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BIMESTRALE - POSTE ITALIANE SPA - SPED. A. P. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N. 46), ART. 1, COMMA 1 DCB-C1-FI - DISTRIBUZIONE MEPE-MILANO ANNO XXXVI - N. 186 - NOVEMBRE/DICEMBRE 2017 - P.I. 21.10.2017 - € 5,50 - ISSN 0392-9426 - CM X7186W

Egitto tomba di Amenofi II Longobardi luoghi della memoria Catania Greci ai piedi dell’Etna Perú Sipán e la Costa Nord Archeoastronomia la piramide di Cheope Sicilia Federico II e gli Arabi

SCAVI IN TURCHIA

Ultime scoperte a Karkemish

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Il Salone Internazionale dell’Archeologia è rivolto a tutte le realtà culturali ed economiche attive nel settore archeologico-artisticomonumentale: istituzioni di ricerca pubbliche e private, parchi e musei, enti di promozione, operatori turistici, categorie professionali, associazionismo.

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FIRENZE

PALAZZO DEI CONGRESSI 16 - 18 febbraio 2018

tourismA 2018 INGRANDIMENTI

Armenia Pakistan Arabia Saudita Eritrea Maghreb Malta

INGRESSO LIBERO

XIV INCONTRO AV

Grandi scoperte e protagonisti della ricerca storicoarcheologica in un imperdibile appuntamento annuale

DIGITAL EXPERIENCE

Nuove proposte di archeologia virtuale

LA CULTURA NELLO ZAINO

Archeologia Arte Ambiente: rassegna di itinerari

ARCHEOLOGIA IN DIRETTA

Dalla Preistoria al Medioevo negli archeolaboratori di “tourismA”

SALVIAMO IL BEL PAESE…

Turismo culturale e programmazione del territorio

FUTURO DELLE CITTÀ D’ARTE

Cronache di una morte annunciata dei centri storici

POPOLI E MEMORIE IN GUERRA

Palmira da ricostruire, la sorte degli Yazidi, i patrimoni dispersi e molto molto altro di cui parlare...

Organizzazione e Segreteria organizzativa

ARCHEOLOGIA VIVA

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firenze archeofilm si svolge presso La Compagnia, un cinema storico di Firenze (nato nel 1921) a due passi dal Duomo, oggi sede dei più importanti festival europei di documentazione. La sala (463 posti a sedere) è dotata di strumentazioni all’avanguardia e apparati tecnici di eccellenza. Foto Giuseppe Guariglia


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Vivere il passato Capire il presente

direttore PIERO PRUNETI redazione Giuditta Pruneti eventi e pr Giulia Pruneti tourismA Luigi Forciniti © 1988 - 2017 Giunti Editore S.p.A. Firenze - Milano

direzione, redazione amministrazione Giunti Editore S.p.A. Via Bolognese 165 - 50139 Firenze tel. 055 50621 (centralino) 055 5062303 (diretto) fax 055 5062287 archeologiaviva@giunti.it www.archeologiaviva.it

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SPAZIO APERTO

ROCCA DELLA VERRUCA IL VOLTO DEL SOLDATO

Spettabile Archeologia Viva, ho partecipato a un’escursione organizzata dal Gruppo Botanico del Museo di Storia Naturale del Mediterraneo di Livorno alla Rocca della Verruca, la forti-

costiero e si ritrova anche in altre parti della Toscana. A Calci, borgo con una celebre certosa che sorge al centro della vallata sottostante, questa roccia, sin dall’antichità, è stata usata per ricavarne macine per la molitura delle olive. Per raggiungere la Rocca siamo partiti con l’auto dallo splendido borgo medievale di Vicopisano, infine risalendo a piedi il sentiero che porta in cima (un itinerario consigliabile anche per lo straordinario paesaggio). Mentre osservavo le piantine litofile, che hanno colonizzato gli spazi tra le antiche pietre della fortezza, sul

che questo disegno graffito sia stato inciso da un soldato medievale durante gli interminabili soggiorni fra le mura della isolatissima fortezza. Nel corso dei secoli, almeno a partire dal dodicesimo, epoca della costruzione di un primo castello da parte della Repubblica di Pisa, migliaia di soldati si avvicendarono in questo quasi inespugnabile caposaldo. Fino al 18 giugno del 1503, quando, dopo un lungo periodo di alterne vicende, il capitano Giovanni Rossi de’ Lanfranchi, detto il Buttafuoco, cedette le armi ai soldati della repub-

muro di cinta settentrionale ho notato un’incisione che con pochi tratti essenziali rappresentava un volto e una sorta di bastone con puntale. Colpisce il naso lungo – come quelli tanto cari al mio concittadino Modì – che termina su una larga bocca ghignante. La superficie della pietra è interamente coperta da licheni crostosi. Ci piace pensare

blica fiorentina. Oggi la Rocca della Verruca è un monumento grandioso e altamente suggestivo della storia toscana che va salvaguardato, capace di riservare ancora interessanti sorprese, come questo volto graffito che mi auguro qualcuno possa datare. Gianfranco Barsotti

Archeologia Viva (prezzo di copertina) € 5,50 Abbonamento annuo (6 numeri) € 26,40 IBAN IT93D0760102800000019740505 CCP 19740505 intestato a Archeologia Viva Firenze

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Redazione Archeologia Viva archeologiaviva@giunti.it tel. 055 5062303 Antonella Rapaccini a.rapaccini@giunti.it

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FORTEZZA DI PISA I resti della Rocca della Verruca, visti dalla sella montana dove sorgeva il monastero di San Michele, e il graffito individuato sulle mura, forse rappresentante un soldato medievale di stanza. (Foto G. Barsotti)

Cecilia Torrini c.torrini@giunti.it Chiuso in tipografia il 19/IX/2017 Iva assolta dall’editore a norma art. 74/DPR 633 del 26/10/72. Registrazione Tribunale di Firenze n. 2987 del 14/12/1981. Poste Italiane spa Sped. A. P. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 n. 46), art. 1, comma 1 DCB-C1-FI

Direttore responsabile: Piero Pruneti

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ficazione medievale che corona l’omonima altura (537 metri di quota) dei Monti Pisani. Questa formidabile fortezza dell’antica repubblica marinara pisana fu costruita sulla cima di un rilievo dai bordi strapiombanti, che nella forma ricorda, appunto, una enorme “verruca“ (vedi anche: AV n. 120). Da lassù la vista spazia sulla pianura terminale dell’Arno sino al mare. La formazione rocciosa del rilievo, nota come Verrucano (nome dato dal geologo pisano Paolo Savi nel 1832), attribuita al Trias superiore, è costituita da un conglomerato quarzoso di ambiente continentale

già direttore del Museo di Storia Naturale del Mediterraneo - Livorno


BIMESTRALE - POSTE ITALIANE SPA - SPED. A. P. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N. 46), ART. 1, COMMA 1 DCB-C1-FI - DISTRIBUZIONE MEPE-MILANO ANNO XXXVI - N. 186 - NOVEMBRE/DICEMBRE 2017 - P.I. 21.10.2017 - € 5,50 - ISSN 0392-9426 - CM X7186W

Egitto tomba di Amenofi II Longobardi luoghi della memoria Catania Greci ai piedi dell’Etna Perú Sipán e la Costa Nord Archeoastronomia la piramide di Cheope Sicilia Federico II e gli Arabi

SCAVI IN TURCHIA

Ultime scoperte a Karkemish

SOMMARIO Anno XXXVI - N. 186 nuova serie - Novembre/Dicembre 2017

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SPAZIO APERTO

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NOTIZIE

I LONGOBARDI a cura di Francesca Morandini ALTOMEDIOEVO ITALIANO

CATANIA: LA COLONIA RISCOPERTA a cura di Maria Costanza Lentini CIVILTÀ ELLENICA

LAMBAYEQUE: RICERCHE IN PERÚ di Antonio Aimi FRA LE ANDE E IL PACIFICO

NELLA TOMBA DI AMENOFI II di Patrizia Piacentini UNA MOSTRA A MILANO

CASTELLAZZO: FEDERICO II IN SICILIA di F. Maurici, A. Alfano e A. Scuderi DENTRO LO SCAVO

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CON I LETTORI

Longobardi. Questi barbari calati dal nord (come tutti i barbari!). A loro sono dedicati una magnifica mostra a Pavia, la “capitale”, e lo speciale di questo numero sui monumenti longobardi in Italia che rientrano nel sito seriale Unesco. Ne esce il quadro di un popolo, in origine certamente problematico per la Penisola, che in breve divenne protagonista della nostra storia, in un periodo fra i più difficili nei secoli che seguirono il disfacimento dell’impero. Secoli comunque “formativi” dove i Longobardi seppero affermarsi come classe dirigente, sviluppare una cultura, stabilire un rapporto dialettico con la Chiesa. Non poco, per continuare a chiamarli “barbari”. Di loro si parlerà anche il prossimo anno: la mostra da Pavia si sposerà a Napoli e poi a San Pietroburgo, mentre “tourismA 2018” ospiterà un convegno sul ruolo storico e l’eredità monumentale.

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GIZA… IL SOLE E LE ALTRE STELLE di Giulio Magli SCIENZE PER L'ARCHEOLOGIA

INCONTRO CON SIMONA RAFANELLI intervista di Giulia e Piero Pruneti LA VOCE DELLA STORIA

PILLOLE DI UNA DISCIPLINA di Francesco Tiboni ARCHEOLOGIA NAVALE

SOCIAL MEDIA E SCAVI IN DIRETTA di Antonia Falcone e Astrid dÕEreditˆ A PROPOSITO DI...

DALLE RIVISTE

IN LIBRERIA

Comitato scientifico: Emmanuel Anati Centro Camuno Studi Preistorici, Enrico Atzeni Università di Cagliari, Piero Bartoloni Università di Sassari, Stefano Benini Corte di Cassazione, Maurizio Biordi Museo degli Sguardi - Rimini, Anthony Bonanno Università di Malta, Edoardo Borzatti v. Löwenstern Università di Firenze, Edda Bresciani Università di Pisa, Gian Pietro Brogiolo Università di Padova, Pierfrancesco Callieri Università di Bologna, Luciano Canfora Università di Bari, Franco Cardini Università di Firenze, Raffaele de Marinis Università di Milano, Marco Dezzi Bardeschi Politecnico di Milano, Maria Ausilia Fadda Sopr. Arch. di Sassari e Nuoro, Gino Fornaciari Università di Pisa, Luigi Fozzati Soprintendente ai Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia, Louis Godart Accademico dei Lincei, Giovanni Gorini Università di Padova, Antonio Guerreschi Università di Ferrara, Christian Leblanc C.N.R.S. - Parigi, Valerio Massimo Manfredi archeologo e scrittore, Giuseppe Orefici Centro Ricerche Precolombiane, Umberto Pappalardo Università di Napoli, Carlo Peretto Università di Ferrara, Gianfranco Purpura Università di Palermo, Lorenzo Quilici Università di Bologna, Alessandro Roccati Professore emerito di Egittologia, Dario Seglie Centro Studi e Museo d’Arte Preistorica di Pinerolo, Edoardo Tortorici Università di Catania, Sebastiano Tusa Soprintendenza del Mare - Regione Siciliana, Guido Vannini Università di Firenze, Daniele Vitali Università della Borgona, Giuliano Volpe Università di Foggia, Roger Wilson British Columbia University.

Abbiamo dedicato la copertina di questo numero alle indagini in corso a Karkemish da parte di una missione turco-italiana. Il sito, che occupa parecchie decine di ettari, si trova proprio al confine fra Turchia e Siria, in un’area “calda”, dove tuttavia il grandioso patrimonio che documenta millenni di prima storia urbana si è straordinariamente conservato. Karkemish, famosa e comunque finora nota solo agli esperti, sarà aperta al pubblico a partire dalla prossima primavera nell’ambito di un parco archeologico-naturalistico sulle rive dell’Eufrate e si pone come motore dell’economia turistica della regione di Gaziantep. Mentre scrivo queste righe, giunge in redazione la notizia che la copertura e le strutture di visita della villa tardoantica di Faragola (vedi: AV n. 120), definita la “Piazza Armerina della Puglia”, sono andate completamente distrutte in un incendio appiccato nella notte. Un investimento di anni di ricerche e di finanziamenti – che in questo caso non erano mancati – è andato perso. L’Isis è anche fra noi… Ricostruiremo! Con la solida certezza di essere dalla parte giusta. Piero Pruneti 5


FRA TURCHIA E SIRIA NOTIZIE

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SCAVI A KARKEMISH

Nella regione di Gaziantep, tra Anatolia, Siria e Mesopotamia, l’antica Karkemish (quasi cento ettari di area archeologica sui quali passa il confine fra Turchia e Siria) è stata un centro di straordinaria importanza, almeno dal VI millennio a.C. Spesso

paragonata a città gloriose come Troia, Ur, Gerusalemme, Petra e Babilonia, a partire dal 2300 a.C. acquisì un ruolo centrale nella regione, sotto il dominio di Ittiti, Assiri e Babilonesi. Tra 1878 e 1881, e poi tra 1911 e 1920, Karkemish è stata scavata da una missione del British Museum con C.L. Woolley e T.E. Lawrence (d’Arabia), mentre a partire dal

2011 vi opera una missione turco-italiana guidata da Nicolò Marchetti dell’Università di Bologna, con la collaborazione degli atenei di Gaziantep e di Istanbul. Bolle ittite di accompagnamento. Tra le scoperte più significative dell’ultima campagna di scavi (maggio-luglio 2017) c’è senza dubbio quella di duecentocinquanta bullae, sigillature di argilla usate come “bolle di accompagnamento” per lo scambio di merci: sono state trovate scavando fino al livello della tarda età del Bronzo, corrispondente all’epoca dell’impero ittita, nel XIII sec. a.C., un periodo di splendore per Karkemish. Sulle bullae sono impressi i sigilli di alcune delle più alte cariche dell’amministrazione ittita: si distinguono i nomi di Taya (o Tahe), principe e “auriga della dea Kubaba”, che utilizzava otto diversi sigilli, di EwriTeshub o di Paia. Capire l’uso di queste bullae è molto utile per mettere a fuoco il sistema amministrativo della città, sede del viceré ittita con autorità sull’intera regione siriana.


Due grifoni rampanti. Nella stessa area della città è venuta alla luce una grande lastra di basalto con grifoni rampanti, di fine X sec. a.C., risalente al regno di Katuwa (periodo neoittita). Il ritrovamento è solo l’ultimo di una serie di splendide sculture messe in luce negli ultimi anni. Si datano invece al periodo neoassiro (VII sec. a.C.) due tavolette iscritte

in cuneiforme che testimoniano il prestito di venti chili d’argento da parte di Ilu-zeruukin, governatore di Karkemish. Da quanto risulta dalle tavolette, la quantità di argento era calcolata secondo la “mina di Karkemish”, unità di misura standard diffusa in tutto il Levante, di cui però non era mai stata trovata documentazione nel luogo di origine.

YUNUS (necropoli)

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Strutture monumentali dagli Ittiti ai Bizantini. Per quanto riguarda gli edifici, si stanno portando alla luce una grande fortezza e un silos per conservare i cereali, risalenti al periodo successivo alla caduta dell’impero ittita (1100 a.C.). Mentre all’esterno della città antica sta emergendo una grande residenza della fine dell’epoca neoassira, alla quale si sovrappone in parte una necropoli di epoca achemenide (VI-IV sec. a.C.). Nella stessa area, già lo scorso anno era venuto alla luce un sarcofago in terracotta con decorazione antropoide: un esempio unico per quell’epoca in tutto il Vicino Oriente. In un’altra necropoli del sito, quella di Yunus, la missione turco-italiana ha portato alla luce diversi splendidi corredi funerari dell’VIII e VII sec. a.C., mentre in un’altra area ancora è emersa una grande villa di età tardoromana (fine V sec. d.C.), con pavimenti in mosaico e resti di un ingresso monumentale in cui si possono vedere la stele funeraria di un alto ufficiale e capitelli decorati. ➝

p. a fronte e nella cartina

SCAVI IMPONENTI A Karkemish durante la campagna 2017: il grande silos per immagazzinare i cereali e una serie di edifici sovrapposti, appartenenti a una fase della città successiva alla caduta dell’impero ittita (1100 a.C.). Nella planimetria vediamo la vasta area archeologica sulle rive dell’Eufrate dove opera la missione turco-italiana condotta dall’Università di Bologna.

VASO CON “SMILE” Vaso risalente al 1800 a.C. rinvenuto in una sepoltura al di sotto di una casa ai piedi dell’acropoli di Karkemish: è lo “smile” più antico di sempre?

BOLLE PER MERCI Frammenti delle molte bullae ritrovate a Karkemish con impronte di sigillo, usate come “bolle di accompagnamento” per lo scambio di merci. In questo caso sono rappresentati personaggi reali e divinità. Risalgono all’impero ittita (XIII sec. a.C.).

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Dalle ricerche al turismo culturale. Tutto è pronto a Karkemish, dopo anni di sforzi, per aprire al pubblico la città antica, situata in un’area militare che finora ne ha precluso la visita. A partire dal maggio prossimo, l’area diventerà un parco in grado di regalare un’esperienza immersiva in uno dei principali centri urbani dell’antichità: senza tuttavia dimenticare il presente, in LA SQUADRA Il team turco-italiano della missione archeologica a Karkemish: al centro è il direttore Nicolò Marchetti.

GRIFONI Tra le scoperte effettuate a Karkemish nel 2017 è questa splendida lastra di basalto decorata con due grifoni rampanti, risalente a fine X sec. a.C. (periodo neoittita).

EPOCHE DIVERSE Uno dei corredi funerari dalla necropoli di Yunus di epoca neoassira (VII sec. a.C.) all’esterno delle mura di Karkemish e lo scavo di un sarcofago in terracotta con decorazione antropoide di epoca achemenide (V sec. a.C.).

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un’area, quella al confine tra Turchia e Siria, ancora segnata da conflitti, le cui cause profonde si collocano proprio negli anni dei primi scavi, quando a Karkemish – era il maggio 1911 – si conobbero Lawrence e Gertrude Bell, archeologi prima e poi agenti segreti britannici che avrebbero infine attivamente partecipato alla partizione del Vicino Oriente. Info: nicolo.marchetti@unibo.it


NUOVE SCOPERTE

SULLA GRECA HIMERA Risultati importanti hanno caratterizzato l’ultima campagna di scavi realizzata a Himera dall’Università di Berna sotto la guida di Elena Mango, grazie a una convenzione con il Polo Regionale di Palermo per i Parchi e i Musei archeologici Museo Archeologico “A. Salinas” diretto da Francesca Spatafora. Himera, le cui rovine si conservano nel territorio di Termini Imerese, sulla costa a ovest di Palermo, fu fondata nel 648 a.C. da coloni calcidesi provenienti da Zancle (odierna Messina) e da un gruppo di genti doriche, fuoriusciti politici da Siracusa. Le ricerche si sono svolte al Piano del Tamburino e hanno consentito di riportare in luce alcune aree sacre databili tra VI e V sec. a.C., facenti parte del sistema dei santuari della città greca. Rimane da comprendere come la zona si inserisse nell’assetto urbanistico della polis, il cui abitato si sviluppò secondo un regolare impianto urbanistico sul cosiddetto Piano di Himera, a est del Piano del Tamburino. I lavori sul terreno hanno avuto due obiettivi: ampliare la cono-

scenza di una delle aree sacre, di cui erano già state portate alla luce ampie porzioni di edifici e uno spazio a cielo aperto caratterizzato dalla presenza di due altari, e delineare l’estensione dell’intero santuario, che sembra occupare una superficie di ben 1600 metri quadrati. Lo scavo ha rivelato anche un possente strato di distruzione all’interno di un vano adibito a dispensa per la vita dell’area sacra. Altre importanti scoperte riguardano vari strati di utilizzo dell’area sacra di Himera in età arcaica (VI sec. a.C.), un altare a forma absidata e una ricca stipe votiva comprendente offerte di statuette femminili di terracotta, vasi interi come piccole brocche, krateriskoi (piccoli crateri), skyphoi (coppe per bere) e vasellame miniaturistico. Associate alle offerte si sono rinvenute conchiglie, ossa di animali e grandi quantità di carbone, segni evidenti di un rituale che accompagnava la deposizione degli oggetti. Vale la pena ricordare la tragica fine di Himera, rasa al suo nel 409 a.C. dai Cartaginesi sotto la guida di Annibale Magone, nipote di Amilcare sconfitto e ucciso nel 480 a.C. dagli Imeresi: un’eco significati-

va di queste battaglie si è avuta attraverso lo scavo della necropoli occidentale della colonia dove sono state scoperte, alcuni anni fa, diverse fosse comuni destinate ai soldati caduti nei combattimenti. Pochi anni dopo la fine della città, gli esuli superstiti di Himera, insieme ai Cartaginesi, fondarono Thermai Himeraíai, l’attuale Termini Imerese.

in questa pagina

SCAVI A HIMERA Una fase dello scavo dello strato di distruzione di uno dei vani dove si conservavano le derrate del santuario e panoramica dell’area sacra riportata in luce al Piano del Tamburino (VI-V sec. a.C.).

Info: poloarcheologico.pa.uo5@regio ne.sicilia.it

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SUL TRONO Federico II di Svevia ritratto in un foglio pergamenaceo del De arte venandi cum avibus,

il suo celebre trattato sulla falconeria, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana.

JESI NELLE MARCHE

RITORNA FEDERICO II La patria di Federico II di Svevia ha inaugurato in Palazzo Ghislieri il Museo “Federico II Stupor Mundi”, l’appellativo con cui l’imperatore veniva chiamato per l’inesauribile curiosità intellettuale. Il progetto è nato dalla volontà della stessa Fondazione “Federico II Stupor Mundi” di dedicargli un luogo che ne ripercorresse la vita straordinaria, e di far conoscere il patrimonio monumentale che ha lasciato in Italia e in Europa. Il museo sorge sulla stessa piazza dove il 26 dicembre 1194 Costanza d’Altavilla, sotto una tenda in mezzo al popolo, diede alla luce il futuro

re di Germania e di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero. Il ricordo della città natale rimase vivo nella memoria di Federico, come mostra la sua lettera agli abitanti di Jesi del 1239, in cui la descrive «nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, terra ove la nostra culla assurse a particolare splendore», «nostra Betlemme». La nascita di Federico II nella città marchigiana e i privilegi a essa concessi dagli eredi sono alla base dell’antica definizione di “Jesi Città Regia”. Federico II di Hohenstaufen non fu solo un grande politico e condottiero, ma anche un fine intellettuale. Si circondò di poeti (Giacomo da Lentini, Cielo d’Alcamo, Pier della Vigna…), con cui fondò la Scuola Siciliana, alle origini della letteratura italiana; i suoi interessi comprendevano medicina, astronomia e matematica. Insomma, uomo di potere e di cultura. Il museo jesino, attra-

verso ricostruzioni scenografiche e installazioni multimediali, propone un viaggio immersivo alla scoperta di Federico: gli antenati e la nascita; l’incoronazione nella medievale basilica di San Pietro; il rapporto con i papi; la sesta crociata; le mogli e la discendenza; la passione per la falconeria (scrisse De arte venandi cum avibus, un trattato sempre attuale); lo sconfinato interesse per le arti e le scienze, che ne hanno fatto un mito. Info: 0731.084470

ÖTZI: UN’ASCIA VENUTA DA LONTANO Il minerale di rame dell’ascia di Ötzi veniva dalla Toscana meridionale. Lo ha appurato una ricerca presentata a Bolzano da Gilberto Artioli (Università di Padova) lo scorso anno, in occasione dei venticinque anni dal ritrovamento dell’Uomo del Similaun, e sono stati pubblicati

ONORE AI LONGOBARDI: UNA GRANDE MOSTRA Pavia, Napoli e San Pietroburgo. Nord e Sud Italia uniti per “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”, fino al 3 dicembre al Castello di Pavia, dal 15 dicembre al Museo di Napoli e ad aprile all’Ermitage di San Pietroburgo, a cura di Gian Pietro Brogiolo e Federico Marazzi con Ermanno Arslan, Carlo Bertelli, Caterina Giostra, Saverio Lomartire e Fabio Pagano. Direzione scientifica di Susanna Zatti, Paolo Giulierini e Yuri Piotrovsky. Organizzazione Villaggio Globale International. Catalogo Skira. Pavia torna capita-

le del Regnum Langobardorum e Napoli si fa portavoce del ruolo del Meridione nell’epopea degli “uomini dalla lunghe barbe”. Identità e ruolo dei nuovi arrivati. La mostra propone una panoramica del popolo longobardo – che nel 568 varca le Alpi Giulie e inizia la sua espansione sul suolo italiano – frutto di una “coproduzione” tra Pavia, capitale del Regno longobardo, e Napoli, città bizantina ma punto di riferimento del Ducato di Benevento (Langobardia Minor). Quest’ultimo, rimasto in vita come stato indipendente sin oltre la metà dell’XI secolo, non solo conservò retaggio del Regno di Pavia, abbattuto da Carlo Magno nel 774, ma elaborò un proprio ruolo di cinghia di trasmissione fra culture mediterranee ed Europa occidentale. Informazioni dalle necropoli. Sono esposti contesti goti con la sovrapposizione di gruppi longobardi, come il nucleo di tombe di Collegno, in provincia di Torino, ove si distinguono due individui, uno dei quali un bambino di sette anni, con deformazione artificiale dei crani: una pratica diffusa tra Unni e Germani. Tra le scoperte recenti, eccezionale è la necropoli cuneese di Sant’Albano Stura, con quasi 800 tombe riportate in luce. I grandi sepolcreti testimoniano la divisione in clan e lo stadio culturale dei Longobardi all’arrivo in Italia, legati ancora a valori pagani e guerrieri, come mostrano le armi, il sacrificio del cavallo, offerte alimentari e decori animalistici. Accanto agli scheletri di cavallo e di due cani da Povegliano Veronese, nella Langobardia Minor troviamo, nelle necropoli di Campochiaro, cavalieri sepolti con i loro destrieri bardati, dotati di staffe e altri complementi diffusi fra le culture nomadiche. Si distinguono le ricche sepolture femminili di Torino-Lingotto e Parma-Borgo della Posta, mentre il guerriero di Lucca-

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ora sulla rivista scientifica PloS ONE. Una comunicazione in merito è stata presentata anche a “tourismA 2017” da Günther Kaufmann, curatore del Museo Archeologico dell’Alto Adige. È ancora da chiarire se l’Uomo venuto dal ghiaccio abbia acquisito il metallo grezzo o invece la lama già forgiata. Il professor Artioli, che ha operato insieme a un’équipe di archeometallurghi di fama internazionale, mette in relazione il rame dell’ascia con una coeva attività metallurgica in Toscana. L’ascia di Ötzi è finora il più antico esemplare eneolitico rinvenuto integro (completo di manico, lama, strisce di pelle e catrame di betulla). Il manico in legno ha consentito di ottenere, con il metodo del radiocarbonio, una datazione assoluta, risalente al 3346-3011 a.C. Grazie a un microprelievo del metallo è stato possibile effettuare analisi chimiche (presso l’Università di Padova) e

isotopiche (in collaborazione con l’Università di Berna), i cui risultati hanno rivoluzionato le tradizionali ipotesi sul commercio del rame in area alpina nel IV millennio a.C. Un esito inaspettato, dal momento che finora si era sempre presupposta un’estrazione da giacimenti alpini (nei territori corrispondenti agli attuali Alto Adige, Trentino, Austria, Germania o Slovacchia) o balcanici (Serbia, Bulgaria). Ora si sa che il metallo dell’ascia di Ötzi proviene dalla Toscana meridionale. I giacimenti cupriferi di questa zona presentano infatti una variazione dei rapporti isotopici del piombo unica, che li distingue da tutti gli altri depositi noti in Europa e nell’area mediterranea: la stessa che si riscontra, immutata, nell’utensile di Ötzi. L’origine toscana del rame dell’ascia è congruente con altri nuovi dati del gruppo di ricerca – che documentano l’estrazione di minerale cuprifero e la produzione di utensili in

rame nell’area della Toscana meridionale (Campiglia Marittima) nell’Eneolitico iniziale – e getta nuova luce sulla diffusione del materiale e sulle relazioni socio-economiche e culturali nella stessa età del Rame. I nuovi dati confermano connessioni a lunga distanza tra le culture eneolitiche dell’Italia centrale (Rinaldone) e quelle a nord degli Appennini (Spilamberto, Remedello), fino alle popolazioni dell’arco alpino meridionale, a cui appartiene anche l’Uomo venuto dal ghiaccio. I dati chimici e isotopici non consentono di stabilire se il rame venisse commercializzato in forma grezza (lingotti) o se invece venissero scambiati oggetti finiti. Tuttavia, confronti tipologici con manufatti analoghi rinvenuti in Italia centrale suggeriscono che Ötzi potrebbe essere venuto in possesso della lama già forgiata. Info: www.iceman.it

MITHRA IN VALDARNO Fino al 31 dicembre al Museo Mine di Cavriglia (Ar) è aperta la mostra “Mithra. Un dio orientale in Valdarno”, protagonisti l’antica divinità e un uomo, Alvaro Tracchi, autore del prezioso volume Dal Chianti al Valdarno, edito dal Cnr, sulla viabilità etrusca e romana nella valle dell’Arno. In mostra un gruppo scultoreo di Mithra tauroctono trovato a Cavriglia, e in programma a dicembre una giornata di studi. Info: 055.3985046 facebook.com/diodimenticato/

DALLA TOSCANA L’ascia di rame dell’Uomo venuto dal ghiaccio (3200 a.C.). Il minerale impiegato per la fusione arrivò dalla Toscana meridionale. (Foto Museo Arch. Alto Adige)

ONORE AI LONGOBARDI: UNA GRANDE MOSTRA Santa Giulia evidenzia una società militarizzata (scudi circolari con umbone centrale, scramasax, spada a due tagli ecc.). Tra i prodotti più raffinati dell’artigianato germanico sono i corni potori in vetro (rosa vinaccia da Cividale, blu da Castel Trosino), simbolo di status che rimanda alla convivialità e all’ostentazione del banchetto.

da in ducati autonomi, fino all’XI secolo. Oltre ai reperti da San Vincenzo al Volturno, sono numerose le testimonianze delle contaminazioni culturali e della maturità espressiva raggiunta in questi secoli nel Sud. Info: www.mostralongobardi.it

Mondo in trasformazione. Lo spaccato di un’economia frammentata e modificata rispetto all’Italia romana, in ragione anche di mutamenti climatici, così come l’importanza raggiunta da castelli e città di riferimento dei ducati longobardi, sono ricordati con oggetti vari: da quelli d’uso comune alle monete coniate dai singoli ducati, affiancate a partire dal VII secolo da coniazioni “nazionali”, fino a elementi architettonici che, insieme agli arredi liturgici, mostrano il diffondersi del cattolicesimo in continua alternanza alla fede ariana. Dalla cultura animalistica germanica dei primi tempi, che prediligeva raffigurazioni di animali astratti e scomposti, si passò a contenuti cristiani, linguaggi formali e temi iconografici dal mondo romano e bizantino (da non dimenticare che dal 685 al 752 si ebbe una serie di papi greci o siriaci).

della mostra “Longobardi” nelle sale del Castello di Pavia e alcuni dei reperti esposti: due fibbie da cintura e una fibbietta da borsa (VI e VII sec.) rinvenute a Testona-Moncalieri (To).

DENTRO LA MOSTRA. Uno scorcio del suggestivo allestimento

Longobardi nei manoscritti. In mostra da San Gallen (Svizzera) è il più antico dei codici con l’Editto di Rotari del 643: forse realizzato già nel VII secolo a Bobbio, abbazia che fungeva da cancelleria della reggia pavese. Nei monasteri di Montecassino e San Vincenzo al Volturno fu perfezionata la scrittura cosiddetta beneventana o longobarda, che fiorì in opposizione alla scrittura rotonda dell’Europa carolingia. La mostra si conclude con la fioritura della Langobardia Minor che prolunga – caduta Pavia – la presenza longobar-

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in questa pagina

PRIMA DI COMO Il centro di Como sullo sfondo delle colline della Spina Verde, su cui sorgeva l’abitato protostorico, e il grandioso circolo cultuale (VI sec. a.C.) riportato in luce nell’area del Nuovo Ospedale Sant’Anna. Alle scoperte più recenti appartengono il guttus (recipiente per bere) a forma di volatile e il pendaglio pettorale (fine VI sec. a.C.) rinvenuti negli scavi di Grandate. Vediamo anche il celebre carro cerimoniale protostorico rinvenuto nel 1928 nella necropoli della Ca’ Morta (V sec. a.C.).

PRIMA DI COMO

INCONTRI DI CULTURE Le ricerche dell’ultimo decennio nel territorio di Como hanno messo in risalto il ricco patrimonio comasco precedente la fondazione della colonia romana alla metà del I sec. a.C.: urne cinerarie e vasi per offerte, ornamenti in bronzo, ferro, ambra, pasta vitrea, elementi dell’abbigliamento, amuleti, simboli di status delle antiche popolazioni e armi. Le indagini hanno messo in risalto il ruolo della civiltà di Golasecca (cultura preromana sviluppatasi nel I millennio a.C. nel territorio della Lombardia occidentale, Piemonte orientale, Canton Ticino, e che prende nome dalla località sulla spon-

da varesina del Ticino) nel quadro delle relazioni con le coeve civiltà mediterranee e mitteleuropee: un quadro protostorico affascinante che ora è presentato nella mostra “Prima di Como. Nuove scoperte archeologiche dal territorio” (Chiesa di San Pietro in Atrio, fino al 10 novembre), a cura di Lucia Mordeglia e Marina Uboldi, con Stefania Jorio. Temi principali sono i corredi funerari della prima età del Ferro provenienti dagli scavi di S. Fermo della Battaglia, via per Mornago, e di Grandate (emersi durante la costruzione della pedemontana); l’enigmatica area religiosa/monumentale del Nuovo Ospedale Sant’Anna, risalente al VI sec. a.C., costituita da un grande circolo (circa 70 metri di diametro), delimitato

da doppio recinto di pietre con piattaforma centrale a emiciclo e setti radiali in materiali litici e terre diverse, di difficile inter-

pretazione (anche se ipotesi magico/astronomico/fantascientifiche circolano in rete…); un ripostiglio sacro dell’età del Ferro rinvenuto sul monte San Zeno in Val d’Intelvi; i risultati della nuova ricerca condotta sul carro cerimoniale di V sec. a.C. della Ca’ Morta da Bruno Chaume, direttore del programma “Vix et son Environnement”, che ne ha messo in evidenza la stretta parentela con i coevi carri di ambito hallstattiano (cultura così detta dalla cittadina di Hallstatt, nei pressi di Salisburgo), rinvenuti nel Centro Europa. Questi ritrova-

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menti contribuiscono a contestualizzare il ricco patrimonio del centro protostorico, le cui origini risalgono al I millennio

BATTAGLIA DELLE EGADI DODICESIMO ROSTRO!

A 80 metri di profondità, nei fondali delle Egadi a nord-ovest dell’isola di Levanzo, è stato ritrovato un altro rostro bronzeo, il dodicesimo, riferibile alla battaglia combattuta il 10 marzo 241 a.C. fra la flotta cartaginese e quella romana (vedi: AV n. 177). Questa straordinaria ulteriore scoperta è frutto della collaborazione tra Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e GUEGlobal Underwater Explorers, che ha reso possibile un’esplorazione metodica su batimetriche dai 75 ai 90 metri. Dopo avere documentato il rostro “Egadi 9” (già individuato nel 2012 dalla RPM Nautical

Foundation e in attesa di recupero), la ricerca è continuata sullo stesso areale, dove il nuovo rostro è stato rinvenuto in ottime condizioni. A pochi metri dal rostro c’era anche un elmo in bronzo del tipo Montefortino (in uso alle truppe romane fra V e III sec. a.C.), che si aggiunge agli altri otto recuperati nelle precedenti campagne, tutte condotte dal soprintendente del Mare Sebastiano Tusa. Le ultime scoperte si aggiungono alle tante già effettuate tra le isole di Levanzo e Marettimo, che hanno permesso di localizzare il punto in cui si svolse una delle più grandi battaglie navali dell’antichità. Sebastiano Tusa Adriana Fresina Roberto La Rocca Salvo Emma Info: sopmare@regione.sicilia.it

ISOLE EGADI Subacquei della Global Underwater Explorers sul fondale con il dodicesimo rostro

della battaglia del 241 a.C. e la scoperta di un altro elmo indossato dai soldati romani al momento dello storico scontro navale. (Foto Luca Palezza e Jarrod Jablonski - GUE)

a.C. Prima della città romana, i rilievi attorno al bacino lacuale vedono l’insediamento di villaggi e gruppi di abitazioni. Nei secoli successivi, in particolare VI e V a.C., l’abitato raggiunge la massima espansione lungo il versante meridionale della Spina Verde, l’attuale parco sulla fascia collinare a nord-ovest di Como. Fondamentale per lo sviluppo del nucleo abitativo fu il suo ruolo di centro di scambi tra la pianura padana, occupata dagli Etruschi, il mondo celtico e quello hallstattiano. Info: 031.252550

VIAGGIO DEL TRENTANNALE

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al 21 al 25 aprile i trent’anni di collaborazione fra Archeologia Viva e Agenzia Viaggi Rallo (19882018) vengono celebrati con un tour speciale: VENEZIA PRIMA DI VENEZIA. Sarà una “festa” in itinere, all’insegna dei grandi temi che da sempre sono alla base di AV Viaggi: Archeologia, Arte e Ambiente. Info: www.archeologiaviva.it

SALUTI DAL LAZIO! oto ricordo dal gruppo di Archeologia Viva che ha preso parte al recente viaggio in Lazio presso le antiche città con mura in opera poligonale. Vediamo i partecipanti ad Alatri davanti al grandioso accesso megalitico, insieme all’assistente scientifico Veronica Iacomi. Organizzazione tecnica Agenzia Viaggi Rallo. Info: 041.980860

F

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p. a fronte

SANTO COMBATTENTE La statua del Tòdaro (san Teodoro) ricollocata in Palazzo Ducale a Venezia: si tratta di un’opera ibrida, composta da parti diverse per epoche, materiali e provenienza, che ha richiesto un lungo e delicato restauro.

RICONOSCIMENTO La nomina a “Sindaco di Gerione” e il conferimento della cittadinanza onoraria di Casacalenda (Cb) a Lorenzo Quilici, da parte dei sindaci di Casacalenda e Montorio nei Frentani, Michele Giambarba e Pellegrino Nino Ponte. (Foto Kerem)

al centro

TASSI DI CRESCITA Tomba infantile del I-II sec. d.C. nella necropoli di Velia (Sa). In questo caso il team di ricerca della Sapienza, coordinato da Alfredo Coppa, ha potuto esaminare lo smalto dentale postnatale per valutare il tasso di crescita dei bambini in età romana.

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Una singolare onorificenza è stata conferita, a Casacalenda, in provincia di Campobasso, dall’Unione dei Comuni Montani “Castello di Gerione” (Casacalenda, Montorio, Morrone, Provvidenti e Ripabattoni) a Lorenzo Quilici, già docente all’Università di Bologna, che dal 2003 conduce scavi in quel castello: è stato insignito della fascia tricolore in qualità di primo Sindaco di Gerione, il “Comune” che non esiste, ma che conserva una lunga e gloriosa storia. Il professor Quilici è stato uno dei primissimi collaboratori di Archeologia Viva e da sempre fa parte del nostro Comitato scientifico. Quando nel 1987

che questa era proprio Gereonium, la cittadina conquistata da Annibale. Ne fa fede la straordinaria scoperta di una stele di Tanit, con la figura della grande Dea protettrice di Cartagine: unica nell’Italia continentale, anche se questa immagine è diffusissima dove si estese il dominio cartaginese, in Africa, in Spagna, in Sicilia e in Sardegna. È una testimonianza diretta che Annibale deve proprio essersi fermato a Gerione, prima della vittoria di Canne, come descrivono le fonti antiche. Il Castello, dopo l’evo antico, fu gastaldato longobardo, poi distrutto dai Normanni ma riedificato con mura e torri, un potente palazzo baronale, una chiesa. Dall’insegna lapidea che si è trovata, la Viverna, l’or-

cheologico e naturalistico: ora una realtà, con gli scavi e il restauro dei monumenti, la costruzione di una strada per raggiungerli, un’adeguata cartellonistica e un gruppo di guide.

uscì la nuova serie della rivista, fu lui che la tenne a battesimo con una conferenza nella sala dello Stenditoio del Ministero dei Beni Culturali. Congratulazioni per questo meritato riconoscimento, caro Lorenzo! Quindici anni fa il Castello si presentava come una pietraia informe, in cima a un impervio cucuzzolo, e grazie agli scavi è stato restituito alla Storia (vedi: AV n. 156). Sappiamo che nel IV sec. a.C. era un oppido dei Sanniti Frentani, cinto da mura poligonali; e

ribile mostro alato che ornava l’ingresso del palazzo, sappiamo il nome del barone, Tommaso di Stipite, fedelissimo all’Impero in età federiciana. Il castello fu distrutto dal terremoto del 1359, uno dei più spaventosi che si ricordino in Italia; e ciò avvenne in coincidenza con il flagello della peste nera, che in quegli anni raggiunse la massima virulenza in Europa e dei cui morti si sono riconosciute tombe e fosse comuni. L’area fu acquisita dal Comune di Casacalenda nel 2001 per destinarla a parco ar-

di bambini di epoca romana, fornisce informazioni importanti su tempi e modalità di sviluppo fetale della popolazione del tempo. Lo smalto prenatale, studiato in relazione al successivo sviluppo postnatale, costituisce il principale oggetto di ricerca del progetto condotto da un team della Sapienza, in collaborazione con Museo delle Civiltà di Roma, Université di Toulouse III e University College London. La ricerca, realizzata per la Sapienza da Alessia Nava e coordinata da Alfredo Coppa

LORENZO QUILICI

SINDACO DI GERIONE

Piero Pruneti Info: 0874.841237

NASCITURI ROMANI IDENTIKIT DAI DENTI Dai denti da latte, l’identikit dei nascituri romani del II sec. d.C. Una ricerca della Sapienza ha analizzato lo smalto dei denti decidui, rinvenuti nella necropoli dell’antica Velia, in Campania, per ricostruire la vita prenatale ai tempi dell’impero romano. L’analisi della microstruttura istologica dello smalto dei denti decidui, su un campione


nell’ambito del dottorato in Biologia ambientale ed evoluzionistica, è pubblicata sulla rivista PLoS ONE. I denti sono importanti archivi paleobiologici che raccontano la storia di un individuo; quelli decidui, la cui formazione comincia già dai primi mesi in utero, possono costituire l’unica finestra di conoscenza sullo sviluppo intrauterino, un momento cruciale nella vita, che ha inevitabili ricadute sulla salute anche in età adulta. A oggi molti studi si sono focalizzati sulle porzioni di smalto dei denti decidui sviluppate dopo la nascita, ma è l’analisi delle porzioni prenatali che è cruciale nella conoscenza dello sviluppo intrauterino: permette di identificare eventi stressanti e può dare informazioni

Al termine del restauro è stato restituito alla città della laguna uno dei suoi simboli, la statua del Tòdaro collocata in origine – dal 1329 secondo l’umanista Francesco

è esposto da oltre un lustro sotto il portico del cortiletto dei Senatori all’ingresso di Palazzo Ducale dopo che, nel 1940, venne rimosso dalla colonna per proteggerlo da eventuali danni bellici. L’opera è stata oggetto di un intervento molto delicato, trattandosi di una statua ibrida molto fragile, nata dall’assemblaggio di parti diverse (testa, busto, armi...) per materiali ed epoche, proveniente da quell’Oriente bizantino con cui Venezia fu in rapporto per secoli. La testa – probabilmente d’epoca costantiniana, anche se rimaneggiata, in marmo bianco proveniente da Docimium (in Frigia) – viene identificata in un ritratto di Mitridate VI Eupator, il famoso re del Ponto che tenne i Romani in scacco sino alla sua morte

utili sulla salute della madre in gravidanza. I dati ottenuti dal campione di diciotto denti decidui su una popolazione della necropoli di Velia (I-II sec. d.C.) sono stati utilizzati per un modello statistico che permette di calcolare i tassi medi di crescita dei denti da latte e di stimare la percentuale di bambini nati prematuri in popolazioni archeologiche. «Il modello statistico impiegato – spiega Alessia Nava – conferisce validità metodologica ai risultati ottenuti e apre innumerevoli sce-

Sansovino – su una delle colonne di Piazzetta San Marco (dove dal 1948 c’è una copia). Si tratta di un altro recupero reso possibile dalla collaborazione tra Comune di Venezia, Fondazione Musei Civici, Fondaco e Rigoni di Asiago (che ha finanziato l’intervento). San Teodoro (Tòdaro in dialetto), santo-guerriero bizantino, primo protettore della città, è raffigurato nell’atto di uccidere un drago, svettante assieme alla colonna con il leone di San Marco verso il molo e lo storico bacino portuale. L’originale

nel 63 a.C., e probabilmente giunse a Venezia da Costantinopoli. Il torso, decorato da vittorie che incoronano un trofeo, doveva appartenere a una statua loricata di Adriano (117138 d.C.). Lo scudo è in pietra d’Istria; gambe, braccia e drago sono in marmo dell’isola di Proconneso, nel mar di Marmara; altre parti sono in marmo pentelico, lo stesso cavato vicino ad Atene e usato per il Partenone, mentre le armi in metallo sono medievali. Un palinsesto straordinario della storia millenaria di Venezia.

nari di ricerca meritevoli di approfondimento». In particolare il confronto tra i tassi di crescita media giornaliera in queste popolazioni e quelli osservabili in bambini di epoche moderne, cresciuti in un ambiente a stretto controllo medico, rivela sorprendentemente che lo sviluppo è più variabile e mediamente più alto nei bambini di epoca romana rispetto a quelli di oggi. Info: alfredo.coppa@uniroma1.it

STATUA DEL TÒDARO RITORNO A VENEZIA

APPUNTAMENTO MOSTRE ■ “Prima di Como. Nuove

scoperte dal territorio”. Como - Chiesa di S. Pietro in Atrio. Chiude 10 novembre. Info: 031.252550 ■ “Prima del bottone. Accessori e ornamenti del vestiario nell’antichità”. Torino - Museo di Antichità. Chiude 12 novembre. Info: 011.5211106 ■ “Pompei e i Greci”. Pompei (Na) - Scavi, Palestra Grande. Chiude 27 novembre. Info: 081.8575347 ■ “Longobardi. Un popolo che cambia la storia”. Pavia Castello Visconteo. Chiude 3 dicembre. Info: 0382.399770 ■ “Gli scavi di Vogliano nel Fayum”. Milano - Museo Archeologico. Chiude 15 dicembre. Info: 02.88465720 ■ “Katane tra mito e rito”. Catania - Ex Manifattura Tabacchi. Chiude 30 dicembre. Info: 095.7150508 ■ “Riscoprendo Monte Torretta di Pietragalla”. Potenza Museo Archeologico. Chiude 31 dicembre. Info: 0971.444833 ■ “Colosseo. Un’icona”. Roma - Colosseo. Chiude 7 gennaio 2018. Info: 06.39967700 ■ “Egitto. La scoperta del faraone Amenofi II”. Milano - MUDEC. Chiude 7 gennaio. Info: 02.54917 ■ “Missione Egitto 19031920”. Torino - Museo Egizio. Chiude 14 gennaio. Info: 011.4406903 ■ “Mutina splendidissima”. Modena - Foro Boario (dal 25.XI). Chiude 2 aprile. Info: 059.2033100 ■ “Nel mare dell’intimità. L’archeologia subacquea racconta l’Adriatico”. Trieste Salone degli Incanti (dal 16. XII). Chiude 1 maggio. Info: 040.6754300 ■ “Traiano. Costruire l’Impero. Creare l’Europa”. Roma Mercati di Traiano (dal 21.XI). Chiude 16 settembre. Info: 06.0608 Per un aggiornamento in tempo reale delle mostre in corso in Italia consultare:

www.archeologiaviva.it

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ANTICA TRADIZIONE Particolari delle raffinate decorazioni e delle sculture in stucco nel cosiddetto Tempietto Longobardo (VIII sec.) a Cividale del Friuli. Sono tre figure femminili: la prima indossa una tunica e ha il capo coperto in atto di devozione, mentre le altre due, riccamente vestite e decorate con collari gemmati, recano la corona del martirio e la croce. La qualità di questi stucchi, come di quelli in S. Salvatore a Brescia, attesta l’alta specializzazione delle maestranze messe in campo dai Longobardi, con radici nella tradizione romana e orientale.

ALTOMEDIOEVO ITALIANO


longobardi

dallÕItalia allÕattenzione mondiale

L’

ORIGINE DEI WINNILI, ANTICO NOME DEI Longobardi, il “popolo dalle lunghe barbe”, è posto in Scania, attuale Scandinavia, terra da cui essi migrarono verso la Germania settentrionale. Quando, nel 568, arrivarono in Italia, attraversando Boemia, Moravia, bassa Austria e Ungheria, erano un coacervo di gruppi diversi per etnia (Longobardi, Sassoni, Gepidi, Bulgari, Sarmati, Svevi e Pannoni), cultura e religione, spesso in contrapposizione tra loro. Da una parte c’erano i gruppi più tradizionalisti legati a una società basata sui lignaggi (farae), dall’altra le élites romanizzate, in parte ancora pagani ma ormai largamente convertiti al cristianesimo ariano*. Ma il contatto

bizantini di recente conquista. Da queste complesse forme di acculturazione emerse la nazione-mosaico della nostra Italia, una diversità che è tutt’oggi la nostra ricchezza. Ma chi erano i Longobardi? Invasori selvaggi che rasero al suolo quanto restava della civiltà classica, oppure popolo di emigranti già ampiamente romanizzato che avrebbe potuto trasformare l’Italia in una nazione, come i Franchi stavano facendo al di là delle Alpi? In realtà, quando i Longobardi arrivarono al seguito di Alboino, l’Italia era da poco uscita dai disastri della guerra greco-gotica (535-553) ed era governata da un’autorità bizantina che stentava a controllare le regioni a nord del Po; le città avevano perso da tempo l’antico splendore e le condizioni di vita erano fortemente deteriorate.

Il ruolo storico di questo popolo “calato” dalle Alpi alla fine del mondo antico in uno dei momenti più critici per la Penisola è stato rivalutato negli ultimi decenni dai risultati delle indagini in vari luoghi significativi per la presenza longobarda Ne emerge un’immagine che non è più quella di barbari distruttori di civiltà ma addirittura di primi costruttori di una nostra ricchezza e identità “nazionale” come documenta il sito seriale UNESCO “I Longobardi in Italia” con la tradizione romana e la tenacia dell’eredità della cultura latina li conquistarono: tra fine VI e VII secolo, con la regina Teodolinda, si convertirono al cattolicesimo e il re Rotari emanò il suo celebre Editto (643), modello d’una legislazione “barbarica” finalmente redatta per iscritto e in lingua latina. Le due anime dei Longobardi in Italia si contrapporranno fino al 680, quando il re Cuniperto riporterà una vittoria decisiva su Alachis, il duca ribelle di Brescia. Questa vittoria aprirà la strada a un’alleanza tra élites longobarde e gerarchie ecclesiastiche, grazie alla quale si arriverà al pieno utilizzo della cultura scritta e figurativa da parte della nuova aristocrazia, ormai definibile romano-longobarda anche per la confluenza delle aristocrazie dei territori

Così i nobili guerrieri venuti dal nord occuparono le dimore signorili e i palazzi superstiti, mentre il resto della popolazione ricavava modesti alloggi nelle stesse antiche domus. Nelle campagne, le piccole comunità, fin dalla prima fase migratoria, s’insediarono nelle vecchie fattorie di età romana o in nuovi villaggi di capanne. Nonostante i duchi vivessero in città insieme ai gastaldi*, la società longobarda appare fortemente ruralizzata, anche perché nella fase iniziale del regno, negli ultimi decenni del VI secolo, ci fu una espropriazione, spesso violenta, della grande proprietà terriera. Le città sopravvissero ma divennero essenzialmente centri militari di controllo del territorio, anche se non persero mai del tutto la loro importanza economica e come sede religiosa.

TESTI MARIAROSARIA SALVATORE IMMACOLATA AULISA GIAN PIETRO BROGIOLO ANGELA MARIA FERRONI GIORGIO FLAMINI SARA MASSEROLI ARIANNA PETRICONE GINA TOMAY FOTO ARCHIVIO FOTOGRAFICO MUSEI D’ARTE E STORIA BRESCIA ARCHIVIO MUSEO CRISTIANO E DEL TESORO DEL DUOMO DI CIVIDALE BAPPSAE CASERTA E BENEVENTO NICOLETTA DI CICCO PUCCI ELIO E STEFANO CIOL FAI MARCELLO FEDELI PASQUALE PALMIERI SOPRINTENDENZA PER I BENI ARCHEOLOGICI DELLA LOMBARDIA A CURA DI FRANCESCA MORANDINI


PRIMI LONGOBARDI Corredo della tomba femminile 87 della necropoli di Leno (Bs) databile al VI secolo. Si distinguono un vaso a fiaschetto con decorazione impressa, oggetti di ornamento (collana e pendenti) e un disco in bronzo decorato a traforo, che doveva ornare una ➝

Territori longobardi e problemi con Bisanzio

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Longobardi, dunque, una volta entrati in Italia dalle Alpi Giulie, occuparono rapidamente città quali Cividale, Aquileia, Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Milano e Pavia, e poi l’intera pianura padana, la Tuscia nel territorio compreso tra Lucca e Pistoia a nord, Viterbo a sud e Arezzo ad est (Langobar-

dia Maior*), mentre nel centro-sud stabilirono i tre ducati di Fermo, Spoleto e Benevento, comprendenti un vastissimo territorio tra Ancona e Cassano Jonico sulla costa adriatica, con esclusione di una buona parte della Puglia, e, sulla costa tirrenica, Napoli, Amalfi e Paestum (Langobardia Minor*). I tre grandi comprensori di Fermo, Spoleto e Benevento avevano necessità di un ponte di collegamento, possibile solo a scapito di Bisanzio. A sua volta l’im-

CIVIDALE DEL FRIULI: PRIMA CONQUISTA Nella valle del Natisone. Come narra Paolo Diacono (Historia Langobardorum 2,9), dopo aver conquistato agli inizi del 568 Cividale, la romana Forum Iulii, prima città di rilievo a cadere in mano longobarda, Alboino affidò il controllo della regione al nipote Gisulfo, nominandolo duca. Come in altre città, i Longobardi scelsero per i loro luoghi di potere zone poste in aree appartate ma difese dalle mura, vicino alle porte della città; la gastaldaga, sede del rappresentante del re, si trovava appunto nell’area di Valle, lungo il fiume Natisone*, vicino alla porta Brossana. Qui vennero edificati anche edifici di culto, come la chiesa di San Giovanni, l’oratorio di Santa Maria in Valle, e l’importante monastero di Santa Maria in Valle, il cui sviluppo nei secoli successivi ha quasi del tutto cancellato i resti del palazzo altomedievale del gastaldo. Il celebre Tempietto Longobardo. L’oratorio, noto come Tempietto Longobardo, uno dei più originali edifici dell’età longobarda, si compone di un’aula quadrata, con una volta a crociera, che si conclude con un presbiterio più basso, diviso da coppie di colonne in tre parti coperte da volte a botte. La sontuosa decorazione, comprendente lastre marmoree, stucchi, affreschi e mosaici nelle volte, si caratterizza in particolare per le figure in stucco delle sante a tutto tondo che coronano le tre pareti, evidenziando la raffinatezza della produzione artistica raggiunta nella tarda età longobarda, frutto dell’assimilazione e rielaborazione di tradizioni, forme e contenuti diversi. Anche per lo stile, aulico e sapientemente raffinato, il monumento viene attribuito alla coppia reale Astolfo (749-756) e Giseltrude. Vicini di casa: il gastaldo e il vescovo. La gastaldaga era adiacente al

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polo paleocristiano di Santa Maria, che divenne chiesa episcopale con annesso palazzo nella tarda età longobarda (VIII sec.). Del complesso episcopale, rinnovato e ampliato da Callisto (737-757), patriarca di Aquileia che trasferì la sua sede a Cividale, si conservano scarsi resti del palazzo al di sotto del Museo archeologico nazionale, dove sono esposti i corredi delle numerosissime sepolture longobarde rinvenute a Cividale, caratterizzate dalla forte presenza di reperti dell’età dell’immigrazione (VI sec.). Sotto al duomo il primo battistero. Dal battistero (V-VI sec.), rimesso in luce agli inizi del Novecento al di sotto del duomo, provengono due tra le più importanti opere della produzione scultorea longobarda, ora conservate nel Museo Cristiano e Tesoro del Duomo. La committenza elevata spiega l’altissima qualità del Tegurio di Callisto (un’edicola ottagonale che copriva il fonte battesimale, a colonne e archivolti finemente scolpiti con immagini simboliche e ricchi motivi decorativi) e l’altare fatto realizzare da re Ratchis (VIII sec.), unico manufatto dell’età longobarda dove viene raffigurato un tema narrativo biblico, reso con un linguaggio lineare e calligrafico che stravolge i canoni del naturalismo classico; l’altare era arricchito da un prezioso corredo di pietre incastonate e da un acceso cromatismo, che si può ammirare nuovamente grazie al recente allestimento multimediale. Angela Maria Ferroni Info: www.monasterodisantamariainvalle.it www.tempiettolongobardo.it (Monastero di Santa Maria in Valle e Tempietto Longobardo); www.mucris.it (Museo Cristiano Tesoro del Duomo); www.museoarcheologicocividale.beniculturali.it (Museo Archeologico Nazionale)


peratore d’Oriente nel 584 tentò di opporsi all’espansionismo longobardo con la creazione dell’esarcato* di Ravenna affacciato sull’Adriatico e mantenendo aperto il collegamento di questo con Roma attraverso il cosiddetto “corridoio bizantino”, che separava il ducato di Spoleto dalla Tuscia. Di qui, l’insormontabile contrasto tra Longobardi e Bizantini in Italia. Attorno alla metà dell’VIII secolo, quando salì al potere il nobile bresciano Desiderio

(756-774), affiancato dalla moglie Ansa, i Longobardi, al culmine del potere e della maturazione culturale e artistica, cercarono un ruolo politico sovrannazionale, ma lo scontro con i Franchi portò alla rovinosa e imprevista fine del loro regno; l’eredità longobarda rimase affidata al principato di Benevento, dove Arechi II*, genero del re Desiderio, si atteggiò a principe continuatore della cultura e delle tradizioni della propria gente.

➝ borsa in pelle, come suggerisce il disegno ricostruttivo. Notevole è la coppia di fibule in lamina d’argento dorato e decorate a sbalzo con motivi animali e vegetali, impreziositi da granati almandini a staffa, riferibili al patrimonio figurativo legato al mondo pannonico dei Longobardi in Italia.

SULLE RIVE DEL FIUME Cividale del Friuli lungo le sponde del Natisone: siamo nella zona occidentale della città dove si trovano gli edifici del periodo longobardo iscritti nel sito UNESCO.

COLORI PER RATCHIS L’altare donato dal re longobardo Ratchis (744-749) in memoria del padre Pemmone, ora esposto al Museo Cristiano di Cividale. È una sorta di trasposizione in scultura dell’abilità che i Longobardi maturarono nell’oreficeria. Un recente studio di Maria Teresa Costantini, grazie alle tracce di colore individuate sulla pietra, ha permesso di ricostruirne l’originaria policromia, proposta ai visitatori del museo con proiezioni ricostruttive (a cura di Tiziano Paganini).

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in questa pagina

RIUSO DEI MARMI Il superbo interno della basilica altomedievale di San Salvatore a Spoleto: abbondante fu il reimpiego di elementi architettonici di età romana, appartenenti a edifici pubblici e religiosi, sapientemente armonizzati nella grandiosa basilica cimiteriale.

Fortuna e sfortuna: la fama dei Longobardi

S

u questo popolo è calata più volte una sorta di damnatio memoriae, a partire dai Franchi, che dopo essere stati ripetutamente alleati, nel tardo VIII secolo invasero la parte centrosettentrionale della Penisola. Anche se Carlo si dichiarò rex Francorum et Langobardorum e anche se recuperò gran parte dell’aristocrazia longobarda, i nuovi vincitori di fatto fecero in modo che il ricordo dei Longobardi restasse per sempre offuscato dall’ombra della violenza, della barbarie e della superstizione pagana. Del resto fu lo

stesso Paolo Diacono, monaco e cronista dell’VIII secolo, longobardo ma “collaborazionista”, a fornire del suo popolo un’immagine feroce, che sarebbe mutata solo a seguito della conversione al cristianesimo nelle forme proposte dal vescovo di Roma, come già avevano fatto i Franchi almeno due secoli prima. Anche durante l’Umanesimo ai Longobardi toccò lo sgradito ruolo di “barbari invasori” rispetto ai più fortunati Franchi. E se gli stessi Machiavelli, Muratori e Giannone avevano notato un avvio di fusione tra Longobardi e Latini, ravvisandovi un principio di unità nazionale italiana, la loro immagine tornò a peggiorare con l’erudizione settecentesca

SPOLETO E CAMPELLO SUL CLITUNNO

Due complessi di culto per san Salvatore. Sono tre le tesi principali che fin dal XIX secolo si delineano in merito all’analisi critica e alla cronistoria della Basilica di San Salvatore a Spoleto e del cosiddetto Tempietto di Campello sul Clitunno, dedicato al medesimo santo, ambedue in provincia di Perugia: se si tratti di costruzioni di età tardoantica, o piuttosto di progetti celebrativi della cristianizzazione del popolo longobardo su commissione di un’élite o, ancora, del risultato di mediazione su epoche e fasi distinte, tardoantica e altomedievale. Comunque sia, si tratta di composizioni singolari ed eccellenti, con reimpiego di spolia* in un unicum architettonico, dal risultato estetico e compositivo-spaziale uniforme, che si concretizza sulla scia della tradizione classica con contaminazioni orientali dovute a maestranze presenti sul territorio spoletino rapportabili ai luoghi di provenienza di alcuni vescovi e, forse, a presenze di eremiti di origine siriaca. Dopo gli eventi sismici del 1979 sia il Tempietto che la Basilica sono stati restaurati (i rilievi e le analisi di Giordana Benazzi e Paolo Virilli sono fondamentali per la valutazione critica dei due monumenti, che ora fanno parte del sito seria-

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le “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere”). San Salvatore di Spoleto. Presidia la via Nursina (diretta a Nursia/ Norcia - ndr). Per la sua costruzione venne scelta ai piedi del colle Ciciano, di fronte al torrente Tessino e all’anfiteatro, un’area già cimiteriale e martiriale (nei pressi sorse anche la Basilica martiriale del patrono san Ponziano). San Salvatore ha un impianto basilicale, con la facciata principale esposta verso le porte nord e nord-est della città, e sorge su un edificio preesistente come fu accertato negli scavi condotti dall’archeologo britannico John Bryan Ward-Perkins (1912-1981). La basilica è divisa in tre navate con area presbiteriale tripartita conclusa da tre absidi, tre portali, quello centrale di grande imponenza, con tre finestre ad arco, quella centrale con decorazioni di sapore classico e contaminazioni orientali. Da parte sua, lo storico dell’arte Judson Emerick chiarisce situazioni spaziali e costruttive apparentemente eccentriche, dimostrando che vennero progettate per favorire alcune visuali come in una scenografia teatrale, per esempio nella vista del presbiterio dalla navata centrale. Lo studioso statunitense ci indirizza verso un’unica


e le passioni romantico-risorgimentali. Il rapporto fra un’etnia immigrata dominante e una maggioranza romana politicamente subordinata, la bipartizione politica della Penisola tra i nuovi arrivati e l’impero dopo lunghi secoli di unità – perfino sotto i Goti –, l’assunzione di un ruolo politico da parte del papato a difesa dei valori della romanità cristiana, si prestavano facilmente a deformazioni di prospettiva e di valutazione. Lo stesso Alessandro Manzoni nell’Adelchi (1822) dipingeva la schiavitù dei Romani sotto il giogo degli “occupanti” longobardi – come nel presente accadeva con la sottomissione degli italiani al potere della casa d’Asburgo – e ne

Il Discorso sopra alcuni punti della storia Longobardica in Italia, scritto in margine alla tragedia Adelchi, negava l’integrazione tra popoli conquistatori e conquistati, pur di dimostrare il ruolo positivo del papato nella storia politica italiana: la mancata fusione tra Longobardi e popolazione locale avrebbe causato una debolezza interna al regno longobardo, inducendo quindi il papa a chiamare i Franchi in Italia. Analogamente, in pieno Novecento, gli echi della drammatica occupazione tedesca hanno indotto molti storici a respingere il contributo dato alla costruzione dell’“identità” italiana da un “popolo giovane” e “germanico”, quale quello longobardo.

nelle due foto

TEMPIO CRISTIANO Campello sul Clitunno: una chiesa con un’architettura unica nel suo genere che unisce reimpieghi di elementi antichi ad altri altomedievali. Sul frontone, fra tralci vegetali campeggia una croce, mentre sull’architrave corre un’iscrizione in caratteri capitali longobardi che imita quelle presenti sugli edifici di età classica.

SPOLETO E CAMPELLO SUL CLITUNNO

fase costruttiva altomedievale sia per l’area presbiteriale, con intercolumni di più dimensioni, progettati per ingannare l’occhio, che per la navata centrale trabeata a livello più basso rispetto alla trabeazione presbiteriale. Il Tempietto di Campello. Questa costruzione pone gli stessi enigmi del San Salvatore di Spoleto. Si tratta di un piccolo tempio dedicato anch’esso a san Salvatore, eretto circa un chilometro a valle delle sorgenti del fiume Clitunno (le celebri “Fonti del Clitunno”) in una zona di risorgive e di cavità naturali, in un contesto sacro già in antico. Ha la forma di un tempio corinzio tetrastilo in antis con due portici laterali, costruito utilizzando quasi interamente materiali di spolio. Sopra al podio sono poste colonne corinzie ricoperte di foglie concluse da un architrave, che riporta, in scrittura capitale quadrata romana, la seguente iscrizione (si tratta di un esempio rarissimo di epigrafia monumentale altomedievale): SCS DEUS ANGELORUM QUI FECIT RESURRECTIONEM)/SCS DEUS PROFETARUM QUI FECIT REDENTIONEM/SCS DEUS APOSTOLORUM QUI FECIT REMISSIONEM ovvero ‘Dio santo degli angeli della resurre-

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zione/ Dio santo dei profeti che ci hai redenti/ Dio santo degli apostoli che concede la remissione dei peccati’. L’impiego degli spolia e le affinità delle decorazioni scultoree e pittoriche accomunano il Tempietto al San Salvatore di Spoleto. Nel Tempietto si conservano dipinti murali che sono stati messi in relazione con quelli altomedievali del presbiterio di Santa Maria Antiqua a Roma (vedi: AV n. 178). All’interno della cella, circoscritta dall’abside, si apre un’edicola con frontone di tipo siriaco, con cornici finemente scolpite e con timpano triangolare per tutta la lunghezza dell’abside. Al centro, nel secolo VII, furono dipinti il Pantocrator come nelle basiliche romane, tra gli apostoli Pietro e Paolo, più due angeli che fanno ala; sono ritenuti fra i più antichi dipinti in Umbria. Il Tempietto fu studiato con disegni e schizzi da Francesco di Giorgio Martini (1439-1501) e da Andrea Palladio (1508-1580), che se ne servì per i suoi studi di architettura classica. Giorgio Flamini Info: www.comunespoleto.gov.it www.spoletocard.it; www.comune.campello.pg.it www.ecomuseocampello.it

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TRACCE LONGOBARDE Nei pavimenti a mosaico delle domus romane, portati in luce a Brescia nei chiostri e nei cortili di Santa Giulia, si vedono le buche dei pali ➝

L’archeologia in aiuto alla realtà storica

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opo le grandi scoperte effettuate tra seconda metà del XIX secolo (Cividale del Friuli, Civezzano in Trentino, Testona in Piemonte) e prima metà del XX (Nocera Umbra

e Castel Trosino), dopo l’attenzione manifestata dai curatori dei musei – ottocenteschi e di nuova istituzione – con la raccolta di reperti dell’età delle migrazioni, nonché dopo l’avvio della pubblicazione di precise serie crono-tipologiche dei manufatti (a opera soprattutto di specialisti di altri paesi), a partire dagli anni Ses-

MONTE SANT’ANGELO: LONGOBARDI MECENATI Continuità di culto dai Longobardi fino ai giorni nostri. Il santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano, a Monte Sant’Angelo (Fg), custodisce numerose testimonianze documentarie, epigrafiche, archeologiche di matrice longobarda. I Longobardi furono particolarmente attratti dall’arcangelo Michele, santo con la spada, nel quale trovarono attributi e caratteristiche del pagano Wodan, per i popoli germanici dio supremo della guerra, psicopompo (accompagnatore delle anime - ndr), protettore di guerrieri ed eroi. Nella seconda metà del VII secolo, con Grimoaldo I (647-671), duca di Benevento, il santuario garganico cominciò a essere considerato santuario nazionale dei Longobardi e l’Arcangelo loro protettore. Il complesso, con le sue strutture di epoca longobarda, funzionali all’accoglienza dei pellegrini, con le sue epigrafi, i segni, i simboli, nei quali si sono fissati immaginario popolare e tradizione letteraria colta, rappresenta uno di quei pochi loca sanctorum altomedievali ancora leggibili e in grado di attestare una non usuale continuità storico-cultuale e un’intensa frequentazione sino ai giorni nostri (è uno dei tre maggiori luoghi di culto europei dedicati a san Michele, insieme a Mont Saint-Michel in Normandia e alla Sacra di San Michele in Val di Susa). Processione di re e duchi. Grimoaldo I, Romualdo I, Cuniperto, Romualdo II, Ansa – moglie di Desiderio (756-774), ultimo re dei Longobardi – sono alcuni dei rappresentanti delle dinastie longobarde di Pavia* e Benevento, le cui vicende sono, per taluni aspetti, legate al Gargano e alla devozione all’Arcangelo. Con una operazione di

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vera e propria evergesi monumentale, le dinastie di Benevento e di Pavia diedero vita a opere di ristrutturazione del santuario. Integre e ben leggibili sono tre iscrizioni monumentali di apparato, che attestano l’attenzione dei Longobardi per il santuario garganico: Romualdo I (662-687), duca di Benevento, appare come committente primario di una grandiosa monumentalizzazione del santuario micaelico, alla cui realizzazione dovettero partecipare anche alcuni autorevoli sudditi; un altro duca beneventano, Romualdo II (706731), volle lasciare il ricordo del suo pellegrinaggio alla grotta insieme alla moglie Gunperga; la terza iscrizione, di carattere dedicatorio celebrativo, fu incisa per ricordare ai pellegrini le opere di ristrutturazione eseguite tra VII e VIII secolo all’interno. Nomi graffiti di semplici pellegrini. Dalle iscrizioni del santuario, oltre a informazioni su rilevanti momenti della storia politico-religiosa della Langobardia Minor, si ricava una preziosa documentazione relativa alla gran massa dei semplici pellegrini che si recavano in visita alla sacra grotta. Le iscrizioni tracciate a sgraffio, o incise sulle strutture murarie del santuario, tramandano, oltre a nomi di origine semitica, greca e latina, almeno 97 nomi di sicura origine germanica: per lo più antroponimi goti, franchi, sassoni, alemanni e in particolare longobardi come Afridus, Ansipertus, Arechis, Auderada, Cunualdus, Ildirissi, Isitruda, Ludualdo, Maurualdu, Ratemund, Rodigisi, Rumildi, Tato, Varnedruda. Immacolata Aulisa Info: www.santuariosanmichele.it


santa del secolo scorso, la percezione dei Longobardi muta sensibilmente. L’Altomedioevo “barbarico”, prima considerato una “parentesi oscura” nella vicenda storica del nostro Paese, comincia a essere rivisto come una lunga epoca di transizione fra mondo antico e medievale, in cui persistenze, trasformazioni e innovazioni sono valutate al di fuori degli stereotipi “continuità/discontinuità” o “apogeo/decadenza”. Il ricorso, inoltre, da parte degli storici, a specialismi diversi, come l’etnoantropologia, ha consentito di arricchire l’analisi della società longobarda, uscendo dal solco obbligato della storia politico-istituzionale, per aprirsi piuttosto a temi quali le forme della vita materiale o i processi di acculturazione e vedendo anche sotto una luce diversa problemi già noti. Inoltre il rinnovamento nei metodi diagnostici sul campo, con il ricorso più o meno sviluppato alle analisi antropologiche, paleobotaniche, paleonutrizionali, ecc., fornisce un grande supporto alla interpretazione dei dati di scavo.

Longobardi in vetrina: riscoperta di un popolo

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nizia, quindi, una stagione di grandi mostre di respiro nazionale sui Longobardi – a partire da quella milanese del 1987, fortemente voluta da Ottone d’Assia* – affiancate da moltissime esposizioni locali che riferiscono

su tutti i rinvenimenti effettuati; si amplia così la conoscenza dell’età longobarda, e muta sostanzialmente l’orientamento storiografico. Sempre più si comincia a parlare di una storia “dell’Italia longobarda” e non “dei Longobardi in Italia”, per dirla con il medievista Stefano Gasparri, capace di disegnare tratti significativi

➝ delle capanne costruite nel VII secolo dai Longobardi su quanto rimaneva dell’antico prestigioso quartiere residenziale.

del patrimonio identitario nazionale, con singoli aspetti di eccezionale durata, come nel caso delle sopravvivenze di istituti del diritto longobardo nel campo del diritto civile fino addirittura al XVII secolo, o nella persistenza fino ai giorni nostri, sia nell’italiano che nei dialetti regionali, di numerose tracce testimoni dell’influenza esercitata dalla lingua longobarda. Oltre a nomi di persona (Aldo, Folco, Guido), sono attestati termini dell’uso corrente attinenti a diversi ambiti come la lavorazione del legno (bara, scaffale, panca), la tessitura (federa), le armi (strale, alabarda), l’anatomia (schiena, milza, stinco). ➝ a p. 26

(fine VI sec.) dal monastero di Santa Giulia a Brescia. Quest’oggetto alludeva alla forza rigeneratrice dei capelli, che crescono anche dopo la morte, ed era considerato un vero e proprio talismano. Presente nelle sepolture maschili come in quelle femminili, veniva spesso portato legato in vita, alla cintura, come ornamento. (Brescia, Museo della Cittˆ)

TALISMANO Pettine in osso

CULTO MICAELICO. A Monte Sant’Angelo sul Gargano la grotta dove nel VII secolo si sviluppò il culto di san Michele come protettore dei Longobardi. È questo il cuore del grande santuario, costruito sopra all’originaria parte ipogea, tuttora meta di pellegrinaggi sotto la custodia dei padri micaeliti.

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CROCI SUL SUDARIO Una delle piccole croci, in lamina d’oro decorata a sbalzo, provenienti da corredi funerari delle sepolture longobarde rinvenute in provincia di Brescia (VII sec.). Venivano cucite sul sudario che copriva il defunto. (Brescia, Museo della Cittˆ)

BENEVENTO LONGOBARDA E SANTA SOFIA Sovrapposizione di testimonianze millenarie. Benevento vanta una storia millenaria, segnata dal susseguirsi di culture che l’hanno resa un centro pluristratificato in cui testimonianze sannitiche, romane e longobarde compongono un mosaico multiforme. L’arrivo dei Longobardi a Benevento e la creazione del Ducato meridionale si collocano pochi anni dopo la “calata” in Italia del 568. Rispetto alla città romana l’insediamento di età longobarda occupò un’area più ridotta, delimitata da mura che inglobarono a nord e a sud, utilizzandoli come porte urbiche, l’Arco di Traiano e l’Arco del Sacramento, tra i monumenti più significativi di età romano-imperiale. Splendore sotto Arechi. Nell’VIII secolo Benevento conobbe un periodo di grande splendore grazie ad Arechi II, genero di Desiderio, nominato duca nel 758, promotore di un intenso rinnovamento edilizio: oltre a un nuovo quartiere, la cosiddetta civitas nova, e all’ampliamento del palazzo ducale, egli edificò la chiesa di Santa Sofia, destinata a divenire santuario nazionale e luogo simbolo del popolo longobardo. Nel 774, infatti, a seguito della conquista della Langobardia Maior* (settentrionale) a opera di Carlo Magno, Arechi II raccolse l’eredità della cultura longobarda in Italia, che perdurò a Benevento per oltre tre secoli fino alla presa della città da parte dei Normanni nel 1076. Raro esempio di architettura longobarda. Costruita intorno al 760, Santa Sofia documenta un’ulteriore tipologia di architettura longonelle due foto

LUOGO SIMBOLO All’interno di Santa Sofia (VIII sec.), fatta erigere a Benevento da Arechi II, si conservano lacerti della cosiddetta “pittura beneventana”, come questo con l’arcangelo Gabriele. La chiesa presenta una pianta centripeta (si noti il magnifico gioco delle volte) e fu arricchita da colonne e capitelli antichi reimpiegati con grande armonia.

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barda: a pianta centrale, presenta un perimetro irregolare che definisce un impianto stellare, con tre absidi sul fondo e due ambulacri concentrici con colonne e pilastri disposti a formare un esagono e un decagono. Notevole è il reimpiego di colonne e capitelli di età romana, alcuni dei quali rovesciati e utilizzati come basi, pratica diffusa nei monumenti che i Longobardi costruirono nella Penisola. Nelle due absidi minori si conservano ancora parti di un ciclo pittorico risalente all’VIII secolo dedicato alle storie di Cristo e, in particolare, a episodi dell’Incarnazione e dell’Infanzia. Oltre alla “pittura beneventana”, di cui gli affreschi di Santa Sofia sono massima espressione, un’altra importante manifestazione artistica è rappresentata dalla “scrittura beneventana”, adottata negli scriptoria dei monasteri per trascrivere codici miniati e opere dell’antichità. Accanto alla chiesa di Santa Sofia Arechi II fondò un monastero femminile, distrutto probabilmente dal terremoto del 968. Testimonianze della decorazione scultorea originaria si conservano nel bellissimo chiostro, annesso alla chiesa e ampliato nel XII secolo, scandito da raffinate quadrifore e da una trifora con archi arabeggianti su eleganti colonnine, alcune delle quali sormontate da capitelli di età longobarda. Il chiostro e l’edificio conventuale ospitano oggi il Museo del Sannio, che espone importanti testimonianze di epoca romana e longobarda. Gina Tomay Info: www.santasofiabenevento.it (Santa Sofia); www.museodelsannio.it (Chiostro e Museo del Sannio)


in basso a sinistra

AFFRESCHI UNICI

LA GUERRA

Scena dei Vangeli apocrifi in un affresco altomedievale della basilica di S. Maria foris portas a Castelseprio. Lo stile rinnova il pittoricismo ellenistico, senza confronti nelle produzioni fra VI e IX secolo.

Punte di lancia altomedievali rinvenute nel territorio di Brescia, facenti parte di corredi funebri di guerrieri longobardi. Vediamo anche un umbone di scudo (metà VII sec.) da Milzanello (Bs): la parte centrale dello scudo era in ferro, spesso decorata con applicazioni in bronzo dorato, per rafforzare la struttura in pelle e proteggere l’immanicatura. (Brescia, Museo della Cittˆ)

MONASTERO Il complesso di Torba: il torrione venne utlizzato in età longobarda (VIII sec.) come sede di un monastero femminile, con relativo sepolcreto e oratorio.

LÕAREA ARCHEOLOGICA DI CASTELSEPRIO E TORBA Controllo di una regione strategica. Sviluppatosi su un pianoro naturalmente difeso, a controllo della valle dell’Olona (subaffluente di sinistra del Po), l’insediamento fortificato (castrum) di Castelseprio, in provincia di Varese, ha svolto per secoli funzioni di controllo territoriale, prima nell’ambito del sistema di fortificazioni subalpine tardoantiche e gote (IV-VI sec.), poi, in età longobarda (VI-VIII sec.) e carolingia (IX-XI sec.), come centro amministrativo-giurisdizionale dell’area del Seprio*. L’importanza del sito è tale che, ancora nel tardo Medioevo, è oggetto di contesa tra le famiglie dei Visconti e dei della Torre, in lotta per la signoria di Milano: nel 1287 prevale l’arcivescovo Ottone Visconti, che ordina la distruzione della città, risparmiando soltanto gli edifici religiosi del castrum e del borgo circostante. Continueranno così a svolgere le proprie funzioni fino al XVI secolo e oltre, la basilica principale di San Giovanni con l’attiguo battistero e il complesso delle case dei Canonici, la chiesa di San Paolo e il conventino dei Frati umiliati, poi francescani, di San Giovanni, mentre l’oratorio di Santa Maria foris portas, all’esterno delle mura, sarà sconsacrato soltanto all’inizio del Novecento. In visita a Castelseprio. Oggi, in una splendida cornice paesaggistica, ci accolgono i resti della poderosa cinta muraria di età gota (V-VI sec.) con il ponte d’accesso e le torri, della cosiddetta casaforte (sede dell’autorità del castrum), degli edifici religiosi e di quel-

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li civili, come la casa longobarda oggetto di recenti indagini. Da non perdere lo straordinario ciclo di affreschi altomedievali nella chiesa di Santa Maria foris portas, con scene della Natività e dell’infanzia di Gesù, ispirate ai Vangeli apocrifi: per l’originalità del suo autore questo ciclo è ancora oggi, a settant’anni dalla scoperta, oggetto di discussione tra gli studiosi, che lo datano a momenti diversi tra VI e IX secolo. Merita una visita anche l’Antiquarium allestito nell’ex conventino, dove si possono ammirare, oltre agli affreschi cinquecenteschi della chiesa conventuale, i materiali archeologici, che consentono di ripercorrere la storia millenaria del sito dall’età preistorica a quella tardoromana, dall’epoca gota a quella longobarda, dal Medioevo al Rinascimento. A Torba un complesso monastico. A sud-est del pianoro le mura di Castelseprio scendono a comprendere il complesso monastico di Torba, fondato nell’VIII secolo, ancora in età longobarda, e divenuto cascina dopo l’allontanamento delle monache benedettine nel XVI secolo. Oggi è proprietà del FAI (con spazi didattici e di ristoro): vi si conservano la chiesetta di Santa Maria e la torre tardoantica trasformata in oratorio e luogo di sepoltura delle monache, con importanti affreschi altomedievali. Sara Matilde Masseroli Info: www.unescovarese.com/castelseprio www.monasteroditorba.it

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ELEGANZA Collana, con vaghi in pasta di vetro e pietra, proveniente dal corredo della tomba 69 (inizi VII sec.) di Nocera Umbra (Pg), dov’è stata portata in luce una delle necropoli più ricche della Langobardia Minor. (Spoleto, Museo Nazionale del Ducato)

Da necropoli e abitati affiora una nuova storia

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arallelamente viene avviata anche la revisione dei grandi scavi di necropoli realizzati nel XIX secolo, andando oltre la presunta contrapposizione fra Longobardi e autoctoni, ma cercando soprattutto di leggere in trasparenza la composizione sociale

RICCHEZZA Fibula a disco in argento dorato, trasformata in pendente e decorata con perle fluviali alternate a paste di vetro blu e verdi; al centro è stato inserito un cammeo in onice di età romana. Rinvenuta nella tomba 62 (VI sec.) di Cava Ponte del Rio a Spilamberto (Mo).

delle diverse comunità, con particolare attenzione ai ceti dominanti per i quali riti e corredi funerari forniscono molti dati. Tra VI e VII secolo per le élites i rituali funerari longobardi assumono la forma di veri e propri “investimenti“ allo scopo di perpetuare la memoria sociale dei defunti per le generazioni future. Abbigliate spesso con vesti preziose, le salme sono accompagnate nella sepoltura da una grande varietà tipologica di oggetti, cui si unisce la preziosità dei materiali: oggetti d’oro e d’argento, recipienti di vetro, scatole di avorio decorate, bacili in bronzo oltre a oggetti preziosi come collane e orecchini d’oro per le donne e cinture di sospensione della spada o del sax (spada più leggera a un solo taglio - ndr) guarnite di elementi d’oro e di agemina d’argento per

BRESCIA LONGOBARDA E SAN SALVATORE Corte ducale e corte regia. A Brescia i due centri del potere longobardo, formatisi dopo la divisione, al tempo di Autari (584-590), dei beni pubblici tra duchi e re, si collocarono presso le due porte estreme del decumano massimo, percorso urbano dell’importante via tra Milano e Verona. La corte ducale si trovava all’esterno della porta verso Milano, in un preesistente grande palazzo pubblico ad ali. La corte regia occupò invece, oltre al castello, il complesso degli antichi edifici pubblici di età romana (capitolium - teatro) e i due isolati verso est, dove le domus private erano finite, forse già in età gota (V-VI sec.), tra i beni del re. In quest’ultimo settore gli scavi hanno documentato una ventina di capanne di artigiani di condizione servile impegnati nella metallurgia, nella lavorazione dell’osso, del vetro e di altri materiali. Calce per gli edifici più importanti. Di particolare rilevanza è stato il rinvenimento, nel capitolium, di capanne dove abitavano artigiani impegnati, tra l’altro, nella produzione di ceramica tipicamente longobarda, a stampiglia e stralucido, cotta in piccoli forni, uno dei quali, quasi interamente conservato, è ancora visibile. In questa zona, ricca di monumenti romani, grandi calchere trasformavano i marmi in calce destinata a costruzioni di qualità: probabilmente le residenze dei funzionari della corte regia (solo sfiorate dagli scavi nel quarto chiostro di Santa Giulia) e le chiese. Desiderio fonda San Salvatore. Tra le chiese, di assoluto rilievo è quella della corte regia del secolo VII, dedicata al Salvatore, individuata da Gaetano Panazza* (scavi 1958-62) al di sotto della chiesa ricostruita alla metà dell’VIII secolo dal duca Desiderio. Questi, nel 753, unitamente alla moglie Ansa, su beni pertinenti alla corte regia, a lui donati dal re Astolfo, avvia infatti la fondazione di un

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monastero dedicato a san Salvatore. Divenuto re nel 757, Desiderio porterà a compimento l’iniziativa, conclusa, dieci anni più tardi, con la consacrazione del complesso nel quale la coppia regale aveva concentrato un gran numero di proprietà e ricchezze al fine di assicurare una continuità alla famiglia. Del monastero di Desiderio sopravvive in alzato, oltre alla chiesa a tre navate e cripta anulare, decorata da un ciclo di affreschi e stucchi, anche un edificio del chiostro sud-occidentale (ora sede degli uffici dei Civici Musei). Architetture e decorazioni – una delle più significative testimonianze dell’età longobarda – furono realizzate dalle medesime maestranze che avevano lavorato nella corte regia di Cividale del Friuli per il tempietto di Santa Maria in Valle: maestranze forse venute dall’Oriente, anticipatrici di quelle espressioni artistiche che verranno fatte proprie, qualche anno dopo, dalla rinascenza carolingia nel cenobio di Müstair (Svizzera, Canton Grigioni). Gli scavi (1980 - metà anni ’90) hanno altresì documentato una sequenza con, a sud della chiesa, la grande necropoli monastica e alcuni edifici di altri due chiostri del complesso, mentre nell’isolato adiacente, in gran parte destinato a “ortaglia” del monastero, si susseguono segni di attività produttive legate al monastero stesso. Nell’area del teatro romano sono state invece riconosciute le fasi altomedievali (VIII-IX sec.) di un edificio identificato come xenodochio (ospizio gratuito per viandanti e pellegrini - ndr). Infine dedicato a Santa Giulia. Nel 774, sconfitto da Carlo re dei Franchi, Desiderio venne portato prigioniero in Francia. Il monastero, dov’era badessa sua figlia Anselperga, passò direttamente sotto il controllo dei Carolingi, interessati allo sfruttamento delle ingenti proprietà del complesso monastico. Tuttavia, nella chiesa di San


gli uomini. Anche le spade sono decorate ad agemina, gli umboni dello scudo recano sulla sommità ricche ed elaborate decorazioni in bronzo. Oltre a questo repertorio di armi, più articolato rispetto a quello della generazione precedente, si diffonde un tipo di sepoltura maschile che inserisce nel corredo di armi oggetti che alludono più o meno esplicitamente allo status di guerriero a cavallo, fino alla presenza dello scheletro del cavallo, sepolto in una fossa separata, oppure nella stessa dell’uomo armato. Alle tombe maschili di queste élites si accompagna un certo numero di tombe femminili, che rivelano un’ostentazione analoga, e sono dunque presentate come sepolture della “moglie del cavaliere”. Tra fine VII e prima metà dell’VIII secolo, diminuiscono sia il numero di tombe dotate di corredo, sia quantità e qualità degli oggetti deposti. Addirittura, a partire dall’VIII secolo, nelle famiglie aristocratiche l’intreccio sempre più stretto con le gerarchie ecclesiastiche porta un mutamento nei rituali funerari: abbandonato l’uso del corredo, si comincia ad affidare alla parola scritta – quindi a un’epigrafe funeraria – il racconto delle imprese del defunto e la continuità della famiglia, mentre terre e mobilia donati a chiese e monasteri costituiscono il mezzo per ottenere la salvezza. ➝ a p. 29

PER I LONGOBARDI UN SITO SERIALE UNESCO In Italia testimonianze uniche. Sul territorio italiano sono presenti testimonianze della civiltà longobarda di eccezionale valore, uniche, in quanto tale civiltà si è espressa in forme monumentali solo dal suo manifestarsi in Italia nel 568, mentre nei luoghi di provenienza (nord e centro-est europeo) le attestazioni artistiche longobarde sono relative a oggetti di ornamento personale e di corredo d’armi. Da queste valutazioni è nata la candidatura di sette siti longobardi italiani per costituire il sito seriale UNESCO “I Longobardi in Italia. I centri del potere (568774 d.C.)”. Si tratta appunto di un sito definito seriale in quanto composto da una serie di beni appartenenti allo stesso contesto storico-culturale. I beni compresi nel sito (ognuno presentato in questo articolo con una sua scheda) sono i seguenti: Tempietto Longobardo a Cividale del Friuli (Ud); complesso monastico di San Salvatore - Santa Giulia a Brescia; castrum di Castelseprio-Torba (Va); Tempietto del Clitunno a Campello (Pg); Basilica di S. Salvatore a Spoleto (Pg); Chiesa di Santa Sofia a Benevento; Santuario garganico di San Michele a Monte Sant’Angelo (Fg). Tali beni rappresentano, ognuno per la propria tipologia specifica, il modello più significativo o quello meglio conservato tra le numerose testimonianze diffuse nel territorio nazionale e, nel loro insieme, rispecchiano l’universalità della cultura longobarda al suo apice. Mariarosaria Salvatore

BRESCIA LONGOBARDA E SAN SALVATORE Salvatore si conservarono il ciclo pittorico, le iscrizioni che celebravano la famiglia di re Desiderio, gli oggetti di ornamento da loro donati. Al tempo dell’imperatore Berengario* (915-924), su quelle immagini e su quelle iscrizioni, che associavano la regina Ansa alle reliquie di santa Giulia* da lei portate al monastero, venne rifondaFONDATO DA DESIDERIO L’area del complesso monumentale di Santa Giulia, oggi sede del Museo della Città di Brescia, voluto dall’ultimo re longobardo e dalla moglie Ansa. Vediamo anche l’interno della basilica di S. Salvatore risalente all’VIII secolo, a cui fu dedicato in origine lo stesso monastero bresciano: molte colonne provengono da edifici pubblici di età romana, alcuni capitelli sono di origine ravennate mentre altri vennero scolpiti da artigiani longobardi a imitazione di quelli antichi.

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ta un’identità “longobarda” che trovò espressione nel nuovo titolo di Santa Giulia assunto dal cenobio, nel quale il culto verso le due donne si mantenne fino alla soppressione napoleonica del 1796. Info: www.bresciamusei.com

Gian Pietro Brogiolo


UN’ASSOCIAZIONE PER I LONGOBARDI Prezioso strumento per sette realtà monumentali. Nel 2009 viene fondata a Spoleto l’Associazione Italia Langobardorum per rappresentare la struttura di gestione del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)”, iscritto dal 2011 nella Lista del Patrimonio Mondiale, con sette siti dislocati in altrettanti comuni italiani: Benevento, Brescia, Campello sul Clitunno, Castelseprio, Cividale del Friuli, MonLONGOBARDI te Sant’Angelo e IN ITALIA Spoleto. La candiMonumenti inclusi datura della rete nel sito seriale longobarda ha visto UNESCO. il coinvolgimento di cinquantadue istituzioni ed enti pubblici e privati. Oltre al MiBACT, hanno partecipato regioni e comuni interessati, la parrocchia di S. Maria Assunta di Cividale, le arcidiocesi di Spoleto e Norcia e quella di Benevento, la basilica di San Michele Arcangelo, l’Ente Parco Nazionale del Gargano, la Comunità Montana dei Monti Martani e del Serano e quella del Gargano, la Fondazione CAB-Istituto di Cultura Giovanni Folonari, il FAI, i due maggiori centri di studi per il periodo in esame: il CISAM-Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo e il Centro di Studi Micaelici e Garganici. L’Associazione persegue i propri fini con il supporto degli uffici di coordinamento locale, istituiti dai comuni, e anche attraverso partenariati con soggetti pubblici e privati per sviluppare la rete longobarda in un percorso organiz-

zato di interazioni con gli stakeholder dei territori. La struttura prevede un Consiglio di amministrazione, dove i sette territori sono rappresentati dagli amministratori dei rispettivi comuni, da Fondazione CAB-Istituto di cultura Giovanni Folonari e MiBACT. Inoltre da un’Assemblea dei soci e da un Tavolo di coordinamento che progetta le attività di rete e monitorizza il Piano di gestione. Maria Stovali Attività del sito seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)”. Dal 2011 l’Associazione Italia Langobardorum ha partecipato ai bandi del MiBACT “Misure speciali di tutela e fruizione dei siti italiani di interesse culturale, paesaggistico e ambientale, inseriti nella ‘Lista del patrimonio mondiale’, posti sotto tutela UNESCO” ed è l’unico soggetto titolato a fruire delle misure finanziarie previste. Le attività hanno spaziato dalla realizzazione del sito web I Longobardi in Italia (che fornisce informazioni sul sito seriale UNESCO, sul popolo dei Longobardi ed evidenzia la realtà culturale e turistica di ogni monumento della rete) alla partecipazione a eventi promozionali, al potenziamento degli stessi uffici UNESCO in ognuno dei sette territori rappresentati. I prodotti realizzati sono eterogenei ma con il comune denominatore della sensibilizzazione verso i valori del popolo dei Longobardi e del patrimonio che ne è rimasto: tre volumi didattici (I Longobardi, Trame longobarde e A tavola con Re Rotari); una scatola gioco sui Longobardi; una guida a stampa con le evidenze longobarde di ognuno dei sette siti; il film L’Italia dei Longobardi e sette documentari per le eccellenze longobarde iscritte nel sito seriale UNESCO (in partenariato con la IULM); aule didattiche per laboratori tessili e alimentari; tavoli interattivi con informazioni sul sito e sulla cultura dei Longobardi; moduli didattici per le LIM; la mostra “Trame longobarde”; una APP per iOS e Android; una sezione didattica online, accessibile dal sito web. Inoltre, l’Associazione ha finanziato corsi di formazione per docenti e operatori culturali, attività didattico-laboratoriali e viaggi d’istruzione dedicati alle scuole. Arianna Petricone Info: www.longobardinitalia.it

*NON TUTTI SANNO CHE... Arechi II. Duca longobardo di Benevento dal 758 al 774, poi principe della stessa città fino alla morte (787); la moglie era una delle figlie di Desiderio, ultimo re dei Longobardi. Dopo il 774 si radicò a Salerno dove fece costruire una reggia. Arianesimo. Prende nome dal presbitero alessandrino Ario. Il movimento, diffusosi nel IV secolo, sosteneva che nella Trinità il Figlio doveva essere subordinato al Padre poiché non possedeva la natura divina. Fu dichiarato eretico dal Concilio di Nicea (325) . Berengario I. Nato a Cividale del Friuli nell’850. Marchese del Friuli nell’874. Nell’888 fu incoronato Re d’Italia a Pavia e poi nel 915 Imperatore dei Romani dall’arcivescovo di Ravenna. Muore vittima di una congiura nel 924. Esarcato. Territorio imperiale sottoposto al controllo di un esarca, ufficiale o dignitario della corte costantinopolitana alle dipendenze dirette dell’imperatore bizantino. Dalla fine del VI secolo fino alla metà dell’VIII secolo l’esarca inviato in Italia risiedeva a Ravenna. Gastaldo. Per nomina diretta del re longobardo amministrava i territori reali con pieni poteri nelle zone di sua competenza. I principali fra essi, a significare l’alta dignità, prendevano il titolo di conti. Anche la Chiesa ebbe i suoi gastaldi per l’amministrazione dei propri beni e di quelli dei vescovi e dei monasteri. L’esistenza di gastaldi è attestata in parecchie città italiane durante l’Altomedioevo.

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Giulia (santa). Si narra di una nobile ragazza cartaginese del V secolo caduta in schiavitù. Durante un viaggio con il padrone, a causa di un naufragio giunse in Corsica; qui i naufraghi sacrificarono agli dei per essere scampati alla morte, tranne Giulia, perché cristiana. Il governatore del posto le offrì la libertà qualora anch’essa avesse sacrificato. Essendosi rifiutata, fu crocifissa e gettata in mare. Alcuni monaci di un’isola vicina avvistarono il corpo, lo recuperarono e lo deposero in un sepolcro. Intorno al 762 Ansa, moglie di Desiderio, ultimo re dei longobardi, fece traslare le reliquie a Brescia, mentre nel 763 papa Paolo I consacrò a santa Giulia una chiesa. Langobardia Maior. Comprendeva i domini longobardi dell’Italia settentrionale. Era ripartita in ducati e includeva la capitale del regno, Pavia. Nel 774 venne assorbita dall’Impero carolingio. Al momento dell’irruzione dalla Pannonia, nel 568, i Longobardi occuparono gran parte della Val Padana, gli attuali Veneto e Friuli, la porzione centrale a nord del Po: Brescia, Bergamo, Milano, Pavia e l’intera valle del Ticino, l’attuale Piemonte e l’odierna Toscana. Le numerose campagne militari, condotte durante il regno longobardo dai sovrani o dai singoli duchi, estesero il territorio, aggiungendo la Tuscia, l’Isola Comacina nel lago di Como, Parma e Piacenza, Padova, Este, Abano, Monselice, Cremona e Mantova. Infine Rotari, nel 643, annesse la Liguria.


Con l’UNESCO dall’Italia all’attenzione mondiale

I

l 25 giugno del 2011 i Longobardi in Italia sono stati inclusi, come sito seriale*, nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO, riconoscendo come, attraverso un lento processo di acculturazione, questo popolo sia riuscito a integrare la propria tradizione con quella romana in una società multietnica e multiculturale, stabilendo anche rapporti con il Mediterraneo e con i paesi transalpini. Anche il rapporto con i Bizantini, sempre estremamente conflittuale sul piano politico, culturale e artisti-

co, si caratterizza invece con una ripresa di moduli e stilemi tipici di quell’arte, ovvero con l’utilizzo, per alcune categorie di oggetti, di botteghe e artigiani bizantini. Un riconoscimento, quindi, quello dell’UNESCO, che sancisce il portato degli studi contemporanei e mette fine ai concetti di “decadenza”, “fine della civiltà” e “barbarie” che venivano generalmente associati all’età che va dalla caduta dell’Impero Romano alla nascita di quello Carolingio, grossomodo dal V al IX secolo, affermando invece – in una visione oggi particolarmente attuale – l’idea del continuum del processo storico, caratterizzato dalla compenetrazione di civiltà diverse. Mariarosaria Salvatore Chi sono gli autori: I. Aulisa, Dipartimento di Studi Umanistici - Università di Bari “Aldo Moro”; G.P. Brogiolo, già odinario di Archeologia medievale all’Università di Padova; A.M. Ferroni, funzionario archeologo - Ufficio UNESCO MiBACT; G. Flamini, architetto; S. Masseroli, direttrice Parco Archeologico e Antiquarium di Castelseprio - Soprintendenza BAP per le province Lecco, Como, Monza e Brianza, Pavia, Sondrio e Varese; F. Morandini, responsabile collezioni e aree archeologiche Musei di Brescia; A. Petricone, storica dell’Arte medievale; M. Salvatore, archeologa già dirigente MiBACT; M. Stovali, responsabile Ufficio UNESCO - Comune di Spoleto; G. Tomay, Polo Museale della Calabria già funzionario archeologo responsabile di Benevento.

ULTIMO SOVRANO Re Desiderio in un ritratto di scuola lombarda (fine XVI sec.). Con la moglie Ansa promosse la costruzione dei monasteri di Leno nel Bresciano e di San Salvatore a Brescia. Di quest’ultimo nominò badessa una delle figlie, Ermengarda, sposa ripudiata di Carlo Magno. Un’altra figlia, Adelperga, andò in moglie al duca Arechi di Benevento. (Collezione privata)

ERMENGARDA Giuseppe Bezzuoli, Svenimento di Ermengarda (1837). Nella tragedia Adelchi (1822) Alessandro Manzoni ambienta a Brescia, tra le mura di Santa Giulia, il vaneggiamento della figlia di Desiderio in prossimità della morte: «Sparsa le trecce morbide sull’affannoso petto, lenta le palme, e rorida di morte il bianco aspetto, giace la pia, col tremolo sguardo cercando il ciel». (Firenze, Uffizi)

*NON TUTTI SANNO CHE... Langobardia Minor. Comprendeva i domini dell’Italia centro-meridionale, a sud dei possedimenti bizantini, che andavano da Roma a Ravenna attraverso le attuali Umbria e Marche. L’Esarcato di Ravenna era collegato a Roma mediante il cosiddetto “corridoio bizantino”, che passava per Amelia, Todi e Perugia e separava la Langobardia Minor dalla Maior. I territori della L. Minor conservarono per l’intera durata del regno longobardo (568-774) una notevole stabilità istituzionale, sempre articolati nei due ducati di Spoleto e di Benevento. Inizialmente includeva solo le aree interne, lasciando ai Bizantini il controllo delle fasce costiere; in un secondo momento i possedimenti longobardi si estesero anche alle coste. Natisone. Fiume del Friuli (55 km), affluente del Torre e sub-affluente dell’Isonzo. Nasce presso Prossenicco (frazione di Taipana - Ud) al confine fra Friuli-Venezia Giulia e Slovenia. Ottone d’Assia. Archeologo (1937-1998), tra coloro che hanno avviato la ripresa degli studi di archeologia medievale in Italia. Compì i suoi studi a Monaco di Baviera sotto la guida di Joachim Werner, che lo indirizzò agli aspetti della cultura materiale altomedievale. A partire dalla metà degli anni Sessanta, si concentrò sullo studio dei reperti longobardi in Italia. Dal 1973 insegnò Archeologia medievale all’Università di Pisa, poi dal 1986 all’Università di Venezia. Gaetano Panazza. Letterato, storico e critico dell’arte (1914-1996).

Figura centrale della cultura bresciana del Novecento, prima come studioso, poi come direttore dei Civici Musei, infine come presidente dell’Ateneo di Scienze Lettere e Arti. Pose le basi scientifiche per gli interventi sul complesso di San Salvatore-Santa Giulia; condusse scavi e studi su San Salvatore dal 1959 al 1962, da cui si è mosso il progetto di recupero dell’intero monastero. Pavia. Capitale del Regno dal 625 al 774, fu il centro più importante della cultura longobarda. Le prerogative di capitale e la presenza dei sovrani influenzarono le vicende urbanistiche, ecclesiastiche e culturali della città durante tutto l’Altomedioevo. I re Clefi, Autari, Agilulfo, Rotari e Ariperto promossero la costruzione di numerose basiliche e di monasteri; purtroppo la maggior parte degli edifici, eretti tra VII e VIII secolo, è andata perduta o ha subito modifiche radicali. Seprio. Regione storica della Lombardia, oggi corrispondente grossomodo alla parte centro-meridionale della provincia di Varese e a quella sud-occidentale della provincia di Como. Sito seriale. Nella Lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO, una serie di beni culturali appartenenti allo stesso contesto storico-culturale, considerati come un unico sito organico. Spolia. Materiali architettonici e decorativi antichi riutilizzati in costruzioni più recenti. A cura di Arianna Petricone

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CATANIA

la colonia riscoperta TESTI MARIA COSTANZA LENTINI FABIO CARUSO MASSIMO FRASCA ANTONELLA PAUTASSO FOTO MAR DANILO PAVONE IBAM-CNR

CIVILTÀ ELLENICA

Fino a non molto tempo fa si pensava che la città fondata dai greci calcidesi sulle rive dello Jonio ai piedi dell’Etna fosse stata cancellata da ripetute colate laviche: le indagini degli ultimi decenni nel centro storico hanno invece restituito le testimonianze vive di un grande centro ellenico strettamente legato alle vicende della madrepatria e al culto delle proprie divinità


LA CITTÀ E IL VULCANO La colata lavica dell’Etna in eruzione fotografata in notturna dal porto vecchio di Catania. Con le sue frequenti fasi parossistiche il vulcano ha segnato da sempre la vita della città e le sue pratiche religiose, a partire dalla colonizzazione greca. (Foto Creative Commons by Gnuckx)


DEMETRA E KORE Il magnifico rilievo votivo attico, con ogni probabilità importato da Atene, con le due dee nella tipica rappresentazione eleusina* (420-200 a.C.), rinvenuto negli anni Trenta in piazza S. Nicolella a Catania.

CENTRO STORICO Veduta aerea delle pendici della collina di Montevergine dove sorgeva l’acropoli della greca Katane: a destra via Crociferi e piazza S. Francesco, a sinistra il teatro antico, dove Alcibiade avrebbe pronunciato il famoso discorso che portò Catania ad allearsi con Atene nella seconda guerra del Peloponneso (dell’edificio di epoca greca rimane poco: la struttura visibile è di età romana imperiale).

C

ATANIA SOPRAVVIVE ALL’ANtichità, mantenendo immutato il nome della colonia greca, Katane, fondata, secondo lo storico ateniese Tucidide, poco dopo Leontinoi (attuale Lentini, una trentina di chilometri più a sud), cioè dopo il 729 a.C., da coloni calcidesi* – gli stessi di Naxos, prima colonia ellenica in Sicilia – sotto la guida di Evarco (Euarchos, ‘il buon comandante’). Dunque, le origini di Catania risalgono alla stessa nascita della civiltà urbana in Sicilia e in Occidente. Di tale

PERSONAGGIO Frammento di coppa attica (550-540 a.C.), dagli scavi del Monastero dei Benedettini sulla collina di Montevergine. L’uomo ammantato assiste forse a una danza o a una performance atletica.

SULLA COLLINA DI MONTEVERGINE L’altura dell’acropoli. Gli scavi condotti dall’Università di Catania sulla collina di Montevergine, sotto all’imponente complesso del Monastero dei Benedettini (ora sede dello stesso Ateneo), hanno attestato le fasi più antiche della colonia calcidese, in particolare la fase della fondazione (VIII sec. a.C.) documentata da ceramica corinzia tardo-geometrica e sub-geometrica. Altre evidenze presentano un carattere votivo (come i frammenti di coppe attiche dei Piccoli Maestri o i resti di un sacrificio/thysia) e ben si confanno alla funzione di acropoli rivestita per secoli dalla sommità della collina. Un santuario per Demetra. Sulle pendici della collina, le esplorazio-

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ni hanno interessato il Reclusorio della Purità, via Crociferi e piazza San Francesco, contigua quest’ultima al teatro antico. Qui negli anni Sessanta dello scorso secolo (scavi Giovanni Rizza) fu occasionalmente scoperto un cospicuo deposito votivo legato a un santuario, riferibile, a partire dai primi decenni del V sec. a.C., al culto di Demetra e Kore, favorito da Ierone di Siracusa che in quegli anni conquistava e rifondava la città (vedi scheda p. 38). È plausibile che questo santuario fosse dedicato anche in precedenza al culto di Demetra, divinità poliade, preposta, con Dioniso e Apollo, all’ordinamento e funzionamento della polis. D’altronde, la stessa dea aveva un posto di spicco nel pantheon della madrepatria Calcide, e più in generale in area euboico-cicladica (vedi il santuario nella valle di Sangri sull’isola di Naxos nell’Egeo). Nella stipe votiva una “miniera” di ceramica greca. Difficili e parziali furono le operazioni di recupero del deposito nei citati scavi degli anni Sessanta in piazza San Francesco. Ciò nonostante, il rinvenimento riveste un’importanza straordinaria per la conoscenza dell’antica colonia greca fra VI-V e metà del IV sec. a.C. Il complesso votivo è formato da una notevole massa di vasi di fabbriche diverse, trovata in associazione con una ancora più ingente quantità


alta antichità la città conserva tracce rilevanti all’interno di un’estesa stratigrafia che, quando visibile, produce sorprendenti crasi temporali, come nel caso del teatro antico, o dell’anfiteatro, entrambi immersi nel tessuto urbano settecentesco. Il racconto della fondazione è singolare: somiglia – come rileva lo storico israeliano Irad Malkin – a una moderna guerra di conquista, e ancora più rilevante è che, al contrario di Leontinoi, che, come Naxos, ebbe Thukles come ecista*, i Catanesi ne avessero rivendicato uno loro, Evarco appunto, dal nome emblematico.

nelle due foto a sinistra

OFFERTE VOTIVE Terrecotte raffiguranti volatili di varie specie (500-480 a.C.) e protomi femminili (530-500 a.C.), rinvenute nel deposito votivo di piazza S. Francesco, relativo al grande santuario di Demetra e Kore. Tra le statuette raffiguranti animali, particolarmente numerose nella fase arcaica del santuario (VI sec. a.C.), quelle di volatili sono le più ricorrenti, attestate da oltre settecento esemplari.

COPPIA SEDUTA Gruppo fittile di produzione grecoorientale raffigurante una coppia uomodonna (560-540 a.C.). Fa parte della miriade di statuette offerte nel santuario catanese di Demetra e Kore e rinvenute negli scavi del deposito votivo tornato in luce in piazza S. Francesco.

SULLA COLLINA DI MONTEVERGINE

FRUTTO POPOLARE. Vasi plastici in forma di melagrana di fabbrica greco-orientale (580-570 a.C.), da piazza San Francesco a Catania.

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di esemplari di coroplastica (terracotta modellata in figure - ndr), molti dei quali importati (soprattutto i vasi configurati di fabbriche grecoorientali). Riguardo alla ceramica, prevalgono i vasi per bere (skyphoi, coppe) o riconducibili al simposio (crateri, oinochoai a labbro trilobato e anfore). In misura ridotta sono attestati piatti e lekanai. In gran numero i vasi per profumi (aryballoi, alabastra). Quanto alle importazioni, preminente è la quantità di vasi corinzi, seguita da un numero consistente di vasi di fabbrica attica a figure nere: tra le importazioni più antiche si segnala una rara hydria del Pittore del Polos (600 a.C.) ed esemplari di anfore con protome equina, poco diffuse in Sicilia. Più ristretta è la quantità di ceramica calcidese. A queste presenze, che potremmo considerare scontate in un contesto greco di Sicilia, si aggiunge una notevole quantità di ceramica greco-orientale nello “stile delle capre selvatiche” (con centri di produzione a Mileto, Efeso, Clazomene, Teos, Chio, Samo, arcipelago del Dodecanneso), e in particolare di ceramica chiota (come i frammenti di grandi calici, soprattutto quello quasi integro attribuito dall’archeologa greca Anna Lemos al Gruppo del Pittore di Würzburg (600-590/80 a.C.). È presente anche ceramica laconica con vasi di ottima qualità, come la coppa del Pittore della Caccia (550/40 a.C.). Maria Costanza Lentini

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Assedi e distruzioni: una costante per Catania

N

on sappiamo molto dei primi secoli di vita. Alla notizia sulle origini catanesi del legislatore Caronda riportata da Aristotele (Politica), vissuto nel VI sec. a.C., si aggiungono informazioni sul soggiorno nella città di uomini illustri, quali il filosofo presocratico Senofane di Colofone (570-475 a.C.), i poeti Stesicoro (VII-VI sec. a.C.), che qui morì, e Ibico (circa 570-522 a.C.). Nel 476 a.C. Ierone, tiranno di Siracusa, deportò i cittadini a Leontinoi, ripopolando Catania con diecimila nuovi abitanti, tutti siracusani e peloponnesiaci (Diodoro). La stessa denominazione di Katane fu modificata in Aitna: con tale nome la città è celebrata da

FIGURE CURIOSE Vasi configurati a protome di cavallo, comasta*, scimmia, di fabbrica greco-orientale (580-570 a.C.), dagli scavi di piazza San Francesco. Questa produzione è caratterizzata da un’ingubbiatura* chiarissima, mentre i dettagli sono dipinti con vernice nero-bruna e rossa.

PRODOTTO IN ATTICA Uno splendido cratere a colonnette in frammenti (circa 550 a.C.), attribuito al Pittore del Louvre F6, sempre dal deposito votivo di piazza S. Francesco. Vediamo una scena con giovane nudo tra figure ammantate e leoni ai lati.

TERRECOTTE PROTAGONISTE Religione popolare e pratiche votive. Cinque grandi vetrine di “Katane tra mito e rito” (vedi scheda p. 39) sono dedicate ai reperti coroplastici dai depositi votivi di piazza San Francesco a Catania e un’intera sala ospita la mostra didattica “Le terrecotte greche. Per chi? Perché? Come?” (versione italiana dell’esposizione organizzata nel 2016 dall’Université de Lille 3 - HALMA-Ipel e dal Learning Center, e gentilmente concessa all’IBAM-CNR). I reperti coprono un arco cronologico che va dall’inizio del VI al pieno IV sec. a.C., con una varietà tipologica davvero eccezionale: dalle importazioni, soprattutto greco-orientali, a una produzione locale che,

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pur traendo dai modelli importati la prima ispirazione, acquista ben presto una propria fisionomia stilistica. I cambiamenti registrabili nel corso dei secoli sia nella tecnica di produzione sia nell’iconografia delle terrecotte figurate, riportate in luce in piazza San Francesco, corrispondono a momenti storici fondamentali per Katane: la città arcaica (VI sec. a.C.), la rifondazione ieroniana del 476 a.C., il periodo dionigiano (fine V-inizi IV sec. a.C.) e, più in ombra, il resto del IV sec. a.C. Tassello fondamentale per la comprensione della comunicazione tra fedele e divinità, queste figure d’argilla ci raccontano aspetti diversi e complementari dell’antichità, dall’articolazione e organizzazione della produzione artigiana-


Pindaro nella prima delle odi Pitiche, scritta in onore di Ierone, e da Eschilo nella tragedia perduta Le Etnee. Poco dopo la morte di Ierone (467 o 466 a.C.), Ducezio* trasferì i nuovi abitanti nell’entroterra, a Inessa/Aitna (forse identificabile con Civita di Paternò); così, a partire dal 461 a.C., Catania poté recuperare il suo nome e l’antica popolazione (Diodoro; Strabone). Durante la guerra tra Siracusa e Atene (seconda guerra del Peloponneso, 431-404 a.C.) Catania si alleò con Atene dopo il famoso discorso pronunciato da Alcibiade davanti all’assemblea riunita nel teatro della città (Tucidide; Frontino). Per questo nel 409 a.C. subì un’offensiva da parte di Siracusa, alleata di Sparta, da cui si salvò solo grazie all’invasione cartaginese della Sicilia. Tuttavia, nel 403 a.C. Dionigi di Si-

racusa riuscì a conquistare di nuovo Katane e a ripopolarla con i suoi mercenari campani (Diodoro). Uno di questi, il condottiero sabellico Mamerco, fu tiranno della città nel 345 a.C. Mamerco si alleò prima con Timoleonte di Siracusa e poi con i Cartaginesi (Diodoro), ma, sconfitto infine dallo stesso Timoleonte nel 338 a.C., dovette rifugiarsi a Messina (Plutarco). Nel 263 a.C., all’inizio della prima guerra punica (264-241 a.C.), Catania è conquistata dai Romani sotto il comando del console M. Valerio Messalla. Da allora, come civitas decumana, fu soggetta al pagamento di un’imposta. Malgrado le continue distruzioni – una costante della sua storia – Catania conservò importanza nel corso della tarda repubblica e dell’impero: Cicerone, nelle Verrine, la definisce «ricchissima». ➝ a p. 39 PER I PROFUMI Gruppo di alabastra greco-orientali in bucchero (575-550 a.C.). Dal deposito votivo di piazza S. Francesco.

TERRECOTTE PROTAGONISTE le, in gran parte seriale, alle dinamiche della pratica votiva, espressione di una religiosità “popolare”. E sono proprio queste figure, con le loro caratteristiche, l’abbigliamento e gli oggetti o gli animali che recano in offerta (una capsula di papavero, un bocciolo, un volatile, un porcellino, un piatto colmo di pani e dolci) a raccontarci speranze, credenze e desideri di chi ci ha preceduto. Per saperne di pi•. Gli studi sulla produzione coroplastica, non solo del mondo greco, ma in generale dell’antichità, hanno conosciuto nel corso degli ultimi decenni un notevole sviluppo. Ne sono testimonianza i progetti di ricerca avviati (tra cui il progetto HaCoSt (Handbook on Coroplastic Studies, Université

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de Lille 3 - HALMA-Ipel, IBAM-CNR, ACoSt), i convegni internazionali e le iniziative didattiche (mostre e summer schools). Un’attività fondamentale di diffusione e sostegno alle ricerche in questo campo è svolta dall’ACoSt (Association for Coroplastic Studies, http://coroplasticstudies.univ-lille3.fr/) a cui si deve anche la creazione di una rivista specializzata e consultabile online (Les Carnets de l’ACoSt, http://acost.revues.org/). Antonella Pautasso p. a fronte e qui a lato

EX VOTO PER DEMETRA. Terrecotte figurate di produzione locale rinvenute nel deposito votivo di piazza S. Francesco: suonatore di lyra (530-500 a.C.) e offerente di porcellino (460 a.C. circa).

al centro

PITTORE DEL POLOS Coppia di sirene su un’hydria attica (circa 570 a.C.) rinvenuta nel deposito di piazza S. Francesco. È attribuita al Pittore del Polos, un artista con un suo stile: il nome convenzionale deriva dal copricapo (sorta di corona) sempre indossato nei suoi vasi da donne, animali e sirene. Queste ultime sono mostri con corpo d’uccello, testa umana e piedi con artigli. In Omero sono cantatrici marine su un’isola presso Scilla e Cariddi.


STILE DELLE CAPRE SELVATICHE Frammento di un grande calice di produzione chiota attribuito al Gruppo del Pittore di Würzburg (600-590/80 a.C.): il motivo delle capre selvatiche ricorre nella produzione ceramica grecoorientale. Dalla stipe votiva di piazza San Francesco. a destra

ENTROTERRA Statua fittile di giovane donna (kore) con peplo da Civita di Paternò (Inessa?). Si data al 470 a.C. e attesta il trasferimento degli abitanti di Aitna nell’entroterra etneo, voluto da Ducezio.

PER UNA STORIA DELLE RICERCHE Il primo contributo fu di uno storico tedesco. Fondamentale negli studi su Catania antica è considerata la monografia di Adolf Holm, Das Alt Catania (Lubecca 1873), il primo contributo scientifico che sintetizza i risultati della vasta letteratura sulla città e sui monumenti di età romana, dal XVI secolo in poi. Il volume fu pubblicato in italiano nel 1925 da Guido Libertini che aggiunse fondamentali aggiornamenti sui ritrovamenti avvenuti negli anni successivi alla prima edizione. Libertini, oltre ad arricchire il quadro d’insieme fornito dallo storico tedesco, impostò nuovi importanti problemi, come quello delle presenze preelleniche nella città e, soprattutto, quello della topografia della Catania greca ed ellenistica, destinati a essere sviluppati solo in anni recenti.

si ebbe nel 1959 con il rinvenimento fortuito della ricchissima stipe votiva di piazza San Francesco e, ancor di più, nell’estate del 1978, con l’avvio dei primi scavi sistematici all’interno del Monastero dei Benedettini, effettuati dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Catania, diretto da Giovanni Rizza. Agli scavi effettuati per decenni all’interno dei Benedettini sono seguiti, in anni più recenti, quelli della Soprintendenza Archeologica di Catania in altri punti chiave della città: in via Crociferi, nel Reclusorio della Purità, nella chiesa di Sant’Agata La Vetere, al Castello Ursino, alla Rotonda e, soprattutto, nel teatro antico. I risultati di queste indagini sono stati presentati in convegni e pubblicati in importanti opere d’insieme, alle quali hanno partecipato studiosi delle istituzioni (Soprintendenza, Università, Cnr) che a vario titolo si sono occupati di Catania antica, al punto che oggi Catania può essere considerata una delle città più studiate e note della Sicilia.

Si pensava che la città greca fosse sotto la lava. Una svolta decisiva sulla conoscenza della Catania greca, fino ad allora considerata perduta sotto le lave dell’Etna, in particolare di quella che nel 1669 lambì il centro storico, nelle due pagine

SCAVI A CATANIA Un settore degli scavi condotti a partire dal 1978 sulla collina di Montevergine nell’area antistante il Monastero dei Benedettini, dove si localizza l’acropoli di Katane: in alto sulla sinistra si nota la parte inferiore di una colonna di epoca greca, mentre in primo ➝

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*NON TUTTI SANNO CHE... Calcide. Una delle poleis più antiche della Grecia, situata nell’Eubea, dove l’isola si avvicina alla terraferma. I Calcidesi fondarono numerose colonie in Occidente e strinsero intensi legami commerciali con gli Etruschi. Lo stesso alfabeto etrusco deriva da quello greco calcidese.

Comasta. Partecipante al komos, un corteo rituale, con danze, dove ci si abbandonava a un’atmosfera di ebbrezza.

Collezione Biscari. Voluta da Ignazio Paternò Castello, quinto principe di Biscari. Collocata dalla metà del XVIII secolo nel palazzo avito a Catania, fu trasferita nel 1927 al Castello Ursino.

Ecista. Nella Grecia antica il condottiero scelto come guida per la fondazione di una colonia. Dopo la sua morte era venerato come un eroe e la sua tomba era collocata nell’agorà.

Ducezio. Re dei Siculi a capo di una confederazione indigena antigreca, che dominò la scena militare in Sicilia fra 460 e 450 a.C.


DEA DELLE MESSI Busto di Cerere (II sec. d.C.) facente parte della Collezione Biscari: attesta la lunga devozione di Catania nei confronti della dea delle messi, identificata dai Romani con la greca Demetra. L’acquatinta di Jean-Pierre Houël (1785) ritrae l’opera sopra i resti dell’edificio scenico del teatro antico della città.

PER UNA STORIA DELLE RICERCHE Prima dei Greci. Gli scavi effettuati all’interno del Monastero dei Benedettini e in altre zone della collina di Montevergine (l’acropoli della città greca), e, in particolare, la recente documentazione proveniente dall’area del teatro antico, hanno rivelato che un’area vasta, dal Monastero dei Benedettini a via Crociferi, conobbe un’intensa frequentazione preistorica, a partire dal Neolitico Medio e Tardo (V millennio a.C.), mentre nella fase iniziale dell’Eneolitico (età del Rame) la collina di Montevergine fu sede di un insediamento stabile, attestato da una tomba a fossa ovale, foderata e parzialmente coperta da lastre di pietra lavica, trovata presso l’angolo sud-est del Monastero, e da un muretto, probabile resto di una capanna circolare, rinvenuto a poca distanza dalla tomba. L’area interessata dall’insediamento eneolitico era piuttosto vasta e comprendeva anche la zona a nord del teatro antico, dove i recenti scavi hanno messo in evidenza elementi tipici di un abitato. Inoltre,

all’interno del Monastero dei Benedettini è stata rinvenuta in abbondanza la tipica ceramica a superficie rossa dello stile di Malpasso*, che attesta una frequentazione anche nella fase tarda dell’Eneolitico (III millennio a.C.). Per quel che riguarda i periodi successivi, gli scavi stratigrafici eseguiti nella collina di Montevergine hanno mostrato solo sporadiche testimonianze relative alle fasi del Bronzo Antico (facies* di Castelluccio) e del Bronzo Medio (facies di Thapsos). Un colle disabitato all’arrivo dei calcidesi. L’esame complessivo delle testimonianze protostoriche rinvenute nel centro storico di Catania ha inoltre confermato il dato desunto dagli scavi all’interno del Monastero dei Benedettini circa la sporadica frequentazione della collina di Montevergine nel periodo immediatamente precedente l’arrivo dei Greci. Ciò fa supporre che, al momento dell’insediamento dei coloni calcidesi, il sito di Catania fosse sostanzialmente disabitato. Massimo Frasca

*NON TUTTI SANNO CHE... Eleusino. Di Eleusi, cittadina greca vicina ad Atene, famosa nell’antichità per il suo santuario e per i riti sacri che vi si celebravano, connessi con il culto di Demetra (chiamata perciò talvolta con l’attributo di eleusina). Facies. Nelle culture preistoriche aspetto culturale di un determinato periodo, caratterizzato da un particolare stile della produzione materiale. Ingubbiatura. Strato di argilla quasi liquido che veniva applicato sui prodotti in ceramica come rivestimento ultimo, al fine di ridurre la rugosità e rendere brillanti le superfici.

Kore (plur. korai). Tipo di statua con funzione votiva rappresentante una giovane donna che abbia appena superato la fanciullezza. Il termine fu utilizzato dopo il ritrovamento di molte statue votive femminili sull’acropoli di Atene, in gran parte databili alla seconda metà del VI secolo a.C. Malpasso (stile di). Tipo di ceramica monocroma rossa, datata alla tarda età del Rame (III millennio a.C.) rinvenuta per la prima volta nella grotta di Malpasso, toponimo di una contrada presso Calascibetta (En).

➝ piano sono ambienti di una domus romana con pavimento in signino. Vediamo anche la trincea di scavo in piazza S. Francesco dove nel 1959 venne scoperta la stipe votiva del santuario di Demetra.

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AMENANO Personificazione su tetradramma del fiume che passava per Catania (412-403 a.C.).

MONETA UNICA Questo splendido tetradramma (465-460 a.C.), noto da un unico esemplare, fu emesso ad Aitna (nome di Catania dopo la conquista di Ierone I di Siracusa): rappresenta al diritto la testa di un Sileno coronato di vite, con uno scarabeo e con

I CULTI DI CATANIA GRECA

il nome della città; al rovescio l’immagine seduta di Zeus Aitnaios, con fulmine e tralcio di vite, di fronte a un pino sul quale è posata l’aquila sacra al dio. (Bruxelles, Musei Reali)

FRATELLI PII Affresco di Francesco Primaticcio, I fratelli di Catania (1535-1539), realizzato nella Galleria di Francesco I al Castello di Fontainebleau.

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Demetra, Kore e il vulcano. Non sorprende che la religiosità di Katane si legasse strettamente all’Etna. Il culto di Demetra e Kore/Persefone ebbe certamente un ruolo privilegiato: Cicerone (106-43 a.C.) testimonia che il santuario ospitava una statua antichissima di Demetra visibile alle sole donne, sia sposate sia vergini. Secondo il mito, quando Kore fu rapita da Ade, Demetra iniziò l’angosciosa ricerca della figlia dopo avere acceso le fiaccole nei crateri dell’Etna. Il motivo mette in stretta relazione le dee con il vulcano, con possibile controllo dell’attività eruttiva, prerogativa che in età cristiana passerà a sant’Agata. Nell’area sulla collina di Montevergine, che ha restituito la stipe votiva del santuario, poco più a valle, erano già emersi indizi chiari della presenza del culto: nel primo Seicento fu rinvenuta una statuetta, oggi perduta, con dedica a Persefone Basilis (‘regina’), lì dove, negli anni Trenta del secolo scorso, venne alla luce uno splendido rilievo attico raffigurante la coppia divina.

Altre divinità legate all’Etna. Gli altri culti di Katane sono noti da monete: Apollo, in primo luogo (certamente lo stesso venerato nella madrepatria, Naxos di Sicilia, dove il dio aveva il nome di Archegetes, ‘il Fondatore’), e Amenano, il fiume che attraversava la città, raffigurato ora come un toro dal volto umano ora come un giovane con piccole corna taurine. Nel 476 a.C. Ierone I rifondò Catania con il nome di Aitna: allora fu istituito il culto di Zeus Aitnaios, dio della vetta del monte, e della città, dove si tenevano feste che da lui prendevano il nome di Aitnaia. Alla statua del dio si ispira probabilmente una moneta in argento, oggi a Bruxelles, uno dei vertici dell’arte monetaria antica, che conserva sull’altro lato un’impressionante testa di Sileno. La leggenda dei Fratelli Pii. Ancora all’Etna è legato il culto eroico dei Pii Fratres. La tradizione vuole che durante un’eruzione due fratelli catanesi, Amphinomos e Anapias, quando tutti pensavano soltanto a mettere in salvo i loro beni, avessero preso sulle spalle gli anziani genitori per sottrarli alla furia distruttrice della lava e per questo fossero stati i soli risparmiati. In ricordo del miracoloso evento, in età ellenistica (forse verso la metà del II sec. a.C.), fu innalzato un gruppo scultoreo più volte celebrato in antico: l’immagine sopravvive su alcune modeste monete di età romana repubblicana. La fama dei Pii Fratres superò i confini dell’antichità fino a ispirare gli artisti del Rinascimento. Fabio Caruso


La città greca sul colle tra fiumi oggi invisibili

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ininterrotta attività di scavo e un’ultima, vivace produzione scientifica, in cui è notevole l’apporto degli studi geofisici, fanno finalmente luce sul layout della città antica, nei secoli sottoposta a drastici eventi geologici (eruzioni, terremoti) che ne hanno trasformato il territorio. L’antico abitato occupava la collina di Montevergine e il pianoro più basso di Acquicella - Castello Ursino, separati tra loro da un avvallamento coincidente con le attuali vie Garibaldi e Vittorio Emanuele. Lungo quest’ultima scorreva un fiume, da taluni identificato con l’antico corso dell’Amenano (oggi sotterraneo). Un altro corso d’acqua scorreva da nord a sud lungo il moderno tracciato della via Etnea. Scavi condotti nel Monastero dei Benedettini, a piazza Dante, in via Crociferi, nel Reclusorio della Purità e nel teatro antico, hanno restituito livelli di VIII e VII sec. a.C. Ceramiche greche di avanzato VIII sec. a.C. sono state raccolte in sondaggi condotti all’interno del Castello Ursino. Le evidenze indicano una estesa superficie urbana della città greca, dominata dalla collina

di Montevergine, che sovrastava il porto forse localizzabile alle foci dell’Amenano (piazza Duomo), all’interno della rada protetta dal promontorio del Castello Ursino. Maria Costanza Lentini Chi sono gli autori: F. Caruso, ricercatore IBAM-CNR; M. Frasca, docente Archeologia della Magna Grecia all’Università di Catania; M.C. Lentini, direttore Polo Regionale di Catania; A. Pautasso, ricercatore IBAMCNR. Bibliografia recente: F. Privitera - V. La Rosa (eds), In Ima Tartara. Preistoria e leggenda delle grotte etnee, Catalogo della mostra, Iraklion (Grecia) 5-31 maggio 2007, Volos (Grecia) 11 giugno-11 luglio 2007, Catania 15 dicembre 2007-31 marzo 2008; M.G. Branciforti - V. La Rosa (eds), Tra lava e mare. Contributi all’archaiologhia di Catania, Catania 2010; M. Ursino (ed), Da Evarco a Messalla. Archeologia di Catania e del territorio dalla colonizzazione greca alla conquista romana, Catalogo mostra 21 dicembre 2012-10 marzo 2013, Palermo 2012; F. Nicoletti (ed), Catania Antica. Nuove prospettive di ricerca, Palermo 2015; D. Malfitana - A. Mazzaglia - G. Cacciaguerra (eds), Catania. Archeologia e città, vol. 1, Il Progetto OPENCITY. Banca Dati, GIS e WebGIS, Catania 2016; E. Tortorici (ed), Catania Antica. La carta archeologica, Roma 2016; M. Frasca, Città dei Greci di Sicilia. Dalla fondazione alla conquista romana, Ragusa 2017.

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CATANIA OGGI La città con l’Etna sullo sfondo. È indicata l’area della collina di Montevergine, dove sorgeva l’acropoli greca e che ha restituito la maggior parte dei reperti che documentano l’antica Katane. (Foto Castielli / Creative Commons)

in basso

FUTURO MUSEO Scorcio del vasto ambiente della ex Manifattura Tabacchi che ospita “Katane fra mito e rito”. Gli spazi del grande complesso sono destinati all’atteso Museo Interdisciplinare di Catania.

KATANE FRA MITO E RITO Catania in mostra a Catania. Presso l’ex Manifattura Tabacchi è in corso la mostra “Katane tra mito e rito. Testimonianze cultuali di Catania greca”. Già il titolo indica il campo di indagine: un tratto della storia della città attraverso le evidenze di carattere cultuale, al momento le più numerose e consistenti, restituite dagli scavi sulla collina di Montevergine e databili tra 600 e 350 a.C. Arricchiscono l’esposizione tre opere concesse dal Museo di Castello Ursino: un rilievo in marmo di età classica (V sec. a.C.) con Demetra e Kore, scoperto da Guido Libertini nel 1922 a piazza Nicolella (vicina a piazza San Francesco), certamente importato da Atene; un grande busto marmoreo di età imperiale (II sec. d.C.), dove per l’alta corona di spighe si riconosce Cerere, e che attesta il lungo perdurare del culto della dea come divinità delle messi: appartiene alla Collezione Biscari* e proviene dal teatro antico, dove alla fine del Settecento fu visto e disegnato dal francese Jean-Pierre Houël (copia dell’acquatinta, conservata a San Pietroburgo, è in esposizione); infine una statua fittile di fanciulla (kore), databile intorno al 470 a.C., proveniente dal territorio etneo (forse Civita di Paternò o Motta Sant’Anastasia, identificabili con la città sicula di Inessa), in mostra non tanto per ricordare il trasferimento di popolazione greca voluto da Ducezio, bensì per ricreare il paesaggio sacro dei santuari, affollati, in Occidente come nella Grecia propria, da miriadi di statue donate dai devoti. Un patrimonio “nascosto”. La mostra pone il focus sulle origini e sulle testimonianze della colonia greca, in maggioranza pertinenti ai secoli VI e V a.C. La lunga assenza di un museo ha mantenuto nascoste tali evidenze, note solo a una ristretta cerchia di studiosi. Così, l’apertura del Museo Civico di Castello Ursino ha restituito a un pubblico più vasto la conoscenza delle antichità di Catania, e non soltanto. La città vive da alcuni anni una profonda trasformazione: divenuta meta turistica, si propone come città d’arte. La mo-

stra asseconda questo orientamento, mirando a una maggiore fruizione dei beni archeologici, nell’ambito delle finalità del Polo Regionale di Catania per i Siti Culturali, istituito poco più di un anno fa. All’esposizione dei reperti si affianca una mostra didattica, “Le terrecotte greche. Per chi? Perché? Come?”, dedicata alle terrecotte figurate largamente documentate nei depositi di piazza San Francesco (vedi scheda p. 34). Un museo in attesa. “Katane tra mito e rito” è organizzata dal Polo Regionale di Catania in collaborazione con Antonella Pautasso e Fabio Caruso, entrambi ricercatori dell’IBAM-CNR diretto da Daniele Malfitana. È allestita unicamente con risorse offerte da sponsor all’interno del complesso della ex Manifattura Tabacchi, futura sede dell’atteso Museo Interdisciplinare di Catania, i cui lavori sono in corso di aggiudicazione. Quest’ultima circostanza, cruciale, ha suggerito di riportare l’attenzione pubblica sul grande fabbricato manifatturiero rimasto in uso sino al 1997 e acquistato dalla Regione Siciliana nel 2004. Maria Costanza Lentini Info: 095.7150508 poloregionalect.direzione@regione.sicilia.it


FRA LE ANDE E IL PACIFICO

LAMBAYEQUE

Nel territorio di Lambayeque le eccezionali scoperte di Sipán hanno innescato una nuova stagione di ricerche e di studi sulle culture della Costa Nord del Perú Da dieci anni due progetti italo-peruviani per lo sviluppo della regione hanno portato a una sintesi delle conoscenze finora acquisite consentendo un quadro più ordinato e attendibile dell’archeologia precolombiana nel nord del Paese PER IL SIGNORE DI SIPÁN. Tomba 1. Uno splendido ornamento del Signore di Sipán in rame dorato e pietre dure raffigurante un personaggio con le mani chiuse a semipugno all’interno di una stilizzazione antropomorfa fortemente deformata, secondo la logica della pars pro toto. Il reperto fa parte dell’eccezionale corredo funerario riportato in luce nel 1987. La Tomba 1 risale al 659±18 sec. d.C. (Sipán, MTRS)


NUOVA FRONTIERA DELLÕARCHEOLOGIA TESTI ANTONIO AIMI FOTO PRODESIPÁN ANTONIO AIMI

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ICIAMOLO CHIARAMENTE: IL paesaggio non è di grande appeal. Non ha certo il fascino delle città maya sepolte nella foresta. È uno dei deserti più aridi del pianeta, con qualche duna e una serie infinita di lande pietrose e colline di roccia. Di quando in quando la nuda distesa è interrotta, dove può essere irrigata, da campi di canna da zucchero o di riso o da boschi di carrubi, oppure da città che entusiasmano ancora meno del paesaggio. Siamo in Perú, Dipartimento di Lambayeque*, la nuova frontiera dell’archeologia peruviana. Qui sono state scoperte le tombe più ricche di tutto il Perú e, probabilmente, del mondo, se, usando un criterio da gioielliere, consideriamo il peso dei reperti d’oro, d’argento e di rame dorato. Ma anche le più importanti del Paese, se, usando un criterio da archeologo, consideriamo i dati che hanno fornito sulle culture preispaniche della Costa Nord. Tuttavia, solo trenta, quarant’anni fa pochi, archeologicamente parlando, ci avrebbero scommesso. Di solito la consapevolezza dell’importanza archeologica di una regione matura lentamente, ma in questo caso esiste è possibile individuare il momento della svolta: il 4 agosto 1987. Quel giorno La Industria, il più importante quotidiano del nord del Perú, titolava in prima pagina: ‘Trovano la tomba di un guerriero Moche di 1500 anni’. L’articolo mostrava le foto degli scavi e dei primi gioielli della Tomba 1 di Sipán*, un complesso di sei orecchini in oro e crisocolla, una pietra azzurrina ricca di rame. Tipologie mai viste, che facevano – e fanno – impallidire molti di quelli che fino ad allora erano considerati i capolavori in oro delle culture del Vecchio e del Nuovo Mondo. Alla scoperta si era arrivati per caso.


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TÚCUME Panoramica della Huaca Larga, la più grande delle piramidi costruite in adobe (mattoni crudi), che caratterizzano il sito archeologico di Túcume nel dipartimento di Lambayeque. p. a fronte nel riquadro

MUSEO A SIPÁN Il MTRS (Museo Tumbas Reales de Sip‡n) inaugurato nel 2002. L’architettura si ispira alle antiche piramidi tronche della cultura mochica.

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DIPARTIMENTO DI LAMBAYEQUE

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Sipán, un sito di cultura Moche (100-850 d.C.). La Piramide Cerimoniale, costruita in adobe come quasi tutti i monumenti del deserto peruviano.

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utto era partito da un tombarolo, Ernil Bernal, che nei primi mesi del 1987 aveva iniziato a scavare su un monticolo di argilla e sabbia a Huaca Rajada, un gruppetto di case vicino a Sipán, dov’era nato e abitava la sua famiglia. Quell’insignificante rilievo, in realtà, era la più piccola di tre costruzioni di cultura Moche (100-850 d.C.) che le piogge del Niño* avevano eroso pesantemente, essendo fatte di mattoni crudi. Come molti tombaroli Ernil Bernal era una curiosa sintesi di sete di denaro e credenze popolari, che lui aveva declinato in modo new age, in un tentativo, certo molto ruspante e naïf, di recuperare quanto era rimasto delle radici preispaniche di una regione, che aveva e ha ancora una forte tradizione di sciamani e curanderos. Bernal aveva cominciato a scavare, su quella che a Sipán oggi è nota come la Piattaforma Funeraria, dopo una serie di esperienze che sembrano le tappe di un percorso iniziatico. Prima un rituale a base di San Pedro, un cactus allucinogeno, a Pampa Grande (un sito con una piramide di oltre un milione di metri cubi ancora in gran parte da studiare), poi alcuni scavi infruttuosi, seguiti da nuovi rituali con San Pedro e, infine, il sogno di una

donna che gli appariva tra le rovine di Sipán porgendogli due sfere: una d’oro e una d’argento. Quanto ci fosse di vero è difficile dirlo... Comunque sia, nella notte del 6 febbraio 1987 Ernil Bernal precipitò – non sappiamo se

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MATTONI CRUDI

Scoperta e saccheggio di una prima tomba

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sempre sotto l’effetto del San Pedro – dentro quella che è passata alla storia come la Tomba Saccheggiata di Sipán, la Tomba 0. Riuscendo a fatica a muoversi nella massa di argilla e sabbia che era venuta giù con lui, solo molto lentamente il tombarolo realizzò che era caduto in una specie di camera del tesoro. Non si saprà mai quanto lui e i suoi compari raccolsero in quella notte e nei giorni successivi. Si dice undici grandi sacchi per il riso, pieni di oggetti d’oro, d’argento e di rame dorato e di ceramiche. Ed è un racconto molto attendibile, se si considerano i reperti della Tomba Saccheggiata esposti a Lima nella casa-museo di Enrico Poli e quelli che furono esportati illegalmente – con incredibile rapidità – negli Stati Uniti e in Europa e poi solo in parte restituiti al Perú. Ma il tesoro era troppo grande, anche per un tombarolo new age come Bernal. Cominciarono le liti per la spartizione; uno della banda, pare, fu messo a tacere con tre pallottole, un altro fuggì. Uno, però, avvisò la polizia, che, dopo una prima incursione a Huaca Rajada, conclusasi col sequestro di un sacco pieno di reperti, si rivolse a Walter Alva, allora direttore del Museo Brüning di Lambayeque. Quando l’archeologo poté fare il sopralluogo era rimasto ben poco, ma intuì che i reperti della Tomba Saccheggiata erano il segno di qualcosa di straordinario e

iniziò, praticamente senza mezzi (i primi fondi gli arrivarono in seguito da Giorgio Battistini, un italiano proprietario di una fabbrica di pasta), la campagna di scavi che portò a quel titolo del 4 agosto 1987.

NUOVI ITINERARI PER IL TURISMO IN PERò sco); i siti della Costa, potenzialmente di grande impatto, erano completamente ignorati dai tour operators.

Archeologia e lotta alla povertà. Le ricerche dell’Università degli Studi di Milano e le campagne di scavo di Walter Alva e Luís Chero a Sipán e quelle di Carlos Elera a Huaca Lercanlech nel SHBP (Santuario Histórico Bosque de Pómac) sono state finanziate dal FIP (Fondo Italo Peruano), un’istituzione bi-nazionale che ha destinato alla lotta contro la povertà i soldi del debito che l’Italia ha condonato al Perú. Cosa c’entra l’archeologia con la lotta contro la povertà? Se è consentita un’autocitazione, così dissi nel 2006 a Giovanni Tripodi, allora co-direttore italiano del FIP: «Un progetto, pur eticamente nobilissimo, di dieci dollari sulla coltivazione della patata, può rendere alle popolazioni locali un dollaro l’anno, un progetto sul turismo archeologico, può portare benefici dieci volte superiori». Da che cosa nasceva questa convinzione? Dalla consapevolezza che: il 90 per cento del turismo in Perú si concentrava nel tour tradizionale Cusco Machu Picchu; quest’ultimo sito aveva/ha una capacità di carico limitata (tanto che successivamente ha suscitato l’allarme dell’Une-

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Turisti “sottratti” ai percorsi “obbligati”. Il messagio fu recepito da Tripodi, e poi dai suoi successori alla direzione del FIP, in particolare da Maria Pia Dradi e da Riccardo Moro, che hanno confermato questa linea: da un lato si creano infrastrutture e servizi (acqua potabile, fognature, corsi di formazione) che consentono alle popolazioni di accogliere i turisti; dall’altro si promuovono campagne di scavo e valorizzazione dei siti, che consentono di trasformare poco appetibili colline di argilla (questo è l’aspetto delle antiche costruzioni di mattoni cotti al sole) in mete ricche di appeal. Non potendo fare un bilancio del lavoro nel SHBP perché lo scavo a Huaca Lercanlech è ancora in corso, è possibile ricordare che: a Sipán, dopo la conclusione dello scavo della Tomba 14, è stato creato dal nulla il Museo de Sitio (inaugurato nel 2009 dall’allora presidente Alan Garcia); con una media di circa 50 mila visitatori all’anno il Museo de Sitio si colloca al terzo posto nel Dipartimento di Lambayeque, davanti a musei, oggettivamente, più importanti; questo costante successo di pubblico dimostra che l’idea guida del progetto, cioè che è possibile partire dall’archeologia per sviluppare il turismo, funziona. Il modello funziona, tant’è che Francia e Giappone nella gestione dei loro programmi di canje de deuda, ‘cancellazione del debito’, hanno seguito la via indicata dall’Italia. Il progetto di sviluppo turistico non si è limitato a Sipán, ma ha preso in esame tutto il Dipartimento di Lambayeque predisponendo un piano di fruizione dei siti e dei musei che consente una full immersion di uno o due giorni nella regione, attraverso un percorso circolare totalmente diverso da quello che sono costretti a seguire i turisti.

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Da Sipán nuova linfa per l’archeologia peruviana

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vviamente la notizia della scoperta dei primi ori della Tomba 1 ebbe enorme risonanza e spinse molti archeologi a chiedersi se non fosse il caso di riprendere gli scavi abbandonati da tempo o a cominciarne di nuovi in siti Moche, che, come Sipán, erano noti a tutti ma tranquillamente ignorati. Nel 1990 “Pancho” Wiese, presidente della banca omonima, attraverso la Fondazione Wiese prese “in gestione” El Brujo e lo affidò a Regulo Franco, mentre nel 1991 partirono i progetti di Santiago Uceda a Huaca de la Luna e di Luís Jaime Castillo a San José de Moro. Parallelamente, l’archeologo nippo-statunitense Isumi Shimada, che già lavorava nella regione, vide nelle scoperte di Sipán un motivo in più per restare in zona e cominciare, assieme a Carlos Elera, nuove campagne di scavo nel Santuario Histórico Bosque de Pómac (SHBP). Ormai si era aperto un nuovo orizzonte e tale fu l’impatto della scoperta di Sipán che nel 2010 Luís Jaime Castillo e Jeffrey Quilter, periodizzando la cultura Moche, hanno chiamato la fase attuale “era” post-Sipán. Tra le ricerche che hanno caratterizzato questa nuova “era” si possono ricordare quelle di Carlos Wester a Chotuna - Chornancap, di Bernarda Delgado e Alfredo Narváez a Túcume, di Christopher Donnan a Dos Cabezas, di Steve Bourget a Huancaco e a Úcupe, di Ignacio Alva a Ventarrón, di Claude Chapdelaine a Huacas de

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nelle due pagine

Moche e nella valle di Santa, di Gregory Lockard a Galindo, di Michele Koons a Licapa II, di Krzysztof Makowski nell’Alto Piura. Last but not least è importante segnalare anche le nuove campagne di scavo di Walter Alva e Luís Chero a Sipán e di Carlos Elera a Huaca Lercanlech, che sono state finanziate dal Fondo Italo Peruano (FIP), e quindi dall’Italia, nell’ambito dei progetti PRODESIPÁN e PROPOMAC.

RICCHE SEPOLTURE

Regione strategica ai piedi delle Ande

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ignificativamente, circa la metà di queste ricerche si sono concentrate nel Dipartimento di Lambayeque, un tempo ritenuto di scarso interesse. Parlando del periodo preSipán, una volta Walter Alva mi disse: «Quando mi presentai al concorso per direttore del Museo Brüning, i miei colleghi di Trujillo mi presero in giro. “Cosa vai a fare a Lambayeque? Non c’è nulla”. E da un certo punto di vista avevano ragione. Allora, rispetto alla Huaca de la Luna o a Chan Chan o agli altri siti della regione de La Libertad, c’era molto poco. Io, tuttavia, ci andai. Per motivi di famiglia e anche perché pensavo che qualcosa di importante doveva pur esserci». Col senno di poi, sarebbe bastato guardare sulla carta geografica per capire che il Dipartimento di Lambayeque doveva essere una delle aree cruciali del Perú preispanico. Lì, infatti, quell’aridissima e sottile lingua di terra

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che corre lungo la costa del Pacifico dal Cile centro-settentrionale ai confini con l’Ecuador comincia ad allargarsi. Lì sono più vicine e numerose le oasi fluviali, formate dai corsi d’acqua alimentati dalle piogge che riescono a superare le Ande. Lì la cordigliera ha il suo punto più basso e a “soli” duemilacinquecento metri si può passare dal bacino del Pacifico a quello dell’Atlantico, dai deserti costieri alla rigogliosa vegetazione della Ceja de Selva, la parte alta dell’Amazzonia, mentre nel resto delle Ande Centrali i passi più accessibili sono intorno ai quattromila metri. Non era difficile, quindi, pensare al territorio di Lambayeque come a un’area strategica. Col senno di poi.

La Tomba 1 del Signore di Sipán (VII sec. d.C.) durante lo scavo del 1987 condotto da Walter Alva. Ancora in situ vediamo gli orecchini principali in oro e crisocolla (di cui uno qui a lato dopo il restauro), il copri-mento e le narigueras (ornamento per il naso). Come mostra la ricostruzione, insieme a quelli del Signore furono rinvenuti resti di tre donne, quattro uomini e un bambino, due lama e un cane. Nella Piattaforma Funeraria di Sipán, sono finora state scoperte 17 tombe. Oltre alla Tomba 1, le più importanti sono la Tomba 2, del cosiddetto Sacerdote, e la Tomba 3, quella del cosiddetto Vecchio Signore di Sipán, un personaggio vissuto oltre tre secoli prima (IV sec. d.C.), di cui vediamo qui sotto una delle splendide narigueras. (Sipán, MTRS)

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qui sotto

WALTER ALVA L’archeologo peruviano durante la tavola rotonda organizzata dal FIP nel 2008 per presentare le scoperte della Tomba 14. Walter Alva sta sfogliando il libro: Sipán, el tesoro de las tumbas reales, curato da A. Aimi, W. Alva, E. Perassi e pubblicato da Giunti, in cui si presenta la campagna di scavi che ha portato alla scoperta della sepoltura.

Rivoluzionati gli studi sulla cultura Moche

O

ggi, a trent’anni dalla scoperta di Sipán, si può fare un primo bilancio di quanto è emerso da questa ondata di ricerche. Proviamo a sintetizzarlo, ricordando che la ricerca scientifica dà alcune risposte, ma pone sempre nuove domande. La scoperta delle tombe 1, 2, 3, 14 di Sipán e della tomba della Signora di Cao a El Brujo (nel confinante Dipartimento de La Libertad) hanno consentito di verificare che gli esponenti delle élites Moche nei

loro rituali più importanti assumevano il ruolo dei personaggi dei miti cosmogonici. In questo modo si è capito che la scena che nel 1978 l’archeologo statunitense Christopher Donnan aveva definito Presentation Theme (ora chiamata “Cerimonia del Sacrificio”), era una sorta di canovaccio per riti reali, probabilmente declinati in modo diverso nei vari siti ed epoche. Soprattutto si è riusciti, in parte, ad andare oltre la “barriera del significato”, capendo la funzione e il valore simbolico di centinaia di reperti (figure antropo-ornitomorfe, sculture di prigionieri ecc.), che fino ad allora erano interpretati

NUOVA CRONOLOGIA DI SIPçN Carbonio 14 e termoluminescenza. Nonostante l’importanza e la centralità di Sipán nel contesto dell’arte preispanica e dell’archeologia peruviana, fino alla pubblicazione di Lambayeque: nuevos horizontes de la arqueolog’a peruana (vedi scheda: “Un libro per Lamba-

yeque”) era impossibile collocare esattamente questo sito nel tempo, a causa delle poche datazioni tra loro contrastanti e perché mancava una soddisfacente cronologia relativa*. Si continuava a utilizzare una datazione col C14 del 1988, dalla quale risultava che una delle travi della Tomba 1 risaliva a circa il 290 d.C., mentre erano in gran parte ignorate le analisi effettuate nel 2002 e nel 2004 da studiosi francesi, che attraverso analisi di C14 e TL (termoluminescenza, usata per la ceramica) avevano collocato la Tomba 2 nel 740 ± 50. Date pi• attendibili per i siti Moche. Le cose sono cambiate con le ricerche del progetto PRODESIPÁN, nel cui ambito si è avviata una collaborazione tra Museo Tumbas Reales de Sipán, Università degli Studi di Milano e Università di Milano Bicocca, che ha consentito di effettuare prelievi di materiale organico e di frammenti ceramici in condizioni ottimali nella Tomba 14 e di analizzare reperti scavati precedentemente nelle tombe più importanti della Piattaforma Funeraria di Sipán. È stato possibile effettuare ventuno analisi di TL e C14, incrociare i risultati con quelli della cronologia relativa ed eliminare, a ragion veduta, sette datazioni anomale, dato che, nel frattempo, si era arrivati a definire in modo puntuale, come raramente era avvenuto nei siti Moche, la sequenza costruttiva della Piattaforma Funeraria. I risultati sono stati elaborati secondo modelli bayesiani*. Si dispone così di una delle più solide cronologie mai effettuate

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in modo tautologico, ignorandone il simbolismo e senza capire che facevano parte di un unico etnema socio-religioso. Ora appare evidente che la cultura Moche non era uniforme e che aveva tratti diversi dal Nord al Sud. Addirittura alcuni archeologi hanno scritto di Moche del Nord e Moche del Sud, ma probabilmente è sbagliato pensare all’esistenza di due Stati. Sembra più logico ipotizzare un insieme di valli-Stato, le quali condividevano un certo numero di tratti culturali, di popolazioni che parlavano lingue diverse: grosso modo, nel Sud era parlato il quingnam, nel Nord il mu-

chik e il sechura, nell’estremo Nord il tallan e l’olmos. Naturalmente, nulla vieta di pensare che alcune valli-Stato esercitassero una certa egemonia sulle altre, che ci fossero alleanze, guerre e via dicendo. Si è potuto verificare che le tradizionali cinque fasi stilistiche, individuate dall’archeologo peruviano Rafael Larco Hoyle, utilizzate fino al 1987 per definire la scansione cronologica della cultura Moche, in parte si sovrappongono e che, quindi, sono, appunto, solo un indicatore stilistico, e che la ricostruzione della storia di questa cultura va fatta partendo, come sempre, dalle cronologie relative e assolute dei vari siti.

nelle due pagine

LA TOMBA 14 Lo scheletro del personaggio della Tomba 14 di Sipán ancora in situ, e un momento della pulitura. Vediamo anche una ricostruzione artistica del personaggio della Tomba 14 con gli ornamenti e i paraphernalia trovati accanto allo scheletro.

NUOVA CRONOLOGIA DI SIPçN nei siti Moche. In particolare emerge che la Piattaforma Funeraria fu costruita tra il 348±40 (datazioni C14 e TL della Tomba 3) e il 659±18 (datazioni C14 e TL della Tomba 1). Qualche giusta riflessione. Per quanto sia evidente l’importanza della datazione di Sipán nel contesto della cronologia Moche, dei rapporti con Huari e dell’origine della cultura Lambayeque, mi limito a osservare che la metodologia seguita si proietta anche sulla datazione di altri siti di primo piano del territorio di Lambayeque, come Pampa Grande. Essa, infatti, ribadisce tre cose banali ma, di fatto, spesso dimenticate:

p. a fronte e qui sotto

PRELIEVI. Durante lo scavo della Tomba 14 di Sipán si effettuano prelievi per la datazione. Si vedono gli scheletri di una donna e di un lama. Dalla testa di quest’ultimo si prelevano frammenti di ossa.

1. I risultati delle analisi C14 fatte sulle travi delle tombe o sulle borse di cotone messe nel corredo funerario non indicano il momento dell’evento che si vuole datare, ma dicono solo quando l’albero utilizzato per la trave fu tagliato o il cotone fu raccolto, cosa che può essersi verificata anche secoli prima dell’evento, se la trave fu utilizzata come pilastro di una costruzione o se la borsa di cotone passò da una generazione all’altra per via di un suo particolare valore simbolico; 2. Se si scartano le datazioni anomale in mancanza di ben precise motivazioni, ma solo perché non coincidono con quelle della letteratura esistente, si rischia di cadere in un loop che porta ad avvalorare errori clamorosi; 3. Due o tre datazioni fatte senza il riscontro di una adeguata cronologia relativa hanno solo un valore indicativo.

* ➝ p. 48

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p. a fronte

RADIOATTIVITÀ Contatore Geiger posto all’interno della Tomba 14 durante la missione dell’Università di Milano Bicocca a Sipán del 2008, per misurare la radiazione ambientale nel luogo di prelievo. Questo valore, unito alla radioattività della ceramica, serve a determinare la dose di radiazione assorbita annualmente dal reperto da datare.

CERIMONIA DEL SACRIFICIO Le scene rappresentate su questo vaso Moche mostrano una sintesi delle fasi conclusive del rituale più importante della cultura Moche. Nel registro inferiore si vede un personaggio antropo-zoomorfo disceso da una portantina, in atto di tagliare la gola a dei prigionieri seduti, denudati e con le mani legate dietro la schiena. Il registro superiore mostra la fase successiva del rituale. Da sinistra verso destra si vedono: il Personaggio A (con oggetti simili a quelli del corredo funerario della Tomba 1) che tiene in mano una coppa col sangue dei sacrificati, un personaggio antropo-zoomorfo (con oggetti simili a quelli del corredo funerario della Tomba 2), un personaggio femminile (con oggetti simili a quelli del corredo funerario della Signora di Cao), un personaggio con un diadema a V (con oggetti simili a quelli del corredo funerario della Tomba 14).

Fine dei Moche: non può essere stato solo El Niño

A

lungo ci si è chiesti quali potrebbero essere state le cause della scomparsa della cultura Moche. Con l’emergere delle tematiche ambientaliste – gli archeologi riflettono, logicamente, il loro tempo e oggi si dà molta importanza ai cambiamenti climatici – la constatazione delle impressionanti alluvioni e degli smottamenti provocati da fenomeni di mega Niños* ha spinto alcuni studiosi ad attribuire la fine della cultura Moche proprio a questa sorta di catastrofi. Al solito – e come nel caso del collasso

delle città maya del Periodo Classico (300-900 d.C.) – è bene ricordare che i modelli unilineari e unidirezionali non funzionano. Sono troppo semplicistici. Vale la pena anche ricordare che la cronologia di Sipán, definita nel libro Lambayeque: nuevos horizontes de la arqueolog’a peruana (vedi scheda), dimostra che i Moche della regione si ripresero splendidamente dai mega Niños documentati per la prima metà del VII secolo.

Lambayeque: come nasce una nuova cultura

I

n passato si pensava, invece, che la cultura Moche fosse stata cancellata dall’espansione Huari*, il primo grande impero andino (600-900 d.C.), mentre ora è chiaro che si svi-

luppò fino all’850 e che, quindi, per un lungo periodo convisse con l’ingombrante vicino. Ma come? Ci fu un cambiamento nell’ideologia delle élites dominanti che portò a nuovi stilemi artistici o ci fu una vera e propria conquista Huari? Il fatto che nella Costa Nord le tracce di veri insediamenti Huari siano poco numerose e a macchia di leopardo farebbe escludere un dominio diretto. Inoltre, non bisogna attribuire a queste culture, pur caratterizzate da forme di dirigismo proprie del modo di produzione asiatico, un controllo del territorio come quello degli Stati moderni. Infine, in passato si pensava che la cultura Lam-

bayeque, la stessa che ha restituito le straordinarie testimonianze di Sipán, non fosse altro che una sorta di riaffermazione, con qualche modifica, dei tratti culturali Moche dopo la parentesi, pur lunga, dell’egemonia Huari. Oggi si è capito che, per quanto le trasformazioni della cultura Moche, provocate dall’espansione Huari, fossero state lente, verso l’800-900 d.C. nel terriorio dell’attuale Dipartimento di Lambayeque – che ha dato il nome alla cultura – si verificarono dei cambiamenti rapidi e profondi, che coinvolsero quasi tutti gli aspetti della società, dall’architettura alla metallurgia, dall’arte alla religione, ai rituali funerari. L’archeologo polacco Krzysztof Makowski, della Pontificia Universidad Católica del Perú, ritiene che essi non siano da attribuirsi a eventi in-

*NON TUTTI SANNO CHE... Cronologia relativa. Consente di stabilire la successione cronologica delle fasi di un monumento o di una cultura a partire dalla posizione stratigrafica dei reperti utilizzati come indicatori. In sostanza, serve a capire se una fase viene prima o dopo un’altra. Si distingue dalla cronologia assoluta che, invece, consente di calcolare l’età di un reperto.

modo nel dipartimento omonimo tra la fine della cultura Moche e la conquista Chimú, cioè tra 800/850 e 1375 d.C.

Huari. Nome del sito archeologico andino con cui è stata chiamata la cultura preincaica che si impose su gran parte del Perú tra 600 e 900 d.C.

Modello bayesiano. Elaborazione statistica delle probabilità dalle datazioni effettuate (C14, TL ecc.), che viene fatta incrociando i dati ottenuti con informazioni affidabili “a priori” (per esempio, i dati della cronologia relativa). Questo consente di diminuire l’incertezza sulle singole datazioni.

Lambayeque. Nome di una città e di un dipartimento del Perú moderno con cui è stata chiamata la cultura che si è sviluppata grosso

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Moche. Nome del fiume e della cittadina con cui è stata chiamata la cultura che si è sviluppata lungo la costa del Perú settentrionale tra 100 e 850 d.C.


terni alla cultura Moche, ma alla presenza di nuove élites dominanti, che per certi aspetti vollero marcare un taglio netto col passato. Secondo questo modello, dunque, dopo due o tre secoli, si ruppe quella specie di “coesistenza” che aveva caratterizzato i rapporti fra Moche e Huari, mentre gruppi della Sierra di Cajamarca, sempre nel nord del Perú, con alcuni tratti culturali Huari, imposero il loro dominio nella regione, dando così origine alla cultura Lambayeque.

VIAGGIO IN PERÚ L'autore dell’articolo, professor Antonio Aimi, uno dei massimi esperti italiani di archeologia precolombiana, guiderà il prossimo viaggio di Archeologia Viva in Perú. Partenza 20 gennaio 2018. Organizzazione tecnica: Agenzia Viaggi Rallo. Vedi programma in terza pagina di copertina. Info: www.archeologiaviva.it

Antonio Aimi docente di Civiltà Precolombiane all’Università degli Studi di Milano

UN LIBRO PER LAMBAYEQUE Antonio Aimi, Krzysztof Makowski ed Emilia Perassi (a cura di), Lambayeque: nuevos horizontes de la arqueología peruana, Milano, Ledizioni (www.ledizioni.it), pp. 300.

S

i tratta della sintesi più aggiornata delle ricerche condotte nella regione di Lambayeque. Presenta gli interventi dei più importanti specialisti del settore e i contributi dei quattro archeologi da cui dipendono le “sovrintendenze” archeologiche della regione, con approfondimenti su cultura, archeologia, iconografia, etnostoria della zona, a partire dalle più recenti campagne di scavo. Bernd Schmelz (Museum für Völkerkunde di Amburgo) fa il bilancio delle ricerche di Hans H. Brüning, uno dei padri fondatori dell’archeologia e dell’etnostoria nella regione Lambayeque. Krzysztof Makowski (PUCP - Pontificia Universidad Católica del Perú) interviene con due saggi: nel primo prende in esame il dibattito lessicale e contenutistico Lambayeque vs-Sicán a partire da quanto è emerso nelle campagne di scavo; nel secondo affronta la questione della fine della cultura Moche (100-850 d.C.) e la nascita di quella Lambayeque (800-1375 d.C.). Edgar Bracamonte (Museo Tumbas Reales di Sipán) prende in esame gli insediamenti nella valle del Chancay dal punto di vista “etnico”. Carlos Elera (Museo Nacionale Sicán) presenta le fasi costruttive e i corredi funerari del tempio-mausoleo di Huaca de las Ventanas (SHBP). Antonio Aimi, Walter Alva, Luis Chero, Marco Martini, Francesco Maspero, Emanuela Sibilia affrontano la questione della cronologia di Sipán (vedi scheda). Paloma Carcedo de Mufarech (Università di Lima) studia l’iconografia delle divinità e dei personaggi raffigurati

nelle opere d’arte dell’oreficeria Lambayeque-Sicán. Bernarda Delgado e Alfredo Narváez (entrambi del Museo de Sitio di Túcume) fanno il punto su Huaca Las Balsas sotto l’aspetto architettonico e archeologico. Carlos Wester La Torre (Museo Arqueológico Nacional Brüning di Lambayeque) presenta i risultati delle campagne di scavo condotte nel complesso Chotuna - Chornancap, che hanno permesso di ricostruire la tomba estremamente intrigante di una “sacerdotessa”. Susan Ramírez (Texas Christian University, Fort Worth) prende in esame quanto riferiscono le fonti etnostoriche del dominio inca nella regione di Lambayeque. Esistono le edizioni open access in PDF di Lambayeque: nuevos horizontes de la arqueología peruana e di Herencia Muchik che posso essere scaricate gratuitamente. Altre pubblicazioni sulla cultura Lambayeque. Questo nuovo libro, tuttavia, non è l’unico realizzato nell’ambito dei progetti del FIP-Fondo Italo Peruano, portati avanti dall’Università degli Studi di Milano. Precedentemente è stato pubblicato Herencia Muchik, che presenta i risultati delle ricerche etnografiche condotte nell’area del Bosque de Pómac. Prima ancora, per i tipi di Giunti, sono stati pubblicati: Sipán, el tesoro de las tumbas reales, di cui esiste un’edizione in italiano, e Sipán, una ventana hacia el futuro. Éxitos arqueológicos y desarollo integral. Il primo fa una sintesi su Sipán e sulla scoperta della Tomba 14, il secondo raccoglie gli atti del convegno organizzato a Chiclayo nel 2008, per discutere queste scoperte e valutare il progetto di valorizzazione turistica di Sipán.

*NON TUTTI SANNO CHE... El Niño. Più precisamente ENSO (El Niño-Southern Oscillation). Alterazione climatica causata dal riscaldamento delle acque del Pacifico centro-meridionale e orientale con ricadute più o meno forti e, a volte, non contemporanee su scala globale. Il fenomeno si presenta ciclicamente, ma con forte irregolarità, ogni quattro - dieci anni. Così chiamato perché di solito comincia nel periodo di Natale (in spagnolo El Niño è il Bambin Gesù). Lungo la costa del Perú porta forti precipitazioni, che provocano alluvioni e frane di grandi entità, accentuate dal fatto che la regione è desertica e quindi non protetta da manto vegetale. Niños particolarmente intensi (mega Niños) hanno

lasciato depositi di fango alti parecchi metri in località aperte e vicine al mare. Sicán - Sipán. Toponimi diversi che indicano luoghi diversi. Entrambi, probabilmente, derivano dal toponimo muchik (lingua mochica) Sian, che, forse, voleva dire ‘Casa della Luna’. Sipán è il paesino e il sito archeologico di cui si parla nell’articolo. Sicán, nei documenti coloniali, indica l’area che è poi diventata l’azienda Batán Grande e che oggi è il SHBP (Santuario Histórico Bosque de Pómac ). Alcuni archeologi usano “Cultura Sicán” come sinonimo di “Cultura Lambayeque”.

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NELLA TOMBA DI

AMENOFI II

La tomba di questo faraone della XVIII dinastia scoperta dall’egittologo francese Victor Loret rientra in una delle vicende più straordinarie fra quelle che hanno segnato la storia archeologica della Valle dei Re e si lega all’Italia per la documentazione originale delle ricerche ottocentesche che si conserva all’Università Statale di Milano TESTI PATRIZIA PIACENTINI FOTO STORICHE UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO - BIBLIOTECA E ARCHIVI DI EGITTOLOGIA - FONDO LORET IN COLLABORAZIONE CON 24 ORE CULTURA

UNA MOSTRA A MILANO


VALLE DEI RE Victor Loret entra nella tomba di Amenofi II: è la sera del 9 marzo 1898 e l’egittologo francese non immagina la grandiosità della scoperta di cui sarà protagonista. L’immagine venne pubblicata il 21 maggio dello stesso anno sulla rivista «L’Illustration».


CAMERA FUNERARIA. La “cripta” della tomba di Amenofi II come si presenta oggi con il pavimento predisposto per le visite. Si notino: la grande cassa entro cui Loret trovò un sarcofago con la mummia del faraone; il soffitto decorato con un cielo di stelle; l’accesso sulla parete alla stanza 4; i pilastri su cui è ripetuta la scena in cui la dea Hathor con la chiave ankh nutre di vita il faraone.


L

A DOCUMENTAZIONE DI VICTOR Loret (1859-1946) relativa alla scoperta della tomba di Amenofi II (1428-1397 a.C., XVIII dinastia), la KV35 (dove KV sta per Kings’ Valley e il numero indica l’ordine del ritrovamento - ndr), e di quella, avvenuta in precedenza, di suo padre Thutmosi III (1479-1425 a.C.), la KV34, è stata individuata agli inizi del Duemila negli Archivi di Egittologia dell’Università degli Studi di Milano. Un

diario di scavo giornaliero, accompagnato da disegni, fotografie e piante, fornisce la descrizione precisa dell’eccezionale ritrovamento. Questo materiale era stato solo riassunto in due rapporti preliminari presentati dallo stesso Loret all’Institut Égyptien del Cairo nel marzo e maggio 1898. Le tappe della scoperta e alcuni dati fondamentali, come la posizione in cui venne ritrovato il corredo funerario, erano rimasti sconosciuti per un centinaio d’anni.

ANTICAMERA Questa foto documenta la situazione in cui Loret trovò l’anticamera della tomba di Amenofi II: addossata a una parete e in mezzo a frammenti del corredo funerario c’è una barca con la mummia di un faraone, probabilmente Sethnakht (1187-1184 a.C., XX din.)

ESERCITAZIONE. Acquarello di Victor Loret, realizzato tra il 1883 e il 1899 con un particolare della decorazione della tomba di Ramesse IX (1126-1108 a.C., XX din.), la cui mummia venne “traslocata” nel nascondiglio di Deir el-Bahri: il dio-falco Horo con la corona doppia dell’Alto e Basso Egitto, disco solare, cobra e ankh...

DOCUMENTARE L’EGITTO ANTICO Gli Archivi di Egittologia della Statale di Milano. L’Università degli Studi di Milano ha iniziato, nel 1999, una politica di acquisizione di biblioteche e archivi relativi all’antico Egitto, arrivando a possedere oggi fondi librari e archivistici di argomento egittologico tra i più ricchi al mondo. Nel 2002, in particolare, furono acquistati gli archivi dell’egittologo francese Alexandre Varille (1909-1951), al cui interno era conservata la maggior parte di quelli che gli aveva lasciato proprio il suo professore, Victor Loret (1859-1946). Il fondo più importante è costituito dalla biblioteca dell’egittologo tedesco Elmar Edel (1914-1997), comprendente oltre sedicimila volumi, cui si aggiungono gli archivi dello studioso. Sono inoltre arrivati a Milano, per acquisto o per dono, l’epistolario di un altro archeologo tedesco, Heinrich Brugsch (1827-1894), comprendente, fra l’altro, più di centocinquanta lettere di Auguste

Mariette (1821-1881), uno dei padri dell’egittologia e fondatore del Museo Egizio del Cairo; parte della biblioteca e dei manoscritti di Erich Lüddeckens (1913-2004); gli archivi di Wolja Erichsen (1890-1966); gli archivi personali di Bernard V. Bothmer (19121993), l’epistolario e una serie di foto e altri materiali del modenese Giuseppe Botti (1853-1903), fondatore del Museo greco-romano di Alessandria d’Egitto, e l’epistolario di William Kelly Simpson (1928-2017), personaggio di primo piano dell’egittologia ma anche della storia americana contemporanea. La fototeca che fa parte degli Archivi, costituita da oltre centomila immagini spesso uniche o rarissime relative all’Egitto, dalla nascita della tecnica fotografica a oggi, è tra le più ricche al mondo. Info: pagina FB “Biblioteca e Archivi di Egittologia - Università degli Studi di Milano”

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IL COPERCHIO Coperchio del sarcofago in legno riutilizzato per contenere la mummia di Amenofi II, spostato da Loret e appoggiato a una parete della camera funeraria, dove si riconoscono testi e illustrazioni del Libro dell’Amduat. Foto del 1898.

a destra

MUMMIA E SARCOFAGO Pagina del giornale di scavo di Victor Loret del 29 marzo 1898, relativo alla mummia di Amenofi II. Questa, decorata con foglie e fiori, fu rinvenuta all’interno di un sarcofago di legno deposto in un altro esterno di pietra.

AMDUAT Particolare di una parete della camera funeraria di Amenofi II, con testi e raffigurazioni del Libro dell’Amduat, facente parte dei testi religiosi che accompagnano il defunto nell’oltretomba per consentirgli di vivere ancora. Amduat significa ‘ciò che è nell’aldilà’.

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Insieme a Loret all’interno del sepolcro

L

a sera del 9 marzo 1898, Loret entra nella tomba di Amenofi II e inizia a esplorarla, percorrendo a lume di torcia il corridoio e le sale piene di oggetti, in molti casi frantumati dai saccheggiatori. Oltrepassa il pozzo funerario (che aveva funzione rituale, scoraggiava intrusioni e proteggeva da allagamenti la camera funera-

ria), al cui fondo è annesso un piccolo ambiente, ed entra nell’anticamera. Qui, all’interno di un modello di barca (la barca solare, simbolo di rinascita - ndr), Loret trova quella che potrebbe essere la mummia del faraone Sethnakht (11871184 a.C.), il fondatore della XX dinastia, chiaramente ricollocata nel sepolcro di Amenofi II, più antico di qualche secolo, in un periodo di insicurezza generale e che comunque verrà distrutta nel 1901 da saccheggiatori moderni. Dall’anticamera


una scala porta al nucleo della tomba, la camera funeraria. Questa presenta il soffitto decorato a stelle, sorretto da sei pilastri. Tra gli ultimi due, alcuni gradini portano a una sorta di cripta dove l’archeologo trova il sarcofago con ancora all’interno la mummia di Amenofi II: nella Valle dei Re un caso simile si verificherà solo ventiquattro anni dopo, nel 1922, con la scoperta, nella tomba di Tutankhamon, di una serie di sarcofagi incastrati l’uno nell’altro, nel più interno dei quali si trovava

il corpo del faraone. Loret effettua lo scavo vero e proprio della KV35 tra il 13 e il 31 marzo 1898, secondo un sistematico piano di lavoro: divide in sezioni le due sale principali (anticamera e camera funeraria), al fine di registrare la posizione degli oggetti principali, che misura e disegna. Sui lati lunghi della camera funeraria si aprono quattro stanze sussidiarie, alle quali attribuisce dei numeri: le due del lato a destra entrando sono la 1 e la 4; le due sul lato sinistro sono la 2 e la 3.

KV35 Pianta e sezioni con numerazione provvisoria degli ambienti della tomba di Amenofi II, la n. 35 della Valle dei Re, realizzate da Émile Baraize per Victor Loret.

AMENOFI II: IL FARONE PERFETTO Un problema: la grandezza del padre Thutmosi III. La vita di Amenofi II (1428-1397 a.C.) è costellata di imprese militari volte a consolidare l’impero creato dal padre, il grande Thutmosi III (1479-1425 a.C.), una realtà territoriale che si estendeva dall’Eufrate fino alla quarta cateratta del Nilo (nel deserto sudanese, oggi sommersa dalla diga di Merowe). Il figlio è degno del padre e lo onora, ultimando un suo tempio ad Amada in Bassa Nubia, a sud della prima cateratta (al confine con il Sudan attuale), e facendosi rappresentare con lui su monumenti e stele. Amenofi II aggiunge proprie statue a Deir el-Bahri, nella cappella consacrata alla dea Hathor dal padre, e nelle fortezze che costellano il territorio nubiano; continua ad ampliare il complesso templare di Karnak costruendovi il suo tempio del giubileo, sempre abbellendolo con numerose statue; fa costruire un porto ed edifici sacri e profani nel Delta e lungo la Valle del Nilo; fa erigere un tempio nei pressi della Sfinge di Giza, dove colloca una stele che lo celebra; si fa innalzare un “Tempio dei Milioni di Anni” non lontano da quello paterno, sulla riva occidentale tebana, con cortili arricchiti da alberi e giardini lussureggianti e una scuola ed edifici amministrativi annessi,

e si fa preparare una tomba nella Valle dei Re che, nella pianta e nella decorazione, ricorda ancora quella del padre (scoperta anch’essa da Victor Loret). Modello di sovrano egizio. Per affermare il suo prestigio e la sua autorità, Amenofi II insiste sulla sua prodezza, non solo in battaglia ma anche nella vita quotidiana, e narra le sue eccezionali imprese atletiche, esaltando la propria forza fuori dal comune. Nella fraseologia regale, nuove metafore, che fanno allusione alle divinità dei Paesi asiatici sottomessi, diventano frequenti per sottolineare il valore e la potenza del faraone. Nelle statue che lo rappresentano, lo stile del volto è erede diretto di quello delle statue di Thutmosi III, suo modello di vita e di politica, ma lo stile del corpo viene modificato: spalle forti, busto muscoloso e bicipiti gonfi svelano un vigore rinnovato e forse maggiore di quello del predecessore. Il volto sereno, con grandi occhi e il corpo solido e prestante fanno di Amenofi II il modello perfetto di un sovrano egizio. AMENOFI II. Statua in granito dal tempio di Amon a Tebe, esposta al Museo Egizio del Cairo: il faraone in ginocchio reca offerte alla divinità. (Foto J.-P. Dalbera/Creative Commons)

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sotto e al centro

STANZA 1 Le tre mummie rinvenute nella stanza 1 della tomba di Amenofi II in una foto del 1898. Nell’ordine (da sinistra): la “Donna giovane”, il ragazzo e la “Donna anziana”. Vediamo anche la pagina del giornale di scavo di Loret, datata 23 marzo 1898, con pianta, disposizione delle mummie e lista degli oggetti rinvenuti nella stessa stanza 1.

Molte deposizioni nella tomba del faraone

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ella stanza 1 Loret trova le mummie di un ragazzo e di due donne, l’una chiaramente più anziana dell’altra, che probabilmente erano state deposte (ricollocate) in concomitanza con quelle della stanza 4. La “Donna anziana” fu identificata con Tiy, moglie di Amenofi III (1387-1350 a.C.), verso la metà degli anni Settanta del secolo scorso grazie all’analisi di una sua ciocca di capelli che era risultata sostanzialmente identica a quella conservata in un sarcofago in miniatura deposto nella tomba di suo nipote Tutankhamon (1333-1323 a.C.). Infatti, il “faraone bambino” era probabilmente

figlio di Amenofi IV/Akhenaton (a sua volta figlio di Tiy e di suo fratello Amenofi III), il “faraone eretico” (1350-1333 a.C.) che fu sepolto con verosimiglianza nella tomba n. 55 della Valle dei Re (KV55). L’identificazione della “Donna anziana” con Tiy è stata poi confermata nel 2010 dai risultati di studi radiologici e genetici effettuati su mummie del Nuovo Regno che potevano essere connesse a questo faraone, nell’ambito del progetto sulla famiglia di Tutankhamon (Family of King Tutankhamun Project, FKTP) svolto sotto l’egida del Consiglio Superiore delle Antichità egiziano. Grazie a queste analisi si è appurato anche che Tiy era morta a circa cinquant’anni ed era la madre sia dell’uomo sepolto nella KV55 – probabilmente Akhenaton, come si è det-

QUELLA STRAORDINARIA SCOPERTA In mostra a Milano. Fino al 7 gennaio il MUDEC - Museo delle Culture ospita “La straordinaria scoperta del faraone Amenofi II”, a cura di Patrizia Piacentini e Christian Orsenigo, con il coordinamento di Massimiliana Pozzi. Si tratta della prima mostra su questo faraone (1428-1397 a.C.), del quale ora si illustrano la vita, le imprese, la tomba scoperta nel 1898, oltre alla società della sua epoca. L’idea di realizzare a Milano un’esposizione su questo tema risale a dieci anni fa, quando, facendo ricerche al Museo del Cairo per ritrovare i materiali scoperti da Loret, la professoressa Piacentini ebbe la possibilità di portare a termine un progetto relativo agli anni egiziani del famoso archeologo francese, dalla sua formazione ai suoi successi, alle stesse difficoltà che dovette affrontare in seguito alle importanti scoperte nella Valle del Nilo. Così al Museo del Cairo nel 2008 venne organizzata una prima mostra dal titolo “Victor Loret in Egypt (1881-1899). From the Archives of the Milan University to the Egyptian Museum in Cairo”, che i curatori speravano di portare un giorno a Milano. Il rapporto di collaborazione con i colleghi egiziani, insieme con il fortunato incontro con l’équipe di 24 Ore Cultura e con il MUDEC, ha permesso che il progetto si realizzasse.

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Dentro la tomba ricostruita. La mostra si apre con I giorni del faraone, in cui si raccontano le origini familiari e la vita di Amenofi II. Una stele, conservata in una collezione privata e mai prima esposta al pubblico, è molto significativa perché fu utilizzata in vari periodi e infine incisa con il nome e la raffigurazione di Amenofi II di fronte al dio Amon: un esame tomografico e analisi approfondite sulla superficie hanno permesso di individuare quanto soggiace alla scena che oggi possiamo vedere. Altri pezzi importanti provengono da Vienna, Leida, Firenze e dal Museo del Cairo. La seconda sezione è dedicata a La vita dell’alta società: uno spaccato sugli uomini e le donne che circondavano il faraone, attraverso statue che li rappresentano e oggetti di vita quotidiana, gioielli, armi. Segue una parte su continuità e trasformazioni negli usi funerari, che si allarga in senso diacronico alle epoche che precedettero e seguirono la XVIII dinastia (1550-1291 a.C.). In questa sezione, intitolata Dalla morte alla vita, si può ammirare, tra l’altro, la stele di Usernebu, da Vienna, risalente al regno del figlio di Amenofi II, Thutmosi IV (1397-1387 a.C.). Si presenta quindi la scoperta del “Tempio dei Milioni di Anni” dello stesso Amenofi II, individuato nel corso dell’Ottocento dall’egittolo-


to – sia dell’altra donna, la “Donna giovane”, ritrovata da Loret nella stanza 1. I due fratelli (la “Donna giovane” e Akhenaton) si erano sposati e avevano generato Tutankhamon. L’identità precisa della “Donna giovane”, tuttavia, rimane sconosciuta: si sa che morì tra venticinque e trentacinque anni, che era una delle quattro o cinque figlie di Tiy e di Amenofi III e madre di Tutankhamon. Comunque, è ormai certo che non possa essere identificata con la celebre regina Nefertiti, moglie principale di Akhenaton, in ragione sia della sua età al momento della morte, troppo giovane rispetto a quella in cui doveva essere morta Nefertiti, sia del fatto che quest’ultima, nei testi, non è mai definita “figlia del Re” o “sorella del Re”. Quanto al corpo del ragazzo, sempre

trovato da Loret nella stanza 1, esso rimane anonimo. Non è stato analizzato nel corso del progetto Family of King Tutankhamun, e la sua identità è ancora frutto di congetture. Potrebbe trattarsi del principe Thutmosi, figlio maggiore di Amenofi III e di Tiy, morto prematuramente e poi deposto nella stanza 1 accanto alla madre e a una sorella. I pochi oggetti rinvenuti da Loret accanto alle tre mummie non forniscono alcun indizio supplementare sulla loro identità. Nell’ambiente annesso al pozzo funerario, Loret scopre due crani e alcune ossa, forse resti di mummie sepolte durante la fase originaria di occupazione della tomba: potrebbe trattarsi di Meritra-Hatshepsut, moglie di Thutmosi III e madre di Amenofi II, e di Ubensenu, figlio di quest’ultimo.

DONNA ANZIANA La mummia della “Donna anziana”, poi identificata con la regina Tiy, moglie di Amenofi III e nonna di Tutankhamon, rinvenuta nella “stanza 1” della tomba di Amenofi II. Foto del 1898.

QUELLA STRAORDINARIA SCOPERTA go britannico Flinders Petrie (1853-1942) e scavato nel corso degli ultimi decenni dalla missione italiana diretta da Angelo Sesana. Infine, si entra nella camera funeraria del faraone, ricostruita in scala 1:1. Qui si rivivono i primi passi dell’archeologo Loret, con il quale ci si immedesima leggendo le pagine del suo giornale di scavo, ammirando foto e disegni conservati all’Università degli Studi di Milano, oltre che alcuni oggetti straordinari in legno dipinto e in faïence rinvenuti nella tomba, conservati al Cairo e ora in mostra. Gli spazi del MUDEC si sono rivelati perfetti per la ricostruzione della tomba, resa possibile dalla mappatura fotografica realizzata nel corso del Theban Mapping Project e dall’abilità tecnica dell’architetto Cesare Mari, sotto la supervisione di Massimiliana Pozzi. Amenofi, Amenophis, Amenothes o Amenhotep? Nel titolo della mostra, per indicare il nome del faraone, è stato scelto di utilizzare la forma Amenofi, più familiare al pubblico italiano. Essa deriva dal greco Amenophis, spesso usata in passato e ancora in uso soprattutto nell’ambito dell’egittologia francofona. In realtà, in egiziano antico il nome del faraone si legge Amenhotep, e questa è la forma corretta che dovrebbe essere adottata. L’uso delle forme Amenophis o

Amenofi per indicare il nome egiziano Amenhotep è frutto di una confusione. In effetti, la forma greca Amenophis, italianizzata in Amenofi, è la trascrizione del nome egiziano Amenemope, che significa ‘Amon è in Ope’ (antico nome di Luxor). Il nome egiziano Amenhotep, ‘Amon è in pace’, invece, corrisponde alla forma greca Amenothes che è utilizzata, ad esempio, da Gaston Maspero e da altri egittologi dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento. Info: 02.54917


VICTOR LORET La celebre foto (1898) dell’egittologo mentre copia le iscrizioni presenti sulle bende della mummia di Amenofi III, nipote di Amenofi II, da lui rinvenuta nella stanza 4 della tomba di quest’ultimo. sotto a destra

NASCONDIGLIO Pagina del giornale di scavo di Victor Loret del 28 marzo 1898 relativa alla stanza 4 del sepolcro di Amenofi II: sono riportati misure, dettagli sugli ornamenti e disposizione delle mummie e dei sarcofagi rinvenuti. qui sotto

VIETATO ENTRARE In una foto scattata nei giorni della scoperta della tomba di Amenofi II vediamo ancora in situ il muretto che chiudeva l’accesso alla stanza 4, utilizzata come nascondiglio delle mummie reali. Sulle pietre un testo dipinto ricordava l’ispezione compiuta da un sovrano alla fine dell’età ramesside (fine II millennio a.C.).

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Il sepolcro di Amenofi II diventa un nascondiglio

L

oret si occupa poi della stanza 4, sigillata nell’antichità con un muretto. La sua prima azione archeologica consiste nel misurare, numerare e disegnare tutte le pietre del muretto. Copia inoltre il testo iscritto sulle pietre, che si riferisce a un’ispezione compiuta nell’anno 13 di regno di un sovrano il cui nome è mancante, forse della fine dell’età ramesside (fine II millennio a.C.). Tolte le quattro assise superiori di pietre, entra finalmente nella stanza 4. A terra si trovano ben nove sarcofagi, disposti su due file: sei sono sul fondo, a riempire tutta la larghezza della stanza, e tre in avanti. Loret si rende conto di trovarsi ora in un “nascondiglio reale”, di dimensioni più modeste, ma concettualmente simile a quello che era stato scoperto quasi vent’anni prima a Deir elBahri, dove, in un’epoca di crescente insicurezza per l’Egitto – agli inizi del Terzo Periodo Intermedio (1075-664 a.C.) – erano state rideposte una cinquantina di mummie di faraoni, regine e personaggi importanti, per salvarle dalla distruzione. Le mummie messe in salvo nella stanza 4 della tomba di Amenofi II e scoperte da Loret sono i corpi di alcuni celebri faraoni della XVIII, XIX e XX dinastia, così disposti nell’ordine: Thutmosi IV; Amenofi III (all’interno del sarcofago di Ramesse III, con coperchio di Seti II); Seti II; Merenptah (all’interno del sarcofa-

go di Sethnakht); Siptah (sarcofago riutilizzato, nome originario illeggibile); Ramesse V; segue una donna di nome sconosciuto, che potrebbe essere identificata con la regina Tauseret


(coperchio del sarcofago di Sethnakht utilizzato come base); Ramesse VI (nel sarcofago riutilizzato di Ra, “primo profeta di Menkheperra”); Ramesse IV (nel sarcofago riutilizzato di

Ahaa, “sacerdote-puro”). Tutte queste mummie furono collocate nella stanza 4 intorno al 1000 a.C. – dunque anche in questo caso agli inizi del Terzo Periodo Intermedio – da funzionari della necropoli reale che, dopo aver prelevato i materiali di valore che potevano ancora trovarsi su di esse, in seguito al passaggio dei ladri nelle rispettive tombe originarie, avevano ricomposto i corpi e li avevano deposti in questo “nascondiglio” per salvarli da possibili profanazioni. La tomba di Amenofi II venne visitata a più riprese nell’antichità, tanto dai ladri, quanto dai funzionari per rimediare al disordine causato dai saccheggi stessi, nonché da coloro che vi entrarono per deporvi le altre mummie reali. Le attività illecite avvenute nell’antichità portarono al danneggiamento degli oggetti del corredo funerario e delle mummie. Infine, vi fu un’ultima ispezione prima della chiusura definitiva della tomba, poco dopo il 1000 a.C. Ed è così che Loret trovò il sepolcro nel 1898. Mummie e materiali scoperti furono inviati al Cairo in varie tappe e in mezzo a mille polemiche, e sono oggi conservati al Museo Egizio. Secondo il piano strategico di riorganizzazione dei musei egiziani, le mummie reali, tra cui quelle rinvenute nella tomba di Amenofi II, dovrebbero essere trasferite tra qualche anno al NMEC, il nuovo Museo Nazionale della Civiltà Egiziana nel quartiere di Fustat.

IMBALLO La mummia di Amenofi ormai pronta per essere inviata al Museo del Cairo. Foto del 1898.

Patrizia Piacentini professore ordinario di Egittologia Università degli Studi di Milano PROCESSIONE. Le mummie rinvenute da Loret nella stanza 4 della tomba di Amenofi II sono trasportate dalla Valle dei Re al Nilo per essere imbarcate sulla nave che le porterà al Cairo. La foto è del gennaio 1900.

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CASTELLAZZO DI MONTE IATO FEDERICO II IN SICILIA

DENTRO LO SCAVO

Sulla storica montagna dell’entroterra di Palermo divenuta nel medioevo una roccaforte musulmana – già sede di una città d’altura prima elima e poi greca e romana – si consumò l’ultimo atto della rivolta degli arabi di Sicilia assediati dalle truppe imperiali: uno scavo sta ora riportando in luce le strutture del grande accampamento fortificato federiciano Testi Ferdinando Maurici Antonio Alfano Alberto Scuderi

SCAVI IN CORSO Scavi in corso sul piano del Castellazzo, sulle pendici del Monte Iato, nel sito dell’accampamento federiciano. Studenti del Liceo Classico “Tito Livio” di Milano e volontari dei G.A.d’I. al lavoro durante una delle ultime campagne di scavo.

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A

partire dalla morte nel 1189 di Guglielmo II il Buono, uno dei re normanni più amati dalla propria gente, fino al 1246 la Sicilia, in particolare la parte occidentale, fu sconvolta a più riprese dalla ribellione della superstite popolazione musulmana, di lingua araba e berbera. La fine della dinastia degli Altavilla (Guglielmo II morì senza lasciare eredi) determinò il crollo quasi repentino di un modello di governance attuato dopo la conquista normanna

(iniziata nel 1061 con lo sbarco a Messina delle prime navi vichinghe e terminata nel 1091 con la conquista di Noto) che aveva portato a una convivenza sostanzialmente pacifica con i precedenti dominatori dell’isola, per quanto non fossero mancati brutali episodi di aggressione ai danni dei saraceni, com’era accaduto nel 1161. D’altronde, l’impronta araba e islamica, dopo due secoli e mezzo di dominazione musulmana, aveva influenzato ampiamente la Sicilia nor-

manna, dalla stessa concezione e dalle liturgie del potere alle manifestazioni artistiche, prima fra tutte l’architettura. La morte di Guglielmo II, il breve e convulso regno di Tancredi (1189-1194), grande nemico dei musulmani di Sicilia, la conquista sveva e il vuoto di potere seguito alla morte di Enrico VI Hohenstaufen (re di Sicilia dal 1194 al 1197) e Costanza d’Altavilla, quando il trono passò al figlio Federico II di appena tre anni, costituirono lo scenario in cui


crebbe e si rafforzò una sorta di secessione con la nascita di un vero e proprio stato islamico ribelle, un “emirato sulle montagne” della Sicilia occidentale, quasi alle porte di Palermo. Questa situazione non poteva certo essere tollerata da Federico II quando, all’indomani dell’incoronazione a Roma, nel 1220 per mano di Onorio III, fece ritorno nel regno meridionale e nella stessa Sicilia. Dopo avere sconfitto Tommaso da Celano, conte del Molise, e altri nobili ribelli nel Mezzogiorno, dal 1221 il nuovo imperatore si impegnò nella repressione della rivolta musulmana, cercando tuttavia di ricondurre i ribelli nell’alveo della tradizionale fedeltà dell’epoca normanna. Ma la situazione si presentava ormai irreversibile. La guerra divampò fra le montagne della Sicilia occidentale, in particolare nella zona di Monte Iato, principale roccaforte degli arabi e sede dello stesso emiro Muhammed ibn Abbad.

Un accampamento per due assedi. Tenendo presente questo straordinario contesto storico, a partire dal 2011 nel pianoro del Castellazzo, una altura di 702 metri all’interno del Parco Archeologico di Iato che evidentemente ha preso nome dalle muraglie già evidenti in superficie, si sono svolte annuali campagne di scavo, grazie a una convenzione fra la stessa amministrazione del Parco e la sede “Valle dello Jato” dei Gruppi Archeologici d’Italia. Le indagini, condotte dai volontari sotto la direzione scientifica di chi scrive, hanno permesso di riconoscere le strutture superstiti di quello che fu il grande accampamento fortificato approntato da Federico II contro la roccaforte musulmana di Monte Iato (questa occupava il sito dell’antica città prima elima, poi greca e romana di Ieitas/Jatum). Gli assedi avvennero tra il 1223 e il 1224 e, di nuovo, quello finale, nel 1246. L’esistenza di questa postazio-

ne delle truppe federiciane è attestata da una serie di documenti dello stesso Federico II emanati fra il 1222 e il 1224 in castris in obsidione Iati, ‘nell’accampamento dell’assedio di Iato’, e da una cronaca anonima, dove si parla dell’assedio conclusivo del 1246. I resti dell’accampamento furono visitati – in condizioni certamente migliori di quelle attuali – alla metà del XVI secolo dallo storico siciliano Tommaso Fazello. Allo stato attuale non è semplice distinguere le due fasi dell’accampamento relative al primo e al secondo assedio, anche per la presenza, negli stessi strati indagati, di monete rimaste in corso in entrambi i periodi, separati da un intervallo di appena una ventina d’anni durante il quale non sappiamo che destino abbia avuto il sito. Si può solo presumere che nel suo complesso la struttura fortificata non abbia subito cambiamenti di rilievo fra i due assedi.

Chi sono gli autori: A. Alfano, specializzato in Archeologia e direttore della sede “Valle dello Jato” dei Gruppi Archeologici d’Italia; F. Maurici, direttore Museo Regionale di Terrasini (Pa) e già direttore del Parco Archeologico di Monte Iato; A. Scuderi, vice direttore Gruppi Archeologici d’Italia. Per la concessione dell’attività di ricerca e scavo al Castellazzo dello Jato gli autori ringraziano: Enrico Caruso e Vincenzo Caruso, già direttori del Parco Archeologico di Monte Iato; Francesca Spatafora, direttore del Polo Archeologico di Palermo “A. Salinas”, e Lucina Gandolfo, direttore del Parco Archeologico di Monte Iato. MONTE IATO Una spettacolare panoramica del versante nord-orientale del Monte Iato (851 m) visto dalle case della Procura in contrada Dammusi. Ai piedi della rupe è il paese di San Giuseppe Jato.

città antica di Ieitas/Jatum

Castellazzo

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Un vallone divideva i due schieramenti. Le strutture dell’accampamento federiciano occupano l’ampia sommità pianeggiante del Castellazzo, 400 metri in linea d’aria dalla porta orientale della roccaforte musulmana di Iato che si trovava sul versante IL CASTELLAZZO Le strutture dell’accampamento fortificato di Federico II finora riportate in luce sulle pendici del Monte Iato.

opposto di un profondo vallone. La distanza era tale da mettere gli assedianti fuori dalla portata dei tiri di balestra, trabucco e delle altre macchine da getto che lanciavano proiettili dalle mura della cittadella assediata. Il profilo del pianoro è occupato in tutto il suo perimetro da una doppia cinta muraria, ben riconoscibile nelle foto aeree scattate negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Larga oltre due metri, la cinta è scandita da torri aggettanti,

ora ridotte ad accumuli di pietre. L’aspetto attuale del sito, con una situazione archeologica abbastanza compromessa, si deve alle opere di recupero dello stesso pianoro come area agricola: lo spietramento moderno per rendere il suolo coltivabile è stato praticato – secondo quanto riferiscono gli anziani del posto – fino agli scorsi anni Settanta, quando finalmente Monte Iato fu interessato dall’attività archeologica dell’Università di Zurigo. ➝ a p. 64

torrione torrione postierla cinta muraria

cinta muraria

edificio ludico? edificio interno

tomba musulmana

LA LUNGA STORIA DI MONTE IATO Una roccaforte naturale. La montagna è costituita da un rilievo calcareo di 851 metri, quasi totalmente isolata una trentina di chilometri a sud di Palermo e che sovrasta la valle del fiume omonimo. A sud presenta un forte pendio mentre è accessibile senza difficoltà ad est, ove si congiunge ai monti di Piana degli Albanesi. Su questo lato esisteva – ed esiste ancora oggi – l’accesso principale al monte e all’antica città che vi sorgeva. Infine, verso nord, Monte Iato presenta pareti verticali, con un unico sentiero percorribile, in parte scavato in antico nella roccia con una grandiosa tagliata: tale accesso è detto oggi “Scala di ferro”. A questa realtà topografica fa riferimento il cronista normanno Goffredo Malaterra narrando nell’XI secolo le vicende dell’assedio posto dal gran conte Ruggero I, il conquistatore dell’isola, al centro musulmano di Gatu, ¯ ¯ ubicato sull’omonimo monte. La località è quindi riportata dalle fonti fin

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dalla conquista normanna (iniziata nel 1061) come centro fortificato abitato in buona parte da musulmani. La menziona anche il geografo arabo al-Idrisi, ricordando in particolare l’esistenza di un carcere ove erano richiusi quanti incorressero nella «collera del re». Il centro abitato esistette però molto tempo prima dell’età normanna, mantenne il toponimo, anche se leggermente alterato, nelle lingue delle culture che si succedettero: Ieitas in greco, Jatum in latino, ¯ ¯ in arabo. Gatu Mille anni di storia nel cuore della Sicilia. Su Monte Iato scava da quasi mezzo secolo una missione dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Zurigo, il cui lavoro ha permesso di ricostruire la vicenda del popolamento del sito. Abitato forse fin dal X sec. a.C., il centro indigeno di Monte Iato comincia ad avere rapporti con le colonie greche fin dall’età arcaica, cui risale una casa interamente


MONTE IATO versante sud

Porta orientale ¯ ¯ di Gatu

ø ø Ieitas/Gatu

versante nord

vallone

POSIZIONI La cima del Monte Iato: sono indicati il pianoro del Castellazzo dove sorgeva l’accampamento e, oltre il vallone, il punto della porta orientale della roccaforte musulmana che aveva rioccupato l’antica città di Ieitas ¯ ¯ con il nome di Gatu.

Castellazzo

al centro

LUOGO DI RITROVO Uno degli ambienti interni all’accampamento federiciano del Castellazzo con lo strato di crollo ancora in situ del tetto della prima fase dell’assedio (12231224). Si trattava di un ambiente per uso ludico.

POSTIERLA L’accesso all’accampamento del Castellazzo, largo appena un metro e settanta, l’unico rinvenuto finora. La postierla era difesa da due torri. All’interno si conserva ancora parte della pavimentazione originaria.

LA LUNGA STORIA DI MONTE IATO scavata dagli archeologi. Dopo un periodo d’abbandono, intorno al 300 a.C. la città venne ricostruita con criteri urbanistici e architettonici tipicamente greci: sorsero un’agorà, un pretenzioso teatro, ricche case private. Ieitas è inoltre più volte ricordata dalle fonti greche e poi latine. Con l’età imperiale romana inizia però una nuova fase di declino. L’abitato si ridusse, fino a perdere il suo aspetto urbano. Tracce d’incendio alla metà del V sec. d.C. potrebbero far pensare a un’incursione dei Vandali. Per l’età bizantina si registrano solo alcune monete e pochi altri oggetti e così per l’età islamica precedente la conquista normanna. Ultima resistenza musulmana. A partire dalla fine del XII-primi del XIII secolo Jatum divenne una roccaforte della superstite popolazione musulmana, esasperata dalle violenze. I ribelli, approfittando della minore età e poi, dal 1212 al 1220, dell’assenza di Federi-

co II, crearono un emirato indipendente il cui centro principale era proprio quello sul Monte Iato. Ma con il ritorno nel regno di Federico II, ora anche imperatore, la minoranza islamica e la sua roccaforte avevano il tempo segnato. Il sovrano assediò Jatum dal 1222 al 1224, facendo costruire un grande accampamento fortificato sul pianoro del Castellazzo, davanti alla porta est, la principale della città. Dopo una prima resa nel 1225 e il trasferimento coatto di gran parte della minoranza islamica a Lucera, in Puglia, gli ultimi saraceni rimasti in Sicilia si ribellarono nuovamente nel 1246, costringendo l’imperatore a inviare truppe per un nuovo assedio, durante il quale si adoperarono di nuovo le strutture dell’accampamento eretto vent’anni prima. Dopo la resa definitiva, la città fu abbandonata e andò in rovina, come anche i castra fatti costruire in pietra dall’imperatore.

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ARMI IMPERIALI Punte di freccia lanceolate recuperate in uno degli ambienti interni al castro del Castellazzo, riferibili all’armamento delle truppe federiciane che assediavano la roccaforte musulmana di Iato.

CERAMICA MEDIEVALE Un momento di catalogazione dei reperti ceramici rinvenuti, in gran parte riferibili alla presenza militare nell’accampamento fortificato del Castellazzo (prima metà XIII sec.).

sotto al centro

BARDATURA Una fibbia da bardatura per cavallo o mulo al momento del ritrovamento in uno degli ambienti dell’accampamento del Castellazzo.

SOTTO IL MURO Urna cineraria in piombo (IV-II sec. a.C.) facente parte della necropoli di età ellenistica documentata nel sito del Castellazzo: come si può notare è stata rinvenuta al di sotto del muro medievale di uno degli ambienti del fortilizio.

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Tempi d’assedio: armi e svaghi. Negli scavi sono stati rinvenuti due tratti delle mura che cingevano l’alto pianoro, tre torri e alcuni ambienti addossati alla cinta. Le pietre necessarie per la costruzione, sommariamente sbozzate prima della messa in opera, furono cavate o raccolte sul posto, mentre come legante fu usato un impasto di terra argillosa. In uno degli ambienti, caratterizzato dalla presenza di due rocchi di colonna antichi, forse riutilizzati come arredi mobili, sono stati rinvenuti quattro dadi in avorio, diversi frammenti di bicchieri in vetro polibugnati, fibbie, fermagli in bronzo e ben venticinque monete d’età federiciana riferibili a entrambi i periodi

di assedio; nessun reperto è riferibile all’armamento, per cui si ritiene che questo ambiente fosse riservato al riposo e al passatempo degli ufficiali federiciani durante i lunghi periodi di inattività degli assedi. Invece, dagli altri ambienti già scavati provengono soprattutto armi e oggetti di corredo militare, oltre che finimenti per cavallo. Si tratta di quadrelle (punte di dardi di balestra a sezione quadrangolare), fibbie per bardature, coltelli... Interessante è una sepoltura, appena fuori da uno degli ambienti, forse di un musulmano che avrebbe potuto far parte della compagine militare agli ordini dell’imperatore: oltre a presentare il cranio orientato a sud-est (verso la Mecca),

presentava un elemento di corredo costituito da una piccola borchia in bronzo dorato, incisa con la figura di un cavallo alato. Necropoli ellenistica sotto le strutture medievali. Finora nell’area scavata del pianoro sono stati documentati due importanti periodi di frequentazione: quello relativo a una necropoli ellenistica (IV-II sec. a.C.) della città di Ieitas e quello di età federiciana (prima metà XIII sec.). Per quanto riguarda la necropoli di epoca ellenistica, i cui strati sono risultati a diretto contatto con le strutture medievali, si sono accertate sia sepolture a inumazione che a incinerazione. Al momento della costruzione


Monte Iato

PALERMO

dell’accampamento fortificato, uno dei corpi inumati in antico fu parzialmente lasciato in loco, tanto che si sono conservate in posizione originaria parti del busto e delle ossa lunghe superiori, mentre il cranio e le articolazioni inferiori andarono distrutte. Nel caso di una sepoltura a incinerazione, sempre di età ellenistica, l’urna in piombo collocata in origine sul banco roccioso è stata rinvenuta proprio sotto il paramento del muro medievale. Ciò lascia immaginare – in linea con il carattere militare dell’insediamento – una certa velocità nella costruzione delle strutture di fortificazione, senza una preliminare “pulizia” del sito. La ceramica rinvenuta, a esclusione di pochi reperti relativi alla necropoli antica, è tutta databile alla prima metà del XIII secolo. Si tratta quasi sempre di frammenti relativi a coppe decorate a spirali in bruno e

verde (spiral ware) di produzione campana e di recipienti da mettere sul fuoco, invetriati, prodotti in area messinese. Promesse archeologiche del territorio. Intanto sul pianoro fortificato di Federico II proseguono le indagini, favorite dalla realizzazione di campi di volontariato organiz-

zati per giovani provenienti anche da scuole di istruzione secondaria superiore che rientrano in progetti di alternanza scuola-lavoro. Insieme allo studio archeologico del Castellazzo, è stata condotta una ricerca sul territorio circostante, che ha già portato all’identificazione di reperti dal Paleolitico superiore al basso Medioevo, a testimoniare per ogni epoca una frequentazione umana resa possibile dall’abbondante presenza di acqua e, in tempi più recenti, da una rete viaria che univa il territorio di Iato con la piana costiera di Partinico a nord e, sul versante opposto, con l’area interna di Corleone.

FEDERICO II Una delle monete (prima metà XIII sec.) rinvenute nell’accampamento del Castellazzo. Al dritto: croce con stella; al rovescio: testa coronata dell’imperatore.

Ferdinando Maurici Antonio Alfano Alberto Scuderi

qui a lato e sopra

CON L’IMPERATORE Sepoltura di soldato rinvenuta all’interno dell’accampamento federiciano. Con ogni probabilità si trattava di un musulmano che combatteva per Federico II. Vicino al costato è stata rinvenuta una piccola borchia in bronzo con incisa la figura di un cavallo alato.

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GIZA… IL SOLE E LE ALTRE STELLE SCIENZE PER L’ARCHEOLOGIA

Il cielo e la piana di Giza: esistono veramente delle relazioni tra i grandi monumenti dei faraoni della quarta dinastia e i cicli celesti? Testi e foto Giulio Magli

I passi riportati dei Testi delle Piramidi sono ripresi da R. Faulkner, The Ancient Egyptian Pyramid Texts, Oxford University Press 1970, con traduzione in italiano dell’autore dell’articolo. Per approfondire: G. Magli, Architecture, Astronomy and Sacred Landscape in Ancient Egypt, Cambridge University Press, 2013; G. Magli, Archaeoastronomy: introduction to the science of stars and stones, corso online disponibile gratuitamente su www.coursera. org e www.pok.polimi.it

PIANA DI GIZA Panorama da est con la mole della piramide di Cheope in primo piano e le altre due (Chefren e Micerino) in successione a sud-ovest della prima.

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L’

Archeoastronomia, nata negli anni Sessanta dello scorso secolo, parte dal fatto incontrovertibile che molti monumenti del passato furono legati ai cicli celesti tramite allineamenti astronomici, cioè con la scelta di dirigere assi geometrici – ad esempio, l’asse visuale di un tempio, o la direzione di un allineamento di pietre – verso eventi astronomici significativi, come il sorgere o il tramontare del sole o di altre stelle in determinati giorni. I motivi alla base di queste scelte erano legati alla religione e alla gestione del potere, secondo un meccanismo che riscontriamo – con modalità diverse – in moltissime civiltà. In estrema sintesi: i re-

gnanti esercitano il potere per mandato divino, quali intermediari tra il mondo umano e il cielo; poiché il cielo è regolato da leggi cicliche (ad esempio le stagioni o il ritorno di una stella dopo un periodo di invisibilità), le grandi opere che essi fanno costruire – le piramidi in Egitto, i templi di stato ad Angkor e via dicendo – devono a loro volta contenere riferimenti espliciti alla ciclicità e regolarità del cosmo. L’Archeoastronomia è una scienza interdisciplinare: gli aspetti tecnici (rilievo, ricostruzione del cielo nel passato, analisi statistica dei dati) devono procedere di pari passo con l’analisi storica e archeologica. Solo quest’ultima è in

grado di fornire l’interpretazione degli eventuali allineamenti riscontrati e – quindi – di mostrare che essi non sono casuali. Non sempre viene seguito questo approccio, e così nella conoscenza comune si fanno strada – in libri di successo, siti web e trasmissioni televisive – tante idee astruse difficili da eradicare. Un esempio paradigmatico e al contempo affascinante è proprio Giza, in Egitto. Orientamento preciso sui punti cardinali. La piana di Giza, oggi un sobborgo del Cairo, venne scelta dal faraone Khufu/Cheope (2551-2528 a.C., IV din.) per costruirvi la sua tomba. Ricorderò solo che


CAMERA DEL RE

la piramide di Cheope (230 metri alla base e alta oltre 140 in origine) è uno degli oggetti più grandi mai costruiti dall’uomo. All’interno, oltre a una camera sotterranea lasciata incompiuta, si trovano altre due camere: quella detta del Re, preceduta da una spettacolare galleria, dove venne sepolto il faraone e che ne contiene ancora il sarcofago, e quella detta della Regina, con ogni probabilità il luogo deputato a contenere la statua sulla quale venivano

Nella piramide di Cheope, l’ingresso alla camera del sarcofago, guardando dall’interno, verso nord. Sulla sinistra (freccia) è visibile lo sbocco del condotto nord, ricavato accuratamente nei blocchi di granito con cui la camera è costruita.

VERSO LE STELLE Gli allineamenti astronomici dei

PIRAMIDE DI CHEOPE

compiuti i riti dell’Apertura della Bocca (vedi scheda p. 68). Riguardo agli allineamenti astronomici, si rileva prima di tutto che la base della piramide è perfettamente orientata sui punti cardinali, con un “errore” di soli tre minuti d’arco, un ventesimo di grado. Per orientare il monumento con una precisione così maniacale – di gran lunga esagerata anche per standard moderni – la bussola (che gli Egizi non avevano) sarebbe stata comunque inutile, e anche con metodi basati sulla misura delle ombre solari sarebbe stato impossibile arrivare a una precisione simile. Dunque, l’unica possibilità è che abbiano usato le stelle, osservando con grande attenzione il movimento di una o di una coppia di esse per individuarne il centro (quindi il polo

nord celeste) e poi riportando la corrispondente direzione sul terreno. L’orientamento dei lati è un segnale dell’interesse degli architetti egizi per le stelle del nord, verso le quali punta anche il condotto d’ingresso di tutte le piramidi dell’Antico Regno, compresa quella di Cheope. Quali erano i motivi di questo interesse? Destino stellare per il faraone. La risposta si può trovare nei Testi delle Piramidi, riportati sulle pareti delle camere sepolcrali a partire da un paio di secoli dopo la costruzione delle piramidi di Giza, ma che sicuramente esistevano già durante la IV dinastia. Alcuni di questi testi – non a caso definiti “di rinascita” dagli egittologi – parlano di un destino stellare per il faraone. Ad esempio: «Le porte

del cielo sono aperte per te, le porte del firmamento sono tenute aperte per te... le stelle imperiture ti aspettano» (PT463, §876). Nell’aldilà il faraone avrebbe dunque raggiunto le stelle imperiture. Si tratta delle stelle che non tramontano mai, perché sono così vicine al polo nord celeste che anche nel punto più basso della loro rotazione apparente rimangono sopra l’orizzonte. Tuttavia, il re sarebbe al contempo anche “rinato con Orione”, immagine celeste di Osiride, accompagnato da Sirio-Iside. Per esempio: «O Re, tu sei questa grande stella, compagna di Orione, che attraversa il cielo con Orione, che naviga nell’oltremondo con Osiride, tu ascendi dalla parte est del cielo, rinnovato nella giusta stagione e resuscitato nel giusto tempo» (PT466, §882).

condotti della Grande Piramide. I condotti (per semplicità rappresentati rettilinei e in sezione piana) assumono la loro direzione definitiva solo dopo alcuni metri dagli imbocchi.

sopra a sinistra

GRANDE PIRAMIDE Sezione schematica: 1. Ingresso originale; 2. Ingresso scavato dai ladri (attualmente in uso); 3. Corridoio discendente; 4. Camera sotterranea; 5. Cunicolo a pozzo; 6. Camera della Regina; 7. Grande Galleria; 8. Condotti inferiori; 9. Camera del Re; 10. Camere dette “di scarico”; 11. Condotti superiori.

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p. a fronte in basso

APERTURA DELLA BOCCA Nella tomba di Tutankhamon (13331323 a.C., XVIII din.): il faraone è rappresentato in forma di mummia come Osiride, con la corona dell’Alto e Basso Egitto. Si notino sul tavolo le asce e la “gamba di toro” che servivano per il rito.

PUNTO DI VISTA Il complesso dei templi in valle della piramide di Chefren. È questo il luogo dove la principale ierofania di Giza può essere ancora oggi vissuta.

Nord e sud: verso le due destinazioni celesti. La piramide di Cheope svolge la funzione di instradare il faraone defunto verso entrambe le destinazioni celesti. Sulle pareti nord e sud sia della camera del Re che della camera della Regina si trovano infatti due piccole aperture, delle dimensioni di un fazzoletto. Esse costituiscono l’imbocco di due stretti condotti che, dopo un

breve tratto, si dirigono in diagonale verso le facce esterne. I condotti della camera superiore (quella del Re) sboccano all’aperto, mentre quelli della camera inferiore si fermano all’altezza di due lastre di calcare, dotate di maniglie di rame. L’interpretazione di questi condotti è sempre stata difficoltosa, al punto che, in mancanza di meglio, alcuni archeologi hanno pensato

che servissero per immettere aria durante i lavori di costruzione. L’idea è però impraticabile, visto che nessun ingegnere si sarebbe mai sobbarcato l’impresa di costruire due condotti per camera, e per di più in diagonale, quando sarebbe bastato un pozzo di areazione verticale, ammesso che veramente ci fosse bisogno d’aria. Finalmente, negli anni Sessanta dello scorso secolo

LÕAPERTURA DELLA BOCCA Un antico rito egizio. La cosiddetta Apertura della Bocca era uno dei principali riti funerari. Nell’Antico Regno (2575-2150 a.C.) era effettuata sulla statua del defunto, ospitata in una apposita stanza della tomba, oggi detta Serdab (famosa quella della mastaba di Mereruka a Saqqara). Il rito, di carattere magico, doveva permettere alla statua di “ospitare” il Ka e idealmente ricevere offerte di cibo per il defunto, ed era simile alla procedura che ancora oggi i pediatri usano per controllare che i neonati respirino regolarmente dopo il parto. Testimonianze di questo rito si hanno già dalla IV dinastia (2575-2465 a.C.) e nei Testi delle Piramidi. Il rituale era eseguito toccando le labbra del soggetto con appositi strumenti, fra cui la zampa di un toro (più probabilmente una sua riproduzione in legno) o un’ascia ricurva della stessa forma della zampa. Non ci sono dubbi sul fatto che l’Apertura della Bocca avesse legami con la “rinascita stellare” descritta dai Testi delle Piramidi. Infatti, una delle costellazioni principali degli Egizi, sicuramente documentata già nell’Antico Regno, era la nostra Orsa Maggiore (o meglio il Gran Carro, cioè la parte più luminosa dell’Orsa, composta da sette stelle). Gli Egizi ovviamente non la identificavano con

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un’orsa o con un carro (è importante ricordare che l’immaginario individuato nel cielo dai vari popoli è tipicamente diverso, e che le nostre costellazioni vengono da Babilonia e dalla Grecia), ma con un’ascia celeste a forma di Gamba di Toro chiamata Mesketiu. Un altro legame “celeste” molto interessante è costituito dal fatto che spesso le asce avevano una lama in ferro, e vengono descritte come oggetti in ferro anche nei Testi delle Piramidi: «Tengo aperta la tua bocca per te con l’ascia di ferro che tiene aperte le bocche degli Dei. O Horus, apri la bocca di questo Re!» (PT 21, §13). Ferro venuto dal cielo. Naturalmente, le tecniche di estrazione del ferro entrarono in uso in Egitto oltre un millennio e mezzo dopo la costruzione delle grandi piramidi (intorno al 1000 a.C.), e dunque si tratta di ferro meteoritico, disponibile perché giunto sulla Terra sotto forma di meteorite ferroso (lo stesso tipo di ferro è stato riscontrato di recente nel pugnale ritrovato nella tomba di Tutankhamon). Senza dubbio l’arrivo dei meteoriti, infuocati e accompagnati da un rombo, veniva interpretato come un “segnale celeste” tanto che il ferro, chiamato bija nei Testi delle Piramidi, era il materiale di cui erano fatte le “ossa” del faraone defunto e che – for-


l’egittologo egiziano Alexander Badawy (1913-1986) e l’astronoma statunitense Virginia Trimble – pionieristico esempio di quella interdisciplinarità di cui l’Archeoastronomia non può fare assolutamente a meno – hanno scoperto che i condotti superiori puntavano verso la massima altezza sull’orizzonte proprio delle stelle che nei Testi delle Piramidi compaiono come

“destinazioni”: il condotto nord puntava verso la stella polare dell’epoca (vedi scheda qui sotto) mentre il condotto sud puntava verso la Cintura di Orione. Successivamente è diventato chiaro che anche i condotti inferiori avevano “target” significativi: una stella dell’Orsa Minore il condotto nord, Sirio il condotto sud (oggi questi allineamenti non sono più in essere, sempre in

conseguenza della precessione). È importante notare che la pendenza dei condotti (e quindi il loro puntamento) diventa costante solo nell’ultimo tratto del percorso. Dunque, la loro funzione è simbolica, come lo è anche la presenza delle porte (le lastre con maniglie), visto che i testi parlano di “cancelli” che il faraone defunto dovrà aprire per raggiungere le stelle.

POLO “MOBILE” Il percorso circolare del polo nord celeste a causa della precessione. Oggi il polo è vicino alla stella che noi chiamiamo Polare, ma nei millenni precedenti si trovava in una zona “buia”. Andando ancora indietro, attorno al 2700 a.C., si trovava vicino a un’altra stella (Thuban) che quindi era la stella “polare” degli Egizi dell’epoca.

COS’È LA PRECESSIONE? rispetto alla sfera ideale delle stelle fisse. Per visualizzare il fenomeno si può pensare alla Terra come a una trottola: quando le si imprime una rotazione e poi la si appoggia su un piano con l’asse inclinato rispetto alla verticale, mentre la trottola gira su se stessa, l’asse inizia a ruotare attorno alla verticale. La Terra, come una trottola, ha l’asse inclinato (di 23.5 gradi) rispetto alla perpendicolare al piano terra-sole (l’eclittica) e precede, cioè ruota, attorno alla perpendicolare all’eclittica compiendo un giro ogni 25.776 anni. Una questione di asse. La precessione dell’asse terrestre è un fenomeno fisico fondamentale per comprendere l’astronomia nell’antichità. Si tratta del movimento dell’asse di rotazione terrestre causato dalla forza gravitazionale del sole e della luna e dalla forma non perfettamente sferica della Terra. Il risultato di questa combinazione di effetti è che l’asse cambia continuamente orientamento

Stelle cheÉ vanno e vengono. La precessione non ha effetto sul moto apparente del sole (cioè su come il movimento del sole nel corso dell’anno è visto dalla superficie terrestre), ma ha conseguenze importanti sul moto apparente di tutte le altre stelle. Prima di tutto, il polo nord celeste si sposta sullo sfondo delle stelle. Infatti esso non è altro che il punto in cui il prolungamento dell’asse terrestre e la sfera celeste idealmente si incontrano. Poiché l’as-

se descrive un cono, il polo descrive ciò che noi vediamo (o meglio vedremmo, se il cambiamento non fosse così lento e impercettibile) come una circonferenza. La stella che noi chiamiamo Polare è quindi la stella alla quale oggi è vicino il polo nord celeste. Al tempo dei Romani il polo nord celeste si trovava in una zona priva di stelle luminose, mentre al tempo degli Egizi si trovava vicino a Thuban, la stella alfa della costellazione del Drago. L’effetto della precessione sulla posizione delle altre stelle è altrettanto inesorabile: col passare del tempo varia, ad esempio, il punto dell’orizzonte in cui una stella sorge, tanto che alcune stelle possono nel corso dei secoli diventare invisibili da una certa latitudine e poi ricominciare a sorgere e tramontare. Un esempio è la brillantissima costellazione del Centauro, che oggi vediamo solo da basse latitudini nord e nei cieli dell’emisfero sud, mentre era ancora perfettamente visibile nell’area del Mediterraneo nel I millennio a.C.

L’APERTURA DELLA BOCCA se – la stessa volta celeste era considerata come fatta da ferro: «Questo re è risorto quando tu sei risorto, Osiride; la sua parola e il suo doppio sono legati al cielo, le ossa del re sono di ferro e le membra del re sono le stelle imperiture» (PT 684, §2051). Un altro importante strumento, usato nel rituale dell’Apertura della Bocca, era un coltello a coda di rondine, detto psh-kef. In alcune tombe di sacerdoti si sono ritrovati addirittura dei “kit” completi per il rituale, composti da scatole di pietra calcarea munite di alloggiamenti per due lame di ferro, un psh-kef, due bottigliette e quattro piccole coppe. Il rituale rimase in uso anche nel Medio e nel Nuovo Regno, diventando una delle operazioni principali da compiersi sulla mummia stessa del defunto, non più sulla sua statua. Recentemente analisi anatomo-patologiche di varie mummie hanno mostrato l’esistenza di lesioni della cavità orale, anche gravi, atte a spalancare la bocca e provocate con colpi violenti assestati sicuramente dopo la morte. Non è ancora chiarissimo se questa “procedura di apertura della bocca” avesse solo uno scopo pratico (quello di ripulire e inserire resine dopo la prima fase della mummificazione) o è invece legata a una evoluzione dell’antico rituale.

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FINE AUTUNNO Tramonto del sole dietro alla piramide di Micerino. Tra non molti giorni, dopo il solstizio d’inverno (22 dicembre), il punto in cui il sole tramonta inizierà a muoversi verso la seconda piramide (Chefren). p. a fronte

SOLSTIZIO D’ESTATE Il 21 giugno il sole tramonta in mezzo alle due grandi piramidi, formando il geroglifico Akhet, ‘orizzonte’, che era anche il nome della Grande Piramide: “l’orizzonte di Cheope”.

HORUS NELL’ORIZZONTE Lo straordinario effetto ottico della Sfinge fotografata con il sole al tramonto in una sera di mezza estate: si capisce bene perché questo monumento era chiamato “Horus nell’orizzonte”.

Ruolo fondamentale di Ra. Il dio sole Ra aveva un ruolo fondamentale nella religione, e anche nel culto funerario: secondo i Testi delle Piramidi, il faraone ha diritto a un posto riservato sulla barca di Ra, che attraversa il cielo ogni giorno. Proprio Cheope avrebbe portato a compimento l’identificazione del faraone con Ra; primo indizio fra tutti è la scelta dei suoi successori – a partire da Djedefra (2528-2520 a.C.) – di aggiungere la particella -ra al proprio nome. Per vedere con i nostri occhi di cosa fu capace l’architetto di Cheope pur di legare per sempre il ricordo del suo faraone al ciclo del sole, dobbiamo recarci in uno dei luoghi più affascinanti della piana di Giza, la spianata dei templi funerari di fronte alla Sfinge. Da qui si può provare ancora l’emozione di assistere a una ierofania, un evento che si ripete ciclicamente e che mostra in modo esplicito una divinità o un

aspetto del mondo divino. Immaginiamo di guardare il tramonto dalla spianata, giorno dopo giorno. Al solstizio d’inverno, il sole tramonta un po’ più a sud della piramide di Micerino. Avvicinandosi all’equinozio di primavera, comincia a tramontare dietro alla seconda piramide, quella di Chefren. All’avvicinarsi del solstizio d’estate, tramonta ancora più a nord dell’ovest, verso la piramide di Cheope. Il punto più settentrionale in cui il sole scompare si trova in mezzo ai due monumenti. Dunque nei giorni attorno al solstizio d’estate la nostra stella forma, al tramonto, un’immagine (il sole tra due montagne) che è anche una gigantesca replica del geroglifico -Akhet. Quest’ultimo, abitualmente tradotto ‘orizzonte’, rappresenta il luogo dove i defunti iniziano la loro trasformazione e il loro viaggio nell’aldilà. Il luogo adatto a Cheope per unirsi con il sole: infatti, il

nome della piramide di Cheope, come ci dicono molte fonti, era proprio l’orizzonte di Cheope. Il solstizio d’estate a sua volta era legato all’evento climatico fondamentale per la vita in Egitto, perché individuava (approssimativamente) l’inizio delle inondazioni. All’epoca anche il levare eliaco di Sirio avveniva in concomitanza e fu usato, com’è ben noto, per fissare l’inizio dell’anno egizio. A proposito dell’“asse di Giza”. Per concludere la nostra visita archeoastronomica, dobbiamo recarci nei pressi dello spigolo sud-est della piramide di Micerino. Da qui si può vedere che la disposizione delle tre piramidi principali è tale che, spostandosi di poco a destra o a sinistra dello spigolo, si possono collimare i tre monumenti uno sull’altro fino a farli visivamente coincidere tra di loro. Il motivo di questo effetto ottico è che le piramidi furono costruite in modo che gli spigo-


li sud-est risultassero allineati. Questo allineamento – “asse di Giza” lo battezzò l’egittologo statunitense Mark Lehner – spiega un fatto altrimenti incomprensibile, e cioè il motivo per cui Micerino (2490-2472 a.C.) scelse di costruire la sua tomba in pieno deserto, malgrado lo spazio ad est, verso il Nilo, fosse ancora del tutto libero. Prima di studiarne il significato, notiamo che, poiché la piramide di Micerino è sensibilmente più piccola delle altre due, l’allineamento degli spigoli fa sì che i centri delle piramidi non siano allineati, cosa che ha dato adito a famose, quanto fantasiose, “correlazioni cielo-terra”. Di fatto, la soluzione di questo interessante enigma si trova utilizzando i metodi dell’Archeoastronomia. Ma non ha a che vedere con il cielo. Per trovare la soluzione, è necessario prolungare l’“asse di Giza” verso nord-est. Esso passa, al di là del Nilo, dal sito del Tempio di Ra ad Eliopoli, il più importante complesso templare dell’Antico Regno e anche il luogo dove le dottrine cosmologiche di rinascita del faraone vennero probabilmente elaborate. La distanza tra i due siti è notevole, e quindi bisogna stare attenti, perché la terra è tonda e tracciare lunghe linee su mappe piatte può essere un’operazione priva di senso (il web è pieno di siti con presunti e ridicoli allineamenti tra luoghi che distano anche centinaia di chilometri tra loro). Per sapere se due monumenti si “parlavano” si deve

usare la cosiddetta “formula dell’orizzonte”, che è una conseguenza del teorema di Pitagora: la formula afferma che un oggetto alto h metri è visibile a una distanza in chilometri pari alla radice del prodotto di h moltiplicata per 13. Per esempio, una persona alta due metri vede a una distanza pari alla radice di 26, cioè a poco più di 5 chilometri. Se però l’oggetto osservato è a sua volta alto, le due altezze si sommano. Dunque, anche se Giza ed Eliopoli distano 15 chilometri, sarebbe bastata una torretta di legno alta pochi metri da entrambe le parti per farle comunicare con specchi riflettenti o fuochi notturni; poi, una volta che le piramidi in costruzione avevano raggiunto poche decine di metri di altezza, esse divenivano perfettamente visibili.

contrario, essi erano volti a mostrare a tutti il diritto divino dei re alla vita eterna, e furono scritti nel modo più chiaro ed esplicito possibile, utilizzando un linguaggio universale, quello delle pietre e dei cicli celesti. In particolare, ancora oggi, guardando verso Giza dalla valle del Nilo, uno di questi messaggi si legge in modo chiaro e inequivocabile: l’orizzonte appartiene a Cheope. Giulio Magli direttore Dipartimento di Matematica Politecnico di Milano

ASSE DI GIZA La fotografia scattata da sud rispetto alla piramide di Micerino evidenzia il cosiddetto “asse di Giza”, che connette gli spigoli sud-est delle tre grandi piramidi, come chiaramente si rileva dalla pianta schematica dell’area, dov’è tracciato l’asse topografico verso Eliopoli.

L’orizzonte appartiene a Cheope. In conclusione, la seconda e la terza piramide di Giza si allineano docilmente “dietro” alla grande piramide, mostrando esplicitamente la discendenza dinastica di Micerino da Chefren, quella di Chefren da Cheope e quella di Cheope da RaEliopoli, con buona pace di chi ha voluto anche qui a tutti i costi vedere chissà quali significati nascosti. Dopo aver lavorato tanti anni in compagnia di questi meravigliosi monumenti, credo sia davvero importante insistere sul fatto che i messaggi “stellari” che i faraoni della quarta dinastia hanno voluto lasciarci non sono esoterici. Al

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Foto Stefano Cantini

LA VOCE DELLA STORIA

agli strumenti che compaiono nelle scene di convivio e di simposio delle sepolture aristocratiche. Dal 2002 il vulcano Rafanelli dirige il Museo civico archeologico “Isidoro Falchi”, organizzando mostre annuali, volte ad approfondire la conoscenza di Vetulonia e più in generale degli Etruschi, anche in diverse regioni (la Romagna con Verucchio, la Campania con Pontecagnano e Capua…), e dei loro rapporti con altre culture dell’Italia antica (con gli Enotri di Basilicata, con la Sardegna nuragica, con l’ambiente italico di Umbria e Abruzzi e, da ultimo, con Pompei e l’intera realtà vesuviana), nel quadro di un progetto focalizzato sullo sviluppo delle strutture abitative nel territorio della Maremma antica. Andate a trovarla, fatevi riconoscere lettori della rivista, e vi spalancherà le porte del suo bellissimo museo, anche in pieno inverno, quando lassù, sul colle che guarda il mare, fischia il vento e vola lo spirito di un medico condotto...

giudicare dall’ampiezza del territorio circoscritto dalle sue mura, lunghe quasi cinque chilometri, di oltre ventimila abitanti. Un vera metropoli nel mondo antico.

Il museo archeologico, oggi fulcro della vita vetuloniese, è dedicato a Isidoro Falchi, un medico del Valdarno prestato alla Maremma, che identificò la città etrusca. Che tipo era costui? – Assolutamente extra-ordinario nel senso filologico del termine: un personaggio fuori dal comune al quale dobbiamo il recupero di una parte essenziale della storia etrusco-romana del nostro territorio. Innamorato della Maremma e delle sue tradizioni, seppe essere storico, numismatico, scrittore, archeologo, oltreché meer trovarla dobbiamo arrampidico, patriota e politico: giovanissimo carci sulla strada, stretta e tutta raggiunse Garibaldi in Sicilia per prencurve, che porta in cima al colle, dere parte all’impresa dei Mille e fu sindove il piccolo paese di Vetulonia posa daco della sua città, Montopoli in Valsui resti di una delle più importanti e darno. Potremmo considerarlo lo “industrializzate” città d’Etruria. Dal Schliemann della Maremma, però con piazzale del museo si vede il mare di Camolta più competenza e stiglione della Pescaia istruzione, e assolutae poi i monti che chiumente meno potenzialidono la piana di Grostà distruttiva: la riscoseto, su uno dei quali è perta, da parte di Falchi Roselle, la sorella-riva(1838-1914), dell’etrule dirimpettaia. Simo«Vetulonia? Centosessanta anime contro sca Vatluna dopo quasi na ci ha sentiti ed è già ventimila nell’antichità – Una preziosissima settecento anni ci restibalzata fuori dalla sua tuisce il nostro passato. stanza di direttore, con fibula d’oro semplicemente donata Un dono senza pari! l’inesauribile vivacità – al museo – Isidoro Falchi da garibaldino anche fisica – che non a medico-archeologo (come spesso capita) Se per rappresentare Velesina in qualsiasi octulonia dovessimo scecasione. È una stimatis– Non chiedete a un etruscologo gliere un solo pezzo del sima studiosa del monda dove “vengono”… – La musica ricchissimo museo che dido etrusco, allieva del degli Etruschi non è più così misteriosa» rigi, cosa proporresti? – grande Giovannangelo Risposta difficile penCamporeale, da poco Intervista di Giulia e Piero Pruneti sando ai tesori delle noscomparso, e, insieme, un effervescente motore di iniziative Vetulonia città etrusca. Guardando il stre collezioni, capaci di testimoniare (mostre, scavi, convegni, pubblicazio- piccolo paese attuale è difficile immagi- un artigianato in metallo e ceramica, ni…) con il cuore che batte sempre lì, la narne il passato… Fu davvero così im- opera di maestranze altamente qualificiviltà dei Tirreni. Memorabili sono ri- portante? – A dispetto del suo presente cate! Senza indugio, però, proporrei la maste le “giornate di Archeologia Viva” molto contenuto… – oggi non supera i fibula (spilla) d’oro, decorata con felini organizzate a Vetulonia con centinaia centosessanta abitanti, quasi un solo realizzati in minuscoli granelli aurei, di nostri lettori che hanno invaso il pa- condominio della metropoli napoleta- un capolavoro della tecnica a granulaese e i boschi che lo circondano, dove si na alla quale dobbiamo la bellezza stu- zione e pulviscolo, ritrovata a Vetulonia mimetizzano le necropoli, le mura, le pefacente della mostra “L’Arte di Vivere nel 1906 e, cento anni dopo, donata al abitazioni antiche. E poi la dovreste ve- al tempo di Roma” in chiusura proprio in museo dalla signora Nilia Renzetti: un dere quando, insieme a Stefano Canti- questi giorni – vanta un passato glorio- simbolo straordinario della ricchezza ni, presenta la “musica degli Etruschi”, so. Si può considerare una delle mag- raggiunta dai principi etruschi nel VII ovvero i risultati delle ricerche che lei giori e più antiche città della celeberri- sec. a.C., in quella che potremmo defietruscologa e lui grande sassofonista ma Dodecapoli, la Lega di dodici città nire l’antica “città dell’oro”, e al conconducono da anni per ridare un suono dell’Etruria antica, con una presenza, a tempo, testimonianza del grado di co-

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INCONTRO CON SIMONA RAFANELLI

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scienza civica conseguita dagli abitanti attuali del piccolo borgo vetuloniese. Ci sono ancora dubbi da chiarire, indagini da effettuare sulla città che il professor Camporeale ha definito la “Milano degli Etruschi”? – Vetulonia è stata ampiamente indagata, soprattutto a partire dal suo ritrovamento da parte di Isidoro Falchi a fine Ottocento, ma il lavoro da compiere è ancora grande. Nel 2009 abbiamo riaperto gli scavi sui resti della città antica nel quartiere di Poggiarello Renzetti e stiamo riportando in luce la più grande domus (casa aristocratica) dell’intero quartiere, denominata “dei Dolia”, proprio in riferimento ai grandi orci per contenere olio e granaglie ritrovati ancora in piedi nel magazzino di questa residenza del III-I sec. a.C. Altri progetti importanti hanno preso avvio negli ultimi anni, come quello che indaga il tracciato della cinta muraria in epoca ellenistica (dal III sec. a.C.) o quello per la ricerca del porto o dei numerosi porti che ai piedi del colle, nella laguna ora in gran parte interrata, dovevano servire la città. Vetulonia, sulla costa tirrenica, ha oggi un rapporto privilegiato con Verucchio, oltre l’Appennino sulla costa adriatica. Perché? – Il 30 aprile 2014, a cento anni dalla morte di Isidoro Falchi, e al fine di celebrare il ritrovamento, all’interno della macchia mediterranea che circonda il borgo di Vetulonia, della prima tomba a circolo, la tomba del Duce, rinvenuta dallo stesso Falchi nella necropoli di Poggio al Bello – teste Archeologia Viva nella persona del suo direttore che nell’occasione intervistò Giovannangelo Camporeale, cui si devono gli studi maggiori riservati alla città – è stato firmato il Patto di Amicizia fra Vetulonia e Verucchio che sta producendo risultati importanti a livello di iniziative e scambi culturali fra due realtà territoriali e museali che possono vantare, nel segno della civiltà etrusca, un comune solido denominatore. Senza dover giungere a considerare Verucchio una sorta di “colonia” vetuloniese, le indubbie analogie riscontrabili nella

produzione artigianale dei due centri bastano a suggerire l’esistenza di forti contatti e di una medesima matrice culturale fra quelli che potremmo oggi definire i “Sovrani etruschi dei Due Mari”. Insieme al sassofonista Stefano Cocco Cantini da diversi anni state conducendo una ricerca sulla musica degli Etruschi. Volete restituire il sonoro alle scene rappresentate nelle tombe… Quali sono gli ultimi sviluppi? – Rispetto alla straordinaria notte fiorentina del 2015 a Palazzo Vecchio, per la serata inaugurale di “tourismA”, in cui presentammo i primi importanti risultati della “voce ritrovata” degli strumenti restituiti dal

SCAVI A VETULONIA La domus dei Dolia (III-I sec. a.C.) durante l’ultima campagna di ricerche.

relitto navale di VI sec. a.C. dell’isola del Giglio, il maestro Cantini ha approfondito l’indagine delle possibilità sonore degli strumenti ritrovati a Paestum, nella tomba vicino a quella del Tuffatore. Sperimentando e ritrovando scale maggiori e minori, tonalità originali, è arrivato a scoprire, quale ultimo risultato inaudito e del tutto inatteso, la capacità di un singolo strumento a fiato di assolvere al duplice compito di solista e

di bordone. Sviluppi importanti della ricerca ancora in corso sono confluiti nel film-documentario Sulle note del mistero. La musica perduta degli Etruschi, regia di Riccardo Bicicchi, vincitore nel 2016 del primo premio alla Rassegna di Licodia Eubea (Ct) e del Premio “O. Fioravanti” al Festival di Ravenna. Un po’ di autoanalisi… In quale spazio segreto affonda la tua scelta di dedicare la vita all’archeologia e alla conoscenza di un popolo antico? – A essere sinceri, volevo diventare medico… Per una strana alchimia e combinazione di eventi mi sono ritrovata a fare l’archeologo con la stessa passione! Nella mia breve esperienza di vita, ho potuto con sorpresa constatare come questi due campi di interesse – medicina e archeologia – viaggino spesso uniti sullo stesso binario e rappresentino due volti complementari della medesima passione per la ricerca…, teste Isidoro Falchi! Infine, anche a te la domanda inevitabile per ogni etruscologo: … da dove “venivano”? – Aiuto! Questa no! Come ormai soleva dire, a conclusione di ogni sua splendida conferenza, il professor Camporeale, mio maestro, “fatemi tutte le domande che volete, ma non quella da dove vengono gli Etruschi!”. Scherzi a parte, continuo a credere, come detta la formazione moderna di ogni etruscologo, che almeno dall’inizio dell’età del Ferro, con la cultura che conosciamo come villanoviana, gli Etruschi abbiano abitato il nostro territorio. Importanti movimenti di persone – non credo di interi popoli – sono avvenuti storicamente, da est verso ovest, alla fine dell’età del Bronzo, ancora nel II millennio a.C., e penso ai cosiddetti “Popoli del Mare” o alla stessa Guerra di Troia. Nel I millennio a.C. credo si possa parlare, in prevalenza, di flussi commerciali e spostamenti di piccoli gruppi, nel quadro di un Mediterraneo che ha sempre significato interscambio e movimento di gruppi umani e culture. A cura di Giulia e Piero Pruneti «Archeologia Viva»

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PILLOLE DI UNA DISCIPLINA ARCHEOLOGIA NAVALE

Studiare navi e imbarcazioni non è soltanto affrontare la storia di un semplice mezzo di trasporto: il rapporto tra l’uomo e l’acqua è da sempre qualcosa di molto più complesso… Testo Francesco Tiboni

EVOLUZIONE Scafi di giunco in uso presso alcune tribù moderne, concepiti e realizzati secondo schemi e con tecniche preistorici. Per l’epoca storica vediamo invece la

ricostruzione navigante, realizzata negli scorsi anni Ottanta, del relitto di IV sec. a.C. rinvenuto a Kyrenia nella Repubblica Turca di Cipro del Nord. (Foto F. Tiboni e da Encyclopedia of Underwater Archaeology)

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T

ra le diverse discipline che compongono la moderna scienza archeologica, l’Archeologia navale rappresenta un campo di studio molto particolare. Studiare navi e

imbarcazioni non significa affrontare solo la storia – quand’anche tecnologica e diacronica – di un particolare mezzo di trasporto: il rapporto tra l’uomo e l’acqua (intesa come mezzo di comunicazione e

“territorio” da esplorare) è da sempre qualcosa di più complesso. Proprio per questo motivo, prima di entrare – nelle prossime puntate – nel dettaglio dell’evoluzione delle imbarcazioni e dei diversi tipi di natante che l’uomo ha utilizzato nei millenni, è indispensabile porre l’accento su un concetto base: quando nasce, nel corso dell’evoluzione culturale, la navigazione in senso proprio? Navigazione e navigatori. Diverse testimonianze ci consentono di affermare che la capacità di spostarsi sull’acqua risale a diverse decine di migliaia di anni da oggi. Fin dal Paleolitico alcuni gruppi umani hanno affrontato bracci di mare più o meno estesi alla ricerca di nuove terre da sfruttare. L’archeologia sperimentale, anche grazie alle osservazioni etnologiche, ci ha permesso di ricostruire, o quantomeno di ipotizzare, questi primi natanti. Ma semplicemente spostarsi sull’acqua non significa navigare. Con il termine navigazione s’intende un’attività regolare, condotta lungo rotte stabilite, a bordo di natanti concepiti per il trasporto di uomini e oggetti. Nata come risposta a necessità ambientali, la navigazione si è quindi potuta evolvere rapidamente solo all’interno di gruppi stanziali. Perché le modalità di navigazione si sviluppassero dovettero crearsi condizioni tali da rendere possibile una progressiva specializzazione dell’attività marinaresca in seno alle comunità di appartenenza.

Origine della navigazione. Se è possibile fissare questi elementi concettuali per la definizione del momento di origine della navigazione, recenti studi sulla paleoclimatologia, sulla diffusione delle specie animali e sull’evoluzione dei gruppi umani nel Mediterraneo preistorico ci permettono di proporre un orizzonte cronologico. Le condizioni climatiche createsi durante la fase del Dryas Recente, al passaggio tra Pleistocene e Olocene, 12 mila anni da oggi, hanno di fatto determinato alcune aree preferenziali per lo sviluppo della navigazione. In queste aree, che corrispondono ad alcuni dei maggiori arcipelaghi del Mediterraneo, era possibile navigare avendo sempre in vista il punto di partenza e di arrivo, anche a bordo di natanti semplici dotati di vele con alberature inadatte a essere utilizzate come punti di osservazione. Non è un caso che proprio da alcune di queste aree, ad esempio il braccio di mare che separa Cipro dalla terraferma, o l’arcipelago egeo, provengano alcune delle più importanti prove della navigazione del Mesolitico, datate ad almeno dieci millenni da oggi: l’ossidiana dell’isola di Melos rinvenuta in Grecia continentale, nella grotta di Franchti, e il topo domestico che, dalle coste cananee, proprio in quel periodo raggiunse l’isola cipriota, forse nascosto tra sacchi di cereali e le vettovaglie degli equipaggi delle prime piroghe complesse. Francesco Tiboni archeologo navale


SOCIAL MEDIA E SCAVI IN DIRETTA A PROPOSITO DI...

I “social” ormai da tempo entrati nella nostra vita quotidiana se impiegati con competenza portano un contributo fondamentale alla corretta e tempestiva informazione delle attività archeologiche

L

o scavo archeologico è un’attività distruttiva che attraverso l’identificazione, la documentazione e la successiva rimozione di unità stratigrafiche, che definiscono una singola azione antropica o naturale, ricostruisce la storia nel suo svolgimento diacronico e sincronico. La metodologia è ormai codificata e si sono affiancate anche attività non distruttive. Portando alla luce le tracce del passato, gli archeologi svolgono un servizio per la collettività, quindi uno dei loro compiti è comunicare quanto avviene nei cantieri. La condivisione è il primo passo verso la conoscenza, tanto più necessaria se parliamo di interventi che possono creare disagi. Spiegare diventa un dovere civico e deontologico: qui s’inserisce il ruolo dei social media che consentono di “raccontare” quasi in tempo reale. Da tempo all’estero si sperimentano progetti di divulgazione social, curati da archeologi esperti di comunicazione: non link e foto postati a caso, ma accurata programmazione editoriale per obiettivi e argomenti, con utilizzo di linguaggi specifici a seconda della piattaforma.

Un paio di esempi per iniziare l’esplorazione. “Must Farm” è un progetto dell’Università di Cambridge, relativo allo scavo di un insediamento dell’età del Bronzo. La fanpage su Facebook conta quasi ventimila like e l’account su Twitter seimila followers. Il livello di engagement dei post e dei tweet è notevole, le interazioni costan-

ti e le condivisioni su ampia scala. Passando a Instagram, un account da segnalare è “Archäologie Basel” che in tempo reale racconta quel che succede sullo scavo urbano di Basilea: video e foto ci portano in cantiere per seguire l’avanzamento dei lavori, tra rinvenimenti e sepolture da scavare. Dunque, menzione speciale per il sito web dedicato al progetto: http://archaeologie.bs.ch/ Anche in Italia assistiamo alla sempre più forte affermazione dello storytelling archeologico: missioni e cantieri di ricerca optano per una dimensione nuova di confronto, rivolgendosi direttamente al pubblico e agli studiosi. La Rete fornisce un’occasione di “disintermediazione” anche per l’indagine archeologica e ciascuna équipe può raccontare il proprio lavoro in maniera fluida. Siamo in presenza di una comunicazione attenta e non convenzionale, da non intendersi però come priva di filtri e che deve necessariamente rientrare nell’ambito di accordi con le Soprintendenze ABAP responsabili della tutela sui territori. Ma come e cosa pubblicare? Gli strumenti forniti da Facebook possono essere utili per diversi scopi: pubblicare la cronaca quotidiana dei lavori, in diretta o in forma di giornale di scavo online: è il caso di Poggio Imperiale a Poggibonsi (Si), esempio di living excavation curato dalla squadra guidata da Marco Valenti dell’Università di Siena; condividere le fasi di lavoro per far conoscere le singo-

le attività condotte su un cantiere di ricerca: una linea seguita da “Roma3 Scava”, account di riferimento dell’Università Roma Tre; presentare il gruppo di studenti e ricercatori impegnato nei lavori con un’efficace azione di team building: nel 2017 lo ha fatto benissimo la pagina ufficiale dell’Area archeologica “Domus di Villa S. Pancrazio” di Taormina, che in maniera divertente ha realizzato un vero e proprio album con le immagini dei partecipanti. Twitter è funzionale a costruire una rete di rapporti con realtà analoghe alla propria e inserirsi in flussi di notizie seguendo gli argomenti della giornata; è una piattaforma che richiede però un lavoro costante, ed è preferibile non utilizzarla piuttosto che avere un account muto o poco interattivo. Per iniziare… Se si ha poco tempo e necessità di impratichirsi, meglio creare un profilo Instagram che permetta di condividere immagini delle ricerche e dei momenti post scavo. Per raccontare e raccontarsi bastano delle foto, una didascalia, e hashtag specifici correlati al mondo dell’archeologia, senza dimenticare di crearne uno ad hoc per il contesto di riferimento. Per avere un’idea di come funzioni questa app è utile un’occhiata all’account del “Progetto Aquinum”, curato dal team di Giuseppe Ceraudo dell’Università del Salento... Antonia Falcone www.professionearcheologo.it Astrid D’Eredità www.archeopop.it

Testi Antonia Falcone Astrid dÕEreditˆ

SCAVI DI AQUINUM Rinvenimento di colonne scanalate nelle Terme centrali di Aquinum, in provincia di Frosinone, durante una campagna di scavi condotta dall’Università del Salento. La scoperta è stata comunicata in tempo reale tramite i social media.

Gli argomenti di cui parla l’articolo sono stati affrontati nel seminario “Archeosocial. Racconto social dello scavo archeologico” organizzato a “tourismA 2017” dagli stessi autori.

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WHITESANDS: CIMITERO CON VISTA SUL MARE

DALLE RIVISTE

A cura di Giulia Pruneti

PRINCIPI SCITI Uno dei grandiosi tumuli funerari degli Sciti nel sito di Pazyryk sullo sfondo dei monti Altai: le sepolture nel sottosuolo gelato (permafrost) hanno consentito la conservazione eccezionale anche dei materiali di natura organica, compresi i corpi dei principiguerrieri e dei cavalli sepolti con loro. (Foto da «Current World Archaeology»)

COSTA DEL GALLES Scavi in corso sulla costa occidentale della Gran Bretagna lungo la baia di Whitesands ➝

«Ho visto spuntare dalla sabbia alcuni teschi. Non saprei dire quanti fossero, ma ho avvertito subito la centrale». A riferire la macabra scoperta è Roger Smith, un poliziotto inglese di stanza nella piccola cittadina di St Davids vicina alla baia di Whitesands, popolare e apprezzata località balneare della costa occidentale inglese, all’interno del Parco costiero del Pembrokeshire. Era un tardo pomeriggio del febbraio 2014 e quelle ossa umane, si è scoperto poi, non erano da attribuire a qualche delitto recente, piuttosto alla violenta tempesta marina che aveva riportato alla luce un cimitero relativo alla vicina San Patrick’s Chapel, un complesso medievale già studiato in passato. Intervenuti sul posto, agli archeologi è stato subito chiaro che il fragile muretto a secco che recintava l’area non avrebbe potuto molto di fronte alle future mareggiate. Comunque, approntato subito uno scavo di emergenza, i risultati non sono mancati. Le indagini hanno offerto una

straordinaria opportunità per conoscere la storia delle persone sepolte su quella linea di costa tanti secoli fa: le analisi al radiocarbonio hanno evidenziato che il cimitero fu utilizzato principalmente tra VII e IX secolo. Gli archeologi sono assolutamente certi che al di sotto delle dune che circondano il sito possano esserci molti altri reperti, ma difficilmente recuperabili dato l’accumulo di sabbia, conchiglie e detriti marini. Le sepolture più antiche, databili appunto tra 680 e 880, contenevano per lo più bambini e adolescenti ed erano allineate lungo un muro che deli-

mitava il luogo di sepoltura, anch’esso seriamente minacciato oggi dall’erosione costiera. «Il fatto che il complesso sepolcrale della cappella di San Patrick – spiega il professor Ken Murphy – giaccia nei pressi del grande parcheggio panoramico della baia ha reso le cose più difficili. Ma anche più interessanti». Di fatto, molti di quelli che si recavano sul promontorio per vedere il tramonto sul mare si soffermavano anche nell’area dei ritrovamenti. Alcuni, incuriositi, hanno preso parte allo scavo che alla fine ha potuto contare su oltre novanta volontari. Tra loro c’era anche Roger Smith, il poliziotto da cui è partito tutto... Da «British Archaeology» n. 5/2017

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CHI SI RIVEDE… SCITI IN MOSTRA AL BRITISH «Nessuno può sopravvivere a un loro attacco, nessuno li può scovare se non vogliono essere catturati. Non risiedono in città, non posseggono fortezze, ma solo abili cavalli e valorosi arcieri. È forse questo il segreto della loro invincibilità?». Ancora una volta è lo storico greco Erodoto nel V sec. a.C. a spalancare una finestra su una delle popolazioni più affascinanti e meno conosciute dell’antichità. Nel libro IV de Le Storie protagonisti indiscussi sono gli Sciti, così de-

nominati dai Greci; mentre per i Persiani achemenidi e gli Assiri furono sempre i Saka. Popoli nomadi divisi in numerose tribù, vissuti tra IX e II sec. a.C. tra il sud della Siberia e il nord dell’attuale Kazakistan, cavalcando sconfinate steppe gelate e praticando culti funerari ancora oggi al centro di importanti studi. L’ultimo di questi ha preso avvio grazie alla mostra dedicata ai temuti guerrieri-nomadi, allestita al British Museum fino al prossimo gennaio. Sotto la lente d’ingrandimento sono preziosi reperti che raccontano lo stile di vita, le credenze, il rapporto degli Sciti con la natura e con l’addomesticamento degli animali. Commenta St John


Simpson, curatore della mostra londinese: «Ci sono oggetti che parlano da soli. L’usanza di seppellire i morti sotto il permafrost (terreno perennemente gelato, tipico delle steppe euroasiatiche) e quindi di condurli verso una mummificazione naturale ci permette di avere tra le mani testimonianze sorprendenti. Tra queste, il brandello di pelle tatuata di un uomo sepolto nella regione dei monti Altai (nella Russia asiatica), tra IV e III sec. a.C.». Molti dei reperti tornati tra le mani degli archeologi provengono proprio da questa zona, per la precisione dal sito di Pazyryk, dove cinque tumuli perfettamente conservati, grazie alle basse temperature del luogo, dalla metà del secolo scorso stanno restituendo inestimabili tesori. Una scoperta che ha permesso di far luce anche sull’incredibile rapporto che gli Sciti instauravano con i loro compagni più fidati, i cavalli, sepolti a centinaia sotto il gelido terreno e alcuni rivestiti con selle ornamentali rifinite in oro e tessuti preziosi. Analisi molecolari hanno dimostrato che molti di questi esemplari erano scaturiti da incroci ad hoc per potenziare l’animale o renderlo più resistente. Quanto ai cavalieri, sappiamo che erano formidabili nello scagliare frecce avvelenate cavalcando al galoppo, che perfezionarono l’efficienza dei loro archi con l’uso di tendini animali, che non esitavano a scagliarsi anche in feroci corpo a corpo. I principi guerrieri sepolti nelle monumentali tombe morirono spesso per le gravi ferite riportate in combattimento. Quanto al bere... Dai Greci avevano scoperto il vino, ma… scelsero di non annacquarlo, come riporta lo stesso Erodoto, e, messo da parte il latte, per scaldarsi capirono che il nettare degli dei era assai meglio. Da «Current World Archaeology» n. 84

ERODE IL GRANDE

MA DOV’È LA TOMBA? «Abbiamo scoperto l’ultima dimora di re Erode!». Era il 2007 e l’annuncio dell’archeologo Ehud Netzer destò un certo stupore (vedi: AV n. 159). Molti archeologi definirono il ritrovamento presso l’Herodion, il palazzo fortezza voluto da Erode il Grande (73-4 a.C.) a sud-est di Betlemme, come uno dei più importanti avvenuti in Israele. In breve tempo le foto della sepoltura finirono sulle prime pagine della stampa internazionale. Ma il caso evidentemente non era chiuso e in questi dieci anni la notizia è stata “smontata” un pezzo alla volta da altrettanto validi studiosi. Al momento del rinvenimento la tomba si presentava come un edificio di dieci metri per dieci, con un tetto a punta e all’interno tre modeste bare di pietra. Fu una di queste, dipinta di rosso e de-

corata a rosette, a far pensare che si trattasse delle tomba del famoso re di Giudea, passato alla storia come despota spietato, ma anche come grande costruttore. Il sarcofago aveva un coperchio triangolare, decorato sui lati e frantumato in centinaia di pezzi, senza dubbio intenzionalmente. Una distruzione avvenuta tra il 66 e il 72 durante la prima rivolta degli Ebrei contro i Romani, quando gli zeloti (difensori dell’ortodossia ebraica e partigiani accaniti dell’indipendenza del Regno di Giudea) s’impadronirono dei siti e sfogarono tutto il loro odio contro la memoria di un re ritenuto filo-romano. Ma da dove nasce lo scetticismo nei confronti dell’attribuzione del

sepolcro? Senza dubbio la testimonianza dello storico Giuseppe Flavio (37-100 d.C.), che descrive la sfarzosità (non riscontrata) della sepoltura di Erode il Grande, insieme ai dati emersi da scavi più recenti, conducono da un’altra parte. «La scarna struttura della tomba e le tre modeste bare contenute al suo interno, sono troppo in contrasto con lo stile di Erode riportato dalle cronache del tempo», commentano Joseph Patrich e Benjamin Arubas della Hebrew University di Gerusalemme. Oltre alla eccesiva sobrietà della tomba per una personalità come quella del re giudeo, anche la sua progettazione risulta insolita: l’edifi-

➝ dove la forza del mare ha eroso il cimitero della vicina San Patrick’s Chapel. I resti che si stanno recuperando sono preziosi per ricostruire la vita delle popolazioni del sud-ovest del Galles in età medievale. (Foto da «British Archaeology»)

cio è infatti troppo piccolo rispetto ai mausolei regali coevi scoperti nella regione, che prevedevano ad esempio cancelli e spazi per i visitatori intenzionati a rendere omaggio al re. Ma di chi è allora quella tomba? Quando Erode fece costruire l’Herodion, tra il 23 e il 15 a.C., per far spazio alla nuova struttura fece demolire diversi edifici nella zona, a eccezione di quello sepolcrale scoperto nel 2007. Questo suggerisce che nella tomba rinvenuta da Netzer potrebbe esserci un membro della famiglia molto caro al re, come la madre, il padre o il fratello. Stando così le cose, dove trovi pace Erode il Grande rimane ancora un mistero...

che l’attribuzione di questo monumento sepolcrale sia corretta. (Foto da «Bibbia ieri e oggi»)

Da «Bibbia ieri e oggi» n. 2

UN ERRORE? La ricostruzione del mausoleo-tomba di Erode il Grande, realizzata sui resti trovati lungo il pendio dell’Herodion. In Israele non si è più molto certi

bibbiaierieoggi@elledici.org

www.world-archaeology.com

www.britisharchaeology.org

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Brando Quilici e Zahi Hawass IN LIBRERIA

Enigma Nefertiti Il più grande mistero dell’antico Egitto Mondadori www.mondadori.it pp. 208, euro 20

Tombe reali di Amarna, Egit-

MITICO INGANNO Gian Domenico Tiepolo, Cavallo di Troia viene introdotto nella città, XVIII sec., alla National Gallery di Londra. (Da: La presa di Troia)

REGINA EGIZIA Il celebre busto di Nefertiti, capolavoro della ritrattistica del periodo di Amarna, uno dei tesori d’arte più noti dell’antico Egitto. Risale al regno di Akhenaton (1350-1333 a.C., XVIII din.). Scoperto nel 1912 durante gli scavi della Società Orientale Tedesca, è esposto al Museo Egizio di Berlino (Neues Museum). (Da: Nefertiti)

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to. Il fascio luminoso della torcia accarezza la parete grezza. «Nefertiti avrebbe dovuto trovarsi qui – borbotta Zahi Hawass davanti al loculo scavato nell’arenaria, desolatamente vuoto, aggrottando le sopracciglia cespugliose – invece non c’è proprio nulla». La Regina del Nilo è scomparsa senza lasciare tracce. Dopo oltre tremila anni il suo corpo non è stato ancora rinvenuto. Di lei ci resta il magnifico busto di pietra con la corona blu, conservato a Berlino, ideale di bellezza femminile. “Signora della gioia, piena d’amore”, Nefertiti era adorata dal popolo, moglie amatissima di Akhenaton, il faraone “eretico” che nel XIV sec. a.C. sfidò i potenti sacerdoti di Tebe e si votò al culto dell’unico dio Aton, il Sole. Con lui fondò Amarna, nel cuore del deserto, e alla sua morte salì forse al trono come un vero faraone, con il nome di Smenkhara. L’affascinante ed enigmatica sovrana rimane però uno dei tanti misteri ancora sepolti sotto le sabbie dell’Egitto, forse il più avvincente: dov’è la sua tomba? In molti l’hanno cercata, senza successo. L’ultimo in ordine di tempo è l’archeologo britannico Nicholas Reeves, secondo cui la regina delle regine giace in una cripta segreta nella Valle dei Re, dentro la tomba del figliastro Tutankhamon, il Faraone

d’oro, nascosta dietro una parete con il suo favoloso tesoro. Alcuni avveniristici test scientifici sembrerebbero confermare l’audace teoria, però manca la prova definitiva per poter annunciare la “scoperta del secolo”. La “star dell’egittologia” Zahi Hawass e il regista Brando Quilici, reduce da tanti documentari girati in Egitto, ci raccontano l’appassionante avventura archeologica sulle tracce di Nefertiti, intervallandola con coloriti aneddoti di viaggio e di avventure, sottoterra tra mummie, pipistrelli, serpenti e germi letali. Per “braccare” la Bella del Nilo viene schierato un vero arsenale tecnologico, anche se, come sostiene Hawass, «un radar da solo non ha mai scoperto niente in Egitto»: servono l’esperienza e il fiuto dell’archeologo, più una buona dose di fortuna: «Nefertiti, se ci sei, stiamo arrivando».

Carlo Pancera

La forza del mito: l’eroico viaggio di J. Campbell Moretti&Vitali edizioni www.morettievitali.it pp. 490, euro 32

S ottotitolo completo: “l’e-

roico viaggio di J. Campbell attraverso la mitologia comparata”. È il primo libro italiano su Joseph Campbell (190487), studioso statunitense di mitologie comparate, sempre controcorrente, occupandosi più di similitudini e parallelismi che non di differenze; sostenitore dell’unità di fondo del genere umano anche sotto il profilo psichico. Apprezzato per il suo studio del paradigma universale del viaggio dell’Eroe, approfondì l’analisi delle figure ricorrenti nell’immaginario mitico e l’analisi semiotica. Riteneva che la fase

mitopoietica fosse della stessa essenza, in particolare, dei Grandi Sogni e delle “visioni”. L’atto creativo mitopoietico sarebbe inarrestabile, in quanto connaturato ai processi cognitivi dell’essere umano. Nei suoi studi ha incluso anche le fiabe del folklore, favole e leg-

gende, sopratutto nei loro aspetti iconici. Questi prodotti dell’immaginario vengono socializzati tramite narrazioni, riti, cerimonie, canti, ritmi, danze…, che da sempre costituiscono le forme basilari della comprensione del mondo e della comunicazione. Gli oggetti dei suoi studi erano esaminati dall’angolatura mitologica, ma Campbell aveva grande padronanza di religione, storia, letteratura, analisi sociale, antropologia, psicologia, e anche di biologia e studi cognitivi. Fu poliglotta (parlava inglese, tedesco, francese, spagnolo, russo, italiano, e leggeva latino, greco e sanscrito), grande viaggiatore, sempre al corrente delle più recenti scoperte archeologiche, degli studi di antropologia culturale e paleoantropologia. Questo libro è anche uno stimolo a leggere le sue opere, e dunque a ricordarlo degnamente nel trentesimo dalla scomparsa. Annalisa Pinter


Francesco Tiboni

La presa di Troia Un inganno venuto dal mare Edizioni di Storia e Studi Sociali www.edizionidistoria.com pp. 140, euro 14

Un mito plurimillenario, il ce-

leberrimo cavallo che avrebbe

consentito agli Achei di espugnare Troia, viene riletto e messo in discussione. Il saggio esamina l’episodio conclusivo di quella guerra, l’inganno del cavallo, analizzandolo da un punto di vista archeologico, storico e filologico, allo scopo di chiarire come una vicenda che per i contemporanei di Omero era estremamente chiara, possa nel tempo essere stata fraintesa e decontestualizzata. Grazie agli strumenti dell’archeologia navale, l’autore giunge a proporre una collocazione dell’episodio all’interno di un quadro tematico ben definito, quello appunto della dimensione navale del mondo mediterraneo pre-arcaico. La rilettura dei testi omerici, dell’epica antica e della letteratura scientifica, fatta alla luce di recenti scoperte, gli permette di affermare che la vera natura dell’in-

ganno acheo non solo esula dal celeberrimo simulacro, ormai entrato nella cultura occidentale, ma che la narrazione post-omerica dell’episodio ha a lungo mascherato un evento più oggettivo, credibile e aderente alla realtà storica. Omero non raccontò mai il prodigio di un intervento divino, ma celebrò l’astuzia di un popolo che, nella presa di Troia per mezzo di un hippos, sanciva la propria capacità di muoversi abilmente nello scacchiere geopolitico del Mediterraneo pre-arcaico, dove la potenza navale e il dominio sulle rotte marittime erano alla base della grandezza dei regni. La rotta di Tiboni passa da Omero a Virgilio, da Pausania ad Apollonio Rodio, tocca l’iconografia, i relitti legnei e la letteratura scientifica di oggi, per dipanare una matassa ingarbugliata da quasi tre millenni.

Margherita Bolla Il teatro romano di Verona Cierre Edizioni www.cierrenet.it pp. 124, euro 11,50

Addossato al colle di San Pietro, sede del primo nucleo abitato di Verona, il teatro fu costruito verso la fine del I sec. a.C. Nel Medioevo la struttura antica fu utilizzata per recuperare materiali da costruzione e coperta da edifici. L’immaginazione di artisti del Rinascimento, quali Palladio e Caroto, ne mantenne viva la memoria, fino alla riscoperta nell’Ottocento, con grandiosi lavori di scavo e sistemazione. Il volumetto propone un viaggio nel tempo, dall’epoca romana a oggi, in un luogo affascinante, con un gigantesco teatro, una chiesa, un articolato convento, edifici residenziali e infine un museo che offre una veduta meravigliosa della città.


AbbiAmo ricevuto

Sebastiano Tusa (a cura di)

AA.VV., Iran. Guida storico-archeologica, Edizioni Terra Santa (www.edizioniterrasanta.it), pp.132, euro 18. A. Ghiretti, Alla scoperta della Cisa romana. Scavi archeologici alla Sella del Valoria (2012-2015), Grafiche Step (www.grafichestep. com), pp. 452 (con 7 mappe allegate), euro 50. A. Di Iorio, Il Sannio nella storia. Il caso di Bovianum Vetus, Lalli Editore (www.lallieditore.it), pp. 134, euro 15. F. Barelli, I leoni del tempo. Archeostorie del Friuli Venezia Giulia, disegni A. Rea e S. Paoloni, Forum Editrice Universitaria Udinese (www.forumeditrice.it), pp. 136, euro 12. L. Gambaro, La verità nelle ossa, romanzo, 13Lab Edition LTD (www.13labedition.co.uk), pp. 360, euro 13,99. C. Dal Maso e A. Venditti (a cura di), “In taberna”. Botteghe e cibo di strada nell’antica Roma, Fondazione Campagna Amica (www.cam pagnamica.it), pp. 32, s.p. C. Dal Maso e A. Venditti, Dolci per le feste e giochi da tavola dall’antica Roma, Fondazione Campagna Amica, pp. 32, s.p. A. Venditti, Come le belle matrone. La cosmesi nell’antica Roma. Piccolo ricettario, Fondazione Campagna Amica, pp. 32, s.p.

Roma e il Mare

Viaggi e ambienti mediterranei dall’antichità al Medioevo Edizioni di Storia e Studi Sociali www.edizionidistoria.com pp. 140, euro 14

R oma e il Mediterraneo: un

rapporto complesso, che evoca conflitti egemonici, migrazioni, incursioni predatorie, rivolgimenti religiosi. Nell’orizzonte geopolitico del Mare nostrum, dai tempi pagani ai secoli della Chiesa, la città eterna cambia pelle e ridefinisce i propri ruoli,

LA DURA SCELTA DI POMPONIA GRAECINA Maria Elisa Garcia Barraco, Pomponia Graecina. Vicende storiche e letterarie di una matrona romana del I secolo, Arbor Sapientiae Editore (www.arborsapientiae.com), pp. 72, euro 18

I

l dilemma tra sacrificare agli dei, secondo il “buon costume degli antichi padri”, o morire per il proprio credo in “un dio unico, giusto e onnipotente” lasciando da solo il piccolo figlio Aulo, si risolse in Pomponia Graecina con la scelta umanissima di dar precedenza al ruolo materno. Ma la sua vita si consumò nell’infelicità di chi è consapevole della morte eterna a cui l’abiura condanna, nell’irrisolvibile antinomia di una vita che è morte per i pagani, e una morte che è vita per i cristiani. Pomponia Graecina, nobile matrona romana, è passata alla storia per la mestizia e la riservatezza con cui scelse di vivere nella Roma del I sec. d.C., in una società dove tutto era proiettato verso l’ostentazione continua del proprio status e la condivisione del carpe diem oraziano. È considerata una delle più antiche testimonianze della presenza a Roma di seguaci della nuova religio cristiana nella classe patrizia. Tacito fu il primo a darle imperitura memoria nei suoi Annales come esempio di virtù morale, sebbene accusata di superstizione straniera. Nuova fama le venne tributata nel 1896 con l’uscita del romanzo storico del polacco Henryk Sienkiewicz Quo vadis? e dei vari riadattamenti cinematografici che ne seguirono, e poi ancora da Giovanni Pascoli che ne fece l’eroina del poemetto latino omonimo (Pomponia Graecina) con cui vinse la medaglia d’oro al Certamen Hoeufftianum nel 1910.

con discontinuità sovente traumatiche, mentre insiste a rivendicare la propria universalità. Anche quando si riduce a una città di piccole dimensioni, come avviene nell’Alto Medioevo, Roma rimane Caput mundi, per il suo passato di potenza e il suo presente di capitale della cattolicità. Nel corso della sua lunga storia essa non smette inoltre di rispecchiarsi e di ritrovarsi nelle acque, nei tópoi e nei miti del suo fiume, il Tevere, mentre rinviene brani significativi della propria identità nel suo antico porto di Ostia, nei commerci, nelle navigazioni d’altura, nelle sue difese costiere. In questo orizzonte, materiale e immateriale, erompe allora un mondo di relazioni, in cui approdano religioni, convengono pensatori pagani e cristiani, si stanziano eserciti e predoni, villeggiano papi e si sedimentano miti. In questo lavoro, curato e introdotto da Sebastiano Tusa, quattro validi studiosi (Pino Blasone, Ettore Janulardo, Mario Marazzi e Claudio Mocchegiani Carpano) offrono alcuni scorci emblematici di questa lunga vicenda, da prospettive diverse ma tutte affascinanti.

PROSSIMO NUMERO

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IN GERMANIA ALLA RICERCA DEI CELTI Alla storia dei Celti si aggiungono sempre nuovi tasselli con novità straordinarie e inaspettate: le ricerche tedesche nell’area della Heuneburg stanno portando in luce uno dei siti protostorici e protourbani più importanti dell’età del Ferro in Europa centrale

WINKELMANN TRECENTO ANNI Un nome rivoluzionario per la storia dell’arte antica inevitabilmente legato all’Italia per i suoi tesori classici: un ritratto a tutto tondo dell’uomo e dello studioso a tre secoli dalla scomparsa

TRAIANO: COSTRUIRE L’IMPERO CREARE L’EUROPA Un bilancio a millenovecento anni dalla morte: si impose al mondo allora conosciuto come grande condottiero ma soprattutto “costruttore” dalle infrastrutture al programma di welfare agli incentivi economici e alle opere architettoniche IL PROSSIMO NUMERO DI GENNAIO/FEBBRAIO È IN EDICOLA A PARTIRE DALLA FINE DI DICEMBRE

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PROVENZA

SULLE TRACCE DEI ROMANI

partenza: 1 dicembre 2017 Assistente culturale Francesca Benvegnù 1 ROMA - MARSIGLIA - ARLES Nel primo pomeriggio ritrovo in aeroporto a Roma e partenza con volo di linea per Marsiglia. All’arrivo incontro con l’archeologo e trasferimento in pullman privato per Arles. Sistemazione in hotel, cena e pernottamento. 2 VAISON-LA-ROMAINE - ORANGE La mattina si raggiunge Vaison-la-Romaine, uno dei grandi centri archeologici della Provenza. La parte romana si trova in due siti: Puymin (case, mosaici, villa dei Messii, teatro antico e museo archeologico) e La Villasse (case, botteghe con colonnati e terme). Attraversando il ponte romano (unico della zona ad aver resistito alle piene del fiume) si arriva alla città medievale e al castello. Nel pomeriggio visita di Orange, città romana con il teatro romano e l’arco di trionfo (Unesco). Rientro ad Arles. 3 NÎMES - ARLES La mattina visita di Nîmes, ricca di testimonianze romane: l'anfiteatro, il tempio romano con colonne e capitelli corinzi. Visita al giardino della Fontana, uno splendido parco creato nel XVIII sec. dove si trovano le rovine del tempio di Diana e della torre Magna. Nel pomeriggio rientro ad Arles e visita al Museo di Arles antica che espone reperti a partii viaggi di

in collaborazione con

PERÚ

LE CIVILTÀ ANTICHE

partenza: 20 gennaio 2018 1 ROMA - LIMA Volo di linea per Lima con scalo intermedio. Arrivo nel tardo pomeriggio e trasferimento in hotel. 2 LIMA - CHICLAYO Trasferimento in aeroporto e volo per Chiclayo. All’arrivo trasferimento in hotel e partenza per la visita alla Huaca Rajada dove fu trovata la famosa tomba del Signore di Sipán, con visita al museo locale con splendidi e preziosi manufatti della civiltà Moche.Visita al Museo Brüning con pezzi delle civiltà Lambayeque, Moche, Chavín,Vicús e Inca. 3 CHICLAYO Visita al Bosque de Pómac (foresta punteggiata da antiche piramidi della cultura Sicán); visita al Museo Nazionale di Sicán e al sito di Túcume, dove ci trovano ben 26 piramidi della cultura Lambayeque. 4 CHICLAYO - LIMA - CUZCO - VALLE SACRA Arrivo in aeroporto per il volo su Cuzco. All’arrivo trasferimento in pullman privato allaValle Sacra. 5 VALLE SACRA - AGUAS CALIENTES Visite della Valle Sacra: Pisac, punto panoramico sull'area archeologica con piazze, templi e altri edifici; Ollantaytambo, villaggio Inca con case, strade e canali dell’epoca del Tahuantinsuyo; Ollantaytambo, con il Tempio del Sole e i suoi monoliti, Mañaracay o Salone Reale, l’Incahuatana e i Bagni della Principessa.Trasferimento ad Aguas Calientes.

re dal 2500 a.C. Visita della città dal glorioso passato, di cui conserva l'Arena, il Teatro Romano, i criptoportici (sconsigliati a chi soffre di claustrofobia). 4 ARLES - AIX-EN-PROVENCE - MARSIGLIA Breve visita della necropoli di Alyscamps e proseguimento per Aix-en-Provence per la visita di questa elegante cittadina provenzale. I maestosi palazzi con portali scolpiti nella pietra si alternano alle numerose e zampillanti fontane dalle forme più bizzarre, originale caratteristica della città. Nel pomeriggio si raggiunge Marsiglia per la visita al Museo delle Civiltà d’Europa e del Mediterraneo: innovativo museo inaugurato nel 2013 dedicato a conservazione, studio, presentazione e mediazione del patrimonio antropologico dell’area europea e mediterranea.

Quota individuale in camera doppia: € 1.170 Suppl. singola € 150 • Partenza da altre città: su richiesta • Spese apertura pratica € 40 • Tasse aeroportuali indicative € 55 • Mance (da consegnare in loco) € 25 • Garanzia viaggio sereno (obbligatoria) € 54 • Entrate (da consegnare all'accompagnatore) € 56 La quota comprende: volo di linea in classe economica Roma/Marsiglia • trasporto in pullman GT per tutto il tour • sistemazione in camera doppia in hotel di cat. 4 stelle • tassa di soggiorno in hotel • tutti i pasti dalla cena del primo giorno al pranzo del giorno di partenza • presenza di guida-archeologo dal 1° al 5° giorno • visite ed escursioni come da programma • assistenza di accompagnatore Rallo (con min. 15 partecipanti) • lezioni e incontri con l’archeologo durante il viaggio • assicurazione medico-bagaglio. La quota non comprende: tasse aeroportuali, bevande ai pasti, entrate ai siti previsti dal programma (da consegnare all’assistente), assicurazione annullamento, mance, extra personali, tutto quanto non specificato ne “la quota comprende”. Partecipanti: min. 15 persone Scheda tecnica e condizioni assicurative riportate sul sito www.agenziarallo.it

5 MARSIGLIA - ROMA La mattina visita del Museo di storia di Marsiglia. Al termine, tour a piedi del Porto Vecchio, vero teatro di tutti gli eventi che caratterizzano la storia di Marsiglia. Nel pomeriggio trasferimento in aeroporto per il volo di rientro a Roma. N.B. Per motivi di ordine operativo e organizzativo le visite e le escursioni possono subire modifiche nell’ordine di effettuazione, ma non nel contenuto, salvo chiusure di siti predisposte dal Ministero dei Beni Culturali dal momento della pubblicazione al momento dell’effettuazione del viaggio.

programmi completi www.archeologiaviva.it www.agenziarallo.it 6 AGUAS CALIENTES - MACHU PICCHU - CUZCO Partenza in minibus per la città di Machu Picchu, circondata da templi, terrazzamenti e canali d’acqua. Qui la maestosità dello scenario naturale si fonde con la bellezza dei resti archeologici. 7 CUZCO - LIMA Visita della città e dell’area circostante: fortezza di Sacsayhuaman, centro religioso di Qenqo, fortezza rossa di Puca-Pucara e fonte di Tambomachay. Visita della città imperiale: la Piazza Principale, la Cattedrale e il tempio di Qoricancha. Trasferimento in aeroporto per il volo di rientro a Lima. Quota individuale in camera doppia: € 3.400 Suppl. singola € 475 • Partenze da altre città: su richiesta • Spese apertura pratica € 40 • Tasse aeroportuali soggette a riconferma € 210 • Garanzia viaggio sereno (obbligatoria) € 145 in doppia, € 163 in singola • Pacchetto entrate (da consegnare all'accompagnatore) € 55 • Mance (da consegnare all'accompagnatore) € 30 La quota comprende: voli di linea da Roma per Lima in classe economica con scalo in Europa • voli interni in classe economica Lima-Chiclayo-LimaCuzco-Lima • sistemazione in 4 alberghi cat. 4 st., 1 di cat. 3 st., in camere doppie con servizi privati • tutti i pasti a partire dalla cena del giorno d’arrivo alla prima colazione del giorno di partenza ad eccezione del quarto giorno (solo cena) • visite con guide locali • tutti i trasferimenti con pullman privati • entrate ai siti e musei previsti dal programma • presenza dell'archeologo • assicurazione medico/bagaglio standard. La quota non comprende: tasse aeroportuali, bevande ai pasti, entrate a siti e/o monumenti non in programma, pacchetto assicurativo (garanzia viaggio sereno), mance (ca. € 40 da consegnare all’accompagnatore in loco), extra personali e quanto non indicato alla voce “la quota comprende”. Partecipanti: min. 15 persone

Foto Rolf Süssbrich / Creative Commons

Iscrizioni Agenzia Viaggi Rallo tel. 041.980860 agenziaralloweb@agenziarallo.it 8 LIMA Visita di Lima: Plaza Mayor, Palazzo del Governo, Cattedrale, Convento di S. Francesco e catacombe. Visita al Museo Larco con una collezione di gioielli in oro e argento e una di ceramiche “erotiche”. Visita al Museo Nazionale di antropologia e archeologia che ospita la stele Raimondi e l’obelisco Tello. 9 LIMA - ITALIA Mattinata libera per Lima. Il prof. Aimi è a disposizione per consulenze tecniche sugli acquisti.Trasferimento in aeroporto per il volo di rientro. 10 ARRIVO A ROMA Arrivo in Europa e cambio per la città di origine. N.B. Per motivi di ordine operativo e organizzativo le visite e le escursioni possono subire modifiche nell’ordine di effettuazione, ma non nel contenuto.

Foto Pululante / Creative Commons

Guidato dal prof. Antonio Aimi codirettore delle attività dell’Università Statale di Milano in Perú

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Archeologia Viva  

La più importante rivista dedicata all'archeologia e all'arte antica.

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