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IL DONO DELL'AQUILA

Carlos Castaneda


INDICE Prologo

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Prima parte: L'ALTRO IO I. La certezza della seconda attenzione3 II. Vedendo insieme 10 III. I cuasirrecuerdos dell'altro io 17 IV. Il traghettamento dei limitrofo dell'affetto 23 V. Un'orda di stregoni iracondi 30 Seconda parte: L'ARTE DI TRASOGNARE VIDI. Perdere la forma umana 37 VII. Trasognando insieme 43 VIII. La coscienza del lato destro e del lato sinistro Terza parte: IL DONO DELL'AQUILA IX. La regola del nagual 57 X. Il gruppo di guerrieri del nagual XI. La donna nagual 70 XII. I non-fare di Silvio Manuel XIII. La complessitĂ  del sogno XIV. Florinda 88 XV. Il serpente piumato 99 APPENDICE Sei proposte esplicatorie

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PROLOGO Malgrado sia antropologo, questa non è, strettamente, un'opera di antropologia; tuttavia, ha le sue radici nell'antropologia culturale, dato che incominciò anni fa come un'investigazione di campo in quella disciplina. In quell'epoca io ero interessato in studiare gli usi delle piante medicinali tra gli indi del sudovest degli Stati Uniti e del nord del Messico. La mia investigazione, con gli anni, si trasformò più in qualcosa, come conseguenza del suo proprio impulso e della mia propria crescita. Lo studio delle piante medicinali fu spostato per l'apprendistato di un sistema di credenze che dava l'impressione di abbracciare almeno due culture distinte. Il responsabile di questo cambiamento di messa a fuoco nel mio lavoro fu un indio yaqui del nord del Messico, Don Juan Matus, chi più tardi mi presentò a Don Genaro Flores, un indio mazateco del Messico centrale. I due erano adepti apprendisti di un'antichissima conoscenza che lo è chiamato nei nostri giorni, comunemente, stregoneria e che si considera una forma primitiva di scienza medica e psicologica, essendo insolitamente in realtà una tradizione di apprendisti disciplinati e di pratiche straordinariamente sofisticate. I due uomini si trasformarono nei miei maestri più che nei miei informatori, ma ancora così io persistevo, in una maniera disordinata, in considerare il mio compito come un lavoro antropologico; passai anni tentando di dedurre la matrice culturale da quello sistema; perfezionando una tassonomia, un modello classificatorio, un'ipotesi della sua origine e disseminazione. Tutti risultarono sforzi vani davanti al fatto che le urgenti forze interne di quello sistema deragliarono la mia ricerca intellettuale e mi trasformarono nel suo partecipante. Sotto l'influenza di questi due uomini poderosi la mia opera si è trasformata in un'autobiografia, nel senso che mi sono visto forzato, a partire dal momento in cui diventai partecipante, informare quello che mi succede. Si tratta di un'autobiografia peculiare perché io non sto trattando con quello che mi succede come uomo ordinario, né neanche con gli stati soggettivi che sperimento durante la mia vita quotidiana. Piuttosto, ho informato sugli eventi che si spiegano nella mia vita, come risultato diretto dell'adozione che feci di un insieme di idee e di procedimenti altrui a me. In altre parole, il sistema di credenze che io volevo studiarmi ha divorato, e per proseguire col mio scrutinio devo pagare un straordinario tributo diario: la mia vita come uomo di questo mondo. Dovuto a queste circostanze, ora affronto il problema speciale di dovere spiegare quello che sto facendo. Mi trovo molto lontano dal mio punto di origine come uomo occidentale ordinario o come antropologo, e prima che niente devo reiterare che questo non è un libro di finzione. Quello che descrivo è strano a noi; per quel motivo, sembra irreale. Man mano che penetro più profondamente nelle complessità della stregoneria, quello che sembrava essere un sistema di credenze in un principio e di pratiche primitive è risultato ora un mondo enorme ed intricato. Per potere familiarizzare con quello mondo. e per potere reprimerlo; devo utilizzare la mia persona di modi progressivamente complessi e sempre di più raffinati. Qualunque cosa che mi succede non è oramai qualcosa che possa predire, né qualcosa di congruente con quello che gli altri antropologi conoscono circa il sistema di credenze degli indi messicani. Conseguentemente mi trovo in una posizione difficile; tutto quello che posso fare basso le circostanze è presentare quello che mi succede, come successe. Non posso dare altre garanzie della mia buona fede, salvo riaffermare che non vivo una vita duale e che mi sono impegnato a seguire i principi del sistema di Don Juan nella mia esistenza quotidiana. Dopo che Don Juan Matus e Don Genaro Flores giudicarono che mi avevano spiegato la sua conoscenza alla sua soddisfazione, mi dissero addio ed andarono via. Compresi che da allora il mio compito consisteva in reacomodar io suolo quello che imparai di essi. Al fine di compiere questo compito ritornai in Messico e seppi che Don Juan e dono Genaro avevano altri nove apprendisti: cinque donne e quattro uomini. Il maggiore delle donne si chiamava Soledad; il seguente era María Elena, soprannominata la Grassa; le tre restanti: Combatte, Rosa e josefina, erano più giovani e li ero conosciuti come "le sorelline." I quattro uomini, in ordine di età, erano Scelse, Benigno, Néstor e Pablito; ai tre ultimi li chiamavano "i Genaros" perché furono molto vicini a Don Genaro. Io sapevo già che Néstor, Pablito e Scelse chi era sparito del tutto, erano apprendisti, ma mi avevano fatto credere che le quattro ragazze erano sorelle di Pablito, e che Soledad era sua madre. Conobbi superficialmente Soledad attraverso gli anni e la chiamai sempre signora


Soledad, come visto di rispetto, poiché in età era la più vicina a Don Juan. Mi avevano presentato anche a Corrida e Rosa, ma la nostra relazione fu troppo breve e casuale per permettermi di comprendere chi erano in realtà. Alla Grassa e Josefina li conosceva solo per il suo nome. Conobbi a Benigno, ma non aveva idea che era relazionato con Don Juan e dono Genaro. Per ragioni incomprensibili per me, tutti essi sembravano stare aspettando, in un modo o nell'altro, il mio ritorno al Messico. Mi informarono che si supponeva che io dovevo prendere il posto di Don Juan come il suo leader, il suo nagual. Mi dissero che Don Juan e dono Genaro erano spariti della faccia della terra, come Scelse. Le donne e gli uomini credevano che i tre non erano morti, ma erano entrati in un altro mondo distinto a quello della nostra vita quotidiana, ma altrettanto reale. Le donne - specialmente signora Soledad - sbatterono violentemente con me dal primo incontro. Furono, nonostante, lo strumento che produsse una catarsi in me. Il mio contatto con esse mi portò ad un'effervescenza misteriosa nella mia vita. A partire dal momento in cui li conobbi, cambiamenti drastici ebbero luogo nel mio pensiero e nella mia comprensione. Tuttavia, niente di quello successe in un piano cosciente: semmai, dopo li avere visitate mi scoprii per la prima volta più confuso che mai, ma nonostante, dentro il caos trovai una base sorprendentemente solida. Grazie all'impatto del nostro confronto scoprii in me, risorse che non immaginai mai possedere. La Grassa e le tre sorelline erano sognatrici consumati; volontariamente mi diedero consigli e mi mostrarono i suoi propri risultati. Don Juan aveva descritto l'arte di trasognare, come la capacità di utilizzare i sonni ordinari di uno e di trasformarli in una coscienza controllata mediante una forma specializzata di attenzione che Don Genaro ed egli chiamavano la seconda attenzione. Io speravo che i tre Genaros mi insegnerebbe i suoi risultati nell'altro aspetto degli insegnamenti di Don Juan e dono Genaro: "quello di spiare": Questo mi era stato spiegato come un insieme di procedimenti ed atteggiamenti che permettevano ad uno estrarre la cosa migliore di qualunque situazione concepibile. Ma tutto quello che i Genaros mi disse circa spiare non aveva né la coesione né la forza che io avevo anticipato. Conclusi che gli uomini non erano in realtà apprendisti di quell'arte o che, semplicemente, non volevano mostrarmelo. Sospesi le mie indagini per permettere che tutti essi potessero sentirsi bene con me, ma tanto gli uomini come le donne si immaginarono, dato che non li formulava oramai domande che io agivo finalmente come nagual. Ognuno di essi esigè la mia guida ed il mio consiglio. Per accedere a questo mi vidi obbligato a portare a termine una ricapitolazione totale di tutto quello che Don Juan e dono Genaro mi avevano insegnato, e di penetrare ancora più nell'arte della stregoneria.


PRIMA PARTE: L'ALTRO IO I. La certezza della seconda attenzione Era di tardi quando arrivai a dove vivevano la Grassa e le sorelline. La Grassa era sola, seduta fuori della porta, contemplando le montagne distanti. Si sbalordì vedendomi. Mi spiegò che era stato completamente assorta in un ricordo e che in un momento stette per ricordare qualcosa di molto vago e che aveva a che vedere con me. Quella notte, dopo avere cenato, la Grassa, le tre sorelline, i tre Genaros ed io ci sediamo nel suolo della stanza della Grassa. Le donne si accomodavano giunte. Per alcuno ragione, benché avesse la stessa familiarità con ognuno di essi, aveva scelto inconsciamente la Grassa come recipiente di tutta la mia attenzione. Era come se gli altri non esistesse per me. Osservai che chissà si doveva a che la Grassa mi ricordavo a Don Juan, e gli altri, no. Esisteva qualcosa attore comico in lei, ma quella grazia non si trovava tanto nelle sue azioni come nei miei sentimenti verso lei. Volevano sapere che cosa stavo facendo prima di arrivare. Dissi loro che era appena stato nella città di Tula, Hidalgo, dove aveva visitato le rovine archeologiche. Mi impressionò notevolmente una fila di quattro colossali figure di pietra, con forma di colonna, chiamate "gli Atlanti" che si trovavano nella parte superiore facciata di una piramide. Ognuna di queste figure quasi cilindriche che misurano cinque metri di altezza ed uno di diametro, è composto di quattro distinti pezzi di basalto intagliati per rappresentare quello che gli archeologi credono essere guerrieri toltechi che portano la sua pompa magna guerriera. A circa sette metri dietro ognuno degli atlanti si trova un'altra fila di quattro colonne rettangolari della stessa altezza e larghezza delle prime, anche fatte con quattro pezzi distinti di pietra. L'impressionante scenario degli atlanti fu rincarato ancora più per me per quello che mi contò l'amico che mi ero portato al posto. Mi disse che un guardiano delle rovine gli rivelò che egli aveva sentito, durante la notte, camminare agli atlanti, di tale forma che sotto ad essi il suolo si scuoteva. Chiesi commenti ai Genaros. Si mostrarono timidi ed emisero risatine. Diventai alla Grassa che si trovava seduta vicino a me, e gli chiesi direttamente la sua opinione. - Io non ho visto mai quelle figure - assicurò -. Non sono stato mai in Tula. La mera idea di andare a quello paese mi fa paura. - Perché si fa paura, Gorda?-domandai. - A me mi passò una cosa molto rara nelle rovine di Monte Albán, ad Oaxaca - rispose -. Io andavo molto a camminare per quelle rovine, malgrado il nagual Juan Matus mi dicesse che non mettesse lì un piede. Non so perché ma mi piaceva quello posto. Ogni volta che arrivava da Oaxaca andava lì. Come alle vecchie che camminano sole li disturbano sempre, in generale andava con Pablito, che è molto audace. Ma una volta fui con Néstor. Ed egli vide un scintillio nel suolo. Vanghiamo un po' e troviamo una pietra molto strana che stava nella palma della mia mano. Avevano fatto un vuoto ben tornito nella pietra. Io volevo mettere lì il dito e mettermela come inanello, ma Néstor non mi lasciò. La pietra era soave e mi riscaldavo molto la mano. Non sapeva che fare con lei. Néstor la mise dentro il suo cappello e la carichiamo come se fosse un animale vivo. Tutti incominciarono a ridere. Sembrava c'essere un scherzo nascosto in quello che la Grassa si diceva. - A dove la portasti? - gli domandai. - La portammo qui, a questa casa - rispose, e quell'asseverazione generò risate incontenibili negli altri. Tossirono ed annegarono di ridere.


- La Grassa è quella che pagò per la barzelletta - spiegò Néstor -. Devi vederla come è, ostinata come una mula. Il nagual gli aveva detto già che non si mettesse con pietre, o con ossa, o con qualunque cosa che trovasse sepolta nel suolo. Ma ella scivolava come ladro quando egli non si rendeva conto e raccoglieva ogni tipo di porcherie. "Quello giorno, ad Oaxaca, la Grassa Lei emperró in cui dovevamo portarci quella maledetta pietra. Saliamo con lei al camion e la portammo fino a qui, fino a questo paese, e dopo fino a questa stessa stanza. - Il nagual e Genaro erano in viaggio - proseguì la Grassa -. Mi sentii molto audace, misi il dito nel buco e mi resi conto che quella pietra era stata tagliata per portarla nella mano. Lì nomás incominciai a sentire quello che sentiva il padrone di quella pietra. Era una pietra di potere. Mi mise di cattivo umore. Mi entrò paura. Sentiva che qualcosa di orribile si nascondeva nella cosa offusco della casa, qualcosa che non aveva né forma né colore. Non poteva rimanere sola. Mi svegliavo attaccando grida e dopo un paio di giorni nomás non potei già né dormire. Tutti si alternavano per accompagnarmi, di giorno e di notte. - Quando il nagual e Genaro ritornarono - disse Néstor -, il nagual mi comandò con Genaro a mettere di nuovo la pietra nel posto esatto dove era stato sepolta. Genaro si fu da tre giorni in localizzare il posto esatto. E lo fece. - Ed a te, Grassa che cosa ti passò, dopo quello? - domandai. - Il nagual mi seppellì. Per nove giorni fui nuda dentro una bara di terra. Tra essi ebbe luogo un'esplosione di risata. - Il nagual gli disse che non si poteva uscire di lì - spiegò Néstor -. La povera Grassa doveva pisciare e fare cacca dentro la bara. Il nagual la spinse dentro una scatola che fece con rami e fango. C'era una porta in un lato per il cibo e l'acqua. Tutto il resto era bollato. - Perché la seppellì? - indagai. - È l'unica forma di proteggere a chiunque - sostenne Néstor -. La Grassa doveva essere messa basso il suolo affinché la terra la curasse. Nessuno curato migliore che la terra; inoltre, il nagual doveva deviare il senso di quella pietra che era focalizzato nella Grassa. La terra è un schermo, non lascia che niente passaggio per nessun lato. Il nagual sapeva che la Grassa non poteva peggiorare per stare sepolti nove giorni, a forza doveva migliorare. E quello passò. - Che cosa sentisti stando seppellito così, Grassa? - gli domandai. - Quasi divento matta - confessò -. Ma quello nomás era il mio vizio di consentirmi. Se il nagual non si fosse messo lì, sarei morto. Il potere di quella pietra era troppo grande per me; il suo padrone era stato un uomo di volume enorme. Poteva sentire che la sua mano era il doppio della mia. Si afferrò a quella roccia perché in ciò gli andava la vita, ed alla fine qualcuno l'ammazzò. Il "suo terrore mi spaventò. Potei sentire che qualcosa si avvicinava a mio per divorare la mia carne. Quello fu quello che sentì quell'uomo. Era un uomo di potere, ma qualcuno ancora più poderoso di lui l'acchiappò. "Il nagual disse che una volta che hai un oggetto di quelli, il disastro ti persegue, perché il suo potere entra in lite col potere di altri oggetti di quello tipo, ed il padrone o si converte in persecutore o in vittima. Il nagual disse che la natura di quegli oggetti è stare in guerra, perché la parte della nostra attenzione che li mette a fuoco per darloro potere è una parte bellicosa, di molto pericolo. - La Grassa è molto avida - assicurò Pablito -. Si immaginò che se poteva trovare qualcosa che di per sé avesse già molto potere, ella uscirebbe guadagnando perché già nessuno è oggigiorno interessato in sfidare al potere. La Grassa assentì a capofitto con un movimento. - Io non sapevo che uno può raccogliere altre cose a parte il potere che quegli oggetti hanno. Quando misi per la prima volta il dito nel buco ed afferrai la pietra, la mia mano diventò caldo ed il mio braccio incominciò a vibrare. Mi sentii in realtà grande e forte. Come sempre, e di nascosto, nessuno si rese conto, che io portavo la pietra nella mano. Dopo vari giorni incominciò il vero orrore. Poteva sentire che qualcuno glieli portava col padrone della pietra. Poteva sentire il suo terrore. Senza dubbio si trattava di un stregone molto poderoso e chi fosse quello che camminerà dietro lui non voleva solo ammazzarlo ma anche voleva mangiarsi la sua carne. Davvero questo mi spaventò. In quello momento dovetti tirare la pietra, ma quella sensazione che stava avendo era tanto nuova che continuava ad afferrarla nella mia mano come una recontra stupida che sono. Quando finalmente la sciolsi, era già troppo tardi: qualcosa in me era stato acchiappato. Ebbi visioni di uomini che si avvicinavano, vestiti con vestiti strani. Sentiva che mi


mordevano, laceravano la carne delle mie gambe coi suoi denti e con piccolo coltelli filosos. Diventai frenetica! - E come spiegò Don Juan quelle visioni? - domandai. - Disse che questa non aveva oramai difese - intervenne Néstor -. E che per quel motivo poteva raccogliere la certezza di quell'uomo, la sua seconda attenzione, che era stato versata in quella pietra. Quando si stavano ammazzandolo afferrò della pietra per così potere unire tutta la sua concentrazione. Il nagual disse che il potere dell'uomo si mosse del corpo alla pietra; sapeva quello che stava facendo e non voleva che i suoi nemici si avvantaggiassero divorando la sua carne. Anche il nagual disse che quelli che l'ammazzarono sapevano tutto questo e per quel motivo se lo mangiarono vivo, per potere impadronirsi di tutto il potere che gli rimanesse. Hanno dovuto seppellire la pietra per evitarsi problemi. E la Grassa ed io, come due stupidi, la troviamo e la dissotterriamo. La Grassa assentì, tre o quattro volte. Aveva un'espressione sommamente seria. - Il nagual mi disse che la seconda attenzione è la cosa più feroce che è - dichiarò -. Se lo è messo a fuoco in oggetti, non c'è nient'altro orrendo. - Quello che è orribile è che c'afferriamo - disse Néstor -. L'uomo che era padrone della pietra si afferrava alla sua vita ed il suo potere, per quel motivo si inorridì tanto diffondo sentì che toglievano la carne a morsi. Il nagual ci disse che se quell'uomo avesse smesso di essere possessivo e si sarebbe abbandonato alla sua morte, chiunque che fosse, non avrebbe sentito nessuna paura. La conversazione si spense. Domandai agli altri se avevano qualcosa da dire. Le sorelline mi guardarono con fuoco negli occhi. Benigno rise sommessamente e nascose il suo viso col cappello. - Pablito ed io siamo andati alle piramidi di Tula - convenne finalmente -. Siamo andati a tutte le piramidi che c'è in Messico, ci piacciono. - E per che motivo andarono a tutte le piramidi? - domandai. - Realmente non so a che cosa fummo - rispose -. Forse fu perché il nagual Juan Matus ci disse che non fossimo. - E tu, Pablito? - Io andai ad imparare - replico, di malumore, e dopo rise -. Io vivevo nella città di Tula. Conosco quelle piramidi come la palma della mia mano. Il nagual mi disse che anche egli visse lì. Sapeva tutto circa le piramidi. Lo stesso era un tolteco. Notai allora che qualcosa più che curiosità mi ero fatto andare alla zona archeologica di Tula. La ragione principale per la quale accettai l'invito del mio amico fu perché la prima volta che visitai la Grassa e gli altri, mi dissero qualcosa che Don Juan non mi aveva menzionato mai: che egli si considerava un discendente culturale dei toltechi. Tula fu l'antico epicentro dell'impero tolteco. - E che cosa, pensano che gli atlanti camminino di notte? - domandai a Pablito. - Ovviamente che camminano di notte - enfatizzò -. Quelle cose sono state lì per secoli. Nessuno sa chi costruì le piramidi; lo stesso nagual Juan Matus mi disse che gli spagnoli non furono i primi a scoprirli. Il nagual assicurò che ci furono altri alci che essi. Quanti Dio saprà. - E che cosa credi che rappresentino quelle figure di pietra? - insistei. - Non sono uomini, bensì donne - disse -. E quelle piramidi dove stanno è il centro dell'ordine e della stabilità. Quelle figure sono i suoi quattro angoli, sono i quattro venti, le quattro direzioni. Sono la base, il fondamento della piramide. Devono essere donne, donne mascoline se così li vuoi chiamare. Come sai già, noi gli uomini non siamo tanto caldi. Siamo una buona legatura, un pegol che unisce le cose, e quello è tutto. Il nagual Juan Matus disse che il mistero della piramide è la sua struttura. Le quattro angolo sono state elevate fino alla cima. La piramide stessa è l'uomo che sta sostenuto per le sue donne guerriere: un uomo che ha elevato i suoi supporti fino al posto più alto. Capisci? Ho dovuto avere un'espressione di perplessità nel viso. Pablito rise. Si trattava di un risata corti. - No, non capisco, Pablito - riconobbi -, perché Don Juan non mi parlò mai di quello. Il tema è completamente nuovo per me. Per favore, dimmi tutto quello che sappia. - Quello che si conosce come atlanti sono il nagual; sono donne sognatrici. Rappresentano l'ordine della seconda attenzione che è stato portata alla superficie, per quel motivo sono tanto temibili e misteriose. Sono creature di guerra, ma non di distruzione. "L'altra fila di colonne, i rettangolari, rappresentano l'ordine della prima attenzione, il tonale. Sono accecatrici, per quel motivo sono coperte di iscrizioni. Sono molto pacifiche e sagge, il


contrario della fila di di fronte. Pablito smise di parlare e mi guardò quasi provocatorio; dopo, sorrise. Pensai che andava a spiegare quello che aveva detto, ma stette in silenzio come se aspettasse i miei commenti. Gli dissi quanto perplesso mi trovavo e l'urgeva che continuasse parlando. Sembrò indeciso, mi guardò un momento e respirò largamente. Appena aveva cominciato a parlare quando le voci degli altri si sollevarono in un clamore di proteste. - Il nagual ci spiegò già tutto quello - notò la Grassa, impazientemente -. Perché devi farlo ripetere? Tentai di farloro comprendere che in realtà io non avevo la minore idea di quello che parlava Pablito. Lo pregai che continuasse con la sua spiegazione. Sorse un'altra ondata di voci che parlavano contemporaneamente. A giudicare dalla maniera le sorelline mi fulminavano come con lo sguardo, si stavano arrabbiando ancora più, Combatte specialmente. - Non vogliamo parlare di quelle donne - obiettò la Grassa con un tono conciliatorio -. Nomás di pensare alle donne della piramide ci mettiamo molto nervose. - Che cosa passa a tutti voi? - domandai -. Perché agiscono così? - Non sappiamo - rispose la Grassa -. È nomás una sensazione che ci dà a tutti, una sensazione molto inquieta. Tutti stavamo bene fino ad un momento fa, quando incominciasti a domandare su quelle donne. Le asseverazioni della Grassa furono come un segno di allarme. Tutti essi si alzarono ed avanzarono minaccianti verso me, parlando molto forte. Mi prese un buon momento calmarli e fare che tornassero a prendere posto. Le sorelline si trovavano molto fastidiose ed il suo cattivo umore sembrava influenzare quello della Grassa. I tre uomini mostravano maggiore controllo. Affrontai Néstor e gli chiesi liscia e spontaneamente che mi spiegassi perché le donne si erano agitate tanto. Era ovvio che io mi trovavo, involontariamente, facendo qualcosa che li esasperava. - Veramente io non so quello che è - rispose -. È che qui nessuno di noi sa quello che ci succede. Tutto quello che sappiamo è che ci sentiamo male e nervosi. - È perché stiamo parlando delle piramidi? - lo consultai. - Deve essere per quel motivo - rispose, ombroso -. Io stesso non sapeva che quelle figure fossero donne. - Indubbiamente lo sapevi, idiota - esclamò Corrida. Néstor si sembrò intimorirsi davanti a quell'esplosione. Retrocedè e mi sorrise tranquillamente. - Forse lo sapeva - concedè -. Stiamo passando per un periodo molto strano nelle nostre vite. Già nessuno di noi può essere sicuro di niente. Da quando arrivasti alle nostre vite a noi non ci conosciamo oramai stessi. Un umore molto oppressivo ci possedette. Insistei in che l'unica maniera di scacciarlo era parlando di quelle misteriose colonne delle piramidi. Le donne protestarono calorosamente. Gli uomini si mantennero in silenzio. Ebbi la sensazione che in principio erano di accordo con le donne, ma che in fondo volevano discutere il tema, come io. - Don Juan non ti disse qualcosa più busta le piramidi, Pablito? - domandai. - Disse che una piramide specialmente, lì in Tula; era un guida - rispose Pablito, subito. Del tono della sua voce dedussi che in realtà aveva desideri di parlare. E l'attenzione che prestavano gli altri apprendisti mi convinse che segretamente tutti essi volevano scambiare opinioni. - Il nagual disse che era un guida che portava alla seconda attenzione - continuò Pablito -, ma che fu saccheggiata e tutto si rovinò. Mi contò che alcune delle piramidi erano gigantesche nonfare. Non erano posti di alloggio, bensì posti affinché i guerrieri facessero il suo sogno ed esercitassero la sua seconda attenzione. Tutto quello che facevano si registrava con disegni e figure che scolpivano nei muri. "Poi è dovuto arrivare un altro tipo di guerriero, una specie che non era di accordo con quello che gli stregoni della piramide fecero con la sua seconda attenzione, e che distrusse la piramide con tutto quello che lì aveva. "Il nagual credeva che i guerrieri dovettero essere guerrieri della terza attenzione. Come egli stesso era. Guerrieri che si inorridirono con la cosa maligna che ha la certezza della seconda attenzione. Gli stregoni delle piramidi erano eccessivamente occupati con la sua certezza, per


dare si racconta di quello che succedeva. Quando lo fecero, era già troppo tardi. Pablito aveva pubblico. Tutti nella stanza, includendomi, eravamo affascinati con quello che ci raccontava. Potei comprendere le idee che presentava, perché Don Juan me li arrivò a spiegare. Don Juan mi ero detto che il nostro essere totale consiste in due segmenti percettibili. Il primo è il nostro corpo fisico che tutti noi possiamo percepire; il secondo è il corpo luminoso che è un bocciolo che i veggenti possono percepire solo e che ci dà l'apparenza di gigantesche uova luminose. Mi disse anche che una delle mete più importanti della stregoneria era raggiungere il bocciolo luminoso; una meta che si riesce attraverso il sofisticato uso del sogno e mediante un sforzo rigoroso e sistematico che egli chiamava no-fare. Don Juan definiva no-fare come un atto insolito che usa al nostro essere totale forzandolo ad essere cosciente del segmento luminoso. Per spiegare questi concetti, Don Juan fece una disuguale divisione tripartita della nostra coscienza. Alla porzione più piccola la chiamò "prima attenzione" e disse che era la coscienza che ogni persona normale ha sviluppato per affrontare il mondo quotidiano; abbraccia la coscienza del corpo fisico. Ad un'altra porzione più grande la chiamò la "seconda attenzione" e la descrisse come la coscienza che richiediamo per percepire il nostro bocciolo luminoso e per agire come esseri luminosi. Disse che la seconda attenzione rimane nel fondo durante tutta la nostra vita, non sia che emerga attraverso un allenamento deliberato o a causa di un trauma accidentale, abbraccia la coscienza del corpo luminoso. All'ultima porzione che era il maggiore, la chiamò la "terza attenzione": una coscienza dei corpi fisico e luminoso. Gli domandai se aveva sperimentato la terza attenzione. Disse che si trovava nella periferia di lei e che se arrivava ad entrare completamente io lo saprei subito, perché tutto egli si trasformerebbe in quello che in realtà era: un'esplosione di energia. Aggregò che il campo di battaglia dei guerrieri era la seconda attenzione che veniva ad essere qualcosa come un campo di allenamento per arrivare alla terza attenzione; un campo un tanto difficile da raggiungere, ma molto fruttifero una volta ottenuto. - Le piramidi sono dannose - continuò Pablito -. Specialmente per stregoni desprotegidos come noi. Ma sono ancora peggiori per guerrieri senza forma, come la Grassa. Il nagual disse che non c'è nient'altro pericoloso che la certezza maligna della seconda attenzione. Quando i guerrieri imparano a mettersi a fuoco nel lato debole della seconda attenzione, non c'è oramai niente che possa fermarli. Si trasformano in cacciatori di uomini, in vampiri. Non importa che oramai non siano vivi, possono raggiungere la sua preda attraverso il tempo, come se fossero presenti qui ed ora; perché in prede ci convertiamo se ci mettiamo in una di quelle piramidi Il nagual li chiamava trappole della seconda attenzione. - Esattamente che disse che passerebbe ad uno? - domandò la Grassa. - Il nagual disse che magari potremmo sopportare una visita alle piramidi - spiegò Pablito -. Nella seconda visita sentivamo una strana tristezza; come una brezza che ci girerebbe disattenti e stanchi: una fatica che pronto si trasforma nella sfortuna. In questione di giorni diventeremmo alcuni salature. Il nagual assicurò che le nostre ondate sfortunate si dovevano alla nostra ostinazione visitando quelle rovine nonostante le sue raccomandazioni. "Scelse, per esempio, non disubbidì mai al nagual. Né a momenti te lo trovavi lì; neanche trovavi questo nagual che sta qui, ed i due ebbero sempre fortuna, mentre il resto di noi portiamo il sale, specialmente la Grassa ed io. Non ci morse lo stesso cane? E non le stesse travi del soffitto della cucina marcirono due volte e ci caddero addosso? - Il nagual non mi spiegò mai questo - confutò la Grassa. - Certo - insistè Pablito. - Se io avessi saputo la cosa brutta che era tutto quello, non avrebbe messo mai un piede in quelli maledetti posti - protestò la Grassa. - Il nagual ci disse a tutte le stesse cose - disse Néstor -. Il problema è che qui tutti non l'ascoltavano distintamente, o piuttosto che ognuno di noi l'ascoltava alla sua maniera, e sentivamo quello che volevamo sentire. "Il nagual spiegò che la certezza della seconda attenzione ha due visi. La prima ed il più facile è il viso malefico. Succede quando i sognatore usano il suo sogno per mettere a fuoco la seconda attenzione nelle cose di questo mondo, come denaro o potere sulla gente. L'altro viso è il più difficile da raggiungere e succede quando i sognatore mettono a fuoco la sua attenzione in cose che non stanno oramai in questo mondo o che non sono oramai di questo mondo, come il viaggio alla cosa ignorata. I guerrieri hanno bisogno di un'impeccabilità senza fine per raggiungere questo viso.


Dissi loro che era sicuro che Don Juan aveva rivelato selettivamente certe cose ad alcuni di noi; ed altre, ad altri. Per esempio, io non potevo ricordare che qualche volta Don Juan avesse discusso con me il viso malefico della seconda attenzione. Poi parlai loro di quello che Don Juan si era detto relativamente alla certezza dell'attenzione in generale. Incominciò per lasciare in indubbiamente per lui tutte le rovine archeologiche del Messico, specialmente le piramidi, erano dannose per l'uomo moderno. Descrisse le piramidi come sconosciute di pensiero e di azione. Disse che ogni parte, ogni progetto, rappresentava un sforzo calcolato per registrare aspetti di attenzione assolutamente altrui a noi. Per Don Juan non erano solamente le rovine di antiche culture quelle che contenevano un elemento pericoloso in esse; tutto quello che era oggetto di una preoccupazione ossessiva aveva un potenziale dannoso. Una volta discutiamo questo in dettaglio. Fu a causa del fatto che io non sapevo che cosa fare per mettere a salvo le mie note di campo. Li vedeva di una maniera molto possessiva ed era ossessionato con la sua sicurezza. - Che cosa devo fare? - gli domandai. - Genaro ti diede la soluzione una volta - replicò -. Tu credesti, come sempre, che stava scherzando. Ma egli non scherza mai. Ti disse "che dovresti scrivere con la punta del tuo dito invece di matita. Non gli facesti caso perché non puoi immaginarti che quello sia il no-fare di prendere note. Arguii che quello che si stava proporsi doveva essere un scherzo. La mia immagine propria era quella di un scienziato sociale che doveva registrare tutto quello che era fatto o detto, per estrarre conclusioni verificabili. Per Don Juan, una cosa non aveva a che vedere con l'altra. Essere un studente serio non aveva niente a che vedere con prendere note. Io, personalmente, non poteva vedere il valore del suggerimento di Don Genaro; mi somigliavo umoristica, ma non unisca vera possibilità. , Don Juan portò più avanti il suo punto di vista. Disse che prendere note era una maniera. di occupare la prima attenzione nel compito di ricordare che io prendevo note per ricordare quello che si diceva e faceva. La raccomandazione di Don Genaro non era un scherzo, perché scrivere con la punta del mio dito in un pezzo di carta, essendo il no-fare di prendere note, forzerebbe alla mia seconda attenzione a mettersi a fuoco in ricordare, e non accumulerebbe oramai fogli di carta. Don Juan credeva che alla lunga il risultato sarebbe più esatto e più poderoso di prendere note. Non si era fatto mai, in quanto a quello che egli sapeva, ma il principio era solido. Per un breve tempo, mi pressò affinché lo facesse. Mi sentii perturbato. Prendere note non mi servivo solo come risorsa mnemonica, mi alleggerivo anche. Era la mia stampella più utile. Accumulare fogli di carta mi davo una sensazione di proposito e di equilibrio. - Quando ti metti a cavillare in quello che fai con le tue foglie - spiegò Don Juan -, stai mettendo a fuoco in esse una parte molto pericolosa di te stesso. Tutti noi abbiamo quello lato pericoloso, quella certezza. Quanto più forti arriviamo ad essere, più mortifero è quello lato. La raccomandazione per i guerrieri è non avere niente materiale in che cosa mettere a fuoco il suo potere, bensì metterlo a fuoco piuttosto verso lo spirito, nel vero volo alla cosa ignorata, non in salvaguardie triviali. Nel tuo caso, le note sono la tua salvaguardia. Non ti lasciano vivere in pace. Io credevo seriamente che non ci fosse maniera alcuna sulla faccia della terra che mi dissociassi delle mie note. Ma Don Juan concepì un compito per portarmi a quello fine. Disse che smette qualcuno che era tanto possessivo come me, il modo più appropriato di liberarmi dei miei quaderni di note sarebbe rivelandoli, gettandoli alla cosa aperta, scrivendo un libro. In quell'epoca pensai che quell'era ancora un scherzo maggiore che prendere note con la punta del dito. - La tua compulsione di possedere ed afferrarti alle cose non è unica - sostenne -. Tutto quello che vuole seguire quello verso il guerriero, il sentiero dello stregone, deve togliersi di dosso quella certezza. Il "mio benefattore mi disse che ci fu un'epoca in cui i guerrieri sé avevano oggetti materiali nei quali concentravano la sua ossessione. E quello dava luogo alla domanda di quale oggetto sarebbe più poderoso, o il più poderoso di tutti. Scampoli di quegli oggetti esistono ancora nel mondo, le piante di quella contesa per il potere. Nessuno può dire che tipo di certezza avranno ricevuto quegli oggetti. Uomini infinitamente più poderosi che tu virtieron tutti gli aspetti della sua attenzione in essi. Appena tu incominci a spargere la tua minuscola preoccupazione nelle tue note. Ancora non sei arrivato ad altri livelli di attenzione. Pensa alla cosa orribile che sarebbe se


alla fine del tuo sentiero di guerriero ti trovassi caricando i tuoi gonfiori di note nella schiena. Per allora quello, le note sarebbero vive, specialmente se imparassi a scrivere con la punta del dito ed ancora dovessi ammucchiare foglie. Sotto quelle circostanze non mi sorprenderei che qualcuno trovasse i tuoi gonfiori camminando soli. - Per me è facile comprendere perché il nagual Juan Matus non voleva che avessimo possessi segnalò Néstor, dopo che finii di parlare -. Tutti noi siamo ensoñadores. Non voleva che mettessimo a fuoco il nostro corpo di sogno nel viso debole della seconda attenzione. Io non mi intesi le sue manovre di quelli giorni; io chingaba il fatto che mi fece disfarmi di tutto quello che aveva. Pensai che era ingiusto. Credei che stesse tentando di evitare che Pablito e Benigno mi avessero invidia, perché essi non possedevano niente. In paragone, io ero benestante. In quell'epoca, io non avevo idea che il nagual stava proteggendo il mio corpo di sogno. Don Juan mi ero descritto il trasognare di diverse maniere. Ora la più oscura, mi sembra che lo definisca meglio. Disse che intrinsecamente trasognare è il no-fare di dormire. In questo senso, il sogno permette all'apprendista l'uso di quella porzione della sua vita che passa nel sopore. È come se gli ensoñadores non dormisse oramai, e tuttavia questo non risulta in nessuna malattia. Agli ensoñadores non manca loro il sonno, ma l'effetto di trasognare sembra essere un incremento del tempo di veglia, dovuto all'uso di un supposto corpo extra: il corpo di sogno. Don Juan mi ero spiegato che, in certe occasioni, il corpo di sogno era chiamato il "doppio" o il "altro", perché è una replica perfetta del corpo dell'ensoñador. Inerentemente si tratta dell'energia dell'essere luminoso, un'emanazione bianchiccia, spettrale, che è proiettata mediante la certezza della seconda attenzione in un'immagine tridimensionale del corpo. Don Juan mi notò che il corpo di sogno non è un fantasma, ma è tanto reale come qualunque cosa col quale commerciamo nel mondo. Disse che, inevitabilmente, la seconda attenzione è spinta a mettere a fuoco il nostro essere totale come campo di energia, e che trasforma quell'energia in qualunque cosa appropriata. La cosa più facile, ovviamente, è l'immagine del corpo fisico, con la quale siamo completamente abituati nelle nostre vite giornaliere, grazie all'uso di nostra prima attenzione. Quello che canalizza l'energia del nostro essere totale, per prodursisi qualunque cosa che possa trovarsi dentro i limiti della cosa possibile, è conosciuto come volontà. Don Juan non poteva dire quali quelli limiti erano, a meno che al livello di esseri luminosi la nostra portata è tanto ampia che risulta vano tentare di stabilire limiti: in modo che l'energia di un essere luminoso può trasformarsi in qualunque cosa mediante la volontà. - Il nagual assicurò che il corpo di sogno si mette e si aggancia in qualunque cosa - espose Benigno -. Non ha giudizio. Mi disse che l'uomo sono più deboli delle donne perché il corpo di sogno di un uomo è più possessivo. Le sorelline dimostrarono il suo accordo all'unisono, con un movimento a capofitto. La Grassa mi guardò e sorrise. - Il nagual mi disse che tu sei il re dei possessivo - intervenne -. Genaro diceva che fino a saluti dia i tuoi cippi quando glieli porta il fiume. Le sorelline si rotolarono di risata. I Genaros fece ovvi sforzi per contenersi. Néstor che si trovava seduto vicino a me, mi applaudì il ginocchio. - Il nagual e Genaro ci raccontavano storie sensazionali di te - disse -. C'intrattennero per anni con le storie di un tipo raro che conoscevano. Ora sappiamo che si trattava di te. Sentii un'ondata di vergogna. Era come se Don Juan e dono Genaro mi avrebbe tradito, ridendo di fronte di me degli apprendisti. La tristezza mi avvolse. Incominciai a protestare. Dissi a voce alta che ad essi li avevano predisposti in mio contro per prendere mi mangio un stupido. - Non è certo - disse Benigno -. Siamo molto contenti che stia con noi. - Stiamo? - replicò mordacemente Corrida. Tutti si complicarono in una discussione accaldata. Gli uomini e le donne si erano divise. La Grassa non si unì a nessun gruppo. Rimase seduta vicino a me, mentre gli altri si mettevano in piede e gridavano. - Stiamo passando progressivamente difficili - sussurrò la Grassa -. Abbiamo fatto abbastanza sogno e tuttavia non è sufficiente per quello che necessitiamo. - Che cosa necessitano voi, Grassa? - domandai. - Non sappiamo. Tutti avevano la speranza che tu ce lo dicessi. Le sorelline ed i Genaros presero nuovamente posto per ascoltare quello che la Grassa si diceva. - Abbiamo bisogno di un leader - ella continuò -. Tu sei il nagual, ma non sei leader. - Prende tempo arrivare ad essere un nagual perfetto - proclamò Pablito -. Il nagual Juan Matus


mi disse che egli stesso fu un fallimento nella sua gioventù, fino a che qualcosa lo tirò fuori dalla sua compiacenza. - Non lo credo! - gridò Corrida -. A me non mi disse mai quello. - A me mi disse che era un cavicchio - aggiunse la Grassa, a voce bassa. - Il nagual mi contò che nella sua gioventù era una salatura come io - precisò Pablito -. Anche il suo benefattore gli richiese che non mettesse mai per quel motivo il piede in quelle piramidi, e nomás, praticamente viveva lì fino a che lo corse un'orda di fantasmi. All'opinione nessuno conosceva quella storia. Tutti si ravvivarono. - Quello mi ero dimenticato completamente - commentò Pablito -. Fino allo appena ho ricordato adesso. Fu come quello che passò alla Grassa. Un giorno, dopo che finalmente il nagual si era trasformato in un guerriero senza forma, la certezza maligna di quelli guerrieri che avevano fatto i suoi sogni ed altri non-fare nelle piramidi, gli furono venuti sopra. Lo trovarono quando lavorava nel campo. Mi contò che vide che una mano usciva dalla terra floscia di un solco fresco, per afferrargli il volo dei suoi pantaloni. Egli credette che si trattasse accidentalmente di un compagno lavoratore che era stato sepolto. Tentò di dissotterrarlo. Allora si rese conto che stava mettendo le mani in una bara di terra, e che c'era lì un uomo sepolto. Era un uomo molto magro e bruno e non aveva capelli. Freneticamente, il nagual tentò di comporre la bara di terra. Non voleva che i suoi compagni vedessero quello che stava passando, né neanche voleva fare male all'uomo dissotterrandolo contro la sua volontà. Si mise a lavorare tanto duro che neanche si rese conto che gli altri lavoratori stavano circondandolo. Per allora, il nagual disse che la bara di terra si aveva rifiuto e che l'uomo bruno si trovava costruzione nel suolo, nudo. Tentò di aiutarlo ad alzarsi e chiese agli uomini che gli dessero una mano. Risero di lui. Pensarono che era ubriaco che gli aveva dato il delirium tremens, perché lì, in quello campo, non c'erano né uomo né bara di terra né niente per lo stile. "Il nagual disse che rimase atterrito, ma che non osò a contare il suo benefattore nuota di quello. Non importò, perché nella notte tutta una banda di fantasmi arrivò per lui. Andò ad aprire la porta della strada dopo che qualcuno aveva toccato ed un'orda di uomini nudi, con occhi gialli e brillanti, si misero nella casa. Lo tirarono al suolo e si ammucchiarono sopra a lui. E l'avrebbero polverizzato tutte le ossa di non essere stato per la veloce reazione del suo benefattore. Vide i fantasmi e spinse al nagual fino a metterlo a salvo in un vuoto nella terra che sempre tenia convenientemente aperto nella parte di dietro della sua casa. Seppellì lì al nagual mentre i fantasmi si accoccolarono intorno aspettando la sua opportunità. "Il nagual ammise che si spaventò tanto che tutte le notti egli assolo si metteva un'altra volta alla sua bara di terra a dormire, fino a molto dopo che i fantasmi sparirono. Pablito cessò di parlare. Tutti sembravano essere impazienti; cambiarono ripetutamente posizione come se volessero fare capire che erano stanchi di essere seduti. Per calmarli dissi loro che io avevo avuto una reazione molto perturbatrice sentendo le asseverazioni del mio amico circa gli atlanti che camminavano di notte nella piramide di Tula. Non mi ero reso conto della profondità con che accettai quello che Don Juan e dono Genaro mi avevo enseriado, fino a quello giorno. Malgrado la mia mente stesse non c'era ben indubbiamente possibilità alcuna che quelle colossali figure di pietra potessero camminare, perché tale questione non entrava nell'ambito della speculazione seria, io sospesi completamente il mio giudizio. La mia reazione fu una totale sorpresa per me. Spiegai loro estesamente che io avevo accettato l'idea che gli atlanti camminassero di notte, come un chiaro esempio della certezza della seconda attenzione. Era giunto a quella conclusione seguendo le seguenti premesse: In primo luogo che non siamo solamente quello che il nostro buonsenso c'esige che crediamo essere. In realtà siamo esseri luminosi, capaci di girarci coscienti della nostra luminosità. Secondo che come esseri luminosi coscienti della nostra luminosità possiamo focalizzare distinti aspetti della nostra coscienza, o della nostra attenzione, come Don Juan lo chiamava. Terzo che quella messa a fuoco poteva essere prodotta mediante un sforzo deliberato, come quello che noi tentavamo di fare, o accidentalmente, attraverso un trauma corporeo. Stanza che c'era stata un'epoca in cui deliberatamente gli stregoni mettevano a fuoco distinti aspetti della sua attenzione in oggetti materiali. Recluta che gli atlanti, a giudicare dalla sua spettacolare apparenza, erano dovuti essere oggetti della certezza degli stregoni di un altro tempo. Dissi che senza dubbio il guardia che diede l'informazione al mio amico, aveva messo a fuoco un altro aspetto della sua attenzione: egli poteva aversi convertito, involontariamente, benché solo


per un momento, in un recettore delle proiezioni della seconda attenzione degli stregoni dell'antichità. Non era tanto smisurato per me allora che quell'uomo avesse visualizzato la certezza di quelli stregoni. Se essi erano membri della tradizione di Don Juan e di Don Genaro, erano dovuti essere apprendisti impeccabili, nel qual caso non ci sarebbe limite per quello che potrebbero portare a termine con la certezza della sua seconda attenzione. Se il suo tentativo era che gli atlanti camminassero di notte, allora gli atlanti camminavano di notte. Mentre io parlavo, le sorelline diventarono molto arrabbiate e nervose con me. Quando conclusi, mi Combatte accusò di non fare nient'altro parlare. Si misero in piede ed andarono via senza almeno salutare. Gli uomini li seguirono, ma si trattennero nella porta per stringermi la mano. La Grassa ed io rimaniamo nella stanza. - C'è qualcosa che cammina molto male con quelle donne - censurai. - No. Nient'altro stanno stanche di parlare - scusò la Grassa -. Sperano che tu agisca invece di parlare. - E come è che i Genaros non è stanco di parlare? - domandai. - Perché sono molto più stupidi delle donne - replicò seccamente. - E tu, Grassa? Sei tu anche stanca di parlare? - Non potrebbe dirti - evitò solennemente -. Quando sto con te non mi stanco, ma quando sto con le sorelline mi sento stanca, come esse. Durante i seguenti giorni, i quali passarono senza avvenimenti, risultò ovvio che le sorelline stavano completamente inimicate con me. A fatica i Genaros mi tollerava. Solo la Grassa sembrava allinearsi con me. Mi causò sorpresa. Glielo domandai prima di diventare ad Los Angeles. - Non so come è possibile, ma sono abituata a te - ammise -. È come se tu ed io fossimo uniti, e le sorelline ed i Genaros stessero in un mondo distinto.

II. VEDENDO INSIEME Durante varie settimane dopo il mio ritorno ad Los Angeles sperimentai ripetutamente una lieve sensazione di scomodità che la spiegava come causata per una nausea o come una repentina


perdita dell'alito causata per qualunque sforzo fisico spossante. Culminò tutto questo una notte in cui svegliai terrorizzato, senza potere respirare. Il medico al quale andai a vedere diagnosticò il mio problema come iperventilazione, probabilmente dovuta a tensione nervosa. Mi prescrisse un tranquillante e suggerì che respirasse dentro una borsa di carta se l'attacco si ripeteva di nuovo. Decisi di girare al Messico per chiedere consiglio alla Grassa. Gli dissi quale la diagnosi era del mio medico; calmadamente, ella mi assicurò che non si trattava di nessuna malattia, ma in fin dei conti io stavo perdendo le mie salvaguardie, e che quella che sperimentava era la perdita della mia forma "umana" e l'entrata ad un stato di separazione coi temi umani. - Non gli fare lotta - consigliò -. La nostra reazione normale è spaventarci e litigarci con tutto questo. Facendolo, l'allontaniamo. Lascia le paure di un lato, e segue la perdita della tua forma umano passo a passo. Aggregò che nel suo caso la disintegrazione della sua forma umana cominciò nel suo ventre, con un dolore severo ed una pressione eccessiva che si muoveva lentamente in due direzioni, per sotto verso le sue gambe e per sopra fino alla sua gola. Reiterò che gli effetti si sentono immediatamente. Io volevo annotare ogni sfumatura della mia entrata a quello nuovo stato. Mi preparai per descrivere un racconto dettagliato di tutto quello che succedesse. Sfortunatamente, nient'altro successe. Dopo alcuni giorni di incapace attesa abbandonai l'avvertenza della Grassa e conclusi che il medico aveva diagnosticato correttamente la mia afflizione. Questo risultava comprensibile. Mi trovavo carico di una responsabilità che generava una tensione insopportabile. Aveva accettato la leadership che gli apprendisti credevano che concordavo, ma non aveva la minima idea di come guidarli. Anche la pressione della mia vita si riflettè di un modo più serio. Il mio abituato livello di energia decadeva uniformemente. Don Juan mi sarei detto che stava perdendo il mio potere personale, e pertanto arriverebbe anche a perdere la vita. Don Juan aveva sistemato i miei temi di tale modo che viveva esclusivamente del potere personale, il quale io rispondevo come un stato ad essere, una relazione di ordine tra l'individuo e l'universo, una relazione che se si disordina irrimediabilmente posto vacante la morte dell'individuo. Dato che non c'era forma prevedibile di cambiare la mia situazione, dedussi che la mia vita si estingueva. Quella sensazione di irrefutabile condanna, irritava tutti gli apprendisti. Decisi di lasciarli soli per un paio di giorni per attenuare la mia oscurità e la tensione di essi. Quando ritornai i trovai fermi fuori della porta principale della casa delle sorelline, come se stessero aspettandomi. Néstor corse al mio atto e, prima che spegnesse il motore, mi disse con urla che Pablito c'aveva lasciato a tutti che andò a morire alla città di Tula, al posto dei suoi antenati. Mi alterai. Mi sentii colpevole. La Grassa non condivideva la mia preoccupazione. Era radiante, contenta. - Quello sguattero caprone è meglio morto - assicurò -. Ora viviamo in armonia, come deve essere. Il nagual ci disse che tu porteresti cambiamenti alle nostre vite. Buono, perché così fu. Pablito oramai non noi joderá più. Ti disfasti di lui. Guarda che contenti stiamo. Stiamo meglio senza lui. Mi scandalizzo la sua durezza. Affermai, egli più vigorosamente possibile che Don Juan c'aveva dato, nella maniera più laboriosa, la cornice della vita di un guerriero. Enfatizzai che l'impeccabilità del guerriero mi esigeva che non lasciasse morire a Pablito, così nient'altro. - E che cosa ti credi che faccia? - domandò la Grassa. Porto ad uno di voi a che viva con lui fino al giorno in cui tutti, includendo a Pablito, possano andare via di qui. Risero di me, perfino Néstor e Benigno a chi io credei sempre più perfeziona a Pablito. La Grassa rise molto più che tutti, sfidandomi ovviamente. Ricorsi alla comprensione della Grassa. Lo pregai. Utilizzai tutti gli argomenti che mi furono successo. Mi guardò con disprezzo totale. - Vámonos - ordinò gli altri. Mi offrì la più vacua dei sorrisi. Alzò le spalle e fece un vago gesto corrugando le labbra. - Puoi venire con noi - mi offrì -, a patto che non faccia domande né parla di quello stupido. - Sei una guerriera senza forma - dissi -. Tu stessa me lo dicesti. Perché, allora, ora giudichi a Pablito? La Grassa non rispose. Ma sentì il colpo. Corrugò il cipiglio e non volle guardarmi.


- La Grassa stai con noi! - cigolò Josefina con una voce terribilmente acuta. Le tre sorelline si riunirono intorno alla Grassa e la spinsero all'interno della casa. Li seguii. Néstor e Benigno entrarono anche. - Che cosa fai, portarti a forze ad una di noi? - mi gridò la Grassa. Dissi a tutti che io consideravo un dovere aiutare a Pablito e che farebbe la stessa cosa per chiunque di essi. - Davvero credi che possa uscirti con la tua? - mi domandò la Grassa, con gli occhi fiammeggiando di ira. Io volevo ruggire di rabbia, come una volta lo feci nella sua presenza, ma le circostanze erano distinte. Non poteva farlo. - Porto a Josefina - avvisai -. Sono il nagual. La Grassa unì le tre sorelline e li difese col suo proprio corpo. Stavano per prendersi delle mani. Qualcosa in me sapeva che, di farlo, la sua forza combinata sarebbe terribile ed i miei sforzi per portarmi a Josefina risulterebbero inutili. La mia unica opportunità consisteva in attaccare prima che esse potessero raggrupparsi. Spinsi Josefina con le palme delle mani e le lanciai dondolandosi fino al centro della stanza. Prima che avessero tempo di raggrupparsi, battei a Corrida e Rosa. Si piegarono, addolorate. La Grassa venne verso me con una furia che non l'aveva visto mai. Tutta la sua concentrazione si trovava in un assolo impulso del suo corpo. Di mi avere battuto avrebbe finito con me. Per centimetri non mi indovinò il petto. L'acchiappai di dietro con un abbraccio di orso e cademmo a terra. Rodiamo e rodiamo fino a rimanere completamente esausti. Il suo corpo si rilassò. Incominciò ad accarezzare il dorso delle mie mani che si trovavano fortemente strette intorno al suo stomaco. Vidi Néstor e Benigno vicino alla porta. I due sembravano stare per vomitare. La Grassa sorrise timidamente e mi sussurrò all'udito che stava molto bene quello che io l'avrei dominata. Mi portai a Josefina con Pablito. Credei che ella era l'unica degli apprendisti che genuinamente necessitava qualcuno che la curasse, ed al che meno detestava Pablito. Era sicuro che il senso di cavalleria di Pablito lo forzerebbe a soccorrerla quando ella avesse bisogno di lui. Un mese dopo girai nuovamente al Messico. Pablito e Josefina erano ritornate. Vivevano insieme nella casa di Don Genaro, e la condividevano con Benigno e Rosa. Néstor e Combatte vivevano nella casa di Soledad, e la Grassa abitava sola nella casa delle sorelline. - Si sorprende la maniera come ci prepariamo per vivere? - consultò la Grassa. La mia sorpresa era più evidente. Voleva sapere quali le implicazioni erano di questa nuova organizzazione. La Grassa replicò, seccamente, che non c'era niente di implicazioni. Decisero di vivere in pari, ma non mangio uguali. Aggregò che, al contrario di tutto quello che io potessi pensare, tutti essi erano guerrieri impeccabili. La nuova sistemazione sembrava abbastanza gradevole. Tutti si trovavano completamente in pace. Non c'erano oramai più cause o esplosioni di condotta competitiva tra essi. Diede loro anche per vestirsi coi vestiti indigeni tipici della regione. Le donne usavano vestiti con gonne lunghe che toccavano quasi il suolo, pretesti neri ed i capelli in trecce, ad eccezione Josefina, la quale portava sempre cappello. Gli uomini si vestivano con leggeri pantaloni e camicie di coperta bianca che sembravano piyamas. Usavano cappelli di paglia, e tutti calzavano huaraches fatti in casa. Domandai alla Grassa quale la ragione era della sua nuova maniera di vestire. Mi disse che si stavano preparando per partire. Presto o tardi, col mio aiuto o per se stessi, andavano ad abbandonare quella valle. Andrebbero verso un mondo nuovo, verso una nuova vita. Quando lo facessero, tutti si renderebbero conto esatto del cambiamento, perché quanto più usassero i vestiti indio, più drammatico sarebbe il cambiamento quando si mettessero il vestiario della città. Aggiunse che insegnarono loro ad essere fluiti, a stare a suo agio in qualunque situazione in che Lei trovasse, e che a me mi avevano insegnato la stessa cosa. Quello che si chiedeva di mio consisteva in agire con essi senza perdere l'equanimità, nonostante quello che mi facessero. Per essi, la domanda consisteva in abbandonare la valle e stabilirsi in un altro posto al fine di verificare se in realtà potevano essere tanto fluidi come i guerrieri devono essere egli. Gli chiesi la sua onesta opinione sulle nostre possibilità di avere successo. Mi disse che il fallimento era marcato nei nostri visi.


La Grassa cambiò bruscamente il tema e disse che nel suo sogno si era trovato contemplando in due un gigantesco e stretto burrone enormi montagne rotonde; presumeva che le due montagne gli erano conosciute e che voleva che io la portassi nel mio atto fino ad un paese vicino. La Grassa pensava, senza sapere perché che le due montagne si trovavano lì, e che il messaggio del suo sogno era che i due dovevano andare a quello posto. Partiamo rigando l'alba. Io ero stato già in precedenza nelle vicinanze di quello paese. Era molto piccolo e non aveva notato mai niente nei paraggi che Lei avvicinasse almeno alla visione della Grassa. C'erano per di là solo colline erose. Risultò che le due montagne non si trovavano lì, o, se così era, non potemmo localizzarli. Tuttavia, durante le due ore che passiamo nel paese, tanto ella come io avemmo la sensazione che conoscevamo qualcosa di indefinito, una sensazione che si trasformava in certezza in momenti e che dopo retrocedeva nuovamente all'oscurità e si trasformava in mero disturbo e frustrazione. Visitare quello paese c'inquietò in una maniera misteriosa; o, piuttosto, per ragioni sconosciute, i due rimaniamo molto agitati. Io mi scoprii angosciato per un conflitto sommamente logico. Non ricordava essere stato qualche volta nel paese stesso e, tuttavia, poteva giurare che non stetti solo lì, ma aveva vissuto lì qualche tempo. Non si trattava di un'evocazione chiara; non poteva ricordare né le strade né le case. Quella che sentiva era l'apprensione vaga ma poderosa che qualcosa si chiarificherebbe nella mia mente. Non era sicuro di che cosa, un ricordo chissà. In momenti, quell'incerta apprensione diventava immensa, specialmente vedendo una casa in questione. Mi stazionai di fronte a lei. La Grassa ed io la guardiamo chissà dall'atto per un'ora e, nonostante, nessuno di noi suggerì che scendessimo dall'atto per andare da lei. I due ci trovavamo molto tesi. Incominciamo a parlare circa la visione della Grassa delle due montagne e presto la nostra conversazione divenne in causa. Ella credeva che io non avevo preso sul serio il suo sogno. I nostri temperamenti si accesero e finiamo gridando noi l'un l'altro, non tanto per ira come per nervosismo. Mi resi conto di ciò e mi contenni. Ritornando, stazionai l'atto ad un fianco di quello verso terra. C'abbassiamo per allungare le gambe. Camminiamo alcuni momenti, ma faceva troppo vento per stare bene. La Grassa era ancora agitata. Ritorniamo all'atto e ci sediamo dentro. - Se nomás recuperasse quello che sai - mi disse la Grassa con tono supplicante -, se ripiegassi la tua conoscenza, ti renderesti conto che perdere la forma umana. . . Si interruppe a metà della frase; il mio cipiglio l'aveva dovuta fermare. Sapeva molto bene la cosa difficile che era la mia lotta. Se ci fosse stata qualche conoscenza che avrebbe potuto recuperare coscientemente, l'avrebbe fatto già. - Ma è che siamo esseri luminosi - convenne con lo stesso tono supplicante -. Abbiamo tanto. . . Tu sei il nagual. Tu hai più ancora. - Che cosa credi che debba fare? - Devi abbandonare il tuo desiderio di afferrarti - suggerì -. La stessa cosa mi successe. Mi afferravo alle cose, per esempio il cibo che mi piaceva, le montagne dove viveva, la gente con la quale godeva conversare. Ma meglio di niente mi afferravo al desiderio che mi vogliano. Gli dissi che il suo consiglio non aveva senso per me perché non stava cosciente di afferrarmi a qualcosa. Ella insistè in che in qualche modo io sapevo che stava mettendo barriere alla perdita della mia forma umana. - La nostra attenzione è stata allenata per mettere a fuoco con ostinazione - continuò -. Quella è la maniera come sosteniamo il mondo. La tua prima attenzione è stata addestrata per mettere a fuoco qualcosa che è molto strano per me, ma molto conosciuto per te. Gli dissi che la mia mente si concatenava in astrazioni, ma non in astrazioni come la matematica, per esempio, bensì piuttosto in proposte ragionevoli. - Ora è il momento di lasciare tutto quello - propose -. Per perdere la tua forma umana, devi staccarti di tutta quella zavorra. Il tuo contrappeso è tanto forte che ti paralizzi. Non stava con umore per discutere. Quello che la Grassa chiamava perdere la forma umana era un concetto troppo vago per una considerazione immediata. Mi preoccupavo quello che avevamo sperimentato in quello paese. La Grassa non voleva parlare di ciò. - La cosa unica che conta è che ripiegature la tua conoscenza che recuperi quello che sai - pensò -. Puoi farlo quando hai bisogno di lui, come quello giorno in che Pablito andò via e tu ed io c'aggrappiamo a chingadazos. La Grassa disse che quello successo quello giorno era un esempio di "ripiegare la conoscenza."


Senza stare pienamente cosciente di quello che faceva, aveva portato a termine complesse manovre che implicavano vedere. - Tu non ci distò di chingadazos nomás perché sì - aggiunse -. Tu vestisti. Aveva ragione in una certa maniera. Qualcosa di abbastanza fuori della cosa comune ebbe luogo in quell'occasione. Io l'avevo considerato dettagliatamente, confinandolo, tuttavia, ad una speculazione puramente personale, dato che non poteva dargli una spiegazione appropriata. Pensai che il carico emozionale del momento mi aveva colpito in forma inusitata. Quando ero entrato nella casa di essi ed affrontai le quattro donne, in frazioni di secondo notai che poteva cambiare la mia maniera ordinaria percepire. Vidi quattro amorfe bolle di luce ambra molto intensa di fronte a me. Una di esse era di sfumatura delicata. Le altre tre erano scintillii ostili, aspri, blancoambarinos. La lucentezza gradevole era quella della Grassa. Ed in quello momento i tre scintillii ostili incomberono minacciosamente su lei. La bolla di luminosità bianchiccia più vicina a me che era quella di Josefina, stava fuori un tanto di equilibrio. Si trovava inclinandosi, cosicché diedi un spintone. Diedi calci alle altri due, in una depressione che ognuna di esse aveva nel fianco destro. Io non avevo un'idea cosciente che doveva assestare lì i miei calci. Semplicemente scoprii che la depressione era adeguata: in qualche modo questa invitava a che io li scalciassi lì. Il risultato fu devastatore. Combatte e Rosa svennero nell'atto. Li aveva battute nella coscia destra. Lei non tratto di un calcio che rompesse ossa, ma suolo spinsi col mio piede le bolle di luce che si trovavano di fronte a me. Nonostante, fu come se avesse dato loro un colpo feroce nella più vulnerabile parte dei suoi corpi. La Grassa aveva ragione. Io avevo recuperato qualche conoscenza del quale non era cosciente. Se quello si chiama vedere, la conclusione logica del mio intelletto sarebbe che vedere è una conoscenza corporale. La preponderanza del senso visuale in noi, influenza questa conoscenza corporale e lo fa apparire relazionato con gli occhi. Ma quello che sperimentai non era del tutto visuale. Vidi le bolle di luce con qualcosa che non erano solo i miei occhi, dato che era cosciente che le quattro donne si trovavano nel mio campo di visione per tutto il tempo che combattei con esse. Neanche le bolle di luce si trovavano sobreimpuestas in esse. I due insiemi di immagini erano separati. Se mi mossi visivamente di una scena all'altra, lo spostamento dovette essere stato tanto rapido che sembrava non esistere; di lì che poteva ricordare solo la percezione simultanea di due scene separate. Dopo che diedi i calci alle due bolle di luce, il più gradevole - la Grassa - a me si avvicinò. Non venne direttamente, perché disegnò un angolo alla sinistra a partire dal momento in cui cominciò a muoversi; ovviamente non cercava di battermi, e così quando lo scintillio passò vicino a me l'acchiappai. Mentre rodava nel suolo con lui, sentii che mi fondevo nello scintillio. Quello fu l'unico momento nel quale in realtà persi il senso di continuità. Di nuovo fui cosciente di me stesso quando la Grassa accarezzava i dorsi delle mie mani. - In nostro trasognare, le sorelline ed io abbiamo imparato ad unire le mani - spiegò la Grassa -. Sappiamo come una linea fare. Il nostro problema quello giorno era che non avevamo fatto mai quella linea fosse della nostra stanza. Per quel motivo mi trascinarono dentro. Il tuo corpo seppe quello che significava che noi unissimo le mani. Se l'avessimo fatto, io sarei rimasto basso controllo di esse. Ed esse sono più feroci di me. I suoi corpi sono impenetrabilmente chiusi, non preoccupa loro il sesso. A me, sé. Quello mi debilita. Sono sicura che la tua preoccupazione per il sesso è quella che fa che ti sia tanto difficile ripiegare la tua conoscenza. La Grassa continuò parlando circa gli effetti debilitadores del sesso. Mi sentii scomodo. Tentai di deviare la conversazione di quello tema, ma ella sembrava decisa a girarlo nonostante la mia contrarietà. - Vámonos tu ed io alla città del Messico - gli dissi, disperato. Pensai che quello la spaventerebbe. Non rispose. Corrugò le labbra, socchiudendo gli occhi. Contrasse i muscoli del suo mento, gettando in avanti il labbro superiore fino a che rimase basso il naso. Il suo viso rimase tanto storto che mi alterai. Ella reagì davanti alla mia sorpresa e rilassò i muscoli facciali. - Camminagli, Grassa - insistei -. Andiamo alla città dal Messico. - Certo, perché no? - disse -. Che cosa necessito? Non sperava quella risposta ed io fui quello che finì per scandalizzarsi. - Niente - dissi -. Andiamo via come stiamo. Senza dire un'altra parola affondò nel sedile e c'incamminiamo verso la città del Messico. Era ancora presto, neanche il mezzogiorno. Gli domandai se oserebbe andare ad Los Angeles con


me. Lo pensò alcuni momenti. - Ho appena fatto quella domanda al mio corpo luminoso - precisò. - E che cosa ti rispose? - Che solo se il poterlo permette. C'era tale ricchezza di sentimento nella sua voce che fermai l'atto e l'abbracciai. Il mio affetto verso lei in quello momento era tanto profondo che mi spaventò. Non aveva niente a che vedere col sesso o con la necessità di un rafforzamento psicologico, si trattava di un sentimento che trascendeva tutto quello che mi era conosciuto. Abbracciare la Grassa mi restituì la sensazione, prima sperimentata, che qualcosa che stava imbottigliato in me, sospinto a posti reconditi ai che non poteva arrivare coscientemente, si trovava sul punto di liberarsi. Quasi seppi quello che era, ma lo persi quando stava per ottenerlo. La Grassa ed io arriviamo alla città da Oaxaca al tramonto. Stazionai l'atto in una strada vicina e camminiamo verso il centro della città, allo zoccolo. Cerchiamo la panca nel che Don Juan e dono Genaro normalmente sedevano. Non era occupata. Prendiamo lì posto, in un silenzio riverente. Dopo, la Grassa disse che molte volte erano state lì con Don Juan, come con altre persone che non poteva ricordare, non era sicura se questo si trattava solamente di qualcosa che aveva sognato. - Che cosa facevi con Don Juan in questa panca? - gli domandai. - Niente ci sedevamo Qui ad aspettare il camion, o un camion del legno che ci portava di aventón alle montagne - rispose. Gli dissi che quando Don Juan ed io ci sedevamo lì conversavamo ore ed ore. Gli contai la gran predilezione che Don Juan aveva per la poesia, e come io normalmente lo leggevo quando non dovevamo fare. Sentiva i poemi sotto la base che solo in primo luogo il, o in occasioni il secondo paragrafo, valeva la pena di essere letto; credeva che il resto era solo un consentirsi del poeta. Unicamente alcuni poemi, dei cientos che l'avevo dovuto leggere, arrivò ad ascoltare fino al fine. In un principio cercava quello che mi piaceva; la mia preferenza era la poesia astratta, cerebrale, contorta. Poi mi fece leggere un ed un'altra volta quello che gli piaceva. Nella sua opinione, un poema doveva essere, di preferenza, compact disc, breve. E doveva essere composto di immagini acute e precise, di gran semplicità. Al tramonto, seduti in quella panca di Oaxaca, un poema di César Vallejo ricapitolava sempre per lui un speciale sentimento di nostalgia. Lo recitai a memoria alla Grassa, non tanto nel suo beneficio come nel mio. CHE STARÀ FACENDO QUESTA ORA MIO ANDINA E DOLCE Rita di giunco e capulí; ora che mi asfissia Bizancio, e che sonnecchia il sangue, come floscio cognac, dentro me. Dove staranno le sue mani che in atteggiamento contrito stiravano nei pomeriggi bianchezze per venire, ora, in questa pioggia che mi toglie la voglia di vivere. Che cosa sarà della sua gonna di flanella; di suoi frega; di suo camminare; del suo sapore a canne di maggio del posto. Si deve stare alla porta guardando qualche celaje, e finalmente dirà tremando "Che friggo è. . . Gesù"! E piangerà nelle tegole un uccello selvaggio. Il ricordo che aveva di Don Juan era incredibilmente vivido. Non si commerciava di un ricordo nel piano del sentimento, né neanche nel piano dei miei pensieri coscienti. Era una classe sconosciuta di ricordo che mi fece piangere. Le lacrime fluivano dei miei occhi, ma non mi alleviavano nella cosa più minima.


Le ultime ore del pomeriggio avevano sempre un significato speciale per Don Juan. Io avevo accettato le sue considerazioni verso quell'ora, e la sua convinzione che se qualcosa di importanza pensavo dovrebbe essere allora. La Grassa appoggiò la sua testa sulla mia spalla. Io misi la mia testa sulla sua. In quella posizione rimaniamo alcuni momenti. Mi sentii calmato; l'agitazione era svanita di me. Era strano che l'assolo fatto di appoggiare la mia testa su quella della Grassa si desse tale pace. Voleva scherzare e dirgli che dovremmo legarci le teste. L'idea che ella lo prenderebbe alla lettera mi fece desistere. Il mio corpo tremò di risata e mi resi conto che mi trovavo addormentato, ma che i miei occhi stavano aperti. Di c'essere la cosa voluta, avrebbe potuto mettermi in piede. Non voleva muovermi, e così rimasi lì, completamente sveglio e tuttavia addormentato. Vidi che la gente camminava di fronte a noi e ci guardava. Non mi importava nella cosa più minima. In generale, mi sarei disturbato che facessero attenzione a me. E di subitaneo, in un istante, la gente che si trovava di fronte a me si trasformò in grandi bolle di luce bianca. Per la prima volta nella mia vita, in una maniera prolungata affrontavo le uova luminose! Don Juan mi ero detto che, ai veggenti, gli esseri umani si appaiono come uova luminose. Io avevo sperimentato lampeggiamenti di quella percezione, ma prima non aveva messo a fuoco mai la mia visione in essi come quello giorno. Le bolle di luce erano abbastanza amorfe in un principio. Era come se i miei occhi non si trovassero adeguatamente focalizzati. Ma dopo, in un momento, era come se finalmente avesse ordinato la mia visione e le bolle di luce bianca si trasformassero in oblunghe uova luminose. Erano grandi; in realtà, erano enormi, chissà di più di due metri di altezza e più di un metro di largo, o forse più grandi. In un momento mi resi conto che le uova non si muovevano oramai. Vidi una solida massa di luminosità di fronte a mio. Le uova mi osservavano, si inclinavano pericolosamente su mio. Mi mossi deliberatamente e mi sedetti eretto. La Grassa si trovava profondamente addormentata sulla mia spalla. C'era un gruppo di adolescenti intorno a noi. Hanno dovuto credere che fossimo ubriaci. C'imitavano. L'adolescente più audace stava accarezzando i seni della Grassa. La scossi e si svegliò. Ci mettemmo affrettatamente in piede ed andammo via. Ci seguirono, vituperandoci e gridando oscenità. La presenza di un poliziotto nell'angolo li dissuase da continuare con la sua fustigazione. Camminiamo in completo silenzio, dello zoccolo fino a dove aveva stazionato il mio atto. Aveva oscurato già quasi. Improvvisamente, la Grassa prese il mio braccio. I suoi occhi erano smisurati, la bocca aperta. Segnalò e gridò: - Guarda! Guarda! Lì sta' il nagual e Genaro! Vidi che due uomini giravano l'angolo una lungo quadra avanti di noi. La Grassa si strappò correndo velocemente. Corsi dietro lei, domandandolo se era sicura. Si trovava fuori di sé. Mi disse che quando aveva alzato la vista, Don Juan e dono Genaro stavano guardandola. Nel momento in che i suoi occhi trovarono quelli di essi, i due si misero a camminare. Quando noi arriviamo all'angolo, i due uomini conservavano ancora la stessa distanza. Non potei distinguere i suoi tratti. Uno era robusto, come Don Juan, e l'altro, magro come Don Genaro. I due uomini diedero rovesciati in un altro angolo e di nuovo corremmo strepitosamente dietro essi. La strada nella quale avevano rovesciato si trovava deserta e conduceva alla periferia della città. Si curvava un tanto verso la sinistra In quello momento, qualcosa successe che mi fece pensare che in realtà sé potrebbe trattarsi di Don Juan e dono Genaro. Fu un movimento che fece l'uomo più piccolo. Diventò tre stanze di profilo verso noi ed inclinò la sua testa come dicendoci che li seguissimo, qualcosa che Don Genaro abituava fare quando andavamo al campo. Camminava sempre davanti a me, sollecitandomi, incoraggiandomi a capofitto con un movimento affinché io lo raggiungessi. La Grassa incominciò a gridare ad ogni volume: - Nagual! Genaro! Speri Lei! Correva avanti di me. A sua volta, essi camminavano con gran rapidità verso alcune capanne che affliggi si distinguevano nella semioscurità. Dovettero entrare in alcuna di esse o enfilaron per chiunque dei numerosi sentieri; improvvisamente, non li vedemmo oramai più. La Grassa si trattenne e vociferò i suoi nomi senza nessuna inibizione. Varie persone uscirono a vedere chi gridava. Io l'abbracciai fino a che si calmò. - Stavano esattamente di fronte di me - assicurò, piangendo -, neanche ad un metro di distanza. Guando gridai e ti dissi che li vedessi, in un istante si trovavano già più lontano una stalla. Tentai di riappacificarla. Si trovava in un alto stato di nervosismo. Si pese da me, tremando. Per


alcuno ragione indecifrabile, io ero assolutamente sicuro che quegli uomini non erano Don Juan né dono Genaro, pertanto non poteva condividere l'agitazione della Grassa. Mi disse che dovevamo ritornare a casa che il potere non gli permetterebbe andare con me ad Los Angeles, neanche alla città del Messico. Era convinta che il li avere visti, significava un presagio. Sparirono segnalando verso l'est, verso il paese di lei. Non presentai obiezioni per ritornare a casa sua in quello stesso istante. Dopo le cose che c'erano successi quello giorno, dovrebbe essere mortalmente stanco. Invece, mi trovavo vibrando con un vigore dei più straordinario che mi ricordavo i giorni con Don Juan, quando aveva sentito che poteva abbattere muraglie con le spalle. Ritornando all'atto risentii pieno del più appassionato affetto per la Grassa. Non potrebbe ringraziare mai sufficientemente per lui il suo aiuto. Pensai che quello che fosse che ella fece per aiutarmi a vedere le uova luminose, aveva dato risultato. Inoltre, la Grassa fu molto valorosa arrischiandosi al ridicolo, e perfino ad alcuno ingiuria fisica, sedendosi con me in quella panca. L'espressi la mia gratitudine. Ella mi guardò come se io fossi pazzo e dopo sciolse una risata. - Io pensai la stessa cosa di te - riconobbe -. Pensai che tu l'avevi fatto nient'altro per me. Anche io vidi le uova luminose. Anche questa fu la prima volta per me. Abbiamo visto insieme! Come il nagual e Genaro normalmente lo facevano. Quando apriva la porta dell'atto affinché entrasse la Grassa, tutto l'impatto di quello che avevamo fatto mi battè. Fino a quello momento fui stordito, qualcosa in me ero diventato lento. Ora, la mia euforia era tanto intensa come l'agitazione dei Grassi momenti prima. Voleva correre per la strada ed attaccare di grida. Toccò la Grassa contenermi. Lei encuclilló e mi massaggiò i polpacci. Stranamente, mi calmai nell'atto. Scoprii che stava risultandomi difficile parlare. I miei pensieri andavano davanti della mia abilità per verbalizzarli. Non voleva maneggiare di ritorno alla casa in quell'istante. Mi somigliavo che ci fosse ancora molto da fare. Come non poteva spiegare con chiarezza quello che voleva, praticamente trascinai la riluttante Grassa di giro allo zoccolo, ma a quell'ora non troviamo oramai panche vuote. Stava morendo di fame, cosicché spinsi la Grassa verso un ristorante. Ella pensò che non potrebbe mangiare, ma quando ci portarono il cibo ebbe tanta fame come me. Il mangiarci tranquillizzò completamente. Più tardi, quella notte, ci sediamo nella panca. Io mi ero frenato per non parlare di quello che ci successe, fino a che avessimo opportunità di sederci lì. In un principio, la Grassa non sembrava disposta a parlare. La mia mente si trovava in un estraneo stato di gioia. In tempi anteriori sperimentai momenti simili con Don Juan, ma questi si trovavano soci, inevitabilmente, con gli effetti posteriori all'ingestione di piante allucinogene. Incominciai per descrivere alla Grassa quello che aveva visto. Il tratto di quelle uova luminose che più mi impressionò erano i movimenti. Non camminavano. Si muovevano come se galleggiassero e, tuttavia, si trovavano nel suolo. La maniera si muovevano come era spiacevole. I suoi movimenti erano meccanici, rozzi ed a scosse. Quando si muovevano, tutta la sua forma diventava più piccola e semibreve; sembravano saltare o strattonarsi, o scuotersi dall'alto in basso con gran velocità. Il risultato era un tremore nervoso sommamente faticoso. Chissà la maniera più approssimata di descrivere quello disturbo fisico causato per i movimenti sarebbe dire che sentii come se avessero accelerato le immagini di un film. Un'altra cosa che mi intrigava era che non poteva scorgere le sue gambe. Una volta aveva visto una rappresentazione di balletto nella quale i ballerini imitavano il movimento di soldati in pattini di ghiaccio; per riuscire l'effetto si misero tuniche sciolte che arrivavano fino al suolo. Non c'era maniera di vederli i piedi, di lì l'illusione che scivolavano sul ghiaccio. Le uova luminose che avevano sfilato di fronte a me mi diedero l'impressione che si muovevano su una superficie aspra. La luminosità si scuoteva dall'alto in basso quasi impercettibilmente, ma quanto basta come per quasi diventare vomitare. Quando le uova luminose riposavano, incominciavano ad estendersi. Alcuni erano tanto lunghi e rigidi che sembravano le immagini di un ícono di legno. Un altro tratto ancora più perturbatore delle uova luminose era l'assenza di occhi. Non aveva compreso mai tanto acutamente fino a che punto c'attraggono gli occhi dei viventi. Le uova luminose erano completamente vivi e mi osservavano con gran curiosità. Poteva vederli scuotendosi dall'alto in basso, inclinandosi per guardarmi, ma senza occhi. Molti di queste uova luminose avevano macchie nere: vuoti enormi sotto la parte mezza. Altri non li avevano. La Grassa mi ero detto che la riproduzione colpisce i corpi, la stessa cosa di donne che di uomini, provocandoli un buco basso lo stomaco; ciononostante, le macchie di


quegli esseri luminosi non sembravano buchi. Erano aree senza luminosità, ma in esse non c'era profondità. Quelli che avevano le macchie sembravano essere tranquilli, o essere stanchi; la cresta della sua forma di uovo si trovava rovinata, si vedeva opaca in paragone col resto della lucentezza. D'altra parte, quelle che non avevano macchie erano cegadoramente brillanti. Li immaginava pericolosi. Si vedevano vibranti, pieni di energia e bianchezza. La Grassa disse che nell'istante che appoggiai la mia testa sulla sua, ella entrò anche in un stato che sembrava trasognare. Era sveglia, ma non poteva muoversi. Si trovava cosciente che c'era gente ammucchiandosi intorno a noi. Allora li vide trasformandosi in bolle luminose e finalmente in creature con forma di uovo. Ella ignorava che anche io stavo vedendo. In un principio pensò che semplicemente io stavo curandola, ma dopo l'impressione della mia testa fu tanto pesante che con ogni chiarezza concluse che anche io dovevo stare trasognando. Da parte mia, solo fino a dopo che mi incorporai e scoprii al tipo accarezzandola, perché ella sembrava dormire, ebbi idea di quello che potesse stare succedendolo. Le nostre visioni differivano non appena che ella poteva distinguere gli uomini delle donne per la forma di alcuni filamenti che ella chiamò "radici." Le donne, disse, avevano spessi mucchi di filamenti che somigliavano la coda di un leone; questi crescevano verso dentro a partire dai genitale. Spiegò che quelle radici erano le donatrici di vita. L'embrione, per potere effettuare la sua crescita, aderisce ad una di queste radici nutritive e dopo la consuma completamente, lasciando solo un buco. Gli uomini, d'altra parte, avevano filamenti brevi che erano vivi e galleggiavano quasi separati della massa luminosa dei suoi corpi. Gli domandai quale era, nella sua opinione, la ragione che avesse visto insieme. Ella declinò rischiare qualunque commento, ma mi incitò a che io proseguissi con le mie deduzioni. Gli dissi che la cosa unica che pensavo Lei era la cosa ovvio: le emozioni dovevano essere stato un fattore determinante. Dopo che la Grassa ed io prendiamo posto nella panca favorita di Don Juan, nell'imbrunire di quello giorno, e dopo che io avevo recitato il poema che gli piaceva, risentii profondamente carico di emotività. Le mie emozioni avevano dovuto preparare al mio corpo. Ma doveva anche considerare il fatto che, con la pratica del trasognare, aveva imparato ad entrare in un stato di quiete totale. Poteva sconnettere il mio dialogo interno e rimanere come se stesse all'interno di un bocciolo, osservando verso fuori attraverso un buco. In quello stato io potevo, se lo volesse, sciogliere un po' del controllo che possedeva ed entrare nel sogno; oppure conservare quello controllo e rimanere passivo, senza pensieri e senza desideri. Tuttavia, non credo che quelli fossero fattori significativi. Pensai che la Grassa era stata catalizzatore e che i miei sentimenti verso lei crearono le condizioni per vedere. La Grassa rise timidamente quando disse quello che pensava. - Non sono di accordo con te - respinse -. Io credo che quello che passa è che il tuo corpo ha incominciato a ricordare. - Che cosa vuoi dire con quello, Grassa? - sondai. Ci fu una lunga pausa. La Grassa sembrava lottare per dire qualcosa che non volesse, oppure lottava disperatamente per trovare la parola adeguata. - Ci sono tante cose che so - disse -, tuttavia neanche so che cosa è quello che so. Ricordo tante cose che alla fine finisco senza ricordare niente. Credo che tu ti trovi nella stessa situazione. Gli assicurai che, se quell'era così, non mi rendevo conto. Ella si rifiutò di credermi. - In realtà, a volte credo che non sappia niente - disse -. Altre volte credo che stai giocando con noi. Il nagual mi disse che egli stesso non lo sapeva. Ora sto tornando ad accordare di molte cose che mi disse di te. - Che cosa è quello che significa che il mio corpo ha cominciato a ricordare? - insistei. - Non mi domandare quello - rispose con un sorriso -. Io non so che cosa sarà quello che si suppone che devi ricordare, o come si ricorda. Non l'ho fatto mai, di quello sono sicura. - C'è alcuno tra gli apprendisti che potrebbe dirmelo? - domandai. - Nessuno - enfatizzò -. Credo che io sono come un messaggero per te, un messaggero che può darti solo la metà del messaggio in questa occasione. Si alzò e mi supplicò che la portasse di nuovo al suo paese. In quello momento, io mi trovavo molto allegro come per andare via. Al mio suggerimento camminiamo un po' per la piazza. Infine ci sediamo in un'altra panca. - Non ti è fatto strano che abbiamo potuto vedere insieme con tanta facilità? - domandò la Grassa.


Non sapeva che cosa ella si portava nella testa. Titubai in rispondere. - Che cosa diresti se io ti dicessi che credo che da prima abbiamo visto insieme? - inquisì la Grassa, eligiendo con curato ogni parola. Non poteva comprendere che cosa voleva dire. Mi ripetè un'altra volta la domanda e, tuttavia, seguii senza potere comprendere il significato. - Quando avevamo potuto vedere insieme prima? - confutai -. La tua domanda non ha senso. - Lì sta la cosa - replicò -. Non ha senso e nonostante ho la sensazione che abbiamo visto già insieme prima. Sentii un brivido e mi incorporai. Di nuovo ricordai la sensazione che ebbi durante la mattina in quello paese. La Grassa aprì la bocca per dire qualcosa, ma si interruppe a mezza frase. Mi fu rimasto vedendo, perplessa, mi mise una mano nelle labbra e praticamente mi trascinò dopo all'automobile. Maneggiai tutta la notte. Voleva parlare, analizzare, ma ella rimase dormita come se a proposito volesse evitare ogni discussione. Era nella cosa corretta, ovviamente. Di noi due, ella era quella che conosceva bene il pericolo di dissipare un stato spirituale analizzandolo con eccesso. Quando scese dall'atto, arrivando finalmente a casa sua, mi disse che non potremmo parlare, nella cosa più minima, di quello che c'era successi ad Oaxaca. - E quello perché, Grassa? - domandai. - Non voglio che sprechiamo il nostro potere - replicò -. Quella è l'abitudine dello stregone. Non sprecare mai i tuoi guadagni. - Ma se non parliamo di quello, non sapremo mai che cosa fu quello che realmente ci passò protestai. - Possiamo rimanerci silenziosi, almeno nove giorni - disse. - E non possiamo parlare solamente di ciò tra te ed io? - domandai. - Una conversazione tra te ed io è precisamente quella che dobbiamo evitare - contraddisse -. Siamo vulnerabile. Dobbiamo procurarci tempo per curarci.

III. I CUASIRRECUERDOS DELL'ALTRO IO - Puoi dirci che cosa è quello che sta passando? - mi domandò Néstor quando tutti ci riuniamo quella notte -. A dove furono voi due ieri? Mi ero dimenticato la raccomandazione della Grassa. Incominciai a dirloro che primo andammo al paese vicino e che lì troviamo una casa della cosa più intrigante. Sembrò come se a tutti li scuotesse un repentino tremore. Si ravvivarono, si guardarono l'un l'altro e dopo alla Grassa, come se sperasse che ella parlasse loro di quello. - Che tipo di casa era? - volle sapere Néstor. Prima che potesse rispondere, la Grassa mi interruppe. Incominciò a parlare in una maniera affrettata e quasi incoerente. Era ovvio che stava improvvisando. Perfino usò frasi e parole in mazateco. Mi diresse sguardi furtivi che implicavano una supplica silenziosa affinché io non dicessi niente. - Come va tuo trasognare, nagual? - mi domandò col sollievo di qualcuno che ha trovato un'uscita -. Ci piacerebbe sapere tutto quello che fai. È molto importante che ci conversi. Si appoggiò su me e nel tono più casuale che potè mi sussurrò che a causa di quello che c'era successi in Oaxaca tenia che contarlorolo tutto relativamente al mio sogno. - Che cosa hanno voi a che vedere col mio sogno? - domandai in voce forte. - Credo che stiamo già molto vicino al fine - disse la Grassa, solennemente -. Tutto quello che dica o fa' è ora di importanza vitale. Contai loro allora quello che io consideravo mio vero trasognare. Don Juan mi ero detto che non


aveva caso da enfatizzare le prove per le quali uno potesse passare. Mi diede una regola definitiva: se io arrivavo ad avere la stessa visione tre volte, doveva concedergli un'importanza straordinaria; altrimenti, i tentativi di un neofita erano solo un appoggio per costruire la seconda attenzione. Una volta trasognai che svegliava e che saltava del letto solo per affrontare il mio proprio corpo che dormiva nel letto. Mi vidi dormire ed ebbi l'autocontrollo di ricordare che mi trovavo trasognando. Seguii allora le istruzioni che Don Juan si era dato, e che consistevano in evitare scosse o sorprese repentine, ed in prendere tutto con un grano di sale. L'ensoñador deve arrotolarsi, dichiarava Don Juan, in esperimenti spassionati. Invece di esaminare il suo corpo che dorme, l'ensoñador esce dalla stanza camminando. Improvvisamente mi scoprii, senza sapere come, fosse della mia stanza. Aveva la sensazione assolutamente chiara che mi avevano collocato lì istantaneamente. Nel primo momento che mi trovai fermato fuori della mia stanza, il corridoio e la scala sembravano monumentali. Se ci fu qualcosa che in realtà mi atterrì quella notte fu il volume di quelle strutture che sono del più comuni nella vita reale e correnti; il corridoio ha da lontano circa venti metri, e la scala, sedici scalini. Non poteva concepire come percorrere le enormi distanze che stava percependo. Titubai, ed allora qualcosa mi fece muovermi. Tuttavia, non camminai. Non sentiva i miei passi. Improvvisamente mi trovai afferrandomi al corrimano. Poteva vedere le mie mani ed i miei avambracci, ma non li sentiva. Si stava reggendo mediante la forza di qualcosa che non aveva niente a che vedere con la mia muscolatura, come la conosco. La stessa cosa successe quando tentai di abbassare le scale. Non sapeva come camminare. Semplicemente non poteva cedere un solo passo. Era come se mi avessero saldato le gambe. Poteva vederli se mi inclinavo, ma non poteva muoverli verso davanti o lateralmente, né elevarli verso il petto. Era come se mi avesse attaccato allo scalino superiore. Mi sentii come uno di quelli fantocci gonfiati, di plastica, che possono inclinarsi in qualunque direzione fino a rimanere orizzontali, solo per ergersi nuovamente per il peso delle sue basi arrotondate. Feci un sforzo supremo per camminare e rimbalzai di scalino in scalino come rozza palla. Mi costò un incredibile sforzo di attenzione arrivare al pianterreno. Non potrebbe descriverlo altrimenti. Si richiedeva qualche tipo di attenzione per conservare i limitrofo della mia visione ed evitare che questa Lei disintegrasse nelle fugaci immagini di un sonno ordinario. Quando finalmente arrivai alla porta della strada non potei aprirla. Lo trattai disperatamente, ma senza successo; allora ricordai che era uscito dalla mia stanza scivolando, galleggiando come se la porta fosse stata aperta. Con solo ricordare quella sensazione di galleggiamento, di subitaneo stava già per strada. Si vedeva oscuro: un peculiare oscurità grigio-piombo che non mi permettevo di percepire nessun colore. Il mio interesse fu acchiappato subito per un'immensa laguna di brillantezza che si trovava esattamente di fronte a me, al livello del mio occhio. Dedussi, più che scorsi che si trattava della luce della strada, dato che io sapevo che nell'angolo c'era un lampione di sette metri di altezza. Seppi allora che mi era impossibile fare le sistemazioni percettive richieste per giudicare quello che stava sopra, abbasso, qui, là. Tutto sembrava trovarsi straordinariamente presente. Non disponeva di nessun meccanismo, come nella vita quotidiana, per sistemare la mia percezione. Tutto stava lì, di fronte, ed io non avevo volizione per costruire un procedimento adeguato che filtrasse quello che vedeva. Rimasi per strada, perplesso, fino a che incominciai ad avere la sensazione che stava levitando. Mi afferrai al palo metallico che sosteneva la luce e l'insegna della strada. Una forte brezza mi alzavo. Stava scivolando per il palo fino a che lessi con chiarezza il nome della strada: Ashton. Mesi dopo, quando nuovamente ebbi il sogno di guardare al mio corpo che dormiva, aveva già un repertorio di cose per fare. Nel corso di mio trasognare abituale aveva imparato che quella che conta in quello stato è la volontà: la materialità del corpo non ha rilevanza. È solo un ricordo che fa più lento all'ensoñador. Scivolai verso fosse della stanza senza titubanze, poiché non doveva portare a termine i movimenti di aprire una porta o di camminare per potere muovermi. Il corridoio e la scala non mi sembrarono oramai tanto enormi come la prima volta. Avanzai galleggiando con gran facilità e finii per strada, dove mi proporsi avanzare tre stalle. Mi resi allora conto che le luci erano ancora immagini molto perturbatrici. Se metteva a fuoco la mia attenzione in esse, si trasformavano in stagni di volume incommensurabile. Gli altri elementi di quello sogno furono facili da controllare. Gli edifici erano straordinariamente grandi, ma i suoi tratti mi risultavano conosciuti. Riflettei che cosa fare. Ed allora, in una maniera abbastanza casuale, mi resi conto che se non fissava la vista alle cose e li guardava solo, come facciamo nel


nostro mondo quotidiano, poteva ordinare la mia percezione. In altre parole, si seguiva alla lettera le istruzioni di Don Juan, e prendeva mio trasognare come un fatto, poteva utilizzare le risorse percettive della mia vita di tutti i giorni. Dopo alcuni momenti lo scenario diventò controllabile, sebbene non completamente normale. La seguente volta che ebbi un sogno simile andai al ristorante dell'angolo. Lo scelsi perché normalmente andava lì sempre, all'alba. Nel mio sogno vidi di sempre alle conosciuti meseras che lavoravano il turno di quell'ora; vidi una fila di gente che mangiava nel banco, ed esattamente alla fine dello stesso vidi ad un tipo strano, un uomo al quale vedeva tutti i giorni vagabondando per il recinto dell'Università della California, in Los Angeles. Egli fu l'unica persona che realmente mi vide. Nell'istante in cui arrivai sembrò sentirmi. Diventò e mi osservò. Trovai lo stesso uomo nelle mie ore di veglia, alcuni giorni dopo, nello stesso ristorante. Mi vide e sembrò riconoscermi. Si inorridì e si andò correndo senza darmi opportunità di parlargli. In un altro sogno, ritornai una volta allo stesso posto ed allora fu quando cambiò il corso mio trasognare. Quando stava vedendo il ristorante dall'altro lato della strada, la scena si alterò. Non poteva continuare oramai a vedere gli edifici conosciuti. Invece di quello, vidi un scenario primigenio. Non era oramai di notte. Era un giorno brillante, ed io mi trovavo contemplando una valle esuberante. Piante paludose di un verde profondo, con forma di giunchiglie, crescevano ovunque. vicino a me c'era un promontorio di rocce di tre o quattro metri di altezza. Un'enorme tigre denti di sciabola si trovava seduto lì. Rimasi pietrificato. Ci guardiamo fissamente l'un l'altro durante lungo momento. Il volume della bestia era sorprendente e, tuttavia, non risultava grottesco né sproporzionato. Aveva una testa splendido, grande occhi colore miele oscuro, zampe voluminose ed un'enorme scatola toráxica. Quello che più mi impressionò fu il colore dei capelli. Era uniformemente di un marrone oscuro, quasi cioccolato, e mi ricordavo grani oscuri di caffè tostatura, ma lucidi; la tigre aveva un capelli extrañadamente lungo, né unto né ingarbugliato. Non sembrava i capelli di un puma né quello di un lupo o di un orso polare. Paragonava qualcosa che io non aveva mai sottoabito. Da allora quello diventò routine per me vedere quella tigre. In certe occasioni, lo scenario era offuscato, freddo. Vedeva pioggia nella valle: pioggia spessa, copiosa. Altre volte, la valle era ricoperta per luce solare. Molto spesso poteva vedere ad altre tigri denti di sciabola nella valle, ascoltare il suo insolito ruggito cigolante: un suono del più asqueante per me. La tigre non mi toccavo mai. Ci guardavamo l'un l'altro ad una distanza di tre o quattro metri. Tuttavia, io sapevo quello che voleva. Si stava abituando a respirare in una maniera specifica. Arrivò tanto bene un momento in mio trasognare in che poteva imitare la respirazione della tigre, che sentii che mi trasformavo in tigre. Dissi agli apprendisti che una conseguenza tangibile di mio trasognare era che il mio corpo era diventato più muscoloso. Dopo avere sentito la mia relazione, Néstor si meravigliò di quanto distinto era il trasognare di essi al mio. Essi avevano compiti concreti in un sogno. La sua era trovare cure per tutto quello che affliggeva al corpo umano. Quella di Benigno era predire, prevedere, trovare soluzioni per qualunque cosa che fosse una preoccupazione umana. Il compito di Pablito consisteva in trovare maniere di costruire. Néstor disse che a causa di quelli compiti egli negoziava con piante medicinali; Benigno aveva un oracolo e Pablito era falegname. Aggiunse che, fino a quello momento, appena i tre avevano graffiato la superficie di suo trasognare e che non avevano niente sostanziale che informare. - Tu potrai pensare che siamo riusciti molto - continuò -, ma non è così. Genaro ed il nagual facevano tutto per noi e per queste quattro vecchie. Ancora non abbiamo fatto niente per noi stessi. - Mi sembra che il nagual ti preparasse in una maniera differente - osservò Benigno con gran lentezza e deliberazione -. Tu sei dovuto essere una tigre e con ogni sicurezza giri un'altra volta tigre. Quello fu quello che passò al nagual. egli era stato prima un corvo e quando stette in questa vita diventò un'altra volta corvo. - Il problema è che quello tipo di tigre non esiste oramai - fece notare Néstor -. Non abbiamo sentito mai quello che può passare in quello caso. Mosse la sua testa di lato a lato per includere a tutti i presenti con quello gesto. - Io so quello che passa - assicurò la Grassa -. Ricordo che il nagual Juan Matus richiamava a quell'il sogno fantasma. Disse che nessuno di noi ha fatto mai quello tipo di trasognare, perché non siamo violenti né distruttivi. Mai il lo fece. E disse che chiunque che lo faccia è marcato per il destino per avere alleati ed aiutanti fantasmi.


- Che cosa vuole dire quello, Grassa? - domandai. - Vuole dire che non sei come noi - rispose cupamente. La Grassa si vedeva molto agitata. Si mise in piede e camminò di un estremo ad un altro della stanza quattro o cinque volte, fino a che nuovamente prese posto al mio fianco. Ci fu una breccia di silenzio nella conversazione. Josefina masticò qualcosa di inintelligibile. Anche ella sembrava essere molto nervosa. La Grassa tentò di tranquillizzarla, abbracciandola ed applaudendo egli la schiena. Josefina ti dice qualcosa su Scelse - mi annunciò la Grassa. Tutti girarono a Josefina, senza emettere una sola parola, con gli occhi interroganti. - Malgrado Scegliesse è sparito dalla faccia della terra - continuò la Grassa -, ancora è uno di noi. E Josefina conversa ogni tanto con lui. Improvvisamente, tutti si trovavano molto attenti. Si guardarono l'un l'altro e dopo mi guardarono. - Si trovano nel sogno - condannò la Grassa, drammaticamente. Josefina inalò con forza; sembrava stare nel pinnacolo del nervosismo. Il suo corpo si scosse convulsivamente. Pablito si stese sopra a lei, nel suolo, e cominciò a respirare con forza, obbligandola a respirare all'unisono con lui. - Che cosa è quello che sta facendo? - domandai alla Grassa. - Che cosa è quello che stai facendo! A poco non puoi vederlo? - rispose con tono tagliarti. Gli sussurrai che mi rendevo conto che Pablito stava tentando di calmarla, ma che il procedimento era una novità per me. Spiegò che gli uomini hanno un'abbondanza di energia nel plesso solare, la quale le donne possono immagazzinare nel ventre. Semplicemente Pablito stava trasmettendo energia a Josefina. Josefina si sedette e mi sorrise. Si era calmato totalmente. - Perché davvero vedo a Scelse tutto il tempo - confermò -. Mi aspetta tutti i giorni. - E perché non ci dicesti mai niente di quello? - rimproverò Pablito con tono di malumore. - Me lo disse - interruppe la Grassa, e dopo proseguì con una lunga spiegazione di quello che significava per tutti noi che Scelse ci trovassimo a nostra disposizione. Aggregò che ella stava aspettando un mio segno per rivelare le parole di Scelse. - Non ti camminare per i rami, donna! - cigolò Pablito -. Dicci quello che disse. - Quello che disse non lo disse per te! - gridò la Grassa, come risposta. - E ferma chi lo disse, allora? - domandò Pablito. - Per questo nagual - gridò la Grassa, segnalandomi. La Grassa Lei scuso per alzare la voce. Disse che tutto quello che Scelse aveva detto era complesso e misterioso e che ella non poteva tirare fuori né piedi né testa di tutto quello. - Io nient'altro l'ascoltai. Quello fu tutto quello che potei fare: ascoltarlo - continuò la Grassa. - Vuoi dire che anche tu hai visto a Scelse? - indagò Pablito con un tono che era un miscuglio di ira e di attesa. - Sì - rispose la Grassa, quasi sussurrando -. Prima non poteva parlare di questo perché doveva aspettarlo. Mi segnalò e dopo mi spinse con le due mani. Momentaneamente persi l'equilibrio e cadeva un lato. - Che cosa è questo? Che cosa stai facendogli? - censurò Pablito con voce molto arrabbiata -. A poco quelli sono dimostrazioni di amore indio? Diventai alla Grassa. Ella fece un gesto con le labbra affinché stesse in silenzio. - Scelse dice che tu sei il nagual, ma che non sei per noi - mi notò Josefina. Ci fu un silenzio mortale nella stanza. Non seppi che cosa pensare dell'asseverazione di Josefina. Dovetti sperare fino a che un altro parlasse. - Ti senti come se ti avessero tolto un peso di sopra, no? - mi punse la Grassa. Dissi a tutti che non aveva opinioni di nessun tipo. Si vedevano come bambini sconcertati. La Grassa aveva un'aria di un maestri di cerimonia che è completamente addolorata. Néstor si mise in piede ed affrontò la Grassa. Gli disse una frase in mazateco. Suonava come ordine o rimprovero. - Dicci tutto quello che sai, Grassa - continuò in castigliano -. Non hai diritto a giocare con noi, a conservarti qualcosa importante nomás per te. La Grassa protestò con veemenza. Spiegò che si era guardato quello che sapeva, perché Scelse l'ordinò che così lo facesse. Josefina assentì con la testa.


- Tutto questo te lo disse o lo disse a Josefina? - domandò Pablito. - Stavamo giunte - spiegò appena la Grassa con un sussurro udibile. - Vuoi dire che Josefina e tu ensueñan giunte? - esclamò Pablito, senza alito. La sorpresa nella sua voce coincise con l'onda di commozione che sembrava avere invaso tutti gli altri. - Esattamente che disse loro Scelse loro due? - finì Néstor quando l'impatto aveva diminuito. - Disse che io dovevo aiutare al nagual a ricordare il suo lato sinistro - rispose la Grassa. - Sai tu di che cosa sta parlando questa? - mi domandò Néstor. Non c'era maniera che io potessi saperlo. Dissi loro che cercassero le risposte in se stessi. Ma nessuno di essi espresse nessun suggerimento. - Disse a Josefina altre cose che ella non può ricordare - proseguì la Grassa -. E così stiamo in una vera confusione. Scelse disse che tu sei definitivamente il nagual e che devi aiutarci, ma che non sei per noi. Solo quando ricordi il tuo lato sinistro potrai portarci a dove dobbiamo andare. Néstor parlò a Josefina con tono paterno e l'urse a che ricordasse quello che Scelse aveva detto, invece di chiedere che io ricordassi qualcosa che doveva stare in alcuno specie di chiave, dato che nessuno di noi poteva decifrare niente di quello. Josefina retrocedè e corrugò il cipiglio come se si troverà sotto un peso tremendo che l'opprimeva. In realtà, sembrava un polso di straccio che stava essendo compressa. L'osservò autenticamente affascinato. - Non posso - ella ammise finalmente -. Io so di che cosa sta parlandomi quando parla con me, ma ora non posso dire di che cosa si tratta. Non mi esce. - Ricordi alcuno parola? - domandò Néstor -. Qualunque parola? Josefina tirò fuori la lingua, scosse la testa di lato a lato e gridò contemporaneamente: - No, non posso. - Che classe di sogno facce tu, Josefina? - gli domandai. - L'unica classe che so - rispose con secchezza. - Io ti dissi già come il mio faccio - gli ricordai -. Ora tu mi dici come egli fai tuo. - Io chiudo gli occhi e vedo una parete - precisò Josefina -. È come una parete di nebbia. Scelse mi aspetta lì. Mi porta attraverso la parete e mi insegna cose. Suppongo che mi insegna cose; non Lei che è quello che facciamo, ma facciamo insieme qualcosa. Poi mi ritorna alla parete e mi lascia andare. Ed io mi dimentico di quello che vidi. - Come successe che andasti via con la Grassa? - segnalai. - Scelse mi disse che la portasse - rispose -. I due speriamo la Grassa e quando si mise a fare il suo sogno la tiriamo e la spingiamo fino all'altro lato della parete. L'abbiamo fatto già due volte. - Come la tirasti? - domandai. - Non so! - replicò provocatorio -. Ma ti aspetto e quando faccia il tuo sogno ti tiro ed allora sai già. - Puoi tirare a chiunque? - domandai. - Chiaro - rispose sorridente -. Ma non lo faccio perché non serve da niente. Tirai la Grassa perché Scelse mi disse che voleva dirgli qualcosa, nomás perché ella è più giudiziosa di me. - Allora Scelse ti ha dovuto dire le stesse cose, Grassa - intercedè Néstor con una fermezza che mi era ignorata. La Grassa fece un strano gesto. Inclinò la testa, aprendo la bocca per i lati, alzò le spalle ed alzò le braccia al di sopra della sua testa. - Josefina ti disse già quello che passò - concedè -. Non c'è maniera che io possa ricordare. Scelse parlata con una velocità distinta. Egli mi conversa, ma il mio corpo non lo capisce. No. No. Il mio corpo non può ricordare, quello è quello che passa. Io so che disse che questo nagual si ricorderebbe e ci porterebbe a dove dobbiamo andare. Non potè dirmi più perché c'era molto da dire in molto pochino tempo. Disse che qualcuno, non ricordo chi, sta sperandomi specialmente. - Quello è tutto quello che disse? - insistè Néstor. - La seconda volta che lo vidi, mi assicurò che tutti noi andavamo a dovere ricordare il nostro lato sinistro, presto o tardi, se è che vogliamo andare a dove dobbiamo andare. Ma egli è quello che deve ricordare in primo luogo. Mi segnalò e nuovamente mi spinse come l'aveva fatto la volta anteriore. La forza del suo spintone mi lanciò rimbalzando come palla. - Per che motivo fai questo, Grassa? - protestai, un tanto fastidioso. - Sto tentando di aiutarti a ricordare. Il nagual Juan Matus mi disse che doveva darti un spintone


di quando in quando, per scuoterti. La Grassa mi abbracciò con un movimento molto ripido. - Aiutaci, nagual - supplicò -. Staremo peggio che morti se non c'aiuti. Io stavo per piangere. Non a causa del dilemma dia essi, bensì perché sentiva qualcosa agitandosi dentro me. Era qualcosa che stava tentando di uscire dal momento in cui andammo a quello paese. La supplica della Grassa mi rompevo il cuore. Allora ebbi un altro attacco di quello che sembrava essere iperventilazione. Un sudore freddo mi avvolse e dopo dovetti vomitare. La Grassa mi servì con ogni sollecito. Fedele alla sua pratica di sperare di rivelare un risultato, neanche la Grassa volle considerare che discutessimo nostro vedere insieme ad Oaxaca. Durante vari giorni si mostrò distante e deliberatamente disinteressata. Neanche voleva parlare del mio malessere. Neanche le altre donne. Don Juan normalmente sottolineava la necessità di aspettare il momento più appropriato per lasciare uscire qualcosa che portiamo immagazzinato. Io comprendevo le ragioni delle azioni della Grassa, benché pensassi che la sua insistenza in sperare era un tanto irritante e che era in disaccordo con le nostre necessità. Non poteva rimanere con essi molto tempo, e così chiesi che ci riunissimo per condividere tutto quello che sapevamo. Ella fu inflessibile. - Dobbiamo sperare - disse -. Dobbiamo dare ai nostri corpi l'opportunità di proporzionarci una soluzione. Il nostro compito è ricordare, non con le nostre menti bensì coi nostri corpi. Tutti noi lo capiamo così. Mi guardò inquisitivamente. Sembrava cercare una chiave che gli dicesse se anche io avevo compreso il compito. Riconobbi trovarmi completamente sconcertato, poiché io ero effettivamente un estraneo. Io ero solo, ed essi si tenevano gli alcuni agli altri per darsi appoggio. - Questo è il silenzio dei guerrieri - disse ridendo, e dopo aggiunse con un tono conciliatorio -. Ma questo silenzio non vuole dire che non possiamo parlare di altre cose. - Forse dobbiamo tornare alla nostra vecchia discussione di perdere la forma umana. C'era irritazione nei suoi occhi. Gli spiegai dettagliatamente che, specialmente quando si trattava di concetti strani, a me Lei dovevo chiarificare costantemente i suoi significati. - Esattamente, che cosa vuoi sapere? - domandò. - Tutto quello che mi voglia dire. - Il nagual mi fece capire che perdere la forma umana porta la libertà - disse -. Io credo che sia così. Ma non ho sentito quella libertà, ancora non. Ci fu un altro momento di silenzio. Ovviamente, la Grassa calcolava la mia reazione. - Che classe di libertà è quella, Grassa? - La libertà di ricordarti a te stesso. Il nagual disse che perdere la forma umana è come una spirale. Si dà la libertà di ricordare, e questo, a sua volta, ti fa ancora più libero. - Perché non hai sentito ancora quella libertà? Scricchiolò la lingua ed alzò le spalle. Sembrava confusa o riluttante a proseguire la conversazione. - Sono legata a te. Fino a che tu perda la tua forma umana e possa ricordare, io non potrò sapere quale quella libertà è. Ma chissà tu non possa perdere la tua forma umana non sia che primo ricorda. In qualche modo, non dovremmo stare parlando di questo. Perché non conversi coi Genaros? La Grassa parlò con l'aria di una madre che invia fuori a suo figlio a giocare. Non mi disturbò nella cosa più minima. In qualunque altra persona, facilmente io avrei preso quell'atteggiamento come arroganza o disprezzo. Mi piaceva stare con la Grassa, quell'era la differenza. Trovai a Pablito, Néstor e Benigno nella casa di Genaro, avvolti in un estraneo gioco. Pablito si trovava sospeso, più o meno ad un metro del suolo, in qualcosa che sembrava essere un arnese di cuoio oscuro che aveva fagotto con cinturini al petto, sotto le ascelle. L'arnese somigliava un grosso gilet di cuoio. Concentrando la mia attenzione, vidi che in realtà Pablito si trovava fermo in alcuni grossi cinturini che facevano una curva sotto l'arnese, come staffe. Si sentiva sospeso, nel centro della stanza, mediante due archi che passavano al di sopra della grossa trave trasversale che sosteneva il soffitto. Ogni corda sosteneva l'arnese, al di sopra delle spalle di Pablito, grazia ad alcuni anelli di metallo. Néstor e Benigno tiravano di una corda ciascuna chi. Si trovavano in piede, uno di fronte all'altro, sostenendo a Pablito nell'aria per la forza della sua pulsione. Pablito, a sua volta,


afferrava con tutte le sue forze due pali lunghi e magri che erano stati impalati nel suolo e che stavano comodamente nelle sue mani strette. Néstor stava alla sinistra di Pablito, e Benigno, alla destra. Il gioco sembrava essere una guerra di tirate da tre lati, una feroce battaglia tra la quale tiravano e quello che si trovava sospeso. Quando entrai nella stanza, tutto quella che potei sentire fu la pesante respirazione di Néstor e Benigno. I muscoli delle sue braccia e dei suoi colli erano gonfi per la tensione. Pablito non perdeva di vista a nessuno dei due, concentrandosi su ognuno con sguardi fugaci. I tre si trovavano tanto assorti nel suo gioco che neanche notarono la mia presenza o, se lo fecero, non poterono rompere la sua concentrazione per salutarmi. Néstor e Benigno si guardarono l'un l'altro da dieci a quindici minuti, in silenzio totale. Dopo, Néstor tentò di ingannarlo sciogliendo la sua corda. Benigno non cadde nella trappola, ma Pablito sé. Accettò ancora più la sua mano sinistra ed appoggiò i suoi piedi nei pali per puntellare la sua posizione. Benigno approfittò di quello momento per dare una poderosa tirata, nel preciso istante in che Pablito allentava la sua forza. La tirata prese per sorpresa a Pablito e Néstor. Benigno si pese dalla corda con tutto il suo peso, Néstor non potè manovrare oramai e Pablito lottò disperatamente per equilibrarsi. Fu inutile. Benigno aveva vinto. Pablito si scese dall'arnese ed arrivò fino a dove io mi trovavo. Gli chiesi che mi parlasse del suo straordinario gioco. Mi sembrò un tanto riluttante per parlare. Néstor e Benigno ci si unirono dopo avere conservato le sue attrezzature. Néstor disse che il gioco era stato inventato per Pablito chi trovò la struttura nel suo sogno e dopo lo concepì come gioco. In un principio si trattava di un artificio che permetteva di tendere contemporaneamente i muscoli a due di essi. Si alternavano per essere elevati. Ma, dopo, il sogno di Benigno permise loro di entrare in un gioco nel quale i tre tendevano i muscoli ed acutizzavano la sua agilità visuale rimanendo in stato di all'erta, a volte per ore. - Benigno crede ora che questo sta aiutandoci affinché i nostri corpi ricordino - proseguì Néstor -. La Grassa, per esempio, gioca di una maniera ben rara. Guadagna sempre, non importa in che posizione si metta. Benigno crede che sia perché il suo corpo ricorda. Domandai loro se anche essi osservavano la regola del silenzio. Risero. Pablito disse che, meglio di niente, la Grassa voleva essere come il nagual Juan Matus. L'imitava deliberatamente, fino a nei dettagli più assurdi. - Vogliono dire che allora sé possiamo parlare tra noi di quello che passo l'altra notte? domandai, quasi perplesso, poiché la Grassa era stata tanto enfatica rifiutandosi di farlo. - Noi non abbiamo intoppi - riconobbe Pablito -. Tu sei il nagual. - Qui, Benigno si ricordò di qualcosa ma bene, ben strano - precisò Néstor, senza guardarmi. - Io credo che fosse a metà un sogno - addugliò Benigno -. Ma Néstor crede che no. Sperai con pazienza. Con un movimento a capofitto, li ursi a che continuassero. - L'altro giorno egli si ricordò che tu gli insegnasti come trovare orme di gente nella terra floscia - dichiarò Néstor. - Dovette essere stato un sogno - dissi. Voleva ridere della cosa assurda che era quello, ma i tre mi guardarono con occhi supplicanti. - È assurdo - calcai. - In qualche modo, è meglio che ti dica che io ho un ricordo sembrato - disse Néstor -. Tu mi portasti ad alcune rocce e mi spiegasti come nascondermi. Egli mio non fu a metà un sogno. Io ero ben sveglio. Un giorno continuava a camminare con Benigno, cercando piante, ed improvvisamente mi ricordai che tu mi insegnasti, e così mi nascosi come tu mi insegnasti e gli attaccai un sustazo a Benigno. - Ti insegnai io? Come potè essere? Quando? Stava incominciandomi a mettere nervoso. Nessuno di essi sembrava scherzare. - Quando? Lì sta la cosa - convenne Néstor -. Non possiamo accordarci di quando. Ma Benigno ed io sappiamo che tu eri. Mi sentii pesante, oppresso. La mia respirazione diventò più difficoltosa. Ebbi paura di tornare a sentirmi male. In quello momento decisi di contarloro quello che la Grassa ed io avevamo visto insieme. Parlare di quello mi calmò. Alla fine della mia narrazione, di nuovo poteva controllarmi già. - Il nagual Juan Matus ci lasciò un pochino aperti - disse Néstor -. Tutti noi possiamo vedere un


po'. Vediamo buchi nella gente che ha figli ed anche, di volta in volta, vediamo un piccolo splendore nella gente. Dato che tu non vedi niente, sembra che il nagual ti lasciasse completamente chiuso affinché stia aprendo da dentro. Ora già l'aiutasti può vedere per sé stessa o, altrimenti, sta lasciando che la porti a spalla. Dissi loro che quello che era successo ad Oaxaca era potuto essere un caso. Pablito pensò che dovremmo andare alla roccia favorita di Genaro e sederci lì con le teste giunte. Gli altri due dissero che l'idea era brillante. Io non presentai obiezioni. Benché stessimo seduti lì un lungo momento, niente passò. Ma ci sentiamo molto bene. Quando ci trovavamo ancora seduti nella roccia contai loro dei due uomini che la Grassa ed io credemmo che erano Don Juan e dono Genaro. Scivolarono immediatamente della roccia ed entrarono a casa della Grassa. Néstor era il più agitato. Era quasi incoerente. Tutto quello che potei capire fu, così supposi, che tutti essi stavano aspettando un segno di questa natura. La Grassa stava aspettandoci alla porta. Sapeva già quello che io avevo detto loro. - Solamente io volevo dare tempo al mio corpo - chiarì, prima che noi potessimo dire qualcosa -. Doveva essere completamente sicura, e lo sto già. Erano il nagual e Genaro. - Che cosa ci sono in quelle capanne dove sparirono? - domandò Néstor. - Non si misero lì - assicurò la Grassa -. Si andarono camminando per il campo aperto, verso il Questo. In direzione di questo paese. Sembrava essere decisa a riappacificarli. Chiese loro che rimanessero, ma ricusarono, si scusarono ed andarono via. Era sicuro che si sentivano scomodi in presenza di lei chi sembrava essere molto arrabbiata. Piuttosto io mi divertii con le esplosioni di temperamento della Grassa, e questo era abbastanza contrario alle mie reazioni normali. Mi ero sentito sempre inquieto in presenza di qualcuno che era arrabbiato, con la misteriosa eccezione della Grassa. Durante le prime ore della notte ci riuniamo nella stanza della Grassa. Tutti si vedevano preoccupati. Presero silenziosamente posto, guardando al piano. La Grassa tentò di iniziare la conversazione. Spiegò che non era stato oziosa che fece certe indagini e che trovò una soluzione. - Questo non è un tema di fare indagini - disse Néstor -. Questo è un compito di ricordare col corpo. Sembrava che tutti stessero deliberando tra sé, a giudicare dagli assensi che Néstor ottenne degli altri. Quello ci lasciò a parte. - Combatte ricorda anche qualcosa - continuò Néstor -. Ella credeva che fosse la sua pura stupidità, ma sentendo quello che io ricordai, ci disse che questo nagual la portò con una guaritrice e la lasciò lì affinché lo curassero gli occhi. La Grassa e mi girammo verso Corrida. Ella inclinò la testa come se fosse imbarazzata. Parlò tra denti. Sicuramente il ricordo gli era molto doloroso. Disse che quando Don Juan la trovò per la prima volta, i suoi occhi erano infettati e non poteva vedere. Qualcuno la portò in automobile una gran distanza, ad una guaritrice che la guarì. Combatte sempre fu convinta che Don Juan aveva fatto quello, ma sentendo la mia voce si rese conto che io fui chi la portò lì. L'incongruenza di tale ricordo l'affondò in un'agonia dal primo giorno che mi conobbe. - I miei uditi non mi mentono - aggiunse Corrida dopo un lungo silenzio -. Tu fosti quello che mi portò lì. - Impossibile! Impossibile! - gridai. Il mio corpo incominciò a scuotersi, fosse di controllo. Ebbi una sensazione di dualità. Chissà quello che io chiamo il mio essere razionale, incapace di controllare al resto di me prese posto come spettatore. Un mia parte osservava, mentre un'altra si scuoteva.


IV. IL TRAGHETTAMENTO DI I LIMITROFO DELL'AFFETTO - Che cosa sta passandoci, Grassa? - gli domandai quando gli altri erano andati. - I nostri corpi stanno ricordando, ma non mi dà che cosa è quello che ricordano - determinò. - Credi in quelli ricordi di Corrida, Néstor e Benigno? - Certo. Essi sono gente seria. Non si metterebbero a dire così quelle cose nomás per che sì. - Ma quello che dicono è impossibile. Mi credi, verità, Grassa? - Io credo che non possa ricordare, ma di un momento ad altro... Non concluse la frase. Venne al mio fianco ed incominciò a bisbigliare nel mio udito. Mi contò che c'era qualcosa che il nagual Juan Matus l'aveva obbligata a conservare fino a che arrivasse il momento propizio, qualcosa che dovrebbe usarsi solo quando non ci fosse nessuna altra uscita. Con un mormorio drammatico aggiunse che il nagual previó la nuova organizzazione che era sorto quando io mi portai a Josefina a Tula affinché stesse con Pablito. Disse che esisteva una debole opportunità che potessimo trionfare come gruppo se seguivamo l'ordine naturale di quell'organizzazione. Mi spiegò che, dato che ci trovavamo divisi in uguali, formavamo un organismo vivente. Eravamo un serpente, una vipera di sonaglio. Il serpente aveva quattro sezioni e si trovava divisa in due metà longitudinali, maschile e femminile. Assicurò che ella ed io conformavamo la prima sezione del serpente: la testa. Si trattava di una testa fredda, calcolatrice, velenosa. La seconda sezione, formata per Néstor e Combatte, era il fermo e bello cuore del serpente. Il terzo era il ventre: un ventre furtivo, capriccioso, desconfiable, che componevano Pablito e Josefina. E la quarta sezione, la coda, dove si trovava il sonaglio, era formata per il compagno che poteva tintinnare nel suo lingua tzotzil per ore nella vita reale intere, Benigno e Rosa. La Grassa si diresse della posizione che aveva adottato per sussurrare nel mio udito. Mi sorrise e mi diede alcune pacche nella schiena. - Scelse disse una parola che sta girandomi nella testa - continuò -. Josefina è di accordo con me in cui la parola era "sentiero", un ed un'altra volta. Andiamo per un sentiero! Senza darmi opportunità di formulare domande, annunciò che andava a dormire un momento e che dopo congregherebbe al gruppo affinché facessimo un viaggio. Iniziamo la strada prima della mezzanotte ed avanziamo sotto la brillante luce della luna. Tutti gli altri, in un principio, si mostrarono riluttanti ad uscire, ma la Grassa, con gran abilità, spiegò la supposta descrizione che Don Juan fece dal serpente. Prima di cominciare a camminare, combatte suggerì che portassimo cibo per se il viaggio risultava lungo. La Grassa respinse il suggerimento in base a che non avevamo idea della natura della giornata. Ricordò che il nagual Juan Matus una volta gli segnalò il principio di un sentiero, e gli disse che nell'opportunità corretta dovevamo andare a quello posto per lasciare che il potere del sentiero ci fosse rivelato. Aggiunse che non era verso capre, ordinario, bensì una linea naturale della terra, la quale, aveva detto il nagual, ci darebbe forza e conoscenza se potevamo seguirla ed essere uno con lei. Ci muoviamo abbassò una leadership mista. La Grassa apportava l'impeto e Néstor conosceva il terreno in questione. Ella ci guidò ad un posto nelle montagne. Néstor si fece allora carico e localizzò un sentiero. Era evidente la nostra formazione, con la testa guida come e gli altri ordinati di accordo col modello anatomico del serpente: cuore, intestini e coda. Gli uomini


andavano alla destra. Ogni compagno a metro e mezzo dietro il quale avanzava davanti ad essi. Camminiamo tanto rapida e come ci fu silenziosamente possibile. Alcuni cani abbaiarono per un momento; e conformi salivamo continuava solo a rimanere il suono dei grilli. Camminiamo molto. Di subitaneo, la Grassa si trattenne e prese il mio braccio. Ci segnalò verso davanti. A circa venti o trenta metri, esattamente nel centro del sentiero, si trovava la spettacolare sagoma di un uomo enorme, di più di due metri di altezza. Ci bloccava la strada. Ci raggruppiamo in un mucchio stretto. I nostri occhi si trovavano fissi nella forma oscura. Non si muoveva. Dopo un momento, Néstor avanzò alcuni passi verso lui. Fino ad allora si mosse la figura. Venne verso noi. Nonostante essere gigantesca, camminava agilmente. Néstor ritornò correndo. Nel momento in che ci si unì, l'uomo si trattenne. Audacemente, la Grassa cedè un passo verso lui. L'uomo corrispose con un altro verso noi. Era evidente che se continuavamo andando verso davanti, sbatteremmo col gigante. E non eravamo partito per lui, fosse quello che fosse. Senza sperare di comprovarlo, presi l'iniziativa, spinsi all'indietro a tutti e velocemente li allontanai da quello posto. Ritorniamo a casa della Grassa, in silenzio totale. Ci prese ore arrivare. Eravamo assolutamente esausti. Quando ci trovavamo già a salvo, seduti nella stanza della Grassa, questa parlò: Siamo lavati - mi disse -. Non volesti che avanzassimo. Quella cosa che vedemmo nel sentiero era uno dei tuoi alleati, verità? Escono dai suoi nascondigli quando tu li tiri. Non risposi. Non aveva caso da protestare. Ricordai le innumerevoli volte in che io credei che Don Juan e dono Genaro si erano congiurati l'uno con l'altro. Io credevo che mentre Don Juan parlava con me nell'oscurità, Don Genaro si mettesse un travestimento per spaventarmi, e Don Juan insisteva in che era un alleato. L'idea che avesse alleato o entità nel mondo che scappano alla nostra attenzione quotidiana, risultava troppo inverosimile per me. Ma dopo, la mia forma di vita mi fece scoprire che gli alleati dei quali Don Juan parlava sé esistevano in realtà; erano, come egli dicesse, entità nel mondo. Con un'esplosione autoritaria, strano per me nella mia vita di tutti i giorni, mi misi in piede e dissi alla Grassa ed il resto che li aveva una proposta e che potevano accettarla o ricusarla. Se erano pronti per andare via lì di me mi trovavo disposto ad assumere la responsabilità di portarli ad un'altra parte. Se non erano pronti, risentirei esonerato di ogni relazione ulteriore con essi. Sentii un germoglio di ottimismo e sicurezza. Nessuno disse niente. Mi guardarono silenziosamente, come se nel suo interno soppesassero la mia proposta. - Quanto tempo porterebbe loro unire tutte le sue cose? - domandai. - Non abbiamo cose - disse la Grassa -. Andremo via come stiamo. E possiamo andarci in questo stesso minuto se è necessario. Ma se possiamo aspettare tre giorni, tutto andrà meglio. - Che cosa passerà con le case che hai? - domandai. - Soledad si incaricherà di quello. Quell'era la prima occasione in che si menzionava il nome di signora Soledad, dall'ultima volta che l'aveva vista. Questo mi intrigò tanto che transitoriamente dimenticai il dramma del momento. Mi sedetti. La Grassa si mostrò indecisa a rispondere alla mia domanda, circa signora Soledad. Néstor si affrettò e replicò che signora Soledad camminava per di là, ma che nessuno di essi sapeva gran cosa delle sue attività. E veniva senza avvisare a nessuno, e la sistemazione tra essi consisteva in che essi curerebbero la casa di lei, e viceversa. Signora Soledad sapeva che essi dovrebbero andare tardi o presto, e che ella assumerebbe la responsabilità di fare quello che fosse necessario per disporre delle proprietà. - E come l'avvisano? - domandai. - Quella è cosa della Grassa - rispose Néstor -. Noi non sappiamo dove sta. - Dove sta signora Soledad, Grassa? - domandai. - Come diavoli lo so? - mi replicò. - Ma tu sei chi la fiamma - disse Néstor. La Grassa mi guardò. Era un sguardo casuale, ma mi diede un brivido. Potei riconoscere quello sguardo; ma, di dove? Le profondità del mio corpo si agitarono, il mio plesso solare acquisì una solidità che prima non aveva sentito mai. Il mio diaframma sembrava spingere per il suo proprio conto. Mi trovavo considerando se dovrebbe tendermi nel suolo, quando all'improvviso mi trovai fermo. - La Grassa non sa - li notai -. Io sono l'unico che sa dove sta. Ci fu una commozione, chissà più in me che in nessuno. Aveva appena fatto quell'affermazione senza nessuna base razionale. Tuttavia, nel momento in cui la feci ebbi la convinzione esatta che


sapeva dove si trovava. Fu come un lampo che attraversò la mia coscienza. Vidi una zona montagnosa con becchi aridi, molto rugosi; un terreno scabroso, freddo e desolato. Non appena avevo parlato, il mio susseguente pensiero cosciente fu che senza dubbio aveva visto quello paesaggio in un film e che la pressione di stare con quella gente si stava causando un collasso nervoso. Chiesi loro scuse per sconcertarli di quella maniera tanto strepitosa come involontaria. Tornai a prendere posto. - Vuoi dire che non sai perché dicesti quello? - mi domandò Néstor. Aveva scelto accuratamente ogni parola. La cosa naturale, almeno per mio, era che avesse detto: "Cosicché in realtà non sai dove sta." Dissi loro che qualcosa sconosciuto mi ero impossessato. Descrissi loro il terreno che vidi ed esposi la certezza che ebbi che signora Soledad si trovava lì. - Quello ci passa dritto - corroborò Néstor. Diventai verso la Grassa chi assentì. Gli chiesi che si spiegasse. - Queste cose rare e confuse stanno venendoci alla testa - rinforzò la Grassa -. Domanda a Corrida, o a Rosa, o a Josefina. Da quando avevano iniziato la sua nuova organizzazione di vita, Combatte, quasi Rosa e Josefina non mi parlavano. Si limitarono a salutarmi ed a fare commenti triviali sul cibo o il tempo. Combatte evitò i miei occhi. Mormorò che aveva pensato che in momenti ricordava altre cose. - A volte, davvero ti odio - mi disse -. Credo che stia facendo lo stupido. E dopo mi ricordo che fosti molto malato per noi. Eri tu? - Indubbiamente egli era - intervenne Rosa -. Io anche ricordo cose. Mi ricordo di una signora che era molto buona con me. Mi insegnò a lavarmi, e questo nagual mi tagliò per la prima volta i capelli, mentre la signora mi tenevo battibecco perché io ero impaurita. Quella signora mi amavo. È stato l'unica persona che si è preoccupato per me. Con molto piacere sarebbe andato alla tomba per lei. - Chi era quella signora, Rosa? - gli domandò la Grassa con l'alito interrotto. - Egli sa - affermò Rosa. Tutti mi guardarono, aspettando una risposta. Mi arrabbiai e gridai a Rosa che non doveva continuare affermando cose che erano accuse in realtà. In nessun modo io stavo mentendoloro. Rosa non si alterò davanti alla mia esplosione. Calmadamente mi spiegò che si ricordava della signora dicendolo che io ritornerei qualche giorno, dopo essere stato guarito della mia malattia. Comprese che la signora stava servendomi, badando affinché io recuperassi la salute; pertanto, doveva sapere chi ella era e dove stava, dato che già era sano. - Era malato di che cosa, Rosa? - volli sapere. - Ti ammalasti perché non potevi seguire col tuo mondo - affermò con la massima convinzione -. Qualcuno mi disse, e di questo credo che faccia molto tempo che tu non stavi fatto per noi, la stessa cosa che Scelse disse alla Grassa nel suo sogno. Tu andasti via per quel motivo e Combatte non ti perdonò mai. Ti odia oltre questo mondo. Combatte protestò che i suoi sentimenti verso me non avevano niente a che vedere con quello che Rosa stava dicendo. Ella semplicemente era di temperamento brusco e si arrabbiava con facilità davanti alle mie stupidità. Domandai a Josefina se anche ella si ricordava. - Certo - affermò con un sorriso -. Ma tu mi conosci già, sono pazza. Non puoi fidarti di mio. Non sono degna di fiducia. La Grassa insistè nel ascoltare quello che Josefina ricordava, ma questa non volle dire niente e tutti si misero a discutere; finalmente, Josefina a me si diresse: - Che caso ha tutto questo pettegolezzo di ricordarsi? È pura bava - affermò -. E non vale un fischietto. Josefina sembrò avere guadagnato un punto su tutti noi. Non ci fu oramai più che dire. Tutti incominciarono a mettersi in piede per andare via. - Mi ricordo che mi comprasti vestiti begli - disse improvvisamente Josefina -. Non ti ricordi di quando caddi dalle scale di un negozio? Quasi mi ruppi la gamba e tu dovesti tirarmi fuori carica. Tutti girarono a prendere posto con gli occhi fissi in Josefina. - Anche ricordo ad una vecchia pazza - continuò -. Mi attaccavo e mi girovagava per tutta la casa fino a che tu ti arrabbiasti e la fermasti. Mi sentii esasperato. Tutti pendevano dalle parole di Josefina, quando lei stessa c'aveva detto che


non ci fidassimo di lei perché era pazza. Aveva ragione. I suoi ricordi erano aberrazione pura per me. - Anche io so perché ti ammalasti - proseguì -. Io stavo lì. Ma non mi ricordo dove. Ti portarono all'altro lato della parete di nebbia per cercare questa stupida Grassa. Mi suppongo che si sarebbe perso. Non avesti forza per ritornare. Quando ti tirarono fuori già eri quasi morto. Il silenzio che seguì a queste rivelazioni fu oppressivo. Io ebbi paura di fare più domande. - Non posso ricordare perché demoni andò a dare là la Grassa, o chi ti portò di ritorno - continuò Josefina -. Ma sì mi ricordo che eri tanto malato che non potevi riconoscermi oramai. Questa stupida Grasso giuramento che non ti conosceva quando arrivasti per la prima volta a questa casa alcuni mesi fa. Io ti riconobbi subito. Mi ricordai che tu eri il nagual che si ammalò. Vuoi sapere una cosa? Credo che questi vecchi nomás si sta facendo i difficili. Ed anche gli uomini, specialmente quello stupido Pablito. Devono ricordarsi. Anche essi stavano lì. - Puoi accordarti dove stavamo? - domandai. - No. Non posso - negò Josefina -. Ma se tu mi porti lì, lo saprò. Quando noi stavamo lì ci dicevano gli ubriachi, perché camminavamo sempre nauseati. Io ero il meno nauseato di tutti, per quel motivo mi ricordo bene. - Chi ci diceva ubriachi? - domandai. - A te no, solo a noi - replicò Josefina -. Non so chi, il nagual Juan Matus, suppongo. Guardai ad ognuno di essi, ed ognuno sfuggì il mio sguardo. - Stiamo arrivando alla fine - mormorò Néstor, come se parlasse con sé stesso -. Già la nostra fine sta gettandoci sopra. Sembrava stare sull'orlo delle lacrime. - Dovrebbe sentire mi accontento ed orgoglioso perché arriviamo già alla fine dei nostri giorni continuò -. E tuttavia sono triste. Puoi spiegarmi quello, nagual? Improvvisamente, tutti stavamo tristi. Perfino la provocatoria Corrida aveva rattristato. - Che cosa passa a tutti voi? - domandai con tono convivente -. Di che fine stanno parlando? - Io credo che tutti sanno di che fine si tratta - manifestò Néstor -. Ultimamente sto sperimentando sentimenti strani. Qualcosa ci chiama. E non ci lasciamo andare via come dovremmo. C'afferriamo. Pablito ebbe un vero momento di galanteria e mirò che la Grassa era l'unica tra essi che non si afferrava a niente. Il resto, mi assicurò, erano egoisti quasi irrimediabili. - Il nagual Juan Matus ci disse che quando sia il momento di andarci di questo mondo avremo un segno - espose Néstor -. Qualcosa che in realtà ci piaccia c'uscirà al passo per portarci. - Disse che non deve essere niente grandioso - aggiunse Benigno -. Qualunque cosilla che ci piaccia sarà sufficiente. - Per me, il segno apparirà con la forma dei soldatini di piombo che non ebbi mai - mi disse Néstor -. Una fila di ussari a cavallo verrà per portarmi. Che cosa sarà nel tuo caso? Ricordai che una volta Don Juan mi ero detto che la morte si nascondeva dietro qualunque cosa immaginabile, perfino dietro un punto nel mio quaderno di note. Mi diede dopo la metafora definitiva della mia morte. Io gli avevo detto che una volta camminando per la Hollywood Boulevard, in Los Angeles, aveva sentito il suono di una tromba che toccava una vecchia, idiota canzonetta popolare. La musica veniva da un negozio di dischi all'altro lato della strada. Io non avevo sentito mai prima un suono tanto bello. Diedi appuntamento estasiato a lui. Dovetti sedere nel marciapiede. Il limpido suono metallico di quella tromba si accodarsi diretto al mio cervello. Lo sentii al di sopra della mia tempia destra. Mi riappacificò fino a che mi ubriacai con lui. Quando concluse seppi che ci non sarebbe mai maniera di ripetere quell'esperienza, ed ebbi il sufficiente disinteresse per non continuare a correre al negozio a comprare il disco ed una squadra stereofonica nel quale toccarlo. Don Juan disse che quell'era stato un segno che mi fu dato per i poteri che governano il destino degli uomini. Quando mi arrivi il momento di lasciare il mondo, in qualunque forma che sia, ascolterò lo stesso suono di quella tromba, la stessa canzonetta idiota, lo stesso trombettista ineguagliabile. Il giorno dopo fu frenetico per tutti. Sembravano dovere infinite cose fare. La Grassa disse che le sue faccende erano personali e che dovevano essere eseguiti per ognuno di essi senza nessun aiuto. Anche io dovevo cose fare. Mi fece molto bene rimanere solo. Maneggiai fino al paese vicino che mi ero ammattito tanto. Fui diretto alla casa che c'affascinasse. Bussai alla porta. Una


signora aprì. L'inventai la storia che io, da bambino, vissi in quella casa e che voleva vederla di nuovo. La signora era molto gentile. Mi lasciò percorrere la casa, scusandosi reiteradamente per un inesistente disordine. C'era una provvista di ricordi nascosti in quella casa. Lì si trovavano, poteva sentirli, ma non potei ricordare niente. Al giorno dopo, la Grassa uscì all'alba; io giudicai che starebbe fuori tutto il giorno, ma ritornò verso le dodici. Si vedeva molto fastidiosa. - Venne già Soledad e vuole vederti - mi avvisò spontaneamente. Senza un'altra parola di spiegazione mi portò alla casa di signora Soledad. Questa si trovava alla porta. Si vedeva più giovane e più forte dell'ultima volta che parlai con lei. Gli dava appuntamento solo una lieve somiglianza alla donna alla quale io avevo conosciuto prima anni. La Grassa sembrava sul punto di sciogliere le lacrime. La tensione nervosa per la quale passavamo faceva che il suo umore andasse via perfettamente comprensibile. Andò via senza dire una parola. Signora Soledad disse che aveva solo molto poco tempo per parlare con me e che era disposta a sfruttare fino all'ultimo secondo. Si mostrava stranamente differente. C'era un tono di urbanità in ogni parola che diceva. Feci un gesto per interromperla e formulare una domanda. Voleva sapere dove era stato. Ella mi disprezzò in una maniera delicata. Scelse accuratamente ogni parola, e riaffermò che la mancanza di tempo gli permetterebbe solo di dire quello che fosse essenziale. Osservò nei miei occhi durante un momento che mi sembrò lungo e poco naturale. Questo mi disturbò. Durante quello lasso bene potè parlare con me e rispondermi varie domande. Ruppe il silenzio ed incominciò a dire quello che io giudicai pure cose assurde. Disse che mi aveva attaccato come me glielo chiesi il giorno in cui attraversiamo per la prima volta le linee parallele, e che sperava solo che l'attacco fosse stato effettivo e che avesse compiuto il suo proposito. Volli gridargli che io non gli avevo chiesto mai niente di quello. Non capiva niente di linee parallele e tutto quello che mi dicevo era insensato. Ella chiuse le mie labbra con la sua mano. Mi tirai indietro automaticamente. Sembrò rattristarsi. Disse che non c'era maniera che potessimo parlare perché in quello momento stavamo in due linee parallele e nessuno dei due aveva l'energia sufficiente per attraversarli; solamente i suoi occhi mi esprimerebbero il suo stato di coraggio. Senza ragione apparente cominciai a tranquillizzarmi; qualcosa dentro me si sentì comodo. Notai che le lacrime rodavano per le mie guance. E dopo, una sensazione incredibile mi conferì momentaneamente. Fu un istante, ma egli sufficientemente lungo come per scuotere le fondamenta della mia coscienza, o della mia persona, o dei quali io credo e sento che io sono stesso. Durante quello breve istante seppi che ella ed io ci trovavamo molto prossimi l'un l'altro in proposito e temperamento. Le nostre circostanze erano simili. Gli dissi, senza dire parola alcuna che la nostra era stata una lotta ardua, ma che quella lotta non finiva ancora. Non finirebbe mai. Ella mi dicevo addio. Mi dicevo che le nostre strade non girerebbero mai ad attraversare che eravamo arrivati finalmente di un sentiero. Un'onda persa di adesione, di parentela, sorse da qualche inimmaginabile angolo oscuro di me stesso. Fu un lampo, esplose come un carico elettrico nel mio corpo. L'abbracciai; la mia bocca si muoveva, diceva cose che non avevano significato per me. I suoi occhi si illuminarono. Ella mi dicevo anche qualcosa che io non potevo comprendere. La cosa unica che mi era chiaro era che io avevo attraversato le linee parallele, e questo non aveva nessun significato pragmatico per me. C'era un'angoscia immagazzinata dentro mio che spingeva verso fuori. Alcuno forza inspiegabile mi fendevo. Non poteva respirare e tutto si oscurò. Sentii che qualcuno si muoveva, mi scuotevo delicatamente. Il viso della Grassa diventò nitido. Mi trovavo costruzione nel letto di signora Soledad, e la Grassa era seduta al mio fianco. Ci trovavamo soli. - Dove sta signora Soledad? - domandai. - Andò via - rispose la Grassa. Voleva contare tutto alla Grassa. Ella me lo chiese. Aprì la porta. Tutti gli apprendisti si trovavano fuori, aspettandomi. Si erano messi i suoi vestiti più parchadas. La Grassa mi spiegò che strapparono le altre che avevano. Incominciava già ad imbrunire. Aveva dormito per ore. Senza parlare, camminiamo a casa della Grassa, dove il mio atto si trovava stazionato. Tutti si


ammucchiarono dentro, come bambini che vanno alla sua passeggiata domenicale. Prima di salire all'atto rimasi contemplando la valle. Il mio corpo iniziò una lenta rotazione e fece un circolo completo, come se avesse volontà, proposito per sé stesso. Sentii che mi trovavo catturando l'essenza di quello posto. Voleva conservarlo dentro mio, perché sapeva inequivocabilmente che non lo girerebbe mai a vedere in questa vita. Gli altri l'avevano fatto sicuramente già. Erano liberi di malinconia, ridevano e si facevano scherzi. Strappai l'atto ed andammo via. Quando arriviamo all'ultima curva della strada, il sole si stava mettendo, e la Grassa gridò che mi trattenessi. Uscì dall'atto e corse fino ad una piccola collina che si trovava vicino alla strada. L'arrampicò e lanciò un'ultima occhiata alla sua valle. Estese le sue braccia verso lui e tentò di inalarlo. Discendere quelle montagne ci prese stranamente un tempo breve; fu un viaggio senza nessun tipo di contrattempi. Tutti andavano silenziosi. Tentai di iniziare una conversazione con la Grassa, ma ella si negò del tutto. Spiegò che quelle montagne erano possessive e che esigevano essere padrone di essi, e che se non conservavano la sua energia, le montagne non lascerebbero loro mai andare. Una volta che arriviamo alle terre basse, tutti si azzardarono molto più, la Grassa specialmente. Sembrava gorgogliare di energia. Perfino mi proporzionò informazioni senza nessuna coazione della mia parte. Una delle cose che disse fu che il nagual Juan Matus gli aveva detto, e Soledad glielo confermò che c'era un altro lato in noi. Sentendo questo, gli altri si unirono alla conversazione con domande e commenti. Tutti si sentivano terribilmente confusi con gli strani ricordi che avevano di eventi che logicamente non erano potuti succedere. Dato che alcuni di essi mi avevano conosciuto prima alcuni mesi, ricordarmi in un passato remoto era qualcosa che oltrepassava i confini della ragione. Parlai loro del mio incontro con signora Soledad. Descrissi loro la mia sensazione dell'avere conosciuta intimamente da prima, e soprattutto, la sensazione di avere attraversato inequivocabilmente quello che ella chiamava le linee parallele. Questo ultimo causò loro una gran agitazione; sembrava che avessero ascoltato già in precedenza il termine, ma io non ero sicuro che comprendesse quello che significava. Per me era una metafora. Ma non potrebbe assicurare se sarebbe la stessa cosa per essi. Quando c'avvicinavamo alla città di Oaxaca espressero il desiderio di visitare il posto dove la Grassa assicurò che Don Juan e dono Genaro erano spariti. Maneggiai diretto fino a quello posto. Uscirono affrettatamente dall'atto e sembravano stare orientandosi, annusando qualcosa, cercando orme. La Grassa segnalò la direzione nella quale credeva che Don Juan e dono Genaro erano andati. - Commettesti un errore terribile, Grassa - disse Néstor in voce molto alta -. Quello non è il Questo, è il Nord. La Grassa protestò e difese la sua opinione. Le donne l'appoggiarono, come Pablito. Benigno non volle compromettersi; continuava solo guardando mi mangio se io fossi quello che proporzionerebbe la risposta, egli quale feci. Mi riferii alla mappa della città di Oaxaca che aveva nell'atto. Certamente la direzione che la Grassa segnalava era il Nord. Néstor commentò che era stato sicuro, dal primo momento, che la sua partenza del paese non fu prematura o forzata nella cosa più minima; il cronometraggio era stato corretto. Gli altri non ebbero tale sicurezza e le sue titubanze furono a causa dell'errore della Grassa. Essi avevano creduto, come la Grassa che il nagual segnalò verso il paese, egli quale significava che dovevano rimanere lì. Io ammisi, dopo l'avere considerato, che in fin dei conti io ero l'unico colpevole, perché, malgrado avesse la mappa, non l'utilizzai in quello momento. Poi menzionai loro avere dimenticato dirloro che uno dei due uomini, quello che io credei che era Don Genaro, c'aveva chiamati a capofitto con un movimento. Gli occhi della Grassa si aprirono con sorpresa genuina, o perfino allarme. Ella non percepì il gesto, affermò. Il segno era stato solo per me. - Stiamo già! - esclamò Néstor -. I nostri destini sono bollati! Tornò per dirigersi agli altri. Tutti essi parlavano contemporaneamente. Néstor fece gesti frenetici con le mani, per calmarli. - La cosa unica che spero è che tutti voi abbiano fatto quello che dovevano fare come se non andassero mai a ritornare - espresse -. Perché non ritorniamo oramai.


- Stai dicendoci la verità? - mi domandò Corrida con un sguardo feroce nei suoi occhi, e gli altri mi contemplarono pieni di ansietà. Assicurai loro che io non avevo nessuna ragione per inventarlo. Il fatto che io avessi visto a quell'uomo impadronendo gesti della testa non aveva nessun significato per me. Inoltre, neanche era convinto che quegli uomini fossero stati Don Juan e dono Genaro. - Sei molto abile - disse Corrida -. Forse stai dicendoci tutto questo affinché ti seguiamo tranquillamente. - Sente, un momento - obiettò la Grassa -. Questo nagual potrà essere tutta la cosa abile che voglia, ma non farebbe mai così qualcosa. Tutti incominciarono a parlare contemporaneamente. Tentai di mediare e dovetti gridare, al di sopra delle sue voci, che in qualche modo quello che avrebbe potuto vedere, non significava niente. Molto cortesemente, Néstor mi spiegò che Genaro aveva detto loro che quando arrivasse il momento di abbandonare la valle, in qualche modo egli glieli farebbe sapere con un movimento della sua testa. Tutti stettero in silenzio quando dissi loro che se i suoi destini si trovavano bollati per quell'evento, la stessa cosa succedeva col mio: tutti andremmo verso il Nord. Dopo, Néstor ci portò ad un posto dove alloggiarci, una casa di pensione nella quale egli si sistemava quando faceva i suoi commerci nella città. Tutti si mostravano contenti, tanto che mi facevano sentire scomodo. Perfino Corrida mi abbracciò e si scusò per essere tanto problematica. Mi spiegò che ella credette a piedi la Grassa juntillas e pertanto non si erano presi il disturbo di rompere definitivamente i suoi vincoli. Josefina e Rosa sembravano stare in un parossismo di allegria e mi davano feroci manate nella schiena un ed un'altra volta. Io volevo parlare con la Grassa. Doveva discutere il nostro corso di azione. Ma non ci fu maniera di essere a sole con lei quella notte. Néstor, Pablito e Benigno uscirono molto presto nella mattina per sistemare alcuni temi. Combatte, anche Rosa e Josefina andarono a fare spese. La Grassa mi chiese che l'aiutasse ad acquisire i suoi vestiti nuovi. Voleva che io lo scegliessi un vestito: una selezione perfetta che gli darebbe fiducia in sé stessa, necessaria per essere una guerriera fluida. Lo trovai non solo il vestito, bensì una tenuta completa. La portai a fare una passeggiata. Vagabondiamo per il centro della città come un paio di turisti, guardando gli indi coi suoi abiti regionali. Essendo una guerriera senza forma, la Grassa si trovava perfettamente a gusto nella sua eleganza. Si vedeva rapitrice. Era come se non avesse vestito mai altrimenti. Io ero chi stava allarmato. Mi risultava impossibile formulare le domande che voleva fare alla Grassa, malgrado quello dovesse essere tanto facile per me. Non aveva idea di che cosa domandargli. Gli dissi, con gran serietà, che la sua nuova apparenza mi colpiva oltremodo. Molto sobriamente, rispose che il traghettamento dei limitrofo dell'affetto era quello che mi ero alterato. - Ieri sera attraversiamo alcuni limitrofo - aggiunse -. Soledad mi ero detto già quello che andava a succedere, e così io ero preparata. Ma tu no. Incominciò a spiegarmi lentamente quello che significava che la notte anteriore avremmo trasbordato alcuni limitrofo di affetto. Enunciava ogni sillaba come se parlasse con un bambino o con un straniero. Ma io non potevo concentrarmi. Ritorniamo alla nostra pensione. Doveva riposare, e tuttavia finii uscendo nuovamente. Combatte, Rosa e Josefina non avevano potuto trovare niente e volevano qualcosa come la tenuta della Grassa. A metà pomeriggio stava di giro nell'alloggio ammirando le sorelline. Rosa aveva difficoltà con le scarpe di tacco alto. Stavamo facendogli scherzi sui suoi piedi quando la porta si aprì con lentezza e Néstor fece la sua drammatica apparizione. Vestiva un abito azzurro. I suoi capelli stavano accuratamente pettinatura ed un po' felpato, come se avesse usato un'asciugatrice. Li guardò le donne e lo guardarono. Pablito entrò, seguito per Benigno. I due erano impressionanti. Le sue scarpe erano nuove e gli abiti sembravano tagliati alla misura. La mia sorpresa era totale vedendoli a tutti essi in vestiti citadinas. Mi ricordavano enormemente a Don Juan. Chissà mi trovavo tanto commosso vedendo ai tre Genaros col suo abiti citadinos, come l'era stato vedendo a Don Juan vestendo abito, e tuttavia accettai istantaneamente il cambiamento. D'altra parte, benché non mi sorprendessi la trasformazione delle donne, per alcuno ragione non poteva abituarmi a lei. Pensai che i Genaros aveva avuto un magico colpo di fortuna per potere trovare abiti tanto


perfetti. Essi risero quando mi sentirono entusiasmarmi per la sua fortuna. Néstor mi chiarì che un sarto aveva fatto loro gli abiti da mesi. - Ognuno di noi ha un altro abito - confermò -. È più, abbiamo anche valigie di cuoio. Sapevamo già che la nostra vita nelle montagne aveva finito. E siamo già pronti per partire! Ovviamente, primo devi dirci a dove andiamo. E quanto tempo rimarremo qui anche. Mi spiegò che aveva alcuni vecchi temi che soddisfare e che aveva bisogno di tempo per chiuderli. La Grassa si fece carico e con gran sicurezza ed autorizzazione affermò che quella notte andremmo tanto lontano come il potere ce lo permettesse; conseguentemente, avevano fino al fine del giorno per sistemare i suoi temi. Néstor e Pablito si trattennero nella porta, titubavano. Mi guardarono, sperando alcuno conferma. Pensai che egli meno che poteva fare era essere onesto con essi, ma la Grassa mi interruppe giusto quando incominciava a dire che non aveva la più remota idea di quello che facciamo. - Ci vedremo all'imbrunire nella panca del nagual - disse la Grassa -. Partiremo di lì. Per allora abbiamo dovuto fare qui tutto quello che abbiamo o vogliamo fare, sapendo che mai più in questa vita ritorneremo. La Grassa ed io rimaniamo assoli una volta che tutti andarono via. Con un movimento ripido ed un tanto rozzo, ella si sedette nelle mie gambe. Era tanto leggera che io potevo fare che tutto il suo magro corpo tremasse con solo contrarre i muscoli dei miei polpacci. Il suo capello aveva una fragranza peculiare. Scherzai dicendolo che il suo profumo era intollerabile. Ella rideva e si scuoteva quando, del niente, un sentimento mi arrivò... Un ricordo? Improvvisamente era un'altra Grassa quella che era seduta nelle mie gambe, ed era obesa, di doppio tale della Grassa che conosceva. Ebbi la sensazione che io la curavo. L'impatto di quello spurio ricordo mi fece mettermi in piede. La Grassa cadde a terra strepitosamente. Gli descrissi quello che aveva appena "ricordato." Gli dissi che solo una volta l'aveva vista quando era grassa, tanto brevemente che non aveva idea dei suoi tratti, e, tuttavia, faceva un momento ebbi la visione del suo viso quando era obeso. Non fece nessun commento. Si tolse i vestiti e tornò a mettere il suo vecchio vestito. - Ancora non sono pronta per vestirmi così - annunciò, segnalando i suoi nuovi vestiti -. Ancora dobbiamo un'altra cosa fare prima che siamo liberi. Di accordo con le istruzioni del nagual Juan Matus, dobbiamo sederci insieme in un posto di potere che egli scelse. - Dove sta quello posto? - In alcuno parte delle montagne in questi paraggi. È come una porta. Il nagual mi disse che c'era una fessura naturale in quello posto che certi posti di potere sono buchi in questo mondo; se non hai forma, puoi passare per uno di quelli buchi verso la cosa ignorata, verso un altro mondo. Quello mondo ed est mondo in cui viviamo stanno in due linee parallele. Ci sono molte possibilità che tutti noi siamo stati portati attraverso quelle linee un o varie volte, ma non lo ricordiamo. Scelse sta in quell'altro mondo. A volte lui arriviamo attraverso il sogno. Josefina, ovviamente, è la migliore ensoñadora di noi. Attraversa le linee tutti i giorni, ma l'essere pazza le fa indifferente, fino ad un po' pagliaccia, e così Scelse mi aiutò ad attraversare le linee pensando che io ero più intelligente e risultai uguale di stupida. Scelse vuole che c'accordiamo del nostro lato sinistro. Soledad mi indicò che il lato sinistro è la linea parallela alla quale stiamo vivendo in questo momento. E così se Scelse vuole che lo ricordiamo, è perché dovemmo essere stato lì. E non in sogni. Per quel motivo è che tutti noi ricordiamo ogni tanto cose rare. Le sue conclusioni erano logiche date le premesse con le quali operava. Io capivo quello che ella stava dicendo; quelli ricordi desasociados che nessuno sollecitava, erano inzuppato della realtà della vita quotidiana, e tuttavia non potevamo trovare la sequenza temporanea che corrispondeva loro, nessuna apertura nel continua delle nostre vite dove potesse incastrare. La Grassa si inclinò nel letto. C'era prurito nei suoi occhi. - Quello che mi preoccupa è come quello posto di potere troviamo - si angosciò -. Senza quello, non c'è maniera di fare il viaggio. - Quello che mi preoccupa è a dove li porto a tutti voi e che cosa faccio con te - riflettei. - Soledad mi spiegò che andremmo al Nord, almeno fino alla frontiera - ricordò la Grassa -. Alcuni di noi andiamo chissà più al nord. Ma tu non c'accompagnerai fino al fine della nostra strada. Tu hai un altro destino. La Grassa rimase pensosa alcuni momenti. Corrugò il cipiglio con l'apparente sforzo di ordinare i suoi pensieri. - Soledad mi assicurò che tu porti a compiere il mio destino - enfatizzò -. Io sono l'unico di tutti


noi che sta al tuo carico. In tutto il mio viso dovette dipingere se l'allarma. Ella sorrise. - Anche Soledad mi notò che sei tamponato - proseguì la Grassa -. Tuttavia, hai momenti in che se sei un nagual. Dice Soledad che il resto del tempo è come un matto che è lucido solo per alcuni momenti e dopo affonda nuovamente nella sua pazzia. Signora Soledad aveva usato un'immagine che io potevo comprendere. Nella sua maniera di vedere, avevo dovuto avere un momento di lucidità quando seppi che aveva attraversato le linee parallele. Quello stesso momento, nel mio modo di pensare, fu il più incongruente di tutti. Certamente signora Soledad ed io ci trovavamo in distinte linee di pensiero. - Che più ti disse? - domandai. - Che doveva forzarmi a ricordare - rispose -. Si esaurì tentando di pulirmi la memoria, per quel motivo oramai non potè trattare con me. La Grassa si alzò; era pronta per uscire. La portai a passeggiare per la città. Si vedeva molto contenta. Andava da posto in posto osservando tutto, dilettando i suoi occhi nel mondo. Don Juan mi ero dato quell'immagine. Diceva che un guerriero sa che sta sperando e sa anche che cosa è quello che sta sperando, e, mentre spera, diletta i suoi occhi nel mondo. Per lui la massima impresa di un guerriero era il godimento. Quello giorno, ad Oaxaca, la Grassa seguiva alla lettera gli insegnamenti di Don Juan. Dopo il tramonto del sole, prima del crepuscolo, ci sediamo nella panca di Don Juan. Benigno, Pablito e Josefina arrivarono in primo luogo. Dopo alcuni minuti, gli altri tre ci si unirono. Pablito prese posto tra Josefina e Combatte ed abbracciò alle due. Tutti avevano girato a mettersi i suoi vecchi vestiti. La Grassa si incorporò ed incominciò a parlarloro del posto di potere. Néstor rise di lei e tutti gli altri gli fecero coro. - Mai più ci raggiri già con la tua aria di comando - criticò Néstor -. Ci liberiamo già di te. Ieri sera trasbordiamo i limitrofo. La Grassa seguì imperturbabile, ma gli altri stavano arrabbiati. Dovetti intervenire. Dissi a voce alta che voleva sapere più circa i limitrofo che avevamo trasbordato la notte anteriore. Néstor spiegò che quegli appartenevano loro solo ad essi. La Grassa fu in disaccordo. Sembrava che andassero già ad incominciare a litigare. Portai a Néstor ad un lato e l'ordinai che mi parlasse dei limitrofo. - I nostri sentimenti stabiliscono limiti attorno a qualunque cosa - espose -. Quanto più vogliamo qualcosa, più forte è il cerchio. In questo caso noi amavamo la nostra casa, e prima di andare dovemmo disfarci di quello sentimento. I sentimenti per la nostra terra arrivavano fino alla cima dalle montagne che stanno all'ovest della nostra valle. Quello fu il limitrofo, e quando attraversiamo la cima di quelle montagne, sapendo che non ritorneremmo mai già, li rompemmo. - Ma anche io sapevo che non andava a ritornare - dissi. - È che tu non amavi quelle montagne come noi - replicò Néstor. - Quello sta per verta - intervenne la Grassa, cripticamente. - Stavamo basso la sua influenza - intervenne Pablito, mettendosi in piede e segnalando alla Grassa -. Questo c'aveva della nuca. Ora mi rendo conto della cosa stupida che fui per colpa di lei. Non ha caso da piangere per quello che passò già, ma non mi girerà mai a succedere la stessa cosa. Combatte e Josefina si unirono a Néstor e Pablito. Benigno e Rosa osservavano tutto come se quello litigio non li spettasse oramai più. In quello momento sperimentai un altro istante di certezza e di condotta autoritaria. Mi alzai e, senza nessuna volizione cosciente della mia parte, annunciai che io mi facevo carico e che sostituiva la Grassa di qualunque obbligo ulteriore di fare commenti o di presentare le sue idee come unica soluzione. Quando finii di parlare mi meravigliai della mia audacia. Tutti, compreso la Grassa, erano contenti. La forza che generò la mia esplosione fu in primo luogo la sensazione fisica che le mie fosse nasali si aprivano, e dopo la certezza che io sapevo quello che Don Juan voleva dire e dove si trovava con esattezza il posto al quale dovevamo andare per potere essere liberi. Quando le mie fosse nasali si aprirono ebbi una visione della casa che mi aveva intrigato. Dissi loro a dove andavamo ad andare. Tutti accettarono le mie istruzioni, senza discutere e perfino senza commenti. Paghiamo nella pensione ed andammo a cenare. Dopo, passeggiiamo per la piazza fino alle undici della notte. Andammo al mio atto, si ammucchiarono rumorosamente dentro lui, e c'incamminiamo a quello misterioso paese. La Grassa rimase sveglia


per diventare compagnia, mentre gli altri dormivano. Dopo, Néstor maneggiò e la Grassa ed io dormiamo. V. UNA ORDA DI STREGONI IRACONDI Ci trovavamo nel paese quando spuntò l'alba. In quello momento presi il volante e maneggiai verso la casa. La Grassa mi chiese che mi trattenessi un paio di stalle prima di arrivare. Uscì dall'atto ed incominciò a camminare per l'alta panca. Tutti uscirono, uno ad uno. Seguirono la Grassa. Pablito venne al mio fianco e disse che doveva stazionare l'atto nello zoccolo, il quale si trovava ad una stalla di lì. Quello feci. Nel momento in cui vidi che la Grassa girava l'angolo seppi che qualcosa gli succedeva. Si trovava straordinariamente pallida. Me venne e mi sussurrò che andava ad andare a sentire la prima messa. Combatte voleva anche fare la stessa cosa. Le due attraversarono lo zoccolo ed entrarono nella chiesa. Non aveva visto mai tanto ombrosi a Pablito, Néstor e Benigno. Rosa era spaventata, con la bocca aperta, gli occhi fissi, senza battere ciglio, guardando verso la casa. Solamente Josefina risplendeva. Mi diede un'amichevole e gioviale manata nella schiena. - Pazzo, figlio del calcio - esclamò -. Distò loro già nella mera torre a questi figli dalla chingada! Rise fino a che quasi perse l'alito. - Questo è il posto, Josefina? - gli domandai. - Certo - disse -. La Grassa andava sempre alla chiesa. Era una vera beata in quelli tempi. - Ti ricordi di quella casa che sta lì? - gli domandai, segnalandola. - È la casa di Silvio Manuel - rispose. Tutti saltiamo sentendo quello nome. Io sperimentai qualcosa di simile ad un benigno scarico di corrente elettrica che passavo per le ginocchia. Definitivamente il nome non mi era conosciuto, e tuttavia il mio corpo saltò sentendolo. Tutto quello che mi fu successo pensare fu che Silvio Manuel era un nome sonoro e melodioso. I tre Genaros e Rosa si trovavano tanto perturbati come me. Notai che tutti essi erano impalliditi. A giudicare da quello che sentii, io dovevo essere tanto pallido come essi. - Chi è Silvio Manuel? - finalmente potei domandare a Josefina. - Ora sé mi afferrasti - disse -. Non so. Josefina reiterò allora che era pazza e che niente di quello che dicesse doveva prendersi sul serio. Néstor lo supplicò che ci riferisse tutto quello che ricordasse. Josefina tentò di pensare, ma era del tipo di persone che non funzionano ben bassa pressione. Io sapevo che ella potrebbe farlo se nessuno gli domandava niente. Proposi che cercassimo una panetteria o qualunque posto dove mangiare. - A me non mi lasciavano fare niente in quella casa; quella è la cosa unica di quello che mi ricordo - disse improvvisamente Josefina. Diventò intorno suo come se cercasse qualcosa, o come se tentasse di orientarsi. - Ci sia qui qualcosa che manca! - esclamò -. Questo non è esattamente come era. Tentai di aiutarla formulando domande che considerai appropriate, come se erano certe case quelle che mancavano, o se queste erano state dipinte, o se si erano costruiti altre, ma Josefina non potè determinare quale la differenza era. Camminiamo alla panetteria e compriamo pani di dolci. Quando andavamo di ritorno allo zoccolo ad aspettare la Grassa e Corrida, improvvisamente Josefina si diede un colpo nella fronte come se un'idea l'avesse fulminata. - So già che cosa è quello che manca! - gridò -: È quello sguattero parete di nebbia! Qui stava prima. Ora oramai non. Tutti incominciamo a parlare contemporaneamente, facendo gli domandi circa la parete, ma Josefina continuò parlando senza ammattirsi, come se non stessimo lì. - Era una parete di nebbia che si sollevava fino al cielo - disse -. Stava esattamente qui. Lì ogni volta che rovesciava la testa, stava la sguattero parete. Mi girò matta. Figlio della chingada! Io camminavo bene del cocco fino a che quella parete mi fece impazzire. La vedeva "con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi. Credeva che quella parete mi camminava seguendo. Per un istante Josefina perse la sua vivacità naturale. Un sguardo di disperazione apparve nei suoi occhi. Io avevo visto quello tipo di sguardo in persone con esperienze psicotiche.


Affrettatamente gli suggerii che si mangiasse il suo pane. Ella Lei calmo subito ed incominciò a mangiarlo. - Che cosa pensi di tutto questo, Néstor? - domandai. - Ho paura - rispose soavemente. - Ti ricordi di qualcosa? Negò scuotendo la testa. Interrogai a Pablito ed a Benigno con un movimento di sopracciglia. Essi negarono con la testa. - E tu, Rosa? - domandai. Rosa saltò quando sentì che gli parlava. Sembrava avere perso la parlata. Tenia un pane nella sua mano e gli fu rimasto guardando, come se non decidesse che cosa fare con lui. - Indubbiamente si ricorda - assicurò Josefina, ridendo -, ma è morta di paura. A poco non vedi che gli esce pipí fino a per le orecchie? Josefina sembrava credere che la sua asseverazione era scherzo massimo. Si piegò della risata e lasciò cadere a terra il pane. Lo raccolse, lo scosse la polvere e se lo mangiò. - I matti fino a mangiano merda - disse, dandomi una manata nella schiena. Néstor e Benigno si vedevano molto allarmati con le stravaganze di Josefina. Ma Pablito era felice. C'era un sguardo di ammirazione nei suoi occhi. Scuoteva la testa e scricchiolava la lingua come se tale grazia fosse inconcepibile. - Andiamo alla casa - c'urse Josefina -. Là li converserò molte cose. Gli dissi che dovevamo aspettare la Grassa e Corrida; inoltre, era ancora molto presto per disturbare la gentile dama che viveva lì. Pablito disse che nel corso del suo lavoro di falegnameria era stato in quello paese e conosceva una famiglia che preparava cibo per viaggiatori. Josefina non voleva sperare, era questione di andare alla casa o andare a mangiare. Optai per andare a fare colazione ed ordinai a Rosa che fosse alla chiesa a cercare la Grassa e Corrida, ma, galantemente, Benigno si offrì á aspettarli e portarli dopo al posto dove faremmo colazione. All'opinione, anche egli sapeva dove rimaneva. Pablito non ci portò direttamente lì. Invece di quello, ed alla mia petizione, facemmo una lunga deviazione. C'era un antico ponte nella periferia del paese che io volevo esaminare. L'aveva visto dall'atto quello giorno in cui la Grassa ed io veniamo per la prima volta. La struttura del ponte sembrava coloniale. Avanziamo per il ponte ed all'improvviso ci trattenemmo bruscamente alla metà. Domandai ad un uomo che era lì che tanto antico era il ponte. Rispose che l'aveva visto tutta la sua vita e che egli aveva già più di cinquanta anni di età. Pensai che il ponte esercitava un fascino unico solo per me, ma vedendo gli altri dovetti concludere che ad essi li aveva colpiti anche. Néstor e Rosa stavano ansimando, senza potere respirare. Pablito si reggeva in Josefina, ed a sua volta ella si reggeva in me: - Ti ricordi di qualcosa, Josefina? - domandai. - Quello maledetto Silvio Manuel sta all'altro lato del ponte - disse, segnalando verso l'altro estremo, che si trovava come a circa nove metri. Guardai a Rosa chi assentì affermativamente con la testa. Sussurrò che una volta ella aveva attraversato quello ponte con gran paura e che qualcosa stava aspettandola dell'altro lato per divorarla. I due uomini non potevano offrire aiuto. Mi guardarono, perplessi. Ognuno di essi disse che aveva paura senza nessuna ragione. Fui di accordo con essi. Sentii che di notte non oserei attraversare il ponte per tutto l'oro del mondo. Non seppi perché. - Che più ricordi, Josefina? - gli domandai. - Il mio corpo ora sé si spaventò già - disse -. Non posso accordarmi di nient'altro. Il maledetto Silvio Manuel sta sempre nell'oscurità. Domanda a Rosa. Con un movimento della mia testa, invitai a Rosa a parlare. Assentì affermativamente tre o quattro volte ma non potè vocalizzare le sue parole. La tensione che io stesso mi trovavo sperimentando era insolita, ma reale. Tutti stavamo fermi nel ponte, alla metà, senza potere cedere un altro passo nella direzione che Josefina aveva segnalato. Finalmente, Josefina prese l'iniziativa e diede mezza rovesciata. Ritorniamo camminando al centro del paese. Dopo, Pablito ci portò ad una casa abbastanza grande. La Grassa, Combatte e Benigno stavano facendo colazione già, ed avevano ordinato cibo per noi. Io non avevo fame. Pablito, Néstor e Rosa si trovavano offuscati; Josefina mangiò con gran appetito. C'era un silenzio ominoso nel tavolo. Nessuno volle vedermi agli occhi quando tentai di iniziare una conversazione. Dopo la colazione camminiamo alla casa. Nessuno disse una parola. Toccai nella porta e quando


la dama uscì gli spiegai che desiderava mostrare la casa ai miei amici. La signora titubò alcuni momenti. La Grassa gli diede qualcosa di denaro e si scusò per disturbarla. Josefina ci guidò direttamente fino al fondo. Non aveva visto quella parte della casa quando stetti prima. C'era un patio lastricato, con stanze distribuite intorno a lui. Alcuni pesanti attrezzi di semina erano stati immagazzinati nei coperti corridori. Ebbi la sensazione che aveva visto quello patio quando non c'era tanto disordine. C'erano otto stanze, due in ognuno dei quattro lati del patio. Néstor, Pablito e Benigno sembravano stare per vomitare. La Grassa respirava profondamente. Prese posto con Josefina in una panca fatta nella parete stessa. Combatte e Rosa entrarono in una delle stanze. Improvvisamente Néstor sembrò avere la bisogno di trovare qualcosa e sparì in un'altra stanza. Benigno e Pablito fece la stessa cosa. Rimasi solo con la signora. Volli conversare con lei, fargli domandi, verificare se conosceva a Silvio Manuel, ma non potei riunire energia per parlare. Il mio stomaco era fatto un nodo. Le mie mani colavano perspiración. Quella che mi opprimevo era una tristezza intangibile, l'anelito di qualcosa che non era presente che non poteva formularsi. Non potei sopportarlo. Stava per salutare la signora ed andare dalla casa quando la Grassa arrivò al mio fianco. Mi sussurrò che dovevamo entrare in una stanza che era visibile da dove ci trovavamo. Fummo lì. Era molto grande e vuoto, con un gran soffitto di travi, oscuro ma arieggiato. La Grassa richiamò tutti a quella stanza. La signora ci ci rimase solamente guardando ma non fu con noi. Tutti sembravano sapere precisamente dove sedersi. I Genaros lo fece alla destra della porta, ad un lato della stanza, e la Grassa e le tre sorelline si sedettero alla sinistra, nel lato opposto. Si accomodarono vicino alle pareti. Benché mi fosse piaciuto sedermi vicino alla Grassa, lo feci nel centro della stanza. Il posto mi sembrò appropriato. Non seppi perché, ma era come se un ordine ulteriore avesse determinato i nostri posti. Mentre rimasi seduto lì mi avvolse un'ondata di strani sentimenti. Mi trovavo passivo ed in riposo totale. Mi immaginai come se io fossi un schermo cinematografico nella quale proiettavano sentimenti di tristezza e di anelito che non erano miei. Ma non c'era niente che potesse riconoscere come un ricordo preciso. Rimanemmo in quella stanza più di un'ora. Verso il fine sentii che mi trovavo sul punto di scoprire la fonte di quella tristezza soprannaturale che si stava facendo piangere quasi senza controllo. Ma dopo, tanto involontariamente come c'eravamo seduti lì, ci mettemmo in piede ed usciamo della casa. Neanche salutiamo la signora, non gli ringraziammo. Ci riuniamo nello zoccolo. La Grassa affermò subito che come ella aveva perso la forma umana era ancora la testa del gruppo. Disse che prendeva quella posizione a causa delle conclusioni alle quali era arrivato in casa di Silvio Manuel. La Grassa sembrava aspettare qualche commento. Il silenzio degli altri mi era intollerabile. Finalmente dovetti dire qualcosa. - A che conclusioni arrivasti nella casa, Grassa? - gli domandai. - Credo che tutti sanno quali sono - mi replicò con un tono arrogante. - Non sappiamo niente di quello - dissi -. Ancora nessuno ha detto niente. - Non dobbiamo parlare, sappiamo - disse la Grassa. Insistei che io non potevo prendere per certo un evento di tale importanza. Dovevamo parlare dei nostri sentimenti. In quello che mi toccava, poteva rendere solo conto di avere trovato una sensazione devastatrice di tristezza e disperazione. - Il nagual Juan Matus aveva ragione - disse la Grassa -. Dovevamo sederci in quello posto di potere per essere liberi. Io sono già libero. Non so come passò questo, ma qualcosa uscì da me quando era seduta lì. Le tre donne furono di accordo. Gli uomini, no. Néstor disse che era stato per ricordare visi reali, ma che per quanto tentò di chiarire la sua visione qualcosa l'ostacolava. Tutto quella che aveva sperimentato era una sensazione di anelito e di tristezza di trovarsi ancora in questo mondo. Pablito e Benigno dissero più o meno la stessa cosa. - Ti rendi conto, Grassa? - dissi. La Grassa sembrava fastidiosa; arrossò e contrasse i muscoli del viso in un gesto di collera non l'aveva visto mai come in lei. O per caso l'aveva vista già così, in alcuno altra parte? Arringò al gruppo. Io non potevo prestare attenzione a quello che diceva. Mi trovavo immerso in un ricordo che non aveva forma, ma che si trovava quasi alla mia portata. Per sostenerlo sembrava che io avessi bisogno dell'impulso continuo della Grassa. La mia attenzione era fissa nel suono della sua voce, nella sua ira. In un momento determinato, quando ella attenuava la sua collera gli


gridai che era autoritaria. In realtà quello la disturbò. L'osservai alcuni momenti. Stava ricordando ad un'altra Grassa, un altro tempo; una Grassa obesa, iraconda che batteva il mio petto coi suoi pugni. Ricordai che io ridevo vedendola arrabbiata, e che tentava di placarla come se fosse una bambina. Il ricordo concluse al momento in cui la Grassa commerciò di parlare. All'opinione, ella si era resa conto di quello che io facevo. Mi diressi a tutti e dissi loro che ci trovavamo in una situazione precaria: qualcosa sconosciuto incombeva su noi. - Non incombe su noi - disse seccamente la Grassa -. Lo portiamo già addosso. Ed io credo che voi sanno di che cosa si tratta. - Io no, e credo parlare per il resto degli uomini - gli dissi. I tre Genaros assentì. - Noi abbiamo vissuto già in quella casa, quando stavamo nel lato sinistro - spiegò la Grassa -. Io mi sedevo in quell'angolo nella parete a piangere, perché non dava con che cosa era quello che doveva fare. Credo che se mi fossi potuto rimanere oggi un pochino più di tempo in quella stanza, avesse ricordato tutto. Ma qualcosa mi spinse ad uscire di lì. Io abituavo sedermi in quella stanza quando c'era lì più gente. Non potei ricordare i visi, sfortunatamente. Tuttavia, altre cose si rischiararono quando oggi mi sedetti lì. Non ho forma. Le cose mi vengono, buone o brutte. Per esempio, tornai ad afferrare della mia antica arroganza ed il mio desiderio di camminare arrabbiata. Ma tirai fuori anche altre cose, cose buone. - Io anche - disse Corrida con voce roca. - Quali sono le cose buone? - gli domandai. - Credo che stesse male odiarti - disse Corrida -. Quell'odio mi impedirà di potere volare. Quello mi dissero in quella stanza gli uomini e le donne. - Che uomini e che donne? - domandò Néstor con un tono di paura. - Io stavo lì quando essi stavano lì, quello è tutto quello che so - disse Corrida -. Anche tu stavi lì. Tutti noi stavamo lì. - Chi erano quegli uomini e quelle donne, Combatte? - gli domandai. - Io stavo lì quando essi stavano lì, quello è tutto quello che so - ripetè. - E tu, Grassa? - domandai. - Ti dissi già che non posso ricordare nessuna dei visi o qualcosa in concreto - disse -. Ma se so una cosa: tutto quello che abbiamo fatto in quella casa fu nel lato sinistro. Attraversiamo, o qualcuno ci fece attraversare, le linee parallele. Quelli ricordi strani che abbiamo sono di quello tempo, di quello mondo. Senza nessun accordo verbale, abbandoniamo lo zoccolo all'unisono e c'incamminiamo al ponte. La Grassa e Corrida corsero davanti a noi. Quando arriviamo al posto troviamo esattamente le due detenute dove noi l'avevamo fatto prima. - Silvio Manuel sta nell'oscurità - mi sussurrò la Grassa, con gli occhi fissi nell'altro lato del ponte. Combatte tremava. Tentò anche di parlare con me. Non potei comprendere quello che stava vociando. Tirai tutti e li ritirai del ponte. Pensai che chissà se potesse unire quello che sapevamo di quello posto, potremmo sistemarlo in una forma che c'aiuterebbe a comprendere il nostro dilemma. Ci sediamo nel suolo, ad alcuni metri del ponte. C'era molta gente affollandosi intorno, ma nessuno ci prestava attenzione. - Chi è Silvio Manuel, Grassa? - domandai. - Non aveva sentito mai fino ad ora quello nome - disse -. Non conosco quell'uomo, e tuttavia lo conosco. Mi arriva qualcosa come ondate quando ascolto il suo nome. Josefina me lo disse quando stavamo nella casa. Da quello momento, cose hanno incominciato ad arrivarmi alla mente o la bocca, igualito che a Josefina. Non pensai mai che un giorno io finirei per essere come Josefina. - Perché dicesti che Silvio Manuel sta nell'oscurità? - domandai. - Non ho idea - disse -, e tuttavia tutti sappiamo che quella è la verità. Sollecitai le donne affinché parlassero. Nessuna emise parola. La presi contro Rosa. Era stato per dire qualcosa tre o quattro volte. L'accusai di occultarci qualcosa. Il suo cuerpecito si agitò. - Attraversiamo questo ponte e Silvio Manuel stava aspettandoci all'altro lato - disse, con una voce appena udibile -. Io fui l'ultimo. Io sentii le grida degli altri quando egli glieli divorava. Volli fuggire correndo, ma quello demonio di Silvio Manuel stava nei due lati del ponte. Non


c'era come scappare. La Grassa, Combatte e Josefina stettero di accordo. Domandai loro se si trattava solo di una sensazione vaga e generale che avevano avuto o se era qualcosa di preciso che poteva seguirsi passo a passo. La Grassa disse che per lei era stato esattamente come Rosa l'aveva descritto, un ricordo che poteva seguire passo a passo. Le altre due furono di accordo. A voce alta mi domandai che cosa era successo con la gente che viveva intorno al ponte. Se le donne gridarono Rosa come disse che l'avevano fatto, ` i passanti dovevano li avere sentite; le grida avevano dovuto causare una commozione. Per un istante immaginai che tutto il paese aveva collaborato in una congiura. Un brivido mi percorse. Diventai verso Néstor e bruscamente l'espressi la dimensione totale della mia paura. Néstor disse che il nagual Juan Matus e Genaro, in realtà erano guerrieri di risultati supremi e che, come tali, erano esseri solitari. I suoi contatti con la gente erano di uno in uno. Non c'era possibilità che tutto il paese, o almeno la gente che viveva attorno al ponte, stesse coludida con essi. Per. che quello succedesse, disse Néstor, tutta quella gente avrebbe dovuto essere guerriera, egli quale era praticamente impossibile. Josefina si alzò e cominciò a camminare in circolo ad intorno mio, guardandomi dall'alto in basso dispregiativamente. - Tu sé che sei un sfacciato - mi disse -. Facendoti quello che non sa niente, quando tu stesso stesti qui. Tu ci portasti qui! Tu ci spingesti a quello ponte! Gli occhi delle donne diventarono minaccianti. Diventai verso Néstor alla ricerca di aiuto. - Io non ricordo niente - disse -. Questo posto mi fa paura, quello è tutto quello che so. Diventare verso Néstor fu un'eccellente manovra della mia parte. Le donne l'assalirono. - Indubbiamente ti ricordi! - cigolò Josefina -. Tutti noi stavamo qui. Che classe di stupido sei? La mia investigazione richiedeva un senso di ordine. Li allontanai dal ponte. Pensai che, essendo persone tanto attive, risulterebbe loro molto più facile parlare camminando che rimanendo seduti, come io avrei preferito. Mentre camminavamo, l'ira delle donne svanì tanto rapidamente come era sorto. Combatte e Josefina si mostrarono più loquaci. Affermarono un ed un'altra volta le sue sensazioni che Silvio Manuel era spaventoso. Tuttavia, nessuna di esse poteva ricordare essere stato ferito fisicamente; ricordavano solo essere stato paralizzate per il terrore. Rosa non disse una sola parola, ma con gesti espresse la sua approvazione a tutto quello che le altre dicevano. Domandai loro se era stato di notte quando tentarono di attraversare il ponte. Tanta Corrida come Josefina risposero che era stato di giorno. Rosa si rischiarò la gola e sussurrò che era stato di notte. La Grassa chiarificò la discrepanza, spiegando che era stato nel crepuscolo della mattina, o un po' prima. Arriviamo alla fine di una strada breve ed automaticamente ci ritorniamo verso il ponte. - È la semplicità stessa - disse improvvisamente la Grassa, come se tutto gli fosse stato chiarito -. Stavamo attraversando, o per meglio dire, Silvio Manuel stava facendoci attraversare le linee parallele. Quello ponte è un posto di potere, un buco del mondo, una porta all'altro. Passiamo per quello vuoto. Il passo ci ha dovuti fare male molto, perché il mio corpo è spaventato. Silvio Manuel c'aspettava nell'altro lato. Nessuno di noi può ricordare il suo viso, perché Silvio Manuel è l'oscurità. Non insegnava mai il viso. Potevamo vederlo solo gli occhi. - Un occhio - disse silenziosamente Rosa, e guardò verso un'altra parte. - Tutti quelli che stiamo qui, includendoti - mi disse la Grassa -, sappiamo che il viso di Silvio Manuel sta nell'oscurità. Uno nomás poteva sentirlo la voce: soave, come tosse spenta. La Grassa smise di parlare ed incominciò ad esaminarmi di una maniera che mi fece sentire autoconsciente. I suoi occhi avevano un'espressione malevola. Mi somigliavo che ella si guardasse qualcosa che sapesse. Gli domandai che cosa era. Ella lo negò, ma ammise che aveva quantità di sentimenti che non avevano base e che non voleva spiegare. La pressai e dopo esigei che le donne facessero un sforzo per ricordare quello che era successo loro nell'altro lato del ponte. Ognuna di esse poteva ricordare solo avere sentito le grida delle altre. I tre Genaros rimase fuori della discussione. Domandai a Néstor se aveva alcuno idea di quello che era successo. La sua ombrosa risposta fu che tutto quell'oltrepassava la sua comprensione. Allora presi una decisione rapida. Mi sembrò che l'unica rotta aperta a noi fosse attraversare il ponte. Li unii a tutti per ritornare al ponte ed attraversarlo, insieme, come equipaggio. Gli uomini furono istantaneamente di accordo, ma le donne no. Dopo avere esaurito tutti i miei ragionamenti, finalmente dovetti spingere e trascinare Corrida, Rosa e Josefina.


La Grassa si mostrava riluttante ad andare, ma sembrava essere intrigata per la possibilità. Avanzò con me senza aiutarmi con le donne, ed i Genaros fecero la stessa cosa; emettevano risatine nervose davanti ai miei tentativi di raggruppare le sorelline, ma non mossero un dito per soccorrermi. Camminiamo fino al punto dove prima c'eravamo trattenuti. Lì sentii improvvisamente un totale mancanza di energia per fermare le tre donne. Gridai alla Grassa che mi aiutassi. Ella fece un sforzo vago per acchiappare a Corrida quando il gruppo perse la coesione e tutti essi, salvo la Grassa, si dispersero precipitatamente, inciampando e sbuffando, fino a diventare a salvo per strada. La Grassa ed io rimaniamo come se fosse incollati a quello ponte, senza potere avanzare avanti e dovendo ritirarci malvolentieri. La Grassa mi bisbigliò nell'udito che non doveva avere paura nella cosa più minima, perché in realtà io ero chi stava sperandoli dell'altro lato. Aggiunse che si trovava convinta che io sapevo che l'aiutante di Silvio Manuel io ero. Ma che non osavo a rivelarsilo a nessuno. In quello momento, il mio corpo si scosse con una furia che oltrepassava il mio controllo. Sentii che la Grassa non doveva fare quelle asseverazioni o avere quelli sentimenti. La presi dei capelli e le feci dare rovesciate a tirate. Nella cuspide della mia ira mi resi conto di quello che faceva e mi contenni. Gli chiesi scuse e l'abbracciai. Un sobrio pensiero arrivò al mio riscatto. Gli dissi che essere leader si stava rizzando i nervi, la tensione era sempre di più intensa come progredivamo. Ella non fu di accordo. Si afferrò ostinatamente alla sua asseverazione che Silvio Manuel ed io eravamo completamente intimi; aggregò che come ella mi ricordò al mio padrone, io reagii con ira. Era una fortuna che ella sarebbe stata fiduciosa alla mia attenzione, mi disse; probabilmente l'avrebbe tirata altrimenti al fiume. Ritorniamo. Gli altri si trovavano a salvo, oltre il ponte, osservandoci con inequivocabile paura. Una condizione molto peculiare di assenza di tempo sembrava prevalere. Non c'era intorno gente. Eravamo dovuti stare nel ponte almeno cinque minuti e né una sola persona si mosse per di lì come succederebbe in qualunque via durante le ore lavorative. Senza dire parola camminiamo di giro allo zoccolo. Ci trovavamo pericolosamente deboli. Io avevo un vago desiderio di rimanere un po' più nel paese, ma saliamo all'atto ed avanziamo verso il Fusto, verso la costa dell'Atlantico. Néstor ed io c'alterniamo per maneggiare, fermandoci solamente a mangiare, fino a che arriviamo da Veracruz. Quella città era terrena naturale per noi. Io ero stato solo lì un volta, ed essi né un solo. La Grassa credeva che una città sconosciuta come quell'era il posto adeguato per spogliarci dei nostri vecchi incarti. Ci registriamo in un hotel e di lì essi procederono a strappare i suoi vecchi vestiti fino a trasformarli in brandelli. L'eccitazione di stare in una nuova città fece meraviglie per la sua morale ed il suo sentimento di benessere. La nostra seguente fermata fu il Città del Messico. Rimaniamo in un hotel vicino al Pioppeto, dove Don Juan ed io c'eravamo sistemati una volta. Per due giorni fummo perfetti turisti. Andammo a fare spese e visitiamo la maggiore quantità possibile di posti turistici. La Grassa e semplicemente le sorelline si vedevano abbaglianti. Benigno comprò una camera in una casa di impegno. Sparò quattrocento venticinque prese con la camera senza rotolo. In un posto, mentre ammiravamo gli stupendi mosaici delle pareti, un poliziotto mi domandò di dove erano quelle splendenti straniere. Suppose che io ero un guida di turisti. Gli dissi che erano di Sri Lanka. Me lo credette e si meravigliò perché quasi sembravano messicane. Al giorno dopo, alle dieci della mattina, ci trovavamo nell'ufficio di aviazione verso la quale una volta Don Juan mi aveva spinto. Quando mi diede lo spintone io entrai per una porta ed uscii per un'altra, ma non alla strada, come doveva, bensì ad un mercato che si trovava oltre ad un chilometro di lì, dove presenziai alle attività della gente. La Grassa osservò che l'ufficio di aviazione era anche, come il ponte, un posto di potere, una porta per attraversare di una linea parallela all'altra. Disse che evidentemente il nagual mi aveva spinto per quell'apertura, ma io rimasi acchiappato alla metà della strada tra i due mondi, e così aveva osservato l'attività del mercato senza fare parte di lei. Disse che il nagual, naturalmente, aveva tentato di spingermi fino all'altro lato, ma la mia ostinazione l'ostacolò e finii nella stessa linea di dove veniva: in questo mondo. Camminiamo dell'ufficio di aviazione fino al mercato, e di lì al Pioppeto, dove Don Juan ed io c'eravamo seduti dopo l'esperienza dell'ufficio. Era stato molte volte con lui in quello parco. Sentii che era il posto più appropriato per parlare del corso delle nostre azioni future. La mia intenzione era ricapitolare tutto quello che avevamo fatto per lasciare che il potere di quello posto decidesse quale il nostro passo seguente doveva essere. Dopo il nostro deliberato


tentativo di attraversare il ponte, io avevo trattato, senza successo, di trovare una maniera di riferirmi coi miei compagni come gruppo. Ci sediamo in alcuni scalini di pietra ed incominciai con l'idea che, per me, la conoscenza si trovava fusa con le parole. Dissi loro che io credevo molto seriamente che se un evento o esperienza non si formulava in un concetto, era condannato a dissolversi; pertanto, chiesi loro che esponessero le sue considerazioni individuali della nostra situazione. Pablito fu il primo a parlare. Pensai che quell'era strano, dato che era stato straordinariamente silenzioso fino a quello momento. Si scusò perché quello che andava a dire non era qualcosa che avesse ricordato o senso, bensì una conclusione che si basava su tutto quello che sapeva. Disse che non aveva problema in comprendere quello che le donne contarono che era successo nel ponte. Sostenne Pablito che erano stati obbligati ad attraversare del lato destro, il tonale, al lato sinistro, il nagual. Quello che aveva spaventato tutti era il fatto che qualcuno più stava in controllo, forzando l'incrocio. Neanche aveva problema in accettare che io fui quello che allora aiutò a Silvio Manuel. Appoggiò la sua conclusione con l'asseverazione che solo giorni prima egli mi ero visto fare la stessa cosa: spingere tutti verso il ponte. Ma questa volta non ebbi nessuno che mi aiutassi dall'altro lato, non stava lì Silvio Manuel per tirarsili. Tentai di cambiare il tema e procedei a spiegar loro che dimenticare come noi avevamo dimenticato, lo è chiamato amnesia. La cosa poco che sapeva circa l'amnesia non era sufficiente per rischiarare il nostro caso, ma sì bastò per diventare credere che non potevamo dimenticare come se fosse per decreto. Dissi loro che qualcuno, possibilmente Don Juan, dovette fare qualcosa di insondabile con noi. Ed io volevo verificare esattamente che era stato. Pablito insistè in che era importante per me comprendere che io ero chi era stato confabulato con Silvio Manuel. Insinuò dopo che Josefina e gli Combatte avevano parlato a fondo del ruolo che io avevo svolto forzandoli ad attraversare le linee parallele. Non mi sentii bene discutendo quello tema. Commentai che non aveva sentito mai parlare delle linee parallele fino al giorno in cui parlai con signora Soledad; e, tuttavia, non aveva avuto scrupoli in adottare immediatamente l'idea. Dissi loro che io compresi subito a quello che ella si riferiva. Perfino rimasi convinto che io stesso aveva attraversato le linee quando credei stare ricordandola. Ognuno degli altri, ad eccezione della Grassa, assicurò che la prima volta che aveva sentito menzionare le linee parallele fu quando io parlai di esse. La Grassa disse che seppe di esse di mezzo di signora Soledad, poco prima che io lo facessi. Pablito di nuovo cercò di parlare della mia relazione con Silvio Manuel. L'interruppi. Dissi che quando tutti noi ci trovavamo nel ponte tentando di attraversarlo, non potei riconoscere che io e possibilmente tutti essi - era entrato in un stato di realtà no-ordinaria. Mi resi solo conto del cambiamento quando notai che non c'era un'altra gente nel ponte. Noi eravamo gli unici che eravamo stati lì. Era un giorno sereno, ma di subitaneo i cieli si rannuvolarono e la luce della mattina si convertì in crepuscolare. Io fui tanto occupato con le mie paure e con le mie interpretazioni personali in quello momento che non riuscii notare quello cambiamento tanto spaventoso. Quando ci ritiriamo del ponte percepii che di nuovo la gente circolava per di lì. Ma che cosa era successo con essi quando noi tentavamo l'incrocio? La Grassa ed il resto di essi non avevano notato niente: in realtà non si erano resi conto di nessun cambiamento fino al momento esatto in che io li descrissi. Tutti mi furono rimasto vedendo con un miscuglio di irritazione e paura. Pablito di nuovo prese l'iniziativa e mi accusò di tentare di deviarli verso qualcosa che essi non volevano. Non fu specifico, ma la sua eloquenza bastò affinché tutti l'appoggiassero. Improvvisamente, un'orda di stregoni iracondi mi fu venuto sopra. Mi prese un lungo momento calmarli. Spiegai loro la mia necessità di esaminare, da tutti i punti di vista possibili, qualcosa di tanto strano ed abarcante fu come la nostra esperienza nel ponte. Finalmente si attutirono, ma non perché li convincesse coi miei raziocini bensì a causa della fatica emozionale. Tutti essi, includendo la Grassa, avevano appoggiato veementemente la posizione di Pablito. Néstor introdusse un altro treno di pensiero. Suggerì che possibilmente io ero un inviato involontario che non mi rendevo pieno conto della portata delle mie azioni. Aggiunse che semplicemente non poteva credere, come quegli altro che io ero cosciente che mi ero lasciato il compito di malencaminarlos. Sentiva che in realtà io non mi rendevo conto che stava portandoli alla distruzione, e quell'era tuttavia esattamente quello che io facevo. Néstor credeva che ci fossero due maniere di attraversare le linee parallele: per mezzo del potere di altro o attraverso nostro proprio potere. La sua conclusione finale era che Silvio Manuel aveva fatto loro


attraversare spaventandoli tanto intensamente che neanche alcuni di essi ricordavano c'essere la cosa fatta. Il compito che li fu designati e che dovevano compiere consisteva in attraversare mediante suo proprio potere; e la mia era ostacolarlo. Benigno parlò allora. Disse che, nella sua opinione, la cosa ultima che Don Juan aveva fatto con gli apprendisti uomini fu aiutarli ad attraversare le linee parallele facendoloro saltare verso un abisso. Benigno credeva che in realtà avessimo già abbastanza conoscenze circa come attraversare, ma che non era ancora il tempo dato per riuscirlo di nuovo. Nel ponte nessuno potè cedere un passo più perché il momento non era appropriato. Erano nella cosa corretta, pertanto, credendo che io avevo tentato di distruggerli forzandoli ad attraversare. Pensava che passare le linee parallele con piena coscienza significava per tutti essi un passo finale, un passo che dovrebbe darsi solo quando fosse già pronti a sparire da questa terra. Mi combatte affrontò dopo. Non fece nessuna asseverazione ma mi sfidò a che ricordasse come primo la persuasi per andare al ponte. Aggressivamente affermò che cosa io non ero apprendista del nagual Don Juan destino di Silvio Manuel, e che Silvio Manuel ed io c'avevamo divorati l'un l'altro. Ebbi un altro attacco di rabbia, come con la Grassa nel ponte. Mi contenni in tempo. Un pensiero logico mi tranquillizzò. Mi dissi, una volta che la cosa unica che mi interessavano erano le analisi. Spiegai a Corrida che era inutile provocarmi di quella maniera. Ma ella non volle trattenersi. Gridò che Silvio Manuel era il mio padrone e che per quella ragione io non ero parte di essi nella cosa più minima. Rosa aggiunse che Silvio Manuel mi diede tutto quello che io ero. Dissi a Rosa che ella non sapeva neanche come parlare che dovette dire che Silvio Manuel si era dato tutto quello che io avevo. Ella difese la sua asseverazione, Silvio Manuel mi ero dato quello che io ero. Anche la Grassa l'appoggiò e disse che si ricordava d'un colpo in che io mi ero ammalato di tale maniera che non aveva oramai più risorse; fu allora quando Silvio Manuel prese controllo e mi influenzò nuova vita. La Grassa disse che era molto meglio per me conoscere le mie vere origini che seguire come aveva fatto fino a quello momento, con l'idea che il nagual Juan Matus era chi mi ero aiutato. Insistè in che io avevo l'attenzione fissa nel nagual perché la sua predilezione erano le parole. Silvio Manuel, d'altra parte, era l'oscurità silenziosa. Spiegò che per seguirlo doveva attraversare le linee parallele, ma per seguire al nagual Juan Matus tutto quello che io necessitavo fare era parlare di lui. Tutto quella che dicevano era solo insensatezza per me. Stava per rispondere con quello che considerai un'idea brillante, quando il mio treno - di pensiero si deragliò letteralmente. Non poteva pensare oramai in quale il mio ragionamento era, malgrado prima un secondo fosse solo la chiarezza stessa. Invece, un ricordo sommamente curioso mi molestò. Non era la sensazione vaga di qualcosa, bensì il ricordo duro e reale di un evento. Ricordai che cosa una volta mi trovavo con Don Juan e con un altro uomo il cui viso non poteva precisare. I tre parlavamo di qualcosa che io percepivo come un tratto del mondo. A tre o quattro metri alla mia destra si trovava un'incommensurabile banca di nebbia gialla che, fino a dove io potevo stabilire, divideva al mondo in due. Andava del suolo al cielo, all'infinito. Parlando coi due uomini, la metà del mondo della mia sinistra si trovava intatta, e la metà alla mia destra era velata per la nebbia. Mi resi conto che l'asse della banca di nebbia andava dell'Oriente all'Occidente. Verso il Nord si trovava il mondo che io conoscevo. Ricordai che domandai a Don Juan che cosa succedeva nel mondo al sud di quella linea. Don Juan fece che diventassi alcuni gradi verso la mia destra, e vidi che anche la parete di nebbia scivolava quando io muovevo la testa. Il mondo si trovava diviso in due in un livello che il mio intelletto non poteva comprendere. La divisione sembrava reale, ma il limitrofo non poteva esistere in un piano fisico; in qualche modo doveva trovarsi in me stesso. C'era un altro aspetto più di questo ricordo. L'altro uomo disse che era una gran impresa dividere il mondo in due, ma era anche un maggiore risultato quando un guerriero aveva la serenità ed il controllo di fermare la rotazione della parete. Disse che la parete non si trovava dentro noi; stava, per certo, nel mondo di fuori, dividendolo in due e ruotando quando muovevamo la testa, come se si trovasse incollata alla nostra tempia destra. La gran impresa di mantenere la parete immobile permetteva al guerriero di affrontarla e gli conferiva il potere di passare attraverso lei ogni volta che così lo desiderasse. Quando contai gli apprendisti quello che aveva appena ricordato, le donne rimasero convinte che l'altro uomo era Silvio Manuel. Josefina, come esperta della parete di nebbia, spiegò che il


vantaggio che Scelse aveva sugli altri consisteva nella sua capacità di immobilizzare la parete per così potere attraversarla a volontà. Josefina aggiunse che è più facile oltrepassarla in sogni, perché allora questa non si muove. La Grassa sembrava chissà essere stato colpita per una serie di risorse dolorosi. Tutta ella si scuoteva involontariamente fino a che esplose in parole. Disse che non gli era oramai possibile negare il fatto che io ero l'aiutante di Silvio Manuel. Il nagual stesso l'aveva notato che io le farei la mia schiava se ella non era diligente. Perfino Soledad gli consigliò che mi vigilasse perché il mio spirito prendeva prigionieri e li manteneva come servi, egli quale era qualcosa che Silvio Manuel poteva fare solo. Egli mi ero fatto il suo schiavo ed io alla mia volta schiavizzerebbe a chiunque che fosse prossimo a me. Affermò che ella aveva vissuto abbasso il mio incantesimo fino al momento in cui si sedette in quella stanza nella casa di Silvio Manuel, quando improvvisamente qualcosa lo fu tolto delle sue spalle. Mi misi in piede. C'era un vuoto nel mio stomaco e letteralmente mi dondolai sotto l'impatto di quello che disse la Grassa. Era stato pienamente convinto che poteva contare sul suo aiuto abbasso qualunque circostanza. Mi sentii tradito. Pensai che sarebbe perfettamente appropriato fargli conoscere i miei sentimenti, ma un senso di sobrietà arrivò al mio riscatto, invece di quello, dissi loro che io ero giunto alla conclusione imparziale che, come guerriero, Don Juan aveva cambiato il corso la mia vita, per bene. Io avevo soppesato un ed un'altra volta quello che egli aveva fatto con me e la conclusione fu sempre la stessa: Don Juan mi portò la libertà. La libertà era tutto quella che io conoscevo, e quell'era tutto quello che io offrivo a chi fosse quello che Lei mi avvicinasse. Néstor ebbe un gesto di solidarietà con me. Esortò le donne a che abbandonasse la sua animosità. Mi guardò col gesto di qualcuno che non può comprendere ma che vuole farlo. Disse che io non facevo parte di essi che in realtà io ero un uccello solitario. Essi avevano avuto bisogno di me per un momento per rompere i suoi limitrofo di affetto e di routine. Ora che erano liberi, non avevano più barriere. Rimanere con me sarebbe indubbiamente gradevole, ma un rischiò mortale per essi. Sembrava trovarsi profondamente commosso. Venne al mio fianco e mise la sua mano sulla mia spalla. Disse che aveva la sensazione che mai più torneremmo già a vederci sulla faccia di questa terra. Dispiaceva che ci separi come gente meschina: riñendo, lamentandoci, accusandoci. Mi disse che parlando a nome degli altri, ma non nel suo proprio, andavo a chiedere che andassi via, dato che non c'erano oramai più possibilità di continuare insieme. Aggiunse che aveva cambiato opinione, in un principio aveva riso della Grassa quando ella ci suggerì che formasse un serpente. Non credeva oramai che l'idea fosse ridicola. Era stato la nostra ultima opportunità di trionfare come gruppo. Don Juan mi ero abituato ad accettare umilmente la mia fortuna. - Il destino di un guerriero è inalterabile - una volta mi ero detto -: La sfida consiste lontano in quanto può uno arrivare dentro quelli rigidi confini e che tanto impeccabile può un essere. Se ci sono ostacoli nella sua strada, il guerriero tenta, impeccabilmente, superarli. Se trova dolore e privazioni insopportabili nel suo sentiero, il guerriero piange, sapendo che tutte le sue lacrime sistemate giunte non cambierebbero un millimetro la linea il suo destino. La mia decisione originale di lasciare che il potere segnalasse il nostro passo seguente era stata corretta. Mi misi in piede. Gli altri mi girarono la schiena. La Grassa andò al mio fianco e mi disse, come se niente fosse sarebbe successo, che io dovevo lasciarli lì e che ella mi cercherei ed a me si unirebbe dopo. Volli replicare che io non vedevo nessuna ragione affinché si riunisse con me. Lei stessa aveva scelto unirsi agli altri. La Grassa sembrò leggere in me il sentimento che io avevo di essere stato tradito. Calmadamente mi assicurò che come guerrieri ella ed io dovevamo compiere insieme il nostro destino, nonostante essere tanto meschini. SECONDA PARTE: L'ARTE DI TRASOGNARE

VIDI. Perdere la forma umana Alcuni mesi dopo, dopo aiutare tutti a ricollocarsi in differenti parti del Messico, la Grassa stabilì la sua residenza in Arizona. Incominciamo allora a sviscerare la parte più misteriosa e più


profonda del nostro apprendistato. In un nostra principio relazione fu piuttosto tesa. Mi risultava molto difficile oltrepassare i miei sentimenti sulla maniera avevamo salutato come nel Pioppeto. Benché la Grassa sapesse dove gli altri stavano stabiliti, non mi disse mai niente. Ella comprendeva che era superfluo per me essere informato delle attività di essi. Nella superficie tutto sembrava andare bene tra la Grassa ed io. Nonostante, io mantenevo un amaro risentimento perché si era unito agli altri in contro mia. Non l'espressi mai, ma lì stava. L'aiutai e feci tutto quello che potei per lei come se niente fosse sarebbe successo, ma quello si trovava sotto la sigla dell'impeccabilità. Era il mio dovere, e, per compierlo, allegramente sarebbe andato verso la morte. Con ogni proposito mi concentrai su guidarla ed allenarla nelle complessità della moderna vita urbana; perfino stava imparando inglese. I suoi progressi erano fenomenali. Tre mesi trascorsero senza che quasi ci rendessimo conto. Ma un giorno, quando mi trovavo in Los Angeles, svegliai molto presto nella mattina con un'intollerabile pressione nella mia testa. Non era un mal di testa; piuttosto si commerciava di un peso molto intenso negli uditi. Lo sentii anche nelle palpebre e nel palato. Mi trovavo febbrile, ma il caldo abitava solo nella mia testa. Feci un debole tentativo per sedermi. Per la mia mente passò l'idea che era vittima di un spargimento cerebrale. La mia prima reazione fu chiedere aiuto, ma in qualche modo riuscii a rasserenarmi e tentai di soggiogare la mia paura. Dopo un momento la pressione della mia testa incominciò a diminuire, ma incominciò anche a scivolare verso la gola. Boccheggiai alla ricerca di aria, tossicchiando e tossendo per un tempo; la pressione discese dopo lentamente verso il mio petto, al mio stomaco, all'inguine, alle gambe, e fino ai piedi, per dove finalmente abbandonò il mio corpo. Quello che avevo pensato, fosse quello che fosse, si fu da due ore in spiegarsi. Durante quelle due spossanti ore era come se qualcosa che si trovava dentro il mio corpo in realtà si muovesse verso il basso, uscendo da me. Immaginai un tappeto che si entusiasma. Un'altra immagine che mi fu successo fu quella di una bolla che si muoveva dentro la cavità del mio corpo. Prescissi da quell'immagine in favore della primo, perché il sentimento era di qualcosa che si entusiasmava. Come un tappeto che è arrotolata, la pressione diventava sempre di più importuna, sempre di più dolorosa, come discendeva. Le due aree nelle quali il dolore fu acuto erano le ginocchia ed i piedi, specialmente il piede destro che seguì caldo mezz'ora dopo che tutto il dolore e la pressione erano sparite. La Grassa, quando aveva sentito il mio scrutinio, disse che questa volta, con ogni sicurezza, aveva perso la mia forma umana, che mi ero disfato di tutte le mie salvaguardie, o la maggioranza di essi. Aveva ragione. Senza sapere come, e perfino senza darmi conta di come successe, mi trovai in un stato spirituale sommamente sconosciuto. Risentivo disaffezionato di tutto, senza pregiudizi. Non mi importava più quello che la Grassa si era fatta. Non era questione che io avessi perdonato la sua condotta riprovevole. Era come se ci non fosse stato mai tradimento alcuna. Non c'era rancore aperto o coperto in me, verso la Grassa o verso chiunque. Quella che sentiva non era un'indifferenza volontaria, o negligenza; neanche si trattava di un'alienazione o del desiderio della solitudine. Piuttosto era un strano sentimento di lontananza, una capacità di sommergermi nel momento attuale senza avere pensiero alcuno. Le azioni della gente non mi colpivano oramai, perché io non avevo nessuna aspettativa. La forza che governava la mia vita era una strana pace. Sentii che in qualche modo aveva adottato uno dei concetti della vita del guerriero: il disinteresse. La Grassa mi assicurò che io avevo fatto qualcosa più che adottarlo: in realtà l'aveva incarnato. Don Juan ed io avemmo lunghe discussioni circa la possibilità che qualche giorno pensassi esattamente quello. Sempre il mi calcò che il disinteresse non significava saggezza automatica, ma che, nonostante, era un vantaggio poiché permetteva al guerriero di trattenersi momentaneamente per riconsiderare le situazioni per tornare a soppesare le possibilità. Tuttavia, per potere usare consistente e correttamente quello momento extra, Don Juan disse che il guerriero doveva lottare insobornablemente durante tutta una vita. Io mi ero disperato credendo che non arriverebbe mai a sperimentare quello sentimento. Fino a dove io potevo determinare, non c'era come improvvisarlo. Per me era stato inutile pensare ai suoi benefici, o razionalizzare le possibilità della sua venuta. Durante gli anni in cui conobbi Don Juan sperimentai per certo una diminuzione uniforme dei miei lacci personali col mondo; ma questo successe in un piano intellettuale; nella mia vita di tutti i giorni seguii senza cambiare fino


al momento in cui persi la forma umana. Osservai con la Grassa che il concetto di perdere la forma umana si riferiva ad una reazione corporale che l'apprendista ha quando raggiunge un certo livello nel corso del suo allenamento. Sia come fosse, stranamente, il risultato finale di perdere la forma umana, per la Grassa e per me, consistè non solo in arrivare a cercata l'e desiderata condizione di disinteresse, ma anche l'esecuzione completa del nostro elusivo compito di ricordare. E, nuovamente in questo caso, l'intelletto svolse una parte minima. Una notte, la Grassa ed io discutevamo un film. Era andato da un cinema pornografico e me era ansioso per sentire la sua descrizione. Non gli piacque niente il film. Sostenne che si trattava di un'esperienza debilitante, perché essere un guerriero implicava portare un'austera vita di celibato totale, come il nagual Juan Matus. Gli dissi che era completamente sicuro che a Don Juan gli piacevano le donne e che non era celibe, e che quello mi somigliavo affascinante. - Sei pazzo! - esclamò con un campanello di divertimento nella sua voce -. Il nagual era un guerriero perfetto. Non era stretto in nessuna rete di sensualità. Voleva sapere perché io pensavo che Don Juan non era celibe. Lo riferii un incidente che ebbe all'inizio luogo in Arizona del mio apprendistato. Un giorno mi trovavo riposandosi in casa da Don Juan, dopo una camminata spossante. Don Juan sembrava trovarsi stranamente nervoso. Ad ogni momento si metteva in piede per guardare per la porta. Sembrava aspettare qualcuno. All'improvviso, abbastanza bruscamente, mi disse che un atto era appena arrivato all'ansa della strada e che si dirigeva alla casa. Disse che si trattava di una ragazza, un sua amica, che gli portava alcune ripari. Io non avevo visto mai Don Juan tanto penoso. Mi diede un'immensa tristezza vedere la cosa indisposta al punto che non sapeva che cosa fare. Pensai che chissà non voleva che io conoscessi la ragazza. Gli suggerii che io potevo nascondermi, ma non c'era dove occultarmi nella stanza, e così egli mi fece coricare nel suolo e mi coprì con una stuoia. Sentii il suono del motore di un atto che era spento e dopo, per le fenditure della stuoia, vidi una ragazza ferma vicino alla porta. Era alta, magra, e molto giovane. Pensai che era bella. Don Juan gli diceva qualcosa con voce bassa ed intima. Poi si fece il giro e mi segnalò. - Carlos è nascosto sotto la stuoia - disse alla ragazza con voce chiara e forte -. Salutalo. La ragazza mi agitò la mano e mi salutò col sorriso più amichevole del mondo. Mi sentii stupido e disturbo perché Don Juan mi impiegavo in quella situazione tanto vergognosa. Mi sembrò terribilmente ovvio che Don Juan trattava di alleviare il suo nervosismo, o peggiore ancora che si stava distinguendo di fronte a me. Quando la ragazza andò via, irritato chiesi una spiegazione a Don Juan. Il, candidamente, ammise che aveva perso il controllo perché i miei piedi stavano all'aperto e non seppe che cosa un'altra cosa fare. Quando ascoltai questo, tutta la manovra mi fu ritornato chiara; Don Juan stava presumendomi con la sua amichetta. Era impossibile che io avessi avuto scoperti i piedi perché questi si trovavano compressi basso le mie cosce. Risi con aria di conoscitore, e Don Juan si sentì obbligato a spiegare che gli piacevano le donne: quella ragazza specialmente. Non dimenticai mai quell'incidente. Don Juan non lo discusse mai. Ogni volta che io gli tiravo in ballo, egli mi impegnavo a tacere. Mi domandai sempre, di una maniera quasi ossessiva, chi quella ragazza sarebbe. Aveva speranze che qualche giorno questa potesse cercarmi dopo avere letto i miei libri. La Grassa diventò molto agitata. Camminava di un lato all'altro della stanza mentre io parlavo. Stava per piangere. Immaginai ogni tipo di intricate relazioni che potessero essere pertinenti. Pensai che la Grassa era possessiva e reagiva come una donna che è minacciata da un'altra donna. - Sei gelosa, Grassa? - gli domandai. - Non essere idiota - disse, irritata -. Sono una guerriera senza fodera. La gelosia o l'invidia non esistono oramai in me. Gli domandai allora qualcosa che mi avevano detto i Genaros: che la Grassa era la donna del nagual. Suo, voce scese tanto che appena poteva sentirla. - Io credo che sì - disse, e con un sguardo vago prese posto nel letto -. Ho la sensazione che l'era. Ma non so come egli era potuto essere. In questa vita, il nagual Juan Matus era per me quello che era per te. Non era un uomo. Era il nagual. Non aveva interesse nel sesso. Gli assicurai avere ascoltato a Don Juan esprimere il suo affetto per quella ragazza. - Disse che aveva relazioni sessuali con lei? - domandò la Grassa. - No, mai, ma quell'era ovvio per la maniera come parlava - gli dissi.


- A te ti piacerebbe che il nagual fosse come te, verità? - affermò, con una smorfia -. Il nagual era un guerriero impeccabile. Io credevo avere la ragione e non doveva riesaminare la mia opinione. Solo per dargli per il suo lato alla Grassa dissi che possibilmente la ragazza era un apprendista di Don Juan e non il suo amante. Ci fu una lunga pausa. Quello che io stesso dissi ebbe un effetto perturbatore in me. Fino a quello momento non aveva pensato mai a quella possibilità. Mi ero rinchiuso in un pregiudizio, senza permettermi la possibilità di rivederlo. La Grassa mi chiese che descrivesse a quella giovane. Non potei farlo. In realtà non avevo fatto attenzione ai suoi tratti. Era stato tanto fastidioso, tanto imbarazzato che non potei esaminarla in dettaglio. Sembrò che anche ella fosse colpita per la cosa anomala della situazione ed uscì affrettatamente della casa. La Grassa disse che, senza nessuna ragione logica, credeva che quella giovane era una figura chiave nella vita del nagual. La sua asseverazione ci portò a parlare degli amici di Don Juan che conoscevamo. Per ore lottiamo per recuperare tutta l'informazione che avevamo delle sue relazioni. Gli contai le distinte volte che Don Juan si era portato a partecipare a cerimonie di peyote. Descrissi a tutti quelli che avevano. Non riconobbe a nessuno di essi. Mi resi conto che possibilmente io conoscevo più gente associata con Don Juan che lei. Ma qualcosa nel mio racconto slacciò in lei il ricordo che una volta aveva visto ad una giovane portare al nagual e Genaro in un piccolo atto bianco. La ragazza lasciò ai due alla porta della casa e fissò la Grassa con un sguardo penetrante prima di andare via. La Grassa pensò che quella giovane era qualcuna che aveva raccolto al nagual e Genaro nella strada. Ricordai allora che quello giorno in casa di Don Juan, anche io potei vedere un piccolo Volkswagen bianco che si allontanava. Menzionai un altro incidente che aveva a che vedere con uno degli amici di Don Juan, un uomo che una volta mi diede alcune piante di peyote nel mercato di una città del nord del Messico. Anche il mi ero ossessionato per anni. Si chiamava Vicente. Ascoltando il nome, la Grassa reagì come se gli avessero toccato un nervo. La sua voce diventò chillante. Mi chiese che gli ripetesse il nome e che descrivesse all'individuo. Di nuovo, non potei offrire nessuna descrizione. L'aveva visto solo una volta per alcuni minuti, faceva più di dieci anni. La Grassa ed io passiamo un periodo nel che quasi stavamo arrabbiati, non l'uno con l'altro, bensì con quello che c'aveva imprigionati. L'incidente finale che precipitò lo spiegamento dei nostri ricordi arrivò un giorno in che io avevo un raffreddore ed una febbre molto alta. Ero rimasto in letto, sonnecchiando intermittentemente, mentre i pensieri vagabondavano senza rotta per la mia mente. Tutto il giorno era stato, nella mia testa la melodia di una vecchia canzone messicana. In un momento mi scoprii sognando che qualcuno la toccava in una chitarra. Mi lamentai della monotonia e la persona davanti alla quale io protestavo, fosse chi fosse, mi diede con la chitarra nello stomaco. Saltai all'indietro, per evitare il colpo, e mi attaccai nella testa contro la parete. Svegliai. Non era stato un sonno molto vivido, solo la melodia era stata hechizante. Non poteva disperdere il suono della chitarra: continuava percorrendo la mia mente. Rimasi mezzo sveglio, ascoltando la canzonetta. Sembrava come se stesse entrando in un stato di trasognare: una scena completa e dettagliata di sogno apparve davanti ai miei occhi. Nella scena c'era una giovane seduta vicino a me. Poteva distinguere ognuno dei tratti delle sue fazioni. Non sapeva chi era, ma vederla mi commosse. Svegliai in questione di secondi. L'ansietà che quello viso creava in me era tanto intensa che mi misi in piede e di una maniera assolutamente automatica incominciai a camminare di un lato all'altro. Mi trovavo profondamente perspirando ed aveva paura di uscire dalla stanza. Neanche poteva contare sull'aiuto della Grassa. Ella era andata di giro in Messico per vedere Josefina. Legai un lenzuolo intorno alla mia vita per sottomettere la mia parte mezza. Quello mi aiutò ad attenuare le onde di energia nervosa che scuotevano tutto il mio corpo. Mentre andava di un lato all'altro, l'immagine che aveva nella mente cominciò a dissolversi, ma non in una dimenticanza tranquilla, come mi sarebbe piaciuto, bensì in un ricordo completo ed intricato. Ricordai che una volta si trovava seduta in alcuni sacchi di grano od orzo immagazzinati in un granaio. La giovane cantava la vecchia canzone che aveva invaso la mia mente, e suonava una chitarra. Quando io mi presi gioco della sua maniera dia toccare, ella mi battè lievemente nelle costole col sedile della chitarra. C'era lì più gente seduta con me, stava la Grassa e due uomini. Io conoscevo molto bene quegli uomini, ma non poteva ricordare ancora


chi la giovane era. Lo tentai, ma mi sembrò impossibile. Mi appoggiai nuovamente, inzuppato in sudore freddo. Voleva riposare alcuni momenti prima di togliermi la piyama bagnata. Quando appoggiai la mia testa su un cuscino la mia memoria sembrò rischiararsi ancora più ed allora seppi chi suonava la chitarra. Era la donna nagual, l'essere più importante sulla faccia della terra per la Grassa e per me. Si trattava dell'analogo femminile del nagual; non era né sua moglie né sua moglie, bensì la sua controparte. Aveva la serenità e l'autorità di un vero capo. Ed essendo donna, ci nutriva. Non osai pressare eccessivamente alla mia memoria. Intuitivamente sapeva che non aveva la forza per resistere la totalità del ricordo. Mi trattenni in un livello di sentimenti astratti. Seppi che ella era l'incarnazione dell'affetto più puro, più disinteressato e profondo: Sarebbe giusto dire che la Grassa ed io amavamo alla donna nagual più che alla vita stessa. Che demoni c'era potuti succedere per dimenticarla? Quella notte, mentre giaceva in letto, arrivai ad agitarmi tanto che temei per la mia propria vita. Incominciai a canticchiare alcuni parole che si trasformarono in una guida per me. E solo dopo mi avere calmato potei ricordare che le parole che stava ripetendo un ed un'altra volta erano anche, un ricordo che quella notte mi era arrivato; il ricordo di una formula, un incantesimo per diventare sorteggiare mulinelli, come quello che finiva di reexperimentar. Mi diedi già al potere che al mio destino dirige. Non mi afferra già di niente, per così non avere niente da difendere. Non ho pensieri, per così potere vedere. Non temo già a niente, per così potere accordarmi di me. La formula aveva più due versi che mi risultarono incomprensibili in quello momento: Metronotte e staccato mi lascerà l'aquila passare alla libertà. Il trovare mi ammalo e febbrile bene mi aveva potuto servire come una specie di ammortizzatore; era potuto essere sufficiente per deviare l'impatto di quello che io avevo fatto, o piuttosto, di quello che mi era accaduto, dato che intenzionalmente io non avevo fatto niente. Fino a quella notte, di c'essere vagliato il mio inventario dia esperienze, io avrei potuto dare fede della continuità della mia esistenza. I ricordi nebulosi che aveva della Grassa, o il presentimento di avere vissuto in quella casa, in una certa maniera costituivano minacce alla mia continuità, ma tutto quello non era niente comparato con l'azione di avere ricordato alla donna nagual. Non tanto a causa dell'emozione che quello ricordo portò con sé, bensì per il fatto dell'avere dimenticata, e non della maniera come uno dimentica un nome o una canzonetta. Di lei non c'era stato niente nella mia mente fino al momento della rivelazione. Niente! In quello momento qualcosa me arrivò, o qualcosa si staccò da me, e di subitaneo io stavo ricordando ad un'importante persona che, dal mio punto di vista cosciente ed experiencial, io non avevo conosciuto mai. Dovetti aspettare due giorni fino a che arrivasse la Grassa per potere contargli il mio ricordo. All'istante in che descrissi alla donna nagual, la Grassa la ricordò: in qualche modo il suo essere cosciente dipendeva dal mio. - Quella ragazza che vidi nella carrozzina bianca ero la donna nagual! - esclamò la Grassa -. Ella noi ritornò io e non potei ricordarla. Ascoltai le sue parole e compresi il suo significato, ma alla mia mente gli portò un lungo momento potere concentrarsi su quello che aveva detto. La mia attenzione titubava, era come se in realtà si fosse collocato di fronte ai miei occhi una luce che si andava spegnendo. Ebbi la sensazione che se non fermava quella diminuzione, io morrei. Improvvisamente sentii una convulsione e seppi che aveva unito due parti di me stesso che si trovavano nascondino; mi resi conto che la giovane che aveva visto nella casa di Don Juan era la donna nagual. In quello momento di cataclisma emozionale, la Grassa non mi servì da aiuto. Piangeva senza inibizioni. La commozione emozionale di ricordare alla donna nagual era stata traumatica per lei. - Come potei dimenticarla? - sospirò la Grassa. Percepii un scintillio di diffidenza nei suoi occhi quando la Grassa mi affrontò. - Non avevi tu idea che esisteva, verità? - mi domandò.


Sotto qualunque altra circostanza avrebbe creduto che la sua domanda era impertinente, insultante, ma anche io mi domandavo la stessa cosa. Avevo pensato che la Grassa poteva sapere più di quello che mi ero rivelato. - Non aveva né la minore idea - dissi -. Ma, e tu? Sapevi che esisteva, Grassa? Il suo viso aveva tale espressione di innocenza e perplessità che i miei dubbi svanirono. - No - rispose -. Non fino ad oggigiorno. Ora so per certo che io mi sedevo con lei e col nagual Juan Matus in quella panca della piazza di Oaxaca. Ricordai sempre che facevamo quello, e ricordava anche le sue fazioni, ma pensava che l'aveva sognato. Lo sapeva già tutto, e tuttavia non sapeva niente. Ma perché credei che fosse un sonno? Ebbi un momento tremendo, dopo, la perfetta certezza fisica che quando la Grassa parlava, in alcuno parte del mio corpo si apriva un canale. Improvvisamente seppi che io normalmente mi sedevo anche in quella panca con Don Juan e la donna nagual. Ricordai allora una sensazione che aveva sperimentato in ognuna di quelle occasioni. Era una sensazione di soddisfazione fisica, di felicità, pienezza, che risulterebbero impossibili da immaginare. Per me Don Juan e la donna nagual erano esseri perfetti: trovarmi in compagnia di essi era in realtà la mia gran fortuna. Un ed un'altra volta, seduto nella panca, fiancheggiato per gli esseri più squisiti della terra, sperimentai magari il pinnacolo dei miei sentimenti umani. In un'occasione dissi a Don Juan, ed in realtà lo credeva che vorrebbe morire in quello momento, per così potere conservare quello sentimento di pienezza puro, intatto, libero di disordine. Contai la Grassa quello che aveva ricordato. Rimaniamo silenziosi alcuni momenti e l'impulso dei nostri ricordi ci trascinò dopo pericolosamente verso la tristezza, verso la disperazione perfino. Dovetti esercitare il controllo più straordinario per sottomettere le mie emozioni e non piangere. La Grassa singhiozzava, coprendo il suo viso con l'avambraccio. Poi ci calmiamo. La Grassa mi guardò fissamente. Seppi quello che pensava. Era come se leggesse le domande nei suoi occhi. Erano le stesse interroganti che mi avevano ossessionato per giorni. Chi era la donna nagual? Dove l'avevamo conosciuta? Dove incastrava? La conoscevano anche gli altri apprendisti? Mi trovavo sul punto di formulare le mie domande quando la Grassa me l'ostacolò. - Realmente non lo so - disse velocemente, affrettandosi alla domanda -. Credeva che tu me lo diresti. Non so perché, ma credo che tu puoi dirmi quale è quale. Ella contava su me e me con lei. Ridiamo davanti all'ironia della situazione. Gli chiesi che mi riferissi tutto quello che sapeva della donna nagual. La Grassa si sforzò per dire qualcosa due o tre volte ma non potè organizzare i suoi pensieri. - Realmente non so per dove incominciare - disse -. La cosa unica che so è che io la volevo. Gli dissi che io avevo la stessa sensazione. Una tristezza soprannaturale mi acchiappava ogni volta che pensava alla donna nagual. Come parlava, il mio corpo si incominciò a scuotere. - Tu ed io la volevamo - disse la Grassa -. Non so perché sto dicendo questo, ma sì so che noi eravamo di lei. La pressai affinché si spiegasse più, ma non potè chiarirmi perché l'aveva detto. Parlava nervosamente, tentando di ampliare la descrizione dei suoi sentimenti. Non potei prestargli più attenzione. Sentii un battito di ala nel mio plesso solare. Un vago ricordo della donna nagual cominciò ad acquisire forma. Ursi la Grassa a che continuasse parlando, gli dissi che si ripetesse se non aveva oramai nient'altro da dire, ma che non si trattenesse. Il suono della sua voce era come un condotto verso un'altra dimensione, verso un altro tipo di tempo. Era come se il sangue si accalcasse nel mio corpo con una pressione insolita. Sentii un solleticamento, e dopo ebbi un ricordo corporale. Seppi nel mio corpo che la donna nagual era l'essere che completava al nagual. Gli proporzionava pace, pienezza, una sensazione di essere protetto, di stare a salvo. Dissi alla Grassa che aveva avuto la chiara percezione che la donna nagual era la compagna di Don Juan. La Grassa mi guardò, stupefatta. Lentamente negò con la testa. - Non aveva niente a che vedere col nagual Juan Matus, idiota - disse, con un tono di autorità finale -. Era di te. Per quel motivo tu ed io gli appartenevamo. La Grassa ed io ci guardiamo l'un l'altro. Io ero sicuro che involontariamente ella esprimeva pensieri che razionalmente non gli dicevano niente. - Che cosa vuoi dire con che era di me, Grassa? - gli domandai dopo una lunga pausa. - Era il tuo compagno - disse -. Voi due formavano una squadra. Ed io stavo basso la sua custodia. Ed ella ti incaricò che qualche giorno mi portassi alla libertà e mi lasciassi nelle sue


mani. Supplicai la Grassa che mi dicessi tutto quello che sapeva, ma non sembrava sapere nient'altro. Mi sentii finito. - A dove andò via? - domandò improvvisamente la Grassa -, quello è quello che non posso immaginarmi. Stava con te, non col nagual. Dovrebbe stare qui, con noi. In quello momento la Grassa ebbe un altro attacco di sfiducia e paura. Mi accusò di nascondere alla donna nagual in Los Angeles. Tentai di sfogare le sue apprensioni. Mi sorpresi parlandolo come se fosse una bambina. Ella mi ascoltò apparentemente con un'attenzione completa; tuttavia, i suoi occhi si trovavano vuoti, sfocati. Mi fu successo allora che stava utilizzando il suono della mia voce come io avevo usato quell'ella, come un condotto. Continuai a parlare fino a che finii con tutto quello che doveva dire dentro i limiti del tema. Qualcosa estraneo ebbe allora luogo, e mi scoprii ascoltando a metà il suono della mia propria voce. Parlava involontariamente alla Grassa. Le parole che sembravano essere stato imbottigliate dentro me, liberi ora, raggiunsero livelli indescrivibili di assurdità. Parlai e parlai fino a che un ricordo fece che mi trattenessi. Una volta, nella panca di Oaxaca, Don Juan ci parlò, alla donna nagual ed io, di una persona il cui presenza aveva sintetizzato per lui tutto quello che poteva sperarsi del cameratismo umano. Si trattava di una donna che era stato per lui quello che la donna nagual era per me: una compagna, una controparte. Ella lo lasciò, come la donna nagual mi ero lasciato. Ma quello che egli sentiva per lei non aveva cambiato e si ravvivava con la malinconia che certi poemi l'evocavano. Con lo stesso ricordo chiarii che la donna nagual era quella che mi forniva di libri di poemi. Aveva quantità di essi nella cajuela del suo atto. Alle sue istanze io leggevo poemi a Don Juan. Improvvisamente fu tanto chiaro il ricordo della donna nagual seduto con me nella panca che involontariamente aspirai una boccata di aria ed il mio petto si gonfiò. Prese possesso di me un'oppressiva sensazione di perdita. Mi piegai con un dolore straziante nella scapola destra. C'era qualcosa più che io sapevo era un ricordo che un mia parte si ricusava a liberare. Aderii a quello che rimanevo della mia salvaguardia di intellighenzia, come l'unico mezzo di recuperare l'equanimità. Mi dissi un ed un'altra volta che la Grassa ed io stavamo operando tutto il tempo in due piani distinti. Ella ricordava molto più che io, ma non era inquisitiva. Non era stato allenata per formulare domande ad altri o sé stessa. Ma dopo mi assaltò l'idea che io non mi trovavo in migliori condizioni; continuava ad essere tanto rozzo come Don Juan disse che l'era. Non aveva dimenticato mai che leggeva poesia a Don Juan, e non mi fu successo mai tuttavia considerare il fatto che io non ho posseduto mai un libro di poesia spagnola, né non ho portato mai uno nel mio atto. La Grassa mi tirò fuori dalle mie cavillazioni. Si trovava quasi isterica. Mi gridò che la donna nagual doveva trovarsi in alcuno parte molto vicina a noi. Credeva che come a lei e me c'era stato incaricato che ci trovassimo l'un l'altro, alla donna nagual l'era stato raccomandato trovarci. Quasi la forza del suo ragionamento mi convinse. Tuttavia, qualcosa in me sapeva che questo non era così. Quell'era il ricordo che giaceva dentro me, e che non osavo tirare fuori alla superficie. Volli iniziare un dibattito con la Grassa, ma non c'era nessun motivo per farlo; la mia salvaguardia di intelletto e di parole era insufficiente per assorbire l'impatto di avere ricordato alla donna nagual. L'effetto era schiacciante per me, più devastatore che, perfino, la paura di morire. - La donna nagual è infossata in alcuno parte - disse la Grassa, tranquillamente -. Probabilmente sta con la schiena contro la parete e noi non facciamo niente per aiutarla. - No, no! - gridai -. La donna nagual non sta oramai qui. Esattamente non seppi perché dissi quello, e tuttavia sapeva che era verità. Affondiamo durante alcuni momenti in alcune profondità di malinconia che sarebbe impossibile da delucidare razionalmente. Per la prima volta, in quello che io conosco di me stesso sentii una vera ed infinita tristezza, una temibile sensazione di essere incompleto. In alcuno parte di me esisteva una ferita che era stato aperta di nuovo. Questa volta non poteva, come l'aveva fatto tante altre volte, ospitarmi dietro un velo di mistero e di incertezza. Non sapere era stato una benedizione per me. Durante alcuni istanti mi scoprii scivolando pericolosamente verso lo scoraggiamento. La Grassa mi fermò. - Un guerriero è qualcuno che cerca la libertà - mi disse nell'udito -. La tristezza non è libertà. Dobbiamo toglierci la di dosso. Avere un senso di disinteresse, come aveva detto Don Juan, implica avere una pausa


momentanea per riconsiderare le situazioni. Nella cosa più profonda della mia tristezza compresi quello che egli voleva dire. Aveva già il disinteresse, ora concordavo lottare per usare correttamente quella pausa. Non potrebbe dire se la mia volizione entrò in azione, ma improvvisamente tutta la mia tristezza svanì; era come se non fosse esistito mai. La velocità del mio cambiamento e la cosa completo che fu, mi allarmò. - Ora stai già dove io sto! - esclamò la Grassa quando gli descrissi quello che era successo -. Dopo tanti anni non ho potuto ancora imparare a maneggiare l'assenza di forma. Scivolo irrimediabilmente di un sentimento ad un altro in un istante. Come non ho forma, poteva aiutare le sorelline, ma per quell'esse mi avevano nelle sue mani. Chiunque di esse era egli sufficientemente forte per sbattere di un lato all'altro. "Il problema è che io persi prima la mia forma umana che tu. Se tu ed io l'avessimo persa insieme, ci saremmo potuti aiutare l'un l'altro; ma come furono le cose, io girovagavo dall'alto in basso come anima in pena. Quello sua asseverazione di non avere forma mi ero somigliato sempre spuria. A mio capire, perdere la forma umana doveva includere una consistenza di carattere che si trovava, a giudicare dagli alti e bassi emozionali della Grassa, oltre la sua portata. A causa di questo, l'aveva giudicata aspra ed ingiustamente. Avendo perso già la forma umana, mi trovavo ora in posizione di comprendere che detta condizione è un danno alla sobrietà e la discrezione. Non apporta nessuna forza emozionale automatica. Un aspetto del disinteresse, naturalmente la capacità di rimanere immerso in quello che uno si trovi facendo, si estende perfino a tutto quello che si fa, essere inconsistente e completamente meschino. Il vantaggio di non avere forma è la capacità di trattenersi un momento, se è che si tiene autodisciplina e valore. Finalmente la condotta passata della Grassa diventò comprensibile per me. Non aveva avuto forma per anni, ma non aveva l'autodisciplina richiesta. Per ciò era stato alla mercé di drastici cambiamenti e di discrepanze incredibili tra le sue azioni ed i suoi propositi. Nei giorni susseguenti, la Grassa e me riuniamo tutta la nostra forza emozionale e tentiamo di congiurare altri ricordi, ma non sembrava oramai c'essere più nessuno. Mi trovavo di nuovo dove stetti prima di incominciare a ricordare. Intuiva che, sepolto in me, in qualche modo dovrebbe avere molto più, ma non trovava maniera di arrivare a ciò. Nella mia mente non esistevano né i più vaghi barlumi di qualunque altro ricordo. La Grassa ed io passiamo per un periodo di tremenda confusione e di dubbi. Nel nostro caso, non avere forma significava essere distrutti per la peggiore sfiducia immaginabile. Sentiamo che eravamo come topi di laboratorio in mani di Don Juan, una persona che c'era apparentemente molto familiare, ma della quale in realtà ignoravamo tutto. Noi retroalimentamos l'un l'altro con dubbi e paure. Ovviamente la questione più seria era la donna nagual. Quando concentravamo la nostra attenzione su lei, il ricordo diventava tanto acuto che oltrepassava la nostra comprensione quello che l'avremmo dimenticata. Questo ci permetteva un ed un'altra volta osservare che cosa era quello che c'aveva fatto Don Juan in realtà. Molto facilmente queste congetture ci conducevano alla sensazione che eravamo stati usati. C'irritava l'inevitabile conclusione che Don Juan c'aveva ingannati, c'aveva lasciato abbandonati e sconosciuti per noi stessi. Quando la rabbia si esaurì, la paura incominciò a dondolarsi su noi; ora c'affrontava la terribile possibilità che non avevamo scoperto ancora tutto il male che Don Juan c'aveva fatto.


VII. TRASOGNANDO INSIEME Un giorno, per alleviare momentaneamente la nostra inquietudine, suggerii che dovremmo dedicare tutto il nostro tempo ed energia a trasognare. Non appena feci questo suggerimento mi resi conto che l'oscurità che mi aveva molestato per giorni si alterò radicalmente con solo desiderare il cambiamento. Chiaramente compresi allora che il problema della Grassa ed il mio era che inconsciamente c'eravamo incentrati nella paura e la sfiducia, come se fossero le uniche opzioni alla nostra portata. In ogni momento, tuttavia, avevamo avuto, senza saperlo coscientemente, l'alternativa di centrare deliberatamente la nostra attenzione nella cosa opposta: il mistero, la meraviglia di quello che ci succedeva. Comunicai alla Grassa il mio ritrovamento. Ella fu di accordo nell'atto. All'istante si azzardò, ed il panno della sua oscurità svanì in questione di secondi. - Che tipo di trasognare proponi che dobbiamo fare? - domandò. - Quanti tipi è? - dissi. - Possiamo trasognare insieme - replicò -. Il mio corpo mi dice che l'abbiamo fatto prima. Siamo entrati già nel sogno come pari. Vedi che sarà facilísimo come lo fu vedere insieme. - Ma non sappiamo quale il procedimento è per trasognare insieme - dissi. - Perché neanche sapevamo come vedere insieme e tuttavia vedemmo - disse -. Sono sicura che se lo tentiamo, potremo farlo, perché non ci sono passi specifici per tutto quello che fa un guerriero. Bisogna solo potere personale. Ed in questo momento l'abbiamo. "Dobbiamo, quello sì, trasognare da due posti distinti, la cosa più lontana possibile l'uno dell'altro. Quello che entra nel sogno primo, spera all'altro. Appena ci troviamo incrociamo le braccia e c'addentriamo insieme alle profondità del trasognare. Gli dissi che non aveva idea di come aspettarla se io incominciavo a trasognare prima che ella. Lei stessa non poteva spiegare quello che quell'implicava, ma chiarì che sperare all'altro ensoñador era quello che Josefina aveva descritto come "tirarlo." La Grassa era stata tirate due volte per Josefina.


- La ragione per la quale Josefina lo chiama così è perché uno dei due deve prendere all'altro del braccio - spiegò. Mi insegnò allora come farlo. Con la sua mano sinistra sottomise fortemente il mio avambraccio destro all'altezza del gomito. I nostri avambracci rimasero intrecciati quando io chiusi la mia mano destra sul suo gomito. - Come si può fare quell'in sogno? - domandai. Io, nella cosa personale, considerava che trasognare era uno degli stati più privati che possano immaginarsi. - Non so come, ma ti afferro - disse la Grassa -. Io credo che il mio corpo sa come. Ma quanto più continuiamo a parlare di questo, più difficile sembra essere. Cominciamo a trasognare da due posti. Potemmo metterci solo di accordo a che ora incominciare, dato che l'entrata nel sogno era impossibile da predeterminare. La possibilità che io dovessi aspettare la Grassa fu qualcosa che mi causò una gran ansietà, e non potei incominciare a trasognare con la facilità usuale. Dopo dieci o quindici minuti di agitazione finalmente riuscii ad entrare in un stato che io chiamo veglia in riposo. Anni prima, quando aveva acquisito già un certo grado di esperienza in trasognare, domandai a Don Juan se c'erano procedimenti specifici che fosse comuni per tutti. Mi disse che davvero ciascuno ensoñador è singolare ed indipendente. Ma parlando con la Grassa scoprii tante similitudini nelle nostre esperienze di trasognare che rischiai un possibile modello classificatorio delle diverse tappe. Veglia in riposo è lo stato preliminare, nel quale i sensi si assopiscono e, tuttavia, uno si trova cosciente. Nel mio caso, io avevo percepito sempre in questo stato un flusso di luce rossiccia, una luce esattamente uguale alla quale appare quando affronta uno il sole con le palpebre fortemente chiuse. Al secondo stato di trasognargli chiamai veglia dinamica. In questo, la luce rossiccia si dissolve come svanisce la nebbia, ed uno rimane vedendo una scena, una specie di quadro, che è statico. Si vede un'immagine tridimensionale, un tanto congelata: un passaggio, una strada, una casa, una persona, un viso, o qualunque altra cosa. Al terzo stato lo denominai testimonianza passiva. In lui, l'ensoñador non presenzia oramai più un aspetto congelato del mondo, ma è una testimone oculare di un evento come succede. È come se la preponderanza dei sensi visuale ed uditivo facesse a questo stato del trasognare principalmente una questione degli occhi e gli uditi. Nel quarto stato uno è portato ad agire, forzato a portare a capo azioni, a cedere passi, ad approfittare del massimo del tempo. Io richiamai a questo stato iniziativa dinamica. Aspettarmi, come proponeva la Grassa, aveva a che vedere col secondo ed il terzo stato di nostro trasognare insieme. Quando entrai nella seconda fase, veglia dinamica, in una scena di trasognare vidi Don Juan ed a varie altre persone, includendo la Grassa quando era obesa. Prima che potesse considerare che cosa era quello che vedeva, sentii una tremenda biffa nel mio braccio e mi resi conto dia che la Grassa "vera" si trovava al mio fianco. Stava alla mia sinistra ed aveva preso il mio avambraccio destro con la sua mano sinistra. Chiaramente sentii come alzava la mia mano affinché potessimo incrociare gli avambracci. Poi mi scoprii nella testimonianza passiva, il terzo stato del trasognare. Don Juan mi dicevo che io dovevo servire la Grassa e badarla alla maniera più egoista: questo è, come se ella fosse parte di me stesso. Il suo gioco di parole mi sembrò delizioso. Sentii una felicità soprannaturale per trovarmi lì con lui e con gli altri. Don Juan proseguì spiegando che il mio egoismo poteva essere utilizzato di molto buon modo, e che mettergli redini non era impossibile. C'era un'atmosfera generale di cameratismo tra tutta la gente congregata lì. Tutti ridevano di quello che Don Juan si diceva, ma senza burlarsi. Don Juan aggiunse che la maniera più sicura di soggiogare l'egoismo era per mezza delle attività quotidiane delle nostre vite. Manteneva che io ero efficiente in tutto quello che faceva perché non aveva nessuno che mi facessi la vita impossibile e che non era niente dell'altro mondo camminare diritto se uno cammina solo. Se mi dessi Lei il compito di curare la Grassa, tuttavia, la mia efficienza esploderebbe in pezzi, e per sopravvivere dovrebbe estendere la preoccupazione egoista per me stesso fino ad includere la Grassa. Solo aiutandola, Don Juan diceva col tono più enfatico, io troverei le chiavi per l'adempimento del mio vero compito. La Grassa mise le sue obese braccia attorno al mio collo. Don Juan dovette smettere di parlare. Rideva di tale maniera che non poteva proseguire. Tutti essi ruggivano di risata.


Mi sentii imbarazzato ed irritato con la Grassa. Tentai di staccarmi di lei, ma le sue braccia si trovavano fortemente allacciate intorno al mio collo. Con un gesto di mani, Don Juan mi fermò. Disse che la minima gravidanza che allora sperimentava non era niente in confronto a quello che mi aspettavo. Il suono delle risate era assordante. Mi sentii molto felice, benché mi preoccupassi dovere aiutare la Grassa, poiché ignorava quello che questo implicherebbe. In un momento di mio trasognare cambiai il punto di vista. . . , o piuttosto, qualcosa mi tirò fuori dalla scena ed incominciai a guardare tutto come spettatore. Ci trovavamo in una casa del nord del Messico; poteva rendermi conto di questo per il panorama che la circondava, il quale mi era parzialmente visibile. Poteva vedere in lontananza montagne. Ricordai anche gli abbigliamenti della casa. Ci trovavamo in un portico coperto, aperto. Parte della gente era seduta in grandi poltrone; tuttavia, la maggioranza si trovava in piedi o seduta nel suolo. C'erano sedici persone. La Grassa si trovava al mio fianco, di fronte a Don Juan. Mi resi conto che poteva avere contemporaneamente due differenti percezioni. Ugualmente poteva entrare nella scena del trasognare e recuperare un sentimento perso faceva molto, o poteva presenziare alla scena con le emozioni e sentimenti della mia vita attuale. Godendo affondavo nella scena del trasognare mi sentivo sicuro e protetto, ma quando la contemplava dell'altro modo mi sentivo perso, insicuro, angosciato. Non mi piacque quello mia reazione, pertanto mi immersi nella scena del trasognare. Una Grassa obesa domandò a Don Juan, con una voce che poteva sentirsi al di sopra della risata di tutti, se io andavo ad essere suo marito. Ci fu un momento di silenzio. Don Juan sembrava calcolare quello che dice. Applaudì la testa della Grassa e disse che di sicuro io sarei incantato di essere suo marito. La gente rideva strepitosamente. Io risi con essi. Il mio corpo si agitò con un piacere genuino, e tuttavia non credei stare ridendo della Grassa. Non la considerava un'aberrata o una stupida. Era una bambina. Don Juan diventò verso me e disse che io dovevo onorare la Grassa nonostante qualunque cosa che ella si facesse, e che doveva allenare il mio corpo, attraverso la mia interazione con lei, a sentirsi bene davanti alle situazioni più esigenti. Don Juan si diresse a tutto il gruppo e disse che era molto più facile comportarsi ben basse condizioni di massima tensione che essere impeccabile in circostanze normali, tali come l'interrelazione con qualcuno come la Grassa. Don Juan aggiunse che abbasso nessuna circostanza io dovevo irritarmi con la Grassa, perché in realtà ella era la mia benefattrice: solo attraverso lei io potrei essere capace di controllare il mio egoismo. Mi trovavo tanto completamente immerso nella scena del trasognare che mi ero dimenticato che stava trasognando. Una repentina pressione nel braccio me lo ricordò. Sentii la presenza della Grassa vicino a me, ma senza vederla. Si trovava lì solo come un contatto, una sensazione tattile nel mio avambraccio. In questo concentrai la mia attenzione, qualcuno mi tenevo fortemente aggrappato; dopo la Grassa mi materializzò come una persona completa, come se fosse fatta di quadri soprattasse di un film cinematografico. La scena di trasognare si dissolse. Invece di quello, la Grassa e me ci guardavamo l'un l'altro con gli avambracci incrociati. All'unisono, di nuovo concentriamo la nostra attenzione sulla scena che stavamo presenziando. In quello momento seppi, senza alcun dubbio, che avevamo osservato la stessa scena. Ora Don Juan diceva qualcosa alla Grassa, ma io non potevo sentirlo. La mia attenzione era portata di un lato ad un altro tra il terzo stato di trasognare, contemplazione passiva, e la seconda, veglia dinamica. In un momento io stavo con Don Juan, con una Grassa obesa e le sedici persone, ed il seguente istante mi trovavo di sempre con la Grassa contemplando una scena congelata. Allora una drastica scossa nel mio corpo mi condusse ad un altro livello più di attenzione: sentii qualcosa come lo scricchiolio di un pezzo secco di legno rompendosi, e mi trovai nel primo stato di trasognare, veglia in riposo. Mi trovavo addormentato e, nonostante, interamente cosciente. Io volevo rimanere la cosa più possibile in quello stato tranquillo, ma un'altra scossa mi fece svegliare subito. Era l'impatto intellettuale di avermi dato conta che la Grassa ed io avevamo trasognato insieme. Mi trovavo più che ansioso per parlare con lei. La Grassa sentiva la stessa cosa. Quando ci calmiamo, gli chiesi che mi descrivessi tutto quello che gli era successo in nostro trasognare insieme. - Stavo aspettandoti un lungo momento - disse -. Una parte di mio credeva che ti avesse perso, ma un'altra parte pensava che eri nervoso e che avevi problemi, e così sperai. - Dove mi aspettasti, Grassa? - domandai.


- Non so - rispose -. So che era uscito già dalla luce rossiccia, ma non poteva vedere niente. Pensandolo bene, non aveva vista, sentiva solo. Forse ancora stava nella luce rossiccia, benché non fosse rossa. Il posto dove mi trovavo aveva una tintura colore pesca. Allora aprii gli occhi e lì stavi. Sembrava che stessi già per andarti, e così ti afferrai del braccio. Allora guardai e vidi al nagual Juan Matus, a te, a me, ed all'altra gente nella casa di Vicente. Tu eri più giovane ed io ero grassa. La menzione della casa di Vicente mi portò una repentina comprensione. Dissi alla Grassa che una volta, maneggiando per Zacatecas, nel nord del Messico, ebbi un strano impulso ed andai a visitare Vicente, uno degli amici di Don Juan. Non compresi allora che facendolo, involontariamente aveva attraversato ad un dominio escluso. Vicente, come la donna nagual, apparteneva ad un'altra area, ad un altro mondo. Mi intesi di quello momento la ragione per la quale la Grassa rimanesse tanto attonita quando lo riferii quella visita. Conoscevamo molto bene Vicente chi era tanto vicino a noi come Don Genaro, o magari più ancora. E tuttavia, li avevamo dimenticati, come aveva dimenticato alla donna nagual. In quello momento la Grassa ed io facemmo un'immenso disgresión. Insieme ricordiamo che Vicente, Genaro e Silvio Manuel erano amici di Don Juan, le sue coorti. Tutti essi si trovavano uniti per una specie di giuramento. La Grassa ed io non potevamo ricordare che cosa era quello che li aveva uniti. Vicente non era indio. Era stato farmaceutico quando giovane. Era l'erudito del gruppo, il vero guaritore che manteneva tutti in perfetto stato di salute. L'appassionava la botanica. Io non avevo dubbio alcuna che egli sapeva di piante più che qualunque essere umano vivente. La Grassa ed io ricordiamo che fu Vicente quello che dava istruzione a tutti, includendo Don Juan, riguardo, delle piante medicinali. Prese un interesse speciale in Néstor, e tutti noi pensavamo che Néstor arriverebbe ad essere come egli. - Ricordare a Vicente mi fa pensare a me - disse la Grassa -. Mi fa pensare alla cosa insopportabile che sono stato. La cosa peggiore che può passare ad una donna è avere figli, avere buchi nel suo corpo, e nonostante quello continuare ad agire come un'adolescente. Quell'era il mio problema. Io volevo essere un incantesimo ed era vuota. Ed essi mi lasciavano fare il ridicolo e fino a mi aiutavano a farlo. - Chi sono essi, Grassa? - gli domandai. - Il nagual e Vicente e tutta quella gente che stava in casa di Vicente quando mi comportai come un'asina con te. La Grassa ed io comprendemmo la stessa cosa all'unisono. Alla Grassa gli era permesso essere insopportabile solo con me. Nessuno più sopportava le sue sciocchezze, benché ella li tentasse con tutti. - Vicente sé mi trattenevo - disse la Grassa -. Mi portavo la corda. Immaginati che fino a zio gli diceva. Quando volli dire zio a Silvio Manuel, quasi mi spella le ascelle con le sue mani che sembravano artigli. I due trattiamo di concentrare la nostra attenzione su Silvio Manuel, ma non potemmo ricordare come era. Sentivamo la sua presenza nei nostri ricordi, ma egli non era una persona, era solo un sentimento. Parliamo della nostra scena di trasognare e giungiamo all'accordo che questa era stata una replica fedele di quello che ebbe luogo nelle nostre vite in un certo tempo in realtà, ma ci risultava impossibile ricordare quando. Tuttavia, io avevo l'estranea sicurezza che effettivamente stetti a carico della Grassa come allenamento per affrontare l'interazione con la gente. Era imperativo che io interiorizzassi un stato di equanimità davanti a situazioni sociali difficili, e ferma questo nessuno era potuto essere un migliore allenatore che la Grassa. I relampagazos di vaghi ricordi che io avevo di un'obesa Grassa sorgeva da quelle circostanze, perché io avevo eseguito alla lettera le ordine di Don Juan. La Grassa disse che non gli era piaciuto nella cosa più minima la scena di trasognare. Ella avrebbe preferito guardare solamente, ma io la spinsi a che rivivesse i suoi vecchi sentimenti che gli erano detestabili. Il suo scontento fu tanto intenso che deliberatamente strinse il mio braccio per forzarmi a finire la nostra partecipazione in qualcosa che gli risultava tanto odioso. Al giorno dopo incominciamo un'altra sessione di trasognare insieme. Ella l'iniziò nel suo guardaroba e me nel mio studio, ma non successe niente. Rimaniamo finiti meramente tentando di entrare nel sogno. Dopo, passarono settimane intere senza che potessimo avanzare la cosa minima. Ogni fallisco ci girava più disperati ed avidi. In considerazione della nostra sconfitta decisi che, per il momento, dovremmo posporre


trasognare insieme ed esaminare con maggiore curato i processi del trasognare ed analizzare i suoi concetti e procedimenti. In un principio la Grassa non fu di accordo con me. Per lei, l'idea di rivedere quello che sapevamo di trasognare ricostituiva un'altra maniera di soccombere all'avidità. Ella preferiva i nostri fallimenti. Io persistei fino a che finalmente accedè, meglio di niente dovuto alla sensazione che eravamo assolutamente persi. Una notte, egli più casualmente che potemmo, incominciamo a discutere quello che dovevamo trasognare. Immediatamente ci fu ovvio che c'erano alcuni temi centrali che specialmente Don Juan aveva enfatizzato. La cosa prima era l'atto stesso, il quale comincia come un stato unico di coscienza al quale si arriva concentrando il residuo cosciente che si conserva, anche se uno è addormentato, negli elementi o i tratti dei sonni comuni e correnti. Il residuo cosciente, al quale Don Juan chiamava la seconda attenzione, è addestrato attraverso esercizi di no-fare. La Grassa ed io fummo di accordo che un sostituto essenziale del trasognare era un stato di quiete mentale che Don Juan aveva chiamato "fermare" il dialogo interno, o il "nofare di parlarsi ad uno stesso." Per insegnarmi come riuscirlo, Don Juan normalmente diventava camminare durante chilometri con gli occhi fosse di faretto, fissi in un piano alcuni gradi al di sopra dell'orizzonte, al fine di rialzare la visione periferica. Il metodo fu effettivo per due ragioni. Mi permise di fermare il mio dialogo interno dopo anni di pratica, ed allenò la mia attenzione. Forzandomi ad una concentrazione nella vista periferica, Don Juan rinforzò la mia capacità di concentrarmi, per lunghi periodi di tempo, in una sola attività. Dopo, quando riuscii a controllare la mia attenzione e fui già capace di lavorare per ore in qualunque compito - qualcosa che non potei fare mai prima -, Don Juan mi disse che la migliore maniera di entrare in sogni era concentrandomi sull'area esatta nella punta dello sterno. Disse che di quello posto emerge l'attenzione che si richiede per cominciare il sogno. L'energia che necessita uno per muoversi nel sogno sorge dall'area tre o quattro centimetri sotto l'ombelico. A quell'energia la chiamava la volontà, o il potere di selezionare, di armare. In una donna, tanto l'attenzione come l'energia per trasognare, nasce nel ventre. - Il trasognare di una donna deve venire dal suo ventre perché quello è il suo centro - disse la Grassa -. Affinché io possa incominciare a trasognare o smettere di farlo, tutto quello che devo fare è fissare l'attenzione al mio ventre. Ho imparato a sentirlo all'interno. Vedo un scintillio rossiccio per un istante e dopo sto già fuori. - Quanto tempo si prende riuscire a vedere quella luce rossiccia? - gli domandai. - Alcuni secondi. Nel momento in che la mia attenzione sta nel mio ventre, sto già nel trasognare - continuò -. Non combatto mai, mai più. Così sono le donne. Per una donna la parte più difficile è imparare come incominciare; a me mi portò un paio di anni fermare il mio dialogo interno concentrando la mia attenzione sul ventre. Magari quella è la ragione per la quale una donna necessita sempre che un altro l'acicatee. "Il nagual Juan Matus mi mettevo nelle pancia pietre del fiume, fredde e bagnate; per diventare sentire quell'area. O mi mettevo sopra un peso; io avevo un pezzo di piombo che egli mi ottenne. Il nagual mi facevo chiudere gli occhi e concentrare l'attenzione sul posto dove io sentivo il peso. Di solito rimanevo dormita. Ma quello non lo disturbava. Realmente non importa quello che uno fa mentre l'attenzione stia nel ventre. Infine imparai a concentrarmi su quello posto senza avere niente messo sopra. Un giorno incominciai solita a trasognare. Come sempre, cominciai da sentire la mia pancia, nel posto dove il nagual aveva messo il peso tante volte, dopo rimasi dormita come sempre, a meno che qualcosa mi tirò diretto dentro al mio ventre. Vidi un scintillio rossiccio e dopo ebbi un sonno della cosa più bella. Ma non appena volli raccontarsilo al nagual, mi resi conto che era stato un sonno ordinario. Non c'era modo di contargli come era stato. Del sonno io sapevo solo che in lui mi sentii molto felice e forte. Il nagual mi disse che io avevo trasognato. "A partire da quello momento mai più mi girò già a mettere sopra un peso. Mi lasciò fare mio trasognare senza interferire. Ogni tanto mi chiedevo che gli contasse come andavano le cose, e mi davo consigli. Così è come deve portare a termine l'istruzione del trasognare." La Grassa assicurò che Don Juan gli aveva spiegato che qualunque cosa può servire come nofare per propiziare il trasognare, purché questo forzi all'attenzione a rimanere fissa. Per esempio, fece che ella e gli altri apprendisti contemplassero fissamente foglie e pietre, ed incoraggiò a Pablito a che costruisse il suo proprio apparato di no-fare. Pablito incominciò col no-fare di camminare all'indietro. Egli avanzava mettendo veloci sguardi da parte per non perdere la


direzione e per evitare gli ostacoli della strada. Io gli diedi l'idea di utilizzare un specchio ed egli espanse l'idea costruendo un casco di legno con un assemblaggio esterno di filo di ferro che sosteneva due piccoli specchi, a circa quindici centimetri del suo viso ed a cinque centimetri sotto il livello dei suoi occhi. I due specchi non interferivano con la sua visione frontale, e dovuto all'angolo laterale nel che si trovavano posizionati questi gli permettevano di coprire tutto il campo visuale alle sue spalle. Pablito ostentava che aveva una visione periferica di 360 gradi. Soccorso per questo artefatto, Pablito poteva camminare all'indietro lunghe distanze, o per lunghi periodi di tempo. Anche la posizione che uno sceglie per fare il trasognare era un tema molto importante. - Non so perché il nagual non mi spiegò dal mero principio - disse la Grassa - che per una donna la migliore posizione per incominciare è sedersi con le gambe incrociate e dopo lasciare che il corpo cada come possa. Il nagual mi disse questo un anno dopo che io avevo incominciato. Oggigiorno, io prendo posto in quella posizione per un momento, sento il mio ventre, e subito sto trasognando già. Al principio, e come la Grassa, io l'avevo fatto coricato di spalle, fino a che un giorno Don Juan mi disse che per ottenere migliori risultati doveva sedermi in una stuoia soave e magra, con le piante dei miei piedi messe giunte e con le cosce toccando la stuoia. Mi segnalò che, come io avevo le congiunture delle anche qualcosa elastiche, doveva esercitarli al massimo, col fine di arrivare ad avere le cosce completamente appianate contro il suolo. Don Juan aggiunse che se io arrivavo ad entrare nel trasognare seduto in quella posizione, il mio corpo non scivolerebbe né cadrebbe a nessuno dai lati, ma il mio tronco si inclinerebbe in avanti e la mia fronte si appoggerebbe sui miei piedi. Un altro tema di enorme significato era l'ora di trasognare. Don Juan c'aveva detto che le ore più avanzate della notte o le prime ore dell'alba erano le migliori. Egli spiegava la ragione per la quale preferiva queste ore come un'applicazione pratica della conoscenza degli stregoni. Disse che dal momento in cui uno deve fare suo trasognare dentro il suo mezzo sociale, uno debito di cercare le migliori condizioni possibili di isolamento, liberi di interferenze. Le interferenze alle quali si riferiva avevano a che vedere con la "attenzione" della gente, e non con la sua presenza fisica. Per Don Juan era fuori qualcosa di proposito il ritirarsi del mondo e nascondersi, perché perfino se uno Lei trovasse solo in un posto isolato e deserto, l'interferenza dei nostri prossimi prevale. La certezza della sua prima attenzione non può essere staccata. Solo localmente alle ore nelle che la maggioranza della gente è addormentata uno può deviare parte di quella certezza per un breve lasso. In quelle ore è assopita la prima attenzione di chi ci circondano. Questo condusse Don Juan al tema della seconda attenzione. Egli ci spiegò che l'attenzione che uno richiede negli inizi del trasognare deve costringersi a rimanere in un determinato dettaglio di un sonno. Solo mediante l'immobilizzazione dell'attenzione può uno trasformare in sogno un sonno ordinario. Spiegò anche che trasognando uno debito di usare gli stessi compulsivi meccanismi di attenzione della vita quotidiana. Nostra prima attenzione è stata allenata per mettere a fuoco gli elementi del mondo, compulsivamente e con gran forza, al fine di trasformare il dominio caotico ed amorfo della percezione nel mondo ordinato della coscienza. Anche Don Juan ci disse che la seconda attenzione svolgeva il ruolo di un richiamo; la chiamò un convocador di opportunità. Quanto più se l'esercita, maggiore è la possibilità di ottenere quello che si desidera. Affermò che anche questo è la funzione dell'attenzione in generale, la quale diamo di tale forma per seduta nella nostra vita giornaliera che non la notiamo mai; se ci passa un evento fortuito, parliamo di lui in termini di un incidente o di una coincidenza, e non in termini che la nostra attenzione fece che succedesse. La nostra discussione della seconda attenzione preparò il terreno per un'altra questione cruciale, il corpo di sogno. Per potere guidare la Grassa verso questo, Don Juan gli diede il compito dia immobilizzare la sua seconda attenzione egli più fermamente possibile negli elementi della sensazione di volare in sogni. - Come imparasti a volare in sogni? - gli domandai -. Ti insegnò qualcuno? - Il nagual Juan Matus fu quello che mi insegnò in questa terra - rispose -. E nel sogno mi insegnò qualcuno al quale non potei vedere mai. Era solo una voce che stavo dicendo quello che bisognava fare. Il nagual mi impose il compito di imparare a volare in sogni e la voce mi insegnò come farlo. Poi mi fu da anni imparare per me stessa a cambiare il mio corpo normale, quello


che uno può vedere e toccare, al mio corpo di sogno. - Quello me lo devi spiegare - gli chiesi. - Tu stavi imparando ad entrare nel tuo corpo di sogno quando trasognasti che uscivi dal tuo corpo - continuò -. Ma come me vedo le cose, il nagual non ti diede nessun compito specifico, cosicché tu continuasti a darlo come ti uscisse lì. D'altra parte, a me mi fu dato il compito di utilizzare il mio corpo di sogno. Le sorelline ebbero lo stesso compito. Nel mio caso, una volta ebbi un sonno nel quale volava come papalote. Lo contai al nagual perché mi era piaciuto la sensazione di pianificare. Egli lo prese sul serio e lo fece un compito. Disse che non appena uno impara a trasognare, qualunque sonno che uno può ricordare non è oramai un sonno, è sogno. "Allora incominciai a tentare di volare quando trasognava. Ma non poteva organizzarmi. Quanto più tentava di influenzare i miei sogni, più difficile mi mettevo Lei. Finalmente il nagual mi consigliò che smettesse di forzarmi e che lasciasse che tutto succedesse per sé stesso. Poco a pochino incominciai a volare nei sogni. Fu allora quando una voce mi incominciò a dire che cosa fare. Credei sempre che fosse una voce di donna. "Quando aveva imparato già a volare perfettamente, il nagual mi disse che doveva ripetere, sveglia, tutti i movimenti di volo che io imparai in sogni. Tu avesti la stessa opportunità quando la tigre denti di sciabola ti insegnava come respirare. Ma non diventasti mai una tigre in sogni, in modo che propriamente non potevi tentare di farlo quando eri sveglio. Ma io sé imparai a volare in sogni. Cambiando la mia attenzione al mio corpo di sogno, poteva volare come papalote quando era sveglia. Una volta ti insegnai il mio volo perché voleva che vedessi che io avevo imparato ad usare il mio corpo di sogno. Ma a te non ti fu successo mai di che cosa si trattava la cosa. La Grassa si riferiva contemporaneamente in che mi atterrì con l'incomprensibile atto reale di alzarsi e pianificare nell'aria come un volatore. Il fatto fu tanto stravagante per me che non potei incominciare neanche a capirlo in una maniera logica. Come di abitudine, quando io ero confrontato per eventi di quella natura, lo misi nell'amorfa categoria di percezioni sotto condizioni di tensione "estrema." Io argomentavo che in casi di tensione severa la percezione poteva essere enormemente distorta per i sensi. La mia spiegazione non spiegava niente ma sembrava riappacificare alla mia ragione. Dissi alla Grassa che doveva avere più per forza, in quello che ella richiamava il cambiamento al suo corpo di sogno che ripetere meramente l'azione di volare. Ella lo pensò un momento prima di rispondere. - Io credo che anche il nagual ti ha dovuto dire - affermò - che la cosa unica che in realtà conta facendo quello cambiamento è ancorare la seconda attenzione. Il nagual diceva che è l'attenzione quella che fa al mondo. Aveva le sue ragioni per dirlo. Era il padrone dell'attenzione. Suppongo che lo lasciò al mio conto quello che io verificassi che tutto quello che doveva per cambiare al mio corpo di sogno, era concentrare la mia attenzione su volare. La cosa importante era immagazzinare attenzione in sogni, osservare tutto quello che io verso volando. Quell'era l'unica forma di coltivare la mia seconda attenzione. Una volta che questa era solida, con solo metterla a fuoco lievemente nei dettagli e nella sensazione di volare mi prodursi più sogni di volare, fino a che finalmente per me era una routine trasognare che salivo per le arie. "Nella questione di volare, dunque, la mia seconda attenzione era molto affilata. Quando il nagual mi diede il compito di cambiarmi al mio corpo di sogno; quello che voleva fare era che sintonizzasse la mia seconda attenzione essendo sveglia. Così è come io lo capisco. La prima attenzione, l'attenzione che fa al mondo, non può essere mai soggiogata del tutto; può essere sconnessogli solo alcuni momenti per rimpiazzarla con la seconda attenzione, quello è, se il corpo l'ha immagazzinata quanto basta. Naturalmente, trasognare è una maniera di immagazzinare la seconda attenzione. In modo che io direi che per potere cambiarti al tuo corpo di sogno, essendo sveglio devi trasognare fino a che i sogni ti siano uscito dalle orecchie. - Puoi entrare nel tuo corpo di sogno ogni volta che vuoi? - gli domandai. - No. Non è così facile - replicò -. Ho imparato a ripetere i movimenti e le sensazioni di volare quando sono sveglia, e tuttavia, non posso volare ogni volta che voglio. Il mio corpo di sogno trova sempre una barriera. A volte la barriera cede; il mio corpo è libero in quelli momenti e me posso volare come se stesse trasognando. Dissi alla Grassa che nel mio caso Don Juan mi diede tre compiti per allenare la mia seconda attenzione. La prima era trovare le mie mani nei miei sogni. Poi mi raccomandò che scegliesse un posto locale, concentrasse su lui la mia attenzione, e dopo facesse trasognare in pieno giorno e


verificasse se in realtà poteva andare lì. Mi suggerì che collocasse in quello posto ad una persona vicina a mio, di preferenza una donna. Con questo otterrebbe due cose: in primo luogo, ella potrebbe percepire cambiamenti sottili che potesse testimoniare che io stavo in realtà lì in sogni; e, secondo, ella potrebbe osservare dettagli minuscoli e questioni del posto, perché precisamente in quelli si incentrerebbe la mia seconda attenzione. Il problema più serio che a questo rispetto ha l'ensoñador è la certezza infrangibile della seconda attenzione di dettagli che passerebbero completamente: inosservati nella vita quotidiana, creando, di quella maniera, un ostacolo quasi invincibile per la verifica. Quello che uno ricerca in sogni non è quell'a quello che gli sarei prestato attenzione nella vita ordinaria. Don Juan spiegò che durante il periodo di apprendistato uno battaglia per immobilizzare la seconda attenzione. Conseguentemente, uno deve combattere ancora più per rompere quella stessa immobilizzazione. In sogni uno deve soddisfarsi con occhiate molto brevi, con barlumi passeggeri. Non appena uno mette a fuoco qualcosa, uno perde controllo. Il compito meno generalizzato di Don Juan mi diede, consisteva in uscire dal mio corpo. Io l'ero riuscito in parte, e per certo lo considerai sempre come il mio unico vero risultato in sogni. Don Juan partì prima che io avessi perfezionato la sensazione che poteva maneggiare il mondo dei temi giornalieri mentre trasognava. La sua partenza interruppe quello che io pensai andava ad essere un inevitabile montaggio della mia realtà di sogni sul mondo della mia vita giornaliera. Per delucidare il controllo della seconda attenzione, Don Juan presentò l'idea della volontà. Disse che la volontà poteva descriversi come il massimo controllo della luminosità del corpo in quanto a campo di energia, o poteva descriversi come un livello di perizia, o un stato di essere a quello che arriva bruscamente un guerriero in un momento dato. Lo è sperimentato come un forza che irradia della parte mezza del corpo dopo un momento del silenzio più assoluto, o di un momento di terrore puro, o di una profonda tristezza; ma non dopo un momento di felicità. La felicità è troppo trastornante per permettere al guerriero la concentrazione richiesta al fine di usare la luminosità il suo corpo e trasformarla in silenzio. - Il nagual mi disse che per un essere umano la tristezza è tanto poderosa come il terrore - disse la Grassa -. La tristezza fa che un guerriero rovesci lacrime di sangue. Ambedue possono produrre il momento di silenzio. O il silenzio viene per sé stesso, perché il guerriero lo persegue durante la sua vita. - Sei arrivato tu a sentire quello momento di silenzio? - gli domandai. - Certo l'ho fatto, ma non posso ricordare come è - disse -. Tu ed io l'abbiamo sentito prima e nessuno dei due possiamo ricordare niente di quello. Il nagual disse che è un momento di nerezza, un momento ancora più silente che il momento di fermare e chiudere il dialogo interno. Quella nerezza, quello silenzio, permette che sorga il tentativo da dirigere la seconda attenzione, di dominarla, di obbligarla a fare cose. Per quel motivo lo è chiamato volontà. Il tentativo e l'effetto sono la volontà; il nagual disse che le due erano unite. Mi disse tutto questo quando io tentavo di imparare a volare in sogni. Il tentativo di volare produce l'effetto di volare. Gli dissi che quasi io avevo scartato già la possibilità di arrivare a sperimentare la volontà. - La sperimenterai - disse la Grassa -. Il problema è che tu ed io non stiamo quanto basta affilature per sapere che cosa è quello che sta succedendoci. Non sentiamo la nostra volontà perché pensiamo che dovrebbe essere qualcosa del quale siamo sicuri, come il fatto di arrabbiarsi, per esempio. La volontà è molto silenziosa, non si nota. La volontà appartiene all'altro io. - Quale altro io, Grassa? - domandai. - Tu sai di che cosa sto parlando - rispose energicamente -. Quando trasogniamo entriamo in nostro altro io. Abbiamo messo già lì infinite volte, ma ancora non siamo completi. Un lungo silenzio ebbe luogo. Io mi dissi che ella aveva ragione dicendo che ancora non eravamo completi. Capii che con quell'ella voleva dire che eravamo meri apprendisti di un'arte inesauribile. Ma allora attraversò per la mia mente l'idea che forse ella si riferiva ad un'altra cosa. Non si trattava di un pensiero razionale. In un principio sentii qualcosa come una sensazione acuta nel mio plesso solare e dopo ebbi l'idea che chissà ella si riferiva ad un'altra cosa. Quindi sentii la risposta. Mi arrivò come un assolo blocco, una specie di massa. Seppi che tutto un insieme si trovava lì, primo nella punta dello sterno e dopo nella mia mente. Il mio problema era che non poteva districare velocemente quello che sapeva, sufficienza per verbalizzarlo. La Grassa non interruppe i miei processi di pensiero con commenti o gesti. Era perfettamente silenziosa, sperando. Sembrava trovarsi collegato internamente con me a tale punto che non


dovevamo dire niente. Sostenemmo questo sentimento di comunione dell'uno con l'altro per un momento e dopo questo c'assoggettò ai due. La Grassa ed io ci calmiamo a poco a poco. Finalmente, incominciai a parlare. Non era che io dovessi reiterare quello che sentiamo e sapemmo di comune, quello che necessitava era ristabilire le nostre basi di discussione. Gli dissi che io sapevo eravamo incompleti di che maniera, ma che non poteva mettere in parole la mia conoscenza. - Ci sono tante e tante cose che sappiamo - disse -. E tuttavia, non possiamo usare tutto quello perché in realtà ignoriamo come estrarrlo di noi stessi. Tu incominciasti già a sentire quella pressione. Io l'ho avuta per anni. So e contemporaneamente non so. La maggior parte del tempo mi sono caduto le bave e tutto quella che dico è pura stupidità. Io capii a che cosa si riferiva e me l'intesi di un livello fisico. Io sapevo qualcosa di assolutamente pratico ed evidente della volontà e di quello che la Grassa aveva chiamato l'altro io, e, tuttavia, non poteva emettere non la minore parola di quello che sapeva, perché fosse prenotato o vergognoso, bensì perché ignorava per dove cominciare, come organizzare la mia conoscenza. - La volontà è un controllo della seconda attenzione alla quale lo è chiamato l'altro io - disse la Grassa dopo una lunga pausa -. Nonostante tutto quello che abbiamo fatto, conosciamo solo un pezzetto molto piccolo dell'altro io. Il nagual lasciò al nostro carico quello che completassimo la nostra conoscenza. Quello è il nostro compito di ricordare. Si diede un colpo nella fronte con la palma della sua mano, come se qualcosa fosse arrivato improvvisamente alla sua mente. - Dio sacro! Stiamo ricordando all'altro io! - esclamò, con la sua voce quasi costeggiando l'isteria. Poi si calmò e parlò in un tono più soave -: Siamo stati evidentemente già lì e l'unica maniera di ricordarlo è come stiamo facendolo, sparando i nostri corpi di sogno mentre trasogniamo insieme. - Che cosa vuoi dire con quello di sparare i nostri corpi di sogno? - lo consultai. - Tu stesso presenziasti quando Genaro sparava il suo corpo di sogno - disse -. Esce come se fosse una pallottola lenta; in realtà si attacca e si stacca del corpo fisico con un scricchiolio forte. Il nagual diceva che il corpo di sogno di Genaro poteva fare la maggior parte delle cose che noi facciamo normalmente; egli si dirigeva a di quella maniera per scuoterti. Ora già so che cosa era quello che cercavano il nagual e Genaro. Volevano che ricordassi, e per riuscirlo Genaro portava a termine imprese incredibili davanti ai tuoi stessi occhi sparando il suo corpo di sogno. Ma non servì da niente. - Io non seppi mai che egli si trovava nel suo corpo di sogno - dissi. - Non lo sapesti mai perché non osservavi niente - disse -. Genaro tentò di fartelo sapere tentando cose che il corpo di sogno non può fare, come mangiare, bere, e cuci per lo stile. Il nagual mi disse che a Genaro gli piaceva scherzare con te dicendoti che andava a cagare e fare che tremassero le montagne. - Perché il corpo di sogno non può fare quelle cose? - domandai. - Perché il corpo di sogno non può maneggiare il tentativo di mangiare o di bere - rispose. - Che cosa vuoi dire con quello, Grassa? - La gran impresa di Genaro consisteva in che imparò il tentativo di formare il suo corpo fisico nei suoi sogni - spiegò -. Egli finì quello che tu incominciasti a fare. Egli poteva trasognare tutto il suo corpo della più perfetta maniera. Ma il corpo di sogno ha un tentativo differente del tentativo del corpo fisico. Per esempio, il corpo di sogno può attraversare una parete, perché conosce il tentativo di sparire nell'aria. Il corpo fisico conosce il tentativo di mangiare, ma non quello di sparire nell'aria. Per il corpo fisico di Genaro, oltrepassare una parete sarebbe tanto impossibile come sarebbe mangiare per il suo corpo di sogno. La Grassa tacque durante alcuni istanti come se soppesasse quello che aveva appena detto. Io volli sperare di formularlo più domande. - Genaro aveva dominato solo il tentativo del corpo di sogno - disse con una voce soave -. Silvio Manuel, d'altra parte, era il massimo padrone del tentativo. Ora già so che non possiamo ricordare il suo viso perché egli non era come qualunque altro. - Che cosa ti fa dire quello, Grassa? - domandai. Ella cominciò a spiegarmi quello che voleva dire, ma non potè parlare coerentemente. All'improvviso, sorrise. I suoi occhi si illuminarono. - So già! - esclamò -. Il nagual mi disse che Silvio Manuel era il padrone del tentativo perché era permanentemente in suo altro io. L'era il vero capo. Si trovava dietro tutto quello che faceva il


nagual. In realtà, egli fu quello che fece che il nagual si incaricasse di te. Sperimentai un'acuta scomodità fisica sentendo alla Grassa dire quello. Quasi finii per vomitare e dovetti fare sforzi straordinari per nascondersilo. Ebbi spasmi di vomito. Gli diedi la schiena. Ella smise di parlare per un istante e dopo procedè come se avesse deciso di ignorare il mio stato. Mi gridò. Disse che quell'era il momento di chiarire le nostre offese. Mi rinfacciò il mio risentimento per quello che successe nella città del Messico. Aggiunse che il mio rancore non si doveva a che ella si sarebbe messa dalla parte degli altri apprendisti in contro mia, bensì perché ella li aveva aiutati a smascherarmi. Gli spiegai che tutti quelli sentimenti erano svaniti in me. Ella continuò inesorabile. Sostenne che non sia che io affrontassi quelli sentimenti, in qualche modo questi mi girerebbero. Insistè in che la mia adesione con Silvio Manuel era il midollo del tema. Io non potevo credere i cambiamenti spirituali per i quali passai sentendo i suoi argomenti. Mi trasformai in due persone: un'arrabbiava, spumeggiando della bocca; l'altra era calmata, osservando. Ebbi un ultimo spasmo doloroso nel mio stomaco e vomitai. Non fu la sensazione di nausea quella che causò lo spasmo. Piuttosto si trattava di un'ira incontenibile. Quando finalmente mi calmai risentii molto imbarazzato del mio comportamento e preoccupato che un incidente di quella natura potesse girare a pensare in un'altra occasione. - Non appena accetti la tua vera natura, sarai libero del furore - disse la Grassa in un tono impassibile. Volli discutere con lei, ma vidi la futilità che quell'implicava. Inoltre, l'attacco di ira aveva consumato la mia energia. Risi perché in realtà ignorava che cosa io farei in caso che la Grassa stesse nella cosa certa. Mi fu successo allora che dal momento in che io avevo dimenticato alla donna nagual, tutto era possibile. Sentiva una strana sensazione di caldo o irritazione nella gola, come se avesse ingerito cibo piccante. Ebbi una scossa di allarme corporale giostro come se avesse visto qualcuno rannicchiato alle mie spalle, ed in quello momento seppi di scienza un certo qualcosa che un istante prima non sapeva. La Grassa aveva ragione. Silvio Manuel era stato incaricato di me. La Grassa rise estentóreamente quando glielo dissi. Aggiunse che anche ella ricordava qualcosa più di Silvio Manuel. - Non mi ricordo di lui come persona, come ricordo alla donna nagual - continuò -, ma sì mi ricordo di quello che il nagual mi disse di lui. - Che cosa ti disse? - domandai. - Disse che mentre Silvio Manuel stette in questa terra era come Scelse. Sparì una volta senza lasciare orme ed andò all'altro mondo. Andò via per anni, ed un giorno ritornò. Il nagual diceva che Silvio Manuel non ricordava dove era stato o che cosa aveva fatto, ma il suo corpo aveva cambiato. Era ritornato al mondo, ma ritornò in suo altro io. - Che più ti disse, Grassa? domandai. - Non posso accordarmi di ma - rispose -. È come se stesse vedendo attraverso la nebbia. Io ero sicuro che se ci sforzavamo duramente, verificheremmo lì stesso chi Silvio Manuel era. Glielo dissi. - Il nagual assicurava che il tentativo è presente in tutto - disse improvvisamente la Grassa. - E quello che cosa vuole dire? - domandai. - Non so - rispose -. Sto parlando solo quello che mi è venuto nella mente. Anche il nagual disse che il tentativo è quello che fa il mondo. Era sicuro di avere sentito prima quello stesso. Pensai che Don Juan mi aveva dovuto dire la stessa cosa e che io l'avevo dimenticata. - Quando ti parlò di quello Don Juan? - domandai. - Non ricordo quando - rispose -. Ma mi disse che la gente, e tutte le altre creature viventi, per certo, è schiava del tentativo. Stiamo nei suoi artigli. Ci fa fare tutto quello che vuole. Ci fa agire nel mondo. Perfino ci fa morire. Mi disse "che quando ci trasformiamo in guerrieri, tuttavia, il tentativo diventa il nostro amico. Ci lascia essere liberi per un momento. A volte perfino noi viene, come se per di là stesse aspettandoci. Mi disse che egli era personalmente solo un amico del tentativo. . . , non mangio Silvio Manuel, che era il suo padrone. In me c'erano immense pressioni di memorie nascoste che lottavano per uscire. Sperimentai una tremenda frustrazione durante alcuni momenti e dopo qualcosa in me cedè. Mi calmai. Non mi interessavo oramai verificare niente di Silvio Manuel. La Grassa interpretò il mio cambiamento come un segno che non ci trovavamo intelligenti per


confrontare i nostri ricordi di Silvio Manuel. - Il nagual ci mostrò a tutti noi quello che egli poteva fare col suo tentativo - disse, bruscamente -. Poteva fare apparire cose richiamando al tentativo. Mi disse "che se io volevo volare, doveva convocare il tentativo di volare. Mi insegnò allora come egli convocava, e saltò nell'aria e salì facendo un circolo, come un papalote gigantesco. O poteva fare che nella sua mano apparissero cose. Mi disse che conosceva il tentativo di molte cose e che poteva richiamare a quelle stesse cose tentandoli. La differenza tra lui e Silvio Manuel era che Silvio Manuel, essendo il padrone del tentativo, conosceva il tentativo di tutto. Gli dissi che la sua spiegazione richiedeva chiarimenti. Ella sembrò lottare per sistemare le parole nella sua mente. - Io imparai il tentativo di volare - disse -, ripetendo tutte le sensazioni che aveva avuto volando nei miei sogni. Questo fu solamente un esempio. Il nagual aveva imparato in vita il tentativo di cientos di cose. Ma Silvio Manuel andò alla fonte stessa. La penetrò. Non dovette imparare il tentativo di niente. Era uno col tentativo. Il problema era che non aveva oramai più desideri, perché il tentativo non ha desideri per sé stesso, e così doveva dipendere dal nagual per la volontà. In altre parole, Silvio Manuel poteva fare tutto quello che il nagual voleva. Il nagual dirigeva il tentativo di Silvio Manuel. Ma neanche il nagual aveva come desideri, la maggior parte del tempo non facevano niente.

VIII. LA COSCIENZA DEL LATO DESTRO E DEL LATO SINISTRO La nostra discussione sul trasognare fu sommamente benefica per noi, non solo perché risolse gli ostacoli di nostro trasognare insieme, bensì perché portò i concetti del trasognare al livello intellettuale. Parlare di essi c'ebbe occupati; ci permise di fare una pausa col fine di mitigare la nostra agitazione. Una notte che camminava di acquisti chiamai la Grassa da una cabina telefonica. Mi disse che era stato in un magazzino commerciale e che aveva avuto la sensazione che io ero nascosto dietro alcuni manichini di vetrina. Era tanto sicura che io gli continuavo giocando un scherzo che diventò furiosa con me. Si scagliò per il negozio tentando di acchiapparmi e diventare sapere la sua collera. Quindi si rese conto che in realtà stava ricordando qualcosa che ella abituava fare con me: avere una stizza. All'unisono, giungiamo allora alla conclusione che era ora di tornare a cercare del trasognare insieme. Dicendolo, sentiamo un ottimismo rinnovato. Andai immediatamente a casa. Entrai molto facilmente nel primo stato, veglia in riposo. Ebbi una sensazione di piacere corporeo, un formicolio che irradiava del mio plesso solare e che si trasformò nell'idea che otterremmo grandi risultati. Quell'idea si trasformò in una nervosa anticipazione. Mi resi conto che i miei pensieri derivavano dal formicolio nella metà del mio petto. Tuttavia, nel momento in cui centrai la mia attenzione in lui, il formicolio cessò. Era come una corrente elettrica che io potevo collegare e sconnettere. Il formicolio incominciò di nuovo, questa volta più pronunciato che prima, e di subitaneo mi scoprii faccia a faccia con la Grassa. Era come se avesse dato rovesciata ad un angolo per urtarmi con lei. Rimasi assorto guardandola. Era tanto assolutamente reale, tanto lei stessa che sentii la necessità di toccarla. L'effetto più puro, più soprannaturale per lei, germogliò di me in quello momento. Incominciai a singhiozzare incontrolablemente.


Rapidamente, la Grassa tentò di incrociare le nostre braccia per fermare la mia esplosione, ma non potè muoversi nella cosa più minima. Guardiamo intorno nostro. Non c'era nessun quadro fisso di fronte ai nostri occhi, nessuna immagine statica di nessun tipo. Ebbi un discernimento repentino e dissi alla Grassa che avevamo perso l'opportunità di vedere una scena di trasognare a causa di stare guardandoci l'un l'altro. Solo fino a dopo che avevo parlato mi resi conto che ci trovavamo in una situazione nuova. Il suono della mia voce mi spaventò. Era una voce strana, aspra, spiacevole. Mi diede una sensazione di irritazione fisica. La Grassa rispose che non avevamo perso niente che nostra seconda attenzione era stata acchiappata per qualcosa di strano. Sorrise e fece un gesto corrugando la bocca, un miscuglio di sorpresa ed irritazione davanti al suono della sua propria voce. Trovai la novità di parlare in sogni affascinante. Non era che stessimo trasognando una scena nella quale parlassimo, ma in realtà conversavamo. E questo richiedeva un sforzo unico, molto simile allo sforzo che dovetti fare in un principio discendendo una scala in sogni. Gli domandai se credeva che il suono della mia voce era spiritoso. Ella assentì e non estentóreamente. Il suono della sua risata mi commosse. Ricordai che Don Genaro normalmente faceva i rumori più strani ed aterrorizantes; la risata della Grassa si trovava nella stessa categoria. Allora sperimentai l'impatto di comprendere che la Grassa ed io, spontaneamente, eravamo entrati nei nostri corpi di sogno. Voleva prenderla della mano. Lo tentai, ma non potei muovere il braccio. Come aveva già una certa esperienza di muovermi in quello stato, mi proporsi andare via di fianco alla Grassa. Il mio desiderio era abbracciarla, ma invece di quello mi mossi fino ad un punto tanto prossimo di lei che ci fondiamo. Io ero cosciente della mia individualità, ma contemporaneamente sentiva che era parte della Grassa. Quella sensazione mi piacque immensamente. Rimanemmo fusi fino a che qualcosa ruppe il nostro vincolo. Sentii un impulso di esaminare l'ecosistema. Guardai, e chiaramente ricordai l'avere visto prima. Ci trovavamo circondati di piccoli promontori circolari che esattamente somigliavano dune di sabbia. Queste si trovavano intorno nostro, in tutte le direzioni, fino a dove poteva vedersi. Le dune sembravano essere fatte di qualcosa che somigliasse pietra arenosa di un tono gialli pallidi, o rozzi granelli di solfuro. Il cielo era dello stesso colore, molto basso ed oppressivo. C'erano banche di nebbia giallognola o qualche tipo di vapore giallo che pendeva da certi posti del cielo. Allora notai che la Grassa ed io sembravamo respirare normalmente. Io non potevo sentire il mio petto con le mani, ma sì riusciva a sentirlo espandersi quando inalava. Ovviamente i vapori gialli non erano dannosi per noi. Incominciamo a muoverci contemporaneamente, lenta, accuratamente, quasi come se camminassimo. Dopo una breve distanza mi sentii molto stanco, e la Grassa anche. Scivolavamo sul suolo e, apparentemente, muoversi di quella maniera era molto faticoso per nostra seconda attenzione; richiedeva un grado eccessivo di concentrazione. Non ci trovavamo imitando intenzionalmente la nostra forma ordinaria di camminare, ma l'effetto veniva ad essere quasi lo stesso. Muoverci richiedeva esplosioni di energia, qualcosa come esplosioni minuscole, con pause intermedie. Dato che non avevamo obiettivo muovendoci, finalmente dovemmo fermare. La Grassa mi parlò con una voce tanto dispersa che appena era udibile. Disse che ci trovavamo avanzando, come automi, verso le regioni più pesanti, e che di continuare facendolo la pressione risulterebbe tanto grande che morremmo. Automaticamente facemmo il giro e ci dirigiamo per dove venivamo, ma la sensazione di fatica non cedè. I due stavamo tanto finiti che non potevamo conservare oramai il nostro posizione erecta. Crolliamo e, spontaneamente, adottiamo la posizione di trasognare. Svegliai istantaneamente nel mio studio. La Grassa svegliò nel suo guardaroba. La cosa prima che dissi al risveglio fu che era stato già prima in quello paesaggio vane varie volte. Aveva visto già almeno due aspetti di lui: uno perfettamente piano, l'altro coperto per piccoli promontori rotondi, come di sabbia. Al momento di parlare, mi resi conto che neanche mi ero disturbato a confermare se la Grassa ed io avemmo la stessa visione. Mi contenni e gli dissi che mi ero lasciato portare per la mia propria eccitazione; aveva proceduto come se paragonasse note di un viaggio di ferie con lei. - È già molto tardi per quello tipo di conversazione tra noi - disse, con un sospiro -, ma se quello ti fa felice, ti dirò quello che vidi. Pazientemente mi descrisse tutto quello che aveva visto, detto e fatto. Aggiunse che anche ella era stata in precedenza in quello posto deserto, e che era completamente sicura che si trattava dello


spazio tra il mondo che conosciamo e l'altro mondo. - È la zona tra le linee parallele - continuò -. Possiamo andare lì in sogni: Ma per potere abbandonare questo mondo ed arrivare all'altro, quello che sta oltre le linee parallele, dobbiamo percorrere quella zona coi nostri propri corpi. Sentii un brivido pensando che entreremmo in quello posto deserto coi nostri propri corpi. - Tu ed io siamo stati insieme lì prima, coi nostri corpi - continuò la Grassa -. Non ti ricordi? Gli dissi che tutto quello che poteva ricordare era avere visto quello paesaggio due volte sotto la guida di Don Juan. Le due volte, io avevo scartato l'esperienza perché questa era stata prodotta mediante l'ingestione di piante allucinogene. Seguendo i dettati del mio intelletto, li aveva considerate come visioni private e non mangio esperienze consensuali. Non ricordava avere visto quello paesaggio in nessuna altra circostanza. - Quando fu che tu ed io fummo lì coi nostri corpi? - domandai. - Non so - disse -. Mi arrivò un vago ricordo di quello giusto quando tu menzionasti essere stato lì prima. Credo che ora a te si tocchi aiutarmi a finire quello che ho cominciato già a ricordare. Non posso metterlo a fuoco ancora, ma sì ricordo che Silvio Manuel ci portò, alla donna nagual, a te e me a quello posto tanto desolato. Ma non ricordo perché ci portò lì. Non stavamo trasognando. Non l'ascoltai più, benché ella continuasse a parlare. La mia mente aveva cominciato a profilarsi verso qualcosa di ancora disarticolato. Lottai per mettere in ordine i miei pensieri, perché questi vagavano alla deriva. Durante alcuni istanti sentii che era ritornato dietro anni, ad un'epoca in che non poteva fermare il mio dialogo interno. Allora la nebbia cominciò a rasserenarsi. I miei pensieri si ordinarono per se stessi senza la mia direzione cosciente, ed il risultato fu il ricordo completo di un evento che era riuscito già a ricordare parzialmente in uno di quelli lampeggiamenti disarticolati di ricordi che normalmente aveva. La Grassa aveva ragione, una volta eravamo stati portati ad una regione che Don Juan chiamava "il limbo", evidentemente basandosi sui dogmi religiosi. Seppi che anche la Grassa aveva ragione dicendo che non stavamo trasognando. In quell'occasione, a richiesta di Silvio Manuel, Don Juan congregò alla donna nagual, alla Grassa ed io. Mi disse che c'aveva convocati perché senza sapere come, io ero entrato in un recesso speciale della coscienza che era il centro della più acuta attenzione. Io ero arrivato già previamente a quello stato, al quale Don Juan chiamava "il lato sinistro sinistro", ma molto brevemente, e sempre guidato per lui. Uno dei tratti principali, e quello che aveva il valore più grande per tutti quelli che ci trovavamo inclusi con Don Juan, era che potevamo percepire una colossale banca di vapore giallognolo in quello stato, qualcosa che Don Juan chiamava "la parete di nebbia." Ogni volta che io potevo percepirla, questa si trovava sempre alla mia destra, estendendosi fino all'orizzonte e, per la cosa alta, verso l'infinito, dividendo in due al mondo. La parete di nebbia normalmente muoveva andasse già alla sinistra o la destra, come io girassi la mia testa; sembrava non c'essere modo di affrontarla. In quello giorno, tanto dono Juan come Silvio Manuel mi aveva parlato della parete di nebbia. Ricordai che quando finì di parlare Silvio Manuel prese la Grassa della nuca, come se fosse una gattina, e sparì con lei dentro la banca di nebbia. Io ebbi solo una frazione di secondo per presenziare alla sua sparizione, perché in qualche modo Don Juan era riuscito a fare che io affrontassi la parete. Non mi prese della nuca, ma mi spinse dentro alla nebbia; ed immediatamente mi trovai guardando quella piana desolata. Don Juan, anche Silvio Manuel, la donna nagual e la Grassa si trovavano lì. Non presi in considerazione che cosa era quello che stavano facendo. Mi preoccupavo una sensazione che sperimentava, un'oppressione di lui ma spiacevole e minaccioso. Percepii che mi trovavo all'interno di una caverna soffocante, gialla, di soffitti bassi. La sensazione fisica di pressione diventò tanto dominatore che non potei continuare oramai a respirare. Era come se tutte le mie funzioni fisiche si fossero fermate. Non poteva sentire nessuna parte del mio corpo. E tuttavia, potevo muovermi, camminare, estendere le braccia, girare la testa. Misi le mie mani nelle cosce: non c'era sensazione nelle mie cosce né nelle palme delle mie mani. Le mie gambe e braccia si trovavano lì visibilmente, ma non erano palpabili. Mosso per l'infinito terrore che sperimentava, presi alla donna nagual di un braccio e le feci perdere l'equilibrio. Ma non fu la mia forza muscolare quello che la spinse. Era un'energia che non era immagazzinata nei miei muscoli o nell'assemblaggio osseo, bensì nello stesso centro di me.


Mi fu supposto mettere a funzionare un'altra volta quell'energia e presi la Grassa. Ella sbattè a causa della forza della mia biffa. Allora compresi che l'energia che mi permettevo di muoverla derivava da una protuberanza che si trovava equilibrata nel punto centrale del mio corpo. Quello la spingeva e tirava come lo farebbe un tentacolo. Vedere e comprendere tutto quello mi prese solo un istante. Al momento seguente di nuovo mi trovavo nello stesso stato di angoscia e terrore. Guardai a Silvio Manuel con una muta supplica di aiuto. Come la maniera mi restituì lo sguardo mi convinse che io ero perso. I suoi occhi erano freddi ed indifferenti. Don Juan mi diede la schiena ed io mi scuotevo dal mio interno con un terrore che oltrepassava la mia compressione. Pensai che il sangue del mio corpo si trovava in ebollizione, non perché sentisse caldo, bensì perché una pressione interna cresceva fino al punto di esplodere. Don Juan mi ordinò che mi calmassi e che mi abbandonassi alla mia morte. Disse che io andavo a rimanere lì fino a che morisse e che aveva la possibilità di morire mitemente se faceva un sforzo supremo e lasciava che il terrore mi possedesse; o poteva morire in agonia, se sceglieva combatterlo. Silvio Manuel mi parlò, qualcosa che molto raramente faceva. Disse che l'energia di che io avevo bisogno per accettare il mio terrore si trovava nella mia parte mezza, e che l'unica maniera di trionfare era piegandomi, rendendomi senza rendermi. La donna nagual e la Grassa stavano in perfetta calma. Io ero l'unico che agonizzava lì. Silvio Manuel disse che mi trovavo sprecando tanta energia che la mia fine era questione di momenti, e che io potevo considerarmi già morto. Don Juan fece un segno alla donna nagual e la Grassa affinché lo seguissero. Esse mi diedero la schiena. Non potei vedere oramai che più fecero. Sentii una vibrazione poderosa percorrendomi. Supposi che era il rantolo della mia morte; la mia lotta aveva concluso. Non mi preoccupai oramai più. Cedei all'incommensurabile terrore che si stava ammazzando. Il mio corpo, o la configurazione che io consideravo il mio corpo, si calmò, si abbandonò alla morte. Quando lasciai che il terrore entrasse in mio, o chissà che uscisse da me, sentii e vidi un tenue vapore - una macchia bianchiccia contro i paraggi giallo-solforosi - che abbandonava quello che io credevo che era il mio corpo. Don Juan ritornò al mio fianco e mi esaminò con curiosità. Silvio Manuel si allontanò e tornò a prendere la Grassa della nuca. Chiaramente lo vidi gettandola, come se fosse un gigantesco polso di straccio, dentro la banca di nebbia. Poi egli stesso si introdursi lì e sparì. La donna nagual fece un gesto come invitandomi ad avvicinarmi. Diventai verso lei, ma, prima che potesse raggiungerla, Don Juan mi diede un poderoso spintone che mi lanciò attraverso la spessa nebbia gialla. Non trastabillé, ma pianificai attraverso la banca e finii cadendo a capofitto nel suolo dal mondo di tutti i giorni. La Grassa ricordò tutto questo come io glielo narravo. Dopo, aggregò più dettagli. - La donna nagual ed io non temevamo per la tua vita - assicurò -. Il nagual c'aveva detto già che tu dovevi essere forzato ad abbandonare le tue difese, quello non era nuovo. Ogni guerriero uomo deve essere forzato mediante la paura. "Silvio Manuel mi ero portato già tre volte prima all'altro lato della parete, affinché io imparassi a calmarmi. Disse che se tu mi vedevi tranquilla, quello ti colpirebbe, e così fu. Tu ti abbandonasti e ti attutisti. - Ti diede anche molto lavoro imparare a calmarti? - domandai. - No. Quello è facile per una donna - rispose -. Quello è il vantaggio che abbiamo. L'unico problema è che qualcuno ci deve trasportare attraverso la nebbia. Noi non possiamo farlo sole. - Perché no, Grassa? - domandai. - Si deve essere pesante per attraversare la nebbia, ed una donna è leggera - disse -. Troppo leggera, in realtà. - E la donna nagual? Io non vidi che nessuno la trasportasse - dissi. - La donna nagual era speciale - assicurò la Grassa -. Ella sé poteva fare tutto per sé stessa. Potevo portarmi là, o portarti. Perfino poteva attraversare tutta quella piana deserta, qualcosa che il nagual disse che era obbligatorio per tutti i viaggiatori che si avventuravano nella cosa ignorata. - E perché fu là con me la donna nagual? - gli domandai. - Silvio Manuel ci portò per appoggiarti - disse -. Egli credeva che tu avevi bisogno della protezione di due donne e di due uomini che ti fiancheggiassero. Silvio Manuel credeva che dovessi essere protetto delle entità che circondano e spiano in quello posto. Gli alleati vengono da quella piana deserta. Ed altre cose ancora più feroci.


- A te ti protessero anche? - domandai. - Io non ho bisogno di protezione - rispose -. Sono donna. Sono libero di tutto quello. Ma tutti credevamo che tu ti trovavi in un guaio terribile. Tu eri il nagual, ma un nagual molto stupido. Credevamo che chiunque di quelli feroci alleati, o demoni se preferisci chiamarli così, ti aveva potuto sventrare, o smembrato. Quello fu quello che disse Silvio Manuel. Ci portò affinché fiancheggiassimo i tuoi quattro angoli. Ma la cosa più spiritosa era che né il nagual né Silvio Manuel sapevano che in realtà non avevi bisogno di noi. Quello che era dable era che tu dovevi camminare moltissimo fino a che perdessi la tua energia. Allora Silvio Manuel ti andava a spaventare segnalandoti gli alleati e convocandoli affinché ti fossero venuto sopra. L'e il nagual decidevano di aiutarti poco a pochino. Quella è la regola. Ma qualcosa riuscì male. All'istante in cui arrivasti lì, diventasti pazzo. Non ti eri mosso né un centimetro e stavi morendo già. Eri morto dallo spavento e neanche avevi visto gli alleati. "Silvio Manuel mi contò che non sapeva che cosa fare, e così ti disse all'udito la cosa ultima che si proporsi dirti: che cedessi che ti arrendessi senza renderti. Tu assolo ti tranquillizzasti ed essi non dovettero fare niente di quello che avevano pianificato. Al nagual e Silvio Manuel non rimase loro oramai un'altra cosa bensì tirarmi fuori di lì. Dissi alla Grassa che quando mi sentii di nuovo nel mondo c'era in piedi qualcuno vicino a me che mi aiutò ad alzarmi. Quell'era tutto quello che poteva ricordare. - Stavamo in casa di Silvio Manuel - ella chiarì -. Ora già posso ricordare molte cose di quella casa. Qualcuno mi disse, non so chi che Silvio Manuel trovò la casa e la comprò perché era stato costruita in un posto di potere. Ma qualcuno più disse che Silvio Manuel trovò la casa, gli piacque, la comprò, e dopo portò il potere a lei. Io nella cosa personale credo che Silvio Manuel portò il potere. Credo che la sua impeccabilità sostenne il potere in quella casa tutto il tempo in che egli ed i suoi compagni vissero lì. "Quando era ora che essi andassero via, il potere del posto svanì con essi, e la casa si trasformò in quello che era stato prima che Silvio Manuel la trovasse: una casa ordinaria. Mentre la Grassa parlava, la mia mente sembrava rischiararsi molto più, ma quanto basta non ferma rivelarmi quello che ci successe in quella casa, quello che mi ero riempito di tanta tristezza. Senza sapere perché, era sicuro che aveva a che vedere con la donna nagual. Dove stava ella? La Grassa non rispose quando glielo domandai. Un lungo silenzio ebbe luogo. Ella si scusò, dicendo che doveva fare la colazione; era già di domani. Mi lasciò solo, con una lugubrez ed una dolorosa malinconia. La chiamai. Ella si arrabbiò e tirò le sue casseruole al suolo. Capii molto bene perché lo faceva. In un'altra sezione di trasognare penetriamo insieme ancora più profondamente nella cosa intricata della seconda attenzione. Questo ebbe dopo luogo alcuni giorni. La Grassa ed io, senza nessuna aspettativa o sforzo al riguardo, ci troviamo insieme in piedi. Tre o quattro volte ella tentativo, in vano, incrociare il suo avambraccio col mio. Mi parlò, ma quello che diceva mi era incomprensibile. Tuttavia, seppi che ella spiegava che nuovamente ci trovavamo nei nostri corpi di sogno. La Grassa mi notava che tutto il nostro movimento dovrebbe sorgere dalle nostre parti mezze. Come nel nostro tentativo anteriore, nessuna scena di trasognare si presentò affinché l'esaminassimo, ma mi sembrò riconoscere un locale concreto che io avevo visto quasi nei miei sogni tutti i giorni per un anno: si trattava della valle della tigre denti di sciabola. Camminiamo alcuni metri. Questo nostra volta movimenti non furono violenti o esplosivi. In realtà camminiamo coi nostri ventri, senza nessun tipo di azione muscolare. L'aspetto più violento era la mia mancanza di pratica; era come la prima volta che montai in bicicletta. Facilmente mi stancai e persi il ritmo, diventai titubante ed insicuro di me stesso. Ci trattenemmo. Anche la Grassa si aveva desincronizado. Incominciamo ad esaminare quello che ci circondava. Tutto aveva una realtà indisputabile, almeno per l'occhio. Ci trovavamo in una zona rugosa con una strana vegetazione. Non potei identificare i rari arbusti che vidi. Sembravano alberi piccoli, di un metro e mezzo di alto. Avevano molto poche foglie che erano piane e grosse, di un colore verdognolo, e fiori enormi, attraenti, di colore marrone oscuro con frange di oro. I fusti non erano maderosos, ma sembravano leggeri e flessibili, come giunchiglie; si trovavano posate di spine lunghe che somigliavano formidabili aghi. Alcuni piante vecchie che si erano asciugati e caduto al suolo mi facevano avere l'impressione che i fusti erano vuoti.


Il suolo era molto oscuro, come se fosse umido. Tentai di inclinarmi per toccarlo, ma non potei muovermi. La Grassa mi indicò con un segno che utilizzasse la parte mezza del mio corpo. Quando lo feci non dovetti inclinarmi per toccare il suolo; c'era qualcosa in me che era come un tentacolo con capacità di sentire. Ma io non potevo riconoscere quello che mi trovavo sentendo. Non c'erano qualità tattili in questione sulle quali stabilire distinzioni. Il suolo che toccava sembrava essere un nucleo visuale in me. Mi immersi allora in un dilemma intellettuale. Perché il trasognare sembrava essere il prodotto della mia facoltà visuale? Si doveva alla preponderanza della cosa visuale nella vita di tutti i giorni? Le mie domande non avevano significato. Non c'era possibilità di risponderli, e tutti quelli punti interrogativi debilitavano solo la mia seconda attenzione. La Grassa ruppe le mie riflessioni dandomi un spintone. Sperimentai una sensazione che era come tutto d'un colpo. Un tremore mi percorse. La Grassa segnalò avanti di noi. Come sempre, la tigre denti di sciabola giaceva nello scoglio dove l'aveva visto sempre. C'avviciniamo fino a che ci troviamo ad alcuni metri dello scoglio e dovemmo alzare le nostre teste per vedere la tigre. Ci trattenemmo. La tigre si incorporò. Il suo volume era stupendo, specialmente la sua larghezza. Seppi che la Grassa voleva che sfuggissimo intorno alla tigre fino ad arrivare all'altro lato della collina. Io volevo dirgli che quello potrebbe essere pericoloso, ma non potei trovare una maniera di trasmettergli il messaggio. La tigre sembrava iraconda, eccitata. Si appoggiò sulle zampe posteriori, come se si preparasse assaltare su noi. Io ero terrorizzato. La Grassa diventò verso me, sorridendo. Compresi che mi dicevo che non soccombesse al panico, perché la tigre sola era un'immagine fantasmagorica. Con un movimento della testa, mi sollecitò a proseguire. E tuttavia, in un livello imprecisable, io sapiente che la tigre era un'entità, chissà non nel senso concreto del nostro mondo quotidiano, ma nonostante reale. E come la Grassa ed io stavamo trasognando, avevamo perso la nostra propria concrezione nel mondo. In quello momento eravamo all'uguale che la tigre: la nostra esistenza era fantasmagorica ugualmente. Avanziamo un altro passo davanti alla brontolone insistenza della Grassa. La tigre saltò dello scoglio. Vidi il suo enorme corpo solcando l'aria, venendo faceva io direttamente. Persi la sensazione che mi trovavo trasognando: per me, la tigre era reale ed io andavo ad essere rotto. Una barriera di luci, immagini ed i colori primari più intensi che sia riuscito a vedere lampeggiò in tutto il mio ambiente. Svegliai nel mio studio. Dopo la Grassa ed io arriviamo ad essere esperti in trasognare insieme. Io avevo la certezza che riusciamo questo grazie al nostro disinteresse, al fatto che non avevamo oramai tanta premura. Il risultato dei nostri sforzi non era quello che c'impelleva ad agire. Piuttosto si trattava di una compulsione ulteriore che ci dava l'impeto per agire impeccabilmente senza pensare a ricompense. Tutte le nostre sessioni furono tanto facili come la prima, benché fosse maggiore la velocità e la semplicità con la quale entravamo nella seconda fase di trasognare, la veglia dinamica. La nostra abilità era tale che trasognavamo insieme ogni notte. Senza nessuna intenzione della nostra parte, i sogni si concentrarono a caso su tre aree: nelle dune di sabbia, nell'ecosistema della tigre denti di sciabola e, la cosa più importante, in avvenimenti del nostro passato che avevamo dimenticato del tutto. Quando le scene che confrontavamo avevano a che vedere con eventi dimenticati nei quali la Grassa ed io svolgiamo un ruolo importante, ella non aveva difficoltà in intrecciare il suo braccio col mio. Quell'atto mi davo un'irrazionale sensazione di sicurezza. La Grassa mi spiegò che scacciava la solitudine infrangibile che produce la seconda attenzione. Disse che incrociare le braccia propizia un coraggio di obiettività, e, come risultato, ambedue potevamo contemplare le attività che avevano luogo in ogni scena. A volte facevamo parte delle attività. Altre volte contemplavamo obiettivamente la scena come se stessimo in un cinema. Secondo la Grassa, la maggior parte di nostro trasognare si raggruppava insieme in tre categorie. La prima, e per certo la più vasta, era una riattuazione di avvenimenti che avevamo vissuto insieme. Il secondo era un scrutinio che noi due facevamo di eventi che solamente io avevo "vissuto": la terra della tigre denti di sciabola si trovava in questa categoria. Il terzo era una visita reale in un dominio che esisteva come presenziavamo a lui nel momento della nostra visita. La Grassa sosteneva che quelli promontori gialli si trovavano presenta qui ed ora, e che quella è la maniera come quelli vedi il guerriero che viaggia tra essi.


Io volevo discutere una questione con lei. Ambedue avevamo avuto misteriose relazioni con gente alla quale avevamo dimenticato per ragioni inconcepibili per noi; ma era gente al che, nonostante, c'era in realtà conosciuto. La tigre denti di sciabola, d'altra parte, era una creatura propria del mio sogno. Mi era impossibile concepire uno e l'altro nella stessa categoria: Prima che potesse esprimere i miei pensieri, ricevei la sua risposta. Era come se in realtà ella si trovasse all'interno della mia mente, leggendola come se fosse un testo. - Appartengono alla stessa classe - disse, e rise nervosamente -. Non possiamo spiegare perché abbiamo dimenticato tutto quello, o come è che ora lo ricordiamo. Non possiamo spiegare niente. La tigre denti di sciabola sta lì, in alcuno parte. Non sapremo mai dove. Ma perché preoccuparci per un'inconciencia inventata? Dire che una cosa è una realtà e che l'altra è un sogno non ha nessun significato per l'altro io. Per la Grassa e per me trasognare arrivò insieme ad essere un mezzo di raggiungere un mondo inimmaginato di ricordi nascosti. Trasognare ci permise insieme accordarci di avvenimenti che non potevamo ricordare attraverso la nostra memoria usuale e corrente. Quando li riesaminavamo nelle nostre ore di veglia, ricordi ancora più elaborati si liberavano. Di questa maniera dissotterriamo, per così dirlo, masse di ricordi che erano stati nascosti in noi. Ci prese quasi due anni di sforzo prodigioso e di concentrazione arrivare ad una minima comprensione di quello che c'era successi. Don Juan ci disse che un essere umano è diviso in due. Il lato destro che è chiamato il tonale, abbraccia tutto quello che l'intelletto è capace di concepire. Il lato sinistro, chiamato il nagual è un dominio di tratti indescrivibili; un dominio che è impossibile da contenere in parole. Magari il lato sinistro è compreso, se compressione è quella che ha luogo, con la totalità del corpo, di lì la sua resistenza alla concettualizzazione. Anche Don Juan c'aveva detto che tutte le facoltà, possibilità e risultati della stregoneria, dalla cosa più semplice fino alla cosa più sorprendente; si trova nel corpo umano stesso. Prendendo come basi i concetti che ci troviamo divisi in due e che tutto si trova nel corpo stesso, la Grassa propose una spiegazione dei nostri ricordi. Ella credeva che durante gli anni della nostra associazione col nagual Juan Matus, il nostro tempo si trovava diviso tra stati di coscienza normale, nel lato destro, il tonale, dove prevale la prima attenzione, e stati di coscienza accresciuta, nel lato sinistro, il nagual, o il posto della seconda attenzione. La Grassa credeva che gli sforzi del nagual Juan Matus avessero come oggettivo condurci all'altro io per mezzo dell'autocontrollo della seconda attenzione attraverso il trasognare. Tuttavia, anche Don Juan ci mise in contatto diretto con la seconda attenzione mediante una manipolazione corporale. La Grassa ricordava che egli la forzava a passare di un lato all'altro fosse già opprimendo o massaggiandolo la schiena. Diceva che perfino gli dava a volte un buon colpo nella scapola destra. Il risultato era che ella entrava in un straordinario stato di chiarezza. La Grassa credeva che in quello stato tutto si muovesse con maggiore celerità, e tuttavia niente nel mondo era stato invertito. Settimane dopo che la Grassa mi ero detto questo, ricordai che a me avevo pensato la stessa cosa. In un momento dato, Don Juan mi davo un colpo nella schiena. Io sentii sempre quello colpo nella spina, in mezzo ed approda delle mie scapole. Una chiarezza straordinaria mi dominavo dopo. Il mondo era lo stesso ma più nitido. Tutto si realizzava per sé stesso. Magari si trattava che le mie facoltà di ragionamento erano nuvolose mediante il colpo di Don Juan, e quello mi permettevo percepire senza esse. Io rimanevo indefinitamente con quella chiarezza, o fino a che Don Juan mi davo un altro colpo nello stesso posto per diventare ritornare al mio stato normale di coscienza. Don Juan non mi spinse mai o mi massaggiò. Mi diede sempre un colpo diretto e forte, non mangio il colpo di un pugno, bensì piuttosto un impatto che mi toglievo l'alito per istanti. Io dovevo respirare interrottamente, inalare lunghe e rapide boccate di aria fino a che di nuovo poteva respirare normalmente. La Grassa represse lo stesso effetto: tutta l'aria era espulsa dei suoi polmoni mediante il colpo del nagual ed ella doveva aspirare più del conto per potere riempirli nuovamente. La Grassa credeva che la respirazione era il fattore decisivo. Nella sua opinione le inalazioni di aria che ella si vedeva forzata a fare dopo essere stato battuta erano quelle che accrescevano la coscienza. Non poteva, tuttavia, spiegare di che maniera la respirazione colpiva la sua percezione e la sua coscienza. Anche la Grassa spiegò che a lei non l'era dovuto battere per farle ritornare al suo stato


normale. La girava mediante i suoi propri mezzi, senza sapere come. Le sue osservazioni mi sembrarono pertinenti. Quando bambino, e perfino già di adulto, occasionalmente era rimasto senza alito cadendo di spalle. Ma l'effetto del colpo di Don Juan, benché mi lasciassi senza alito, non era simile in nessun modo. Non c'era dolore, ed invece mi apportava una sensazione impossibile da descrivere. La cosa più vicina a quello che posso arrivare sarebbe dire che creava in me un sentimento come di secchezza. I colpi nella schiena sembravano resecare i miei polmoni ed offuscare tutto il resto. Dopo, come la Grassa aveva osservato, tutto quello che dopo il colpo del nagual era diventato nebbioso, acquisiva una nitidezza cristallina non appena respirava, come se la respirazione fosse il catalizzatore, il fattore determinante. La stessa cosa pensavo quando ritornava alla coscienza di tutti i giorni. L'aria era espulsa di me, il mondo che contemplava diventava torbido e dopo si rischiarava quando riempiva i polmoni. Un altro tratto di quelli stati di coscienza accresciuta era la ricchezza incomparabile dell'interazione personale, una ricchezza che i nostri corpi comprendevano come una sensazione di velocità. Il nostro movimento di andata e ritorno tra il lato destro ed il sinistro ci facilitava discernere che nel lato destro si consuma troppa energia e troppo tempo nelle azioni ed interazioni della vita giornaliera. Nel lato sinistro, d'altra parte, esiste una necessità inerente di economia e velocità. La Grassa non poteva descrivere quello che in realtà questa velocità, né io ero neanche. La cosa migliore che potrebbe fare sarebbe dire che nel lato sinistro io potevo comprendere il significato delle cose con precisione, direttamente. Ogni aspetto di attività si trovava libero di preliminari o introduzioni. Io agivo e riposava; avanzava e retrocedeva senza nessuno dei processi di pensiero che mi sono usuali. Questo era quello che la Grassa ed io capivamo per velocità. La Grassa ed io discerniamo in un momento dato che la ricchezza della nostra percezione nel lato sinistro era una comprensione post-facto. La nostra interazione sembrava essere ricca alla luce della nostra capacità di ricordarla. Ci rendemmo allora conto che in quelli stati di coscienza accresciuta avevamo percepito tutto di un solo colpo, una massa bultosa di dettagli inspiegabili. A questa abilità di percepire tutto di un solo colpo lo chiamiamo intensità. Per anni era stato impossibile per noi esaminare le distinte parti che componevano quelle esperienze; non avevamo potuto sintetizzare quelle parti in una sequenza che avesse significato per l'intelletto. Dato che eravamo incapaci di effettuare quelle sintesi, non potevamo ricordare. La nostra incapacità per ricordare, in realtà era l'incapacità di mettere su una base lineare la memoria della nostra percezione. Non potevamo estendere, per così dirlo, le nostre esperienze al fine di sistemarli in un ordine di successione. Le esperienze stettero sempre alla nostra portata, ma contemporaneamente era impossibile restaurarli, perché si trovavano bloccate per una muraglia di intensità. Il compito di ricordare, allora, propriamente, consisteva in unire i lati sinistro e destro, di riconciliare quella due forma distinte di percezione in un tutto unificatore. Il compito di consolidare la totalità di uno stesso si effettuava mediante il reacomodo dell'intensità in una sequenza lineare. Ci ci pensò che chissà le attività nelle quali ricordavamo avere preso parte, non presero molto tempo in portarsi a termine in termini di tempo dosato per orologio. Per ragione di potere, in quelle circostanze, percependo in termini di intensità, avevamo potuto avere solo la sensazione di estesi passaggi di tempo. La Grassa credeva che se potessimo rearreglar l'intensità in una sequenza lineare, credessimo c'essere abitate migliaia di anni. Il passo pragmatico che Don Juan prese per soccorrerci nel nostro compito di ricordare consistè in farci interagire con una certa gente quando ci trovavamo in un stato di coscienza accresciuta. Egli aveva molto curato di impedirci di vedere quella gente quando ci trovavamo in un stato normale di coscienza, creando di questa maniera le condizioni appropriate per ricordare. Completando i nostri ricordi, la Grassa ed io entriamo in un stato insolito. Avevamo dettagliata conoscenza di interazioni sociali che avevamo condiviso con Don Juan ed i suoi compagni. Questi non erano ricordi del modo come io ricorderei un episodio della mia infanzia; erano ricordi più che vividi di avvenimenti che potevamo rivivere passo a passo. Riproducemmo conversazioni che sembravano riverberare nei nostri uditi, come se stessimo ascoltandoli. I due pensiamo che non era. superfluo osservare su quello che stava succedendoci. Quello che stavamo ricordando, dal punto di vista della nostra esperienza immediata, tenia posto ora. Tale era, il carattere del nostro ricordo.


Finalmente la Grassa ed io potemmo risolvere gli interroganti che c'avevano spinti tanto duramente. Ricordiamo chi la donna nagual era, come incastrava tra noi, quale la sua carta era stata. Deducemmo, più che ricordiamo che avevamo passato uguali porzioni di tempo con Don Juan e dono Genaro in stati normali di coscienza, e con Don Juan ed i suoi altri compagni in stati di coscienza accresciuta. Riprendiamo ogni sfumatura di quelle interazioni che erano stati vegliate per l'intensità. Dopo una diligente revisione di quello che avevamo scoperto, comprendemmo che appena avevamo stabilito un minuscolo ponte tra i due lati di noi stessi. Diventammo allora ad altri temi, a nuovi punti interrogativi che avevano preso precedenza sulle antica. C'erano tre temi, tre domande che riassumevano tutte le nostre preoccupazioni. Chi era Don Juan e chi erano i suoi compagni? Che cosa c'avevano fatto? E, a dove erano andati via tutti essi?

TERZA PARTE: IL DONO DELL'AQUILA IX. La regola del nagual Don Juan era stato straordinariamente parco in quanto alla storia della sua vita personale. La sua reticenza era, nella cosa fondamentale, una risorsa didattica; fino a dove gli riguardava, la sua vita incominciò quando si trasformò in guerriero, ed in precedenza tutto quello che gli era successo era di molto poche conseguenze. Tutto quello che la Grassa ed io sapevamo di quella prima epoca della sua vita, era che Don Juan era nato in Arizona, di ascendenza yaqui e yuma. Quando era ancora bambino i suoi genitori lo portarono a vivere con gli yaquis, nel nord del Messico. A dieci anni di età l'acchiappò la marea delle guerre yaquis. Sua madre fu assassinata, e dopo suo padre fu catturato per l'esercito messicano. Tanto dono Juan come suo padre furono inviati ad un centro di ricollocazione nello stato di Yucatan, nell'estremo meridionale del paese. Lì crebbe. Quello che gli sia successo durante quello periodo non c'andò via mai rivelato. Don Juan credeva che non ci fosse necessità di parlarci di quello. Io credevo il contrario. L'importanza che diedi a quella parte della sua vita, aveva a che vedere con la mia convinzione che i tratti distintivi e l'enfasi del suo comando emersero da quell'inventario personale di esistenza. Ma quell'inventario, per molto importante che sia stato, non fu quello che gli diede l'immenso significato che egli aveva per noi, o ferma i suoi altri compagni. La sua preminenza totale si basava sull'atto fortuito di c'essere legato con "la regola." Il trovarsi legato con la regola può descriversi come vivere un mito. Don Juan viveva un mito, un mito che l'acchiappò e che lo fece essere il nagual. Don Juan diceva che quando la regola l'acchiappò, egli era un uomo aggressivo e sfrenato che viveva nell'esilio, come migliaia di altri indio yaquis. Don Juan lavorava nei piantagioni tabacchifici del sud del Messico. Un giorno, dopo il lavoro, lo spararono un tiro nel petto in un incontro quasi fatale con un collega su questioni di denaro. Quando ritornò in sé, un vecchio indio era inclinato su lui e frugava con le dita una piccola ferita che Don Juan aveva nel petto. La pallottola non aveva penetrato nella cavità pettorale, ma si trovava alloggiata in un muscolo, vicino ad una costola. Don Juan svenne due o tre volte a causa della commozione, la perdita di sangue e, secondo lui stesso lo riferì, della paura di morire. Il vecchio indio estrasse la pallottola e, come Don Juan non aveva dove rimanere, lo portò a propria casa sua e lo curò durante più di un mese. Il vecchio indio era buono ma severo. Un giorno, quando Don Juan si sentiva già relativamente forte e quasi si era rimesso, il vecchio gli diede un forte colpo nella schiena e lo forzò ad entrare


in un stato di coscienza accresciuta. Dopo, senza maggiori preliminari, rivelò a Don Juan la porzione della regola che aveva a che vedere col nagual e la sua funzione. Don Juan portò esattamente a termine la stessa cosa con me e con la Grassa; ci fece cambiare livelli di coscienza e ci disse la regola del nagual della seguente maniera: Al potere che governa il destino di tutti gli esseri viventi lo è chiamato l'Aquila, non perché sia un'aquila o perché abbia qualcosa a che vedere con le aquile, bensì perché ai veggenti è apparso loro come un'incommensurabile e nera aquila, di altezza infinita; alzata come si alzano le aquile. Man mano che il veggente contempla quella nerezza; quattro esplosioni di luce gli rivelano quello che è l'Aquila. La prima esplosione che è come un raggio, guida il veggente a distinguere i contorni del corpo dell'Aquila. Ci sono pezzi di bianchezza che sembrano essere le piume ed i talloni di un'aquila. Una seconda esplosione di luce rivela a fiato una vibrante nerezza, creatrice che aleggia come le ali di un'aquila. Con la terza esplosione di luce il veggente nota un occhio taladrante, inumano. E la stanza ed ultima esplosione gli lascia vedere quello che l'Aquila fa. L'Aquila si trova divorando la coscienza di tutte le creature che, vive nella terra un momento prima ed ora morte, continuano a galleggiare come un incessante sciame di lucciole verso il becco dell'Aquila per trovare il suo padrone, la sua ragione di avere avuto vita. L'Aquila districa quelle minuscole fiamme, li tende come un conciatore estende una pelle, e dopo li consuma, perché la coscienza è il sostentamento dell'Aquila. L'Aquila, quello potere che governa i destini degli esseri viventi, riflessa ugualmente e subito a tutti quegli esseri. Pertanto, non ha senso che l'uomo preghi l'Aquila, gli chieda favori, o abbia speranze di grazia. La parte umana dell'Aquila è troppo insignificante come per commuovere alla totalità. Solo attraverso le azioni dell'Aquila il veggente può dire che cosa è quello che ella vuole. L'Aquila, benché non si commuova davanti alle circostanze di nessun essere vivente, ha concesso un regalo, ad ognuno di questi esseri. Al suo proprio modo e per il suo proprio diritto, chiunque di essi, se così lo desidera, ha il potere di conservare la fiamma della coscienza, il potere di disubbidire il mandato di comparizione per morire ed essere consumato. Ad ogni cucia vivente gli è stato concesso il potere, se così lo desidera, di cercare un'apertura verso la libertà e di passare per lei. È ovvio per il veggente che vedi quell'apertura e per le creature che passano attraverso lei che l'Aquila ha concesso quello regalo al fine di perpetuare la coscienza. Col proposito di guidare gli esseri viventi verso quell'apertura, l'Aquila creó al nagual. Il nagual è un essere doppio a chi si è rivelato la regola. Abbia già forma di essere umano, di animale, di pianta o di qualunque cosa vivente, il nagual, per virtù della sua piega, è forzato a cercare quello passaggio nascosto. Il nagual appare in pari, maschile e femminile. Un uomo doppio ed una donna doppia si trasformano nel nagual solo dopo che la regia è stata loro rivelata ad ognuno di essi, ed ognuno di essi l'ha compresa e l'ha accettata nella sua totalità. All'occhio del veggente, un uomo nagual o una donna nagual appare come un uovo luminoso con quattro scompartimenti. A differenza dell'essere umano ordinario che ha solo due lati, uno diritto ed uno sinistro, il nagual ha il lato sinistro diviso in due sezioni longitudinali, ed un lato destro altrettanto diviso in due. L'Aquila creó il primo uomo nagual e la primo donna nagual come veggenti ed immediatamente li mise nel mondo affinché vedessero. Proporzionò loro quattro guerriero accecatrici, tre guerrieri ed un proprio a chi essi dovrebbero mantenere, ingrandire e condurre alla libertà. Le guerriere sono chiamate le quattro direzioni, le quattro angolo di un quadrato, i quattro umori, i quattro venti, le quattro distinte personalità femminili che esistono nella razza umana. La prima è la Questa. Lo è chiamato ordine. È, ottimista, di cuore leggero, soave, persistente come una brezza costante. La seconda è il Nord. È chiamata forza. Ha molte risorse, è brusca, presa diretto, tenace come il vento duro. La terza è l'Ovest. Lo è chiamato sentimento. È introspettiva, piena di rimorsi, astuta, furba, come una raffica a fiato freddo. Il quarto è il Sud. Lo è chiamato crescita. Nutre, è rissosa, timida, incoraggiata come il vento caldo. I tre guerrieri ed il proprio rappresentano i quattro tipi di attività e temperamento maschili. Il primo tipo è l'uomo che conosce, l'erudito; un uomo fidato, nobile, metronotte, interamente


affezionato a portare a termine il suo compito, chiunque che questa fosse. Il secondo tipo è l'uomo di azione, sommamente volatile, un gran compagno, volubile e riempio di umore. Il terzo tipo è l'organizzatore, il socio anonimo, l'uomo misterioso, sconosciuto. Niente si può dire di lui perché non lascia che niente di lui fugga. Il proprio è il quarto tipo. È l'assistente, un uomo ombroso e taciturno che riesce molto se gli è diretto adeguatamente ma che non può agire per sé stesso. Col fine di fare le cose più facili, l'Aquila mostrò all'uomo nagual e la donna nagual che ognuno di questi tipi tra gli uomini e le donne della terra ha tratti specifici nel suo corpo luminoso. L'erudito ha una specie di fessura superficiale, una brillante depressione nel plesso solare. In alcuni uomini appare come un stagno di intensa luminosità, a volte tersa e rilucente come un specchio che non riflette. L'uomo di azione ha alcune fibre che derivano dall'area della volontà. Il numero di fibre varia di un'a cinque, ed il suo spessore fluttua da un spago fino ad un massiccio tentacolo simile ad una frusta di più di due metri. Alcuni uomini hanno fino a tre di queste fibre sviluppate al punto di essere tentacoli. Al socio anonimo non lo è riconosciuto da nessun tratto esclusivo bensì per la sua abilità di creare, molto involontariamente, un'esplosione di potere che blocca con effettività l'attenzione dei veggenti. Quando stanno in presenza di questo tipo di uomo, i veggenti si scoprono immersi in dettagli esterni invece di vedere. L'assistente non ha configurazione ovvia. Davanti al veggente appare come una lucentezza diafana in un guscio di luminosità senza imperfezioni. Nel dominio femminile, si riconosce al Questo per il macchie quasi impercettibili della sua luminosità che sono come piccole zone di descoloración. Il Nord ha una radiazione che abbraccia tutto, essuda un scintillio rossiccio, quasi come caldo. L'Ovest ha una tenue membrana che l'avvolge che la fa verta più oscura delle altre. Il Sud ha un scintillio intermittente; brilla per un momento e dopo si opacizza, per brillare di nuovo. L'uomo nagual e la donna nagual hanno due movimenti distinti nei suoi corpi luminosi; i suoi lati destri ondeggiano, mentre i sinistri girano. In termini di personalità, l'uomo nagual è un fornitore, stabile, incambiable. La donna nagual è un essere in guerra ma ancora così è un essere calmato, per sempre cosciente ma senza nessun sforzo. Ognuno di essi riflessa i quattro tipi del suo sesso in quattro materas di comportamento. Il primo ordine che l'Aquila diede all'uomo nagual e la donna nagual fu che trovassero, per i suoi propri mezzi, un altro gruppo di quattro guerriere, le quattro direzioni, che essendo sognatrici fosse le repliche esatte delle accecatrici. Le sognatrici appare davanti al veggente come se avesse nelle sue parti mezze un grembiule di fibre che paragonano capelli. Le accecatrici ha un tratto simile, che grembiule sembra, ma invece di fibre il grembiule consiste in innumerevoli, piccole e rotonde protuberanze. Le otto guerriere sono divise in due bande che sono chiamati pianeti destro e sinistro. Il pianeta destro è composto di quattro accecatrici; il sinistro, di quattro sognatrici. Le guerriere di ogni pianeta furono addestrate dall'Aquila nella regola dei suoi compiti specifici: le accecatrici imparò a spiare; le sognatrici, a sognare. Le due guerriere di ogni direzione vivono giunte. Sono tanto simili che si riflettono l'una all'altra, e solo attraverso l'impeccabilità possono trovare sollazzo e stimolo nel suo riflesso comunale. L'unica volta in cui le quattro sognatrici o le quattro accecatrici si riuniscono, è quando devono portare a termine un compito estremo. Ma solo sotto circostanze speciali devono unire le sue mani. Quello contatto li fonde in un assolo essere e solamente debito di essere usato in casi di necessità estrema, o nel momento di abbandonare questo mondo. Le due guerriere di ogni direzione sono unite a chiunque dei guerrieri, nella combinazione che sia necessaria. Di quella maniera stabiliscono un gruppo di quattro case, nelle che possono incorporarsi quanti più guerrieri siano necessari. Anche i guerrieri ed il proprio possono formare un gruppo indipendente di quattro uomini, od ognuno di essi può funzionare come essere solitario, se quello detta la necessità. Dopo, al nagual ed il suo gruppo li fu ordinati trovare ad altri tre propri. Questi potevano essere tutti uomini o tutte donne o un gruppo misto; le donne dovevano essere del Sud. Per assicurare che il primo uomo nagual conducesse al suo gruppo alla libertà, senza allontanare


dalla strada o senza corrompersi, l'Aquila si portò alla donna nagual all'altro mondo affinché servisse come faro che guida al gruppo verso l'apertura. Il nagual ed i suoi guerrieri riceverono dopo l'ordine di dimenticare. Furono infossati nell'oscurità e fu dato loro nuovi compiti: il compito di ricordarsi a se stessi, ed il compito di ricordare all'Aquila. L'ordine di dimenticare fu tanto enorme che tutti si separarono. Non poterono ricordare chi erano. L'Aquila designò che se riuscivano a ricordarsi nuovamente a se stessi, potrebbero trovare la totalità di se stessi. Avrebbero solo allora la forza e la tolleranza necessarie per cercare ed affrontare la sua giornata definitiva. Il suo ultimo compito, dopo avere recuperato la totalità di se stessi, consistè in ottenere un nuovo paio di esseri doppi e di trasformarli in un nuovo uomo nagual ed in una nuovo donna nagual per virtù di rivelar loro la regola. E come il primo uomo nagual e la primo donna nagual furono provviste di una banda minima, il suo dovere era proporzionare al nuovo paio di naguales quattro guerriero accecatrici, tre guerrieri ed un proprio. Quando il primo nagual e la sua banda furono pronte per entrare nel passaggio, la primo donna nagual li aspettava già per guidarli. Li fu ordinati allora che si portassero con essi alla nuovo donna nagual affinché ella servisse da faro alla sua gente; il nuovo uomo nagual rimase nel mondo per ripetere il ciclo. Mentre si trovano nel mondo, il numero minimo che si trovava la direzione del nagual è sedici: otto guerriere, quattro guerrieri contando al nagual, e quattro propri. Nel momento di abbandonare il mondo, quando la nuovo donna nagual si trova con essi, il numero del nagual è diciassette. Se il potere personale permette di avere più guerrieri, questi devono aggiungersi in multipli di quattro. Io avevo presentato a Don Juan la questione di come fu che si fece conoscere la regola all'uomo. Mi spiegò che la regola non aveva fine e che copriva ogni aspetto della condotta di un guerriero. L'interpretazione ed accumulazione della regola è opera di veggenti il cui compito, attraverso i millenni, è stato vedere l'Aquila, osservare il suo flusso incessante. Per mezzo delle sue osservazioni, i veggenti hanno concluso che, se il guscio luminoso che comprende l'umanità di uno è stato rotto, uno può trovare nell'Aquila il tenue riflesso dell'uomo. Gli irrevocabili dettati dell'Aquila possono essere catturati dai veggenti, interpretati adeguatamente per essi, ed accumulati in forma di un corpo di governo. Don Juan mi spiegò che la regola non era un racconto, e che attraversare verso la libertà non significa vita eterna come si capisce comunemente all'eternità: questo è, vivere per sempre. Quello che la regola collocava era che uno poteva conservare la coscienza che si abbandona nel momento di morire per forza. Don Juan non poteva spiegare quello che significava conservare quella coscienza, o neanche poteva concepirlo chissà. Il suo benefattore gli aveva detto che nel momento di attraversare, uno entra nella terza attenzione, e che il corpo nella sua totalità si infiamma di conoscenza. Ogni cellula Lei ritorno, subito, cosciente di sé stessa ed anche della totalità del corpo. Anche il suo benefattore gli aveva detto che questo tipo di coscienza non ha senso per il nostro menti compartamentalizadas. Quindi, il midollo della lotta del guerriero non consisteva tanto in sapere che l'incrocio del quale si parla nella regola significava attraversare alla terza attenzione, bensì, piuttosto, in concepire che tale coscienza esiste. Don Juan diceva che all'inizio la regola era, per lui, qualcosa strettamente nel dominio delle parole. Non poteva immaginare come poteva scivolare al dominio del mondo reale e le sue manifestazioni. Sotto l'effettiva guida del suo benefattore, tuttavia, e dopo molto lavoro, finalmente riuscì a comprendere la vera natura della regola, e l'accettò totalmente come un insieme di direttivi pragmatici e non mangio mito. A partire da quello momento, non ebbe problemi trattando con la realtà della terza attenzione. L'unico ostacolo nella sua strada sorse a causa della sua credenza che la regola era una mappa. Era tanto convinto di ciò che credette che dovesse cercare un'apertura nel mondo, un passaggio. In qualche modo, era rimasto superfluamente bloccato nel primo livello dello sviluppo di un guerriero. Come risultato di questo, il compito di Don Juan, nella sua capacità di guida e maestro, fu diretto ad aiutare gli apprendisti, ed a me nella cosa speciale, ad evitare che si ripetesse quell'errore. Quello che riuscì a fare con noi fu condurrci attraverso le tre tappe dello sviluppo del guerriero,


senza enfatizzare nessuna di esse più del conto. Primo ci guidò affinché prendessimo la regola dopo mappa, ci guidò come alla comprensione che uno può ottenere una coscienza suprema, perché tale cosa esiste; e, infine, ci guidò ad un passaggio concreto per passare a quell'altro mondo nascosto della coscienza. Per condurrci attraverso la prima tappa, l'accettazione della regola come una mappa, Don Juan prese la sezione che appartiene al nagual e la sua funzione, e ci mostrò che questa corrisponde a fatti inequivocabili. Egli riuscì questo a forza di farci avere, mentre ci trovavamo in fasi di coscienza accresciuta, un trattamento senza restrizioni coi membri del gruppo che erano le personificazioni viventi degli otto tipi descritti per la regola. Come trattiamo con essi, ci furono rivelati aspetti più complessi ed indotti della regola. Fino a che stemmo in condizioni di comprendere che ci sentivamo acchiappati nella rete di qualcosa che in un principio avevamo concettualizzato come mito, ma che era una mappa in essenza. Don Juan ci disse che, in questo rispetto, il suo caso era stato identico al nostro. Il suo benefattore l'aiutò a passare attraverso quella prima fase permettendogli lo stesso tipo di interazione. Per ciò lo fece spostare si unisca ed un'altra volta della coscienza del lato destro a quella del sinistro, lo presentò coi membri del suo proprio gruppo, le otto guerriere, i tre guerrieri ed i quattro propri che erano, come è obbligatorio, gli esempi più stretti dei tipi che descrive la regola. L'impatto di conoscerli e di trattare con essi fu schiacciante per Don Juan. L'obbligò non solo a considerare la regola come un fatto positivo ma lo fece comprendere la grandezza delle nostre sconosciute possibilità. Don Juan disse che per il momento in cui tutti i membri del suo proprio gruppo erano stati riuniti, egli si trovava tanto profondamente dato alla vita del guerriero che non gli causò gran sorpresa il fatto che, senza nessun sforzo evidente da parte di nessuno, essi vennero ad essere repliche perfette dei guerrieri del gruppo del suo benefattore. La similitudine dei suoi gusti personali, antipatie, adesioni, eccetera, non era risultato di imitazione; Don Juan diceva che essi appartenevano, come espone la regola, a gruppi specifici di gente che ha le stesse reazioni. Le uniche differenze tra la gente dello stesso gruppo era il tono delle sue voci, il suono della sua risata. Spiegandomi gli effetti che aveva avuto il trattamento coi guerrieri del suo benefattore in lui, Don Juan toccò il tema della differenza molto significativa che esisteva tra come interpretavano la regola il suo benefattore ed egli, ed anche in come conducevano ed insegnavano ad altri ad accettarla come mappa. Mi disse che ci sono due tipi di interpretazioni: l'universale e l'individuale. Le interpretazioni universali prendono le affermazioni che conformano il corpo della regola come sono. Un esempio sarebbe dire che all'Aquila non gli importano le azioni degli uomini e, tuttavia, ha proporzionato loro un passaggio verso la libertà. L'interpretazione individuale, d'altra parte, è una conclusione presente, del giorno, alla quale arrivano i veggenti utilizzando le interpretazioni universali come premesse. Un esempio sarebbe dire che a causa di che non importo l'Aquila, io dovrei vedere modi di assicurare le mie possibilità di raggiungere la libertà, magari attraverso la mia propria iniziativa. Secondo Don Juan, egli ed il suo benefattore erano molto distinti nei suoi metodi per guidare i suoi pupilli. Don Juan diceva che il suo benefattore era troppo severo; guidava con mano di ferro e, seguendo la sua convinzione che con l'Aquila non esistono le elemosine, non fece mai niente per nessuno in una maniera diretta. Invece, appoggiò attivamente tutti affinché si aiutassero a se stessi. Considerava che il regalo della libertà che offre l'Aquila non è una donazione altro che l'opportunità di avere un'opportunità. Don Juan, benché apprezzasse i meriti del metodo del suo benefattore, non era di accordo con lui. Quando egli era già nagual vide che quello metodo spreca tempo insostituibile. Per lui era più efficace presentare a chiunque una situazione data e forzarlo ad accettarla, e non sperare a che fosse pronto ad affrontarla per il suo proprio conto. Quello fu il metodo che seguì con me e con gli altri apprendisti. L'occasione in cui quella differenza fu più opprimente per Don Juan, fu per il tempo che trattò coi guerrieri del suo benefattore. Il mandato della regola era che il benefattore doveva trovare Don Juan primo una donna nagual e dopo un gruppo di quattro donne e quattro uomini per comporre il suo gruppo di guerrieri. Il benefattore vide che Don Juan non disponeva ancora di sufficienza potere personale per assumere la responsabilità di una donna nagual, e così investì l'ordine e chiese alle donne del suo proprio gruppo che trovassero in primo luogo le quattro


donne e dopo i quattro uomini. Don Juan confessò che l'idea di quell'investimento l'entusiasmò. Aveva capito che quelle donne erano per il suo uso, e nella sua mente quello si tradursi in un uso sessuale. La sua rovina fu il rivelare le sue aspettative al suo benefattore chi immediatamente lo mise in contatto coi guerrieri e le guerriero del suo proprio gruppo e lo lasciò con essi. Per Don Juan fu un vero scontro conoscere quelli guerrieri, non solo perché erano a proposito difficile con lui, bensì perché quell'incontro è di per sé un fa strade. Don Juan diceva che è un fa strade perché gli atti nel lato sinistro non possono avere luogo non sia che tutti i partecipanti condividano lo stesso stato. Per quella ragione non ci lasciava entrare nella coscienza del lato sinistro bensì per portare alla nostra capo attività coi suoi guerrieri. Nel suo caso, tuttavia, il suo benefattore lo spinse e non lo lasciò uscire di lì. Don Juan mi diede una breve relazione di quello che successe durante il suo primo incontro coi membri del gruppo del suo benefattore. Aveva l'idea che chissà io potevo usare quell'esperienza come una dimostrazione di quello che mi aspettavo. Mi disse che il mondo del suo benefattore aveva una sicurezza magnifica. I membri del suo gruppo erano guerrieri indio che provenivano da tutto il Messico. Quando egli li conobbe, tutti essi vivevano in una remota regione montagnosa del sud del Messico. Arrivando alla casa, Don Juan affrontò due donne identiche, le indiane più grandi che non avrebbero visto mai. Erano accigliate e brutte, ma avevano fazioni molto gradevoli. Quando egli volle passare tra esse, l'acchiapparono con le sue enormi pance, lo presero delle braccia ed incominciarono a batterlo. Lo tirarono al suolo e si sedettero su lui, quasi schiacciandolo la scatola toracica. L'ebbero immobilizzo ma di dodici ore mentre negoziavano col suo benefattore chi dovette parlare senza fermare tutta la notte fino a che finalmente esse lasciarono libero a Don Juan nella mattina. Mi disse che meglio di niente quella che l'atterrì fu la determinazione che mostravano gli occhi di quelle donne. Pensò che era perso, perché esse andavano a rimanere sedute sopra a lui fino a che morisse, come l'avevano notato. Per regola generale deve avere un periodo di attesa di alcune settimane prima di conoscere al seguente gruppo di guerrieri, ma poiché il suo benefattore decideva di lasciarlo permanentemente con essi, Don Juan fu immediatamente presentato agli altri. Conobbe ad ognuno di essi in un solo giorno e tutti essi lo trattarono come spazzatura. Arguivano che non era l'uomo adeguato per il compito che era troppo scurrile ed eccessivamente stupido, giovane ma già senile nel suo modo di fare. Il suo benefattore parlò brillantemente in difesa di Don Juan; disse loro che tutti essi andavano ad avere l'opportunità di modificare quelle condizioni, e che dovrebbe essere il massimo diletto, per essi e per Don Juan, assumere quella responsabilità. Don Juan mi disse che la prima impressione fu corretta. Per lui, a partire da quello momento, ci furono solo penurie e lavoro. Le donne videro che Don Juan era ingovernabile e che non poteva essere confidatogli il complesso e delicato compito di dirigere a quattro donne. Come erano veggenti, fecero la sua propria interpretazione personale della regola e decisero che sarebbe più adeguato per Don Juan avere in primo luogo i quattro guerrieri e dopo alle quattro donne. Don Juan era convinto che quello vedere era stato giusto. Per potere dirigere guerriere, un nagual deve trovarsi in un stato di potere personale consumato; un stato di serietà e controllo, nel quale i sentimenti umani svolgono un ruolo minimo; in quello tempo tale stato gli era inconcepibile. Il suo benefattore lo mise basso la supervisione diretta di suoi due guerriere dell'ovest, i più intransigenti e feroci di tutte. Don Juan mi disse che le donne dell'ovest, di accordo con la regola, sono completamente pazze e che qualcuno deve curarli. Scese le durezze dal trasognare e dello spiare i suoi lati destri, le sue menti si guastano. La sua ragione si estingue molto facilmente per il fatto che la sua coscienza del lato sinistro è eccessivamente acuta. Una volta che perdono il lato razionale sono sognatrici ed accecatrici insuperabili perché non hanno oramai nessuna zavorra razionale che li contenga. Don Juan dice che quelle donne lo curarono della lussuria. Per sei mesi passò la maggior parte del tempo in un arnese, sospeso del soffitto di una cucina rurale, come prosciutto che si affumica, fino a che rimase al verde di pensieri di guadagno e di gratificazione personale. Don Juan mi spiegò che l'arnese di cuoio è splendida risorsa per curare certe malattie che non sono fisiche. Quanto più dimissione sia sospesa una persona e più tempo passi senza toccare il suolo, pendendo nell'aria, migliori sono veramente le possibilità di un effetto purificatore. Man mano che le due guerriere dell'ovest lo pulivano, le altre donne erano occupate in trovare gli uomini e le donne che andavano a formare il suo gruppo. Li prese anni riuscirlo. Don Juan,


mentre, dovette trattare per il suo proprio conto a tutti i guerrieri del suo benefattore. La presenza ed il contatto con essi fu tanto dominatore che Don Juan credette che non si vedrebbe mai libero della sua influenza. Il risultato fu un'aderenza totale e letterale al corpo della regola. Don Juan diceva che sprecò tempo irremplazable riflettendo sull'esistenza del suo passaggio reale verso l'altro mondo. Considerava che quella preoccupazione era una trappola che doveva evitarsi ad ogni costa. Per proteggermi da lei, non mi lasciò portare a termine il trattamento obbligatorio coi membri del suo corpo a meno che fosse protetto per la presenza della Grassa o di qualunque altro degli apprendisti. Nel mio caso, conoscere i guerrieri di Don Juan fu il risultato finale di un lungo processo. Non si fece mai menzione di essi nelle conversazioni abituali con Don Juan. Io sapevo solamente della sua esistenza attraverso inferenze; egli andavo rivelando porzioni della regola che mi facevano capire quello. Più tardi, Don Juan ammise che quelle persone esistevano, e che alla lunga io li conoscerei. Mi preparò per quegli incontri dandomi istruzioni e consigli generali. Mi prevenne circa un errore comune; l'errore di sovrastimare la coscienza del lato sinistro, di sorprendersi davanti alla sua chiarezza e potere. Mi disse che stare nella coscienza del lato sinistro non vuole dire che uno si libera immediatamente degli spropositi: significa solo avere una capacità percettiva più intensa, una facilità ancora maggiore per comprendere ed imparare e, soprattutto, una gran abilità per dimenticare. Man mano che si avvicinava l'ora che conoscesse i guerrieri di Don Juan, questo mi diede una schietta descrizione del gruppo del suo benefattore, come una guida per il mio proprio uso. Mi disse che per un spettatore il mondo del suo benefattore potrebbe sembrare a volte che consisteva in quattro famiglie. La prima era formata per le donne del Sud ed il primo proprio; la seconda, per le donne del Questo, l'erudito ed un proprio; la terza, per le donne del Nord, l'uomo di azione ed altro proprio; ed il quarto, per le donne dell'ovest, il socio anonimo ed un terzi proprio. Altre volte, quello mondo poteva sembrare composto di gruppi. C'era un gruppo di quattro uomini di maggiore età, completamente distinti, che erano il benefattore di Don Juan ed i suoi tre guerrieri. Dopo, stava tremendamente un gruppo di quattro uomini somiglianze tra sé: i propri. Un terzo gruppo composto di due paia di gemelle, apparentemente. identiche che vivevano giunte e che erano le donne del Sud e quelle del Questo. Ed un quarto gruppo formato per altri due paia di supposte sorelle, le donne del Nord e dell'ovest. Nessuna di queste donne aveva lacci di parentela tra sé, semplicemente sembravano uguali, al punto, in certi casi, di essere identiche. Don Juan credeva che questo era prodotto dell'enorme potere personale che aveva il suo benefattore. Don Juan descrisse alle donne del Sud come due mastodonti temibili in apparenza ma molto simpatiche ed affettuose. Le donne del Questo erano molto belle, fresche e spiritose, un vero diletto per vederli e sentirli. Le donne del Nord erano completamente femminili, vane, civettuole, preoccupate con l'età, ma anche terribilmente dirette e spazientisci. Le donne dell'ovest erano a volte pazze, ed altre, un'epitome di severità e determinazione. Erano quelle che più perturbavano Don Juan chi non poteva riconciliare il fatto che fossero tanto sobrie, buone e servizievoli, col fatto che in un momento dato potevano perdere la riparazione e rimanere completamente pazze. Gli uomini, d'altra parte, erano in nessun modo memorabili per Don Juan. Credeva che non ci fosse niente notabile in essi. Tutti sembravano trovarsi completamente annullati per la conmocionante forza e determinazione delle donne e per la personalità dominatore del benefattore. In quanto al suo proprio sviluppo, Don Juan diceva che l'avere stato spinto al mondo del suo benefattore gli fece comprendere quanto facile e conveniente gli era stato lasciare che la sua vita trascorresse senza disciplina alcuna Capì che il suo errore era consistito in credere che le sue mire erano le uniche mete preziose che un uomo poteva avere. Tutta la sua vita era stata un indigente; l'ambizione che lo consumava, pertanto, era avere possessi materiali, essere qualcuno. Tanto gli preoccupò l'affanno di uscire avanti e la disperazione di sapere che non stava riuscendolo; che non ebbe mai tempo di esaminare cosa alcuna. Volentieri si unì al suo benefattore perché credette che stava presentandogli un'opportunità di ingrandirsi. Pensò che, per lo meno, potrebbe imparare ad essere stregone. La realtà del suo incontro col mondo del suo benefattore fu tanto differente che egli la concepiva come qualcosa di analogo all'effetto della conquista spagnola nella cultura indigena. Qualcosa che distrusse tutto, ma che portò anche ad una convalida totale.


La mia reazione ai preparativi per conoscere al gruppo di guerrieri di Don Juan non fu paura reverenziale o paura, bensì piuttosto una meschina preoccupazione intellettuale su due questioni. La prima era la proposta che nel mondo ci sono solo quattro tipi di uomini e quattro tipi di donne. Arguii con Don Juan che la variazione individuale nella gente è troppo vasta e complessa per un schema tanto semplice. Egli non fu di accordo con me. Disse che la regola era finale, e che questa non permetteva un numero indefinito di tipi di gente. La seconda questione era il contesto culturale della conoscenza di Don Juan. Egli non lo sapeva. Lo considerava prodotto di una specie di panindianismo. La sua congettura era che una volta, nel mondo indigeno anteriore alla Conquista, la manipolazione della seconda attenzione si corruppe. Si era sviluppato senza nessun ostacolo durante chissà migliaia di anni, fino a che perse la forza. Possibilmente gli apprendisti di quello tempo non avevano bisogno di controlli, e così, senza freno, la seconda attenzione, invece di diventare più forte si debilitò conforme diventò sempre di più intricata. Poi vennero gli invasori spagnoli e, con la sua tecnologia superiore, distrussero il mondo degli indi. Don Juan mi disse che il suo benefattore si trovava convinto che un gruppo piccolo di guerrieri sopravvisse solo e potè raggruppare la sua conoscenza e rindirizzare il suo sentiero. Tutto quello che Don Juan ed il suo benefattore sapevano della seconda attenzione veniva ad essere versione ristrutturata, una nuova versione alla quale l'erano stato aggiunto restrizioni perché era stato forgiata sotto le più aspre condizioni di soppressione. X. IL GRUPPO DI GUERRIERI DEL NAGUAL Quando Don Juan considerò che era ora che avesse il mio primo incontro coi suoi guerrieri, mi fece cambiare livelli di coscienza. In quello momento mi chiarì che egli non avrebbe niente a che vedere con la maniera in che essi mi commerciassero. Mi prevenne che se decidevano di battermi, egli non li andava a fermare. Potevano fare quello che desiderassero, meno ammazzarmi. Sottolineò un ed un'altra volta che i guerrieri del suo gruppo erano la perfetta replica del gruppo del suo benefattore, a meno che alcuni donne erano più feroci, e tutti gli uomini erano assolutamente poderosi e senza pari. Pertanto, il mio primo incontro con essi potrebbe risultare come una collisione frontale. Io, da un lato, mi trovavo nervoso ed apprensivo, ma, per un'altra, curioso. La mia mente si opprimeva con infinite speculazioni, la maggior parte di esse su come sarebbero i guerrieri. Don Juan mi disse che egli aveva due opzioni, un'era la possibilità di insegnarmi a memorizzare un elaborato rituale, come avevano fatto con egli, e l'altra era fare l'incontro la cosa più casuale possibile. Aspettò un presagio che gli segnalasse che alternativa prendere. Il suo benefattore aveva fatto qualcosa di simile, ma aveva insistito in che Don Juan imparasse il rituale prima che il presagio si presentasse. Quando Don Juan gli rivelò le sue illusioni di dormire con quattro donne, il suo benefattore l'interpretò come il presagio, lasciò ad un lato il rituale e finì negoziando per la vita di Don Juan. Nel mio caso, Don Juan voleva un presagio prima di insegnarmi il rituale. Il presagio arrivo quando Don Juan ed io viaggiavamo per un paese confinante in Arizona ed un poliziotto mi fermò. Il poliziotto credeva che io ero un straniero senza documentazione. Solo fino a che gli mostrai il mio passaporto che egli suppose falsificato, ed altri documenti, mi lasciò andare. A Don Juan che stette vicino a me nel sedile anteriore, neanche il poliziotto lo guardò. Si era concentrato assolutamente su me. Don Juan considerò che quell'incidente era il presagio che sperava. L'interpretò come qualcosa che segnalava la cosa pericolosa che risulterebbe se io richiamavo l'attenzione, e concluse che il mio mondo doveva essere della massima semplicità e candore: ogni pompa e rituali elaborati starebbero fuori di carattere. Concedè, tuttavia, che sarebbe adeguata una minima osservazione di modelli ritualistici quando mi presentassi ai suoi guerrieri. Doveva incominciare avvicinandomi ad essi dal Sud, perché quella è la direzione che il potere segue nel suo flusso incessante. La forza vitale fluisce verso noi dal Sud, e c'abbandona fluendo verso il Nord. Mi disse che l'unica entrata al mondo del nagual era attraverso il Sud, e che il portone si trovava custodito per due guerriere chi dovrebbero salutarmi e lasciarmi passare se così lo decidevano. Mi portò ad un paese del centro del Messico. Camminiamo ad una casa nel campo e quando a lei c'avvicinavamo dal Sud, vidi due indiane massicce, in piedi, affrontando l'una l'altra ad un metro di distanza. Si trovavano a circa dieci o quindici metri della porta principale della casa, in un'area dove la terra era spianata. Le due donne erano straordinariamente muscolose. Entrambe avevano


i capelli neri e molto, unito in una grossa treccia. Sembravano sorelle. Erano della stessa altezza, dello stesso peso: calcolai che dovevano avere attorno ad un metro sessanta di statura ed un peso di circa settanta chili. Una di esse era abbastanza oscura, quasi nera, e, l'altra, molto più chiara. Si trovavano vestite come tipiche indiane del centro del Messico: vestiti lunghi, fino al suolo, pretesti e huaraches casalinghi. Don Juan mi fece fermare ad un metro di esse. Diventò verso la donna che si trovava alla nostra sinistra e mi fece guardarla. Mi disse che si chiamava Cecilia e che era ensoñadora. Quindi diventò bruscamente, senza darmi tempo di dire niente, e mi fece affrontare la donna più bruna che si trovava alla nostra destra. Mi disse che il suo nome era Delia e che era accecatrice. Le donne mi salutarono a capofitto con un movimento. Né sorrisero né fecero nessun gesto di benvenuto. Don Juan camminò tra esse come se fossero due colonne che segnalavano un portone. Avanzò un paio di passi e diventò come se sperasse che esse mi invitassero a passare. Mi osservarono calmadamente durante alcuni momenti. Poi Cecilia mi invitò ad entrare, come se io mi trovassi nella soglia di una porta vera. Don Juan guidò la strada verso la casa. Nella porta principale troviamo un uomo. Era molto magro. A prima vista era abbastanza giovane, ma un scrutinio più acuto rivelava che sembrava avere quasi sessanta anni. Mi diede l'impressione di essere un bambino vecchio: piccolo, forte e nervoso, con penetranti occhi oscuri. Era come un'ombra. Don Juan me lo presentò come Emilito, e disse che era suo proprio, il suo assistente personale, e che egli mi darei il benvenuto al suo nome. Mi sembrò che in realtà Emilito fosse l'essere più appropriato per bienvenir a chiunque. Il suo sorriso era radiante, i suoi piccoli denti erano perfettamente allineati. Mi diede la mano, o piuttosto attraversò i suoi avambracci e strinse le mie due mani. Sembrava essudare godimento, e chiunque avrebbe detto che era estatico di vedermi. La sua voce era molto soave ed i suoi occhi scoppiettavano. Entriamo ad una gran stanza. Lì stava un'altra donna. Don Juan mi disse che si chiamava Teresa e che era l'aiutante di Cecilia e Delia. Magari appena aveva circa trenta anni, e definitivamente sembrava essere figlia di Cecilia. Era molto silenziosa, ma amichevole. Seguiamo Don Juan al fondo della casa, dove c'era una terrazza coperta. Era un giorno caldo. Ci sediamo a tavola, e dopo una frugale merenda conversiamo fino alla mezzanotte. Emilito fu l'anfitrione. Piacque e dilettò tutti con le sue storie esotiche. Le donne si azzardarono. Erano un pubblico magnifico. Sentire la sua risata era un piacere squisito. In un momento, quando Emilito disse che esse erano come le sue due madri, e Teresa come sua figlia, l'alzarono al volo e lo gettarono all'aria come se fosse un bambino. Delle due, Delia mi somigliavo il più razionale, coi piedi nella terra. Cecilia era chissà più indifferente, ma sembrava avere maggiore forza interna. Mi diede l'impressione di essere più intollerante o più impaziente; sembrava irritarsi con alcuni dei racconti di Emilito. Nonostante, definitivamente era tutta sentita quando egli contava quello che chiamava i suoi "racconti" dell'eternità. Ogni istoria era preceduta per la frase "sapevano voi, cari amici, che. . .? La storia che più mi impressionò trattava di alcune creature che come egli esistevano nell'universo e che erano la cosa più prossima ad esseri umani, senza esserlo; erano creature ossessionate col movimento, capaci di percepire la più leggera fluttuazione dentro o intorno ad esse. Erano tanto sensitive al movimento che questo costituiva una maledizione per esse, qualcosa di tanto terribilmente doloroso che la sua massima ambizione era trovare la quiete. Emilito intercalava tra i suoi racconti dell'eternità le più terribili barzellette piccanti. Dovuto alle sue incredibili doti narratore, mi diede come l'impressione che ognuna delle sue storie era una metafora, una parabola, attraverso la quale c'insegnava qualcosa. Don Juan disse che non era così che semplicemente Emilito reprimeva quello che aveva presenziato nei suoi viaggi per l'eternità. La funzione di un proprio consisteva in viaggiare davanti del nagual, come esploratore di un'operazione militare. Emilito era arrivato fino ai limiti della seconda attenzione, e tutto quello che presenziava il trasmetteva agli altri. Il mio secondo incontro coi guerrieri di Don Juan fu tanto preparato come in primo luogo il. Un giorno Don Juan mi fece cambiare livelli di coscienza e mi informò che io andavo ad avere un secondo appuntamento. Mi fece maneggiare a Zacatecas, nel nord del Messico. Arriviamo lì molto presto nella mattina. Don Juan mi disse che si trattava solamente di una scala, e che


avevamo fino al giorno dopo per riposare prima di intraprendere il mio secondo incontro formale con le donne dell'Est ed il guerriero erudito del suo gruppo. Mi incominciò a parlare allora di un delicato ed intricato tema di elezione. Disse che avevamo conosciuto a metà pomeriggio al Sud ed il proprio, perché egli aveva fatto un'interpretazione personale della regola ed aveva scelto quell'ora per rappresentare la notte. Veramente il Sud era la notte - una notte calda, propizia, gradevole -, e propriamente andati a conosciuto le due donne del Sud dopo la mezzanotte. Tuttavia, quello non sarebbe stato buon auspicio per me, dato che la mia direzione generale era verso la luce, verso l'ottimismo, un ottimismo che si districa armoniosamente ed entra nel mistero dell'oscurità. Disse che quell'era precisamente quello che avevamo fatto quello giorno; avevamo goduto la nostra riunione, conversando e ridendo nella luce del giorno e nella totale oscurità della notte. Mi allontano in quell'occasione perché non infiammavano le animo. Don Juan disse che il Questo, d'altra parte, era la mattina, la luce, e che dovremmo visitare le donne del Questo nella mattina del giorno dopo. Prima della colazione andammo allo zoccolo e prendiamo posto in una panca. Don Juan mi chiese che rimanessi lì e gli sperasse mentre egli faceva alcuni mandati. Andò via, e poco dopo arrivò una donna e prese posto nell'altro estremo della panca. Non gli prestai nessuna attenzione ed incominciai a leggere un giornale. Un momento dopo un'altra donna lo fu unito. Volli andare ad un'altra panca, ma ricordai che Don Juan aveva specificato che io dovevo sedermi lì. Diedi la schiena alle donne e mi ero dimenticato già che stavano lì, dato che tutti stavamo in perfetto silenzio, quando un uomo li salutò e si trattenne, giusto di fronte a me. Mi resi conto, attraverso la sua conversazione, che le donne stavano sperandolo. L'uomo si scusò per il suo ritardo. Ovviamente voleva sedersi. Lasciai cadere un po' per fargli distanzio. Mi ringraziò profusamente e si scusò per disturbarmi. Mi disse che i tre erano assolutamente persi nella città perché erano gente del campo che una volta erano andati alla città del Messico e quasi muoiono nel traffico. Mi domandò se io vivevo in Zacatecas. Gli dissi che non e mi disporsi a finire la nostra conversazione in quello momento, ma c'era qualcosa di molto avvincente nel suo sorriso. Era un uomo vecchio, notevolmente conservato per la sua età. Non era indio. Sembrava un cavaliere agricolo di paese rurale. Vestiva abito ed aveva messo un cappello di paglia. I suoi tratti erano molto delicati, e la pelle era quasi trasparente. Aveva naso profilato, bocca piccola ed una barba bianca, breve e perfettamente pettinata. Si vedeva straordinariamente sano e, contemporaneamente, sembrava fragile. Era di statura media, muscoloso, ma contemporaneamente dava l'impressione di essere magro, quasi debole. Si mise in piede e si presentò. Mi disse che si chiamava Vicente Medrano che starebbe solamente nella città per quello giorno, e che le due donne erano le sue sorelle. Le donne si alzarono e ci guardiamo. Erano molto magre, più brune che suo fratello. Erano anche molto più giovani; una di esse la cosa abbastanza come per essere sua figlia. Notai che la pelle di esse era più secca, non era come quella di lui. Le due donne erano molto attraenti. Come l'uomo, avevano fazioni delicate ed i suoi occhi erano chiari e tranquilli. Le due misuravano come un metro sessanta. Brillavano vestiti accuratamente tagliati, ma coi suoi pretesti, le sue scarpe senza tacco e le sue calze di cotone oscuro somigliavano contadine ricche. Quella di maggiore età sembrava avere circa cinquanta anni, e la minorenne, quaranta. L'uomo me li presentò. Il maggiore si chiamava Carmela e la minorenne, Hermelinda. Mi misi in piede e brevemente strinsi le sue mani. Domandai loro se avevano figli. In generale quella domanda era la maniera con che io iniziavo conversazioni. Le donne risero ed all'unisono passarono le mani per i suoi stomachi per mostrarmi quanto magre erano. L'uomo mi spiegò con molta calma che le sue sorelle erano zitellone, e che egli stesso era anche un vecchio zitellone. Mi confidò, con un tono semibromista, che sfortunatamente le sue sorelle erano troppo mascoline, mancava loro quella femminilità che fa desiderabili alle donne, e che non avevano potuto mai pertanto trovare marito. Dissi loro che così stavano meglio, considerando la carta subordinata delle donne nella nostra società. Le donne non furono di accordo; dissero che non avrebbe importato loro sottomettersi se avesse trovato solamente uomini che volessero essere i suoi padroni. Il più giovane disse che il vero problema era che suo padre non aveva insegnato loro a comportarsi come donne. L'uomo commentò con un sospiro che il padre era tanto dominante che anche a lui gli aveva impedito di sposarsi. I tre sospirarono e si mostrarono ombrosi. A me, mi diede risata. Dopo un prolungato silenzio tornammo a prendere posto e l'uomo disse che se io rimanevo lì un po' più avrebbe l'opportunità di conoscere il padre di essi chi era ancora molto focoso nonostante


la sua età tanto avanzata. Aggiunse, con un tono timido, che suo padre li andava a portare a fare colazione, perché essi non portavano mai denaro. Suo papà era quello che amministrava l'economia. Rimasi stupefatto. Quelli vecchi che sembravano tanto forti, in realtà erano come bambini deboli ed allarmati. Dissi loro addio e mi misi in piede per ritirarmi. L'uomo e le sue sorelle insisterono in che rimanessi. Mi assicurarono che a suo papà gli piacerebbe che io li accompagnassi a fare colazione. Io non volevo conoscere suo padre, e contemporaneamente aveva curiosità. Dissi loro che anche io aspettavo qualcuno. In quello momento, le donne incominciarono a ridere con alcune risate soffocate che dopo si trasformarono in risate stentoree. Anche l'uomo si lasciò portare per una risata incontenibile. Mi sentii stupido. Il mio desiderio era andare via subito di lì In quello momento Don Juan arrivò e mi resi conto di tutta la manovra. Non mi sembrò divertente. Tutti ci mettemmo in piede. Essi ridevano ancora quando Don Juan mi disse che le donne erano l'Est; Carmela era accecatrice e Hermelinda, ensoñadora; Vicente era il guerriero erudito, ed il compagno più antico di Don Juan. Come c'allontanavamo dallo zoccolo, un altro uomo ci si unì, un indio bruno ed alto, chissà di circa quaranta anni. Vestiva pantaloni di tessuto di fibra misto ed un cappello di vaccaro. Sembrava essere terribilmente forte e scontroso. Don Juan me lo presentò come Juan Tuma, il proprio e l'assistente di investigazioni di Vicente. Camminiamo ad un ristorante che si trovava ad alcune stalle. Le donne mi misero tra esse. Carmela mi disse che sperava che io non mi fossi offeso che ebbero l'alternativa di semplicemente presentarsi con me o di giocarmi un scherzo. Quello che li decise in favore di ingannarmi fu il mio atteggiamento assolutamente snob di darloro la schiena e di volere cambiarmi panca. Hermelinda aggregò che uno deve essere completamente umile e non caricare niente che uno non abbia. che difendere, neanche la sua propria persona; la persona di uno deve proteggersi, ma non difendersi. Disprezzandoli, io non mi proteggevo, ma semplicemente stava difendendomi. Mi sentii bellicoso. Francamente, il suo scherzo ero caduto male. Incominciai a parlare della mia collera, ma prima che esponesse il mio argomento, Don Juan venne al mio fianco. Disse alle due donne che perdonassero la mia bellicosità che prende molto tempo pulire la spazzatura che un essere luminoso raccoglie nel mondo. Il padrone del ristorante a dove fummo conosceva Vicente e c'aveva preparati una colazione sontuosa. Tutti essi stavano di magnifico umore, ma io non potevo finire con la mia collera. Allora, a richiesta di Don Juan, Juan Tuma ci cominciò a parlare dei suoi viaggi. Era un uomo di fatti. Mi ipnotizzarono le sue secche narrazioni di cose che stavano oltre il mio intendimento. Per me il più affascinante fu la descrizione di alcuni raggi di luce o di energia che suppostamente intrecciano la terra. Disse che quelli raggi non fluttuano come tutto il resto nell'universo, ma si trovano fissi in un modello. Quello modello coincide con cientos di punti del corpo luminoso. Hermelinda credeva che tutti quelli punti si trovavano nel nostro corpo fisico, ma Juan Tuma spiegò che, dato che il corpo luminoso è abbastanza grande, alcuni di quelli punti sono localizzati fino ad ad un metro di distanza del corpo fisico. In un certo senso si trovano fuori di noi, e tuttavia, questo non è così: stanno nella periferia della nostra luminosità e, pertanto, appartengono al corpo totale. Il punto più importante si localizza a circa trenta centimetri dello stomaco, a quaranta gradi alla destra di una linea immaginaria che si stacca, retta, verso davanti. Juan Tuma ci contò che quell'era il centro dove si riunisce la seconda attenzione, e che è possibile maneggiarlo battendo soavemente con le palme delle mani. Sentendo parlare a Juan Tuma, dimenticai la mia collera. Il mio seguente incontro col mondo di Don Juan fu con l'Ovest. Don Juan mi diede varie avvertenze che il primo contatto con l'Ovest era un evento sommamente importante, perché questo deciderebbe, in un modo o nell'altro, quello che conseguentemente io dovrei fare. Mi mise anche in guardia che andava ad essere un evento difficile, specialmente per me che tanto inflessibile e tanto importante mi sentivo. Mi disse che in generale uno si avvicina all'Ovest durante il crepuscolo, un momento del giorno che già in sé è difficile, e che suoi guerriere dell'ovest erano poderose, temerarie ed interamente esasperanti. Contemporaneamente, conoscerebbe anche il guerriero che era il socio anonimo. Don Juan mi raccomandò che esercitasse la maggiore cautela e pazienza; quelle donne non erano solo pazze di legare, ma esse e


l'uomo erano i guerrieri più poderosi che aveva conosciuto. Nella sua opinione, i tre erano le massime autorità della seconda attenzione. Un giorno, come se si trattasse di un mero impulso, improvvisamente Don Juan decise che era ora di iniziare il nostro viaggio per conoscere le donne dell'ovest. Viaggiamo ad una città del nord del Messico. Giostro all'imbrunire, Don Juan mi indicò che stazionasse di fronte l'atto di una gran casa senza luci che si trovava quasi nella periferia della città. Ci scendiamo dall'automobile e camminiamo alla porta principale. Don Juan toccò varie volte. Nessuno rispose. Ebbi la sensazione che eravamo arrivati in un momento inopportuno. La casa sembrava vuota. Don Juan continuò toccando fino a che, apparentemente, si affaticò. Mi indicò che toccasse. Mi disse che lo facesse senza fermare perché lì le persone che vivevano erano mezzo sorde. Gli domandai se non sarebbe migliore ritornare più tardi, o al giorno dopo. Mi disse che continuasse battendo la porta. Dopo un'attesa che sembrò interminabile, la porta si incominciò ad aprire lentamente. Una donna rara tirò fuori la testa e mi domandò se quello che voleva era abbattere la porta al suolo, o irritare i vicini ed i suoi cani coi miei colpi. Don Juan cedè un passo come per dire qualcosa. La donna uscì fuori e con asprezza lo spinse ad un lato. Incominciò a scuotere il suo dito indice quasi sul mio naso, gridando che si stava comportando come se nel mondo non esistesse più nessuno a parte me. Protestai. Dissi che io stavo compiendo solo quello che Don Juan mi aveva ordinato fare. La donna domandò se mi avevano ordinato abbattere la porta. Don Juan volle intervenire ma di nuovo fu spinto ad un lato. Sembrava che quella donna si fosse alzata dal letto. Era una calamità. L'avevamo svegliata probabilmente e nella sua fretta si mise un vestito, del suo cesto di vestiti sporchi. Si trovava scalza, i suoi capelli incanutiti stavano in disordine totale. Aveva gli occhi irritati ed appena socchiusi. Era una donna di fazioni ordinarie, ma in qualche modo molto impressionante: piuttosto dimissione, di un metro settanta centimetri, bruna ed enormemente muscolosa; le sue braccia nude erano annodate con duri muscoli. Notai che il contorno delle sue gambe era bello. Ella mi guardò dall'alto in basso, irguiéndose al di sopra di me, e gridò che non aveva sentito le mie scuse. Don Juan mi sussurrò che dovrebbe scusarmi con voce forte e chiara. Una volta che lo feci, la donna sorrise e diventò verso Don Juan e l'abbracciò come se fosse un bambino. Grugnì che egli non dovette diventare battere la porta perché il mio contatto era troppo furtivo e perturbatore. Prese Don Juan del braccio, lo condusse all'interno e l'aiutò ad attraversare la porta che per certo aveva un piede molto alto. Lo chiamava "caro viejecillo." Don Juan rise. Io mi trovavo attonito vedendolo comportarsi come se l'affascinassero le assurdità di quella temibile donna. Una volta che aiutò al "caro viejecillo" ad entrare nella casa, la girò verso me e fece un gesto con la mano per scacciarmi, come se io fossi un cane. Rise vedendo la mia sorpresa: i suoi denti erano grandi, dispari e sporchi. Poi sembrò cambiare opinione e mi indicò che entrasse. Don Juan si dirigeva ad una porta che difficilmente io potevo distinguere alla fine di un oscuro corridoio. La donna lo rimprovero per ignorare verso dove si dirigeva. Ci condusse per un altro corridoio oscuro. La casa sembrava immensa, e non c'era una sola luce in lei. La donna aprì una porta che conduceva ad una stanza molto grande, quasi vuoto ad eccezione di due vecchie sedie nel centro, sotto il faretto più debole che ho visto mai. Era un faretto allungato, antico. Un'altra donna si trovava seduta in una delle poltrone. La prima donna prese posto in una piccola stuoia e reclinò la sua schiena contro l'altra sedia. Poi collocò le sue cosce contro i seni, scoprendosi completamente. Non usava biancheria intima. La contemplai, stupefatto. In un tono aspro e brutto, la donna mi domandò che perché gli stava io guardando sfacciatamente la vagina. Non seppi che cosa dire e lo negai solo. Ella si alzò e sembrò stare per battermi. Esigè che confesserà che ero rimasto con la bocca aperta davanti a lei perché non aveva visto mai una vagina nella mia vita. Mi atterrii. Mi trovavo completamente imbarazzato e dopo mi sentii irritato per avermi lasciato acchiappare in tale situazione. La donna domandò a Don Juan che tipo di nagual io ero che non aveva visto mai una vagina. Incominciò a ripetere questo un ed un'altra volta; gridando egli ad ogni polmone. Corse per tutta la stanza e si trattenne nella sedia dove si trovava seduta l'altra donna. La scosse delle spalle e, segnalandomi, gli disse che io non avevo visto mai una vagina in tutta la mia vita. Mi trovavo mortificato. Sperava che Don Juan facesse qualcosa per evitarmi quell'umiliazione. Ricordai che mi ero detto che quelle donne erano ben pazze. Si era imbarazzato: quella donna stava nel suo punto per il manicomio. Guardai Don Juan, alla ricerca di consiglio ed appoggio.


Egli deviò il suo sguardo. Sembrava trovarsi altrettanto perso, benché mi sembrasse notare un sorriso malizioso che occultò rapidamente girando la testa. La donna si stese supino, si sollevò la gonna e mi ordinò che guardasse fino a saziarmi invece di stare con sguardi maligni. Il mio viso dovette arrossare, a giudicare dal caldo che sentii nella testa ed il collo. Mi trovavo tanto fastidioso che quasi persi il controllo. Aveva voglia di schiacciarlo la testa. Improvvisamente la donna che si trovava nella sedia si mise in piede e prese dei capelli all'altri; le fece alzarsi con un solo movimento, apparentemente senza nessun sforzo. Mi fu rimasto guardando con gli occhi socchiusi, ed avvicinò il suo viso a circa cinque centimetri del mio. Il suo odore era sorprendentemente fresco. Con una voce molto chillante disse che dovremmo finire con quello che incominciamo. Le due donne rimasero molto vicino a me sotto il faretto. Non si somigliavano. Il secondo era di maggiore età, o dava quell'impressione. Il suo viso si trovava coperto per una densa cappa di polvere cosmetica che gli dava un'apparenza di buffone. Il suo capello era sistemato in un chignon. Sembrava molto serena, salvo un continuo tremore nel labbro inferiore ed il mento. Le due erano altrettanto alti e forti in apparenza; entrambe si ersero minacciose su me e mi osservarono un momento lungo. Don Juan non fece niente per rompere la sua certezza. La donna di più età assentì con la testa e dono Juan mi disse che si chiamava Zuleica e che era ensoñadora. La donna che aveva aperto la porta si chiamava Zoila, ed era accecatrice. Zuleica girò verso me e, con voce di pappagallo, mi domandò se non aveva visto mai in realtà una vagina. Don Juan non potè conservare oramai più tempo la riparazione, ed incominciò a ridere. Con un gesto, gli feci vedere che non sapeva che cosa dire. Mi sussurrò nell'udito che la cosa migliore sarebbe dire che non; altrimenti dovrebbe descrivere una vagina, perché quello mi esigerebbe dopo Zuleica. Risposi come Don Juan mi indicò e Zuleica commentò che sentiva pena per me. E dopo ordinò a Zoila che mi abituassi la sua vagina. Zoila si stese supino abbasso il faretto ed aprì le cosce. Don Juan rideva e tossiva. Lo supplicai che mi tirasse fuori da quello manicomio. Di nuovo mi sussurrò nell'udito che quello che doveva fare era guardare bene e mostrarmi attento ed interessato, perché se non dovremmo rimanerci lì fino al Giorno del Giudizio. Dopo un esame diligente ed attento, Zuleica disse che a partire da quello momento io potevo ostentare di essere un conoscitore, e che se qualche volta mi imbattevo con una donna senza pantaletas, non sarebbe oramai tanto volgare ed osceno come per rimanere strabico guardandola, perché aveva visto già una vagina. Camminando molto lentamente, Zuleica ci condusse al patio. Mi sussurrò che lì si trovava qualcuno sperando di conoscermi. Il patio stava in complete tenebre. A fatica poteva distinguere le sagome degli altre. Allora vidi l'oscuro contorno di un uomo che si trovava ad alcuni metri di me. Il mio corpo sperimentò una scossa involontaria. Don Juan parlò a quell'uomo con una voce molto bassa, e disse che mi ero portato con lui affinché lo conoscesse. Gli disse come mi chiamavo. Dopo un momento di silenzio, Don Juan mi disse che l'uomo si chiamava Silvio Manuel che era il guerriero dell'oscurità ed il vero capo di tutto il gruppo di guerrieri. Dopo, Silvio Manuel mi parlò. Mi diede l'impressione che aveva un disordine nella parlata: la sua voce era attenuata e le parole gli uscivano come soavi esplosioni di tosse. Mi ordinò che mi avvicinassi. Quando tentai di avvicinarmi, egli retrocedè, esattamente come se galleggiasse. Mi portò ad un recesso ancora più oscuro del corridoio, camminando, o quello sembrava, all'indietro e senza rumore. Mormorò qualcosa che non potei comprendere. Volli parlare, ma la gola mi offendevo ed era rinsecchita. Mi ripetè qualcosa due o tre volte fino a che compresi che stava ordinandomi che mi denudassi. C'era qualcosa di opprimente nella sua voce e nell'oscurità che l'avvolgeva. Non potei disubbidire. Mi tolsi i vestiti e rimasi nudo, tremando di paura e di freddo. Era tanto oscuro che non poteva vedere se Don Juan e le due donne stavano ancora lì. Ascoltai un soave e prolungato zittio che nasceva molto vicino a me; allora sentii una brezza fresca. Compresi che Silvio Manuel esalava soprattutto il suo alito il mio corpo. Poi mi chiese che mi sedessi nei miei vestiti e guardasse un punto brillante che con facilità io potevo distinguere nell'oscurità, un punto che dava una tenue luce ambra. Mi sembrò che rimanessi guardando ore intere fino a che cosa di subitaneo compresi che il punto di brillantezza era l'occhio sinistro di Silvio Manuel. Potei distinguere allora il contorno di tutto il suo viso e del


suo corpo. Il corridoio non stava tanto oscuro come sembrava. Silvio Manuel avanzò verso me e mi aiutò ad incorporarmi. Mi piacque vedere nell'oscurità con tale chiarezza. Neanche mi importava essere nudo o che, come allora notai, le donne mi guardassero. All'opinione, anche essi potevano vedere nell'oscurità; mi osservavano. Volli mettermi il pantaloni, ma Zoila me lo strappò delle mani. Le due donne e Silvio Manuel mi osservarono per un lungo momento. Dopo, Don Juan si presentò improvvisamente, mi diede le mie scarpe, e Zoila ci portò per un corridore ad un patio aperto, con alberi. Distinsi la sfortuna sagoma di una donna ferma nella metà del patio. Don Juan gli parlò ed ella mormorò qualcosa come risposta. Don Juan mi disse che era una donna del Sud, si chiamava Martora, ed era l'assistente delle due donne dell'ovest. Martora disse che potrebbe scommettere che io non mi ero presentato mai ad una donna essendo nudo; il procedimento abituale è conoscersi e svestirsi dopo. Rise con forza. La sua risata era tanto gradevole, tanto chiara e giovane che mi scosse. La sua risata rimbalzò per tutta la casa, aumentata per l'oscurità ed il silenzio che lì regnava. Guardai Don Juan alla ricerca di appoggio. Era andato via, e Silvio Manuel anche. Mi trovavo solo con le tre donne. Diventai molto nervoso e domandai a Martora se sapeva a dove era andato via Don Juan. In quello preciso momento, qualcuno mi afferrò della pelle delle mie ascelle. Gridai di dolore. Seppi che era stato Silvio Manuel. Mi alzò come se io non pesassi niente e mi scosse fino a che mi furono uscito le scarpe. Poi mi alzò in una stretta tinozza di acqua gelata che mi arrivava alle ginocchia. Rimasi nella tinozza per un momento lungo mentre tutti mi scrutavano. Dopo, Silvio Manuel girò ad alzarmi, mi tirò fuori dall'acqua e mi collocò vicino alle mie scarpe che diligentemente qualcuno aveva messo di fianco alla tinozza. Don Juan di nuovo apparve e mi diede i miei vestiti. Mi sussurrò che doveva mettermela e che la cosa cortese era rimanere conversando per un momento. Martora mi diede un asciugamano affinché mi asciugassi. Cercai le altre due donne e Silvio Manuel, ma non apparivano per nessun posto. Martora, Don Juan ed io rimanemmo nell'oscurità conversando un lungo momento. Ella sembrava dirigersi principalmente a Don Juan, ma credei che io ero il suo vero pubblico. Aspettai un'indicazione di Don Juan affinché andassimo via, ma egli sembrava godere l'agile conversazione di Martora. Ci disse che quello giorno Zoila e Zuleica erano stati nella cima della pazzia. Aggiunse dopo, nel mio beneficio, che le due erano straordinariamente razionali la maggior parte del tempo. Come se rivelasse un segreto, Martora ci contò che il capello di Zoila era tanto spettinato perché almeno un terzo di questo era capelli di Zuleica. Le due avevano avuto un momento di intenso cameratismo, e si aiutarono mutuamente a pettinarsi i capelli. Zuleica intrecciò i capelli di Zoila come l'aveva fatto cientos di volte, a meno che, come stava fuori di controllo, annodò parte del suo proprio capello con quello di Zoila. Martora disse che alzandosi dalle sedie ci fu una commozione. Ella corse al riscatto, ma quando entrò nella stanza, Zuleica aveva preso già l'iniziativa e si trovava più lucida di Zoila, decise di tagliare la parte dei capelli di Zoila che aveva intrecciato col suo. Nel disordine che venne dopo, Zuleica si confuse e finì per tagliare i suoi propri capelli. Don Juan rideva come se fosse la cosa più spiritosa che avrebbe sentito nella sua vita. Ascoltai soavi esplosioni di risata che sembravano tosse e che provenivano dall'oscurità del lato opposto del patio. Martora aggiunse che aveva dovuto improvvisarlo un chignon fino a che gli crescesse i capelli a Zuleica. Risi con Don Juan. Martora cadevo molto simpatica. Invece le altre due donne mi facevano schifo. Martora, al contrario, sembrava un paragone di calma e di volontà ferrea. Non poteva vedere i suoi tratti, ma l'immaginai molto bella. Il suono della sua voce era attraente. Molto cortesemente, ella domandò a Don Juan se io vorrei qualcosa di mangiare. Egli rispose che io non mi sentivo molto a gusto che diciamo con Zuleica e Zoila e che probabilmente finirebbe in nausea. Martora mi assicurò che le due donne erano andate via già, e prese il mio braccio e ci portò attraverso un corridore ancora più oscuro fino ad un bene illuminata cucina. Il contrasto fu eccessivo per i miei occhi. Rimasi nella soglia della porta tentando di abituarmi alla luce. La cucina era di soffitto alto ed abbastanza moderna e funzionale. Prendiamo posto in una specie di desayunador. Martora era giovane e molto forte; aveva una figura piena, voluttuosa; viso circolare e naso e bocca piccole. I suoi capelli neri erano intrecciati ed attorcigliati sopra alla sua


testa. Era sicuro che ella sarebbe stata tanto curiosa per esaminare io mi mangio per vederla nella luce. Ci sediamo e mangiammo e parliamo per ore. Io rimasi affascinato. Era una donna senza educazione e, tuttavia, mi ebbe assorto con la sua conversazione. Ci raccontò spiritose e dettagliate storie delle ridicolaggini che Zoila e Zuleica facevano quando erano pazze. Quando usciamo della casa, Don Juan espresse la sua ammirazione per Martora. Disse che ella era magari il più ammirabile esempio di come la determinazione può colpire un essere umano. Senza nessuna base educativa o di preparazione, salvo la sua volontà infrangibile, Martora aveva trionfato nel più arduo compito immaginabile: quella di curare a Zoila, Zuleica e Silvio Manuel. Domandai a Don Juan perché Silvio Manuel si era ricusato a che lo guardasse nella luce. Mi rispose che Silvio Manuel si trovava nel suo elemento nell'oscurità, e che avrebbe già innumerevoli opportunità di vederlo. Durante nostro primo incontro, nonostante, era obbligatorio che egli si conservasse dentro i limitrofo del suo potere: l'oscurità della notte. Silvio Manuel e le due donne vivevano insieme perché formavano una squadra di stregoni formidabili. Don Juan mi raccomandò che non mi formassi giudizi affrettati delle due donne dell'ovest. Io li avevo conosciute in un momento in cui stavano fuori di controllo, ma quell'assenza di controllo aveva solo a che vedere con la condotta superficiale. Le due avevano un centro interno che era inalterabile; pertanto, fino a nei momenti di peggiore pazzia potevano ridere delle sue proprie aberrazioni come se si trattasse di una rappresentazione messa in scena per altre persone. Il caso di Silvio Manuel era distinto, non si trovava frastornato di maniera alcuna. In realtà, la sua profonda sobrietà gli permetteva di agire tanto effettivamente con le due donne, perché esse ed egli erano estremi opposti. Don Juan mi disse che Silvio Manuel era nato da quella maniera e che tutti quelli che lo circondavano riconoscevano la differenza. Nonostante lo stesso benefattore di Don Juan che era duro ed implacabile con tutti, sperperava speciale attenzione a Silvio Manuel. Don Juan tardò anni a comprendere la ragione di quella preferenza. Dovuto a qualcosa di inspiegabile nella sua natura, mai più una volta che Silvio Manuel versò nella coscienza del lato sinistro, uscì di lì. La sua propensione a rimanere in un stato di coscienza accresciuta, unito alla superba capacità del suo benefattore, gli permisero di arrivare, prima che gli altri, non solo alla conclusione che la regola è una mappa e che, in realtà, esiste un altro tipo di coscienza, ma anche il passaggio reale e concreto che conduce all'altro mondo della coscienza. Don Juan diceva che Silvio Manuel, nella maniera più impeccabile, equilibrava i suoi guadagni eccessivi mettendoli al servizio del proposito comune di tutti essi. Silvio Manuel era la forza silenziosa che si trovava dietro Don Juan. Il mio ultimo incontro introduttivo coi guerrieri di Don Juan fu col Nord. Don Juan mi portò alla città di Guadalajara al fine di portarlo a termine. Mi disse che il nostro appuntamento era solo ad una breve distanza del centro della città e che avrebbe a mezzogiorno luogo, perché il Nord era il mezzogiorno. Lasciamo il hotel alle undici della mattina, e passeggiiamo tranquillamente per la zona del centro. Camminava senza fissarmi, preoccupato per l'incontro, quando mi schiantai a capofitto con una dama che usciva affrettata da un negozio. Portava alcuni pacchetti che si divertirono per il marciapiede. Chiesi scuse ed incominciai ad aiutarla a raccoglierli. Don Juan mi urse a che mi affliggessi per non arrivare troppo tardi. La signora sembrava stordita col colpo. La sostenni del braccio. Era una donna alta, molto snella, chissà di circa sessanta anni, vestita con somma eleganza. Sembrava una dama di società. Era squisitamente cortese ed assunse la colpa, adducendo che si era distrarsi cercando il suo domestico. Mi domandò se poteva aiutarla a localizzarlo tra la moltitudine. Diventai a Don Juan chi disse che, dopo mezzo ammazzarla, egli meno che poteva fare era aiutarla. Presi i pacchetti e ritorniamo al negozio. A breve distanza localizzai un indio di aria abbandonata che sembrava stare assolutamente fuori lì di posto. La signora lo chiamò ed egli andò quasi al suo fianco come un cagnolino deviato. Sembrava che stesse per leccarlo la mano. Don Juan c'aspettava fuori del negozio. Spiegò alla signora che avevamo fretta e dopo gli diedi il mio nome. La signora sorrise con grazia e mi estese la sua mano. Pensai che nella sua gioventù era dovuto essere travolgente, perché si conservava ancora bella ed attraente. Don Juan a me me diventò e bruscamente mi disse che il nome della signora era Nélida che era del Nord, e che era ensoñadora. Poi mi fece diventare verso il domestico e mi disse che si chiamava Genaro Flores, e che egli era l'uomo di azione, il guerriero delle imprese del gruppo.


La mia sorpresa fu totale. I tre sciolsero una risata, e quanto più cresceva la mia costernazione più essi godevano. Don Genaro regalò i pacchetti ad un gruppo di bambini, dicendoli che la sua patrona, la buona Sig.ra, aveva comprato quelle cose per regalarsili. Era la sua buona azione del giorno. Poi camminiamo in silenzio una calza stalla. Io avevo la lingua unita. Improvvisamente, Nélida segnalò un negozio e ci chiese che ci trattenessimo un istante perché doveva raccogliere una scatola di calze che stavano conservandolo lì. Mi scrutinò sorridendo, con gli occhi risplendenti, e mi disse che, già sul serio, stregoneria o non stregoneria, ella doveva usare mezze nylon e pantaletas di pizzo. Don Juan e dono Genaro risero come idioti. Io rimasi guardandola con la bocca aperta, perché non doveva un'altra cosa fare. C'era qualcosa di assolutamente terreno in lei e, tuttavia, era quasi eterea. In tono in vena di scherzi disse a Don Juan che mi reggessi perché stava per svenire. Poi cortesemente chiese a Don Genaro che fosse correndo dentro e che raccogliesse il pacchetto. Quando egli procedeva ad entrare nel negozio, Nélida cambiò idea e lo chiamò, ma apparentemente egli non l'ascoltò e sparì nel negozio. Nélida si scusò e corse dietro lui. Don Juan oppresse la mia schiena per tirarmi fuori dalle mie turbolenze. Mi disse che andava a conoscere l'altra donna del Nord il cui nome era Florinda, per il mio proprio conto ed in un'altra occasione, perché ella sarebbe la mia unione con un altro ciclo, con un altro stato di essere. Descrisse a Florinda come una copia al carbone di Nélida, o viceversa. Osservai che Nélida era tanto sofisticato e di tanto buon gusto che poteva immaginarla in una rivista di mode. Il fatto che fosse bella e tanto bianca, chissà di famiglia francese o del nord dell'Italia, mi sorprese. Benché neanche Vicente fosse indio, la sua apparenza rurale non lo faceva vedere come un'anomalia. Domandai a Don Juan perché c'era gente bianca nel suo mondo. Disse che il potere è quello che seleziona i guerrieri del gruppo di un nagual, e che è impossibile conoscere i suoi propositi. Aspettiamo di fronte per lo meno del negozio un mezz'ora. Don Juan sembrò spazientirsi e mi chiese che entrasse e li affrettasse. Entrai nel negozio. Non era un posto grande, non c'era porta posteriore, ed essi non stavano lì. Domandai agli impiegati, ma nessuno potè darmi ragione. Ritornai con Don Juan e gli esigei che mi dicessi che cosa era successo. Mi disse che o erano spariti in piena aria o erano usciti ad escurridillas quando egli mi oppresse la schiena. Mi infuriai e gli gridai che tutta la sua gente erano alcuni imbroglioni. Egli rise tanto che gli rodarono lacrime per le guance. Disse che io ero l'ideale vittima di inganno. Il mio senso di impazienza personale mi spingeva a svolgere senza speranza il ruolo di un stupido. La mia irritazione lo faceva ridere con tanta forza che dovette appoggiarsi sulla parete. La Grassa mi raccontò il suo primo incontro coi membri del gruppo di Don Juan. La sua versione differiva solo nel contenuto: la forma era la stessa. Chissà i guerrieri furono un po' più violenti con lei. La Grassa l'interpretò come un esperimento per tirarla fuori dalla sua sonnolenza, o una reazione naturale, da parte di essi, a quello che ella considerava la sua detestabile personalità. Man mano che rivedevamo il mondo di Don Juan, stavamo rendendo conto che questa era una replica del mondo del suo benefattore. Poteva vedersi che consisteva o di gruppi o di case. C'era un gruppo di quattro paia indipendenti di donne che sembravano sorelle e che lavoravano e vivevano giunte; un altro gruppo era composto per Don Juan e tre uomini dell'età di Don Juan, e molto vicini a lui; un paio di donne del Sud, più giovani delle altre, che sembravano avere lacci di parentela tra esse, Martora e Teresa; e finalmente un paio di uomini minori di Don Juan, i propri Emilito e Juan Tuma. Ma sembravano anche consistere in quattro sposi a parte, localizzate molto lontano l'una dell'altra in distinte zone del Messico. Una si trovava composta per le due donne dell'ovest, Zuleica e Zoila, Silvio Manuel e Martora. Il seguente era formato per le due donne del Sud, Cecilia e Delia; Emilito che era il proprio di Don Juan, e Teresa. Un'altra casa era fatta per Carmela e Hermelinda, le donne dell'ovest, Vicente, ed il proprio Juan Tuma; e, infine, quella delle donne del Nord, Nélida e Florinda, e Don Genaro. Secondo Don Juan, il suo mondo non aveva né l'armonia né l'equilibrio di quello del suo benefattore. Le due uniche donne che si equilibravano completamente l'una all'altra, e che sembravano gemelle identiche, erano le guerriere del Nord, Nélida e Florinda. Una volta, Nélida mi disse che le due erano tanto simili che perfino avevano lo stesso tipo sanguineo. Per me, una delle sorprese più gradevoli fu la trasformazione di Zuleica e Zoila chi erano stati


tanto ripugnanti. Risultarono essere, come aveva detto Don Juan, le guerriere più sobrie che potesse immaginarsi. Non poteva crederlo quando li vidi per la seconda volta. L'attacco di pazzia aveva passato ed ora paragonavano due signore ben vestite, alte, brune e muscolose, con brillanti occhi oscuri come pezzi di risplendente ossidiana nera. Risero e scherzarono con me per quello che successe la notte di nostro primo incontro, come se altre persone e non esse avrebbero preso parte a lui. Può capirsi facilmente il tumulto emozionale di Don Juan causato per le guerriero dell'ovest del gruppo del suo benefattore. Per me era anche impossibile accettare che Zuleica e Zoila potessero trasformarsi in creature ripugnanti e detestabili. Mi toccò l'opportunità di presenziare a quella metamorfosi in varie occasioni; non potei giudicarli felicemente mai tanto aspramente come lo feci nel primo incontro. Meglio di niente, i suoi eccessi mi causavano tristezza. Ma la sorpresa più grande me la procurò Silvio Manuel. Nell'oscurità di nostro primo trovo l'immaginai come un uomo imponente, un gigante dominatore. In realtà era piccolo, ma non fragilmente piccolo. Il suo corpo era come quello di un fantino di corse, un fantino piccolo ma perfettamente proporzionato. Mi sembrò che avesse potuto essere un ginnasta. Il suo controllo fisico era tanto notevole che poteva gonfiarsi, come se fosse un rospo, fino a quasi il doppio del suo volume, espandendo tutti i muscoli del corpo. Dava sorprendenti dimostrazioni di come poteva slogare nuovamente i suoi membri e reacomodarlos senza nessuna manifestazione di dolore. Guardando a Silvio Manuel, sperimentai sempre un profondo, sconosciuto sentimento di paura. Per me, era come un visitatore di un altro tempo. Era bruno pallido, come statua di bronzo. I suoi tratti erano affilati. Il suo naso aquilino; le sue labbra grosse ed i suoi occhi obliqui ampiamente separati, lo facevano sembrare una figura stilizzata di un fresco maya. Durante il giorno era amichevole e simpatico, ma tanto pronto oscurava diventava insondabile. La sua voce si trasformava. Prendeva posto in un angolo oscuro e si lasciava divorare per l'oscurità. Tutto quello che rimaneva visibile di lui era il suo occhio sinistro che rimaneva aperto ed acquisiva un fulgore strano, come occhi di felino. Una questione secondaria che emerse nel decorso dal nostro trattamento coi guerrieri di Don Juan fu il tema dello sproposito controllato. Don Juan mi diede d'un colpo una spiegazione suscinta che si trovava esponendo le due categorie nelle quali obbligatoriamente si dividono le donne guerriere: sognatrici ed accecatrici. Mi disse che tutti i membri del suo gruppo facevano trasognare e spiare come parte delle sue vite giornaliere, ma che le donne che componevano il pianeta delle sognatrici ed il pianeta delle accecatrici erano le massime autorità delle sue attività rispettive. Le accecatrici è quella che affrontano gli embates del mondo quotidiano. Sono le amministratrici di commerci, quelle che trattano con la gente. Tutto quello che ha a che vedere col mondo dei temi ordinari passa per le sue mani. Le accecatrici è le apprendista dello sproposito controllato, come le sognatrici è le apprendista del sogno. In altre parole, lo sproposito controllato è la base dello spiare, ed i sogni sono le basi del trasognare. Don Juan diceva che, parlando in termini generali, il risultato più importante di un guerriero nella seconda attenzione è trasognare, e nella prima attenzione il risultato più grande è spiare. Io fraintesi quello che i guerrieri di Don Juan fecero con me in nostri primi incontri. Prenda i suoi atti come esempi di inganno e falsità, e quella sarebbe la mia impressione fino alla data, di non essere stato per l'idea dello sproposito controllato. Don Juan mi disse che gli atti di quelli guerrieri furono lezioni maestre di spiare. Mi disse che il suo benefattore gli aveva insegnato l'arte di spiare prima che un'altra cosa. Per potere sopravvivere tra i guerrieri del suo benefattore dovette imparare a gran velocità quell'arte. Nel mio caso, disse Don Juan, dato che non doveva vedermi le coi suoi guerrieri, dovetti imparare in primo luogo a trasognare. Ma quando il momento fosse appropriato, Florinda apparirebbe per guidarmi attraverso le complessità dello spiare. Nessuno più che ella poteva parlare dettagliatamente con me dell'agguato; solamente gli altri potevano offrirmi dimostrazioni dirette, come già l'avevano fatto in nostri primi incontri. Don Juan mi spiegò dettagliatamente che Florinda era uno dei massimi apprendisti dell'agguato, poiché il suo benefattore e suoi quattro guerriere che erano accecatrici, l'avevano allenata negli aspetti più intricati di questa arte. Florinda fu il primo guerriera che arrivò al mondo di Don Juan, e per quella ragione ella andava ad essere la mia guida personale: non solo nell'arte di spiare ma anche nel mistero della terza attenzione, se è che io arrivavo a quello livello. Don Juan non mi spiegò nient'altro circa quello punto. Mi disse che quello dovrebbe sperare a che io fossi pronto, primo per imparare a spiare, e dopo ad entrare nella terza attenzione.


Don Juan diceva che il suo benefattore era stato molto meticoloso con ognuno dei suoi guerrieri addestrandoli nell'arte di spiare. Utilizzò ogni tipo di stratagemmi al fine di creare un contrappunto tra i dettati della regola e la condotta dei guerrieri nel mondo quotidiano. Credeva che quell'era la migliore forma di convincerli che l'unica maniera che dispongono per trattare col mezzo sociale sia in termini dello sproposito controllato. Man mano che sviluppava i suoi stratagemmi, il benefattore di Don Juan metteva alla gente ed i guerrieri di fronte ai mandati della regola, e lasciava che il dramma naturale Lei svolgesse per sé stesso. L'insensatezza della gente prendeva la parte anteriore e per un momento trascinava con lei ai guerrieri, come sembra essere la cosa naturale, ma sarà sempre vinta per i propositi più abarcantes della regola. Don Juan ci disse che in un principio si sentì profondamente offeso per il controllo che il suo benefattore esercitava sui suoi guerrieri. Perfino glielo rinfacciò. Il suo benefattore non si alterò. Sostenne che il suo controllo era solamente un'illusione che l'Aquila creava. Solamente l'era un guerriero impeccabile, ed i suoi atti rappresentavano un umile tentativo di riflettere l'Aquila. Don Juan diceva che l'impulso col quale il suo benefattore portava a termine i suoi stratagemmi nasceva nella sua certezza che l'Aquila era reale e finale, e nella sua certezza che quello che la gente fa è un sproposito assoluto. Quelle due convinzioni davano origine allo sproposito controllato che il benefattore di Don Juan descriveva come l'unico ponte che esiste tra l'insensatezza della gente e la finalità dei dettati dell'Aquila. XI. LA DONNA NAGUAL Don Juan mi disse che quando fu messo basso l'attenzione delle donne dell'ovest, per essere purificato, anche lo misero basso la tutela della donna del Nord che era l'equivalente di Florinda, affinché questa gli insegnasse i principi dell'arte di spiare. Ella ed il suo benefattore gli diedero i mezzi concreti per acquisire i tre guerrieri, al proprio e le quattro accecatrici che comporrebbero il suo gruppo. Le otto donne veggente del gruppo del suo benefattore avevano cercato le configurazioni distintive di luminosità, e non ebbero ostacolate alcuna in trovare i tipi appropriati di guerrieri maschili e femminili per il gruppo di Don Juan. Tuttavia, il suo benefattore non permise che quelli veggenti facessero nessun tentativo per congregare i guerrieri che avevano trovato. Corrispose a Don Juan applicare i principi dell'agguato per ottenerli. Il primo guerriero che apparve fu Vicente. Don Juan non dominava ancora l'arte di spiare per potere arruolarlo. Il suo benefattore e l'accecatrice del Nord dovettero fare quasi tutto il lavoro. Poi venne Silvio Manuel, più tardi Don Genaro e, infine, Emilito, il proprio. Florinda fu il primo guerriera. Fu seguita per Zoila, dopo per Delia e dopo per Carmela. Don Juan diceva che inesorabilmente il suo benefattore li obbligò a tutti essi a che commerciassero col mondo in termini di sproposito controllato. Il risultato fu una stupenda squadra di apprendisti chi concepivano ed eseguivano i più intricati stratagemmi. Quando tutti essi avevano già un certo grado di perizia nell'arte di spiare, il suo benefattore considerò che era il momento adeguato di trovare per essi una donna nagual. Fedele alla sua politica di aiutarli a che si aiutassero a se stessi, sperò, per trovarla, fino a che Don Juan aveva imparato a vedere e tutti essi erano esperto acechadores. Benché Don Juan si dispiacesse immensamente del tempo che sprecò in sperare, era di accordo in cui quello corso di azione creó un enorme vincolo tra tutti essi e diede nuova vita al suo obbligo di cercare la libertà. Il suo benefattore incominciò il suo stratagemma per attrarre alla donna nagual convertendosi, improvvisamente, in un cattolico devoto. Esigè che Don Juan, essendo l'erede della sua conoscenza, si comporterà come un figlio e fosse alla chiesa con lui. Giorno dopo giorno lo spingeva a sentire messa. Don Juan diceva che il suo benefattore chi nel suo trattamento con la gente era un uomo affascinante ed eloquente, lo presentava a tutti come suo figlio, l'algebrista. Don Juan che era a quel tempo un selvaggio secondo le sue proprie parole, si sentiva desolato in situazioni sociali nelle che doveva parlare e dare una relazione di sé stesso. La cosa unica che lo tranquillizzava era l'idea che il suo benefattore aveva ragioni ulteriori. Tentò di dedurre attraverso le sue osservazioni quali quelle ragioni potevano essere, ma non potè farlo. Gli atti del suo benefattore sembravano essere aperti in presenza di tutti. Come cattolico esemplare, guadagnò la fiducia di moltissima gente, specialmente del parroco chi l'aveva in dimissione stima


e lo considerava amico e confidente. Gli passò per la mente l'idea che sinceramente il suo benefattore poteva aversi convertito al cattolicesimo, se non è che era diventato pazzo di liquidazione. Non aveva compreso ancora che un guerriero non perde mai la testa sotto nessuna circostanza. I lamenti di Don Juan per dovere andare alla chiesa svanirono quando il suo benefattore incominciò a presentarlo con le figlie della gente che conosceva. Quello gli piacque, benché lo scomodasse anche. Don Juan credette che il suo benefattore stava aiutandolo a sciogliere la lingua. Egli non era né eloquente né affascinante, ed il suo benefattore gli aveva detto che un nagual per forze deve essere entrambe le cose. Una domenica, durante la messa, dopo quasi un anno di sentirla praticamente tutti i giorni, Don Juan scoprì quale la vera ragione era per quella che andavano alla chiesa. Si trovava inginocchiato vicino ad una ragazza chiamato Olinda, figlia di uno dei conoscenti del suo benefattore. Don Juan tornò per incrociare sguardi con lei, come già era la sua abitudine dopo mesi di contatto diario. I suoi occhi si trovarono, ed improvvisamente Don Juan la vide come un essere luminoso e dopo vide che Olinda era una donna doppia. Il suo benefattore lo sapeva dall'inizio, ed aveva scelto la strada più difficile affinché Don Juan si mettesse in contatto con lei. Don Juan mi confessò che quello momento fu dominatore per lui. Il suo benefattore seppe che Don Juan aveva visto. La sua missione di riunire gli esseri doppi era stata riuscita impeccabilmente. Si mise in piede ed i suoi occhi scoparono tutti gli angoli della chiesa; camminò dopo verso fuori senza girare la testa una sola volta. Non aveva oramai niente che cosa fare lì. Don Juan mi disse che quando il suo benefattore si mise in piede ed uscì dalla messa, tutti girarono a vederlo. Don Juan volle seguirlo, ma audacemente Olinda lo prese la mano e lo fermò. In quello momento seppe che il potere di vedere non era stato solamente suo. Qualcosa li aveva oltrepassati ai due. Don Juan notò improvvisamente che la messa non aveva concluso solo, ma ambedue stavano già fuori della chiesa. Il suo benefattore tentava di calmare la madre di Olinda che si trovava adirata e svergognata per l'inaspettata ed inammissibile dimostrazione di affetto che ebbe luogo tra Olinda e Don Juan. Don Juan mi disse che si trovò completamente disorientato. Sapeva che a lui gli corrispondeva concepire un piano di azione. Aveva le risorse, ma l'importanza dell'evento lo fece perdere la fiducia nella sua abilità. Lasciò ad un lato la sua perizia come acechador e si perse nel dilemma intellettuale di se doveva o non trattare ad Olinda come sproposito controllato. Il suo benefattore gli disse che non poteva aiutarlo. Il suo dovere era stato riunirli, e lì cessava la sua responsabilità. A Don Juan gli corrispondeva prendere i passi appropriati. Suggerì perfino che Don Juan considerasse sposarsi con lei, se quell'era quello che si richiedeva. Solo quando Olinda lui fosse per la sua propria volontà egli potrebbe aiutare a Don Juan intervenendo direttamente come nagual. Don Juan tentò un corteo formale. Non fu ben ricevuto per i genitori chi non potevano concepire che qualcuno di una classe sociale tanto distinta fosse pretendente di sua figlia. Olinda non era indio; la sua famiglia era di classe mezza, padrona di un piccolo commercio. Il padre aveva altri piani per sua figlia. Minacciò di inviarla alla capitale se Don Juan insisteva nel sposarsi con lei. Don Juan mi disse che gli esseri doppi, le donne specialmente, sono straordinariamente moderati, perfino timidi. Olinda non era un'eccezione. Dopo l'esaltazione iniziale nella chiesa, fu dominata per la prudenza, e dopo per la paura. Le sue proprie reazioni la spaventavano. Come manovra strategica, il suo benefattore fece che Don Juan si ritirasse, per dare l'idea che accondiscendeva con lui chi non aveva approvato la ragazza: quella fu la supposizione di tutti quelli che presenziarono all'incidente della chiesa, La gente spettegolò che lo spettacolo dei due aggrappati della mano era spiaciuto tanto intensamente "al padre" di Don Juan, un cattolico tanto devoto, che questo non ritornò oramai più alla chiesa. Il suo benefattore disse a Don Juan che un guerriero non può essere assediato. Stare basso posto implica che uno deve possessi personali difendere. Un guerriero non ha niente nel mondo salvo la sua impeccabilità, e l'impeccabilità non può essere assediata. Nonostante, in una battaglia di vita o morte, come era quella che Don Juan affrontava per ottenere alla donna nagual, un guerriero debito di usare strategicamente tutti i mezzi possibili. Don Juan risolse, di accordo con ciò, usare qualunque parte la sua conoscenza di acechador che fosse pertinente. Per quello fine, raccomandò a Silvio Manuel che usasse le sue arti di stregone


che nonostante in quell'epoca di principiante erano già formidabili, per sequestrare la ragazza. Silvio Manuel e Genaro chi era davvero temerario, entrarono furtivamente nella casa della ragazza mascherati da lavandaie. Era mezzogiorno, e tutti nella casa erano occupati preparando cibo per i parenti ed amici che avevano invitato a cenare. Si trattava di una festa di addio per Olinda. Silvio Manuel contava sulla possibilità che quelli che vedessero a due strane lavandaie entrando con alcuni fagotti di vestiti credessero che avessero a che vedere con la festa di Olinda, e che di quella forma non sospetterebbero niente. Don Juan aveva proporzionato a Silvio Manuel e Genaro, in anticipo, tutta l'informazione necessaria circa le routine dei membri della casa. Disse loro che in generale le lavandaie portavano i suoi fagotti di vestiti lavati alla casa e li smettevano nella stanza di stirare. Silvio Manuel e Genaro, carichi di enormi fagotti di vestiti, furono direttamente a quella stanza, perché sapevano che Olinda starebbe lì. Don Juan mi contò che Silvio Manuel si avvicinò ad Olinda ed utilizzò il suo poteri mesmerizantes per affievolirla. La misero dentro un sacco, avvolsero questo con lenzuola ed andarono via, lasciando oltre a sé i fagotti che avevano portato. Si imbatterono col padre di Olinda nella porta, e neanche egli li guardò. Al benefattore di Don Juan non gli piacque nella cosa minima la manovra. Ordinò Don Juan che portasse immediatamente alla ragazza di giro a casa sua. Era imperativo, disse, che la donna doppia arrivasse alla casa del benefattore per la sua propria volontà, chissà non con l'idea di unírseles bensì, almeno, perché essi gli interessavano. Don Juan credette che tutto era perso - le possibilità che potesse ritornarla a casa sua senza che nessuno si rendesse conto erano minime -, ma a Silvio Manuel gli fu successo una soluzione. Propose che le quattro donne del gruppo di Don Juan porteranno alla giovane ad una strada deserta, dove Don Juan la riscatterebbe. Silvio Manuel voleva che le donne agissero un dramma. In quello dramma esse erano quelle che stavano sequestrandola. In qualche posto della strada qualcuno li scopriva e si lanciava alla persecuzione. Il persecutore li raggiungeva ed esse lasciavano cadere il sacco, con la sufficienza forza per essere convincenti. Ovviamente, il persecutore sarebbe Don Juan chi miracolosamente era stato durante il tragitto. Silvio Manuel esigè un'attuazione ben realistica. Ordinò le donne che imbavagliassero la ragazza chi per allora era sveglia, gridando all'interno del sacco. Li fece dopo che corressero chilometri con tutto e carica. Durante la giornata indicò loro quando dovevano occultarsi del persecutore e quando dovevano correre. Infine, dopo un'ordalia davvero spossante, fece loro tirare il sacco nella maniera più adeguata affinché la giovane potesse presenziare ad una lite della cosa più terribile tra Don Juan e le quattro donne. Silvio Manuel aveva proposto alle donne che la lite dovrebbe essere assolutamente reale. Li armò con pali e li istruì a che battessero Don Juan senza povertà. Delle donne, Zoila era quello che più facilmente si lasciava portare per l'isteria; non appena incominciarono a bastonare Don Juan, Zoila si lasciò possedere per la carta ed offrì un'attuazione da brivido; battè tanto forte a Don Juan che gli strappò pezzi da carne della schiena e delle spalle. Per un momento sembrò che le sequestratrici andassero a guadagnare. Silvio Manuel dovette uscire dal suo nascondiglio e, fingendo essere un passante, ricordò loro che si trattava solo di un stratagemma e che era ora che fuggissero. Don Juan si trasformò di quella maniera nel salvatore e protettivo di Olinda. Gli disse che egli stesso non potrebbe portarla a casa perché era ferito, ma che l'invierebbe di ritorno con suo pio padre. Ella l'aiutò a camminare a casa del suo benefattore. Don Juan mi disse che non dovette fingere essere ferito: sanguinava profusamente ed a fatica potè arrivare alla porta. Quando Olinda narrò al suo benefattore quello che era successo; questo dovette mascherare da pianto il suo agonizzante desiderio di ridere. Bendarono le ferite a Don Juan e dopo si coricò. Olinda incominciò a spiegargli perché non poteva sposarsi con lui, ma non potè finire. Il benefattore di Don Juan entrò alla stanza e disse ad Olinda che gli era evidente, vedendola camminare che le sequestratrici l'avevano leso la schiena. Si offrì ad allinearla prima che Lei trasformasse in qualcosa critico. Olinda titubò. Il benefattore di Don Juan gli ricordò che le sequestratrici non stavano giocando; dopo tutto, quasi avevano ammazzato suo figlio. Olinda fu di fianco al benefattore e permise che questo lo propinasse un colpo nella scapola. Si sentì un scricchiolio ed Olinda entrò in un stato di coscienza accresciuta. Il benefattore gli rivelò la regola e; come Don Juan, ella l'accettò di pieno.


Non ci furono dubbio, né titubanze. La donna nagual e Don Juan trovarono pienezza, unità e silenzio nella sua compagnia mutua. Don Juan mi disse che quello che sentivano l'uno per l'altro non aveva niente a che vedere con l'affetto o la necessità; era piuttosto come una sensazione fisica che ambedue condividevano; la sensazione che una barriera che era esistito dentro ognuno di essi si era rotta e che erano uno e lo stesso essere. Don Juan e la donna nagual, come prescriveva la regola, lavorarono anni, l'uno di fianco all'altro, per trovare quattro sognatrici; che vennero ad essere Nélida, Zuleica, Cecilia e Hermelinda, ed i tre propri, Juan Tuma, Teresa e Martora. Trovarli fu in un'occasione in cui la natura pragmatica della regola gli fu un'altra volta rivelata a Don Juan. Tutti essi erano esattamente quelli che la regola diceva. La sua venuta produsse un nuovo ciclo per tutti, includendo il benefattore di Don Juan ed il suo gruppo. Per Don Juan ed i suoi guerrieri significò il ciclo di trasognare, e ferma il suo benefattore ed il suo gruppo significò un periodo di impeccabilità insuperabile. Il suo benefattore spiegò a Don Juan che quando egli era giovane e gli fu presentato per la prima volta l'idea della regola come un strumento di libertà, rimase esaltato di godimento. Per lui, la libertà era una realtà che stava a portata di mano. Quando arrivò a comprendere la natura della regola in qualità di mappa, le sue speranze ed ottimismo si ripeterono. Più tardi, la sobrietà entrò a fare parte della sua vita; quanto più invecchiava, meno opportunità vedeva che egli ed il suo gruppo avessero successo. Finalmente si convinse che, facessero quello che facessero, la sua tenue coscienza umana non arriverebbe mai a volare libero. Entrò con sé in pace stesso e col suo destino, e si rassegnò al fallimento. Disse all'Aquila dalla cosa più profonda del suo essere che era contento ed orgoglioso di avere ingrandito la sua coscienza. L'Aquila poteva disporre di lei. Don Juan mi disse che tutti i membri del gruppo del suo benefattore condivisero lo stesso stato di coraggio. La libertà che la regola proponeva era qualcosa che tutti consideravano irraggiungibile. Nel corso delle sue vite avevano scorto la forza aniquilante che è l'Aquila, e credevano che non avessero nessuna possibilità davanti a lei. Tuttavia, tutti erano di accordo che vivrebbero impeccabilmente le sue vite senza più ragione che l'impeccabilità stessa. Don Juan diceva che il suo benefattore ed il suo gruppo, nonostante sapersi inadeguati, o magari a causa di questo, sé trovarono la libertà. Entrarono nella terza attenzione, ma non mangio gruppo altro che uno ad uno. Il fatto che trovassero l'accesso fu la corroborazione totale della verità contenuta nella regola. L'ultimo in lasciare il mondo della coscienza di tutti i giorni fu il suo benefattore. Questo compiè la regola e si portò con sé alla donna nagual di Don Juan. Quando i due si dissolvevano nella coscienza totale, Don Juan e tutti i suoi guerrieri furono obbligati ad explosionar da dentro a se stessi: Don Juan non trovava un'altra maniera di descrivere la sensazione di essere forzato a dimenticare tutto quell'a che essi avevano presenziato del mondo del suo benefattore. Quello che non dimenticò mai fu Silvio Manuel. Egli fu chi spinse Don Juan nello sforzo spossante di tornare a riunire i membri del gruppo chi si erano divertiti per tutto il paese. Dopo, Don Juan li affondò a tutti essi nel compito di trovare la totalità di se stessi. Fu loro da anni completare entrambi i compiti. Don Juan aveva discusso estesamente con me la questione della dimenticanza, ma solo in connessione con la gran difficoltà che ebbe in tornare a congregare tutti ed incominciare senza il suo benefattore. Non ci disse mai con esattezza quello che implicava dimenticare o guadagnare la totalità di uno stesso. In quell'aspetto fu fedele agli insegnamenti del suo benefattore: solamente c'aiutò ad aiutarci stessi. Per questo, Don Juan allenò la Grassa ed io a vedere insieme e potè mostrarci che, benché gli esseri umani appaiano davanti ai veggenti come uova luminose, la forma ovale è un bocciolo esterno, un guscio di luminosità che alberga un nucleo che è contemporaneamente ossessionante e mesmérico, composto di circoli concentrici di luminosità gialla, del colore della fiamma di una candela. Durante la nostra sessione finale fece che vedessimo la gente che si riuniva nella periferia di una chiesa. Era già tardi, quasi aveva oscurato, e tuttavia, le creature all'interno dei suoi rigidi boccioli luminosi irradiavano sufficiente luce come per illuminare chiaramente tutto il nostro ambiente. La visione fu meravigliosa. Don Juan ci spiegò che i gusci che sembravano essere tanto brillanti, in realtà erano opachi. La luminosità derivava dal centro brillante; in realtà, il bocciolo opacizzava il suo splendore. Don Juan ci rivelò. che bisogna romperlo per liberare quell'essere brillante. Il bocciolo deve rompersi


dall'interno nel momento esatto, giostro come i polli che rompono il guscio nascendo. Se non riescono a farlo, si assillano e muoiono. Come le creature che nascono da uova, un guerriero non può rompere il guscio della sua luminosità fino a che sia il momento dato. Don Juan ci disse che perdere la forma umana era l'unico mezzo di rompere quello guscio, l'unica maniera. di liberare quell'ossessionante centro luminoso, il centro della coscienza che viene ad essere l'alimento dell'Aquila. Rompere il guscio significa ricordare l'altro io ed arrivare alla totalità di uno stesso. Dopo che Don Juan ed i suoi guerrieri arrivarono alla totalità di se stessi, affrontarono il suo ultimo compito: trovare un nuovo paio di esseri doppi. Don Juan diceva che essi crederono che questo sarebbe un tema semplice: tutto quello che avevano fatto fino ad allora quell'era stato loro relativamente facile. Non avevano idea che l'apparente facilità dei suoi risultati come guerrieri era conseguenza della maestria ed il potere personale del suo benefattore. La ricerca di un nuovo paio di esseri doppi risultò un compito senza frutto. In tutte le sue ricerche non trovarono mai una donna doppia. Trovarono vari uomini doppi, ma tutti stavano ben redditi, occupati, prolifici, e tanto soddisfatti con le sue vite che sarebbe stato inutile aproximárseles. Non dovevano trovare un proposito nella vita, credevano c'essere la cosa trovata già. Don Juan diceva che un giorno si rese conto che egli ed il suo gruppo stavano invecchiando, e che non sembrava c'essere speranze di arrivare a compiere il suo compito. Quella fu la prima volta che sentirono l'aguijonazo della disperazione e l'impotenza. Silvio Manuel insistè in che tutti dovevano rassegnarsi e vivere impeccabilmente senza speranze di trovare la libertà. A Don Juan gli era plausibile che in realtà questo potesse essere la chiave di tutto. In questo aspetto, si scoprì seguendo i passi del suo benefattore. Arrivò ad accettare che un invincibile pessimismo domina il guerriero in un certo punto della sua strada. Una sensazione di sconfitta, o chissà più esattamente, una sensazione di inutilità, gli arriva quasi senza che si renda conto. Don Juan diceva che, prima, egli rideva dei dubbi del suo benefattore e non poteva arrivare a credere che questo si preoccupasse sul serio. Nonostante le proteste e gli avvertimenti di Silvio Manuel, Don Juan credette ogni volta che questo era un gigantesco stratagemma destinato ad insegnarloro qualcosa. Dato che Don Juan non poteva credere che i dubbi del suo benefattore fossero reali, neanche poteva credere che fosse genuina la risoluzione del suo benefattore di vivere senza speranza di libertà. Quando finalmente comprese che il suo benefattore, con ogni serietà, si era rassegnato alla sconfitta, comprese anche che nonostante tutto la risoluzione di un guerriero di vivere non può essere impeccabilmente concepita come una strategia per assicurare il trionfo. Don Juan ed il suo gruppo si dimostrarono questa verità a se stessi, trovandosi diedero conto esatto che non avevano vantaggio contro le forze della cosa ignorata. Don Juan diceva che in tali momenti l'allenamento di tutta una vita è quello che esce a mano, ed il guerriero entra in un stato di umiltà insuperabile; quando diventa innegabile la povertà dei risorse umane, il guerriero non deve un'altra alternativa retrocedere e chinare la testa. Don Juan si meravigliava che dette circostanze non sembrano avere effetto nelle guerriero di un gruppo; il disordine li lascia imperturbabili. Ci disse che aveva notato già questo, nel gruppo del suo benefattore; le donne non si mostrarono mai tanto preoccupate né tanto abbattute come gli uomini. Sembrava che, semplicemente portavano la corrente al suo benefattore e lo seguivano senza mostrare segni di usura emozionale. Se erano in qualche modo confuse, sembravano essere indifferenti a questo. Essere occupate era tutto quello che contava per esse. Era come se solamente gli uomini avessero fatto un'offerta per la libertà e sentissero l'impatto di un'offerta contraria. Don Juan osservò lo stesso contrasto nel suo proprio gruppo. Le donne furono immediatamente di accordo quando egli si convinse che le sue risorse erano insufficienti. Don Juan potè concludere solo che le donne, benché non lo dicessero mai, non avevano creduto mai avere risorsa alcuno. In conseguenza, non c'era maniera che si sentissero frustrate o sconfortate imbattendosi con la sua impotenza: da un principio sapevano già che erano così. Don Juan ci disse che la ragione per la quale l'Aquila esigeva un numero doppio di guerriero era precisamente poiché le donne hanno un equilibrio innato che non esiste negli uomini. In un momento cruciale, sono gli uomini quelli che diventano isterici e si suicidano se è che considerano che tutto è perso. Una donna potrà ammazzarsi per mancanza di direzione e di propositi, ma non dovuto al fallimento di un sistema al quale appartiene.


Dopo che Don Juan ed il suo gruppo di guerrieri persero ogni speranza o, piuttosto, come diceva Don Juan, dopo che egli e gli uomini toccarono fondo e le donne trovarono maniere appropriate di portarloro la corda -, finalmente Don Juan trovò un uomo doppio al quale poteva avvicinarsi. Io ero quell'uomo doppio. Mi disse che come nessuno nel suo sano giudizio si offre di volontario per qualcosa di tanto assurdo come la lotta per la libertà, dovette seguire gli insegnamenti del suo benefattore e, in fedele stile di acechador, io come encarriló aveva encarrilado ai membri del suo proprio gruppo. Doveva essere a sole con me in un posto dove potesse applicare pressione fisica nel mio corpo, ed era necessario che io fossi lì per il mio proprio conto. Mi attrasse a casa sua con gran facilità: come diceva, ottenere un uomo doppio non è gran problema. La difficoltà poggia su trovare uno che sia disponibile. La prima visita a casa sua fu, dal punto di vista della mia coscienza di tutti i giorni, una sessione senza avvenimenti. Don Juan si comportò in una maniera affascinante con me. Condusse la conversazione verso la fatica che sperimenta il corpo dopo lunghi viaggi in automobile. A me che era studente di antropologia, questo tema mi sembrò assolutamente fuori di proposito. Dopo, Don Juan commentò che la mia schiena sembrava disallineata, e senza dire più mi mise una mano nel petto, mi alzò il mento e mi diede una forte manata nella schiena. Mi prese tanto sprovveduto che persi la conoscenza. Quando tornai ad aprire gli occhi sentii un dolore acuto, come se mi fossero partito la spina dorsale, ma sentii anche che io ero differente. Era un altro, e non l'io che era stato sempre. A partire da quello momento, ogni volta che vedeva Don Juan, questo mi facevo cambiare livelli di coscienza e dopo procedeva a rivelarmi la regola. Quasi immediatamente dopo mi avere trovato, Don Juan scoprì una donna doppia. Non la mise in contatto con me seguendo un stratagemma come il suo benefattore aveva fatto con lui, ma concepì un inganno, tanto effettivo ed elaborato come quelli del suo benefattore, mediante il quale egli stesso attrasse ed ottenne la donna doppia. Don Juan assunse quello carico perché credeva che il dovere del benefattore è ottenere i due esseri doppi non appena li è trovati, e dopo, metterli insieme come soci di un'impresa inconcepibile. Mi disse che un giorno, quando viveva in Arizona, era andato ad un ufficio governativo per riempire un sollecito. La receptionist gli disse che fosse con un'impiegata della sezione adiacente, e, senza alzare la testa, segnalò verso la sua sinistra. Don Juan seguì la direzione del braccio esteso e vide ad una donna doppia seduta in una scrivania. Quando gli portò il sollecito si rese conto che in realtà era una ragazzina chi, l'informò che ella non aveva niente a che vedere coi sollecito. Nonostante, commossa davanti al povero viejecillo indio, gli offrì aiutarlo. Si richiedevano alcuni documenti legali che Don Juan portava nella sua tasca, ma egli finse totale ignoranza ed abbandono. Si comportò come se l'organizzazione burocratica fosse un enigma per lui. Don Juan diceva che non gli fu niente difficile imitare un stato di completa insensatezza; tutto quello che dovette fare fu ritornare a quello che una volta era stata il suo stato normale di coscienza. La sua intenzione era prolungare il trattamento con la ragazza il maggiore tempo possibile. Il suo benefattore gli aveva detto, ed egli stesso l'aveva verificato durante la sua ricerca che le donne doppie sono sommamente scarse. Anche il suo benefattore l'aveva prevenuto che hanno risorse interne che li girano sommamente volatili. Don Juan temeva che se non maneggiava le sue lettere abilmente andava a perderla. Per guadagnare tempo, si appoggiò sulla compassione che ella mostrava. Creó maggiori dilazioni fingendo avere perso i documenti. Quasi tutti i giorni gli portava uno differente. Ella lo leggeva e si lamentava di che cosa l'adeguato non fosse. La ragazza si commosse tanto per la deplorevole condizione di Don Juan che si offrì a pagargli un avvocato che lo preparerebbe una dichiarazione giurata che supplisse i documenti. Dopo tre mesi, Don Juan pensò che era già il momento di mostrare i documenti. Per la ragazza a lui si era abituata allora e quasi sperava di vederlo tutti i giorni. Don Juan andò per ultima volta ad esprimerlo la sua gratitudine ed a dirgli addio. Gli disse che gli sarebbe piaciuto portargli un regalo per mostrargli la sua gratitudine, ma non aveva denaro né per mangiare. Ella si commosse davanti a questo candore e l'invitò a pranzare. Quando mangiavano, Don Juan riflettè a voce alta che un regalo non deve essere, per forza, un oggetto che si compra. Poteva essere anche qualcosa che fosse unicamente per la vista del testimone. Qualcosa fatto per ricordare e non ferma possedere. A lei l'intrigarono queste parole. Don Juan gli ricordò che ella aveva espresso compassione verso gli indi e la sua condizione miserabile. Gli domandò se non gli piacerebbe vedere gli indi abbasso un'altra luce: non mangio esseri miserabili bensì come artisti. Gli disse che conosceva un vecchio che era l'ultimo discendente di una linea di ballerini di potere. Gli assicurò che


quell'uomo ballerebbe per lei se egli glielo chiedeva: e, ancora più, gli giurò che ella mai nella sua vita aveva visto qualcosa di simile e che non lo girerebbe mai a vedere. Si trattava di qualcosa che gli indi presenziavano solo. A lei l'affascinò l'idea. Fu per lui dopo il suo lavoro nella sua automobile e dono Juan la guidò verso le colline dove stava la sua propria casa. Fece che stazionasse l'atto ad una considerabile distanza, e seguirono a piedi il resto della strada, prima di arrivare alla casa, Don Juan si trattenne e tracciò una riga col piede nella terra secca ed arenosa. Gli disse che quella riga era un limitrofo, e la sollecitò a che l'attraversasse. La donna nagual mi contò che fino a quello momento ella si trovava intrigadísima davanti alla possibilità di vedere un genuino ballerino indio, ma che quando il vecchio fece una riga nel suolo e la chiamo un limitrofo, ella incominciò a titubare. Poi si allarmò assolutamente quando egli aggiunse che quello limitrofo era solo per lei, e che una volta che l'attraversasse non avrebbe oramai come ritornare. Apparentemente l'indio vide la costernazione della ragazza e volle tranquillizzarla. Cortesemente gli applaudì la spalla e gli diede la sua garanzia che non gli succederebbe nessun danno finché egli stava lì. Gli disse che il limitrofo poteva spiegarsi come una forma di pagamento simbolico al ballerino chi non accettava mai denaro. Il rituale rimpiazzava al denaro, ed il rituale richiedeva che ella attraversasse il limitrofo per il suo proprio conto. Il vecchio, apparentemente pieno di giubilo, cedè un passo al di sopra della linea e gli disse che per lui tutto quello che stavano facendo erano pure sciocchezze indio, ma che c'era seguirgli la corrente il ballerino chi si trovava guardandoli dall'interno del. sposa, se è che ella voleva vederlo ballare. La donna nagual mi contò che improvvisamente ebbe tanta paura che non poteva muovere si ferma attraversare la linea. Il vecchio fece un sforzo per persuaderla, dicendo che attraversare quello limitrofo era benefico per tutto il corpo. Egli, attraversandolo, non si era sentito solo più giovane, ma in realtà era diventato più giovane, perché tale era il potere che aveva quello limitrofo. Per dimostrare quello che diceva, tornò ad attraversare la riga in retrocessione e nell'atto le sue spalle crollarono, gli angoli della sua bocca si inclinarono verso il basso, i suoi occhi persero la lucentezza. Alla donna nagual gli era impossibile negare le differenze che generava l'incrocio. Don Juan tornò ad attraversare la riga per la terza volta. Respirò profondamente, espandendo il petto; si muoveva con energia e sicurezza. La donna nagual disse che gli passò per la mente l'idea che se Don Juan si sentiva tanto giovane fino agli arriverebbe a fare proposte sessuali. La sua automobile si trovava troppo lontano per correrlo. La cosa unica che gli rimaneva era dirsi a sé stessa che era stupido avere paura di quello viejecillo. Poi il vecchio tentò di fargli vedere la barzelletta che tutto quell'aveva. In un tono di cospiratore, come se riluttantemente gli rivelasse un segreto, gli disse che solamente si trovava fingendo essere più giovane per soddisfare il ballerino, e che se ella non l'aiutava attraversando la riga andava ad affievolire in qualunque momento dovuto allo sforzo di camminare con la schiena destra. Tornò ad attraversare di un lato all'altro della linea per mostrargli l'immenso sforzo che implicava la sua pantomima. La donna nagual mi disse che gli occhi supplicanti di Don Juan rivelavano i dolori che il suo corpo stava passando fingendo gioventù. Attraversò la linea per aiutarlo e per finire lo spettacolo; voleva andare a casa: Nel momento in cui attraversò la linea, Don Juan diede un salto prodigioso e pianificò al di sopra del soffitto della casa. La donna nagual mi disse che Don Juan volò come se fosse un immenso boomerang. Quando atterrò al suo fianco, ella cadde di spalle. Il suo spavento era il più grande che aveva sperimentato nella sua vita, ma la stessa cosa succedeva con la sua emozione di avere presenziato a simile meraviglia. I suoi sentimenti erano tanto confusi che neanche gli domandò come aveva portato a termine quella straordinaria prodezza. Voleva ritornare correndo al suo atto ed andare a casa sua. Il vecchio l'aiutò ad incorporarsi e si scusò per l'avere raggirata. Gli disse che egli era in realtà il ballerino ed il suo volo al di sopra della casa era stato il suo ballo. Gli domandò se aveva fatto attenzione alla direzione del volo. La donna nagual fece un circolo con la sua mano di destra a sinistra. Don Juan gli applaudì paternamente la testa e disse che era stato molto propizio che ella sarebbe stata attenta. Poi aggiunse che chissà ella si era ferita cadendo, e che in nessun modo poteva lasciarle andare senza assicurarsi che stava bene. Senza dire bé, Don Juan l'alzò le spalle e


l'alzò il mento, come se la dirigesse a che allungasse la spina dorsale. Poi gli diede un forte colpo tra le scapole, e letteralmente lo tirò fuori tutta l'aria dai polmoni. Durante alcuni istanti ella non potè respirare e so affievolì. Quando ritornò in sé, si trovava dentro la casa. Il suo naso sanguinava, i suoi uditi ronzavano; la sua respirazione era accelerata e non poteva mettere a fuoco la vista. Don Juan gli indicò che facesse inalazioni profonde mentre contava fino ad otto, quanto più respirava, più si rischiarava tutto. Mi contò ella che, in un momento dato, la stanza diventò incandescente; ogni destelleaba con una luce ambra. Rimase stupefatta e non potè continuare oramai a respirare profondamente. Per allora la luce ambra era tanto densa che sembrava foschia. Poi la nebbia si trasformò in ragnatele di colore ambra. Infine, si dissolse, ma il mondo continuò uniformemente ambra per un lungo momento. Don Juan gli incominciò a parlare. La condusse fuori della casa e gli mostrò che il mondo si trovava diviso in due metà. La parte sinistra si trovava chiara, ma la destra era velata per una nebbia gialla. Gli disse che è mostruoso pensare che il mondo è comprensibile o che noi stessi siamo comprensibili. Gli disse che quello che si trovava percependo era un enigma, un mistero che può accettarsi solo con stupore ed umiltà. Poi gli rivelò la regola. La sua chiarezza mentale era tanto intensa che ella comprese tutto quello che egli gli diceva. La regola gli sembrò appropriata ed evidente. Don Juan gli spiegò che i due lati di un essere umano sono completamente separati e che si richiede una gran disciplina e determinazione per rompere quello francobollo ed andare di un lato all'altro. Gli esseri doppi hanno un gran vantaggio: la condizione di essere doppio permette loro un movimento relativamente facile tra gli scompartimenti del lato destro. Il gran svantaggio degli esseri doppi consiste in che per virtù di avere due scompartimenti sono sedentari, conservatori, paurosi del cambiamento. Don Juan gli disse che la sua intenzione era stata spostarla dello scompartimento dell'estremo destro al suo più lucido e definito lato diritto-sinistro, ma, invece di quello, a causa di un giro inspiegabile, il colpo l'aveva inviata attraverso tutta la sua piega, dell'estrema destra quotidiana all'estrema sinistra. Quattro volte la battè nelle scapole al fine di ricollocarla nello stato normale di coscienza, ma senza successo. I colpi l'aiutarono, tuttavia, a fare che la sua percezione della parete di nebbia ubbidisse alla sua volontà. Benché non fosse stato la sua intenzione, Don Juan era stato nella cosa certa dicendo che attraversare la linea era un viaggio senza ritorno. Una volta che ella l'attraversò, come Silvio Manuel, ritornò già mai. Quando Don Juan ci mise faccia a faccia, nessuno dei due sapeva niente dell'esistenza dell'altra, e tuttavia, subito sentiamo un'intensa familiarità. Don Juan sapeva, attraverso la sua propria esperienza, che il sollievo che gli esseri doppi sperimentano l'uno nell'altro è indescrivibile, e troppo breve. Ci disse che forzi incomprensibili alla nostra ragione, c'avevano collocati insieme e che la cosa unica che non avevamo era tempo. Ogni minuto poteva essere l'ultimo; pertanto, doveva essere vissuto con lo spirito. Una volta che Don Juan ci riunì, tutto quello che gli sottrasse fu trovare quattro accecatrici, tre guerrieri ed un proprio per completare il nostro gruppo. Per quello fine, Don Juan trovò a Corrida, Josefina, la Grassa, Rosa, Benigno, Néstor, Pablito e Scelse. Ognuna di essi era una replica incipiente dei membri del gruppo di Don Juan. XII. I non-fare DI SILVIO MANUEL Don Juan ed i suoi guerrieri fecero una pausa al fine di dare campo a che la donna nagual ed io potessimo compiere la regola: questo è, mantenere, ingrandire e condurre gli otto guerrieri alla libertà. Tutto sembrava perfetto, e tuttavia, qualcosa stava male. Le prime quattro guerriere che Don Juan aveva trovato erano sognatrici, quando erano dovuti essere accecatrici. Don Juan non sapeva come spiegare questa anomalia. Poteva concludere solo che il potere aveva messo a quelle donne in suo verso tale maniera che fu impossibile ricusarli. C'era un'altra brevetto irregolarità che era ancora più sorprendente per Don Juan ed il suo gruppo; tre delle donne ed i tre guerrieri non potevano entrare in un stato di coscienza accresciuta, nonostante gli sforzi titanici di Don Juan. Erano come istupiditi, vacillanti, apparentemente non potevano rompere il francobollo, la membrana che separa i due lati. Li soprannominavano gli ubriachi, perché si dondolavano ovunque senza coordinazione muscolare. Scelse e la Grassa erano gli unici che disponevano di un grado straordinario di coscienza,


specialmente Scelse chi si trovava allo stesso modo della stessa gente di Don Juan. Le tre ragazze formarono un'unità infrangibile. La stessa cosa fecero i tre uomini. Gruppi di tre, quando la regola prescrive di quattro, era qualcosa di nefasto. Il numero tre è simbolo di dinamismo, cambiamento, movimento, e soprattutto, simbolo di rivitalizzazione. La regola non serviva oramai come mappa. E tuttavia, era inconcepibile la possibilità di un errore. Don Juan ed i suoi guerrieri arguirono che il potere non commette errori. Esaminarono il tema come ensoñadores e veggenti. Si domandarono se chissà non si sarebbero affrettati in eccesso, e semplicemente non avevano visto che le tre donne ed i tre uomini erano inetti. Don Juan mi confidò che per lui c'erano due questioni pertinenti. Un'era il problema pragmatico della nostra presenza tra essi. L'altra era la questione della validità della regola. Il suo benefattore li aveva guidati alla certezza che la regola abbracciava tutto quello che riguardava un guerriero. Non li aveva preparati per l'eventualità che la regola potesse risultare inapplicabile. La Grassa diceva che le donne del gruppo di Don Juan non ebbero mai problemi con noi; erano solo gli uomini quelli che non sapevano che cosa fare. Gli uomini trovavano incomprensibile ed inaccettabile che la regola fosse incongruente nel nostro caso. Le donne, tuttavia, avevano fiducia in che presto o tardi si rischiarerebbe la ragione della nostra presenza tra essi. Io stesso aveva osservato come le donne si mantenevano lontane della turbolenza emozionale apparentemente completamente altrui al risultato. Sembravano sapere, senza nessun dubbio, che il nostro caso si trovava incluso in qualche modo nella regola. Dopo tutto, definitivamente io li avevo aiutati accettando la mia carta. Grazie alla donna nagual ed ad io, Don Juan ed il suo gruppo avevano completato il suo ciclo e quasi si trovavano liberi. Finalmente la risposta arrivò loro attraverso Silvio Manuel. Egli vide che le tre sorelline ed i tre Genaros non erano inetti; piuttosto si trattava di che io non ero il nagual adeguato per essi. Io non potevo guidarli perché aveva una configurazione insospettata che non incastrava col modello stabilito per la regola, una configurazione che a Don Juan, come veggente, gli aveva passato inosservata. Il mio corpo luminoso dava l'apparenza di avere quattro scompartimenti quando in realtà c'erano solo tre. C'era un'altra regola. per quello che chiamavano "il nagual di tre punte." Io appartenevo a quella regola. Silvio Manuel disse che io ero come un uccello covato per il caldo e l'attenzione di uccelli di altre specie. Tutti essi si trovavano ancora obbligati ad aiutarmi, come io stesso era obbligato a fare tutto per essi, ma anche cosí, io non appartenevo al suo gruppo. Don Juan assunse ogni responsabilità, dato che egli mi ero trovato, tuttavia la mia presenza nel gruppo obbligò a che tutti dessero di sé fino al massimo, cercando due cose: di che cosa una spiegazione era quella che io facevo tra essi, e la soluzione del problema di che cosa fare con me. Con gran rapidità, Silvio Manuel trovò i mezzi per i quali potevano disfarsi di mio. Prese la direzione del progetto, ma come non aveva né l'energia né la pazienza per trattare con me, commissionò Don Juan affinché facesse la cosa necessaria in qualità del suo supplente. La meta di Silvio Manuel consisteva in prepararmi per il momento in cui un messaggero mi portasse la regola pertinente al nagual di tre punte. Disse che non gli corrispondeva personalmente rivelare quella porzione della regola. Io dovevo, come tutti gli altri, sperare a che arrivasse il momento adeguato. C'era ancora altro serio problema che aggiungeva più confusione. Aveva a che vedere con la Grassa, e, alla lunga, con me. La Grassa era stata accettata nel mio gruppo come donna del Sud. Don Juan ed il resto dei suoi veggenti l'avevano confermato. Sembrava trovarsi nella stessa categoria di Cecilia, Debba, Martora e Teresa. Le similitudini erano innegabili. Ma dopo la Grassa perse il peso superfluo e dimagrì fino alla metà del suo volume anteriore. Il cambiamento fu tanto radicale e profondo che si convertì in un'altra persona. Passò inosservata per molto tempo, semplicemente perché gli altri guerrieri si trovavano tanto preoccupati con le mie difficoltà che non gli prestarono attenzione. Dopo, quando successe il suo drastico cambiamento, tutti dovettero concentrarsi su lei, e videro che non era una donna del Sud. La cosa ingombrata del suo corpo aveva fatto loro vederla inadeguatamente. Allora ricordarono che dal momento in cui arrivò; la Grassa in realtà non poteva andare d'accordo con Cecilia, Delia e le altre donne del Sud. D'altra parte, si trovava affascinata con Nélida e Florinda, perché in realtà era stato sempre come esse. Egli quale significava che c'era due sognatrici del Nord nel mio gruppo: la Grassa e Rosa, una stridente discrepanza con la regola. Don Juan ed i suoi guerrieri sperimentarono una tremenda confusione. Interpretarono tutto quello che succedeva loro come un presagio, un'indicazione che le cose avevano preso un corso


imprevedibile. Dato che non potevano accettare l'idea che un errore umano subordinasse alla regola, assunsero che un proposito superiore aveva fatto loro sbagliare per ragioni difficili da discernere, ma che per quel motivo non lasciavano di essere reali. Studiarono il tema di come rimediare tutto questo, ma prima che alcuno di essi arrivasse ad una risposta, una vera donna del Sud, signora Soledad, entrò in scena con tale forza che fu loro impossibile respingerla. Di accordo con la regola, ella era accecatrice. La sua presenza ci distrasse. Per un tempo sembrò come se ella fosse a spingerci verso un altro livello. Creó un movimento vigoroso. Florinda, la prese abbasso il suo comando per istruirla nell'arte di spiare. Ma con sé tutto il beneficio che ella portò non fu sufficiente per rimediare una strana perdita di energia che io sperimentavo, una languidezza che sembrava aumentare giorno per giorno. Finalmente, Silvio Manuel disse che in suo trasognare aveva ricevuto un piano maestro. Era traboccante di allegria e si affrettò a discutere i dettagli con Don Juan e con gli altri guerrieri: La donna nagual fu invitata alle discussioni, ma io no. Questo mi fece sospettare che non volevano che io venissi a sapere quello che Silvio Manuel aveva scoperto circa me. Parlai ad ognuno di essi dei miei sospetti. Tutti lo negarono e risero di me, salvo la donna nagual, chi mi disse che io stavo nella cosa certa. Il sogno di Silvio Manuel gli aveva rivelato la nefasta ragione della mia presenza tra essi. Io avevo, tuttavia, l'obbligo di accettare il mio destino che consisteva in non sapere la natura del mio compito fino al momento in cui mi trovassi intelligente per saperlo. Parlò con tanta serietà che non dovetti più risorsa accettare senza domande tutto quello che mi dicevo. Credo che se Don Juan o Silvio Manuel mi avessero detto la stessa cosa, io non mi fossi arreso tanto facilmente. Anche la donna nagual mi disse che ella aveva persistito in che Don Juan e gli altri mi informasse il proposito generale delle sue azioni, benché solo fuori per evitare frizioni e disubbidienze non necessarie. Mi dissero che quello che Silvio Manuel si proporsi fare era prepararmi per il mio compito portandomi direttamente alla seconda attenzione. Per ciò decideva di portare a capo manovre che galvanizzerebbero la mia coscienza. In presenza di tutti gli altri mi disse che stava prendendomi al suo carico, e pertanto mi porterei alla zona del suo potere. Ci spiegò che nei suoi sogni gli erano stati presentati una serie di non-fare progettati per una squadra composta per la Grassa e per me come attori, e per la donna nagual come vigilante. Silvio Manuel aveva solo parole di ammirazione quando si riferiva alla donna nagual. Diceva che ella era di una classe esclusiva, e che poteva sdebitarsi di uguale ad uguale con lui o con qualunque altro dei guerrieri del gruppo. Non aveva esperienza ma poteva manear la sua attenzione come voglia che avesse bisogno di lui. Silvio Manuel mi confessò che, per lui, la destrezza della donna nagual era un mistero tanto grande come l'era la mia presenza tra essi, e che la forza della donna nagual era tanto intensa che io ero un principiante vicino a lei. A tal punto che chiese alla Grassa che mi soccorresse specialmente, affinché io potessi resistere il contatto della donna nagual. Per nostro primo no-fare, Silvio Manuel costruì un'enorme scatola di legno dove la Grassa ed io stavamo, se ci sedevamo schiena contro schiena con le ginocchia verso l'alto. La scatola aveva un coperchio di cancellata per permettere la ventilazione. La Grassa ed io dovevamo entrare in lei e sederci in totale oscurità e silenzio, senza rimanerci addormentati. Silvio Manuel incominciò lasciandoci entrare nella scatola per brevi periodi; dopo li aumentò, come c'abituavamo al procedimento, fino a che potemmo passare la notte intera dentro lei senza muoverci né sonnecchiare. La donna nagual rimaneva con noi per assicurarsi che non cambiasse livelli di coscienza a causa della fatica. Silvio Manuel diceva che la tendenza naturale, sotto condizioni di sforzo e tensione disabituati, è cambiare lo stato di coscienza accresciuta al normale, e viceversa. L'effetto generale di questo no-fare, ogni volta che lo portavamo a termine, era una sensazione ineguagliabile di tranquillità, di riposo, egli quale era un completo enigma per me, poiché non rimaniamo mai addormentati durante quelle veglie di tutta la notte. Attribuii quella sensazione di tranquillità al fatto che ci trovavamo in un stato di coscienza accresciuta, ma Silvio Manuel disse che una cosa niente aveva a che vedere con l'altra, e che la sensazione di riposo si doveva a che ci sedevamo sopra con le ginocchia. Nel secondo no-fare, Silvio Manuel ci faceva tendere nel suolo nel nostro lato sinistro, come cani


fatto gomitolo, quasi in una posizione fetale, con le fronti sulle braccia arcuate. Silvio Manuel insistè in che conservassimo gli occhi chiusi egli più che potessimo, aprendoli solamente quando c'indicava che cambiassimo posizione e che ci stendessimo nel lato destro. Ci spiegò che il proposito di questo no-fare era separare a nostro, senso dell'udito di quello della vista. Come prima, gradualmente Silvio Manuel incrementò la durata delle sessioni fino a che potemmo passare tutta la notte in una veglia uditiva. Silvio Manuel ci disse che stavamo per allora intelligenti per entrare ad un'altra area di attività. Ci spiegò che nei due primi non-fare avevamo rotto un certa barriera percettivo mentre eravamo incollati al suolo. A mo' di analogia, paragonava gli esseri umani con alberi. Siamo alberi mobili. In qualche modo ci troviamo radicati alla terra; le nostre radici sono trasportabili, ma quello non ci libera del suolo. Disse che per stabilire l'equilibrio dovevamo portare a termine il terzo a no-fare sospesi nell'aria. Se riuscivamo a canalizzare il nostro tentativo mentre rimanevamo appesi di un albero dentro un arnese di cuoio, potremmo fare un triangolo col nostro tentativo; la base di questo triangolo si trovava nel suolo ed il vertice nell'aria. Silvio Manuel credeva che coi due primi non-fare avevamo immagazzinato la nostra attenzione a tale punto che potremmo eseguire perfettamente il terzo dal principio. Una notte, Silvio Manuel ci mise in due arnesi separati che erano come sedie di cinturini; ci sediamo in essi e lui ci sospese con una puleggia fino al ramo più alto e grossa di un albero molto grande. Voleva che prestassimo attenzione alla coscienza dell'albero che, secondo lui, ci darebbe segni, poiché eravamo i suoi ospiti. Fece che la donna nagual rimanesse nel suolo e ci chiamasse a voce alta, un ed un'altra volta, durante tutta la notte. Mentre ci trovavamo sospesi dell'albero, nelle innumerabili volte in cui portiamo a termine questo no-fare, sperimentavamo un glorioso diluvio di sensazioni fisiche, come tibie carichi di impulsi elettrici. Durante i tre primi dei quattro tentativi che realizziamo, era come se l'albero protestasse per la nostra intrusione; dopo quello, gli impulsi si trasformarono in segni di pace ed equilibrio. Silvio Manuel ci disse che la coscienza di un albero attrae il suo alimento delle profondità della terra, mentre la coscienza delle creature mobili l'attrae della superficie. Non ci sono sensazione di contesa o rivalità in un albero, mentre negli esseri mobili quella sensazione i riempie completamente. Silvio Manuel esponeva che la percezione soffre una profonda scossa quando c'impiegiamo in stati di quiete nell'oscurità. I nostri uditi prendono allora la parte anteriore e possono percepirsi i segni di tutte le entità viventi ed esistenti intorno a noi: non solo con gli uditi, bensì con una combinazione dei sensi uditivo e visuale, in quell'ordine. Diceva che nell'oscurità, specialmente mentre uno si trova sospeso, gli occhi diventano sussidiari degli uditi. La Grassa ed io scopriamo che Silvio Manuel aveva assoluta ragione. Attraverso il terzo no-fare, Silvio Manuel diede una nuova dimensione alla nostra percezione del mondo che ci circonda. Poi ci disse alla Grassa e mio che il seguente gruppo di tre non-fare sarebbe intrinsecamente distinto e più complesso. Questi avevano a che vedere con l'apprendistato di come manipolare l'altro mondo. Era obbligatorio incrementare il suo effetto cambiando l'ora di azione al crepuscolo mattutino o vespertino. Ci disse che il primo no-fare del secondo gruppo aveva due fasi. Nella prima dovevamo arrivare al più profondo stato di coscienza accresciuta al fine di percepire la parete di nebbia. Una volta che questo si riusciva, la seconda fase consisteva in fare che la parete smettesse di girare per così potere uno avventurarsi nel mondo che si trovava tra le linee parallele. Ci notò che la sua meta era collocarci direttamente nella seconda attenzione, senza nessuna preparazione intellettuale. Voleva che imparassimo la cosa sottile e complessa che è, senza comprendere razionalmente quello che stavamo facendo. Il suo tema era che un cervo magico o un coyote magico maneggia la seconda attenzione senza intelletto. Attraverso la pratica forzata di viaggiare all'altro lato della parete di nebbia andavamo a soffrire, presto o tardi, un'alterazione permanente del nostro essere totale, e quell'alterazione ci farebbe accettare che il mondo che si trova tra le linee parallele è reale, perché fa parte della totalità del mondo, come il nostro corpo luminoso è parte della totalità del nostro essere. Anche Silvio Manuel disse che c'usava per esplorare la possibilità che qualche giorno potessimo aiutare agli altri apprendisti introducendoli nell'altro mondo, nel qual caso essi accompagnerebbero al nagual Juan Matus ed il suo gruppo nel viaggio definitivo. Ragionava che dato che la donna nagual doveva abbandonare questo mondo col nagual Juan Matus ed i suoi guerrieri, gli apprendisti dovevano seguirla perché ella era la sua unica guida in assenza di un


uomo nagual. C'assicurò che la donna nagual si fidava di noi, e che per quella ragione soprintendeva il nostro lavoro. Silvio Manuel fece che la Grassa ed io prendessimo posto nel suolo dell'area posteriore della sua casa, dove avevamo portato a termine gli altro non-fare. Non abbiamo bisogno dell'aiuto di Don Juan per entrare nel nostro più profondo stato di coscienza accresciuta Quasi nell'atto vidi la parete di nebbia. La Grassa la vide anche, ma, per quanto trattavamo, non potevamo fermare la rotazione di questa. Ogni volta che muoveva la mia testa, la parete si muoveva con lei. La donna nagual potè fermarla ed attraversarla senza aiuto di nessuno, ma per più sforzi che fece non riuscì a trasportarci due con lei. Infine, Don Juan e Silvio Manuel dovettero fermare la parete e spingerci fisicamente attraverso lei. La sensazione che ebbi entrando in quella parete di nebbia fu che al mio corpo lo torcevano come le trecce di una corda. Nell'altro lato si trovava l'orribile valle desolata, con piccole dune rotonde di sabbia. C'erano alcune nuvole gialle molto basse intorno a noi, ma nessun cielo, nessun orizzonte; banche di pallido vapore giallo ostacolavano la visibilità. Camminare era molto difficile. La pressione sembrava molto maggiore di quell'al quale il mio corpo è abituato. La Grassa ed io camminiamo senza rotta, ma la donna nagual sembrava sapere verso dove si dirigeva. Quanto più lontano andavamo via della parete, più oscuro era tutto e più difficile risultava avanzare. La Grassa ed io non potemmo continuare già a camminare erectos. Dovemmo gattonare. Persi la mia forza, ed alla Grassa gli passò la stessa cosa; la donna nagual dovette trascinarci affinché potessimo ritornare alla parete ed uscire da lei. Ripetiamo quello viaggio innumerevoli volte. Le prime volte Don Juan e Silvio Manuel ci soccorrevano a fermare la parete di nebbia, ma dopo la Grassa ed io diventammo tanto esperti come la donna nagual. Imparammo a fermare la rotazione della parete. Questo successe di una forma molto naturale. Nel mio caso, in un'occasione notai che il mio tentativo era la chiave: un aspetto speciale del mio tentativo, perché non si trattava della mia volontà come la conosco. Era un desiderio intenso che si concentrava sulla parte mezza del mio corpo. Si trattava di un nervosismo peculiare che mi facevo tremare e che dopo si trasformava in una forza che non fermava alla parete in realtà, ma che faceva che involontariamente una certa parte del mio corpo diventasse novanta gradi alla destra. Il risultato era che per un istante aveva due punti di vista. Guardava al mondo diviso in due per la parete di nebbia e contemporaneamente contemplava direttamente una banca di vapore giallognolo. Questa ultima visione guadagnava predominancia e qualcosa mi tirava verso la nebbia ed oltre lei. Un'altra cosa che imparammo andò a considerare quello posto come qualcosa di reale; i nostri viaggi si trasformarono per noi in qualcosa di tanto concreto come un'escursione alle montagne, o un viaggio per mare in una scialuppa di candela. La valle deserta con promontori che somigliavano dune di sabbia, per noi era tanto reale come qualunque parte del mondo. La Grassa ed io avevamo la sensazione che i tre passavamo un'eternità in quello mondo che si trova tra le linee parallele, e tuttavia, non potevamo ricordare che cosa era quello che realmente accadeva lì. Potevamo ricordare solo il terrificanti che erano i momenti quando dovevamo uscire da quello mondo per ritornare a quello della vita di tutti i giorni. Erano sempre momenti di tremenda angoscia ed insicurezza. Don Juan e tutti i suoi guerrieri seguirono i nostri impegni con gran curiosità; solamente Scelse si trovava sempre stranamente assente di tutte le nostre attività. Benché fosse un guerriero insuperabile che poteva paragonarsi solo coi guerrieri del gruppo di Don Juan, non prese mai parte alle nostre lotte, né ci soccorse in nessun modo. La Grassa diceva che Scelse era riuscito ad aderire ad Emilito e, così, direttamente al nagual Juan Matus. Non fu mai parte del nostro problema perché egli poteva trasportarsi nella seconda attenzione in un aprire e chiudere di occhi. Per lui, viaggiare ai confini della seconda attenzione era tanto facile come scuotere le dita. La Grassa mi fece ricordare il giorno in cui gli insoliti talenti di Scelse gli permisero di scoprire che io non ero l'uomo indicato per essi, molto prima che qualunque altro avesse il minore sospetto della verità. Mi trovavo seduto sotto una ramada dietro della casa di Vicente quando Emilito. e Scelse improvvisamente apparvero. Tutti erano abituati a che Emilito si assentarsi durante lunghi periodi di tempo; quando tornava ad apparire, tutti davano, per certo quale aveva girato di un viaggio. Nessuno lo formulava domande. Egli faceva una relazione delle sue scoperte primo a Don Juan e dopo a tutto quello che volesse ascoltarlo.


In quello giorno era come se Emilito e Scelse semplicemente sarebbero entrati nella casa per la porta posteriore. Emilito si trovava tanto effervescente come sempre. Scelse, nella sua abituata condizione silenziosa ed ombrosità. Io pensai sempre, quando i due si trovavano insieme che la squisita personalità di Emilito opprimeva a Scelse e lo faceva ancora più taciturno. Emilito entrò alla casa a cercare Don Juan e Scelse mi abbracciò sorridente. Andò al mio fianco, mise il suo braccio sulle mie spalle e collocò la sua bocca vicino al mio udito per sussurrarmi che aveva rotto il francobollo delle linee parallele ed era entrato in qualcosa che Emilito chiamava la gloria. Scelse continuò spiegandomi certe cose circa la gloria che io non potei comprendere. Era come se la mia mente potesse concentrare solo sulla periferia di quell'evento. Dopo l'averme spiegato, Scelse mi prese della mano e mi fece mettermi in piede alla metà del patio, guardando al cielo col mio mento lievemente alzato. Si trovava alla mia destra, in piedi vicino a me nel. vizia posizione. Mi disse che allentasse tutti i muscoli e che mi lasciassi cadere dietro, tirato per la pesantezza del coperchio della mia testa. Qualcosa mi acchiappò di dietro e mi tirò verso il basso. C'era un abisso e caddi dentro lui. Improvvisamente mi trovavo nella valle desolata con promontori che somigliavano dune. Scelse mi urse a seguirlo. Mi disse che il bordo della gloria si trovava all'altro lato delle colline. Camminai con lui fino a che non potei muovermi oramai più. Egli correva davanti a me senza nessun sforzo, come se fosse fatto di aria. Si trattenne nella cima di un gran promontorio e segnalò più in là. Corse verso me e mi supplicò che strisciassi fino alla cima di quella collina che era, come disse, il bordo della gloria. La collina si trovava magari a solo trenta metri di me, ma non potei muovermi oramai più un centimetro. Tentò di strisciare, non potè farlo. Il mio peso sembrava avere aumentato cento volte. Finalmente, Scelse dovette portare a Don Juan ed il suo gruppo. Cecilia mi alzò nelle sue spalle e mi portò di ritorno. La Grassa aggiunse che Emilito aveva comandato a Scelse che facesse tutto quello. Emilito procedeva di accordo con la regola. Mio proprio aveva viaggiato alla gloria. Gli era obbligatorio mostrarmela. Potei ricordare l'anelito nel viso di Scelse ed il fervore col quale mi urgeva a fare un ultimo sforzo affinché presenziasse alla gloria. Potei ricordare anche la sua tristezza e delusione quando fallii. Non tornò mai a parlarmi. La Grassa ed io ci trovavamo tanto immersi nei nostri viaggi all'altro lato della parete di nebbia che avevamo dimenticato che era tempo di intraprendere il seguente no-fare della serie. Silvio Manuel ci disse che questo potrebbe essere devastatore, e che consisteva in attraversare le linee parallele con le tre sorelline ed i tre Genaros, direttamente verso l'entrata del mondo della coscienza totale. Non incluse signora Soledad perché suoi non-fare erano solo per ensoñadores e lei era accecatrice. Silvio Manuel aggregò che il suo interesse era che noi stessimo abituando alla terza attenzione, collocandoci al piede dell'Aquila un ed un'altra volta. Ci preparò per quella scossa; ci spiegò che i viaggi di un guerriero verso le desolate dune di sabbia, è un passo preparatorio per il vero incrocio di limitrofo. Avventurarsi dietro la parete di nebbia quando uno si trova in un stato di coscienza accresciuta o quando si sta trasognando, usa solamente una piccola porzione della nostra coscienza totale, mentre attraversare corporalmente all'altro mondo usa la totalità del nostro essere. Silvio Manuel aveva concepito l'idea di usare il ponte come simbolo del vero incrocio. Ragionò che il ponte era adiacente ad un posto di potere; ed i posti di potere sono crepe, passaggi verso l'altro mondo. Credeva che fosse possibile che la Grassa ed io avessimo acquisito la forza sufficiente per resistere un barlume dell'Aquila. Annunciò che era il mio dovere personale rinchiudere le tre donne ed i tre uomini, ed aiutarli ad entrare al livello più profondo di coscienza accresciuta. Era egli meno che io potevo fare per essi, dato che magari io ero stato lo strumento che distruggerebbe le sue possibilità di libertà. Mosse il nostro periodo di azione all'ora giusta prima dell'alba. Ubbidientemente tentai di farloro spostare la sua coscienza, come Don Juan aveva fatto con me. Dato che io non avevo la minima idea di come maneggiare i suoi corpi o di che cosa fare con essi, finii per batterli nella schiena. Dopo vari truculenti tentativi della mia parte, Don Juan intervenne finalmente. Preparò loro la cosa migliore che potè e me li passò a che li spingesse come un branco di bestiame nel ponte. Il mio compito consisteva in portarli, uno ad uno, all'altro lato del ponte. Il posto di potere si


trovava nel lato meridionale, egli quale era un presagio molto favorevole. Silvio Manuel decise di attraversare egli in primo luogo, aspettarmi a che glieli portasse e dopo condurrci come gruppo verso la cosa ignorata. Silvio Manuel attraversò il ponte, seguito per Scelse chi neanche mi guardò. Unii i sei apprendisti in un gruppo compatto nel lato nord del ponte. Tutti erano terrorizzati; si staccarono da me ed incominciarono a correre in distinte direzioni. Acchiappai alle tre donne un'a un e riuscii a darsili a Silvio Manuel. Egli li fermò all'entrata della fessura tra i mondi. I tre uomini furono troppo rapidi per me. Era molto stanco per perseguirli. Guardai Don Juan, all'altro lato del ponte, alla ricerca di guida. Egli ed il resto dei suoi guerrieri e la donna nagual formava un gruppo compatto e mi sollecitavano con gesti a che corresse dietro le donne e gli uomini, ridendo dei miei rozzi tentativi. Don Juan fece un gesto con la testa per indicarmi che non facesse caso dai tre uomini ed attraversasse con la Grassa verso Silvio Manuel. Attraversiamo. Silvio Manuel e Scelse sembravano sostenere i lati di una crepa verticale del volume di un uomo. Le donne corsero e si nascosero dietro la Grassa. Silvio Manuel c'urse a tutti a che entrassimo per l'apertura. Obbedii a lui. Le donne, no. Oltre l'entrata non c'era niente. E tuttavia, questa si trovava strapiena fino ai bordi di qualcosa che non era niente. I miei occhi erano aperti, tutti i miei sensi si trovavano vigili. Mi sforzai tentando di vedere di fronte di me. Ma non c'era niente di fronte a me. O, se c'era lì qualcosa, io non potevo comprendere quello che era. I miei sensi non erano divisi negli scompartimenti che danno loro significato. Tutto mi arrivò improvvisamente, o piuttosto il niente me arrivò. Sentii che il mio corpo era rotto. Una forza dal mio interno spingeva verso fuori. Io mi trovavo sfruttando, e non in una maniera figurata. Di subitaneo sentii che una mano umana mi tirava fuori di lì prima di essere disintegrato. La donna nagual aveva attraversato per salvarmi. Scelse non aveva potuto muoversi perché stava sostenendo l'apertura, e Silvio Manuel aveva soggette alle quattro donne del capello, due in ogni sgorgo, intelligente per gettarli dentro. Suppongo che tutto l'evento dovette trascorrere almeno in una stanza di ora, ma in quello momento non mi fu successo mai preoccuparmi per la gente che potesse stare vicino al ponte. In qualche modo, il tempo si sembrava aversi sospeso, della stessa forma come sembrò impennarsi quando ritorniamo al ponte nel nostro viaggio al Città del Messico. Silvio Manuel disse che benché l'attentato di attraversare sembrasse essere un fallimento, fu un successo assoluto. Le quattro muori se videro l'apertura e, attraverso lei, l'altro mondo; e lì quella che io sperimentai fu una vera sensazione della morte. - Non c'è niente delicato o pacifico nella morte - disse -. Perché il vero terrore comincia morendo, Con quell'incalcolabile forza che sentisti lì, l'Aquila ti spremerà tutti ed ognuno dei battiti di ala di coscienza che sei arrivato ad avere. Dopo, Silvio Manuel ci preparò per un altro tentativo. Ci spiegò che i posti di potere in realtà erano buchi in una specie di palo che evita che il mondo perda la sua forma. Un posto di potere è utilizzato quando uno ha congregato sufficienza forza nella seconda attenzione. Ci disse che la chiave per resistere la presenza dell'Aquila era la potenza del tentativo di uno. Senza tentativo non c'era niente. Mi disse che io dovevo capire, dato che io ero l'unico che aveva messo il piede nell'altro mondo che quella che quasi mi ero ammazzato era la mia incapacità per cambiare il mio tentativo. Tuttavia, egli era fiducioso in che con una pratica forzata, tutti noi arriveremmo ad allungare il nostro tentativo. Ma non poteva spiegare quello che era il tentativo. Scherzò dicendo che solo il nagual Juan Matus potrebbe spiegarlo. . . , ma non camminava per di lì. Sfortunatamente, il seguente incrocio non ebbe luogo, perché io esaurii la mia energia. Fu una rapida e devastatrice perdita di vitalità. Improvvisamente mi sentii tanto debole che svenni in casa di Silvio Manuel. Domandai alla Grassa semmai ella sapeva quello che successe dopo. Io non avevo né idea. La Grassa disse che Silvio Manuel disse a tutti che l'Aquila si era gettata del gruppo, e che finalmente mi trovavo intelligente affinché essi mi preparassero a portare a termine i propositi del mio destino. Il suo piano era portarmi al mondo che si trova tra le linee parallele mentre io fosse insensato, e lasciare che quello mondo mi estraesse tutta l'energia restante ed inutile del mio corpo. La sua idea era corretta a giudizio di tutti i suoi compagni poiché la regola indica che può entrarsi solo lì cosciente di uno stesso. Entrare senza coscienza porta la morte, dato che senza lei la forza si esaurisce a causa della pressione fisica di quello mondo.


La Grassa aggiunse che a lei non la portarono con me. Ma il nagual Juan Matus gli aveva contato che al momento che mi trovai vuoto di energia vitale, praticamente morto, tutti essi si alternarono a soffiare nuova energia al mio corpo. In quello mondo, chiunque che ha forza può darsila agli altri soffiandosila. Seguendo la regola mi diedero il suo alito in tutti i posti dove c'è un punto di immagazzinamento. Silvio Manuel soffiò in primo luogo, dopo la donna nagual. Il resto di me fu composto da tutti i membri del gruppo del nagual Juan Matus. Dopo che tutti mi soffiarono la sua energia, la donna nagual mi tirò fuori dalla nebbia in casa di Silvio Manuel. Mi tese nel suolo con la testa verso il Sud. La Grassa mi disse che io sembravo essere morto. Ella ed i Genaros e le tre sorelline stavano lì. La donna nagual spiegò loro che io ero malato, ma che qualche giorno ritornerebbe per aiutarli a trovare la libertà, perché io stesso non potrebbe essere libero fino a che essi lo facessero. Dopo Silvio Manuel mi diede il suo alito e mi fece resuscitare. Per quella ragione le sorelline ed ella ricordavano che egli era il mio padrone. Silvio Manuel mi portò al mio letto e mi lasciò addormentato, come se niente fosse avrebbe passato. Dopo che svegliai andai via e non ritornai. E dopo la Grassa dimenticò tutto perché nessuno la girò già a spingere al lato sinistro. Andò a vivere al paese dove più tardi la trovai con gli altri. Il nagual Juan Matus e Genaro stabilirono due case differenti. Genaro si incaricò degli uomini, il nagual Juan Matus curò le donne. Tutto quello che io ricordavo era il mi avere sentito depresso e debole. Dopo, persi la conoscenza e, quando svegliai, mi trovavo in perfetto controllo di me stesso, effervescente, pieno di un'energia straordinaria e disabituata. Il mio benessere finì nel momento che Don Juan mi disse che doveva lasciare alla donna nagual e la Grassa e cercare io suolo il perfezionamento della mia attenzione, fino al giorno in cui potesse ritornare ad aiutare tutti gli apprendisti. Mi disse anche che né mi spazientissi né mi scoraggiasse, perché il portatore o la portatrice della regola mi farei Lei presente a tempo debito per così rivelarmi la mia vera missione. Poi non andai oramai a vedere Don Juan per un lungo tempo. Quando ritornai, egli continuò diventando cambiare la coscienza del lato destro a quella del sinistro con due fini: in primo luogo, affinché io potessi continuare la mia relazione coi suoi guerrieri e con la donna nagual; e, secondo, affinché egli potesse mettere mi scendo il diretto tutoraggio da Zuleica. Mi disse che di accordo col piano maestro di Silvio Manuel, c'erano due tipi di istruzione per me, uno per il lato destro, l'altro per il sinistro. L'istruzione del lato destro apparteneva allo stato di coscienza normale e la sua fine era condurrmi alla convinzione razionale che c'è un altro tipo di coscienza nascosta negli esseri umani. Don Juan si trovava a carico di questa istruzione. Quella del lato sinistro era stata assegnata a Zuleica, era relazionata con lo stato di coscienza accresciuta e doveva vedere esclusivamente col maneggio della seconda attenzione attraverso il sogno. Di quella maniera, ogni volta che andava in Messico passava la metà del tempo con Zuleica, e l'altra metà con Don Juan. XIII. LA COMPLESSITÀ DEL SOGNO Don Juan, cominciando il compito di introdurrmi nella seconda attenzione, disse che aveva già abbastanza esperienza in entrare in lei. Silvio Manuel mi ero portato giusto fino all'entrata. Il difetto aveva risieduto in che non mi furono dati i raziocini appropriati. Ai guerrieri deve essere datoloro serie ragioni prima che possano avventurarsi senza pericoli nella cosa ignorata. Le guerriere non sono soggette a questo e possono entrare in ciò senza nessuna titubanza, a patto che abbiano fiducia totale in chi la guida. Mi disse che io dovevo incominciare in primo luogo per imparare la complessità del sogno. Mi mise allora scendo la supervisione da Zuleica. Mi esortò a che fosse impeccabile e praticasse con meticolosità tutto quello che avrebbe imparato, e, soprattutto, mi chiese che fosse diligente e deliberato nelle mie azioni affinché non esaurisse in vano la mia forza vivente. Disse che il prerequisito di entrata a chiunque delle tre fasi dell'attenzione è possedere forza vivente, perché senza lei i guerrieri non possono avere direzione né proposito. Mi spiegò che morendo, anche la nostra coscienza entra nella terza attenzione, ma solo per un istante, come un'azione catartica, giusto prima che l'Aquila la divori. La Grassa diceva che il nagual Juan Matus fece che ognuno degli apprendisti imparasse a trasognare. Ella credeva che a tutti essi era stato dato loro contemporaneamente questo compito che a me. L'istruzione che fu dato loro fu divisa anche in destra e sinistra. Disse che il nagual e


Genaro proporzionarono loro istruzione del lato destro, per lo stato di coscienza normale. Quando giudicarono che gli apprendisti erano pronti, il nagual fece loro cambiare ad un stato di coscienza accresciuta e li lasciò con le sue rispettive controparti. Vicente insegnò a Néstor, Silvio Manuel fu il maestro di Benigno, Genaro istruì a Pablito, Combatte ebbe come maestra a Hermelinda, e Rosa, a Nélida. La Grassa aggregò che Josefina ed ella furono messe a cura di Zuleica affinché unisci imparassero gli aspetti più delicati del trasognare e così potessero arrivare ad aiutarmi qualche giorno. Inoltre, la Grassa dedusse per il suo proprio conto che anche i tre Genaros fu portato con Florinda per imparare l'agguato. La prova di questo era il suo drastico cambiamento di condotta. La Grassa mi disse che ella sapeva, nonostante da prima di ricordare niente che qualcuno gli insegnò i principi di spiare, ma di una maniera molto superficiale; non gli fu fatto praticare, mentre agli uomini furono dati loro conoscenze pratiche e compiti. Il cambiamento di condotta di essi era la prova. Diventarono più allegri e gioviali. Godevano le sue vite, mentre ella e le altre donne, a causa di suo trasognare, diventarono sempre di più ombrose e di malumore. La Grassa credeva che i Genaros non potè ricordare la sua istruzione, quando io chiesi loro che mi rivelassero le sue conoscenze dell'arte di spiare, perché lo praticavano senza sapere che stessero facendolo. Tuttavia, la sua destrezza usciva alla luce nei suoi trattamenti con la gente. Erano artisti consumati in torcere la volontà di chi fosse e di uscire sempre con la sua. Attraverso le pratiche di spiare, i Genaros fino ad avevano imparato lo sproposito controllato. Per esempio, si comportavano come se Soledad fosse la madre di Pablito. Per qualunque osservatore, sembrerebbe che fossero madre e figlio incitandosi a litigare l'uno contro l'altro, quando in realtà i due stavano rappresentando una carta. Convincevano a chiunque. In occasioni Pablito dava tali rappresentazioni che fino a si convinceva a se stesso. La Grassa mi confidò che tutti essi si trovavano più che attoniti davanti alla mia condotta. Non sapevano se io ero pazzo o se era un maestro dello sproposito controllato. Io davo tutte le indicazioni esterne di prendere sul serio le sue drammatizzazioni. Soledad disse loro che non si sbagliassero, perché in realtà io ero pazzo. Sembrava stare in controllo, ma mi trovavo tanto completamente aberrato che non poteva comportare mi mangio nagual. Ella raccomandò ad ognuna delle donne che mi propinasse un colpo mortale. Disse loro che io stesso l'aveva chiesto in un momento in che mi trovavo in controllo delle mie facoltà. La Grassa mi contò che gli costò vari anni, sotto la guida di Zuleica, per imparare a trasognare. Quando il nagual Juan Matus giudicò che ella era già un'esperta, finalmente la portò con la sua vera controparte, Nélida. Fu Nélida che gli insegnò come comportarsi nel mondo. La preparò non solo affinché sapesse come vestirsi bene, ma anche affinché avesse garbo. Di quella maniera, quando si mise i suoi vestiti nuovi ad Oaxaca e mi lasciò allarmato col suo incantesimo ed eleganza, aveva già esperienza in quella trasformazione. Nel mio caso, Zuleica fu molto effettivo come guida verso la seconda attenzione. Insistè in che il nostro compito avesse solamente posto nella notte, e nell'oscurità assoluta. Per me, Zuleica era solo una voce nelle tenebre, una voce che iniziava tutti i contatti che avemmo, dicendomi che concentrasse la mia attenzione sulle sue parole e nient'altro. La sua voce era la voce femminile che la Grassa credeva avere sentito in sogni. Zuleica mi disse che se trasogna dentro la casa, la cosa migliore è farlo nell'oscurità totale, stando uno disteso o seduto in un letto stretto, o, migliore ancora, seduto dentro una culla con forma di bara. Nel campo aperto, il sogno si dovrebbe fare nella protezione di una caverna, nelle aree arenose di sorgenti secchi, o seduto con la schiena contro una roccia nelle montagne: mai nel suolo piano di una valle, né vicino a fiumi o laghi o il mare, poiché le zone piane; come l'acqua, erano antitetiche alla seconda attenzione. Ognuna delle mie sessioni con lei fu inzuppata di mistero. Mi spiegò che la maniera più sicura di indovinare un colpo diretto nella seconda attenzione è attraverso atti rituali: canti monotoni ed intricati movimenti ripetitivi. I suoi insegnamenti non furono circa i principi dell'arte di trasognare che mi erano stato già rivelati per Don Juan. Zuleica diceva che per averla come maestra uno doveva sapere come trasognare, per lasciarla liberi così a che trattasse esclusivamente con le questioni esoteriche della coscienza del lato sinistro. Le istruzioni di Zuleica incominciarono un giorno in cui Don Juan mi portò a casa sua. Arriviamo a metà del pomeriggio. Il posto sembrava deserto, benché la porta di di fronte si aprì quando a lei c'avviciniamo. Io speravo che Zoila o Martora apparissero, ma non c'era nessuno


nell'entrata. Sentii che chi fosse quello che aprì la porta, si allontanò con gran rapidità. Don Juan mi portò dentro al patio e mi fece sedere in una scatola di legno che aveva un cuscino e che era stato convertita in panca. Il sedile della scatola era duro e molto scomodo. Spostai la mia mano sotto il magro cuscino e trovai un pugno di pietre filosas. Don Juan mi disse che la mia situazione era poco convenzionale perché io dovevo imparare le questioni più delicate del trasognare a gran velocità. Sedermi in una superficie dura era una maniera di evitare che il mio corpo sentisse che si trovava in una situazione normale. Alcuni minuti prima di arrivare alla casa, Don Juan mi fece cambiare livelli di coscienza. Mi disse che l'istruzione di Zuleica doveva essere condotta in un stato di coscienza accresciuta affinché io potessi avere la rapidità che si richiedeva. Mi ordinò che rimanessi tranquillo e che si fidasse implicitamente di Zuleica. Poi mi comandò che fissasse la mia attenzione, con tutta la forza che fosse capace, e che memorizzasse tutti i dettagli del patio che si trovavano dentro il mio campo di visione. Insistè in che io dovevo memorizzare ogni dettagli come la sensazione di stare seduto lì. Mi ripetè le sue istruzioni per essere sicuro che io avevo capito. Poi andò via. Rapidamente diventò oscuro ed incominciai ad irritarmi, seduto lì. Non ebbi tempo sufficiente per concentrarmi sui dettagli del patio. Improvvisamente ascoltai un scricchiolio giusto alle mie spalle e dopo la voce di Zuleica mi allarmò. Con un vigoroso sussurro mi disse che mi mettessi in piede e la seguisse. Automaticamente obbedii a lei. Non poteva vedere il suo viso, ella era solo una forma oscura che camminava due passi davanti a me. Mi portò ad un angolo del corridoio più oscuro della sua casa. Benché i miei occhi fossero abituati all'oscurità non poteva vedere ancora niente. Mi imbattei in qualcosa e lei mi ordinò che mi sedessi dentro una stretta culla e che reclinasse la parte inferiore della mia schiena in un cuscino duro. Poi sentii che ella era retrocessa alcuni passi dietro me, egli quale mi sconcertò completamente, perché pensai che la mia schiena si trovava ad alcuni centimetri della parete. Parlando da lì, mi ordinò con voce soave che mettesse a fuoco la mia attenzione nelle sue parole affinché queste potessero guidarmi. Mi disse che mantenesse gli occhi aperti e fissi in un punto che si trovava di fronte a me, all'altezza dei miei occhi, e che quello punto si trasformerebbe di nerezza ad un gradevole e brillante colore rosso-arancia. Zuleica parlava molto soavemente, con intonazione uniforme. Ascoltai ognuna delle sue parole. L'oscurità che mi arrotolavo sembrava avere tagliato efficacemente qualunque stimolo esterno che mi distrarsi. Sentii le parole di Zuleica in un vuoto, e dopo notai che il silenzio di quello corridoio era paragonabile al silenzio dentro me. Zuleica mi spiegò che un ensoñador deve partire da un punto di colore; la luce intensa o le complete tenebre sono inutili per un ensoñador nel suo assalto iniziale. Colora la porpora o verde chiaro o giallo profondo come sono, d'altra parte, eccellenti punti di avviamento. Zuleica mi assicurò che una volta che sarebbe riuscito io entrare nel colore rosso-arancia, avrebbe congregato permanentemente la mia seconda attenzione, se è che era capace di essere cosciente delle sensazioni fisiche che uno sperimenta entrando in quello colore. Ebbi bisogno di varie sessioni con la voce di Zuleica per darmi conta sul mio corpo di quello che ella tentava di fare. Il vantaggio di stare in un stato di coscienza accresciuta era che io potevo seguire la mia transizione di un stato di veglia ad un stato di sogno. Sotto condizioni normali quella transizione è torbida, ma in quelle circostanze speciali sentii in realtà, nel decorso di una delle mie sessioni, come la mia seconda attenzione prendeva i controlli. Il primo passo fu un'inusitata difficoltà in respirare. Non era una difficoltà per inalare o esalare, né neanche mi mancava l'aria; piuttosto, la mia respirazione cambiò improvvisamente ritmo. Il mio diaframma incominciò a contrarsisi e forzò alla parte mezza del mio corpo a muoversi come un soffietto, con gran celerità. Respirava con la parte inferiore dei miei polmoni e sentii una gran pressione negli intestini. Senza successo tentai di rompere gli spasmi del mio diaframma. Quanto più trattava, più doloroso diventava. Zuleica mi ordinò che lasciasse che il mio corpo facesse tutto quello che fosse necessario e che non pensasse di dirigerlo o controllarlo. Io volevo obbedire a lei, ma ignorava come. Gli spasmi che sono dovuti durare da dieci a quindici minuti, svanirono tanto improvvisamente come erano apparsi e furono seguiti per un'altra sensazione strana e commuoverti. In un principio la sentii come un prurito della cosa più peculiare, un sentimento fisico che non era né gradevole né spiacevole; era sembrato qualcosa ad un tremore nervoso. Diventò molto intenso, fino al punto di forzarmi a concentrare la mia attenzione su lui al fine di determinare parte del mio corpo in che cosa stava succedendo.


Rimasi sbalordito dandomi conta che non aveva da nessuna parte luogo del mio corpo fisico, bensì fosse di lui, e tuttavia lo sentiva ancora. Non feci caso all'ordine di Zuleica di entrare in una macchia di colorazione che incominciava a formarsi all'altezza dei miei occhi, e mi diedi interamente all'esplorazione di quell'estranea sensazione che succedeva fuori di me. Zuleica aveva dovuto vedere quello che stava succedendomi; improvvisamente incominciò a spiegarmi che la seconda attenzione appartiene al corpo luminoso, come la prima attenzione appartiene al corpo fisico. Disse che il punto dove la seconda attenzione si arma è situato nel posto che Juan Tuma si era descritto la prima volta che ci conoscemmo: approssimativamente ad un metro di distanza di fronte della parte mezza del corpo, giusto tra lo stomaco e l'ombelico, ed a quindici centimetri alla destra. Zuleica mi ordinò che mettesse le mani in quello punto e lo massaggiasse muovendo le dita delle mie due mani, esattamente come se stesse toccando un'arpa. Mi assicurò che se persisteva nell'esercizio, presto o tardi finirebbe sentendo che le mie dita passavano per qualcosa che era tanto denso come l'acqua, e che finalmente sentirebbe il mio guscio luminoso. Man mano che continuava a muovere le mie dita, l'aria diventò progressivamente denso fino a che sentii una specie di massa. Un indefinito piacere fisico si divertì per tutto il mio corpo. Pensai che mi trovavo toccando un nervo e mi sentii ridicolo per la cosa assurda di tutto quello. Mi trattenni. Zuleica mi notò che se non muoveva le mie dita andava a darmi un scappellotto nella testa. Quanto più io continuavo quello movimento oscillante, più vicina sentiva il prurito. Finalmente, questa arrivò a stare a circa dieci centimetri del mio corpo. Era come se qualcosa dentro me si fosse avvilito. In realtà credei che potesse sentire una concavità, un'ammaccatura dove sentiva il prurito. Poi ebbi un'altra sensazione impressionante. Stava rimanendo addormentato e, contemporaneamente, era cosciente. C'era una vibrazione nelle mie orecchie che mi ricordavo il suono di un cicalino; dopo sentii una forza bruci arrotolava sul mio lato sinistro senza svegliarmi. Fui arrotolato molto strettamente, come un sigaro, e mi fu collocato nella concavità dove sentiva il prurito. La mia coscienza rimase sospesa lì, incapace di svegliare, ma tanto strettamente arrotolata in sé stessa che neanche poteva rimanere dormita. Sentii la voce di Zuleica che mi dicevo che vedesse intorno a mio. Non potei aprire gli occhi, ma il mio senso del tatto mi rivelò che mi trovavo in un fosso; coricato supino. Mi sentii comodo, sicuro. Il mio corpo era tanto compatto e stretto che io non avevo il più lieve desiderio di incorporarmi. La voce di Zuleica mi ordinò che mi mettessi in piede ed aprisse gli occhi. Non potei farlo. Mi disse che doveva desiderare i miei movimenti, perché non si trattava di un tema di contrarre i miei muscoli per alzarmi. Pensai che la mia lentezza l'aveva disturbata. Compresi allora che mi trovavo pienamente cosciente, chissà più cosciente di quello che era stato in tutta la mia vita. Poteva pensare razionalmente e contemporaneamente sembrava essere completamente addormentato. Mi fu successo l'idea che Zuleica mi ero messo in un stato di ipnosi profonda. Questo mi disturbò un istante, ma dopo non ebbe oramai importanza. Cedei alla sensazione di trovarmi sospeso, e galleggiai liberamente. Non potei sentire oramai quello che ella si diceva. O ella aveva smesso di parlare o io avevo tagliato il suono della sua voce. Non voleva abbandonare quello rifugio. Non mi ero sentito mai tanto in pace e tanto completo. Rimasi lì immobile senza volere alzarmi né cambiare niente. Poteva sentire il ritmo della mia respirazione. Improvvisamente, svegliai. Nella seguente sessione, Zuleica mi disse che io ero riuscito a fare una concavità nella mia luminosità senza aiuto di nessuno, e che fare quella concavità significava che io avevo mosso un punto distante del mio guscio luminoso ma vicino al mio corpo fisico, e pertanto, più vicino al controllo. Sostenne ripetute volte che a partire dal momento in cui il corpo impara a fare quella concavità, è più facile entrare nel sogno. Fui di accordo con lei. Io avevo acquisito un strano impulso, una sensazione che il mio corpo aveva imparato a riprodurre istantaneamente. Era una dimostrazione di sentirmi in riposo, sicuro, insonnolito, sospeso senza il senso del tatto, e contemporaneamente completamente sveglio, cosciente di tutto. La Grassa mi disse che il nagual Juan Matus aveva lottato per anni per creare quella concavità in lei, nelle tre sorelline ed anche nei Genaros, per darloro abilità permanente di concentrare la sua seconda attenzione. Gli disse che in generale l'ensoñador la creda nel momento stesso in cui ha bisogno di lei. Dopo, il cuore luminoso gira a recuperare la sua forma originale. Ma nel caso degli apprendisti, dato che non avevano un nagual che li dirigesse, la concavità fu creata da fuori


ed arrivò ad essere un tratto permanente dei suoi corpi luminosi: un gran aiuto ma anche un'ostruzione. A tutti faceva loro vulnerabile e taciturni. Ricordai che una volta io avevo visto e colpito col mio piede una fessura nei gusci luminosi di Corrida e di Rosa. Pensai che la fessura si trovava parallela alla porzione superiore della coscia destra, o magari insieme nella cresta dell'osso dell'anca. La Grassa mi spiegò che io li avevo propinati il calcio nella concavità della sua seconda attenzione e che quasi li ammazzai. La Grassa mi disse che, durante la sua istruzione, Josefina e lei vissero nella casa di Zuleica durante vari mesi. Il nagual Juan Matus li fu con lei da un giorno, dopo avere fatto loro cambiare livelli di coscienza. Non disse loro che cosa andavano a fare lì né che cosa era quello che dovevano sperare, semplicemente li lasciò sole in un corridoio della casa ed andò via. Esse si sedettero lì fino a che oscurò, fu allora che Zuleica arrivò a dove esse stavano. Non la videro mai, ascoltarono solo la sua voce come se parlasse loro da un posto nella parete. Zuleica fu molto esigente a partire dal momento in cui prese carico. Fece loro svestirsi nell'atto e li ordinò che si mettessero dentro alcune grosse e spugnose borse di cotone, una specie di ponchi. Si coprirono della testa ai piedi con essi. Zuleica li ordinò dopo che si sedessero schiena con schiena, su una stuoia, nello stesso angolo del corridoio dove io normalmente mi sedevo. Dissi loro che il suo compito consisteva in contemplare l'oscurità fino a che questa incominciasse ad acquisire una tintura. Dopo varie sessioni, in realtà esse cominciarono a vedere colori nelle tenebre, allora fu quando Zuleica fece loro sedersi lato a lato e vedere lo stesso punto. La Grassa diceva che Josefina imparò con gran rapidità, e che una notte entrò drammaticamente, di una tirata, nella macchia di rosso-arancia, staccandosi fisicamente dalla borsa. La Grassa credeva che o Josefina si distese fino a raggiungere la macchia di colore, o questa si distese fino a raggiungerla la. Il risultato fu che in un istante Josefina uscì dall'interno della borsa. A partire da quello momento, Zuleica li separò, e la Grassa iniziò suo lento ed allungo apprendistato. La narrazione della Grassa mi fece ricordare che anche Zuleica si era fatto mettermi nella borsa spugnosa. Per certo, il tenore delle ordine che mi diede mi rivelarono la ragione del suo uso. Zuleica mi diresse a che sentisse la spugnosità con la mia pelle nuda, specialmente con la pelle dei miei polpacci. Mi ripetè un ed un'altra volta che gli esseri umani abbiamo un eccellente centro di percezione nell'esterno dei polpacci, e che se la pelle di quell'area era messa in calma e massaggiata, la portata della nostra percezione aumenterebbe di maniere impossibili da concepire razionalmente. La borsa era molto soave e calda, ed induceva nelle mie gambe una straordinaria sensazione di calma e pace. I nervi dei miei polpacci sperimentarono una piacevole stimolazione La Grassa mi diede una relazione di un piacere fisico uguale al mio. Ancora più, ella disse che il potere di quella borsa l'aveva guidata a trovare la macchia di colore rosso-arancia. Sentiva tale rispetto ed ammirazione per la borsa che si fece una, copiando l'originale. Ma, secondo lei, il suo effetto non era lo stesso, benché gli proporzionasse anche pace e benessere. Disse che Josefina ed ella normalmente passavano tutto il sobretiempo che disponevano, dentro le borse che ella aveva cucito per le due. Combatte e Rosa furono anche posizionate dentro la borsa, ma a nessuna di esse gli piacque. Era loro indifferente. La stessa cosa a me me passavo. La Grassa spiegò l'attaccamento di Josefina e di lei come una conseguenza diretta del fatto di essere stato guidate a scoprire il suo colore di sogno quando si trovavano dentro la borsa. Diceva che la mia indifferenza si doveva a che io non entrai nella zona di colorazione; piuttosto, la tintura me venne. Aveva ragione. Qualcosa più che la voce di Zuleica fu responsabile dello sviluppo di quella fase preparatoria. Evidentemente, Zuleica mi fece seguire gli stessi passi per i quali condusse la Grassa e Josefina. Io avevo conservato gli occhi fissi nell'oscurità attraverso molte sessioni e mi trovavo intelligente per visualizzare la zona della colorazione. Per certo, presenziai a tutta la sua metamorfosi cominciando con la pura oscurità e finendo in una macchia di intensa brillantezza. A quell'altezza rimasi assorto nella sessione di un prurito esterno, fino al punto di finire entrando in un stato di veglia in riposo. Fu allora quando rimasi immerso per la prima volta in un colorazione rosso-arancia. Dopo che imparai a rimanere sospeso nel sonno e la veglia, Zuleica sembrò allentare il passo. Perfino arrivai a credere che aveva cambiato tattica e che non aveva fretta di tirarmi fuori da quello stato. Mi lasciò rimanere in lui senza interferire, e non mi fece mai chissà domande circa quello che stava sperimentando, perché la sua voce era solo per dare ordini e non ferma fare domande. Non parliamo realmente mai durante la sua istruzione, almeno non mangio il faceva


con Don Juan. Mentre mi trovavo nello stato di veglia in riposo, mi resi d'un colpo conto che era inutile rimanere lì, perché nonostante la cosa gradevole che potesse essere, le limitazioni di quell'esperienza erano evidenti. Sentii nel mio corpo un tremore ed aprii gli occhi, o piuttosto i miei occhi si aprirono soli. Zuleica mi osservava. Il mio stupore fu totale. Pensai che aveva svegliato, e l'affrontare Zuleica in carne ed osso fu qualcosa di completamente inaspettato. Mi ero abituato a sentire solamente la sua voce. Mi sorprese anche che non fosse oramai di notte. Guardai intorno mio. Non stavamo oramai nella casa di Zuleica. Ebbi allora l'istantanea certezza che mi trovavo trasognando e svegliai. Zuleica incominciò dopo un altro aspetto dei suoi insegnamenti. Mi insegnò come muovermi. Iniziò la sua istruzione ordinandomi che fissasse la mia attenzione al punto mezzo del mio corpo. Nel mio caso quello punto si trovava sotto al bordo inferiore del mio ombelico. Mi disse che scopasse il suolo con lui; questo è che facesse oscillare il mio ventre come se avesse incollata una scopa lì. Attraverso innumerevoli sessioni cercai di fare quello che la voce mi ordinava. Zuleica non mi permise di entrare in un stato di veglia in riposo. La sua intenzione era portarmi a percepire l'azione di scopare il suolo col punto mezzo del mio corpo, mentre seguiva sveglio. Mi disse che stare nella coscienza del lato sinistro era un vantaggio sufficiente per compiere bene l'esercizio. Un giorno, per nessuna ragione che io potessi concepire, riuscii ad avere una vaga sensazione nell'area del mio stomaco. Non era qualcosa di definito e quando misi a fuoco in lui la mia attenzione compresi che era come un prurito dentro la cavità del mio corpo. E non esattamente nell'area dello stomaco bensì più su. Come l'esaminava, notava maggiori dettagli. La cosa vaga della sensazione si trasformò presto in una certezza. C'erano una strana connessione di nervosismo o una sensazione cosquilleante tra il mio plesso solare ed il mio polpaccio destro. La sensazione si acutizzò, ed involontariamente io elevai la mia coscia destra fino al petto. Così i due punti rimasero tanto prossimi l'un l'altro come la mia anatomia lo permetteva. Tremai per un momento con un nervosismo inusitato e dopo sentii con chiarezza che scopava il piano col punto mezzo del mio corpo, era una sensazione tattile che succedeva ogni volta che oscillava il mio corpo essendo seduto. Nella seguente sessione, Zuleica mi permise di entrare in un stato di veglia in riposo. Tuttavia, non sentii in lui quello che abituava. Sembrava c'essere una specie di controllo in me che riduceva la possibilità di goderlo liberamente, come sempre l'aveva fatto; anche quello controllo mi fece concentrare la mia attenzione sulla maniera come si sviluppa la veglia in riposo. Primo notai il prurito nell'area della seconda attenzione, nel mio guscio luminoso. Massaggiai quello punto muovendo le mie dita su lui come se toccasse un'arpa: il punto affondò verso il mio stomaco. Lo sentii quasi nella mia pelle. Sperimentai sprono nell'esterno del mio polpaccio destro. Era un miscuglio di piacere e dolore. La sensazione si divertì per tutta la mia gamba e dopo per la parte inferiore della schiena. Sentii che i miei glutei si scuotevano. Tutto il mio corpo fu oltrepassato per un'onda nervosa. Sentii come se il mio corpo fosse stato acchiappato, coi piedi verso l'alto, in una rete. Davanti mio e le mie dita dei piedi sembravano toccarsi. Mi trovavo in una forma di O chiusa. Poi sentii come se mi piegassero in due e mi arrotolassero in un lenzuolo. I miei spasmi nervosi erano quelli che facevano che il lenzuolo si entusiasmasse con me nel centro. Quando si era entusiasmato non potei sentire oramai il mio corpo. Io ero solo una coscienza amorfa, un spasmo nervoso arrotolato in sé stesso. Quella coscienza andò a riposare dentro un fosso, dentro una depressione di sé stessa. Compresi allora l'impossibilità di descrivere quello che succede trasognando. Zuleica diceva che la coscienza del lato destro e quella del lato sinistro si arrotolano giunte. Entrambe arrivano a riposare fatte un solo mucchio nella concavità della seconda attenzione. Per trasognare, uno deve maneggiare tanto il corpo luminoso come il corpo fisico. In primo luogo, il centro della seconda attenzione nel guscio luminoso è forzato ad essere accessibile: o qualcuno lo spinge da fuori, o l'ensoñador lo sugge da dentro. Secondo, per slogare la prima attenzione, i centri del corpo fisico localizzati nel punto mezzo del corpo e nei polpacci, specialmente la destra, devono essere stimolati e posizionati egli più vicino possibile l'uno dell'altro fino a che sembrino unirsi. Questo si riesce collocare alla coscia destra contro il petto. Poi ha luogo la sensazione di essere arrotolato ed automaticamente la seconda attenzione prende il controllo. La spiegazione di Zuleica, data attraverso ordini, era la maniera più conveniente di descrivere quello che succede, perché nessuna delle esperienze sensoriali implicate in trasognare sono parte


del nostro inventario quotidiano. Innanzitutto la sensazione di un solleticamento fuori di me, era locale ed a causa di quell'era minima il turbamento del mio corpo sperimentandola. La sensazione di essere arrotolato in me stesso, d'altra parte, era molto più inquietante. Includeva una serie di sensazioni che lasciavano al mio corpo in un stato di emozione. Per esempio, io ero convinto che in un momento le dita dei miei piedi toccavano davanti mio. Per me, quello è una posizione impossibile da raggiungere; e tuttavia, io sapevo, oltre qualunque possibilità di dubbio, che mi trovavo dentro una rete, appeso coi piedi verso l'alto, con forma di pera, e con le dita dei piedi ben incollati a davanti mio. In un piano fisico mi sentivo seduto con le mie cosce ripiegate contro il petto. Anche Zuleica mi disse che la sensazione di essere arrotolato come se fosse un sigaro e posizionato dentro la concavità della seconda attenzione era il risultato di avere fuso la coscienza del lato destro e quella del lato sinistro fino a formare una sola, nella quale l'ordine di preponderanza era stato invertito ed il lato sinistro aveva la supremazia. Zuleica mi urse a che acutizzasse sufficientemente la mia attenzione egli come per presenziare al movimento opposto, questo è, le due attenzioni nuovamente trasformandosi in quello che sono normalmente, col lato destro portando le redini. Non arrivai mai a fare quello che mi chiedevo, ma mi ossessionai fino al punto di rimanere acchiappato in mortali titubanze causate per il mio impegno per osservare tutto. Zuleica dovette cambiare idea ordinandomi che cessasse i miei scrutini, dato che doveva altre cose fare. Zuleica mi disse che primo fra tutti io dovevo perfezionare il mio controllo al fine di potere muovermi a volontà. Incominciò la sua istruzione quando mi trovavo in un stato di veglia in riposo, ordinandomi ripetute volte aprire gli occhi. Mi costò moltissimo sforzo potere farlo, ma improvvisamente i miei occhi si aprirono e vidi a Zuleica su me. Io ero disteso. Non potei determinare dove. La luce era straordinariamente brillante, come se mi trovassi esattamente sotto ad un poderoso faretto elettrico, ma la luce non brillava direttamente sui miei occhi. Poteva vedere a Zuleica senza nessun sforzo. Mi ordinò che mi mettessi in piede mediante un atto di volontà. Mi disse che doveva spingermi a me stesso con la mia parte mezza che io avevo lì tre grossi tentacoli che poteva usare come stampelle per elevare tutto il mio corpo. . Tentai innumerabili volte di mettermi in piede. Fallii. Ebbi una sensazione di disperazione e di angoscia fisica che mi ricordavano gli incubi che aveva da bambino, nei quali non poteva svegliare e tuttavia mi trovavo completamente sveglio tentando di gridare. Finalmente Zuleica mi parlò. Mi disse che doveva seguire un certo ordine, e che era un'incapace e stupida manovra della mia parte lo spazientirmi ed agitare mi mangio se trattasse col mondo della vita giornaliera. Spazientirsi era corretto solo nella prima attenzione; la seconda attenzione era la calma stessa. Zuleica voleva che io ripetessi la sensazione che ebbi di scopare il suolo con la parte mezza. Pensai che per potere ripeterla doveva essere seduto. Senza nessuna premeditazione della mia parte, mi sedetti ed adottai la stessa posizione che usai la prima volta che ebbi quella sensazione. Qualcosa in me sbattè e di subitaneo io stavo in piede. Non poteva discernere che cosa aveva fatto per muovermi. Pensai che se tornava ad incominciare poteva essere cosciente del procedimento. Non appena ebbi quello pensiero mi scoprii di nuova costruzione. Mettendomi in piede un'altra volta mi resi conto che non c'era nessun procedimento che dovevo cercare di muovermi da un livello molto profondo per muovere. In altre parole, doveva essere assolutamente convinto che voleva muovermi, o chissà sarebbe più esatto esporre che doveva essere convinto che doveva muovermi. Una volta che avevo compreso questo principio, Zuleica mi fece praticare tutti gli aspetti concepibili del movimento volitivo. Quanto più praticava, più chiaro girava per me che trasognare in realtà era un stato razionale. Zuleica mi spiegò. Disse che trasognando, il lato destro, la coscienza razionale, rimane avvolta dentro la coscienza del lato sinistro al fine di dare all'ensoñador un senso di sobrietà e razionalità, ma che l'influenza della razionalità deve essere minima e deve usarsi solo come un meccanismo inibitorio che protegge all'ensoñador di eccessi ed imprese grottesche. Il seguente aspetto dell'istruzione consistè in dirigere il mio corpo di sogno. Don Juan aveva proposto, dalla prima volta che conobbi a Zuleica, il compito di contemplare il patio quando mi trovavo seduto nella scatola di legno. Meticolosamente mi misi a contemplarlo, a volte per ore. Io stavo sempre suolo nella casa di Zuleica. Sembrava che i giorni che io andavo tutti lì andavano via, o si nascondevano. Il silenzio e la solitudine mi soccorsero e riuscii a memorizzare


i dettagli del patio. Zuleica, quindi, mi propose il compito di aprire gli occhi mentre mi trovavo in un stato di veglia in riposo per vedere il patio. Riuscirlo mi prese molte sessioni. In un principio io aprivo gli occhi e la vedeva a lei, e lei, con una scossa del corpo, mi facevo rimbalzare, come se fosse palla, allo stato di vigilanza in riposo. In uno di quelli rimbalzi sentii un tremore intenso; qualcosa che si trovava localizzato nei miei piedi tintinnò verso l'alto ed arrivò al mio petto, e lo tossii; di notte la scena del patio uscì da me come se fosse emerso dai miei tubi bronchiali. Era qualcosa di simile al ruggito di un animale. Ascoltai la voce di Zuleica che mi arrivava come se fosse un tenue mormorio. Non potei comprendere che cosa diceva. Vagamente notai che mi trovavo seduto nella scatola di legno. Volli mettermi in piede ma notai che io non ero solido. Era come se il vento si portasse. Ascoltai allora molto chiara la voce di Zuleica dicendomi che non mi muovessi. Tentai di rimanere immobile ma alcuno forza mi tirò e svegliai nel corridoio. Silvio Manuel si trovava di fronte a me. Dopo ogni sessione di trasognare nella casa di Zuleica, Don Juan mi aspettavo sempre nell'oscuro corridoio. Mi portavo fuori della casa e mi facevo cambiare livelli di coscienza. Ma quella volta Silvio Manuel si trovava lì. Senza dirmi una sola parola, mi mise dentro un arnese e mi issò contro le travi del soffitto. Lì mi lasciò fino a mezzogiorno, quando venne Don Juan e mi fece scendere. Mi spiegò che il corpo si ingentilisce essendo sospeso, senza toccare il suolo, per un periodo di tempo, e che è essenziale farlo prima di un viaggio pericoloso come quello che io andavo ad intraprendere. Dovettero passare molte sessioni più di sogno fino a che imparai finalmente ad aprire gli occhi e vedere andasse già a Zuleica o il patio oscuro. Compresi allora che lei stessa stava trasognando tutto il tempo. Non era stato mai in persona oltre a mio nel corridoio. Io stavo nella cosa certa la prima notte quando credei che la mia schiena stava vicino alla parete. Zuleica era una voce di sogno. Durante una delle sessioni, quando aprii deliberatamente gli occhi per vedere a Zuleica, mi lasciò stupefatto trovare la Grassa come a Josefina affacciandosi su me insieme a Zuleica. L'aspetto finale del suo insegnamento cominciò allora. Zuleica c'insegnò ai tre a viaggiare con lei. Ci disse che nostra prima attenzione si trovava legata nelle emanazioni della terra, e che la seconda attenzione era legata nelle emanazioni dell'universo. Quello che voleva dire con quello è che un ensoñador, per definizione sta fuori dei limitrofo delle preoccupazioni della vita quotidiana. Come viaggiatrice del sogno, l'ultimo compito di Zuleica con la Grassa, Josefina e con me consisteva in temperare nostra seconda attenzione per potere seguirla nei suoi viaggi per la cosa ignorata. In sessioni successive, la voce di Zuleica mi disse che la sua "ossessione" mi orienterei ad un posto di appuntamento che in temi della seconda attenzione l'ossessione dell'ensoñador serve come guida, e che la sua si trovava concentrata in un posto reale oltre questa terra. Da lì mi chiamerei ed io dovrei usare la sua voce come se fosse una corda con la quale tirarmi. Niente successe in due sessioni; la voce di Zuleica risultava più tenue come parlava, ed a me mi preoccupavo non potere seguirla. Non mi ero detto quello che doveva fare. Sperimentai anche una pesantezza disabituata. Non poteva rompere una stridente forza alla mia periferia che mi sottomettevo e che impedivo di uscire dallo stato di veglia in riposo. Durante la terza sessione, improvvisamente aprii gli occhi senza c'esserlo almeno tentato. Zuleica, la Grassa e Josefina mi osservavano. Io stavo in piedi, con esse. Immediatamente mi resi conto che ci trovavamo in qualche posto sconosciuto per me. Il tratto più ovvio era una brillante luce diretta. Tutta la scena era inondata di una poderosa luce bianca, come di neon. Zuleica sorrideva come invitandomi a vedere intorno a me. La Grassa e Josefina sembravano tanto caute come me. Zuleica c'indicò che ci muovessimo. Ci trovavamo a campo aperto, in piedi nel centro di un circolo deslumbrador. Il suolo sembrava essere roccia dura, oscura, e tuttavia rifletteva molto dell'accecante luce bianca che consenso di sopra. La cosa estraneo era che benché, io sapevo che la luce era eccessivamente intensa per i miei occhi, non mi ferii nella cosa minima quando alzai la testa e scoprii la sua fonte. Era il sole. Io stavo guardando direttamente al sole, il quale, chissà a causa di che io stavo trasognando, era intensamente bianco. Anche la Grassa e Josefina guardavano direttamente al sole, apparentemente senza nessun effetto dannoso. Improvvisamente, mi sentii assentarsi. La luce era troppo strana. Era una luce implacabile; sembrava stagnarmi creando un vento che io potevo sentire. Ma non poteva sentire


niente di caldo. Credeva che la luce era maligna. All'unisono, la Grassa, Josefina ed io c'accoccoliamo come bambini spaventati, in tomo a Zuleica. Ella ci raggruppò. Poi l'abbagliante luce bianca incominciò a diminuire gradualmente fino a che sparì completamente. Nel suo posto rimase una tranquilla luce giallognola. Mi resi allora totale conto che non ci trovavamo nella terra. Il suolo era di colore terracotta bagnata. Non c'erano montagne, ma dove ci trovavamo neanche era terra piana. Era un suolo asolanado, pieno di crepe e macchie. Sembrava un infuriato mare secco di terracotta. Poteva vederlo intorno a tutto mio, come se mi trovassi in mezzo all'oceano. Guardai sopra: il cielo aveva perso il suo stridente splendore. Era offusco, ma non azzurro. Una stella brillante, incandescente, si trovava vicino all'orizzonte. Ebbi allora la certezza che stavamo in un mondo con due soli, due stelle. Un'era enorme e si era nascosto già; l'altra era più piccola o chissà più distante. Volli fare domande, camminare per di là e vedere cose. Con un segno, Zuleica c'ordinò che rimanessimo quieti. Ma qualcosa sembrava tirarci. Improvvisamente, la Grassa e Josefina non furono più; ed io mi svegliai. Da quella volta non ritornai più a casa di Zuleica. Don Juan mi facevo cambiare livelli di coscienza nella sua propria casa o dove stessimo, ed io incominciavo a trasognare. Zuleica, la Grassa e josefina mi aspettavano sempre. Ritorniamo alla stessa scena un ed un'altra volta, fino a che ci fosse completamente conosciuta. Ogni volta che potevamo, evitavamo lo splendore, la luce del giorno, ed arrivavamo quando era di notte, giostro in tempo per presenziare all'uscita di un astro colossale: qualcosa di tale grandezza che quando erupcionaba sulla dentata linea dell'orizzonte, copriva più della metà del piano di cento ottanta gradi di fronte a noi. L'astro era bello, e la sua salita sull'orizzonte era qualcosa di tanto inaudita che io avessi potuto rimanere lì un'eternità solo per presenziare a quella vista. L'astro riempiva quasi tutto il firmamento quando arrivava allo zenit. Noi ci stendevamo invariabilmente di spalle per contemplarlo. Aveva configurazioni consistenti che Zuleica c'insegnò a riconoscere. Notai che non era una stella. Rifletteva la luce; doveva essere stato un corpo opaco perché la luce che rifletteva era debole in relazione col monumentale volume. C'erano enormi macchie marrone che erano permanenti nella sua superficie di colore giallozafferano. Zuleica ci portò sistematicamente a viaggi che oltrepassavano le parole. La Grassa diceva che Zuleica portò ancora più lontano a Josefina, più profondo nella cosa ignorata, perché Josefina, come Zuleica, era pazza; nessuna delle due possedeva quello centro di razionalità che proporziona sobrietà all'ensoñador; pertanto, non avevano barriere né interesse in cercare cause razionali per nessuna cosa. La cosa unica che Zuleica mi disse circa i nostri viaggi che sembrava una spiegazione, era che il potere che gli ensoñadores ha di concentrarsi sulla sua seconda attenzione li trasformava in bande viventi di gomma elastica. Quanto più forti ed impeccabili erano le ensoñadores più lontano potevano proiettare la sua seconda attenzione nella cosa ignorata e più tempo potevano mantenere questa proiezione. Don Juan diceva che i miei viaggi con Zuleica non erano illusione, e che ogni cucia che io avevo fatto con lei era un passo verso il controllo della seconda attenzione; in altre parole, Zuleica si stava abituando la predisposizione percettivo di quell'altro dominio. Tuttavia, egli non poteva spiegare la natura esatta di quelli viaggi. O chissà non voleva farlo. Mi disse che se egli si arrischiava a spiegare la predisposizione percettivo della seconda attenzione in termini della prima attenzione, rimarrebbe irrimediabilmente acchiappato in parole. Voleva che io trovassi la mia propria spiegazione, e quanto più io pensavo a ciò più chiaro tornava per me che era impossibile farlo. La rinuncia di Don Juan era funzionale. Sotto la guida di Zuleica portai a termine vere visite a misteri che si trovano certamente oltre la cornice della mia ragione, ma ovviamente dentro le possibilità della mia coscienza normale. Imparai a viaggiare verso qualcosa di incomprensibile e finii, come Emilito e Juan Tuma, copilando i miei propri racconti dell'eternità. XIV. FLORINDA La Grassa ed io eravamo totalmente di accordo in che contemporaneamente in che Zuleica c'aveva insegnato la complessità del sogno, noi avevamo accettato tre fatti innegabili: che la


regola è una mappa che occulta in noi giace un'altra coscienza e che è possibile penetrare in quella coscienza. Don Juan era riuscito quello che la regola prescriveva. La regola determinava che il seguente passo di Don Juan consisteva in presentarmi a Florinda, l'unica del suo gruppo che io non avevo conosciuto. Don Juan mi disse che doveva andare a casa di Florinda io suolo, perché quello che accadesse tra Florinda ed io non aveva niente a che vedere con altri. Mi disse che Florinda sarebbe la mia guida personale, esattamente come se io fossi un nagual come egli. Egli aveva avuto quello tipo di relazione con la guerriero del gruppo del suo benefattore paragonabile a Florinda. Don Juan mi lasciò un giorno alla porta della casa di Nélida. Mi disse che entrasse che Florinda mi aspettavo nell'interno. - È un onore conoscerla - dissi alla donna che mi aspettavo nel corridore. - Io sono Florinda - disse. Ci guardiamo in silenzio. Rimasi stupefatto. Il mio stato di coscienza era più acuto che mai. E non sono tornato mai a sperimentare una sensazione paragonabile. - Che nome tanto bello - potei dire, ma voleva dire molto più che quello. Il nome non mi era raro, semplicemente non aveva conosciuto nessuno, fino a quello giorno, che fosse l'essenza di quello nome. Alla donna che si trovava di fronte a me gli rimaneva come se l'avessero fatto per lei, o magari era come se ella avesse fatto che la sua persona incastrasse nel nome. Fisicamente era identica a Nélida, ad eccezione che Florinda sembrava avere più fiducia in sé stessa, e più autorità. Era ben alta e snella. Aveva la pelle chiara della gente del Mediterraneo; di ascendenza spagnola, o chissà francese. Era già di età, e tuttavia non era debole né invecchiata. Il suo corpo era agile, flessibile e magro. Gambe lunghe, tratti angolari, bocca piccola, un naso accuratamente scolpito, occhi oscuri, capello intrecciato e completamente bianco. Né doppio mento né pelle pendente nel viso e collo. Era vecchia come se l'avessero sistemata per sembrare vecchia. Ricordando, retrospettivamente, il mio primo incontro con lei, mi viene completamente nella mente qualcosa senza relazione ma a proposito. Una volta vidi dietro allora in una rivista una fotografia presi venti anni di un'attrice di Hollywood giovane che aveva dovuto caratterizzare si ferma rappresentare la carta di una donna che invecchiava. Vicino alla fotografia, la rivista aveva pubblicato una foto della stessa attrice come si vedeva dopo venti veri anni di vita ardua. Florinda, nel mio giudizio soggettivo, era come la prima immagine dell'attrice di cinema, una ragazza truccata per verta vecchia. - Che cosa è quello che abbiamo qui? - mi disse, pizzicandomi -. Non sembri gran cosa. Floscio. Pieno di pecadillos piccolini ed alcuni grandi, ehi? La sua franchezza mi ricordò quella di Don Juan, come la forza interna del suo sguardo. Avevo pensato, rivedendo la mia vita con Don Juan che i suoi occhi stavano sempre in riposo. Era impossibile vedere agitazione in essi. Non era che gli occhi di Don Juan fossero begli. Ho visto occhi abbaglianti, ma non ho scoperto mai che dicano qualcosa. Gli occhi di Florinda, come quelli di Don Juan, mi davano la sensazione che avevano visto tutto quello che può vedersi; erano sereni, ma non dolci. L'eccitazione in quegli occhi aveva affondato in dentro e si era trasformato in qualcosa che posso descrivere solo come vita interna. Florinda mi portò attraverso la sala fino ad un patio coperto. Ci sediamo su alcuni comode poltrone. I suoi occhi sembravano cercare qualcosa nel mio viso. - Sai chi io sono e quello che si suppone che devo fare con te? - domandò. Gli dissi che tutto quello che sapeva circa ella, e la sua relazione con me, era quello che Don Juan aveva abbozzato. Nel corso della mia spiegazione la chiamai signora Florinda. - Non mi chiamare signora Florinda - mi chiese con un gesto infantile di irritazione e gravidanza -. Ancora non sono tanto vecchia, e neanche tanto rispettabile. Gli domandai come voleva che la trattasse. - Solamente Florinda - disse -. In quanto a chi sono, posso dirti immediatamente che sono una guerriera che conosce i segreti dello spiare. Ed in quanto a quello che si suppone che devo fare con te, posso dirti che ti insegno i primi sette principi dell'agguato, i tre primi principi della regola per gli acechadores, e le tre primi manovre dell'agguato. Aggregò che per ogni guerriero la cosa normale era dimenticare quello che accade quando le azioni succedono nel lato sinistro, e che mi sarei da anni arrivare a comprendere quello che andava ad insegnarmi. Disse che la sua istruzione era appena il principio, e che qualche giorno


finirebbe i suoi insegnamenti ma sotto condizioni differenti. Gli domandai se lo disturbava che gli facesse domande. - Domanda quello che voglia - disse -. Tutto quello che ho bisogno di te è che ti impegni a praticare. Dopo tutto, in un modo o nell'altro già sai molto bene quello che trattiamo. I tuoi difetti consistono in che non hai fiducia in te stesso ed in cui stai disposto a reclamare la tua conoscenza come potere. Il nagual, essendo uomo, ti ipnotizzò. Non puoi agire per il tuo proprio conto. Solo una donna può liberarsi di quello. ‘Incomincerò raccontandoti la storia della mia vita, e, facendolo, le cose ti chiariscono. Devo contartela in pezzetti, e così dovrai venire dritto qui. ' La sua apparente disposizione a parlare della sua vita mi sorprese perché era il contrario alla reticenza che gli altri mostrava per rivelare qualunque cosa personale. Dopo anni di stare con essi, io avevo accettato tanto indisputabilmente i suoi modi di fare che quello tentativo volontario di rivelarmi la sua vita personale mi fu inquietante. L'asseverazione mi mise immediatamente in guardia. - Perdono - dissi -, disse lei che pensa rivelarmi la sua vita personale? - Perché no? - domandò. Gli risposi con una lunga spiegazione di quello che Don Juan si era detto circa l'opprimente forza della storia personale, e della necessità che hanno i guerrieri di cancellarla. Conclusi tutto dicendolo che Don Juan mi ero proibito terminantemente parlare della mia vita. Rise con una voce molto acuta. Sembrava essere incantata. - Quello si applica solo agli uomini - disse -. Per esempio, il no-fare della tua vita personale consiste in raccontare racconti interminabili ma nessuno di essi sulla tua vera identità. Come vedi, essere uomo significa che hai una solida storia oltre a te. Hai famiglia, amici, conosciuti, ed ognuno di essi ha un'idea definita di te. Essere uomo significa che sei responsabile. Non puoi sparire tanto facilmente. Per potere cancellare la tua storia hai bisogno di molto lavoro. Il "mio caso è distinto. Essere donna mi dà un splendido vantaggio. Non devo rendere conto. Sapevi tu che le donne non devono rendere conti? - Non so che cosa voglia dire con rendere conto - dissi. - Voglio dire che una donna può sparire facilmente - rispose -. Una donna può, se non c'è più, sposarsi. La donna appartiene al marito. In una famiglia con molti figli, le figlie si scartano con facilità. Nessuno conto con esse e fino a è possibile che esse un giorno spariscano senza lasciare rastrello. La sua sparizione si accetta con facilità. "Un figlio, d'altra parte, è qualcosa in quello che uno investe. Ad un figlio non gli è tanto facile sfuggire e sparire. E nonostante se lo fa, lascia orme oltre a sé. Un figlio si sente colpevole per sparire. Una figlia, no. "Quando il nagual ti allenò a non dire una parola circa la tua vita personale, quello che egli trattava era aiutarti a vincere quell'idea che hai che facesti male alla tua famiglia ed i tuoi amici che contavano con te di una forma o un'altra. "Dopo avere lottato tutta una vita, il guerriero finisce, ovviamente, cancellandosi, ma quella lotta lascia tacche nell'uomo. Diventa riservato, sempre in guardia contro sé stesso. Una donna non deve combattere con quelle privazioni. La donna è già preparata a svanire in piena aria. E per certo, quello è quello che si aspetta che faccia presto o tardi. "Essendo donna, i segreti non mi importano un cetriolo. Non mi sento obbligata a conservarli. L'ossessione per i segreti è la maniera come pagano voi gli uomini per essere importanti nella società. La contesa è solo per gli uomini, perché li offende il dovere cancellarsi e trovano maniere curiose di riapparire, come sia, ogni tanto. Guarda per esempio quello che a te te passa,; lì barella dando classi e parlando con tutto il mondo. Florinda mi mettevo nervoso di una maniera molto peculiare. Mi sentivo stranamente inquieto nella sua presenza. Io ammettevo senza vacillazione che anche Don Juan e Silvio Manuel mi facevano sentire nervoso ed apprensivo, ma di una maniera molto distinta. In realtà li aveva paura, specialmente a Silvio Manuel. Mi spaventavo e, tuttavia, aveva imparato a vivere col mio terrore. Florinda non mi spaventavo. Il mio nervosismo era piuttosto una specie di fastidio; mi sentivo scomodo con la sua franchezza e garbo. Ella non fissava il suo sguardo su me della maniera come Don Juan e Silvio Manuel lo facevano. Essi mi scrutinavano sempre fissamente fino a che io muovevo il viso in un gesto di sottomissione. Florinda mi guardavo solo per un istante. I suoi occhi andavano continuamente di una cosa all'altra. Sembrava esaminare non solo i miei occhi, bensì ogni centimetro del mio viso


e del mio corpo. Come parlava, i suoi occhi si muovevano, con sguardi rapidi, del mio viso alle mie mani, o ai suoi piedi, o al soffitto. - Non ti senti molto bene con me, verità? - mi domandò. Definitivamente la sua domanda mi prese per sorpresa. Risi. Il suo tono non era bellicoso nella cosa più minima. - Sì - dissi. - Ah, è perfettamente comprensibile - proseguì -. Sei abituato ad essere uomo. Per te la donna si fece solo per il tuo uso. Tu credi che la donna è stupida di natura. Ed il fatto che sei uomo e nagual ti fa ancora le cose più difficili. Mi sentii obbligato a difendermi. Pensai che era una dama ostinata e voleva dirsilo nel viso. Incominciai molto bene, ma mi sgonfiai quasi subito sentendo la sua risata. Era una risata gioiosa e giovanile. Don Juan e dono Genaro normalmente ridevano spesso di me di quella maniera. Ma la risata di Florinda aveva una vibrazione distinta. Non c'era nessuna premura, nessuna pressione in lei. - Migliore vámonos dentro - disse -. Non deve avere niente che ti distragga. Il nagual Juan Matus si è distrarsi già quanto basta, si è mostrato il mondo; quell'era importante per quello che ti doveva dire. Io devo altre cose dirti che richiedono un altro ambiente. Ci sediamo su un sofà con sedili di cuoio, in una stanza con porta al patio. Mi sentii lì molto a gusto. Immediatamente ella cominciò con la storia della sua vita. Mi disse che era nato nella Repubblica Messicana, in una città abbastanza grande. La sua famiglia era sistemata. Come era figlia unica, i suoi genitori la consentirono dal momento in cui nacque. Senza nessun tratto di falsa modestia, Florinda ammise che seppe sempre che era bella. Disse che la bellezza è un demonio che si genera e prolifera quando lo è ammirato. Mi assicurò che poteva dire senza il minore dubbio che quello demonio è il più difficile da vincere, e che se io esaminavo la gente bella troverebbe gli esseri più infelici che possano immaginarsi. Non voleva discutere con lei, ma aveva un desiderio sommamente intenso di dirgli che era abbastanza dogmatica. Dovette dare si racconta dei miei sentimenti. Mi strizzò un occhio. - Sono esseri sfortunati, credimi lo - continuò -. Spronali. Falloro sapere che non sei di accordo con la sua idea che sono begli e per quel motivo importanti. Vedi quello che passa. Florinda continuò con la sua storia. Disse che non era possibile incolpare totalmente i suoi genitori o incolparsi lei stessa per la sua presunzione. Tutti quelli che la circondavano dalla sua infanzia avevano cospirato per farle sentire importante ed unica. - Quando aveva quindici anni - proseguì -, io ero sicuro di essere la cosa più squisita che pestò la terra. Tutto il mondo me lo diceva, specialmente gli uomini. Confessò che durante gli anni della sua adolescenza godè del corteo e l'adulazione di numerosi ammiratori. Ai diciotto, giudiziosamente decise di sposarsi col migliore candidato entri non meno di undici seri pretendenti. Si sposò con Celestino, un uomo di risorse, quindici anni maggiore che ella. Florinda descriveva la sua vita di sposata come il paradiso terreno. Al suo enorme circolo di amici aggiunse quelli di Celestino. L'effetto totale era una vacanza perenne. La sua estasi, tuttavia, durò solo sei mesi, che passarono quasi senza notarsi. Tutto arrivò ad un fine della cosa più ripida e brutale quando contrasse una malattia misteriosa e paralizante. Il piede, caviglia e polpaccio della sua gamba sinistra incominciarono a gonfiarsi. La sua bella figura si rovinò. Il gonfiore fu tanto intenso che non potè camminare più. I tessuti cutanei incominciarono a gonfiarsi ed a suppurare. Tutta la parte inferiore della sua gamba sinistra, del ginocchio verso il basso, si riempì di croste e di una secrezione pestilente. La pelle si indurì. E la malattia fu diagnosticata come elefantiasi. I tentativi che fecero i medici per curarla furono rozzi e dolorosi, e la conclusione finale fu che in Europa c'erano solo centri medici il sufficientemente avanzati per intraprendere una cura. In questione di tre mesi il paradiso di Florinda si era trasformato in un inferno nella terra. Disperata ed in vera agonia voleva morire prima che seguire così. La sua sofferenza era tanto pratica che un giorno una domestica che non potè sopportare oramai più vederla così, gli confessò che l'antico amante di Celestino l'aveva subornata affinché gettasse un certo miscuglio nel suo cibo: un veleno manufatto per stregoni. La domestica, come atto di contrizione, promise portarla con una guaritrice, una donna che si diceva era l'unica che poteva resistere quello veleno. Florinda rise ricordando il suo dilemma. Era una devota cattolica. Non credeva in stregonerie né


in guaritori indio. Ma i suoi dolori erano tanto intensi, e la sua condizione tanto seria che stava disposta a provare qualunque cosa. Celestino si opporsi decisamente. Voleva inviare alla domestica alla prigione. Florinda intercedè, non tanto per compassione bensì per paura di che non potesse trovare la guaritrice ella sola. Florinda si mise improvvisamente in piede. Mi disse che doveva andare via. Mi prese del braccio e mi condusse alla porta come se io fossi il suo più antico e caro amico. Mi spiegò che mi trovavo finito, poiché stare nella coscienza del lato sinistro è una condizione fragile e speciale che deve usarsi parsimoniosamente; e, per certo, non è un stato di potere. La prova risiedeva in che quasi io ero morto quando Silvio Manuel tentò di raggruppare la mia seconda attenzione forzandomi ad entrare in lei. Florinda mi disse che non c'è maniera in cui uno possa ordinare qualcuno, o ad uno stesso, a fare quello che i guerrieri chiamano "ripiegare" la conoscenza. Piuttosto quello è un tema lento; il corpo, nel momento adeguato ed abbasso le appropriate circostanze di impeccabilità, raggruppa la sua conoscenza senza l'intervento della volizione. Rimaniamo nella porta principale per un momento, scambiando commenti gradevoli e trivialità. Improvvisamente disse che il nagual Juan Matus si era stato con lei da quello giorno perché egli sapeva che stava per finire la sua permanenza nella terra. Le due forme di istruzione che io avevo ricevuto, di accordo col piano di Silvio Manuel, si erano portati già a termine. Tutto quello che rimaneva in attesa era quello che ella doveva dire. Sottolineo che la sua non era propriamente un'istruzione parlando, bensì piuttosto l'atto di stabilire un vincolo con lei. La prossima volta che Don Juan mi portò dove Florinda, un momento prima di lasciarmi nella porta mi ripetè che ella mi ero detto già che si stava avvicinando il momento in che egli ed il suo gruppo andavano ad entrare nella terza attenzione. Prima che potesse fargli domandi, mi spinse all'interno della casa. Il suo spintone mi inviò non solo dentro alla casa, ma anche dentro allo stato di coscienza più acuto. Vidi la parete di nebbia. Florinda si trovava nell'entrata. Mi prese del braccio e silenziosamente mi portò alla sala. Prendiamo posto. Volli iniziare una conversazione ma non potei parlare. Ella mi spiegò che un spintone dato da un guerriero impeccabile, come il nagual Juan Matus, può causare lo spostamento di un'a un'altra area della coscienza. Disse che sempre il mio errore era consistito in credere che i procedimenti sono importanti. Il procedimento di spingere un guerriero ad un altro stato di coscienza è utilizzabile se entrambi i partecipanti, specialmente quello che spinge, sono impeccabili e si trovano influenzati di potere personale. Il fatto di stare vedendo la parete di nebbia mi facevo sentire terribilmente nervoso. Il mio corpo tremava incontrolablemente. Florinda disse che io tremavo perché aveva imparato ad assaggiare il movimento, l'attività quando mi trovavo in quello stato di coscienza, e che anche io potevo imparare ad assaggiare le parole, quello che qualcuno si stesse dicendo. Mi diede dopo la ragione per la quale era conveniente essere posizionato nella coscienza del lato sinistro. Disse che forzandomi ad entrare in un stato di coscienza accresciuta e permettendomi solo di trattare coi suoi guerrieri quando mi trovavo in quello stato, il nagual Juan Matus si stava assicurando che io avrei un punto di appoggio. La sua strategia consisteva in coltivare una piccola parte dell'altra io riempendolo premeditatamente di ricordi personali. Quelli ricordi si dimenticano solo affinché qualche giorno risorgano e servano come quartiere di avamposto dal quale partire verso l'incommensurabile vastità dell'altra io. Come io ero tanto nervoso, Florinda propose calmarmi proseguendo con la storia della sua vita che, mi chiarificò, non si trattava della storia della sua vita come donna, ma era la storia di come una donna deplorevole si era convertita in guerriera. Mi disse che una volta che si risolse a vedere la guaritrice, non ebbe oramai come fermarla. Iniziò il viaggio, portata in una barella per la domestica e quattro uomini; fu un viaggio di due giorni che cambiò il corso la sua vita. Non c'erano strade. Il terreno era montagnoso ed a volte gli uomini dovettero caricarla nelle sue spalle. Arrivarono al tramonto a casa della guaritrice. Il posto si trovava ben illuminato e c'era lì molta gente. Florinda mi disse che un signore anziano molto simpatico l'informò che la guaritrice era uscita tutto il giorno a trattare un paziente. L'uomo sembrava essere molto bene informato delle attività della guaritrice e Florinda trovò che gli era molto facile parlare con lui. Era molto sollecito e gli confidò che egli anche era malato. Descrisse la sua malattia come una condizione incurabile che lo faceva dimenticarsi del mondo. Conversarono amichevolmente fino a che si fece tardi. Il signore era tanto signorile che perfino gli cedè il suo letto affinché ella potesse


poggiare ed aspettare fino al giorno dopo, quando ritornerebbe la guaritrice. Nella mattina; Florinda disse che improvvisamente la svegliò un dolore acuto nella gamba. Una donna lo muoveva la gamba, pressandola con un pezzo di legno lucido. - La guaritrice era una donna bella - proseguì Florinda -. Guardò la mia gamba e mosse la testa. Già Lei chi ti fece "questo", mi disse. "O gli hanno dovuto pagare molto bene, o ti guardò e si rese conto che sei un sguattero stupida che vale madre. Come credi che fosse"? Florinda rise. Mi disse che la cosa unica che gli fu successo fu che la guaritrice o era pazza o era una donna grossolana. Non poteva concepire che qualcuno nel mondo potesse credere che ella era un essere che non valesse niente. Perfino, malgrado si trovasse in mezzo a dolori acuti, gli fece sapere della donna, senza misurare parole, che ella era una persona ricca ed onorevole, e che nessuno poteva prenderla per pagliaccia. Florinda disse che la guaritrice cambiò subito atteggiamento. Si sembrò aversi spaventato. Rispettosamente a lei si diresse dicendogli "signorina", si alzò dalla sedia dove era seduta ed ordinò che tutti uscissero dalla stanza. Quando furono sole, la guaritrice si scagliò su Florinda, si sedette nel letto e lo spinse all'indietro la testa sul bordo del letto. Florinda resistè con tutta la sua forza. credette che l'andasse ad ammazzare. Volle gridare, mettere in guardia ai suoi domestici, ma rapidamente la guaritrice lo coprì la testa con una ripara e lo coprì il naso. Florinda annegava e dovette respirare con la bocca aperta. Quanto più lo pressava il petto la guaritrice e quanto più gli stringeva il naso, Florinda apriva sempre di più la bocca. Quando notò quello che realmente la guaritrice stava facendo, aveva bevuto già tutto lo schifoso liquido che conteneva una gran bottiglia che la guaritrice l'aveva collocato nella bocca. Florinda commentò che la guaritrice l'aveva maneggiata tanto bene che neanche ella si ingozzò malgrado la sua testa pendesse ad un lato dal letto. - Bevvi tanto liquido che stetti per vomitare - continuò Florinda -. La guaritrice mi fece sedere e mi guardò fissamente agli occhi, senza sbattere le palpebre. Io volevo mettermi il dito nella gola e vomitare. Mi diede sentieri schiaffi fino a che mi sanguinarono le labbra. Un'indiana dandomi di schiaffi! Tirando fuori mi sanguini delle labbra! Mio padre o mia madre mi avevano messo neanche sopra le mani. La mia sorpresa fu tanto enorme che mi dimenticai della nausea. "Chiamò la mia gente e disse loro che mi portassero a casa. Poi si inclinò su me e mi mise la bocca nell'udito affinché nessuno più potesse sentirla. ‘Bensì ritorni in nove giorni, stupido ', mi sussurrò, ‘gonfi come rospo e che Dio ti protegga da quello che si aspetta '. Florinda mi contò che il liquido l'aveva irritato la gola e le corde vocali. Non poteva emettere una sola parola. Questa era, tuttavia, la minorenne delle sue preoccupazioni. Quando arrivò a casa sua, Celestino l'aspettava, frenetico, vociferando pieno di rabbia. Come non poteva parlare, Florinda ebbe la possibilità di osservarlo. Notò che la sua ira non si doveva ad una preoccupazione per lo stato di salute di lei, era piuttosto un'inquietudine dovuto alla paura che i suoi amici si prendessero gioco di lui. Essendo uomo benestante e di posizione sociale, non poteva tollerare che lo considerassero come qualcuno che ricorre a guaritrici indio. Con urla, Celestino gli disse che si lamenterebbe al comandante dell'esercito e che farebbe che i soldati catturassero la guaritrice e la portassero al paese per frustarla e metterla nella prigione. Queste non furono minacce vane; in realtà, Celestino obbligò il comandante affinché inviasse una pattuglia a catturare la guaritrice. I soldati ritornarono dopo alcuni giorni con la notizia che la donna era fuggita. La domestica tranquillizzò a Florinda assicurandolo che la guaritrice starebbe aspettandola se ella si arrischiava a ritornare. Benché l'infiammazione della gola persistesse al punto che non poteva ingerire cibo solido ed appena poteva prendere liquidi, Florinda non vedeva l'ora di girare alla guaritrice. La medicina aveva mitigato il dolore della sua gamba. Quando fece conoscere le sue intenzioni a Celestino, questo diventò tanto furioso che assunse certe persone affinché l'aiutasse a mettere fine per sé stesso a tutta quell'insensatezza. L'e tre dei suoi uomini di fiducia uscirono prima a cavallo che ella. Quando Florinda arrivò a casa della guaritrice, sperava di trovarla chissà morta, ma invece di quello trovò a Celestino seduto, assolo. Aveva inviato ai suoi uomini a tre distinti posti della rotta con ordini di portare alla guaritrice, per mezzo della forza se quell'era necessario. Florinda riconobbe l'anziano che aveva conosciuto la volta anteriore, lo vide come tentava di calmare a Celestino, assicurandolo che alcuno degli uomini ritornerebbe magari presto con la donna. Non appena Florinda fu posizionato in un letto nell'entrata della casa, la guaritrice uscì da una stanza. Incominciò ad insultare a Celestino, gridando egli oscenità fino a che egli si indignò tanto


che si lanciò a batterla. L'anziano lo contenne e lo supplicò che non gli attaccasse. Glielo implorò di ginocchia, facendo vederlo che la guaritrice era già una donna di età. Celestino non si commosse. Disse che benché fosse vecchia, egli l'andava a frustare con le redini del suo cavallo. Avanzò per afferrarlo, ma si trattenne in secco. Sei uomini di apparenza temibile uscirono di dietro i cespugli brandendo machete. Florinda mi disse che il terrore paralizzò a Celestino nel posto dove si trovava. Rimase mortalmente pallido. La guaritrice andò da lui e gli disse che o docilmente si lasciava che ella gli desse di fruste nel posteriore, o i suoi aiutanti lo farebbero pezzi. In un momento, la guaritrice lo ridusse a niente. Rise di lui nel suo viso. Sapeva che l'aveva dominato e lo lasciò affondare. Lo stesso si mise nella trappola - proseguì Florinda -, come buon stupido imprudente che era, ubriacato con le sue idee bonaccione di essere uomo benestante e di posizione sociale. Con tutta la cosa orgogliosa che era, Celestino si incurvò docilmente affinché lo frustassero. Florinda mi guardò e sorrise. Stette in silenzio durante alcuni momenti. - Il primo principio dell'arte di spiare è che i guerrieri scelgono il suo campo di battaglia - mi disse -. Un guerriero entra solo in battaglia quando sa tutto quello che può circa il campo di lotta. Nella battaglia con Celestino, la guaritrice mi insegnò il primo principio di spiare. "Dopo, ella si avvicinò a dove mi avevano coricato. Io piangevo perché era la cosa unica che poteva fare. Ella sembrava preoccupata. Mi coprì le spalle con mio ripara e sorrise e mi strizzò un occhio." Segue "ancora il trattamento, vecchia stupida", disse. ‘Ritorna non appena possa se è che vuoi continuare a vivere. Ma non portare al tuo modello con te, vecchia reputa. Porta nient'altro al quale siano assolutamente necessario '. Florinda fissò i suoi occhi a me per un momento. Del suo silenzio conclusi che aspettava commenti. - Eliminare tutta la cosa non necessaria è il secondo principio dell'arte di spiare - disse, senza darmi tempo di dire niente. Io ero tanto assorto nella sua narrazione che non mi ero reso conto che la parete di nebbia era sparita, semplicemente notai che non stava oramai lì. Florinda si alzò dalla sua sedia e mi portò alla porta. Lì rimaniamo un momento, come avevamo fatto alla fine di nostro primo incontro. Florinda disse che anche l'ira di Celestino aveva permesso alla guaritrice di dimostrargli - non alla sua ragione, bensì al suo corpo - i primi tre precetti della regola per acechadores. Benché la sua mente fosse concentrata esclusivamente in lei stessa, poiché niente esisteva per lei a parte il suo dolore fisico e dell'angoscia di perdere la bellezza, il suo corpo sé potè riconoscere tutto quello che accadde; e più tardi tutto quella che necessitò fu una lieve reminescenza al fine di collocare ogni cucia nel suo posto. - I guerrieri non hanno al mondo affinché li protegga, come l'hanno altre persone, e così devono avere la regola - proseguì -. Tuttavia, la regola degli acechadores si applica a chiunque. "L'arroganza di Celestino fu la sua rovina ed il principio della mia istruzione e liberazione. La sua importanza personale che era anche la mia, ci forzò ai due a credere che praticamente stavamo al di sopra di tutti. La guaritrice ci scese a quello che siamo in realtà: niente. "Il primo precetto della regola è che tutto quello che ci circonda è un mistero insondabile. "Il secondo precetto della regola è che dobbiamo tentare di decifrare quelli misteri, ma senza avere la minore speranza di riuscirlo. "Il terzo è che un guerriero, cosciente dell'insondabile mistero che lo circonda e cosciente del suo dovere di tentare di decifrarlo, prende il suo legittimo posto tra i misteri ed egli stesso si considera uno di essi. Quindi, per un guerriero il mistero di essere non ha fine, benché essere significhi essere una pietra o una formica o uno stesso. Quella è l'umiltà del guerriero. Uno è uguale a tutto. Ebbe luogo un silenzio lungo e forzato. Florinda sorrise, giocando con la punta della sua lunga treccia. Mi disse dopo che avevamo parlato già quanto basta. La terza volta che andai a vedere a Florinda, Don Juan non mi lasciò nella porta, ma entrò con me. Tutti i membri del suo gruppo erano congregati nella casa, e mi salutarono come se fosse il figlio prodigo che ritorna alla casa dopo un lungo viaggio. Fu un evento squisito che integrò a Florinda col resto di essi nei miei sentimenti, dato che era la prima volta che ella li era uniti quando io ero presente.


La seguente volta che andai a casa di Florinda, Don Juan mi spingo come l'aveva fatto inaspettatamente prima. La mia sorpresa fu immensa. Florinda mi aspettavo nell'entrata. Istantaneamente io ero entrato nello stato nel quale è visibile la parete di nebbia. - Ti ho contato come mi insegnarono i principi dell'arte di spiare - disse, non appena prendiamo posto nel sofà della sua sala -. Ora, tu devi fare la stessa cosa. Come te li insegnò il nagual Juan Matus? Gli dissi che non poteva ricordare subito. Doveva pensare, e non poteva pensare. Il mio corpo era spaventato. - Non complicare le cose - mi disse con tono autoritario -. Il tiro è la semplicioneria. Applica tutta la concentrazione che hai per decidere se entri o non nella battaglia, perché ogni combatte è di vita o morte. Questo è il terzo principio dell'arte di spiare. Un guerriero debito di essere disposto ed elenco per entrare nella sua ultima battaglia, al momento ed in qualunque posto. Ma non così nomás alla matta. Io non potevo organizzare i miei pensieri. Allungai le gambe e mi stesi nel sofà. Inalai profondamente varie volte per calmare l'agitazione del mio stomaco che sembrava stare fatti nodi. - Bene - disse Florinda -, vedo che stai applicando il quarto principio dell'arte di spiare. Riposa, dimenticati di te stesso, non avere paura di niente. Solo allora i poteri che ci guidano ci fanno la strada e ci soccorrono. Solo allora. Lottai per ricordare come Don Juan mi ero abituato i principi dell'arte di spiare. Per aluna ragione inspiegabile la mia mente si ricusava a concentrarsi su esperienze passate. Don Juan era solo un vago ricordo. Mi misi in piede ed incominciai ad esaminare il salone. La stanza in che ci trovavamo era stata sistemato squisitamente. Il piano era fatto con grandi mattonelle di colore di davanti a; quello che lo fece dovette essere un eccellente artigiano. Stava per esaminare i mobili. Avanzai verso un bel tavolo marrone oscuro. Florinda saltò al mio fianco e mi scosse vigorosamente. - Hai applicato correttamente il quinto principio dell'arte di spiare - disse -. Non ti lasciare portare per la corrente. - Quale è il quinto principio? - Quando affrontano una forza superiore con la quale non possono combattere, i guerrieri si ritirano per un momento - disse -. Lasciano che i suoi pensieri corrano liberamente. Si occupano di altre cose. Qualunque cosa può servire. "Quello è quello che hai appena fatto. Ma ora che lo sei riuscito, devi applicare il sesto principio: i guerrieri comprimono il tempo, tutto conta, benché sia un secondo. In una battaglia per la tua vita, un secondo è un'eternità, un'eternità che può decidere la vittoria. I guerrieri tentano di trionfare, pertanto comprimono il tempo. I guerrieri non sprecano né un istante. Improvvisamente, un'enormità di ricordi erupcionó nella mia mente. Agitatamente dissi a Florinda che poteva ricordare già la prima volta che Don Juan mi mise in contatto con quelli principi. Florinda si mise le dita nelle labbra con un gesto che esigeva il mio silenzio. Disse che era stato solo interessata in mettermi faccia a faccia coi principi, ma che non voleva che gli raccontasse quelle esperienze. Florinda continuò la sua storia. Mi disse che mentre la guaritrice l'esortava a che ritornasse senza Celestino, le fece anche bere un decotto che l'alleviò quasi istantaneamente il dolore, e sussurrò all'udito che ella, Florinda, per il suo proprio conto, doveva prendere una decisione importante. Doveva, pertanto, calmarsi occupando la sua mente in altre cose, ma che non sprecasse né un momento, una volta che sarebbe arrivato ad una decisione. In casa, Florinda, con una convinzione infrangibile, espose il suo desiderio di ritornare. Celestino non vide come opporsisi. - Quasi immediatamente ritornai a vedere la guaritrice - continuò Florinda -. Quella volta andammo a cavallo. Mi portai ai domestici in chi più confidava, la ragazza che mi ero dato il veleno ed un uomo che si incaricasse dei cavalli. La passiamo molto dura in quelle montagne; i cavalli erano molto nervosi per la pestilenza della mia gamba, ma come voglia potemmo arrivare. Senza saperlo aveva utilizzato il terzo principio dell'arte di spiare. Mi ero giocato la vita, o quello che rimanevo di lei. Era disposta ed elenca per morire. Non fu una gran decisione della mia parte, in qualche modo già stava morendo. La verità è che quando un essere umano è mezzo morto, come nel mio caso, non con grandi dolori ma sì con grandi scomodità e sofferenze emozionali, uno tende ad essere tanto indolente e debole che nessun sforzo è possibile.


Rimasi sei giorni in casa della guaritrice. Per il secondo giorno mi sentivo già meglio. Abbassò il gonfiore. Egli trasudo della gamba si era asciugato. Non aveva oramai più dolore. Mi trovavo solo un tanto debole e le ginocchia mi tremavano quando voleva camminare. "Durante il sesto giorno la guaritrice mi portò alla sua stanza. Mi trattò molto cerimoniosamente e, mostrandomi tutte le considerazioni, mi fece sedere sul suo letto e mi diede caffè. Si sedette ai miei piedi guardandomi agli occhi. Posso ricordare esattamente le sue parole. ‘Stai molto, ma molto malata e solo io posso curarti ', mi disse. ‘Se io non ti curo, morrai in una maniera orripilante. Dato che sei un'imbecille, duri fino alla cosa ultima. D'altra parte, io potrei curarti in un solo giorno, ma non lo faccio. Devi continuare a venire qui fino a che abbia compreso quello che devo insegnarti. Solo fino ad allora ti curerò completamente; altrimenti, essendo tanto imbecille come sei, non ritorneresti mai '. Florinda mi contò che la guaritrice, con gran pazienza, gli spiegò i punti più delicati della sua decisione di aiutarla. Florinda non capì una sola parola. La spiegazione le fece credere più che mai che la guaritrice era fanatica. Quando la guaritrice si rese conto che Florinda non la capiva, diventò più seria e le fece ripetere un ed un'altra volta, come se Florinda fosse una bambina che senza l'aiuto della guaritrice la sua vita stava finita, e che la guaritrice poteva decidere in qualunque momento di cancellare la cura e lasciarle morire. Infine, la donna perse la pazienza quando Florinda incominciò a chiedergli di ginocchia che finisse di curarla e che l'inviasse a casa con la sua famiglia. La guaritrice prese una bottiglia che tratteneva la medicina da Florinda e la gettò nel suolo. Florinda diceva che allora rovesciò le uniche lacrime vere della sua vita. Espresse la guaritrice che tutto quello che voleva era curarsi e che era disposta a pagargli quello che chiedesse. La donna gli disse che era già molto tardi per un pagamento monetario, non voleva il suo denaro, quello che voleva era che Florinda gli prestasse attenzione. Florinda ammetteva che ella aveva imparato, nel decorso della sua vita, ad ottenere tutto quello che desiderava. Sapeva come essere ostinata, disse alla guaritrice che sicuramente quantità di pazienti arrivavano tutti i giorni, mezzo morti come ella, e la guaritrice sé accettava il suo denaro... per che il suo caso era distinto? La risposta della guaritrice che ferma Florinda non spiegò niente, era che essendo una veggente, ella aveva visto il corpo luminoso di Florinda, e vide che ella e la guaritrice erano esattamente uguali. Florinda pensò che quella donna doveva essere pazza per non dare si racconta che c'era un mondo di differenza tra le due. La guaritrice era una volgare indiana primitiva senza educazione, mentre Florinda era ricco, bello e bianco. Florinda domandò alla guaritrice che decideva di fare con lei. La guaritrice gli disse che gli era stato incaricato curarla e dopo insegnargli qualcosa di somma importanza. Florinda volle sapere chi gli aveva incaricato tutto quello. La guaritrice gli rispose che l'Aquila. . . , questa risposta convinse a Florinda che la donna era pazza, e tuttavia dovette accedere. Disse alla donna che era disposta a fare quello che fosse. La guaritrice cambiò istantaneamente atteggiamento. Impacchettò un rimedio affinché Florinda lo portasse a casa e gli disse che ritornasse non appena potesse. - Come sai già - proseguì Florinda -, il maestro deve raggirare il suo discepolo. Mi imbrogliò con la cura. Ella aveva ragione. Io ero tanto idiota che se ella si fosse curata immediatamente, io sarei ritornato alla mia stupida vita, come se non mi fosse successo mai niente. Ma quello è quello che tutti fanno, no? Florinda ritornò a casa della guaritrice la settimana seguente. Arrivando si trovò con l'anziano che prima aveva conosciuto. Questo la salutò come se fossero intimi amici. Gli disse che faceva già vari giorni che la guaritrice era uscita, ma che ritornerebbe fino a dopo alcuni giorni e che gli aveva incaricato alcuni rimedi per il dolore della sua gamba. In un tono molto amichevole ma autoritario disse a Florinda che l'assenza della guaritrice le lasciava a lei con due possibilità di azione: oppure si ritornava a casa sua, possibilmente peggiorata dovuto al viaggio tanto faticoso, oppure poteva seguire accuratamente le istruzioni delineate che la guaritrice aveva lasciato per lei. Aggiunse che se decideva di rimanere ed iniziare immediatamente il suo trattamento, in tre o quattro mesi starebbe come notizia. Tuttavia, c'era una stipulazione: se decideva di rimanere doveva rimanere in casa della guaritrice otto giorni consecutivi e, quindi, doveva disfarsi dei suoi domestici comandandoli a casa. Florinda diceva che per lei non c'era decisione alcuna: doveva rimanere. Immediatamente il vecchio gli fece bere la pozione che apparentemente la guaritrice gli aveva lasciato. Rimase


conversando con lei la maggior parte della notte. La sua presenza l'ispirava fiducia, la sua amena conversazione infiammò l'ottimismo e l'animo di Florinda. I due domestici andarono al giorno dopo, dopo avere fatto colazione. Florinda non aveva la minore paura. Si fidava implicitamente dell'uomo. Questo gli disse che doveva costruire una scatola per il suo trattamento, di accordo con le istruzioni della guaritrice. Le fece sedere su una sedia bassa che era stato posizionata nel centro di un'area circolare sprovvista di vegetazione. L'anziano presentò a tre giovani e disse che erano i suoi aiutanti. Due erano indio ed il terzo bersaglio. I quattro incominciarono a lavorare ed in meno di un'ora costruirono una scatola intorno alla sedia dove Florinda era seduta. Quando finirono, Florinda rimase compattamente incassato. La scatola aveva una cancellata nella parte superiore per permettere la ventilazione. Uno dei lati aveva cardini affinché servisse da porta. L'anziano aprì la porta ed aiutò a Florinda ad uscire dalla scatola, e la portò alla casa a che l'aiutasse a preparare la sua propria medicina. Disse che voleva avere la medicina intelligente per quando arrivasse la guaritrice. A Florinda l'affascinò la maniera il vecchio come lavorava. Questo fece un miscuglio con piante di odore fetido e lo preparò un recipiente con liquido caldo. Suggerì che se introduceva la gamba nel recipiente, il caldo del liquido gli farebbe molto bene, e se voleva fino a potrebbe bere il miscuglio che l'aveva preparato, prima che questa perdesse potenza. Florinda obbedì a fare domande. Il sollievo che sentì fu meraviglioso. Dopo il vecchio gli assegnò una stanza e fece che i giovani mettessero la scatola dentro la stanza. Gli disse che potrebbero passare vari giorni senza che ritornasse la guaritrice; mentre, ella doveva seguire meticolosamente tutte le istruzioni che la donna aveva dato. Florinda fu di accordo, ed egli tirò fuori una lista con compiti. Queste includevano lunghe camminate al fine di raccogliere le piante medicinali richieste per il suo trattamento, e la sua assistenza in prepararli. Florinda mi contò che passò lì dodici giorni invece di otto, perché i suoi domestici si trattennero in ritornare a causa di alcune piogge torrenziali. Non fu bensì fino al decimo giorno che si rese conto che la guaritrice era stata in casa tutti quelli giorni e che il vecchio in realtà era il vero guaritore. Florinda rise descrivendo la sua sorpresa. Il signore gli aveva giocato un inganno al fine di farle partecipare attivamente alla sua propria cura. Più ancora, sotto il pretesto che così la guaritrice l'esigeva, la mise nella scatola almeno sei ore giornaliere affinché compiesse un compito specifico che chiamò la "ricapitolazione." In quello punto della sua narrazione, Florinda mi guardò fissamente e concluse che era ora che andassi via. Nel nostro seguente incontro, Florinda mi spiegò che l'anziano era il suo benefattore, e che ella era la primo accecatrice che le donne del gruppo del suo benefattore avevano trovato per il nagual Juan Matus. Ma niente di questo ella sapeva a quel tempo, malgrado il suo benefattore le facesse cambiare livelli di coscienza e gli rivelò tutto quello. Ella era stata sempre bella; l'educarono solo affinché traesse vantaggio di ciò e quell'era un impenetrabile salvaguarda che il verso invulnerabile al cambiamento. Il suo benefattore sapeva tutto questo e concluse che Florinda aveva bisogno di più tempo per cambiare. Concepì un piano per per tirarsi fuori a Celestino di sopra. A poco a poco fece vedere a Florinda certi aspetti della personalità di Celestino che ella non ebbe mai il valore di affrontare per il suo proprio conto. Celestino era molto possessivo con tutto quello che gli apparteneva: il suo denaro e Florinda si trovavano nella cosa più alta della sua gerarchia. Era stato forzato a divorarsi il suo orgoglio dopo l'umiliazione che soffrì con l'intervento della guaritrice, perché questa riscuoteva molto poco e Florinda stava evidentemente rimettendosi. Celestino stava sperando che gli arrivasse l'ora della sua vendetta. Florinda mi disse che un giorno il suo benefattore gli espose che il pericolo poggiava in che il suo recupero completo andava ad essere troppo rapida e che Celestino deciderebbe, poiché egli prendeva tutte le decisioni della casa che non c'era oramai nessuna necessità che Florinda vedesse la guaritrice. Per risolvere quello problema, diede a Florinda una pomata, con istruzioni che gliela applicasse nell'altra gamba. L'unguento aveva un cattivo odore e produceva un'irritazione nella pelle che somigliava la proliferazione della malattia. Il suo benefattore lo raccomandò che l'usasse ogni volta che volesse ritornare a vederlo, benché non avesse bisogno di trattamento.


Florinda mi contò che tardò un anno a curarsi. Nel decorso di quello tempo, il suo benefattore gli fece conoscere la regola e l'istruì nell'arte di spiare. Le fece applicare i principi dell'agguato nelle cose che faceva giornalmente; le cose piccole in primo luogo, fino ad arrivare alle questioni principali della sua vita. Nel decorso di quell'anno, anche il suo benefattore la presentò col nagual Juan Matus. La prima impressione che Florinda ebbe di lui, fu che era un giovane spiritoso e contemporaneamente molto serio. Dopo, quando lo conobbe più a fondo, lo vide l'uomo più indomabile e terrificante che come aveva conosciuto mai. Mi disse che il nagual Juan Matus fu chi l'aiutò a scappare da Celestino. L'e Silvio Manuel la passarono di contrabbando attraverso i posti di ispezione dell'esercito. Celestino aveva presentato una domanda legale di abbandono di casa e, come era un uomo influente, aveva utilizzato le sue risorse per tentare di ostacolare che ella l'abbandonasse. A causa di questo, il suo benefattore dovette stabilirsi in un'altra parte del Messico ed ella dovette rimanere nascosta con lui per anni; questa situazione fu appropriata per Florinda, poiché doveva portare a termine il compito di ricapitolare, e ferma ciò richiedeva assoluta quiete e solitudine. Mi spiegò che la ricapitolazione è la forte degli acechadores, allo stesso modo come il corpo di sogno è il forte degli ensoñadores. Consisteva in ricordare la vita di uno fino al dettaglio più insignificante. Per ciò il suo benefattore gli aveva dato l'enorme scatola di legno come simbolo ed attrezzo. Era un attrezzo che gli permise di imparare a concentrarsi; dovette sedersi lì durante vari anni, fino a che tutta la sua vita passò davanti ai suoi occhi. Ed era un simbolo degli stretti limitrofo della nostra persona. Il suo benefattore gli disse che quando avesse finito la ricapitolazione doveva rompere la scatola per simbolizzare che non era oramai soggetta alle limitazioni della sua persona. Mi disse che gli acechadores usa scatole o bare di terra per rinchiudersi dentro ad essi mentre rivivono, perché non si tenta solo di ricordare ogni momento delle sue vite. La ragione per la quale gli acechadores deve ricapitolare le sue vite di forma tanto meticolosa è che il dono dell'Aquila all'uomo include la buona volontà di accettare un sostituto invece della coscienza genuina, se in realtà tale sostituto è una replica perfetta. Florinda mi spiegò che poiché la coscienza è l'alimento dell'Aquila, questa può rimanere soddisfatta con una ricapitolazione perfetta invece della coscienza stessa. Florinda mi diede allora gli aspetti fondamentali della ricapitolazione. Disse che la prima tappa consiste in un breve calcolo di tutti gli incidenti delle nostre vite che si prestano al nostro scrutinio in una maniera palese. La seconda fase è un calcolo più dettagliato che incomincia in un punto che potrebbe essere il momento previo a che l'acechador prenda posto nella scatola, e sistematicamente si estende, almeno in teoria, fino allo stesso momento della nascita. Mi assicurò che una ricapitolazione perfetta poteva cambiare ancora ad un guerriero più che il controllo totale del corpo di sogno. In questo aspetto, trasognare e spiare conducono alla stessa fine: l'entrata nella terza attenzione. Tuttavia, per un guerriero era importante conoscere e praticare ambedue. Mi disse che una donna può dominare solo uno dei due, secondo le configurazioni nel corpo luminoso. D'altra parte, gli uomini possono praticare ambedue con gran facilità, ma non arrivano mai ad ottenere il livello di efficacia che le donne riescono in ogni arte. Florinda mi spiegò che l'elemento chiave ricapitolando era la respirazione. L'alito, per lei, era magico, perché si trattava di una funzione che dà la vita. Disse che ricordare diventa facile se uno può ridurre l'area di stima intorno al corpo. Per quel motivo deve usarsi la scatola; dopo, la respirazione stessa fomenta sempre di più ricordi profondi. In teoria, gli acechadores deve ricordare ogni sentimento che hanno avuto nelle sue vite, e questo processo incomincia con una respirazione. Florinda mi notò che tutto quello che si stava abituando erano solo i preliminari che, qualche giorno nel futuro ed in un posto distinto, mi abituerei la cosa più intricata. Florinda mi contò che il suo benefattore incominciò facendole compilare una lista degli eventi per rivivere. Gli disse che il procedimento comincia con una respirazione iniziale. Gli acechadores incomincia ogni sessione col mento nella spalla destra e lentamente inalano mentre muovono la testa in un arco di cento ottanta gradi. La respirazione conclude sulla spalla sinistra. Una volta che l'inalazione finisce, la testa ritorna alla posizione frontale ed esalano guardando verso davanti. Allora gli acechadores prende l'evento che si trova alla testa della lista e rimangono lì fino a che sono stati ricontati tutti i sentimenti invertiti in lui. Man mano che ricordano inalano lentamente


muovendo la testa della spalla destra al sinistra. Questa respirazione compie la funzione di restaurare l'energia. Florinda sosteneva che costantemente il corpo luminoso creda filamenti che somigliano ragnatele, e che questi sono stimolati esternamente della massa luminosa per emozioni di qualunque tipo. Pertanto, ogni situazione nella quale c'è azione sociale, od ogni situazione a cui partecipano i sentimenti è potenzialmente spossante per il corpo luminoso. Respirando di destra a sinistra, quando si ricorda un avvenimento gli acechadores, attraverso la magia della respirazione, raccolgono i filamenti che lasciarono dietro. La seguente immediata respirazione è di sinistra a destra, e è un'esalazione. Con lei, gli acechadores espelle i filamenti che altri corpi luminosi che dovettero vedere nell'avvenimento che si ricorda, lasciarono in essi. Florinda affermò che questi erano i preliminari obbligatori dell'agguato, per quello che tutti i membri del suo gruppo dovettero passare come introduzione agli esercizi più esigenti di quell'arte. Non sia che gli acechadores abbia passato per questi preliminari al fine di recuperare i filamenti che lasciarono nel mondo, e particolarmente al fine di scartare quelli che altri esseri luminosi lasciarono in essi, non c'è possibilità di maneggiare lo sproposito controllato. Quelli filamenti altrui sono la base della nostra illimitata capacità di sentirci importanti. Florinda manteneva che per praticare lo sproposito controllato, posto che cosa non è fatto per ingannare la gente, uno deve essere capace di ridere di sé stesso. Florinda mi disse che uno dei risultati della ricapitolazione dettagliata è la capacità di esplodere in risata genuina quando uno si trova faccia a faccia con le noiose ripetizioni che l'io personale fa circa la sua importanza. Florinda sottolineava che la regola definiva l'agguato ed il sogno come arti, pertanto, erano qualcosa che uno mette in opera, qualcosa che uno porta a termine. Diceva che la natura intrinseca dell'alito è dare vita, e che quello è quello che gli dà capacità di pulire il corpo luminoso. Questa capacità è quella che trasforma alla ricapitolazione in una questione pratica. Nel nostro seguente incontro, Florinda riassunse quello che chiamò le sue istruzioni di ultimo minuto. Affermò che, dato che il mutuo accordo del nagual Juan Matus e del suo gruppo di guerrieri era stato che io non dovevo trattare col mondo della vita quotidiana, mi avevano insegnato a trasognare e non a spiare. Mi spiegò che quella decisione si era modificata radicalmente, e che essi si erano visti in una posizione scomoda: non avevano oramai tempo per insegnarmi a spiare. Ella doveva rimanere nella periferia della terza attenzione, per potere compiere in una volta questo compito posteriore, quando io fossi pronto. D'altra parte, se io potessi abbandonare il mondo con essi, a lei lo sarei esonerato da quella responsabilità. Florinda mi disse che il suo benefattore considerava le tre tecniche basilari dell'agguato - la scatola, la lista di eventi a ricapitolare, e la respirazione dell'acechador - come le tre compito più importanti che un guerriero può portare a termine. Il suo benefattore era convinto che una ricapitolazione profonda è il mezzo più spedito per perdere la forma umana. Di lì che è loro più facile agli acechadores, dopo avere ricapitolato le sue vite, fare uso di tutti i non-fare dell'io personale, come sono cancellare la storia personale, perdere l'importanza in uno stesso, rompere le routine, eccetera. Florinda mi disse che il suo benefattore diede a tutti essi esempi pratici di ognuna degli aspetti della sua conoscenza. Agiva direttamente di accordo con le sue premesse di guerriero, e dopo dava loro le ragioni di guerriero per avere agito dal tale modo. Nel caso di Florinda, essendo egli un maestro dell'arte di spiare, montò l'inganno della malattia e la cura che non era solo congruente con le azioni del guerriero, ma rappresentava un'introduzione magistrale ai sette principi basilari dell'arte di spiare. Primo attrasse a Florinda al campo di battaglia di lui, dove ella si trovava alla sua grazia; la forzò ad eliminare tutto quello che non gli era essenziale, gli insegnò a giocarsi la vita con ogni decisione, gli insegnò come calmarsi, le fece entrare in un nuovo ed ottimista stato di coraggio al fine di aiutarla a raggruppare le sue risorse, gli insegnò a comprimere il tempo, e, infine, gli mostrò che un acechador non lascia mai vedere il suo gioco, non si mette mai di fronte a niente. Florinda si impressionò vivamente con questo ultimo principio. Per lei, questo condensava tutto quello che mi volevo dire nelle sue istruzioni di ultimo minuto. - Il mio benefattore era il capo - disse Florinda -. E, tuttavia, guardandolo, nessuno l'avrebbe creduto. Metteva sempre come di fronte ad una di suoi guerriere, mentre egli, con ogni libertà, frequentava i pazienti fingendo essere uno di essi; o, se no, si faceva passare per un vecchio senile che costantemente scopava le foglie secche con una scopa casalinga. Florinda mi spiegò che per applicare il settimo principio dell'arte di spiare, bisogna applicare gli


altri sei. Il suo benefattore viveva di quello modo. Meticolosamente i sette principi applicati gli permettevano di osservare tutto senza essere il punto di messa a fuoco. Grazie a ciò poteva evitare o fermare conflitti. Se c'era una disputa, questa non aveva mai a che vedere con lui, bensì con la che agiva come dirigente, la guaritrice. - Spero che per quegli altezze faggi dato conto - continuò Florinda - che solo un maestro acechador può essere un maestro dello sproposito controllato. Lo sproposito controllato non significa imbrogliare la gente. Significa, come me lo spiegò il mio benefattore che i guerrieri applicano i sette principi basilari dell'arte di spiare in qualunque cosa che fanno, da, gli atti più triviali fino alle situazioni di vita o morte. "Applicare questi principi produce tre risultati. Il primo è che gli acechadores impara a mai prendersi sul serio: imparano a ridere di se stessi. Dato che non hanno paura di fare la figura di tonta, possono fare tonto a chiunque. Il secondo è che gli acechadores impara ad avere una pazienza senza fine. Gli acechadores non ha mai fretta, non si irritano mai. Ed il terzo è che gli acechadores impara ad avere una capacità infinita per improvvisare. Florinda si mise in piede. Come di abitudine, eravamo stati seduti nella sala. All'istante supposi che la conversazione aveva concluso. Mi disse che c'era un altro tema più che doveva presentarmi, prima di licenziarci. Mi portò ad un altro patio dentro la casa. Non era stato mai prima lì. Florinda richiamò qualcuno in voce molto rimane ed una donna uscì dalla sua stanza. Per un momento non la riconobbi. La donna mi parlò ed allora notai solo che si trattava di signora Soledad. Il suo cambiamento era stupendo. Si vedeva incredibilmente più giovane, più forte. Florinda mi disse che Soledad era stata dentro una scatola, ricapitolando per cinque anni, e che l'Aquila aveva accettato la sua ricapitolazione invece della sua coscienza e che l'aveva lasciata libero. Signora Soledad assentì con un movimento della testa. Florinda finì bruscamente l'incontro e mi disse che era ora che andassi via perché io non avevo oramai ma energia. Andai a casa di Florinda molte volte più. La vidi tutte le volte, benché solo fuori un momento. Mi avvisò che aveva deciso di non istruirmi più perché era più vantaggioso per me che trattasse solo con signora Soledad. Signora Soledad ed io ci troviamo molte volte, sempre nello stato più acuto di coscienza, e quello che ebbe luogo nei nostri incontri è qualcosa di incomprensibile per me. Ogni volta che stavamo mi facevo insieme sedere alla porta della sua stanza, col viso verso il Questo. Ella si adattava alla mia destra, sfiorandomi; dopo facevamo che la parete di nebbia smettesse di girare ed i due rimanevamo improvvisamente anche col viso verso il Sud, verso l'interno della sua stanza. Aveva imparato già con la Grassa a fermare la rotazione della parete; ed avevamo scoperto correttamente che solo una porzione di noi fermava il muro. Era come se improvvisamente io rimanessi diviso in due. Una porzione del mio essere totale guardava verso davanti e vedeva una parete che si muoveva col movimento laterale della mia testa, mentre l'altra porzione, più grande, del mio essere totale, era diventato novanta gradi alla destra ed affrontava una parete immobile. Ogni volta che signora Soledad ed io fermavamo la parete, rimanevamo guardandola fissamente; non entravamo mai nell'area che si trova tra le linee parallele, come la donna nagual, la Grassa ed io l'avevamo fatto innumerevoli volte. Signora Soledad mi facevo sempre contemplare la nebbia come se questo fosse un vetro reflejante. Sperimentava allora la dissociazione più stravagante. Era come se io corressi ad una velocità scardinata. Vedeva pezzi di paesaggio che si formavano nella nebbia, ed improvvisamente mi trovavo in un'altra realtà fisica; era un'area montagnosa, rugosa ed inospitale. Signora Soledad stava sempre lì in compagnia di una donna carina che rideva estentóreamente di me. Dopo la mia incapacità per ricordare quello che facevamo era ancora più acuta che la mia incapacità di ricordare quello che la donna nagual, la Grassa ed io facemmo nell'area che si trova tra le linee parallele. Sembrava che signora Soledad ed io entrassimo in un'altra zona di coscienza che mi fosse ignorata. Io, per certo, stava già in quello che credeva essere il mio stato di coscienza più acuto e, tuttavia, c'era qualcosa di ancora più sottile. L'aspetto della seconda attenzione che signora Soledad si stava aiutando ovviamente a verificare era più complesso e più inaccessibile di tutto quello che ho presenziato fino alla data. Quella che posso ricordare è la sensazione di mi avere mosso molto, una sensazione fisica paragonabile a quella di avere camminato chilometri. Aveva anche la chiara certezza corporale, benché non possa concepire perché, che signora Soledad, l'altra donna ed io scambiavamo parole, pensieri, sentimenti. Ma


non potrebbe specificarli. Dopo ogni trovo con signora Soledad, Florinda mi facevo andare via immediatamente. Signora Soledad mi davo minime spiegazioni. Sembrava che solo trovarsi nello stato di coscienza accresciuta la colpiva tanto profondamente che difficilmente poteva parlare. D'altra parte, c'era qualcosa che vegliamo, quell'aspra campagna coltivata, oltre alla carina donna, o qualcosa che facevamo insieme ci lasciava senza alito. Ella non poteva ricordare niente, nonostante trattarlo disperatamente. Chiesi a Florinda che mi chiarificasse la natura dei miei viaggi con signora Soledad. Ella mi disse che una parte delle sue istruzioni di ultimo minuto era diventare entrare nella seconda attenzione come lo fanno gli acechadores, e che signora Soledad era ancora più competente che ella per introdurrmi nella dimensione dell'acechador. Nella sessione che verrebbe ad essere l'ultima, Florinda, come aveva fatto all'inizio della nostra istruzione, mi aspettavo nell'entrata. Mi prese del braccio e mi portò alla sala. Prendiamo posto. Mi notò che non tentasse ancora di trovare senso ai miei viaggi con signora Soledad. Mi spiegò che gli acechadores è innatamente distinto agli ensoñadores nella maniera utilizzano come il mondo, e che quello che signora Soledad faceva con me era tentare di aiutarmi a rovesciare la testa. Quando Don Juan mi descrisse il concetto di rovesciare la testa del guerriero per affrontare una nuova direzione, io l'avevo capito come una metafora che segnalava un cambiamento di atteggiamento. Florinda mi disse che la mia idea era corretta, ma che non si trattava di una metafora. Era verità che gli acechadores rovescia la testa; tuttavia, non lo fanno per affrontare una nuova direzione, bensì per affrontare il tempo in una maniera distinta. Gli acechadores affronta il tempo che arriva. Normalmente affrontiamo il tempo quando questo va via di noi. Solo gli acechadores può cambiare questa situazione ed affrontare il tempo quando questo avanza verso essi. Florinda mi spiegò che rovesciare la testa non significa che uno vede il futuro, ma uno vedi il tempo come qualcosa di concreto, ma incomprensibile. Pertanto, era superfluo tentare di chiarificare quello che signora Soledad ed io facevamo. Tutto questo avrebbe senso quando io potessi percepire la totalità di me stesso ed avesse allora l'energia necessaria per decifrare quello mistero Florinda mi disse, nel tono di qualcuno che rivela un segreto che signora Soledad era un'accecatrice suprema, la chiamava il più grande di tutte. Diceva che signora Soledad poteva attraversare le linee parallele in qualunque momento. Inoltre, nessuno dei guerrieri del gruppo del nagual Juan Matus aveva potuto fare quello che ella aveva fatto. Signora Soledad, attraverso le sue tecniche impeccabili di spiare, aveva trovato il suo essere parallelo. Florinda mi spiegò che chiunque delle esperienze che ebbi col nagual Juan Matus, con Genaro, Silvio Manuel o con Zuleica, erano solo minime porzioni della seconda attenzione; tutto quella che signora Soledad si stava aiutando a presenziare era anche una porzione minima; ma, quello sì, differente. Signora Soledad non mi ero fatto solo affrontare il tempo che arriva, ma mi portò anche al suo essere parallelo. Florinda definiva l'essere parallelo come il contrappeso che tutti gli esseri viventi hanno per il fatto di essere entità luminose piene di energia inspiegabile. L'essere parallelo di una persona è un'altra persona dello stesso sesso che è unita intima ed inestricabilmente alla prima. Coesistono contemporaneamente nel mondo. I due esseri paralleli sono come quelle due punte della stessa bacchetta. Florinda mi disse che ai guerrieri, in generale, è loro quasi impossibile trovare il suo essere parallelo. Ma chiunque che è capace di riuscirlo troverà nel suo essere parallelo, come l'aveva fatto signora Soledad, una fonte infinita di gioventù e di energia. Florinda si mise bruscamente in piede, mi condusse alla stanza di signora Soledad e mi lasciò a sole con lei. Chissà perché sapeva già che quello sarebbe il nostro ultimo incontro, mi invase una strana ansietà. Signora Soledad sorrise quando lo riferii quello che Florinda aveva appena detto. Disse, con una vera umiltà di guerriero, che ella si non stava abituando niente che tutto quello che aveva aspirato a fare era portarmi dove il suo essere parallelo, perché lì si ritirerebbe dopo che il nagual Juan Matus ed i suoi guerrieri lasciassero il mondo. Disse che nel nostro incontro, tuttavia, era successo qualcosa che oltrepassava la sua comprensione. Ella ed io, secondo Florinda gli aveva spiegato, avevamo aumentato mutuamente la nostra energia individuale e che quello c'aveva fatto affrontare il tempo venturo, ma non in piccola dose, come Florinda avrebbe


preferito che lo facessimo, bensì in enormi porzioni, come la mia sfrenata natura lo voleva. Signora Soledad ed io entriamo insieme per ultima volta nella seconda attenzione. Il risultato di quell'incontro fu ancora più sorprendente per me. Signora Soledad, il suo essere parallelo ed io rimanemmo insieme in quello che io sentii che fu straordinariamente molto un lasso. Vidi tutti i tratti del viso del suo essere parallelo. Sentii che questo tentava di dirmi chi era. Sembrava anche sapere che quello nostra era ultimo incontro. C'era una sensazione opprimente di fragilità nel suo sguardo. Dopo, una forza che somigliava un vento ci lanciò dentro a qualcosa che non aveva senso per me. Florinda, improvvisamente, mi aiutò ad alzarmi. Mi prese del braccio e mi portò alla porta. Signora Soledad fu con noi. Florinda disse che andava ad essere molto difficile ricordare tutto quello che era accaduto lì, perché si stava dando totalmente alla mia mania intellettuale; questo era un tema che peggiorerebbe solo perché essi stavano per partire del mondo ed io non avrei più nessuno che mi aiutassi a cambiare livelli di coscienza. Aggiunse che qualche giorno signora Soledad ed io c'imbatteremmo di nuovi nel mondo di tutti i giorni. Fu allora quando diventai a signora Soledad e lo supplicai che quando ci vedessimo di nuovo mi liberassi della mia prigione; gli dissi che se ella falliva dovrebbe ammazzarmi perché io non volevo vivere nella povertà della mia razionalità. - È una stupidità dire quello - disse Florinda -. Siamo guerrieri, ed i guerrieri hanno una sola meta nella mente: essere liberi. Morire ed essere divorato dall'Aquila è il destino dell'uomo. D'altra parte, volere uscirci dal nostro destino, volere mettere metronotte e staccati alla libertà, è l'audacia finale. XV. IL SERPENTE PIUMATO Avendo raggiunto ognuna delle mete che specificava la regola, Don Juan ed il suo gruppo di guerrieri erano pronti per il compito finale, abbandonare il mondo. Quello che ci rimaneva alla Grassa, agli altri apprendisti ed io era presenziare alla sua uscita. C'era un solo problema irresolto: che cosa fare con gli apprendisti? Don Juan diceva che, propriamente, dovrebbero accompagnare incorporandoseli al suo proprio gruppo; tuttavia, non erano pronti. Le reazioni che avevano avuto cercando di attraversare il ponte avevano dimostrato quali le sue debolezze erano. Don Juan diceva che la decisione del suo benefattore di sperare anni di congregare il gruppo dei suoi guerrieri, era stato una decisione sensata che produsse risultati positivi, mentre la sua propria determinazione di riunirmi senza perdita di tempo con la donna nagual ed il mio proprio gruppo era stato quasi fatale per noi. Don Juan non esprimeva questo come un lamento o un'accusa bensì come l'affermazione della libertà del guerriero di scegliere ed accettare la sua selezione. Disse, inoltre, che in un principio egli considerò seriamente seguire l'esempio del suo benefattore, e che di c'essere la cosa fatta avrebbe scoperto con la sufficiente anticipazione che io non ero un nagual come egli, e che nessuno più, alla mia eccezione, sarebbe rimasto ingarbugliato nel suo mondo. Come stavano le cose, Combatte, Rosa, Benigno, Néstor e Pablito avevano seri svantaggi; la Grassa e Josefina avevano bisogno di tempo per perfezionarsi; solamente Soledad e Scelse stavano a salvo, perché magari essi erano più abili dei guerrieri vecchi del suo proprio gruppo. Don Juan aggiunse che corrispondeva loro ai nove soppesare le circostanze sfavorevoli o favorevoli e, senza lamentarsi né disperarsi né darsi pacche nella schiena, trasformare la sua maledizione o benedizione in un incentivo. Don Juan segnalò che non tutto in noi era stato un fallimento: la cosa poco che ci toccò vedere e fare tra i suoi guerrieri era stato un successo completo nel senso che la regola incastrava in ognuno del mio gruppo, alla mia eccezione. Fui completamente di accordo con lui. Per incominciare, la donna nagual era tutto quella che la regola. prescriveva. Era divertente, controllo; era un essere in guerra e, tuttavia, completamente in pace. Senza nessuna preparazione evidente, seppe trattare e guidare tutti i dotati guerrieri di Don Juan malgrado questi avessero la sufficiente età come per essere i suoi nonni. Essi assicuravano che ella era una copia al carbone dell'altro donna nagual che avevano conosciuto. Rifletteva alla perfezione ad ognuna delle otto guerriere di Don Juan e poteva riflettere conseguentemente anche le cinque donne che egli aveva trovato per il mio gruppo, perché queste erano le repliche dei maggiori. Combatte era come


Hermelinda, Josefina era come Zuleica, Rosa e la Grassa erano come Nélida, e Soledad era come Delia. Anche gli uomini erano repliche dei guerrieri di Don Juan: Néstor era una copia di Vicente; Pablito, di Genaro; Benigno, di Silvio Manuel, e Scelse era come Juan Tuma. In realtà la regola era l'esponente di una forza inconcepibile che aveva modellato questa gente. Solo mediante un'estranea rovesciata del destino erano rimasti abbandonati, senza il guida che trovasse il passo verso l'altra coscienza. Don Juan diceva che i membri del mio gruppo dovevano entrare senza aiuto e da soli nell'altra coscienza, e che ignorava se potrebbero farlo, perché quell'era qualcosa che ad ogni chi gli corrispondeva individualmente. Egli li aveva aiutati impeccabilmente a tutti; pertanto, il suo spirito era libero di tribolazioni, e la sua mente libera di speculazioni inutili. Tutto quello che gli rimaneva da fare era mostrarci pragmaticamente quello che significava attraversare le linee parallele nella totalità di uno stesso. Don Juan mi disse che, nel meglio dei casi, io potevo aiutare uno degli apprendisti, e che egli aveva scelto la Grassa a causa della sua agilità nella seconda attenzione e perché mi trovavo abituato con lei in estremo. Mi disse che io non disponevo di energia per gli altri, poiché doveva altri doveri portare a termine, un'altra strada. Don Juan mi spiegò che ognuno della sua guerriera sapiente quale quello compito era ma che nessuno di essi poteva rivelarmelo perché io dovevo provare che la meritava. Il fatto che si trovassero alla fine del suo sentiero, ed il fatto che io avevo seguito fedelmente le istruzioni era da imperativo che la rivelazione prendesse posto, benché solo fuori in una forma parziale. Quando arrivò il momento di partire, Don Juan mi disse quale il mio compito era. Come mi trovavo in un stato di coscienza normale, persi il vero senso di quello che mi disse. Fino all'ultimo momento Don Juan tentò di indurrmi ad unire i miei due stati di coscienza. Tutto sarebbe stato molto semplice se io avessi potuto effettuare quella fusione. Come non potei, fui solo toccato razionalmente per le sue rivelazioni. Don Juan mi fece dopo cambiare livelli di coscienza al fine di permettermi di apprezzare l'evento della sua partenza totale in termini più abarcantes. Ripetutamente mi notò che stare nella coscienza del lato sinistro è un vantaggio solo non appena si sbriga la nostra comprensione. È un svantaggio perché ci permette solo contemporaneamente di mettere a fuoco con inconcepibile lucidità una cosa, e questo ci gira vulnerabile. Non può agirsi indipendentemente mentre si sta nella coscienza del lato sinistro; uno deve essere aiutato da guerrieri che hanno ottenuto la totalità di se stessi e sanno come sdebitarsi in quello stato. La Grassa mi disse che un giorno il nagual Juan Matus e Genaro riunirono tutti gli apprendisti nella sua casa. Egli nagual fece loro cambiare alla coscienza il lato sinistro, e disse loro che il suo tempo nella terra era arrivato alla sua fine. La Grassa non gli credette in un principio. Era convinta che Don Juan tentava di spaventarli affinché agissero come guerrieri. Ma dopo si rese conto che c'era una lucentezza nei suoi occhi che non l'aveva visto mai. Dopo avere fatto loro cambiare livelli di coscienza, Don Juan parlò individualmente con ognuno di essi ed ad ognuno gli fece un riassunto di tutti i concetti e procedimenti che aveva insegnato loro. Con me fece la stessa cosa, ma nel mio caso condusse il riassunto in entrambi gli stati di coscienza, il giorno anteriore al suo viaggio definitivo. Per certo, mi fece cambiare il suo lato alle altre varie volte, come se volesse essere sicuro che io mi trovavo completamente saturo nei due. Per molto tempo mi fu impossibile ricordare, quello che ebbe luogo dopo il riassunto. Un giorno, finalmente la Grassa riuscì a rompere le barriere della mia memoria. Mi disse che ella era stata nella mia mente, come se mi leggesse all'interno. Affermò che quella che manteneva chiusa la mia memoria era la paura che io avevo di ricordare qualcosa di doloroso. Quello che era successo in casa di Silvio Manuel la notte previa al viaggio definitivo si trovava inseparabilmente ingarbugliato col mio terrore. Disse che aveva la chiara sensazione che anche ella ebbe paura, ma ignorava la ragione. Neanche poteva ricordare esattamente che era successo in casa, specificamente nella stanza dove prendiamo posto. Come la Grassa parlava sentii come se stesse cadendo dentro un abisso. Compresi che qualcosa in me tentava di stabilire in due una connessione differenti avvenimenti a che io avevo presenziato nei due stati di coscienza. Nel mio lato sinistro aveva rinchiuso i ricordi di Don Juan ed il suo gruppo di guerrieri nel suo ultimo giorno nella terra; nel mio lato destro stava il ricordo di avere saltato in un burrone. Tentando di unire i due lati sperimentai una sensazione totale di discesa


fisica. Le mie ginocchia si piegarono e crollai nel suolo. La Grassa disse che quello che passavo era che era arrivato alla mia coscienza del lato destro un ricordo che sorse in lei quando io parlavo. Ricordò che avevamo fatto un tentativo più di attraversare le linee parallele col nagual Juan Matus ed il suo gruppo. Disse che ella ed io insieme col resto degli apprendisti avevamo tentato un'altra volta di attraversare il ponte. Io non potevo mettere a fuoco quello ricordo. Sembrava c'essere una forza costrittore che mi chiedevo organizzare i miei pensieri. La Grassa disse che Silvio Manuel aveva detto al nagual Juan Matus che a me e gli altri apprendisti mi preparassi per attraversare. Non voleva lasciarmi nel mondo, perché credeva che io non avevo la minore possibilità di compiere il mio compito. Il nagual non fu di accordo con lui, ma portò nonostante a termine le preparazioni quello che pensava. La Grassa mi disse che ricordava che io ero andato nel mio atto a casa sua per portarla a lei e gli altri apprendisti a casa di Silvio Manuel. Essi rimasero lì mentre io ritornavo col nagual Juan Matus e con Genaro al fine di prepararmi per l'incrocio. Non potei ricordare niente. Ella insistè in che doveva utilizzarla come guida, dato che ci trovavamo intimamente uniti; mi assicurò che io potevo leggergli la mente e trovare lì qualcosa che potrebbe svegliare la totalità del mio ricordo. La mia mente si trovava in un stato di gran turbamento. Una sensazione di ansietà mi premunivo perfino concentrarmi su quello che la Grassa diceva. Ella continuò a parlare, descrivendo quello che ricordava di nostro secondo tentativo per attraversare il ponte. Riferì che Silvio Manuel li aveva arringati. Disse loro che l'allenamento che avevano era sufficiente come per tentare di attraversare nuovamente; quello che dovevano per entrare pienamente nell'altro io ero abbandonare il tentativo della prima attenzione. Una volta che si trovassero nella coscienza dell'altra io, il potere del nagual Juan Matus e del suo gruppo li raccoglierebbe e li eleverebbe alla terza attenzione con gran facilità: questo era qualcosa che non potevano fare se gli apprendisti si trovavano nella sua coscienza normale. All'improvviso, non ascoltava oramai più la Grassa. In realtà il suono della sua voce era come un veicolo per me e portò con sé il ricordo di tutto l'evento. Mi dondolai davanti all'impatto. La Grassa cessò di parlare, ed io conformi gli descriveva il mio ricordo, anche ella si ricordò di tutto. Avevamo unito finalmente gli ultimi pezzi dei ricordi separati di nostri due stati di coscienza. Ricordai che Don Juan e dono Genaro mi prepararono per attraversare mentre io mi trovavo nello stato normale di coscienza. Io pensai razionalmente che stavano preparandomi per dare un salto in un abisso. La Grassa ricordò che al fine di prepararli ad attraversare, Silvio Manuel li aveva appesi delle travi del soffitto in arnesi di cuoio. C'era uno di questi in ogni stanza della sua casa. Gli apprendisti furono sospesi in essi quasi tutto il giorno. La Grassa commentò che avere un arnese nella stanza di uno è qualcosa ideale. I Genaros, senza sapere realmente quello che stavano facendo, aveva indovinato costruendo un arnese, ebbero a metà un ricordo e crearono il suo gioco. Era un gioco che combinava le qualità curative e purificatrici di essere separato del suolo con la concentrazione che uno richiede per cambiare livelli di coscienza. Il gioco in realtà era un artificio che li aiutava a ricordare. La Grassa mi disse che Silvio Manuel fece loro discendere all'imbrunire dall'arnese, dopo essere stato sospesi tutto il giorno. Tutti andarono con lui al ponte e sperarono lì col resto del gruppo fino a che il nagual Juan Matus e Genaro arrivarono con me. Il nagual Juan Matus spiegò a tutti che il preparare si era preso più tempo di quello che lui anticipò. Ricordai che Don Juan ed i suoi guerrieri attraversarono prima il ponte che noi. Signora Soledad e Scelse automaticamente furono con essi. La donna nagual fu l'ultima che attraversò. Dall'altro lato del ponte, Silvio Manuel c'indicò che incominciassimo a camminare. Senza dire una sola parola, tutti noi, incominciamo. Alla metà del ponte, Combatte, Rosa e Pablito sembrarono non potere cedere un altro passo. Benigno e Néstor arrivarono quasi fino al finale e dopo si trattennero. Solamente la Grassa, Josefina ed io arriviamo a dove Don Juan e gli altri si trovavano. Dopo quello che successe fu abbastanza simile a quello che successe la prima volta che cerchiamo di attraversare. Silvio Manuel e Scelse avevano aperto qualcosa che io credei che era una crepa reale. Ebbi l'energia sufficiente per concentrare la mia attenzione su lei. Non era la collina che si trovava vicino al ponte, né neanche era un'apertura nella parete di nebbia, benché


potesse distinguere un vapore nebbioso intorno alla crepa. Era una misteriosa ed oscura apertura che si ergeva da sola al margine di tutto il resto; era del volume di un uomo, ma stringe. Don Genaro fece un scherzo e la chiamò "vagina cosmica", e questa osservazione produsse risate stentoree dei suoi compagni. La Grassa e Josefina a me si afferrarono ed entriamo. Istantaneamente sentii che mi trituravano. La stessa forza incalcolabile che quasi mi fece sfruttare la prima volta mi aveva acchiappato nuovamente. Poteva sentire alla Grassa e Josefina fondendosi con me. Io sembravo essere più largo di esse e la forza mi appianò contro le due giunte. Quando un'altra volta mi resi conto di me stesso, giaceva nel suolo con la Grassa e Josefina sopra a me. Silvio Manuel c'aiutò a metterci in piede. Mi disse che non sarebbe impossibile unirci ad essi in quell'occasione, ma che chissà dopo, quando ci fossimo ingentiliti fino alla perfezione, l'Aquila ci lascerebbe passare. Quando ritornavamo a casa sua, Silvio Manuel mi disse quasi in un sussurro che la sua strada e la mia strada si erano separate quella notte e che non tornerebbero mai ad attraversare. Mi trovavo solo. Mi esortò ad essere frugale ed ad utilizzare la mia energia con gran misura senza sprecare né un apice di lei. Mi assicurò che se io arrivavo alla totalità di me stesso senza usure eccessive, avrebbe energia sufficiente per compiere il mio compito. Ma mi esaurivo eccessivamente prima di perdere la mia forma umana, era perso. Gli domandai se c'era una maniera di evitare l'usura. Negò con la testa. Disse che il mio trionfo o il mio fallimento non era tema della mia volontà. Poi mi rivelò i dettagli del mio compito. Ma non mi disse come portarla a termine, ma qualche giorno l'Aquila metterebbe a qualcuno nella mia strada per dirmi come compierla. E fino a non avere trionfato, non sarebbe libero. Quando arriviamo alla casa, ci riuniamo tutti in una gran stanza. Don Juan prese posto nel centro col viso verso lui sudorientale. Le otto guerriere lo circondarono. Si accomodarono in pari nei punti cardinali, col viso anche verso il sudest. Poi i tre guerrieri fecero fuori un triangolo del circolo, con Silvio Manuel nel vertice che mirava al sudest. Le due donne propri si sedettero fiancheggiandolo, ed i due uomini propri si accomodarono di fronte a lui, quasi contro la parete. La donna nagual fece che gli apprendisti uomini prendessero posto contro la parete di quello Stia, e fece che le donne si sedessero contro la parete dell'ovest. Poi mi condusse ad un posto che si trovava direttamente dietro di Don Juan. Lì ci sediamo insieme. Rimanemmo seduti quello che io credei che era solo un istante, e tuttavia sentii un'ondata di strana energia. Quando domandai alla donna nagual perché c'eravamo alzati tanto rapidamente, mi rispose che eravamo stati seduti lì durante varie ore, e che qualche giorno, prima che entrasse alla terza attenzione, tutto quell'avrebbe senso per me. La Grassa affermò che ella non ebbe solo la sensazione che stemmo seduti solo un istante, ma non gli dissero mai che quello non era stato così. La cosa unica che il nagual gli disse dopo era che aveva l'obbligo di aiutare gli altri apprendisti, specialmente a Josefina, e che un giorno io ritornerei per dargli lo spintone finale per attraversare totalmente verso l'altro io. Ella era legata a me e Josefina. In nostro trasognare insieme, sotto la supervisione di Zuleica, avevamo scambiato enormità della nostra luminosità. Per quella ragione potemmo resistere insieme la pressione dell'altra io entrando in lui con tutto e corpo. Gli disse anche che il potere dei guerrieri del suo gruppo fu quello che fece che l'incrocio fosse facile quella volta, e che quando ella dovesse attraversare per sé stessa doveva farlo attraverso il sogno. Dopo che ci mettemmo in piede, Florinda si avvicinò a dove io stavo. Mi prese del braccio e camminiamo per la stanza, mentre Don Juan ed i suoi guerrieri parlavano con gli altri apprendisti. Mi disse che non doveva permettere che gli eventi di quella notte, nel ponte, mi confondessero. Io non dovrei credere, come credette una volta il nagual Juan Matus che c'è un'avanzata in realtà fisica verso l'altro io. Semplicemente la crepa che io avevo visto era una costruzione del tentativo di tutti essi; un tentativo che fu acchiappato per una combinazione tra l'osservazione del nagual Juan Matus con avanzate reali ed il grottesco senso dell'umorismo di Silvio Manuel: il miscuglio di ambedue produsse la vagina cosmica. Fino a dove ella sapeva, il passo di un io all'altro non avevo caratteristiche fisiche. La vagina cosmica era un'espressione fisica del potere degli uomini per muovere "la ruota del tempo." Florinda mi spiegò che quando ella o i suoi compagni parlavano del tempo, non si riferivano a qualcosa che si misura coi movimenti dell'orologio. Il tempo è l'essenza dell'attenzione; le emanazioni dell'Aquila sono composte di tempo, e, propriamente parlando, quando uno entra in


qualunque aspetto dell'altro io, uno incomincia a familiarizzare col tempo. Florinda mi assicurò che quella notte, quando eravamo seduti in formazione, essi ebbero la sua ultima opportunità di aiutarci, a me e gli apprendisti, ad affrontare la ruota del tempo. Disse che la ruota del tempo è come un stato di coscienza accresciuta dell'altra io, come la coscienza del lato sinistro è lo stato di coscienza accresciuta dell'io di tutti i giorni. La ruota del tempo poteva descriversi fisicamente come da lontano un tunnel infinito, un tunnel con solchi riflettori. Sposa solco è infinito, e ci sono quantità infinite di essi. Le creature viventi sono obbligate, per la forza della vita, a contemplare compulsivamente uno di quelli solchi. Contemplarlo significa essere acchiappato da lui, vivere quello solco. Florinda affermò che quello che i guerrieri chiamano volontà appartiene alla ruota del tempo. È qualcosa di simile ad un tentacolo intangibile che tutti noi possediamo. Disse che il proposito finale del guerriero consiste in imparare a concentrarlo sulla ruota del tempo col fine di farle girare. I guerrieri che sono riusciti a fare girare la ruota del tempo può contemplare, qualunque solco ed estrarre di lui quello che desiderino, come, per esempio, la vagina cosmica. Essere acchiappato compulsivamente in qualunque solco del tempo implica vedere le immagini di quello solco conforme si alleghino. Essere libero della forza affascinante di quelli solchi significa che uno può vedere in qualunque direzione, già sia quando le immagini si allontanano o quando si avvicinano. Florinda smise di parlare e mi abbracciò. Mi sussurrò all'udito che ritornerebbe a terminare la sua istruzione qualche giorno, quando io avessi guadagnato la totalità di me stesso. Don Juan chiese a tutti che si avvicinassero a dove io stavo. Mi circondarono. Don Juan fu il primo a parlarmi. Disse che io non potevo andare con essi nel suo viaggio definitivo perché era impossibile che ritrattasse il mio compito. Sotto quelle circostanze la cosa unica che essi potevano fare per me era darmi i suoi migliori voti. Aggiunse che i guerrieri non hanno vita propria. A partire dal momento in cui comprendono la natura della coscienza, smettono di essere persone e la condizione umana non fa oramai parte della sua visione. Io avevo un dovere come guerriero e solo quell'era quello che contava al fine di compiere il tenebroso compito che mi ero affidato. Dato che io avevo prescisso dalla mia vita, essi non avevano oramai niente da dirmi, a meno che dovrebbe dare la cosa migliore di me. E neanche io avevo niente da dirloro, a meno che aveva compreso e che cosa accettava il mio destino. Dopo, Vicente venne al mio fianco. Parlò molto quedamente. Disse che la sfida di un guerriero consiste in arrivare ad un equilibrio molto sottile di forze positive e negative. Questa sfida non vuole dire che un guerriero debba lottare per avere ogni pianterreno il suo controllo, ma il guerriero debito di lottare per affrontare qualunque situazione concepibile, la cosa sperata e la cosa inaspettata, con uguale efficienza. Essere perfetto in circostanze perfette è essere un guerriero di carta. La mia sfida consisteva in rimanere dietro. Quello di essi era irrompere nella cosa ignorata. Entrambe le sfide erano opprimenti. Per i guerrieri, l'eccitazione di rimanere è uguale all'eccitazione del viaggio. Ambedue sono gli stessi, perché i due penetrano il compimento di un carico sacro. Il seguente che venne a parlarmi fu Silvio Manuel; disse che a lui gli importava la cosa pratica. Mi diede una formula, un incantesimo per le ore in che il mio compito fosse maggiore che la mia forza; quello fu l'incantesimo che mi venne nella mente la prima volta che ricordai alla donna nagual. Mi diedi già al potere che al mio destino dirige. Non mi aggrappo già di niente, per così non avere niente da difendere. Non ho pensieri, per così potere vedere. Non temo già a niente, per così potere accordarmi di me Metronotte e staccato, Mi lascerà l'aquila passare alla libertà. Mi disse che andava a rivelarmi una manovra pratica della seconda attenzione. E senza dire bé si trasformò in una palla di luce, in un uovo luminoso. Ritornò alla sua apparenza normale e ripetè la trasformazione tre o quattro volte. Compresi perfettamente bene quello che verso. Non doveva spiegarmelo e tuttavia mi era impossibile formulare in parole quello che io sapevo. Silvio Manuel sorrise, cosciente del mio problema. Disse che si richiedeva un'enormità di forza per abbandonare il tentativo della vita di tutti i giorni. Il segreto che avevo appena rivelato era


come facilitare l'abbandono del tentativo. Per potere fare quello che egli aveva fatto, uno deve mettere a fuoco l'attenzione nella superficie del guscio luminosa. Un'altra volta diventò una palla di luce e dopo mi fu fatto ovvio quello che sapeva già dall'inizio. Silvio Manuel girò gli occhi e per un istante li mise a fuoco nel punto della seconda attenzione. La sua testa era eretta, affrontando quello che stava davanti a sé, solo i suoi occhi erano sbiecati. Disse che un guerriero deve evocare il tentativo. Nello sguardo sta il segreto. Gli occhi convocano il tentativo. Diventai euforico. Finalmente io ero capace di considerare qualcosa che io sapevo senza saperlo in realtà. La ragione per la quale il vedere sembra essere visuale è perché abbiamo bisogno degli occhi per mettere a fuoco il tentativo. Don Juan ed il suo gruppo di guerrieri sapevano come usare gli occhi per acchiappare altri aspetti del tentativo ed a questo atto lo chiamavano vedere. Quella che Silvio Manuel si era mostrato era la vera funzione degli occhi, gli atrapadores del tentativo. Utilizzai allora premeditatamente i miei occhi per convocare il tentativo. Li concentrai sul punto della seconda attenzione. Improvvisamente, Don Juan, i suoi guerrieri, signora Soledad e Scelse erano uova luminose, ma non la Grassa, le tre sorelline ed i Genaros. Continuai a muovere lo sguardo di un lato all'altro; tra le bolle di luce e la gente, fino a che ascoltai un scricchiolio nella base del mio collo, e tutti quelli che stavano nella mia stanza erano uova, luminosi. Per un istante sentii che non poteva sapere chi era chi, ma dopo i miei occhi riuscirono a stringersi e sostenni due aspetti del tentativo, due immagini contemporaneamente. Poteva vedere i suoi corpi fisici ed anche le sue luminosità. Le due scene non si trovavano una sopra all'altra, ma erano separate, e tuttavia non poteva concepire come. Definitivamente aveva due canali di visione; vedere stava intimamente unito ai miei occhi e nonostante era qualcosa di indipendente di essi. Se li chiudeva, poteva vedere ancora le uova luminose, ma non i corpi fisici. In un momento ebbi la sensazione chiara che io sapevo come cambiare la mia attenzione verso la mia luminosità. Sapeva anche che per girare di nuovo al livello fisico tutto quello che doveva fare era mettere a fuoco gli occhi nel mio corpo. Don Juan venne dopo al mio fianco e mi disse che il nagual Juan Matus, come regalo di addio, mi ero dato il dovere, Vicente mi diede la sfida, Silvio Manuel mi diede magia, ed egli andava a darmi la grazia. Mi guardò dall'alto in basso e commentò che io ero il nagual di apparenza più deplorevole che avesse visto. Esaminò gli apprendisti, mosse la testa e concluse che con un'apparenza tanto deplorevole la cosa unica che ci rimaneva era essere ottimista e vedere il lato positivo delle cose. Ci contò la barzelletta di una ragazza paesana che fu sedotta da un agente viaggiante che gli promise matrimonio. Quando arrivò il giorno del matrimonio e gli dissero che il fidanzato era fuggito dal paese, ella non si alterò, sorrise con fatalità e disse che non tutto era perso. Perse la verginità, sì, ma meno male che ancora non aveva ammazzato il lattonzolo della festa. Don Genaro raccomandò che la cosa unica che poteva aiutarci ad uscire da quella situazione che era quella della fidanzata vestita ed agitata, era afferrarci ai nostri lattonzoli, chiunque che fosse, e riderci a crepapelle. Solo attraverso la risata potremmo cambiare la nostra condizione. Ci sollecitò con gesti della testa e delle mani a che ridessimo. Si inginocchiò e ci chiese una risata. Vedere Don Genaro di ginocchia ed agli apprendisti tentando di sbellicarsi era tanto ridicolo come i miei propri tentativi. Improvvisamente io stavo ridendo stentóreamente con Don Juan ed i suoi guerrieri. Don Genaro che scherzava sempre che io ero poeta e pazzo, mi chiese che gli leggesse a voce alta un poema. Disse che voleva riassumere i suoi sentimenti e le sue raccomandazioni col poema che celebra la vita, la morte e la risata. Si riferiva ad un frammento del poema di José Gorostiza Muerte senza fine. La donna nagual mi tese il libro ed io lessi la parte che piaceva sempre a Don Juan e Don Genaro. Ahi, una cieca allegria, una fame di consumare l'aria che si respira, la bocca, l'occhio, la mano; questi pungentes solletico di goderci interi


in un solo colpo di risata, ahi, questa morte insultante, procace che c'assassina a distanza, dal gusto che prendiamo in morirla, per una tazza di tè, per un'appena carezza. L'effetto del poema fu annichilante. Sentii una scossa. Emilito e Juan Tuma andarono al mio fianco. Non dissero una sola parola. I suoi occhi brillavano come biglie nere. Tutti i suoi sentimenti sembravano concentrarsi sui suoi occhi. Juan Tuma disse molto soavemente che una volta egli mi ero introdursi nella sua casa nei misteri di Mescalito e che quell'era stato un precursore di un'altra occasione nella ruota del tempo nel quale egli si introdursi nell'ultimo dei misteri: la libertà. Emilito disse, come se la sua voce fosse un'eco di Juan Tuma che i due confidavano in che io potrei compiere il mio compito. Essi mi aspetterebbero, perché qualche giorno io me li unirei. Juan Tuma aggiunse che l'Aquila si era messa col gruppo del nagual Juan Matus perché quell'era la mia unità di riscatto. Nuovamente mi abbracciarono ed all'unisono mi sussurrarono che doveva avere fiducia in me stesso. Poi vennero le guerriere a me. Ognuna di esse mi abbracciò e mi sussurrò un desiderio nell'udito, un desiderio di pienezza e risultati. La donna nagual fu l'ultima che mi fu avvicinato. Prese posto e mi sedette nelle sue gonne come se io fossi un bambino. Essudava affetto e purezza. Persi l'alito. Ci mettemmo in piede e camminiamo per la stanza. Parliamo ed esaminiamo il nostro destino. Forze impossibili da concepirci avevano guidato a quello momento culminante. La trepidazione che sentii fu incommensurabile. E così era anche la mia tristezza. Allora mi rivelò una porzione della regola che si applicava al nagual di tre punte. Ella si trovava in un stato di agitazione estrema e tuttavia era calmata. Il suo intelletto era impeccabile e tuttavia non tentava di ragionare niente. Il suo stato di coraggio nel suo ultimo giorno nella terra era inaudito e me lo trasmise. Era come se fino a quello momento io non mi avrei reso conto della finalità della nostra situazione. Stare nel lato sinistro implicava che la cosa immediata prendeva precedenza, egli quale faceva che per me fosse praticamente impossibile prevedere oltre quello momento. Tuttavia, il contatto con la donna nagual acchiappò qualcosa della mia coscienza del lato destro e la sua capacità per pregiudicare la cosa mediata. Compresi allora completamente che mai più la girerebbe a vedere. E quello per me ero un'angoscia senza limite! Don Juan diceva che nel lato sinistro non c'è posto per le lacrime che un guerriero non può piangere, e che l'unica espressione di angoscia è una scossa che viene dalle profondità stesse dall'universo. È come se una delle emanazioni dell'Aquila fosse l'angoscia. La scossa del guerriero è infinita. Mentre la donna nagual mi parlava e mi abbracciavo, io sentii quella scossa. Ella mise le sue braccia intorno al mio collo e strinse la sua testa contro la mia. Sentii che si stava spremendo come un pezzo di straccio, e che qualcosa emergeva dal mio corpo, o di quello di lei verso il mio. La mia angoscia fu tanto intensa e mi inondò tanto rapido che persi il controllo dei muscoli. Caddi a terra, con la donna nagual ancora abbracciato a me. Pensai, come se stesse in un sonno che aveva dovuto tagliare la fronte durante la nostra caduta. Il suo viso ed il mio stavano coperti di sangue. Il sangue aveva fatto un stagno nei suoi occhi. Don Juan e dono Genaro mi raggiunsero con sollecitudine. Mi sostennero. Io avevo spasmi incontrollabili, come attacchi. Le guerriere circondarono alla donna nagual; dopo fecero una fila alla metà della stanza. Gli uomini li furono uniti. In un momento Lei creó un'innegabile catena di energia che fluiva tra essi. La fila si mosse e sfilò di fronte di me. Ognuno di essi si avvicinò e si trattenne di fronte a me per un momento, ma senza rompere fila. Era come se scivolassero in una rampa movibile che li trasportava e che faceva loro trattenersi ed affrontare per un secondo. I quattro propri avanzarono in primo luogo, con gli uomini alla testa, dopo li seguirono i guerrieri, dopo le sognatrici, le accecatrici e, infine, la donna nagual. Passarono di fronte a me e per un secondo o due rimasero a piena vista; dopo sparirono nella nerezza dalla misteriosa crepa che era apparso nella stanza. Don Juan oppresse la mia schiena e mi aiutò a resistere un po' di mia angoscia intollerabile. Disse


che comprendeva il mio dolore, e che l'affinità dell'uomo nagual e della donna nagual è qualcosa che non può formularsi. Esiste come risultato delle emanazioni dell'Aquila; una volta che le due persone si uniscono e si separano, non c'è maniera di riempire la vuotezza, perché non si tratta di una vuotezza sociale, bensì di un movimento di quelle emanazioni. Don Juan mi disse allora che andava a diventare cambiare fino alla mia estrema destra. Disse che era una manovra conmiserativa ma temporale; per il momento mi aiuterei a dimenticare, ma non mi sarebbe un sollievo quando ricordasse. Anche Don Juan mi disse che l'atto di ricordare è assolutamente incomprensibile. In realtà si tratta dell'atto di ricordarsi di uno stesso che uno cessa quando il guerriero recupera la memoria delle azioni portate a capo nella coscienza del lato sinistro, ma prosegue fino a recuperare ognuno dei ricordi che il corpo luminoso ha immagazzinato dal momento di nascere. Le azioni sistematiche che i guerrieri portano a termine in stati di coscienza accresciuta sono una risorsa per permettere che l'altro io mi riveli in termini di ricordi. Questo atto di ricordare, benché sembri solamente essere associato coi guerrieri, è qualcosa che appartiene a qualunque essere umano; ognuno di noi può andare direttamente ai ricordi della nostra luminosità con risultati insondabili. Don Juan mi disse allora che essi partirebbero quello stesso giorno, nel momento del crepuscolo, e che quello che doveva ancora fare con me era creare un'apertura, un'interruzione nel continuo del mio tempo. Andavano a diventare saltare un abisso come mezzo di interrompere l'emanazione dell'Aquila che è responsabile della mia sensazione di essere completo ed uniformi. Il salto dovrebbe farsi quando io stessi in un stato di coscienza normale, e la meta era che la mia seconda attenzione prendesse il controllo; invece di morire in fondo dell'abisso, io entrerei pienamente nell'altro io. Don Juan mi disse che finalmente uscirebbe dall'altro io un'altra volta che la mia energia si esaurisse, ma non nella montagna della quale io andavo a saltare. Predisse che io risorgerei nel mio posto favorito, chiunque che questo fosse. Quella sarebbe l'interruzione del continua del mio tempo, Dopo, Don Juan mi tirò fuori completamente dalla mia coscienza del lato sinistro. Ed io dimenticai la mia angoscia, il mio proposito, il mio compito. All'imbrunire di quello giorno, Pablito, Néstor ed io, in realtà saltiamo dentro un precipizio. Il colpo del nagual era stato tanto esatto e tanto conmiserativo che niente di quello straordinario addio trascese oltre l'altro straordinario atto di saltare ad una morte sicura, e non morire. Spaventoso come fu quell'avvenimento, risultava pallido in paragone con quello che ebbe luogo nell'altro dominio. Don Juan mi fece saltare nel preciso momento in che egli e tutti i suoi guerrieri avevano infiammato le sue animo. Ebbi una visione, come di sonno, di una fila di gente che mi guardavo. Poi lo razionalizzai come se fosse parte di una serie di visioni o allucinazioni che ebbi dopo avere saltato. Questa era la magra interpretazione della mia coscienza del lato destro, oppressa per la cosa spaventosa dell'evento totale. Nel mio lato sinistro, tuttavia, compresi che era entrato nell'altro io, ma senza l'aiuto della mia razionalità. I guerrieri del gruppo di Don Juan mi avevano afferrato per un istante eterno, prima che svanissero nella luce totale, prima che l'Aquila lasciasse loro passare. Io sapevo che si trovavano aspettando Don Juan e Don Genaro in una sfera delle emanazioni dell'Aquila che stava oltre la mia portata. Vidi a Don Juan prendendo la parte anteriore. E ci fu dopo solo una fila di squisite luci nel cielo. Qualcosa come un vento sembrava fare che la fila si contrarsi ed oscillasse. In un estremo della linea di luci, dove si trovava Don Juan, c'era un'immensa lucentezza. Pensai al serpente piumato della leggenda tolteca. E dopo le luci svanirono. APPENDICE Sei proposte esplicatorie Nonostante le sorprendenti manovre che Don Juan effettuò con la mia coscienza, durante gli anni io persistei, ostinato, in tentare di valutare intellettualmente quello che egli faceva. Benché abbia scritto molto circa queste manovre, è stato sempre dal punto di vista experiencial e, inoltre, da una posizione strettamente razionale. Immerso come stava nella mia propria razionalità, non potei riconoscere le mete degli insegnamenti di Don Juan. Per comprendere la portata di queste mete con qualche grado di esattezza, era necessario che perdesse la mia forma umana e che


arrivasse alla totalità di me stesso. Gli insegnamenti di Don Juan avevano come fine guidarmi attraverso la seconda fase dello sviluppo di un guerriero: la verifica ed accettazione irrestricta che in noi c'è un altro tipo di coscienza. Questa fase si divideva in due categorie. La prima, per la quale Don Juan richiese l'aiuto di Don Genaro, trattava con le attività. Consisteva in mostrarmi certi procedimenti, azioni e metodi che erano progettati ad esercitare la mia coscienza. La seconda aveva a che vedere con la presentazione delle sei proposte esplicatorie. A causa delle difficoltà che ebbi in adattare la mia razionalità al fine di accettare la plausibilità di quello che mi abituavo, Don Juan presentò questi proposte esplicatorie in termini dei miei antecedenti scolastici. La cosa prima che fece, come introduzione, fu creare una scissione in me mediante un colpo specifico nella scapola destra, un colpo che mi facevo entrare in un stato desusual di coscienza, il quale io non potevo ricordare una volta che era ritornato alla normalità. Fino al momento in cui Don Juan mi fece entrare in tale stato di coscienza aveva un innegabile senso di continuità che credei prodotto della mia esperienza vitale. L'idea che aveva di me stesso era quella di essere un'entità completa che poteva rendere conto di tutto quello che aveva fatto. Inoltre, mi trovavo convinto che la stanza di tutta la mia coscienza, se è che ci l'era, si trovava nella mia testa. Tuttavia, Don Juan mi dimostrò col suo colpo che esiste un centro nella spina dorsale, all'altezza delle scapole che ovviamente è un posto di coscienza accresciuta. Quando interrogai Don Juan sulla natura di quello colpo, mi spiegò che il nagual è un dirigente, un guida che ha la responsabilità di fare la strada, e che deve essere impeccabile per inzuppare i suoi guerrieri con un senso di fiducia e chiarezza. Abbasso solo quelle condizioni un nagual si trova in possibilità di proporzionare un colpo nella schiena al fine di forzare un spostamento di coscienza, perché il potere del nagual è quello che permette di portare a termine la transizione. Se il nagual non è un apprendista impeccabile, lo spostamento non succede, come fu il caso quando io trattai, senza successo, di collocare gli altri apprendisti in un stato di coscienza accresciuta bastonandoli nella schiena prima di rischiamo nel ponte. Domandai a Don Juan che cosa implicava quello spostamento di coscienza. Mi disse che il nagual deve dare il colpo in un posto preciso che varia di persona a persona ma che si trova sempre nell'area generale delle scapole. Un nagual deve vedere per specificare il posto che si localizza nella periferia della luminosità di uno e non nel corpo fisico in sé; una volta che il nagual l'identifica, lo spinge, più che batterlo, e così creda una concavità, una depressione nel guscio luminoso. Lo stato di coscienza accresciuta che deriva da quello colpo dura quello che dura la depressione. Alcuni gusci luminosi girano alle sue forme originali per se stessi, alcuni devono essere battuti in un altro punto al fine di essere restaurati, ed altri più non recuperano mai già le sue forme ovali. Don Juan diceva che i veggenti vedono la coscienza come una brillantezza peculiare. La coscienza della vita quotidiana è un scintillio nel lato destro che si estende dell'esterno del corpo fisico fino alla periferia della nostra luminosità. La coscienza accresciuta è una lucentezza più intensa che si associa con gran velocità e concentrazione, un fulgore che satura la periferia del lato sinistro. Don Juan diceva che i veggenti spiegano quello che succede col colpo del nagual, come un sgombero temporaneo di un centro posizionato nel bocciolo luminoso del corpo. Le emanazioni dell'Aquila in realtà si valutano e si selezionano in quello centro. Il colpo altera il suo funzionamento normale. Attraverso le sue osservazioni, i veggenti sono giunti alla conclusione che i guerrieri devono essere messi in quello stato di disorientamento. Come il cambiamento nella maniera funzioni la coscienza sotto quelle condizioni fa che quello stato sia un territorio ideale per delucidare i mandati dell'Aquila: permette che i guerrieri funzionino come se stessero nella coscienza di tutti i giorni, con la differenza che possono concentrarsi su tutto quello che fanno con una chiarezza e con una forza senza precedenti. Don Juan diceva che la mia situazione era analoga alla quale egli aveva sperimentato. Il suo benefattore creó una profonda scissione in lui, facendolo spostare si unisca ed un'altra volta della coscienza del lato destro a quella del lato sinistro. La chiarezza e la libertà della sua coscienza del lato sinistro si trovavano in opposizione diretta alle razionalizzazioni ed interminabili difese del suo lato destro. Mi disse che tutti i guerrieri sono cacciati alle profondità della stessa situazione che quella polarità modella, e che il nagual creda e rinforza la scissione al fine di condurre i suoi


apprendisti alla convinzione che c'è una coscienza negli esseri umani che non si è esplorato. 1. Quello che percepiamo come mondo sono le emanazioni dell'Aquila. Don Juan mi spiegò che il mondo che percepiamo non ha esistenza trascendentale. Come siamo abituati con lui crediamo che quello che percepiamo è un mondo di oggetti che esistono come li percepiamo, quando in realtà non c'è un mondo di oggetti, bensì, piuttosto, un universo di emanazioni dell'Aquila. Quelle emanazioni rappresentano l'unica realtà immutabile. È una realtà che abbraccia tutto quello che esiste, la cosa percettibile e la cosa impercettibile, la cosa conoscibile e l'inconoscibile. I veggenti che vedono le emanazioni dell'Aquila li chiamano mandati a causa della sua forza urgente. Tutte le creature viventi sono sollecitate ad usare le emanazioni, e li usano senza arrivare a sapere quello che sono. L'uomo ordinario li interpreta come la realtà. Ed i veggenti che vedono le emanazioni li interpretano come la regola. Malgrado i veggenti vedano le emanazioni, non hanno maniera di sapere che cosa è quello che stanno vedendo. Invece di dirigersi con congetture superflue, i veggenti si occupano nella speculazione funzionale di come possono interpretarsi i mandati dell'Aquila. Don Juan sosteneva che intuire una realtà che trascende il mondo che percepiamo rimane nel livello delle congetture; non basta ad un guerriero congetturare che i mandati dell'Aquila sono percepiti istantaneamente per tutte le creature che vivono nella terra, e che nessuna di esse li percepiscono allo stesso modo. I guerrieri devono tentare di presenziare al flusso di emanazioni e "vedere" la maniera come l'uomo ed altri esseri viventi l'usano per costruire il suo mondo percettibile. Quando proposi utilizzare la parola "descrizione" invece di emanazioni dell'Aquila, Don Juan mi chiarì che non stava facendo una metafora. Disse che la parola descrizione connota un accordo umano, e che quello che percepiamo emerge da un mandato nel quale non contano gli accordi umani. 2. L'attenzione è quella che ci fa percepire le emanazioni dell'Aquila come l'atto di "scremare?" Don Juan diceva che la percezione è una facoltà fisica che coltivano le creature viventi; il risultato finale di questa coltivazione negli esseri umani è conosciuto, tra i veggenti, come "attenzione." Don Juan descrisse l'attenzione come l'atto di agganciare e canalizzare la percezione. Disse che quell'atto è la nostra impresa più singolare che copre tutta la gamma di alternativa e possibilità umane. Don Juan stabilì una distinzione precisa tra alternativa e possibilità. Alternative umane sono quelle che siamo qualificati per scegliere come persone che funzionano dentro il mezzo sociale. Il nostro panorama di questo dominio è molto limitato. Possibilità umane risultano essere quelli che siamo qualificati per riuscire come esseri luminosi. Don Juan mi rivelò un schema classificatorio di tre tipi di attenzione, enfatizzando che chiamarli "tipi" era erroneo. In realtà, si tratta di tre livelli di conoscenza: la prima, la seconda e la terza attenzione; ognuna di esse è un dominio indipendente, completo in sé. Per un guerriero che si trova nelle fasi iniziali del suo apprendistato, la prima attenzione è la più importante delle tre. Don Juan diceva che il suo proposte esplicatorie era tentativi di portare al primo piano il modo come funziona la prima attenzione, qualcosa che è completamente inosservato per noi. Considerava imperativo che i guerrieri comprendessero la natura della prima attenzione se è che andavano ad avventurarsi nelle altre due. Mi spiegò che alla prima attenzione gli è stato insegnato a muoversi istantaneamente attraverso tutto un spettro delle emanazioni dell'Aquila, senza mettere la minore enfasi evidente in ciò, al fine di raggiungere "unità percettive" che tutti noi abbiamo imparato che sono percettibili. I veggenti chiamano "scremare" a questa impresa della prima attenzione, perché implica la capacità di sopprimere le emanazioni superflue e selezionare quali di esse devono enfatizzarsi. Don Juan spiegò questo processo prendendo come esempio la montagna che vedevamo in quello momento. Sostenne che la mia prima attenzione, al momento di vedere la montagna, aveva scremato un'infinita quantità di emanazioni per ottenere un miracolo di percezione; un scremi che tutti gli esseri umani conoscono perché ognuno di essi lo è riuscito raggiungere per sé stesso. I veggenti dicono che tutto quello che la prima attenzione sopprime per ottenere un scremi, non può essere oramai recuperato per la prima attenzione sotto nessuna condizione. Una volta che impariamo a percepire in termini di screma, i nostri sensi non registrano oramai le emanazioni superflue. Per delucidare questo punto mi diede l'esempio di quello scremi "corpo umano." Disse che nostra prima attenzione è completamente incosciente delle emanazioni che compongono il


luminoso guscio esterno del corpo fisico. Il nostro bocciolo ovale non è soggetto alla percezione; si sono respinti le emanazioni che lo farebbero percettibile in favore del quale permettono alla prima attenzione di percepire il corpo fisico come lo conosciamo. Pertanto, la meta percettivo che devono riuscire i bambini mentre maturano, consiste in imparare ad isolare le emanazioni appropriate col fine da canalizzare la sua percezione caotica e trasformarla nella prima attenzione; facendolo, imparano a costruire screma. Tutti gli esseri umani maturi che circondano i bambini insegnano loro a scremare. Presto o tardi i bambini imparano a controllare la sua prima attenzione al fine di percepire gli screma in termini simili a quelli dei suoi maestri. Don Juan non smise mai di meravigliarsi con la capacità degli esseri umani di impartire ordine al caos della percezione. Sosteneva che ognuno di noi, per i suoi propri meriti, è un mago magistrale e che la nostra magia consiste in influenzare di realtà scremali che nostra prima attenzione ha imparato a costruire. Il fatto che percepiamo in termini di screma è il mandato dell'Aquila, ma percepire i mandati come oggetti è il nostro potere, nostro Don magico. La nostra fallacia, d'altra parte, è che finiamo sempre per essere unilaterali dimenticando che li scremi sono solo reali nel senso che li percepiamo come reali, dovuto al potere che abbiamo per farlo. Don Juan richiamava a questo un errore di giudizio che distrugge la ricchezza delle nostre misteriose origini. 3. A scremali dà loro sentito il primo anello di potere. Don Juan diceva che il primo anello di potere è la forza che esce dalle emanazioni dell'Aquila per colpire esclusivamente nostra prima attenzione. Spiegò che lo è stato rappresentato come un "anello" a causa del suo dinamismo, del suo movimento ininterrotto. Lo è stato chiamato anello "di potere" dovuto, in primo luogo, al suo carattere compulsivo, e, secondo, a causa della sua capacità unica di fermare le sue opere, di cambiarli o di ritornare la sua direzione. Il carattere compulsivo si mostra meglio nel fatto che non sollecita solo alla prima attenzione a costruire e perpetuare screma, ma esige un consenso di tutti i partecipanti. A tutti noi c'è esatto un completo accordo sulla fedele riproduzione di screma, perché la conformità al primo anello di potere deve essere totale. Precisamente quella conformità è quella che ci dà la certezza che li scremi sono oggetti che esistono come tali, indipendentemente della nostra percezione. Inoltre, la cosa compulsiva del primo anello di potere non cessa dopo l'accordo iniziale, ma esige che continuamente rinnoviamo l'accordo. Tutta la vita dobbiamo operare come se, per esempio, ognuno di nostri scremi fossero percettivomente i primo per ogni essere umano, nonostante linguaggi e di culture, Don Juan concedeva che benché tutto quello sia troppo serio per prenderlo per scherzo, il carattere urgente del primo anello di potere è tanto intenso che ci forza a credere che se la "montagna" potesse avere una coscienza propria, questa si considererebbe come quello scremi che abbiamo imparato a costruire. La caratteristica più preziosa del primo anello di potere ha per i guerrieri è la singolare capacità di interrompere il suo flusso di energia, o di sospenderlo del tutto. Don Juan diceva che questa è una capacità latente che esiste in tutti noi come unità di appoggio. Nel nostro stretto mondo di screma non c'è necessità di usarla. Dato che siamo tanto efficientemente attenuati e difesi per la rete della prima attenzione, non ci rendiamo conto, neanche vagamente, che abbiamo risorse nascoste. Tuttavia, se ci fossi presentato un'altra alternativa per scegliere, come è l'opzione del guerriero di utilizzare la seconda attenzione, la capacità latente del primo anello di potere potrebbe incominciare a funzionare e potrebbe usarsi con risultati spettacolari. Don Juan sottolinea che la maggiore impresa degli stregoni è il processo di attivare quella capacità latente; egli lo chiamava bloccare il tentativo del primo anello di potere. Mi spiegò che le emanazioni dell'Aquila che sono stati già isolate per la prima attenzione per costruire il mondo di tutti i giorni, esercita una pressione infrangibile nella prima attenzione. Affinché questa pressione fermi la sua attività, il tentativo deve essere sloggiato. I veggenti richiamano a questo un'ostruzione o un'interruzione del primo anello di potere. 4. Il tentativo è la forza che muove al primo anello di potere. Don Juan mi spiegò che il tentativo non si riferisce ad avere un'intenzione, o desiderare una cosa o un'altra, bensì piuttosto si tratta di una forza imponderabile che ci fa comportarci di maniere che possono descriversi come intenzione, desiderio, volizione, eccetera. Don Juan non lo


presentava come una condizione di essere, proveniente di uno stesso, come è un'abitudine prodotta per la socializzazione, o una reazione biologica, bensì piuttosto lo rappresentava come una forza privata, intima che possediamo ed usiamo individualmente come una chiave che fa che il primo anello di potere si muova di maniere accettabili. Il tentativo è quello che dirige alla prima attenzione affinché questa si concentri sulle emanazioni dell'Aquila dentro una certa cornice. Ed anche il tentativo è quello che ordina al primo anello di potere ad ostruire o interrompere il suo flusso di energia. Don Juan mi suggerì che concepisse il tentativo come una forza invisibile che esiste nell'universo, senza riceversi a se stessa, ma che anche cosí colpisce tutto: forza che creda e che mantiene gli screma. Affermò che li scremi devono svagarsi incessantemente per essere influenzati di continuità. Al fine di ricrearli ogni volta col fresco che devono per costruire un mondo vivente, dobbiamo tentarli ogni volta che li costruiamo. Per esempio, dobbiamo tentare la "montagna" con tutte le sue complessità affinché quello scremi si materializzi completo. Don Juan diceva che per un spettatore che si comporta esclusivamente in base alla prima attenzione senza l'intervento del tentativo, la "montagna" apparirebbe come un scremi interamente distinto. Potrebbe apparire come quello scremi "forma geometrica" o "macchia amorfa di colorazione." Affinché quello scremi montagna si completi, lo spettatore deve tentarlo, sia già involontariamente attraverso la forza urgente del primo anello di potere, o premeditatamente, attraverso l'allenamento del guerriero. Don Juan mi segnalò le tre maniere come c'arriva il tentativo. Il più predominante è conosciuto dai veggenti come "il tentativo del primo anello di potere." Questo è un tentativo cieco che c'arriva per una casualità. È come se stessimo nella sua strada, o come se il tentativo si mettesse nel nostro. Inevitabilmente ci scopriamo acchiappati nei suoi fuseaux senza avere né il minore controllo di quello che sta succedendoci. La seconda maniera è quando il tentativo c'arriva per il suo proprio conto. Questo richiede un considerabile grado di proposito, un senso di determinazione per la nostra parte. Solo nella nostra capacità di guerrieri possiamo collocarci volontariamente durante il tragitto del tentativo; lo convochiamo, per così dirlo. Don Juan mi spiegò che la sua insistenza per essere un guerriero impeccabile non era nient'altra che un sforzo per lasciare che il tentativo sapesse che egli si sta mettendo nella sua strada. Don Juan diceva che i guerrieri chiamano "potere" a questo fenomeno. E così quando parlano di avere potere personale, si riferiscono al tentativo che arriva loro volontariamente. Il risultato, mi dicevo, può descriversi come la facilità di trovare nuove soluzioni, o la facilità di colpire la gente o gli avvenimenti. È come se altre possibilità, sconosciute previamente per il guerriero, di subitaneo Lei ritornasse apparenti. Di questa maniera, un guerriero impeccabile non decide mai in anticipo di niente, ma i suoi atti sono tanto decisivi che sembra come se il guerriero avesse calcolato in anticipo ogni aspetto della sua attività. La terza maniera troviamo come al tentativo è la più rara e complessa delle tre; succede quando il tentativo ci permette di armonizzare con lui. Don Juan descriveva questo stato come il vero momento di potere: il culmine degli sforzi di tutta una vita alla ricerca dell'impeccabilità. Solo i guerrieri supremi l'ottengono, e mentre si trovano in quello stato, il tentativo si lascia maneggiare per essi a volontà. È come se il tentativo si fosse fuso in quelli guerrieri, e facendolo li trasforma in una forza pura, senza preconcepciones. I veggenti richiamano a questo stato il "tentativo del secondo anello di potere", o "volontà." 5. Il primo anello di potere può essere fermato mediante un blocco funzionale della capacità di armare scremi. Don Juan diceva che la funzione dei non-fare è creare un'ostruzione nella messa a fuoco abituale di nostra prima attenzione. I non-fare sono; in questo senso, manovre destinate a preparare la prima attenzione per il blocco funzionale del primo anello di potere o, in altre parole, per l'interruzione del tentativo. Don Juan mi spiegò che questo blocco funzionale che è l'unico metodo di utilizzare sistematicamente la capacità latente del primo anello di potere, rappresenta un'interruzione temporanea che il benefattore creda nella capacità di armare screma del discepolo. Si commercia di una premeditata e poderosa intrusione artificiale nella prima attenzione, con l'oggetto di spingerla oltre le apparenze che li scremi conosciuti ci presentano; questa intrusione si riesce


interrompere il tentativo del primo anello di potere. Don Juan diceva che per portare a termine l'interruzione, il benefattore tratta al tentativo come quello che veramente è: un processo, un flusso, una corrente di energia che eventualmente può trattenersi o riorientarsi. Un'interruzione di questa natura, tuttavia, implica una commozione di tale grandezza che può forzare al primo anello di potere a trattenersi del tutto; una situazione impossibile da concepire abbasso le nostre condizioni normali di vita. Ci risulta impensabile che possiamo retrocedere i passi che prendiamo consolidando la nostra percezione, ma è fattibile che scendo l'impatto da quell'interruzione possiamo collocarci in una posizione percettivo molto simile a quella dei nostri principi, quando i mandati dell'Aquila erano emanazioni che non influenzavamo ancora di significato. Don Juan diceva che qualunque procedimento che il benefattore possa cessare per creare questa interruzione, deve essere intimamente legata col suo potere personale, pertanto, un benefattore non usa nessun processo per maneggiare il tentativo, ma attraverso il suo potere personale lo muove e lo mette a portata dell'apprendista. Nel mio caso, Don Juan riuscì il blocco funzionale del primo anello di potere mediante un processo complesso che combinava tre, metodi: ingestione di piante allucinogene, manipolazione del corpo e manovrare il tentativo stesso. Nel principio Don Juan si appoggiò fortemente sull'ingestione di piante allucinogene, apparentemente a causa della persistenza del mio lato razionale. L'effetto fu tremendo, e tuttavia ritardò l'interruzione che si cercava. Il fatto che le piante fossero allucinogene offriva alla mia ragione la giustificazione perfetta per congregare tutte le sue risorse disponibili per continuare esercitando il controllo. Io ero convinto che poteva spiegare logicamente qualunque cosa che sperimentava, insieme alle inconcepibili imprese che Don Juan e dono Genaro normalmente portavano a capo per creare le interruzioni, come distorca percettivoes causato per l'ingestione di allucinogeni. Don Juan diceva che l'effetto più notevole delle piante allucinogene era qualcosa che ogni volta che li ingeriva io interpretavo come la peculiare sensazione che tutto intorno a me essudava una sorprendente ricchezza. C'erano colori, forme, dettagli che prima non aveva presenziato mai. Don Juan utilizzò questo incremento della mia abilità per percepire, e mediante una serie di ordini e commenti mi costringevo ad entrare in un stato di agitazione nervosa. Poi manipolava il mio corpo e mi facevo cambiare un lato all'altro della coscienza, fino a che aveva creato visioni fantasmagoriche o scene completamente reali con creature tridimensionali che era impossibile che esistessero in questo mondo. Don Juan mi spiegò che una volta che si rompe la relazione diretta tra il tentativo e scremali che stiamo costruendo, questa non può restituirsi mai già. A partire da quello momento acquisiamo l'abilità di acchiappare una corrente di quello che egli conosceva come "tento fantasma", o il tentativo di scremali che non sono presenti nel momento o nel posto dell'interruzione, quello è, un tentativo che rimane a nostra disposizione attraverso qualche aspetto della memoria. Don Juan sosteneva che con l'interruzione del tentativo del primo anello di potere diventiamo ricettivi e malleabili; un nagual può introdurre allora il tentativo del secondo anello di potere. Don Juan si trovava convinto che i bambini di una certa età si trovano in una situazione simile di ricettività; stando privato di proposito, rimangono intelligenti affinché è imprimato qualunque tentativo accessibile ai maestri che li circondano. Dopo un periodo di ingestione continua di piante allucinogene, Don Juan descontinuó totalmente il suo uso. Tuttavia, ottenne nuove ed ancora più drammatiche interruzioni in me manipolando il mio corpo e diventando cambiare stati di coscienza, combinando tutto questo con manovrare il tentativo stesso. Attraverso una combinazione di istruzioni mesmerizantes e di commenti appropriati, Don Juan creava di proposito una corrente fantasma, ed io ero condotto a sperimentare gli screma comuni e correnti come qualcosa di inimmaginabile. Egli concettualizzò tutto quello come scorgere l'immensità della "Aquila." Don Juan mi guidò magistralmente di proposito attraverso innumerevoli interruzioni fino a che si convinse, come veggente che il mio corpo mostrava l'effetto del blocco funzionale del primo anello di potere. Diceva che poteva vedere un'attività disabituata nel mio guscio luminoso intorno all'area delle scapole. La descrisse come una fossetta che si era formato esattamente come se la luminosità fosse una cappa muscolare contratta per un nervo. Per me, l'effetto del blocco funzionale del primo anello di potere fu che riuscì a cancellare la certezza che tutta la mia vita aveva avuto che era "reale" quello che reprimevano i miei sensi.


Silenziosamente entrai in un stato di silenzio interno. Don Juan diceva che quello che dà ai guerrieri quell'estrema incertezza che il suo benefattore sperimentò alla fine della sua vita, quella rassegnazione al fallimento che egli stesso si trovava vivendo, è il fatto che un barlume dell'immensità dell'Aquila ci lascia senza speranze. La speranza è risultata della nostra familiarità con scremali e dell'idea che li controlliamo. In tali momenti la vita di guerriero può aiutarci solo a perseverare nei nostri sforzi per scoprire quello che l'Aquila ci ha occultato, ma senza speranze che possiamo arrivare a comprendere qualche volta quello che scopriamo. 6. la seconda attenzione. Don Juan mi spiegò che l'esame della seconda attenzione deve cominciare con dare si racconta che la forza del primo anello di potere che c'incassa, è un limitrofo fisico, concreto. I veggenti l'hanno descritto come una parete di nebbia, una barriera che può essere portata sistematicamente alla nostra coscienza per mezza del blocco del primo anello di potere; e dopo può essere perforata per mezzo dell'allenamento del guerriero. Perforando la parete di nebbia, uno entra in un vasto stato intermedio. Il compito dei guerrieri consiste in attraversarlo fino ad arrivare alla seguente linea divisoria che si dovrà perforare al fine di entrare in quello che propriamente è l'altro io o la seconda attenzione. Don Juan diceva che le due linee divisorie sono perfettamente discernibili. Quando i guerrieri perforano la parete di nebbia, sentono che si ritorcono i suoi corpi, o sentono un intenso tremore nella cavità dei suoi corpi, in generale alla destra dello stomaco o attraverso la parte mezza, di destra a sinistra. Quando i guerrieri perforano la seconda linea, sentono un acuto scricchiolio nella parte superiore del corpo, qualcosa come il suono di un piccolo ramo secco che è partita in due. Le due linee che incassano alle due attenzioni, e che li bollano individualmente; sono conosciute dai veggenti come le linee parallele. Queste bollano le due attenzioni mediante il fatto che si estendono fino all'infinito, senza permettere mai l'incrocio non sia che li sia perforati. Tra le due linee esiste un'area di coscienza specifica che i veggenti chiamano limbo, o il mondo che si trova tra le linee parallele. Si tratta in due di un spazio reale enormi ordini di emanazioni dell'Aquila; emanazioni che si trovano dentro le possibilità umane di coscienza. Uno è il livello che creda l'io della vita di tutti i giorni, e l'altro è il livello che creda l'altro io. Come il limbo è una zona transizionale, lì i due campi di emanazioni si estendono l'uno sull'altro. La frazione del livello che c'è conosciuto che si estende dentro quell'area, aggancia ad una porzione del primo anello di potere; e la capacità del primo anello di potere di costruire scremi, c'obbliga a percepire una serie di screma nel limbo che sono quasi come quelli della vita giornaliera, a meno che appaiono grotteschi, insoliti e contorti. Di quella maniera il limbo ha tratti specifici che non cambiano arbitrariamente ciascuna volta che uno mette in lui. C'è in lui tratti fisici che somigliano gli screma della vita quotidiana. Don Juan sosteneva che la sensazione di pesantezza che si sperimenta nel limbo si deve al carico crescente che si è impiegato nella prima attenzione. Nell'area che si trova giustamente oltre alla parete di nebbia possiamo comportarci ancora come lo facciamo normalmente; è come se ci trovassimo in un mondo grottesco ma riconoscibile. Come penetriamo più profondamente in lui, oltre la parete di nebbia, progressivamente diventa più difficile riconoscere i tratti o comportarsi in termini dell'io conosciuto. Mi spiegò che era possibile fare che invece della parete di nebbia apparisse qualunque altra cosa, ma che i veggenti hanno optato per accentuare quello che consuma minore energia: visualizzare quello limitrofo come una parete di nebbia non costa nessun sforzo. Quello che esiste oltre la seconda linea divisoria è conosciuto dai veggenti come la seconda attenzione, o l'altro io, o il mondo parallelo; e l'atto di oltrepassare i due limitrofo è conosciuto come "attraversare" le linee parallele. Don Juan pensava che io potevo assimilare più fermamente questo concetto se mi descrivevo ogni dominio della coscienza come una predisposizione percettivo specifico. Mi disse che nel territorio della coscienza della vita quotidiana, ci troviamo inesplicabilmente ingarbugliati nella predisposizione percettivo della prima attenzione. A partire dal momento in cui il primo anello di potere incomincia a costruire screma, la maniera di costruirli si trasforma nella nostra predisposizione percettivo normale. Rompere la forza unificatrice della predisposizione percettivo della prima attenzione implica rompere la prima linea divisoria. La predisposizione percettivo normale passa allora all'area intermedia che si trova tra le linee parallele. Uno continua


costruendo screma quasi normali per un tempo. Ma conformi si avvicina uno a quello che i veggenti chiamano la seconda linea divisoria, la predisposizione percettivo della prima attenzione incomincia a cedere, perde forza. Don Juan diceva che questa transizione è marcata per una repentina incapacità di ricordare o di comprendere quello che si sta facendo. Quando si capisce la seconda linea divisoria, la seconda attenzione incomincia ad agire sui guerrieri che portano a termine il viaggio. Se questi sono inesperti, la sua coscienza si svuota, rimane in bianco. Don Juan sosteneva che questo succede perché si stanno avvicinando ad un spettro delle emanazioni dell'Aquila che non hanno ancora una predisposizione percettivo sistematizzato. Le mie esperienze con la Grassa e la donna nagual oltre la parete di nebbia era un esempio di quell'incapacità. Viaggiai fino all'altro io, ma non potei rendere conto di quello che aveva fatto per la semplice ragione che la mia seconda attenzione si trovava ancora non formulata e non mi davo l'opportunità di organizzare tutto quello che aveva percepito. Don Juan mi spiegò che uno incomincia ad attivare il secondo anello di potere forzando alla seconda attenzione a svegliare del suo stupore. Il blocco funzionale del primo anello di potere riesce questo. Dopo, il compito del maestro consiste in ricreare la condizione che diede principio al primo anello di potere, la conclusione di stare saturato di proposito. Il primo anello di potere è messo in movimento per la forza del tentativo dato per chi insegnano a scremare. Come il mio maestro egli si stava dando, allora, un nuovo tentativo che creerebbe un nuovo mezzo percettivo. Don Juan diceva che prende tutta una vita di disciplina incessante che i veggenti chiamano tentativo infrangibile, preparare al secondo anello di potere affinché possa costruire screma dell'altro livello di emanazioni dell'Aquila. Dominare la predisposizione percettivo dell'io parallelo è un'impresa. di valore incomparabile che pochi guerrieri riescono. Silvio Manuel era uno di quelli pochi. Don Juan mi notò che non deve cercare di dominarla deliberatamente. Se questo succede, deve essere mediante un processo naturale che si districa senza un gran sforzo della nostra parte. Mi spiegò che la ragione di questa indifferenza poggia sulla considerazione pratica che dominandola semplicemente diventa molto difficile romperla, perché attivamente la meta che i guerrieri perseguono è rompere entrambi il predisposizioni percettive per entrare nella libertà finale della terza attenzione. FINE *** Questo materiale fu processato da Luis di Cuba ed apportato per diffusione libera e gratuita. Novembre di 2002


Il Dono Dell'aquila