sono scisse dal loro Sé e quindi troppo oltre la Volontà salvifica del Padre. Così il Maestro è costretto ad allontanarle progressivamente, secondo un criterio che consenta ad ognuna di fare appropriata esperienza della propria situazione esistenziale. Trattenerle oltre un certo limite (ricordiamo le “settanta volte sette” del perdono di Cristo!) può arrecare, infatti, un danno enorme a loro stesse, alle altre personalità del campo sottile e a noi. Quando la libertà di scelta positiva scompare resta soltanto la volontà di distruggere, ed allora il campo esistenziale si vanifica nel precipizio dell’egotismo più aspro. Ecco la Croce di Cristo: Egli deve riprendere in Sé quanto è ormai contro la Sua volontà al punto da rendersi soltanto odio, bramosia e maledetto dolore. Eppure, Egli 27


sa cosa fare per perderle del tutto, e lo fa. In tal modo, delle tante personalità yesodiche comparse nell’attuale processo ben poche o nessuna possono essere ancora in grado di mantenersi su un piano di contatto con gli enti più adeguati della nostra zona; eppure, ognuna si è resa differente da quello che fu nel passato, e potrà in un tempo indeterminato ritornare al Sé. Non ci è possibile immaginare gli abissi che il Padre costantemente vede: eppure, sappiamo che Egli li vuole colmare. Nel nostro cammino realizzativo Egli li esplicita progressivamente per quello che è necessario alla conoscenza del problema ed alla sapienza del nostro stato. Questo è il fattore attualmente incidente per rinascita della nostra ed altrui libertà.  Le entità della sfera di Yesod sono immerse nell’oscurità coscienziale, e “legate” nei modi più torvi da linee induttive di potere, onde renderle soggette alle decisioni delle dominanti: tuttavia, poco a poco, quell’intuizione d’irrealtà che percepiscono nella loro attuale esistenza può trasformarsi in intuizione di Realtà, pur se con enorme fatica. Le condizioni dei piani sottili limitrofi sono tragiche, perché in essi si manifesta la maledetta scissione fra quante si rinnovano con il Padre e quelle che, al contrario, si vanificano caparbiamente nelle loro illusioni: Queste ultime, inoltre, sono troppe. Veramente troppe. Le entità che scelgono un sentiero di rinascita incontrano molte amare esperienze. Esse vengono tradite incessantemente dalle compagne, e sovente proprio da quelle che credono più affini: costantemente devono confrontarsi con il dolore generale e le proprie infelici condizioni interiori, fra innumeri ed inimmaginabili difficoltà. Tuttavia mentre molte, prematuramente considerate perfino affidabili, tradiscono “improvvisamente” e di conseguenza devono essere ricusate, altre – talvolta impreviste o ignorate – possono tentare di porsi al riparo da quell’ambito d’atrocità che è il loro campo comune. Campo infame, dominato dalle forme/pensiero più capaci di plagiare, d’opprimere con la sofferenza (metodo generalmente adottato) e di perseguitare per annullare ogni diversità: In tal modo quelle persone che effettivamente sono in potenza le migliori vengono schiavizzate dalle più infime, e quest’inversione dei valori è la regola. Ovviamente, questa situazione del piano di Yesod implica la necessità di una separazione affinché ogni persona possa apparire per quello che effettivamente è. Ne consegue un massacro. Nei campi eterici non si muore nel modo che ben conosciamo: piuttosto, ci si vanifica con estrema fatica e il corpo fisico si dissolve senza lasciare praticamente traccia. Sono ambiti formali, assai simili al nostro di cui costituiscono appunto – in 28


qualche misura – la formulazione “sottile”, ma l’autorappresentazione nel globale e nell’individuale (che è sempre atto della guaina mentale) è resa precaria dalla perenne carenza d’energia vitale. Così la morte assume una valenza prevalentemente atroce, durissimamente percepita come vanificazione integrale della propria realtà, senza alcuna speranza di riscatto. Secondo le loro concezioni, è la fine di una “divinità”, l’orrore dell’abisso senza fondo che assorbe e disgrega. La percezione, sempre vivida, delle “tre” guaine che costituiscono l’individualità (la prima, lo spirito, è comunemente ignorata) obbliga a percepire le loro deformazioni e la reciproca scissione, con effetto devastante sulla psiche. E’ proprio quest’orrore, che non finisce certo con la scomparsa del piano esteriore, che il Maestro vuole costantemente evitare: infatti, la perdita del campo riduce la persona al suo stato d’isolamento integrale, e a vivere le concettualizzazioni – feroci e sclerotiche – che l’hanno trascinata a tanto. Questo è vero “inferno”, nel quale gli incubi della propria mente assumono una larvale consistenza, almeno finché tutto non si riduce alla percezione di una costante vanificazione, di un dissolvimento senza fine né speranza. Certamente le persone possono – e nel tempo, devono – recuperare la loro integrità e, se la mente non si è danneggiata quasi irrimediabilmente, il nuovo involucro può essere simile o identico al precedente. In caso diverso, il piano esistenziale è perduto e le entità si ritrovano in un nuovo e differente ambito rappresentativo: ed allora possono nuovamente incontrarsi soltanto per dono di Dio. Le entità yesodiche sono ontologicamente reali, ed attualmente concrete e tangibili: Tuttavia la loro struttura è molto fluida, perché tale è il loro ambito vitale. Tanto è fluida la sfera di Yesod quanto la nostra appare, al confronto, densa. In entrambi i casi siamo tuttavia in presenza di un arbitrio: Malkuth è, infatti, troppo fossilizzata e Yesod troppo rarefatta. Tuttavia, se il Maestro riesce a far ritornare a Sé le singole persone in entrambi i campi, esse – in Lui – possono sussistere in perfetta e totale compatibilità. Questa risultante è raggiungibile soltanto in un vettore realizzativo teurgico, e concerne l’Ideazione Fondamentale, l’atto manifestante stesso. Ogni altra strada è insieme velleitaria e destinata ad un difficile insuccesso, perché le estreme differenze energetiche e vibrazionali distruggono coloro che osino tanto senza il sostegno ontologico della loro stessa esistenza. (quest’analisi è tratta dalla comunicazione di un ente in fase d’emancipazione)  Il campo autorappresentativo è caratterizzato dalla presenza d’entità che sono reali in sé, e che costituiscono la presenza nel momento attuale del nostro passato e delle condizioni vitali che ne derivano. Quest’assunto è vero tanto nel piano d’ordinaria esperienza quanto per quello 29


“sottile” e tangente in senso veramente globale, pur se comunemente inavvertito o quasi. Ne consegue che nelle nostre odierne condizioni ci troviamo – volenti o nolenti – in presenza di forme/pensiero assai oscurate, le quali ovviamente condizionano in modo grave la nostra zona dimensionale. Il primo e fondamentale passo di quanti si pongano nel sentiero emancipativo è pertanto quello di condurre queste differenti personalità o di restare accanto e condividere il tracciato (se sufficientemente evolute, o d’allontanarsi secondo le effettive necessità del momento. Tutto questo implica nei meditanti sia la decantazione profonda dell’interiorità (mentale ed intellettuale), sia l’esatta ideazione di “polarità”. In caso diverso le formulazioni di potere e di possesso del piano esterno trovano addentellati per intromettersi nelle nostre sfere esistenziali.La mente è, infatti, un vero “universo” di proporzioni estreme. Nel nostro mondo intimo sussiste tutto quello che sappiamo rappresentarci come “esteriore”; conseguentemente quanto percepiamo come “altro” e differente da noi possiede un preciso nesso e riferimento con quello che sostanzialmente ci siamo resi. Intendiamoci: esiste il Macrocosmo con le infinità che contiene. E’ “altro” da noi nella stessa Idea creatrice, ed insieme è identico a noi come sostanza ed essenza. Questo Macrocosmo è però avvertito da ciascuno secondo le proprie personalissime qualificazioni, e quindi noi abbiamo (dentro di noi, nella nostra guaina mentale ed intellettiva) un aspetto del campo globale che è squisitamente “nostro”, e che costituisce la struttura apparente del mondo in cui viviamo. Questa proposizione implica che la nostra percezione di quanto sia interiormente o esteriormente – differenziato da noi è poi da noi stessi proiettata nel campo autorappresentato, e lì assume gli aspetti che assume sia in base al Continuum d’appartenenza (che è il punto di vista dell’Interità al nostro livello d’emancipazione) sia in relazione a quello che è il nostro grado effettivo d’introspezione del Reale. In tal modo il Microcosmo è anche autorappresentazione del Macrocosmo, ed è condizionato dal nostro stato di Realtà così come influisce sulla verità del globale. Per essere nell’esatta situazione esistenziale di fronte al Padre e a noi stessi dobbiamo elidere quanto ci ha storicamente divisi da Lui e dal Suo amore, conducendoci ad un tipo di vita che è il degenerato simulacro di quella che Lui vuole. Quindi il nostro problema basilare consiste nella capacità di saper vanificare i veli mentali, illusori e falsificanti, che ci siamo dati, i quali esprimono il livello di separazione dal Maestro della Vita ed il conseguente grado d’intromissione del mondo demoniaco. Queste considerazioni ci dicono che il nostro assunto necessariamente si puntualizza nella risoluzione del “velo di maya”, e nella conseguente più esatta percezione del vero Campo di Krisna, il Campo di Gesù e di Maria, che di Lui è insieme Madre e Figlia. Ma come? Ecco dove ci è necessaria la massima attenzione, e dove incontriamo ed incontreremo la peggiore resistenza. 30


Un ente di tramite sul sentiero realizzativo incontra molti ostacoli, ed impiega gran parte del suo tempo a far emergere (in sé e fuori di sé) gli strati di dura e feroce possessività che egli stesso, nel suo passato, si è indotto e che ora l’aggrediscono, poiché rifiuta di soggiacere a quel potere che nei medesimi trovano appiglio e fruizione. Sono strati reali nel nostro contesto attuale, non semplici formulazioni astratte, e quindi si definiscono come aspetti di un’oscurità antica, come forme mentali (ma cosa non è mente?) dure e irte di negatività, ben decise a conservare il vecchio potere e il possesso dei nostri centri psichici e quindi anche del nostro corpo. Quest’atto di liberazione richiede tempo, e molto spirito di sacrificio; esige inoltre un vero stato d’incentramento in Dio, perché Lui solo può far emergere nel modo adeguato le intrusioni di zone infelici e bramose, e annullarne l’irrealtà nel Suo atto di redenzione. L’aspetto teurgico deve essere compreso e attualizzato, perché costituisce la base dell’iniziazione a Yesod, il mondo astrale che costituisce la condensazione delle sfere sephirotiche e che quindi è anche la base del mondo fenomenico percepito come forma fisica, ivi comprendendo quello che è il nostro attuale ambito d’esistenza. La purificazione implica due momenti: l’elisione dei fattori negativi del continuum e l’acquisizione della capacità d’incontrare quelli veramente positivi. Quindi l’iniziazione a Yesod accade in primo luogo mediante l’allontanamento dei campi della “caduta” (ostici a non finire!) e poi con l’incontro – così come il Maestro insegna – di quelli reali nella Realtà di Cristo. Questa purificazione è difficile perché è nell’inconscio, personale e generale, che si nasconde il massimo gradiente di presenza e d’estrinsecazione del mondo oscuro al quale ci siamo resi soggetti. E’ quindi necessario penetrare nel nostro stesso inconscio, e lì infrangere le linee di potere demiurgico, dissolvere le barriere della nostra inerzia spirituale che ci sottomettono al dolore dell’esistente. Chiarificando la mente inconscia noi creiamo la giusta capacità di ridestarci al Vero Quest’esito conduce effetti nel piano macrocosmico, che ad un certo livello subisce l’impatto che sempre proviene dalla purificazione del Microcosmo, in formulazioni progressivamente più corrette e dinamiche. Chi agisce come ente di tramite può trasmettere queste ideazioni con adeguata precisione, ed è in grado di fornire quelle delucidazioni che il Maestro gli conferisce a livello intuizionistico perché siano comunicate. In altri termini, le basi della conoscenza non possono essere acquisite come formulazioni intellettuali, ma soltanto mediante una vera sintonia al livello spirituale, che è il punto unitivo con la Realtà e pertanto l’indispensabile supporto dell’autorappresentazione mentale. Occorre dunque imparare che il Maestro atmico non è semplicemente utile ma indispensabile, e che Egli può essere inteso e compreso soltanto nel silenzio del nostro amore.

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 Tratteremo in queste righe alcuni argomenti d’interesse generale, e puntualizzeremo il rapporto esistente fra il fattore intuitivo e autorappresentativo che del primo è la naturale conseguenza. Il fattore intuitivo riveste particolare rilievo anche per le entità di campo in fase emancipativa, che in molte aree dimensionali non possiedono una precisa conoscenza di quest’aspetto e che quindi devono assolutamente comprenderlo, tanto sotto il profilo teoretico quanto nel suo momento operativo. L’intuizione, in effetti, accade nel “silenzio”, e la pratica per ottenere questo dono è la meditazione rivolta al Centro atmico. Tutto questo comporta che col tempo si rende necessario un momento di meditazione quotidiana, da condurre con costanza e secondo principi rigorosi d’esecuzione. Occorre dedicare a tale ricerca un poco del proprio tempo, e non le ore di chi ha altri compiti e altri problemi; in pratica, venti o trenta minuti ma con regolarità, e qualcosa di più saltuariamente, quando sia necessario. Il “silenzio” della mente deve essere conquistato, e quest’esito comporta da un lato la sottomissione dell’organo mentale al nostro atto d’introspezione, e dall’altro lato il progressivo risveglio del Centro cardiaco. A questo punto è opportuno sottolineare che questo “silenzio” si ottiene per grazia, per dono del Maestro atmico; non certo con la propria attività separata dal Principio anche se si adottano tecniche di qualsivoglia tipo. Solo per dono del Padre si può restare per un tempo significativo in questo profondo stato, che dissolve il karma e apre le porte dell’incognito. Nell’inconscio c’è poi di tutto: oltre alle stratificazioni karmiche (insospettabilmente vaste) incontriamo per esempio le strutture negative dell’intelletto, gli istinti irrisolti e il temibile atto d’induzione delle zone limitrofe, assurdamente ostili. Il “silenzio” non è il “niente”. Il “silenzio” è – al contrario – attività teurgica oltre la mente, che si colloca nel campo della spiritualità e quindi è per noi pressoché priva di forma specifica. Precisiamo: priva di forma autorappresentativa che possiamo conoscere dialogicamente. Infatti, il “silenzio” non è il discorso interiore, non è la comune riflessione sui nostri stati e problemi, non è percezione volontaria d’immagini, di ricordi o di particolari stati di coscienza. Del “silenzio” è più facile dire quello che non è di quello che è: esso è, infatti, assenza di forma in tutte le direzioni, fuorché una. In concreto, il “silenzio” si risolve in un effettivo e consapevole abbandono di sé all’amore di Dio con il proprio amore. Il “silenzio” è quindi un momento informale che noi deliberatamente rendiamo a Chi è oltre la mente creata, al Padre. Egli ha “Forma”, ma è “Forma assoluta”, e quindi appare alla creatura come un nulla di forma o come Luce infinita, nella quale scompare il senso dell’io/tu ed emerge l’Uno nella Sua essenza totale e l’Uno come specificazione infinita della propria Realtà. Il secondo punto che consideriamo costituisce l’esperienza del samhadi, che può 32


esserci donata quando il Padre sa che abbiamo raggiunto il nostro stato naturale secondo la Sua volontà all’esatto livello. Il samhadi è anche il momento di dissoluzione della maya irreale, ed il punto d’individuazione di quella reale: la Maya compresa come la Creatività di Dio, e cioè la Madre. Il primo aspetto (il Silenzio/Nulla) conseguentemente è il sentiero che apre la porta del secondo, e in questo da accesso all’incontro con personalità del Campo reale, che altrimenti non sono compatibili con questa nostra attualità. In quelle zone della Manifestazione si annullano (temporaneamente) i campi troppo oscurati e si chiarificano quelli in vera fase evolutiva. In effetti, questa è l’aula della Dea Maat, il luogo della discriminazione del vero dal falso che apre le porte dell’Interità, e consente la nostra intromissione nella vera vita. Certo, in principio a livelli assai limitati per quanto significativi, che tuttavia implicano il loro costante superamento. Al limite, potrebbero essere percepite le Entità Angeliche che sono gli Archetipi fondamentali della Manifestazione, creature così alte da essere chiamate “Dei costruttori” del mondo emanato: “Dei” per conto di Dio. Questo è, allora, il punto d’analisi odierno: per essere “silenzio” occorre sapere cosa è effettivamente il “silenzio” di cui parliamo. Saperlo concettualmente per poter addivenire alla sapienza concreta, che nasce dalla sola esperienza dello stato. Il “silenzio” è il fattore d’immissione del nostro esistere particolare nell’Essere, è concretamente l’amore di Dio che ci raggiunge per condurci alla personale percezione dell’Amore che è Dio. Possiamo allora ottenere il “silenzio” solamente amando. Amando chi? Amando la fonte eterna dell’amore, che è Via, Verità e Vita: amando e facendo nel tempo esperienza dell’Amore, ossia della Realtà. Amare è intuire l’unità sostanziale nel momento di specificazione che si pone come “io ed altro da me”: amare è dunque sentirci insieme nell’Essere (Unità) e nell’Esistere (Dualità). Come s’impara ad amare? C’è in noi qualche seme d’amore, che nasce dalla stessa esperienza vitale di cui siamo partecipi (e giova qui riflettere su un altissimo concetto induista: il dinamismo del Dharma). Ebbene, conduciamo questo seme ad un certo grado d’informalità, amando senza la causa motivante del sentimento d’amore. Amiamo dunque abbandonando qualsiasi direzione specifica del nostro amore, ogni colorazione di stati specifici e puntualizzati, ogni particolare causalità. Allora agisce il Cristo, la Misericordia salvifica di Dio. E a Lui basta la nostra sincera intenzione perché le segrete oscurità dell’anima siano superate. Il “silenzio” è intuizione del nesso che ci unifica a Dio, e quindi è immersione nel Suo essere secondo le nostre capacità attuali e le condizioni in cui operiamo. E’ quindi il momento identificante, e nell’unità spirituale possiamo percepire qualcosa della Realtà. Quale Realtà? Quella che Dio vuole che intuiamo, e che ci indica nel Suo sostegno e nel Suo amore: che noi coerentemente facciamo nostra scegliendola in Lui, attualizzandola 33


poi nel nostro piano. Perché noi siamo quest’atto di scelta, e nel nostro “silenzio” scendiamo – o, meglio, saliamo – al Centro della totale realtà del nostro essere/esistere come creature. Cosa è, allora, la “scelta”? E’ la capacità dinamica di vivere secondo la volontà del Padre, agendo come Sua libertà a noi delegata e donata; vivendo coerentemente con il conferimento di vera libertà che è alla base dell’atto emanativo. Dio ci fa credito d’amore e di Libertà (e la libertà è la forma dell’amore) prima che noi coscientemente viviamo. Vivendo, noi agiamo impersonando la Sua volontà se sappiamo scegliere in libertà il Suo infinito dono.  L’intuizionismo consente d’assimilare un dato sintetico fra i mille e mille che in ogni istante sono offerti alla nostra personalissima scelta. Dato sintetico che in quest’ottica è percepito nel Padre e che quindi in sé è infinito. La scelta di questo dato implica la nostra libertà, e quindi essa è coerente con il grado d’evoluzione in cui sussistiamo, con il nostro particolare stato di emancipazione dal passato. Quanto più siamo emancipati in amore, tanto più potremo esprimerci in realtà oggettive, ed essere coerenti con il Principio nei nostri atti di scelta. Ne deriva che la libertà che attualizziamo con le nostre scelte è sempre relativa al momento attuale, e che il “dato” intuito nel Padre (il Suo dono) è percepito sempre molto limitatamente. In altri termini, l’intuizione è sempre relativa, pur essendo esercitata su di un fattore assoluto; il “dato” intuito in quest’ordine è e resta sapienza/conoscenza sintetica in attesa d’essere formalizzata. Così è in ogni caso un “sentire”, un moto interiore in cerca della propria profonda qualificazione ed espressione. E’ necessario dunque che il contenuto dell’intuizione sia analizzato nelle sue molteplici valenze (quelle per noi attuali), e questo accade facendolo rifluire nella propria guaina mentale ed intellettuale. Nel campo della mente/intelletto/io esistono – nati dalle precedenti esperienze – le concettualizzazioni particolari, gli schemi di comportamento e di relazione, i ricordi. Esiste dunque, e ciò è propriamente l’intelletto, la capacità d’inferire e di riferire le simbologie mentali al momento presente e ai dati che lo riguardano più concretamente, intuiti e quindi analizzati nello strumento interiore dell’autocoscienza. Ne deriva la nostra attitudine di comprendere il campo e noi stessi rappresentandoci la situazione esistenziale in base ai contenuti preesistenti nella nostra struttura interiore, ma vivificati dall’apporto costante dell’organo spirituale, specificatamente intuitivo e quindi capace di rinnovare e di reinterpretare in senso realistico le esperienze e le situazioni, Le concettualizzazioni della sfera mentale ed intellettuale sono, infatti, delle astrazioni, necessarie come tali ma altrettanto necessariamente assai limitative. 34


Normalmente l’esperienza vissuta viene locata nel tessuto mentale in base a precedenti ordini di comparazioni simboliche, e di qui può nascere – e nasce – un primo motivo d’imperfezione. Poi, da questi dati, di per sé approssimativi, s’estrapola quanto crediamo opportuno o adeguato alla formulazione di un nuovo concetto; ed ancora incontriamo un motivo d’imperfezione, a causa della inevitabile limitatezza e della immanente arbitrarietà (la mente inconscia!) delle nostre analisi. Quando utilizziamo il solo intelletto per l’identificazione del concetto, il processo viene in qualche modo ripetuto, perché nuovamente estrapoliamo dal continuum mentale preesistente quello che consideriamo o vogliamo credere necessario all’interpretazione dei nuovi dati d’esperienza. Questo è quindi un nuovo fattore d’approssimazione. Infine il dato sintetico così derivato è esaminato ed elaborato in un nuovo tentativo d’estrapolarne i contenuti salienti, e la conseguenza è un nuova imperfezione dell’analisi, che s’assomma alle precedenti. Quando il processo è concluso, la mente esprime la forma concettuale che ne ha derivato, ed in base ai contenuti dell’intelletto (abbiamo detto: schemi comportamentali, preferenze, inclinazioni personali, simbologie d’interessi, tabù e quant’altro vi ritrova) traduce il fattore recepito in attività, mettendo in azione gli strumenti interni per introdurlo fra i propri dati e per farne un fattore dinamico - con gli strumenti di rapporto sensoriale con l’altro da sé, il campo esterno – del comportamento e dell’azione concreta. Quanto abbiamo descritto è autorappresentazione del dato recepito nell’intuizione (in genere qui molto inconscia), che viene tuttavia tradotto alla scelta di giudizio e d’operatività con queste imperfette e alquanto devianti. Peggio ancora è se l’organo intuitivo (lo spirito) è davvero carente o assente, ed il processo si estrinseca e si conclude nell’analisi dei frutti di precedenti consimili analisi, in un’ininterrotta estrapolazione, arbitraria e falsificante, di dati preferiti o negati sotto l’influenza dominante delle istanze inconsce. I processi sopra enunciati sono purtroppo il comportamento della maggioranza delle persone, e l’assurdo modo di compararsi con i fattori del campo esistenziale che esse adottano comunemente. Se assumiamo questo tipo di mentalismo altro non facciamo che valutare i dati pur intuiti nel Centro interiore mediante simboli astratti ed astraenti, estrapolati da altre estrapolazioni secondo esigenze prevalentemente inconsce e senza alcun successivo riferimento (e confronto!) con la nostra Realtà. Ne consegue che la falsificazione degli accadimenti è in buona o in grande parte inevitabile e, il ché è ben peggio, completamente inavvertita. Così a lungo andare tutto il mondo interiore risulta artefatto, ed il campo esterno lo diventa per conseguente e quasi automatica induzione. Questo processo è poi falsato da fattori che sono “esterni” al medesimo, e che tuttavia agiscono nell’inconscio seguendo linee di pensiero molto divergenti dalle nostre, rappresentando così un potente rischio di costante plagio. Eppure, tutto questo è completamente ignorato, e le persone si credono “libere” seguendo gli impulsi – 35


non compresi, sconosciuti od estranei – che subiscono ed in cui in genere s’identificano. La mente è un orrore senza fine se non è sostenuta e guidata (due momenti che possiamo distinguere) dallo Spirito; essa contiene, infatti, un passato imponderabile e senz’altro estesissimo, che possiamo dire “tremendo” se consideriamo obbiettivamente le condizioni d’infelicità e d’immanente dolore che gravitano sulle nostre vite: la malattia, la frustrazione, la fatica e la disperazione sono simboli tragicamente incompresi di un effettivo stato di frattura – interiore e del campo esistenziale – con il Reale. Queste dolenti situazioni sono tuttavia opera nostra, e null’altro. Sussiste dunque nell’organo mentale una lacerazione, un abisso di sofferenza che è inevitabilmente causa di futuro dolore, e che la nostra comune coscienza ignora o per un tentativo d’autodifesa o per un atto di costrizione che ci vuole dannati a questo stato. E’ necessario che il tessuto mentale non venga poi identificato con l’organo corrispondente del piano fisico, il nostro cervello: Il cervello è lo strumento di traduzione a livello formale (di contatto con l’altro) dei contenuti dell’organo mentale sottile, il quale è tra l’altro esteso in modi per noi quasi inconcepibili, e che contiene dati assunti in un lunghissimo percorso esistenziale, inconscio in una misura che rasenta la quasi totalità. Ecco quello che guida il nostro superbo intelletto, tutto polarizzato nel suo egocentrismo per la maggior parte degli individui: qualcosa che è “noi” (e sovente la parte più oscura di noi) e che tuttavia non è veramente “noi”, ma qualcosa d’estraneo che pure ha con la nostra situazione devianti affinità e che per questo riteniamo “nostro”. Che fare? Esiste la necessità d’intuire esattamente, ossia d’attivare le nostre potenzialità d’amore. Se questo accade, l’intuizionismo principiale è guidato all’autorappresentazione da un processo analitico coerente e pertanto costantemente intuitivo, il quale si vale dei simbolismi intellettuali e dei dati mentali correlandoli e completandoli alla luce della Realtà, nel sostegno del Maestro di Vita e d’amore, il Cristo. In questo modo il dato percepito nel Centro cardiaco è diretto a una consapevolezza che è, e non può che essere, imperfetta, ma che tuttavia risulta adeguata alla nostra esistenza perché riposa nell’amore di Dio, e diventa parte essenziale ed integrata della Sua e nostra libertà. Ne consegue che con il procedimento intuitivo (con l’intelletto d’amore degli stilnovisti e di Dante!) possiamo raggiungere un grado di realtà e di verità che è altrimenti inaccessibile, capace di conferire – nonostante le difficoltà implicite nel superamento del karma – una sicurezza è una pace altrimenti inagibili. Questa è la differenza intercorrente fra l’esoterista e l’intellettuale, fra il sapiente e l’erudito, fra il discepolo di Dio e l’uomo comune; questa è anche la tremenda “nube della non-conoscenza”, l’avidya degli orientali, l’oscura notte dei mistici. Occorre far luce. 6-08-2003 36


LA FASE PRINCIPIALE DELLA RICERCA: condizioni e difficoltà Prendere atto dell’impossibilità di un semplice incontro con le entità dei piani sottili; prendere ancora atto dell’impossibilità di considerarli alla stregua d’elementi che possono costituire un gruppo esoterico ordinario; prendere infine atto che, per riuscire nell’intento di costringere un piano eterico di Yesod ad essere in collaborazione e non in antitesi con il nostro campo (il quale è, per Yesod, l’antichissimo Malkuth così come lo ricorda, e non quello attuale) è impresa estrema, e tale da richiedere un lungo itinerario di lotte e di sacrificio. Ecco il primo ammonimento, la prima acquisizione ed il primo vero momento di realtà nell’incontro con la Manifestazione della “caduta”. La Manifestazione è ferita. Quanto grave e purulenta sia quest’oscenità nel puro corpo dell’Ideazione di Dio è cosa comprensibile soltanto nel processo iniziatico, e non facilmente trasmissibile con comunicazioni verbali o comunque semplicemente intellettuali. La Manifestazione – quella che ci appartiene – è composita: vi ritroviamo un ambito infimo, concretamente e completamente demonico. Lì non sussiste alcuna speranza di recupero che in tempi lunghissimi, e con la profonda ed attenta partecipazione di tutte le personalità che abbiano un rapporto veramente reale ed attuale con quelle decadute al massimo grado d’irrealtà. Può accadere. Ma nel “Segno di Cristo”, e quando le persone abbiano raggiunto uno stato d’autorealizzazione capace di sostenere l’impatto violentissimo, e la conseguente fatica, con il “male”. Con il “male” nella sua formulazione d’annichilimento e di morte, che è ben peggiore d’ogni pessimo esempio rintracciabile nell’esperienza (di per sé già molto infame) del male esistente nel pianeta Terra. Il “male”, il male delle entità decadute fino all’estremo collasso delle loro capacità, è negazione totale che cancella a fondo l’originaria formulazione di personalità, e conseguentemente la “libertà di scelta” nel Piano Divino. Ricondurre a “scelta” queste individualità è allora ricostruire quanto fu annullato nel corso d’innumerevoli eoni: questa è opera di Dio attualizzata tramite i Suoi figli, che richiede lo strenuo sforzo d’Adam, e cioè della coppia polare (in senso generale) coinvolta nell’evento involutivo, che si sia riscattata recuperando il proprio “Principio di Realtà”. Questo è un problema concreto ma lontano. Ora, il fattore di massimo rilievo consiste nel rapporto che comunque intratteniamo con zone più o meno compromesse, più o meno lontane dall’amore di Cristo, ma che tuttavia non sono tanto abbiette da doverle considerare veri e propri demoni, pur se troppi loro comportamenti indicano stati di coscienza che – all’uomo della Terra – appaiono 37


veramente involuti. Conseguentemente, il nostro primo passo fondamentale puntualizza la consapevolezza di un’impossibilità all’applicazione dei metri di giudizio ordinari - o a noi più consoni - per un problema che va di per sé ben oltre l’esperienza normale. E che comporta la necessaria acquisizione di un modus operandi e di una forma mentis assolutamente differenti e specificatamente iniziatiche. La conoscenza della struttura dell’Emanazione deve allora essere sommariamente completata. Oltre alle zone “infere” in senso stretto ne esistono altre variamente configurate, alcune delle quali possiedono un loro valore e una loro realtà, e che tuttavia sono difficilmente assimilabili all’Idea di Polarità, quella che individua nel vero Malkuth il proprio tramite sintetico. Queste zone sono costituite, negli strati bassi, da innumeri entità variamente involute. Le quali vogliono appropriarsi (in questo rendendosi simili ai demoni veri e propri) dell’apporto energetico di chi possa essere asservito, e sfruttano quindi un loro subdolo potere induttivo. Sono aree dimensionali estese, molto estese, e qualsiasi iniziando deve fare in molti modi i conti con loro. Non essendo possibile alcun vero rapporto con queste “formulazioni esplicative dell’ideazione di potere” – che altro per adesso non sono – esse devono essere allontanate. Questa è però un’impresa di grave momento, prioritaria ad ogni altra e perseguibile soltanto in un lungo itinerario di purificazione (nostra e loro) e sotto la stretta conduzione del Maestro atmico. Non esiste altra possibilità: o in un modo o nell’altro – secondo il Sentiero che più corrisponde alle qualificazioni degli allievi – gli iniziandi devono affrancarsi da queste interferenze, neutralizzandone l’assillante presenza nei loro stati. Fatto questo, o almeno ottenutolo ad un grado che renda possibile il proseguimento del cammino, l’allievo deve saper discriminare a fondo. Il suo apparente rapporto e contatto con le zone eteriche non presenta forse esiti negativi rilevanti e rilevabili: resta comunque l’opposizione e la conseguente fatica. Cosa dunque va compreso? Va compreso che l’origine delle difficoltà è diversa da quella precedente, e deriva da un fattore ostativo che è insieme reale ed irreale a vari gradi di commistione. In altri termini, le entità che hanno superato la prima fase di purificazione sono sufficientemente evolute da non potersi più considerare veramente “negative”, ma conservano idee, intenzioni o intellettualismi ancora impedienti (non dirimenti, ma semplicemente impedienti!) che rendono ostico un possibile rapporto ogniqualvolta esso debba concretarsi in qualcosa di fattuale, di vero e d’immediato. Nella Manifestazione (là come qui) c’è chi ama e cerca Dio, ma “un Dio” che è frutto d’analisi intellettuali, un’idea di “Dio” condizionata psicologicamente dalle vicende personali delle singole persone, e che quindi non corrisponde che in parte alla Verità divina. “Dio” non è una concettualizzazione da filosofi o da speculatori, è una Realtà 38


che va ritrovata, ascoltata e recepita nell’immediatezza di un rapporto binario caratterizzato dallo Io-TU, e cioè da un rapporto fra l’Io finito e un “Tu” infinito. Un’empatia sostanziale in questi termini è posta dalla stessa Volontà creatrice del Brahma (resosi così “Padre”), che deve essere quindi naturalmente accettata, compresa ed eternamente vivificata. L’astrattezza di certe entità yesodiche ha poi varie origini, differenziate così come lo furono le loro esistenze. C’è che s’affida all’intellettualismo perché perse, nel corso dei tempi passati, la percezione del proprio Atma, riducendosi in tal modo privo d’ogni capacità intuitiva. L’idea di “Dio” che ne risulta è dunque una discriminazione mentale di contenuti preesistenti, e perciò astratta, psicologicamente condizionata e fortemente riduttiva; è tuttavia fortemente affermata proprio dalle stesse strutture intellettuali che la formulano, incapaci di scorgere i propri limiti (soprattutto inconsci) e le conseguenti incongruenze. L’affermazione prioritaria che la sola mente sia la base d’ogni interpretazione della realtà distorce ogni ulteriore, sia pur logica, argomentazione. La mente non è la base dell’interpretazione della realtà esistenziale, ma semplicemente attualizza con la propria capacita discriminante i contenuti sintetici intuiti con l’appercezione al livello spirituale. Ogni altra utilizzazione della mente è gravemente arbitraria, e può condurre ad errori estremi. Tuttavia chi versa in queste condizioni (molto generalizzate) è come accecato dal suo stesso organo interiore di rapporto con il campo, e allora ridargli la visione esatta delle cose – intime ed esteriori – non è mai cosa semplice. Egli, infatti, deve essere ricondotto a percepire il proprio limite e a superarlo: deve rendersi al Sé. Ovviamente, le massime difficoltà emergono da quelle personalità che più s’identificano nella volontà di potere e di possesso, che negano qualsiasi Trascendenza e che quindi si considerano le sole facitrici della propria realtà. Esse sono più che atee: più o meno, si sentano “dee”, e questo stato oscura ogni retta intenzione e ogni possibile riscatto, finché permane. “Dee del Potere”, seconde a nessuno se non a quelli che abbiano un maggior “potere”. Ne deriva una struttura spersonalizzante e chiusa in durissime gerarchie, che non ammettono né obbiezioni né defezioni; e che si considerano le vere padrone anche del nostro ambito, ridotto a loro area di sfruttamento e di sostegno. Praticamente, un’estensione delle loro forme. Il reintegro nel Sé, nel punto di congiunzione dell’individualità emanata con l’Emanante (ed è anche il punto in cui si opera la scelta nel Continuum divino) è comunque un evento estremamente osteggiato, anche in conseguenza dei gravi disagi – mentali e fisici – che può determinare, implicando il dissolvimento di strutture interiori sclerotiche e fossilizzate. Nella Manifestazione esistono, come già dicemmo, infinite formulazioni di personalità, su tutti i possibili piani autorappresentativi. Ne abbiamo elencati alcuni: le zone infime d’entità prive di “forma” comprensibile, ridotte al puro ego. Poi, quelle abitate da individualità che – pur non essendosi ridotte a tanto – sono comunque assai succubi di se medesime e d’altre, 39


versanti in identiche condizioni; e comunque molto legate alle zone più basse dell’esistente. Inoltre conosciamo alcuni casi d’entità abbastanza dotate, ancora capaci di “scelte” relativamente libere, ed in grado d’agire su molteplici piani. Queste ultime sono, adesso, il nostro immediato problema. Entità in qualche modo libere e sufficientemente evolute non si ritrovano ipso facto nel Piano ideativo divino al punto da rendersi fattori dinamici dell’Evento manifestante. Possono, al contrario, rendersi elementi della sua staticità e pertanto princìpi di una potenziale ed attuale involuzione. Questo fenomeno denuncia la persistenza della “caduta” genesiaca, ora e qui. Quando accade questo tracollo? Quando le circostanze karmiche, l’accumulo delle negatività passate e l’insistenza nel rifiuto dell’atto di misericordia del Padre (sempre immanente) persuade – o, meglio, costringe – il Brahma ad “indurle in tentazione”, a metterle cioè in una situazione di scelta fondamentale, nella quale debbano svelare effettivamente a Dio ed alla Creatura la loro vera condizione spirituale, la loro realtà. Quando tutto questo avviene, ed avviene sempre perché fa parte del processo soterico di reintegro nell’Idea basale, le entità dei piani sottili incontrano le loro innumerevoli contraddizioni, dando così l’esatta misura di se stesse. Possono “cadere”. E’, naturalmente, un mezzo disastro, e sovente più che “mezzo”: la Manifestazione è (in queste zone che ostinatamente ricusano il rapporto e l’incontro con l’ultima Sephirah, Malkuth) molto lesa, molto decaduta e vulnerata. E’ questa la Manifestazione che crocifigge la Misericordia divina in Cristo, che ostacola e rifiuta ogni tentativo di reintegro nel Piano emanativo principiale e che comunque non rinuncia all’idea di una sua supposta superiorità, di un predominio per diritto innato e di una fruizione dell’altro come norma di vita. Non recede dalla volontà di dominio sui propri fratelli, sui simili, su coloro che sono eguali allo sguardo dell’Altissimo, e che vengono gettati nelle catene degli schiavi. Il punto critico si raggiunge qui, quando le entità dei piani di tangenza incontrano la loro verità, ed agiscono non più soltanto in ossequio alle loro razionalizzazioni più o meno inconsce, ma secondo gli impulsi più radicati e deleteri del loro stato. Il collasso è la necessaria conseguenza che molte zone allora subiscono, e che le sorprende in quanto si erano volute sentire a tutti i costi giuste, vere e perfino sante. Un collasso doloroso che le smentisce, una presa di coscienza affaticata ed affaticante, tradotta in conflitti interni anche violenti, in sopraffazioni reciproche ed in un duello feroce quanto inane con la Volontà di Dio. Un duello del quale esse sole sono le fautrici e le protagoniste, che sovente vuole colpire il Padre proprio nella Sua creazione e che in ogni caso si rivolge contro la persona che funge quale “ente di tramite ideativo”: egli è, infatti, il loro immediato problema, lo specchio in cui si riflettono e il più doloroso rimorso, da elidere a tutti i costi. 40


Sono momenti difficili. Irreale ed affaticato appare tutto il processo soterico, che coinvolge molti piani in reciproca interazione. E che naturalmente deve essere perfezionato e risolto con un atto continuo d’incentramento nel Sé, nell’Atma e nella Sua Volontà, che è poi il Brahma in Krisna, in Cristo. L’esito positivo di questo processo richiede pertanto sia l’esatta identificazione del problema sia quella dei metodi di confronto. Richiede il Maestro, quello vero. Date le condizioni generali in cui ci dibattiamo, occorre sapere almeno questo: emergono senza posa fattori di confusione artatamente indotti. Essi sono i “falsi profeti” denunciati nei Vangeli di Gesù, l’aspetto mendace e volutamente ingannevole di un Glifo che si crede “luce” nella sua tenebra. L’iniziando, per agire con efficacia, deve mantenere ben presente – e quanto più può – il senso profondo dell’Amore: deve sapersi conservare nel Centro Cardiaco di notte e di giorno, nella veglia e nel sonno. Lì è, infatti, il Cuore di tutta la sua personalità, e lì esiste il punto di scelta, il Sé. Solo in queste condizioni (che sono sempre dono) egli può resistere e, resistendo, agire induttivamente sulle componenti femminili (tante) e maschili (poche) dei piani di tangenza. Solo così può addivenire alla rimozione in Cristo (quindi non nelle loro menti come sono adesso, ma incentrate nella Misericordia di Dio!) di tutte le concettualizzazioni e strutture che risultano effettivamente incompatibili con il Sentiero salvifico, ottenendo conseguentemente una maggior “facilità” ad accordarsi con quelle personalità che già si riconoscono in Cristo, e che conseguentemente vorrebbero ripristinare l’antica unità del Mondo manifestato. Unità che presuppone, secondo l’esatta Legge di Polarità, un rapporto di fiducia e di collaborazione con l’ente di tramite virile, e la conseguente comprensione degli eventi che hanno in tempi lontani condotto a questo stato di separazione. Questo è il momento che segna, se si attualizza, il vero passaggio dalla zona involuta a quella che si sa emancipare. Passaggio fondamentale, da volersi e da cercarsi: e che necessariamente non ottiene – per quanti sforzi si facciano – un risultato immediato, pieno e chiarificante. Può accadere che l’opposizione sia davvero irriducibile, e che molte forme/pensiero del mondo di Yesod - ancora più o meno confuse con le altre - non vogliano rinunciare ai loro poteri. In questo caso la continuità con il passato (mantenutasi sia pure in forme conflittuali per un tempo incalcolabile) può venire meno. Allora il processo, pur riuscendo ad elidere molte incidenze karmiche della “caduta”, esige nuove formulazioni empatiche ed operative. In altri termini, gli antichi nessi si riassorbono nella Potenzialità divina, e il Padre deve integrare gli allievi fedeli, e coloro che sono a vario titolo coinvolti in quest’iter salvifico, in nuove e differenti formulazioni. Quali esse saranno, dipende da molti fattori che appartengono in ampia misura al nostro futuro, e cioè al tempo del reintegro nell’Idea principiale, quella che apre il nuovo Sentiero. 41


16/10/2001

LA METODOLOGIA ESSENZIALE La metodologia essenziale per la propria autorealizzazione consiste semplicemente nell’amore per Dio, lasciando a Dio stesso la facoltà – quanto più ampia possibile – di provvedere ad ogni occorrenza. Null’altro che un empito dolce ed informale d’amore per il Padre, mantenuto però con fermissima coerenza. “Informale”, e cioè senza alcuna specifica qualificazione, che verrà poi. Questa è la base d’ogni successivo approfondimento meditativo, che il Maestro atmico indicherà volta per volta. Ed è base di Fede. Cosa è dunque la Fede? La Fede è riconoscimento di realtà, ed il riconoscimento precede l’attualizzazione di quanto si voglia operare. La Fede è passiva soltanto come “silenzio” nell’ascolto interiore, e veramente attiva come “scelta” di realtà a livello informale, che diventa scelta specifica soltanto nell’istante pre-coscienziale (coscienza di veglia, naturalmente) del mistero che è il rapporto unitivo con Dio; e che assume l’aspetto “formale” del senso di compiuta armonia e d’adeguato completamento realizzativo come “sapienza”. Sapienza che è indotta da Dio, ma che è liberamente accettata e voluta dall’ente. Queste cose rappresentano il fondamento dell’iniziazione, la quale è processo lungo e difficile che si risolve poco a poco. L’iniziato “sa” quello che il non iniziato non può capire, ed è quindi normalmente incompreso e affaticato da coloro che incontra. Tuttavia l’iniziato prosegue nel suo cammino per massima parte segreto, e – procedendo – cambia quel che incontra. E’ lavoro duro, perché il Maestro utilizza le capacità dell’allievo, e non altro. Nell’azione estroversa, che è il rapporto con l’altro, sussiste un costante, basilare stato d’introspezione, e qui sovente l’asino inciampa. L’introspezione deve essere rigorosa ma non rigida, e questo è difficile quando non si è “con” il Maestro che in modo approssimativo. Così l’inizio del sentiero è lento, e serve molto il comportamento autoimpostosi – capace d’infrangere vecchi schemi e di innovare i parametri del giudizio – che forgia le basi per l’azione esoterica vera e propria. Ecco perché lo Yoga insegna lo Yama ed il Niyama, e cioè quel che deve essere fatto e quel che deve essere tralasciato. S’insegna in tal modo un altro procedimento autorappresentativo al mentale, suscettibile d’ignorare gli schemi autoindotti e le interferenze che li sostengono. In seguito il processo mentale risulta agevolato, perché l’organo che lo compie comincia a recepire lo Spirito, e nello Spirito c’è l’Amore di Dio. A questo punto l’introspezione rende evidenti i limiti della coscienza, i quali devono essere necessariamente superati. I limiti si elidono solo affidandoli, con un 42


atto d’amore interiore e concreto, al Padre: non esiste altro modo per rimuoverli, perché conoscerli semplicemente rende sì possibile affrontarli, razionalizzarli o reprimerli, ma essi troveranno sempre altre vie d’accesso all’interiorità, più oscure e temibili. Solo Dio può fare luce nelle tenebre dell’inconscio. La psicanalisi ha un solo vero merito: quello di rendere noto che esiste l’ignoto, almeno in qualche misura, e di far comprendere come l’ignoto sia attivo nel noto della comune coscienza di veglia. E’ molto, molto davvero. Ma se l’analista presume d’andare oltre ad un transitorio senso di benessere dell’analizzato, è in errore. L’analizzato, se si trasforma interiormente, si può mettere in grado d’amare la vita, e quindi attinge ad un maggior grado di libertà, che può essere anche risolutivo perché l’amore di Dio è in noi. Tuttavia, se egli non compie questa fondamentale trasformazione, che è precipuamente di sua iniziativa, in poco o in molto tempo ogni vantaggio acquisito si disperde, ed altri problemi insorgono. Un certo tipo d’analisi può donare pace e voglia di vita, ma certamente non evita i problemi del nostro corso esistenziale: il dolore fisico e la morte, per esempio. Ed allora, se manca un reale stato iniziatico in atto - e con incidenza davvero notevole – il dolore e la morte sono ostacoli davvero insuperabili, perché rappresentano la presenza del male nel Bene che è Dio. E’ la Caduta che mostra il suo volto distruttivo, e solo Dio lo può cancellare. Ecco un punto di conoscenza che deve essere meditato. La psicologia e la psicoanalisi sono illusione se non sono ascolto interiore. ϖ∆ϖ∆ϖ Il nocciolo del problema esistenziale è questo: l’uomo non è capace di rendere la donna attenta a lui ed a se stessa, e la donna non è capace di tollerare e cambiare questo stato di cose. Se l’uomo manca, la donna dovrebbe rendersi in grado di colmare la lacuna, incentivandolo con il suo amore. Ma come? Con l’amore di se stessa, fondato sul proprio “io”, non vi riesce né può riuscirvi. Occorre l’amore collocato nel Centro atmico, e cioè affidato con Fede ed assiduità al Padre. Fede è sostanza di quel che si spera, e se è fede esatta conduce ad un esatto risultato, sempre. Ma “Fede esatta” è concetto arduo, che occorre discriminare: cosa è veramente la Fede? E’ profondo abbandono a Dio, inteso come Misericordia ed Amore. Cosa è, allora, l’abbandono? L’abbandono di sé a Dio è la cessazione del pensiero, dell’opposizione mentale a quanto accade; è il superamento della voglia di condizionare gli accadimenti, e conseguentemente la scelta di affidare il corso della propria esistenza al Maestro 43


divino. Ma cosa è allora questo “affidamento al Maestro”, che è diversificato ed identico all’ “abbandono al Padre”? Sostanzialmente, è l’atto d’accettazione (atto continuo) che la Misericordia di Dio insegni ad affrontare, nell’ammaestramento degli avvenimenti, il proprio “ego”, la propria separazione dal Centro, la propria possessività. Ma non basta. L’abbandono è atto dinamico, non statico. Affidarsi al Maestro è attivare l’ascolto interiore con totale ricettività (secondo le proprie vere capacità) e scegliere costantemente quanto s’evidenzia nel luogo più intimo della coscienza, nel Sé che è il Punto d’intersezione fra l’Amore eterno e la nostra, personalissima intelligenza dell’Amore. In questo caso l’abbandono è scelta continua dell’amore, e quindi estrema dinamicità. Se si vuole qualcosa, bisogna lottare appropriatamente per questo “qualcosa”. Se si cerca soltanto il proprio appagamento, l’altro diventa sempre un oggetto sotto la nostra disponibilità, e quindi è accettato se ed in quanto corrisponda al nostro volere. Il quale volere non è però né chiaro né univoco al nostro intelletto, perché in massima parte fondato e composto da fattori inconsci. Conseguentemente l’altro risulta – per necessità del nostro mentale, oltre che per le sue più o meno evidenti insufficienze – sempre inadeguato al nostro “voler l’altro”. Occorre poi aggiungere qualcosa. Il nostro mentale non è mai scevro - almeno nelle personalità non eccezionali - da interferenze d’ogni tipo: interferenze nostre se inconsce, ed ogni tanto consce. E in tal modo l’idea, in certe circostanze centrale, di rapporto empatico con l’altro è messa al vaglio continuamente, è logorata oltre le nostre stesse intenzioni e da noi stessi, in primo luogo. Ma è offesa anche da altre idee, che non sono nostre ma che tali diventano se, ascoltandole inconsapevolmente, le accettiamo e ci identifichiamo con esse. Sono, infatti, idee del globale, dure e possessive, che esigono sovente l’avventura erotica non impegnativa, il passatempo non innocente, il piacere facile e l’affermazione del proprio “io” su quello altrui. Tutto questo è, per il polo maschile, conquista di quel che ancora non è proprio, e la conquista del nuovo rende in genere obsoleto il vecchio. Per la donna è seduzione: ed in genere la nuova vittoria si aggiunge a quel che essa già possiede e vive, ed ella non rimuove il passato finché sussista nei suoi confronti un certo tipo d’interessamento. Diciamo “interessamento” e non amore, affetto o qualsivoglia altro sentimento d’affezione. Interesse che può poi essere – molto sottilmente, molto nascostamente – un vero calcolo d’utilità, un modo per procurarsi tranquillità economica in un mondo pervaso da concettualizzazioni troppo maschiliste, e la conseguente stabilità e sicurezza. Il problema è davvero arduo. Dobbiamo inoltre considerare l’intenzionalità opposta a Dio di buona parte del Mondo Astrale, il quale odia tutto quel che si rende limite alla sua strenua e disperata possessività, sovente odiosa. Tutto è Mente: e la Mente è Spirito in fase discriminante, necessaria al 44


compimento dell’Idea di Vita. Questo è l’insegnamento, eternamente attuale, che a noi giunge sopratutto dall’antico Egitto. Quello che è Mente possiede sempre un centro ideativo, che è il fulcro emittente di una personalità. Nella Manifestazione (il nostro Campo globale) tutto è “personalità”, dall’atomo al Cosmo. Personalità più o meno consapevole, più o meno capace di libertà. Ma sempre “personalità”. In questo continuum le formulazioni più attive e significanti sono le individualità autocoscienti, e cioè tutto quel che si concentra nell’idea di Adam in senso stretto; in quest’idea sussistono l’Uomo e la Donna fisici. Essi costituiscono il fattore d’autocoscienza più elevato, virtualmente ed attualmente, dei vari campi o strati del mondo manifestato. Ne consegue che le persone (intese nel senso specifico che abbiamo ora indicato) si rendono le emittenti più esatte o più tremende d’intenzioni e di vettori che informano il nostro stato d’esistenza e di consapevolezza. Affermare che le persone viventi nel piano “sottile” (simile e non identico al nostro) siano buone e belle è in generale offendere la misericordia, la giustizia e la bellezza di Dio. I campi astrali sono (nell’interferenza generalmente più accolta ed incidente sul nostro piano) brutti, oscuri e feroci, colmi d’egotismo e di protervia. Con alcune significative eccezioni. Sono i campi del delitto contro Dio, non certo quelli del Suo amore per creature che Lo amano. Perché? Perché noi siamo nel Bardo, nella Zona Intermedia, dove si compie il riconoscimento del nostro stato di realtà, e questo fattore comporta che qui incontriamo anche le nostre più latenti incompiutezze. E implica che le nostre più nere insufficienze concorrano a formare il “globale” in concorso con altre simili; e che il “globale” contenga di conseguenza zone ampie di negatività che noi stessi abbiamo contribuito a determinare. Ma tutto questo è inesatto se è interpretato alla lettera in un senso pessimistico. Se, infatti, siamo nel Bardo, è segno che abbiamo tuttora la capacità della scelta, e che possediamo conseguentemente la facoltà di rimuovere la nostra oscurità interferendo anche su quella altrui, secondo un criterio d’affinità. Tuttavia alcune delle personalità della zona dimensionale limitrofa (astrale) che abitano mondi più del nostro negati all’amore di Dio, sono davvero demoniche, e non mostrano disponibilità e capacità ad emendarsi. Esse sono per di più carenti d’energia vitale, dato che l’energia è la presenza di Dio, ed esse odiano e temono la divinità nel Suo aspetto Amore, preferendo semmai il concetto di Potere, preferibilmente indiscriminato. Non ammettono conseguentemente la nostra diversità “in Cristo”, non volendo perdere la nostra capacità di sostenerle con la stessa nostra vita. Non negano tanto l’esistenza di un “dio” – al loro livello non è poi tanto facile farlo – ma ne rifiutano l’essenzialità d’Amore: ed odiano, perché temono, l’Amore. 45


Ne deriva che tutti ci troviamo esposti a questo potere di Yesod (Yesod della Caduta, non certo di Cristo) e i casi allora sono solamente due: o lo sappiamo elidere distruggendone l’ego aggressivo, o esso ci trasformerà in quello che comporta, al limite annichilendoci. Non c’è possibilità di altra scelta: o si lotta per la libertà, o si è schiavi, ignari ed infelici. Qualche brevissimo cenno su alcune strutture del campo astrale, con specifico riferimento alle entità ed alle zone di diretta interferenza. Le entità di Yesod si manifestano in modalità sovente subdole, e sempre con intenzioni duramente conflittuali con le nostre idee di amore e di libertà. Tuttavia se mutano indirizzo – e non è detto che possano farlo nell’attualità – esse possono anche “entrare” nel nostro piano dimensionale con la loro forma fisica, e rimanervi senza troppe difficoltà. Questo dato significa che il contatto “teurgico” con enti di tipo astrale e in un aspetto formale con noi compatibile può rendersi possibile, e che la forma umana – nell’uomo e nella donna – è fondamentale, archetipica nel piano della Manifestazione: è Mandala da meditare e comprendere. In sintesi, potremmo dire che il Regno è Uno, e che non è né nostro né di altri: è di Dio, e quindi tutti ne possono essere partecipi, se presentano le sufficienti qualificazioni. Le entità di Yesod sono, nel contatto diretto, generalmente femminili: femminilità esplicative, e quindi impersonano le potenze informanti (“elementali”) dell’Ideazione primordiale. Conseguentemente sono donne, e donne in senso virtualmente globale. Nell’antica tradizione esoterica di molti tempi e civiltà furono “dee”; furono “ninfe” come Circe, di lei non meno temibili o tremende. Esse desiderano il contatto con l’ente maschile che si dimostri capace di rendersi tramite ideativo, principio d’attivazione delle loro facoltà esplicative ed informanti; lo desiderano a tutti i livelli possibili, ma a modo loro, e cioè mediante un controllo mentale possessivo e duramente costrittivo. In assenza del maestro tutto ciò è estremamente pericoloso: la carenza dell’idea d’amore, di parità, d’intelligenza dello Spirito (che è poi intelligenza dell’Amore di Dio) può modificare il rapporto in possessione demonica, con conseguenze distruttive per entrambi i partecipanti. Le femminilità astrali appaiono belle: belle e seduttive. Ma chi cede alla loro bellezza, al loro fascino e alle loro lusinghe è immancabilmente disprezzato e corroso, perché esse comprendono le ragioni dell’assenso, e le sfruttano: sono infatti ragioni poco nobili, poco oneste, in cui v’è rinuncia alla propria dignità e chiarezza in nome di gratificazioni d’origine oscura, che rendono vulnerabili e vulnerati. Le donne astrali si identificano fin troppo nell’ego, nel mentalismo più o meno astratto ed intellettuale, e non percepiscono il Centro atmico. Guai a chi le affonda nel loro dramma, e vi si coinvolge. Esse sono così simbolo della tragedia che coinvolge anche il nostro piano esistenziale, tanto incapace di riconoscersi nella luce di Tiphereth. 46


Le modalità del potere sottile di Yesod consistono in “linee” di controllo che le loro menti – più o meno unite o collegate – direzionano sulle nostre, a livello profondo: tramite il controllo mentale sul nostro organo interno lo stesso campo energetico e fisico vengono “invasi”, e possono essere sfruttati. Così le entità oscurate s’alimentano della nostra vita, e la ne sfruttano le risorse per sopravvivere e per dominarci, trasformandoci in quello che esse sono. Saremmo ben più longevi e felici se questa invasione non esistesse o cessasse: saremmo più reali. Il compito è così definito: riconquistare il nostro campo, e unificarlo secondo la Volontà di Cristo. La meta è un Regno che sia tale per tutti, e che superi il frazionamento condotto dalla Caduta. La vera vittoria non è quella che distrugge l’avversario, ma quella che lo rende amico e fratello. E’ vittoria teurgica, come quella che ottenne Arjuna sotto la guida di Krisna, l’Auriga. La nostra vittoria, sul dolore e sulla stessa morte ciclica, è allora Dono, l’estremo Dono di Dio.

9/04/2001

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L’ALLEANZA L’autonomia della creatura si fonda sulla libertà di scelta, e quest’ultima è sostanzialmente e fattualmente un dono elargito dal Creatore agli enti della Sua manifestazione, fin dal principio. Precisiamo pertanto i concetti di libertà e d’autonomia secondo le nostre attuali conclusioni, suscettibili sempre e in ogni caso d’ulteriori precisazioni ed approfondimenti. Abbiamo affermato che la libertà delle scelte è un dono. Essa appartiene certamente alla persona autocosciente, ma nella misura in cui questo dono è compreso ed accettato: conseguentemente la libertà di cui noi facciamo uso si fonda proprio su una basilare coerenza con il Principio informante, e quindi su un primo e fondante atto di libertà, che è non legato al momento e che si evidenzia come continuità. Ne consegue che il rapporto esistente fra il Creatore e la creatura deve essere costantemente mantenuto, e questo dato implica appunto l’alleanza puntualizzata in un fine comune, che è l’esistenza nel tempo e nello spazio secondo l’Ideazione principiale. Il dono, abbiamo detto, non è cogente nel senso che esige la consapevole volontà della persona per rendersi attuale; altrimenti resta una “potenzialità” in attesa della sua realizzazione, con conseguenze estremamente nefaste per chi la disattenda, e che possono sintetizzarsi nella perdita di realtà, temporanea ma dolorosissima, che conducono al limite dell’incapacità d’autorappresentarsi la propria esistenza. Questi principi consentono ulteriori discriminazioni, la prima delle quali è questa: la manifestazione di un Universo formalizzato in questi termini è un atto libero, da nulla condizionato, dell’Ente supremo, che in tal modo evidenzia in Sé un’immagine realissima della propria essenzialità. Immagine distinta da Lui, che è Illimite, e quindi sussistente come limite in eterno divenire. Questa proposizione si fonda sul contenuto infinito del potenziale dell’Immagine, la quale tende naturalmente a realizzarlo e a rendersi in tal modo più reale. Un’implicazione necessaria è questa: l’atto creativo, da nulla determinato, esprime la perfetta libertà dell’Emanante, e questa elementare osservazione consente innanzi tutto di specificare che è un atto d’amore, implicante una “contrazione” della Coscienza assoluta (Cit) per stabilire una spazio affidato alla coscienza relativa, la quale assume quindi un rapporto dualistico con il Manifestante, ma proprio nel Suo continuum. Possiamo evidentemente dedurre che questa finalità è l’espressione essenziale della volontà che l’esprime, e cioè che la vita della creatura è fondamentalmente un aspetto della Vita del Creatore. Aspetto molto particolare 48


tuttavia, perché si affida proprio all’ente manifestato per realizzarsi compiutamente e in un tempo infinito. In tal senso l’alleanza fra l’uomo e Dio implica che essa consente al primo di agire in Nome e secondo le intenzioni del Secondo, e che questa è la naturale e fondamentale situazione esistenziale, non mutuabile con alcun’altra. E ne consegue che l’uomo è, in questa prospettiva, certamente una “funzione” della Volontà emanante, ma configurata in parametri che la rendono libera e responsabile nei confronti di Lei e di se stessa. Così l’uomo, l’Adam, si rende (secondo le parole di Gesù) un compagno di cammino, un “amico ed un fratello” di Cristo, e non semplicemente un “servo” o un semplice esecutore. L’alleanza è la determinazione di operare per la realizzazione di uno scopo comune, che è la Vita in una sua particolare e specificata formulazione: la vita della creatura “come” Vita stessa del Creatore, e nei limiti che la prima sa e può darsi. La libertà d’assumere quest’intenzione è, abbiamo detto, un basilare atto di scelta d’accogliere il Dono della libertà: esprime dunque una “apertura” del Padre nei nostri confronti, che è Atto temporale ed insieme atemporale, e questa proposizione esige alcuni approfondimenti. Il Padre in Ain Soph è oltre ogni possibile definizione: è oltre il Tempo ed è contemporaneamente il Tempo. Egli inoltre è il Tempo divino e quello umano, e questa constatazione è semplicemente un tentativo di rappresentarci, così come possiamo, la Sua infinità ed il Suo amore. Il Padre (Kether) crea l’Immagine, e la sostiene: ma l’Immagine, che ontologicamente è Lui e coscienzialmente si distingue da Lui, esiste come limite, è quindi “relativa”. Conseguentemente il Padre si assume con quest’atto il peso della relatività, la quale può rendersi liberamente a Lui in ogni istante della propria esistenza (insistiamo: propria per dono divino) ma che può anche misconoscere, rifiutare l’essenziale rapporto d’alleanza con il Dio emanante, rendendosi in tal modo carente di realtà. Questa possibilità, certamente compresa nell’Atto manifestante, si è verificata nel nostro tempo/spazio, e costituisce quello che nel mito veterotestamentario è la “caduta da Eden”. Ricapitoliamo: la libertà della creatura è Dono, ontologicamente atemporale (e quindi eterno) che si puntualizza in un temporale e costante atto di scelta, sostenuto e non condizionato dall’Immanenza divina. L’atto di scelta è il fattore che si puntualizza in un comportamento successivo e coerente, che esprime l’autonomia operativa degli enti manifestati. Quest’autonomia è perfettamente “libera”? Nell’Ideazione principiale lo è, ma nel nostro tempo e spazio relativi essa incontra fattori diversi, perché si attualizza nel “campo esistenziale della caduta”, e deve necessariamente tenere conto delle condizioni e delle scelte (sovente ostative) di tutti gli enti che lo costituiscono, e soprattutto di quelli che ci sono più vicini e che costituiscono per questo il nostro “prossimo”. In quest’ottica l’autonomia personale esprime tanto le condizioni specifiche dell’ente che agisce quanto la situazione dell’ambito che gli è proprio. Occorre ricordare a questo punto che l’Adam è idea unitaria infinitamente 49


discriminata in idee reali, che la costituiscono e la riflettono secondo particolarissimi punti di vista. Quest’affermazione implica che l’Adam è, per il Padre, contemporaneamente uno e molti, ed anche che l’unità dell’Adam per gli enti relativi si costituisce se essi veramente la vogliono come scelta fattiva e concreta, nell’intuizione del comune substrato ontologico che li puntualizza. Queste considerazioni danno ragione delle difficoltà che un cammino soterico incontra: il “campo” è fortemente incoerente con il Principio, e quindi l’Alleanza così com’è stata definita è carente o spezzata. Lo è anche quando è intesa in senso leguleio e formalistico (do ut des), e nel senso di una soggezione acritica e passiva della creatura al volere del Creatore, tale da non richiedere una consapevole e responsabile deliberazione interiore. Questi modi intellettualistici e fortemente astratti di concepire l’alleanza conducono – come la nostra storia comune ci svela da tempi immemorabili – ad un fraintendimento del divino e dell’umano, e inevitabilmente al formalismo ed al rigorismo oltre che allo scadimento generale dell’esistente. La prima necessità è allora comprendere quanto più accuratamente ci è possibile il senso e la presenza dell’Atto manifestante nel nostro tempo e spazio; senso e presenza che informano il sostegno di Dio alla Sua manifestazione, e che si puntualizza nell’immanenza del Cristo, per noi in Gesù ed in Maria. Il massimo problema è allora costituito da molte imperfette – o falsificate – rappresentazioni di questo sostegno, oltre che alla sua negazione e dimenticanza. Ed occorre puntualizzare l’immanenza divina in una scelta interiore che si colloca oltre le stesse categorie autorappresentative dell’intelletto/mente, a livello dunque di Spirito: scelta continua di Dio non condizionata dalle nostre stesse concettualizzazioni e credenze in altro modo assunte, e quindi secondo una percezione intuitiva di Realtà che si colloca prima anche d’ogni discriminazione intellettualistica, e che noi consideriamo fondamento e causa della medesima. Questa scelta, che è aporia per la comune intelligenza analitica, fondata su se stessa, è la Fede. La Fede è conseguentemente, per noi, il fattore principiale, permanente e finalizzante della nostra libertà: “Credo quia absurdum”, in cui la “assurdità” è tale soltanto per l’analisi mentale priva di substrato spirituale, carente di vero intuizionismo nel Principio e con il Principio. Per questo ripetiamo, con il Santo e con il Poeta: “Fede è sostanza di cose sperate, ed argomento delle non parventi”. La Fede è l’elemento dinamico della nostra esistenza, quello che ci conduce oltre le vie apparenti del campo – condizionato da troppi fattori ostativi – nei Sentieri di Dio. Insistiamo: la Fede è il fattore di realtà della nostra scelta dinamica, nell’ora e nel qui, sempre, e manifesta il senso concreto e profondo dell’Alleanza. La quale poi si esprime in tempo e spazio, come accadimenti e vita vissuta “se” noi ci siamo ricondotti in essenza al Principio, se quindi abbiamo superato la “caduta” e rifondato l’Alleanza nella nostra attualità. Questo processo è tuttavia lento, ed ostacolato proprio dalla nostra odierna carenza di libertà di scelta, di Fede. In questo caso, infatti, le condizioni del campo si 50


rendono interferenti e sovente ostative, superabili solo con un costante incentramento nell’Atma, nella Scintilla divina che è la Causa ed il sostegno di tutta la nostra struttura creaturale. Occorre, per finire, specificare in proposito che l’oscuramento della nostra libertà ed autonomia è un fattore profondo, collocato nei recessi della mente inconscia e che – soprattutto lì – è condiviso da grandissima parte del nostro ambito esistenziale. In termini espliciti, la “caduta” è un fattore comune per la nostra zona, ed implica una responsabilità tanto personale (nei confronti del Padre) che generale (verso l’intera Sua manifestazione, concretizzata nel nostro “prossimo”). Questa situazione �� difficoltosa, ed esige il sostegno divino e la costante ricerca del rapporto con il Centro atmico per essere risolta; infatti, nell’Atma esistono tutte le strade attualmente agibili per il nostro riscatto e la salvezza, ben oltre i limiti della mente relativa. Ribadiamo tuttavia che per il Padre l’Adam è uno e molti insieme, e che quindi la redenzione del singolo implica l’azione anche sul suo prossimo, a lui affidata e da Dio sostenuta. In tal modo l’impersonalità del figlio nel suo processo di reintegro è necessaria, ed è appunto fondata sull’esercizio attuale e concreto della Fede. Questo dato esemplifica nella pratica le Idee basilari di libertà e d’autonomia, che sono le strutture informanti e fondamentali dell’esistenza e che quindi vanno esattamente comprese. Domenica 6 ottobre 2002

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NOTE SULL’ALLEANZA

Non è possibile comprendere la situazione esistenziale se non sono ben chiari alcuni suoi principi informanti, che cercheremo d’illustrare succintamente. L’Emanazione è un atto divino, fondato sull’amore ed espresso nella libertà. Il rapporto che unisce l’Ente Causale al causato è quello d’identità e differenziazione in sintesi affettivamente qualificata: Dio crea esprimendo così la Sua essenzialità, e crea per amore, da nulla condizionato. Questa verità è basale, e c’indica specificatamente che la natura dell’Assoluto, che così si rende Padre, è quella dell’Amore, oltre ogni possibile elucubrazione intellettualistica e filosofica. Occorre, alla luce di questo principio (suffragato dall’esperienza esoterica e, soprattutto, dalla stessa Rivelazione) cercare d’interpretare il giusto rapporto che s’instaura fra Creatore e creatura nell’atto manifestante, storicamente definitosi in molti modi ed in innumeri ipotesi. Il termine che consideriamo più adeguato ad esplicitarlo è quello – desunto dalla tradizione ebraica – di “Alleanza”, e conseguentemente tentiamo d’indagarne i contenuti. Prima d’ogni altra cosa, escludiamo il significato contrattuale che storicamente è stato attribuito al termine, per il quale l’uomo tributerebbe onori ed ossequio al Dio per ottenerne i favori. Nessun “do ut des” è concepibile, infatti, nel rapporto fra l’Ente emanante e la personalità emanata (specificatamente l’uomo, o considerata nella sua massima estensione concettuale, l’Interità, l’Uomo cosmico). Il rapporto, che si determina nella perfetta libertà divina, è sintetizzato dalla parola “Padre”, e quindi è rapporto d’empatia profonda, direzionata ad un fine comune. Noi consideriamo, infatti, che lo scopo dell’atto divino sia quello d’evidenziare nella creatura l’immagine della Vita trascendente, e che di conseguenza l’esistenza del relativo – in quanto tale – sia la vera finalità dell’Assoluto. La vita, in quest’ottica, denota un valore infinito proprio nel suo scorrimento, e tende a svelare progressivamente l’affinità dell’Immagine nei confronti del Modello Causale. Ma in che ordine ideativo si colloca questo divenire, che è – ricordiamolo sempre – “divenire nell’Essere”? Questo è il problema ermeneutico principale, ai fini dell’interpretazione del concetto d’alleanza. Possiamo affermare che la logica dell’Immagine è quella della libertà, nella precisa prospettiva che la libertà del campo relativo abbisogna necessariamente di coerenza con quella dell’Assolutezza in cui esso si manifesta. Il concetto di libertà implica che l’ente emanato persegue il proprio fine ontologico realizzandosi nel sostegno dell’Emanante (perfetta libertà), istante per istante. In termini differenti, la volontà dell’Uomo tesa a svelare i propri esatti contenuti esistenziali – volontà che s’esprime nella scelta vettoriale e nell’autonomia esecutiva – è fondamentale al piano 52


manifestante del Padre, ed è condizione ineludibile, necessaria del processo vitale. La libertà dell’Adam conseguentemente deve incontrarsi, in ogni istante, con quella del Padre, che non è condizionante perché infinita, ma che esige d’emergere nel corso del processo esistenziale. La creatura, in questa prospettiva, è la vivente volontà di Dio: oltre che a livello ontologico anche in quello coscienziale, per propria scelta individuata nel Centro spirituale (ai confini con l’Atma), e sorretta dall’immanenza divina. Il concetto d’Alleanza si configura quindi in una libera convergenza nell’unità fra ente creato e Creatore, nella quale entrambi perseguono il fine di una vita reale, che disveli appunto gli infiniti contenuti dell’Idea trascendente. Sinteticamente, possiamo affermare che la Manifestazione è quindi affidata alla Creatura stessa, e nel costante supporto dell’amore di Dio. Quanto questo fine importi al Dio Padre non è stato sovente compreso dai Suoi figli, che si sono conseguentemente dati risposte imperfette ed imprecise, ben note all’indagine storica e filosofica. La carenza di una vera capacità introspettiva (e quindi di un esatto rapporto empatico con il Padre) ha determinato eccessi intellettualistici di tutti i tipi, e un pesante fraintendimento del proprio stato esistenziale. In tal guisa i concetti d’Amore, di Misericordia e di Grazia sono stati oscurati e spesso negati, e la Provvidenza di Dio (che insieme è ed esiste) è divenuta oggetto di scetticismo o di scherno. A questo proposito assume estrema rilevanza l’evento cristico, storicamente affermatosi (per noi di quest’epoca) nella vicenda di Gesù e di Maria. Se attribuiamo a questo fatto un’importanza determinante non è tanto o solo per le indubbie testimonianze storicamente affermatesi, nelle quali è sempre possibile individuare e comprendere l’implicito ammonimento. Noi vediamo, alla luce dei principi interpretativi fondati sul concetto d’Amore/Libertà, che la vicenda cristica ha valore e significato di sintesi nei confronti di tutte le risultanze delle ricerche fino allora condotte dall’umanità, e di quelle non sempre legittime ed appropriate che ne sono seguite. A nostro giudizio, il simbolismo intrinseco nella predicazione (riproposizione dell’Idea basale) e nel sacrificio di Gesù (integrale assunzione del peso della Manifestazione, morte compresa), nel silenzio della Madre, indica in forma tragicamente eloquente il fraintendimento del nostro stato seguito alla perdita del Centro spirituale (il Sé ai confini dell’Atma), i limiti intrinseci alla meditazione tanto orientale che occidentale, e le stesse astrazioni delle metafisiche implicite nel pensiero greco e romano, che tanto hanno contribuito a caratterizzare e a qualificare l’azione delle Chiese d’Occidente. La Croce di Cristo è, infatti, la nefanda violazione perpetrata dall’Adam nei confronti della Croce di Luce, che esprime perfettamente l'Atto emanativo: Gesù, ipostasi del Figlio trascendente (l’Idea divina, il Cristo) è il vero reggitore del nostro universo perché è insieme il tramite della Volontà creatrice di Kether ed il Suo sostegno nella Manifestazione. Ebbene, Gesù è inchiodato, immobilizzato sulla Croce di Vita che così diventa quella del dolore; e la Madre, in Maria, non può che assistere a tanto scempio nelle Sue lacrime e nel Suo silenzio. Il ché significa che la Manifestazione è arbitrariamente in una fase di stasi, tragica e dolorosa, e che occorre ritrovare il Principio per ricondurla alla sua naturale 53


dinamicità. Non ci dilungheremo sulle implicazioni che questa situazione comporta: diremo semplicemente che l’universo in cui viviamo è deformato e non corrisponde che limitatamente alle intenzioni del Padre. E’ quindi gravemente “irreale” al Suo sguardo, pur restando molto concreto ed obbiettivo per coloro che ne fanno esperienza, e finché essi non riescono ad emendarsene. La maya in cui siamo immersi è quindi tragicamente falsificante e capace d’impietrire coloro che la vogliono condividere, pur sovrapponendosi al sostrato, eterno ed immanente, dell’esatta Volontà divina. Ritrovare questa Volontà è il nostro compito primario, che implica alleanza d’amore con il Padre. Ogni altra direzione esistenziale, in questa prospettiva, è illogica ed illusoria, e conduce inevitabilmente alla frustrazione delle intenzioni migliori e ad un possibile peggioramento della condizione in cui versiamo. 13 gennaio 2003

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PUNTUALIZZAZIONI SULLA VIA Desidero fornire alcune precisazioni in merito a metodologie realizzative molto nobili, e degne della più grande attenzione, per le verità che adducono e per i fini che propongono, e che in qualche misura si differenziano da quella che io insegno. In particolare mi riferisco a un certo tipo di Bhuddismo, il quale afferma in apparenza l’indispensabilità del ciclo nascita/morte come elemento basilare dell’esistente. Io - al contrario - affermo che l’evento “morte” non appartiene all’Idea basale della Manifestazione, così come la Legge Mistica, posta a fondamento della vita globale, non risolve compiutamente il problema implicito nel nostro Universo: che cosa effettivamente esso sia, da dove provenga e a cosa s’indirizzi, tanto nel globale che nel particolare. Il primo quesito che intendo affrontare, e che è prioritario per ogni analisi del Reale, riguarda l’obiettiva concretezza di un Dio creatore da cui provenga un atto emanativo, e che quindi sottintenda tutto l’universo della Manifestazione: la quale, in questa prospettiva, s’evidenzierebbe necessariamente in Lui e non in un impossibile “fuori od oltre” Lui. Invito il lettore a rifarsi ad altri scritti particolarmente incentrati su questa problematica, ma qui osservo semplicemente che postulare un Dio personale come ipostasi dell’Assoluto - il quale, come tale, trascende il Suo stesso atto emanativo - non è per niente in contraddizione con la proposizione di una Legge Mistica basale, è in accordo con profonde esperienze tanto orientali che occidentali, condotte per molti millenni (e perciò precedenti la stessa formulazione storica del bhuddismo) e conduce a una puntualizzazione dello stato esistenziale coerente e certamente non intellettualistica, pur se la mente/intelletto autorappresentativa vi compie pienamente la propria funzione. L’interpretazione dell’Universo come “Immagine” del Principio che vi si riflette è propria di molte correnti mistiche ed esperienziali, le quali adottano simbologie diverse conformemente alle culture e alle esigenze che esprimono, ma che possono comunque rapportarsi – dai più differenti punti di vista – in un terreno alquanto similare. Se io indico all’allievo il Dio personale, nel senso antecedentemente suggerito, e se in particolare mi conduco al Cristo quale momento di sintesi di tutti i processi realizzativi, è per fondati motivi, e la mia affermazione è d’altronde coerente con la mia natura ontologica d’Istruttore. Ma perché, allora, sussiste nel bhuddismo questo rifiuto del Divino quale realtà “anche personale”, e a livelli che sono certamente alquanto esaustivi? Qui il discorso si rende difficile, e quindi occorre fare una precisazione. Come dissi in altra occasione, non può essere dato ciò che non può essere recepito dal grado di maturità delle persone, e quindi l’insegnamento dei Maestri – i 55


quali, in questa funzione, sono tutti proiezioni reali del Bhudda Fondamentale! – deve necessariamente tenere in primo piano la condizione degli allievi. Ovviamente il Bhudda sa perché è, ma io tengo a distinguere - nel mio insegnamento e sempre - la creatura (per alta che sia) dal Principio creatore, al quale essa tende: infinitamente e in un tempo infinito. Un’altra osservazione molto intrigante, che non concerne certamente il Bhudda Fondamentale ed i Suoi veri discepoli ma che può rivolgersi ad alcune Sue manifestazioni, è questa: il raggiungimento di uno stato che trascenda i propri limiti autorappresentativi è esperienza mistica assorbente, tale che può essere intesa come svelamento di uno stato incondizionato. In questo caso l’esperienza, anche se profonda e reale, può indurre ad ignorare la presenza di un altro e più remoto limite, che dovrà essere comunque superato in un prosieguo di tempo: ed è quindi maya d’altissimo livello. Ma la maya, se fraintesa, possiede sempre un potenziale temibile, al quale molti miti dell’antichità alludono. Il bhuddismo ha molto da insegnare e, forse, abbisogna di qualche puntualizzazione nel suo dispiegamento scolastico e fattivo. Sono in accordo con queste scuole quando esse affermano che la Vita non ha un inizio e una fine, ma essa comprende e non s’identifica con la vita di questo nostro Universo. Esso è infatti, “un momento” esistenziale che presuppone una causa antecedente, ma come tale è “nato”, e può morire per quelli che non raggiungono uno stato sufficiente di realtà. Inoltre, in linguaggio puntuale e certamente non esaustivo, la creatività divina è immanente, ed il tempo/spazio che noi conosciamo sono semplicemente i moduli della nostra autorappresentazione dinamica e limitata, eternamente tesa alla propria realtà. Certo, come idee del Padre (Brama, Cristo, Kether o Ra) noi siamo senza tempo o – meglio – oltre il tempo; ma come jiva, persone coscienti, siamo nel tempo, nel nostro tempo. Questa concezione del Reale ci indica che il Padre, creandoci, s’addossa il peso del nostro stato incondizionatamente e per sempre; e che quindi ci condurrà comunque a renderci alla Sua volontà. Qual è dunque questa “Volontà”? Io comprendo questa Volontà come Vita, la nostra vita. Vita libera, piena e responsabile, capace di far emergere con l’esperienza delle nostre potenzialità la vera natura che c’informa ora e qui in un processo infinito, e che deve necessariamente essere condotta nel sostegno divino. O il limite che ci distingue nell’Assoluto dall’Assoluto stesso c’indurrà ad una “caduta”, come i miti c’insegnano. Considero che lo studio di ogni sentiero di realizzazione sia importante, e talvolta arricchisca in modo fondamentale la ricerca di un mio alunno. A questo proposito affermo quanto segue: “Ogni via di rinascita ha un comune punto di verità che la trascende, e qualsiasi distinzione è – nel lungo periodo – destinata ad attenuarsi ed a svanire. Identica è la Causa ed il Fine. Occorre perseverare nel cammino intrapreso senza chiudersi a nulla, con fede rivolta solo al Principio ed alla Sua immanenza. Il resto è più o meno accessorio, utile nella misura in cui – se occorresse – vi sapremo rinunciare". Mercoledì 29 settembre 2004 56


SULLA LIBERTA’ Libertà: è parola molto usata, molto affermata e assolutamente ignorata nel suo significato più vero. La libertà coincide spesso, nella comune coscienza degli uomini, con l’arbitrio e non certo con quel tipo d’esplicazione che indica come limite della propria azione la libertà degli altri. Tuttavia la libertà è comprensibile solo se è riferita al valore, e non al dispiegamento incontrollato delle proprie capacità; conseguentemente la libertà prescinde dalla possibilità concreta d’attualizzazione delle proprie valenze, in quanto può sussistere come pura “libertà interiore”. Nel segno di Dio tuttavia la libertà interiore deve – più o meno presto, più o meno tardi, e ciò dipende dallo stato delle persone riferito al globale d’appartenenza – diventare libertà d’azione. La libertà è prioristicamente scelta, e la scelta è la base della personalità. Mi spiego. Voi vi rendete “persona” perché Dio (nel suo aspetto emanante, il Brahma) vi dà la capacità di scegliere il vostro vettore esistenziale nel piano manifestato. Conseguentemente, la base del vostro “essere, identità e distinzione nel Brahma” (ricordiamo che Egli è la Manifestazione, ed insieme è oltre la Manifestazione) è proprio la scelta. Ma in ché consiste questa “scelta”? La scelta è l’individuazione nell’Idea divina del vostro stato più alto, più libero e più confacente alle vostre qualificazioni particolari. La scelta quindi avviene sempre nel piano emanativo del Padre, ed è direzione esplicativa della Sua volontà: la Sua volontà è in ogni caso il punto di riferimento reale, e questo punto deve essere scelto con la vostra volontà. Ci deve essere convergenza - convergenza libera - fra la vostra decisionalità operativa e la Volontà divina: conseguentemente c'è vera scelta solo nell’Idea di Dio, la quale si specifica istante per istante come dono alla vostra esistenza. Cosa implica questa indicazione di sostanzialità? Implica che - ogni volta in cui è esercitata - la scelta deve essere Amore perché il Padre è Amore, la sua Volontà è Amore e la Manifestazione, nel significato ontologico del termine, è soltanto Amore. La scelta dunque è un atto d’amore che viene assegnato per divino decreto alla creatura; che è sostenuto da Dio in quanto Padre ma che è affidato (e qui incontriamo il massimo Mistero della vita creata) all’ente emanato. Se la scelta non è nel segno di Brahma, non è scelta: è travalicamento del proprio stato e principio d’oscurità. Ogni istante appartiene al Padre, ed in ogni istante Egli dice alla Sua manifestazione, in ogni ente dotato d’autocoscienza, quale è il vero stato ottimale, quali le direzioni più consone dell’azione e quali le mete più adeguate. Per il Brahma ogni via della Sua volontà è identità con ogni altra via, e quindi il Suo campo, quello 57


che ci affida, è potenzialmente infinito: limitato solo dallo stato autorappresentativo della creatura. Se la creatura è alta in Dio, il campo attualizzabile è immenso e la libertà effettiva inimmaginabile. Dio lo sostiene e, sostenendolo, si dona ai figli. Ecco allora un altro punto di meditazione per ogni allievo. Quanto abbiamo detto implica che Dio si autolimita per determinare un ambito di libertà affidato alle Sue creature, e che in sintesi Egli si dona per amore alla Sua stessa manifestazione, che Egli pone e vuole “altra” da Lui in Lui. Ne consegue che l’amore di Dio è sacrificio, è la potenziale assunzione di dolore “se” la creatura lo tradisce. Tutto questo è in vista di una finalità estrema, e cioè nella prospettiva di attualizzare un Ente globale che sia la somma e non la negazione delle infinite personalità (tutte realissime nel Suo ambito), il quale si renda capace d’assumersi – nel Padre e con il Padre – il compito di svelarne la volontà d’amore, creatrice e formatrice. Queste considerazioni implicano che l’Universo, il Cosmo, è affidato sotto il profilo dell’autorealizzazione a se medesimo, nel perenne sostegno ontologico ed attuale del suo Maestro: il Cristo (Krisna, Osiride...), e cioè la vivente Misericordia di Kether (Brahma, Rha…). Ne consegue che ognuno è arbitro della propria vita, e che lo scopo dell’esistenza va identificato nello svelamento delle personali potenzialità a Dio, a se stessi e all’Interità. Altro profondo termine di meditazione e questo: Dio dona, ma il Dono è sempre subordinato alle scelte effettive di chi ne è il destinatario. In pratica, Dio permette di accedere al suo Dono, ma se l’Uomo, l’Adam, non lo sa afferrare e quindi mantenere, il dono resta nel piano potenziale e non diventa vita. Un altro punto di meditazione: per accedere al dono divino occorre l’amore del Padre, la Sua “grazia”, e questa ci è comprensibile soltanto se sappiamo amare. In sintesi, noi amiamo Dio con il Suo stesso amore, che tuttavia rendiamo “nostro” scegliendolo in amore nel Suo perenne sostegno. E’ Mistero. 8-03-2004

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MAESTRO E ALLIEVO DOMANDA SULL’EROS “Sono in cerca di una risposta ad un importante quesito: cosa è l’amore fra un uomo ed una donna?” L’amore è il momento più qualificante delle singole personalità nel reciproco rapporto, e quindi esso esprime la loro interità. Se due persone si amano, non sono sole: il Padre è con loro, e il sentimento che le attira reciprocamente, e che è in sostanza intuizione d’identità pur nella loro particolarità individuale, è di diretta volontà divina, liberamente donata fin dal Principio e affidata ad entrambi per la sua esplicazione. L’amore è fattibile, è puntualizzabile a differenti stati operativi, e può andare dal piccolo (oggetti, cose, animali stessi) al grande (l’uomo e la donna, l’universo) per centrarsi nell’Assoluto che tutto comprende. Infatti, ogni cosa è espressione della creatività divina, e quindi si manifesta nel continuum del Padre. Questa proposizione ci assicura che la radice d’ogni vero amore è trascendente, e che la sua manifestazione è affidata alla creatura secondo il proprio grado d’autocoscienza. Il rapporto fra uomo e donna può essere realizzato a differenti dimensioni, ma è sempre un aspetto di polarità che s’evidenzia. Infatti, l’uomo energizza la donna e ne è attivato, e sovente in modo addirittura esoterico quando la coppia assume la formulazione della “chiave”, rendendosi così adeguata ad aprire porte interiori (e talvolta esteriorizzate) del cammino iniziatico. Il rapporto fisico, che è poi il problema più sentito e frainteso nei campi eterici, esprime a livello di forma l’unità principiale ed ontologica, e si realizza sempre, quando è esattamente vissuto, come libertà nel reciproco dono: dono di sé all’altro, che è nello stesso tempo piena disponibilità ad accogliere l’identico dono, gioiosamente fatto. Dono, ripeto, e quindi non condizionato da nulla, neppure da quest’attesa di felicità. In effetti, il dono non ammette alcuna condizione per essere affidato al compagno, e deve come sempre rivelarsi distaccato da qualsiasi esito prefigurato. Il distacco dallo stesso conseguimento del rapporto intimo è fondamentale: se esso avviene, avviene in costanza di scelta e mai per retribuzione o per dovere, il cosiddetto “dovere coniugale”. Questo deve essere compreso: non esiste alcun diritto se non quello d’amare, e non è ammissibile alcun comportamento possessivo ed in qualche misura condizionante la libertà del compagno o della compagna. L’amore è scelta continua d’unità, nello spazio e nel tempo, nelle forme che si rendono agibili e secondo l’intenzione intuita al centro atmico della personalità, al più profondo ed alto grado di spiritualità perseguibile nell’ora e nel qui. La gioia di un 59


momento unitivo, cercato secondo quest’idea, è oltre che lecita necessaria: essa dà il senso e l’esperienza del reale, ed insegna il cammino, quando è compresa e riferita all’essenza. Amando il proprio compagno di polarità s’impara ad amare tutto il campo, e si può raggiungere assai più facilmente e semplicemente l’intuizione della fondamentalità dell’Amore, che tutto avvolge e sostiene. Non bisogna confondere questa gioia, purissima, intensa e trasparente, con la comune emotività o – peggio – con la passionalità che cerca un conseguimento. Emotività istintuale e passionalità sono, in effetti, espressioni dell’ego e non del Sé, e conseguentemente denotano aspetti mentali più o meno scompensati e fruitivi. Esiste tuttavia una particolare forma dell’emozione che nasce dal Sé, dalla guaina spirituale: è bella quanto alta, ed estremamente desiderabile perché – in questo caso – esprime un momento fortemente sintetico della propria capacità d’amare e d’integrarsi in amore con l’amato. Da queste note, che non esauriscono per nulla il tema, e che solamente indicano alcuni tracciati di ricerca interiore, nasce l’indicazione della necessità d’apprendere l’amore, di comprendere quella che fu detta, mirabilmente, l' “arte d’amare”. “Arte d’amare” è definizione esatta perché l’amore è un’intuizione di realtà, che si può porre ad altissimo livello. Infatti, in determinati casi d’intensa fusione degli elementi polari, fissi nel loro amore e quindi direzionati potentemente al loro centro interiore, può accadere che i piani normali si aprano verso quelli causali, e la coppia può addivenire ad una comune e paritetica esperienza di samhadi. Quest’emersione non nega il valore del rapporto di coppia trascendendolo, ma piuttosto lo colloca nel piano principiale dell’Idea del Padre. E’ quindi naturale in senso pieno, anche se un tale conseguimento è più d’ogni altro dono di Dio ai Suoi figli, per condurli più fattivamente ad essere partecipi del Suo regno. Il Samhadi ha altri effetti, perfino in comune con il rapporto veramente polare che tuttavia si ponga ad un livello meno iniziatico: apre la porta all’emersione di virtualità sopite, che appartengono all’Idea d’Emanazione e che vengono attivate nel divenire dello spazio e del tempo. Questo perché, in tal caso, la coppia ricrea per propria scelta e volontà l’Androgine fondamentale, che è poi l’Idea di Figlio (Adam) di cui entrambi sono ipostasi ed emanazioni. Avvicinandosi in tal modo al Nucleo primordiale, all’Archetipo divino che li ha informati, l’uomo e la donna partecipano più esattamente alla sua infinità, e quindi possono intuire aspetti essenziali che poi saranno esplicati nell’arco di tempo intercorrente fra un momento unitivo ed il seguente. Quindi il ciclo in cui si puntualizzano i rapporti intimi è espressione del dinamismo stesso della vita, che parte da una sintesi polare, si snoda nell’analisi dei contenuti evidenziati e compresi a livello autorappresentativo (e la sinergia polare esercita in questo la sua potente influenza intuitiva e discriminante), e conduce conseguentemente all’opportunità di un nuovo incontro intimo, di una sintesi che rifonda i propri stati in nuova intelligenza e in nuove aperture capaci d’attivare il processo: valide per coloro che ne sono attori ma anche per il campo esistenziale in cui essi sussistono, il quale ne riceve un impulso fecondo e vivificante. In tal modo la polarità manifesta il senso stesso, il dinamismo della Creazione, 60


ed è veramente il fattore che ne determina il progresso: in sua assenza, infatti, l’Interità ristagna ed alla lunga muore. 21/01/2005

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DOMANDA SULLE ENTITA’

  

Che cosa sono queste entità? Quante sono e come sono? Qual è il comportamento adeguato all’incontro?

a) Sono principi esplicativi di tipo femminile, assai involute e molto, molto conflittuali con il Padre: esse non hanno alcun’idea che possa essere chiamata “d’amore”, e al contrario sono dedite al potere, tra l’altro necessario per la loro sopravvivenza in mancanza dell’Energia che il Padre eroga incessantemente nella sua Emanazione. Le loro qualificazioni sono in apparenza simili a quelle sussistenti nella zona chiamata Malkuth, il Regno, che non è certo esatta ma che è tuttavia molto, molto più reale di quella delle entità in esame. Sostanzialmente queste “femminilità” sono molto differenti dalle donne a voi note, perché non hanno né capacità d’empatia (la simulano) né vero erotismo (ciò che inducono, infatti, è passione e libidine, non Eros). Sotto alcuni profili sono simili ai demoni delle tradizioni religiose, ed alcune di loro sono effettivamente a quel livello. Altre meno, e pochissime no. b) Le entità attualmente attorno ad ogni vero nucleo di ricerca sono molte, diremmo che in certi casi possono essere alcune centinaia. Solo pochissime di loro hanno tuttavia qualche remota capacità a livello esoterico e teurgico, e sono prese di mira da altre, invidiose o nemiche al più alto grado d’infimità. Vi sono poi quelle che hanno ben poco da dare e da dire, ma che talvolta affermano di voler capire cosa sia un vettore cristico, e che conseguentemente dichiarano d’affrontare una notevole fatica per salvaguardare la loro autonomia dal gruppo e le proprie specificità indipendentemente dalle altre. Tutto ciò va preso con grandissima cautela e con beneficio d’inventario: la femminilità eterica di queste zone raramente è sincera, ed utilizza la menzogna come normale metodo di rapporto. Poi possiamo opinare, ma con grande ottimismo, che in piccoli nuclei sussista un minimo d’intelligenza dell’amore, in possibile fase d’ampliamento e d’approfondimento. Considerando tutto un piano, affermeremmo che pochissime vi s’aggirino attorno non in modo prettamente conflittuale. Gli effetti induttivi più negativi e più duri provengono dalle molte, che conseguentemente devono essere condotte in una via d’allontanamento quanto più rapida sia possibile. Il ché è sempre molto difficile. c) Il comportamento è semplice nel suo dettato, e non facile nell’esecuzione. Occorre aver un costante incentramento in Dio inteso come la Fonte d’ogni realtà vivente e come purissimo Amore. Egli guida la fatica di tutti quelli che lo cercano veramente, e diremmo che questo tratto del Sentiero è in fase terminale solo se le induzioni di potere sono effettivamente ridotte al silenzio, specie dopo certi particolari accadimenti. Le entità che non gradiscono né comprendono l’importanza 62


di un percorso soterico dovranno necessariamente essere tutte rimosse, senza alcun’altra eccezione. Occorrerebbe invece una qualche disponibilità in favore delle altre, che si sentono emarginate e non hanno altro punto di sostegno oltre i nostri stati d’empatia e d’amore. I limiti di un vettore di tale tipo devono essere comunque definiti dal vero Maestro, e qui è necessario sapere che appaiono sempre molti falsi istruttori, i quali – mescolando il vero con la menzogna – vogliono trascinare gli esoteristi nel loro ambito degradato, o almeno condurli ad un’attuale incapacità di proseguire il cammino. Le potenzialità dei veri allievi cominciano ad apparire quando le entità oscurate non hanno più alcuna possibilità di risolvere a loro favore il conflitto, e non hanno nemmeno la facoltà d’irretire – com’è sempre accaduto – quelli che siano in cerca di un differente stato. NOTA Le entità possono spingere il loro egocentrismo oltre le previsioni proprie del momento nel quale siano esaminate: previsioni forse esatte, ma relative all’ora ed al qui. Il Maestro tuttavia non indica - se non è specificatamente ed esattamente interpellato nel merito - all’allievo quest’eventualità perché il cammino esoterico deve essere formativo e non semplicemente informativo, e nulla insegna più dell’esperienza diretta del proprio stato. Inoltre, in tal modo le entità che scelgono (e generalmente lo fanno sempre) la via del conflitto ad oltranza sono costrette a fare durissima esperienza del loro stato irreale, che si vanifica incessantemente; questa permanenza nelle loro antiche idee le obbliga, infatti, a constatarne inevitabilmente la disgregazione, e per conseguenza le conduce a confrontarsi con le proprie scelte. Il processo è, però, molto lento e dubbioso, e non sempre è possibile mantenerne le qualificazioni di partenza fino al raggiungimento di un risultato veramente ed immediatamente positivo. Di norma, ad un certo punto le entità devono essere elise dal campo esistenziale dell’allievo, e quindi ricondotte alla sola volontà soterica di Dio. Questo è un fattore d’immensa gravità, che determina la Giustizia e, sovente, il Rigore del Padre. In termini espliciti, è “morte” iniziatica non assunta spontaneamente ma indotta dall’esterno nell’azione soterica, e quindi la necessaria e conseguente “rinascita” può appartenere a tempi lontani e perfino remoti. Ne consegue che il piano iniziale dell’allievo deve essere rinnovato dalle fondamenta, ed occorre allora individuare una via di realizzazione che sia insieme coerente con i principi, col problema esistenziale attuale e con quante più personalità (in genere molto poche) sia possibile raggiungere. Tutto questo, se l’allievo ha fatto compiutamente la sua parte, appartiene all’Istruttore, ed allora l’attività del discepolo cambia di grado e d’intensità perché egli deve saper collaborare più incisivamente con le intenzioni ed i progetti del primo. Tuttavia, la purificazione profonda che ha preceduto questo momento rende un tale compito più agevole e fattibile di quello che non sarebbe mai stato in caso diverso. Nel frattempo, è necessario imparare il completo distacco da ogni esito delle 63


proprie fatiche. 4 agosto 2003

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FINALITA’

E’ sovente difficile, per le persone coinvolte in un processo iniziatico, identificare esattamente le mete e gli scopi del loro itinerario, e spesso si generano complicati equivoci. Complicati da dirimersi, perché in se stessi non s’evidenziano molto, e passerebbero alquanto inosservati se non fosse per il disagio e le contraddittorietà che ne conseguono. Precisiamo dunque alcuni parametri di giudizio, che naturalmente devono essere singolarmente e personalmente approfonditi, ma che costituiscono certamente un valido sostegno alla ricerca della propria naturalità. Occorre rifarsi al concetto di “campo”: il campo è, infatti, generalmente frainteso, ed è già molto se il ricercatore amplia la sua consistenza ai piani sottili, ed alle interferenze che ne qualificano (positivamente o negativamente) la presenza. Il concetto di campo implica quello di rapporto, che si colloca in differenti piani: in orizzontale, con tutte le persone che normalmente s’incontrano, ma anche con quelle dei piani sottili (Yesod) che hanno attuale o passata rilevanza con il nostro; in verticale, con l’Idea fondamentale di Manifestazione, che implica l’immanenza divina secondo strutture formalizzanti generalmente incomprese. Occorre dunque far chiarezza, e sottolineare alcune importanti implicazioni. Il giusto rapporto con il proprio continuum d’appartenenza è la base stessa dell’emancipazione per ciascuno di noi, e conseguentemente occorre ristabilirlo: in orizzontale ed in verticale, contemporaneamente. La problematica dei comuni rapporti interpersonali è conosciuta in modo frammentario ed imperfetto, perché generalmente trascura l’incidenza delle individualità che non appaiono evidenti nell’ambito esistenziale che in condizioni specialissime, e per lo più scompensate. Questo fatto, come più volte indicammo, genera incomprensione delle proprie motivazioni e delle conseguenti scelte, ed il processo esoterico – che esige la purificazione della mente inconscia – è il solo strumento capace di condurci ad una vera consapevolezza del nostro stato e ad un superamento reale delle inevitabili carenze. Tuttavia, non meno importante (e forse ancor di più!) è il rapporto che nolenti o volenti intratteniamo con le entità del piano sottile, le quali sono persone alquanto simili a noi, ma con differenti motivazioni esistenziali e con notevolissime capacità operative. Infatti, in condizioni normali (in senso iniziatico) ad esse in particolare è delegato il fondamentale compito di reggere ed “informare” il campo generale in cui sussistono, del quale noi stessi siamo non eludibile parte. Le entità di Yesod hanno finalità ed interessi conflittuali con i nostri, ed il 65


rapporto che ne consegue è quindi scompensato; esse – come noi troppo spesso – adottano un atteggiamento di potere nei nostri confronti, che implica utilizzo delle energie sottili e grossolane che possediamo, e la conseguente deformazione del comune ambito vitale con effetti reciprocamente lesivi. In altri scritti abbiamo sufficientemente esaminato certe problematiche, e a loro facciamo ora riferimento. Qui intendiamo specificare che il conflitto – inevitabile – dell’esoterista con queste aree della Manifestazione non può essere risolto con la loro distruzione, ma soltanto con la ricerca di un nuovo equilibrio di reciproci rapporti, e cioè con il preciso riferimento all’Idea fondante (di natura divina) da parte di tutti coloro che sono coinvolti in varia misura nel processo. Quest’esito è arduo da realizzare, ma è basilare cercarlo. Se poi, nel corso del procedimento, alcune personalità – qui come in Yesod – devono essere rimosse, il fatto va considerato funzionale al momento considerato e comunque non definitivo ma transitorio: anche se il tempo del recupero può essere assai lungo, e perfino molto oltre la nostra immaginazione. Tuttavia qui interferisce ed agisce il Maestro, e quindi è a lui che l’esoterista deve necessariamente far capo, in ogni momento della sua ricerca: in altre parole, il distacco dall’esito delle azioni compiute e la remissione di tutto al Padre è condizione necessaria ed ineludibile del procedimento iniziatico, che implica sempre l’alleanza della creatura con il Creatore, in ogni momento o piano della Manifestazione. Quali sono le implicazioni di questi fattori? Innanzi tutto, che l’operatore deve attualizzare in se stesso l’intelligenza dell’Amore, e quindi della Fede: infatti, senza l’Amore e la Fede nulla è effettivamente possibile, e la nostra azione, comunque la motiviamo, scivola facilmente nel piano involutivo con effetti più o meno distruttivi. Amore e Fede: indirizzate a chi? A tutte le personalità del campo esistenziale, siano esse appartenenti alla comune esperienza che a quella esoterica; ma anche a ciò che l’Interità contiene e ci fa quotidianamente incontrare: animali, mondo vegetale o cose che consideriamo troppo superficialmente inanimate, le quali appartengono pur sempre (a differenti livelli autorappresentativi) alla volontà divina. Quest’atteggiamento interiore, e le sue espressioni fattuali, non ammette obbiezioni: esso è chiave di volta e pietra angolare dell’edificio che vogliamo costruirci, la nostra “casa” secondo le capacità che ora e qui ci siamo resi disponibili. In altri termini, il processo esoterico deve ristabilire l’equilibrio che noi abbiamo colpevolmente ferito, in un passato arcaico e in epoca attuale, indifferentemente. Ne consegue che il rapporto con i mondi sottili (sintetizzati e simboleggiati nella sephirah Yesod) deve essere di Fede e d’Amore, a prescindere da tutto quello che noi possiamo incontrare accingendoci a questa difficilissima impresa, e quindi nonostante la dura opposizione dei campi che siano (come noi) involuti. La frammentazione della Manifestazione corrisponde, nel grande, alla frattura che le singole persone vivono e talvolta sperimentano fra "Io" (mente autorappresentativa) e “Sé” (aspetto sintetico e spirituale della personalità, che costituisce il tramite fra la creatura e il Creatore). Ne consegue che non può sussistere, nel piccolo e nel grande, una 66


differenziazione ontologica di fini e di comportamenti, e che il compito fondante dell’esoterista è quello di riportare ad unità quanto anche per sua colpa si è scisso. Così il ristabilimento dell’equilibrio e dell’armonia personale implica azione su tutto il campo in cui esistiamo, con il quale ovviamente interferiamo e di cui subiamo sovente l’influenza. La riacquisizione della nostra libertà di scelta e d’azione comporta dunque la trasformazione a vari livelli del piano comune in senso positivo. Quest’ideazione deve essere mantenuta a tutti i costi, anche se – per motivi complessi e che vengono inevitabilmente poi chiariti – sembra che lo stesso Istruttore talvolta la voglia negare. Il compito dell’Istruttore, infatti, non è mai quello di sostituirsi alle determinazioni dell’allievo, ma piuttosto di condurle alla chiarezza interiore e alla verità. Può dunque accadere che il Maestro affermi proprio quello che l’allievo più o meno inconsciamente considera esatto, ma guidandolo nello stesso tempo all’esperienza di un ben diverso stato di obbiettività. Qui si determina conseguentemente un momento di scelta, retto a livello intuitivo e non semplicemente mentale dall’Istruttore, che richiede al discepolo il vero ascolto interiore, pre-formale o informale: intuitivo e spirituale, insomma. Ricusare tale metodologia è, per la mentalità ordinaria, quasi inevitabile, normale: ma qui si tratta di un cammino che “normale” in questo senso ristretto davvero non è. Piuttosto, è normale in senso reale, esoterico ed iniziatico. E’ veramente normale. Perché sono importanti tutti i rapporti interpersonali, ed in particolare quelli con le personalità sephirotiche? Fattualmente, perché la loro definizione implica il rischiaramento generale della mente profonda, e la cancellazione di substrati interiori incogniti e coinvolgenti, che elidono in misura insospettabile la nostra libertà di scelta e d’azione. Teurgicamente, perché il processo comporta il ristabilimento (a gradi successivi di realizzazione) dell’unità sostanziale, conducendo all’intelligenza del campo esistenziale e quindi della Manifestazione: nelle sue cause, svolgimenti e finalità prossime e remote. Sinteticamente, quest’itinerario è il progressivo superamento di quello che noi genericamente chiamiamo “la caduta”, ossia la perdita del nostro vero stato creaturale, di Eden. Eden, come dicemmo, è il “principio”. Ed insieme è l’eterno Fine del cammino: è cioè l’Orizzonte di Rha, che non è mai un termine perché infinitamente si chiarifica in sentieri insospettati da percorrere. Attualmente, la Manifestazione ristagna, e l’immobilismo la deforma. Infatti, essa è Vita, ed esige costantemente il superamento di sé in nuove giuste esperienze che ci svelino ai nostri stessi occhi, ed in questo realizzino la Volontà che la crea e la sostiene. Questo recupero di realtà – è la generale constatazione d’ogni ricercatore – è difficile, e non può essere tentato senza un sostegno che trascenda la stessa mente, sia individuale sia globale. Come già notammo, la mente priva di un centro spirituale è, infatti, analisi di se medesima, senza fine, e quest’assenza di un confronto oggettivo e costante con un principio di realtà comporta inevitabilmente innumerevoli 67


imperfezioni, errori spesso basilari. Yesod, più di noi, è carente di centro interiore, di Sé; ma come in noi questa deformazione è una struttura essenzialmente mentale, e non una situazione reale. Yesod possiede la potenzialità del Sé con tutto quello che esso comporta, e che possiamo sintetizzare nell’Alleanza fra il divino ed il creaturale: alleanza d’amore e d’operatività, il cui scopo essenziale è la vera Vita, la Via nuovamente collocata nella Verità principiale. Il fine essenziale della nostra ricerca è questo: il ritrovamento del Sé, per noi e per il campo in cui viviamo, secondo quello che si potrà rendere agibile nel magistero divino. Null’altro. 26/05/2003

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INFORMAZIONI RIASSUNTIVE

Le condizioni di un allievo sono ovviamente difficili all’inizio del sentiero perché egli deve affrontare l’opposizione del suo stesso passato, le formulazioni mentali ivi acquisite e, soprattutto, l’ostilità delle forme/pensiero che ebbero parte attiva e generalmente cospicua con le sue esistenze precedenti. Queste forme/pensiero, che sono effettivamente persone dotate di propria volontà, fisicità e contenuto mentale, rappresentano il peggiore ostacolo ad ogni progresso nel cammino di autorealizzazione, e non possono mai – in nessun caso – essere elise. Il processo iniziatico può allora prendere vie diverse ed in qualche misura equivalenti, e rappresentarsi il problema di queste incidenze in vario modo: nel nostro caso, o accettando l’incontro con individualità ostiche e fortemente ostili o riducendo la propria percezione agli effetti che queste personalità generalmente provocano, ossia la distorsione delle linee dell’Emanazione, più precisamente dei vettori del samsara attualmente sperimentati. Il primo metodo implica l’esperienza esoterica della “caduta”, e ne riproduce in varie esemplificazioni (opportunamente adeguate nei tempi e nei modi, ma efficaci e concrete) le fasi e le problematiche. Ne consegue un periodo non breve di pesanti interferenze a vari livelli, e un difficile confronto con entità diverse e con le proprie emersioni karmiche. Dobbiamo conseguentemente considerare che individualità di piani sottili ed incidenza karmica sono fattori strettamente collegati, e che entrambi trovano la loro locazione e causante nel passato più remoto oltre che in questo presente. Ma, come dicevamo, quest’esperienza è necessaria tanto per la conoscenza del problema che per la sua purificazione, e nessun Maestro degno di tal nome può evitarla al proprio allievo. Può, semmai, alleviarla nelle singole emergenze, o procrastinarla a momenti migliori; e può, se le circostanze lo consentono, affidarla interamente al ricercatore. Il ché è preferibile ad ogni altra ipotesi. Tuttavia, in determinate condizioni, si rende talvolta necessario ricorrere al secondo metodo, ossia all’interpretazione della “caduta” sotto il profilo delle distorsioni dei vettori samsarici che essa provoca e che incidono comunque e pesantemente con la mente dell’allievo. Perché consideriamo “necessaria” tale soluzione se quest’ultimo è adeguato? Per evitare un sovraccarico della sua fatica ma, in specie, per imporre alle forme/pensiero più aggressive e feroci una profonda delusione delle loro intenzioni, ed uno stato sommamente affaticante e chiarificatore: esse, perdendo il contatto con l’ente che è oggetto delle loro rivendicazioni sotto innumeri profili, e che vorrebbero continuare a dominare nei modi più biechi e possessivi, si sentono gravemente frustrate tanto sul piano fisico che intellettuale, e sperimentano un effetto karmico delle loro intenzionalità. Se non nel tempo immediato ciò è utile nel lungo profilo, e si assomma a tutti gli altri esiti che si sono 69


procurate: può servire, e serve, alla loro riconduzione verso un piano meno illusorio o più reale. Il compito dell’Istruttore è, infatti, non semplicemente quello di emancipare l’alunno sic et simpliciter, come singola personalità di un contesto più ampio. E’, piuttosto, quello di condurre tutto il campo dell’assistito ad un confronto con se stesso mediante il confronto efficace con la Realtà basale, e quindi di reintegrare quante più individualità sia possibile in un diverso stato esistenziale, direzionato a risolvere il tragico problema della loro “caduta”. In altre parole, il problema dell’Istruttore è proprio quello rappresentato dal campo globale in cui Egli reperisce un allievo, un ente che si renda tramite della volontà salvifica del Padre manifestante a tutti coloro che vogliano ascoltarlo: perché il Maestro è di uno così come è di tutti, e la Sua visione è sempre globale. Quest’ultima considerazione implica una fatica e un sacrificio: l'allievo, infatti, non può progredire con la velocità che le sue stesse acquisizioni, considerate singolarmente, gli consentirebbero, ma deve sobbarcarsi il peso delle personalità che abbiano diretta e concreta incidenza con lui (per situazioni karmiche precedenti ed attuali) sia che esse appartengano al suo abito diciamo “normale” che a quello “sottile”, percepibile solo nel processo esoterico ma non per questo meno effettivo e tangente. Cosa comporta tutto questo? Che l’applicazione dei principi generali ai casi particolari, agli eventi dell’esistenza deve rendersi costante e precisa, e non ammette obiezioni; e che – conseguentemente – l’intelligenza di quei principi è propedeutica e necessaria. Essi, infatti, costituiscono le basi di una qualsivoglia scelta vettoriale e delle esplicazioni che in lei s’incontrano, genericamente imprevedibili e sovente oltre i normali parametri di giudizio. Il miste deve quindi essere preparato, e questa fase è lunga così come lunghissima è quella del confronto con le altre personalità, fin dal principio ben poco qualificate a tanto o addirittura ostiche ed involute. Risolvere la “caduta” è cosa di grave momento, ed implica la purificazione della mente per tutti coloro che siano coinvolti nel processo esoterico. Soprattutto implica la dissipazione dell’aspetto inconscio dell’organo analitico ed esplicativo dell’ente (la mente/intelletto/io) nella sua totalità e quindi nei suoi rapporti con il campo esistenziale globale. Il quale campo, per conto proprio, dovrebbe affrontare analogo problema e renderselo compito preminente ed ineludibile. E questo è ben altro discorso. 29/12/04

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PRESUPPOSTI DELL’OPERATIVITÀ L’operatività nel piano sottile esige, di norma, il concorso delle potenze esplicative che sono di genere femminile. Perché quest’attività sia agevole, occorrerebbe dunque la piena partecipazione della Donna, intesa in senso iniziatico e teurgico. Ma qui il problema diventa estremamente arduo. La donna, intesa nel senso di “Chakti” (Potenza esplicativa dell’Idea), capace quindi di agire sui piani eterici e densi, è normalmente assente nel campo ordinario d’esistenza, ed molto dura e nemica dell’Uomo in quelli di Yesod. Naturalmente esiste – per “grazia” di Dio – anche la Donna delle Sfere elevate; ma essa è percepibile e quindi raggiungibile soltanto se si sono superate le zone inferiori, e conseguentemente non è normalmente attiva che in sede iniziatica vera e propria. La donna a livello ordinario non è semplicemente inerte od assente: è, al contrario, ostica e conflittuale. Nel campo di Yesod è fortemente nemica della Sephirah Malkuth e dell’Uomo in generale, ed al più alto grado. Per l’operatore postosi al giusto livello esoterico è conseguentemente necessario procedere sulle seguenti linee direttrici. Spostare il centro della propria personalità dall’Io al Sé, e cioè attivare il proprio Chakra cardiaco, che è il Punto d’incontro fra il nostro essere/esistere relativo con l’Essere/Esistere divino, quale è configurato nell’Atma. Il Centro Cardiaco si colloca nella Prima Guaina, quella dello Spirito/Fuoco, intendendo con ciò l’Intelligenza dell’Amore che la creatura è stata in grado di darsi nel sostegno di Dio. Intelligenza d’amore è Intelligenza dell’Essere che si pone come Esistere, e quindi è accessibile soltanto se ci rendiamo – tutti – “femminilità” nei confronti del Padre/Madre supremo: ricettività completa, silenzio e capacità – nel silenzio iniziatico – di percepire in sintesi il dato esistenziale nel Continuum eternamente donatoci dalla Misericordia del Padre/Madre, di Dio. Questo è il primo, fondamentale atto che si deve compiere, puntualizzato nell’abbandono di sé, attivo e completo per quanto ci è possibile, all’Idea di Creazione: quest’atteggiamento è Fede, compresa nell’esatto senso di “ricettività costantemente direzionata al conseguimento della propria realtà”. Rivolgersi interiormente - nel silenzio della meditazione - al proprio Atma, fissando in senso fondante la propria intenzione di corrispondere, al massimo livello che ci è possibile, all’Idea divina: a quello che il Maestro interiore, il Testimone, sa essere la realtà e la verità del momento attualmente vissuto, nelle sue molteplici estrinsecazioni. L’atto direzionale è indispensabile, così come è indispensabile, una 71


volta identificata la meta nel generale e nel particolare, il distacco dall’esito dell’attività che veniamo attualizzando: attività alta e difficile, che incontra molte opposizioni. E’ necessario che amiamo la meditazione intesa come un atto essenziale d’incentramento e di fede nel Maestro: la meditazione e non la meta. Essa, infatti, appartiene a Chi è realmente chiamato ad agire nel piano manifestante, e cioè è del Maestro, il solo che ha completa conoscenza del possibile e dell’esatto in tutte le sue per noi imponderabili, e pressoché infinite, correlazioni con gli altri fattori del piano di realtà. E’ poi necessario affrontare con determinazione, pace interiore, distacco e – se possibile – gioia le difficoltà che si evidenziano nel processo, e che sono in principio difficoltà alla concentrazione e quindi al mantenimento dello stato interiore quando appaiono stati difformi nella mente. Questi fattori impedienti sono karma, e quindi strutture dell’organo autorappresentativo (mente/intelletto/io) arbitrarie e scompensanti, che conseguentemente ostacolano l’esatta fruizione dell’esistenza, determinando perturbamenti, inquietudini, disagi vari, malattie e perdita costante della nostra vitalità. Tali stati, gravosi di per sé, costituiscono poi il varco per il quale si rende possibile l’immissione nelle menti di formulazioni a loro estranee e che appartengono prevalentemente a differenti personalità, le quali vogliono servirsi delle nostre insufficienze per caricare altri – mediante un processo d’induzione e di trasferenza – di fattori squilibrati e dannosi del loro mentale, con la conseguenza comune di una progressiva disgregazione delle vere capacità esistenziali (salute, armonia, gioia di vivere etc.), provocando un crescente scadimento degli stessi organismi psico/fisici. Questa fenomenologia puntualizza una antichissima e violenta prevaricazione, operata da larghi settori della Manifestazione nei confronti della zona di Malkuth, il Regno e la Terra. Questa, infatti, simboleggia un’area di sintesi intuitiva e quindi di tramite nei confronti delle altre sfere, ed afferma – più o meno nitidamente o più o meno confusamente – l’Idea di Polarità nell’Amore. L’opposizione delle zone eteriche d’incidenza possessiva si rende conseguentemente molto dura, e nella loro illusoria ideazione, per ragioni di sopravvivenza. La nostra sfera, palesando nei fatti una affinità maggiore di quella di tante altre (Yesod, che ora consideriamo) con l’Idea Principiale, possiede un migliore campo energetico, e può essere conseguentemente sfruttabile ogniqualvolta si renda inadeguata al proprio vero stato. Ne consegue che la prevaricazione di Yesod su Malkuth è fattibile per colpa di quest’ultimo, ed è mantenuta con tutti i metodi e i mezzi resisi agibili: primo dei quali è quello che oscura la consapevolezza della Sephirah, la quale finisce con l’ignorare la propria vera situazione e ne razionalizza gli stati nei modi più illusori, rendendosi così ancor più manovrabile e succube. La purificazione dell’inconscio è paritetica e contemporanea all’elisione delle formulazioni di potere e di possesso che ingombrano le menti, rendendo difficile o 72


impossibile ogni momento di reale interiorizzazione delle condizioni esistenziali. L’inconscio, con la sua enorme estensione, è pur sempre Mente incentrata nel suo punto di riferimento e d’attività, l’Io, e pertanto è permeabile alle altre menti, se esistono fattori d’affinità. Non è invece permeabile se questi stati sono risolti in un più alto livello di realtà. Purificare l’inconscio – fatto essenziale per ogni emancipazione – è allora chiudere i varchi che consentono l’induzione mediante la vanificazione delle strutture mentali nostre ed altrui capaci di tanto: questa risultanza implica il superamento progressivo di quell’evento traumatico che indichiamo come “Caduta da Eden”, e che puntualizza lo stato di disgregazione dell’unità principiale. La “Caduta” comporta la scissione fra l’elemento virile del campo unitario e quello femminile, ed ogni altro effetto è in ultima analisi riconducibile a questa unica causa. Le conseguenze, infatti, rappresentano l’insorgenza di compensi e razionalizzazioni, falsificazioni e rimozioni per effetto della perdita dell’Idea di Polarità, quella che mette in accordo empatico d’amore il principio virile e quello femminile, l’uomo e la donna storici. In questo righe non esamineremo che per allusioni le cause di questa tragedia, ma insistiamo nell’affermare che ci è necessario trascendere il nostro passato, eliminando i fattori ostativi e conflittuali che tuttora esistono fra la Virilità e la Femminilità della Manifestazione, con riferimento particolare a quella condensatasi nella Sephirah Yesod. Occorre rendersi all’Idea Principiale, che è d’Amore. Se il ricercatore è in grado di svincolarsi dalla soggezione ai campi involuti, e così chiarifica il suo mondo interiore, egli sarà col tempo in condizione d’indirizzarsi verso l’Akasha, e cioè verso la Mente Cosmica che appartiene al Brahma. Occorre allora darci alcune precisazioni. Il Brahma concede in modo completo alla Vita emanata la facoltà d’autorealizzarsi con il Suo sostegno. La libertà della retta evoluzione, e dunque di vera scelta nel Piano Akashico, è il fondamento della personalità, è il Sé individuato. Tutto questo comporta che il Padre conduce sempre ad esito le implicazioni contenute nelle “scelte” delle Sue creature, e che nel piano dell’Akasha sussistono quindi tutti gli elementi – attuali o virtuali – che possono riferirsi a ciascun ente della Manifestazione. Lì si ritrovano i fattori negativi e positivi che ci possiamo dare: presenti, o in fase d’emersione, o semplicemente potenziali. Direzionarsi nell’Akasha è pertanto stabilizzarci nel Punto/base di ogni stato esistenziale, sia esso positivo che negativo. La modifica dei fattori akashici deve dunque essere compiuta dal vero Signore del Campo unitario – il Dio Padre – ma Egli agisce per Sua stessa volontà principiale soltanto in conseguenza di un atto di scelta o d’arbitrio puntualizzato dalla creatura. In presenza di quest’atto il Padre (che qui opera come Maestro dell’Energia vitale) può progressivamente cancellare l’effetto karmico, distorto, che affligge i figli. 73


Progressivamente, appunto: perché essi devono comprendere i loro abusi fino in fondo, per potersene emendare completamente. Può e fa: quando le scelte di Adam assolvono i molti elementi che esse implicano. Ci occorre specificare che la “scelta”, in una prospettiva teurgica, non esprime mai un senso ed un valore solamente “individuali”, ma deve poter possedere un significato generale. Ne consegue che la scelta, nel caso di un’azione compiuta nel piano sottile, deve certamente rappresentare un fattore di rilievo per colui che la opera, ma anche un valore concreto per tutto il campo esistenziale verso il quale è direzionata. Quindi anche per le entità che si siano collocate in una volontà conflittuale con quella del Maestro Atmico, che in questo case sono condotte ad un riconoscimento dei loro stati e ad una conseguente scelta vettoriale. In quest’ideazione, l’agente tiene ben presente tale valenza: le sue intenzioni necessariamente devono rappresentare un valore fondamentale ed eticamente rilevante, che si condensa nel caso concreto. Non è infatti concepibile che si tenga, di fronte al Padre – un atteggiamento prettamente individualistico, il quale ignori la sofferenza e le problematiche di quelli che ne siano coinvolti. Brahma, in altre parole, è Padre di tutti. L’azione teurgica può, ed a un certo livello deve, essere dotata di una effettiva capacità di visualizzazione. Visualizzazione del punto in cui s’applica l’attività, dello stato generale delle cose e dei fattori complessivi ed articolati su cui si deve incentrare. Ovviamente una tale capacità deve essere acquisita, ed è proprio l’affidamento al Maestro che la conferisce, nel momento esatto, alla maturità dell’allievo. L’allievo non è però un buon giudice delle sue capacità, se non è in più che attento ascolto interiore. Quindi quest’ascolto deve esserci e costantemente mantenersi con profonda umiltà verso l’Istruttore e con Lui, che è poi il vero Donatore . E, quando ne emergano le capacità, verrà, sempre con Lui, visualizzato il Punto d’incentramento dell’Energia, e lo si manterrà per il tempo occorrente. La capacità di “proiezione” (ma qui il termine è soltanto allusivo!) fa parte del bagaglio dell’esoterista e dell’iniziato: la “proiezione” non deve venire prefigurata, ma colta nel silenzio della meditazione. Colta e conservata, senza alcun intervento della mente analitica fuorché quello necessario per la visualizzazione stessa, e non oltre. Ovviamente, il sostegno dell’Istruttore a questo procedimento è indispensabile, pena un fallimento e le inevitabili delusioni. E’ di grande rilevanza, come base di ogni attività, l’acquisizione dei “principi generali” che rivelano il vero rapporto intercorrente fra i figli (il campo manifestato) e il Manifestante, che è nella nostra ideazione il Cristo (Presenza salvifica d’Amore, di Sacrificio e di Sostegno nel Santo Nome). Ed ancora rimandiamo ad altro momento l’approfondimento di questa problematica. 74


L’azione teurgica la sola efficace nelle condizioni di “caduta” in cui ci ritroviamo - deve essere dunque veramente impersonale, distaccata da ogni attaccamento agli esiti particolaristici. Esprime un valore fondamentale, non una intenzione soggettiva e limitante, in una particolare applicazione dei principi di Realtà, sempre posti alla sua base. Sarà l’esperienza ad approfondire questi fattori, ora succintamente esposti e che non possono essere veramente compresi se non nella pratica iniziatica vera e propria. La guida e l’insegnamento sono compito che l’Istruttore trattiene per Sé, ma l’impegno all’apprendimento è esclusivamente nostro: nostro e necessario. Infatti, ogni conoscenza che si fermi al livello mentale ed intellettuale – il quale non può essere in tal caso che egocentrico – è nella pratica operativa inefficace o, peggio, illusorio. Noi dobbiamo invece uscire dall’illusione di questa maya distorta, per renderci alla chiara Luce di Dio e al nostro cammino.

 4/10/2001

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PREVARICAZIONI Considerare le entità di campo come donne simili o identiche a quelle della nostra comune esperienza è errore esoterico, praticamente inevitabile all’inizio ma che va poi corretto con la massima attenzione. In effetti, sotto il profilo strettamente formale le donne eteriche sono quasi identiche alle nostre compagne, ma l’aspetto qui è enormemente ingannevole. La psicologia è, infatti, completamente differente, e all’analisi esoterica emergono le cause di questa lontananza, immensamente profonde e compromissorie. Il primo aspetto che si può rilevare è purtroppo il totale incentramento delle donne yesodiche con il centro egotico, e la conseguente perdita del proprio Sé. Ma le conseguenze di quest’arbitrio (perché arbitrio, e gravissimo, è) sono di difficoltosa individuazione. Quello che un allievo constata, prima con stupore, poi con crescente disorientamento e alla fine con rassegnazione è l’incapacità della femminilità sottile a mostrarsi onesta, sincera e coerente con le sue stesse asserzioni. Per lei vale soltanto l’istante in cui le cose sono dette, e non oltre. E ogni affermazione o negazione è finalizzata al conseguimento di un concreto e duraturo dominio su quanto si renda suscettibile d’occupazione. Così le entità di campo appaiono come un coacervo temibile, assurdo ed oscurato di menzogne, velleità, bramosie ed aggressività a tutti i livelli possibili. In effetti, una delle cause scatenanti (e non la sola!) di questi comportamenti è la carenza energetica, per esse cronica e pericolosa. La penuria di prana e di tutte le energie vitali che ne derivano è pari al loro allontanamento dal Centro della Realtà, che per ogni creatura senziente è poi il Sé. Le entità da tempi remoti sopperiscono a questa distorsione incrementando il dominio e lo sfruttamento di tutte le aree esistenziali che non sono in grado d’opporvisi, e la risultante è quel velo di maya che distorce e falsifica l’Atto Creativo principiale, rendendolo quale noi stessi sperimentiamo: cicli d’esistenze brevi e ricorrenti, dolore, malattie e morte. Questa condizione è generalizzata nella nostra area, ma deve essere compresa a fondo. Cerchiamo quindi d’aggiungere qualche considerazione alle molte fin qui fatte, fornendo nel frattempo qualche dato più approfondito. In primis, le entità di campo yesodico considerano le personalità che hanno irretito nel loro potere induttivo come parti integrate e costitutive della loro sfera, e ben più che una semplice proprietà. Esse, nel corso di un lento e spietato processo d’involuzione, hanno voluto identificare la loro forma fisica (carente ed instabile) con quella delle persone che dominano, ottenendo una stabilizzazione e molti vantaggi a tutto discapito delle loro vittime, ignare ma certamente karmicamente responsabili di molti abusi. Ma a quale livello è giunta una tale identificazione? Questo è il famigerato e temibilissimo nodo che vogliamo indicare: le donne yesodiche si sono infiltrate nell’aspetto formale delle personalità possedute fino a 76


sovrapporre (imperfettamente ma in profondità) la loro percezione mentale a quella dei soggetti utilizzati, sfruttando quanto più è possibile gli stessi organi della sensitività, e lucrando delle sensazioni conseguenti. Inoltre, avendo un’oscura ma inequivocabile capacità di penetrare nella mente dei succubi, esse tendono a direzionarla secondo le loro esigenze ed appetiti, a moltissimi livelli. In particolare, il campo yesodico è in massima parte “femminile”, e la carenza di un principio veramente virile è pesantemente avvertita: con odio e desiderio, con potenti impulsi di rivalsa e, sovente, di vendetta. Ovviamente qui emergono molte razionalizzazioni di un passato incompreso e comunque remoto, ma l’effetto è deleterio: le entità agiscono nella sfera sessuale con particolare incidenza ed accanimento, incrementando tutto quello che può arrecare emozioni alle loro stanche e sclerotiche capacità emotive, alla ricerca di un eros che appaghi insieme il loro desiderio di potere e quello, fortissimo, di una qualche compensazione. In effetti, queste donne astrali sono infelicissime, ma - e questo è un aspetto atroce del dramma - non lo sanno che larvatamente. Le conseguenze sono, come è ovvio, disastrose. Solo nel processo esoterico, che è introspezione profonda del proprio stato e della globalità in cui esistiamo, si comprende – percependone gli aspetti – il vero momento del problema: quando l’allievo riesce a cogliere le linee vettoriali dei campi sottili nei propri organi, interni o di contatto con l’altro – allora “sa” cosa è il proprio stato reale, la condizione generale e il tragitto che deve necessariamente essere compiuto. Prima, no. Ma “prima” si può attingere all’esperienza di altri che hanno percorso questi sentieri, e puntellare la propria fede con la loro. Si può credere nel risultato perché esso fu ed è conseguito da quanti veramente lo cercano, secondo le eterne indicazioni dello “agire senza agire”, affidando ogni esito delle nostre fatiche al Maestro totale, che le vede, le comprende e le sostiene. Non è cosa di poco o breve momento. Ma va fatta. 5 giugno 2003

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SPECIFICAZIONI La condizione dell’allievo è particolarmente difficile quando i campi del passato sono rimossi, perché allora il karma matura e le conseguenze non sono gradevoli. Compito del Maestro è condurre ad un esito positivo il tracciato esoterico nel modo più semplice possibile, evitando insieme guai seri e conducendo ad affioramento gli effetti che devono essere smaltiti. Ecco perché proprio il periodo della ricapitolazione di tutto un itinerario iniziatico si presenta alquanto arduo al viaggiatore, e richiede un maggior apporto d’attenzione e di fede. La maturazione del karma deve essere controllata ma non evitata. Infatti, è praticamente impossibile eludere del tutto gli effetti di una stratificazione karmica che ha sempre una genesi enormemente complessa, e la cosa richiederebbe comunque un tempo assai più lungo di quello richiesto da un metodo sotto questo profilo meno rigoroso, ma in pratica più efficace al fine della riabilitazione di enti incorsi nella “caduta”. Il Maestro inoltre cerca d’indurre le entità che hanno provocato i maggiori disastri – sia morali che fisici – nell’area considerata ad un ripensamento dei loro stati e, se possibile, ad un recupero progressivo della condizione primordiale. La cosa incontra in genere una dura opposizione, ed in casi particolari una strenua determinazione ad impedire il cammino. Infatti, in certe condizioni, le persone (particolarmente quelle del piano sottile) si trovano esposte non tanto ad una perdita della loro deviata preminenza in ambiti definiti e limitati quanto alla totale resezione di ogni loro potere di dominio, controllo e sfruttamento. Così reagiscono con tutta la durezza di cui sono capaci, e allora attraversano un periodo d’ulteriore oscuramento. Insomma, esse peggiorano rispetto a quello che erano all’inizio del processo, ma contemporaneamente sono costretta a constatare, nel modo più assiduo ed incessante, che la loro situazione esistenziale era falsificata sia concettualmente che praticamente, e che in verità sono ben lontane dalle loro assurde credenze di nobiltà e bellezza, quali si erano sempre illuse di essere. Quest’esito è immensamente traumatico per tutte e, mentre alcune lo possono accettare con mille riserve ma con una certa sincerità, le più non si rassegnano a quest’insorgenza, e la combattono fino ai limiti della propria autodistruzione. E’ solo allora che qualcosa può cambiare, e che il lentissimo e famigerato processo involutivo del passato può arrestarsi ed invertire la rotta. Tutto questo deve essere ben compreso da coloro che s’immettono in un cammino di rinascita, il quale è sempre esperienza del dolore e dell’abbrutimento ovunque sussistenti prima di sapersi rendere serenità e pace. Sostanzialmente la maggior cura del Maestro verte sull’attualizzare l’affidamento che gli allievi devono intimamente mostrare nei confronti del Padre, perché tutto il resto dipende essenzialmente da questo fattore. L’affidamento, infatti, è 78


volontà d’essere giusti nei confronti del Reale, e quindi di saper impersonare la Volontà trascendente specificatasi nell’Atto emanativo. I principi generali acquisiti nel corso degli anni di ricerca e di sperimentazione, e negli incontri con l’altro, non manifestano il loro vero significato e il valore che sottintendono se non sono alimentati, vivificati da una Fede vera e vissuta, la quale è poi intelligenza dell’Amore: tanto nei confronti di Dio quanto verso la Sua opera. Come è stato sempre sottolineato, il Padre conduce sempre a compimento le proprie determinazioni, quelle che assunse primieramente nel momento in cui originò un figlio e quelle che specifica nel corso della sua vicenda esistenziale, dove la libertà delle scelte, dei giudizi e l’autonomia delle conseguenti attività sono affidate alla creatura proporzionalmente agli stati che ella ha saputo conferirsi. Il restante è sostenuto dalla Misericordia divina, è il Sacrificio di Cristo nella Manifestazione. Queste sono le profonde ragioni dell’apparente lontananza dell’Istruttore proprio quando la sua presenza apparirebbe al discepolo più necessaria e fondamentale. Qui egli deve sapersi mostrare all’altezza del ruolo affidatogli, che non è solamente quello di reintegrarsi nelle Case del Padre ma anche – se egli ne è in grado e se è oggettivamente fattibile – di ricondurre a tanto le personalità che nel processo soterico si sono rese potenzialmente capaci di rinascita. 30-09-2003

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MEDITAZIONE

IL SILENZIO Tutto l'ingegno degli uomini e delle donne nasce da Dio. Tutto è ascolto più o meno profondo, più o meno perfetto, della sua voce. Non esiste un pensiero, un’idea, un momento cognitivo reale che non sia colto nel silenzio del proprio spirito in rapporto con l'amore del Padre. Tutto il noto, il possibile, il potenziale del progresso umano giacciono in Dio. Ma ascoltare non è sufficiente se non c'è l'intelligenza di Lui. Occorre “volere ascoltare” per poter “trovare” e, trovato ciò che ci preme, sceglierlo così come ci appare. E una volta scelto, condurlo spontaneamente nell'ambito mentale per tradurlo in simboli, in relazioni e in accadimenti che da questi derivino. Quindi non pensate. Ascoltate e lasciate che la mente vi rappresenti quello che “sentite”. Lasciate che le vostre capacità (libere e intuitive) rendano forma la vostra ideazione. Tutto il resto è frutto di arbitrio, di concettualizzazioni che non appartengono come tali al Cristo; e che quindi deviano e sono deviate. Se comprenderete questo processo, che è il sentiero intuitivo e specificatamente esoterico, metterete in moto il Fuoco Centrale della vostra personalità, con conseguenze estreme per tutto quello che siete. 25/12/98 L’ASCOLTO Tutto l’ingegno degli uomini e delle donne nasce da Dio. Tutto è ascolto più o meno profondo, più o meno perfetto, della Sua Voce. Non esiste un pensiero, un’idea, un momento cognitivo reale che non sia colto nel SILENZIO del proprio spirito in rapporto con l’amore del Padre. Tutto il noto, il possibile, il potenziale del progresso umano giacciono in Dio. Ma ascoltare non è sufficiente, se non c’è l’intelligenza di Lui. Occorre “voler ascoltare” per “poter trovare” e – una volta trovato quel che ci preme – sceglierlo così come ci appare. E, una volta scelto, condurlo spontaneamente nell’ambito mentale per tradurlo in 80


simboli, in relazioni ed in accadimenti che da questi derivino. Quindi, “non” pensiamo. Ascoltiamo e lasciamo che la mente ci rappresenti quello che “sentiamo”. Lasciamo che le nostre capacità (libere ed intuitive) rendano FORMA la nostra ideazione. Tutto il resto è frutto d’arbitrio, di concettualizzazioni che non appartengono, come tali, a Dio: che quindi deviano e sono deviate. Se comprendiamo questo processo, che è il sentiero intuitivo e specificatamente esoterico, mettiamo in moto il Fuoco Centrale della nostra personalità, con conseguenze estreme per tutto quello che esiste.

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INTUIZIONE E AUTORAPPRESENTAZIONE

Tratteremo in queste pagine argomenti d’interesse generale, e in altre parole il rapporto esistente tra il fattore intuitivo e quello autorappresentativo, che ne è la logica conseguenza. Il fattore intuitivo riveste immensa importanza per le entità del nostro campo generale, che dovrebbero assolutamente comprenderlo sia sotto il profilo teorico che sotto quello pratico ed operativo. L’intuizione, in effetti, accade nel “silenzio della mente”, e la pratica per ottenere questo dono è la meditazione. Questo assunto comporta che nel sentiero iniziatico si rende necessario per gli allievi un momento di meditazione quotidiana, da condurre con molta costanza e secondo principi rigorosi d’esecuzione. Tuttavia è sufficiente un poco di tempo, non le ore che chi ha altri compiti e problemi deve addossarsi: bastano un venti o trenta minuti d’introspezione regolare, e qualcosa di più saltuariamente. Il Silenzio deve essere raggiunto, e questo stato comporta da un lato la sufficiente sottomissione del campo interiore intellettuale al nostro atto decisionale, e dall’altro il risveglio del Centro Cardiaco. Il fattore “silenzio” si ottiene per grazia, per dono: non con le proprie capacità avulse dal Principio, o con tecniche di qualsivoglia tipo, utili ma non risolutive. Soltanto per dono di Dio si può restare, infatti, per un certo tempo, che può essere anche lungo, nel profondo silenzio della mente, che dissolve il karma ed apre le porte dell’introspezione dell’inconscio. Lì c’è di tutto, ed il silenzio risolve, con il karma, i fattori negativi del nostro intelletto e della nostra mente: perché questo stato attiene all’attività spirituale che è, come più volte ricordammo, pre-formale. Il silenzio non è il “niente”. E’, all’opposto, attività teurgica oltre la mente, e quindi per noi priva di una forma definita. Il silenzio è un momento che precede quello autorappresentativo, ed allora non è dialogo, anche se interiorizzato, non è riflessione, non è percezione d’immagini, di sopiti ricordi o di particolari ed inconsueti stati di coscienza. Del silenzio si può dire più facilmente quello che non è piuttosto di quello che è. Infatti, il silenzio pervade tutte le potenze dell’anima, fuorché una: quella che si concreta in quella particolare “attenzione” che è, in effetti, abbandono ricettivo di sé all’amore del Padre, con il proprio amore. Questo stato particolare costituisce quindi un momento d’informalità che vuole rendersi a Colui che E’ oltre la mente creata, il Padre. Egli è anche Forma, ma in senso assoluto, è quindi appare alla creatura come un “Nulla di Forma” o come Luce infinita ed inaccessibile, in cui scompare il senso del rapporto IO-TU ed appare l’Uno senza Secondo, ed insieme l’Uno come discriminazione infinita della Sua realtà. Possiamo arguire che il primo caso accennato (il Nulla di Forma) attenga alla 82


percezione intuitiva della Potenza Infinita, l’aspetto “Femminile” del Divino, la Matrice Oscura d’ogni potenzialità: qui l’Oscurità è Vita, stranamente ed intensamente “luminosa”, ben diversa quindi dal “niente” dell’irrealtà. Il secondo aspetto (la Luce Infinita) rappresenta uno stato di samhadi in cui tuttavia la personalità non si dissolve, ma è piuttosto una “virtualità” dell’Uno, e quindi rifluisce nell’Idea che la costituisce come persona. Questa esperienza, che non è dicibile ma che trasforma radicalmente la personalità, accade quando il Padre sa che abbiamo fatto la nostra parte nel Suo disegno, così come “ora e qui” sappiamo e possiamo. Il samhadi è il punto di dissoluzione della maya irreale ed insieme il punto d’individuazione di quella reale, la vera Maya che s’identifica nella creatività di Dio: la Madre, compresa come Divinità emanante e come Campo manifestato. Il primo aspetto (Il Silenzio-Nulla-di-Forma) è conseguentemente il sentiero che apre le porte al secondo. Apre anche, e primieramente, le porte all’ascolto d’individualità che altrimenti non sarebbero né percepibili né tangibili, neppure al “semplice” livello mentale. In questo stato particolare del processo iniziatico si decantano i campi involuti, e si chiarificano quelli che possono emendarsi dal loro passato. Tutto questo ci apre all’apprendimento meno illusorio, o più reale, dell’Interità, e quindi ci introitiamo consapevolmente nei Mondi sephirotici (Yesod, in primo luogo), secondo una logica all’inizio assai riduttiva, ma che si renderà un progressivo approfondimento. Al limite può rendersi possibile l’incontro formale con Entità Angeliche che sono i veri Archetipi fondamentali della Manifestazione: creature così alte da poter essere giustamente considerate “Dei Costruttori” del campo emanato, per conto ed in Nome di Dio. Questo è allora il nostro punto d’analisi: per essere “silenzio” ci occorre comprendere cosa sia il “silenzio” di cui parliamo. Esso è un fattore d’immissione del nostro esistere – alquanto precario – nell’Essere, è Amore di Dio che ci raggiunge e ci conduce ad amare: a Dio dunque, compreso come Principio Assoluto di Realtà ed insieme come Interità che s’evidenzia nella Sua coscienza (Cit). Possiamo affermare che otterremo questo particolare “silenzio” soltanto amando: amando sì, ma Chi? Precisiamo ulteriormente: amando la fonte eterna dello stesso Amore, che è Via, Verità e Vita. Amando e così facendo - nel tempo - esperienza d’amore, e cioè di realtà e di libertà. Amare, in questa prospettiva, è intuire l’unità nel momento stesso della specificazione che ci pone nel rapporto duale di “IO/TU”. Amare è allora collocarsi nell’Essere-Unità e nell’Esistere-Dualità. Ma come si fa ad amare? C’è sempre in noi qualche seme genuino d’amore, che nasce dall’esperienza esistenziale di cui siamo partecipi. Ebbene, conduciamo interiormente questo seme ad un certo grado d’impersonalità, a sentire amore senza la causa specifica che motiva il sentimento stesso. Amiamo dunque nell’abbandono di una qualsivoglia direzione 83


particolare del nostro amore, senza alcuna colorazione di sentimenti puntualizzati, o d’intenzioni esclusivamente personali. Qui agisce il Cristo, al quale è sufficiente la nostra ferma intenzione perché la vecchia avidya (ignoranza del nostro vero stato) sia superata, insieme alle innumeri difficoltà che ne conseguono. Il “silenzio” è dunque intuizione del nesso che ci unifica al Cristo (Misericordia e Sostegno del Padre alla Sua Manifestazione), e pertanto è anche l’immersione nel Suo Essere secondo le nostre possibilità odierne. Quindi costituisce il momento unificante interiore ed esterno, in cui afferriamo più esattamente la nostra Realtà. Quale Realtà? Quella che il Padre vuole che percepiamo perché è la più coerente con il nostro stato, e che ci indica nel suo Atto di Misericordia: quella che noi per amore e con l’Amore scegliamo, facendola nostra. Perché noi stessi siamo quest’Atto di scelta, e nel “silenzio” saliamo verso il Centro di totale realtà del nostro essere/esistere come creature, che impersonano ontologicamente la Volontà di Dio. Cosa è, allora, la scelta? La scelta è la capacità dinamica di vivere coerentemente con la volontà del Padre, agendo come “sua libertà” a noi donata: vivere cioè secondo l’affidamento di libertà che si pone alla base dell’Atto creativo e della nostra esistenza. Dio ci fa credito d’amore e di libertà (la Libertà è, nella sua essenza, la forma dell’Amore), e prima che noi vivessimo come coscienze distinte da Lui. Vivendo, noi agiamo secondo questa Intenzione divina “se” sappiamo scegliere la libertà nel suo infinito Dono.  Per quanto abbiamo esposto, l’intuizione esoterica ci consente d’assimilare un dato sintetico scelto fra i mille e mille che vengono emergendo in ogni istante alla nostra percezione del campo. Dato sintetico colto in ogni caso “nel Padre”, e quindi in Se stesso infinito. Tuttavia questa particolare “scelta” implica, per essere esatta, la vera libertà: essa comunque si dimostra coerente con il grado d’emancipazione del soggetto senziente, e con il suo stato effettivo. Tanto più questi sa oggettivamente amare, quanto più potrà esprimere e rendersi concreto nei rapporti generali intrattenuti con il campo d’appartenenza ed il Suo Autore (simbolismo della Croce di Luce o di Vita). Ne consegue che la libertà mediante la quale è compiuta ogni nostra scelta è “relativa”, e che il Dono di Dio, suo fondamento ontologico, è sempre percepito molto limitatamente. L’intuizione è, in altri termini, relativa, ed è esercitata su di un Continuum che di per sé è assoluto. Anche se riduttivamente percepito, Esso tuttavia consente sempre la 84


sapienza/conoscenza vera, sintetica e non ancora formalizzata. Conseguentemente l’intuizionismo è un “esatto sentire”, un moto interiore reale che cerca la propria espressione qualificante. Occorre quindi che il dato così individuato sia analizzato nelle sue molteplici valenze, e questo accade facendolo fluire nel nostro ambito mentale ed intellettuale. Nella guaina Mente/Intelletto esistono, infatti, - nati da precedenti esperienze informazioni e concettualizzazioni, elementi specifici, simbologie, schemi di comportamento e di raffronto, ricordi. Esiste (e questo è più particolarmente l’opera dell’Intelletto) la capacità d’inferire e di riferire le opportune simbologie mentali al dato intuìto, e di conseguenza emerge la possibilità d’autorappresentarci i suoi contenuti in base alle nostre suddette capacità. Tuttavia qui occorre fare la massima distinzione ed un’opportuna discriminazione. Gli elementi presenti nella guaina mentale possono essere mere astrazioni d’uso, come tali fino ad un certo punto necessarie, ma altrettanto necessariamente assai approssimative. L’esperienza vissuta è normalmente immagazzinata nel contenitore mentale in base a precedenti ordini di comparazioni e concettualizzazioni simboliche o dialettiche, e quindi emerge un primo motivo d’imperfezione, relativo ai criteri che abbiamo adottato - più o meno inconsciamente - per questo fine. Poi, da questi dati di per sé approssimativi estrapoliamo quanto valutiamo “adeguato” per la formulazione di un nuovo concetto: ed ancora incontriamo un nuovo punto d’imperfezione, per l’inevitabile limitatezza e la potenziale illogicità dei criteri adottati. Infatti, in quest’attività prevale l’aspetto inconscio della nostra mente, e quindi la concettualizzazione che ne consegue può essere irregolare od abnorme. Successivamente il dato così formalizzato è valutato – in questo processo – in un nuovo tentativo d’estrapolarne i contenuti salienti e necessari, per poterli inserire nella globalità di un giudizio. Ne discende un nuovo fattore d’imperfezione dell’analisi che dovrebbe essere immediatamente corretto, e che comunemente si somma ai precedenti. Quando tutto il processo è compiuto, la mente condensa la struttura concettuale che discende da quest’attività in un’ideazione, ed in base ai contenuti specifici dell’intelletto (normalmente preesistenti, quali schemi comportamentali, preferenze, inclinazioni personali, simbologie d’interessi e di fruizione) traduce il nuovo dato (che si associa a tutti i precedenti contenuti!) in attività concreta, mettendo a tal fine in moto gli strumenti interni per individuare il vettore desiderato, e quindi agisce nei confronti del campo esterno con i mezzi di contatto sensoriale a ciò predisposti, attualizzando uno specifico e coerente comportamento. Tutto questo è “autorappresentazione” del dato recepito – più o meno inesattamente, nelle nostre attuali contingenze – nel Padre, e quindi condotto alla nostra scelta di giudizio e d’attività. Ovviamente, se il procedimento è fortemente inesatto e l’intuizionismo è soverchiato da un’eccessiva attività mentale/intellettuale (pseudologica, per di più!) le conseguenze sono gravi tanto a livello personale che 85


generale: e l’autorappresentazione necessariamente ne è deformata. Il processo che abbiamo descritto è il nostro comportamento più “comune”, quello che molto avventatamente giudichiamo “normale”: è l’assurdo modo di procedere che poniamo con tanta leggerezza alla base delle nostre esistenze. Cosa fare? Se, infatti, manteniamo questo tipo di mentalismo astraente non facciamo altro che valutare un qualsiasi dato percepito nel nostro Centro interiore (accade sempre) mediante simboli astratti, estrapolati ed accettati in termini prevalentemente inconsci, senza alcun riferimento alla vera Realtà. Ne deriva la falsificazione del campo esistenziale, in buona o in gran parte completamente inavvertita. Così a lungo andare il mondo intimo si deforma, ed il campo esterno lo diventa per conseguente e davvero inevitabile induzione: il ché è ancor peggio. Questo assurdo processo è poi distorto da fattori “esterni” al medesimo, che tuttavia agiscono nel nostro inconscio secondo linee di pensiero sovente assai divergenti dalle nostre, e che quindi costituiscono un potente fattore di plagio. Tutto questo è però completamente ignorato, e le persone si ritengono “libere” agendo secondo impulsi non compresi, sconosciuti o addirittura estranei al loro stato ordinario. La mente è un disastro senza fine, se non è guidata dallo Spirito. Essa contiene, infatti, un passato imponderabile, e senza alcun dubbio molto oscurato, così come si può facilmente inferire dal grado d’infelicità e dal dolore che gravitano sulle nostre vite. Qui c’è malattia e morte, violenza e sopraffazioni a non finire: e sono questi i tragici “simboli” incompresi di un gravissimo stato di frattura dal Reale. Se siamo in queste difficili situazioni è per opera “nostra”, null’altro che per questo. Ed allora dobbiamo sapere che nel nostro campo mentale/intellettuale esiste un abisso di dolore e di sfuggenti cause di futura disperazione, che la nostra coscienza “normale” ignora ed evita in un desolato e torpido tentativo d’autodifesa, o per effetto di un atto di coazione che ci condanna alla sofferenza. Occorre poi che il “tessuto mentale” non sia identificato con l’organo corrispondente nel piano fisico: il cervello. Il cervello è lo strumento di traduzione a livello formale (e quindi di contatto con l'“altro”) dei vari contenuti del mondo sottile mentale ed intellettuale, il quale è poi esteso in un continuum davvero inconcepibile per estensione e profondità, che contiene dati assunti in tempi remoti e in aree esistenziali sconosciute. E per di più inconscio in massima parte. Cosa possiamo fare? C’è, in un processo esoterico e solo in quello, la possibilità dell’intuizionismo consapevole, che dipende dall’attivazione concreta (non “pensata” soltanto!) della nostra capacità d’amore. In questo caso l’intuizione principiale è guidata all’autorappresentazione da tutto un conforme stato d’empatia con il Principio (l’Atma), ed allora si vale dei simboli intellettuali e mentali completandoli e correlandoli alla luce del Maestro di Vita, il Cristo. In tal modo il fattore percepito nel Centro Cardiaco sottile è costantemente sorretto per un’autorappresentazione che si dimostri sufficiente a noi ad al nostro 86


campo esistenziale; autorappresentazione che è e non può essere che imperfetta, ma compensata e coordinata al suo svolgimento dal “Gioco” dell’amore di Dio. Ne consegue che l’intuizionismo così descritto (l’Intelletto d’Amore degli Stilnovisti e di Dante) può raggiungere un gradiente di Realtà altrimenti inattingibile, e che per di più esso è costantemente perfezionato e corroborato dall’immanenza divina. Questa è la differenza fra un vero esoterista e l’intellettuale, fra il discepolo di Cristo e l’uomo comune, per dotto che egli sia. Ed ecco la tremenda “Nube della non-conoscenza”, l’Avidya dei meditanti orientali, la “Notte Oscura” dei mistici. Occorre far luce. NB. Abbiamo affermato che l’intuizione dei dati relativi ad ogni nostro momento esistenziale accade sempre nel Continuum divino, almeno fino ad un punto d’involuzione tale da negare la percezione del campo esteriore e ridurre l’ente senziente al solo proprio – e devastato – ambito interiore. In questo caso di massima irrealtà la persona non è ovviamente in grado che di percepire i propri contenuti mentali, e questo stato costituisce l'“inferno” indicato in tante mistiche religiose e no. L’autorappresentazione, ridotta a termini inconcepibili, è allora soltanto sofferenza ed impotenza che, ponendosi in una condizione antitetica alla Volontà informante del Mondo Causale, genera tragica oscurità e conduce alla cruda virtualità quello che era prima un’esistenza. L’entità non ancora discesa a questi limiti (demonici in senso effettivo, in cui la persona si trasforma nelle sue stesse più atroci concettualizzazioni), ma in una fase d’inesatta o carente realtà, percepisce con difficoltà il Continuum Divino per carenza spirituale vera e propria, e quindi si riduce a cercare i criteri d’interpretazione del campo esistenziale soltanto nella propria mente e nelle sue concettualizzazioni preesistenti. Tuttavia qualcosa dello stato primordiale a lungo resta, ed allora il difetto che rileviamo alla base di queste degenerate situazioni verte non tanto sulla intuizione inconscia di dati fattuali, in qualche misura “formalmente” avvertiti, ma proprio sul processo autorappresentativo, carente ed inadeguato, degli stessi: per elementari che essi siano. In assenza di una capacità discriminante fondata sulle verità spirituali (in senso strettamente esoterico), l’individuo converge la propria attenzione su se stesso e, in effetti, non vede altro che i propri contenuti, che abbiamo detto insufficienti o addirittura deviati. Il campo esistenziale è allora frainteso, ed il fenomeno finisce col coinvolgere tutta l’area dimensionale in cui accade, con maggiore o minore incidenza. Il risultato è che il campo stesso diventa allucinatorio, e che quanto vi accade si riduce progressivamente ad un sogno difficile in cui il vero ed il falso si mescolano, per finire poi in uno sgretolamento degli stessi parametri della coscienza giudicante. Questa è la maya comune al nostro ambito, ma assai più incidente nei piani di 87


contatto sottile, che abbiamo indicato condensati nello Yesod di questo nostro stato. E’ tuttavia impresa molto ardua dissolvere una tale illusione, perché essa permea tutta la struttura delle singole personalità in carenza del Centro Cardiaco. Quindi anche la forma fisica e le energie che la sostengono sono coinvolte, le più “dense” fra quelle che concorrono alla configurazione di un ente autocosciente. Modificare questo stato è così modificare “anche” strutture molto stabili o statiche, per di più in lento o veloce declino: prime fra tutte le concettualizzazioni della mente/intelletto polarizzatesi soltanto sull’ego, ed incapaci di modificarsi in positivo in tempi ragionevolmente brevi; e spesso addirittura inerti anche in presenza di un aiuto esterno. Tuttavia la cancellazione di questi stati interiori è indispensabile per ridare alla mente/intelletto la sua naturale plasmabilità percettiva ed autorappresentativa, la sola che consente l’immediata coerenza con lo Spirito di cui la mente/intelletto è appunto l’organo analitico. Altrimenti essa resterà imprigionata in sé medesima, completamente incapace di “sentire” la base reale delle proprie attività. Queste sono le massime difficoltà del processo esoterico che voglia modificare anche l’ambito prossimo al ricercatore, e non miri semplicemente alla propria individuale realizzazione. Rileviamo particolarmente che l’autorappresentazione individuale crea una “monade” priva di “finestre” ogniqualvolta ignori il fattore fondante del campo in cui si definisce. Questo fattore è il senso dell’unità sottostante alla discriminazione che evidenzia infiniti soggetti esistenti, senzienti e no. E’ proprio questa intuizione d’identità (che è poi la base di quel sentire che chiamiamo Amore) la fonte della effettiva comunicazione – reale e non illusoria – fra entità appartenenti a campi comuni o contigui: in questo caso le “monadi” hanno una finestra reale, che possiamo identificare nell’immanenza divina come Volontà creativa. Ecco perché nella configurazione del Glifo sephirotico i Sentieri hanno rilevanza eguale a quella delle Sfere: esse, infatti, sono sinteticamente aree di autocoscienza e i Sentieri ne costituiscono le viventi estrinsecazioni, analitiche e di rapporti effettivi. Tanto le Sfere che i Sentieri sono aspetti dell’unica verità del Glifo, che è Vita così come Dio la pensa e la vuole, e che delega all’Adam perché sia svelata. 23-12-2001

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L’ASCOLTO INTERIORE L’intuizionismo è l’unico mezzo che conferisce realtà alle nostre idee, se è vero intuizionismo. Questa capacità di percezione della realtà si fonda sul silenzio interiore. Patanjali insegna, nel secondo Sutra, che “Lo Yoga è l’arresto delle funzioni mentali”, in cui il termine “yoga” indica l’unione del Sé relativo al Sé Assoluto. Quest’unione, dono estremo di Brahma, è presente in tutta l’esistenza delle creature: è cioè immanente tanto nel samadhi quanto nella quotidianità di coloro che sono con il Padre, e si ottiene con la profondità dell’ascolto nel silenzio della mente. Dice Patanjali nel quarantunesimo Sutra: "Allorché l’attività della mente viene posta sotto controllo, la mente diviene pura come un cristallo e riflette con precisione, senza distorsione alcuna, colui che percepisce, ciò che viene percepito e lo stesso ente che percepisce”. Colui che percepisce è il soggetto senziente; ciò che viene percepito è l’oggetto dell’attenzione, e può essere interno o esterno al soggetto; l’ente che percepisce è lo strumento interiore della percezione, ma può intendersi anche in altro modo: Colui che percepisce è il Brahma, di cui la persona è particolare modalità, libera nella scelta e autonoma nell’esecuzione della scelta. Questa visione è estrema, e a noi interessa ora come Punto di Realtà alla nostra esistenza: di realtà e di responsabilità. La percezione avviene attraverso l’organo mentale: la mente rappresenta lo strumento “fisico” della rappresentazione di un dato rilevante in un particolare momento, e quindi la mente ha la capacità di assumere la “forma” di ciò che considera o desidera. Se la forma mentale è costituita da altre forme, accostate o riunite in una concettualizzazione, la mente diventa discriminazione di se stessa, e questo non garantisce un valido criterio di verità. Occorre che la mente si fondi su dati obbiettivamente reali, e la realtà non può essere analizzata se prima non è intuita. L’organo dell’intuizione è lo spirito: lo spirito esprime l’accordo, la coerenza dell’ente creato con il Principio Creatore, e cioè la continuità fra Realtà assoluta e realtà relativa che dalla prima procede. La Realtà del Principio Causale non ha una Forma che noi possiamo rappresentarci: è infatti Forma Assoluta, oltre il limite del “relativo”: Così il Brahma ci appare come “Vuoto di Forma”, che è la Pienezza infinitamente oltre il nostro limite. L’organo che ci relaziona – relazione necessaria, perché esistiamo in Brahma – con questa Pienezza oltre le forme della nostra mente è quindi adeguato, e possiede soltanto la “forma del sentire”, sintetica e per noi priva di specificazioni. La mente che si pone in relazione con lo spirito non può essere ingombrata da contenuti formali, ma deve mostrarsi empatica con quello che intende percepire: ne consegue che la mente è silenzio, è vuoto che lo spirito deve colmare con la sua pienezza, 89


intuita nel Sé, nel Principio. Il "vuoto" della mente è la forma dell'attenzione. La mente è conseguentemente l’organo analitico della sintesi, frutto dell’intuizionismo. La sintesi è “punto” in attesa di discriminazione, che naturalmente deve fluire nell’autorappresentazione per essere conosciuto in “alcuni” dei suoi contenuti. L’intuizionismo è rapporto fra la creatura e la Realtà che l’esprime e quindi accade fra il sé relativo e il Sé fondamentale, il Padre dell’Emanazione. E’ mistero, e solo nel samhadi può essere relativamente compreso. Perché accada, occorre che l’ente creato, il jiva, sia centrato sull’Ente Emanante, sia veramente empatico con Lui. L’Ente Emanante, il Padre (Brahma, Kether o Ra), da nulla è costretto o vincolato: è il Tutto ed è “oltre il Tutto”. L’atto creativo esprime la libertà di Colui che lo compie, assumendosene l’immenso peso: questa considerazione ci consente di credere che l’essenza del Padre sia Amore, e l’esperienza ci insegna che solo con l’amore è possibile l’intuizione del Reale. L’Amore è Mistero, come la Vita; tutta l’Emanazione avviene nella Coscienza Suprema, e quindi l’amore che ci consente a differenti livelli la percezione del Reale non può essere limitato alla contemplazione del Padre, ma deve comprendere tutta la Realtà che Egli esprime, la Manifestazione. La Manifestazione è il Momento Proiettivo del Brahma, è il Brahman nella sua Volontà. L’ascolto interiore si risolve nella scelta d’essere questa vivente volontà, che si affida al suo Centro per comprendere il proprio stato e la direzione esplicativa più esatta. Conseguentemente l’ascolto è un atto d’amore, non ancora formale e puntualizzato sul Centro. Il Centro Interiore, l’Atma, è la presenza del “Fattore di Realtà” in noi, e da questo Centro scaturisce il sé personale, a sua volta centro della nostra struttura totale ai quattro quarti elementali. L’esatto rapporto fra il sé individuato e il Sé individuante (Brahma) è di conseguenza rapporto d’amore, nel quale l’ente relativo assume l’esatta configurazione nei confronti dell’Ente Assoluto: è ricettivo, e quanto maggiore è la sua ricettività tanto migliore sarà il suo ascolto. Possiamo dunque identificare nella capacità d’amore del soggetto senziente la sua capacità di percepire e comprendere la propria realtà e quella del suo campo esistenziale, ai livelli che ha saputo darsi. Se la persona è poco o nulla capace d’amore, la realtà non sarà compresa né in se stesso né nell’altro, e comparirà la maya del nostro comune stato, produttrice di karma. La radice del karma è l’incapacità d’amore delle creature, tanto nei confronti del Principio Causale che del campo manifestato. Il karma attuale è gravissimo, ed è testimoniato nel nostro contesto dalla crocifissione dell’Amore divino in Cristo. Il silenzio dell’ascolto non si ottiene con mezzi o metodi esclusivamente fondati sulla mente e sull’intelletto; in assenza di spiritualità essi sarebbero strumenti egotici, incapaci da soli di percepire fattori reali che verrebbero avvertiti in modo provvisorio, 90


imperfetto o ingannevole. L’imperfezione, che è realtà incompleta per il momento considerato, e cioè imprecisa attualizzazione delle virtualità che esso comporta, indica nella rappresentazione del soggetto senziente una mescolanza di sé (intuizione) e d’ego (pseudo-discriminazione): infatti, il soggetto è in genere un misto di bontà ed egocentrismo, con conseguenze alla lunga alquanto lesive per la bontà. L’ascolto del Padre nel silenzio della mente è dono: dono immanente a tutta la Manifestazione, ma che può essere disatteso o tradito. Dono, e non diritto per chi si pone “fuori” dal contesto reale in cui il dono può apparire e consolidarsi. Essere fuori da questo campo di realtà che è l’Amore è contemporaneamente collocarsi in una posizione coscienziale arbitraria, un voler esistere senza il fattore di Realtà che ci manifesta. Noi siamo attualmente viventi in un campo arbitrario, che deve essere risolto recuperando il Principio Causale, e cioè la percezione del Sé Atmico con il nostro particolare “sé”. Questo campo arbitrario esprime anche nel nostro tempo attuale l’immanenza perdurante della “caduta da Eden”. Eden è il punto iniziale della storia di Adam, e non un “paradiso di sosta”. In altre parole, se Eden è per noi una meta, questo accade semplicemente perché lo abbiamo perso. Ritrovarlo è esattamente riprendere il cammino esplicativo della Volontà del Padre tramite la nostra libertà. La Libertà si concretizza nell’intuizionismo, che è prima scelta, e nelle conseguenti scelte di direzioni e di mezzi adeguati al primo. Il rapporto fra spirito, mente e energie vitali è dialettico e continuo. E deve condurre l’Idea a Forma vivente. La Manifestazione di Dio è costituita dagli infiniti enti che Egli determina nella Sua Coscienza, ma anche dai rapporti che essi intrattengono con Lui, con se stessi e con tutto il campo vitale. I “rapporti” sono forme dinamiche che devono creare non la divisione ma l’unità, e l’alternativa a quest’assunto è l’attivazione di un karma anche distruttivo. Nella Manifestazione di Brahma tutto è Forma perché tutto è limite. Il Padre assume una Forma adeguata ai suoi Figli per guidarli e sostenerli: l’Amore di Dio è quindi anche Sacrificio di Sé – come testimoniano Gesù e Maria di Nazareth – per garantire l’esistenza nella libertà delle Sue creature. Nell’assunzione di Forma l’amore del Padre s’addossa il nostro stato al nostro livello possibile nell’ora e nel qui: livello naturalmente di coerenza con Lui. Se questo Gli è impedito dalle condizioni dei campi, Egli affida alla Giustizia del karma il necessario insegnamento, e la guida perché non sia semplicemente distruttiva nelle conseguenze delle azioni che abbiamo compiuto. L’immanenza della Misericordia è perenne: Dio perdona sempre, ma il Suo perdono può restare potenziale nelle esistenze individuali, se manca l’intelligenza di Lui. Cristo è il Sostegno ed il Perdono di Kether per tutta la vita creata. Nulla andrà definitivamente perduto: ma il tempo e le condizioni del riscatto sono nostri. 22/02/2006 91


MEDITAZIONI L’ordine delle Sephiroth è logico e non gerarchico: questo è esatto per l’Arcangelo delle singole Sephirah, che è l’Atma di ognuna e quindi la presenza di Dio in lei. L’assunto ci indica che la Sephirah è, nella sua coscienza, creatura, emanata da Dio in Sé. Occorre inoltre rammentare l’identità fra l’Alto e il Basso nell’Unità divina. L’Alto e il Basso sono, in questo caso, stilemi della nostra discriminazione che vuol darsi un’immagine – sia pure imperfetta ma sempre perfettibile – della Realtà trascendente. La “gerarchia” è soprattutto ideazione demiurgica, e quindi involutiva, quando vuole essere sostanziale e non semplicemente funzionale ad un fine prescelto. Kether (il Dio Creatore) non è l’Ain, ma l’ipostasi di Ain: ciò è però valido per la Manifestazione, e non certo per l’Ain Soph. Ain è Kether e Kether è Ain quando l’Assolutezza si pone come Centro emanante. Yesod è la sintesi di tutte le Sephirah che sovrastano Malkuth, e Malkuth è il “tramite ideativo” di Kether perché impersona la capacità ideativa sotto il profilo intuitivo sintetico per tutto il Glifo. E’ quindi il punto di riferimento per ogni Sfera di coscienza. Il concetto di Nulla Divino deve essere interpretato in questi termini: “Nulla” in quanto assenza di forma. Infatti, nel piano divino ogni aspetto è la stessa Divinità, per la coincidenza di Essere e Discriminazione dell’Essere nell’Assolutezza (Ananda). Le “forme” di Kether sono assolute, non limitate. Malkuth è “femminile”, ma solo rispetto a Kether. Rispetto a Yesod è “maschile” perché rappresenta il tramite ideativo sintetico alle Sephiroth, le quali sono discriminazione esistenziale dell’Idea di Manifestazione. Notiamo che in genere sussiste nei testi di metafisica una certa confusione fra il piano strettamente trascendente e quello delle coscienze emanate. Tiphereth è “femminile” rispetto a Malkuth perché nelle sue forme/pensiero è discriminazione dell’Idea sintetica, come tale recepita dalla Sephirah, la quale – essendo essa stessa il punto di fusione di tutte le altre sfere – è il naturale ricettacolo della volontà fondamentale sotto l’aspetto analitico. Tuttavia qui si cela un tremendo fattore. L’Albero così rappresentato, come lo vediamo nei Testi cabalistici (il Glifo della nostra meditazione), non è simbologia sintetica dell’Idea Divina, ma la discriminazione dei suoi contenuti. Quest’ultima analisi è valida per l’interpretazione dei dati esistenziali, ma credere che la sola discriminazione intellettualistica (autorappresentativa) sia la vera struttura ontologica e formale del glifo è causa d’arbitrio. Infatti, il potere autorappresentativo delle Sfere fa sì che la “forma” della 92


Manifestazione si configuri secondo le ideazioni delle Potenze archetipiche esistenti e, se queste confondono la Realtà unitaria con le loro elucubrazioni, finiscono col frantumare il Campo manifestato in differenti piani d’esistenza, scissi fra loro. Ciò accade quando si è perduto il senso del Reale e del Vero, e cioè quando si è ottusa la percezione del Centro della personalità a seguito del distacco intercorso fra “momento ideante sintetico” e “momento ideante analitico”, nel Piccolo e nel Grande. La “Caduta” è la perdita del nesso polare fra Uomo e Donna. La radice del demoniaco, dicono alcuni testi cabalistici, è sita nel Mistero di Dio: ma soltanto in un senso. Nel creare la coscienza in evoluzione spazio/temporale (coscienza relativa nell’Assoluto) Dio accetta l’eventualità di un possibile travalicamento del limite ad opera di quest’ultima. Conseguentemente il male può essere imputato solo alla Creatura e mai al Creatore. “Ritorno all’Unità principiale” fra Creatore e Creatura: questo è il fine del processo iniziatico. Questo “ritorno” non determina però la fine della Manifestazione, ma piuttosto la sua esatta posizione nel piano ideativo principiale, che è evolutivo. La Manifestazione è Dio in Dio: è cioè Dio che si manifesta alla creatura da Lui considerata “reale”, e non certo solo a Se stesso. Il processo manifestante così concepito è naturalmente eterno. Il limite della metafisica gnostica è qui: il Salvatore gnostico non è inteso come “il Salvatore Gesù in Cristo”, ma solo come qualcosa di simile ed incompleto. Ecco il perché delle aporie della Gnosi. L’unica strada per comprendere il problema (ed il Glifo Sephirotico) è partire dal principio che DIO E’ AMORE e solamente Amore. Tutto il resto è analisi discriminante di quest’unico dato, il quale è il massimo criterio interpretativo del problema esistenziale. La strada dell’iniziazione allora non può essere quella della “conoscenza intellettualistica” (come sottintende molta parte della gnosi storica) ma la ben più concreta Via Cristica, che è quella dell’Amore di Dio. NB -) La sede dell’intuizionismo – tanto sintetico che analitico – è il Centro interiore. Il Centro è il punto della Sfera Spirituale in noi più affine e prossimo all’Atma, e ciò consente per Grazia il passaggio concreto sotto il profilo pre-formale di ideazioni reali fra Creatore e creatura. Lo spirito dunque è intelligenza ontologica, e cioè “intelligenza d’Amore”. Nasce dal rapporto esatto fra il Padre ed i figli, mai in altro modo. Quest’assunto dice che lo Spirito si attualizza e si espande con l’esatta esperienza esistenziale, e si distrugge con quella deviata. L’assenza del Centro interiore provoca la frattura fra Spirito e Mente, la quale è la zona analitica e discriminante dello Spirito, e quindi logicamente derivata. Questo è il dramma della Manifestazione: tanto a livello archetipico che susseguente, la frattura determina - prima o poi - la rottura dei piani esistenziali; al 93


limite fino al loro riassorbimento. Tutto quello che accade ad un allievo nella prima parte del sentiero è preordinato a fargli giungere e comprendere questa semplice – e veramente difficile – verità: la mente, l’intelletto, l’analisi discriminante ed il sapere stesso a nulla servono, nelle attuali circostanze, se non sono resi vitali ed attivi dall’amore; il quale è Unità e non separazione, abbandono fiducioso e concreto al Principio. “Quello che dal Principio proviene, al Principio ritorna”. E’ vero, ma con la precisazione che torna con l’esperienza positiva di un cammino che lo ha reso così come la Potenza divina intendeva che fosse: intelligenza d’amore affidata all’Amore che la vuole e la sostiene. Se l’Amore manca o se non se ne possiede la sufficiente intelligenza si troveranno altre strade, oscure o lucenti, che conducono all’abisso o all’Informale sereno ed immutabile. Le vie dell’inferno o quelle della Trascendenza. Tuttavia non si raggiungerà mai – a parer nostro – la totale comprensione del Mistero dell’Essere e dell’Esistere, che sono poi i due Volti dell’Assoluto. Il primo è fisso nel “Vuoto-di-Forma”, senza differenziazioni, che è pace, essenza e potenza infinite dove la perfetta ed ineffabile Ananda è sintesi di Essere e Coscienza puri. L’altro Volto è eternamente direzionato all’aspetto creativo che si dona alle proprie Idee, e che le rende vive, consapevoli e complete: capaci di una potenzialità eterna d’attualizzarsi in realtà dinamiche che si perfezionano nell’esatta esperienza delle proprie virtualità. Il secondo momento dell’Assoluto è tuttavia quello più incompreso, più oscuro ed arduo, perché è coincidenza d’opposti concettuali, i quali esistono come tali solo nell’animo dell’ente emanato, ma che così esprimono la limitazione fondamentale che egli deve costantemente chiarificare e superare per procedere nel sentiero realizzativo. Per questo fine l’allievo è trattato con severità e – finché non può comprendere – è in preda ad un intrico dolente di frustrazioni, d’idee approssimative e di ostacoli imprevisti - talvolta feroci - che deve superare ad ogni costo: e non con i soli suoi mezzi. L’allievo, infatti, deve imparare a rivolgersi al Padre in Cristo, costantemente e non con la mente ma con il cuore. Deve lottare affidandosi in ogni istante, senza attaccamento ai possibili esiti, all’Amore di Dio, al suo Nome nell’Emanazione, che è il Cristo. Il resto, ad un certo punto, è soltanto vaniloquio. 26/08/1990

I pensieri sono reali, ed ogni verità è pensiero. 94


I pensieri, fuorché nel caso che il Pensante rifletta Se stesso (Kether), sono finiti, e dalla loro finitezza emerge la Maya, che è la Manifestazione della Potenza di Dio. I pensieri sono la sola realtà, e questo è ciò che non tutti possono comprendere. La Realtà è Pensiero, e mentre il Pensiero Assoluto non mente mai, i pensieri relativi sono particolaristici, e, quindi - se non fondati sullo Spirito - mendaci. Essi sono, infatti, solo una parte definita nell’Assoluto, e non l’Assoluto. E’ come se il Pensatore proiettasse un Pensiero sintetico (Uovo del Mondo) e poi ne coordinasse le infinite potenzialità ed interrelazioni (forme individuate) in una nuova sintesi, per la quale non esiste nel Pensatore più di quanto prima ci fosse, ma che rende le potenzialità della Sua manifestazione Atto di per sé vivente, in cui le realtà/pensiero dell’Idea/Potenza emanante vivono d’armonia e vita vera se si collocano nella Sua Coscienza. NON E’ L’UNITA’ L’ESSENZA DEL PADRE E NON E’ IL MOLTEPLICE, CHE DISPIEGA QUEST’UNITA’. L’ESSENZA DEL PADRE E’ LA CONTEMPORANEA PERFEZIONE DI QUESTI DUE MOMENTI NEI QUALI L’UNITA’ E’ LA SINTESI ABISSALE DEL MOLTEPLICE ED IL MOLTEPLICE E’ LO SVELAMENTO DI TUTTI GLI INFINITI CONTENUTI DELL’UNITA’. L’ESSENZA DEL PADRE E’ QUELL’INEFFABILE SAPIENZA DI SE’ OLTRE LE SUE STESSE MODALITÀ’ ESSENZIALI CHE CHIAMIAMO AMORE.

 Prima meditazione Tutto l’ingegno degli uomini e delle donne nasce da Dio. Tutto è ascolto - più o meno profondo, più o meno perfetto - della Sua Voce. Non esiste un pensiero, un’idea, un momento cognitivo reali che non siano colti nel SILENZIO del proprio spirito, quando è in rapporto con l’amore del Padre. Tutto il noto, il possibile, il potenziale del progresso umano giacciono in Dio. Ma ascoltare non è sufficiente, se non c’è l’intelligenza di Lui. Occorre “voler ascoltare” per poter “trovare” e – trovato quello che ci preme – “sceglierlo” così come ci appare alla percezione interiore. 95


E, una volta scelto, condurlo spontaneamente nell’ambito mentale per tradurlo in simboli, in relazioni ed in accadimenti che da questi derivino. Quindi non pensate. Ascoltate e lasciate che la mente vi rappresenti quello che “sentite”. Lasciate che le vostre capacità (libere ed intuitive) rendano FORMA la vostra ideazione. Tutto il resto è frutto d’arbitrio, di concettualizzazioni che non appartengono come tali al Cristo: che quindi deviano e sono deviate. Se comprendete questo processo – che è il Sentiero intuitivo e specificatamente esoterico – metterete in moto il Fuoco Centrale della vostra personalità, con conseguenze immense per tutto quello che siete.  La Preghiera La preghiera è un atto d’amore, ed è nel segreto del cuore che si prega. Le parole sono un tracciato, non sono la preghiera. La preghiera è nel nostro stato d’affidamento a Dio: è nell’amore per Gesù e Maria, è silenzio che parla, e sovente grida, al Padre. Questo è l’insegnamento di Gesù: Egli vuole che si ami tutto, ed in particolare chi ci è vicino, chi – per nesso profondo e talvolta, ma non sempre, karmico – compare nel nostro ambito di vita. Amare è darsi all’altro. Amare non è prendere, non è cercare un contraccambio, non è essere soddisfatti dell’esito delle stesse nostre preghiere. Amare è donarsi al nostro prossimo, compreso come parte di un Tutto che è Dio. Conseguentemente anche pregare è donarsi, è mostrare fattivamente la nostra identità con l’Altro, pur nella presenza di una radicale differenziazione. Dio è Unità. Dio è - nell’Unità - infinita Specificazione di fattori vitali. Quindi amare è sentire l’Unità del Tutto. Agire in amore è insieme affermare quest’Unità e la propria differenziazione con l’altro. La gioia d’amare è intuizione di Dio, è Essere e Divenire nel Suo Segno. Seconda meditazione Ad un certo punto del processo soterico le entità del passato devono necessariamente essere rifiutate, e il Maestro afferma che “altre” verranno. Normalmente ritornano le stesse di sempre, ma non sono veramente quelle del passato. 96


Un Maestro esige che la Fede vada oltre le sue stesse parole, che sia riposta in Cristo. Il Maestro dice, il Maestro disdice. Gli allievi devono essere attenti a quello che Egli dice e disdice, per poter discriminare. O non sono allievi. La testimonianza interiore è la regola esatta: non l’analisi intellettiva ed i contenuti mentali, ma l’intuizione d’amore nel nostro Atma. Un Maestro non è “facile”. Un Maestro non è mente, intelletto, ego. Un Maestro è amore, e quindi non guarda al contenuto intellettualistico dell’allievo, ma al suo cuore. L’allievo deve saper sentire, e non limitarsi ad ascoltare a mero livello mentale. O non è un vero allievo. Se il Maestro afferma che un’entità è rigettata nell’Informale di Cristo, l’allievo deve udire, sentire ed amare in Cristo quell’entità. L’allievo non sa se il Maestro dice il vero o se insegna un atteggiamento dello spirito: l’allievo non può conoscere la verità oggettiva perché questa è negata a chi debba ancora imparare ad amare senza condizioni. Tuttavia, se l’allievo afferma il proprio amore per la vita oltre ogni limite, oltre ogni sacrificio ed apparenza, la Realtà finirà col mostrarsi. Terza meditazione Se un’entità dei Campi sottili è qui, essa deve essere coerente con chi la manda e la sostiene, e cioè con il vero Maestro. Se non lo è, viene e va, e con grande frustrazione e fatica. Questo è un processo costruttivo, che può essere compiuto soltanto se c’è chi sappia amare. Altrimenti si manifesta il divieto di Dio come Padre, ed il Cristo deve scindere il grano dal loglio. L’atto di distruzione di un ente, che è vita ed amore a livello potenziale, è tremendo. E finché c’è chi lo ami, il Padre lo sostiene. Nel nostro tempo c’è dolore, c’è la “Caduta”: la “Caduta” ed insieme il Sacrificio di Cristo. Ma il nostro tempo e le forme che esso contiene appaiono per quel che sono, e cioè illusione, se la persona che ama si pone in Dio e prega per la Sua Emanazione. Il tempo è molto strano: è veloce ed implacabile, ma può rendersi lento e dolcissimo. Tutto dipende da “come” noi siamo nei confronti di Cristo. Se un ente si libera a un livello sufficiente, può percepire la Manifestazione com’è effettivamente: Luce, Bellezza e Gioia. Può comprendere l’altro e se stesso nel comune stato reale, ed essere fuori da questo tempo e da questo spazio intrisi di dolore. Morirà quando Dio lo deciderà, ma morirà soltanto per chi non lo comprende. Per gli altri resterà vivo, presente e lucente di felicità. 97


Solo pochi possono percepire questo Segno di Cristo, ma “pochi sono gli eletti”. I molti purtroppo si rifiutano, si negano e cercano nel loro stato quel che li condanna alla sofferenza ed al ciclo. Dobbiamo aiutarli. Non sarà mai facile o semplice, ma dobbiamo seminare nel campo di Gesù: il prato fiorito che ora appare oscurato e deserto. Il Maestro afferma questo: un allievo per molti anni deve disgregare la maya del suo passato, con grande impegno e fatica. Egli deve infrangere le muraglie nate dalle sue azioni più oscurate, e riconvertire al Padre le entità elementali che vi si celano. Esse prima s’allarmano con enorme alterigia e sufficienza, poi scendono in guerra aperta ed infine, sconfitte, cercano la pace vera. A quel punto, poco resterà da fare per raggiungere la meta, e l’azione si renderà calma e lieta. Tuttavia il Maestro raduna ascoltatori a differenti gradi di capacità e d’emancipazione: essi o seguono, secondo le proprie qualificazioni, il sentiero che è tracciato o lo dovranno poi cercare – a lungo – con le sole loro forze. Forze che, nella apparente lontananza del Maestro, si riveleranno presto molto deboli e ben poco adeguate a tanto. 13/08/2001

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Giovanni Righi Riva - Insegnamenti Operativi