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Assaggi


In copertina: Illustrazine di Paola Carabotta Progetto grafico: factory design Š 2012 Giulio Perrone Editore S.r.l., Roma I edizione Gennaio 2012 stampato presso Cimer S.n.c., Roma ISBN 978-88-6004-228-6


Walter Mauro Elena Clementelli

La trappola e la nuditĂ Lo scrittore e il potere


PHILIP ROTH

New York. Universo stravolto di personaggi alla deriva nel gran catino dell’alienazione metropolitana. Philip Roth è un atomo graffiante nella grande kermesse dei suoni, degli urli disperati, della strage che civiltà e progresso rovesciano sull’umanità indifesa e passiva. Egli agisce “all’interno” del potere, lo dirà fra poco, e quel suo voler ad ogni costo scardinare, sezionare, sconvolgere alla base un mondo contraddittorio ed equivoco, finisce per diventare l’arma della sua identificazione. E della scoperta scandalosa della mistificazione altrui, dell’imbroglio che produce la ribellione, della menzogna che provoca l’impatto. Il potere, per Roth, è tutto questo gran crogiolo ribollente di folle fermentazione, entro cui l’individuo lotta tenacemente in una sorta di vocazione passiva alla sconfitta: è l’ebreo che ricerca la propria carta di riconoscimento e si ritrova a camminare da solo lungo i muri di una città ostile, strisciando a filo della parete metallica di un carcere gigantesco, una specie di Sing Sing senza scampo né luce, in cui dire “va bene” è un obbligo al quale non ci si può sottrarre (“Okay, rabbino. Okay, okay okay okay okay... e li ascoltava: una parola davvero carezzevole, quell’okay. Okay okay andrà tutto bene... Gli pareva che i suoi piedi toccassero appena il pavimento mentre lo trascinavano lontano dalla finestra, dalla culla, dai bambini... Bene, bene, andrà tutto bene bene...”), una forma di inevitabile e predestinata resa alla propria coscienza, alla stessa capacità di capire. Si precisa così il senso di straniamento che trasmigra da un individuo all’altro sul grande libro anagrafico della vita, le cui pagine recano scritte a carattere di fuoco che marcano i tempi scanditi dell’umana tortura: sesso, paura, terrore, persecuzione, sacrificio, fuga (“Cominciò stranamente. Ma doveva per forza essere co-

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sì. Si dice sempre che tutte le cose sotto il sole cominciano “stranamente” e finiscono “stranamente” e sono strane; una rosa perfetta è “strana”, proprio come una rosa imperfetta e proprio come la rosa normalissima che cresce nel giardino del vicino. Conosco quella prospettiva da cui tutto appare terrificante e misterioso...”). Nel grande tumulto di questi dolorosi richiami, il Presidente, il picchio di Our Gang, è un epicentro emblematico donde sprizza la violenza come attività alienante e incalzante di una pulsione negativa senza fine. L’ironia si fa gioco della brutalità, la inchioda, la crocifigge, ne recupera per intero i risvolti perversi e li restituisce alla logica del mondo entro una spirale di vergogna e di pena (“Signor presidente, desidero congratularmi con lei per essersi pronunciato, lo scorso 3 aprile, sulla santità della vita umana, ivi compresa quella dei nascituri. È stato un gesto di gran coraggio, soprattutto in vista delle elezioni di novembre”...), tutto il dolore e lo scandalo vietnamita esplodono nella rabbia repressa dell’impotenza, e allora la parola, unica arma disponibile, si fa sangue e restituisce sarcasticamente, duramente, con l’infallibilità tralignante del vero (“Mi dispiace dirlo, signor presidente, ma se penso che tra quei ventidue civili vietnamiti uccisi dal tenente Calley potrebbe esserci stata una donna incinta, mi preoccupo seriamente...”). Lo sgomento del potere cresce a dismisura, e tra le righe di Roth si avverte lucido lo scandalo della speranza. Io non ho mai realmente cercato, nel mio lavoro come nella mia vita, di spezzare tutto quello che mi lega al mondo dal quale provengo.

Il tipo di società americana rappresentata in Goodbye Columbus presuppone un rapporto con il potere già delineato e precisato, forse come conseguenza di un’adolescenza in cui il peso del potere paterno si è fatto sentire...

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Lungi dall’essere il classico periodo di esplosione e crescita tempestosa, la mia adolescenza è stata piuttosto un periodo di sospesa animazione. Dopo le vittorie di un’infanzia vivace ed esuberante, sopravvissuta contro il drammatico sfondo dell’implicazione dell’America nella Seconda Guerra Mondiale, dovetti calmarmi alquanto, fin quando non entrai nel College nel 1950. Lì, in una rispettabile e onesta atmosfera cristiana, appena un poco meno costruttiva della mia particolare educazione ebraica, ma comunque con restrizioni che potevo ignorare o contrastare senza la dannazione di radicate fedeltà, io fui quasi immediatamente in grado di riattivare una passione per la ricerca e la meditazione speculativa, rimasta come paralizzata negli anni della scuola media, fino ai sedici, quando presi il diploma, io ero stato in tutto e per tutto un buon ragazzo, come si dice, responsabile e ben educato, controllato – più che costretto – dalle regole sociali dell’ambiente piccolo borghese disciplinato e per bene in cui ero venuto su, e lievemente compresso tuttavia dai tabù che erano filtrati fino a me, in forma attenuata, dall’ortodossia religiosa dei miei nonni immigrati. Io ero con tutta probabilità un “buon” giovane, in parte perché mi rendevo conto che nel nostro settore israelita di Newark non c’era per me quasi alcuna alternativa di essere, a meno che non avessi l’intenzione di mettermi a rubare automobili o di farmi bocciare, cose che erano, entrambe, al di là della mia comprensione. Piuttosto che diventare un tetro brontolone o un chiassoso ribelle – o di continuare a fiorire come facevo nell’Eden-pre-peccato-originale, nell’ancora innocente Paradiso Terrestre della scuola elementare – io servii in obbedienza il mio tempo in quello che era, in fin dei conti, solo in minima parte un istituto di sicurezza e godevo dello spazio e dei privilegi concessi in premio ai “custoditi” che non creavano problemi ai loro guardiani...

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...ma esiste anche un “meglio” dell’adolescenza che trasmigra nel ricordo e rimane ben saldo nella mente dell’adulto... Il meglio dell’adolescenza sono state le intense amicizie maschili, non semplicemente per gli intimi sentimenti di fraternità che queste ispiravano in ragazzi sempre più distaccati dai loro compatti nuclei familiari, ma per l’occasione che fornivano a uno scambio di parole non sottoposto a censura. A dire il vero queste chilometriche conversazioni, sebbene caratterizzate il più delle volte da accanite discussioni su vagheggiate avventure sessuali e ogni sorta di battute blasfeme e anarchiche, si svolgevano di solito entro i confini di un’auto parcheggiata, fra due, tre, quattro o cinque di noi stipati in un unico abitacolo d’acciaio che aveva la misura e la forma, più o meno, di una cella di prigione, e sempre comunque a riparo dalla comune società umana. Può darsi tuttavia che la più ampia libertà e il maggior piacere che conobbi in quegli anni derivassero da quello che ci dicevamo per ore e ore a non finire, in quelle auto. E dal come lo dicevamo. I miei compagni, tutti intelligenti e rispettosi ragazzi ebrei come me e tutti quanti avviati a diventare ottimi professionisti, forse non daranno a quelle caotiche assemblee l’importanza che gli do io... ma per quanto mi riguarda, io associo quel miscuglio di parodie, resoconti, intrighi, dispute, satire, favoleggiamenti da cui ricevevamo tanto nutrimento, con la vocazione letteraria che pratico adesso e penso che quello che ci spingeva a riunirci per divertimento in quelle macchine era la necessità di dar vita alla narrativa popolare di una tribù che stesse passando da uno stadio di evoluzione umana ad un altro. Inoltre tutti quei milioni di parole erano dei mezzi con i quali ognuno di noi cercava di vendicarsi o di mettersi sulle difensive nei confronti delle forze culturali che ci stavano modellando... invece di rubare automobili a gente sconosciuta al fine di affermare la nostra

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indipendenza, noi ci mettevamo a sedere dentro le automobili che avevamo preso in prestito dai nostri padri e dicevamo un cumulo di cose folli, per lo meno rispetto al nostro circondario... che era appunto quello in cui eravamo parcheggiati... ...e il potere paterno... ...il “peso del potere paterno” nei suoi tradizionali tratti oppressivi e restrittivi è un qualcosa con cui non ho avuto molto da combattere al tempo della mia adolescenza. Mio padre, a parte qualche piccola marachella, non aveva motivo di lamentarsi della mia condotta generale, e se qualcosa ha pensato su di me, non si è trattato di dogmatismo o di severità o di qualcosa di simile, ma del fatto che era assai limitatamente fiero di me. Quando ce la mettevo tutta per non dispiacere a lui o a mia madre, non era per paura di un “diretto” ben piazzato o di una sanzione punitiva, ma per il grande timore di spezzargli il cuore. E anche in età più adulta, quando mi trovai nella necessità di oppormi a loro, non mi è mai accaduto di potere, come conseguenza, perdere il loro amore. Quello che può avermi spinto a calmarmi, come del resto feci, nella mia adolescenza fu il grave dissesto finanziario subito da mio padre pressappoco in coincidenza col mio ingresso nella scuola media. La lotta per recuperare la solvibilità fu estremamente ardua, e l’ostinata determinazione, le riserve di forza che tale lotta gli richiesero quando aveva già oltrepassato di alcuni anni la quarantina, lo convertirono ai miei occhi in una figura di notevole pathos ed eroismo, una via di mezzo tra il capitano Achab e Willie Loman. Cosciente a metà, mi chiedevo se non sarebbe crollato trascinando anche noi con sé: ma dimostrò di essere inattaccabile dallo scoraggiamento, pur non essendo di pietra. Tuttavia, poiché il risultato di tanta lotta era in forse proprio durante la mia prima adolescenza, potrebbe darsi che

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il mio modo di essere, in quegli anni né molto di più né molto di meno che “buono”, avesse a che vedere con il mio voler contribuire come potevo all’ordine familiare e a una stabilità edipica tutt’intorno. In altre parole... per consentire al potere paterno di pesare come doveva, io avrei posposto a più tardi la riassunzione della mia carriera di studente conquistador, parimenti sopprimendo al momento le mie inclinazioni ribelli ed eretiche. Si tratta ovviamente di una congettura psicologica, lo è certamente a distanza di tempo: ma è certo che ho fatto ben poco nella mia adolescenza per compromettere sensibilmente qualsiasi equilibrio di potere avesse messo la mia famiglia in grado di arrivare dove è arrivata e di funzionare così bene come ha funzionato. Da Goodbye Columbus a Portnoy’s Complaint c’è un itinerario lungo e breve al contempo... Da potere familiare al sesso come strumento di potere e di soggezione. Qualcuno ha detto che c’è dissacrazione della pornografia in questo libro, riconoscendo tuttavia da parte dell’autore il carattere ossessivo dei rapporti sessuali e il loro forte potere condizionante... ...Io raggiungo una dissacrazione della pornografia?... Non ci avevo pensato prima, dato che in genere è la pornografia ad essere considerata di per se stessa una dissacrazione verbale di atti mediante i quali uomini e donne dovrebbero al contrario consacrare il loro più profondo attaccamento reciproco. In realtà, io vedo la pornografia più come la proiezione di una globale preoccupazione umana per gli organi genitali in se stessi e di se stessi, escludendo ogni altra emozione che non sia quell’elementare sentimento che la contemplazione delle funzioni genitali suscita. La pornografia è per l’intero dominio dei rapporti sessuali quello che un manuale di costruzioni è per il focolare domestico o la casa. O così sarebbe se l’industria edilizia fosse circonda-

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ta dalla stessa aurea di magia, mistero e tabù da infrangere, finora riconoscibile nella sfera degli atti sessuali... Io non credo di aver dissacrato la pornografia, ma piuttosto di averne estirpato l’ossessione centrale con il corpo come una macchina erotica – munita di orifizi, secrezioni, tumescenze, sfregamenti, scarico e tutte le astruse implicazioni dell’edilizia sessuale – e di averla ricollocata in un complesso familiare totalmente terrestre dove i problemi di potere e di soggezione, fra le altre cose, possono essere visti nel loro ampio aspetto quotidiano, più che non attraverso le lenti rimpicciolenti della pornografia. In questo senso, semmai, credo mi si possa dire di aver dissacrato, o almeno profanato, quello che la pornografia, con i suoi esclusivismi e le sue ossessività, ha in realtà elevato a una sorta di sacra religione che tutto abbraccia, i cui riti solenni ritualisticamente compie: la religione del Chiavare, o nel caso di pellicole pornografiche come Deep Throat, del Succhiare. Come in qualsiasi religione, queste devozioni sono cose della massima serietà, dove poco maggiore spazio resta per l’espressività o l’idiosincrasia individuali, per l’errore o l’infortunio umani, di quello concesso nella celebrazione della Messa. Infatti, la farsa del Portnoy’s Complaint nasce soprattutto dagli infortuni, totalmente espressivi dell’individuo, che esasperano un ipotetico celebrante nel momento in cui questi cerca disperatamente di farsi strada verso l’altare e lo spogliano dei paramenti. Ma tutti questi tentativi di entrare nudo nel regno sacro della Pornografia vengono ripetutamente sventati dal fatto che, per sua stessa definizione, Alexander Portnoy è il personaggio di una farsa giudaica, un genere che, al contrario della Pornografia, dipinge un mondo dis-consacrato sul serio, demistificato, deromanticizzato, assolutamente de-deluso. Di conseguenza Portnoy, fervente bigotto quale vorrebbe essere, non può che profanare con ogni parola ed ogni gesto quello che il Chiavare ortodosso venera di più...

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...saremmo tentati di chiedere la registrazione di qualche esempio... ...io non posso far cenno qui di ogni singola esperienza, vuoi della mente vuoi del corpo, da cui Portnoy’s Complaint è scaturito. Io ho scritto altrove una serie di progetti di scrittura dai quali alla fine il libro si è sviluppato, ma credo che quello che voi desiderate sapere è se l’argomento che indicate con l’espressione “sesso come strumento di potere e di soggezione” è qualcosa di cui io abbia una conoscenza di prima mano. La risposta è... come potrei non averla? Io ho appetiti, genitali, immaginazione, impulso, inibizione, debolezze, volontà, coscienza... inoltre... il massiccio assalto al costume sessuale che ha caratterizzato la fine degli anni Sessanta si è verificato quasi vent’anni dopo che mi era capitato di toccare la riva, cominciando a lottare per un punto d’appoggio sul suolo patrio erotico dominato dal nemico. A volte penso alla mia generazione di uomini come all’ondata di invasori di un determinato D-Day, le cui sanguinanti, piagate carcasse successivamente gli ottimi figli calpestarono sulla riva, nella loro trionfale avanzata verso la libidinosa Parigi che avevamo sognato di liberare quando ci contorcevamo sulla spiaggia pancia a terra, sparando nel buio. “Papà – chiedono i giovanissimi – che cosa hai fatto in guerra?”... io insinuo umilmente che essi potrebbero fare di peggio che leggere Portnoy’s Complaint per avere una risposta. Tutto quanto stiamo dicendo non può non aver inciso sulla scrittura, sul rapporto tra fantasia e realtà... ecco un tema da mettere in discussione nella triplice proiezione al nodo del potere familiare, religioso, politico... Se si considera il tema un aspetto dello stile, debbo dire di sì, famiglia e religione come forze coercitive sono state un motivo ri-

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corrente nella mia narrativa, e in particolare in Portnoy: e i coercitivi appetiti dell’amministrazione Nixon sono parte largamente essenziale nella mia parodia Our Gang. Naturalmente questi temi come tali influenzano la mia maniera di trattarli, ma c’è dell’altro da dire. Certo, a parte il libro su Nixon, essi non hanno ispirato niente altro di così assolutamente distruttivo nel personaggio, ma hanno piuttosto provocato le più diverse invenzioni in cui l’assalto polemico o blasfemo contro i poteri, quali che essi siano, è stato generalmente il soggetto della narrazione, piuttosto che il fine recondito di essa. Una storia come The Conversion of the Jews, per esempio, che io scrissi a ventitré anni, rivela al suo più innocente stadio di evoluzione la mia posizione nei riguardi dell’oppressività del sentimento familiare e delle idee restrittive dell’esclusivismo religioso, così come avevo potuto osservarli nella normale vita ebraico-americana. Primitiva come può apparirvi in questo momento la storia, opponendo un buon ragazzo che si chiama Freedman (Liberato) a un cattivo rabbino il cui nome è Binder (Incatenatore), ciò nonostante tratta della loro lotta per il potere in forma vagamene farsesca. Per quanto una buona dose di claustrofobia possa aver avuto un suo ruolo nel dar fuoco alla miccia della storia di un ragazzo capace di piegare i suoi sovrani assoluti ai propri piedi e di dare a se stesso le ali per volare dalla sinagoga nella vastità dello spazio, lo spirito della pièce, che è per me al nodo dello scrivere opere di narrativa, è in fin dei conti quello che che predomina. È appunto questo processo di grezza, selvaggia emozione che necessariamente filtra emergendo attraverso la mia personale coercitiva giocosità, che ad un ulteriore stadio di evoluzione mi ha spinto a creare Alexander Portnoy, una più matura incarnazione del claustrofobico Freedman, il quale non può comunque liberarsi dai vincoli e dalle inibizioni così magnificamente come l’eroe che avevo immaginato, umiliando sua madre e il suo rab-

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bino, in The Conversion of Jews. Per una sorta di ironia, laddove il ragazzo della prima storia è tenuto in stato di soggezione da figure di statura reale in questo mondo, il cui potere egli almeno per il momento è in grado di sovvertire, Portnoy è meno oppresso da queste figure – che non hanno comunque molta voce nella sua vita – di quanto non sia imprigionato dalla rabbia che persiste contro gli uomini. Che il suo più potente oppressore sia egli stesso, è ciò che guida il farsesco pathos del libro e lo collega anche al mio romanzo precedente, When She Was God, dove ancora una volta il tema è quello della rabbia di una ragazzetta contro le vecchie autorità che ritiene abbiano fatto un cattivo uso del loro potere... Ritornando all’esperienza personale, c’è da vedere se è mai arrivata una liberazione... La domanda se io sia mai riuscito a liberarmi da queste forme di potere presume che io abbia sperimentato la famiglia e la religione come “potere” e nient’altro... è molto più complicato di così... Io non ho mai realmente cercato, nel mio lavoro come nella mia vita, di spezzare tutto quello che mi lega al mondo dal quale provengo. In effetti io sono con tutta probabilità una volta di più devoto alle mie origini, di quanto lo sia mai stato nei giorni in cui ero davvero privo di potere e, più o meno, non avevo alcun’altra sensata opportunità. Ma questo è venuto approssimativamente soltanto dopo aver sottoposto tutti questi legami a parentele, a connessioni, a un feroce esame critico, cui alla lunga quelli sono sopravvissuti. Infatti, la fedeltà, l’affetto e le affinità che continuo a sentire verso le forze che all’inizio modellarono la mia vita, avendo resistito nella misura in cui hanno resistito agli assalti della mia immaginazione e alla prova di una prolungata psicanalisi – con tutto il distacco e la freddezza che quest’ultima

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comporta – mi parrebbero al momento essere al centro della mia identità. Io... ne sono sicuro... ho fortemente restituito forma a questo senso di attaccamento mediante il grosso sforzo di sottoporlo alla prova e inoltre ho sviluppato negli anni uno slancio superiore ad ogni altro per la prova stessa: quello di bilanciare forti sentimenti di identificazione con un interesse egualmente forte per l’autosservazione clinica è il disegno psichico che io trovo ripetuto a quasi tutti i livelli della mia esperienza. Ciò che prima indicavo come “coercitiva giocosità” è in un certo senso un semplice correttivo sulla mia intenzionalità piuttosto tenace... mettere le due cose a lavorare insieme in tandem è stato sempre il sistema migliore che avessi a disposizione per concedermi il massimo dell’agibilità. E l’agibilità dentro mondi di potere, piuttosto che la liberazione da essi, mi pare quanto di meglio possa aspettarmi e forse addirittura tutto ciò che desidero... ...appunto, è questa “agibilità” vissuta dall’interno che ha determinato la materia dissacrante nei confronti di Nixon in un libro come Our Gang, il cui tema d’avvio è una sorta di denuncia d’aborto... Vogliamo dire che il peso del potere politico risulta proiettato verso una filigrana grattesca che viene intesa come univoca arma di lotto contro tale potere... Credo di aver sentito con più forza il potere politico come una coercizione morale al tempo in cui crescevo nel New Jersey durante la Seconda Guerra Mondiale. Non si chiedeva molto allora a uno scolaretto americano se non la fede “nello sforzo della guerra”, ma quella io la davo con tutto il cuore. Io mi preoccupavo moltissimo della salute di certi cugini più grandi di me che si trovavano in zona di operazione e scrivevo loro lunghe lettere piene di notizie per tenergli alto il morale... sedevo accanto alla radio con i miei genitori ascoltando Gabriel Heatter ogni domenica, e sperando con tutte

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le mie forze che egli mi recasse alla sera buone notizie... seguivo le mappe delle battaglie e i servizi dal fronte sui giornali della sera e durante i week-end partecipavo nel mio quartiere alla raccolta di carta e lattine... Avevo dodici anni quando la guerra finì e nei primi anni successivi le mie prime serie scelte politiche cominciarono a prendere forma. Tutti quelli del mio clan – genitori, zii, zie, cugini – erano ferventi sostenitori del partito dei New Deal Democrats, in parte perché lo identificavano con Roosevelt, ma anche perché era largamente gente della piccola borghesia che lavorava, solidale con i lavoratori e la classe inferiore, molti di loro votavano per Henry Wallace, il candidato del Partito Progressista alla presidenza nel 1948. Io mi vanto di dire che Richard Nixon era noto come un imbroglione nella nostra cucina qualcosa come venti anni prima che una simile verità apparisse per il resto dell’America come esistente nel regno delle possibilità. Ero al college al momento dell’apogeo di Joe McCarthy, e fu quello il tempo in cui cominciai per la prima volta a identificare il potere politico con “l’immorale” coercizione. Reagii svolgendo un’intensa campagna per Adlai Stevenson e pubblicando un lungo e furioso poema in versi liberi sul maccartismo, sulla rivista letteraria del college. Tuttavia, gli anni della guerra del Vietnam sono stati senz’altro i più “politicizzati” della mia vita... chiaramente ho passato tutti i miei giorni durante quella guerra scrivendo opere di narrativa, nessuna delle quali in superficie sembrava avere a che fare con la politica, sebbene vi sia stato un momento in cui io almeno arrivai ad associare la retorica “morale” di cui l’eroina di When She was God si serviva per dissimulare a se stessa la sua vendicativa mania distruttiva, proprio con quel tipo di linguaggio usato dal governo degli Stati Uniti quando parlava di “salvare” i vietnamiti con mezzi e strumenti che con tutta evidenza sembravano essere un annientamento sistematico. Ma con essere “politicizzato” io intendo qualcosa di più persuasivo perfino dello scrivere sulla politica o addirittura di svolgere diretta azione politi-

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ca. Io intendo qualcosa di affine a quello che viene sperimentato da normali cittadini in paesi come la Cecoslovacchia o il Cile: una quotidiana cognizione del governo come una forza coercitiva, la sua continua presenza nella coscienza della gente come qualcosa di molto di più che non semplicemente un imperfetto sistema istituzionalizzato di controlli necessari. Certo che in netto contrasto con i cileni o i cechi noi non avevamo personalmente di che temere per la nostra incolumità, e potevamo parlare apertamente come e quando ci piaceva, ma questo non attenuava la sensazione quotidiana di vivere in un paese il cui governo era moralmente senza controllo e che si faceva i fatti suoi. Leggere il New York Times del mattino e il New York Post della sera, guardare alle sette e quindi di nuovo alle undici il telegiornale, tutte cose che io facevo come un rito, divenne per me come vivere in una rigida dieta di Dostoevskij. Invece di preoccuparmi del benessere della mia gente e del mio paese, come facevo quando ero un piccolo scolaro patriota, provavo nei riguardi della missione bellica dell’America quello che avevo provato nei confronti delle mete dell’Asse nella Seconda Guerra Mondiale. Uno arrivava persino a cominciare a usare la parola “America” come se non fosse quello il nome del luogo dove era cresciuto, per il quale nutriva un profondo attaccamento, ma come se si trattasse di un invasore che aveva preso il potere nel nostro paese e con il quale si rifiutava, al massimo delle proprie possibilità, di collaborare... tutto a un tratto l’America era diventata “loro”, e con questa sensazione di esproprio e di impotenza venivano anche la virulenza dei sentimenti e la retorica che così spesso caratterizzò il movimento di opposizione alla guerra... …torniamo a Our Gang... ...certo, eccomi... io non credo che Our Gang ricorra... all’elemento grottesco... direi piuttosto che cerca di oggettivare a suo modo

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quell’elemento grottesco che è inerente al carattere morale di un uomo qual è Richard Nixon... lui, non la satira, è grottesco... Certo, ce ne sono stati altri altrettanto corruttibili e senza legge nella politica americana, ma perfino un Joe McCarthy era più identificabile come qualità americana di quanto non lo sia Richard Nixon. La cosa che stupisce di Nixon – e al contempo dell’America – è che una persona così trasparentemente disonesta, se non al confine con la psicopatologia, possa essersi guadagnata la fiducia e l’approvazione di un popolo che in genere esige almeno un pizzico di “tocco umano” nei suoi leaders. Mi rende ancora perplesso che un uomo così estraneo come lui alla tipologia più ammirata della media dei votanti – in qualsiasi vignetta di Norman Rocksell Nixon sarebbe stato abbozzato come il pedante ispettore e assolutamente come il giudice di campagna, il medico rassicurante o il buon papà a pesca di trote – sia riuscito a spacciarsi... a farsi riconoscere in quest’America da Saturday Evening Post dopotutto per americano... E poi, per tornare a me... il “ribellarsi” o il “combattere” contro le forze esterne non penso sia al centro della mia opera di scrittore. Our Gang non è che uno degli otto prodotti piuttosto disparati d’invenzione letteraria da me scritti negli ultimi quindici anni e anche tutto quello che mi assorbiva lì aveva a che fare con l’espressività piuttosto che con l’operare un mutamento politico o sociale, o con il “fare una dichiarazione”. Ogni volta io cerco di solidificare in un prodotto letterario la forma e il tono della mia reazione al materiale grezzo della mia esperienza... lo faccio nei limiti delle mie possibilità creative e del mio modo di prendere contatto con il mezzo espressivo e la materia. Nel corso degli anni, qualsiasi seria azione di aggressività ribelle o di sfida io abbia intrapreso come romanziere, essa è stata di gran lunga più diretta al sistema di costrizioni e abiti espressivi della mia personale immaginazione che non ai poteri in competizione per il controllo del mondo.

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La trappola e la nudità, Walter Mauro  

Il rapporto fra scrittura e potere, sia stato, o sia, esso, politico, domestico, religioso attraverso le parole di alcuni dei più grandi scr...

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