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SISMAGAZINE

questo giornale non ha valore periodico


TESSERATI AL SISM... .. perché per i sismici quest’estate c’è lo sconto del 10% per le vacanze al mare e gratis il biglietto del treno per arrivarci! L’hotel dei sismici è a Bellaria: - sconto del 10% su prenotazioni di minimo 3gg (B+B, 1/2 pensione, pensione completa, all inclusive) a maggio, giugno, settembre - sconto del 5% su prenotazioni di minimo 3gg a luglio ed agosto (escluso periodo 10/8 - 16/8) - rimborso del biglietto a/r di 2° classe su treni regionali/ interregionali per prenotazioni di minimo 7gg -Gli sconti sono validi anche per amici e parenti! Per informazioni: Hotel La Perla www.laperlahotel.it

Impaginatore Giulio Vara Correttore di bozze Hana Privitera Hrustemovic Oroscopo Francesca Matassoni Beatrice Scarpellini Giochi Chiara Crescentini Disegni Marianna Costa

CONTATTI La Redazione: benedetta.orsini@libero.it Senza peli sulla lingua: senzapelisullalingua.sism@gmail.com


“Primavera non bussa lei entra sicura come il fumo lei penetra in ogni fessura ha le labbra di carne i capelli di grano che paura, che voglia che ti prenda per mano.” Fabrizio De Andrè

E’ marzo, mie fresche rondinelle! Sentite il profumo delle primule in fiore ed il cinguettio felice della vita che rinasce? Il canto brioso della cinciallegra? Lo sfarfallio delle lucenti ali delle farfalle vi ha accecati con il suo sfarfallante splendore? Ci siamo lasciati a febbraio con un’immagine di tragedia incombente, ma pare che il peggio sia passato. Non sappiamo se si sia letto tra le righe, ma la redazione di SISMagazine è lievemente meteoropatica: amiamo la primavera e ciò che porta con sé. Quindi prendete il vostro libro (tanto lo sappiamo che lo studente di medicina non conosce stagioni) e spostatevi ai Giardini Margherita. Sorseggiate un caffè shakerato e abbandonate la brodaglia delle macchinette del Sant’Orsola. Fate una corsetta serale e dopo cena uscite a prendere un gelato. Ogni tanto andate sui colli (o sulla terrazza del Rizzoli, visto che medici siamo e medici rimarremo) e guardate questa splendida, rossa Bologna. Questa lettera non vi è piaciuta? Abbiamo forse turbato il vostro tanto radicato cinismo? Non ci interessa. Anzi, se non siete risorti a nuova vita, se non avete un primaverile sorriso stampato sul viso (oggi allitterazioni e rime come se piovessero), girate lontano da noi. Se la positività non vi avesse ancora contagiati, allora proviamo a trasmettervi allegria con una notizia entusiasmante: dopo un lungo e cupo inverno di silenzio, il SISM torna a far festa. L’11 aprile ci troverete sotto il Ponte di via Libia a vivere la vida loca (e pentircene domani!). Spumeggiante! La Redazione

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CONSIDERAZIONI DI UN FOLLE SU FINE INVERNO Cosa può l’uomo a fronte della terribile potenza dell’odio, linfa vitale della guerra? Cosa può l’uomo a fronte dell’orrore dei morti ammazzati? Cosa può l’uomo? Personalmente provo null’altro che sgomento. Bella orrida bella!, dicevano i romani; da sempre la storia dimostra come comune divisore dei popoli sia più di ogni altra cosa la guerra. Ne sono sempre stato affascinato: da piccolino immaginavo, imbracciando legni, di esservi immerso, con spade o fucili, poco cambiava il mezzo, il fine era sconfiggere il nemico immaginario, sparare o squarciare prima che fosse lui a farlo. Siamo spinti a considerare la guerra un conflitto che contrappone schieramento a schieramento, soldatini di plastica blu contro soldatini di plastica verdi, pedine di una scacchiera che muovono e colpiscono. Ma prima di questo sono esseri umani. Ognuno con una storia, sentimenti, passioni, gioie, speranze, dolori, sogni, semplicemente una vita. Che diritto ha un uomo di porre fine alla vita di un altro? Qual è il valore di tale atto? Ho osservato da vicino il fenomeno umano della guerra e la cosa che più mi ha colpito è stata la presenza delle virtù principi dell’uomo, che prendono vita e si animano nel conflitto, che si espletano nell’eliminazione fisica dell’avversario: solidarietà, fratellanza, altruismo, coraggio, onore, condivisione, generosità. Sono virtù non così facili da ritrovare nella vita quotidiana, mentre la guerra ne è ricolma. L’atto fisico dell’eliminazione permette concettualmente la perpetuazione del proprio gruppo di appartenenza, indipendentemente da ciò per cui si combatte, anche quando il significato del conflitto è lontano dal soldato come la terra lo è dal sole. È paradossale come tali virtù possano vivere in forma così forte nell’orrore della guerra. I conflitti stessi si sono modificati: dalla seconda guerra mondiale in avanti massima percentuale di morti è rappresentata da civili, non da soldati. Mandiamo giocattoli volanti telecomandati a colpire case, obiettivi: dov’è qui almeno uno dei valori dell’uomo? Unico settore che richiama a non finire fondi d’investimento da parte degli stati è la difesa, così si chiama, anche se termine più indicato sarebbe “offesa”: si vis pacem para bellum, dicevano ancora i romani. Abbiamo ricoperto la nostra splendida Terra -di cui siamo solo

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ospiti temporanei, come lo sono stati nel corso delle migliaia di anni della storia gli esseri umani prima di noi- con centinaia di testate nucleari, pronte nell’evenienza ad esser lanciate, abbiamo intriso in potenza la nostra terra, i nostri mari, i nostri fiumi, la nostra aria e qualsiasi forma vivente animale e vegetale di fetide scorie incompatibili con la vita. È come se avessimo preparato tutto a puntino per la nostra estinzione, e per questa via continuano a camminare i popoli della terra. Unica speranza di sopravvivenza per l’essere umano è la nonviolenza, questa è la scelta sulla quale ognuno di noi in cuor suo è chiamato a riflettere. Certo, non possiamo da soli cambiare la strada imboccata dai popoli, possiamo però decidere come investire il nostro quotidiano; il mondo se ne frega, il tempo passa lo stesso, ma siamo noi a decidere come questo passi per noi. Nonviolenza non significa qualcosa di astratto o concepibile solo a fronte di un conflitto. Nonviolenza è amore. Questa è la forza maggiore di cui dispone l’uomo, immateriale ma potente più di un fiume in piena, di un mare in tempesta, di una valanga. Amore. Può sconfiggere l’odio, la violenza e forse un giorno anche la guerra. Interpretando Gaber, credo fermamente di poter esser libero e felice solo se lo sono, o lo possono essere, anche gli altri. In tutti gli altri casi sarà solo e sempre come una lacrima di gioia che riempie l’occhio ma non ha forza sufficiente per scendere e rigare il volto. Ignazio Palazzi


MA VOI CHI SIETE? Intervista ai coordinatori delle aree del SISM Prometto solennemente di essere autrice imparziale e super partes, come ogni sedicente giornalista dovrebbe essere. Ma che diavolo, no. Io amo la SCORA con ogni parte di me. SCORA, Standing Committee on Reproductive Health & AIDS, è l’area del SISM che si occupa di salute riproduttiva e del mondo della donna più in generale. Oggi ho il piacere di presentarvi chi ci sta dietro: chiamateci SCORAngels, come siamo solite essere definite secondo la nomenclatura nazionale, o Scoreggine e Porcelline, come più “affettuosamente” ci chiamiamo noi. Noi chi? Caterina, la nostra LORA (ormai siete abituati allo slang sismico, vero?!), la sottoscritta e Giuseppina, che ha ricoperto la carica fino all’anno scorso (la SCORA del SISM di Bologna è una sua creazione, o meglio: una sua creatura).

Domanda di rito, Il SISM è definito come un’associazione apartitica e blablabla. Sul serio, cos’è per te il SISM?

G: Il SISM per me è sempre stato una fuga dai banchi di lezione, un’alternativa allo studio matto e disperatissimo, un luogo di incontri e di crescita. E’ una stanza piccola e buia (io l’ho sempre detto, prima o poi moriremo dentro a quella stanzetta senza ossigeno), ma ben presto si crea una dipendenza e straordinariamente le giornate si riempiono di “cose da fare per il SISM”. Avendo passato molti anni in quell’ufficio posso dire di aver avuto la fortuna di stringere rapporti con persone eccezionali: la famiglia Sismica! B: Il SISM è ciò di cui ho sentito la mancanza per i primi tre anni di Medicina. E’ ciò che completa il quadro, che ti fa sentire al posto giusto al momento giusto. Mi sono avvicinata al SISM dopo un periodo colmo di dubbi sulla mia scelta di fare Medicina e poi improvvisamente tutto è cambiato. Non dico che per tutti debba essere amore a prima vista, ma nel mio caso è stato la svolta per ritrovare la spinta, una sensazione di calore immediato. C: Il SISM è una stanza del padiglione 25 con un vecchio divano, due vecchie scrivanie e un armadio pieno di scartoffie. E’ intriso di vita vecchia e nuova; migliaia di studenti

sono passati in quella stanza, migliaia di piedi, scarpe, ciabatte, sandali, tacchi, stivali sono entrati, hanno lasciato un po’ della propria vita e sono andati via. E’ voglia di fare e di creare, un laboratorio di idee e una grande famiglia

Raccontateci un aneddoto divertente che avete vissuto tra queste quattro mura sismiche.

C: L’anno scorso stavo per riempire la mia valigia di vasetti di ragù! Mi spiego: per il Congresso Nazionale di maggio, la sede di Bologna mi aveva incaricata di portare Ragù. Solo poco prima di partire ho scoperto che si trattava della nostra mascotte, il peluche di una tigre bianca della Malesia. Nessuna traccia di pomodoro e carne macinata! G: Grazie al SISM ho scoperto che Djset non è una persona. Un giorno ho chiesto agli organizzatori delle nostre feste perché continuassimo a chiamare sempre lo stesso dj. “Ma chi, Giusy?” “Djset” “Giusy, Djset non è una persona!”

Difesa delle donne, omofobia, AIDS... se ne parla tanto. Ma qualcosa sta cambiando? Le vostre attività servono?

C: I nostri progetti funzionano, lasciano una pulce nell’orecchio. Un’associazione di Agrigento ci ha contattato per chiedere di poter usare la nostra immagine della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne per avviare un progetto analogo, stampando le nostre facce su centinaia di cartelloni e migliaia di volantini. B: La prima attività di quest’anno è stata la campagna di sensibilizzazione contro il cancro al seno e pensavo avessimo colpito nel segno, che gioia! Poi c’è stata la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne e ho capito quanto potessimo essere forti. Abbiamo creato un volantino con una nostra foto che è stato condiviso migliaia di volte e ora ad Agrigento partirà un progetto simile al nostro. Quando l’abbiamo saputo non ci potevamo credere! Insomma, il meglio deve ancora venire. G: Quando lavoriamo ci mettiamo il cuore, le cose possono cambiare e io ci credo molto. Siamo partite con “oggi è la Giornata contro la violenza sulle donne, facciamo un volantino” e presto inizierà un corso di autodifesa; ci siamo

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MA VOI CHI SIETE? dette “oggi è la giornata contro l’AIDS, facciamo un banchetto informativo” e abbiamo iniziato una collaborazione con il Cassero. Il nostro compito è sensibilizzare e coinvolgere, ma noi facciamo di più: lasciamo il segno!

Perché la SCORA e non un’altra area? Cos’ha di speciale?

B: Mi sono avvicinata al SISM grazie alla SCOME, lo ammetto. Ma già dopo pochi giorni la SCORA mi ha tirata a sé con forza. Credo che cercare di descrivere sia difficile per me, rischierei di dire banalità, perché è tutto talmente nuovo ed entusiasmante! Siamo un gruppo affiatato, lavoriamo bene insieme e ci mettiamo tanta passione. Siamo donne davvero innamorate di ciò che fanno e le une delle altre. G: Quando per la prima volta misi piede al SISM e chiesi a qualcuno di spiegarmi il significato di quelle assurde sigle subito mi riconobbi in quel “salute riproduttiva e AIDS”. Qui a Bologna quest’area non esisteva ed era come iniziare a scrivere tutto da zero. Le sfide mi sono sempre piaciute, perciò... eccoci qui. Le tematiche che trattiamo sono l’espressione di problemi sempre più attuali e sono certa che cresceremo ancora! La rete di attività della SCORA è più vasta di quanto si immagini e la cosa incredibile è che ci sorprendiamo ogni volta di quanto i nostri progetti siano condivisi. Perché SCORA? Perché è donna e per me non poteva essere altrimenti (la nostra Giusy sarà ginecologa, ndr.) C: La mia unione a Lei è stata veramente spontanea e non potrei trovarmi altrove! Ho una gatta femmina, un’unica nipote femmina, quattro sorelle femmine, vivo in casa con tre coinquiline, lavoro al SISM con quattro bellissime Porcelline. Scorre sangue rosa nel mio corpo! La SCORA mi dà la possibilità di parlare di me stessa, di te, di tutte noi, scoprendo e difendendo le nostre fragilità.

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Quali sono i progetti futuri?

B: Tra poco inizierà il corso di autodifesa organizzato in collaborazione con l’associazione Anatroccolo Rosa e ne siamo molto felici. Inoltre ci sta molto a cuore il progetto sull’omofobia e ci impegneremo davvero per fare le cose con passione. C: Credo molto in un progetto di autoformazione del gruppo per una sensibilizzazione più consapevole ed efficace, perciò a breve partirà un gruppo di autoformazione sull’omofobia, per delinearne i contorni, mettere i puntini sulle i, esporne le incrinature e fare una bella correzione di bozza, per denunciare, denunciare, denunciare! G: Il corso di formazione e la collaborazione con l’Arcigay per la giornata contro l’omofobia sono molto importanti. Basti pensare che il volantino realizzato l’anno scorso in occasione di questa giornata è stato trovato strappato: questo ci fa capire quanto ancora sia necessario parlarne. Non c’è altro da aggiungere, anche perché l’essermi auto-intervistata mi ha creato un lieve accenno di schizofrenia. Con la passione delle SCORAngels si nasce. Sentirete ancora parlare di noi, lo promettiamo. Anzi, una cosa da aggiungere ci sarebbe: grazie, ragazze.

Benedetta Orsini


SISM, VIAGGIARE

Il Libano non è un posto come gli altri. Decisamente. Il primo indizio l’ho avuto in aeroporto, appena arrivato. Nella grande sala del ritiro bagagli mi sono trovato testimone di una scena del tutto inaspettata: ero circondato da donne di qualunque età, appena arrivate da altri paesi arabi, impegnate a spogliarsi dei loro veli, delle loro lunghe vesti nere, dei loro pesanti abiti tradizionali, tutto con una frenesia ed un senso di liberazione che si placava solo una volta indossati eleganti abiti occidentali e sciolti i lunghi capelli neri. Ero decisamente colpito, ma più tardi avrei capito. Il Libano infatti è l’unico paese arabo non musulmano. In realtà sono riconosciute 18 – sì, diciotto – religioni ufficiali, tutte con una rappresentanza in parlamento. Inoltre, molti libanesi insistono nel precisare che loro non sono arabi, ma diretti discendenti dei Fenici, al punto che una mia amica sarda fu salutata con il titolo di “cugina” perché, le fu spiegato,

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anche i sardi discendono dai Cartaginesi, e quindi dai Fenici. Strana gente questi libanesi. Un altro aspetto particolare del Libano è che sostanzialmente si tratta di una striscia di terra lunga meno di 200 km, con la capitale Beirut situata esattamente al centro. Di fatto è come se tutto il paese fosse la grande periferia di questa città straordinaria, ferita ma ancora viva e pulsante. La parte nord del paese è al momento abbastanza off limits perché, come sempre, sono in atto schermaglie tra bande armate di fazioni diverse. Del resto anche la parte più a sud, al confine con Israele, è ancora presidiata dai soldati dell’ONU che formano una zona cuscinetto tra l’esercito israeliano e le milizie di Hezbollah, il Partito di Dio di matrice islamica sciita che dal 1982 è attivamente impegnato sulla scena libanese. Purtroppo la realtà politico-sociale libanese è talmente complessa ed intricata che per uno straniero è molto difficile capire qualche dinamica. Una cosa, però, l’ho capita: le notizie che arrivano da noi in occidente. presentano un quadro estremamente lontano dalla realtà (e qua mi fermo perché ci sono altre


SISM, VIAGGIARE

sedi per discutere di questi temi sensibili). Il mio tirocinio è stato piuttosto particolare. L’ospedale era parte del complesso dell’American University of Beirut, l���università più antica del paese, al centro del quartiere di Hamra, con un campus che nulla ha da invidiare ai college americani, anche perché di fatto è territorio americano!

penalizzati dalla barriera linguistica, però molta gente parla fluentemente francese ed inglese, quindi complessivamente da questo punto di vista è andata meno peggio di quanto potessi aspettarmi. Mi sento comunque di consigliare un ambiente chirurgico o dove perlomeno il contatto col paziente sia ridotto, perché a volte è frustrante non capire assolutamente niente!

Il modello di studi è -ovviamente- quello americano: gli studenti passano gran parte della loro giornata in ospedale. La mattina sono in reparto, fino alle 16, dopodiché hanno un paio d’ore di lezione. La grande differenza è che tutte queste attività si svolgono in gruppi di 8-10 studenti che di fatto passeranno i 7 anni di studio insieme.

Il SISM locale è uno spettacolo! I ragazzi sono gentilissimi e molto disponibili ad organizzare feste e gite, mentre il social program è molto completo e ti permette di vedere tutto il paese, anche perché come detto è piuttosto piccolo. Fare un mese di scambio in Libano è sicuramente un’esperienza arricchente sotto molti punti di vista e che vi farà innamorare per sempre di questo angolo di Mediterraneo, molto più vicino a noi di quanto si posa pensare.

In reparto il grosso del lavoro è affidato agli studenti; è piuttosto sconcertante vedere come la responsabilità di intere stanze sia affidata a studenti del quarto anno sotto la supervisione di uno “specializzando”. Se ripenso ai nostri esaltanti tirocini mi viene da piangere! Noi studenti stranieri eravamo ovviamente

Andrea Carini

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C’ERA UNA VODKA Prima o poi questo momento sarebbe arrivato. Ho cercato per tre numeri di convertire questa rubrica, nata come spazio da dedicare ad una trattazione semiseria e per quanto possibile originale di argomenti vicini al benessere, al gourmet, e alle altre numerose e poliedriche espressioni dei sensi, in qualcosa che non finisse per essere una sbiadita replica di vetrine televisive dedicate a questi medesimi argomenti, ma ahimè, quando il diem chiama, allora carpe risponde. Infatti, in anticipazione di due eventi festaioli marchiati SISM che sono in pentola per i mesi di Aprile e Maggio, sento come un dovere morale riservare questo numero ad un costituente ESSENZIALE della dieta di tanti di noi, ad un amico sempre presente in grado di rinfrancare nei momenti peggiori e celebrare solennemente i migliori, il collante sociale per antonomasia, il coraggio liquido di tanti animi intrappolati da timori o esitazioni, generatore automatico di figure di merda, dispensatore inesauribile di verità e segreti che non saranno mai più tali, il principale agente eziologico della sindrome da limonata dura nonchè il fluido emetico più gustoso ed efficace. Non sto nemmeno a sprecare quei 5 caratteri per dirvi cos’è. Che siate studenti di Medicina o di Design della zucchina et altre cucurbitacee, che siate bravi ragazzi o reduci di meeting con le bestie di Satana, prima o poi incontrerete su un qualche testo specializzato di patologia o su un forum di etilisti (perfettamente sostituibili l’uno all’altro) indicazioni dettagliate per un consumo appropriato delle bevande alcoliche ed una conoscenza dei rischi connessi con un abuso delle ben note sostanze. Non ricordo se il Robbins o il sito www.amiciaanonimi.it ricordano bene come “il 33% degli incidenti stradali mortali sono causati dall’abuso d’alcool; quindi il 67% degli incidenti mortali coinvolgono persone che non hanno bevuto. Dunque, è chiaro che la cosa più sicura da fare è guidare ubriachi”, motto un po’ in contraddizione con il conciso brocardo -guida poco se devi bere- ; riporto anche la importante nota scientifica “nel vino c’è la saggezza, nella birra c’è la forza, nell’acqua ci sono i batteri”. Insomma, sono conoscenze note un po’ a tutti, quindi non voglio tediare oltre per ribadire concetti già chiari come una Lager.

Quello che passa spesso in secondo piano, comprensibilmente, dinanzi al bancone del bar è porsi qualche domanda sull’origine dei nomi fascinosi di quei mix letali e sul significato della loro invenzione. Così vi lascio qualche piccola nota curiosa sulle più comuni seducenti miscele pestate, shakerate, distillate, colorate, ‘mbriagate. Il classico, sintetico, rapido, lo trovi nei peggiori free drink dei postriboli di tutto il mondo, disseta e stordisce al punto giusto, in un nome: Gin Tonic. Introdotto al consumo dalle truppe inglessi edlla Compagnia delle Indie orientali, aveva però uno scopo tutt’altro che ludico in principio: l’unione del Gin con l’acqua tonica aveva infatti lo scopo di rendere più gradevole l’assunzione di quest’ultima, il cui sapore molto amaro è legato alla elevata presenza di chinino, agente terapeutico per la malaria. Da lì, si sa, di necessità si fa virtù. Caratteristico delle atmosfere invernali è invece il Vin Brulè, ma a chi pensa che sia un simbolo cult di generazioni di giovani setterntrionali assetati e intirizziti, va ricordato che in realtà la sua nascita è dell’età imperiale romana, e la ricetta di quello che all’epoca era detto “Vino speziato”, è rimasta intatta, per saecula saeculorum. Il Martini Cocktail invece, per chi non lo riconosce è -il cocktail con le olive-, è frutto dell’impegno in uno farmaceutico equilibrio di parti, motivata dalla levatura del primo cliente che ne abbia fatto richiesta: J. D. Rockfeller. Infine lo Spritz, caratteristico del triveneto ma diffuso come un’epidemia di spagnola in tutti i luoghi e in tutti i laghi, pare sia nato durante l’invasione austriaca in Italia, legata alla necessità di stemperare la eccessiva robustezza dei vini veneti da parte delle truppe straniere con del selz, e di zeta in zeta si è arrivati a Spritz. A parte quindi ribadire un invito all’autolimitazione, nella coscienza che il danneggiamento volontario è un diritto costituzionalmente tutelato, mi limito proporvi a passare dalla teoria alla pratica in occasione della festa dell’11 Aprile sotto il ponte di Via Libia. Alla salute. Alessia Salamina9


MEDICINEMA Cari lettori di Medicinema, in questo numero cercherò di sensibilizzare le vostre menti e i vostri grandi cuori riguardo al problema dell’assistenza al malato terminale. I film che vi propongo parlano di medicina palliativa ed eutanasia e, per questo, sono spesso molto “pesanti” dal punto di vista emotivo, ma io reputo che questo sia un bene, in quanto il cinema non può e non deve essere solo svago e divertimento, ma anche un potente mezzo di informazione e fonte di riflessione. Buona visione!

Mare dentro (Alejandro Amenábar, 2004)

Ramon Sampedro è un uomo sulla cinquantina, da 28 anni tetraplegico, costretto a letto e dipendente dalle cure dei familiari; la sua unica via di fuga è l’immaginazione, infatti passa le sue giornate sognando di alzarsi dal letto e volare lontano, fino al mare, cui è strettamente legato. L’uomo, totalmente lucido, manifesta da tempo il desiderio di porre fine alla propria esistenza, in quanto la reputa non degna di essere vissuta in tali condizioni. A sostenere la causa di Ramon arriva una rinomata avvocatessa, Julia, che metterà tutta se stessa in questa battaglia, cercando di conseguire una vittoria in tribunale tale da permettere all’uomo la desiderata “liberazione”. Il caso di Sampedro diventa rapidamente di portata nazionale, richiamando anche l’attenzione di un prete tetraplegico che lancia un appello in televisione per tentare di fare desistere l’uomo dalla sua battaglia. Nel frattempo il rapporto con Julia si stringe, la donna entra in uno stato di profonda empatia con Ramon poiché anch’essa è affetta da una grave patologia degenerativa e terminale. Il lavoro congiunto dei due porterà alla pubblicazione di un libro e infine al processo che dovrà decidere del futuro di Ramon. Non mi dilungo oltre sulla trama per evitare di rovinarvi la visione, tuttavia ci tengo a fare notare come il film non si schieri forzatamente Pro o Contro l’eutanasia, ma cerchi piuttosto di mettere faccia a faccia le parti in gioco attraverso le voci dei singoli personaggi permettendo una riflessione a tutto tondo sul problema. Mare dentro è più di una semplice discussione riguardo l’eutanasia, è un insieme di emozioni fortissime e attimi di magnifica poesia. Tutto ruota attorno a quest’uomo dalla fortissima personalità e dall’immensa espressività; inevitabile quindi riconoscere grande merito a Javier Bardem, che riesce nel difficilissimo compito di interpretare il personaggio di Ramon avendo come unica arma gli occhi, la bocca, il sorriso e le lacrime. La pellicola è stata meritatamente lodata dalla critica e premiata con l’Oscar al Miglior film straniero e ricevendo a Venezia un Leone d’argento e un premio alla Migliore interpretazione maschile.

Le Invasioni Barbariche (Denys Arcand, 2003)

Suona il telefono, Sébastien risponde; all’altro capo è la madre Louise che gli comunica il rapido declino delle condizioni di salute del padre Remy e lo esorta a volare da Londra a Montréal per assisterlo. Remy è un ex professore universitario di storia, ama la vita, le donne, il buon vino, è colto e critico su tutto e su tutti.

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Sébastien è molto diverso dal padre, vive a Londra, è ricco, pratico e non fa della cultura il suo cavallo di battaglia; per la grande diversità fra i due i rapporti negli ultimi anni sono stati molto difficili. Dopo l’ennesimo pesante scontro, però, tutto cambia e anche grazie alle parole della madre Sébastien decide di lottare per allietare gli ultimi mesi di vita del padre. Inizia qui la grande battaglia di Sébastien che, grazie al suo benessere economico, riesce a fare allestire un’intera stanza d’ospedale riservata al padre, a contattare tutti gli amici sparsi per il mondo e a garantire a Remy la somministrazione illegale di eroina per alleviarne al massimo le sofferenze. Siamo davanti ad una commedia nera, cinica, spietata, che scherza anche su temi molto delicati, svelando tutti i paradossi della nostra cultura attraverso la mente dell’acculturato Remy e attraverso il dialogo con i suoi amici; niente e nessuno è risparmiato da questa profonda analisi. Il film ci propone la “caduta” di un uomo, assimilata alla caduta dell’Impero Romano durante le Invasioni barbariche, con l’obbligato passaggio attraverso tutte le fasi psicologiche che caratterizzano gli ultimi giorni di un malato terminale. Vediamo, ad esempio, la fase della “rabbia”, in cui il professore arriva a scontrarsi con una suora, rappresentazione della chiesa e della religione; o ancora la fase della “depressione” dove capisce che la vita, che tanto ha amato, se ne sta andando rapidamente, senza nemmeno avergli dato il tempo di lasciare un segno tangibile della sua esistenza.

Million Dollar Baby (Clint Eastwood, 2004)

Clint Eastwood, regista e attore principale, interpreta la parte di Frankie Dunn, ex allenatore di Boxe che ha tagliato i ponti con tutti, musone e incazzato con il mondo. La figlia si rifiuta di rispondere alle sue ripetute lettere e anche il suo unico allievo lo abbandona in favore di un manager più ricco. Frankie si chiude sempre più in se stesso, finché un giorno non si presenta in palestra una ragazza, Maggie Fitzgerald, molto determinata a combattere; inizialmente viene malamente respinta, ma in un secondo momento l’anziano allenatore decide di tornare sui suoi passi. Inizia così la leggenda di Mo Cùishle, soprannome affibbiato da Frankie alla ragazza che, incontro dopo incontro, a suon di KO maturati in un solo round, diventa la più grande. Purtroppo a questa fulminea ascesa segue un altrettanto rapido e drammatico declino. Ennesimo incontro, questa volta è battaglia vera: è la fine del terzo round, Maggie si accinge a tornare all’angolo per riprendere fiato quand’ecco che l’avversaria la colpisce con un dritto e lei cade a terra, sbattendo contro lo sgabello. Buio. La diagnosi e la prognosi sono drammatiche: lesione spinale, Maggie resterà paralizzata per il resto dei suoi giorni. Inizia qua il suo lungo calvario, abbandonata dalla famiglia e da tutti, tutti tranne il solitario Frankie che le starà accanto giorno dopo giorno. Million Dollar Baby è il capolavoro di Clint Eastwood, che lo consacra come regista e lo premia con l’Oscar per Miglior Film nel 2005.

Giulio Degli Esposti


RADIO TERAPIA Nel 1996 pubblica il suo primo album, Contro un’onda del mare, presentato in versione acustica durante il tour di Battiato e subito apprezzato dalla critica. Nel 1998 esce La favola di Adamo ed Eva, una raccolta di brani scritta con il fratello e contenente alcuni dei capolavori del cantante romano: “Cara Valentina” e “Vento d’estate”, eletto disco dell’estate. L’entusiasmo suscitato da questi successi spinge Max a partecipare al festival di Sanremo 1999, nella sezione Giovani, dove presenta “Una musica può fare”, vero e proprio capolavoro della discografia di questo cantautore. Gli anni seguenti sono anni di sperimentazione musicale e collaborazione artistica con altri esponenti della musica come Carmen Consoli, Paola Turci, Marina Rei ed altri. Infatti Max da sempre vede nelle collaborazioni e negli scambi un metodo di crescita e di raccolta di nuovi stimoli, nonché la possibilità di coltivare vecchi progetti lasciati nel cassetto. Nel 2007, dopo un breve periodo di assenza dalle scene musicali, Max si unisce nuovamente a Paola Turci e Marina Rei, ormai presenze costanti sia nella collaborazione alla stesura dei pezzi che nell’attività live. Quella che doveva essere una serie limitata di appuntamenti diventa così, grazie al successo della stessa iniziativa, un vero e proprio tour chiamato “Di comune accordo”. Nel 2008, Max Gazzè torna a Sanremo partecipando al 58esimo Festival della canzone italiana con il brano “Il solito sesso”, che racconta di una telefonata fatta a una ragazza conosciuta neanche un’ora prima. Nonostante il piazzamento oltre il decimo posto, il pezzo è attualmente uno dei più passati in radio nonché fra i più apprezzati dalla critica e scaricati su iTunes. A seguito della competizione sanremese, il 28 febbraio 2008 esce l’album intitolato Tra l’aratro e la radio. Nei primi mesi

del 2010 Max debutta come attore in Basilicata Coast to Coast. La divertente commedia musicale vede i protagonisti attraversare a piedi la Basilicata per eseguire le proprie canzoni ad una manifestazione canora locale: un viaggio intervallato da imprevisti, amori fugaci e divertenti situazioni inaspettate. Subito dopo Max parte di nuovo per un lunghissimo tour che dura praticamente due anni, con oltre 200 concerti in piazze, teatri, club e palazzetti. La bravura di questo artista è nota in tutta Europa, tanto che i suoi tour sono sempre un successo. A breve si esibirà qui a Bologna (20/4@Estragon), quindi avremo tutti un’occasione per goderci le sue performance live sul palco, ambiente dove è sempre stato a suo agio, tanto che durante la sua carriera spesso ha preso periodi di pausa dal produrre nuovi brani proprio per dedicarsi al live: non a caso sono la particolarità melodica che contraddistingue i suoi brani e i testi mai banali ad aver fatto innamorare i suoi moltissimi fan. “Una musica può fare salvarti sull’orlo del precipizio quello che la musica può fare salvarti sull’orlo del precipizio non ci si può lamentare...” Max Gazzè, “Una musica può fare” La Favola di Adamo ed Eva (ristampa) 1999 consigli per gli acquisti: James Blake – Overgrown – Polydor Ltd. 2013 Prince Innocence – Lapse EP – Prince Innocence 2013 Hurts – Happiness – Sony Music 2010 Mos Def – Black On Both Sides – Rawkus Entertainment Ltd 1999 The Mohawks – The Champ – High Fashion Music 1968

Matteo Fermi

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Ho visto un grande palazzo, dalle tante finestre uscivano luci tutte uguali, la gente dentro sembrava piccola e si muoveva piano. Poi ho superato quel palazzo e ne ho trovato un altro proprio uguale, guardando in là ne ho visti tanti altri. Li ho seguiti uno dopo l’altro in un lungo viale pieno di alberi e di luci basse ...che bel villaggio! Alla fine di questo viale era diventato giorno. Ora la luce era ovunque e la gente si muoveva dappertutto ...che grande formicaio! Facce, volti, sguardi, espressioni, parole, discorsi ognuno alla sua velocità. Da una panchina a guardavo: gente dai lunghi vestiti bianchi, gente elegante, gente su sedie che si muovono e con due gambe ausiliarie, gente con strani tubi e sacchetti, gente vestita di verde e gente vestita di blu, gente con grembiule e cappellino, gente con grosse pance, gente in bicicletta e in motorino ...gli ingranaggi che ho visto nell’orologio. Che bello questo posto, è qua che voglio stare! Ho conosciuto il grande viale e tutte le sue strade e porte Poi un giorno è arrivato il momento di entrare e salire ad un piano nel grande palazzo illuminato Dentro sembra diverso È buio e non si muove nessuno Ognuno aveva il suo posto ma io non sapevo dove stare …poi qualcuno dà la carica ed ecco, l’ingranaggio parte Le tende si aprono, i letti si svegliano, la gente in tinta si mette in moto E’ tutto frenetico e tranquillo Strano e usuale Basta poco e il ritmo ti prende. Le divise diventano sorrisi I letti diventano storie Uno per uno diversi e ognuno uguale a me Che bello questo villaggio dallo strano ingranaggio E’ ogni giorno la mia scelta: E’ qua che voglio stare C. Appa

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AUTOBIOGRAFIA DI PAQUITO Paquito Puto Loco (nome d’arte acquisito durante la prima infanzia) nasce a Bologna il 18 dicembre del 1988. Già alla nascita presenta un sorprendente ipergonadismo, tanto che l’ostetrica si emoziona e sviene. I dottori consigliano ai genitori il nome Mohammed il Grande, ma essi, fedeli alla cultura pujese, optano per un nome più tradizionale (che il poeta in seguito cambierà, senza però rinnegare mai le sue origini). Paquito impara a fare la cacca nel vasino all’età di due mesi e mezzo. Sorpreso egli stesso dalla facilità con cui apprende le cose, si rende conto che la vita non gli riserverà mai nessuna sfida che egli non sia in grado di superare con facilità. Resosi conto di essere il mijore, si dà all’ascetismo e inizia a scrivere poesie per rimorchiare le ragazze intellettuali più grandi di lui. Grazie alle sue poesie e alle sue capacità seduttive (lunghe 30 cm) colleziona varie storie d’amore, alcune anche con ragazze delle elementari, le quali, nonostante i suoi pochi mesi di vita, lo considerano già decisamente più maturo di molti loro coetanei. Non è però tutto rosa e fiori nella

vita dell’Ipergonadico… Infatti il Puto Loco cresce, ma la sua appendice non cresce con lui e quei 30 cm, che sembravano enormi sul corpicino di un neonato, cominciano a sembrare sempre più corti. Il nostro eroe inizia quindi a disperarsi, ma per fortuna trova conforto tra le braccia delle famose starlette Megan Fox e Sara Tommasi, le quali gli garantiscono che 30 cm sono comunque abbastanza per fare toccare il cielo con un dito a una donna. Rassicurato dalla navescuola Tommasi, Paquito cresce sereno e senza preoccupazioni. O meglio, senza preoccupazioni a parte l’angoscia che la Bocconiana (ovvero la Tommasi, conosciuta però più per le sue performance al limite della legalità che per la sua formazione universitaria) gli possa aver lasciato qualche souvenir gonococcico. (IMPORTANTE: quanto narrato in questa autobiografia è opera di fantasia. Ogni riferimento a fatti, persone o Sara Tommasi realmente esistiti è puramente casuale. Ogni riferimento a ipergonadismi realmente esistiti invece NON è casuale).

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POESIA Mañana de pasión Escrito por Paquito Puto Loco La mañana me despierto, y está caliente como un pimiento. La mañana me levanto, y la tengo dura como un canto. En serio, no creerías, Como el pan después de dos días! Salgo desnudo de mi habitación y encuentro a mi abuela, que me mira con decepción. Descubierto, me siento como un ladrón o, aún peor, como Bill Clinton. Avergonzado, voy al baño corriendo, con las manos la polla cubriendo. Pero allí no puedo mear, porque mi asta no se quiere aflojar! Estoy demasiado cachondo, y sólo pienso en tu culo redondo. Así decido sentarme y empezar a tocarme. Intensamente pienso en ti, mientras gritas: “Oh sí, oh sí!”. Pero justo cuando voy más de prisa mi abuela entra y se me quita la sonrisa. Pronto cubro mi bastón, con la vieja que me grita su maldición: “Te vas a volver ciego si no paras con ese puto juego!”. Amore ermetico Scritto da Paquito Puto Loco Di mattina ci siamo alzati senza mai esserci addormentati. 14


Di nastri rossi, sani e malati “Hai finito per cascarci anche tu”. La voce che mi raggiunge è neutra, asettica e se a qualcuno venisse in mente di domandarmi che colore affibbiarle risponderei bianco, il bianco disinfettato degli ospedali. Eppure, impossibile per me non accorgermene, quel bianco troppo sterile non riesce a mascherare una venatura di disgusto e delusione, come se spargendo ammoniaca e disinfettanti nessuno fosse riuscito a scacciare la malattia e la morte. Abbasso il capo con gli occhi scuri che oscillano lungo le venature del pavimento chiaro, l’espressione accuratamente composta che pare urlare la mia colpevolezza. Le sedie di plastica ingiallita sono scomode, il corridoio è un lungo budello di attesa sospirosa, i medici sono farfalle leggere col mento alto e gli occhi fissi in avanti: tutto è innaturale, stonato, estraneo. Io mi sento innaturale, stonata, estranea. Ho un foglio in mano e l’adrenalina che mi fa tremare le gambe, dentro la testa il rifiuto di guardare il resto della schiera che aspetta, come me, il proprio turno. Siamo tutti seduti su questo confine, un nastro rosso che separa il mondo dei sani da quello dei malati, a terra e con le gambe incrociate, con troppa vergogna addosso per fissarci in viso. Alla mia sinistra, due sedie più in là, c’è una donna dalla pelle d’ebano che guarda fuori dalla finestra senza in realtà mettere a fuoco il paesaggio che le mostrano i vetri sporchi. Ha l’aspetto di un fiore reciso e imprigionato in un vaso di plastica spessa, qualcosa che un tempo era bello e adesso è solo sciupato, petali stropicciati perché stazzonati con foga e disinteresse da troppe mani impazienti. Non ha profumo, la corolla è pallida e nessuno cambia l’acqua da tanto, tanto tempo. Anch’io mi sento gualcita, spiegazzata, scolorita. Le mani che mi hanno stretta, quasi soffocata, sono state solo un paio, anche loro inquiete e veloci, ma mi hanno succhiato la linfa e il colore. Solo che non c’è colpa, se non la mia. Alla mia destra, spalla contro spalla, c’è Alessandro: sua è la voce asettica che mi ha scosso, parlando con la delusione dispiaciuta di chi ti ama e non può aiutarti se non con la propria presenza, senza essere in grado di nascondere frustrazione e rabbia. Sono passati due mesi, novanta giorni tutti uguali come i granelli di una clessidra, prima di trovare il coraggio di cercare una soluzione al mio labirinto. Due mesi con in testa gli occhi neri di Gabriele, la sua voce e le sue esse strascicate, il suo comando colmo d’interesse e spoglio di pietà. Novanta giorni per trovare il coraggio di piombare in casa del più caro amico che ho, bagnata fradicia e col mascara colato sulle guance pallide, solo per vomitare il mio errore e la paura di affrontarne le conseguenze. Ed eccolo qui, Alessandro, silenzioso nel suo disgusto, così attaccato al mio cuore da non riuscire a provarlo per me, la ragazzina banale dagli errori banali, ma per quel Minotauro da cui mi sono lasciata trascinare in queste ombre. Nella paura del mio stesso sangue e del mio stesso corpo. Silenzioso e solido, talmente tanto da farmi desiderare la sua presenza più di quella di Arianna: il conforto incrollabile di un mortale agli occhi lungimiranti di una veggente. “Com’è che conosci Gabriele?” gli chiedo, senza osare alzare lo sguardo fino al suo: non voglio che veda, in fondo alle mie pupille, quanto desidero che lui colga questo pallido tentativo di sviare ogni discorso dalla mia stupidità. Il silenzio, però, diventa più denso, di piombo. Tanto da spingermi a guardarlo. Alessandro si è stretto nelle spalle larghe, il viso rasato con cura è alabastro gelido, tranne per le guance di un cremisi sanguigno, e gli occhi rotolano fino al pavimento per nascondersi tra le sue scarpe. E a me viene da ridere.

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Di nastri rossi, sani e malati “Ale …” lo richiamo, senza riuscire a nascondere una vena di innocente derisione. “E’ successo solo un paio di volte”, borbotta, incrociando le braccia contro il petto largo e affondando il mento nel collo. Spalanco le palpebre e mi spingo il palmo contro la bocca. “Non ci credo, non ci credo, non ci credo!” esplodo, alzando il tono di un’ottava ad ogni ripetizione. Uomini, donne: Alessandro non è mai stata vincolato a nulla del genere. A volte sintetizza tutto definendosi bisessuale, ma io credo che la sessualità c’entri poco: si è sempre sentito attratto dalla mente, senza curarsi della forma del corpo che la conteneva, come se avesse in testa il chiaro modo di amare fisicamente chiunque allo stesso modo. “Sta’ zitta, Fausta”, intima. “Non ci credo. Non è possibile. Tu e Gabriele. Non ci credo. Non è possibile!”. “Continuerai ancora per molto?!” Mi zittisco, il suo disagio è una marea che mi cola addosso, e osservo il suo volto un po’ come se fosse la prima volta: traccio con dita invisibili gli zigomi duri, marcati, il naso aquilino e le ciglia folte, quasi da donna. Un fratello, quello che non ho mai avuto. La voce mi esce flebile, insicura, maldestra: “Lo sai che …”. “Io il preservativo lo uso”. Mi stronca in questo modo, con durezza, ancor prima di lasciarmi chiedere scusa, per la sua intelligenza e per l’onestà di Gabriele. E sto per farlo, sto per parlare di nuovo, quando qualcuno pronuncia il mio nome. La voce che parla è talmente neutra e asettica da sembrare metallica, surreale: viene dal corpo sottile di un’infermiera, vestita dello stesso bianco disinfettato di questo posto, che mi ha sempre vista studentessa e mai dall’altra parte. Tocca a me, è il mio turno. Il viso scatta da solo verso l’uscita di questo lungo corridoio, dove la vita scorre senza curarsi di chi è irrimediabilmente in bilico. Penso al fermento dell’ospedale, alla frenesia della diagnosi e della cura, all’errore nella dose o nell’umanità. Penso a chi è malato e non può farci nulla. Penso a chi sta sorpassando quel nastro rosso, rotolando con stupore dalla parte sbagliata, quella in cui nessuno vorrebbe mai trovarsi. Penso a chi lo fa e non può tornare indietro. Sano o malato. C’è una differenza, al mondo, più profonda di questa? Alessandro si alza prima di me, tira inconsapevolmente il filo che ci unisce da anni e anche io mi alzo in piedi, come una marionetta ubbidiente. Le sue dita si intrecciano alle mie, somministrano una cura che nessun medico e nessun ospedale possono infondere. Faccio un passo in avanti, quando invece vorrei fuggire. Seduta sul lettino, il laccio emostatico stretto intorno al braccio, mi domando quanto io sia vicina a sorpassare il confine. Mi domando cosa si prova a portarsi appresso un corpo divenuto difettoso, che lentamente inizia a ribellarsi e a soccombere, a non rispondere più ai comandi di una mente vigile. Cosa si prova quando il proprio respiro è legato alla modernità di una cura, quando il tempo a disposizione diminuisce perché c’è qualcosa, dentro, che non funziona più. Il sangue scivola nella siringa, denso e corposo, ed è scuro com’è scuro quello di chiunque altro: ma io sono ancora come chiunque altro? Dysdaimon

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SENZA PELI SULLA LINGUA Senza peli sulla lingua è un esercizio di scrittura al limite dell’assurdo, è una rubrica satirica, provocatoria. Volete anche voi fare domande al nostro anonimo autore?! Scrivete a senzapelisullalingua.sism@gmail.com Provocate, fidatevi, domandate, stuzzicate, chiedete qualsiasi cosa: otterrete sempre una risposta.

Si avvicina la primavera e tutto mi invoglia ad uscire, stare in giro, prendere il sole ai giardini... come faccio a studiare? Caro Alex, come ti capisco! Anche io, come te, vivo in questo dubbio amletico da anni: migliorare il mio libretto o la mia abbronzatura? Nella nostra situazione si ritrovano anche molti altri studenti. Che fare? Innanzitutto devi stare attento quando esci dall’ospedale, appena dopo tirocinio, dopo ore di luce artificiale, perché è proprio in quel momento che la tua mente primaverile cerca di fotterti e di convincerti a cazzeggiare. Muovi lentamente i tuoi primi passi all’esterno della struttura ospedaliera senza osservare il sole e il bel cielo ed evita soprattutto di constatare che è una bella giornata; vestiti con abiti molto leggeri, in modo da far credere al tuo corpo che faccia freddo. Ricorda che se fai questo in compagnia di un tuo amico, motivato come te a fregare il bel tempo, sarà tutto più facile. Appena affrontato il passaggio indoor-outdoor, con fare svelto passeggia nei vialetti ricordandoti di raggiungere nel modo più veloce possibile una struttura chiusa come una biblioteca o un bar all’interno di un padiglione dell’ospedale; mi raccomando, però, non recarti in alcun modo in luoghi come la sede del SISM, dove troveresti altri studenti che come te farebbero di tutto piuttosto che studiare o andare a lezione: DELETERIO! Ai soggetti disperati consiglio, inoltre, di evitare di muoversi all’esterno del Sant’Orsola negli spostamenti tra i vari padiglioni e di utilizzare invece i lugubri, pericolosi e bui tunnel sotterranei che collegano i vari edifici dell’ospedale. Sta per cominciare la primavera e spuntano coppie, storie e frequentazioni come funghi... e io?! La primavera, si sa, è il periodo in cui il ciclo ormonale muta portando ad una ipersecrezione di testosterone; questo da una parte trasforma il genere maschile in un branco di tori da monta, dall’altra inebria i parchi cittadini con il suo odore andando a “stuzzicare” la mente del genere femminile. Questo mix di odori e sapori porta ad un cocktail di odio et amore con conseguenze micidiali. Alcune coppie assopite dalla stagione del letargo risbocciano come fiori, altre sul filo della crisi trovano il coraggio (stimolato dalla grande orgia primaverile) di dare morte alla loro storia d’amore e singoli che approfittano delle voluttà stagionali trovano la loro metà. Anche tu, Alex, devi approfittarne: il miglior modo è recarsi ad una delle tante feste organizzate in questo periodo dell’anno. Lì troverai, dato l’orario serale, alcune donzelle che avendo “odorato” la primavera tutto il giorno saranno maggiormente disponibili a incontri e scambi inter-umani. Fatti coraggio e immergiti in questo mare di conoscenze senza escludere a priori nessuna situazione, per valutare poi con il tempo l’interesse preferito. Attenzione, però: se hai intenzioni serie, accertati che la ragazza che hai davanti non sia una delle tante cerbiatte abbandonate dal loro lui, stufo e interessato come te alla caccia primaverile. Questo genere di preda è molto pericolosa perché di solito è intenzionata principalmente ad una sorta di rivincita contro il genere maschile. Ricorda: offrile una spalla su cui piangere, porgendo però anche altro in cambio... RICORDA, PER RISPOSTE IRONICHE, LEGGERE E POCO SERIE, SCRIVI A: senzapelisullalingua.sism@gmail.com

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OROSCOPIA ARIETE Il vostro carattere battagliero, la testa dura e il portamento fiero vi faranno prendere la giusta posizione contro ogni tipo di discriminazione se c’è una cosa che proprio non sopportate è il fatto che le persone non vengano accettate: continuate decisi su questa via e partecipate alla giornata contro l’omofobia. TORO Si dice in giro che avete un’indole pigrona ma in voi è la curiosità a farla da padrona e se c’è una cosa che vi ha sempre attratto è il mondo reale, non quello astratto e capire i meccanismi e le logiche interne con cui si sono create le differenze odierne. Se volete cambiarli e migliorarne i difetti, per il laboratorio di mondialità sareste perfetti. GEMELLI Persone dinamiche e piene di energia, quale miglior modo per portarla via che saltare qua e là per il reparto e fare due boccacce in sala parto? Perché è da lì che vengon fuori piccoli birbantelli generatori di rumori. Di trombette e naso vi dovete equipaggiare, la Clown terapia è l’attività giusta da fare! CANCRO L’animo tenero è ciò che vi caratterizza, nessun bambino guardate mai con stizza, il loro giocherellare vi intenerisce anche se vogliono farvi a stelle e strisce! Di tanta pazienza siete armati e ciò vi porta ad essere amati. Ridere e scherzare vi diverte come pazzi, per voi l’ideale è l’ospedale dei pupazzi. LEONE Si sa che vi piace essere onnipresenti e non mancare mai agli appuntamenti, perciò sfruttate questa grinta per dare alla gente un po’ di spinta ad informarsi e a leggere qualche volantino prima di gettarlo dritto nel cestino siamo sicuri che quest’anno i progetti della SCOPH vi conquisteranno VERGINE Mi rivolgo alle ragazze di tal segno: sul doppio senso, battute senza ritegno, e invece da donne in gamba e così tenaci dimostrate a tutti di cosa siete capaci! contro la violenza sul sesso femminile e il corso di autodifesa, sono nel vostro stile, ed anche i maschietti di segno uguale appoggeranno con impegno questo ideale.

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BILANCIA Siete attratti da qualcosa di esoterico, ammaliati totalmente dal fascino sierico; parliamo di sostanze astratte o di cose che possono esser fatte? Qualcuno non ci crede, ma essa è lì, anche se non si vede. All’attuale medicina ha aperto la via, il vostro corso è di fitoterapia. SCORPIONE Avendo la manualità dei mimi riuscirete a finire il lavoro per primi: abilità e impegno non vi mancano, e le porte della chirurgia pochi varcano. Se saprete condurre un ottimo lavoro le vostre mani saranno valutate come l’oro! Maschi attenti e femmine sicure, il corso da seguire è quello di suture. SAGITTARIO Persone timide, ma estremamente sensibili, a volte parlate emettendo sibili. Ma quando si tratta di temi così delicati, è il modo di esser al paziente dedicati. È necessario ascoltare senza troppo parlare, senza far domande di senso prive: il vostro corso è di cure palliative. CAPRICORNO Ti piace sempre visitare posti nuovi, ma per farlo bisogna che ti muovi, e il tempo dove lo si trova? Di libera non hai nemmeno un’ora! Ma per conoscere un’altra realtà non serve per forza cambiar città: coi ragazzi stranieri ci si diverte, si dice, la contact person è il ruolo che ti si addice! ACQUARIO Ad ogni segno è affidata un’attività e la vostra è senza dubbio di qualità: considerato il vostro spirito critico e il vostro senso di giustizia mitico, potreste trovare qualche ora da impiegare per scrivere un articolo e raccontare qualcosa di interessante e carino da pubblicare sul giornalino. PESCI Molto espressivi, è un dato di fatto e sempre in cerca di un nuovo contatto con cui instaurare dialoghi importanti che spostino i vostri orizzonti più avanti; il vostro forte è la comunicazione con qualsiasi mezzo a disposizione, potreste aggiungere ai vostri impegni il corso del LIS (lingua italiana dei segni).


GIOCHI

Verticali: 1- Cianfrusaglia 3- Raccolta di poemi in norreno 4- Né mia né sua 5- Governa una monarchia 6- Abitante di uno dei principali porti dell’Adriatico 7- Un certo numero 8- Accompagna trac 9- Città della Rocca Sforzesca 10- Metà vene 12- Intorno di donne 16- Niente 17- Tra Iraq e Afghanistan 18- Magazzino di scarponi (con fantasia) 20- Perdita della visione notturna 22- International Dance Organization 24- Pende dal palato 25- Lavorare la terra 28- Metà infima 29- Fine 33- Tipo di canoa palindromo 35- Uomo senza la seconda 37- Asta nell’attrezzatura navale 38- Brad Pitt ci sta per sette anni (in un film) 40- Contrario di sopra 44- Veicolo che deve il suo nome a “carretto” 46- Tutto francese 48- Parte di litro 49- Il famoso Peter 50- Il nome di Capone 51- “A ..”, canzone di Jovanotti

Orizzontali: 2- Ha valore anche nel passato 11- Inizio di risata.. nel fumetto 13- Non c’è.., senza tre 14- Regole di comportamento 15- Vela triangolare 17- Infezione che colpisce i pesci 19- La si respira.. e la si può cantare 20- Sono all’imperfetto 21- Lo fa uno scatto fotografico 23- Divinità minore egizia, nano, ornato da piume 24- L’anatomia che studiano i medici 26- La poetessa italiana Negri 27- Sostantivo che ha la stessa desinenza sia per il maschile che per il femminile 30- Inizio di orrore 31- … ch’a nullo amato amar perdona 32- Carro armato 34- Un po’ di tumulto 36- Armato di alabarda 39- Organizzazione mondiale della sanità 41- Macchia sbiadita 42- Contrapposto allo yang 43- E’ importante per apparire 45- Non è etero 46- Malattia degenerativa 47- Un animale o un infiltrato 49- C’è quello d’assi 50- “Sopra” i ventricoli 51- Tra sigma e ypsilon 52- A te 53- Ondeggiamento

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