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Ăˆchos 14


Collana “Èchos” - volume 14 In copertina: Se domani si vive o si muore - © Giovanni Masi Progetto grafico: Livresse Realizzazione grafica: Martina Pansini © 2012 Edizioni Ensemble, Roma © Ensemble scrl I edizione Novembre 2012 ISBN 978-88-97639-53-4 www.edizioniensemble.com direzione@edizioniensemble.com


Se domani si vive o si muore Giuseppe Truini

Edizioni Ensemble


Prologo

Alberto dorme, Vincenzo tranquillo legge, Andrea piagnucola in un angolo, Livia guarda la folla. Io li osservo. Non credevo che ci saremmo spinti fino a questo punto. Invece eccoci qui. Dal posto di guida riesco a vedere distintamente i cecchini sui tetti delle case qui intorno. Vedo i cordoni della polizia. Vedo alcuni politici con lo sguardo apparentemente preoccupato. Vedo i giornalisti e i cameraman. Vedo Michela, ha il viso stravolto. Vedo mia madre e mio padre. Le bandiere italiana ed europea continuano a sventolare come ho richiesto. I vetri della macchina ciclicamente si appannano, perciò altrettanto ciclicamente accendo l’aria condizionata. Chiedo a Livia un kinder bueno. Lei me lo passa. Lo scarto con lentezza. Voglio mangiare qualcosa, prima di far saltare in aria il Quirinale. Ad un tratto squilla il telefonino. Sobbalziamo tutti. − Cosa volete per finire questa storia? − dice una voce. − Chi parla? − rispondo. − Sono qui. Guardo fuori e vedo un braccio alzarsi ed agitarsi per attirare l’attenzione. Si trova proprio vicino ai miei. − Sono un ispettore di Polizia − aggiunge. − Insomma, che volete? − Che cosa vuoi darci? − chiede Vincenzo. − Sono qui per accontentarvi nel limite del possibile.

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Ci pensa Livia a rompere il silenzio di pensieri che questa affermazione ha generato: − Vogliamo una dignità. − La dignità già l’avete − risponde la voce. − Non posso darvi qualcosa che è già vostro. Restiamo tutti in silenzio. − Io voglio un lavoro a tempo indeterminato − urla Vincenzo. − Voglio che mi porti il contratto già firmato. − Voglio parlare con il Presidente della Repubblica − dice Andrea, che poi sussurra piagnucolando: − Voglio solo andare a casa. Sono stanco e ho fame. − Non hai mica cinque anni − interviene Livia coprendo con il palmo della mano il microfono del cellulare. − Non puoi andartene. Ormai sei qui e qui devi rimanere. Poi torna a parlare al telefono: − Senta, ispettore, qui non si tratta di volere qualcosa di materiale. Vogliamo tutto e non vogliamo niente. Sono anni che ci prendete per il culo e adesso vogliamo farvi venire un po’ di strizza. Per voi siamo delle cose vuote; siamo parole che adoperate per gonfiarvi la bocca. Invece galleggiamo nello schifo. Siamo senza futuro, siamo senza passato, siamo senza presente. Viviamo aspettando un domani uguale a ieri perché voi ci avete tolto ogni possibilità di essere e ci avete lasciato solo un’inutile speranza di diventare. Giuro che Livia parla davvero così, a braccio. Non si è preparata niente e non legge nessun comunicato. Quanto è poco stereotipata questa ragazza: è bella e intelligente, e sta dentro una macchina piena di esplosivo. Intanto lei continua a parlare: − Cristo Santo − continua. − Lei ci promette aria. Cosa crede, che non sappia che non volete fare altro che tenerci sopiti?

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Guardi, che non parlo delle solite menate della tv che spegne la mente e quant’altro. Parlo ad un altro livello. − rimane qualche istante in silenzio e poi riprende: − Se lei non avesse mani, ispettore, potrebbe sparare? − No − risponde la voce al telefono. − E se non avesse gambe, potrebbe camminare? − No. − E se non avesse cervello, riuscirebbe a pensare? − No, ma che c’entra? − C’entra che ci avete tolto il cervello. Dato che non riceve risposta, è lei che continua. − Ce lo avete tolto insieme alla dignità. Siamo senza dignità alcuna. Siamo morti, anche se siamo nel pieno della vita. − Come potrebbe mai accadere una cosa simile, signorina? − dice il poliziotto. − Non sono più signorina da quando ho quindici anni e lo sono stata al massimo per due anni; quindi, se proprio vuole essere formale, mi chiami Dottoressa. Una cosa simile potrebbe accadere perché mi hanno promesso il mondo ogni giorno, per anni. Anche se all’inizio ero diffidente, mi son fatta convincere. Però, quando sono andata a riscuotere il mio credito, ho scoperto che nulla di ciò che mi avevano detto era vero. Allora le cose sono due: la rabbia o la morte. Anche da vivi. Riprende fiato, poi continua: − Mi hanno detto: studia, è per il tuo futuro. Ho studiato. Mi hanno detto: fai la gavetta, è per il tuo futuro. Ho fatto la gavetta. Mi hanno detto: guarda che tutte fanno così. Ho fatto così. E alla fine cos’ho avuto? Niente di niente. E quando alla fine mi hanno chiesto di non far caso a un bastardo che ha provato a stuprarmi, avevo quasi deciso di morire. Però, prima, mi sono ricordata che potevo anche incazzarmi.

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Dall’altra parte del telefono l’ispettore non replica. Dopo qualche minuto, però, dice: − E tu, Lino? Tu cosa vuoi? − Voglio solo che stiate ad ascoltarmi − rispondo, dopo averci riflettuto su.

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Parte prima


Capitolo primo

A Novembre Roma si addormenta presto. Alle sette di sera è una città già assopita. Le macchine si trascinano nel traffico. L’umidità bagna l’asfalto di via Tiburtina, che riflette i fanali delle automobili incolonnate. Alla fermata del 71 scendono una decina di persone e appena fuori dal bus riprendono fiato. Di questo periodo l’aria sui pullman è irrespirabile perché, sebbene non faccia ancora freddo, gli autisti accendono il riscaldamento e quindi tutti sudano, accalcati uno sull’altro all’ora di punta. Questo secondo me è il momento più brutto dell’anno: annotta presto, il Natale è ancora lontano e per San Lorenzo si aggirano solo studenti silenziosi, appena usciti dall’Università, che hanno fretta di tornare nel caldo dei propri appartamenti. Io ho una cameretta stretta e lunga, un tempo forse uno sgabuzzino, in uno dei palazzi che danno su piazzale Tiburtino. Bella la facciata, carino l’atrio, orribile l’appartamento. La mia stanza ha un finestrone malandato che dà su un cortile interno e che quindi non ha mai visto la luce diretta del sole, se non dal riflesso di qualche altra finestra. Appena entrato mi arriva un messaggio: “Domattina passo da te, ho bisogno di parlarti”. Si tratta di mio padre. Chissà cosa vuole dirmi, penso, mentre mi tolgo il cappotto ed il maglione. Le case con il riscaldamento centralizzato sono così: fuori si gela e dentro si sfiata. Annuso la t-shirt alla ricerca di cattivo odore. La promuovo, non devo cambiarla. Metto tutto nell’armadio ed entro in cucina. Ci sono Davide ed Ezio che preparano un caffè.

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− Vuoi una tazzina? − mi chiedono. Io accetto e mi siedo al tavolo. La televisione è sintonizzata su Mtv, che trasmette la top ten, cioè intermezzi pornografici della durata di circa tre minuti e mezzo trasmessi tra un niente e un altro niente. La musica pop non mi piace affatto, troppi balletti e poca anima, soprattutto nei video, sempre patinatissimi. Prima di girare le scene sembra che le cantanti vengano immerse quasi nude in vasche di vaselina brillantata fino a quando non risultano luminescenti e luccicanti quanto una divisa dell’Anas. I registi le fanno ancheggiare qualche minuto e poi i discografici fanno girare il video in tv. E quelle non si lamentano, anzi, sembrano anche contente di dimenarsi davanti a qualche maschione apparentemente eccitato ma in realtà annoiato che simboleggia il target ideale di questo basso erotismo mitopoietico. Ma non è colpa loro, cioè delle musiciste e degli adolescenti, sono io ad essere ipercritico. È un mio difetto. Sono ipercritico verso tutto e tutti, tranne me stesso; anzi, verso di me sono fin troppo accondiscendente. Cullo le mie debolezze e le alzo a baluardi del mio piccolo mondo. Se non fossi indulgente, infatti, dovrei giudicarmi con lo stesso metro che uso con gli altri e allora dovrei pormi una serie di domande che invece lascio aleggiare intorno alla mia vita affinché si possa creare una tensione in grado di fomentare un giusto livello di angoscia. Almeno così mi sento spiritualmente vivo e creativo. Al pub mi piace un sacco fare la parte del tormentato, immobilizzato in una vita sospesa sul trampolino di lancio di una piscina, esattamente un attimo prima del tuffo. Sarò noioso, ma non più di quelli che parlano esclusivamente di musica o di fica o di calcio. Le domande che dovrei pormi sono, in ordine di importanza: 1. Perché non ti sei ancora laureato;

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2. Perché hai scelto filosofia; 3. Perché non rispondi mai al telefono, anche se non hai nulla da fare; 4. Perché non passi mai da tuo padre e tua madre, e aspetti l’accredito mensile sulla Poste Pay senza neppure ringraziare; 5. Perché non riesci a socializzare come le persone normali, che sanno parlare del più e del meno e ti ostini a sembrare un sociopatico; 6. Perché non lasci Michela; 7. Perché non vuoi esordire con il gruppo di teatro che frequenti da tre anni; 8. Perché non ti trovi uno straccio di lavoro e smetti di chiedere l’elemosina ai tuoi; 9. Perché non impari ad andare regolarmente dal barbiere; 10. Riassumendo: perché non diventi una persona normale? Però, se ho tanti difetti, ho anche un pregio: la mia parte analitica non è metariflessiva. Questa piccola e cinica bastarda funziona solo se rivolta verso gli altri. Con me fa specchio riflesso. Prova a porre domande che le si rivoltano contro e non mi consente di scoprire le risposte. Perciò vivo sospeso nella curiosità della conoscenza di me stesso e la sua ineluttabile insoddisfazione. Inoltre, non lo faccio perché l’argomento è serio, troppo serio, e mi annoia. Tante volte, però, mi sono autoposto il questionario Proust. Si tratta di un gioco di società che era in auge nel XIX secolo. Ci si fa alcune domande sul proprio carattere e si ride delle risposte. Giochini del genere mi hanno sempre irritato, fino a quando non ho cominciato a svolgerli. Da allora sono come ipnotizzato. Il fatto che alcune domande alle quali do io le risposte mi permettano di scoprire qualcosa di me, mi intriga. Ma mi ripugna l’idea che io, potenzialmente, possa avere lo stesso profilo del fioraio sotto casa che parcheggia il motorino proprio davanti

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al portone d’ingresso e passa metà del tempo non lavorando − che è davvero tantissimo, perché chi vuoi che vada da un fioraio all’inizio di via Tiburtina? Neppure io riesco a perdere così inutilmente le mie giornate − a guardare i salti mortali che fanno gli inquilini per uscire o per entrare dal palazzo. E allora imbroglio, così so qualcosa di me che non è vero. Ed è già molto. Il questionario Proust, invece, è diverso: primo, perché è stato elaborato prima della psicanalisi, e quindi non è frutto della mente inutile di qualche psicologo che considera l’ovvio una grande scoperta; secondo, perché l’antecedente illustre degnifica una serie sufficientemente stupida e frivola di domande. E quindi, anziché cantare o masturbarmi, quando sono sotto la doccia mi pongo alcune domande del questionario Proust che ricordo a memoria. Però ogni volta, a seconda dell’umore, dell’immaginario intervistatore e del titolo dell’ultimo libro che ho pubblicato, cambio le risposte. Se sono arrabbiato, mi intervista Bruno Vespa, la mia ultima opera si intitola “La morte del giusto” e si tratta di un romanzo in tre parti che racconta la storia di un eroe contemporaneo, il quale guida il mondo verso la riscossa e alla fine si sacrifica in nome della collettività. La dinamica è più o meno questa: VESPA: Il tratto principale del suo carattere. IO: L’onestà intellettuale (sguardo di sfida). VESPA: Il suo principale difetto. IO: Mettere il bene comune al di sopra di ogni cosa (espressione profonda e penetrante). VESPA: I suoi autori preferiti in prosa. IO: Lei (sorriso falsissimo corrisposto da Vespa), Saviano, De Roberto o chiunque sappia descrivere la disfatta della contemporaneità (sguardo di riprovazione). VESPA: Il dono di natura che vorrebbe avere. IO: Il coraggio del sacrificio (maschera di modestia).

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Se sto tranquillo, invece, mi intervista la Bignardi e il mio libro si intitola “Ah, non si poteva fare?”, saggio satirico sull’attitudine dell’italiano a fregarsene bellamente di qualsiasi regola. Il tono cambia, mi sento più tranquillo e anche più simpatico. Tolgo la patina da intellettuale engagé e metto quella del cinico ma sagace maître à penser: BIGNARDI: La qualità che desidera in un uomo. IO: La conoscenza almeno delle regole stradali (sorriso che chiede disperatamente di essere ricambiato). BIGNARDI: La sua occupazione preferita. IO: Osservare gli altri, come i vecchietti il cantiere (stavolta è lei che sorride, io sono serio). BIGNARDI: Il paese dove vorrebbe vivere. IO: Un’Italia migliore (applauso nazional-popolare con discesa di lustrini e coriandoli dall’alto). Se si tratta della doccia postcoito, invece, mi sento Dio, mi intervista la Toffanin e io ho scritto un libro dal titolo “Ricettario spaziale”, ricette facili da far fare agli astronauti sulla stazione orbitale, in modo da mettere insieme il pubblico dell’enogastronomia e quello dell’astrofilia. Le domande sono davvero idiote: TOFFANIN: Il colore preferito. IO: Il blu della Terra dallo spazio e il rosso di un sughetto di pachino (risate a non finire da parte del pubblico, della presentatrice e me). TOFFANIN: La qualità che preferisce in una donna. IO: L’intelligenza (sorriso malizioso, non colto dalla Toffanin, perciò mi correggo), la simpatia e la bellezza (altro applauso integrale). TOFFANIN: Il suo sogno di felicità. IO: (faccio finta di pensarci un attimo, poi sorrido paterna-

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mente) Trovare la donna adatta per costruire una famiglia e con lei vivere tutto il resto della mia vita (a questo punto l’applauso è così forte che viene giù l’intero studio, come in un terremoto, e sono costretto a scappare per non soccombere. Lascio lì, però, senza rimorso o ripensamento alcuno presentatrice, cameraman, truccatori, regista, tecnici e pubblico). Per questo motivo, visto che debbo riflettere sul mio umore, su chi dovrà intervistarmi, sulle domande e sulle risposte, in queste occasioni passo sotto la doccia almeno un’ora. Fino a quando, o Davide o Ezio vengono ad urlarmi che hanno bisogno del bagno. I miei coinquilini non sono molto indulgenti con me, visto che si intromettono nei momenti in cui la mia creatività vola ai supremi livelli; però, effettivamente, hanno ragione: devono andare in ospedale, sono due specializzandi dottori, e in fondo non occupano neppure per troppo tempo il bagno, visto che sono una coppia gay e fanno tutte le abluzioni se non insieme, almeno contemporaneamente. Io, invece, non ho niente da fare, visto che non frequento le lezioni da almeno tre anni e quindi, chissà perché, la mattina mi ostino a svegliarmi molto presto. Insomma, distolgo lo sguardo da Mtv e vedo la tazzina di caffè fumante già davanti a me. − Cosa hai fatto oggi? − mi chiede Davide. − Il solito − rispondo. − Mangiato con Michela e poi corso di teatro. Voi? Mai fare questa domanda ad uno studente in medicina. Figuriamoci a due. Assumono un’espressione da supremi salvatori dell’umanità intera, trattengono il respiro per un attimo e poi raccontano quasi in apnea di tutti i pazienti che hanno dovuto soccorrere in ambulatorio o in reparto, non risparmiando i particolari più raccapriccianti. Ancora sono in quella fase di vero in-

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teresse per il loro lavoro e per i malati. Non so in che momento subentra il cinismo, forse è direttamente proporzionale al conto in banca. Io, visto che sono anche ipocondriaco, inizio a preoccuparmi e devo farmi almeno misurare la pressione alla fine dei loro racconti. La cosa che mi dà più fastidio, però, oltre al fatto che il loro atteggiamento mina il mio già fragile equilibrio fisiologico, è che parlano dei casi che affrontano specificando solo e sempre il nome proprio delle persone. Anche Michela, che insegna italiano, ha lo stesso vizio. Mi parlano di questa gente, che io non conosco, come se fossimo parenti: “Oggi è morto Pinco”, “Pallino ha preso quattro”, “Tizio aveva un’ulcera grossa quanto una mela”, “Caio è svenuto proprio durante la verifica”. Massima compassione per Pinco, Pallino, Tizio e Caio, ma la prima cosa che penso è: “E chi sono?”. Questa gente per Ezio, Davide e Michela ha un viso, un’età e, almeno spero, qualche altra qualità oltre la morte, l’ulcera, l’asinaggine e i problemi di gestione dell’ansia. Per me sono solo nomi, quindi del tutto insignificanti ed interscambiabili. Dovrebbero dire: “Oggi è morto un signore di trenta anni”, “Pensa, Lino, uno studente che ha la media del dieci oggi ha preso quattro”, “L’avvocato della Roma aveva un’ulcera sanguinante”, “Ricordi quel ragazzo che diventa sempre rosso quando gli rivolgo la parola? Beh, oggi è svenuto durante la verifica”. Solo così il quadro è, se non completo, almeno più comprensibile. Diamine: sempre e solo nomi. I nomi non fanno una persona. Si vuole interessarmi o farmi partecipe della altrui quotidianità? Allora che mi sia raccontato anche il contesto, non solo il fatto. Altrimenti è meglio stare zitti. Solo dopo avermi declinato tutto l’elenco di ansie quotidiane, mi dicono che stanno per andare a cena e mi invitano ad accompagnarli. Dato che aspetto Michela e già so che lei non avrà al-

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cuna voglia di uscire, rifiuto l’invito, li accompagno alla porta, entro nella mia stanza e rispondo a mio padre: “Sono a casa tutta la mattina, vieni quando vuoi”. Oggi ho pranzato con Michela in una piccola tavola calda vicino piazza Sant’Agostino. Lei era appena uscita da scuola e doveva andare nella Biblioteca Angelica per non so quale ricerca. Quella ragazza è sempre presa da questo o quello. Fa troppe cose, secondo me, e le fa perché è insoddisfatta del suo lavoro. Effettivamente, insegnare italiano in una esclusiva scuola media privata per bestie − definiti però ufficialmente fanciulli con disturbi del comportamento (che detto così fanno anche pena, quei piccoli bastardi) − la cui unica fortuna è stata quella di nascere ricchi dev’essere parecchio frustrante. E quindi si distrae facendo ricerche che si concretizzano in un benedetto nulla. Ha scritto un paio di articoli per una rivista on line, ha tenuto un corso di cinema in un’associazione culturale, ha organizzato una serie di convegni sul niente misericordioso per una fondazione benefica cattolica e ogni tanto insiste per fare delle gite fuori porta con la sua macchina scassata che a malapena arriva sul raccordo anulare. Il tutto, ovviamente, a titolo gratuito, tranne le uscite domenicali, che sono a perdere perché poi bisogna pagare il meccanico. Ma mi sopporta nella mia accidia, e questo mi basta. A lei credo sia sufficiente che non la tradisca, almeno fino a quando non incontrerà un uomo che, insieme alla stabilità, le saprà dare anche delle scosse di vita che percepisco nei suoi desideri ma che io non so concederle. Ogni tanto, poi, prova a farmi uno di quelli che lei chiama interventi motivazionali, davvero uguali alle prediche che mi facevano i miei fino a quando non sono andato a vivere da solo. Per lei, però, questi discorsi sono controproducenti perché se mi accusa di non fare niente, io le rispondo dicendole che lei invece fa troppo ed inutilmente. E visto che con gli avverbi vinco

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io 2-1, lei la smette immediatamente. Michela è piccola, magra, carina e dolce, quindi insignificante. Forse è per questo che i suoi alunni non la considerano affatto e, dato che neppure io riesco ad essere uno sfogo per le sue frustrazioni, alla fine lei è costretta a dedicarsi a diecimila altre cose, pur di sentirsi importante. L’ho conosciuta il giorno di prova della scuola di teatro. Ho letto un annuncio sulle bacheche di Villa Mirafiori e ho deciso di provare. Lei ha smesso subito, perché gli altri partecipanti non le piacevano. Le sembravano un mucchio di sfigati, diceva. Io invece ho deciso di continuare per lo stesso motivo, così almeno potevo emergere, solo che non ho mai avuto il coraggio di andare in scena perché mi vergogno troppo. Pago cinquecento euro all’anno per imparare a pronunciare correttamente la esse di casa e rosa, per recitare una finzione nella maniera più spontanea possibile e per immedesimarmi in una sedia. Non ho mai partecipato a nessuna messa in scena né voglio farlo. Quando si tratta di assegnare le parti, mi defilo sempre e chiedo al massimo di fare il sostituto, sicuro che nessuno, preso dal proprio esibizionismo, si assenterà il giorno dello spettacolo; ed infatti in tre anni sono rimasto sempre dietro le quinte ad incoraggiare i miei compagni. Michela ha partecipato alla lezione gratuita, mi ha rimorchiato e poi non è venuta più. Io sono contento di questo, almeno tra noi non si sono mai creati gli equivoci tipici di chi sta insieme e insieme fa tante cose. Niente gelosie per sguardi fraintesi, niente prove domestiche aggiuntive e nessuna frustrazione legata al senso di insicurezza che hanno tutti gli attori di teatro, alla quale essi sopperiscono con abbondanti dosi di autostima che hanno come unico risultato − e massima aspirazione neppur troppo repressa – quello di farli parlare per ore ed ore di sé e nient’altro che sé. Secondo me, se avessero uno specchio a portata di mano mentre trombano, osserverebbero le proprie espressioni facciali, non le chiappe del partner.

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In ogni caso, quella sera Michela è arrivata con due amiche e ha riso per tutto il tempo. Era distratta e disinteressata. Quando ci hanno spiegato i primi esercizi non si è applicata neppure per un istante, anzi, distraeva tutti con commenti sottovoce su questo o quello. Io non mi stavo divertendo, però volevo capire sul serio se si trattava di stronzate noiose oppure se tutto l’ambaradan potesse essere anche divertente. Visto che non facevo altro che guardare lei, ho concluso che erano stronzate noiose quando avevo già pagato la retta. Per colpa di Michela non mi sono accorto di quanto fossero presi di sé gli altri ragazzi e soprattutto di quanto lo fossero gli insegnanti. Uno di questi ci ha fatto immaginare di trovarci in una tempesta di neve: − Siete al freddo e avanzate lentamente! E noi come tanti imbecilli ci muovevamo come i soldati dell’Armir nella neve russa, sul pavimento di linoleum, della palestra in cui facevamo il corso. − Vedete una luce! Muovetevi verso la luce! Venite verso di me, sono io la vostra luce! È evidente come tutto ciò sia non solo surreale, ma completamente ridicolo. Però lo ammetto: anch’io ho fatto finta di essere travolto dalla bufera e ho raggiunto la luce a stento, rischiando migliaia di volte la morte. Questo primo passaggio ha stregato tre quarti dei ragazzi e ha permesso la realizzazione di una sublime quanto non darwiniana evoluzione: l’insegnante, di botto, non è più un semplice docente, ma un maestro, un guru che promette luce e salvezza. Diventa cioè un punto di riferimento imprescindibile, in grado di distruggere o esaltare l’autostima dei suoi alunni che sono per la maggior parte studenti universitari fuorisede, iscritti in facoltà scientifiche come ingegneria, chimica, fisica o anche farmacia − corsi che lasciano alla mente la stessa possibilità di evasione di una pianta grassa − e che vogliono sop-

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perire all’assenza totale di fascino, delle materie su cui passano fino a dieci ore al giorno, con un’attività artistica che prende poco tempo e che all’acqua di rose si fa con poca preparazione. Vuoi mettere dire “faccio l’attore” con “faccio lo scrittore” o “faccio il pittore”? Se vuoi fingere di fare lo scrittore oltre che intelligente devi essere anche colto. Se vuoi fingere di essere un artista devi almeno saper disegnare. Capirai, uno che fa chimica industriale con sottobraccio un libro o una tela mentre si dirige verso Villa Ada: un ossimoro agghiacciante. Quelli di lettere ti saltano subito al collo. Loro mica giocano con la tavola periodica. Sono più onesti, almeno intellettualmente. Il teatro è un campo neutro, per farlo bene ci vogliono due palle così, per farlo e basta ci vuole meno che imparare a suonare la chitarra. E come chitarrista ormai si rimorchia poco perché ce ne son troppi. Poi, naturalmente, il teatro ha, a loro dire, delle ricadute pratiche − sono pur sempre ragazzi pragmatici − che possono essere utili sul lavoro. Ai genitori che, dopo le tasse universitarie, i libri, la stanza, le bollette, il cibo, le sigarette e gli alcolici, si rompono anche un po’ le palle di spesare i capricci dei figli, per giustificare il costo della retta dicono per telefono e in un dialetto spesso per me incomprensibile che nell’essenza suona così: Insegna il controllo totale del corpo e delle emozioni. Oggi è già difficile trovare un lavoro, poi magari lo si perde perché al colloquio ci si emoziona. Insomma, è davvero importante. E i genitori, che per i propri figli hanno già dato due braccia e mezza gamba, aggiungono con grafia inferma e piuttosto controvoglia la voce “teatro” sul quadernino in cui segnano il bilancio familiare. Della storia dei colloqui di lavoro non è vero niente. Lo fanno per darsi velleità artistiche e perché vogliono approfittare della legge del circolo chiuso. Che consiste in questo: visto che le ra-

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gazze nelle loro facoltà o sono brutte o sono già fidanzate, sperano che partecipando a questi corsi riescano ad intercettare quelle delle facoltà umanistiche che sono in numero maggiore e mediamente più carine. Inoltre, essendo il corso composto da un gruppo di partecipanti limitato che si incontra ciclicamente, essi si danno da fare per creare spirito di insieme organizzando cene e uscite al pub. Visto che, quando si frequenta costantemente una persona, essa, anche se di primo acchito sembra orribile, dopo un po’ diventa quasi accettabile, gli ingegneri sperano in questo modo di aumentare le proprie chance di rimorchio. Questo comportamento subdolo vale per molti dei ragazzi. Per le ragazze non so dirlo. Michela apparteneva alla categoria “studentesse di lettere” ed era anche carina, perciò ha suscitato immediatamente una tempesta di ossitocina che ha contagiato anche me, e per questo alle fine della lezione le ho chiesto il numero di telefono. Era ottobre e lei indossava un maglioncino verde che si intonava benissimo all’abbronzatura estiva ancora resistente agli assalti dell’autunno. Il sorriso le irradiava sul volto un’espressione dolce che gli occhi assorbivano, riflettevano e facevano rimbalzare verso il prossimo che non poteva far altro che tentare di raccoglierlo e conservarlo in attesa del successivo, come per un tossico una dose. Io e Michela siamo finiti in coppia durante uno degli esercizi e per un esercizio ci siamo messi schiena contro schiena. L’insegnante ci ha spiegato che dovevamo ascoltare il respiro dell’altro non con l’udito ma con il corpo. Forse perché Michela era carina o forse perché erano settimane che non avevo un contatto con una persona di sesso opposto, mi è sembrata un’esperienza ultra eccitante. Avevo una gigantesca erezione che mascheravo malamente sotto il maglione ed ero ormai diventato una sua preda disperata. Avrei fatto di tutto per lei, anche camminare in

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una tempesta vera nel mezzo della neve vera. E se mi ha concesso immediatamente il suo numero, evidentemente anche lei deve aver provato delle sensazioni simili. Qualche settimana dopo ci siamo messi insieme e, finito il periodo d’oro, è iniziata la fase calante, soprattutto quando lei ha capito che con un centodieci e lode in lettere ci si fa ben poco. Allora sono aumentate le attività per sentirsi utili, è diminuito il tempo passato insieme ed è esplosa l’intolleranza per la mia immobilità. Mi sdraio sul letto, accendo la televisione e apro un libro che sfoglio senza concentrazione. Su Raiuno Piero Angela presenta un documentario con un bambino che passa tutta la giornata a proteggere il campo di grano della sua famiglia dagli assalti dei babbuini che potrebbero distruggerlo in un quarto d’ora, condannando tutti a morire di fame. Di primo acchito penso: beato lui, che non ha niente da fare, ma se ci rifletto un attimo mi accorgo che non è affatto vero. La vita di questo ragazzo è dannatamente stressante. Non ha mai un attimo di pace, non può distrarsi un secondo, non può appisolarsi, non può fare niente. Soprattutto, non può giocare a nascondino. Tutto il giorno a guardarsi intorno alla ricerca dei babbuini vandalici. Quando quelli si avvicinano deve correre con una mazza in mano per scacciarli e deve sperare che non ne arrivino ancora da un’altra parte. Chissà poi come fa a dormire la notte, sapendo che il campo è sguarnito. In quel momento suona il citofono. È Michela, entra, ci salutiamo con un bacio. Provo comunque a chiederle se vogliamo raggiungere Ezio e Davide, ma lei rifiuta. Inizio perciò a preparare un’omelette e un’insalata. Mentre cucino le racconto la storia del bambino e dei babbuini, facendola partecipe della mia riflessione sull’infima qualità della vita del ragazzo. Lei chiosa tutto dicendo: − Se è stressante la sua, di vita, la mia com’è? Perché alcune persone, quando parli d’altro vogliono prepo-

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tentemente diventare il soggetto della discussione? Io stavo descrivendo il dramma di quel fanciullo e lei ha voluto dimostrarmi quanto fosse stanca della quantità di incombenze che occupano la sua giornata. La odio ma sto sbattendo le uova. Preferisco concentrarmi su questo. − Sai cos’ho fatto oggi pomeriggio? − mi chiede. − No, cos’hai fatto? − rispondo distrattamente, anche se lo so benissimo: ha letto bla, è andata blabla e poi ha incontrato blablabla. In effetti in biblioteca aveva fatto una ricerca sul sacrificio per un gruppo di discussione ed aveva trovato alcuni spunti interessanti soprattutto in Tasso, nell’episodio di Olindo e Sofronia. Poi era andata a casa di Lorella, sua amica di università, e insieme avevano preso un aperitivo con Riccardo, di cui Lorella è invaghita. Dal momento che di tutte queste cose me ne frego altamente, faccio finta di essere concentrato sulle foglie di lattuga che taglio sempre in striscette sottilissime. Lei intanto continua a parlare di cose vacue e vuote, fumando alla finestra e guardando il palazzo di fronte, unico scorcio del panorama capitolino visibile dal mio secondo piano. Io mi giro per osservarla e la sua candida bellezza mi frega come al solito. Immediatamente mi rinnamoro di lei e mi avvicino per baciarla. Che voglio farci? Sono così, altamente contraddittorio. L’odi et amo è per me totalmente interno. Io litigo senza che lei se ne accorga ed è sempre stupita dei baci di rappacificazione che, in assenza dello scontro, per lei sono privi della magia del rincontro.

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Se domani si vive o si muore - Estratto