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MENSILE - POSTE ITALIANE SPA - SPEDIZIONE IN A. P. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N. 46), ART. 1, COMMA 1 DCB-C1-FI - DISTRIBUZIONE: MEPE - MILANO ANNO XXXIII - NUMERO 354 MAGGIO 2018 - P. I. 24.02.2017 - ISSN 0394-0179 - CM X8354Q - € 5,90

MAZZUCCHELLI GUTTUSO DE CHIRICO OHR FUTURISMO WOLF FERRARI VILLA CARLOTTA VIGNOLA CLAUDEL RODIN RITRATTISTICA DÜRER BECUCCIO DÜRER BICCHIERAIO BECUCCIO BICCHIERAIO

MAGGIO 2018

DOSSIER DE CHIRICO DI PAOLO BALDACCI

direttore Philippe Daverio

GUTTUSO A TORINO DE CHIRICO A RIVOLI ARTE E FASCISMO A MILANO WOLF FERRARI A CONEGLIANO RODIN A TREVISO HIGH SOCIETY AD AMSTERDAM SPAGNA E ITALIA A FIRENZE DÜRER A MILANO

MOSTRE DI PRIMAVERA

VILLA CARLOTTA TRECENTO ANNI DI COLLEZIONISMO

CAMILLE CLAUDEL IL GENIO, IL DOLORE, LA PERDITA

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Un amico fedele Ogni mese a casa tua

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L’arte è nei dettagli

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Incontri miracolosi: Pontormo

dal disegno alla pittura

a cura di Bruce Edelstein e Davide Gasparotto Uno dei più importanti artisti della Maniera, tre musei di primo piano a livello internazionale. La mostra Incontri miracolosi: Pontormo dal disegno alla pittura, a cura di Bruce Edelstein e Davide Gasparotto, dall’8 maggio al 29 luglio, è il frutto della collaborazione fra Gallerie degli Uùzi, J. Paul Getty Museum e Morgan Library and Museum. In mostra poche, prelibatissime opere di Pontormo tra cui uno dei suoi maggiori capolavori, la Visitazione, appena restaurata, eccezionalmente a confronto con il celebre Alabardiere del Getty Museum, capolavoro assoluto della ritrattistica cinquecentesca e modello fondamentale per l’evoluzione dei ritratti fiorentini successivi. Cartonato con sovraccoperta 21 x 29 cm 160 pagine prezzo 32 euro

Firenze, Galleria Palatina, Sala delle Nicchie


Dopo di lui, l’arte non fu più la stessa. L’opera, le idee, la vita del creatore dell’astrattismo

La ricchezza della vita, dell’opera e del pensiero di Kandinskij (1866-1944) ne fa uno dei principali protagonisti dell’arte dell arte del Novecento. Kandinskij ha in qualche modo infuenzato i protagonisti di quasi tutti i movimenti o scuole artistiche dei primi decenni del XX secolo, tra Blaue Reiter e Bauhaus. Questo volume, con il suo ricco apparato illustrativo, presenta l’opera di Kandinskij in modo inedito, cioè nella sua coerenza tra teoria e prassi e nella sua evoluzione interna. L’analisi dell’autore – filosofo e critico d’arte, uno specialista che ha dedicato a Kandinskij decenni di studio – si avvale della documentazione eccezionale a cui ha avuto accesso fin dall’inizio dei suoi lavori sull’artista: gli scritti autobiografici, i testi teorici e la corrispondenza del pittore, che gettano nuova luce su un percorso creativo eccezionalmente fecondo.

Philippe Sers Philipp

Cartonato 28 x 31 cm 336 pagine prezzo 68 euro


Mensile culturale di GIUNTI EDITORE Numero 354 - maggio 2018 (chiuso in tipografia il 28 marzo 2018) Contiene inserti redazionali Direttore PHILIPPE DAVERIO Comitato scientifico: Rosalba Amerio Tardito, Achille Bonito Oliva, Paolo Dal Poggetto, Christoph L. Frommel, Augusto Gentili, Irving Lavin, Jolanda Nigro Covre, Antonio Paolucci, Giandomenico Romanelli, Orietta Rossi Pinelli, Nicola Spinosa, Claudio Strinati, Alessandro Tomei, Matthias Winner Direttore responsabile Direttore editoriale Claudio Pescio Redazione Ilaria Ferraris (caporedattore) Giovanna Ferri (editing e coordinamento) Michela Ceccantini (segreteria di redazione) Sara Draghi (responsabile web e social) Grafica e impaginazione Leonardo Di Bugno Hanno collaborato a questo numero Enrica Crispino (redazione Dossier e controllo fattuale), Gloria Fossi Barbara Giovannini Paolo Iacuzzi Ilaria Rossi Ricerca iconografica Archivio iconografico Giunti Pubblicità e marketing Antonella Rapaccini Cecilia Torrini Pubblicità interna Angelica Dionisio Edoardo Frascino (grafico) Concessionaria esclusiva di pubblicità Progetto srl sede centrale: Trento Via Grazioli 67 - tel. 0461 231056 Milano Corso Italia 10 - tel. 02 8526800 Roma piazza di Campitelli 2 - tel. 06 69380225 e-mail info@progettosrl.it www.progettosrl.it Direzione, redazione e amministrazione Giunti Editore via Bolognese 165 - 50139 Firenze Tel. 055 50621 - Fax 055 5062298 per contattare la redazione: www.artedossier.it/contatti www.giunti.it www.artedossier.it Prezzi per l’Italia Prezzo di copertina € 5,90 Abbonamento annuale € 48 Iban IT61D0760102800000012940508 c.c.p. 12940508 Servizio abbonati Tel. 055 5062424 (lunedì - venerdì 9-18) Fax 055 5062397 c.c.p. 12940508 intestato a Art e Dossier, Firenze e-mail periodici@giunti.it www.giuntiabbonamenti.it

Bosch I ci cinquecento anni di un visionario Un immaginario favoloso fav e perturbante, nutrito di visioni infernali e paradisi sfolgoranti, sfolg vizi e redenzioni, punizioni esemplari e sensi di colpa, ossessioni o religiose e superstizioni. Un libro imperdibile per chi ama le bizzarre composizioni del maestro olandese, brulicanti di esseri fantastici, simbologie complesse, dettagli minuti da d apprezzare centimetro per centimetro. Opere che vengono attentamente a spiegate e analizzate da uno specialista, iconologo e storico dell’arte.

320 pagine, 75 euro


Spagna e Italia in dialogo nell’Europa del Cinquecento a cura di Marzia Faietti, Corinna Gallori e Tommaso Mozzati

Nel corso del Cinquecento tra Spagna e Italia intercorre un dialogo artistico molto articolato. In particolare, a contribuire a questa circolazione culturale in maniera decisiva è il disegno. Protagonisti italiani di questo dialogo sono Pellegrino Tibaldi, Sebastiano del Piombo, Daniele da Volterra, Giorgio Vasari, cui corrispondono, nella penisola iberica, lo Spagnoletto, Vicente Carducho, Machuca, El Greco. Una mostra in corso alle Gallerie degli Uffizi e il relativo catalogo raccontano questo ricchissimo scambio artistico tra le due scuole. Cartonato con sovraccoperta 21 x 29 cm 272 pagine prezzo 38 euro

Firenze, Gallerie degli Uffizi, Aula Magliabechiana


maggio 2018

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Art news finestre sull’arte La poetica solitudine di un volto ritrovato di Federico D. Giannini

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cortoon Notizie dal pianeta A. di Luca Antoccia arte contemporanea Triennali Beaufort e Bruges di Cristina Baldacci blow up De Marco, Horvat, O’Neill di Giovanna Ferri dentro l’opera Arte da abbandonare e spazi di cui riappropriarsi di Cristina Baldacci

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Grandi mostre. 1 Renato Guttuso a Torino

La pittura come impegno civile di Pier Giovanni Castagnoli

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Grandi mostre. 2 Giorgio de Chirico a Rivoli

Un viaggio nel tempo

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di Marcella Beccaria

il museo immaginario Il vasaio pazzo di Biloxi di Alfredo Accatino - Il Museo Immaginario

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Grandi mostre. 3 Arte e cultura italiana tra il 1918 e il 1943 a Milano

Un’avanguardia al servizio al servizio della dittatura? di Ludovico Pratesi

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Grandi mostre. 4 Teodoro Wolf Ferrari a Conegliano

Un simbolista multiforme

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Luoghi da conoscere Villa Carlotta a Tremezzo

La casa delle belle arti

44 In copertina:

Sir Joshua Reynolds, Jane Fleming, poi contessa di Harrington (1778-1779 circa), particolare, San Marino (California), Huntington Library, pp. 54-59.

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di Maria Angela Previtera

la pagina nera Ma qui sono padroni l’incuria e i piccioni di Fabio Isman

Studi e riscoperte. 1 Camille Claudel

Emozioni modellate con la creta di Valeria Caldelli Auguste Rodin in mostra a Treviso di Ilaria Ferraris Grandi mostre. 5 Ritratti a grandezza naturale ad Amsterdam

Un club esclusivo

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di Claudio Pescio

Grandi mostre. 6 Spagna e Italia in dialogo nell’Europa del Cinquecento a Firenze

Uno scambio ininterrotto DOSSIER: De Chirico

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di Giandomenico Romanelli

di Marzia Faietti

Grandi mostre. 7 Albrecht Dürer e l’Italia a Milano

Quando il Nord incontra il Sud di Massimiliano Caretto

di Paolo Baldacci

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Studi e riscoperte. 2 Becuccio Bicchieraio e Andrea del Sarto

Il vetraio e il pittore

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di Silvia Ciappi

Aste e mercato

a cura di Daniele Liberanome

in tendenza Aste floride per Manet di Daniele Liberanome il gusto dell’arte Clima inquietante in cantina e al caffè di Ludovica Sebregondi

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Cataloghi e libri a cura di Gloria Fossi 100 mostre a cura di Ilaria Rossi


art news MAGGIO 2018

LA NUOVA ROYAL ACADEMY LONDRA

Un evento attesissimo, dopo mesi di lavori e cantieri: il 18 maggio s’inaugura il “campus” della londinese Royal Academy of Arts, la più celebre istituzione di belle arti del mondo, che compie duecentocinquant’anni, con un progetto dell’archistar inglese sir David Chipperfield. Oltre a una serie di mostre nella sede centrale della Royal Academy, il nuovo colpo d’occhio è il percorso che unisce Burlington House e i Burlington Gardens, con il settanta per cento di spazio in più rispetto agli ambienti della sede storica. Quest’espansione crea non solo la possibilità di aree estesissime per eventi temporanei, ma anche l’opportunità di camminare in libertà, tutto l’anno, nel nuovo “campus”. Info: www.royalacademy.org.uk

Tefaf New York Spring 2018

NEW YORK

Dopo il successo dello scorso anno, dal 2 all’8 maggio si svolge, nel prestigioso edificio dell’Armory Show a Manhattan, la versione primaverile newyorchese di Tefaf 2018, consorella della storica fiera di Maastricht. Novanta gli espositori da tutto il mondo, con il meglio di dipinti, sculture, antichità, arredi di ogni epoca e paese. Il focus è comunque sull’arte moderna e contemporanea (in foto, Emil Nolde, Girasoli, 1928, Monaco, Daxer & Marschall Kunsthandel) e sul design, in concomitanza con altri importanti eventi e aste in programma negli stessi giorni a New York. Info: www.tefaf.com

Artigianato e Palazzo

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PARMA 360

Festival della creativitˆ contemporanea

FIRENZE

PARMA

Per gli amanti dell’artigianato di qualità, l’appuntamento è dal 17 al 20 maggio nello storico giardino Corsini. Per la ventiquattresima edizione sono stati scelti cento nuovi artigiani italiani e stranieri. Molte le iniziative collaterali, ma il clou della rassegna riguarda le dimostrazioni pratiche dei maestri ceramisti della storica manifattura Richard-Ginori di Doccia, Sesto Fiorentino (Firenze), nata nel 1735 e il cui museo, di recente acquistato dal Mibact, rischia di chiudere. Per la sua riapertura è prevista una raccolta fondi (in foto, visione d’insieme di porcellane di Gio Ponti). Info: www.artigianatoepalazzo.it

Fino al 3 giugno terza edizione di Parma 360. Festival della creatività contemporanea dal titolo La natura dell’arte. Con l’intento di far rivivere diverse sedi storiche della città, sono molti gli eventi organizzati tra mostre di pittura, arte digitale, performance, laboratori, con un occhio di riguardo agli artisti emergenti (in foto, Francesco Diluca, Germina, 2017). Tra gli spazi più belli, l’Ospedale vecchio che sarà simbolo di Parma capitale della cultura 2020. Info: www. parma360Festival.it


la poetica solitudine di un volto ritrovato

la poetica solitudine di un volto ritrovato

U

n volto leggiadro dai tratti quasi infantili, un incarnato tenue e morbido con un lieve arrossamento sulle gote, lumeggiature dorate che evidenziano le ciocche castane dei capelli mossi, lo sguardo umile, rivolto verso il piattino che contiene il suo seno: osservando la poetica Sant’Agata del Correggio, si ritrova tutto quel «gusto delicato» che, scriveva Francesco Milizia nel suo Dizionario delle belle arti e del disegno, portò l’artista «al grazioso ed al gradevole». E graziosa e gradevole è questa Sant’Agata dalla vicenda alquanto complessa: non sappiamo per chi l’avesse realizzata il Correggio, né in quale preciso momento della sua carriera l’avesse dipinta. È però il raffronto stilistico con altri capolavori correggeschi che ha portato gli studiosi ad ascrivere alla mano del grande Antonio Allegri la piccola Sant’Agata: lo stesso tipo facciale compare in diversi altri dipinti, ragion per cui è probabile che Correggio avesse raffigurato la stessa modella. Una modella che, secondo un’ipotesi avanzata da Dario Fo, certo romantica e suggestiva, ma difficilmente verificabile, potrebbe essere la moglie Jeronima (o Girolama): una giovane bellissima, stando alla tradizione. La tavola è tornata all’attenzione del pubblico dacché nei mesi scorsi è stata acquistata dall’associazione Amici del Correggio, desiderosi di destinarla alla

Il Correggio ritrovato. La Sant’Agata di Senigallia Senigallia (Ancona), Palazzetto Baviera a cura di Giuseppe Adani, fino al 2 settembre orario 10-13 / 16-20 (da giovedì a domenica, compresi giorni festivi e prefestivi) fino al 2 giugno; 17-23 (da martedì a domenica, compresi giorni festivi e prefestivi) dal 3 giugno al 2 settembre catalogo Silvana Editoriale www.feelsenigallia.it

di Federico D. Giannini

Torna all’attenzione del pubblico la Sant’Agata di Correggio visibile, fino al 2 settembre, nel Palazzetto Baviera a Senigallia città natale dell’artista. Non prima però d’averla mostrata in anteprima al Palazzetto Baviera di Senigallia (Ancona), nel corso dell’esposizione Il Correggio ritrovato. La Sant’Agata di Senigallia in programma fino al 2 settembre, curata da Giuseppe Adani. L’opera, infatti, si trovava nelle Marche dalla fine dell’Ottocento, quando un gentiluomo inglese la donò al proprio medico, Angelo Zotti, senigalliese, che gli salvò la vita. Per vie ereditarie passò poi tra le mani di diversi proprietari fino ad arrivare nella collezione di due sorelle marchigiane di Fano, ultime proprietarie, che hanno ceduto l’opera agli Amici del Correggio. «Nella storia artistica italiana, in di-

verse epoche», ci ha dichiarato Giuseppe Adani, «compaiono talune figure che segnano i grandi momenti della civiltà del nostro popolo, sempre protagonista della simbiosi tra pensiero e azione. Fra queste si può ora collocare, senza enfasi ma consapevolmente, anche la Sant’Agata del Correggio». Si tratta di un’opera che «determina il passaggio tra l’altissima iconicità della cultura toscana e la nuova immersione nella trepidezza corporale che il Correggio, come straordinario precursore, ricercava. Possiamo guardare la semplice solitudine di questo volto, che ritrae stupendamente giovinezza e bellezza, e comprendere come qui l’artista abbia raggiunto la sintesi appagante tra corporeità e trascendenza. Un piccolo capolavoro, fontale per il procedere del Rinascimento italiano, consegnato ad un aperto futuro per l’arte». V

Correggio, Sant’Agata (1525-1528 circa). 7


osservo, osservo, ascolto, creo ascolto, creo

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Ilaria Rossi

In occasione dell’esposizione Nascita di una nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano (fino al 22 luglio), Palazzo Strozzi propone una ricca serie di attività didattiche per le scuole, le famiglie e i giovani, volte ad approfondire i temi e la conoscenza degli artisti presenti in mostra, e la storia e la cultura italiana dagli anni Cinquanta sino al 1968. Nota è l’attenzione riservata alla divulgazione dal museo fiorentino che anche in questa occasione offre visite guidate e attività mirate per i bambini e per i ragazzi delle scuole d’infanzia e primarie e secondarie di primo grado.Tra queste il laboratorio Il bello di sporcarsi le mani dove i bambini della scuola dell’infanzia possono creare un’opera collettiva sull’esempio di quelle precedentemente osservate in mostra. E se il laboratorio Poveri noi!, riservato alle scuole primarie, è de-

Attività e progetti speciali per scoprire la storia, l’arte e la cultura italiana dagli anni Cinquanta al 1968

dicato alla scoperta dei materiali “poveri” e degli oggetti della quotidianità e delle loro possibilità di diventare opere d’arte, in Potere del Pop! i ragazzi della scuola secondaria di primo grado, dopo aver visitato la mostra, sono invitati a rielaborare in chiave pop i simboli che a loro giudizio definiscono il mondo contemporaneo. Mentre il progetto speciale Educare al presente. L’arte contemporanea nelle scuole 20172018 porta nelle scuole secondarie di secondo grado l’arte odierna spiegata e raccontata in relazione a temi di attualità come l’ambiente, o a concetti come tradizione, identità e partecipazione democratica. Numerose anche le attività destinate alle famiglie, con laboratori creativi che coinvolgono insieme grandi e piccoli, quali Bianco come il pane per famiglie con bambini da 3 a 6 anni (2 e 16 maggio, 13 e 27 giugno, dalle 17.00 alle 18.00) e Fantasia al potere (ogni domenica dalle 10.30 alle 12.30; per famiglie con bambini da 7 a 12 anni). Sono molteplici anche le attività indirizzate alle realtà universitarie, alle accademie, agli adulti, oltre ai progetti speciali rivolti a ragazzi con disturbi dello spettro autistico o a gruppi di persone con disabilità cognitive o fisiche. Tutte le iniziative, con prenotazione obbligatoria, sono gratuite con il biglietto di ingresso alla mostra. ▲

Nascita di una nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano Firenze, Palazzo Strozzi telefono 055-2469600 prenotazioni@palazzostrozzi.org www.palazzostrozzi.org 8

Grande musica, e archeologia BRESCIA / BERGAMO

Il Festival pianistico internazionale di Brescia e Bergamo è uno dei più ammirati del mondo e si svolge da cinquantacinque anni. Fino al 18 giugno oltre ai concerti, l’evento offre l’occasione per visitare luoghi più o meno noti, anche all’insegna del motto «Grande musica e archeologia»: a Brescia non solo l’auditorium di San Barnaba e il chiostro del Museo diocesano ma anche il parco archeologico (in foto, il Capitolium, 73 d.C.), a Bergamo Alta, tra gli altri, la cattedrale e il Teatro sociale. Info: www. festivalpianistico.it

Selvatica Arte e Natura in Festival BIELLA

Fino al 24 giugno settima edizione del festival dedicato, come sempre, al dialogo tra arte e natura. Presenti creativi, artisti, fotografi, con mostre di pittura, scultura, fotografia e laboratori didattici oltre a performance, documentari e concerti. Inoltre, nelle sale rinascimentali del Museo del territorio biellese un omaggio a Joseph Beuys, Difesa della natura 1972-1985, una ricostruzione di uno speciale giardino con gli alberi-simbolo della poetica dell’artista tedesco (in foto, Difesa della natura, 1983). Info: www.selvaticafestival.net


NOTIZIE DAL PIANETA A.

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di Luca Antoccia

i può tornare indietro da una gravissima forma di autismo? Può il cinema di animazione essere il “razzo” che riporta indietro da questo lontano pianeta? E di più: possono i personaggi e le storie di Disney costituire l’enciclopedia e il vocabolario di riferimento? Sì, se si prende Life, Animated, la storia vera di Owen Suskind, che a tre anni smette di comunicare, ma non di vedere in continuazione cartoni di Disney, fino a che un giorno, dopo anni, vedendo il fratello maggiore triste per la fine della festa di compleanno, di colpo rivolge ai genitori esterrefatti la frase: «Walt non vuole proprio crescere, sembra Peter Pan». Dunque nessuna compromissione cerebrale o neurologica, pensano i genitori, che iniziano a stimolarlo con l’animazione. Inizia una vera terapia cui l’animazione offre il sottotesto costante per analisti e familiari. «Lui usava quei film per dare un senso al mondo in cui viveva», intuisce il padre. E così tutta la famiglia comincia a parlargli attraverso i dialoghi delle pellicole di Disney. Più tardi il padre osserva, quando Owen deve compiere lo sforzo più grande, rientrare a scuola e integrarsi: «Pinocchio significò capire cosa si prova a essere un bambino vero». Nessuno aveva mai pensato che autismo e animazione avessero tanto in comune prima di questo piccolo grande film (regia di Roger Ross Williams, 2016: nomination come documentario agli Oscar 2017 e vincitore al Sundance Festival come miglior documentario). Entrambi funzionano come un pianeta diverso, con leggi proprie, in cui le nostre – gravità, consistenza, spazio

e tempo – non vigono più. Il successo della strana formazione di Owen si misura quando tiene una conferenza all’Università di Parigi ma anche quando si vede alle prese con decine di ragazzi cui organizza un cineforum: «Abbiamo creato un gruppo in cui commentiamo spezzoni dei film di Disney e il loro rapporto con la nostra vita». Ma la scena più toccante è forse quando il fratello maggiore per aiutare Owen con la sua prima fidanzata si deve avventurare sul crinale tra educazione sentimentale e sessuale. E qui Disney non è più di grande aiuto. s

Qui sopra, Owen Suskind, la cui storia ha ispirato Life, Animated (2016), il film documentario di Roger Ross Williams. A sinistra e in alto, due frame.

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Arte contemporanea

Triennali Triennali Beaufort e Bruges Beaufort e Bruges Cristina Baldacci

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edicate a interventi perlopiù scultorei e architettonici nello spazio pubblico, le due Triennali Beaufort 2018 e Bruges 2018 sono accomunate, oltreché dall’interesse per lo stesso linguaggio artistico, dalla riflessione su un tema affine: l’acqua come presenza reale (il mare della costa belga e i canali di Bruges) e come

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In Belgio due eventi sul tema dell’acqua: come presenza reale (il mare della costa e i canali di Bruges) e come metafora (la condizione “liquida” del momento presente)

metafora, ovvero la condizione “liquida” che, secondo Zygmunt Bauman, caratterizza il momento presente. Cit tà liquida è, non a caso, il titolo scelto dai due curatori della Triennale Bruges, Till-Holger Borchert e Michel Dewilde, che hanno commissionato quindici progetti utopici incentrati sull’idea di transizione e im-

permanenza in risposta al nostro crescente senso di incertezza e precarietà a livello sociale, politico, economico, culturale, ambien-

Collettivo Rotor, The Case of the Mitten Crab (2018) alla Triennale Beaufort.


tale. Divise in tre sezioni tematiche tra loro complementari – i luoghi d’incontro, la collaborazione creativa e la città immaginata –, le visioni di artisti e architetti chiamati a dialogare con il contesto urbano spaziano dalla torre aerea o atmosferica (Bruges Aerocene Tower) di Tomás Saraceno alla casa del tempo (House of Time) dello studio di architettura Raumlabor, fino al progetto ispirato al granchio cinese (The Case of the Mitten Crab) del collettivo Rotor. La Triennale Bruges inaugura il 5 maggio, preceduta da un incontro sugli scritti di Bauman per gli addetti ai lavori, e chiude il 16 settembre con una conferenza dell’architetto nigeriano Kunlé Adeyemi. È invece in corso fino al 30 settembre la Triennale Beaufort, strutturata come un arcipelago di progetti che costellano la costa belga, alcuni dei quali permanenti e facenti parte del parco sculture che si arricchisce a ogni nuova edizione. La curatrice Heidi Ballet ha scelto diciotto artisti internazionali che hanno lavorato in nove diverse località balneari: da De Panne a Knokke-Heist – rispettivamente nell’estremità occidentale e orientale del litorale belga –, passando per le più conosciute Nieuwpoort

Dall’alto: Katja Novitskova, Earth Potential (2017); Ryan Gander, Really Shiny Things That Don’t Really Mean Anything (2018); entrambe alla Triennale Beaufort. Tomás Saraceno, Bruges Aerocene Tower, 2018 alla Triennale Bruges.

e Ostenda, dove sono intervenuti artisti come Jos de Gruyter & Harald Thys, Jason Dodge e Kader Attia. Il collettivo Rotor presenterà un secondo lavoro a Zeebrugge, il porto di Bruges, unendo così ancora più saldamente le due manifestazioni. ▲

Triennale Beaufort fino al 30 settembre www.beaufort2018.be Triennale Bruges dal 5 maggio al 16 settembre www.triennalebrugge.be 11


DE MARCO, HORVAT, O’NEILL

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di Giovanna Ferri

vvicinarsi al cammino intrapreso da oltre trent’anni da Danilo De Marco (1952) significa percepire quanto la fotografia – affrontata dal reporter e giornalista friulano sulla scia dell’amico fraterno Mario Dondero (1928-2015) – possa aprire una finestra sul mondo, sulle esistenze individuali e collettive. Fotografia come mezzo di comprensione dell’umanità, approccio che De Marco porta avanti fuori da modelli e regole del mercato. Come afferma lui stesso nel catalogo della mostra Defigurazione. I tuoi occhi per vedermi (Pordenone, Galleria Harry Bertoia, fino al 27 maggio, www.mostradanilodemarcopordenone.it), a cura di Arturo Carlo Quintavalle: «Così mi sono trovato a fotografare, sempre come inviato di me stesso, partendo in viaggi solitari e con ristrettissime economie e senza la “tutela” economica di nessuna

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Danilo De Marco, testata giornalistica, o l’assistenza interessata Federico Tavan, di mega agenzie fotograpoeta, Parigi 1997. fiche». De Marco sceglie di puntare l’obiettivo su ciò che lo appassiona, lo coinvolge e in ogni luogo (dal Messico alla Colombia, dall’Ecuador alla Turchia, dall’India all’Africa, alla Cina) l’unico suo interesse è quello di scoprire personaggi, creare ritratti. Il suo repertorio però non comprende solo persone appartenenti a culture a noi lontane, in fuga da guerre, violenze, massacri o colti


Frank Horvat, nelle loro attività quotidiane ma anche Gerba (Tunisia) occidentali, come gli amici italiani e per “Harper’s parigini, protagonisti della letteratura, delle arti visive e dell’impegno sociale. Bazaar” UK (1965). Una carrellata di figure attraverso le quali De Marco «vuole trasmettere la memoria scandendo i loro sguardi».

Ha vissuto in sei paesi diversi, parla e scrive in quattro lingue e ha immortalato molte tipologie di soggetti. Frank Horvat (1928), nato a Opatjia (allora Italia, oggi Croazia), è un fotografo eclettico che dal suo esordio negli anni Cinquanta con un reportage sull’alta moda a Firenze, ha poi spaziato dal paesaggio al rapporto dell’uomo con la natura, dal corpo alla storia dell’arte. L’esposizione Frank Horvat. Storia di un fotografo (Torino, Musei reali, sale di palazzo Chiablese, fino al 20 maggio, www.museireali.beniculturali.it), da lui curata, intende dunque trovare nella eterogeneità della sua produzione chiavi di lettura che confermino l’inequivocabile riconoscibilità del suo stile attraversato da una particolare sensibilità per la luce (Caravaggio e soprattutto Rembrandt i suoi punti di riferimento) e dalla spinta a fermare l’immagine «nell’attimo decisivo», come sosteneva Henri Cartier-Bresson. Sognava di diventare un batterista jazz ed è stato il primo a immortalare i gruppi di musica pop negli anni Sessanta, come simbolo della rivoluzione culturale (l’immagine dei Beatles nel cortile sul retro dello studio di Abbey Road fu il suo debutto sulla carta stampata).

L’inglese Terry O’Neill (1938), cinquant’anni di carriera, insieme a colleghi come David Bailey, Terence Donovan e Brian Duffy, ha avvicinato attraverso il suo obiettivo miti del cinema, della politica, dello sport, della moda, oltre a cantanti quali l’istrionico David Bowie a cui è dedicata un’intera sezione della mostra Terry O’Neill. Icons, a cura di Cristina Carrillo de Albornoz e visitabile fino al 20 maggio a Roma (Complesso del Vittoriano, www. ilvittoriano.com). Un’esposiTerry O’Neill, zione che ribadisce l’abilità del David Bowie in posa fotografo britannico nel cogliere per il suo album il lato più autentico delle singole Diamonds Dogs, personalità. s Londra 1974.

In breve: Dove nascono le idee. Luoghi e volti del pensiero nelle foto Magnum Pistoia, Palazzo comunale dal 25 maggio al 1° luglio www.dialoghisulluomo.it Man Ray San Gimignano (Siena), Galleria d’arte moderna e contemporanea “Raffaele De Grada” fino al 7 ottobre www.sangimignanomusei.it 13


ARTE DA ABBANDONARE E SPAZI DI CUI RIAPPROPRIARSI

Un primo piano su opere meno note dal secondo Novecento a oggi, per scoprirne il significato e l’unicità nel continuum della storia dell’arte: Franco Mazzucchelli, di Cristina Baldacci Abbandono

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i prega di toccare. L’arte di Franco Mazzucchelli (Milano 1939) potrebbe essere riassunta in questo invito, quasi un imperativo. Così come per gli esponenti del Gruppo T (Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gianni Colombo, Gabriele De Vecchi, Grazia Varisco), suoi coetanei, oltre che concittadini – e il loro mentore Bruno Munari(*) –, alla base degli interventi scultorei ambientali e partecipativi di Mazzucchelli c’è il gioco, ovvero l’accento sulla componente tattile della relazione opera-spettatore, che aumenta la percezione visiva. I monumentali e coloratissimi “gonfiabili” in PVC e polietilene che, a partire dal 1964, l’artista colloca abusivamente in strade, piazze e periferie urbane o in contesti naturali, come spiagge e parchi, sono degli intrusi, superflui, a uso dei passanti. Per Mazzucchelli questi giocattoli giganti hanno una funzione rivelatoria, perché mettono lo spettatore «di fronte al fatto compiuto», cioè al puro e semplice gesto artistico. A quello spazio dell’invenzione, sperimentale e ludico, per l’autore, il quale si diverte a impiegare i materiali plastici dell’epoca (allora una novità), così come per lo spettatore, che nell’interazione fisica con l’opera diventa a sua volta attore partecipe. Gli Abbandoni di Mazzucchelli esprimono il desiderio, tipico del periodo tra gli anni Cinquanta e Settanta, di trovare nuovi spazi e possibilità per l’arte. Rispetto a esperienze affini, come quella di Ugo La Pietra, altro agitatore dello spazio pubblico allora attivo a Milano, il suo è un rifiuto ancora più radicale del tradizionale sistema di presentazione, circolazione, ricezione e vendita delle opere; a cui si aggiunge un atteggiamento volutamente dilettantistico che si manifesta nella sintesi estrema dei mezzi e nella ripetitività dei gesti. Dopo essere stati abbandonati dall’autore e consumati dai passanti o dagli agenti atmosferici, di quegli oggetti gonfiabili di vari colori e forme (eliche, spirali, gabbie…) non rimane nulla, se non alcune fotografie fatte dallo stesso Mazzucchelli o dall’amico Enrico Cattaneo, spesso anche piuttosto sbiadite. L’arte ha per Mazzucchelli prima di tutto «un ruolo sociale che non dovrebbe essere mai mercificato». Egli ha estremizzato a tal punto questa regola di stampo concettuale – dove il rifiuto dell’opera come merce va di pari passo con l’enfatizzazione dell’arte come

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processo e non come oggetto – che per parecchio tempo è stato una sorta di outsider, senza gallerie e (quasi) senza mostre – perlomeno di carattere istituzionale –, mantenendosi grazie all’insegnamento e al lavoro come scenografo (per la Scala di Milano, il Regio di Parma, l’Arena di Verona e altri importanti teatri). Le sue azioni nello spazio pubblico le ha sì documentate con quadri in forma di assemblaggi, che raccolgono ciascuno una foto dell’opera, un suo pezzo tangibile (di plastica) e una scritta con commenti registrati in situ e poi sbobinati, ma senza poi mai mostrare pubblicamente queste composizioni (che sono ora presentate al Museo del Novecento di Milano nella mostra Non ti abbandonerò mai, fino al 10 giugno).

Abbandono, Lago di Como (1970), scultura gonfiabile, PVC, aria, dimensione variabile.


La serie degli Abbandoni è seguita da altri “gonfiabili” che Mazzucchelli colloca in spazi ancora più mirati dando al suo lavoro una connotazione più propriamente site-specific. Dal 1970 al 1973 è la volta degli A. TO A. (Art to Abandon), di cui una delle espressioni più felici rimane l’arte abbandonata fuori dalla fabbrica milanese dell’Alfa Romeo (1971): un campo giochi temporaneo pensato per i figli degli operai, diventato inaspettatamente luogo di svago per madri e padri. Nel 1973, un grande gonfiabile (Sostituzione) invade gli ambienti della Triennale di Milano, obbligando i visitatori a fare i conti con questa superficie “sostitutiva” di plastica. Due anni dopo, Mazzucchelli concepisce le Riappropriazioni: membrane di polietilene che avvolgono ambienti naturali, architetture e oggetti come una seconda pelle al fine di creare un’inusuale reazione percettiva nello spettatore (si pensi alla recente “riappropriazione” degli spazi della chiesa di San Paolo Converso, a Milano, nella primavera 2017). Similmente agli “impacchettamenti” di Christo, queste azioni mirano a produrre un di-

verso grado di attenzione e di conoscenza in chi si relaziona con un determinato luogo, monumento, artefatto. E, così come certe azioni delle brasiliane Lygia Clark e Lygia Pape (in particolare, Arquiteturas biológicas, 1969, della prima e Divisor, 1968, della seconda) invitano alla socializzazione e condivisione dello spazio pubblico, seppure con un atteggiamento più ludico e meno sovversivo, ma pur sempre sostanzialmente politico, nel più ampio senso del termine. Nel 1980, Mazzucchelli realizza, infine, veri e propri Interventi ambientali. A questi ultimi fanno da contraltare una serie di opere da parete che l’artista ha iniziato a mostrare soltanto di recente, ma la cui elaborazione risale al 1972. Intitolate, tra disprezzo e autoironia, Bieca decorazione, sono opere fatte per essere vendute, che però manifestano l’attitudine critica di Mazzucchelli verso il valore meramente estetico e commerciale dell’arte. Queste opere si inseriscono tra l’altro in quel filone di ricerca che, a partire dagli anni Cinquanta, ha visto la superficie del quadro bucarsi (Fontana), spiegazzarsi (Manzoni), introflettersi o estroflettersi (Castellani e Bonalumi), muoversi (Colombo), bruciare (Burri). In questo caso, si gonfia come un materassino di plastica dando forma a movimenti concentrici e spiraliformi, oppure a morbide quadrettature. ▲

(*) Si pensi soprattutto al Grande oggetto pneumatico, opera-manifesto che nel 1960 inaugura, alla galleria Pater di Milano, Miriorama 1, la prima di una serie di mostre-ambienti del Gruppo T.

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Grandi mostre. 1 Renato Guttuso a Torino

LA PITTURA COME IMPEGNO CIVILE Una cospicua parte del percorso creativo di Renato Guttuso è stata dedicata al racconto della storia a lui contemporanea, al rapporto tra politica e cultura, a documentare sofferenze e tragedie, con umana partecipazione e spirito di condivisione. Questi i temi dell’esposizione qui presentata dal suo curatore. Pier Giovanni Castagnoli

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la primavera del 1938 quando Renato Guttuso tiene a Roma, alla Galleria la Cometa, la sua prima mostra personale ed è agli inizi di quell’anno che, nella capitale, dipinge Fucilazione in campagna, il “quadro-manifesto” che introduce la rassegna Renato Guttuso. L’arte rivoluzionaria nel cinquantenario del ’68 (Torino, Gam - Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, fino al 24 giugno). L’artista siciliano, da poco ventiseienne, aveva allora già all’attivo una prolifica esperienza come pittore, iniziata a Palermo, alla fine degli anni Venti, con un precoce noviziato e proseguita, con impegno sempre maggiore e dedizione presto esclusiva, nel decennio seguente. Aveva partecipato nel 1931, con due dipinti, alla I Quadriennale nazionale d’arte di Roma e, l’anno seguente, aveva esposto a Milano, alla Galleria del Milione, insieme ad altri giovani pittori siciliani. Aveva intanto anche intrapreso un’attività di critico d’arte, collaborando con “L’Ora” di Palermo e nel 1934 era nuovamente tornato a esporre al Milione, assieme agli amici siciliani Nino Franchina, Lia Pasqualina Noto e Giovanni Barbera, il Gruppo dei quattro, che si era costituito fin dal 1933 nel suo studio palermitano, col-

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Fucilazione in campagna (1938), Roma, Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea.

tivando il comune proposito di uscire presto dai confini troppo angusti della patria isolana. Un’operazione che Guttuso riuscì rapidamente a realizzare prima a Roma attraverso prolungati e ripetuti soggiorni, durante i quali frequentò artisti come Corrado Cagli, Mario Mafai, Mirko Basaldella, Roberto Melli, Alberto Ziveri; poi a Milano. Nel capoluogo lombardo, arrivato nel 1935 come tenente di fanteria, strinse rapidamente amicizia con Raffaele De Grada e, per suo tramite, entrò in contatto con personaggi come Renato Birolli, Aligi Sassu, Giacomo Manzù, partecipando al clima di ricerca che si andava sempre più allargando rispetto al gusto novecentista e che consentì di creare le basi per la nascita, sul finire del decennio, di quel profondo rinnovamento espressivo prodotto dal movimento che si raccolse attorno alla rivista “Corrente di Vita giovanile”, con la quale Guttuso intrattenne solidi e fecondi rapporti. Dell’esperienza di questo primo tempo, la mostra offre una sola ma illuminante testimonianza: Autoritratto con sciarpa e ombrello (1936), che delinea il perimetro di un nuovo campo di esplorazione.


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È tuttavia più avanti, nell’opera Fucilazione (sopra citata), che questo orizzonte si disegna più nettamente e insieme fa la sua prima eloquente apparizione quella vocazione dell’autore per una pittura di impegno civile, che tanta parte avrà nel suo percorso e che costituisce, per tale ragione, il vettore che ha guidato il progetto di questa mostra e disegnato il suo tracciato espositivo. È il tempo della guerra civile spagnola, il 1938, ed è alla Spagna che pensa Guttuso nell’ideare la sua opera; pensa a Federico Garcia Lorca, assassinato dalle milizie franchiste e a un quadro da tenere come modello, Le fucilazioni del 3 maggio, dipinto da Goya per condannare la repressione dei moti patriottici del 2 e 3 maggio 1808 da parte delle truppe napoleoniche di occupazione. L’opera ha dimensioni contenute e una fattura sciolta, una scrittura abbreviata e corsiva, una conduzione da “bozzetto”. Di vaste dimensioni è invece Fuga dall’Etna durante un’eruzione, la prima di una lunga serie di grandi opere che Guttuso comporrà di anno in anno, in appuntamenti quasi sempre puntualmente rispettati, per l’intero corso della sua esistenza di pittore. È «un grande dipinto di dichiarazione civile» ha rilevato Enrico Crispolti(*). Concluso l’impegno assorbente dell’esecuzione di Fuga dall’Etna, Guttuso si dedica, durante il 1940, a una serie di ritratti, di nudi e di nature morte di forte temperatura espressiva. Tra il 1940 e il 1941 realizza poi una delle sue opere più note e importanti, la più esaltata e la più disprezzata alla sua prima apparizione: Crocifissione (preceduta da diversi studi e disegni preparatori). 18

Dopo questa impresa, nel 1942 l’artista si dedica alla realizzazione di un gruppo notevolissimo di quadri in cui sono rappresentati interni con nature morte e interni con figure. Opere dalla struttura “sinfonica” costruite su una complessa e articolata impalcatura spaziale e su ricercate scale cromatiche (Balcone e Donna alla finestra). Nel 1946 Guttuso si reca per la prima volta a Parigi e conosce di persona Picasso, un incontro molto atteso e desiderato, al quale l’artista arriva preparato dalla confidenza ormai ampiamente acquisita con il linguaggio e il repertorio immaginativo del maestro catalano; da questo viaggio Guttuso riporta in Italia una volontà ancora più motivata e determinata a esplorare a fondo le potenzialità espressive offerte dalla sintassi postcubista. Il 1946 è anche un anno chiave nella storia della nascita e della costituzione in Italia di un fronte “realista”, che vede Guttuso schierato in prima fila tra quanti individuano nel realismo una scelta di avanguardia, capace di ricomporre il distacco tra arte e pubblico. La via per fondare un nuovo realismo è il riferimento offerto proprio dall’arte di Picasso e in particolar modo da Guernica, esempio per attuare una saldatura fruttuosa tra la riformulazione strutturale del linguaggio pittorico e la volontà di rappresentare la realtà contemporanea. È quello che Guttuso si era già da qualche tempo avviato a fare ed è ciò che continuerà a realizzare dal 1946 al 1949. Il traguardo più alto raggiunto in quel periodo è Marsigliese contadina (1947), Budapest, Szépművészeti Múzeum.


Marsigliese contadina: una tarsia studiatissima di larghi piani di colore, che traducono spazio e azioni del corteo dei contadini in rivolta in un concerto dinamico di forme e geometrie che indossano sembianze di figura. A questi quadri di marcata ispirazione politica fa seguito nel 1953 un’opera di tutt’altra intonazione: BoogieWoogie, dov’è ritratta la scena di un ballo scatenato tra giovani vestiti alla moda in un locale interrato in cui risalta Broadway Boogie-Woogie, la grande tela realizzata da Mondrian a New York tra il 1942 e il 1943, e il cui titolo Guttuso riprende per prestarlo al proprio dipinto. Altra grande opera, nella quale l’artista affronta nuovamente il tema del lavoro, del sacrificio e dello sfruttamento è Zolfara, di potente intensità cromatica e dove la materia della roccia si salda a quella dei corpi dei minatori, avvolgendoli in una sorta di cappio infernale. Negli anni Sessanta un avvenimento di rilievo interviene nella vita dell’artista. Nel 1966 Guttuso ottiene la cattedra di pittura all’Accademia di belle arti di Roma e per un biennio vi tiene l’insegnamento, in una stagione cruciale della battaglia portata avanti dal mondo studentesco contro la vecchia scuola e i consolidati nonché desueti sistemi di potere. Quando Funerali di Togliatti (1972), Bologna, inizia a far lezione, Guttuso è un pitMambo - Museo tore ormai affermato ed è personalità d’arte moderna considerata e ascoltata all’interno del di Bologna. Partito comunista italiano (di cui fa

parte dal 1951). Dovrebbe essere un esponente del potere da combattere, una figura da contestare o della cui lezione quantomeno sospettare. Ma avviene il contrario e Guttuso non tarda molto a intessere con gli studenti un dialogo fertile e partecipe e a esprimere posizioni solidali nei confronti delle richieste che vengono dal movimento (Giovani innamorati e Gli addii di Francoforte). L’ultima opera in cui è così incisivo nell’artista l’impulso a raffigurare eventi e figure della storia del comunismo è Funerali di Togliatti del 1972. Un dipinto monumentale dove troviamo la solennità laica del rito, le passioni della militanza, il dolore del congedo, la comunanza delle idee, l’abbraccio tra le generazioni. ▲

(*) E. Crispolti, Catalogo ragionato generale dei dipinti di Renato Guttuso, Milano 19831989, vol. 1, p. CXX. Questo testo è un estratto-sintesi del saggio di Pier Giovanni Castagnoli, pubblicato nel catalogo della mostra Renato Guttuso. L’arte rivoluzionaria nel cinquantenario del ’68 (Torino, Gam - Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, 23 febbraio - 24 giugno 2018), a cura di P. G. Castagnoli, Milano 2018.

Renato Guttuso. L’arte rivoluzionaria nel cinquantenario del ’68 Torino, Gam - Galleria civica d’arte moderna e contemporanea fino al 24 giugno orario 10-18, chiuso lunedì catalogo Silvana Editoriale www.gamtorino.it

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Grandi mostre. 2 Giorgio de Chirico a Rivoli

UN VIAGGIO NEL TEMPO Un artista vulcanico come Giorgio de Chirico offre continui spunti di riflessione. Uno di questi scaturisce dal dialogo delle sue opere, provenienti dalla collezione di Francesco Federico Cerruti (per la prima volta visibili al pubblico), con alcuni significativi lavori di arte contemporanea. Scopriamo qui i dettagli di tali confronti, perlopiù inediti, con la cocuratrice dell’esposizione al Castello di Rivoli.

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Marcella Beccaria

iorgio de Chirico viaggiava nel tempo. La sua opera, dagli esordi ai quadri metafisici, ai dipinti eseguiti in tarda età, può essere letta come il racconto di un artista animato dalla necessità di dialogare con l’antico, prefigurando al tempo stesso l’angoscia di un futuro svuotato di umanità. Dalla mitologia greca ai picchi del Barocco, dal Rinascimento al romanticismo, precorrendo le evoluzioni delle avanguardie dell’epoca moderna, la mania citazionista di quella postmoderna e i linguaggi della Pop Art e dell’Arte concettuale, de Chirico si è mosso avanti e indietro lungo la storia dell’arte e della cultura. Ha anticipato, inventato e sperimentato. Conscio del proprio valore, della propria unicità, de Chirico studiò i musei e le loro collezioni, intenzionalmente “copiando” opere di grandi artisti del passato e inserendo queste “copie” nelle proprie mostre, accanto ai suoi quadri. Geniale, polemico, ironico, intellettuale e passionale, de Chirico coltivò con cura la sua

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Le opere immagine di artista-demiurgo, dipingendo quadri nella forma di rebus visivi, qui riprodotte, dove non quando non addirittura confondendo indiversamente formazioni circa le proprie opere. La mostra Giorgio de Chirico. Capo- indicato, sono di Giorgio lavori dalla Collezione di Francesco Fede Chirico. derico Cerruti (in corso al Castello di Rivoli, Torino), cocurata da chi scrive con il direttore del Castello, Carolyn Christov-Bakargiev, presenta opere di questo grande maestro in dialogo con alcuni tra i capolavori di arte contemporanea che sono parte delle collezioni del Castello. Attraverso un selezionato nucleo di quadri di de Chirico provenienti dalla collezione di Francesco Federico Cerruti, la mostra offre alla fruizione pubblica opere sino a ora celate nella sua villa a Rivoli, dimora voluta dall’imprenditore torinese a uso esclusivo della propria raccolta privata che, grazie all’accordo di collaborazione tra il Castello e la Fondazione Cerruti, verrà aperta al pubblico dal 2019.


Muse metafisiche Con quadri che spaziano dal 1916 (1918). al 1927, l’esposizione pone le opere di de Chirico in relazione con alcune tra le maggiori opere di arte contemporanea della collezione del Castello, inclusi lavori di Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, Franz Ackermann, Fabio Mauri, Maurizio Cattelan e Alighiero Boetti. Si tratta di dialoghi perlopiù inediti, che aprono ulteriori prospettive sulla ricca eredità culturale di de Chirico. Di seguito, alcuni cenni.

Muse metafisiche è il quadro che apre il percorso espositivo. Il dipinto è stato eseguito da de Chirico nella primavera 1918, alla fine del periodo trascorso a Ferrara, sede che gli venne assegnata per svolgere il servizio militare allo scoppio della prima guerra mondiale. A Ferrara, de Chirico riconobbe una città «quanto mai metafisica». Nell’ambiente del quadro campeggiano due teste di manichini. Sono ritratte in una stanza sovrastata da un piatto cielo blu, sullo sfondo di un ambiente compresso, definito da un an21


Due cavalli (1927).

Gli animali si avvinghiano a formare un unico corpo che trasmette unÕindomita vitalitˆ dionisiaca golo. Per l’artista, l’angolo era «il lato misterioso delle stanze», contesto nel quale i suoi manichini esprimevano al meglio il loro potenziale. «È là che sono a casa propria, che si espandono e prodigano generosamente i doni della loro ineffabile e misteriosa poesia», scrisse. Strette tra una serie di elementi lignei, secondo quella grammatica di strumenti che appartenevano alla quotidianità dello studio del pittore, le teste dei due manichini sono dipinte in una posa che sembra suggerire l’idea di una muta conversazione, tratteggiando un’atmosfera di enigmatica complicità. Un enigma è anche alla base di Casa di Lucrezio (1981), l’installazione di Giulio Paolini con la quale è allestita Muse metafisiche. Nella sua opera Paolini evoca, senza rappresentarla, l’idea di uno spazio abitato dalla poesia e da riferimenti nascosti, riferibili al modo in cui le opere d’arte dialogano incessantemente le une con le altre, oppure riescono a porsi come misteriose presenze, che non sempre cedono i propri segreti a chi le interroga. Nell’installazione di Paolini, una testa di Apollo, tratta dalla replica in gesso di una scultura 22

classica fatta nel Seicento da Alessandro Algardi, è moltiplicata e posta in relazione con frammenti relativi al disegno di un labirinto. Riferibile al labirinto di Cnosso, il disegno è tratto da un graffito, ormai perduto, originariamente presente nella cosiddetta Casa di Lucrezio a Pompei. Paolini vede questo suo lavoro in stretta relazione con il proprio percorso di artista, che ogni giorno inizia da capo la propria ricerca, senza mai poter smettere. «Dal labirinto, una volta non trovatane la via d’uscita, si è liberi di immaginare altri innumerevoli labirinti che conducono, tutti, al punto di partenza», dice. Tra gli altri dialoghi che la mostra al Castello propone, forse il più inaspettato è quello che si scatena tra de Chirico e Maurizio Cattelan, accomunati da un interesse nei confronti del cavallo quale tema iconografico. Soggetto favorito da Giorgio de Chirico, il cavallo è protagonista del primo disegno firmato dall’artista, ancora bambino. Nel corso della sua carriera, de Chirico torna più volte sul tema, secondo prospettive nelle quali si intrecciano riferimenti mitologici e filosofici. In Due cavalli, il quadro che presentiamo in mostra, gli animali sono ritratti impennati, mentre si avvinghiano a formare un unico corpo che trasmette un’indomita vitalità dionisiaca. L’incontro è ambientato su una spiaggia dai tratti mitologici che rimanda all’amata Grecia. Nella forma di animale impagliato che incombe con impressionante fisicità nello spazio, il cavallo è protagonista di più opere di Maurizio Cattelan, secondo una ricerca nell’ambito della quale Novecento (1997) è tra i primissimi esempi. Stretto in una imbragatura che lo costringe in una posa innaturale, privandolo della sua forza, il cavallo di Cattelan è allontanato drammaticamente dal suolo e appeso al soffitto. Attraverso il suo sconforto tangibile, il cavallo incarna il secolo citato nel titolo, quel Novecento dove l’umanità sembra aver più volte perso il contatto con se stessa, imprigionata nella propria assurda violenza. Allestendo l’opera di de Chirico e quella di Cattelan a Rivoli, vicino a Torino, i riferimenti e le speculazioni si moltiplicano. Si sa per esempio che un cavallo maltrattato fu l’occasione della manifestazione della pazzia di Friedrich Nietzsche a Torino, nell’inverno 1888-1889. Nato nel 1888, secondo una coincidenza con la vicenda di Nietzsche che lo stesso de Chirico sottolineò, l’artista era profondo conoscitore dell’opera del filosofo tedesco, dal cui pensiero trasse ispirazione per elaborare le idee che sono alla base della “rivelazione” della metafisica. Ancora, è vero che la poetica della metafisica si snoda attraverso più città italiane, da Milano a Firenze, a Roma. Ma gli scritti dell’artista indugiano su


Ferrara e soprattutto Torino, che occupa la sua memoria mentre realizza alcune tra le sue indimenticabili piazze, ricordandosi anche le forme di palazzo Carignano disegnato dal maestro del Barocco Filippo Juvarra. Ancora, il cerchio si stringe, e nei suoi scritti de Chirico speculò sulla possibile relazione tra la follia di Nietzsche e Torino. Secondo de Chirico, la bellezza della città fu, per il filosofo, drammaticamente fatale. Portare le opere di de Chirico al Castello di Rivoli, anch’esso disegnato da Juvarra, significa anche questo: percorrere con l’artista schegge di un viaggio nel tempo che solo la grande arte può suggerire. ▲ Qui sopra, Giulio Paolini, Casa di Lucrezio (1981); a sinistra, Maurizio Cattelan, Novecento (1997); entrambe le opere: Rivoli (Torino), Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea.

(*) Le opere Due cavalli e Muse metafisiche appartengono alla Collezione Fondazione Cerruti per l’Arte - Deposito a lungo termine, Castello di Rivoli.

Giorgio de Chirico. Capolavori dalla Collezione di Francesco Federico Cerruti Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino a cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Marcella Beccaria fino al 27 maggio (per eventuale proroga consultare il sito) orario 10-17, sabato e domenica 10-19, chiuso lunedì www.castellodirivoli.org 23


IL VASAIO PAZZO DI BILOXI di Alfredo Accatino - Il Museo Immaginario ilmuseoimmaginario.blogspot.it

Un viaggio alternativo nell’arte del Novecento, alla riscoperta di grandi artisti, di opere e storie spesso dimenticate: George Edgar Ohr

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l vasaio pazzo di Biloxi – come veniva chiamato in città – nome che sembra già da solo il titolo di un film di Tim Burton – si chiamava in realtà George Edgar Ohr. Era un genio diverso, capace di sperimentare, in una zona depressa degli Stati Uniti, strade del tutto innovative per l’arte e la storia della decorazione, presagendo, come alcuni critici hanno individuato, la nascita dell’espressionismo astratto di matrice americana. Lo ha fatto plasmando l’argilla tra il 1880 e il 1910. Lo ha fatto proponendo anche una visione personale e istrionica del suo “essere artista”, realizzando selfie bizzarri e ironici, che all’epoca mai nessuno aveva realizzato prima, che hanno come protagonisti indiscussi i suoi baffi lunghi diciotto pollici, che spesso si arricciava dietro le orecchie. Ohr (che in tedesco significa orecchio) nasce a Biloxi, Mississippi, nel 1857 da immigrati tedeschi. Lavora come fabbro dal padre, aiuta la madre nel negozio di alimentari, poi prova altri diciannove lavori diversi, prima di iniziare a frequentare, come apprendista, il laboratorio del ceramista Joseph Fortune Meyer. Dirà: «Quando ho scoperto la ruota del vasaio mi sono sentito come un’anatra selvatica che scopre l’acqua». È l’incontro che cambia, di fatto, la sua esistenza, che gli darà la forza e la follia per superare mille difficoltà. La sua vita non sarà facile, riuscirà ad affermarsi nel proprio lavoro, ma vedrà morire cinque dei suoi dieci figli, prima che un cancro alla gola, dopo averlo fatto soffrire a lungo, lo porti alla morte a sessantanove anni nel 1918. È in un arco di trent’anni che si racchiude la sua produzione, stimata in circa diecimila pezzi, la maggior parte dei quali andati dispersi. Dagli anni Ottanta del XIX secolo abbandona gli stereotipi commerciali e inizia a sviluppare una sua linea creativa e assolutamente personale, che presenterà tra il 1884 e la primavera del 1885 anche alla New Orleans Cotton Centennial Exposition, l’evento che Un ritratto gli permette di farsi conoscere e apprezzadi George re, anche se i seicento pezzi esposti saranEdgar Ohr. no trafugati alla chiusura dell’esposizione.

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Le sue creazioni rompono ogni regola abituale. La ceramica, nelle sue mani, prende vita, Geroge crea oggetti fluidi, liquidi, totalmente espressivi e per la prima volta “astratti”. Ogni oggetto è un pezzo unico, diverso da ogni altro. Forme che mi hanno ricordato le sperimentazioni di fusione plastica degli anni Ottanta del Novecento del designer italiano Gaetano Pesce. I suoi vasi sembrano acciaccati, torti, dimenticati in forno. I colori sono completamente differenti da quelli della produzione di massa del suo tempo.


E non le regala mica le sue cose, viA destra, sto che chiede 25 dollari (l’equivalen- uno dei suoi classici vasi “schiacciati”. te di circa 500 dollari di oggi) per un piatto “sgualcito” con manici stravaIn basso, ganti. Da amare o da odiare. Capada sinistra: ce di lasciare i bifolchi locali a bocvaso a campana ca aperta. (1899 circa), Nel 1894 un incendio scoppiato nel Biloxi, Ohr-O’Keefe suo laboratorio, una pagoda di cinque Museum of Art; piani sulle rive del fiume Mississippi, vaso rosso e verde la Biloxi Art Pottery, una delle attracon manici, zioni dello Stato, distrugge gran parte Biloxi, Ohr-O’Keefe della sua produzione. Museum of Art. Ohr raccoglie i pezzi sopravvissuti alla furia del fuoco e li tiene con sé, per anni, chiamandoli «i miei bambini bruciati», dedicandogli una parte speciale dell’esposizione del suo negozio. L’architetto Frank Owen Gehry ha disegnato a Biloxi un museo a lui dedicato, Ohr-O’Keefe Museum of Art (inaugurato tra il 2012-2014), dopo che il precedente campus era stato distrutto dall’uragano Katrina. Perché il vasaio pazzo, come sempre, non si fa mancare nulla. ▲

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Grandi mostre. 3 Arte e cultura italiana tra il 1918 e il 1943 a Milano

UN’AVANGUARDIA AL SERVIZIO DELLA DITTATURA?

Il Ventennio più discusso della storia d’Italia è oggetto dell’articolata mostra alla Fondazione Prada, volta a ricreare attraverso documenti e fotografie d’epoca il contesto sociale, culturale e politico dell’arte di quel periodo e la sua presenza in ambito nazionale e internazionale. A cominciare dal futurismo e dal suo rapporto contradditorio con il regime fascista.

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Ludovico Pratesi

alle poesie futuriste di Filippo Tommaso Marinetti ai progetti faraonici per l’Expo ’42 alla neonata Eur (Roma), manifestazione mai tenutasi a causa del conflitto mondiale, i vent’anni più discussi della storia d’Italia vengono presentati in una chiave inedita con la grande mostra Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943, curata da Germano Celant, alla Fondazione Prada di Milano (fino al 25 giugno). Un itinerario espositivo ampio e ambizioso, che riunisce oltre seicento opere, organizzate secondo un criterio cronologico che tende a ricostruire il clima sociale, culturale e artistico del Ventennio. Non

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in maniera tradizionale ma con un’attenzione particolare ai diversi contesti nei quali le opere venivano realizzate ed esposte, dall’atelier dell’artista alla collezione privata, dalle esposizioni pubbliche alle mostre di promozione dell’arte italiana all’estero o in patria. «Ci pare necessario iniziare a studiare, nell’ambito della storia


dell’arte, il comportamento delle situazioni espositive e allestitive, come studioli, laboratori e Caffè, edizioni e riviste, in quanto espressione di forme di comunicazione e pensiero critico», spiega il curatore. La chiave di lettura dell’epoca proposta dalla mostra prende le mosse da una serie di immagini storiche, che costituiscono

la cornice concettuale per raccontare gli anni di nascita del fascismo, la presenza dell’arte italiana nel contesto internazionale, i rapporti tra arte e regime e tanti altri spunti di riflessione. Capolavori inseriti in situazioni ricreate attraverso fotografie che «sintetizzano la funzione comunicativa dell’opera d’arte», spiega Celant, «e offrono una storia reale, fuori dalla trattazione teorica dell’artefatto». Un’attitudine curatoriale rivelata fin dal

Benedetta Marinetti, Filippo Tommaso Marinetti, Enrico Prampolini, Tato alla mostra dei futuristi del 1925 alla Biennale di Roma. Tra le opere esposte, la prima a destra, Dinamismo di un foot-baller (1913) di Umberto Boccioni. 27


Filippo Tommaso Marinetti con la redazione della rivista “Futurismo”. Da destra: Mino Somenzi, Filippo Tommaso Marinetti, Enrico Prampolini e Bruno G. Sanzin (di spalle). Sulla parete sinistra l’opera Marinetti temporale patriottico, Ritratto psicologico (1924) di Fortunato Depero. Nella pagina a fianco, in alto, III Biennale di Roma 1925, Mostra collettiva futurista a cura di Filippo Tommaso Marinetti. Sulla parete sinistra, tra le opere esposte Canaringatti, gatti futuristi (1923-1924) di Giacomo Balla.

«Una storia reale, fuori dalla trattazione teorica dell’artefatto» (Germano Celant) titolo, ispirato dal testo di Filippo Tommaso Marinetti Zang Tumb Tuuum (1914) che lancia l’idea delle «parole in libertà». Ed è proprio Marinetti – personaggio in bilico tra avanguardia e tradizione – ad aprire la mostra, ritratto nella sua casa di piazza Adriana a Roma nel 1934, davanti all’opera di Umberto Boccioni Dinamismo di un foot-baller (1913). La prima sezione della mostra, valorizzata da un al28

lestimento sobrio ma rigoroso, analizza i rapporti contradditori tra futurismo e fascismo, caratterizzati da una certa diffidenza tra Marinetti e Mussolini. Viene ricostruita la sala con i dipinti fascisti di Giacomo Balla alla 94. Esposizione Società amatori e cultori di belle arti a Roma nel 1928 e lo studio di Fortunato Depero a Rovereto (Trento) nel 1920, dominato dalla presenza della grande tela Paese di tarantelle (1918), esposta alla Fondazione Prada. L’itinerario prosegue con una serie di riproduzioni di notevole impatto, tra le quali spiccano la sala di Adolfo Wildt alla 13. Biennale di Venezia del 1922, la Seconda mostra del Novecento italiano, promossa da Margherita Sarfatti al palazzo della Permanente di Milano nel 1929, con il capolavoro di Mario Sironi Il contadino (1928). Uno dei punti


più alti della mostra è la sala dei Gladiatori, realizzata da Giorgio de Chirico nel 1929 in casa del mercante parigino Léonce Rosenberg, con una serie di dipinti di carattere mitologico, che Ester Coen definisce come «un motivo antico nella pittura moderna». Un importante focus è riservato alla prime edizioni della Quadriennale di Roma, e in particolare alla sala monografica di Gino Severini alla II Quadriennale nel 1935. La sala del Deposito è stata destinata alla rievocazione, attraverso proiezioni di immagini su schermi giganteschi, degli spettacolari allestimenti delle rassegne di regime. Tra le più importanti figura la Mostra della rivoluzione fascista del 1932 al Palazzo delle esposizioni di Roma, testimonianza di quel «processo di estetizzazione della politica», aggiunge Celant, con il quale «il fascismo manifesta il proprio

potere attraverso parate e cerimonie realizzate secondo rituali teatrali, caratterizzate da un dispiego di vessilli e musiche, costumi e uniformi, oltreché di gesti, spesso enfatizzati ricorrendo ai nuovi media come la radio». Ben documentate anche le nuove architetture, come la stazione di Santa Maria Novella a Firenze di Giovanni Michelucci, inaugurata nel 1935, l’Università La Sapienza di Roma di Marcello Piacentini, terminata nello stesso anno.

Immagine della Sala II, mostra personale di Gino Severini alla II Quadriennale, Roma 1935. Tra le opere esposte La BohŽmienne (1905) di Gino Severini, Roma, Fondazione La Quadriennale di Roma. 29


La promozione dell’arte italiana all’estero in questi due decenni raggiunge un livello molto alto «Durante il fascismo, l’architetto», spiega in un testo critico del catalogo dell’esposizione milanese Maristella Casciato (Senior Curator del Department of Architecture and Design del Getty Research Institute), «è un intellettuale organico al regime e il regime mostra per la sua figura molta attenzione». Un altro fil rouge

interessante riguarda la promozione dell’arte italiana all’estero, che in questi due decenni raggiunge un livello molto alto ed efficace, a cominciare dalle diverse mostre realizzate in istituzioni americane, come il Carnegie Institute di Pittsburgh, nel 1931, nel 1933 e nel 1936: vi espongono Felice Casorati, Giuseppe Capogrossi, Arturo Tosi e altri. Negli anni Trenta si assiste al trionfo negli Stati Uniti di Giorgio de Chirico, che partecipa alla collettiva Fantastic Art Dada Surrealism al MoMA nel 1936 ed è protagonista di due personali: la prima nella galleria parigina di Pierre Matisse (1935), la seconda in quella newyorchese di Julien Levy nel 1936.

Giacomo Balla, Quadro fascista (meglio conosciuto come Le mani del popolo italiano) (1925 circa).

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A destra, Umberto Boccioni Dinamismo di un foot-baller (1913), New York, MoMA Museum of Modern Art. In basso, Giorgio de Chirico, La nostalgia dell’ingegnere (1916), Norfolk, Chrysler Museum of Art.

Infine, Margherita Sarfatti organizza, con il sostegno di Mussolini, una serie di collettive di arte italiana contemporanea in Europa, a cominciare dal Padiglione italiano all’Expo di Barcellona nel 1929, per proseguire a Vienna, Varsavia, Budapest, Berlino, Berna e Zurigo. La mostra si conclude con una sala spettacolare, che mette a confronto opere legate alla monumentalità dell’Expo ’42 con le immagini drammatiche della seconda guerra mondiale, che cambierà il corso della storia. «Ma il [gruppo] Novecento è stato realmente un’arte retorica al servizio della dittatura? Per rispondere a questa domanda non c’è che un modo: osservare le opere» suggerisce la storica dell’arte Elena Pontiggia in un testo del catalogo del progetto espositivo di Milano. E lo scopo di Post Zang Tumb Tuuum è proprio esortare a una riflessione sul rapporto tra arte e politica, in tutte le sfaccettature e le contraddizioni che hanno caratterizzato un ventennio celebrato da una rassegna complessa e articolata, che può essere letta attraverso chiavi interpretative diverse, suggerite anche dagli esaustivi saggi in catalogo, strumento indispensabile per affrontare una delle rassegne più stimolanti realizzate negli ultimi anni in Italia. ▲ Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943 MIlano, Fondazione Prada, a cura di Germano Celant fino al 25 giugno orario 10-19, sabato e domenica 10-20, chiuso martedì catalogo Progetto Prada Arte www.fondazioneprada.org 31


Grandi mostre. 4 Teodoro Wolf Ferrari a Conegliano

UN SIMBOLISTA MULTIFORME Il paesaggista veneziano Teodoro Wolf Ferrari ha assorbito il simbolismo di Böcklin, il sintetismo di Pont-Aven e la componente secessionista di Klimt. Un linguaggio composito, il suo, difficilmente classificabile ma, come argomenta qui uno dei curatori dell’esposizione a Palazzo Sarcinelli, di indubbio valore nel panorama internazionale del primo Novecento.

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Giandomenico Romanelli

a figura di Teodoro Wolf Ferrari (1878-1945) sfugge con una certa tenacia alle classificazioni e agli incasellamenti dentro a categorie e scuole nella pittura del primo Novecento. Ed è forse questa la ragione per cui anche la sua fortuna ha conosciuto troppo lunghi periodi di oblio: in bilico tra una vera o presunta prima derivazione dal paesaggismo tardo ottocentesco veneto e l’appartenenza a pieno titolo a qualcuno dei numerosi filoni della modernità europea, egli ha finito per ripiegare – ancora abbastanza giovane e in piena produzione pittorica – sui lidi di una solitudine lirica

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Le opere di questo articolo, dove non diversamente indicato, sono di Teodoro Wolf Ferrari.


sommessa, appena sussurrata per modestia e, forse, per stanchezza, dietro la quale, tuttavia, è ben sopravvissuto il riflesso di una luminosa parola poetica. Ben diversa la temperie in cui era maturato il suo impegno giovanile, il suo inesausto desiderio di sperimentare, di accostarsi alle ali più avanzate dell’avanguardia e della ricerca, di mettersi in gioco e di saggiare i limiti del proprio linguaggio e del proprio impegno.

L’isola misteriosa (1917).

Veneziano, com’è noto (è fratello di quell’Ermanno, compositore e concertista, che ha conosciuto una parabola per certi versi analoga a quella del pittore), Teodoro è figlio di un artista tedesco (August Wolf) – non privo di qualità ma che vive soprattutto di una elitaria produzione di copie dai capolavori italiani del Rinascimento per un conte (Friedrich von Schack) – e di una veneziana, Emilia Ferrari. 33


A sinistra, Otto Vermehren, L’isola dei morti, da Arnold Böcklin (1900 circa). In basso, Notte (1908). Nalla pagina a fianco, paravento, pannello decorativo a quattro ante (1912 circa).

Elementi indefiniti, incombenti e minacciosi È proprio l’esempio del padre a spingerlo verso la pittura, dapprima all’Accademia veneziana di Belle arti nel 1892-1894 (con maestri paesaggisti del calibro di Guglielmo Ciardi e Pietro Fragiacomo) e poi soprattutto (dal 1896) in quella di Monaco di Baviera, l’ambiente ar-

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tistico che con successo contendeva a Parigi il primato europeo dell’arte. Qui è la chiave che spiega e illumina la stella di Teodoro. Monaco vive anni di grande fervore: il simbolismo böckliniano trionfa, soprattutto nella sua versione più “nordica” e misteriosa, più onirica e nera. Franz von Stuck ne raccoglie il testimone quando il maestro di Basilea lascia l’insegnamento e si trasferisce in Toscana, dove morirà nel 1901. Ma un’intera generazione di artisti svilupperà senso e caratteri spirituali, tematici e linguistici del suo magistero. Teodoro è, a pieno titolo, fra questi.


Un gruppo di opere “tenebrose” realizzate attorno al 1908 dà vita a una sorta di manifesto di più esplicita adesione alla poetica di qualificazione böckliniana. Il paesaggio è notturno e si mostra in una scelta di elementi solo approssimativamente naturalistici lasciati volutamente indefiniti, incombenti e minacciosi. Compaiono, peraltro, quei cipressi – derivati evidentemente dalla celeberrima tela dell’Isola dei morti di Böcklin – che rimarranno lungo tutta l’attività di Wolf Ferrari quasi come una cifra stilistica e iconografica, destinati a fornire la dominante verticale delle sue composizioni. Ma non c’è solo la suggestione simbolista-böckliniana a qualificare la ricerca di Teodoro. Presto, infatti, compaiono altre significative aperture. Già nelle due versioni del Paradiso perduto (1908-1910) troviamo novità di grande importanza. In esse confluiscono due componenti fondative del linguaggio di Teodoro: da un lato le pareti rocciose nere che già si erano imposte nell’immaginario nero e nordico dell’universo böckliniano; dall’altro squarci di un paesaggio di concezione differente e nuova le cui origini vanno ricercate in un altro quadrante della tradizione pittorica europea e che ha, nell’ambiente veneziano di questi anni e nel gruppo dei giovani artisti di Ca’ Pesaro, le sue più originali e convincenti elaborazioni: parliamo, com’è evidente, di Gino Rossi, Ugo Valeri, Umberto Moggioli, Arturo Martini e degli altri del gruppo. Se la lezione di Böcklin non era certo dimenticata o negata, è però la modernità di Pont-Aven e della scuola bretone e sintetista ad attrarre e affascinare i giovani veneziani. Ed è da quel crogiolo, com’è ben risaputo, e 35


La vegetazione si sdoppia riflettendosi nell’acqua con effetti di straordinaria intensità poetica dalla rivoluzione di Gauguin e Bernard e, poi, Denis, Bonnard, Sérusier, Amiet (cioè del gruppo dei nabis) che si spalancheranno le porte a tutti i filoni delle avanguardie europee fino a Kandinskij, Der Blaue Reiter e Die Brücke da un lato e il sintetismo borghese di Vallotton e Borgeaud dall’altro.

Gli annunci di paesaggio del primo e del secondo Paradiso perduto, ulteriormente ritoccati e arricchiti, sono l’anticipazione di un primo gruppo di opere di grande originalità e spessore. Dal grande paravento a quattro ante ai Paesaggi orizzontali al Laghetto e al Giardino fiorito, tutti gli elementi distintivi e qualificanti di questa fase sono presenti con soluzioni coerenti e innovative. Vi scorgiamo un certo giapponismo assai di moda un po’ dovunque, la scelta di un punto di vista ribassato, i gruppi di alberi con le loro grandi ombre riflessi nell’acqua, i cespugli fioriti, i cipressi, i salici. Il grande paravento si impone con forza: i colori sono decisamente antinaturalistici: spicca lo sfondo collinare

A sinistra, Giardino con laghetto e salice (1912). In alto, Lago con cipressi e case (1923). 36

Nella pagina a fianco, Betulle e glicini (1919).


rosso acceso; un cielo striato di linee orizzontali blu che potrebbe essere tolto di peso da Sérusier o Bernard; il poderoso albero sulla destra dai contorni disegnati a masse globulari compatte; tutto il terreno intorno delimitato da campiture in “cloisonné”. Si afferma inoltre una decisa proposizione in senso decorativo, positivamente e programmaticamente orientata e affermata con forza anche nelle diverse incarnazioni del verbo “Sezession”. Siamo quindi giunti al terzo filone di pensiero e d’arte di cui si sostanzia la pittura di Wolf Ferrari: dopo il tormentato Nord böckliniano e dopo la ventata sintetista di Pont-Aven, ecco la componente secessionista e klimtiana. Un klimtianesimo meno sedotto dagli ori, dai mosaici, dalle forzature di sagome bidimensionali o dall’effetto grafico della ricerca del grande viennese. I capesarini e Wolf Ferrari in particolare partono invece da una elaborazione di estrema efficacia proprio a cominciare dal paesaggismo klimtiano, con i suoi glicini, le sue betulle, le grandi masse di verde punteggiate di fiori. Siamo nel secondo decennio del Novecento e la pittura di Teodoro consolida la propria originalità e si affaccia, con successo, sul panorama europeo. Fino alla metà degli anni Venti, Teodoro realizza una serie intera di tele, sovente di grandi dimensioni, in cui le betulle, i cipressi, la vegetazione in genere, tutto infine si sdoppia riflettendosi nell’acqua con effetti di straordinaria intensità poetica. Le varie componenti del suo linguaggio si sono fuse con armonia matura e perfetta, l’itinerario pittorico di Teodoro tocca il suo apice con inesausta felicità creativa. È nel paesaggio, infatti, che Wolf Ferrari esprime e affina la sostanza più intima e nuova della sua ricerca nella modernità. E su questo tema egli si confronta, fin dalle prime edizioni, con l’internazionalità ben presente e rappresentata nelle Biennali veneziane. In tale confronto Teodoro non sfigura né si smarrisce: tutt’altro. Non sarà certo casuale che nello stesso magico 1910 venga allestita in Biennale la celeberrima, rivoluzionaria e perlopiù incompresa sala di Klimt e, a Ca’ Pesaro (per iniziativa del direttore Nino Barbantini), una grande rassegna di Wolf Ferrari e una di Umberto Boccioni, oltre a un’ulteriore personale, sempre in Biennale, di Pietro Fragiacomo. Per questo, crediamo, è indispensabile che Teodoro Wolf Ferrari venga ricollocato sia dalla critica che dal

collezionismo e dal pubblico nell’orizzonte internazionale che gli è proprio, strappandolo, finalmente, dalla dimensione provinciale e localistica in cui è stato relegato per miopia o per colpevole distrazione per troppo tempo. Magari esaltando un suo, inesistente, neoimpressionismo “di ritorno” e di risulta, giustificato da alcuni suoi scritti tardivi e infelici redatti nella stagione oramai declinante dell’opera e della vita. ▲

Teodoro Wolf Ferrari. La modernitˆ del paesaggio Conegliano (Treviso), Palazzo Sarcinelli a cura di Giandomenico Romanelli e Franca Lugato fino al 24 giugno orario 9-18, venerdì e domenica 10-19, chiuso lunedì catalogo Marsilio www.mostrawolfferrari.it 37


Luoghi da conoscere Villa Carlotta a Tremezzo

LA CASA DELLE BELLE ARTI Immersa nella natura, sul lago di Como, Villa Carlotta, risalente alla fine del Seicento e meta di ospiti illustri, è appartenuta a importanti famiglie di collezionisti e mecenati. Uno scrigno di tesori, ora di proprietà dello Stato italiano, dove sono custodite opere di Canova, Thorvaldsen e Hayez. Scopriamolo, qui, nel racconto della direttrice del prezioso complesso.

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Maria Angela Previtera

ltre trecento anni di grande collezionismo connotano la storia di Villa Carlotta, dove l’arte dialoga con la natura in un contesto paesaggistico di grande fascino. Affacciata sulle rive del lago di Como (a Tremezzo), in luogo ameno, è ancora oggi la villa più visitata del Lario, secondo una tradizione risalente ai suoi antichi proprietari che avevano accolto già a partire dal Settecento ospiti illustri e viaggiatori alla ricerca del bello. Così come in un grande affresco si dispongono i personaggi di questa lunga e felice storia contrassegnata da tre importanti famiglie: i Clerici, i Sommariva e infine i Sassonia Meiningen, dopo di loro il complesso passa allo Stato italiano e dal 1927 all’attuale gestione dell’Ente Villa Carlotta. La vicenda prende avvio con il marchese Giorgio Clerici (1648-1736), uomo raffinato e di grande potere, la cui famiglia aveva iniziato la sua fortuna proprio sulle sponde del lago di Como a Domaso. Un piccolo centro posto in una posizione strategica che aveva favorito i commerci, anche dei Clerici mercanti di seta, verso il Nord Europa e le Fiandre, attraverso 38

la Valtellina. Ma già a partire dal primo Seicento la famiglia si era trasferita, dopo una breve permanenza a Como, nel capoluogo lombardo iniziando una vera e propria scalata sociale giunta al culmine con Giorgio, figlio di Carlo Clerici (16151677). Accanto a una sfavillante carriera in ambito giuridico con l’ottenimento di prestigiose cariche nella Milano spagnola, Giorgio aveva coltivato una grande passione per le arti divenendo un noto collezionista e mecenate, arrivando a possedere oltre milleduecento dipinti, registrati nell’inventario redatto nel


1736 alla sua scomparsa e disseminati nelle sue diverse fastose residenze. Solo nella villa di Tremezzo, la cui costruzione viene fatta risalire intorno al 1690, si contavano più di centosessanta opere disposte nelle sale e nell’oratorio, tra i cui autori spiccavano i nomi di Legnanino, Filippo Abbiati, Giulio Cesare Procaccini, Margherita Caffi e numerose nature morte floreali, un genere forse più gradito alla moglie Caterina Pallavicino Trivulzio, convolata a nozze con il marchese nel 1669. Questa vita costellata da continui successi non si conclude nella maniera sperata da Giorgio che vede scomparire precocemente il figlio Carlo Francesco nel 1722 e, ancora prima, l’amato nipote Carlo Giorgio nel 1717. Rimasto solo e ricchissimo, ripone le speranze nell’unico pronipote Antonio Giorgio (1715-1768) che erediterà enormi fortune, compresa la residenza di

Tremezzo che insieme alle altre ville di delizia di Castelletto di Cuggiono e di Niguarda (rispettivamente frazione e quartiere di Milano), ci è nota dalla serie incisa e raccolta in album da Marcantonio Dal Re nel 1743. Antonio Giorgio, continuando la tradizione di famiglia, incrementa le collezioni d’arte e nel 1740 si rivolge nientemeno che a Giambattista TieIn apertura, polo per l’apparato decorativo della una veduta grande galleria del palazzo di famiesterna. glia milanese, dove crea una sontuosa messa in scena a imitazione di altri ambienti di grande rappresentanza di regge e residenze nobiliari europee dell’età barocca. Le immagini riprodotte in questo articolo riguardano Villa Carlotta a Tremezzo (Como), fatta costruire intorno al 1690 da Giorgio Clerici.

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L’apparato decorativo con finte architetture a mensoloni e volute arricchite da mascheroni, festoni, ceste di fiori e frutta Una parabola, quella dei Clerici, che si conclude con Caterina (1736-1821), figlia di Antonio Giorgio e Fulvia Visconti, quando la villa di Tremezzo viene alienata nel 1801 e acquisita da Giovanni Battista Sommariva. L’arredo e quasi tutti i beni, tranne alcune tele e oggetti sacri conservati nell’oratorio, vengono dispersi. A testimonianza dello splendore raggiunto nell’epoca dei Clerici rimane, negli interni della villa al secondo piano, solo la preziosa decorazione dei soffitti lignei dipinti e l’apparato decorativo con finte architetture a mensoloni e volute arricchite da 40

mascheroni, festoni, ceste di fiori e frutta. Sala Questo prezioso dispiegarsi di elementi delle vedute, vegetali rimanda alle rigogliose spalliere con volte affrescate di agrumi disposte sulle terrazze del giarda Lodovico dino verso il lago, tanto folte da essere dePogliaghi finite vere e proprie «selve cedrine» dallo (1857-1950). stesso Marcantonio Dal Re. All’epoca la presenza di un agrumeto era ritenuta rappresentativa della posizione sociale raggiunta e questo prezioso campionario di alberi da frutta, comprendente cedri, limoni, aranci e chinotti, continuò a essere il fiore all’occhiello anche dei successivi proprietari. La villa infatti, come abbiamo ricordato, passa di mano e il 24 novembre del 1801 viene ceduta all’emerito “cittadino” Giovanni Battista Sommariva, allora presidente del comitato di Governo della Repubblica cisalpina. Sommariva, nato a Santangelo Lodigiano (Lodi) nel 1857,


come un abile stratega pianifica la sua ascesa sociale ricoprendo importanti cariche politiche al fianco di Napoleone Bonaparte, ottenendo in cambio potere e riconoscimento indiscusso. L’ingente patrimonio accumulato grazie alla posizione raggiunta gli consente una esistenza sfarzosa e la possibilità di coltivare la sua immensa passione per le arti come mecenate e collezionista. Le sue raccolte, inizialmente allestite nelle residenze francesi di Épinay-sur-Seine e Parigi, trovano nella villa di Tremezzo la loro ideale collocazione, una «casa delle belle arti», come ama descriverla Sommariva nel 1813, aperta ai numerosi viaggiatori e ospiti che amplificavano con i loro racconti e descrizioni la fama del collezionista e della dimora. Le sue raccolte comprendevano dei capolavori di Antonio Canova al quale Sommariva era legato da una profonda amicizia, tanto da portare al dito un prezioso anello con una gemma incisa che riproduceva il volto dello scultore a sigillo dell’intima passione per l’arte che li univa. Una passione nata dalla frequentazione dello studio romano dello scultore, dove Sommariva aveva commissionato a Canova l’imponente statua di Palamede, eroe greco le cui vicende narravano accadimenti per alcuni aspetti vicini alla storia personale del committente. Realizzata tra il 18031804, la scultura figura riprodotta accanto a quella della musa Tersicore nel celebre dipinto di Pierre-Paul Prud’hon del 1813, ora nella raccolta della Pinacoteca di Brera, in cui Sommariva si era fatto ritrarre insieme alle opere che amava di più della sua collezione. A Villa Carlotta si conserva il gesso originale che servì all’artista per l’esecuzione in marmo della statua nel 1811. La raccolta di Sommariva annovera anche altri celebri capolavori come il famoso gruppo di Amore e Psiche giacenti, copia di Adamo Tadolini dal modello canoviano originale. La fortuna di questo gruppo della Tersicore in prezioso marmo bianco di Carrara è stata amplificata dalla stretta somiglianza con le celebri opere di Antonio Canova, poi confluite nelle collezioni del Musée du Louvre e dell’Ermitage.

In alto, Antonio Canova, Palamede (1804). A destra, Adamo Tadolini, Amore e Psiche giacenti (1820 circa), dal modello di Antonio Canova.

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Accanto alle opere canoviane Salotto impero con Sommariva riesce a ottenere per mobili di produzione francese risalente la villa di Tremezzo uno dei caal tardo XIX secolo. polavori assoluti della scultura Sulla parete sinistra, neoclassica: il grande fregio raffigurante l’Ingresso di Alessandro Venere di Urbino, copia da Tiziano; Magno a Babilonia di Bertel sulla parete destra, Thorvaldsen. Lo scultore danese in alto, Francesco s’ispira alla storia antica per imHayez, Odalisca mortalare nel marmo le gloriose che legge (1867). imprese belliche di Alessandro Magno che, in questo caso, alludono al successo delle campagne militari di Napoleone in Egitto. Nel 1818 Sommariva sottoscrive un contratto con Thorvaldsen e riscatta la prestigiosa commissione, inizialmente voluta da Napoleone per il suo insediamento nel 1812 in Quirinale. Il grande fregio, suddiviso in formelle, viene poi trasferito a Tremezzo per essere messo in opera

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nel salone d’onore al piano terreno e l’operazione si conclude solo nel 1828. L’interesse di Sommariva non si rivolge esclusivamente alla scultura, ma comprende anche la glittica e la grande pittura di storia. Infatti la sua collezione annovera tra i capolavori ancora di gusto neoclassico La lettura del VI libro dell’Eneide di Jean-Baptiste Wicar del 1820, dove, come nel grande fregio di Thorvaldsen, Sommariva figura tra i protagonisti della scena, in questo caso nelle vesti di mecenate. Di tutt’altro tono e impostazione è invece il dipinto di Francesco Hayez L’ultimo bacio di Romeo e Giulietta del 1823 che segna la svolta

La “casa delle arti” torna a risplendere grazie alla passione della principessa Carlotta e del duca Giorgio Sassonia Meiningen


verso la cultura romantica nell’orientamento di gusto del collezionista. Va ricordato che Sommariva non si separava mai dalla sua collezione e aveva fatto realizzare delle riproduzioni su cammei, gemme e smalti, delle opere più famose che, come in una sorta di museo portatile, poteva esibire in qualsiasi occasione per trarne ancora più prestigio e lustro. Con la scomparsa di Sommariva nel 1826, tutto il suo immenso patrimonio segue la via della dispersione e un destino comune sembra legare la storia della raccolta Sommariva a quella Clerici. Infatti dopo la morte del figlio Luigi (1828), ultimo erede di Giovanni Battista, e nonostante i diversi tentativi della vedova Emilia Seillière di mantenere unito il patrimonio, la collezione d’arte viene venduta all’asta. La villa di Tremezzo viene ceduta, insieme a una parte delle sue raccolte d’arte, alla principessa Marianna di Nassau, consorte del principe ereditario Alberto di Prussia. Inizia così un nuovo capitolo per la storia dell’antica dimora settecentesca quando Marianna dona nel 1847 la villa alla figlia Carlotta (1831-1855) in occasione delle sue nozze con il duca Giorgio Sassonia Meiningen (1866-1914). Da questo momento in poi la “casa delle arti” diventa per tutti Villa Carlotta e, come in una rinnovata favola, torna a risplendere grazie alla passione che la principessa Carlotta e il duca Giorgio riservano nel mantenere viva la grande tradizione per le arti che da sempre aveva accompagnato i diversi proprietari. ▲

Villa Carlotta Tremezzo (Como) www.villacarlotta.it

In alto, Francesco Hayez, L’ultimo bacio di Romeo e Giulietta (1823). A destra, in primo piano, Luigi Acquisti, Ritratto di Giovanni Battista Sommariva (1804); in secondo piano, Salone dei marmi con il grande fregio raffigurante l’Ingresso di Alessandro Magno a Babilonia, di Bertel Thorvaldsen, terminato nel 1812.

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MA QUI SONO PADRONI L’INCURIA E I PICCIONI Chiesa di Sant’Antonio Abate a Rieti: progettata dal Vignola nel 1570 versa, dal 1972, in una condizione di grave sofferenza. Tra i pochi interventi, i terremoti – causa di pesanti lesioni –, i fondi mai spesi, l’occupazione abusiva, il prezioso edificio potrebbe avere i giorni contati. A meno che qualcuno non decida di porre fine a questo scempio. di Fabio Isman 44

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acopo Barozzi da Vignola (1507-1573), di solito conosciuto con il solo nome della città in cui è nato, è stato tra i maggiori architetti e teorici del suo tempo. Aveva iniziato, come assistente di Francesco Primaticcio, nel cantiere di Fontainebleau. Del 1562 è la Regola delli cinque ordini d’architettura, fino all’Ottocento assai diffusa in tutta Europa; e suoi sono, per esempio, palazzo Farnese a Caprarola e villa Lante a Bagnaia (entrambi in provincia di Viterbo), o, a Roma,


villa Giulia, la chiesa di Sant’Andrea in via Flaminia e la chiesa del Gesù, la facciata di Santa Maria dell’Orto, gli Orti farnesiani al Palatino, il progetto per Sant’Anna dei Palafrenieri in Vaticano e uno, mai eseguito, per la facciata di San Petronio a Bologna, e tanto altro ancora. Ma, in pieno centro a Rieti, gli appartiene anche la chiesa di Sant’Antonio Abate: lo documenta un pagamento del

Chiesa di Sant’Antonio Abate a Rieti. La facciata con un’auto parcheggiata a ridosso dei gradini di entrata.

1570, quando il Vignola aveva sessantatre anni e gliene mancavano tre per andarsene. Solo che, da quasi mezzo secolo, quarantasei anni per essere precisi, nessuno si ricorda più di questo edificio di culto. E il luogo versa in un incredibile stato di abbandono: le scritte all’interno mostrano che è stato probabilmente teatro di messe nere, satanisti e vandalismi vari; la navata è il regno di piccioni morti e di strati di guano; l’arredamento, tutto rimosso e scomparso. «Prima del terremoto del 2016», dice Letizia Rosati, consigliere comunale che insegna al Liceo arti45


L’interno della chiesa, visibilmente fatiscente e in completo abbandono, con l’altare maggiore e tre statue in gesso: le uniche opere rimaste.

Per terra, trenta centimetri di guano, e carcasse di piccioni morti. Un angolo è stato usato come wc; un altro, come cucina stico della stessa città e ha preso a cuore la vicenda, «sulla cantoria dove c’era l’organo, restava la balaustra dorata: l’avevamo vista “in situ” in un sopralluogo del 2006; poi, a terra nel 2009; ma dopo non è stata più trovata». Le pale degli altari laterali erano ancora al loro posto nel 1966, almeno secondo una fonte; ma poi, sparite, e «non se ne ha più notizia». L’agonia inizia nel 1972: quando smette di funzionare l’attiguo ospedale, sorto nel 1337, di cui resta un bel cor46

tile rinascimentale a quattro logge, due ordini sovrapposti, totalmente sbrecciato. Del complesso faceva parte la chiesa, i cui lavori, però, iniziano sette anni dopo che l’architetto è defunto: sicuramente sue soltanto la pianta e il progetto della facciata (1570), davanti alla quale c’è oggi un posteggio “tollerato” di automobili; si spingono fin sugli scalini d’accesso, e ne celano addirittura i pur semplici pregi: un bel portale, sei paraste, due nicchie irrimediabilmente vuote, due finte finestre. L’edificio è costruito su un terreno in discesa, sul perimetro delle mura romane: anzi, un muro laterale svela che tutta la chiesa è costruita su grandi blocchi antichi. E dal 1580 (inizio dei lavori) servono quarant’anni perché sia completata e consacrata. Soltanto nel 1752 sono terminate la decorazione interna, l’arredo pittorico e le statue dell’altare maggiore. Ma la chiesa è l’unica sorta a Rieti sulla base dei dettami del Concilio di Trento, concluso sette anni prima del progetto del Vignola: navata unica, cappelle laterali, altare scenograficamente sopraelevato, volta a botte. Di questi canoni, il prototipo è quella del Gesù a Roma, chiesa appunto dei gesuiti, ideata dal Vignola stesso appena due anni prima di Sant’Antonio Abate e consacrata nel 1584. Quindi, il tempio di Rieti costituisce anche un documento storico, di non piccolo valore e significato. Prima che fosse definitivamente assegnato al Vignola, il progetto era attribuito a Onorio Longhi (ma qualcuno diceva pure al figlio Martino), soprattutto per la modanatura curvilinea che corona il portale e la cornice in stucco con un drappeggio; e già nel 1635, veniva lodato; ma poi, i documenti ritrovati ne hanno inequivocabilmente dimostrato il vero autore: a luglio 1570 il Vignola riceve, per questo, dieci scudi. La facciata, con il portale scolpito da Gregorio Fontana nel 1611, segue proprio i dettami della sua Regola architettonica, e ne mostra la devozione ai modelli di Michelangelo. È in mattoni e travertino, materiali del luogo; mai rivestita di marmo, e si vedono ancora i fori per le impalcature usate durante la costruzione. Ora, vi si sono installate piante rampicanti selvatiche e gli scalini d’accesso sono sbrecciati. Dentro,


tre cappelle per lato, comunicanti; ancora originale il pavimento, in cotto. Sull’altare maggiore, tre statue in gesso, tutto quanto è rimasto: rappresentano sant’Antonio, con ai lati i santi Bernardo e Balduino da Rieti. Sparita anche la targa che, evidentemente, era in facciata, sopra il portale (ma per qualcuno, non era mai stata montata). Nelle cappelle, colonne, timpani, putti, figure angeliche, lacerti di affreschi a “trompel’oeil”. In controfacciata, la cantoria già con l’organo; ma crollate le due scale a chiocciola per accedervi. Di agibile resta solo la strada antistante, intitolata al famoso architetto. Il terremoto del 1997, e quelli del 2009 e 2016, hanno causato lesioni alle arcate; nel 2003, stanziati i fondi per un intervento almeno di consolidamento, se non di restauro; soldi, però, mai spesi, a causa di complessi motivi burocratici. La chiesa appartiene alla Regione Lazio. Dalla fondazione, l’attiguo nosocomio, almeno cinquemila metri quadrati e di cui sopravvive quasi unicamente un bel cortile con un loggiato rinascimentale a due piani che abbiamo già citato, è concesso a tre differenti ordini religiosi; e nel 1972, dopo decenni di amministrazione delle suore camilline, presenti a partire dal 1906, l’ospedale chiude e trasloca: resta intitolato a San Camillo de Lellis ma va in periferia, in via Kennedy; diventa un grande falansterio. È la fine: la mancanza di qualsiasi manutenzione, e l’abbandono, sono perniciosi per il complesso e per la chiesa del Vignola. Già al primo sopralluogo del 2006 da parte del Liceo artistico con Letizia Rosati, il portone è trovato aperto. Dentro, tutto portato via. E sugli altari, strane scritte («Altare delle ossa», «della morte», «dei demoni») sono i residui di un’occupazione almeno singolare, forse di satanisti; per terra, trenta centimetri di guano, e carcasse di piccioni morti. Un angolo è stato usato come wc; un altro come cucina. Nel 2006, Rosati e il suo liceo riescono a far finire lo scandalo sui giornali locali. Ma all’intervento della Soprintendenza sulle coperture, nel 1994, ben poco è seguito: una prima pulizia fatta eseguire dalla Regione, nel 2015, riguarda gli spazi esterni; un’altra, a maggio 2017, ha finalmente chiuso almeno le finestre e rimosso un po’ di guano; ma poi, basta. A febbraio scorso, c’erano di nuovo a terra, per esempio, un paio di piccioni morti. A un passo dalla chiesa, l’immenso ex ospedale, esso pure abbandonato. Nel bel cortile, ancora qualche traccia di stucchi e, nell’androne, la targa dei benefattori, con ventotto nomi. Risulta che ne era il massimo contributore, con 80mila lire, Mattia Battistini (1856-1928): immenso baritono in tutto il mondo e in tutti i teatri (ma una sola volta in Argentina: paura del viaggio per mare), un maestro massone ritenuto un “arbiter elegantiarum” che trascorreva le estati a Rieti per esercitarsi con il maestro Luigi Stame. Possedeva un repertorio di ottanta opere liriche, e a settant’anni Dall’alto: ancora l’interno con resti di escrementi; una delle cappelle laterali con lacerti di affreschi in “trompe-l’oeil”; l’antico muro romano su cui poggia la parete orientale della chiesa.

si era ritirato non lontano, a Collebaccaro, frazione di Contigliano (Rieti), dove è sepolto nella sua villa. Poco prima di andarsene, si era esibito ancora, proprio a Rieti. Ma allora, la chiesa di Sant’Antonio era in pieno fulgore. Qualcuno si deciderà, finalmente, a soccorrere questo piccolo tesoro d’arte e cultura, dichiarato ormai pericolante e quasi dimenticato? ▲ 47


Studi e riscoperte. 1 Camille Claudel

EMOZIONI MODELLATE CON LA CRETA Una esistenza bruciata dalla passione e dedicata alla scultura. Questa, in sintesi, la vita di Camille Claudel scandita da un amore travolgente per Rodin e da un’arte che fa appello alla verità dei sentimenti più profondi. Valeria Caldelli

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ogent-sur-Seine. Qui nel nuovo museo inaugurato a marzo 2017 e dedicato alla scultrice francese Camille Claudel, che fu l’amante di Rodin, ci accoglie una scultura emblematica del suo percorso creativo, L’abbandono (o Sakountala). Un uomo e una donna che si abbandonano ai sentimenti. Le braccia di lui che la circondano, mentre lei lo accoglie teneramente. Il volto reclinato come per sfiorare, quasi accarezzandola, la testa dell’amato: i corpi nudi lasciati all’ebbrezza della voluttà. Camille ha ventidue anni quando lavora intere giornate a modellare in gesso le due grandi figure dedicate a Sakountala, figlia di un bramino, e a Dushyanta, principe indiano, divisi da un incantesimo e poi finalmente liberati e di nuovo insieme, secondo il racconto del poeta indù Kalidasa. Ma è la felicità di due passioni condivise che accende il fuoco della creatività e le dà la forza, lei piccola ed esile, per sostenere un impegno pesante che la assorbe per mesi. Da una parte l’incontro con la scultura, la realizzazione di un sogno

cominciato quando era appena adolescente, un mondo che per una donna di fine Ottocento sembrava irraggiungibile e che, invece, l’aveva accolta. Dall’altra il grande amore corrisposto per Auguste Rodin, l’icona della scultura francese dei suoi tempi, il maestro indiscusso che riconosce il talento di Camille, le apre il suo atelier L’abbandono e il suo cuore, consultandola su (o Sakountala) tutti i suoi progetti, di lavoro e (1886-1905). di vita. È il periodo più bello di un’esistenza travolta dalla passione, che diventerà così prepotente da uccidere il suo genio e abbandonarla alla follia. Il nuovo museo è dunque un omaggio che, proprio nell’anno in cui la Francia ha celebrato il centenario della morte di Rodin, la cittadina di Nogent-surSeine ha voluto dedicare alla grande personalità Le immagini riprodotte in quersto articolo illustrano opere di Camille Claudel, dove non diversamente indicato, e provengono dal Musée Camille Claudel inaugurato a marzo 2017 a Nogent-sur-Seine.

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I danzatori appaiono perduti in un tempo infinito, dai loro corpi trasuda sensualitˆ artistica di questa scultrice rimasta fino a oggi in ombra rispetto al famoso maestro. È qui, in questa cittadina, sulle rive della Senna, che Camille ha vissuto alcuni anni con la famiglia, prima di riuscire – testarda com’era – a far trasferire tutti a Parigi dove lei poteva seguire i corsi di scultura dell’Académie Colarossi. Ed è sempre qui, a meno di un’ora di treno dalla capitale francese, che, ristrutturando in parte la vecchia abitazione dei Claudel, oggi è stata raccolta una delle più importanti collezioni dell’opera di questa scultrice, mettendola a confronto con quella di altri autori, e in particolare Rodin, coprotagonista di un difficile colloquio artistico. La storia e i tormenti di una donna troppo in anticipo per i suoi tempi è lei stessa a raccontarcela in un’autobiografia scolpita che si snoda lungo tutto il suo percorso creativo. La sua vita e la sua arte

Il valzer (o I danzatori di valzer) (1889 - prima del 1895).

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si confondono, le sue emozioni si modellano con la creta, si imprimono indissolubili con lo scalpello. Così Sakountala e Dushyanta, coppia di amanti colti nel momento culminante del loro amore (L’abbandono), ma anche l’uomo e la donna abbracciati nella musica di un valzer (Il valzer) sono espressione della gioia per una raggiunta unione personale e di intenti con Rodin. «Io dormo tutta nuda per poter credere che voi siete vicino a me, ma quando mi sveglio non è la stessa cosa», scrive Camille al maestro-amante dal castello dell’Islette, dove erano soliti incontrarsi. Per dieci anni sarà al suo fianco, collaboratrice intelligente e preziosa; le loro mani lavoreranno insieme al punto che talvolta è impossibile capire chi tra i due sia l’autore di alcune opere. È il 1889 quando, all’apice della felicità, Camille comincia a lavorare al Valzer, di cui il museo di Nogent-sur-Seine espone quattro varianti, forgiate con materiali diversi. I danzatori appaiono perduti in un tempo infinito. La loro posizione, in diagonale, li rende nello stesso tempo instabili e dinamici; dai loro corpi trasuda sensualità. Solo un drappeggio, come un velo, nasconde le parti intime: l’artista lo aggiunse costretta dal Ministero delle belle arti, che aveva giudicato “indecente” la prima versione della scultura perché la coppia era completamente nuda e i sessi troppo vicini tra loro. Al periodo “rosa” di Camille appartiene anche La piccola castellana, busto di una bambina di sei anni, figlia della proprietaria del castello dell’Islette, una delle sue opere più celebri e più preziose, anche solo per quel modo di rendere la capigliatura, come se la treccia si stesse aprendo sotto i nostri occhi. Ma Cloto, la parca riprodotta nel 1893 come un’orribile vecchia, è il segno che qualcosa è cambiato. Rodin, ormai scultore di successo, ha scelto alla fine di vivere con la sua compagna di sempre, Rose Beuret, che aveva condiviso con lui gli anni della gioventù e della miseria. La rottura con Camille diventa inevitabile. Per lei sarà una sofferenza atroce, ma si vendicherà trasformando Rose nella terribile parca che fila lo stame della vita. Nel Musée Camille Claudel a Nogent-sur-Seine troviamo il Torso di Cloto calva, però nella versione definitiva i suoi lunghissimi capelli si mescolano ai fili che sta tessendo, dandole l’aspetto ancora più mostruoso di una piovra. Con L’età matura, di cui al museo è presente un bronzo del 1890, il distacco da Rodin è ormai definitivo, irreparabile: una giovane nuda protende le sue mani verso un uomo che si allontana, anzi, che viene letteralmente portato via da una vecchia che ha il volto di Cloto. «Quella ragazza nuda è mia sorella! Mia sorella Camille», scriverà Paul Claudel, vedendo l’opera. «Implorante, umiliata, in ginocchio e nuda! Tutto è finito!». Ed è certo che da questo momento Camille fuggirà qualsiasi occasione di incontro con Rodin, che ritiene responsabile di tutti i suoi problemi. Non risponderà alle lettere, anzi, sentendosi minacciata da nemici immaginari, si chiuderà sempre di più nel suo atelier. La sua unica preoccupazione,


oltre ai debiti, è ormai quella A destra, Auguste Rodin, di allontanarsi da lui anche sul La Francia piano artistico perché i critici (1902-1903). non possano più accusarla di esserne influenzata. Ecco allora, In basso, nelle sue ultime opere, il ritorno L’età matura al classicismo e l’inserimento di (1890-1907). alcuni elementi di quell’Art Nouveau che a Parigi faceva la moda dei primi anni del Novecento. D’ora in poi ci saranno piccole composizioni o “schizzi”, come lei stessa li chiama; immagini femminili pensose davanti a un caminetto, oppure in conversazione attorno a un tavolo. Nel caso di soggetti mitologici, come Perseo e la Gorgone, lo stile ritorna a essere quasi accademico, ma il suo dramma riaffiora inesorabilmente: la testa tagliata della Gorgone ha infatti i tratti di Camille, vinta, estranea al mondo, ormai priva anche di un corpo. Rodin, da parte sua, continuerà a “usare” il volto della ex allieva-amante in molte sue composizioni, come La Francia e il commovente L’addio, pur ottenendo da lei solo reazioni aspre e diffide minacciose; cercherà anche, a più riprese e senza farsi riconoscere, di aiutarla finanziariamente. Camille ha superato da poco la soglia dei quarant’anni quando le sue condizioni mentali degradano rapidamente: la creatività è perduta. Nei momenti di delirio distrugge le sue stesse sculture e vive una vita miserabile. Il fratello Paul annota: «Camille folle. Carta da parati strappata e a brandelli, una sola poltrona rotta e lacerata. Lei, sporca, che parla incessantemente con una voce monotona e metallica». Il 10 marzo 1913, all’età di quarantonove anni, la famiglia la farà internare. Vivrà fino a settantotto anni in completo isolamento. Non scolpirà mai più. ▲

Musée Camille Claudel Nogent-sur-Seine www.museecamilleclaudel.fr

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Auguste Rodin in mostra a Treviso

Il genio Il genio solitario solitario Ilaria Ferraris

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«Prima di essere celebre, Rodin era solo. E la celebrità, una volta sopraggiunta, lo ha reso forse ancora più solo». Da questa affermazione, incipit del volume di Rainer Maria Rilke sullo scultore francese (1902), si dipana il “fil rouge” emozionale che Marco Goldin sottende al percorso espositivo della grande mostra in corso a

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A conclusione delle celebrazioni per il centenario della morte, una grande mostra a Treviso con opere dal Musée Rodin racconta l’intero percorso personale e creativo dello scultore francese

Treviso. Acclamato come il più grande scultore fra i suoi contemporanei ma non sempre capito, Rodin praticava la scultura con energia innovativa, facendo vibrare la materia e rompendo gli schemi accademici, a volte in contrasto con il gusto corrente e con le aspettative dei committenti. La prima mostra dedicata da Goldin alla grande scultura, fino al 3 giugno, è l’evento conclusivo delle celebrazioni per il centenario della morte del maestro francese. Nel Museo Santa Caterina, all’interno delle tre sale dedicate alle esposizioni temporanee – la lunga sala al primo piano, l’ampia sala al piano terreno e la grande sala ipogea Barbisan, completamente rinnovata e inaugurata in questa occasione – sono esposte settantatre opere – cinquanta sculture e ventitre opere su carta – selezionate dalla collezione del Musée Rodin di Parigi, inclusi tutti i capolavori più celebri come Il pensatore, Il bacio, Il monumento a Balzac, nonché maquettes delle opere monumentali non trasportabili come la Porta dell’inferno e i Borghesi di Calais. In più, a confronto, due dipinti, uno di Monet e uno di Munch. L’itinerario ripercorre l’intero arco cronologico della produzione di Rodin. Negli

anni che intercorrono tra la prima elaborazione del 1864 dell’Uomo con il naso rotto (presente in mostra con una versione ridotta realizzata a partire dal gesso), rifiutata al Salon, alla trionfante Età del bronzo, presentata al Salon nel 1877 tredici anni dopo, Rodin completa il suo apprendistato prima a Parigi e poi a Bruxelles, dove si associa con Antoine-Joseph van Rasbourgh per numerosi progetti di architettura, e compie un lungo viaggio in Italia nel 1876, dove visita a Firenze e ha modo di conoscere l’opera di Michelangelo, di Donatello e apprende le regole della scultura antica. L’Età del bronzo, un nudo maschile a grandezza naturale, riprende chiaramente i modelli michelangioleschi, nella potenza muscolare e nella posa dal braccio alzato dietro la testa ispirata allo Schiavo morente del Louvre. Degli anni appena successivi sono il San Giovanni battista, un grande gesso che sarà poi acquistato dallo Stato francese per il Musée du Luxembourg, e l’Uomo che cammina, poi ripreso vent’anni più tardi, che definisce ormai la scelta di Rodin per una scultura che è pura forma avulsa da narrazione storica, preludio alle forme della modernità


ormai prossima delle avanguardie. Nel 1880 gli viene affidata la commissione per la porta bronzea per un nuovo museo di arti decorative, la Porta dell’Inferno, ispirata alla Divina Commedia ma anche a Baudelaire e Ovidio, un progetto che lo terrà occupato per quasi dieci anni, poi abbandonato e ancora ripreso nel 1899 e rimasto incompiuto, per il quale realizzò numerosissime sculture, singole e a gruppi, diventate poi opere a se stanti, come le Tre ombre, o il Pensatore, Adamo ed Eva, di cui sono esposte molteplici elaborazioni in diversi materiali e formati. Dello stesso decennio è un’altra impresa monumentale che gli fu richiesta dal 1884 per ricordare la resa dei borghesi di Calais a Edoardo III d’Inghilterra nel 1347. Attraverso un ampio numero di disegni e bozzetti – di cui molti presenti in mostra – Rodin elabora il gruppo dei Borghesi di Calais, a cui lavorò a più riprese fino all’inaugurazione nel 1895, sovvertendo gli schemi del monumento trionfale tradizionale. Nel 1883 conosce la giovane scultrice Camille Claudel, con cui inizia una lunga relazione professionale e sentimentale: nella mostra

ricordano questo legame un ritratto di Auguste eseguito da Camille, in gesso, e una testa di Camille in marmo, riflessiva e dolente. Nel 1889 Rodin espone un cospicuo numero di opere insieme a Monet nella galleria Georges Petit di Parigi: a testimonianza di questo evento è presente uno dei centoquarantacinque dipinti che Monet presentò nell’occasione, Reti da pesca a Pourville del 1882. Nella Sala ipogea, Il pensatore monumentale in gesso si rispecchia in un dipinto di Munch del 1907 che raffigura la stessa scultura nel giardino del dottor Linde, uno dei più importanti collezionisti, in quegli anni, sia di Munch sia di Rodin; al centro dello spazio espositivo, il gesso originale, plasmato dal maestro, del Bacio. Chiude la mostra la fusione in bronzo dello studio finale del Balzac, opera commissionata a Rodin nel 1891, che arrivò alla sua elaborazione definitiva tra le polemiche e fu rifiutata dai committenti. Sulla parete della sala, una celebre foto di Edward Steichen del 1908, che raffigura il Balzac al chiaro di luna nel giardino di Rodin a Meudon, è messa a confronto con un’immagine del 1914 dell’artista, ormai anziano, raffigurato nella stessa posa dell’effigie dello scrittore.

A latere dell’evento dedicato a Rodin, Marco Goldin ha organizzato anche l’omaggio a un altro grande scultore, Arturo Martini, nel vicino Museo Bailo, sede di un’importante raccolta di opere del maestro trevigiano. Nello stesso Museo Bailo è in corso anche una mostra su Gino Rossi (1884-1947), raffinato pittore dagli esiti straordinariamente innovativi, amico e collega di Arturo Martini, le cui opere si avvicinano alle atmosfere dei fauves, che conobbe durante un lungo soggiorno francese; mostra che si tiene in contemporanea con la monografica ora in corso a Ca’ Pesaro a Venezia. ▲

Il bacio (1881-1882), Parigi, Musée Rodin. Nella pagina a fianco, Il pensatore (1903), Parigi, Musée Rodin.

Rodin. Un grande scultore al tempo di Monet Treviso, Museo Santa Caterina fino al 3 giugno orario 9-18, da venerdì a domenica 9-19 info: 0422-429999 www.lineadombra.it Catalogo Linea d’ombra 53


Grandi mostre. 5 Ritratti a grandezza naturale ad Amsterdam

UN CLUB ESCLUSIVO Un’originale scelta di dipinti propone all’attenzione del pubblico la formulazione più prestigiosa del genere ritratto: quella a figura intera e a grandezza naturale. Per molto tempo, un onore riservato a un’élite, categoria che si allarga e restringe col cambiare di mode, convenzioni e assetti sociali. Claudio Pescio

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l ritratto a figura intera, in piedi e a grandezza naturale rappresenta la forma più ambiziosa di restituzione delle fattezze umane che l’arte occidentale abbia concepito. La formula deriva dalla tradizione classica e tardo antica. La sua ripresa avviene fra Quattro e Cinquecento, ma per molto tempo il genere rimane riservato a principi e sovrani (o “uomini e donne illustri” nell’accezione della serie dipinta da Andrea del Castagno attorno al 1450); per tutti gli altri – nobili o ricchi borghesi che fossero – rimangono i ritratti del solo volto, quelli a mezzo busto o fino alla vita, in formato naturale ma anche nella più economica versione ridotta. La ragione di questa distinzione, più che ideologica, è

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economica: per fare un solo esempio, sir Joshua Reynolds, uno dei maggiori ritrattisti inglesi del Settecento, chiedeva circa centocinquanta ghinee per la figura intera e attorno alle trenta per il solo volto. Il Rijksmuseum di Amsterdam dedica una grande esposizione proprio alla formulazione extralarge del genere, nella sua versione pittorica, con l’eloquente titolazione di High Society. Nella scelta delle opere è evidente l’intenzione del museo di collegare la pittura olandese della grande tradizione secentesca al contesto internazionale e di metterla in evidenza secondo una prospettiva iconologica. John Singer Sargent, Il dottor Pozzi in casa (1881), Los Angeles, Hammer Museum.


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Uno dei meriti della mostra è quello di aver riunito coppie che non si frequentavano più da tempo Uno dei meriti della mostra è intanto quello di aver riunito coppie che non si frequentavano più da tempo (causa diversa collocazione dei rispettivi ritratti). Ad Amsterdam troviamo per esempio uno dei primi ritratti italiani a figura intera di una famiglia non regale, seppure di classe nobiliare: si tratta di due vicentini che affidano le proprie effigi e quelle di due dei loro figli a Paolo Veronese. Iseppo (Giuseppe) da Porto, è un personaggio di qualche importanza nelle vicende della Repubblica di Venezia; nei primi anni Trenta instaura rapporti col mondo luterano che lo portano ad avere problemi con la giustizia e addirittura all’arresto nel 1547; problemi non così gravi da impedirne l’ascesa sociale, visto che percorre un’importante carriera po56

litica, e mai tali da convincerlo a Sopra, da sinistra, troncare del tutto le sue relazioni di Paolo Veronese, Livia Thiene con esponenti della Riforma. Nel e la figlia Deidamia 1545 sposa Livia Thiene, prota(1552 circa), gonista del pendant conservato al Baltimora, Walters Art Museum di Baltimora Walters (1552 circa). Iseppo, nel suo ritratto Art Museum; (1551-1552) – conservato agli Uffizi Iseppo da Porto nella collezione Contini Bonacossi e il figlio Leonida – calza un solo guanto per posare (1551-1552 circa), l’altra mano sulla spalla del figlio Firenze, Leonida, che ricambia con teneGallerie degli Uffizi. rezza il contatto. Sono entrambi in nero, con vesti al tempo stesso lussuose ma non vistose, simili anche nei tratti del volto, che esibisce quasi un marchio di famiglia nell’identica attaccatura dei capelli. Leonida guarda alla sua destra verso il pendant da dove la sorellina Deidamia non ricambia lo sguardo per fissare invece gli occhi su di noi aggrappata alla veste della madre, più ricca e colorata nella sua morbida fodera in pelliccia. Alla stessa categoria appartengono i due ritratti Spini di Giovan Battista Moroni (1573-1575).


Tra i primi mortali quasi comuni ad accedere alla versione più ambiziosa della ritrattistica non mancano i disinvolti borghesi dei Paesi Bassi. Alla categoria appartiene l’appena restaurata coppia di ritratti di Maerten Soolmans e Oopjen Coppit, eseguiti da Rembrandt nel 1634. Sono due dei tre soli dipinti a figura intera eseguiti dall’artista di Leida: sul totale dei novantadue ritratti eseguiti dall’artista. Se si considera che Frans Hals realizzò circa duecentoventi ritratti, solo uno dei quali appartenente al club, si capisce quanto preziosi dovessero apparire per la società olandese del tempo. Molto diversa la situazione in altri contesti: nella ritrattistica di Antoon van Dyck, attivo in Fiandra, Italia e soprattutto Inghilterra, le figure intere rappresentano circa un quinto del totale. I due pendant di Rembrandt (altra coppia che si ritrova solo in caso di mostre come questa) sono stati messi a disposizione del pubblico da un paio d’anni, grazie a una singolare forma di collaborazione fra musei diversi, il Louvre e il Rijksmuseum, che hanno fatto fronte comune all’ingente costo delle due tele (già proprietà dei Rothschild, acquistate per centosessanta milioni di euro dagli Stati francese e olandese);

le due istituzioni si scambiano Sotto, da sinistra, periodicamente i ritratti per con- di Rembrandt van Rijn, Maerten Soolmans sentirne l’esposizione a pendant, (1634), appunto. I due sposi sono messi in Amsterdam, relazione attraverso i gesti, se non Rijksmuseum; con gli sguardi, e apparentemente Oopjen Coppit si trovano nello stesso ambiente, (1634), anche se il pavimento rivela due Parigi, diversi punti di fuga. L’uomo acMusée du Louvre. cenna alla moglie, che avanza leggermente nella sua direzione. Si tratta di due figure elegantissime: segnaliamo anche solo il dettaglio delle calzature del giovane, adorne di due rosette al tempo stesso esibizione di lusso da parte di chi le indossa e di virtuosismo da parte di chi le dipinge; sono due rampolli dell’aristocrazia mercantile della città, sposi da un anno appena, al momento del ritratto. Il guanto che il marito porge alla moglie simboleggia, secondo la tradizione locale, una sorta di rito di passaggio di potestà sulla donna, la quale transitava così dal padre allo sposo. Anche l’anello che la donna porta appeso al collo rimanda al matrimonio.

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Nell’élite anche attori e attrici di teatro, perfino cortigiane di rango

Naturalmente l’allargarsi del club non provoca l’esclusione dei membri tradizionali e i sovrani d’Europa continuano a farne parte in permanenza, da Enrico VIII a Carlo V, a Elisabetta I, a Napoleone e alla regina Vittoria, e l’accoglienza si estese a presidenti degli Stati Uniti come George Washington. Abito, espressione, posa, contesto ambientale, simbologie, somiglianza (gradito qualche ritocco migliorativo) sono gli ingredienti più richiesti e individuati come necessari a un’immagine di sé che possa considerarsi correttamente e utilmente tramandata ai posteri. In questo senso va apprezzata la scelta indubbiamente coraggiosa di Johan Colterman che nel 1613 sceglie di farsi ritrarre da Hendrick Goltzius in veste di Ercole, in posa aggressiva e completamente nudo. Periodi d’oro per il genere tornano a essere, per l’alta borghesia, dopo una lunga eclissi, il secondo Settecento della rivoluzione industriale e successivamente la Belle époque, che vedono entrare nell’élite anche attori e attrici di teatro, perfino cortigiane di rango: lo stesso Joshua Reynolds eseguì più di un ritratto di Fanny Abingdon, fioraia, cantante di strada e prostituta prima di diventare un’acclamata attrice shakespeariana (a figura intera quello del 1765 circa, conservato al Waddesdon Manor nel Buckinghamshire).

Sir Joshua Reynolds, Jane Fleming, poi contessa di Harrington (1778-1779 circa), San Marino (California), Huntington Library. Nella pagina a fianco, Giovanni Boldini, La marchesa Luisa Casati con un levriero (1908). 58


Dandies, femmes fatales dallo studiato pallore in abito di scena e altri protagonisti della vita mondana europea e statunitense del secondo Ottocento come Robert de Montesquiou, la marchesa Casati (dai grandi, ipnotici occhi scuri, «un’antigioconda in seta nera», la definì un cronista del tempo), Sarah Bernhardt, George Washington Vanderbilt sono i soggetti che ricorrono nei ritratti di Whistler, Boldini, Sargent. E poi industriali, medici (l’immagine della mostra è affidata allo charme di Samuel-Jean Pozzi, ginecologo e seduttore, ritratto in veste da camera da John Sargent nel 1881), danzatrici, scrittori… Un rapporto strettissimo, quello fra l’artista e il suo soggetto, su cui si basa questo genere ritrattistico e che si alimenta in funzione di un reciproco vantaggio promozionale, e continua a proporre il gran formato fino a Klimt, fino a infrangersi con la prima guerra mondiale e con l’arrivo delle avanguardie, che vede la rottura di una forma di connubio ormai vista come antiquata (la fotografia è ormai diffusissima), troppo celebrativa e commerciale, oltre che riduttiva del ruolo nuovo che l’artista rivendica per sé e che trova un suo nuovo fondamento anche nel rifiuto del concetto stesso di committenza. ▲

High Society Amsterdam, Rijksmuseum a cura di Jonathan Bikker fino al 3 giugno; orario 9-17 catalogo Rijksmuseum www.rijksmuseum.nl 59


Grandi mostre. 6 Spagna e Italia in dialogo nell’Europa del Cinquecento a Firenze

UNO SCAMBIO ININTERROTTO Attorno a un nucleo di disegni spagnoli, conservato nel Gabinetto dei disegni e delle stampe degli Uffizi, ruota l’esposizione – raccontata qui dalla cocuratrice nonché direttrice della prestigiosa raccolta – sui rapporti culturali tra gli artisti iberici e italiani nel XVI secolo.

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Marzia Faietti

uarino Veronese, il più stretto allievo italiano dell’umanista bizantino Manuele Crisolora e tra i maggiori sostenitori della superiorità degli studi letterari sulla pittura e sulla scultura, manifestò un’inclinazione per la medaglia-ritratto intesa come medium di diffusione visiva della fama. In essa, infatti, parola e immagine figurano indissolubilmente unite; doveva forse essere questa caratteristica a fare della medaglia un genere artistico ideale, consono persino ai gusti dei letterati più arroccati nella difesa del predominio della loro disciplina. Un’altra ragione, ancora, favoriva la sua particolare fortuna tra gli umanisti: mi riferisco alle dimensioni assai ridotte che ne consentivano un’agevole circolazione rispetto alla limitata mobilità dei dipinti e delle statue. A lamentarsi della difficoltà di movimentazione di questi ultimi è di nuovo Guarino in una famosa epistola indiriz-

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zata nel 1447 ad Alfonso V d’ALe opere riprodotte in questo articolo, ragona, re di Napoli e di Sicilia, dove ribadisce il primato delle dove non diversamente indicato, provengono lettere nell’attività encomiadal Gabinetto dei stica: «[…] quod nullas per imagines aut statuas fieri posse spe- disegni e delle stampe randum est, vel quia sine litteris delle Gallerie degli Uffizi. mutae sunt vel quia per orbem A sinistra, Anonimo, terrarum huc atque illuc facile Medaglia di Federico transferri nequeant»(1). Agli Uffizi si è aperta recenteZuccari (1588): mente la mostra Spagna e Italia Federico Zuccari, recto; Profilo dell’altare in dialogo nell’Europa del Cinquemaggiore dell’Escorial, verso, Firenze, Museo nazionale del Bargello. Nella pagina a fianco, Alonso Berruguete, Deposizione dalla croce e altri studi (1545-1548 circa).


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A destra, Alonso Berruguete (?), Madonna col Bambino, da Donatello (1508-1510 circa). Blas de Prado, Filippo III e i suoi domini (1587 circa).

Fogli spagnoli in larga parte pervenuti agli Uffizi tramite la donazione di Emilio Santarelli avvenuta nel 1866 cento (fino al 27 maggio nelle nuove sale dell’Aula magliabechiana)(2), focalizzata sugli scambi tra gli artisti spagnoli attivi nell’arco di quel secolo, alcuni dei quali giunti in Italia per formarsi, e i loro colleghi italiani che, viceversa, soprattutto nella seconda metà del Cinquecento si recarono in Spagna o, persino senza muoversi dal loro paese, lasciarono un’impronta durevole sui fatti artistici spagnoli nell’età di Carlo V e Filippo II. L’esposizione, in realtà, ha movimentato sia qualche statua che qualche dipinto, ma si è soprattutto incentrata su oggetti di piccole dimensioni, assai idonei alla trasmissione di contenuti culturali. In primis, i disegni. D’altra parte, non poteva essere altrimenti dal momento che questa mostra segue la precedente versione madrilena(3), che a sua volta, dopo gli inizi degli anni Settanta del Novecento, segnò una ripresa 62


Alonso Berruguete, Madonna col Bambino e san Giovannino (Tondo Loeser) (1513-1514), Firenze, Palazzo vecchio collezione Loeser.

di studi sullo straordinario fondo di fogli spagnoli in larga parte pervenuti agli Uffizi tramite la donazione di Emilio Santarelli avvenuta nel 1866, all’epoca di Firenze capitale del giovane Regno d’Italia(4). Nella presente edizione espositiva è sembrato utile ricostruire, intorno a quel nucleo grafico, un contesto artistico e culturale indirizzandosi sulla scelta di pochi, ma multiformi, oggetti. Tra essi, oltre ad alcuni dipinti e statue come si anticipava, figurano qualche stampa, alcune oreficerie di piccolo formato e, finalmente, un nucleo di medaglie, in grado di rappresentare e raccontare un’epoca, per immagini e con scritte, come aveva ben sottolineato Guarino il cui punto di vista però resta ovviamente legato a un’altra prospettiva storica e culturale.

Oggetti leggeri e facilmente trasportabili, i disegni, le stampe, le monete, le medaglie e le piccole oreficerie solcavano agevolmente su imbarcazioni le acque del Mediterraneo, ma potevano anche facilmente percorrere, caricati sul dorso di muli e di cavalli o su carri trainati da altri animali da trasporto, le montagne, le pianure e gli altipiani disseminati nelle cinque penisole di quel mare, noto anche come mare Interno. Un mare fra le terre, il Mediterraneo, che bagna le coste meridionali dell’Europa, quelle occidentali dell’Asia anteriore e quelle settentrionali dell’Africa. Apparen63


I colleghi italiani lasciarono un’impronta sui fatti artistici spagnoli nell’età di Carlo V e Filippo II temente, una contraddizione nei termini: un mare che non conosce distese d’acqua sconfinate, anzi, tale da sembrare chiuso, quasi soffocato, nell’abbraccio delle terre che lambisce. Ma non è così: la ricchezza delle culture che si specchiano nelle sue acque mostra come i limiti spaziali sono sempre stati in realtà prerogative capaci di aprire in quei territori scenari sempre nuovi e originali. Il racconto artistico tracciato nel catalogo della mostra riguarda soltanto una porzione di quegli spazi, ossia quel “piccolo Mediterraneo”, per così dire, che, compreso tra Italia e Spagna, viene indagato dall’inizio del Cinquecento, in epoca precedente all’insediamento sul trono di Castiglia e Aragona della dinastia asburgica, sino all’età di Filippo II.

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Pompeo Leoni, Sappiamo bene come non esista o cerchia: solo il Mediterraneo delimitato da a sinistra, sponde europee, africane e asiaSan Giovanni tiche, ma anche il Mediterraneo dolente americano (il mar Caribico o delle (1585-1599 circa); Antille) e il Mediterraneo austraa destra, lasiatico (tra le grandi e piccole Addolorata isole delle Sonde). Del resto, il (1585-1599 circa). “grande Mediterraneo” rievocato da Fernand Braudel(5) distende a sua volta le sue braccia sul globo e, nel far ciò, collega tra loro terre assai più lontane di quelle costeggiate dal Mare Interno, separate da grandi distese d’acqua. Esso è molto distante, dunque, dalla dimensione circoscritta del “mare nostrum” dei romani; ma se pensiamo alla capacità di irradiazione culturale anche solo di una sola parte di quest’ultimo mare, se pensiamo cioè al “piccolo Mediterraneo” oggetto delle nostre attenzioni nella mostra, rimaniamo irretiti dal gioco caleidoscopico degli scambi, delle permute, delle trasformazioni di idee e oggetti.


A sinistra, Domínikos Theotokópoulos detto El Greco, La guarigione del nato cieco (1570-1576 circa), Parma, Galleria nazionale. In basso, Alonso Berruguete, Ecce Homo (1525 circa), Valladolid, Museo Nacional de Escultura.

Quegli oggetti meno ingombranti di cui si diceva in apertura, e soprattutto le leggere carte disegnate, portavano messaggi che avevano il potere di trasmettere e trasformare culture, sia lungo il viaggio che dopo il loro arrivo nella destinazione finale. Il mare “fra le terre” ha una vocazione all’unione tra popoli e alla condivisione tra culture, e non ha disperso i messaggi che gli sono stati nel tempo affidati. Auspico di costruire in futuro altri progetti di ricerca ed espositivi per assecondare e progressivamente valorizzare la vocazione globale di quel mare straordinario che oggi è “nostrum” nella misura in cui è davvero di tanti. ▲ (1) Per la citazione cfr. Epistolario di Guarino veronese raccolto ordinato illustrato da Remigio Sabbadini, II, Venezia 1916, p. 492, doc. n. 805 («[l’attività encomiastica] non si deve sperare possa essere realizzata tramite immagini o statue o perché senza iscrizioni esse sono mute o perché non possono essere trasportate, qui e là, per tutto l’orbe terraqueo»). (2) La mostra è stata organizzata con la collaborazione del Kunsthistorisches Institut in Florenz, Max-Planck-Institut, e accompagnata dal catalogo Spagna e Italia in dialogo nell’Europa del Cinquecento, a cura di M. Faietti, C. T. Gallori, T. Mozzati, Firenze 2018. (3) Cfr. I segni nel tempo. Dibujos españoles de los Uffizi, catalogo della mostra (Madrid, Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, 12 maggio - 26 luglio 2016), a cura di B. Navarrete Prieto, con la collaborazione di R. A. Moral, Madrid 2016. (4) Il fondo Santarelli di disegni spagnoli venne particolarmente studiato in occasione della mostra di disegni spagnoli organizzata nel 1972 presso il Gabinetto dei disegni e delle stampe degli Uffizi, accompagnata da un catalogo curato da A. E. Pérez Sánchez. (5) F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II (1949), ed. it. Torino 2010, 2 voll.

Spagna e Italia in dialogo nell’Europa del Cinquecento Firenze, Gallerie degli Uffizi, Aula magliabechiana a cura di Marzia Faietti, Corinna T. Gallori e Tommaso Mozzati fino al 27 maggio orario 8.15-18.50, chiuso lunedì catalogo Giunti Editore www.uffizi.it 65


Le opere di questo articolo, dove non diversamente indicato, sono di Albrecht DĂźrer. 66


Grandi mostre. 7 Albrecht Dürer e l’Italia a Milano

QUANDO IL NORD INCONTRA IL SUD Espressione massima del Rinascimento tedesco, Albrecht Dürer è protagonista di una mostra, a Palazzo reale, costruita sul dialogo tra l’artista di Norimberga e alcuni capolavori italiani a lui contemporanei. Desideroso di trovare stimoli fuori dal suo ambiente, Dürer compie diversi viaggi in Europa: il nostro paese, e in particolare Venezia, sarà una tappa fondamentale. Massimiliano Caretto

Adorazione dei magi (1504), Firenze, Gallerie degli Uffizi.

È

sempre una questione tra Italia e Germania: nella storia, nella guerra, nella tecnica, nel calcio e persino nell’arte. Basterebbe questo semplice assunto per riassumere con efficacia il complesso e affascinante rapporto tra il più importante artista tedesco del Rinascimento e la coeva cultura italiana che la mostra inaugurata a fine febbraio a Milano (Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia, Palazzo reale, fino al 24 giugno) si prefigge di analizzare, portando una ventata di aria fresca in mezzo a un panorama italico di esposizioni sempre più ombelicali ed eloquentemente xenofobe. La storia di Albrecht Dürer rappresenta un capitolo artistico e culturale unico, che lo eleva non solo al livello dei tre grandi maestri italiani 67


Il vorticoso gesticolare mefistofelico dei dottori è un collegamento con gli studi fisiognomici di Leonardo dell’epoca, Leonardo, Raffaello e Michelangelo, ma lo accomuna per certi versi anche ai modelli nordici come Bosch e Bruegel, facendo di lui il vero “trait d’union” della prima cultura “europea” in senso moderno, cioè la cultura rinascimentale. La mostra, in tal senso, è un perfetto Bignami antologico a uso e consumo del visitatore contemporaneo, affamato di bellezza e interessato a un corretto equilibrio tra divulgazione e rigore scientifico. Non appena entrati nella prima sala, si è su68

bito posti davanti a ciò che è più importante quando parliamo di Dürer: a un artista tecnicamente formidabile fin dalle opere giovanili. La tradizione storiografica lo vuole già abilissimo disegnatore a tredici anni nella bottega del padre, l’orefice Albrecht il Vecchio (in mostra ne è presente il ritratto realizzato dal figlio nel 1490, un brano di devozione filiale, sia alla figura paterna che all’arte della pittura come espressione di virtuosismo manuale). Del medesimo periodo è l’Adorazione dei magi arrivata dagli Uffizi, dove uno dei magi altro non è che uno dei tanti autoritratti di cui Dürer riempirà molte delle sue opere lungo tutto l’arco della sua vita. La costruzione spaziale dell’opera è magistrale, l’apertura al paesaggio di matrice nordica si concilia alla perfezione con le impostazioni prospettiche delle rovine architettoniche, mentre le squillanti cromie Cristo tra i dottori (1506), Madrid, Museo ThyssenBornemisza.


Ritratto del padre (1490), Firenze, Gallerie degli Uffizi. In basso, Giorgione, La vecchia (1505), Venezia, Gallerie dell’Accademia.

delle vesti già preludono a quell’amore per il colore che accompagnerà l’artista per tutta la sua carriera. Sono gli anni d’attività in cui Dürer svela la sua ossessione per il successo. L’artista gareggia con Leonardo in quanto ad ambizioni personali, siano esse soddisfatte dal riconoscimento di mecenati o dal puro esercizio del proprio intelletto. Per coltivare meglio le sue ambizioni, Dürer compirà svariati viaggi in Europa (Italia compresa), alla ricerca di contatti, influenze, suggestioni e visioni, finché non approderà alla più visionaria città del mondo, Venezia. La storia d’amore tra i tedeschi e la Serenissima affonda le sue radici in un rapporto atavico, da cui i germani non sembrano mai potersi liberare veramente. La ricca comunità tedesca che all’epoca popolava Venezia accoglie Dürer, che sfrutterà più volte l’occasione per studiare con profonda serietà la visione italiana dell’arte e del mondo, alla ricerca di una personale sintesi culturale. Mozzafiato, in tal senso, è il Cristo fra i dottori, opera che il visitatore può ammirare in una delle prime sale del percorso espositivo. Tralasciando per un attimo quello che pur è un dato di inappuntabile certezza (e cioè che Dürer è decisamente bravo a dipingere, facendo delle pennellate una musica e di ogni dettaglio un universo a sé stante), l’opera è una chiave di volta fondamentale per la storia dell’arte. Il vorticoso gesticolare mefistofelico dei dottori – istruiti ma non saggi, pieni di libri ma non di Verità, vecchi ma non anziani – contrapposto alla serena impassibilità del giovane Cristo angelico, è un collegamento con gli studi fisiognomici di Leonardo, la Salita al Calvario di Hieronymus Bosch e le coeve ricerche di Giorgione, sotto l’egida di un comune sentire artistico cinquecentesco, che pone il Rinascimento sotto una luce inaspettata, svelandone i risvolti esistenziali piuttosto che politici. Presa tale direzione, la mostra guida lo spettatore di sala in sala attraverso un pendolo di esempi volti a mostrare, a cadenze fisse, il formidabile rapporto di co-

munanza/dialogo/rifrazione tra Dürer e, di volta in volta, artisti fiamminghi, tedeschi e italiani. Le opere esposte sono tutte di eccezionale qualità, tanto in pittura quanto nella grafica, arte di cui Dürer fu il maestro per antonomasia.

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Una tensione esistenziale verso una Bellezza che non risulta possedibile dall’uomo nella sua più intima natura

Ma, da un punto di vista critico, la mostra rinuncia ad andare più in profondità, preferendo optare per una lineare e magnifica esemplificazione di quella “questione italo-tedesca” fatta di classico e anticlassico, cattolico e protestante che in Dürer sono sempre presenti. Di certo, dopo la ormai ben lontana mostra del 1999-2000 tenutasi a Venezia (Palazzo Grassi, Il Rinascimento a Venezia e la pittura del Nord ai tempi di Bel-

San Girolamo (1496 circa), Londra, National Gallery.

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lini, Dürer, Tiziano) in cui la dispoMelencolia I (1514), Londra, nibilità del budget e le congiunture National Gallery. economico-politiche avevano permesso di realizzare una rassegna In basso, il cui catalogo ancora oggi è l’antoLeonardo da Vinci, logia italiana di riferimento sul San Girolamo tema, riesce difficile poter imma(1482 circa), Città ginare di aggiungere ulteriori svidel Vaticano, luppi critici in una esposizione su Musei vaticani, questo argomento, in Italia e nel Pinacoteca. 2018, demandando allo spettatore più preparato il passo critico di approfondimento. Difatti, la sola presenza delle opere non basta a sottolineare a sufficienza la più profonda essenza del “durerismo”, quella tensione esistenziale verso una Bellezza che non risulta possedibile dall’uomo nella sua più intima natura. Così un granchio, un valico di montagna, una lepre, una zolla erbosa assurgono a poesia struggente e abissale. Così uno studio sulle proporzioni umane secondo i dettami di Vitruvio diventa un’infinita moltiplicazione di rapporti proporzionali, fino allo stordimento, fino alla vertigine di un limite tendente all’infinito e quindi eternamente frustrato. Ne è testamento spirituale la presenza in mostra di Melencolia I, forse la più bella incisione di Dürer e sicuramente l’opera d’arte grafica criticamente più densa che sia mai stata realizzata. Nella scena, una figura angelica siede torva e pensierosa, mentre guarda un astro cadente sul fondo del paesaggio. In mano tiene un compasso, alle sue spalle c’è il “quadrato magico”, intorno a lei si trovano vari strumenti da carpentiere, sulla destra una pietra angolare. La figura sembra possedere tutti gli arnesi della tecnica, dell’arte e della speculazione umana. Eppure, appare infelice, sembra preoccupata. È la «melancholia imaginativa» teorizzata da Cornelio Agrippa? È il sogno rinascimentale che medita sui suoi limiti? È la ricerca della perfezione che incontra i limiti dell’esistenza? Dürer non lo dice, o forse, come per altri geni del Rinascimento, non siamo più in grado di capirlo, dovendoci limitare a godere della loro bellezza, alla maniera dei beduini che, anticamente, non avevano bisogno di sapere cosa fossero state le piramidi per percepirne l’incommensurabile grandezza.▲

Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia Milano, Palazzo reale a cura di Bernard Aikema con la collaborazione di Andrew John Martin fino al 24 giugno orario 9.30-19.30, lunedì 14.30-19.30, giovedì e sabato 9.30-22.30 catalogo 24 Ore Cultura www.mostradurer.it 71


Studi e riscoperte. 2 Becuccio Bicchieraio e Andrea del Sarto

IL VETRAIO E IL PITTORE Firenze, XVI secolo. Una storia di amicizia e stima reciproca tra Domenico di Jacopo di Mattio (o Maffio) detto Becuccio Bicchieraio e Andrea del Sarto. Testimonianza del loro legame, i ritratti del primo fatti dal secondo e l’incarico conferito dall’artigiano, divenuto presto celebre e apprezzato dalla corte medicea, all’artista toscano per la realizzazione della Pala di Gambassi. Silvia Ciappi

P

uò sembrare un dettaglio di microstoria fiorentina la vicenda che accomuna Domenico di Jacopo di Mattio (o Maffio) da Gambassi (Firenze), più noto come Becuccio Bicchieraio, del quale si hanno notizie documentarie dall’inizio del XVI secolo al 1527, e il pittore Andrea del Sarto (1486-1529), suo «amicissimo», secondo la definizione di Vasari. In realtà, i percorsi lavorativi e umani dei due protagonisti sono profondamente radicati nella vivace comunità artistica fiorentina tra la fine del XV e il primo ventennio del XVI secolo. Andrea del Sarto realizzò due ritratti di Becuccio, simili nel tratto pittorico misurato e nella capacità comunicativa, ma assai diversi negli intenti. Il dipinto conservato alle National Galleries of Scotland di Edimburgo raffigura il vetraio in atteggiamento imponente e celebrativo, nell’atto di mostrare con orgoglio due oggetti realizzati nella sua fornace in vetro tra-

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sparente. In primo piano una coppa apoda, con bordo arrotondato e una costolatura orizzontale ottenuta a mola; in secondo piano una brocca globulare con larga imboccatura e versatoio, munita di ansa costolata e piede ad anello. L’intento del pittore era quello di celebrare il maestro artefice di oggetti di pregio, realizzati con vetro simile al cristallo, apprezzato per la trasparenza e per il procedimento tecnico impiegato che imponeva un’accurata selezione delle materie prime. Tali risultati erano possibili solo in una fornace tecnicamente avanzata, peraltro dotata di una solida condizione finanziaria e di maestranze specializzate. La fabbrica condotta da Becuccio disponeva di tutto questo ed era in grado di raggiungere i risultati ambiti dal casato mediceo, intenzionato a ridurre, se non proprio ad annullare, il divario con la superiore qualità del vetro veneziano. Inoltre il vetro trasparente

Andrea del Sarto, Ritratto di Jacopo di Mattio (o Maffio) detto Becuccio Bicchieraio (1526-1527), Edimburgo, National Galleries of Scotland.


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era considerato un materiale idoneo ad avviare le indagini sulle leggi fisiche relative all’incidenza della luce e agli effetti ottici di rifrazione e di ingrandimento lenticolare, conformi agli interessi scientifici apprezzati dalla corte. Sono queste le ragioni che decretarono la fortuna e l’ascesa sociale di Becuccio. Non è casuale che alla fine del Quattrocento David del Ghirlandaio, fratello e stretto collaboratore del più celebre Domenico, fosse inviato, come riferisce Vasari, «a Montaione, castello di Valdelsa [e] quivi [...] vi fece molte cose di vetri [...] e particolarmente alcuni vasi che furono donati al Magnifico Lorenzo vecchio de’ Medici». Non è noto quali oggetti David avesse realizzato in quelle fornaci, tuttavia l’intento era quello di creare oggetti ispirati, per forma e tecnica, alle tipologie della vetraria

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Qui sopra, Domenico Ghirlandaio, L'ultima cena (1480 circa), particolare, Firenze, convento di Ognissanti, cenacolo.

In basso,da sinistra, Andrea del Sarto, Domenico da Gambassi e La moglie di Domenico da Gambassi (1526-1527), Chicago, Art Institute.

romana, emerse nei siti archeologici o ricercate sul mercato antiquario. Fu proprio Domenico del Ghirlandaio a raffigurare, sulle tavole dei cenacoli, alla fine del XV secolo, manufatti in vetro di eccellente qualità: sottili, trasparenti e con soluzioni decorative, come il motivo


Andrea del Sarto, Pala di Gambassi (1526-1527), Firenze, Galleria palatina, palazzo PItti.

a spirale delle bottiglie, ispirate a esemplari della vetraria romana. Il successo finanziario, produttivo e la conseguente ascesa sociale consentirono a Becuccio di commissionare ad Andrea del Sarto la grande Pala di Gambassi con la Madonna con Bambino in gloria e i santi Onofrio, Lorenzo, Giovanni Battista, Maddalena, Rocco e Sebastiano per la chiesa di Gambassi (Firenze) delle monache benedettine, dette “le romite”, dedicata ai santi Onofrio e Lorenzo, quest’ultimo patrono dei vetrai. La presenza dei santi Rocco e Sebastiano, invocati durante le pestilenze che si manifestarono più volte nella metà degli anni Venti del Cinquecento, lascia supporre che la datazione della tavola possa stabilirsi intorno al 15261527, anno della morte di Becuccio a causa dell’epidemia. Il dipinto, monumentale ma anche modulato con intenti devozionali affidati ai tratti “domestici” dei personaggi raffigurati, fa parte delle collezioni della Galleria palatina di palazzo Pitti. L’incarico conferito da Becuccio al pittore non prescindeva dal legame di amicizia, ma intendeva anche avvalersi di un artista che aveva raggiunto una notevole fama, sebbene, com’è noto, Andrea del Sarto fosse rimasto profondamente legato alla comunità degli artigiani alla quale apparteneva per nascita. Domenico, iscritto all’Arte dei chiavaioli e “bicchieraio” al canto de’ Ricci (nel centro storico di Firenze), donava un’opera di indiscusso pregio alla sua terra di origine, con la quale aveva mantenuto un profondo legame, affettivo e probabilmente anche lavorativo. Becuccio apparteneva, infatti, a quella schiera di vetrai, già affermati e agiati, e non manovalanza in cerca di fortuna, che si erano trasferiti nel capoluogo toscano dove era possibile svolgere un’attività più ampia e redditizia. Anche altri vetrai dopo aver lasciato Gambassi acquistarono case e terreni, investito in ingenti capitali o destinato cospicue somme di denaro alle chiese del paese natale, in segno di riconoscenza. Nella predella (poi dispersa) della Pala di Gambassi furono apposti i ritratti di Becuccio e della moglie Lucrezia (oggi all’Art Institute of Chicago), che Vasari definiva «di naturale» e che «sono vivissimi»(*). La mi-

sura e la semplicità narrativa che distinguono l’opera di Andrea del Sarto escludono l’aspetto aulico del committente. I due personaggi indossano abiti sobri e comunicano espressioni immediate e genuine: la pacifica semplicità di Becuccio contrapposta allo sguardo attento e vigile della moglie. La consuetudine di ritrarre artigiani divenuti celebri non è comune nella pittura italiana del Cinquecento, ma lo era in ambito nord europeo. Negli stessi anni, più esattamente nel 1530, il pittore e decoratore su vetro Paul Dax, impegnato nella fornace austriaca di Hall e alla corte di Innsbruck, dipinse il suo autoritratto, dimostrando, nell’ostentata posa e nella scelta degli abiti, l’agiatezza e il prestigio raggiunti. Un secolo più tardi diventarono più frequenti le immagini di maestri vetrai, incisori e mercanti del vetro, attivi nei Paesi Bassi, dove sorgevano i centri vetrai più innovativi, sia per le tecniche sperimentate che per le decorazioni, incise e molate. ▲

(*) G. Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e archi tettori, nelle redazioni del 1550 e 1568, a cura di R. Bettarini e P. Barocchi, Firenze 1966-1987, 6 voll., IV, 1976, p. 377.

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aste e mercato MAGGIO 2018

a cura di Daniele Liberanome

Sotheby’s Arte impressionista e moderna – 14 maggio

è sostanzialmente la stessa e la luminosità forse anche più intensa. Perciò l’importante stima di 28,5 milioni di euro andrà ampiamente superata. Splendido anche La grande colazione di Fernand Léger la cui stima di 12-20 milioni di euro potrebbe essere superata alla luce dei recenti risultati ottenuti per l’artista francese.

Pandolfini

New York Grandi speranze ripone Sotheby’s sul Riposo di Picasso (in foto), e probabilmente a ragione. Il quadro è del 1932, ottimo anno per l’artista, quello di Nudi con foglie verdi e busto che è passato di mano per oltre 81 milioni di euro il 4 maggio 2010 da Christie’s a New York. Il soggetto ritratto è poi la sua amante Marie-Thérèse Walter, la stessa che campeggia in Donna con berretto e vestito a scacchi che la stessa Sotheby’s (ma a Londra) ha venduto lo scorso 28 febbraio per ben 56 milioni di euro. Perdipiù, proprio quell’aggiudicazione ha rilanciato il mercato di altissimo livello per Picasso, i cui record del 2015 apparivano irraggiungibili. La stima del Riposo è di 20-28 milioni di euro e potrebbe persino essere superata.

Christie’s Arte impressionista e moderna – 15 maggio

Dipinti antichi – 15 maggio

Firenze P ier Fra ncesco Fosch i (1502-1567) è sconosciuto ai più, ma rientra appieno nella formidabile stagione del Cinquecento fiorentino, in cui il capoluogo toscano dimostra di aver creato una scuola artistica di prim’ordine che continua a sfornare talenti. Foschi è allievo di Andrea del Sarto, aspetto ben visibile in generale nelle sue opere con particolare riferimento a Madonna con Bambino e san Giovannino (in foto), ora in vendita, che denuncia anche influenze michelangiolesche. Il soggetto religioso deprime la stima, ma la rarità in asta (sono state offerte solo tre sue opere dello stesso genere), e il suo record (212mila euro per Il pagamento dei lavoratori nel vigneto, Grisebach, Berlino, 3 luglio 2015) la spingono in alto. Pandolfini ipotizza di

venderla fra i 60 e gli 80mila euro: se riesce a richiamare un interesse più ampio, l’aggiudicazione potrebbe essere superiore.

Bonhams Arte del dopoguerra e contemporanea – 16 maggio

New York Warhol vale oro, anche nel caso di Little Electric Chair (in foto), riproduzione su sfondo rosso e in piccole dimensioni della famosa sedia elettrica della prigione Sing Sing. Per l’artista era simbolo della precarietà della vita oltreché delle sue battaglie contro la pena di morte. Un’opera simile, su sfondo azzurro, è stata aggiudicata per 10,5 milioni (Christie’s, New York, 10 novembre 2015), ma un’altra su sfondo bianco, l’ultima presentata in asta (il 10 febbraio 2016 a Londra da Sotheby’s), è andata invenduta. Bonhams ha quindi optato per una stima conservativa di 2-2,8 milioni, di euro, che probabilmente verrà superata in asta.

Phillips

New York Serata per cuori forti e portafogli ampi: includerà la vendita di un Van Gogh, Veduta del manicomio e della cappella di Saint-Rémy del 1889 (in foto), stesso anno di Lavoratori nel campo che lo scorso novembre è stato aggiudicato sempre da Christie’s a New York per 70 milioni di euro. La dimensione 76

Fotografia – 18 maggio

Londra Candida Höfer (nata nel 1944) rientra fra i grandi fotografi tedeschi formatisi alla scuola dei Becher. Non sarà apprezzata come Thomas Struth, ma i suoi splendidi scatti di interni, studiati e pensati con cu-


calendario in breve 2 maggio

22 maggio

Bonhams, Londra

Artcurial, Parigi

Arte greca

Archeologia e arti del Medio Oriente

3 maggio

ra, si sono venduti in asta anche per 28mila euro (Sotheby’s, Londra, 16 ottobre 2006). È però passato del tempo da allora per cui Biblioteca de la Real Academia de la Lengua Madrid I (in foto) potrebbe essere venduta da Phillips al valore minimo della stima di 23-34mila euro.

Tajan La collezione eclettica del Dr. Fisher 23 maggio

Art Déco Christie’s, New York

Sotheby’s, Parigi

Arte americana

Design

Sotheby’s, New York

Tajan, Parigi

Arte europea

Arte orientale, dipinti orientalisti

23 maggio 8 maggio

Artcurial, Parigi

Cambi, Milano

Stampe giapponesi

Arte moderna e contemporanea

Tajan, Parigi

14 maggio

Arti decorative

Sotheby’s, New York Arte africana, oceanica

La collezione eclettica del Dr. Fisher

e delle Americhe

24 maggio

Arte impressionista e moderna

Sotheby’s, Londra

15 maggio

Dipinti europei del XIX secolo

Artcurial, Parigi

26 maggio

Design

Christie’s, Hong Kong

Christie’s, New York

Arte asiatica del XX secolo

Arte impressionista e moderna

e contemporanea

Parigi

Dorotheum, Vienna

Lo scultore art déco rumeno Demétre Chiparus (18861947), ci ha abituato alle sue piccole sculture di grande impatto visivo raffiguranti ballerine sistemate in successione una accanto all’altra. Le ragazze (in foto) ora in asta è stata perfino impreziosita con oro e avorio. La stima di 300-400mila euro è ottimistica visto che il record appartiene a un’altra opera della stessa serie prodotta con simili materiali e venduta per 332mila euro (Sotheby’s, Londra, 15 dicembre 2012).

Arte moderna

27 maggio

Pandolfini, Firenze

Phillips, Hong Kong

Dipinti antichi

Arte e design contemporanei

Dipinti del secolo XIX

e del XX secolo

16 maggio

29 maggio

Bonhams, New York

Artcurial, Parigi

Arte del dopoguerra

Design scandinavo

e contemporanea

Christie’s, Hong Kong

Christie’s, New York

Dipinti moderni cinesi di pregio

Arte moderna e impressionista su carta

30 maggio

Lempertz, Colonia

Dorotheum, Vienna

Arte antica

Jugendstil e arti applicate

Arte del XIX secolo

31 maggio

Sotheby’s, Londra Importante arte cinese Sotheby’s, New York Arte contemporanea

Pandolfini, Firenze Argenti italiani ed europei Pandolfini, Milano Oggetti d’arte e scultura

17 maggio Bonhams, Londra Arte giapponese di pregio Christie’s, New York Arte africana e oceanica

Artcurial www.artcurial.com

Phillips, New York

Bonhams www.bonhams.com

Arte contemporanea e del XX secolo

Cambi www.cambiaste.com

18 maggio

Christie’s www.christies.com Dorotheum www.dorotheum.com

Phillips, Londra

Lempertz www.lempertz.com

Fotografia

Pandolfini www.pandolfini.it

Tajan, Parigi

Phillips www.phillips.com

Disegni antichi

Sotheby’s www.sothebys.com

Disegni moderni

Tajan www.tajan.com

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vete debiti in abbondanza, ma un Warhol appeso al muro? Potete dormire sonni tranquilli, come Westspiel, l’azienda nazionale tedesca di giochi d’azzardo che un quinquennio fa era sull’orlo del fallimento. Staccò allora dalla parete il suo Triple Elvis (Ferus Type), acquistato nel 1977 con poca spesa e tanto per arredare i locali, e lo portò da Christie’s. Lì sapevano cosa avevano per le mani. Elvis Presley era una delle icone americane per eccellenza degli anni Sessanta e Settanta, a cui Warhol guardò senza la vena malinconica e il sapore di morte imminente del ciclo delle Marilyn Monroe e delle Liz Taylor. Nel 1963 dedicò a Elvis ventidue opere in un unico rotolo di tela, che inviò insieme ai telai alla galleria Ferus di Los Angeles; questa tagliò il rotolo e completò la produzione, come parte della catena di montaggio artistica creata da Warhol. Il Triple Elvis fu acquistato dal gallerista Bruno Bischofberger di Zurigo. Poi passò a un altro intermediario di grande valore, Gian Enzo Sperone di Torino, che vendette l’opera a qualche suo fortunato cliente italiano. Presto arrivò alla Westspiel, che nel 2014 per ripianare i propri debiti decise di vendere il Warhol. A poco servì la petizione di ventisei direttori di musei tedeschi per evitare la mossa. Christie’s inserì l’opera nella sua asta newyorchese del 12 novembre 2014 e fece il botto: un collezionista europeo sborsò 65 milioni di euro. Alla Westspiel capirono che comprare un Warhol è meglio di vincere a Black Jack. ▲ D. L. 77


P

ASTE FLORIDE PER MANET

di Daniele Liberanome

recursore delle tendenze artistiche di fine Ottocento eppure legato alla società borghese in cui era nato e cresciuto, Edouard Manet (1832-1883) continua a richiamare collezionisti importanti perfino in una fase non troppo brillante per il mercato del suo periodo. Del resto, il suo Déjeuner sur l’herbe è fra i quadri più famosi di tutti i tempi: la scena con la giovane donna nuda vicino ai due uomini vestiti di tutto punto, durante un picnic in una foresta nei dintorni di Parigi, costituisce un passaggio fondamentale nella storia dell’arte. È un grido non solo contro certi moralismi della società, ma contro tutti i movimenti artistici del tempo. Uno schiaffo al classicismo di marca napoleonica, a dimostrare l’insensatezza di dipingere ancora nudi di ispirazione antica; ma anche a Courbet e alla scuola di Barbizon, il cui paesaggismo era realista a metà, perché le foreste che dipingevano questi artisti erano ancora idilliache e perché i loro soggetti prescindevano da un ormai evidente superamento della dicotomia città-campagna. E tuttavia Manet, pur condividendo con Baudelaire e Proust la profonda critica e il disincanto nei confronti della società borghese vincente dei suoi tempi, ne ricercava quasi ossessivamente l’approvazione. Provò più e più volte a passare gli esami della rigida commissione conservatrice che approvava i quadri da esporre al Salon di Parigi affollato dai ricchi borghesi. Alla fine, nel 1882 e poco prima della sua morte, ci riuscì. Il pubblico tutto rimase allora stupefatto da capolavori come La primavera, che riprende l’antico tema classico della personificazione delle quattro stagioni, ma con un taglio tutto urbano e contem-

La primavera (1881). 78

Le opere di Edouard Manet continuano a richiamare collezionisti importanti e a scambiarsi a prezzi davvero interessanti, anche se il mercato del suo periodo non gode, attualmente, di una fase troppo brillante

poraneo. Le figure mitologiche alla Botticelli sono qui sostituite da una dama parigina che con il suo vestito e il suo ombrellino rappresenta la musa che si poteva incontrare a ogni angolo di strada. L’importanza dell’opera è accresciuta anche dal fatto che Manet riuscì a completare solo un’altra stagione, L’autun-


Il bar delle Folies-Berg•re (1881).

no, custodito oggi al Musée des Beaux-Arts di Nancy. Così, quando Christie’s presentò La primavera a New York il 5 novembre 2014, si fece trovare pronto il gotha mondiale delle istituzioni e dei collezionisti, gente a cui la stima iniziale di 20-28 milioni di euro non incuteva alcun timore. In sala, i rialzi continuarono a lungo, finché il fiduciario del J. Paul Getty Museum riuscì a portare via l’opera sborsando addirittura 52 milioni di euro. Chiaramente, La primavera costituisce un quadro e una situazione particolare, e la quotazione raggiunta è inusuale per Manet, che però si scambia non di rado a prezzi davvero importanti e in crescita. Esempio lampante è fornito dalla prima versione dell’altra opera che Manet espose al Salon di Parigi del 1882, Il bar delle Folies-Bergère, soggetto che anch’esso diventerà classico per i tardoimpressionisti, ma che nel 1882 non si vedeva nelle case perbene. L’opera non si concentra su uomini e donne che si godono la serata, ma su una inserviente del locale che, assorta nel lavoro, si astrae sia dall’atmosfera di festa sia dallo sguardo chiaramente interessato di un uomo. Un’opera, quindi, ancora intrisa di critica sociale, la cui versione presentata al Salon rappresenta un caposaldo della collezione della Courtauld Gallery di Londra. Ma il primo esemplare è in mani private e dopo una lunga serie di cambi di proprietari e una lunga permanenza allo Stedeljik Museum di Amsterdam venne aggiudicata da Sotheby’s a Londra il 28 giugno 1994 per l’importante cifra di 5,8 milioni di euro. Ma quando è stata ripresentata un ventennio dopo, il 24 giugno 2015, nello stesso luogo e dalla stessa casa d’asta,

è passata di mano per 23,5 milioni di euro, con una rivalutazione di oltre il 300% (15% annuo per vent’anni). Il mercato di Manet appare florido anche scendendo con le quotazioni. Giovane donna tra i fiori è pure essa un’opera della piena maturità, datata 1879, ma con evidenti influenze impressioniste, sia nella pennellata che nella scelta del soggetto. Dal 1949 fino al 1998 fece parte della collezione della nota casa editrice americana Reader’s Digest, che poi la rivendette ricavandone ben 2,8 milioni di euro. Riproposta il 23 giugno 2014, da Sotheby’s a Londra, è passata di mano per oltre 4 milioni di euro. Il fatto che buona parte dei quadri in vendita sono già transitati da aste precedenti, dimostra che l’offerta è molto limitata; del resto Manet non fu prolifico, e buona parte della sua produzione è ormai musealizzata. Negli ultimi due anni sono stati offerti solo tre dipinti dell’artista, tutti piuttosto piccoli, non risalenti al più apprezzato periodo della maturità e non molto interessanti. Comunque, le quotazioni hanno tenuto, come dimostra La donna con i cani che nel 2016 è stata pagata 540mila euro (Sotheby’s, Londra, 4 febbraio) e nel 2001 solo 340mila euro (Phillips, Londra, 25 giugno). Il mercato degli acquerelli fornisce indicazioni simili e anzi ancor più chiare. Negli ultimi anni si sono visti in asta solo degli schizzi e poco più, niente a che vedere con i ritratti che ancora si potevano acquistare alla fine del secolo scorso. Comunque Noce di appena 8,8 x 11 cm del 1880, e non molto significativo, è stato scambiato da Sotheby’s il 4 febbraio 2016 per 33mila euro e ben sopra la stima massima già molto generosa, visto che lo stesso dipinto era stato scambiato due anni prima per 10mila euro (Galerie DurandRuel, Hôtel Drouot, 18 dicembre 2014). Insomma, chi vuole portarsi a casa un Manet, si sbrighi e si porti dietro una carta di credito ben fornita. ▲ 79


H

CLIMA INQUIETANTE IN CANTINA E AL CAFFÈ

Un viaggio alla scoperta delle tradizioni culturali e sociali che legano arte e cucina in Europa di Ludovica Sebregondi Terza tappa: Germania

answurst, “Gianni salsiccia”, è la principale figura comica del teatro tedesco già dal Cinquecento: un personaggio che fonde un nome George Grosz, frequente in Germania, Giovanni, I macellai (1930). con uno degli alimenti più diffusi. Infatti di “Wurst”, le salsicce, ne sono state censite più di millecinquecento varietà, soprattutto di maiale, ma non solo. La Germania è uno stato federale anche da un punto di vista gastronomico e la cucina

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è differenziata, anche se è unita da alcune preparazioni come gli insaccati. Sia coloro che macellano gli animali (“Schlachters”) sia chi vende le carni (“Metzgers”) hanno esercitato su George Grosz (Berlino 18931959) una grande fascinazione sin da quando da bambino li aveva visti al lavoro. Il tema compare ripetutamente nelle sue opere, come in questa cantina di I macellai in cui un maiale appeso, ormai privo


Otto Dix, Ritratto della giornalista Sylvia von Harden (1926), Parigi, Musée National d’Art Moderne - Centre Georges Pompidou.

di testa, viene squartato da un macellaio. Sotto l’animale un secchio di legno ne accoglie il sangue, da cui l’uomo si ripara indossando alti stivali e un grembiule. Un tavolo – su cui sono appoggiati coltelli e seghe, una lampada a petrolio per rischiarare il basso ambiente e altri attrezzi –, una tinozza metallica, un panchetto, un contenitore per le frattaglie completano l’arredamento. Un aiutante, con una benda nera sull’occhio sinistro, sta trasportando con evidente fatica un grande cesto pieno di pezzi di carne sanguinolenti. L’altro, lo “Schlachter” (norcino si direbbe in Italia) ha l’aria di un malfattore, che Grosz tratteggia rapidamente con quella capacità di catturare i caratteri umani derivata dalla sua iniziale carriera di caricaturista per un giornale satirico. Barba lunga, tratti rozzi, berretto calato a coprire gli occhi, tutto concorre a farne una figura inquietante, diversa dalle prime immagini, solo descrittive, dedicate dall’artista al mondo della macelleria. Di lì a poco, simili ambienti con alte finestre chiuse da grate e pesanti porte di legno sprangate saranno collegati dall’artista a scene di tortura, agli orrori del nazismo. Stessi anni, mondi contrapposti: quello grasso del macellaio di cui sono sottolineati i tratti volgari, e quello non meno inquietante dell’intellettuale intenta a bere un cocktail e a fumare al tavolino di un caffè. È la giornalista Sylvia von Harden, che Otto Dix (Gera 1891 - Singen 1969) nel 1926 ritrae seduta in un corto abito a grandi quadri rossi e neri che lascia intravedere le calze di seta arrotolate sopra il ginocchio. I capelli dal taglio maschile, il monocolo, le mani grifagne con un unico anello al medio della destra sottolineano – per la mentalità dell’epoca – la sua solitudine. Due realtà diverse e opposte, da leggere attraverso il dramma della storia.

Il cibo è stato nella cultura tedesca un tema importante, affrontato da letterati, ma messo anche in musica. Così Matthias Claudius dedicò un testo poetico alla patata, ma anche Goethe la lodò e in Germania oggi tre musei sono dedicati al tubero importato dal Sudamerica. Fu Federico il Grande che nel Settecento ordinò, per porre rimedio alla fame diffusa nel paese, di coltivare patate e di farle poi cuocere «nella loro uniforme» cioè con la buccia. Da quel momento la patata affiancò il “Sauerkraut”, o crauti, il cavolo fermentato cantato da Heinrich Heine, quale alimento base in una Germania in cui la carne era cibo per pochi. Un paese tutto sommato povero, in cui la popolazione sognava – come in tutte le culture – lo “Schlaraffenland”, il Paese della cuccagna. La fame era soggetto ricorrente nella cultura popolare e Gustav Mahler nel 1892 mise in musica, dall’antologia di testi tradizionali Il corno magico del fanciullo raccolti da Achim von Armin e Clemens Brentano (1805-1808), sia Das irdische Leben, sia Das himmlische Leben, la vita terrena e quella paradisiaca. Il primo “Lied” narra di un bambino che muore di fame aspettando che il grano sia raccolto e il pane venga cotto, il secondo di un piccolo che sogna un paradiso in cui «caprioli, e lepri […] corron dentro in cucina». ▲ 81


cataloghi e libri MAGGIO 2018

a cura di Gloria Fossi

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LA BIBLIOTECA PERDUTA Carlo Vecce Salerno editrice, Roma 2017

216 pp. € 13

Quanti libri esattamente Leonardo abbia posseduto non sappiamo. Certo la sua biblioteca (manoscritti e incunaboli) non potrebbe somigliare a quella di uno studioso di oggi. Non contava, per intendersi, migliaia, spesso decine di migliaia di libri di un bibliofilo moderno, categoria peraltro che pare in via di estinzione. Con questo libro il filologo Carlo Vecce firma un altro dei suoi studi bellissimi su Leonardo, dopo l’edizione critica del Libro di pittura, curata per Giunti nel 2005 con il nostro amato e rimpianto Carlo Pedretti, e soprattutto dopo l’imponente e fortunata biografia del 2006 anch’essa edita da Salerno. Non è un libro maestoso, ma quanta sapienza e inedite considerazioni in queste duecento pagine! Resteranno sicuramente un punto di riferimento per chiunque si accosti a Leonardo, e non solo alla ricognizione sulle sue letture. Dunque, Vecce ricostruisce, pezzo per pezzo, gli scaffali

della biblioteca di Leonardo. E lo fa col consueto rigore filologico. Decifrando e analizzando le più disparate e frammentarie citazioni presenti nei manoscritti leonardeschi, il filologo risale ai testi di diversa natura (abachi, grammatiche latine, novelle, rime, scritti scientifici e di anatomia in volgare e anche in latino, talvolta anche in francese) che Leonardo non solo consultò presso amici ma che possedette, spesso dopo una vera e propria caccia al tesoro (qualche volta forse li rubò perfino, o non li restituì a chi glieli aveva prestati). Studiando gli elenchi che Leonardo stilò in occasione dei numerosi traslochi, Vecce ristabilisce perfino quanti e quali libri e in quale sistemazione contava di inserirli nelle casse da mulo: casse di legno, resistenti, che faceva costruire appositamente. Sebbene da giovinetto non avesse condotto studi regolari, e non avesse studiato a fondo l’abaco né tantomeno conoscesse il latino, o forse proprio per questo, Leonardo si sforzò di studiare ciò che era consapevole d’ignorare rispetto a illustri colleghi, come dichiarò nella celebre autodefinizione di «omo sanza lettere». Suona quasi come una sorta di “fishing for compliments”, come diremmo oggi.

VITA MIA Pietro Consagra Skira, Milano - Ginevra 2017

172 pp., 64 ill. b.n. € 16

Sta per uscire il catalogo ragionato delle opere di Pietro Consagra (Mazara del Vallo 1920-Milano 2005), curato da Luca Massimo Barbero con l’Archivio Consagra per i tipi di Skira, che intanto ha pubblicato la ristampa dell’intensa autobiografia, edita da Feltrinelli col medesimo titolo nel 1980. La nuova edizione rispetta il testo e l’impaginazione originale ed è arricchita da una postfazione di Luca Massimo Barbero, che da par suo storicizza il racconto e fornisce nuove chiavi di lettura. La personale visione di Consagra sull’arte e sulla politica (fu anche artista militante del vecchio Partito comunista, non senza attriti e contestazioni), le amicizie con gli astrattisti suoi compagni, gli incontri e gli scontri con Guttuso e i critici d’arte, gli amori, i figli, i viaggi s’intrecciano con poesia alle memorie della sua terra, dove trascorse un’infanzia poverissima ma dignitosa, come ricorda in questa sublime riflessione: «Ho fatto la mia scultura astratta per vivere da falco sulle cime di un orgoglio da povero».


VICTOR (MARCEL DUCHAMP) Henri-Pierre Roché Skira, Milano - Ginevra 2018

104 pp. € 13

Se non fosse per Jules et Jim di Truffaut (1962), solo chi studia il genio blandamente luciferino di Duchamp conoscerebbe lo schivo Henri-Pierre Roché (1879-1959), autore dell’omonimo romanzo, scoperto dal regista nel 1955 su una bancarella. Vale la pena rileggere i ricordi di Truffaut, riproposti nel 1998 da Adelphi nei Taccuini di Roché. È come se Roché fosse sempre al posto giusto nel momento giusto. Nel 1905 fu lui a presentare Picasso a Gertrude Stein; fu lui a dare la più folgorante definizione di Duchamp: «Il suo vero capolavoro è come ha impiegato il tempo». A Duchamp Roché fu sodale fin dal 1917, quando si conobbero a New York, allora fervido crogiuolo d’intellettuali espatriati. Per tutta la vita Roché registrò incontri, intrecci, emozioni erotiche su quadernetti fitti di cancellature. I taccuini, editi in minima parte, assieme ai Souvenirs sur Marcel Duchamp (1953), sono la chia-

ve di lettura per Victor: non un romanzo, beninteso, ma appunti frammentari scritti nel 1957. Queste sulfuree notazioni, in forma di colloqui spezzati, preludio a un racconto che poi non vide luce, rievocano dieci vertiginosi mesi newyorchesi del 1917. Grazie ai suoi diari minuziosi fu facile per Roché rievocare, dopo tanti anni, feste, viaggi, amorosi colloqui, capolavori in fieri, e soprattutto lo sbalorditivo studio di Duchamp. Tutto vero, tranne che l’artista Beatrice Wood diventa Patricia, la collezionista Louise Arensberg è Alice, i coniugi Picabia sono François e Taty. Roché è Pierre, voce narrante. Victor (così chiamato per il successo con le donne) è Duchamp: onnipresente, in via occulta o diretta. Skira recupera ora il testo e gli apparati critici usciti in Francia nel 1977, a cura di Danielle Bohler. Nel libro non c’è traccia delle origini editoriali, col rischio di fraintendimenti per chi non si occupi di questi temi. La bella introduzione dell’allora giovane Jean Clair andrebbe datata, idem per i ringraziamenti della curatrice alla Wood, come fosse vivente (morì oltre vent’anni fa), o alla moglie di Picabia (scomparsa nel 1985). Benemerito il recupero ma necessaria oltreché doverosa la citazione delle fonti.

IL BEATO ANGELICO A ROMA 1445-1455 Gerardo de Simone Olschki, Firenze 2018

358 pp., 80 tavv. b. n. e 80 colore € 140

C’è un’ideale linea temporale che raccorda tre grandi nomi della pittura italiana, dal Trecento al primo Quattrocento: Giotto - Masaccio - Angelico: linea che da più di un secolo è ormai un dato di fatto. Se già nel 1896 Bernard Berenson scriveva che Masaccio era un “Giotto rinato”, sul Beato Angelico si è letto fin dai libri di scuola che fu il precoce interprete delle innovazioni di Masaccio. I luoghi comuni sono difficili da scardinare ma è doveroso indagare, perfino su quella linea verticale, fino a pervenire a ricerche di rara completezza e rigore filologico. È quanto de Simone ha fatto (non solo indagando quella linea) in questo libro, impeccabile anche nell’inconfondibile veste editoriale Olschki, e finanziato dalla Fondazione Carlo Marchi. De Simone da anni si occupa di questi temi (con Alessandro Zuccari curò anche, a Roma nel 2009, la bella mostra sull’Angelico). Nel libro l’opera del frate pit-

tore è inquadrata nell’ambito della rinascita delle arti, cioè di quell’altissimo “Umanesimo cristiano” nella Roma di Eugenio IV (che qui aveva chiamato l’artista fiorentino nel 1445) e poi di Niccolò V, per il quale l’Angelico lavorò a più riprese. Dopo diversi soggiorni, fu proprio a Roma che il frate pittore morì, poco prima del papa, nel 1455. Nel percorso inedito, ricco di nuove proposte, l’autore riconsidera in primo luogo le vicende dell’affascinante, intima Cappella niccolina in Vaticano, dall’Angelico affrescata a grandi riquadri verso il 1448. La nuova proposta che il neoplatonico pavimento a marmi intarsiati di Varrone d’Agnolo Belfradelli sia stato disegnato da Leon Battista Alberti è assolutamente convincente. Non è la sola novità di questo libro, che riesamina, anche in rapporto all’attività fiorentina, la questione dei cicli angelichiani in Vaticano purtroppo perduti, e le altre opere concepite a Roma, specie in Santa Maria sopra Minerva, nel cui convento Angelico morì. Qui fu sepolto con grandi onori in una tomba monumentale, con epitaffi tipici della retorica umanistica, a testimoniare che già i contemporanei lo elogiavano come interprete della classicità latina, piuttosto che del misticismo attardato nel quale Angelico fu poi considerato per secoli. 83


100 mostre MAGGIO 2018

a cura di Ilaria Rossi

AUSTRIA

FRANCIA

Vienna

Giverny

21er Haus - Museum für zeitgenössische Kunst Quartier Belvedere, Arsenalstraße 1 www.belvedere.at ❍ 11-18 Me V 11-21 ● L-Ma

Le musée des impressionnismes 1 rue de la Légion d’Honneur www.mdig.fr ❍ 10-18

Günter Brus

Japonismes / Impressionnismes

2 febbraio – 12 agosto 2018

30 marzo – 15 luglio 2018

In occasione degli ottant’anni dell’artista (1938) sono ripercorse le tappe fondamentali della carriera di uno dei maggiori rappresentanti dell’azionismo viennese.

Le opere in mostra, oltre centoventi fra dipinti e stampe, illustrano il grande fascino che l’arte giapponese esercitò sugli artisti europei fra il 1870 e l’inizio del XX secolo.

Vienna

Parigi

Bank Austria Kunstforum Wien Freyung 8 www.kunstforumwien.at ❍ 10-19 V 10-21

Musée Marmottan Monet 2 rue Louis-Boilly www.marmottan.fr ❍ 10-18 G 10-21 ● L

Man Ray

Corot, le peintre et ses modèles

14 febbraio – 24 giugno 2018

8 febbraio – 8 luglio 2018

La complessità e la genialità dell’opera di Man Ray (1890-1976) sono riviste attraverso una selezione di fotografie, dipinti, oggetti, collage, assemblaggi. Dossier n. 139.

La mostra si sofferma sulla pittura di figura di Camille Corot (1796-1875), oggi soprattutto noto per i suoi paesaggi, mostrando l’abilità dell’artista anche in questo genere.

Vienna

Parigi

Albertina Albertinaplatz 1 www.albertina.at ❍ 10-18 Me 10-21

Musée du Luxembourg 19 rue de Vaugirard www.museeduluxembourg.fr ❍ 10.30-19 V 10.30-22

Keith Haring

Tintoret Naissance d’un génie

16 marzo – 24 giugno 2018

7 marzo – 1° luglio 2018

Un omaggio a Keith Haring (1958-1990), protagonista e innovatore, con il suo particolare vocabolario visivo, dell’arte contemporanea. Dossier n. 162.

Un focus sui primi quindici anni di carriera di Tintoretto (1519-1594), che mostra la sua ascesa e come seppe rinnovare l’arte veneziana del XVI secolo. Dossier nn. 89, 228 e 285.

BELGIO

Le mostre in Italia sono spesso soggette a cambiamenti di date e di orari. Si consiglia perciò di telefonare alle gallerie e ai musei prima di muoversi per visitare le mostre segnalate in queste pagine. Per informazioni, appuntamenti e news sul mondo dell’arte: artedossier.it

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Gand

Parigi

MSK Gent - Museum voor Schone Kunsten Gent Fernand Scribedreef 1 www.mskgent.be ❍ 9.30-17.30 S-D 10-18 ● L

Grand Palais - Galeries nationales 3 avenue du Général Eisenhower www.grandpalais.fr ❍ 10-20 Me 10-22 ● Ma

Medardo Rosso

Kupka Pionnier de l’abstraction

17 marzo – 24 giugno 2018

21 marzo – 30 luglio 2018

Messo in luce il processo creativo di Rosso (1858-1928) che grazie alla vibratile tecnica di modellazione donava alle sculture un senso di inconsistenza e fugacità. Dossier n. 320.

La mostra propone uno sguardo nuovo sull’intera carriera di Kupka (1871-1957); dagli inizi in Boemia agli studi a Vienna, sino al periodo parigino.


FRANCIA

GERMANIA

GRAN BRETAGNA

Parigi

Düsseldorf

Londra

Musée national Picasso-Paris 5 rue de Thorigny www.museepicassoparis.fr ❍ 10.30-18 S-D 9.30-18 ● L

Museum Kunstpalast Ehrenhof 4-5 www.smkp.de ❍ 11-18 G 11-21 ● L

The British Museum Great Russell Street www.britishmuseum.org ❍ 10-17.30 V 10-20.30

Guernica

Black & White Von Dürer bis Eliasson

Rodin and the art of ancient Greece

27 marzo – 29 luglio 2018

22 marzo – 15 luglio 2018

26 aprile – 29 luglio 2018

La storia di Guernica, dipinto da Picasso nel 1937, viene ripercorsa attraverso disegni, schizzi preparatori e annotazioni dell’artista (1881-1937). Dossier nn. 19, 141 e 157.

Settecento anni di storia dell’arte in bianco e nero: dai “grisaille” medievali all’installazione Room for one colour di Olafur Eliasson, passando per Mantegna, Rubens e Picasso.

Le sculture del Partenone e alcuni oggetti antichi posti accanto alle opere di Rodin mostrano come l’arte greca abbia influenzato lo scultore francese (1840-1917). Dossier n. 114.

GRAN BRETAGNA

ITALIA

Parigi

Londra

Ascoli Piceno

Centre Pompidou Musée national d’art moderne place Georges Pompidou www.centrepompidou.fr ❍ 11-21 G 11-23 ● Ma

Tate Britain Millbank www.tate.org.uk ❍ 10-18

Pinacoteca civica e sedi varie piazza Arringo, 0736-298213 www.ascolimusei.it ❍ 10-19 ● L

Chagall, Lissitzky, Malévitch. L’avant-garde russe à Vitebsk (1918-1922)

All Too Human Bacon, Freud and Century of Painting Life

Cola dell’Amatrice Da Pinturicchio a Raffaello

28 marzo – 16 luglio 2018

28 febbraio – 27 agosto 2018

17 marzo –15 luglio 2018

In mostra le opere di Chagall (1887-1985), Lissitzky (1890-1941)e Malevič (1878 -1935), insieme a quelle degli artisti della scuola di Vitebsk, creata da Chagall nel 1918.

La mostra celebra i pittori inglesi che dallo scorso secolo a oggi hanno dedicato la loro pittura alla rappresentazione dell’uomo e dei suoi rapporti con il mondo.

Oltre sessanta opere, fra cui un taccuino mai esposto, sono l’occasione per approfondire la conoscenza dell’arte di Nicolò Filotesio, noto come Cola dell’Amatrice (1480 circa - 1547).

Amburgo

Londra

Asti

Hamburger Kunsthalle Glockengießerwall 5 www.hamburger-kunsthalle.de ❍ 10-18 G 10-21 ● L

Tate Modern Bankside www.tate.org.uk ❍ 10-18 V-S 10-22

Museo civico Palazzo Mazzetti corso Vittorio Alfieri 357, 0141-530403 www.palazzomazzetti.eu ❍ 10-19 ● L

Thomas Gainsborough Die moderne Landschaft

The EY exhibition Picasso 1932 Love, Fame, Tragedy

Alighiero Boetti Perfiloepersegno

2 marzo – 27 maggio 2018

8 marzo – 9 settembre 2018

17 marzo – 15 luglio 2018

Un’analisi dei paesaggi di Gainsborough (17271788): frutto di ricerche e sperimentazioni tecniche e mezzi per raccontare le crescenti contraddizioni della società inglese del tempo.

Sculture, dipinti, fotografie di Picasso (18811973) e documenti del suo archivio ripercorrono, come in un diario, il 1932, “annus mirabilis” per l’artista. Dossier nn. 19, 141 e 157.

Cuore della mostra è l’indagine svolta da Boetti (1940-1994), appassionato viaggiatore, sull’eterno e conflittuale rapporto tra la cultura occidentale e quella orientale.

Bonn

Londra

Bard (Aosta)

Städtische Galerie im Lenbachhaus Hochstadenring 36 www.august-macke-haus.de ❍ 11-17 G 13-21 ● L

The National Gallery Trafalgar Square www.nationalgallery.org.uk ❍ 10-18 V 10-21

Forte di Bard 0125-833818 www.fortedibard.it ❍ 10-18 S-D 10-19 ● L

«Sie gehören alle zueinander…» Helmuth Macke im Dialog mit seinen expressionistischen Künstlerfreunden

The Credit Suisse Exhibition Monet & Architecture

Luci del Nord Impressionismo in Normandia

18 marzo – 17 giugno 2018

9 marzo – 29 luglio 2018

3 febbraio – 17 giugno 2018

Opere e documenti inediti fanno luce sull’attività e sull’apporto artistico di Helmuth Macke (1891-1936), cugino di August Macke e protagonista dell’avanguardia.

I ponti, i palazzi e i sobborghi di Parigi, le architetture di Venezia e Londra sono raccontate dalla pittura di Claude Monet (1840-1926). Dossier nn. 48 e 171.

Il fascino selvaggio e incontaminato dei paesaggi della Normandia rivive nelle opere di Monet, Renoir, Bonnard, Boudin, Corot, Courbet, Daubigny, Delacroix e Géricault.

GERMANIA

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ITALIA

ITALIA

ITALIA

Bari

Brescia

Conegliano (Treviso)

Pinacoteca metropolitana Corrado Giaquinto via Spalato 19, 080-5412420 www.pinacotecabari.it ❍ 9-19 S-D 9-13 ● L

Museo di Santa Giulia via dei Musei 81/b, 030-2977833 www.bresciamusei.com www.mostratizianobrescia.it

Palazzo Sarcinelli via XX Settembre 132, 0438-1932123. www.mostrawolfferrari.it ❍ 9-18 V-D 10-19 ● L

❍ 9-18 G 9-22 ● L

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Sandro Chia e i guerrieri di Xi’an

Tiziano e la pittura del Cinquecento tra Venezia e Brescia

Teodoro Wolf Ferrari La modernità del paesaggio

21 ottobre 2017 – 31 agosto 2018

21 marzo – 1° luglio 2018

2 febbraio – 24 giugno 2018

Esposti nove grandi Guerrieri, un Cavallo e sette piccole Teste, copie delle antiche statue dei Guerrieri di Xi’an (210 a.C.), dipinti da Chia (1946) con cromie vivacissime.

Mostra sull’influenza che l’opera di Tiziano (1488/1490-1576), in particolare il Polittico Averoldi e le Allegorie di Brescia (distrutte nel 1575) ebbero sulla pittura bresciana. Dossier n. 47.

Dipinti, acquerelli, pannelli decorativi e vetrate, dedicati al paesaggio, tema prediletto da Teodoro Wolf Ferrari (1878-1945), raccontano l’attività del pittore. Articolo p. 32.

Bologna

Caserta

Faenza (Ravenna)

Palazzo Fava via Manzoni 2, 051-19936343 www.genusbononiae.it ❍ 10-20 ● L

Reggia di Caserta viale Douhet 2/a, 0823-1491211 www.reggiadicaserta.beniculturali.it ❍ 8.30-19.30 ● Ma

MIC - Museo internazionale delle ceramiche in Faenza viale Baccarini 19, 0546-697311 www.micfaenza.org ❍ 10-19 ● L

Zhang Dali Meta-Morphosis

Kyle Thompson Open Stage

Lenci, collezione Giuseppe e Gabriella Ferrero

23 marzo – 24 giugno 2018

27 marzo – 4 giugno 2018

4 marzo – 3 giugno 2018

Prima antologica con oltre duecento opere fra sculture, dipinti, fotografie e installazioni, dedicata a Zhang Dali (1963), considerato il padre della Graffiti Art in Cina.

Un percorso che conduce nel mondo surreale delle fotografie di Thompson (1992), immagini che mirano a far vedere con sguardo nuovo il rapporto tra spazio urbano e natura.

Una selezione delle sculture d’arredo in ceramica, che traevano ispirazione dalle riviste di moda, realizzate dalla manifattura Lenci di Torino, fondata nel 1919.

Bologna

Catania

Ferrara

Palazzo Albergati via Saragozza 28, 051-030141 www.palazzoalbergati.com ❍ 10-20

Castello ursino piazza Federico II di Svevia, 366-8708671 www.itesorinascosti.it ❍ 9-19 S-D 9-21

Castello estense largo Castello 1, 0532-299233 www.castelloestense.it ❍ 9.30-17.30 S-D 9.30-18

Giappone Storie d’amore e di guerra

Da Giotto a De Chirico I tesori nascosti

La collezione Cavallini Sgarbi Da Niccolò dell’Arca a Gaetano Previati. Tesori d’arte per Ferrara

24 marzo – 9 settembre 2018

26 ottobre 2017 – 20 maggio 2018

3 febbraio – 3 giugno 2018

Opere di Hiroshige, Utamaro, Hokusai, Kuniyoshi, ma anche abiti, ventagli e fotografie, conducono nel mondo delle geishe e dei samurai.

Oltre sette secoli di storia dell’arte, dalla fine del Duecento alla metà del Novecento, sono raccontati attraverso una selezione di opere appartenenti a collezioni private.

Un viaggio nell’arte ferrarese e italiana dal Quattrocento al Novecento, fra il San Domenico di Niccolò dell’Arca, la Sacra famiglia di Bononi e il Cristo Crocefisso di Previati.

Brescia

Catania

Ferrara

Palazzo Martinengo via dei Musei 30, 320-0130694 www.amicimartinengo.it ❍ 9-17.30 S 10-20 ● L-Ma

Palazzo della cultura via Vittorio Emanuele II 121, 095-883791 www.comune.catania.it ❍ 10-20

Palazzo dei diamanti corso Ercole I d’Este 21, 0532-244949 www.palazzodiamanti.it ❍ 9-19

Picasso, De Chirico, Morandi 100 capolavori del XIX e XX secolo dalle collezioni private bresciane

Toulouse-Lautrec La Ville Lumière

Stati d’animo Arte e psiche tra Previati e Boccioni

20 gennaio – 10 giugno 2018

3 febbraio – 3 giugno 2018

3 marzo – 10 giugno 2018

Un’indagine sul collezionismo privato bresciano di opere d’arte realizzate tra il XIX e il XX secolo con esempi dei maestri dal neoclassicismo sino agli anni Sessanta del Novecento.

Disegni, acquerelli, illustrazioni e fotografie mostrano il genio innovativo di Lautrec (18641901) e raccontano la vita parigina di fine Ottocento, di cui l’artista fu cantore. Dossier n. 306.

La poetica degli stati d’animo è illustrata da opere italiane e internazionali otto e novecentesche come l’Ave Maria a trasbordo di Segantini e la Maternità di Previati.


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Ugo La Pietra, L’immagine della città (1974). FOLIGNO (PERUGIA)

Riconvertire la città Fino al 30 settembre le sale del CIAC Centro italiano arte contemporanea (via del Campanile 13, telefono 0742-353230, orario 15.30-18.30, sabato e domenica 10.30-12.30 15.30-18.30, chiuso dal lunedì al giovedì, www.centroitalianoartecontemporanea.it) ospiteranno due mostre a cura di Italo Tomassoni, Giacinto di Pietrantonio e Giancarlo Partenzi, dedicate a Ugo La Pietra e a Giuseppe Stampone. Ugo La Pietra. Perché il cielo è di tutti e la terra no? presenta alcuni dei lavori più significativi dell’eclettico artista (1938), architetto di formazione, ripercorrendone i numerosi ambiti di ricerca, che negli anni l’hanno visto spaziare fra cinema, pittura, riproduzione fotografica e arte performativa. Introducono le dodici aree di studio, nella quale la mostra è suddivisa, alcune “istruzioni” che offrono al visitatore la chiave di lettura delle opere dell’artista che da sempre considera lo spazio urbano il punto di partenza per le sue creazioni. Fra le oltre cento opere esposte, due progetti di installazioni urbane, fortemente legate al patrimonio culturale di Foligno perché dedicate alla prima edizione a stampa della Divina Commedia (che fu realizzata proprio nella città umbra nel 1472), film come La riappropriazione della città (1977) e la grande installazione Casa aperta. Un’azione di riconversione progettuale attuata dall’artista nella quale alcuni elementi di arredo urbano sono trasformati in arredo domestico. Lo spettatore contenuto è invece il titolo della mostra di Giuseppe Stampone (1974) incentrata sui temi della dilatazione e della riappropriazione del tempo e della funzione dello spettatore. Entrambi i cataloghi: VIAINDUSTRIAE publishing.

LA RIVISTA. Ogni mese il sommario della rivista, l'editoriale del nostro direttore Philippe Daverio e un'anteprima sugli articoli più interessanti

ART NEWS. Tutte le news e gli eventi del mondo dell'arte

ART HISTORY. La vita e le opere dei grandi artisti dal Duecento al Novecento

ART GALLERY. Uno spazio gratuito per esporre le proprie opere

ART SCHOOL. Una sezione dedicata ai percorsi didattici per insegnanti e studenti ART BOOKSHOP. Le offerte speciali per gli appassionati d'arte

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ITALIA

ITALIA

Firenze

Genova

Gallerie degli Uffizi piazzale degli Uffizi 6, 055-23885 www.uffizi.it ❍ 8.15-18.50 ● L

Palazzo ducale piazza Matteotti 9, 010-9280010 www.palazzoducale.genova.it ❍ 10-19 ● L

Spagna e Italia in dialogo nell’Europa del Cinquecento

Antonio Ligabue

27 febbraio – 27 maggio 2018

3 marzo – 1° luglio 2018

Un focus sull’arte italiana e spagnola del Cinquecento, con un’attenzione particolare al disegno e alla sua importanza nell’orizzonte culturale del tempo. Articolo p. 60.

Gli animali, selvaggi e domestici, e gli autoritratti sono i due temi guida della mostra che conduce nell’arte visionaria di Ligabue (1899-1965). Dossier n. 211.

Firenze

Mamiano di Traversetolo (Parma)

Gallerie degli Uffizi - Gabinetto disegni e stampe piazzale degli Uffizi 6, 055-23885 www.uffizi.it ❍ 8.15-18.50 ● L

Fondazione Magnani-Rocca via Fondazione Magnani-Rocca 4, 0521-848327 www.magnanirocca.it ❍ 10-18 S-D 10-19 ● L

Dipingere e disegnare “da gran maestro”: il talento di Elisabetta Sirani (Bologna, 1638-1665)

Pasini e l’Oriente Luci e colori di terre lontane

6 marzo – 10 giugno 2018

17 marzo – 1° luglio 2018

Una selezione di trenta opere, fra cui l’Autoritratto come allegoria della pittura dal Museo Puškin di Mosca, della talentuosa e prolifica artista bolognese.

Opere realizzate a Istanbul, la serie dei disegni compiuti in Persia, incisioni e dipinti svelano l’originalità e il fascino delle opere dedicate all’Oriente da Alberto Pasini (1826-1899).

Firenze

Mantova

Palazzo Pitti, Galleria d’arte moderna piazza Pitti 1, 055-290383 www.uffizi.it ❍ 8.15-18.50 ● L

Complesso museale di Palazzo ducale piazza Sordello 40, 0376-352104 www.mantovaducale.beniculturali.it ❍ 8.15-19.15 ● L

Maria Lai Il filo e l’infinito

Michelangelo Pistoletto Da Cittadellarte alla Civiltà dell’Arte

8 marzo – 3 giugno 2018

23 marzo – 12 giugno 2018

Oggetto-paesaggio del 1967, le Tele cucite e le Scritture della fine degli anni Settanta sono alcune delle opere esposte dell’artista sarda Maria Lai (1919-2013).

In mostra, oltre ad alcune opere realizzate da Michelangelo Pistoletto (1933) dagli anni Sessanta a oggi, anche l’installazione Terzo Paradiso.

Forlì

Milano

Musei San Domenico piazza Guido da Montefeltro 12, 0543-1912030 www.mostraeternoeiltempo.it www.beniculturali.it ❍ 9.30-19 S-D 9.30-20 ● L

Fondazione Carriero via Cino del Duca 4, 02-36747039 www.fondazionecarriero.org ❍ 11-18 ● D

L’Eterno e il Tempo Tra Michelangelo e Caravaggio 10 febbraio – 18 giugno 2018

Sol LeWitt Between the lines 17 novembre 2017 – 23 giugno 2018

Michelangelo, Raffaello, Rosso Fiorentino, Lotto, Parmigianino, Caravaggio e molti altri raccontano gli anni tra il Sacco di Roma (1527) e la morte di Caravaggio (1610). 88

I celebri Wall Drawings, sculture come Complex Form e Hanging Structures e fotografie fra cui la serie Autobiography del 1980, ripercorrono l’intera attività di LeWitt (1928-2007).

Antoon van Dyck e collaboratore, Vertumno e Pomona (1628-1630 circa), Genova, Musei di Strada nuova - Palazzo bianco. GENOVA

Genova la fiamminga Quattro sezioni conducono il visitatore a Genova fra il 1600 e il 1640 a diretto contatto con l’ambiente artistico di quegli anni nella mostra Van Dyck e i suoi amici fiamminghi a Genova 1600-1640 (Palazzo della meridiana, salita San Francesco 4, telefono 010-2541996, orario 12-19, sabato e domenica 11-19, lunedì chiuso, www.palazzodellameridiana.it; fino al 10 giugno). L’esposizione, che si sof ferma in modo particolare sulla permanenza in città di Antoon van Dyck dal 1621 al 1627, illustra anche il panorama culturale che accolse l’artista e quanto questo sia stato modificato dal soggiorno del fiammingo nella Superba. Le prime due sezioni mostrano come all’arrivo di Van Dyck a Genova, infatti, non solo fosse già attiva da diversi anni la bottega di Cornelis e Lucas de Wael, ma anche come fosse presente una “colonia” di artisti provenienti perlopiù da Anversa, ben inserita nell’ambiente cittadino. Pittori come Vincent Malò, allievo di Rubens e Jan Roos, apprezzati dall’aristocratica committenza, che diedero vita, accogliendo anche i giovani pittori genovesi nelle loro botteghe, a un rinnovato linguaggio pittorico che univa la tradizione fiamminga con quella locale, come dimostrano per esempio le nature morte di Jan Roos, Stefano Camogli e Pieter Boel. Le sezioni finali sono interamente dedicate all’attività di Van Dyck e in particolare ai ritratti eseguiti per la committenza genovese e all’influenza che il Crocifisso del museo di Palazzo reale, realizzato nel 1622, ebbe sull’arte successiva. La mostra, curata da Anna Orlando, è accompagnata da un catalogo edito da Sagep editori.


ITALIA

ITALIA

ITALIA

Milano

Milano

Modena

MUDEC - Museo delle culture di Milano via Tortona 56, 02-54917 www.mudec.it ❍ 9-19.30 G S 9.30-22.30 L 14.30‐19.30

Palazzo reale piazza Duomo 12, 02-54915 www.palazzorealemilano.it ❍ 9.30-19.30 G S 9.30-22.30 L 14.30-19.30

Galleria civica di Modena Palazzo Santa Margherita, corso Canalgrande 103, 059-2032911

Frida Kahlo Oltre il mito

Impressionismo e avanguardie Capolavori dal Philadelphia Museum of Art

1° febbraio – 3 giugno 2018

7 marzo – 2 settembre 2018

10 marzo – 20 maggio 2018

Esposti, insieme a inediti materiali d’archivio, capolavori che delineano la poetica della Kahlo (1907-1954) e offrono nuove chiavi di lettura della sua produzione. Dossier n. 213.

Cinquanta opere di grandi artisti, fra cui Monet, Van Gogh, Cézanne, Degas e ancora Picasso, Kandinskij e Dalí, tracciano la storia dell’arte fra Otto e Novecento.

I fumetti a sfondo politico e le vignette satiriche di Ad Reinhardt (1913-1967), noto per i suoi Black paintings, permettono di scoprire un aspetto poco conosciuto della sua arte.

Milano

Milano

Napoli

Pirelli HangarBicocca via Chiese 2, 02-66111573 www.hangarbicocca.org ❍ 10-22 ● L-Me

Galleria d’arte moderna di Milano via Palestro 16, 02-88445943 www.gam-milano.com ❍ 9-17.30 ● L

Museo e Real bosco di Capodimonte via Miano 2, 081-7499111 www.museocapodimonte.beniculturali.it ❍ 8.30-19.30 ● Me

The Dream Machine is Asleep

Boldini Ritratto di signora

Carta bianca Capodimonte Imaginaire

14 febbraio – 22 luglio 2018

16 marzo – 17 giugno 2018

12 dicembre 2017 – 17 giugno 2018

Le installazioni, le sculture, i collage e le opere performative di Eva Kot’átková (1982) sono dedicate al corpo visto come macchina capace di creare mondi paralleli durante il sonno.

Trenta opere raccontano come Giovanni Boldini (1842-1931) seppe rivoluzionare il genere del ritratto femminile. In mostra anche Treccia bionda del 1885. Dossier n. 145.

A dieci curatori di eccezione, fra cui Riccardo Muti, Giulio Paolini e Marc Fumaroli, è stata data “carta bianca” per riallestire secondo il loro gusto altrettante sale del museo.

Milano

Milano

Napoli

Fondazione Prada largo Isarco 2, 02-56662634 www.fondazioneprada.org ❍ 10-19 V-D 10-20 ● Ma

Castello sforzesco piazza Castello, 02-88463703 www.milanocastello.it ❍ 9-17.30 ● L

PAN - Palazzo delle arti Napoli Palazzo Roccella, via dei Mille 60, 081-7958601 www.mostradalinapoli.it ❍ 9.30-19.30 D 9.30-14.30 ● Ma

Post Zang Tumb Tuuum Art Life Politics: Italia 1918-1943

Novecento di carta

Io Dalí

18 febbraio – 25 giugno 2018

23 marzo – 1° luglio 2018

1° marzo – 10 giugno 2018

Testimonianze fotografiche e testuali insieme a dipinti, sculture, disegni e arredi, offrono un’analisi dell’arte in Italia fra il 1918 e il 1943. Articolo p. 26.

La mostra ripercorre alcuni dei momenti salienti dell’arte italiana novecentesca, raccontandone le tendenze principali, attraverso il disegno e l’arte incisoria.

Come Dalí (1904-1989) divenne il mito Dalí: la mostra attraverso dipinti, disegni, video e fotografie racconta la nascita dell’artista e la consacrazione del personaggio. Dossier n. 160.

Milano

Milano

Nuoro

Palazzo reale piazza Duomo 12, 02-54915 www.palazzorealemilano.it ❍ 9.30-19.30 G S 9.30-22.30 L 14.30-19.30

Museo del Novecento Palazzo dell’arengario, via Marconi 1, 02-88444061 www.museodelnovecento.org ❍ 9.30-19.30 G S 9.30-22.30 L 14.30-19.30

MAN - Museo d’arte della provincia di Nuoro via Sebastiano Satta 27, 0784-252110 www.museoman.it ❍ 10-13 15-19 ● L

Albrecht Dürer e il Rinascimento fra la Germania e l’Italia

Giosetta Fioroni Viaggio Sentimentale

L’elica e la luce Le futuriste. 1912-1944

21 febbraio – 24 giugno 2018

6 aprile – 26 agosto 2018

9 marzo – 10 giugno 2018

Il rapporto con Venezia e l’Italia è uno dei temi della mostra che indaga e approfondisce l’attività di Albrecht Dürer (1471-1528). Dossier n. 231. Articolo p. 66.

Opere come Spia ottica del 1968, le ceramiche degli anni Novanta e i recenti cicli Senex e Altra Ego realizzati con Marco Delogu (1960) offrono uno spaccato dell’arte della Fioroni (1932).

Il corpo e la danza, il volo e la velocità sono alcuni dei temi della mostra dedicata alle artiste e alle intellettuali che militarono nelle schiere dei futuristi. Dossier nn. 2 e 252.

www.galleriacivicadimodena.it ❍ 10.30-13 16-19 S-D 10.30-19 ● L-Ma

Ad Reinhardt. Arte + Satira

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ITALIA

ITALIA

ITALIA

Padova

Parma

Prato

Museo diocesano Palazzo vescovile, piazza Duomo 12, 049-8761924 www.icoloridelsacro.org ❍ 10-19 ● L

Palazzo del governatore piazza Garibaldi, 0521-218035 www.ilterzogiorno.it ❍ 12-20 V 12-23 S-D 10-20 ● L-Ma

Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci viale della Repubblica 277, 0574-5317 www.centropecci.it ❍ 11-23 ● L

I colori del sacro. Il corpo Nona rassegna internazionale di illustrazione

Il Terzo Giorno

Mark Wallinger Mark

3 febbraio – 24 giugno 2018

20 aprile – 1° luglio 2018

24 febbraio – 3 giugno 2018

Un centinaio di illustratori raccontano la loro personale visione del corpo, nei suoi aspetti fisici, nel rapporto con ciò che lo circonda, e anche con la dimensione del sacro. .

Nobuyoshi Araki, Gabriele Basilico, Alighiero Boetti, Jake & Dinos Chapman sono alcuni degli artisti che con le loro opere si interrogano sui temi della creazione e della distruzione.

Esposte alcune delle opere più significative di Mark Wallinger (1959), fra cui Ecce Homo (1999-2000), la serie serie Self Portraits (2007-2015) e gli Id Paintings (2015-2016).

Padova

Pavia

Reggio Emilia

Palazzo Zabarella via degli Zabarella 14, 049-8753100 www.zabarella.it ❍ 9.30-19 ● L

Scuderie del Castello visconteo viale XI Febbraio 35, 340-6240727 www.scuderiepavia.com ❍ 10-13 14-18 S-D 10-20 ● L

Musei civici - Palazzo San Francesco e sedi varie via Spallanzani 1, 0522-456816 www.musei.re.it ❍ 9-12 S-D 10-13 16-19 ● L

Joan Miró Materialità e Metamorfosi

Steve McCurry Icons

On the road La via Emilia, 187 a.C.-2017

10 marzo – 22 luglio 2018

3 febbraio – 3 giugno 2018

25 novembre 2017 – 1° luglio 2018

Un’analisi del linguaggio segnico innovativo di Miró (1893-1983) e delle ricerche rivoluzionarie sui materiali e sui supporti delle sue opere. Dossier nn. 79 e 334. .

Gli intensi scatti di McCurry (1950) realizzati in tutto il pianeta, dal Brasile alla Birmania, raccontano storie lontane mostrando, senza filtri, le diverse realtà del mondo.

Mostra dedicata alla via Emilia romana e al suo fondatore, il console Marco Emilio Lepido, e al significato dell’importante arteria nella contemporaneità.

Palermo

Perugia

Rivoli (Torino)

Villa Zito via della Libertà 52, 091-7782180 www.villazito.it ❍ 10-17 V-D 10-19 ● L

Palazzo Baldeschi e sedi varie corso Vannucci 66, 075-5734760 www.fondazionecariperugiaarte.it ❍ 15-19 V-D 10.30-13.30 15-19 ● L

Da Ribera a Luca Giordano. Caravaggeschi e altri pittori della Fondazione Roberto Longhi e della Fondazione Sicilia

Da Raffaello a Canova, da Valadier a Balla. L’arte in cento capolavori dell’Accademia Nazionale di San Luca

Castello di Rivoli - Museo d’arte contemporanea piazza Mafalda di Savoia, 011-9565222 www.castellodirivoli.org ❍ 10-17 S-D 10-19 ● L

Metamorfosi Lasciate che tutto vi accada

17 febbraio – 10 giugno 2018

21 febbraio – 30 settembre 2018

5 marzo – 24 giugno 2018

Come la pittura del Merisi è stata recepita e declinata dagli artisti che mantennero viva nel Centro e nel Sud d’Italia la tradizione caravaggesca fino al XVIII secolo.

Fra le opere in mostra il Putto reggifestone di Raffaello, la Cattura di Cristo del Cavalier d’Arpino, alcuni gessi di Thorvaldsen e Antonio Canova e il Contadino di Giacomo Balla.

Le opere di artisti emergenti, fra cui Ingela Ihrman (1985), Eduardo Navarro (1979) e Ania Soliman (1970), si interrogano sull’idea di trasformazione e bellezza nell’arte.

Palermo

Prato

Roma

Galleria d’arte moderna via Sant’Anna 21, 091-8431605 www.gampalermo.it ❍ 9.30-18.30 ● L

Museo del tessuto via Puccetti 3, 0574-611503 www.museodeltessuto.it ❍ 10-15 V-S 10-19 D 15-19 ● L

Complesso del Vittoriano - Ala Brasini via di San Pietro in Carcere, 06-8715111 www.ilvittoriano.com ❍ 9.30-19.30 V-S 9.30-22 D 9.30-20.30

L’essenziale verità delle cose Francesco Trombadori

Maria Antonietta I costumi di una regina da Oscar

Claude Monet

24 marzo – 2 settembre 2018

11 febbraio – 27 maggio 2018

15 ottobre 2017 – 3 giugno 2018

Tele, dipinte tra il 1915 e il 1961, presentano la pittura di Francesco Trombadori (1886-1961), «così ineffabilmente, segretamente intrisa del suo nascere a Siracusa» (Leonardo Sciascia).

I costumi del film Marie Antoniette di Sophia Coppola, realizzati dalla costumista Milena Canonero, sono esposti accanto ad abiti e tessuti originali del XVIII secolo.

Tra i capolavori esposti, oltre alle grandi Ninfee e alle tele dedicate ai fiori, anche il ritratto del figlio Michel e il dipinto Londra. Il Parlamento riflesso sul Tamigi. Dossier nn. 48 e 171.


ARTE URBANA CONTEMPORANEA La Street Art è in continua evoluzione, un po’ gradita iniezione di creatività per le periferie e un po’ ritenuta ai limiti dell’atto vandalico. Una delle forme più nuove e vistose dell’arte contemporanea. Un fenomeno globale della scena urbana del nostro tempo, di cui si ricostruisce la storia: dai graffiti rupestri alle grottesche, dai murales alla controcultura anni Sessanta e Settanta, fino a Haring, ai writers, Banksy, Blu, Ericailcane, JR e tutti gli altri protagonisti dell’“arte per strada”. Utagawa Hiroshige, Awa. I gorghi di Naruto, dalla serie Illustrazioni di luoghi celebri delle sessanta e oltre province (1855), Boston, Museum of Fine Arts.

DUCCIO DOGHERIA

ROMA

Il «maestro della pioggia» Roma rende omaggio a Utagawa Hiroshige, uno dei massimi esponenti dell’arte del “mondo fluttuante”, con una mostra monografica, curata da Rossella Menegazzo con Sarah E. Thompson, che presenta una selezione di oltre duecento opere fra xilografie policrome e dipinti su rotolo, molte delle quali per la prima volta in Italia (Hiroshige. Visioni dal Giappone, Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio 16, telefono 06-81100256, orario 10-20, venerdì e sabato 10-22.30, www. scuderiequirinale.it; fino al 29 luglio). Sette sezioni tematiche ripercorrono l’attività di Hiroshige, conosciuto anche come il «maestro della pioggia e della neve», per i suoi paesaggi che illustrano diversi momenti climatici. Al tema del paesaggio l’artista si dedicò lungamente, riscuotendo grandissimo successo sia in patria sia in Europa, tanto da incantare con la sua arte anche pittori occidentali, primo tra tutti Vincent van Gogh, che ne copiò il famoso Ponte di Ohashi sotto l’acquazzone, ma anche Monet, Degas e Toulouse-Lautrec. Attraverso immagini caratterizzate da composizioni asimmetriche e uno sguardo che la critica ha accostato a quello della fotografia, l’artista giapponese seppe rivoluzionare la tradizione del genere di paesaggio, dimostrando di conoscere in maniera approfondita le regole prospettiche occidentali. In mostra tra le altre opere anche esemplari delle famose Cento vedute dei luoghi celebri di Edo e delle Cinquantatre stazioni di posta del Tokaido. Catalogo Skira.

STORIA E CONTROSTORIA, TECNICHE E PROTAGONISTI

Street Art di Duccio Dogheria Cartonato con plancia stampata 26 x 28,5 cm 240 pagine 200 fotografie a colori Prezzo 39 euro


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ITALIA

ITALIA

ITALIA

Roma

Roma

Treviso

Mercati di Traiano - Museo dei Fori imperiali via Quattro Novembre 94, 06-0608 www.mercatiditraiano.it ❍ 9.30-19.30

MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo via Guido Reni 4A, 06-3201954 www.maxxi.art ❍ 11-19 S 11-22 ● L

Museo di Santa Caterina piazzetta Mario Botter 114, 0422-429999 www.lineadombra.it ❍ 9-18 V-D 9-19

Traiano Costruire l’Impero, creare l’Europa

Gli architetti di Zevi Storia e controstoria dell’architettura italiana 1944-2000

Rodin Un grande scultore al tempo di Monet

29 novembre 2017 – 16 settembre 2018

25 aprile – 16 settembre 2018

24 febbraio – 3 giugno 2018

Attraverso sette sezioni la mostra delinea la vita e le opere compiute dall’imperatore Traiano (98-117), “optimus princeps”, che, come disse Plinio il Giovane, riportò la gioia tra i romani.

La mostra evidenzia il ruolo chiave di Bruno Zevi (1918-2000) nel dibattito architettonico italiano del dopoguerra e l’importanza del rapporto tra architettura e politica.

Cinquanta sculture e ventitré disegni realizzati da Rodin (1840-1917) , dal Bacio al Pensatore, dal Monumento a Balzac all’Età del bronzo. Dossier n. 114. Articolo p. 52.

Roma

Sansepolcro (Arezzo)

Varallo Sesia (Vercelli)

Chiostro del Bramante via Arco della Pace 5, 06-68809035 www.chiostrodelbramante.it ❍ 10-20 S-D 10-21

Museo civico via Niccolò Aggiunti 65, 199-151121 www.museocivicosansepolcro.it ❍ 10-13 14.30-18

Pinacoteca e sedi varie vicolo Franzani 2, 0163-51424 www.gaudenzioferrari.it ❍ 10-18 ● L

Turner Opere dalla Tate

Piero della Francesca La seduzione della prospettiva

Il Rinascimento di Gaudenzio Ferrari

22 marzo – 26 agosto 2018

25 marzo – 6 gennaio 2019

23 marzo – 1° luglio 2018

Sei sezioni seguono l’evoluzione dell’arte di Turner (1775-1851), talento precoce e rivoluzionario, mostrandone la sua grande libertà compositiva e stilistica. Dossier n. 203.

La mostra fa seguito al restauro appena concluso sulla Resurrezione realizzata da Piero della Francesca (1415 circa-1492) fra il 1450 e il 1463. Dossier n. 71.

La mostra, divisa in tre sedi, offre un approfondimento sull’arte di Ferrari (1480 circa-1546), definito da Lomazzo «Governatore nel Tempio della Pittura».

Roma

Torino

Venezia

Galleria d’arte moderna via Francesco Crispi 24, 06-0608 www.galleriaartemodernaroma.it ❍ 10-18.30 ● L

GAM - Galleria civica d’arte moderna e contemporanea di Torino via Magenta 31, 011-4429518 www.gamtorino.it ❍ 10-18 ● L

Istituto veneto di scienze, lettere ed arti - Palazzo Loredan campo Santo Stefano 2945, 041-2407711 www.istitutoveneto.it ❍ 9-12.45 13.30-17 ● S-D

Roma città moderna Da Nathan al Sessantotto

Renato Guttuso. L’arte rivoluzionaria nel cinquantenario del ’68

Il mondo che non c’era. L’arte precolombiana nella Collezione Ligabue

29 marzo – 28 ottobre 2018

23 febbraio – 24 giugno 2018

12 gennaio – 30 giugno 2018

Una rilettura delle correnti artistiche che definirono il panorama culturale romano dagli anni in cui fu sindaco Ernesto Nathan (1907-1913) sino al 1968.

Al centro, le tele di soggetto politico e civile realizzate da Renato Guttuso (1911-1987) fra la fine degli anni Trenta e la metà degli anni Settanta. Dossier n. 208. Articolo p. 16.

Opere della collezione del paleontologo Giancarlo Ligabue (1931-2015) permettono di scoprire la vita e la cultura delle popolazioni meso e sudamericane precolombiane.

Roma

Torino

Venezia

Museo di Roma - Palazzo Braschi piazza Navona 2, 06-0608 www.museodiroma.it www.museiincomune.it ❍ 10-19 ● L

Museo egizio e sedi varie via Accademia delle Scienze 6, 011-561 7776 www.museoegizio.it ❍ 9-18.30 L 9-14

Ca’ Pesaro - Galleria internazionale d’arte moderna Santa Croce 2076, 848-082000 www.capesaro.visitmuve.it ❍ 10-18 ● L

Canaletto 1697-1768

Anche le statue muoiono Conflitto e patrimonio tra antico e contemporaneo

Gino Rossi a Venezia. Dialogo tra le collezioni di Fondazione Cariverona e Ca’ Pesaro

11 aprile – 19 agosto 2018

9 marzo – 9 settembre 2018

23 febbraio – 20 maggio 2018

Esposti alcuni dei capolavori di Canaletto, come Il Canal grande da nord, verso il ponte di Rialto, insieme a quindici disegni. Dossier n. 102.

Fulcro della mostra, organizzata in collaborazione fra quattro istituzioni museali, è il tema della distruzione, della perdita e della conservazione e protezione del patrimonio artistico.

Monografica dedicata a Gino Rossi (18841947), protagonista dell’avanguardia veneziana e del fermento artistico che a Ca’ Pesaro ebbe il suo palcoscenico a inizio Novecento.


ITALIA

ITALIA

Venezia

Verbania

Palazzo ducale San Marco 1, 041-2715911 www.palazzoducale.visitmuve.it ❍ 8.30-19

Museo del paesaggio di Verbania Palazzo Viani Dugnani, via Ruga 44, 0323-557116 www.museodelpaesaggio.it ❍ 10-18 S-D 10-19 ● L

John Ruskin Le pietre di Venezia

Armonie verdi Paesaggi dalla Scapigliatura al Novecento

10 marzo – 10 giugno 2018

24 marzo – 30 settembre 2018

Un tributo alla figura di John Ruskin (18191900) e al fortissimo legame che ebbe con la città lagunare raccontato nelle pagine del suo libro Le pietre di Venezia.

Il rapporto tra uomo e natura è indagato nelle opere di Francesco Gnecchi, Lorenzo Gignous, Emilio Gola, Carlo Fornara, Ottone Rosai, Filippo de Pisis e Arturo Tosi.

OLANDA

Antoon van Dyck, Ritratto di Caterina Balbi Durazzo (1624), Genova, Palazzo reale. VENARIA REALE (TORINO)

Restituire la bellezza La reggia di Venaria è lo scenario della mostra La fragilità della bellezza. Tiziano, Van Dyck, Twombly e altri 200 capolavori restaurati (piazza della Repubblica 4, telefono 011-4992333, orario 9-17, sabato e domenica 9-18.30, lunedì chiuso, www.restituzioni. com, www.lavenaria.it; fino al 16 settembre), che rende noti al grande pubblico i risultati della XVIII edizione di Restituzioni, il programma di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio culturale nazionale, con la curatela scientifica di Carlo Bertelli e Giorgio Bonsanti, che il Gruppo Intesa Sanpaolo porta avanti da quasi trent’anni. Una selezione di opere, delle oltre duecento riportate al loro primitivo splendore nell’ultima campagna di restauro, condotta su lavori che dall’antichità giungono fino all’epoca contemporanea, offre un ampio spettro della cultura artistica non solo italiana, ma anche mondiale. Fra i manufatti “restituiti” al pubblico, provenienti da diciassette regioni italiane, si possono ammirare gli affreschi staccati della Tomba di Henib, del Museo egizio di Torino, e la preziosa Testa di Basilea del V secolo a.C. del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. Ma anche una nutrita selezione di dipinti antichi e contemporanei. Così accanto al San Girolamo penitente, dipinto da Tiziano a metà degli anni Cinquanta del Cinquecento per la chiesa di Santa Maria Nuova a Venezia (Milano, Pinacoteca di Brera) e il San Daniele nella fossa dei leoni di Pietro da Cortona delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, è possibile ammirare anche capolavori di Morandi, Burri e Twombly.

Venezia

Amsterdam

Fondazione Querini Stampalia Santa Maria Formosa, Castello 5252, 041-2711411 www.querinistampalia.org ❍ 10-18 ● L

Stedelijk Museum Museumplein 10 www.stedelijk.nl ❍ 10-18 V 10-20

Capolavori a confronto Bellini / Mantegna Presentazione di Gesù al tempio

Ik ben een geboren buitenlander

21 marzo – 1° luglio 2018

23 settembre 2017 – 3 giugno 2018

Un suggestivo confronto fra la Presentazione di Gesù al tempio di Bellini (1430-1516) e quella di Mantegna (1431-1506). Su Bellini dossier n.135, su Mantegna nn. 55 e 225.

Dedicata al tema della migrazione, la mostra approfondisce come gli artisti, alcuni essi stessi migranti, affrontino nelle loro opere tale soggetto.

Venezia

Amsterdam

Punta della Dogana Dorsoduro 2, 041-2401 308 www.palazzograssi.it ❍ 10-19 ● Ma

Hermitage Amstel 51 www.hermitage.nl ❍ 10-17

Dancing with Myself

Hollandse Meesters uit de Hermitage. Oogappels van de tsaren

8 aprile – 16 dicembre 2018

7 ottobre 2017 – 27 maggio 2018

Un’indagine sul ruolo e sulle simbologie della rappresentazione del sé e dell’artista come protagonista dell’opera d’arte, dagli anni Settanta sino a oggi.

Opere dell’Età d’oro fiamminga, fra cui Saskia in veste di Flora di Rembrandt, provenienti dal museo russo, illustrano la passione degli zar per i maestri olandesi.

Venezia

Amsterdam

Palazzo Grassi campo San Samuele 3231, 041-5231680 www.palazzograssi.it ❍ 9-17

Rijksmuseum Museumstraat 1 www.rijksmuseum.nl ❍ 9-17

Cows by the Water Albert Oehlen

High Society

8 aprile 2018 – 6 gennaio 2019

8 marzo – 3 giugno 2018

Personale di Albert Oehlen (1954), curata da Caroline Bourgeois, che mostra, fra l’altro, il ruolo centrale della musica nella produzione dell’artista.

Trentacinque ritratti di principi, aristocratici e rappresentanti dell’alta borghesia dipinti, fra gli altri, da Cranach, Veronese, Velázquez, Reynolds, Munch, Manet. Articolo p. 54. 93


PORTOGALLO

SPAGNA

SVIZZERA

Lisbona

Madrid

Lugano

Museu de Arte Popular avenida de Brasília www.patrimoniocultural.gov.pt ❍ 10-18 ● Ma

Museo Nacional del Prado calle Felipe IV www.museodelprado.es ❍ 10-20 D 10-19

MASI - Museo d’arte della Svizzera italiana - LAC Lugano arte e cultura piazza Bernardino Luini 6 www.masilugano.ch ❍ 10-18 ● L

Escher

Rubens Pintor de bocetos

Picasso Uno sguardo differente

24 novembre 2017 – 27 maggio 2018

10 aprile – 5 agosto 2018

18 marzo – 17 giugno 2018

La mostra ripercorre l’intera attività del visionario genio (1898-1972). Fra i capolavori esposti anche Mano con sfera riflettente, Relatività (o Casa di scale) e Belvedere. Dossier n. 196.

Una selezione di ottantadue bozzetti a olio, accostati ad alcuni dipinti, sottolineano l’attenzione di Rubens (1577-1640) per questa tipologia di opere. Dossier n. 44.

L’attività di Picasso (1881-1973) è vista attraverso opere realizzate fra il 1905 e il 1967 con una speciale attenzione al rapporto fra disegno e scultura. Dossier nn. 19, 141 e 157.

PRINCIPATO DI MONACO

STATI UNITI

Monaco

New York

Mendrisio

Nouveau Musée National de Monaco - Villa Paloma 56 boulevard du Jardin Exotique www.nmnm.mc ❍ 10-18

The Met Breuer 945 Madison Avenue www.metmuseum.org ❍ 10-17.30 V-S 10-21

Museo d’arte Mendrisio piazzetta dei Serviti 1 www.museo.mendrisio.ch ❍ 10-12 14-17 S-D 10-18 ● L

Alfredo Volpi La poétique de la couleur

Leon Golub Raw Nerve

Franca Ghitti scultrice

9 febbraio – 20 maggio 2018

6 febbraio – 27 maggio 2018

15 aprile – 15 luglio 2018

Un’occasione per ammirare le opere di Alfredo Volpi (1896-1988), considerato fra i massimi esponenti dell’arte brasiliana, e approfondire la conoscenza della sua attività.

Esposta Gigantomachy II (1966), opera donata al museo nel 2016 insieme a una selezione dalle serie più importanti di Leon Golub (1922-2004) e alcuni lavori giovanili.

Uno sguardo sulla produzione dell’artista camuna (1932-2012), con esempi delle sue sculture lignee e in ferro, e un approfondimento particolare sulle sue edizioni di libri d’artista.

Bilbao

New York

Münchenstein

Guggenheim Bilbao Museo avenida Abandoibarra 2 www.guggenheim-bilbao.eus ❍ 10-20 ● L

MoMA - Museum of Modern Art 11 West 53 Street www.moma.org ❍ 10.30-17.30 V 10.30-20

Schaulager Ruchfeldstrasse 19 www.schaulager.org ❍ 10-18 G 10-20 ● L

Michael Snow Circuito cerrado

Tarsila do Amaral: Inventing Modern Art in Brazil

Bruce Nauman Disappearing Acts

23 marzo – 1° luglio 2018

11 febbraio – 3 giugno 2018

17 marzo – 26 agosto 2018

Esposte una serie di opere recenti di Michael Snow (1929), grande innovatore del cinema sperimentale e della video arte, ma anche pittore, scultore e musicista.

Disegni, dipinti, fotografie e documenti ricostruiscono l’attività di Tarsila do Amaral (1886-1973), figura centrale del modernismo brasiliano.

Ripercorsa l’attività di Nauman (1941) dal video Wall-Floor Positions del 1968 a quello 3D Contrapposto Split del 2017 e alla monumentale scultura Leaping Foxes (2018).

Madrid

Washington

Riehen/Basilea

Museo Thyssen-Bornemisza paseo del Prado 8 www.museothyssen.org ❍ 10-19 S 10-21 ● L

National Gallery of Art 4th Street and 9th Street on Constitution Avenue www.nga.gov ❍ 10-17 D 11-18

Fondation Beyeler Baselstraße 101 www.fondationbeyeler.ch ❍ 10-18 Me 10-20

Sorolla y la moda

Cézanne Portraits

Georg Baselitz

13 febbraio – 27 maggio 2018

25 marzo – 1° luglio 2018

21 gennaio – 29 maggio 2018

La mostra, congiunta al museo Sorolla, analizza come la moda abbia influenzato l’opera di Sorolla (1863-1923), che nei suoi dipinti ha saputo mostrare lo stile e il gusto di un’epoca.

La mostra indaga l’attività di ritrattista di Cézanne (1839-1906) seguendone lo sviluppo e illustrandone le diverse influenze e caratteristiche. Dossier nn. 75 e 176.

Ottanta dipinti e dieci sculture realizzati da Baselitz (1938) negli ultimi sei decenni esposti insieme a una selezione di nuovi lavori mai presentati al pubblico prima d’ora.

SPAGNA

94


Contini Bonacossi

La collezione nelle Gallerie degli Uffizi Nel 1998 viene allestita, agli Uffizi, una serie di sale per esporre le oltre cento opere della collezione Contini Bonacossi. Si tratta dell’atto conclusivo di una vicenda lunga, tortuosa e ricca di colpi di scena, iniziata nel 1969 con la donazione delle opere allo Stato da parte degli eredi dell’antica famiglia fiorentina. Si tratta di una raccolta ricca di capolavori di artisti come Duccio di Buoninsegna, Sassetta, Andrea del Castagno, Giovanni Bellini, Paolo Veronese, Gian Lorenzo Bernini, Tintoretto. Questo volume traccia la storia della collezione e le vicende della donazione, ma soprattutto presenta per la prima volta in forma di guida-catalogo tutte le opere della raccolta commentate da specialisti. Cartonato con sovraccoperta 21 x 29 cm 336 pagine prezzo 38 euro

Firenze, Gallerie degli Uffizi, Esposizione permanente


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Homer e gli impressionisti americani Il rinnovamento della pittura, nel XIX secolo, fondato sull’interesse per la luce naturale e la pittura dal vero non è un fenomento solo francese e segnatamente impressionista. Winslow Homer (Boston 1836 - Prout’s Neck 1910) è il principale esponente di un movimento analogo che prende vita e si diffonde negli Stati Uniti nella seconda metà del secolo. Tema ricorrente nella sua pittura (e poi di tutta l’arte della nuova frontiera americana) è l’uomo al centro delle forze soverchianti della natura: il mare soprattutto, che a volte incanta un paesaggio ridente, altre incombe come una minaccia su una fragile imbarcazione. I suoi soggetti diventano così tipici da divenire, come certe inquadrature cinematografiche, tutt’uno con l’immagine stessa del suo Paese.

© 1986-2018 Giunti Editore S.p.A., Firenze - Milano ISSN 0394-0179 Pubblicazione periodica Reg. Cancell. Trib. Firenze n. 3384 del 21.11.85 Iva assolta dall’editore a norma dell’art. 74/DPR 633 del 26.10.72 Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB-C1- FI.

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Illustrazioni: © Giacomo Balla, Joseph Beuys, Giorgio de Chirico, Fortunato Depero, Otto Dix, George Grosz, Renato Guttuso, Candida Höfer, Frank Horvat, Gino Severini, by SIAE 2018. © Succession Picasso, by SIAE 2018. © The Andy Warhol Foundation for The Visual Arts Inc., by SIAE 2018. Tutte le immagini appartengono all’Archivio Giunti a eccezione di: copertina e pp. 55-59 (cortesia ufficio stampa High Society); p. 6a (© Hayes Davidson); p. 6b (cortesia ufficio stampa Tefaf New York); p. 6c (cortesia ufficio stampa Parma 360. Festival della creatività contemporanea); p. 6d (cortesia ufficio stampa Artigianato e Palazzo); p. 7 (cortesia ufficio stampa Il Correggio ritrovato); p. 8a (cortesia ufficio stampa Festival pianistico internazionale di Brescia e Bergamo); p. 8b (cortesia ufficio stampa Selvatica - Arte e Natura in festival); p. 8c (foto Martino Margheri); pp. 10, 11ab (cortesia ufficio stampa Triennale Beaufort); p. 11c (cortesia ufficio stampa Triennale Bruges); p. 12 (© Danilo De Marco); p. 13a (© Frank Horvat); p. 13b (© Terry O’Neill); p. 15 (foto artista/cortesia artista e ChertLüdde, Berlino); pp. 17-19 (cortesia ufficio stampa Renato Guttuso/p. 19 foto Matteo Monti, cortesia Istituzione Bologna Musei/ MAMbo); pp. 21-23 (cortesia ufficio stampa Giorgio de Chirico/p. 23 foto Renato Ghiazza); pp. 26-31 (cortesia ufficio stampa Post Zang Tumb Tuuum/pp. 26-27 cortesia General Collection, Beinecke Rare Book and Manuscript Library, Yale University, New Haven/p. 28 foto Felix H. Man - Koester - 1931 Ullstein Bild - Felix H. ManArchivi Alinari, Firenze/p. 29a cortesia Archivio E. Gigli, Roma/p. 29b foto Giacomelli Carboni, Venezia/La Quadriennale di Roma/ cortesia Fondazione La Quadriennale di Roma/p. 31a © 2017. Digital Image, The Museum of Modern Art,

New York/Scala, Firenze); pp. 32-37 (cortesia ufficio stampa Teodoro Wolf Ferrari/p. 36b cortesia Galleria Nuova Arcadia di L. Franchi, Padova); pp. 38-43 (cortesia ufficio stampa Villa Carlotta, Tremezzo); pp. 44-45, 47ac (foto Letizia Rosati); pp. 46, 47b (foto autore); pp. 48-51b (© Musée Camille Claudel, foto Marco Illuminati/p. 51a foto Yves Bourel); pp. 52-53 (cortesia ufficio stampa Rodin); pp. 60-65 (cortesia ufficio stampa Spagna e Italia in dialogo nell’Europa del Cinquecento); pp. 66-71 (cortesia ufficio stampa Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia); p. 73 (© Scottish National Gallery Photographic Department/ RMN-Réunion des Musées Nationaux/distr. Alinari); p. 75 (per concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali/Raffaello Bencini/Archivi Alinari, Firenze); p. 76a (cortesia ufficio stampa Sotheby’s); p. 76b (© Bonhams); p. 76c (cortesia ufficio stampa Pandolfini); p. 76d (cortesia ufficio stampa Christie’s); p. 77a (cortesia ufficio stampa Phillips); p. 77b (cortesia ufficio stampa Tajan); p. 78 (© 2014 Christie’s Images Limited); p. 80 (© Christie’s Images/Artothek/Archivi Alinari); p. 87 (cortesia ufficio stampa Ugo La Pietra); p. 88 (cortesia ufficio stampa Van Dyck e i suoi amici fiamminghi a Genova 1600-1640); p. 91 (cortesia ufficio stampa Hiroshige); p. 93 (cortesia ufficio stampa La fragilità della bellezza).

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