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GIUSEPPE TRUINI

I MIEI SOGNI LI RUBA AMMANITI


L’immagine di copertina è tratta da www.artunika.com Il curatore dell’edizione digitale resta a disposizione per eventuale copyright

Tutti i diritti sono riservati www.giuseppetruini.com info@giuseppetruini.com

Lì, accanto al libro, c’è il mio quaderno dei sogni. Dannato analista che mi obbliga a scriverli. Prima ero meno inquieto. Forse un po’ più matto ma di sicuro meno inquieto. Disturbo borderline della personalità, mi ha detto. Solo perché non mi piace rimanere a casa da solo e perché una volta, per non far uscire i miei, ho messo una mano sul termosifone bollente fino a scottarmi. E poi perché ogni tanto mi prendono attacchi epilettici. Pensa tu. Al primo incontro il dottore mi ha detto: fatti un quaderno coi sogni, scrivili tutti e poi ne parliamo. In effetti ne abbiamo parlato parecchio, ma io mi agito ogni volta che apro quel quaderno perché di solito i miei sogni sono concitati, sono stressanti e vorrei dimenticarli, piuttosto che scriverli.

© Giuseppe Truini 2012 1


In ogni caso, ora, il problema è un altro. Il problema è che io, quei sogni, quelli dell’anno scorso, li ho trovati in un libro. Un libro che mi ha regalato Valentina. In un libro di racconti. In un libro di racconti di Niccolò Ammaniti. Sì, di Ammaniti. Proprio lui, quello che ha scritto Io non ho paura. Tutti i miei sogni, pari pari, identici, uguali. Solo che scritti meglio. Davanti a me ho il libro, che chiudo di scatto. Lo lancio, lo getto, lo butto dalla parte opposta della stanza come fosse caldo bollente. Perché bolle, bolle davvero e bolle strano. Un calore come non ne avevo mai sentito prima. Sai quelle volte che hai un sapore proprio sulla punta della lingua, un gusto che non riesci a definire e ti ci ostini fino a quando pian piano svanisce e tu più si lui dissolve più vuoi che non vada via; e allora gratti la lingua, sperando di farne tornare un po’ ma in realtà stai solo velocizzando la sua scomparsa definitiva? Ecco. Quello. Solo che questo sapore io ce l’ho nella testa. Come se qualcuno ci sia entrato dentro e l’abbia violentata. Anzi, non violentata. Peggio. Sviscerata. Mi alzo, mi riavvicino al libro e ci salto sopra con le mani per immobilizzarlo. Lo acciuffo come se fosse un animale selvatico. Lo riapro, lo sfoglio d’accapo, lo richiudo e lo poggio sul tavolo. Lo osservo come Harry Potter guarderebbe la bacchetta di Voldemort. Non so che fare.

Com’è carina. Un regalo. «Perché?» «Te l’avevo detto no? Ogni mese senza fumare, un regalo». «Ah già». Un parallelogramma piuttosto spesso, però è anche flessibile. Poi è confezionato con la carta della Feltrinelli. Che sarà mai? «Non sono salsicce». «No di certo». E sorride. Lo apro. Einaudi stile libero. Bell’edizione. In copertina c’è un’illustrazione di Gipi. L’amico di Gunter, si intitola. Il libro invece è di Niccolò Ammaniti. «L’hai letto?» Regalare i libri è difficile. Forse impossibile. O non hai gusti perché non ti piace leggere o li hai talmente definiti che diventi così supponente da snobbare quelli che ti regalano. Anzio da snobbare soprattutto quelli che ti regalano. A volte, anche se glieli avevi chiesti tu. «Non avevo soldi per prenderlo». Lo dico sul serio. Non lo sto facendo per complimenti. L’avevo sfogliato in libreria. Mi attraeva il nome. Gunter. Era il nome che avevo anche dato ad un mio amico immaginario da piccolo. Gunter era anche uno dei personaggi secondari di un telefilm che mio fratello maggiore guardava sempre. Forse albino, di sicuro biondissimo. Per questo il libro mi aveva colpito. Glielo spiego. Valentina sorride, è molto soddisfatta. E a me piace accontentarla.

Valentina arriva e mi mostra un pacco. «Ecco, è per te». 2


Festeggiamo questo mio primo mese senza fumare. Spero che voglia baciarmi, visto che l’alito non sa più di sigaretta. Però, per tutto il pomeriggio non capita neanche un’occasione in cui possa avvicinarmi. Valentina è così: tanto gentile da risultare quasi innocente. Però è anche molto intelligente e lascia comprendere con chiarezza dove gli altri possano arrivare. Almeno così fa con me. Quindi amicizia e nulla più, anche se le piace flirtare, avvicinarsi, farsi toccare le mani e anche i capelli. E poi fa in modo che non resti solo dentro casa. Quando viene da me per studiare i miei ne approfittano per uscire e fare la spesa. A volte ho avuto anche il sospetto che venisse pagata, una sorta di amica-sitter. Ma voglio tanto sperare di sbagliarmi. Poco prima di cena, Valentina va via. I miei genitori sono rientrati da un pezzo – per questo non credo che lei sia pagata per stare con me – e quindi io sono piuttosto tranquillo. Mangio e anziché guardare la televisione, vado in camera e apro il libro. Inizio a leggerlo. Il primo racconto fila via molto liscio. Stile, storia, descrizioni. Ammaniti è bravo. Però un turbamento si affaccia come un leggero conato proprio dallo stomaco verso l’esofago fino alla gola. Saranno state le omelette. Però poi comincio il secondo racconto. Lo stesso, bello, intenso, a tratti perfino commovente. Ma il senso di acidità aumenta. Arrivano i primi rigurgiti. A tre quarti del terzo racconto scappo in bagno. Vomito tutta la cena. Mia madre si preoccupa e mi chiede cos’abbia. Io le spiego che dopo essermi allungato ho cominciato a sentirmi sempre peggio, fino a quando non

sono dovuto correre in bagno. Mi misura la febbre, mi dà un po’ di citrosodina. «Vuoi un po’ dell’integratore di Guenda?» mi chiede mia madre. «No. Il dottore dice che non dovrei prenderlo. Lui non lo conosce». «Come vuoi». Infatti inizio a sentirmi meglio anche senza quelle. Mi riallungo sul letto e riprendo il libro in mano. Non appena riprendo la lettura, lo stesso senso di nausea riaffiora immediatamente. Sono anche un po’ spaventato. Chiudo e scompare. Mi rimetto a leggere e riappare. Mi chiedo se Valentina avrà stregato il libro. Provo a dormire, ma non ci riesco, sono inquieto. Mi addormento per pochi minuti, densi di incubi. Quando mi risveglio, nel pieno della notte,

prendo il quaderno dei sogni per scrivere quello che 3


ricordo e non appena lo apro capisco tutto. I racconti di Ammaniti che avevo letto fino a quel momento, erano la trasposizione narrativa dei pochi appunti che avevo preso io notte dopo notte. Non posso crederci. È assurdo. Sfoglio il quaderno. Alla quarta pagina leggo:

Quando i miei si svegliano, faccio finta di dormire. Mamma mi chiede come sto e io le rispondo che sì, sto meglio, però non me la sento di andare a scuola. E in fondo è la verità. Mi chiede se voglio che lei resti a casa, però le dico di non preoccuparsi, che quello è un problema che ho quasi superato. Insiste, vorrei quasi dirle di Valentina, però allora si insospettirebbe e mi spedirebbe all’istante in classe. Alla fine per fortuna riesco a rassicurarla. Non appena i miei escono, tiro fuori il libro dal cassetto e lo guardo come se potesse scomparire o iniziare a levitare da un secondo all’altro.

Riprendo in mano il libro di Ammaniti. Il primo racconto si intitola Il duello. Quello stronzo, che deve aver trovato un modo per entrarmi nel cervello anche se non so ancora né quando né perché, narra la stessa storia, tranne per il fatto che l’alieno non ha ancora ucciso i miei genitori e che io e quello, prima di allearci, ci sfidiamo a duello e distruggiamo l’intero quartiere a forza di colpi laser. Ma è solo una coincidenza. Com’è possibile una cosa del genere? Decido di andare avanti. In silenzio torno in cucina e per vincere il senso di rigetto prendo l’intera confezione di Citrosodina. Torno in camera continuo a leggere i racconti. Rischio più volte di sentirmi male, ma entro l’alba ho finito il libro. Lo chiudo a chiave in un cassetto e mi libero una volta per tutte. Infilo la testa nel cestino e vomito così tanto che ho paura di rigettare anche lo stomaco. Poi mando un sms a Valentina. Le chiedo se vuole passare da me anziché andare a scuola, perché devo raccontarle una storia meravigliosa. Per lei è un invito a nozze. Pur di non fare lezione pagherebbe qualcuno per uccidere i propri insegnanti.

Alle dieci arriva Valentina. Meno male, non ce la facevo più a stare solo dentro casa. Le racconto tutto. «Non ci credo». Le mostro il mio quaderno e la obbligo a leggere un paio di racconti. «È uno scherzo. Hai preparato tutto stanotte». Sa del mio quaderno. La sua è l’ultima motivazione razionale di fronte a qualcosa che appare del tutto incomprensibile. Le rispondo con lo sguardo e sollevo la rivista che ho messo a coprire il cestino. «Allora possiamo fare solo una cosa». «Cosa?» «Parlare con Ammaniti. Chiedergli una spiegazione». «Ma mica è sull’elenco!» 4


«Sì, ma ci sarà un modo diverso per trovarlo». Prende la sedia, si avvicina alla scrivania e accende il computer. Io mi pongo alle sue spalle curioso di vedere cos’ha in mente. Avviato il pc, si collega a Google e scrive Niccolò Ammaniti nel campo di ricerca. Vengono fuori quattrocento quindicimila pagine. La sfotto. «Ora che vuoi farci? Mica vorrai aprirle tutte». Non mi guarda. Va su e giù col mouse sulla prima pagina. C’è il sito dello scrittore, la solita Wikipedia. Ci sono tra le altre diversi pagine che parlano del suo nuovo libro. Solo a rivederne la copertina, mi viene ancora da vomitare. Valentina clicca sul suo sito personale. «Se’. Magari trovi anche il suo numero di cellulare». «Quando la smetti, mi servirebbe un aiuto». Non perde tempo, clicca ancora sul campo della ricerca e scrive Niccolò Ammaniti indirizzo. Anche qui ci sono un bel po’ di risultati che non hanno nulla a che fare con la n o s t r a r e a l e n e c e s s i t à . Va l e n t i n a n o n s e m b r a particolarmente astuta e fatti questi due tentativi rimane a guardare lo schermo. Ha esaurito ogni idea. Rimaniamo entrambi in silenzio. «Non dovevo smettere di fumare». «Perché?» «Così non mi regalavi il libro e io non mi accorgevo di niente». Ride. «Però sta di fatto che questo qui ti ruba i sogni». Poi aggiunge: «Dobbiamo scoprire come fa. Per forza».

Mi affaccio alla finestra. Sapere dove abita uno famoso non deve essere difficile. Chiudiamo il computer e ci sediamo intorno alla scrivania. Un modo deve esserci. Su un foglio bianco scriviamo tutti i possibili collegamenti tra Ammaniti e noi. Le spiego la teoria secondo la quale tra un qualsiasi abitante della terra e un altro ci sono sette gradi di separazione, anche dall’Africa all’Alaska e, attraverso la conoscenza di sette persone, ognuno è in grado di arrivare a chiunque altro. Anche Ammaniti abita a Roma, arrivare a lui quindi dovrebbe essere più facile. Prendiamo in mano i suoi libri. Io non ho paura è ambientato al Sud, Ti prendo e ti porto via sull’Aurelia, però chissà dove, visto che quella strada porta fino in Francia. Come dio comanda anche è ambientato fuori Roma. Branchie comincia a Roma e continua in India. Però, dico, è il primo romanzo. Magari c’è qualcosa di autobiografico. Infatti è l’elaborazione della sua tesi di laurea. Apriamo a caso qualche pagina ma di sicuro non ci troviamo l’indirizzo. E anche se ce lo trovassimo, dal novantaquattro ad oggi avrà anche cambiato casa. Niente, strada sbagliata. Però scopriamo che è figlio di uno psichiatra, con cui ha scritto anche un libro. «Cazzo!» Valentina si spaventa. Io mi alzo in piedi e comincio a girare in tondo come un invasato. «Cazzo, cazzo, cazzo, cazzo! Ci sono! Non abbiamo letto che il padre è uno psichiatra? Be’, un’amica di mia madre – 5


Guenda, che nome stupido – quando ha visto i libri mi ha detto che lavorava con il padre di Ammaniti. Mamma voleva mandarmici, poi abbiamo optato per un altro. Dobbiamo parlare con lei e chiederle se gli ha mai parlato del figlio e se gli ha detto dove abitava». Prendo la rubrica di mamma, cerco il numero di quella donna e lo digito dal mio cellulare. Prima che possa squillare, riattacco. «Che c’è?» «Con che scusa la chiamo? Non posso dirle che mi serve l’indirizzo di Ammaniti perché mi ruba i sogni. Già in tanti sospettano che sia pazzo. Questo ne sarebbe la conferma». Valentina ride e abbassa lo sguardo. C’è qualcosa che non mi ha detto su questa storia dei miei problemi psicologici. «Puoi dirle che stai facendo una ricerca per scuola». È vero. Digito ancora il numero, metto in vivavoce e lascio squillare. «Sì?» «Buongiorno signora Bettini, sono Marco, il figlio di Eveline. Posso disturbarla?» «Certo, Marco. Ma a quest’ora non dovresti essere a scuola? È forse successo qualcosa?» Noto un tono troppo preoccupato nelle sue parole. In quanti sanno che sono quasi pazzo? E in quanti si aspettano qualche gesto immotivato da me? Penso a Luciano, quello che ogni pomeriggio si mette all’angolo della strada e vende dei santini rubati in Chiesa. Tutti lo evitano perché è imprevedibile. A volte è gentile, altre volte si avvicina di

scatto, ti prende la mano o ti abbraccia. Nulla di cattivo, per carità, però tutti lo tengono alla larga e ne hanno paura. Ecco, temo che con me sia lo stesso. «No, no. Va tutto benissimo» rispondo. «Mi serve un’informazione proprio per scuola. Sto facendo una tesina su Ammaniti e vorrei inserire qualcosa sulla biografia. So che lei ha lavorato con il padre, vero?» «Sì. Dimmi». «Bene: che tipo di carattere ha?» Qualche istante di silenzio. «Maurizio, il padre, sostiene che sia molto pacato. Quando l’ho visto io, invece, mi è sembrato soltanto indifferente. E anche un po’ apatico, se te lo devo dire. Però tu scrivi che è tranquillo, tranquillo e buono». «Ok». Faccio finta di annotare quello che mi dice. «Secondo lei, quanto del suo carattere inserisce nei suoi personaggi?» «Oddio, che domandone. Scusa Marco, mi stanno chiamando. Facciamo così: ti do il suo numero e il suo indirizzo, così queste cose le chiedi direttamente a lui. E mi raccomando, sii molto riservato. Va bene?» E come poteva andar meglio? Rido, ringrazio e quasi mi commuovo. La sento smanettare con il cellulare. Alla fine mi dà il numero e l’indirizzo. È a due passi da casa mia. Lo segno calcando bene le lettere, quasi a inciderle sulla carta come lui ha fatto con i miei sogni.

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Usciamo subito di casa. Valentina è in visibilio. Questa specie di caccia al tesoro la sta divertendo parecchio. «Non è meglio chiamare?» dice. «No, andiamoci di sorpresa, così lo cogliamo impreparato». In dieci minuti arriviamo davanti al cancello di un gigantesco giardino, delimitato da un muro imponente in mattoni color ocra. Dall’esterno non si vede niente. Sembra quasi blindata. L’idea che trasmette è di un luogo inaccessibile e pericoloso. Mi sento un po’ inquieto a stare lì di fronte. Come se si riaffacciasse quel senso di nausea che mi ha fatto stare sveglio per tutta la notte. Giriamo intorno all’abitazione cercando un citofono o qualcosa del genere, però non troviamo nulla, se non un ingresso secondario, sul lato sud della tenuta, di fianco rispetto all’ingresso principale. In cima al muro sono incassati tantissimi cocci di bottiglia aguzzi. Sembra impossibile scavalcare. «Come mai tutte queste difese?» chiede Valentina. «Non lo so. Però dobbiamo trovare un modo per entrare». «Io ho paura». «Sembra il titolo del romanzo». Sorride. Mentre io vado su e giù scrutando la recinzione alla ricerca di qualche passaggio possibile, lei si appoggia al cancelletto dell’ingresso secondario, che scopriamo aperto. Abbiamo trovato un’entrata. «È strano». «Lo so».

«Non mi fido». «Non possiamo fare altro». «Forse non è in casa. Magari non fosse in casa». «Non abbiamo altro modo di scoprirlo se non entrando». Così per primo varco l’ingresso. Vedo un giardino tenuto in maniera perfetta, con il prato curato, diverse aiuole fiorite e alberi di quercia, di pino e di palma piantati qui e là, senza un disegno apparente. L’effetto complessivo è armonioso e rassicurante. La sensazione di disagio che questa struttura dall’esterno all’esterno, all’interno scompare per lasciare adito ad un progetto curato nel dettaglio e finalizzato a rassicurare lo spirito e l’animo. Mi sento a mio agio, quasi protetto. Ho la bocca impastata a causa dell’eccitazione per quello che stiamo facendo. Mai in passato mi ero introdotto nell’abitazione di qualcuno e credo così anche Valentina. Camminando, vediamo la villa. Si trova in fondo a un sentiero, lontana da noi circa settanta metri. Sembra un cubo di vetro. Non c’è un muro, non c’è una persiana, non c’è una serranda, non c’è una tenda. È esposta sui quattro lati, visto che riesco a vedere non solo attraverso, ma anche oltre. All’interno i quadri sono appesi a pareti di vetro e sembrano galleggiare nell’aria, come i divani e tutti gli altri mobili. Solo una stanza è protetta da un tendaggio e deduco che sia quella da letto. Prendo per mano Valentina e avanziamo lentamente. Nel mio comportamento non c’è nulla di erotico. È stato un gesto spontaneo. Voglio proteggerla perché mi sento responsabile. In fondo è colpa mia se anche lei è qui. 7


C’è un silenzio incredibile. Anche i rumori della città sono scomparsi. Sembra che la tenuta sia schermata rispetto all’esterno e che ci troviamo in una sorta di dimensione parallela, innocua e tranquillizzante. In pochi passi arriviamo a ridosso della villa. «Secondo me, non c’è nessuno» sussurro a Valentina mentre facciamo il giro della casa. «Anche secondo me». Parliamo a bassa voce, quasi non riusciamo a sentirci l’uno con l’altro. Per questo sobbalziamo come se ci avessero infilato del ghiaccio dietro la schiena quando sentiamo una voce, pacata ma profonda. «Bella, vero?» Ci giriamo di scatto e vediamo una figura stempiata, con i capelli molto corti e gli occhi assonnati che ci sorride bonaria. A parlare è stato Ammaniti in persona, un ometto non molto alto, abbastanza gracile ma con un po’ di pancetta.. Io e Valentina d’istinto ci stringiamo l’uno all’altra. Ma non perché abbiamo paura di lui. Abbiamo paura dei due doghi argentini che gli sono a lato.

«Tu mi rubi i sogni!Mi rubi gli incubi!» Ammaniti trasalisce. Aggrotta la fronte. Si alza. Prende il cellulare in tasca. Compone un numero. Risponde una voce femminile. «Abbiamo un problema. Ah, lo sapevi. Va bene. A tra poco». Mi guarda negli occhi ma non riesco a decifrare la sua espressione. È incuriosita e insieme arrabbiata. Dopo qualche istante, si alza e se ne va, lasciando i suoi cani alla nostra guardia. «Secondo te ha chiamato la polizia?» mi chiede Valentina. «Non lo so. Credo di no. Non si parla in quel modo a un poliziotto». «E allora chi ha chiamato?» «Forse qualcuno che ci possa spiegare quello che sta succedendo». «E se ci vuole fare del male?» «Figurati. È uno scrittore, mica un assassino». «Però ci ha lasciati co’ sti due mostri». «Siamo sempre a casa sua. Potremmo essere dei ladri». «L’ha capito che non siamo ladri. Se è vero che ti ruba i sogni, sa benissimo chi sei». «È vero che lui mi rubi i sogni. Te l’ho dimostrato». Sbuffa. «Devi tirarmi fuori di qui». «Appena capisco come fare, sta’ tranquilla che ci provo». Piagnucola.

Ci porta dentro la villa e ci fa sedere sul divano. Lui si appoggia sul bracciolo di una poltrona proprio di fronte a noi. I cani ci seguono minacciosi. «Vigorsol, Vivident. A cuccia» dice lui. Loro si siedono ma senza perderci neppure di vista neppure per un istante. «Ora mi spiegate che cosa ci state facendo nella mia villa». Valentina balbetta qualcosa. Io invece sbotto. 8


«Stamattina dovevo andare a scuola. Non dare retta a un matto come te». «Come? Io sarei un matto?» «Sì. E lo pensano tutti». «Tutti chi?» «Tutti in classe mia. Tutti nella scuola». «Vaffanculo». Tutti nella sua classe, tutti nella scuola. Uno si fa delle idee, delle certezze. È convinto che gli altri abbiano di lui un’opinione particolare. Magari non ottima, ma neppure così malvagia. In fondo socializzi, chiacchieri, provi ad essere uno con cui sia piacevole stare insieme. Non brillerai in intelligenza o in simpatia, però non sei neppure un tordo integrale. Invece scopri che quello che pensi è sbagliato. Che tutti ti credono un idiota. Che tutti ti credono un pazzo. Che vai in giro per la scuola con un cartello che fluttua sulla testa e che recita disturbo bordeline della personalità. Forse anche i professori ti credono un demente. Ti mettono i voti non perché te li meriti, ma per compassione. E Valentina? Insomma: da lei non te lo aspetti mica. È la ragazza che ti piace. Ma non solo. È la tua amica. Anzi, se ci pensi un attimo, è anche la tua unica amica. E invece anche lei ti considera matto. Lo scemo del villaggio. Non faccio in tempo neppure ad articolarlo questo pensiero che vedo tornare Ammaniti, senza sapere dove fosse andato, perché è difficile scomparire in una casa senza muri. Dietro di lui c’è una donna.

«E che cazzo» dico, in maniera spontanea. «Perché? Chi è, la conosci?» chiede Valentina «Con te non ci parlo» rispondo stizzito. «Buongiorno, Marco» dice la donna. «Quando mi hai chiamato stamattina, la tua telefonata è stata piuttosto strana. Non capivo dove volessi andare a parare. Poi ho immaginato che avessi intuito qualcosa e ti ho mandato dritto qui». «E ti ringrazio per questo, Guenda» risponde Ammaniti.

«Eccoti qui, finalmente». Pausa. È Ammaniti che parla. Io e Valentina siamo immobilizzati e non riusciamo né a parlare, né a muoverci, né a tentare una qualsiasi reazione. Quella stronza ci ha legato con dei lacci strettissimi. «E tu…» continua l’uomo guardando Valentina come se per la prima volta si accorgesse veramente di lei, «come ti chiami?» «Che ti frega?» risponde guardandolo torvo. Eh, no. Ecco la pasionaria che vuol fare la coraggiosa invece finisce per inguaiarci sempre di più. Maledetto me e quando l’ho chiamata. C’ha pure il poster di Che Guevara a casa e se la prende con me perché sono un po’ instabile. 9


Intanto i lacci mi chiudono, mi chiudono sempre più forte e inizia a mancarmi l’aria. «Sinceramente» continua Ammaniti, «non me ne frega niente. Però, visto che t’ho trovata con questo qui… Be’, io devo fare un’operazione complicata. Se vuoi, puoi aiutarmi». Aiutarlo? Non è possibile. Valentina non lo farebbe mai. Rifiuterà sicuramente. «Accetto». E lo fa senza nemmeno pensarci. Altro che pasionaria. È una giuda di primissima ed infame categoria. Ora sono circondato da due streghe e da uno stronzo. E due doghi argentini. Che di sicuro non stanno dalla mia parte. Guenda si avvicina lentamente alla sedia a cui è legata Valentina. «Fai la brava, però» le dice, mentre le gira intorno, si pone dietro le sue spalle e le scioglie i lacci con cui è legata. Valentina si alza immediatamente. Uno dei due dogo si alza di scatto e le ringhia contro. Bravo. Uccidila anche, ora. Invece Ammaniti lo ferma. «A cuccia. Non è pericolosa, lei». «Vedi Valentina» continua lo scrittore dosando diverse pause con un’abilità molto cinematografica, «ho commesso un piccolo errore con il tuo amico Marco. Non gli ho cancellato i sogni». Non capisco. Che vuol dire che non mi ha cancellato i sogni? Lui mica è nella mia testa, che conosce i miei sogni.

«No, Marco. Non sono nella tua testa» risponde lui. «Però posso entrarci quando voglio». Come ha fatto? Io non ho parlato. «E soprattutto può farne quel che gli pare» aggiunge Guenda. Mi chiedo come sia possibile. Ammaniti mica è un mago o uno stregone o qualcosa del genere. Proprio in quel momento però mi viene una fitta gigantesca. Sento la testa esplodermi in tanti piccoli pezzetti di vetro che cadono, rumorosi e appuntiti. «Vedi? Ne faccio quello che voglio». Un istante dopo, Ammaniti e compagnia bella scompaiono ed io resto solo nella stanza. Arrivano mia madre e mio padre. Io gli chiedo aiuto. Urlo. Mi dibatto. Cado a terra. Loro mi vedono, però è come se non gli importasse. Escono dalla stanza e io rimango solo. Il petto mi brucia. Mi sento morire. Non voglio rimanere chiuso qui dentro. Legato. Mi metto a piangere e all’improvviso, così come erano spariti, ricompaiono lo scrittore, Guenda, Valentina e i cani. Era tutto un gioco. Però io sono davvero a terra. E piango. «Vaffanculo» sussurro. Ammaniti sorride. Anche Guenda. E pure Valentina. Ma che è successo oggi, che ce l’hanno tutti con me? «Capito? Io sono nella tua mente. Anzi, io sono la tua mente. Però non è per questi giochetti che ci sono entrato dentro. A me non interessa causarti incubi. È proprio il contrario. I tuoi incubi sono il mio pane». 10


Mentre Guenda mi rialza da terra, lui smette di parlare. Poi ricomincia. «Gli scrittori hanno fame. Hanno una fame continua di storie. Però non tutte sono uguali. Ce ne sono alcune più magiche. Non ti so spiegare il perché, ma è così. I cacciatori capiscono che un fagiano è grasso solo sentendolo camminare. Così facciamo noi. È una specie di sesto senso che abbiamo imparato sviluppato fino alla perfezione. Basta un particolare, un abbozzo, una scena, una battuta di un dialogo. Anche ascoltato al bar o tra la cassiera e una cliente al supermercato, visto facendo la fila al cinema. Arriva all’improvviso, come la consapevolezza di avere le corna. E tu che ci fai? Da una stronzata, lo fai diventare un’opera d’arte. Ci costruisci intorno. Lo elabori, lo amplifichi, lo rendi magnifico. Superbo. Perfetto. E alla fine, di quell’impressione iniziale, non ti rimane niente, perché l’hai talmente coperta con strati di invenzione, che neppure ricordi più qual era o in che punto della storia l’avevi messa. Però quella cosa c’è, palese o nascosta. Ed è il fulcro, la chiave di volta, l’anello che hai saldato per primo». Annuisco, anche se non so perché lo faccio. Questo bastardo vuole inchiodarmi. Valentina, ormai, lo guarda innamorata. Estasiata. Che infame. Però devo dire che mi ha incuriosito. Perlomeno devo capire che c’entro io con questa storia. «Ci sono momenti in cui, però, per quanto ti concentri non riesci più a trovarle, quelle idee. E le storie ti si

ammosciano, oppure dei particolari interessanti muoiono perché si ammalano di gigantismo. Così stava accadendo a me. Perciò ho trovato un’alternativa, un modo diverso per trovare nuove storie, nuove idee. Se la fantasia manca, allora bisogna trovare un modo alternativo per procurarsi delle storie. E cosa meglio dei sogni? Che cosa è più matto, più folle, più pazzesco e più imprevedibile di un sogno? In fondo, da sempre gli scrittori si nutrono dei sogni delle persone. Sanno intuire le loro necessità, i loro bisogni ma anche le loro aspirazioni e le proprie speranze. E poi li mettono su carta, in bella forma, seguendo quella che chiamano “arte poetica”. Si tratta solo di scegliere i sogni più belli, quelli che sono fatti da più persone. Se la scelta è giusta, allora gli scrittori creano delle opere talmente perfette che le persone dimenticano essere originate proprio dalla loro mente. Pensaci un attimo: quante volte hai sognato di essere immortale? Quante volte hai sognato di essere famosa? E quante, invece, di essere arrabbiata, furiosa, quasi? Scommetto un sacco. E Omero, su questa cosa, c’ha fatto una fortuna gigantesca. Tanto che ancora lo studiano sui libri di scuola. Però, a volte, non sono i sogni a fare da ispirazione. A volte sono gli incubi, i sentimenti più torbidi, le confessioni più segrete, che gli scrittori rubano, metaforicamente, alle persone comune. Bene, io questa capacità ipotetica, volevo a farla diventare una cosa reale, pratica». «Perciò ha contatto me» interviene Guenda. «Io gli ho fornito un metodo per entrare nella mente delle persone. 11


Però non di tante persone, visto che era una sperimentazione. Niccolò è entrato solo nella tua mente, Marco». «E da quando?» Riprende a parlare Ammaniti. «Parlavo di questa aspirazione con mio padre. Lui mi ha presentato la dottoressa Bonini che mi ha confessato di avere un metodo per sincronizzare due cervelli. Come se fosse un virus del computer, io potevo entrare nella testa delle persone. Non ci credevo, però lei mi ha rassicurato». «Sì. Ma perché proprio io?» Viva il festival delle domande ovvie. Ammaniti e Guenda si guardano. Parla lei. «Non c’è un motivo preciso. Parlavo con tua madre quando mi ha detto che iniziavi a soffrire di ansia e che volevi sempre stare con loro. Nulla di grave. O meglio, nulla che non fosse connaturato con la crescita. Sei un adolescente. Non dico che è normale, ma si tratta di fobie piuttosto diffuse. Però ho pensato che potessi essere il soggetto adatto per le nostre sperimentazioni». Se due più due fa quattro, allora… «Gli integratori…» sibilo. «Sì, gli integratori. Che però non erano integratori e basta. Servivano ad aprire delle porte cerebrali che hanno permesso a Niccolò di entrarti nel cervello. Certo, ci sono stati degli effetti collaterali. Il tuo disturbo, le crisi epilettiche. Però vedi che bel libro ne è venuto fuori?» E guarda ammiccante Ammaniti.

«Però devi ringraziarmi» chiosa Ammaniti. «E perché?» rispondo. «Perché alla fine, il libro è dedicato a te». Come ho fatto a non pensarci prima! L’amico di Gunter. Gunter era il mio amico immaginario. Quindi, l’amico di Gunter sono io. Io ci sono già dal titolo, in quel dannato libro. Chissà perché non mi sento per niente lusingato. «E come fate a entrarmi in testa?» «Vedi questa casa?» mi risponde Ammaniti. «Non è soltanto un’abitazione. È un accumulatore di energia onirica. Io sono in perenne contatto con la tua mente. So tutto di te, dai tuoi pensieri più reconditi a quelli più superficiali». Inizio a tremare. Ho freddo. Sono in totale balia di questo infame. «So per esempio, che dici di essere della Roma, ma in realtà tifi il Siena perché è una squadretta piccola e perché ti piacciono i cavalli». Porca troia. «So che sei segretamente innamorato di…» «No!» urlo, per fermarlo. «Valentina!» dice. E lei strabuzza gli occhi e si gira verso di me. «Che non te n’eri accorta?» le dico, guardando a terra. Che casino che ha combinato Ammaniti. E che casino ho combinato io, portandola qui.

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«Ho commesso un errore, però». Ammaniti ricomincia a parlare. «Non ti ho cancellato i sogni dopo averteli rubati. Devo farlo ora e devo farlo con tutti». Come vuole cancellarmi i sogni. Tutti. Caspita. Non può. Io ai miei sogni ci sono affezionato. Sono affezionato anche agli incubi, anche a quelli che mi fanno venire gli attacchi di panico. Diamine. Ognuno ha i propri sogni e anche se non sono il massimo, alla fine ci si abitua. Non può farlo. E invece sembra davvero intenzionato. Si muove con quella faccetta da: “Che fai? Mi fermi?” che fa solo prudere le mie deboli mani. Senza che però possa fare niente. Intanto lui sorride e si avvicina ad una delle pareti di cristallo della stanza. Preme un bottone e appare uno schermo gigante. Smanetta un po’ e io non ho neppure la forza per provare ad oppormi. Ad un certo punto preme un tasto ok. A me iniziano a fischiare le orecchie. Le tempie si stringono, come se avessi una calamita nella testa che le chiama a sé. Mi sento svenire. Una barra indica l’avanzamento dell’operazione che Ammaniti sta compiendo. Quando arriva più o meno a metà, non ce la faccio più e perdo i sensi.

doghi invece inermi. Provo a mettermi in piedi ma da solo non ci riesco. Mi aiuta lei. Ci metto un po’ a trovare l’equilibrio. Camminare è difficile. Correre è impossibile. «Forza!» mi dice lei. «Non ce la faccio» sussurro io. Ci provo, ma mi muovo come un elefante ferito. Valentina mi incita. Mi porta verso l’uscita. Non appena sono fuori, già mi sento meglio. «Non abbiamo molto tempo, dai!» Non fa in tempo a dirlo che il castello di Ammaniti implode su se stesso. Noi ci buttiamo a terra per evitare i vetri che schizzano da ogni parte. E ci prendiamo la mano. Ad esplosione terminata ci rialziamo e scappiamo verso l’uscita. Lentamente mi riprendo. Appena fuori il muro di recinzione, ci sediamo a terra. Intanto si sentono le prime sirene, attirate dal gran frastuono che si è creato creato. «Cos’è successo» chiedo a Valentina. «Un gran casino». «Mi vuoi raccontare?» «Ora no. Dopo». «E i sogni? Me li ha cancellati?» «Non credo. Prova a ricordarne uno?» Mi avvicino a lei. La bacio. Ci sta. Dopo un istante mi stacco e sorridiamo. «Non so gli altri, ma quello più importante c’è ancora».

«Sveglia! Dai, sveglia!» Delle parole leggo il labiale, perché non riesco a sentire più niente. È Valentina. È scossa. Urla. Però io non sento niente. «Dai, alzati!» Sono ancora sulla sedia, però slegato. Ammaniti e Guenda sono a terra. Un po’ di sangue esce dal naso di entrambi.I 13


Però, mi sembra di vedere un’espressione strana nei suoi occhi. Mi fissa la fronte, come se volesse penetrarla ed entrarmi nel cervello.

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GIUSEPPE TRUINI

I MIEI SOGNI LI RUBA In cui si racconta di come Niccolò Ammaniti, celebre scrittore, sia solito scovare materiale per le proprie storie nei sogni delle persone.

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I miei sogni li ruba Ammaniti