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IL DIRITTO DI CAMBIARE

“Italia, Sveglia!”

promemoria per la prossima legislatura Nel 2013 l’Italia tornerà al voto per scegliere chi guiderà il nostro Paese; è il momento per presentare le nostre idee per un’Italia protagonista nel mondo. Più che mai sentiamo in Italia l’esigenza di avere delle risposte dalla politica per far fronte alle sfide più urgenti: crisi economica, disoccupazione, nuove povertà. I temi ‘caldi’ sono tanti e le soluzioni non semplici; ActionAid crede di poter ricordare alla politica alcune questioni per costruire un’Italia migliore, un Paese aperto al mondo, attento ai bisogni delle persone e che promuova il rispetto dei diritti umani sempre e ovunque. Otto punti per ricordare al mondo della politica che questo è il momento per ripartire tutti insieme; otto punti per ricordare che questo è il momento di dire “ITALIA, SVEGLIA!”:

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Trasparenza e partecipazione

Per un semplice cittadino è spesso impossibile accedere a documenti ufficiali (delibere, leggi, bilanci…). Ma l’accesso ai dati della pubblica amministrazione e la comprensione delle informazioni che riguardano la collettività è condizione imprescindibile per la partecipazione di tutti alla vita democratica del Paese. Per questo occorre dare maggiore trasparenza alle istituzioni, rendendole più responsabili e al servizio di tutti i cittadini.

Approfondimento:

La trasparenza è la premessa fondamentale per una piena partecipazione dei cittadini alla vita democratica. Per questo motivo le informazioni della Pubblica Amministrazione devono essere facilmente e tempestivamente reperibili, pienamente comprensibili, aperte e riutilizzabili. I cittadini italiani devono essere messi in condizione di avere facile e completo accesso sia alle decisioni assunte a tutti livelli dagli enti locali al Governo nazionale sia alle informazioni di pubblica utilità, inclusi gli impegni e le decisioni assunte in ambito europeo e internazionale. In Italia, con la riforma del Codice dell’amministrazione digitale del 2010, si è voluto recepire espressamente la dottrina dell’Open Data (letteralmente “dati aperti”), che prevede facile accessibilità ai dati pubblici da parte dei cittadini che ne facciano richiesta. A questo proposito nell’ottobre 2011 viene lanciato il portale www.dati.gov.it, che mette a disposizione i dati di 52 amministrazioni (ad es. regione Liguria, provincia di Roma, comune di Bologna1) . Problemi di trasparenza dell’Italia si hanno anche in tema di aiuto allo sviluppo per i paesi più poveri. Secondo un recente rapporto realizzato dalla campagna globale per l’aiuto trasparente, l’Italia è al 53esimo posto sui 72 paesi donatori (paesi OECD, paesi europei, paesi emergenti, agenzie e organismi di cooperazione allo sviluppo). Cosa chiede ActionAid: • il Governo e il Parlamento devono, attraverso strumenti legislativi, accelerare il processo di divulgazione dei dati da parte delle Istituzioni e della Pubblica Amministrazione, nel formato più accessibile e riutilizzabile, sul modello dei Freedom Of Information Act2, in modo da mettere tutti i cittadini in condizione di avere un tempestivo accesso a tutte le decisioni assunte a tutti livelli, inclusi gli impegni di natura europeo, e internazionale; • il Governo deve adottare degli strumenti di trasparenza dei dati in caso di catastrofi naturali, come ad esempio la tracciabilità dei fondi pubblici e privati per le ricostruzioni post calamità (ad es. sostenendo il progetto “Protezione Civica” sul monitoraggio delle donazioni per la ricostruzione delle zone dell’Emilia Romagna colpite dal terremoto nella primavera del 2012); • il Governo deve rispettare gli impegni sulla trasparenza presi dall’Italia al Forum di Alto Livello sull’Efficacia 1 In Italia sono ci sono 4.027 dataset (insieme di dati strutturati in forma relazionale) in formato aperto, ma non tutti sono allo stesso livello per quanto riguarda la riusabilità. Le modalità di apertura adottate dalle amministrazioni che rilasciano open data sono diverse. In Italia viene utilizzata la scala di Tim Berners-Lee, da una a cinque stelle che valuta il livello di riusabilità dei dati. Di questi 4.027 dataset solo 308 raggiungono le 5 stelle. 2 Il Freedom of Information Act (FOIA), “atto per la libertà di informazione”, è una legge sulla libertà di informazione, emanata negli Stati Uniti il 4 luglio 1966 dal presidente Lyndon B. Johnson, che impone alle amministrazioni pubbliche una serie di regole per permettere a chiunque di sapere come opera il Governo federale, comprendendo l’accesso totale o parziale a documenti classificati.

“Italia, Sveglia!” promemoria per la prossima legislatura - 1


IL DIRITTO DI CAMBIARE degli Aiuti di Busan3, implementare uno standard comune per la pubblicazione elettronica periodica e completa sulle risorse fornite attraverso la cooperazione allo sviluppo, che tenga in considerazione le relazioni statistiche del DAC4 e gli sforzi complementari dell’Iniziativa internazionale per la trasparenza dell’aiuto IATI5. Bibliografia e sitografia • Decreto Legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 • Vademecum Open Data, Come rendere aperti i dati delle pubbliche amministrazioni, Versione Beta 2011. • Sito del Governo italiano sui dati aperti: http://www.dati.gov.it/ • Italian Open Data License (IODL): http://www.dati.gov.it/iodl/2.0/ • Rete per l’innovazione nella Pubblica Amministrazione italiana: http://www.innovatoripa.it/groups/datiaperti-open-data • Linee Guida per l’Open Data curato dalla Associazione per l’Open Government: http://www.scribd.com/ doc/55159307/Come-Si-Fa-Opendata-Ver-2 • Manuale degli Open Data curato dall’Open Knowledge Foundation Italia: http://opendatahandbook.org/it/ • Sito associazione Open Polis: http://www.openpolis.it • http://www.wikitalia.it/ • Rapporto 2012 sulla trasparenza degli aiuti (dati): http://www.publishwhatyoufund.org/index/2012-index/ visualise/ 3 http://www.aideffectiveness.org/busanhlf4/images/stories/hlf4/OUTCOME_DOCUMENT_-_FINAL_EN.pdf 4 Development co-operation Directorate, comitato costituito dai 72 paesi maggiori donatori per l’aiuto allo sviluppo. 5 International Aid Transparency Initiative, standard comune sulla trasparenza degli aiuti allo sviluppo.

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Diritti delle donne e pari opportunità

Anche in Italia esiste una forte disuguaglianza tra uomini e donne, soprattutto per quanto riguarda la partecipazione alle vita economica e politica. Sono inadeguati e insufficienti gli interventi per contrastare la violenza e lo stalking sulle donne. È ora di dire basta. Occorrono subito interventi specifici per promuovere diritti delle donne.

Approfondimento:

L’Italia resta nettamente in ritardo rispetto alla media europea, ma anche rispetto ad alcuni paesi in via di sviluppo, nelle classifiche che misurano il livello di parità raggiunto tra donne e uomini. I dati ISTAT rilevano la permanenza di forti disparità di genere nel mondo del lavoro in termini di squilibri salariali, di inquadramento e concentrazione in alcuni settori e professioni (“segregazione occupazionale”) e di prevalenza del carico di lavoro domestico e di cura delle donne svolto a favore di bambini e anziani. Ad esempio, il 30% delle madri interrompe il lavoro per motivi familiari, contro il 3% dei padri; Nel 2008-2009 circa 800 mila madri hanno dichiarato che nel corso della loro vita lavorativa sono state licenziate o sono state messe in condizione di doversi dimettere in occasione o a seguito di una gravidanza, pari all’8,7% delle donne con un lavoro o che hanno avuto un lavoro; solamente 4 donne su dieci riprendono a lavorare dopo la gravidanza, con differenze geografiche rilevanti: 2 donne su 4 al Nord e poco più di 1 su 5 al Sud. L’Italia non è in linea con gli standard europei relativi all’offerta di asili nido, pari al 33% dei bambini di età compresa tra 0 e 2 anni: secondo l’ISTAT, solamente l’11,8% dei bambini di età 0-2 anni può frequentare un asilo pubblico. Sono inoltre inadeguati gli interventi per contrastare la violenza sulle donne e per sradicare gli stereotipi di genere riconosciuti dall’ONU come causa culturale delle disuguaglianze di genere in Italia in tutti gli ambiti della vita. Nel nostro Paese ogni tre morti violente una riguarda donne uccise da un marito, un convivente o un fidanzato; tra gennaio e novembre 2012, sono stati registrati almeno 105 casi di femmicidio. In Italia non sono sufficientemente presenti sul territorio le case rifugio per le donne maltrattate: si contano 500 posti letto rispetto ai 5.700 necessari secondo gli standard europei. I centri antiviolenza non sono equamente distribuiti sul territorio e alcune provincie ne sono totalmente sprovviste, come Campobasso, Catanzaro e Matera. È necessario poi indirizzare politiche e programmi a favore di quei soggetti che subiscono discriminazioni multiple, legate a fattori quali l’origine geografica, l’appartenenza a minoranze etniche, la disabilità, l’età e l’orientamento sessuale. Nel settembre 2012 l’Italia ha firmato, ma non ancora ratificato, la Convenzione del Consiglio d’Europa per la prevenzione e il contrasto alla violenza sulle donne e alla violenza domestica (Convenzione di Istanbul), che oltre a riconoscere la violenza di genere come violazione di diritti umani, prevede interventi integrati per il contrastato del fenomeno, fra queste azioni di prevenzione sensibilizzazione, raccolta dati e servizi di supporto alle vittime di violenza. È un primo passo, ma non basta.

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IL DIRITTO DI CAMBIARE Rispetto all’impegno finanziario dell’Italia a livello internazionale sui temi dell’uguaglianza di genere e dell’empowerment femminile, sulla base degli ultimi dati OECD disponibili l’Italia è agli ultimi posti nella classifica dei paesi donatori per esborsi, dedicando solamente il 7% dell’aiuto pubblico bilaterale, e contribuendo con meno dell’1% al totale delle risorse stanziate dai paesi membri del DAC1. Cosa chiede ActionAid: • il Governo deve prevedere, in coordinamento con regioni ed enti locali, investimenti adeguati per adeguare l’offerta dei servizi pubblici per l’infanzia agli standard europei e politiche per favorire la redistribuzione della responsabilità del lavoro di cura tra donne e uomini all’interno delle famiglie; • il Parlamento deve ratificare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e il contrasto alla violenza sulle donne e la violenza domestica e il Governo mettere in atto ogni misura utile per la sua piena attuazione, inclusi finanziamenti necessari ad adeguare agli standard europei l’offerta di centri antiviolenza e case rifugio su tutto il territorio nazionale; • il Governo deve assicurare, in coordinamento con regioni ed enti locali, il monitoraggio costante dello stato di attuazione e dell’efficacia del Piano Nazionale contro la violenza e lo stalking; • Governo, regioni ed enti locali devono adottare il bilancio di genere e integrare trasversalmente in tutte le politiche e programmi un’analisi di genere per rendere più efficace la spesa pubblica. Devono inoltre prevedere raccolte sistematiche di dati disaggregati per sesso, età e provenienza per informare l’azione governativa nel definire priorità politiche e allocazione di risorse, oltre a prevedere raccolte di dati sistematiche e integrate tra i vari organi di Governo sulle varie forme di violenza sulle donne; • il Governo deve aumentare progressivamente il livello di finanziamento pubblico degli interventi di cooperazione internazionale destinato all’uguaglianza di genere e dell’empowerment femminile con l’obiettivo del raggiungimento del 40% dell’APS entro il 2017. Bibliografia e sitografia: • The Global Gender Gap report World Economic Forum 2012 • Gender Equity index Social Watch 2012 • ISTAT rapporto sulla violenza 2006 • Osservazioni conclusive Comitato ONU CEDAW 2011 • Rapporto conclusivo Special Rapporteur ONU sulla violenza giugno 2012 • Rapporto ombra CEDAW 2011 • Stati Generali del lavoro delle donne CNEL-ISTAT 2012 • Rapporto annuale ISTAT 2012 1

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OECD, Aid in support of gender equality and women’s empowerment, 2012

Eliminare le ingiustizie

La crisi economica sta incrementando le disuguaglianze anche nel nostro Paese. Sempre più persone sono a rischio di esclusione sociale. È necessario intraprendere azioni in grado di facilitare l’accesso alla vita economica e politica di tutte le persone, limitando le speculazioni finanziarie e allo stesso tempo generando risorse per le politiche sociali, l’ambiente e la cooperazione internazionale.

Approfondimento:

La condizione degli immigrati richiede interventi incisivi. Nei paesi UE per ogni 100 stranieri si registrano in media 2,4 acquisizioni di cittadinanza; in Italia questo valore scende a 1,51. Nel nostro Paese vige il principio dello ius sanguinis, ripreso nel sistema legislativo (da ultimo nel 1992) che regola l’accesso alla cittadinanza italiana. In base alla legislazione attuale, si diventa cittadini italiani: • tramite il matrimonio con un cittadino/a italiano/a se il soggetto immigrato è regolarmente residente e coniugato da almeno 2 anni (3 anni se celebrato all’estero); • al raggiungimento della maggiore età se il soggetto ha risieduto legalmente e ininterrottamente sul territorio italiano dalla nascita e se rende un’esplicita manifestazione di volontà in tal senso entro il diciannovesimo anno di età; • tramite il processo di naturalizzazione che comporta il possesso di alcuni requisiti: la lungo-residenza (4 anni per i comunitari, 10 per i non comunitari e 5 per i rifugiati), un reddito sufficiente, l’assenza di precedenti penali, la rinuncia alla cittadinanza d’origine dove prevista (alcuni paesi non ammettono la doppia cittadinanza); • per nascita da cittadini italiani fino al quarto grado. La normativa vigente esclude la possibilità per i figli degli immigrati di acquisire la cittadinanza, anche se nati su suolo italiano. Sono proprio loro che vivono una situazione contraddittoria: nati e cresciuti in Italia, parlano italiano, talvolta non conoscono il paese dei loro genitori, si sono formati nel nostro Paese, si sentono italiani, 1 Statistica che non tiene conto della Francia, i nati sul suolo francese anche se nati da genitori stranieri acquisiscono automaticamente la cittadinanza

“Italia, Sveglia!” promemoria per la prossima legislatura - 3


IL DIRITTO DI CAMBIARE ma non possono esserlo sul piano giuridico. Considerando che da oltre 30 anni l’Italia si è trasformata da paese di emigrazione in uno di immigrazione, e che sono sempre più rilevanti i flussi in entrata, appare superata una concezione della cittadinanza che non considera il territorio come luogo di convivenza e appartenenza. Per ActionAid la legislazione vigente che basa il diritto di cittadinanza sul sangue, sull’etnia, sulla lingua è premessa di esclusione sociale e di violazione dei diritti umani, poiché il diritto di cittadinanza è collegato al godimento di altri diritti – incluso l’accesso alle risorse, beni e servizi. Inoltre ActionAid ritiene che per eliminare le ingiustizie si deve considerare l’impatto della crisi sui servizi sociali e la negazione di diritti delle fasce più deboli. Per questo motivo deve essere resa operativa una Tassa sulle Transazioni Finanziarie (TTF) a livello nazionale, al fine sia di limitare le distorsioni nei mercati finanziari sia di utilizzarne i ricavi per sostenere i servizi sociali, con particolare attenzione alle categorie che soffrono di più l’impatto della crisi economica. Sulla base delle analisi delle transazioni del 2011 il Governo stima che, grazie a questa imposta, ci possa essere un gettito annuo di 1.088 milioni di euro2. Cosa chiede ActionAid: • il Governo e il Parlamento devono intervenire in tema di immigrazione, riconoscendo il diritto di cittadinanza attraverso una riforma legislativa che preveda che i bambini nati in Italia da genitori stranieri abbiano la possibilità di essere cittadini italiani a tutti gli effetti, con il pieno godimento dei pieni diritti e doveri; • il Parlamento e il Governo devono istituire una Tassa sulle Transazioni Finanziare il cui gettito sia destinato a obiettivi di welfare nazionale (50%), alla cooperazione internazionale (25%) e al contrasto ai cambiamenti climatici (25%); • il Parlamento e il Governo devono contrastare l’high frequency trading3 dei titoli tassando ogni singola operazione. Gli scambi commerciali ad alta frequenza esasperano l’instabilità dei mercati, pertanto è importante assicurare che il prelievo si applichi a ciascuna operazione e non solo ai saldi di fine giornata. • il Governo e il Parlamento devono includere, nella legislazione italiana, la tassazione sugli strumenti derivati4. Bibliografia e storiografia • Proposta del Consiglio Europeo: http://ec.europa.eu/taxation_customs/resources/documents/taxation/ other_taxes/financial_sector/com%282011%29594_en.pdf • Autorizzazione Cooperazione Rafforzata: http://ec.europa.eu/taxation_customs/resources/documents/ taxation/com_2012_631_en.pdf • Pagina web dell’Unione europea dedicata alla tassazione del settore finanziario: http://ec.europa.eu/ taxation_customs/taxation/other_taxes/financial_sector/index_en.htm • Pagina web della Campagna 005 dedicata agli approfondimenti: http://www.zerozerocinque.it/index. php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=28&Itemid=27 • Proposta di legge redatta dalla Campagna 005: http://www.zerozerocinque.it/images/stories/TESTO_DI_ LEGGE_005.pdf • L’Italia sono anch’io - Campagna per i diritti di cittadinanza 2011-2012: http://www.litaliasonoanchio.it/ • Il sito del Governo dedicato all’integrazione dei migranti: http://www.integrazionemigranti.gov.it/Pagine/ default.aspx • Caritas di Roma, 22° Rapporto statistico sull’Immigrazione, Roma, Edizioni Idos, 2012.

2 La stima fatta dal Governo è il frutto dell’applicazione dell’aliquota dello 0,05% sul controvalore dei due mercati (azionario e derivati) dopo il ridimensionamento dovuto all’introduzione della Tassa. Si stima infatti una riduzione del 30% sul mercato azionario e dell’80% sul mercato del derivati. 3 High frequency trading (HFT) che in italiano si può tradurre come “transazioni ad alta frequenza” ovvero un insieme di strategie sulla compravendita di azioni, attraverso l’utilizzo di sofisticati strumenti automatizzati. Grazie ad algoritmi matematici, gli operatori finanziari, agiscono su mercati di azioni, opzioni, obbligazioni, strumenti derivati e commodities. Peculiarità di queste transizioni è che hanno una durata molto breve e le posizioni di investimento possono durare persino frazioni di secondo. L’obiettivo di questo sistema è di trarre profitto da margini esigui pertanto, per trasformare tale esiguità in guadagno rilevanti, la “strategia HFT” deve operare su grandi quantità di transazioni giornaliere. Gli alti volumi di queste transizioni (si stima che in alcuni mercati borsistici raggiungano il 70% sul totale delle operazioni) sono la causa della volatilità dei mercati finanziari. 4 I derivati sono contratti il cui valore deriva da quello di un altro titolo o bene “sottostante”. I titoli derivati, nati inizialmente come strumenti di copertura dei rischi, entrano nella finanza speculativa perché permettono di scommettere sull’andamento futuro di un dato prodotto o titolo finanziario. Negli ultimi anni i derivati sono arrivati a essere 14 volte il Pil mondiale (scesi a 12 dopo la crisi), mentre le attività finanziarie cui si riferiscono (azioni, obbligazioni, attività bancarie) sono non più di due volte il Pil mondiale.

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IL DIRITTO DI CAMBIARE

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Sostenibilità e “green economy”

Le risorse della terra si stanno esaurendo molto più velocemente di quanto la terra stessa impieghi a rigenerarle. Per realizzare uno sviluppo sostenibile occorre cambiare i modelli di produzione, consumo e distribuzione basati su energie non rinnovabili (petrolio, gas, carbone). Allo stesso tempo occorre evitare di puntare su false soluzioni come la produzione di biocarburanti che sottraggono terra ai contadini del Sud del mondo, condannandoli alla fame.

Approfondimento:

La transizione verso uno sviluppo sostenibile dovrebbe focalizzarsi sui cambiamenti nei modelli di produzione, consumo e distribuzione, verso un’economia a basse emissioni capace di rispondere in modo adeguato ai cambiamenti climatici. La sostenibilità del modello di sviluppo non deve minacciare l’equità sociale; vanno realizzate politiche che non mettano in discussione i diritti umani fondamentali. Equità sociale e sostenibilità ambientale sono, quindi, due facce della stessa medaglia di un modello di sviluppo genuinamente sostenibile. Le politiche in materia di biocarburanti rappresentano proprio quello che la “green economy” non dovrebbe essere: una nuova frontiera per gli investimenti che seguono il vecchio paradigma che prevede la possibilità di uno sfruttamento illimitato delle risorse naturali come terra, acqua, biodiversità e foreste. I biocarburanti stanno assorbendo una quota sempre più consistente della produzione agricola globale, influenzando in modo significativo l’andamento dei prezzi agricoli sui mercati internazionali1. Diversi studi hanno provato a isolare l’effetto della domanda agro-energetica di biocarburanti sul rialzo dei prezzi durante la crisi del 2007-2008: si stima un impatto significativo a partire dal 25-30% secondo l’IFPRI2, fino ad arrivare al 75% come affermato dalla Banca mondiale3. È ormai ampiamente riconosciuto il fatto che l’aumento dell’uso di biocarburanti avrà un impatto sul livello dei prezzi dei prodotti agricoli nei prossimi anni, che penalizzerà le popolazioni più povere. Diversi importanti studi4 stimano che la domanda addizionale determinata dagli obiettivi di consumo obbligatori fissati dalla UE contribuirà da qui al 2020 a mantenere i prezzi delle materie prime agricole a livelli artificialmente più alti5 . Tra il 2000 e il 2010, il consumo mondiale di biocarburanti è passato da 16 a 100 miliardi di litri (+625%)6; tra il 2008 e il 2010, il 21% della produzione mondiale di zucchero, l’11% degli oli vegetali e dei grani sono stati destinati all’industria dei biocombustibili. Attualmente il 40% della produzione di mais degli Stati Uniti7 e due terzi della produzione di oli vegetali in Europa8 vengono utilizzati per produrre biocarburanti ed è prevista un’ulteriore crescita. Oltre alle conseguenze sulla sicurezza alimentare, ci sono evidenze negative anche rispetto alla capacità di alcuni tipi di biocarburanti di contribuire a un effettivo risparmio di emissioni di gas a effetto serra. Dai risultati di studi realizzati per la Commissione europea emerge, infatti, che l’utilizzo di biocarburanti prodotti da materie prime come soia, olio di palma e colza, con le quali in Europa si realizza l’80% carburanti, determina un livello di emissioni maggiore rispetto all’impiego di fonti fossili. Questo fenomeno è dovuto anche al fattore ILUC (Indirect Land Use Change), ovvero l’impatto sulle emissioni di gas a effetto serra legati al cambio di destinazione d’uso dei suoli. Ad esempio, se si coltivano semi di girasole per il settore alimentare, una volta deciso di destinare questo prodotto all’industria dei biocarburanti è necessario trovare un altro terreno per continuare a soddisfare la domanda alimentare del prodotto agricolo: si arriva a un aumento complessivo della produzione, e molto probabilmente alla necessità di coltivare nuovi terreni, con la conseguenza di aumentare il livello di emissioni associate. Quindi, perseguendo l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra ricorrendo ai biocarburanti, l’UE rischia di ottenere il risultato contrario, finendo per causare un livello di emissioni addizionali nell’ordine dei 27-56 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti per anno9, vale a dire il 6% del totale delle emissioni nei trasporti nel 2007 o il 12% delle emissioni in agricoltura. Tutto questo equivarrebbe, nel 2020, ad aver immesso sulle strade europee un numero aggiuntivo di macchine 1 Dal 2006 sul mercato internazionale si è registrato un progressivo aumento del livello dei prezzi e della volatilità di importanti commodity alimentari. Questo incremento ha riguardato i prodotti agricoli utilizzati per biocarburanti: i cerealicoli, lo zucchero e le oleaginose. La crisi alimentare del 2007-2008, così come la nuova ondata di rialzo dei prezzi registrata tra il 2010 e il 2011, sono stati causati da diversi fattori, ma la produzione di biocarburanti ha svolto un ruolo determinante. 2 Rosegrant M.W., Biofuel and Grain Price: Prospects, risks and opportunities, IFRPI, 2008. 3 Mitchel D., A note on rising food prices, Policy Working Group 4682, World Bank, 2008. 4 Blanco Fonseca M., Burrell A., Gay H., Henseler M., Kavallari A., M’Barek R., Pérez Domínguez I., Tonini A., Impacts of the EU biofuel target on agricultural markets and land use: a comparative modelling assessment, European Commission, JRC Scientific and Technical report EUR24449, Brussels, 2010. Inoltre, Laborde D., Assessing the Land Use Change Consequences of European Biofuel Policies, ATLASS Consortium, 2011. 5 Ad esempio: i semi delle oleaginose saranno il 33% più elevati; gli oli vegetali, il 20%; il frumento, il16%; il mais, il 22%; lo zucchero il 21%. Per queste ragioni, in un rapporto congiunto realizzato dalle Nazioni Unite, dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca mondiale e dall’Organizzazione Mondiale del Commercio del giugno 2011, si chiedeva ai paesi del G20 di rimuovere tutti i sussidi e i mandati obbligatori sui biocarburanti a causa del loro impatto sulla dinamica dei prezzi. 6 IEA, Technology roadmap. Biofuel Transport, OECD/IEA, 2011, p.11. OECD/FAO, Agricultural Outlook 2011-2020, OECD, 2011, p.86. 7 A partire dal 2005, l’espansione della produzione di etanolo negli Stati Uniti è costata al Messico tra gli 1.5 e i 3.2 miliardi di dollari come conseguenza dell’aumento dei prezzi di importazione del mais. ActionAid, Biofuelling hunger: how US corn ethanol policy drives up food prices in Mexico, Maggio 2012. 8 Ivi, p.32 9 IEEP, Anticipated Indirect Land Use Change Associated with Expanded Use of Biofuels and Bioliquids in the EU – An Analysis of the National Renewable Energy Action Plans, Novembre 2010, op. cit., p.2

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IL DIRITTO DI CAMBIARE che oscilla tra i 12 e i 26 milioni di unità.

Il nostro Paese dovrebbe finalmente riconoscere i limiti e i rischi per la sicurezza alimentare, l’accesso alla terra e alle risorse naturali e, più in generale, per lo sviluppo dell’attuale politica dei biocarburanti e attivarsi per trovare alternative efficaci al loro utilizzo, garantire una effettiva sostenibilità sociale della loro produzione e promuovere in sede europea un profonda revisione delle politiche in materia. Cosa chiede ActionAid: • al Governo italiano di abbandonare l’utilizzo dei biocarburanti realizzati a partire da materie prime agricole alimentari per il raggiungimento dell’obiettivo del 10%% di utilizzo di energie rinnovabili nel settore dei trasporti fissato dall’Unione europea (Renewable Energy Directive 18/2009/CE); • al Governo italiano di riconoscere i rischi per la sicurezza alimentare e l’accesso alla terra della produzione di tutti i biocarburanti ricavati a partire da prodotti agricoli anche non alimentari ma realizzati utilizzando terra e altre risorse fondamentali come l’acqua introducendo a tal fine anche criteri di sostenibilità sociale; • al Governo italiano di attivarsi in sede europea per sostenere l’eliminazione del target obbligatorio del 10% di utilizzo di energie rinnovabili per il settore dei trasporti, promuovendo altre politiche realmente sostenibili su trasporti e mobilità alternativa10 ; • al Governo italiano di attivarsi in sede europea per l’introduzione del fattore ILUC all’interno dei criteri di sostenibilità previsti dalla RED per il livelli minimi di risparmio di emissioni (art.17) e della Direttiva sulla qualità dei carburanti (Fuel Quality Directive). Bibliografia e sitografia: • A guidebook to the Green Economy, UN Division for sustainable development, agosto 2012 • ActionAid, Il pieno che lascia a secco i poveri. La politica europea sui biocarburanti e il suo impatto sulla sicurezza alimentare e l’accesso alla terra nei paesi poveri, giugno 2012 • IEEP, Anticipated Indirect Land Use Change Associated with Expanded Use of Biofuel and Bioliquid in the EU – An analysis of the National Renewable Energy Action Plans, novembre 2010. 10 Secondo l’Istituto Europeo per le politiche ambientali (IEEP), il 92%dei biocarburanti utilizzati a livello europeo per raggiungere il target del 10% sarà di prima generazione, ovvero ricavato a partire da materie prime agricole alimentari.

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Piccola agricoltura: facciamola crescere

Quasi un miliardo di persone nel mondo soffre la fame. Questo dato da solo basta a testimoniare il fallimento degli attuali modelli agricoli prevalenti. Occorre con urgenza rivedere l’attuale modello di agricoltura, che richiede grandi investimenti e l’uso della chimica per sostenere la produzione. Occorre favorire sistemi di agricoltura contadina, nel Sud del mondo come in Italia, attraverso la valorizzazione delle tradizioni locali e delle produzioni ecologiche, l’accesso alla terra e fermando il consumo del territorio per scopi non agricoli.

Approfondimento:

Negli ultimi anni si è aggravata la profonda crisi del settore agricolo a livello mondiale, la cui prima manifestazione è stata l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari; nel 2009 il numero di affamati si è spinto verso la cifra record di un miliardo di persone. Si prevede che crisi di questa portata possano ripetersi in un prossimo futuro1, con la conseguente progressiva negazione di diritti economici e sociali fondamentali, come quello al cibo. Le cause sono molteplici, e fra queste: la governance del mercato dei beni agricoli (liberalizzazione e deregolamentazione), di quello dell’energia (biocarburanti) e della finanza (aumento delle attività speculative sui mercati borsistici delle materie prime agricole); la diminuzione della disponibilità di produzione sui mercati mondiali determinata da eventi climatici estremi e ricorrenti (siccità in Australia, Russia nell’agosto e in Ucrania a giugno) e dall’incapacità di compensare tali riduzioni attingendo alle riserve (calo strutturale degli stock pubblici a livello globale). A questi elementi va aggiunta la riduzione strutturale degli investimenti pubblici e privati in agricoltura verificatasi negli ultimi decenni. Nonostante la FAO abbia rivisto e adeguato le proprie statistiche sulla fame, secondo lo The State of Food Insecurity in the World, dell’ottobre 2012 sono ancora 870 milioni le persone che soffrono la fame nel mondo2. La povertà e la fame sono fenomeni ancora prevalentemente rurali. Infatti, il 50% degli affamati sono piccoli contadini che vivono di agricoltura di sussistenza su piccoli appezzamenti di terreno; un ulteriore 25% non possiede nemmeno la terra. Combattere la fame, quindi, significa sostenere la piccola agricoltura3 . 1 Le previsioni su base decennale fornite dall’Agricultural Outlook del OECD/FAO sull’andamento dei prezzi agricoli, infatti, sostengono che nel prossimo decennio i prezzi dei cereali saranno in media più alti del 20% rispetto al decennio 2000-2010, mentre quelli del bestiame del 30%. Fonte: OECD/ FAO, OECD-FAO Agricultural Outlook 2011-2020, FAO e OECD, 2011. 2 Gli Obiettivi del Millennio, lanciati nel 2000, miravano a dimezzare il numero di affamati, che allora erano 857 milioni. Invece, come abbiamo visto, il loro numero è aumentato. 3 Infatti, sono oltre due miliardi le persone che dipendono per la loro sussistenza dalle attività di 500 milioni di piccoli contadini. Questi ultimi producono l’80% del cibo consumato in Asia e nell’Africa Subsahariana.

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IL DIRITTO DI CAMBIARE Il diritto alla terra è attualmente minacciato dagli interessi di governi e imprese private (spesso multinazionali del cosiddetto “agribusiness”, energetiche e finanziarie) che vogliono garantirsi l’approvvigionamento di importanti risorse tra le quali i prodotti agricoli, spesso operando acquisizioni su larga scala che sottraggono terra ai piccoli contadini (fenomeno conosciuto come “land grabbing” letteralmente accaparramento di terra). I prodotti agricoli sono sempre più richiesti non solo per l’approvvigionamento alimentare, ma anche per la produzione di biocarburanti. Si pensi che ad esempio in Africa Sub-Sahariana dei 34,3 milioni di ettari (una superficie di poco più grande del territorio italiano) acquisiti da investitori internazionali (tra cui anche imprese italiane4 ), il 55% è destinato alla produzione di biocombustibili. La situazione attuale fa emergere la necessità di una riforma radicale della governance dei mercati agricoli a livello sia nazionale sia internazionale, nel Sud come nel Nord del mondo e di nuove politiche pubbliche per l’agricoltura, la sicurezza alimentare e lo sviluppo rurale. Oltre a un urgente aumento della qualità e della quantità degli investimenti in questi settori. ActionAid è impegnata per l’affermazione di un modello di sviluppo agricolo in Italia e nel mondo che promuova sostenibilità ambientale, giustizia sociale e sviluppo locale. A tal fine è necessario ripensare le politiche pubbliche in agricoltura. Cosa chiede ActionAid A livello nazionale, il Governo e le amministrazioni locali dovrebbero: • riconoscere e adeguatamente sostenere la piccola agricoltura contadina con particolare riguardo alle donne e ai giovani; • fermare il consumo di territorio e garantire l’accesso alla terra per la piccola agricoltura contadina, dando i terreni agricoli in cessione a chi intende promuovere pratiche di agricoltura sostenibile su piccola scala; • sostenere i sistemi locali di cibo (reti locali di produttori, cuochi, cittadini/consumatori), anche attraverso meccanismi che prevedano la partecipazione delle popolazioni locali alla definizione e implementazione delle politiche sul cibo; • promuovere l’eliminazione degli sprechi alimentari lungo tutta la filiera, e una cultura del cibo legata alla valorizzazione delle tradizioni locali, alla qualità e agli aspetti sociali e ambientali della produzione del cibo; • sostenere la transizione dall’attuale modello agroindustriale verso un produzione agro-ecologica che riduca le emissioni di gas ad effetto serra, preservi gli ecosistemi e garantisca utilizzo sostenibile delle risorse naturali (biodiversità, acqua, suoli etc.). A tal fine è necessario sostenere la produzione biologica. A livello internazionale il Governo dovrebbe: • attivarsi per fermare gli investimenti di land grabbing e promuovere politiche fondiarie che garantiscano l’accesso alla terra per la piccola agricoltura. A tal fine è fondamentale che il Governo italiano si adoperi per sostenere in tutti i paesi l’implementazione delle Direttive Volontarie per una Governance Responsabile dei Regimi di Proprietà Applicabili alla Terra, alla Pesca e alle Foreste nel Contesto della Sicurezza Alimentare Nazionale, adottate dal comitato per la Sicurezza alimentare globale tramite la creazione di un tavolo multistakeholder ad hoc5 ; • sostenere una riforma radicale della governance dei mercati agricoli, eliminando la concentrazione del potere di mercato lungo le filiere nelle mani dei grandi gruppi industriali (produzione, trasformazione e distribuzione); fermando la speculazione finanziaria sulle commodity agricole; sostenendo l’adozione di politiche di stabilizzazione dei prezzi (quali la creazione di riserve alimentari) e di promozione dell’accesso al mercato per i piccoli contadini; • aumentare la qualità e la quantità dell’aiuto pubblico allo sviluppo dedicato all’agricoltura dando priorità agli investimenti per un’agricoltura sostenibile e per programmi diretti ai piccoli produttori, anziché alle multinazionali del cosidetto “agribusiness” nei mercati dei Paesi del Sud come proposto nella nuova iniziativa (“New Alliance to increase Food security and Nutrition”) lanciata dal Governo degli Stati Uniti durante il G8 di Camp David nel maggio del 2012. Bibliografia e sitografia: • Actionaid, Granai contro la crisi. Il ruolo delle riserve alimentari per ridurre la volatilità dei prezzi e sostenere lo sviluppo agricolo, novembre 2011. • ActionAid, Il pieno che lascia a secco i poveri. La politica europea sui biocarburanti e il suo impatto sulla sicurezza alimentare e l’accesso alla terra nei Paesi poveri, giugno 2012. • ActionAid e IFSN, Fed up. Now’s the time to invest in agro-ecology, giugno 2012. • ActionAid e IFSN, Cobwebbed. International Food Price Crisis and National Food Prices. Some experience from Africa, settembre 2012. 4 A partire dal 2008 almeno sei imprese italiane hanno cercato di investire in terra in Senegal con l’obiettivo di produrre materia prima agricola per biocombustibili su una superficie complessiva di 145000 ettari, ovvero il 3,8% del totale della superficie agricola coltivabile del Paese (3,8 milioni di ettari, di cui però 2,5 milioni sono già utilizzati). 5 Voluntary Guidelines on the Responsible Governance of Tenure of Land, Fisheries and Forests in the Context of National Food Security, Queste sono state adottate dal Comitato per la Sicurezza alimentare globale (Committee on world Food Security – CFS) lo scorso 11 Maggio. http://www.fao.org/cfs/ cfs-home/cfs-land-tenure/en/

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Più responsabilità sociale per le aziende

Il rispetto dei diritti umani e le attività che lo promuovono devono essere un cardine dell’Italia che vogliamo. Per questo è importante che non solo i singoli individui e le istituzioni, ma anche le aziende facciano la loro parte. Per questo occorre introdurre norme vincolanti per la responsabilità sociale d’impresa.

Approfondimento:

Sempre più aziende a livello globale mostrano di avere una consapevolezza della propria responsabilità sociale che va al di là della semplice produzione di reddito; in Italia le imprese più attente sono le filiali di grandi multinazionali; la media impresa italiana inizia a cogliere l’importanza di questo argomento. In campo internazionale si parla di Corporate Social Responsability (Responsabilità Sociale d’Impresa – “RSI”), che è vista dagli stakeholder (gli attori a vario titolo dell’azione dell’impresa) come una componente cruciale della vita di un’azienda. Un’impresa socialmente responsabile opera attraverso processi, tecniche e comportamenti tali da apportare miglioramenti nelle condizioni di lavoro, nella protezione dell’ambiente sociale e naturale, e nella tutela dei consumatori. Nel nostro Paese, le buone prassi della responsabilità sociale faticano ad affermarsi, e prevale la buona volontà delle singole imprese. Anche per questo motivo, ActionAid ritiene che strumenti volontari non siano sufficienti. È necessario promuovere regole chiare, tanto a livello italiano quanto europeo, che sostengano le imprese nell’adozione di comportamenti socialmente responsabili e sostenibili ecologicamente in tutto il mondo, facendo in modo che questi diventino una prassi consolidata. A livello nazionale, il Governo sta lavorando a un “Piano d’azione nazionale sulla responsabilità sociale d’impresa”, contribuendo alla realizzazione della “Strategia rinnovata dell’UE per il periodo 2011-2014 in materia di responsabilità sociale delle imprese1” . Con questo documento la Commissione europea introduce una nuova definizione di RSI come “responsabilità delle imprese per il loro impatto sulla società”, invitando le aziende a integrare le questioni sociali, ambientali, etiche, dei diritti umani nella loro missione e prassi. ActionAid ritiene opportuno che, nell’ambito della definizione del piano d’azione sulle RSI, il Governo si faccia promotore dello sviluppo di politiche e regolamenti che conducano a un riconoscimento legale della responsabilità sociale d’impresa come veicolo di crescita sociale e di ridistribuzione efficiente della ricchezza e del valore generato. In particolare, Actionaid ritiene che l’azione del Governo italiano debba contribuire alla cultura della responsabilità sociale presso le imprese e i cittadini (aumentando gli incentivi per le imprese che adottino gli standard di responsabilità sociale), a promuovere le iniziative delle imprese sociali del Terzo settore e delle organizzazioni della società civile e a favorire la trasparenza e la divulgazione delle informazioni sulla RSI. Cosa chiede ActionAid: • il Governo si adoperi, tramite i Ministeri competenti, nell’attuazione di un processo di monitoraggio effettivo del rischio di violazione dei diritti umani lungo tutta la filiera produttiva delle aziende italiane, in Italia e nel mondo; • nell’ambito della definizione del Piano d’azione sulle Responsabilità Sociali d’Impresa (RSI), il Governo promuova un riconoscimento legale della RSI come veicolo di crescita sociale, oltre che l’adozione di regole chiare, tanto a livello italiano quanto europeo, che inducano le imprese ad adottare comportamenti socialmente e responsabili ed ecologicamente sostenibili in tutto il mondo e il mondo imprenditoriale adotti codici etici e standard produttivi, come Valore Sociale, per qualificare il lavoro delle aziende italiane all’estero; • il Governo promuova l’adozione degli strumenti tipici delle imprese sociali (quali il coinvolgimento delle comunità locali nelle scelte imprenditoriali, la trasparenza e l’informazione) per la prevenzione dell’impatto negativo dell’attività produttiva sui diritti umani e sugli aspetti sociali e ambientali, dando piena attuazione al UN Global Compact del quale l’Italia è paese aderente2 ; • per l’acquisto di beni e servizi pubblici a tutti livelli amministrativi (public procurement) siano previsti incentivi in caso di scelta di aziende socialmente responsabili; • le amministrazioni centrali e periferiche sostengano le aziende in un percorso di responsabilità sociale e promuovano il dialogo tra le imprese e le organizzazioni del Terzo settore (imprese e cooperative sociali) tramite la creazione di specifici sportelli CSR e attività di formazione. Bibliografia e sitografia: • UN Global Compact – The ten principles in the areas of human rights, labour, the environment and anti1 Comunicazione della Commissione COM (2011) 681 definitivo , Bruxelles, 25 gennaio 2011 2 http://www.unglobalcompact.org/AboutTheGC/index.html

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corruption www.unglobalcompact.org Standard “Valore sociale” www.valoresociale.it Parlamento europeo, Relazione del 20.12.2006 sulla responsabilità sociale delle imprese. “Responsabilità sociale d’impresa: è il momento giusto per affiancare un sistema normativo al sistema volontario?” ( Manitese, giugno 2009)

Non profit: utili per la società

Le organizzazioni non profit stanno crescendo sempre di più, sia come dimensioni sia in termini di benefici per la collettività, e sono sempre più cruciali in contesti dove il welfare pubblico non riesce ancora a soddisfare una domanda di servizi crescente. Per sostenere il loro lavoro è necessario pertanto rivedere le barriere normative, burocratiche e fiscali che ostacolano il loro operato, limitandone efficacia ed efficienza.

Approfondimento:

Le organizzazioni non profit, organizzazioni non governative, associazioni di Terzo Settore, cooperative ed enti di promozione sociale sono attori importanti in Italia per impatto sociale ed economico. Negli ultimi anni, sono state introdotte norme che intervengono nelle attività del settore non profit, con conseguenze sulla capacità di operare e di programmare gli interventi. Dal 2005 la disciplina fiscale consente di dedurre dal reddito le donazioni a favore dell’associazionismo (conosciuta come “Più dai, meno versi”). Dal 2006, è possibile per individui e aziende devolvere alle organizzazioni non profit il 5x1000 delle proprie tasse sul reddito, e quindi il settore non governativo dispone di una fonte alternativa di finanziamento; nella realtà, si è presentato più di una volta il rischio di non vedere inserito nel bilancio dello Stato le necessarie coperture finanziarie. L’intento del 5x1000 non è solamente la creazione di nuovi spazi di iniziativa dei cittadini, ma anche la responsabilizzazione del contribuente nell’individuazione degli enti meritevoli di essere finanziati con le risorse pubbliche1. Un notevole peggioramento si è registrato in materia di costi postali. Dal 1996 la tariffa che fissava il costo per iniziative di raccolta fondi da parte delle onlus era pari a 0,0504 euro a invio; nel 2010, l’agevolazione è stata improvvisamente tagliata, provocando un aumento della tariffazione di più del 500%, che è passata a 0,283 euro. Sempre nel 2012, con la conversione del Decreto legge sull’editoria, il costo è stato equiparato a quello per i prodotti editoriali, ovvero 0,1136 euro a invio, portando le spese di spedizione “solo” al 200% di quello precedente all’introduzione degli aumenti. Cosa chiede ActionAid: • il Parlamento deve stabilizzare per legge il 5x1000 (attualmente rinnovato ogni anno attraverso la legge finanziaria), eliminando il tetto massimo di 400 milioni erogabili dallo Stato, in vigore negli ultimi anni; • intervenendo sulla legge “Più dai, meno versi”, il Parlamento deve innalzare il tetto delle donazioni deducibili (attualmente fermo a 70.000 euro); • il Parlamento deve intervenire per riportare le tariffe postali a un costo di 0,0504 euro a invio. Bibliografia e sitografia: • sito agenzia delle entrate • Legge 20 maggio 1985, n. 222, in materia di Disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi. • Decreto legge 6 luglio 2012, n. 95. Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini. • Legge “Più dai, meno versi”, legge 80 del 14 maggio 2005. • Decreto del presidente della repubblica 22 dicembre 1986, n. 917. Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi. Vigente al 1.10.2012. • L. Antonini, A. Simonato, 5x1000: profili e problematiche costituzionali, Milano, 2005. • ISFOL (a cura di Claudia Montedoro e Marco Marucci), Il 5x1000 come strumento di partecipazione nel nuovo modello di welfare: un’indagine sui contribuenti e sulle associazioni di promozione sociale, Roma, 2011. • Legge 16 luglio 2012 n. 103. Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 18 maggio 2012, n. 63, recante disposizioni urgenti in materia di riordino dei contributi alle imprese editrici, nonche’ di vendita della stampa quotidiana e periodica e di pubblicità istituzionale (12G0132) (GU n.168 del 20-7-2012 ).

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Ad esempio già nel 2006 c’è stata un’adesione di circa il 61% dei contribuenti.

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L’Italia nel mondo attraverso la cooperazione internazionale

La cooperazione internazionale per lo sviluppo, più che l’impiego delle nostre forze militari all’estero, può diventare la componente qualificante delle relazioni che il nostro Paese deve costruire con i suoi partner nel mondo. Occorre che l’Italia si doti di una cooperazione internazionale moderna ed efficace, per essere capofila di un rinnovamento globale della cooperazione.

Approfondimento:

L’Italia deve tornare a essere un attore rilevante a livello globale e la cooperazione internazionale per lo sviluppo è una componente fondante e qualificante delle relazioni che il nostro Paese intende costruire con il resto nel mondo, nella consapevolezza che buone relazioni internazionali si costruiscono con delle buone scelte di politica nazionale, nell’ottica della coerenza delle politiche. La cooperazione italiana deve essere risollevata da una condizione di debolezza e marginalità: servono più risorse e maggiore qualità. Negli ultimi anni l’Italia è stata il fanalino di coda fra paesi donatori di aiuto allo sviluppo (OECD DAC); tra il 2008 e il 2012 si è abbattuto sull’aiuto italiano un taglio che non ha paragoni in Europa. La Commissione europea prevede per il 2012 che il rapporto aiuto pubblico allo sviluppo (APS) e PIL del nostro Paese passerà allo 0.12%, portandoci al 20esimo posto della classifica dell’Europa a 27: la nostra performance sarà peggiore di quella di Repubblica Ceca, Estonia, Lituania, Slovenia, Cipro e Malta. Persino i paesi che negli ultimi mesi sono stati colpiti duramente dalla crisi come Spagna, Portogallo e Irlanda hanno la prospettiva di fare meglio di noi in termini di aiuti allo sviluppo. I risultati italiani non sono confortanti neanche per quanto riguarda la trasparenza, la coerenza e la frammentazione geografica e settoriale. Per quanto riguarda l’aiuto legato1, inoltre, il trend italiano è stato in crescita tra il 2008 e il 2010, anno in cui ha toccato il 58% del totale al netto delle operazioni di cancellazioni del debito. Tra i paesi UE/DAC, solamente il Portogallo lega l’aiuto in misura maggiore dell’Italia2. Segnali di inversione di tendenza si sono avuti negli ultimi mesi, grazie ad esempio alla nomina di un Ministro per la cooperazione internazionale, l’incremento delle risorse disponibili per la legge 49/1987 - passate dagli 86 milioni di euro della legge di stabilità 2012 ai 228 milioni del DDL stabilità 20133 - e il riallineamento dei versamenti alle banche e fondi di sviluppo multilaterali, l’inottemperanza dei quali hanno reso l’Italia “debitore cronico” agli occhi della comunità internazionale. Cosa chiede ActionAid: • nella composizione del prossimo Governo deve essere previsto un alto riferimento politico alla guida della cooperazione internazionale per lo sviluppo, ovvero un Ministro; • nel primo anno della prossima Legislatura il Parlamento deve introdurre la riforma dell’architettura della cooperazione italiana, che preveda: a) un Comitato interministeriale, che definisca gli indirizzi e la programmazione, garantisca la coerenza delle politiche e il coordinamento in ambito governativo; b) un Fondo unico per la cooperazione allo sviluppo, che unifichi e dia coerenza ai relativi capitoli di spesa nei bilanci delle singoli amministrazioni; c) una Conferenza per la cooperazione che valorizzi la soggettività degli attori pubblici e privati, profit e non profit, la loro capacità propositiva, favorendo l’approccio di sistema; d) un’Agenzia attuativa, al fine di garantire adeguata professionalità e maggiore autonomia gestionale e procedurale, pur nella severità della gestione; • in occasione delle legge di stabilità per il 2014, il Governo deve introdurre un piano di riallineamento degli aiuti italiani con gli obiettivi concordati in sede internazionale, fra questi lo 0,7% APS/PIL entro il 2015. Bibliografia e sitografia: • ActionAid, L’Italia e la lotta alla povertà nel mondo. 2008-2012: cinque anni vissuti pericolosamente, Rubbettino Editore, 2012. • Camera dei Deputati, Disegno di Legge, Disposizione per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge stabilità 2013). Atto N°5534, 16 ottobre 2012.

1 L’aiuto viene con considerato legato quando il donatore impone l’acquisto di beni o servizi provenienti dal proprio territorio. In sostanza quello che viene considerato aiuto per i paesi in via di sviluppo si ferma nel territorio del paese donatore non apportando un reale trasferimento di risorse nel paese beneficiario. 2 ActionAid, L’Italia e la lotta alla povertà nel mondo. 2008-2012: cinque anni vissuti pericolosamente, Rubbettino Editore, 2012. 3 Camera dei Deputati, Disegno di Legge, Disposizione per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge stabilità 2013). Atto N°5534, 16 ottobre 2012.

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