Page 1

Bari oggi è capitale di un sud in cui non si fa la storia, ma si subisce la storia, al di là della sempre più insopportabile retorica di VendoStar e dell’imbarazzante populismo da saloon di Emiliano. *** La settimana scorsa, alle 18 e per circa un’ora, in colpevole ma giustificato ritardo, ho assistito ad un incontro presso la facoltà di scienze politiche voluto dalla neonata associazione Bari partecipa. Partendo dal saggio del professor Bazzocchi http://www.facebook.com/#!/note.php? note_id=10150397168104742 , il professore Onofrio Romano ha voluto stimolare una riflessione sul Governo tecnico e sul futuro che si apre alla politica, in particolare alla politica di sinistra. Al dibattito hanno preso parte parlamentari ed esponenti della sinistra barese. E’ emersa a mio giudizio, in maniera a tratti imbarazzante, l’incapacità totale della sinistra di dire non qualcosa di sensato, ma semplicemente qualcosa per segnare la sua presenza. *** La fine di Berlusconi oltre a meno gnocca e risate ha riportato alla ribalta la politica. Cacciato il tiranno e la sua corte, finito il tempo dell’immobilismo calcolato, scende in campo un quesito scomodo: che fare? Entra in scena Monti e il suo Governo tecnico, segnando inevitabilmente la sconfitta di una generazione politica che non è riuscita a dare un volto al paese da quando nel 1994 ha soppiantato la prima Repubblica. Tutti, destra e sinistra, si sono rivelati completamente impreparati e incapaci di gestire il paese. *** Non voglio nemmeno entrare nel dibattito massoneria sì, massoneria no. Quello che più mi interessa segnalare è che consegnando il paese al Governo Monti questa politica ha ammesso platealmente la sua incapacità di compiere scelte in grado di salvare l’Italia e, soprattutto, mostrato la sua totale sudditanza ad un meccanismo di conquista del consenso basato sulla becera pratica del voto di scambio e del privilegio di caste, interessi locali e di piccolo cabotaggio. *** Monti non puo’ risanare il paese. E non può riuscirci perché il nostro è un problema culturale, una forma mentis basata sulla rendita sia a destra che a sinistra, talmente incrostata nelle profondità italiane da non permettere a nessuno di elaborare un progetto di crescita dell’economia, basato sull’unica cosa che permette lo sviluppo di una nazione: la libera impresa. E’ un problema a sinistra, che sembra non sapere che la ricchezza di un paese non è prodotta dalle burocrazie statali; è un’incognita senza soluzione a destra, legata mani e piedi a corporazioni che impingono in un’economia dei servizi totalmente sbalzata fuori dalla quarta rivoluzione industriale che imperversa nel mondo. L’unico modo per crescere sarebbe dare incentivi ai giovani, possibilmente di estrazione tecnica e liberare le energie ingabbiate in una rete di inefficienze e sprechi che pervade anche la vita di chi scrive.


*** Particolare imbarazzo suscitano in me le posizioni della sinistra. La sinistra non ha un progetto per la crescita. Blatera di diritti, senza capire che per avere il diritto all’acqua devi averla l’acqua, altrimenti parli del nulla. Ragionare di diritti, oggi, significa non centrare il dibattito. Il dibattito oggi dovrebbe vertere, e così non è, sulla possibilità di collaborare tutti insieme, ciascuno per la propria parte, per distruggere le rendite e le sacche di inefficienza che ci impediscono di raggiungere le performance della Germania. E’ chiaro che per ragionare di questo, a sinistra dovremmo ritenere tutti che è il lavoro a nobilitare l’uomo, e che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Mi pare, invece, che le basi comuni per parlare di crescita non ci siano. Si avverte profonda la frattura tra generazioni abituate a pensare che il lavoro lo dà e lo crea lo stato, e le giovani generazioni che, anche per necessità, non vogliono rimanere ingabbiate in logiche clientelari e improduttive, bensì aprirsi alle sfide della modernità. *** Vorrei una sinistra che non avesse paura della parola capitale. Per ignoranza, forse, ma la parola capitale non ha per me alcun connotato negativo, è neutra, una pagina bianca. Non mi spaventa. Anzi lo cerco il capitale. E lo cercano migliaia di giovani con un’idea in attesa di realizzazione, migliaia di immigrati col fuoco dentro, con la voglia di uscire dalla povertà. La voglia che ha fatto di questo paese, nel dopoguerra, un simbolo della capacità dell’uomo di essere geniale, e di saper orientare la storia dell’uomo contro tutto e tutti. Il volo del calabrone, si soleva dire. *** E poi, davvero stanco, da una giornata come tante alla caccia di incarichi professionali sono arrivato alla fiera del levante per la manifestazione bemyapp. Da brividi a fior di pelle il carisma di Nicholas Caporusso. Tantissimi ragazzi in cerca di fortuna, in cerca di capitale per realizzare un’idea. Caporusso mi ha reso plasticamente l’idea del visionario. Ho fatto l’unica cosa che mi sembrava potessi fare. Mi sono avvicinato al banco dei gadgets, accompagnato dall’ottima Palma Nicolardi, organizzatrice dell’evento e dal mio amico Nico Virgilio, responsabile legale dell’associazione Qiris, e ho elargito una modesta somma per aiutare Caporusso e i suoi. *** Non riesco quasi più a ragionare in termini di destra e sinistra. E mi fa male. La politica ha sfide mostruose davanti a sé. Se mai riusciremo a entrare nella quarta rivoluzione industriale, tornando finalmente a crescere,


i problemi saranno comunque infiniti. Un’industria dei servizi completamente inadatta a servire il web e la nuova economia. Riuscire a lasciare il web nell’anarchia competitiva in cui è oggi, senza appesantirlo di regolamentazioni inutili. Far capire alle nuove generazioni creatrici di ricchezza, che probabilmente avranno prodotto benessere senza lo Stato, forse addirittura in lotta contro lo Stato degli sprechi e delle caste, l’importanza della solidarietà verso i più deboli e, più in generale, verso tutte quelle sacche di popolazione – anche giovane – che verranno presumibilmente travolte dall’impossibilità di lavorare nell’economia della tecnica. *** Al tavolo dei gadgets di bemyapp mi presentano subito una ragazza bionda, dall’accento milanese, poco dopo scopro che è bresciana. Si occupa di sanità, ma deve essere un ingegnere perchè mi parla di robotica, ma sono molto stanco e ho la vista appannata. Siccome ogni lasciata è persa iniziamo subito a parlare di sanità, il diritto amministrativo sanitario è nelle mie corde, le espongo i contenuti della legge che ho elaborato per il gruppo PD in materia di centralizzazione appalti; solo che non mi fa mai finire di parlare, non perchè mi interrompa, è il suo sguardo che mi brucia. Mi fermo, non parlo più, e le chiedo quanti anni abbia. Ho pensato, che avesse 18 anni per quanto andava veloce con la testa. Ne ha 28. Cazzo. Mi inibisco un po’ per la mia lentezza, stupidamente mi giustifico accennando alla mia stanchezza. Sorride per educazione, ma è evidente che in cuor suo assapora la mia resa incondizionata. Sono davvero stanco, vorrei cedere del tutto alla debolezza, e chiedere alla bresciana di raccontarmi il futuro, di spiegarmi questo mondo che sta accelerando in maniera così vorticosa. Riesco a trattenere l’istinto. In macchina, con la radio a volume piuttosto alto, mi viene da sorridere pensando che probabilmente la sua risposta sarebbe stata troppo veloce perché potessi afferrarla.

veloce  

it's an essay about the relationship between politics and new technologies

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you