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La conoscenza di se stessi nel Narciso Ovidiano “Questa mia solitudine trascino

accompagnata da quanti mi son simili vengo qui solo, così solo con me l’intera umanità è solo un uomo. Vengo a mirarmi nell’acqua della vita dentro il remoto lago che rivela la verità di tutto-lago o rio specchio della morte di cui vive: un essere inferiore, pieno di rancore è l’uomo. I fiori ci offrono la loro nudità per interessare amari vestimenti, si deformano i tronchi degli alberi per il riposo triste di chi geme. Nulla è l’uomo da sé, ma tutto deve al dolce sacrificio dei fiori. Crescete, piante, sulle sponde di questo lago, là dove io canto le mie tristezze. Non temete, colonne degli alberi, non han bisogno di assi i miei navigli; voglio vivere la mia morte, la vostra vita imito, la vostra pace e libertà. Non più esser schiavo-ma Narciso, sempre.” 1 Due stelle sono i suoi occhi, i capelli degni di Bacco, degni anche di Apollo, le guance impuberi, il collo d'avorio, la gemma della bocca e il rosa suffuso del candore di neve: E’ questa la bellezza sovrumana, il fascino superbo e l’avvenenza fuori dal comune di Narciso che sembrano offuscare le bellezze insuperabili della natura stessa. I suoi occhi sono stelle, il suo candore morbida neve e Narciso quasi pare un magnete, capace di attrarre a sé giovani e vecchi, donne o uomini, quasi fosse un dolce incantesimo d’amore. Eppure Narciso cela in sé un destino che porterà dolore e sofferenza. “De quo consultus, an esset

tempora maturae visurus longa senectae, fatidicus vates 'si se non noverit' inquit. vana diu visa est vox auguris: exitus illam resque probat letique genus novitasque furoris. ” 2 Alla richiesta di vaticinio di Liriope, Tiresia risponde con un monito inequivocabile: nel preciso istante in cui Narciso scoprirà se stesso, nel momento in cui apprenderà la sua vera natura e l’effettiva conoscenza della propria realtà, perderà il controllo della propria vita e il dolore lo porterà verso una morte prematura. Eppure secondo gli antichi Greci, che sostenevano l’antica massima del Γνῶθι σεαυτόν, la conoscenza giocava un ruolo fondamentale nell’esistenza dell’essere umano, in quanto nel ri-conoscere la propria essenza, la propria finitezza, apprendeva i propri limiti e le proprie possibilità. La conoscenza di se stessi porta, necessariamente, ad una 1

Altolaguirre, Narciso; Ovidio, Metamorfosi,III,vv.346-350;

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consapevolezza, che non sempre è indice di raggiungimento della felicità; al contrario la consapevolezza della realtà porta l’uomo ad abbattere le false speranze e la propria concezione del mondo che sono il supporto dell’intera esistenza. La coscienza effettiva delle cose mostra uno squarcio di mondo che non sempre l’uomo desidera apprendere, mostra aspetti della propria personalità che appaiono incongruenti con la morale comune della società stessa. L’uomo finisce con la convinzione che l’ignoto ed una coscienza comune siano preferibili ad una conoscenza che possa portare sofferenza e senso del dubbio. La consapevolezza del proprio essere è ,forse, la forma di conoscenza più difficile da apprendere. La domanda da porsi non consiste tanto nella possibilità che l’uomo conosca se stesso, ma quanto di sé l’uomo apprenderà nell’arco della propria vita. “La risposta all’Io chi sono, può essere data soltanto interpretando contemporaneamente due percorsi: quello all’interno del se stesso e quello del mondo circostante. Entrambi questi percorsi, resi possibili dal fatto che noi siamo in grado di osservare noi stessi dal di fuori, presuppongono una continua esperienza del sé e degli altri ed è proprio per consentire le risposte che è nato “il sapere”, cioè il desiderio e il bisogno di conoscenza.” 3 Il bisogno e la ricerca stessa della conoscenza derivano dalla diretta osservazione di sé stessi negli altri. A tal proposito Ricoeur affronta il tema della conoscenza di sé più volte nelle proprie opere, rifacendosi spesso al pensiero filosofico haegeliano. Per Ricoeur in Sé come un altro l’identità del soggetto implica, dunque, il riconoscimento dell’alterità: «conoscere se stesso» per l’essere umano significa sempre riconoscersi attraverso la mediazione dell’alterità (nei vari volti/segni in cui essa si manifesta: il tu, il contesto storico di appartenenza, il linguaggio, le istituzioni ecc.), dopo una fase di estraneità di sé stesso (l’«ermeneutica del sé»). Il termine riconoscimento implica una concezione attiva del verbo («riconoscere») o una passiva («essere riconosciuto»). Il termine riconoscimento nella lingua francese («reconnaissance»), consente di tenere insieme le due accezioni del riconoscere e dell’essere riconosciuti. La parola «reconnaissance», infatti, esprime sia l’atto del riconoscere, sia la riconoscenza, la gratitudine legata all’essere riconosciuti; questo consente di legare strettamente il tema dell’identità del soggetto alla reciprocità del riconoscimento intersoggettivo nella relazione tra il sé e l’altro. Dunque secondo il pensiero di Ricoeur la conoscenza effettiva del proprio essere non è data unicamente dal singolo individuo ma dalla molteplicità delle cose, dalle istituzioni alla riconoscenza degli altri. Quello che affronta Ricoeur è un vero e proprio percorso evolutivo del concetto di conoscenza dall’equazione di senso «riconoscere = conoscere» (in cui troviamo Cartesio e Kant) all’equazione «riconoscere = essere riconosciuti» (concetto hegeliano): l’autore distacca il tema del riconoscimento da quello della conoscenza, instaurando l’elemento della reciprocità (sé-altro). Alla fine del percorso sarà il riconoscimento a fondare la possibilità stessa del conoscere. Da qui appunto il riconoscimento del proprio essere attraverso gli altri. Seguendo tale concezione, Narciso, nella riscrittura del suo mito a cura di Maurizio Bettini 4, riconosce nella sua figura quella di uno specchio, le persone si specchiano nel suo sguardo non solo perché realmente sono attratte dalla sua persona, ma poiché nei suoi occhi rivedono quella che è la propria immagine. Narciso diventa uno specchio. Ogni individuo, diventa uno specchio che riflette la persona che sta davanti, portandola alla conoscenza propria. Ma Narciso, che disdegna l’apprezzamento e l’amore altrui, e trova conforto nell’ombra della propria persona, non potrà conoscere né se stesso nella società, né tantomeno il suo essere. 3

Eugenio Scalfari, Vetro Soffiato, L’Espresso, 20 Marzo 2014; Maurizio Bettini, Ezio Pellizer, Il mito di Narciso. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi,Einaudi, pp 5-35;

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“Hic puer et studio venandi lassus et aestu procubuit faciemque loci fontemque secutus, dumque sitim sedare cupit, sitis altera crevit, dumque bibit, visae correptus imagine formae spem sine corpore amat, corpus putat esse, quod umbra est. […]se cupit inprudens et, qui probat, ipse probatur, dumque petit, petitur, pariterque accendit et ardet..” 5 Narciso, dunque, vive un’esistenza nell’inconsapevolezza della propria realtà, non conosce la propria interiorità né tantomeno la propria immagine. Nel momento in cui nel limpido specchio d’acqua intravede questa ombra così avvenente e affascinante, non riconoscendosi, si innamora perdutamente di questa figura. Tenta invano di raggiungerla, abbracciarla, baciarla, anche solo sfiorarla. Ma non ci riuscirà. Quella che lui osserva è una pura illusione, e nel momento in cui apprenderà la realtà delle cose, nel momento in cui conoscerà per la prima volta sé stesso, cadrà nella più profonda disperazione. La sofferenza getterà Narciso nelle braccia della morte che, morendo, donerà a sua volta la vita ad un fragile e mansueto fiore, un fiore fatale. L’immagine di questo fiore appare alquanto enigmatica e viene proposta più volte nella bibliografia antecedente all’opera Ovidiana, tanto da scaturire l’ipotesi, portata avanti da Ezio Pellizer 6 che, in un passato lontano, il mito fosse conosciuto in una versione più semplice. Narciso così viene ripreso più volte all’interno di componimenti ed Inni in onore della dea Demetra, da Omero al più ignoto Pamfo, creando un probabile legame tra la figura del giovane innamorato ed i misteri Eleusini. Sempre il Narciso viene descritto tra i fiori che la stessa Persefone sta raccogliendo, in un bellissimo prato della Sicilia, nel momento in cui viene rapita da Plutone, divinità degli inferi, apparso da una voragine creatasi nel terreno. “Ogni giorno fiorisce con la rugiada del cielo lo splendido narciso, l’antica corona di Demetra e Persefone, e il croco dorato. Le sorgenti insonni inquiete alimentano il Cefiso che ogni giorno scorre con le vergini acque a fecondare i campi e le terre ondulate.” 7 Sarà il tragediografo Sofocle, ancora una volta, a riprendere la figura di questo fiore, nella sua opera Edipo a Colono, dove chiari riferimenti alludono alla figura delle due dee sopracitate, ma anche alla figura del Cefiso, mitologicamente attestato quale il padre dello stesso Narciso. Sempre nella stessa tragedia vengono nominati Dioniso e le sue nutrici, ed alcune ipotesi attestano un probabile legame tra Narciso ed il culto stesso delle baccanti. D’altronde il termine narciso sarebbe strettamente collegato a nàrke da cui derivano parole come “narcotici” e “narcosi” appartenenti al campo semantico dei riti orgiastici e dionisiaci che hanno come obbiettivo la frenesia più assoluta. Un altro autore riprenderà la figura del narciso, e sarà Virgilio nominandolo più volte, nelle Bucoliche e principalmente nelle Georgiche( IV,158,64) descrivendo le api laboriose che raccolgono le “lacrime di narciso”. Due le interpretazioni: si allude al fatto che Narciso avrebbe utilizzato le “lacrime” come sineddoche per alludere alle gocce di nettare che cadono dalla corona del fiore, oppure si fa un chiaro riferimento al mito di Narciso. Sarà l’autore barocco Giovan Battista Marino in una ripresa virgiliana, nell’opera Adone, a riprendere la stessa espressione, alludendo questa volta senza ombra di dubbio alle molteplici lacrime che versa Narciso mentre sofferente, per l’eccessivo dolore, attende la morte disteso sulle sponde di quel limpido specchio d’acqua. 5

Ovidio, Metamorfosi,III,vv.413-417/425-426; Maurizio Bettini, Ezio Pellizer,Il mito di Narciso. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi, Einaudi, pp 79-82; 7 Sofocle, Edipo re, vv.668-719; 6


“Dixit et ad faciem rediit male sanus eandem

et lacrimis turbavit aquas, obscuraque moto reddita forma lacu est;” 8 Lo specchio risulta essere un elemento alquanto emblematico, da sempre simbolo del doppio e principale strumento di conoscenza del proprio essere, e ricorre più volte nel mito di Narciso. Il riflesso accompagna l’uomo durante l’intera durata della propria vita, dalla nascita in cui il bambino, specchiandosi negli occhi della madre, comincia un percorso di formazione del proprio Io, sino alla morte, come accade con il Narciso di Bettini, che da anziano ancora osserva perplesso la propria figura nello specchio di una Cadillac, apprendendo lati di sé che mai aveva visto in una determinata prospettiva. Lo stesso specchio diventa protagonista incontrastato, insieme a Narciso, nell’arte. Molteplici sono gli autori che si ispirarono alla figura del giovane innamorato, ma fra tutte le opere una spicca in particolare, è il Narciso Di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio 9. Nel dipinto prevale l’uso di colori bui e scuri che creano un’atmosfera d’ombra, in forte contrasto con la parte centrale del dipinto, che rappresenta un narciso messo in rilievo dalla luce. Il dipinto viene letteralmente diviso in due parti da una linea centrale di divisione che delimita il mondo marino da quello terrestre, quello illusorio dalla realtà. Il giovane fende soavemente lo specchio d’acqua nel tentativo di sfiorare quella dolce visione che, a differenza del Narciso reale, presenta un’espressione più sofferente e più angosciata, quasi fosse consapevole del destino di dolore che lo attende. Elemento costituente dello specchio, in questo caso è l’acqua, ma occorre ricordare che Narciso fu appunto concepito da Liriope e dall’acqua stessa, in quanto il padre viene identificato con il fiume Cefiso. Quindi lo specchio, emblema della conoscenza di se stessi, che in questo caso è anche emblema delle origini stesse, accompagna Narciso in un processo conoscitivo che lo porterà verso la conoscenza del proprio essere, ma anche alla conoscenza di una realtà che porterà alla distruzione del proprio individuo. “Avevo ammirato le forme perfette degli abitanti della casa, la loro graziosa bellezza e la carnagione delicata, ma come fui terrorizzato quando vidi me stesso in una pozza trasparente! All’inizio sobbalzai, incapace di credere che ero veramente io quello riflesso nello specchio, equando mi convinsi 8 9

Ovidio, Metamorfosi,III,vv. 474-476; Michelangelo Merisi, Il Caravaggio, olio su tela, 1597-1599;


pienamente che ero in realtà il mostro che sono, mi riempii delle sensazioni più amare di sconforto e di mortificazione. Ahimè! Non conoscevo appieno gli effetti fatali di questa miserabile deformità.” 10 Frankenstein, dopo aver contemplato la bellezza degli altri individui, dopo aver contemplato quella carnagione così candida, dopo aver osservato la bellezza di quegli esseri che lo circondavano, per puro caso si sofferma su una visione che sconvolgerà la propria esistenza. Proprio come Narciso, attraverso uno specchio, lo specchio di una pozza d’acqua, Frankenstein per la prima volta conosce se stesso, per la prima volta può rispondere all’unica domanda che forse lo rende “umano”, per quanto umano possa essere: Io chi sono? Anche lui fatica a riconoscersi e inizialmente non si riconosce, non vuole identificarsi in quella figura così orripilante, passerà tempo prima che accetti questa nuova coscienza delle cose. Ma quando accetterà questa realtà, sensazioni di sconforto e di mortificazione si impadroniranno del suo animo, consapevole che nella società mai ci sarà un posto per un mostro di tale genere. “Le fibbie d'oro onde sostegno avevano le vesti della donna, svelse, ed altele sollevò su le pupille, e in queste le conficcò, perché, disse, mai piú non vedessero i mali ond'ei fu reo, né quelli che patí, ma d'ora innanzi, solo nel buio in quelli si affiggessero che non dovean veder, né conoscessero chi conoscer bramavano.” 11 Il binomio conoscenza-sofferenza è ben rappresentato dalla figura eroica di Edipo, che presenta non pochi parallelismi con il mitico Narciso. L’eroe sofocleo, appreso un terribile vaticinio riguardo il proprio futuro, tenta invano di fuggire dal proprio destino, ignorando che quest’ultimo già trama una rete che coglierà Edipo in trappola. Una volta divenuto re della città di Tebe, aver sposato Giocasta e ottenuto eredi, Edipo conseguirà una conoscenza di se stesso che mai avrebbe potuto immaginare. Nell’arco di una misera giornata si scopre colpevole di parricidio ed incesto, apprende che la propria madre è al contempo la propria moglie e che i propri figli sono i suoi fratelli. Questa visione del proprio io, questa visione del mondo esteriore, porta Edipo ad un senso di smarrimento generale, tutti i fondamenti su cui si basa la sua esistenza crollano sotto il peso di un’inaspettata verità. E così, di quegli occhi che gli hanno conferito una visione falsa ed una perfetta illusione del mondo, non sa più cosa effettivamente farne, e nell’impeto della sofferenza più acuta, preferisce di gran lunga la cecità alla vista, una cecità che donerà ad Edipo una visione molto più chiara del mondo. Edipo giunge al compimento del proprio destino spinto dal proprio essere, dal proprio desiderio di conoscenza, di cui ne è a tutti gli effetti l’emblema. Edipo, dall’inizio alla fine della propria esistenza, è costantemente mosso dalla curiosità sul proprio essere, questa curiosità lo spingerà a chiedere un vaticinio riguardo il proprio futuro e sempre questa curiosità lo porterà alla conoscenza effettiva della realtà che lo trascinerà in un futuro di sofferenza ed amara consapevolezza. Ciò che rende grande la figura di Edipo è il modo in cui decide di reagire davanti al freddo schiaffo del destino, non trovando rifugio in quella che è la soluzione più drastica e semplice, ovvero la morte, ma decide di proseguire la sua vita, oramai cieca, in qualità di monito e testimonianza di abiezione umana per il mondo stesso. L’autorevole presa di coscienza riguardo il proprio destino delineano la grandezza e la nobiltà di questo personaggio. Al contrario la figura di 10 11

Mary Shelley, Frankenstein, capitolo XII,1818; Sofocle, Edipo Re;


Narciso presenta ben altre caratteristiche, perché davanti alla presa di coscienza del proprio essere, Narciso assume il tipico comportamento di un bambino. Davanti alla propria figura riflessa non giunge ad una soluzione razionale, al contrario non riconoscendosi in tale figura, non si pone neanche l’interrogativo di chi sia effettivamente quell’uomo seguendo il proprio istinto, e proprio come un bambino, per propria indole, saluterebbe quel volto sconosciuto, egli non fa a meno di innamorarsene. Edipo, durante la sua esistenza svolge un percorso di conoscenza di se stesso mosso dalla sete del sapere, Narciso non si porrà mai la domanda del “chi sono io”, non compirà il percorso del Γνῶθι σεαυτόν, acquisendo la realtà delle cose quando la verità gli si presenterà, inconsapevolmente, davanti i suoi stessi occhi. Forse Narciso effettivamente non ha mai conosciuto se stesso, poiché privo di interesse verso la propria identità, oppure, come gli altri uomini, non vuole consapevolmente conoscersi e conoscere gli altri per il timore di ciò che possa incontrare. Se così fosse, Narciso acquisirebbe il tipico temperamento dell’uomo, che per timore di conoscenza, si rifugia in se stesso, ponendo una barriera fra di sé ed il mondo esterno, disdegnando qualunque forma di contatto con il prossimo, disdegnando chiunque solo provi a desiderarlo. A questo punto non è più la conoscenza a sfuggire inconsapevolmente a Narciso, ma Narciso a fuggire consapevolmente dalla propria conoscenza. Narciso dunque diviene pienamente emblema di conoscenza e di riconoscimento del proprio essere, tanto che lo stesso Dante, in qualità di sinonimo della parola conoscenza, alluderà alla triste storia del giovane Narciso. “Per ch’io dentro a l’error contrario corsi a quel ch’accese amor tra l’omo e ‘l fonte.” 12

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Matteo Principe, nato a Crotone il 08/10/1996, residente a Crotone (KR) in via Olanda n.10, frequentante la classe IV C del Liceo Classico “Pitagora”.

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Dante, Paradiso III, vv.10-24.


La conoscenza di se stessi nel Narciso Ovidiano