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FEDERAZIONE ITALIANA SOMMELIER

ALBERGATORI RISTORATORI

I nostri primi quarant’anni

5,30 Anno XXX - Numero 3 - Maggio-Giugno 2012


diVinando inando diV 2008: Delegazione di Treviso

2010: Delegazione di Treviso

2009: Delegazione di Me

ssina

2011: Delegazione Valdichiana

Settembre 2012: la sfida ricomincia!


Lettera del Presidente: i quarant’anni della FISAR - Nicola Masiello

Pag.

La segreteria comunica - Mario Del Debbio

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Finalmente al via la regolamentazione del vino biologico - Roberto Rabachino

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Fisar in Rosa - Gladys Torres Urday

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In Famiglia

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Istanti da Vinitaly 2012

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ENOGASTRONOMIA • TURISMO • CURIOSITà

La comunicazione del vino - Meritxell Falgueras Febrer

Un Vinitaly vincente - Gladys Torres Urday Sicilia en primeur 2012: lo stupore di un territorio unico Antonio Iacona

Cile: terra di contrasti e di grandi vini - Marco Ferrari Al Royal wine festival di Aosta grandi vini protagonisti Giuseppe Santo e Fiorenza Cambiaghi

Tokaj, e non solo - Enza Bettelli

Le Contrade dell'Etna 2012 - Antonio Iacona Le notizie di enogastronomia e turismo a cura della redazione di Quality ADV

Podere La Regola: una cantina speciale nella costa toscana Paolo Alciati Che cosa si beve in Sri Lanka? - Gudrun Dalla Via

Parliamo di Pantelleria - Carlo Ravanello Wine Tasting Franciacorta: magiche espressioni, identità di un territorio - Antonio De Vitiis

News dal mondo

SCIENZA • TECNICA • APPROFONDIMENTI

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Immagini dalle celebrazioni di Livorno e Volterra

sommario

Comunicazione Istituzionale

Veneto: terra di grandi vini, ma anche di piccole realtà locali: Il Bianco di Custoza - Luca Iacopini e Massimo Bracci

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Il Presidente Nicola Masiello

I quarant’anni della FISAR

un grazie affettuoso a chi ha partecipato all’evento che ha voluto ricordare un traguardo importante come i quarant’anni della FISAR ma vuole soprattutto, come dice il nostro slogan, illuminare il futuro

C

arissimi soci, un grazie affettuoso a chi ha partecipato all’evento che ha voluto ricordare un traguardo importante come i “quarant’anni della FISAR” ma vuole soprattutto, come dice il nostro slogan, illuminare il futuro. Devo confessarvi che se nell’Ottobre del 1974, mio primo anno di iscrizione alla Fisar, qualcuno mi avesse detto che oggi sarei stato io a celebrare questo evento, dall’alto della baldanza giovanile, avrei sorriso e sarei passato oltre, magari facendomi una bella risata. Invece eccomi qua a ripercorrere insieme a voi i momenti salienti di questo cammino per presentare l’operato dei presidenti che si sono succeduti alla guida della Fisar.

Tullio Venturini, il Fondatore, “il babbo”, per usare un termine tutto Toscano di padre. Fu lui ad insegnarci il credo fisariano con la sua gentilezza ed i modi pacati e garbati da vero gentiluomo. Sicuramente la nostra nascita destò qualche preoccupazione nell’ambiente, alcuni erano scettici, altri curiosi di capire dove volevamo andare e ricordo che molti criticarono la nostra scelta di intraprendere questo cammino da soli, senza sponsor, come si dice oggi; ci furono attacchi e critiche anche pesanti nei nostri confronti, ma lui uomo di mondo ed amico di chi anche ci criticava,

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riuscì sempre a vincere proprio per la sua signorilità. Fu lui che iniziò l’iter della sede presidenziale della Fisar e ricordo con quanta simpatia ci accoglieva nel suo Albergo “Villa Kinzica” di Pisa, sempre con un abbraccio e tanto entusiasmo. Luigi Sestini - Volterrano doc, tutto impeto e caparbietà, grande mediatore tra le varie anime della nascente Fisar, con correnti, a volte, non in sintonia tra di loro. Persona puntuale e precisa con quel lessico da universitario, sempre con lo smoking pronto, perché diceva lui” noi Fisariani siamo diversi dagli altri, siamo i migliori e non scenderemo mai a compromessi che possano macchiare la nostra dignità. Siamo una federazione tra albergatori e ristoratori, attori della tavola e maestri di ospitalità ed è giusto che ci distinguiamo anche nella divisa” Leonardo Nardi - Il Condottiero con lui la Fisar ha raggiunto il massimo sviluppo sia per il numero delle delegazioni che per il numero di iscritti e questo è dovuto anche al fatto che per ben 12 anni ha guidato la Fisar e gli ha permesso di conquistare certi traguardi. L’ho definito un condottiero perché è sempre stato il primo a partire per aprire nuove Delegazioni, per fare servi-

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zio vini in ambienti politicamente ideali agli agganci e per poter creare sviluppo. Con lui sono iniziate le riunioni con i Delegati, il concorso del Sommelier dell’anno e la collaborazione con Costa Crociere per i corsi di avvicinamento al vino a bordo delle navi; importante in questo caso è stata la collaborazione di Gianfranco Grossi anche lui livornese ed attaccatissimo alla Fisar. Luca Giavi - Il trevigiano - l’irruento nel senso buona della parola; pensate che il 13 Aprile del 1972 lui nasceva e la Fisar aveva solo pochi giorni. Il suo entusiasmo giovanile lo ha portato ad avere un comportamento a volte poco razionale anche se efficace nella gestione della Federazione, alcune sue decisioni hanno fatto la storia della Fisar ed è stato nel suo mandato che si sono concretizzati i progetti quali l’acquisto della sede in Asciano ed il riconoscimento di personalità giuridica dell’Associazione avvenuto il 09 Maggio 2001. Sempre durante il suo mandato, nell’Assemblea di Pesaro, fu dato inizio alla revisione della figura del sommelier soprattutto per quanto riguarda l’aspetto professionale. Lido Tridenti - Il pianificatore ed il ragioniere - sicuramente il fatto di aver per tanti anni ricoperto il ruolo di Segretario nazionale lo ha fatto rimanere un po’ in ombra, ma è a lui che si deve molto in riferimento all’iter per il raggiungimento del riconoscimento giuridico ed allo studio di revisione del nostro modello fiscale. Durante il suo mandato sono state rese operative le nuove commissioni per gli esami di terzo livello, uno studio sul riassetto del Centro Tecnico Na-

zionale e la ricerca per una nuova didattica Vittorio Cardaci Ama - Il certosino - pignolo nella cura dei particolari che fanno la differenza. È Il Presidente che ha continuato il lavoro di Lido sulla didattica e sul centro tecnico Nazionale, dando importanza alla presenza della Fisar verso l’esterno, alla comunicazione, all’immagine. Tutti ricordiamo la sua voglia di vedere i Fisariani in divisa di rappresentanza ed è di lui il motto” non ti conosco se non ti riconosco” proprio a significare l’importanza del senso di appartenenza, della divisa come strumento di comunicazione di uno stile: quello Fisariano. Poi il sottoscritto, Nicola Masiello, l’attuale. Che dire? meglio lasciare ad altri il compito di giudicare, anche se devo riconoscere che tanti anni di militanza Fisariana hanno sicuramente un senso ed una valida motivazione per il ruolo che sto ricoprendo. Il mio aver collaborato con tutti i Presidenti mi rende orgoglioso del passato e motivato per continuare allo sviluppo ed alla crescita della Federazione. L’excursus dei Presidenti è terminato ma non dobbiamo dimenticare che essi non sono mai stati soli e dietro il loro operato c’è sempre stato e ci sarà un Consiglio che li sostiene e li aiuta nella realizzazione dei progetti : anche esso fa parte della storia fisariana. Ed infine è doveroso menzionare altri personaggi che meritano un riconoscimento pubblico ed un plauso alla loro intraprendenza: i Soci fondatori. E poi Luigi Cantamessa, Alberto Papini, Antonio Pianigiani e sua moglie Gina, Dario Moselli, Piero

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Grigioni, Nicola Dipaolantonio, Giulio Bussu, Nino Statella, Bruno Ianet, Dublino Guidi, Lido Masi e tutti i cavalieri della Fisar. È normale in questo momento dimenticarsi di qualcuno ed allora un ringraziamento ed un plauso a tutti i soci Fisariani e Sommelier che in questi quarant’anni ci hanno dato molto e ricevuto poco in cambio, se non l’apprezzamento, la stima e l’amicizia sincera che da sempre ci unisce e ci contraddistingue. La FISAR. Il suo cammino è stato coronato da successi e realizzazione di progetti che l’hanno proiettata nel tempo, nell’arena nazionale e internazionale dei cultori del gusto, dei promotori dei prodotti territoriali NOSTRI, di coloro che hanno voluto essere con orgoglio attori della tavola e maestri di ospitalità, come diceva Luigi Sestini. Però, nella sua crescita, la Fisar non poteva essere indifferente ai problemi sociali che ogni giorno si affacciano con più o meno prepotenza alla realtà del giorno dopo. Ed ecco quindi la realizzazione del progetto - Il bere moderato per il rispetto della vita - e nostro vanto il progetto

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sociale che abbiamo iniziato e concretizzato con la direzione della casa circondariale di Volterra: un corso propedeutico di avvicinamento al vino ed ai suoi abbinamenti. Un progetto nato durante l’assemblea Nazionale di Ragusa di tre anni fa, che ci vede impegnati, insieme ad altre associazioni ed Aziende, al recupero ed inserimento di alcuni detenuti nella società civile, quando essi avranno concluso il periodo di reclusione. Non posso negare che questa è stata un ‘esperienza importante e significativa per la Fisar che avrà sicuramente un proseguo nel prossimo futuro. Un ringraziamento particolare alla Dott.ssa Maria Grazia Gianpiccolo, direttrice della casa Circondariale, alla delegazione di Volterra ed ai docenti che si sono prestati alla realizzazione del progetto. In chiusura un ringraziamento alle delegazioni di Volterra e Livorno per l’impegno profuso per l’ottima organizzazione dell’evento e con tutti i soci un brindisi per il nostro compleanno!!. Alziamo i calici e cin, cin.

Il Sommelier Maggio-Giugno 2012 • n. 3 La sala del teatro di Volterra gremita di congressisti


Il 13,14 e 15 aprile 2012 si sono celebrati tra Livorno e Volterra i festeggiamenti dei primi quarant’anni della FISAR di Mario Del Debbio

L

a FISAR è stata accolta nel pomeriggio di Venerdì 13 aprile all’interno dell’Accademia Navale di Livorno dove il Presidente Nazionale ha aperto ufficialmente i festeggiamenti. Erano presenti alla cerimonia il Comandante Ammiraglio di Divisione Giuseppe Cava Dragone, il Presidente della Provincia di Livorno Giorgio Kufala’ e l’Assessore Giovanna Colombini in rappresentanza della Città di Livorno, i Presidenti Emeriti della FISAR Cardaci Ama e Nardi, i Consiglieri Nazionali e moltissimi Delegati. Sono altresì stati consegnati gli attestati di Socio Onorario alla Città di Livorno e all’Accademia Navale di Livorno. Il Comandante Ammiraglio Cava Dragone è stato anche insignito del titolo di Sommelier Onorario FISAR. La giornata si è conclusa con la cena presso il Salone delle Feste del distretto navale. Nella mattina di Sabato 14 aprile, presso il Teatro Persio Flacco di Volterra, alla presenza del Sindaco di Volterra, si è svolta la celebrazione ufficiale della ricorrenza con il Gruppo Storico degli Sbandieratori di Volterra. La Città di Volterra rappresentata dal Sindaco Marco Buselli ha consegnato una speciale onorificenza alla FI-

SAR ricevendo quella di Socio Onorario FISAR. Durante la cerimonia il Presidente Nazionale FISAR Nicola Masiello, su delibera specifica del Consiglio Nazionale, ha consegnato per la prima volta una particolare onorificenza a tre persone che si sono particolarmente distinte nella divulgazione e nella promozione della cultura della sommellerie a livello nazionale ed internazionale. Sono stati ufficialmente insigniti dell’onorificenza di Ambasciatori della FISAR il Direttore del Tg2 RAI Marcello Masi, già sommelier onorario, per il suo costante e giornaliero impegno in qualità di giornalista atto alla diffusione della cultura del vino e dell’arte della sommellerie, la Miglior sommelier dell’Anno 2010 Karen Casagrande per lo straordinario contributo dato alla promozione e la divulgazione della nostra associazione tramite le sue emozionanti degustazioni sensoriali e a Roberto Rabachino, referente FISAR International e neo presidente mondiale I.W.T.O. – International Wine Tasters Organization, per il pluridecennale impegno per la formazione e la didattica universitaria a livello internazionale dei degustatori di vino e dei sommelier. Altri importanti riconoscimenti ufficiali sono stati consegnati a chi si è par-

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ticolarmente distinto all’interno dell’associazione. La mattinata del sabato si è chiusa con un ricco buffet lunch nel Foyer del Teatro. Il pomeriggio è stato dedicato alla visita alle cantine Podere La Regola. La giornata del sabato si è conclusa con la tradizionale Cena di Gala presso il Ristorante di Ponente del Rex Hotel di Livorno dove è stata consegnata l’onorificenza di Sommelier Onorario a Loretta Fanella, una delle migliori pasticcere italiane. La domenica a Livorno giornata dedicata ai lavori dell’Assemblea Nazionale con elezione dei Probiviri e dei Revisori dei Conti. “Giornate indimenticabili – dichiara il Presidente Nazionale Nicola Masiello - quarant’anni sono un traguardo importante ma al tempo stesso occasione di riflessione e di buoni propositi. Sono

state giornate uniche dove ognuno di noi ha ripercorso orgogliosamente il proprio passato con la certezza e la consapevolezza di poter ancora fortemente incidere sulla qualità professionale della sommellerie nazionale ed internazionale in comunione con i produttori e i protagonisti del comparto tutto. Un grazie particolare – conclude il Presidente FISAR - al Segretario Nazionale Mario Del Debbio, ai Delegati di Volterra Flavio Nuti e Mario Albano di Livorno, ai Consiglieri Nazionali di zona Filippo Terrasini e Alberto Giustarini, all’infaticabile Consigliere Nazionale Franco Rossi, al Coordinatore Italia Centro Fabio Baroncini e a tutti i nostri ragazzi e ragazze che con il loro contributo hanno elevato una ricorrenza in un evento”.

Momenti della celebrazione dei

quarant’anni FISAR foto di Jimmy Pessina

L'Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone con Leonardo Nardi e Nicola Masiello

un sorriso per accogliere i congressisti

il Presidente Masiello consegna l'attestato di Socio Onorario alla città di Livorno

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R i FISA i soc vale di e d a it Na La vis cademia all’Ac o n Livor

L'Ammiraglio Cavo Dragone premiato con il Tastevin d'Argento

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Sommelier di Livorno all'Accademia

il palco del Teatro Persio Flacco di Volterra

il gruppo degli sbandiera

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ssisti

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il Sindaco di Volterra Ma rco Buselli consegna il Grosso D'O ro simbolo dell'onorificenza della citt à alla FISAR

la presentazione dei premiati

il Grosso Volterrano consegnato ai premiati

Gigi Piumatti Presidente Slow Food

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Marzia Morganti Tempestini

I detenuti e gl i ag di Volterra con enti dell'Istituto Penitenziar io l'attestato di pa corso proped rtecipazione al eutico per So mmelier

Romano Franceschini Socio Fondatore della FISAR

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la nomina

Gli Ambasciatori FISAR con il Pres idente e il Sindaco di Vo lterra

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il Sommelier dell'anno il servizio al Luca Canapicchi cura Gala di a cen la nel e President

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Alcuni Consig lieri Nazionali FISA in Accademia Navale a Livorn R o

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Marcello Masi Direttore TG2 Rai diven ta Ambasciatore FISAR

Roberto Rabachino riceve l'onorificenza di Ambasciatore FISAR

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Mario Del Debbio e Nic

l dolce dedicato un particolare de ai nostri 40 anni lla da Loretta Fane

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Finalmente al via la regolamentazione del vino biologico

di Roberto Rabachino per comunicare con il Direttore: direttore@ilsommelier.com

L’8 marzo di quest’anno la Commissione Europea ha emanato il Regolamento 203 che stabilisce le norme per la vinificazione secondo il metodo dell’agricoltura biologica.

U

n importante traguardo, aspettato da molti anni, è l’approvazione del Regolamento sulla vinificazione in biologico. L’Italia ha giocato un ruolo importante nella trattativa con gli altri Stati Membri e con la Commissione. Considero questo primo passo molto importante per il nostro Paese. Andiamo brevemente nel dettaglio. In base al nuovo regolamento, applicabile a partire dalla vendemmia 2012, i viticoltori biologici potranno utilizzare il termine “vino biologico” sulle etichette. Inoltre, l’etichetta deve riportare il logo biologico dell’UE e il numero di codice del competente organismo di certificazione e rispettare le altre norme in materia di etichettatura del vino. La nuova normativa in materia di vinificazione biologica introduce anche una definizione tecnica di vino biologico che è coerente con gli obiettivi e i principi dell’agricoltura biologica stessa enunciati nel regolamento (CE) n. 834/2007 del Consiglio relativo alla produzione biologica che stabilisce le tecniche enologiche e le sostanze autorizzate per il vino biologico. Una di queste norme fissa il tenore massimo di solfito per il vino rosso e per il vino bianco/rosé. Il nuovo regolamento stabilisce poi l’insieme di pratiche enologiche e di sostanze relative all’organizzazione comune del mercato (OCM) vitivinicolo, da utilizzare per i vini biologici. Ad esempio, non sono consentiti l’acido sorbico e la desolforazione e il tenore dei solfiti nel vino biologico deve essere di almeno 30-50 mg per

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litro inferiore al livello dell’equivalente vino convenzionale (a seconda del tenore di zucchero residuo). In aggiunta a tali pratiche enologiche, il “vino biologico” deve, ovviamente, essere prodotto utilizzando uve biologiche quali definite nel reg. (CE) n. 834/2007. L’Italia è leader in Europa nell’agricoltura biologica e la possibilità di utilizzare l’eurofoglia, il logo europeo del biologico, nelle etichette anche per una delle produzioni di eccellenza del made in Italy come il vino, aprirà certamente alle imprese nuovi spazi di mercato, sia in Italia sia all’estero. Finalmente una buona notizia per chi ama le coltivazioni: l’agricoltura che non ricorre all’impiego di concimi chimici, pesticidi ed altre sostanze dannose ma utilizza tecniche e prodotti rispettosi della nostra salute e dell’ecosistema.

Il Sommelier Maggio-Giugno 2012 • n. 3


Riciclo di tappi in sughero: il progetto “Etico” si estende anche in Piemonte

a cura della redazione di Quality ADV

Un grande successo per la campagna di raccolta di tappi in sughero promossa da Amorim Cork Italia e già attiva in Veneto e Lombardia. A breve decollerà anche in Toscana.

N

uovi entusiasti partner per il progetto di raccolta e riciclo di tappi in sughero “Etico” lanciato a giugno 2011 da Amorim Cork Italia e che ha già superato le 5 tonnellate di tappi raccolti e già avviati al riciclo grazie al recupero che ne fa l’azienda Eco Profili nel campo della bioedilizia. Tra i nuovi aderenti anche Amia, l’ente che gestisce i servizi di igiene urbana nel veronese che si aggiunge a Savno, ente competente nel Veneto Nord Orientale. Insieme ai somme-

lier F.I.S.A.R. del Nordest e a quelli dell’AIS Veneto, a fianco delle cantine del Veneto, alla cantina siciliana Donnafugata e a quelle aderenti al Consorzio del Chianti Classico, sono impegnati oggi anche i Vignaioli Piemontesi. Nuove adesioni anche tra le onlus, in prima fila anch’esse nella raccolta e beneficiarie del ricavato dell’area territoriale di riferimento. Alle prime due aderenti, la Fondazione Oltre il Labirinto onlus e la onlus “A braccia aperte” insieme alla cooperativa Estia del Carcere di Bollate (MI) che segue lo smistamento dei tappi raccolti, si sono aggiunte ora anche Le.Viss. (Leucemia Vissuta) e Libera!. New entry tra i partner di Etico anche AGIVI, l’associazione che riunisce i giovani imprenditori vinicoli italiani. «È emozionante - spiega Carlos Santos, ad Amorim Cork Italia - vedere sempre nuove realtà aderire con entusiasmo al progetto e dare vita a quel circolo virtuoso di sostenibilità

e solidarietà che è il vero obiettivo di Etico. Tutelare l’ambiente è una sfida che per Amorim  è vitale dato che la Natura è la nostra prima alleata strategica. Non possiamo non essere in prima linea nella promozione dell’ecosostenibili tà: dalla Natura dipende tutta la nostra attività!». Numerosi i box di raccolta distribuiti tra le cantine presenti al Vinitaly e in particolare allo stand della FISAR. Altri box erano presenti alle varie tappe della manifestazione trevigiana “Primavera del Prosecco”, all’evento Ais “Il Veneto al 300x100” e alla Mostra dei Vini di Corno di Rosazzo (UD). A breve sarà possibile trovare alcuni box anche all’interno di Eataly come da Eat’s, dove sono già presenti da tempo.


Otto donne, l’otto marzo, si raccontano con l’Amarone

a cura di Gladys Torres Urday

Un vino che fa parte della storia di tante donne, intenso come il loro sguardo, caldo come un loro abbraccio, dolce come un loro sorriso.

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marone, un grande vino che affascina, seduce e ti travolge, in un turbinio di colori passioni e vita vissuta. Ci sono donne giovani che iniziano un percorso di vita nella consapevolezza di sapere che si trovano davanti ad una grande sfida, ci sono donne che si sono affacciate a questo vino solo per passione e facendone una parte della loro storia personale, del loro destino. Ci sono anche donne che da generazioni vivono la passione per questo gran-

de vino, con il calore di un abbraccio, l’intensità di uno sguardo, l’eleganza di un gesto, la dolcezza di un sorriso raccontando cosi la loro vita, vita vissuta al suo fianco dell’Amarone! È in questo contesto che il Consorzio della Valpolicella ha organizzato questo evento rendendo tributo alle donne, scegliendo otto produttrici della Valpolicella appassionate e dedite al proprio lavoro, mostrando con gli Amaroni scelti di aver trasmesso ai loro vini

FISAR 12

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rosa Il Sommelier Maggio-Giugno 2012 • n. 3


delle peculiarità che emergono rispetto ai tratti comuni del grande rosso: un’interpretazione personale, dalla vigna alla cantina, di un prodotto storico e unico nel suo genere. Passiamo da Amaroni con note di dolcezza e di vivacità, di frutti rossi intensi e delicati sentori speziati, quasi la spensieratezza delle giovani donne, a sensazioni più profonde e complesse, dove emergono note intriganti di fiori, seppur vellutati al palato, a ricordare quindi la forza e la tenacia delle madri che dosano fermezza e dolcezza in ogni momento della vita familiare. In un giorno così speciale com’è l’8 marzo, e in quest’evento fortemente voluto dalla Direttrice del Consorzio della Valpolicella, la D.ssa Olga Bussinello, in cui si celebra  la giornata dedicata alle donne, offrendo l’opportunità di conoscere da vicino otto produttrici della Valpolicella, non potevano mancare le nostre Sommelier Fisar. In una cornice affascinante, le cantine dell’Arena di Piazzetta Scalette Rubiane, la serata inizia con le parole della Direttrice del Consorzio della Valpolicella che presenta le otto produttrici scelte con i loro vini nati dalla passione con cui portano avanti la vitivinicoltura nelle rispettive aziende e a cui conferiscono una identità personale e distintiva, che si ripropone nello stile dei vini; la serata continua con le parole del Consigliere Nazionale Luisella Rubin, referente Donne Fisar nazionale, che spiega il ruolo importante che ha la “donna” in questo affascinante mondo del vino e della sommelierie. A condurre la degustazione dei vini DOCG della Valpolicella, Karen Casagrande eletta nel 2010 Miglior sommelier d’Italia FISAR e neo Ambasciatrice della FISAR, dando un’interpretazione personale ed affascinante di ogni vino, la quale ci dice che “bere un bicchiere di vino rimane comunque un’esperienza soggettiva, in grado di evocare ricordi e

di risvegliare i nostri sensi”. I vini sono stati serviti dalle sommelier Mara de Martin, Francesca Bonalberti, Zara Avanzi e Oksana Koluseyeva, della squadra servizi Fisar Italia Nord Est, che con professionalità ed eleganza hanno gestito il servizio. Presenti anche anche Maria Pia Gori della Delegazione di Alessandria, Gladys Torres Urday, Fiorenza Cambiaghi e Daniela Mecaj della Delegazione di Torino. La serata è stata un grande successo di pubblico con donne arrivate da tutta Italia che hanno degustato questi vini ad alta concentrazione di passione e qualità concludendosi in bellezza con un coinvolgente concerto Jazz dei Miss Marple. Le otto donne produttrici e i vini: • Silvia Aldrighetti - "Le Vignele" Amarone della Valpolicella Classico 2007 • Silvia Bonomo - Amarone della Valpolicella Classico Scarnocchio 2006 • Camilla Rossi Chauvenet - Amarone della Valpolicella  "Massimago" 2008 • Valentina Cubi - Amarone della Valpolicella Classico "Morar" 2006 • Elena Farina - Amarone della Valpolicella Classico Riserva "Montefante" 2006 • Carlota Pasqua - Amarone della Valpolicella Classico Cecilia Beretta " Terre di Cariano" 2006 • Lucia Raimondi - Amarone della Valpolicella Classico "Villa Monte Leone" 2007 • Chiara Recchia - Amarone della Valpolicella Classico "Ca' Bertoldi" 2004

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I vini degustati secondo la nostra Karen Casagrande, Fisar Ambassador e Miglior Sommelier FISAR 2010 Oltre alla descrizione organolettica c’è una parola chiave. Le otto parole chiave creano un percorso emotivo che attraverso il vino ci permette di approfondire il carattere delle donne, produttrici ma non solo. MASSIMAGO 1883 “AMARONE DELLA VALPOLICELLA 2008” Una nota fruttata intensa, di ciliegia matura, accompagna le sensazioni di speziato dolce e di balsamico, quei tabacco e mentuccia che emergono da uno sfondo penetrante e polveroso. Giovane e fresco al palato, con un sentore amarascato che si volatilizza solo alla fine, mentre il tannino, incisivo ma morbido, regala persistenza e pulisce la bocca in modo continuativo. Un vino dall’energia vibrante, che crea una forte prospettiva di longevità. Parola chiave: ENTUSIASMO La vitalità e l’energia delle giovani donne, la capacità di cogliere le piccole grandi sfide di ogni giorno con il sorriso e l’iniziativa. La voglia di distinguersi e non avere paura di andare contro corrente. La voglia di andare oltre, l’entusiasmo nel farlo. LE BIGNELE-ALDRIGHETTI “AMARONE DELLA VALPOLICELLA CLASSICO 2007” Delicato al naso, la marasca addolcita da una marmellata di frutti rossi domina il bouquet, mentre timidi si esprimono pepe rosa, chiodo di garofano e fiori di bosco. In bocca croccante, persiste l’acidità del frutto accompagnata da buona struttura e mineralità. Un vino di carattere ed essenzialità. Immediato, diretto. Parola chiave: INCISIVITA’ Una donna lascia sempre una traccia del suo passaggio, un segno indelebile del suo carattere. Un aspetto di grande femminilità, perché semplice ed essenziale. Una donna che sa quello che vuole e lo trasmette con grande immediatezza e serenità. VILLA MONTELEONE “AMARONE DELLA VALPOLICELLA CLASSICO 2007” Una commistione di profumi che incanta, frutti di bosco e fiori secchi, arricchiti da una nota profonda di cacao. Preziosi ed evocativi. Il ricordo di un amore unico e insostituibile. Equilibrato al palato, l’acidità ben bilancia l’alcolicità che persiste sul finale, come

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un accordo musicale. Tannino avvolgente, mentre scivola via con il vino il ricordo di una sensazione di tostato. Parola chiave: NOSTALGIA Il vino è emozione, ma anche sacrificio: è la storia di una vita vissuta, quando questa gli viene dedicata. Ed ecco la nostalgia dolce di profumi, di ricordi, d’amore. Una finestra aperta sulle emozioni più profonde e mai perdute, che restano e diventano parte di noi. Una traccia eterna del cuore di una donna. FARINA “AMARONE DELLA VALPOLICELLA CLASSICO RISERVA – MONTEFANTE 2006” Un bouquet intrigante di fiori preziosi, un giacinto blu che avvolge ed inebria le more e i lamponi. La speziatura dolce del chiodo di garofano e una timida nota vegetale emergono nel finale. Grande complessità. Vellutato all’inizio, lascia spazio ad un’acidità stuzzicante. Accattivante sul finale con un tannino vivace per un vino che già da tempo attende l’apertura. Una donna che sa il fatto suo. Parola chiave: FASCINO Una donna che incuriosisce, attrae senza ostentazione. Sa dosare parti di sé in modo intrigante e seducente, esprimendo con decisione ogni suo modo di essere. Ogni sensazione emerge, si distingue, in una irresistibile commistione di elementi. Il fascino di essere donna. MONTE DEL FRA’ “AMARONE DELLA VALPOLICELLA CLASSICO SCARNOCCHIO – TENUTA LENA DI MEZZO 2006” Amarena e prugna, quella sensazione acidula di confettura di ciliegie a cui i fiori fanno da contorno. Una cornice di tabacco fresco, pepe e chiodo di garofano sul finale, con sentori di boisè perfettamente integrati nell’insieme. Avvolgente, riempie il palato con tannino potente ma morbido, che lascia a poco a poco la bocca straordinariamente asciutta e muove a berne ancora. Eleganza e semplicità. Parola chiave: ELEGANZA Lo stile, la semplicità come essenza della bellezza. Un insieme di elementi che si rafforzano l’un l’altro e formano l’insieme, come una bellezza degli occhi che da’ sostegno al cuore. La perfezione con cui tutte le sfumature di un carattere si mescolano! Il modo gentile con cui si propongono, che non inva-

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de, ma accompagna il piacere. Questa è l’eleganza dei sensi. PASQUA “AMARONE DELLA VALPOLICELLA CLASSICO - TERRE DI CARIANO CECILIA BERETTA 2006” Al naso una mescolanza di elementi che s’incontrano e non si sovrastano: frutta rossa, tabacco e spezie. Una profonda nota polverosa, territoriale, spiraglio odoroso della Valpolicella. Il tannino è setoso e persistente, mentre il tabacco e il cacao riprendono l’austerità iniziale percepita al naso. Si evolve in bocca con una spiccata mineralità e profondità di sensazioni. Da scoprire a poco a poco. Parola chiave: PAZIENZA La capacità di saper cogliere le cose ancor prima che siano del tutto manifeste, perché il piacere dell’attesa è il piacere stesso. Con pazienza e perseveranza si ottengono risultati più veri, più densi di significato, per apprezzare ancor più intensamente qualcosa dopo aver lottato per ottenerla o atteso per averla. Perché una donna nasconde dentro di sé un mare di emozioni e di vita, che solo col tempo saprà rivelare. VALENTINA CUBI “AMARONE DELLA VALPOLICELLA CLASSICO – MORAR 2006” Armonia di frutta e spezie: la confettura dolce di ciliegie e preziose foglie di thè aromatizzate. Liquirizia dolce come nota balsamica. Una mescolanza di profumi preziosi. In bocca emerge una nota speziata e austera di cacao amaro, assente al naso, che si mescola con garbo alla frutta matura. Si ampliano acidità e alcolicità tutte insieme, mentre il tannino dà la nota finale, persistente e completa. Un tocco di nobiltà che non rende il vino stucchevole e banale. Parola chiave: NOBILTA’ Quel qualcosa in più che innalza l’animo e lo incanta. Un insieme di preziosità e valore,

che non sa annoiare o limitare. Tutto trasuda bellezza, senza compiacimento o ipocrisia, e in quella nota forse austera c’è tutta la fermezza nel difendere una posizione di grazia e virtù. Di sincerità. L’orgoglio di essere sé stessi. RECCHIA “AMARONE DELLA VALPOLICELLA CLASSICO – CA’ BERTOLDI 2004” Complesso, elegantissimo. Confetture di sottobosco, sentori di torrefazione, cacao, avvolgono il boisè delicato e la spezia nel finale, come le cornici di un quadro d’autore. Lungo e profondo, molto espressivo. In bocca è pieno e avvolgente. L’acidità è ancora importante ma si accorda perfettamente con l’evoluzione di tutti gli elementi. Rotondo, il tannino si mescola senza essere aggressivo, valorizzando la persistenza del vino. La madre che sa dosare severità e dolcezza. Parola chiave: TENACIA Una donna è tutte questo! Persegue i suoi obiettivi nella vita con determinazione, con quella forza che sa trasmettere a chi le sta intorno. La donna madre, padrona della casa, custode dei valori familiari, che affronta i problemi di petto e non si piega. Una donna matura che risplende del vigore giovanile, che tuttavia porta con sé un bagaglio di esperienze infinito. E con tenacia non rinuncia a viverle. Piena di sogni ma salda nella realtà. Ieri, oggi e domani in un bicchiere di vino.

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di Meritxell Falgueras Febrer

La comunicazione del vino

L’uso della metafora nella degustazione non è un semplice ornamento, ma l’elemento cruciale per poter evocare sensazioni.

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utto ciò che può essere pensato, può essere detto con parole, o almeno questa è la teoria di Nietzsche e di Wittgenstein. Ma che succede quando non riusciamo a spiegare i nostri sentimenti con parole comuni che fanno parte del nostro dizionario? Le sensazioni a volte sono più facili da plasmare in una tela, perché i sentimenti finiscono per diventare dei coupages di vari obiettivi, passati attraverso la botte del passato e l’ossidazione della paura di ciò che sarà. Ci sono già diversi artisti in Spagna che si dedicano a tradurre le note delle degustazioni con la pittura. Una di loro è Nora López Millán, che invita i suoi alunni a dipingere con un prodotto naturale. I colori vengono estratti dalla prima pigiatura dell’uva, dai sedimenti o direttamente dalla posa delle bottiglie. O l’eccellente esposizione con cui Inma Amo, lo scorso 2 marzo, ha deliziato i partecipanti alla mostra di Vinoro (con le cantine vincitrici dei concorsi internazionali nel 2011) al Ritz di Madrid, vestendo le botti e i loro coperchi di colori con un significato che

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soltanto l’arte sa donare. Oscar Wilde lo aveva già detto: “Nessun grande artista vede le cose come sono in realtà; se lo facesse, smetterebbe di essere un artista”. I sommelier sembrano rapsodi e, invece che degustare, recitano poemi. Sarà forse che nel vino abbiamo una sorta di codice universale e artistico di comunicazione? Lo scrittore catalano Josep Pla in “El que hem menjat” (“Quello che abbiamo mangiato”) si domanda che gusto abbiano i piselli. Ed arriva alla conclusione che i piselli sanno di piselli. Il vino odora di vino. Questa tautologia significherebbe che tutti i vini hanno lo stesso odore, ma non è così. Esprimere sensazioni è difficile. Tradurre in parole comuni qualcosa di così personale come la degustazione non è affatto facile. È un passare dal soggettivo e personale al registro collettivo delle parole. Per questo gli esperti, più che definire, tendono ad evocare, a comunicare ciò che percepiscono attraverso i loro organi, a metterlo in relazione con il ricordo e ad esporre la propria opinione a chi non è così allenato ad etichetta-

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re le sensazioni. Mª Isabel Mijares, la madre dell’enologia spagnola, ha trovato in un bicchiere “una sottana di monaca novizia”. Sicuramente questo vino odorava di naftalina, di pulito, di sapone di rosa. Forse il referente è difficile (io almeno non mi sono mai messa ad annusare le gonne delle suore), ma è un’affermazione che provoca e che mette in moto l’immaginazione. Josep Roca, in una delle sue note di degustazione ne El Magazine de “La Vanguardia”, parlava dell’odore di un verdejo come “viscerale, solido, di puro sangue, impregnato della sensazione eccitante dell’aria caraibica”. La comparazione, la parafrasi, l’allusione, sono figure letterarie che ritroviamo facilmente nelle note di degustazione. Per non parlare delle personificazioni, quando si tratta del corpo di un vino o delle sue caratteristiche maschili o femminili (questo sì che darebbe luogo a molte sfumature!). Il profumiere Alexandre Smith è capace di riconoscere le diverse molecole aromatiche che formano il bouquet del vino. Ma i consumatori capiscono meglio l’aroma di un vino se lo mettiamo in relazione con la pera piuttosto che se parliamo dell’acetato esilico. Si possono descrivere gli aromi con formule chimiche, ma queste non comunicano sentimenti. Nel programma televisivo di Canal 33 “En Clau de vi” si invitava il pubblico a casa a degustare lo stesso vino provato in studio, e a partire da ciò si evocavano le immagini della frutta o le caratteristiche che esso

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suggeriva. Il vino nei mezzi di comunicazione, sia scritti che audiovisivi, deve trovare il suo vocabolario. Nella mia tesi di dottorato ho studiato come, a seconda della lingua utilizzata, le note di degustazione presentavano certe sfumature. Le differenze tra catalano, castigliano, inglese, francese e italiano sono più sintattiche che semantiche. Nel 90% dei casi si utilizza la metafora (perché anche l’assegnazione di punti lo è!); nel 100% dei testi delle note il linguaggio è letterario (un 70% di personificazioni contro un 80% di comparazioni) e solo un 30% dei termini è tecnico. L’uso della metafora nella degustazione non è un semplice ornamento, ma l’elemento cruciale per poter evocare sensazioni. Per la sua forza, direbbe Aristotele; per l’arma di seduzione nietzschiana; perché il cibo è comunicazione, come ha ben studiato l’antropologo Lévi-Strauss; per il rilievo sociale di cui si occupa Umberto Eco e, soprattutto, per l’ambiguità linguistica tanto studiata da Jakobson. E da qui le nazionalità. Gli italiani preferiscono la giustapposizione di aggettivi. Nel mondo anglosassone della degustazione c’è una tendenza a comporre frasi brevi. Gli americani sono più disciplinati e controllati in quanto a risorse letterarie. Di solito il vino viene descritto da aggettivi e verbi transitivi, evitando pompose comparazioni. I francesi utilizzano di più verbi di azione. In castigliano abbiamo adattato le caratteristiche dell’oralità al testo scritto, e per questo siamo quelli che utilizzano di più le es-

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clamazioni. Le icone (grappoli, bicchieri, stelle o medaglie) sono una qualificazione più globale, più cauta e meno compromettente. Nel Concorso Internazionale di Bruxelles in Lussemburgo, ho potuto verificare come le lingue possano capirsi con parametri di degustazione uniformi e aggettivando attraverso numeri. Il problema è imparare a riconoscere e a giudicare i vini per le loro categorie. Nell’International Taste & Quality Institute di Bruxelles i sommelier europei si dedicano a provare ogni tipo di prodotto liquido di tutto il mondo. Fino a che arriva il vino di riso, la bibita di aloe vera o il schochu e allora viene da domandarsi se il linguaggio universale del gusto possa superare tutte le barriere geografiche. Che odore ha un novantaquattro punti Parker? Di legno nuovo e fruit bombs? E un 98 Peñin? Di 50 e più euro? E così in tutto il mondo? Atsushi Hashimoto dell’Università di Mie (Giappone) ha inventato il primo robot degustatore di vini. Che noia sareb-

be se tutti avessimo la stessa maniera di spiegare la realtà quando invece ognuno la percepisce a modo suo! L’idea del programma televisivo di nuova generazione “Vins a Vins” è di entrare nelle case della gente per vedere come si esprimono riguardo al vino e come lo vivono. Una specie di reality che vuole insegnare ai consumatori a non aver paura di esprimere quello che sentono davanti ad un bicchiere. Perché quando il vino entra nella bocca di ognuno di noi, potrebbe ritrovarsi all’ingresso uno zerbino con scritto: “Benvenuto nella Repubblica Indipendente del mio gusto”. E questo lo si capisce in tutte le lingue.


Un Vinitaly vincente a cura di Gladys Torres Urday

Oltre 140.000 operatori da 120 paesi. Espositori e operatori promuovono la nuova formula di Vinitaly. Prossima edizione dal 7 al 10 Aprile 2013.

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initaly ha vinto la sua scommessa e incassa la soddisfazione degli espositori e un numero di visitatori professionali in crescita dall’estero e soprattutto dal canale horeca italiano. Questi ultimi sono giunti in grande numero già nella giornata di lunedì e molto forte è stata la partecipazione di ristoratori, titolari di enoteche e wine bar provenienti dal Sud Italia. La nuova formula su 4 giorni, dalla domenica al mercoledì, si è dimostrata vincente e la presenza tra gli stand anche degli operatori esteri si è fatta sentire «con un grande ritorno di Stati Uniti e Canada – dice Ettore Riello, presidente di Veronafiere –, oltre che da tutti i Paesi consumatori emergenti asiatici con la Cina che entra nella nostra top 10, dalla Russia, dal Nord Europa,

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dalla Francia, ma anche massicciamente dalla Germania per un totale di oltre 140.000 visitatori da 120 Paesi. La percentuale di quelli esteri è cresciuta arrivando al 35% del totale». “Un successo nato da un grande lavoro che ha visto con Opera Wine uno straordinario tributo al vino italiano decretato da Wine Spectator e per la prima volta Vinitaly dedicare con Vivit un salone ai vini naturali. Alla fine siamo riusciti a centrare l’obiettivo di aumentare sensibilmente le presenze specializzate in particolare del canale horeca sia italiane sia estere. Penso che sia in assoluto una

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delle migliori edizioni di Vinitaly” - dice Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere. “È stato il Vintaly dell’export” – afferma Lamberto Vallarino Gancia, presidente di Federvini. “Siamo tutti molto soddisfatti per l’affluenza di enoappassionati che hanno presto letteralmente d’assalto i nostri stands per informarsi sui nostri corsi da sommelier” - dichiara Mario Del Debbio, segretario Nazionale FISAR. “Il bilancio è positivo – dicono dalla Zonin – con una buona affluenza fin dalla domenica», mentre per Piero Antinori “questo Vinitaly ha avuto una presenza quantitativa, ma soprattutto qualitativa ed è questo che ci interessa”. “Il più grande Vinitaly di sempre con 2.500 giornalisti provenienti da 45 paesi” per Roberto Rabachino, presidente nazionale dei giornalisti del mondo agroalimentare. “Un cambio geniale – lo definisce Michele Chiarlo – con una straordinaria presenza di

americani, russi, asiatici, ma anche sudamericani soprattutto dal’emergente Brasile». “È una formula che funziona, – conferma Valentina Argiolas – con molti operatori dall’Asia e il ritorno dell’India, ma anche la vecchia Europa ha dimostrato una partecipazione grintosa”. “Abbiamo avuto moltissime presenze qualificate e diversificate da Cina, Hong Kong, Taiwan, Corea, India, Brasile, Stati Uniti» – dice José Rallo di Donnafugata. “Importanti contatti con importatori da tutto il mondo” – commenta Chiara Soldati della storica azienda La Scolca. “Un bellissimo Vinitaly, con tanti contatti fin dalla domenica e giorno clou il lunedì» anche per Donatella Cinelli Colombini, vincitrice quest’anno del Premio Internazionale Vinitaly. L’appuntamento è per aprile 2013 con nuove importanti iniziative a supporto della produzione enologica nazionale ed internazionale.

Il Comune di Moniga del Garda e il Consorzio Valtènesi - Garda Classico presentano

Italia in Rosa 2012 - V Edizione

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Agricoltura

Moniga del Garda - Brescia - Villa Bertanzi - Via Dante Il più prestigioso evento italiano dedicato ai vini rosati.

Più di 100 rosé di tutta Italia in libera degustazione negli splendidi giardini di Villa Bertanzi, sulla sponda bresciana del Lago di Garda venerdì 1 giugno 17.00 - 23.00 sabato 2 giugno 17.00 - 23.00 domenica 3 giugno 11.00 - 23.00 lunedì 4 giugno - 10.00 - 18.00 riservata agli operatori del settore (per accredito operatori@italiainrosa.it)

Domenica 3 giugno alle ore 10.00 si svolgerà presso la sala consiliare del Municipio di Moniga della tavola rotonda dal titolo: “Vini rosati nel mondo: un successo crescente e globale - Come passare dall’effetto moda alla fidelizzazione dei consumatori tramite le opportunità offerte dall’enoturismo” Nelle tre giornate di apertura al pubblico si terranno degustazioni guidate tematiche. per il programma e le novità http://www.italiainrosa.it Biglietto d’ingresso: 10 euro comprensivo di calice da degustazione, e degustazioni guidate (su prenotazione)

Per i soci FISAR - ONAV - AIS sconto del 50% (+cauzione per bicchiere da degustazione)


Sicilia en Primeur 2012: lo stupore di un territorio unico di Antonio Iacona

Lo stupore è durato per tutto il tempo delle degustazioni, sia per quelle dedicate ai vini già in commercio che per quelle aperte ai vini en primeur.

C’

era la Sicilia occidentale, che dal palermitano al trapanese all’agrigentino abbraccia territori storici del vino: Alcamo, Marsala, Salemi, Menfi. Poi, sempre più al centro, dalle colline di Contessa Entellina a Santa Margherita Belice a Sambuca, fino alla Contea di Sclafani, a Riesi, a Butera. Immancabile il territorio di Ragusa, con Vittoria, Chiaramonte Gulfi, Ispica, Modica. E Siracusa, con Noto, Avola, Pachino. Fino all’Etna, immenso in tutto il suo fascino e nella sua ricchezza varietale. E infine le isole minori, Pantelleria con il suo Zibibbo e le Eolie, con la Malvasia, quasi a coronamento di un elegante biglietto da visita. Anzi, di più: un manifesto del miglior intelletto enoico siciliano. Ma soprattutto c’era la Sicilia d’eccellenza, quella fatta di colori armoniosi, di profumi intensi, di sapori con carattere, alla 9^ edizione di “Sicilia en Primeur”, la manifestazione organizzata da Assovini Sicilia dal 20 al 22 aprile all’Etna Golf

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Resort di Castiglione di Sicilia, in territorio etneo, ma che in realtà con le sue visite guidate nelle aziende, gli incontri con i produttori, le soste enogastronomiche e le tavole rotonde sull’agroalimentare, ha abbracciato l’intera Isola. A confermare quanto i vini siciliani siano oggetto di studio prediletto in tutto il mondo sono stati i numeri di questa edizione 2012, con oltre 60 giornalisti accreditati da Italia, Turchia, Canada, Germania, Cina, Giappone, Svizzera, Danimarca, Austria, Russia, Svezia, Stati Uniti, Inghilterra e Olanda, ai quali sono state presentate 28 aziende con i loro 200 vini, 6 enotour in altrettante zone vitivinicole della regione e un grand tasting nella giornata di sabato 21 aprile. “Stupore” è stata la parola più ricorrente percepita in più lingue durante gli incontri e le degustazioni, stupore per questo “laboratorio vitivinicolo” nel cuore del Mediterraneo e che agli americani ricorda un po’ la California, per i colleghi di Germania e Austria è

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invidiabile dal punto di vista climatico e per gli appassionati e degustatori degli altri paesi ha tutte le carte in regola per competere con l’eccellenza mondiale (leggi innanzitutto Francia, oltre alle nostre nobili Toscana, Piemonte, Veneto). Perché è in Sicilia che sperimentazione e innovazione si incontrano con tradizioni antichissime e con vigneti che hanno superato il secolo e che se lo portano benissimo, e con una varietà stupefacente, appunto, ad appena pochi chilometri di distanza, tra un territorio e un altro. Ed è in Sicilia che ormai da decenni si è invertito il cammino e che vengono anche produttori da oltre lo Stretto, per aprire aziende e magari sperimentare matrimoni “combinati” ma gradevoli, con l’inserimento di vitigni internazionali accanto a quelli già esistenti. “Da qui – ha spiegato il presidente di Assovini Sicilia, Antonio Rallo – l’obiettivo di valorizzare questo inestimabile patrimonio, economico, storico e culturale, proprio in un momento in cui l’ottimismo sembra essere fuori moda. Ma mercato e critica enologica non fanno che elogiare i vini siciliani ed è anche su questi apprezzamenti che vuole puntare Assovini. Oltre, naturalmente, che sul lavoro nobile e quotidiano delle aziende, sui segnali importanti delle istituzioni e sui tentativi di tutelare le nostre produzioni”. Chiaro il riferimento del presidente Rallo alla appena costituita Doc Sicilia, novità della prossima stagione vendemmiale ma che rappresenta già un “sicuro baluardo a difesa dell’origine dei nostri vini”. E un passaggio è stato dedicato anche al progetto di “Valorizzazione dei vitigni autoctoni siciliani” dell’Assessorato regionale all’Agricoltura. Lo stupore è durato per tutto il tempo delle degustazioni, sia per quelle dedicate ai vini già in

commercio che per quelle aperte ai vini en primeur. A parlare di sé sono stati allora Insolia, Carricante, Catarratto, Chardonnay, Grecanico, Grillo, Sauvignon Blanc, Zibibbo, per i bianchi, con intrusi d’eccellenza: Fiano, Riesling, Viognier. A ricordare la ricchezza del territorio ci hanno pensato per i rossi anche Frappato, Nero d’Avola, Nerello Cappuccio e Nerello Mascalese, Perricone, Syrah, oltre a Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot e Pinot Nero. Ciascun vitigno messaggero di una storia unica e ripetibile solo se si vive nel profondo questo territorio. Ma soprattutto vini che hanno rivelato annate già archiviate e un primo test, invece, su ciò che berremo dalla vendemmia 2011, annata definita dagli stessi produttori “importante sotto il profilo della qualità”. Un’annata che andrà comunque a incrementare i dati già significativi delle aziende che aderiscono ad Assovini Sicilia, ben sessantasei, presenti nell’export in 60 Paesi e il cui fatturato complessivo del vino confezionato nel 2011 è stato di circa 250 milioni di euro. Secondo un’indagine interna di Assovini eseguita quest’anno, tra i propri soci il 58% del fatturato complessivo delle aziende è stato realizzato proprio all’estero, con particolare interesse verso Stati Uniti, Canada, Nord Europa, Giappone e Russia, mentre tra i Paesi emergenti ci sono Brasile, Cina, Europa dell’Est, Messico, Sud America, India, Indonesia, Corea del Sud, Hong Kong e Singapore. E se è vero che per le aziende siciliane uno dei momenti più importanti per la divulgazione delle proprie eccellenze enoiche rimangono gli incontri con i giornalisti, oltre naturalmente a fiere ed esposizioni internazionali, allora “Sicilia en Primeur 2012” si può annoverare certamente tra i loro migliori successi.

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Cile, terra di contrasti e di grandi vini

di Marco Ferrari

Fotografie e testi a cura di Yali by Viña Ventisquero, Viña Errazuriz, Wine of Chile, MOVI.

Come in tutti i paesi del Sud America, anche in Cile la vite è arrivata per mezzo dei “conquistadores” e missionari europei, attorno al XVI secolo.

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a tempi lontani fino alla seconda metà del secolo XX la vite si è arrangiata come ha potuto per sopravvivere in ambienti non sempre propizi ma, negli ultimi trent’anni, ha visto rinascere la sua importanza ed il suo valore, ritornando prepotentemente alla ribalta. Il paese che prima degli altri è riuscito a dare visibilità ai vini sudamericani nel mondo è senz’altro il Cile, i suoi vini sono aprezzati da tempo nei principali mercati internazionali, dove sono proposti come alternative economiche e di qualità affidabile ai simili, ma sempre più cari, esemplari californiani e australiani, con i quali disputano gli scaffali della grande distribuzione. Ultimamente il Cile è riuscito a sorprendere con vini di eccellente qualità e tipicità, soprattutto rossi importanti, però anche bianchi freschi e

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aromatici, ma le sorprese non finiscono qui, anzi, stanno per cominciare, vedremo nelle prossime righe che cosa sta preparando il Cile per gli enofili di tutto il mondo. Innanzitutto diamo uno sguardo alla geografia di questo paese, appiattito tra la Cordigliera delle Ande a Est e l’Oceano Pacifico a Ovest, a Nord, alla frontiera con il Perù, abbiamo il Deserto di Atacama e a Sud, in comproprietà con l’Argentina, la gelida Terra del Fuoco e l’Antartide con i ghiacciai, i pinguini e altro. Lo sviluppo della vitivinicultura moderna in Cile è frutto della consapevolezza che le caratteristiche climatiche, o meglio microclimatiche, siano la vera ricchezza da scoprire per il percorso di inesorabile qualità a cui crediamo che il Cile sia destinato.

Il Sommelier Maggio-Giugno 2012 • n. 3 Manzanar Vineyard, Aconcagua Valley


Qualche numero: il Cile è lungo 4.270 kilometri da Nord a Sud e largo appena 177 Km (in media) tra Est ed Ovest, questi dati ci portano inevitabilmente a pensare questo paese in senso longitudinale ma la geografia del Cile è più complessa di quanto non sembri a prima vista. Esaminando le barriere naturali che formano una protezione attorno ai vigneti cileni, troviamo il deserto a Nord, e il gelo a Sud dei quali abbiamo già parlato; ad Est il Cile è “protetto” dai picchi della Cordigliera, con l‘Aconcagua che svetta a 6.962 metri mentre ad Ovest la barriera è formata dall’Oceano Pacifico che, grazie alla corrente di Humboldt che sale gelida dall’Antartide, fa della balneazione lungo il litorale cileno uno sport per duri; curioso osservare che quando questa corrente incontra la costa a Nord, provoca nebbie e nuvole ma pochissime precipitazioni, contribuendo cosi a fare dell’Atacama il deserto più secco al mondo. Abbiamo quindi il quadro completo di una regione particolare dove la vigna cresce dentro un’oasi, protetta da situazioni geografiche estreme, al riparo anche dai più terribili nemici naturali, uno su tutti, la famigerata fillossera, che qui non è mai arrivata. 177 chilometri è quanto misura il Cile in larghezza, può sembrare un paradosso ma questi chilometri per il vino di qualità pesano più degli oltre 4.000 della sua longitudine; ciò che conta, caso per caso, è la prossimità dei vigneti alle brezze fresche ed umide della Costa, dove le uve bianche ed il Pinot Noir danno il meglio di sé, oppure la localizzazione nelle valli all’interno, calde e soleggiate, terra dei grandi Cabernet, dei succulenti Syrah e del vitigno esclusivo cileno, il Carmenere; arrivando fino ai versanti della Cordigliera, con vigneti collinari dalla forte insolazione ed elevata escursione termica, dove i vini assumono una caratteristica più elegante, più fresca e gastronomica, all’europea, distanziandosi dagli alcoolici e fruttati esemplari che seguono lo stile “nuovo mondo”. Sappiamo inoltre quanto la geologia sia importante

nella qualità dei vini, il fatto che il Cile sia situato proprio sopra l’unione delle placche tettoniche di Nazca e Sudamericana, fanno di questa terra un’area ricca di suoli dalle più svariate tipologie che provocano una vera e propria esplosione di diversità nello spazio di pochi chilometri, configurando terroir molto distinti fra loro, di una tipicità unica per la gioia dell’enologo che sappia interpretare saggiamente ciò che la natura offre. Tutto ciò dona al vino un potenziale di diversità come pochi altri al mondo, dice Patricio Tapia, noto critico chileno che “Se pensiamo all’influenza fredda delle Ande e a quella molto più fresca del Pacifico, un Pinot Noir andino di Maipo, semplicemente non avrà nulla a che vedere con un Pinot costero di Casablanca ... i vini cileni, in fondo, sono diversi sia che ci si muova da Nord a Sud, ma anche da destra a sinistra; questo è allucinante”. Il vigneto cileno L’ampelografia cilena è fortemente basata sui vitigni internazionali di origine francese, si tratta di un’estensione pari a quasi 120.000 ettari di superficie vitata, dei quali 75% a bacca rossa e 25% a bacca bianca, tra questi contiamo anche poco più di 15.000 ettari di uva País e meno di 10.000 ettari di vitigni bianchi comuni, mantenuti esclusivamente per la distillazione del Pisco. Tra le uve a bacca rossa la parte del leone tocca al Cabernet Sauvignon, con oltre il 50% della superficie vitata, seguito da Merlot, Carmenere, Syrah, e Pinot Noir; già nei bianchi Sauvignon Blanc e Chardonnay si contendono il primato con circa il 30% a testa, seguono Viognier e Riesling. Si producono oggi quasi 10 milioni di ettolitri, garantendo l’ottavo posto nella statistica OIV, poco più di un’altra emergente del vino di alta qualità, il Sudafrica. Il Cile si divide in vallate trasversali sorte attorno ai fiumi che scendono dalla Cordigliera; da Nord a Sud le più conosciute sono la Valle dell’Aconcagua, che parte dalle falde dell’omonima montagna e

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Aconcagua Valley produce bianchi e rossi freschi, gastronomici e simili ai vini francesi ed europei, Casablanca, vicino alla Costa, di clima fresco, ideale per bianchi e Pinot Noir, seguono le valli che appartengono alla denominazione generica Valle Central, nell’ordine Maipo, Rapel, Curicò e Maule (dove ebbe luogo il terribile terremoto nel febbraio del 2010), terre di grandi rossi potenti e fruttati, per concludere Itata e Bio Bio, localizzate a sud; nelle prossime edizioni della rivista ci dedicheremo meglio alla scoperta di ognuna di queste valli e dei tesori che nascondono. Produzione e commercio La maggior parte della produzione del Cile si concentra in grandi aziende con molti ettari di vigneti distribuiti nelle varie valli del paese, è perciò normale che un’unica azienda produca dal vino più semplice per la grande distribuzione, fatto con uve raccolte meccanicamente, fino alle grandi icone della vitivinicultura nazionale,

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abituato a spuntare oltre 90 punti nelle varie pubblicazioni internazionali. Per fare un esempio basta pensare alla Concha Y Toro che, dall’alto dei suoi 4.500 ettari di proprietà produce vini che sul mercato americano costano meno di 10 Dollari la bottiglia, fino agli oltre 120 Dollari del Carmin de Peumo, varietale di Carmenere e vino icona di questo vitigno. Questa maniera di vivere la vitivinicultura, con enfasi in una scala di produzione commerciale dettata dalle grandi compagnie, piuttosto che in un’evoluzione del lavoro del contadino o dell’artigiano del vino (come successe per esempio in Piemonte o in Borgogna, per citare esempi celebri) trova le sue origini nella riscoperta del vino cileno, avvenuta circa trent’anni fa e propiziata dagli investimenti stranieri, di origine americana (Mondavi su tutti), ma anche francese (Chateau Mouton e Chateau Lafite possiedono vigneti e partnership importanti con compagnie cilene), investimenti stimolati dal notevole

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MOVI – MOVIMIENTO DE VIÑATEROS INDIPENDIENTES (Movimento dei viticoltori indipendenti) Non solo di corporazioni vive il Cile enologico. Da pochi anni è sorto un movimento che riunisce un gruppo di piccoli vitivinicoltori, la maggior parte dei quali sono enologi con solida esperienza nell’industria del vino cileno, che hanno deciso di intraprendere iniziative personali; riuniti sotto la sigla MOVI (Movimiento de Viñateros Independientes), hanno lanciato un manifesto per la produzione del vino d’autore, prendendo le distanze da quel modello commerciale di indubbio successo, ma molto conservatore del vino cileno, quello che loro definiscono degli “abiti in grigio”. Loro bandiera è una produzione volta alla diversità, al rispetto della tipicità e alla valorizzazione del piccolo proprietario il quale dedica le sue energie alla realizzazione di un progetto di vita, che si esprime attraverso il vino prodotto. Un progetto le cui finalità sono riunite in una dichiarazione, elaborata dai dodici membri fondatori, che risale al Giugno 2009, dove sono evidenziati il rispetto per la vocazione del territorio, per l’individualità del vino e del produttore, senza concessioni alle tendenze di mercato, ma risaltando l’importanza della propria indipendenza e della ricerca dell’eccellenza nella diversità, qualità e personalità. Un progetto moderno e simpatico che conta con l’adesione entusiasta ed irriverente dei suoi soci, tutti con produzione rigorosamente limitata, poche migliaia di bottiglie l’anno, di ricercata qualità e spiccata personalità; partecipa al progetto MOVI anche un eminente rappresentante dell’enologia italiana, Francesco Marone Cinzano, titolare della Tenuta Col d’Orcia a Montalcino, che nel Valle del Maule ha dato vita ad un’azienda importante, la Viña la Reserva de Caliboro, dove produce appena due vini, il rosso ERASMO prodotto con uve Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc e l’ERASMO LATE HARVEST, de uva Torrontel, che ripropone lo stile del Vin Santo in chiave andina e secondo l’interpretazione dell’enologo Maurizio Castelli, lo stesso della Col d’Orcia.

potenziale di qualità del terroir cileno e dalla necessità commerciale di affrontare il mercato proponendo vini a costi più contenuti rispetto a

quelli californiani o francesi. Il lato positivo di tutto ciò è che attualmente il Cile è riconosciuto nel mondo come un produttore affidabile, con una buona relazione qualità – prezzo in tutte le fasce di mercato e autore di alcuni “Top Wine”, di livello internazionale, riconosciuti dalla critica, la cui performance contribuisce alla fama e quindi al disimpegno commerciale della marca “Cile”. Evidente la vocazione per l’export che oggi risponde per oltre il 65% delle vendite cilene, con forte presenza nel mercato anglosassone, dove il principale aquirente, la Gran Bretagna, consuma il 20% del volume di vino esportato, percentuale che però scende al 15% quando si guarda al valore (poco più di 22 dollari il cartone da 12 bottiglie), a pari merito con gli Stati Uniti, i quali preferiscono vino di valore un poco più alto, circa 30 Dollari il cartone da 12.

Mount Aconcagua

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Al Royal Wine Festival di Aosta grandi vini protagonisti

di Giuseppe Santo e Fiorenza Cambiaghi

Dal 13 al 15 di aprile scorsi si è svolta nella cornice dello splendido Grand Hotel Royal e Golf di Courmayeur la manifestazione Royal Wine Festival con una eccellente degustazione di grandi vini d’Oltralpe. Protagonisti la Borgogna e la regione di Bordeaux.

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mportante manifestazione a Courmayeur con in degustazioni alcuni dei più grandi vini della Borgogna e di Bordeaux. Abbiamo preparato per voi alcune schede tecniche sui vini degustati. La manifestazione vedeva la Delegazione Fisar Aosta protagonista. Vini della Borgogna La Borgogna e i suoi vini sono leggendari, tutti gli intenditori sostengono che non vi sono vini rossi con complessità, pienezza e stile che possano competere con i grandi Pinot Noir della Côte de Nuits,

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I grandi Chardonnay dello Chablis e della Côte de Beaune. La parte più settentrionale della Borgogna è il distretto di Yonne dove troviamo le zone di Chablis e Auxerre, la prima è diventata sinonimo di Chardonnay nella seconda troviamo bianchi e rossi leggeri fra i quali hanno preso una certa fama i rossi di Irancy. Alla stessa latitudine ma più a est troviamo la piccola area vinicola denominata Châtillonnais, la quale produce vini con la sola Appellation Bourgogne. A sud di Digione inizia la Côte d’Or che rappre-

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senta il cuore della Borgogna, quasi tutti i Grands Crus e i Premiers Crus si trovano in questa area vinicola. La parte settentrionale “Côte de Nuits” produce rossi a base di Pinot Noir di grande struttura e finezza e nessun bianco. La Côte de Beaune più a sud produce rossi di buona struttura ma è importante per i suoi grandi bianchi a base di Chardonnay. Più a sud troviamo la Côte Chalonnaise nella quale vengono prodotti sia bianchi sia rossi di notevole qualità anche se non sono presenti Grands Crus. Più a sud comincia il Mâconnais dove vengono prodotti bianchi rustici a base Chardonnay, tranne nel villaggio di Poully-Fuissé che produce vini di notevole finezza, per quanto riguarda i rossi vengono prodotti miscelando Pinot Noir e Gamay. Più a sud troviamo la regione del Beaujolais. Vini degustati della Borgogna: Corton Charlemagne Millesimo 2007, gradazione alcolica 13,5, vitigno Chardonnay, Côte de Beaune, Grands Crus Aloxe-Corton. All’esame visivo si presenta di un colore giallo paglierino scarico, limpido e trasparente. Al naso sprigiona un bouquet molto complesso ed intenso con sentori di agrumi, vaniglia, note di pasticceria, burro. L’attacco in bocca è fresco ed equilibrato, di buona sapidità e con una nota di vaniglia nel finale. È lungo e di buona struttura. Bâtard-Montrachet Millesimo 2005, gradazione alcolica 14, vitigno Chardonnay, Côte de Beaune, Grands Crus Puligny-Montrachet e Chassagne-Montrachet. Il millesimo 2005 è stato grande sia per i rossi sia per i bianchi. All’esame visivo si presenta di un colore giallo paglierino intenso con riflessi dorati, limpido e trasparente. Al naso il bouquet è complesso con sentori di frutta esotica, pompelmo e sentori di vaniglia. L’attacco in bocca è decisamente fresco, citrino con un finale amarognolo,

si avverte il legno che comunque non disturba. È lungo e di buona struttura. Clos de Vougeot Millesimo 2007, gradazione alcolica 13, vitigno Pinot Noir, Côte de Nuits, Grands Crus Vougeot. All’esame visivo si presenta di colore granato, on riflessi rubino all’unghia, limpido. Al primo naso prevale la frutta rossa, piccoli frutti, dopo una leggera rotazione del bicchiere si esaltano gli aromi terziari vaniglia tabacco, cioccolato, caffè. Bouchet molto complesso. L’attacco in bocca è fresco, i tannini sono morbidi, rotondo, è molto lungo. Lo stato evolutivo è nella fase crescente, necessita ancora di qualche anno per esprimere al meglio tutte le sue potenzialità. Clos de Lambrays Millesimo 2008, gradazione alcolica 13,5, vitigno Pinot Noir, Côte de Nuits, Grands Crus Morey. All’esame visivo si presenta di colore granato, limpido. Al primo naso predominano i frutti rossi e note balsamiche, dopo una leggera roteazione del bicchiere si avvertono note speziate, vaniglia, tabacco. L’attacco in bocca è fresco, i tannini sono ben agglomerati, è lunghissimo. Grands-Echèzeaux Millesimo 2007, gradazione alcolica 14, vitigno Pinot Noir, Côte de Nuits, Grands Crus Flagey. All’esame visivo si presenta di colore granato, limpido. Al primo naso predominano le note balsamiche aroma molto complesso, frutti rossi, spezie, tabacco. L’attacco in bocca è fresco, tannini morbidi, note di vaniglia e tabacco, è caldo. Ha un finale lunghissimo. Dopo qualche minuto rimettiamo il bicchiere al naso, il bouquet è completamente evoluto su note di frutta matura, essiccata, l’albicocca è netta, col trascorrere dei minuti, al naso prevalgono i sentori di uva matura, quasi uva passa. Grandissimo vino da meditazione. Richebourg Millesimo 2008, gradazione alcolica 14, vitigno Pinot Noir, Côte de Nuits, Grands Crus Vosne.

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Colore granato, limpido, all’unghia si evidenziano riflessi rubino. Al naso è fruttato, piccoli frutti, lampone, ribes, mora, spezie, vaniglia e tabacco. In bocca è caldo, di buona acidità e tannini ben maturi. Ha un buona persistenza. Clos de Tart Millesimo 2007, gradazione alcolica 14, vitigno Pinot Noir, Côte de Nuits, Grands Crus Morey. Colore rubino carico con riflessi violacei. Al naso è complesso e si percepiscono aromi di erbe aromatiche, di macchia mediterranea, frutti di sottobosco, vaniglia. L’ attacco in bocca è molto fresco, grande acidità che bilancia l’elevata alcolicità, i tannini sono evidenti ma non aggressivi, nel finale lunghissimo si avvertono note di caffè. Grande vino. Nel millesimo precedente è stato considerato il migliore vino di Francia. Vini di Bordeaux Bordeaux è il simbolo del grande vino, modello per tutto il mondo enologico. I Grands Crus, che assicurano la fama della regione nel mondo, rappresentano il 5% del totale. Vitigni del bordolese Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Petit Verdot (rossi), Sémillon, Sauvignon Blanc (bianchi). La regione è attraversata da tre fiumi ed

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è divisa in tre zone. La prima si trova sulla riva sinistra della Garonna e della Gironda, questa striscia di terra è caratterizzata da terreni sabbiosi e sassosi (graves). A nord della città di Bordeaux troviamo il Médoc e a sud della città troviamo le Graves che comprendono anche la zona del Sauternes. Fra la Dordogna e la Garonna si estende l’area denominata Entre-Deux-Mers. Infine sulla riva destra della Dordogna troviamo zone del tutto indipendenti di qualità molto diversa, fra queste troviamo Pomerol, Fronsac, Saint- Émilion. Una tappa fondamentale fu la classificazione dei vari Crus del Médoc eseguita nel 1855 per l’Esposizione Universale di Parigi di quell’anno. In questa classificazione di distinguono cinque livelli a partire dal Premier a cinquième Grand Cru classé. Dopo la guerra nel distretto di SaintÉmilion fu fatta una distinzione tra Saint- Émilion e Saint- Émilion Grand Cru quest’ultima suddivisa in altre sottoclassi. Vini degustati di Bordeaux: Château Cheval Blanc Millesimo 2002, gradi alcolici 13, Bordeaux, SaintÉmilion Premier Grand Cru classé gruppo A. Assemblaggio tra Cabernet Sauvignon e Merlot (60%-40%). All’esame visivo appare di un colore rosso rubino intenso, limpido. Al naso presenta un bouquet complesso di frutti rossi, prugna, vaniglia e note di caffè. L’attacco in bocca è caratterizzato da buona freschezza, tannini evidenti ma non aggressivi, equilibrato e di buon corpo, finale lunghissimo. Château Léoville Las Cases Millesimo 2005, gradi alcolici 13, Bordeaux, Médoc, Saint- julien Deuxième Cru classé. All’esame visivo appare di colore rosso rubino

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intenso, limpido. All’olfatto presenta un bouquet complesso di frutta rossa, vaniglia e note di tostatura. In bocca l’attacco è fresco, tannini morbidi, si avverte una nota vegetale appena percepibile, finale molto lungo. Château Margaux Millesimo 2006, gradi alcolici 13, Bordeaux, Médoc, Margaux Premier Cru classé. All’esame visivo è di colore rosso rubino intenso, limpido. All’olfatto presenta un bouquet complesso dove si percepiscono i frutti rossi, anche frutti bianchi tipo pera sciroppata, evidente la vaniglia. Attacco in bocca caldo, tannini ben maturi finale lunghissimo. Grande piacevolezza. Château Latour Millesimo 2007, gradi alcolici 13, Bordeaux, Médoc, Puillac Premier Cru classé. All’esame visivo appare di un bel colore rosso rubino intenso, limpido. All’esame olfattivo prevalgono i frutti rossi, erbe aromatiche, spezie, vaniglia e una nota vegetale non molto intensa. L’attacco in bocca è fresco, tannini morbidi, finale lungo. Château Lafite Rothschild Millesimo 2007, gradi alcolici 12,5, Bordeaux, Médoc, Puillac Premier Cru classé. All’esame visivo appare di un bel colore rosso

rubino intenso con riflessi violacei. All’olfatto si percepiscono aromi di frutti rossi, vaniglia ed un nota vegetale. In bocca la nota vegetale è meno evidente, i tannini sono morbidi, ha una buona acidità con un finale molto lungo. Ha bisogno di alcuni anni per esprimere a pieno tutte le sue potenzialità. Château Pétrus Millesimo 2006, gradi alcolici 13,5, Bordeaux, Pomerol, Libourne-Pomerol, Grand Vin. All’esame visivo presenta un bel rosso rubino carico, limpido. All’olfatto si percepiscono frutti di sottobosco, lamponi, fragole, more, note di vaniglia, cacao. In bocca ha un attacco fresco, la frutta prevale i tannini sono morbidi, il finale è lunghissimo. Château d’Yquem Millesimo 1994, gradi alcolici 14, Bordeaux, Souternes, Souternes Premier Cru Supérieur Classé. All’esame visivo si presenta di colore giallo oro, limpido. Al naso aroma molto complesso, note di albicocca, nocciola, noci, zafferano. Attacco in bocca dolce, molto fresco, l’acidità bilancia perfettamente l’alcol, la nota di zafferano ritorna prepotentemente. Finale lunghissimo. Grandissimo vino.

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Tokaj, e non solo di Enza Bettelli

In Ungheria la realtà vinicola risale ai tempi dell’Impero Romano, se non addirittura all’epoca dei Celti, e oltre al famosissimo Tokaj Aszú dolce molti altri vini tradizionali sono conosciuti e apprezzati nel mondo.

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n Ungheria il territorio è dedicato in gran parte all’agricoltura con grandi estensioni di vigneti, spesso percorse da bellissime strade del vino che attraversano paesi e villaggi dove le cantine sono a volte più numerose delle case e con curati musei che documentano questa antica tradizione. Le varietà coltivate, autoctone o internazionali, sono in prevalenza di uve bianche. Non mancano però i vini rossi di qualità, concentrati soprattutto nelle regioni di Szekszárd, fra le più importanti del paese, e di Villány-Siklós. Nella Bükkalja, situata nel Massiccio Settentrionale, si produce soprattutto l’Olaszrizling (Riesling Italico) mentre Eger è famosa per l’Egri Bikavér (Sangue

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di Toro) prodotto con uve Kékfrankos con a volte piccole percentuali di Kadarka. Il terreno sabbioso della Grande Pianura, percorsa dal Danubio ed estesa fino alla Romania, è favorevole a Riesling e Kadarka rosso. La Piccola Pianura gode invece della benefica influenza del lago Ferto e vi si produce un vino rosso leggero e fruttato, il Sopron, mentre gli antichi vini bianchi ossidati e lungamente invecchiati sono tipici della piccola regione di Somló. Tra tutte il Transdanubio è però l’area più ampia e importante, sia per estensione sia per tipologia di vini, e comprende lago Balaton, Danubio, Drava e la rinomata regione di TokajHegyalja, con circa 7 mila ettari di vigneti classificati che vantano il primato di unico territorio vitato riconosciuto come patrimonio UNESCO. Tuttavia, questa regione è famosa soprattutto per la pur limitata produzione di Tokaj Aszú la cui lavorazione è stata regolamentata già nella prima metà del 1700. È infatti il più antico vino botrytis del mondo e deve le sue caratteristiche al terreno argilloso su sottosuolo vulcanico bagnato dai fiumi Tibisco e Bodrog e al microclima dei

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pendii rivolti a sud. Nato per caso per una vendemmia rimandata a causa di una battaglia contro i Turchi invasori, questo vino dalla lavorazione piuttosto complessa ha come base Furmint, Hárslevelü, Moscato Lunel e, in tempi recenti, anche Orémus, tutte uve che reagiscono positivamente e in modo diverso alla Botrytis Cinerea dando così un equilibrio perfetto al vino. Si parte raccogliendo a mano dopo il gelo e le nevicate gli acini attaccati dalla muffa nobile che vengono poi pigiati con delicatezza per ottenere una specie di pasta (Aszú). Dai grappoli rimasti indenni dalla muffa si ottiene invece la base di vino. A questo punto l’Aszú viene misurato in contenitori chiamati Puttonyos della capacità di circa 20 litri e mescolato al vino base fino a un massimo di 6 parti di pasta e uno di vino, proporzioni che determinano il gusto finale del Tokaj Aszú e che vengono riportate in etichetta. Seguono la fermentazione in grotte scavate in roccia e tufo con un tasso di umidità compreso tra 85 e 90% e la maturazione di almeno 2 anni in botte e uno in bottiglia. Ma va ricordato che in questa regione si pro-

ducono altri vini passiti con le uve Furmint e Hárslevelü. E ancora con l’uva Furmint si ottiene un vino secco e grande acidità, mentre l’Hárslevelü dà vini secchi aromatici e poco aciduli. Sempre con le stesse uve, ma con grappoli poco attaccati dalla muffa nobile, è inoltre prodotto il famoso vino passito Szamorodni che ricorda lo Sherry spagnolo.

Il gusto speziato di una cucina sostanziosa L’ingrediente più diffuso della cucina ungherese è la carne, soprattutto quella di maiale e di selvaggina, valorizzata dalle spezie aggiunte e miscelate con l’abilità appresa durante il dominio dei Turchi assieme al gusto per l’agrodolce. La più famosa di queste preparazioni è il Gulasch, sia sotto forma di minestra come di piatto unico, che viene aromatizzato come la maggior parte delle vivande ungheresi con la paprica ricavata dai rossi peperoncini che letteralmente coprono i banchi dei mercati e i muri delle case dei villaggi. Un’altra specialità è il fegato d’oca che, con il lucioperca e gli altri pesci di acqua dolce, rappresenta il lato più raffinato della gastronomia tradizionale. Il tutto è spesso insaporito o servito con panna acida, pomodoro, cipolla e cavoli, traendo a volte ispirazione anche dalla cucina di Austria, Germania e Francia, eredità del periodo della monarchia austro-ungarica. Interessante la produzione di salumi e di dolci, tra i quali la monumentale torta Dobos e le crespelle (Palacsinta), così come gli alcolici. Infatti, non c’è solo il vino per accompagnare le varie portate, e gli immancabili Brezeln, ma anche un’eccellente birra, vari tipi di acquavite di frutta, in particolare di albicocche e di prugne, e un brandy decisamente alcolico (Palinká).

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di Antonio Iacona

Le Contrade dell’Etna 2012

Appena una manciata di metri di distanza tra un vigneto e l’altro e la scoperta unica e sorprendente nel suo genere: qui i vini, bianchi rossi e rosati, hanno un ottimo rapporto di buon vicinato ma tutti presentano caratteristiche differenti, sapori sempre nuovi, colori affascinanti e una capacità naturale di raccontare dove sono nati.

È

un’isola nell’isola questo vulcano Etna, che ormai avrebbe tutto il diritto di esprimersi in un vero e proprio terroir, non soltanto in termini giornalistici e di marketing ma perché rappresenta un caso tra i pochi al mondo in cui tra un’azienda vitivinicola e quella confinante i prodotti possono essere davvero differenti, tutti eccellenti eppure non scontati, per sentori, aromi, colori. A rendersene conto sono innanzitutto loro, i produttori agricoli che ormai da cinque anni si danno appuntamento nel cuore pulsante dell’Etna, tra Solicchiata e Passopisciaro, nei territori di Randazzo, Linguaglossa e Castiglione, dove i saluti del vulcano arrivano con sbuffi di cenere e

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colate laviche. L’occasione è la manifestazione “Le Contrade dell’Etna”, arrivata sempre con puntualità con il ritorno della primavera, con il Vinitaly a distanza di appena una settimana e soprattutto con le anteprime delle vendemmie 2011, di quei vini che, pur avendo la possibilità di assaggiarli, stanno ancora riposando nelle botti e che hanno già voglia di esprimersi. “È un evento nato quasi per gioco, per dare la possibilità ad alcuni giornalisti di scoprire in un solo giorno le vere potenzialità dei vini del vulcano – spiega con soddisfazione Andrea Franchetti, ideatore della manifestazione e tra i produttori più coraggiosi dell’Etna, con vigneti intorno ai mille

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metri sul versante nord –. Così, dalla prima edizione con una decina di aziende, siamo arrivati quest’anno all’adesione di 55 produttori siciliani, tra antichi e moderni. È un appuntamento dal duplice valore commerciale e culturale, per raccontare il territorio”. Già, il territorio, che fa tradurre così in veri e propri cru le contrade, cioè le antiche proprietà feudali, ancora oggi ben mappate, sorte a diversi metri di altezza sulle colate laviche dei secoli andati. Porcaria, Chiappemacine, Sciaranuova, Rampante, ma anche Santo Spirito, Moganazzi, Favazza, Feudo di Mezzo, Malpasso, Guardiola: sono alcuni dei nomi storici, che spesso battezzano gli stessi vini prodotti, raccontando di minerali, granulometria e altitudini differenti. A farla da padrone, qui, è il Nerello Mascalese, assieme al Nerello Cappuccio e poi al Carricante, anche se tra le anteprime sono stati proposti i “tagli” con Pinot Nero, Merlot, Syrah, Chardonnay, oltre ai più rari Petit Verdot e Cesanese d’Affile. “Nonostante le esportazioni in Danimarca, Olanda, Austria, Germania, trovo che questa esperienza tra di noi, produttori etnei, sia assolutamente unica e importante per confrontarci” è convinta Giuseppa Rita Aìtala, tra le imprenditrici che si sono volute scommettere sul vulcano. “È il secondo anno che aderiamo all’evento ed è un ottimo banco di prova per i nostri spumanti” ha spiegato Vito Giovinco, enologo dell’imprenditrice Concetta Messina La Selva, che ha proposto spumanti a base di Nerello Mascalese e i bianchi dal Carricante. Più avanti,

a sfatare il mito dei bianchi che non possono invecchiare, ma anzi che più passa il tempo e più diventano interessanti, c’era Marco Nicolosi, la cui famiglia rappresenta la più antica azienda vitivinicola dell’Etna, targata 1727: “Siamo lieti – ha detto – di presentare a pochi chilometri dalla nostra azienda l’anteprima del nostro Etna Bianco Superiore 2011, giovanissimo eppure già godibilissimo e con grandi potenzialità di invecchiamento”. Anche per lui la vendemmia appena trascorsa ha dato un ottimo rosato, con un carattere fruttato non indifferente, figlio del Nerello Mascalese. Tra gli ospiti di riguardo dell’evento, il già due volte presidente nazionale Fisar Vittorio Cardaci Ama e Antonella Carbone, della Delegazione Fisar di Catania, che con sempre maggiore professionalità e puntualità ribadiscono negli incontri della Federazione sommelier l’importanza della valorizzazione delle produzioni enoiche dell’Etna. “L’adesione alla manifestazione aumenta di anno in anno, ma non è soltanto un dato numerico: aumentano, infatti, l’interesse e la voglia di scoprire le vere ricchezze dei vini del vulcano” ha commentato Cardaci Ama. A fine giornata e a poche ore dall’ingresso ufficiale della primavera anche sull’Etna, sono state registrate oltre tremila presenze di visitatori, che hanno dato vita a un’altra certezza: ad attendere sui banchi di degustazione e sulle nostre tavole le nuove produzioni etnee 2011 ci sarà comunque un folto pubblico, magari la maggior parte già preparato sulle eccellenze e sull’alta qualità che li aspetta.

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le notizie di enogastronomia e turismo

GOLFANDWINE 1895, IL VINO SI ABBINA ALLA MODA

Non è una novità che il mondo della moda si accompagni a quello del vino. Questa volta ci ha pensato Antonio Faravelli, vulcanico imprenditore già conosciuto e apprezzato nel mondo dello sport e dello spettacolo, che ora ha deciso di accompagnarsi al fashion promuovendo il New Fashion Show Room Project. L’incontro tra l’eleganza della collezione della giovane stilista Laura Mancini, la nuova griffe made in Italy, e il gusto del vino nato da un tipico vitigno lombardo contraddistinto dall’etichetta “GolfandWine 1895” che da sola vale un riconoscimento, è stato esaltante. Per gli ospiti presenti il 28 febbraio sera nel flagship store di via Marsala, 4 è stata un emozione assaporare un buon bicchiere di pinot nero spumante, una delle migliori produzioni dell’Az. Agr. Faravelli Antonio, accompagnato dai piatti cucinati al momento dallo chef monzù Erny Lombardo, e nel contempo ammirare i diversi colori, tessuti e forme degli abiti, in particolare il “Petite Robe”, esposti. Il vino è ottenuto da un’accurata selezione di sole uve provenienti dai vigneti coltivati nel rispetto di pratiche colturali a basso impatto ambientale. Faravelli ha saputo ottimizzare la territorialità rendendo il livello produttivo talmente elevato che la richiesta dei suoi Pinot, Barbera, Bonarda e Riesling si è diffusa a macchia d’olio nei più prestigiosi Golf Club nazionali e internazionali. LOGLIO DI SOPRA www.golfandwine.it

LUNA E STELLE PER APERITIVO

Duca di Salaparuta racconta ancora una volta le mille sfaccettature della sua terra d’origine, la Sicilia, attraverso due vini moderni nella personalità e nello stile, Star e Moon, che incarnano la tendenza che porta la cultura del buon bere e del cibo di alta qualità anche nel mondo dell’aperitivo e della notte. In molte città il nuovo must è l’aperitivo terroir-chic, vini di pregio che si accompagnano a prodotti “doc” italiani per un momento di piacere autentico, da regalarsi a fine giornata, e Star e Moon, con la loro anima trendy e contemporanea, sono i nuovi protagonisti delle notti metropolitane più glamour. Duca Star è un

a cura della redazione di

bianco che nasce sulle assolate colline di Sicilia, perfetto blend tra uve Insolia che gli conferiscono fragranza e Chardonnay che gli donano freschezza e profumi fruttati. Un vino eclettico, vivace, ideale per accompagnare i pasti più leggeri ma soprattutto perfetto per un happy hour in compagnia. Anche Duca Moon è un vino dalla personalità accattivante, un rosso nato dal blend di due vitigni dal carattere immediatamente riconoscibile come il Nero d’Avola e il Merlot. Un vino elegante, avvolgente e vellutato, dai profumi freschi e persistenti, perfetto per chi ama sperimentare e condividere con gli amici nuove esperienze del gusto. Due prodotti dallo stile seducente, un’etichetta dal design innovativo creata per illuminare la notte grazie allo speciale pigmento che esalta la luminescenza della stella e della luna raffigurate. Due vini dal cuore siciliano e l’anima metropolitana che offrono un nuovo modo di godere la notte. www.duca.it, www.vinicorvo.it, www.cantineflorio.it

WILDBACHER CONTE COLLALTO, UNA RARITÀ DELL’ECCELLENZA TREVIGIANA Conte Collalto è una delle due sole cantine al mondo a produrre il Wildbacher Colli Trevigiani I.G.T., un vino rosso molto raro, frutto di un prezioso vitigno di origine austriaca, largamente diffuso in Stiria. Fu proprio l’azienda Collalto, oggi guidata dalla Principessa Isabella Collalto de Croÿ, a piantarlo per prima sulla collina di Susegana all’inizio del 19° secolo. Dal carattere austero da giovane, suadente con l’invecchiamento in bottiglia, il Wildbacher è riconoscibile per il suo retrogusto di mandorla amara che si sposa perfettamente con le carni di maiale e con la cacciagione, nonché con i formaggi stagionati e i piatti della tradizione del territorio trevigiano come i “radici e fasioi”. AZ. AGR. CONTE COLLALTO www.cantine-collalto.it


le notizie di enogastronomia e turismo

CENAIA VERMENTINO VENDEMMIA TARDIVA Il Cenaja Vermentino, della Tenuta Torre a Cenaia, è il vino più blasonato di questa azienda che, pur trovandosi nel cuore della Toscana, rivela in un vino bianco la sua maggior espressione. La Tenuta, antica proprietà della famiglia Pitti, si sviluppa su 500 ettari impreziositi da boschi secolari, laghi e vigneti. L’estrema vicinanza al mar Tirreno e la fortuna di ricevere una favorevole brezza marina ad aerare i vigneti di Vermentino, ha contribuito a dar vita ad un habitat ottimale per lo sviluppo di questo vitigno. Vitigno che mostra un particolare apprezzamento per questo terroir tendente al limoso e per le buone escursioni termiche, le quali conferiscono al Cenaja Vermentino profumi molto intensi con marcate note floreali e fruttate. Questo vino è il “fiore bianco” all’occhiello dell’enologa Graziana Grassini, la donna del vino più famosa nel panorama nazionale, la quale da anni segue con passione e continuità gli oltre 30 ettari di vigneto. TENUTA AGRICOLA TORRE A CENAIA S.r.l.

6 TAVOLE D’AUTORE PER I 30 ANNI DI BORGO DEL TIGLIO

La fiaba di mamma vite è quella illustrata dalla leggerezza del pennello di Federica Pagnucco, che ha tramutato le parole in forme e colori. L’occasione sono i 30 dalla nascita di Borgo del Tiglio di Brazzano (Go), la finalità è fare un piccolo regalo a chi, bevendone il vino, ha sostenuto l’idea di qualità portata avanti con caparbietà da Nicola Manferrari (tra i più talentuosi vignaioli italiani) fin dal 1982, “iniziava per me – racconta una guerra, la mia guerra dei trent’anni non ancora terminata alla conquista della “mia” qualità.” Numerate e autografate, le tavole possono essere collezionate essendo inserite nelle confezioni delle sei selezioni di vini che Borgo del Tiglio produce dai tre poderi sulle colline del Collio: Ronco della Chiesa, Studio di Bianco, Chardonnay Selezione, Sauvignon Selezione, Malvasia Selezione e Rosso della Centa.

www.torreacenaia.it

CON AMORIM, TUTTI RICICLANO I TAPPI

Continua a riscuotere successi il progetto “Etico” di raccolta e riciclo dei tappi in sughero, lanciato da Amorim Cork Italia e a cui hanno aderito anche i sommelier F.I.S.A.R. Superate le 5 tonnellate di tappi raccolti e già consegnati all’azienda Eco Profili, incaricata del riciclo del materiale. Tra i nuovi partner che hanno accolto con entusiasmo l’impegno per il recupero di questa preziosa materia prima anche Amia, l’ente che gestisce i servizi di igiene urbana nel territorio di Verona e dintorni, Savno, ente di gestione rifiuti del Veneto Nord Orientale, i Vignaioli Piemontesi, AGIVI (l’associazione che riunisce i giovani imprenditori vinicoli italiani) e le onlus Fondazione Oltre il Labirinto, A braccia aperte, la Cooperativa Estia del Carcere di Bollate (MI), Le.Viss. (Leucemia Vissuta) e Libera!. AMORIM CORK ITALIA S.P.A. http://amorimcorkitalia.com

Az. Agr. Borgo del Tiglio

a cura della redazione di

www.borgodeltiglio.it


le notizie di enogastronomia e turismo

COLLI BERICI - IL METODO CLASSICO DI RIONDO

Nata nel 1999, Cantine Riondo S.p.a. oggi fa parte del COLLIS Veneto Wine Group, consorzio nato dall’unione delle cooperative Cantina di Colognola ai Colli e Cantina dei Colli Berici che, con i suoi quasi 7.000 ettari di vigneto, rappresenta oltre il 15% della produzione vinicola veneta ed il 2% dell’intera produzione italiana. Oggi Riondo produce circa 7 milioni di bottiglie all’anno. Per Riondo i vini e gli spumanti sono una passione vera, dove la pazienza, l’esperienza e la dedizione si fondono in un unico risultato: regalare momenti di autentico piacere. Nella selezionata gamma occupa una posizione di rilievo il Metodo Classico Colli Berici DOC, da uve Chardonnay 70%, Pinot Nero 30%. Prodotto in quantità limitate, è una formula esclusiva di affinamento in bottiglia realizzata da Cantine Riondo. È il connubio perfetto tra tradizione, personalità ed innovazione: pressatura soffice, breve decantazione del mosto e successiva fermentazione, parte in barriques e parte in tank d’acciaio, e conservazione sui propri lieviti, dopo il primo travaso, per almeno 4 mesi. Dopo la presa di spuma, viene conservato a contatto con i lieviti per almeno 18 mesi. L’affinamento è di almeno 60 giorni in bottiglia. Di un bel giallo oro, dal perlage fine e persistente, al naso è intenso, con note varietali insieme a sentori di mela Golden e vaniglia. Morbido ma ben sostenuto in bocca, con fondo di miele e di frutta matura è ideale come aperitivo e in accompagnamento a raffinati piatti a base di pesci e crostacei. CANTINE RIONDO S.p.A. www.cantineriondo.com

MORGA, IL NUOVO CRU DI ROI L’annata olearia 2011-2012 si chiude con una grande notizia per il Frantoio Roi di Badalucco (IM): un nuovo Cru si aggiunge alla straordinaria e pluripremiata produzione, dopo Gaaci e Riva Gianca, ecco Morga, da olive 100% Taggiasca. Il Cru Morga Roi “si apre al naso con percezioni di leggera intensità  di mandorla e erbe di montagna unite a ricordi di buccia di mela verde, ottima progressione gustativa, scorrevole ed equilibrato. Al palato il tono è dolce, arricchito da note di frutta secca e accompagnato dall’azione leggera dell’amaro e del tenue piccante, presente anche in chiusura”. Ma la storia di questo uliveto è ancora più interessante delle sensazioni che il suo frutto offre al palato: “Cinque anni fa, quando lo

a cura della redazione di

abbiamo comprato, era un uliveto abbandonato - ricorda Franco Boeri Roi - lo abbiamo completamente recuperato con molto lavoro e tantissima pazienza. È situato in una posizione straordinaria, molto adatta alla coltivazione dell’ulivo, a Montalto Ligure, a 250 mt sul livello del mare con esposizione sud-ovest in una conca che ha alle spalle una piccola montagna che ripara dai venti da Nord. Quest’anno l’uliveto torna ad essere produttivo, abbiamo raccolto oltre 6000 kg di olive e prodotto 1541 litri di Cru Morga”. OLIO ROI

www.olioroi.com

DUE NOVITÀ SANTA MARGHERITA

Santa Margherita sta vivendo un periodo particolarmente dinamico in virtù della propria capacità di rinnovarsi, nel rispetto della tradizione. Capacità che si è espressa a Vinitaly 2012 con due nuovi vini, che interpretano al meglio la sua sapienza enologica, e due vitigni unici per modalità espressive e potenzialità organolettiche. Partendo dal medesimo obiettivo, ossia l’esaltazione del binomio vitigno-territorio, le due nuove proposte enoiche di Santa Margherita non potrebbero essere così diverse per profilo sensoriale né più simili per personalità e carattere. Da una parte, infatti, il Gewürztraminer Trentino, vino ottenuto da uve aromatiche coltivate nelle fresche colline ai piedi delle Dolomiti, dal profilo organolettico caratterizzato da profumi di fiori, di frutta fresca e spezie, leggiadro nel corpo e dalla persistente trama odorosa, dall’altra il Malbech, vitigno a bacca rossa, di origine francese, che Santa Margherita ha saputo esaltare nei terreni di origine lagunare del Veneto Orientale, vibrante nei sentori di frutta rossa selvatica ed erbe aromatiche, tanto croccante in bocca nell’espressione tannica quanto energico nella dinamica gustativa. Due profili tanto diversi nella manifestazione sensoriale, quanto simili nella personalità tutta tesa, in entrambi, ad esprimere con eleganza e ricchezza il carattere peculiare delle varietà e delle aree di coltivazione e, di conseguenza, la filosofia dei vini Santa Margherita, dove aspetti di finezza e bevibilità, rispetto di vitigno e territorio di provenienza, duttilità di abbinamento e attenzione alle preferenze del consumatore sono il costante riferimento. Ancora una volta Santa Margherita esprime la convinzione che vitigno e terroir di produzione siano indissolubilmente legati. E che ci dev’essere sempre una perfetta rispondenza fra prodotto, tipicità varietale e territorio di provenienza. È la prima garanzia data al consumatore. www.santamargherita.com


le notizie di enogastronomia e turismo

VINITALY 2012: LA VALTELLINA HA VINTO LA SUA SCOMMESSA

Chiude all’insegna delle emozioni e dei successi il Vinitaly 2012 del Consorzio Tutela Vini Valtellina, che ha fatto registrare un’ottima affluenza di visitatori, degustatori, giornalisti, vip e buyer nazionali e internazionali, confermandosi un importante punto di riferimento per tutti gli appassionati di vino e per gli addetti ai lavori. Su un totale di 140 mila presenze indicato da Verona Fiere, si stima che lo stand Valtellina ha accolto 25 mila visitatori. “La ricetta vincente di abbinare al vino la gastronomia, il turismo, la cultura e la storia ha dato i suoi frutti con grande soddisfazione delle 18 cantine presenti a Verona” conferma il presidente del Consorzio Mamete Prevostini. Decisivo l’abbinamento dei prestigiosi rossi valtellinesi con i piatti del territorio in veste finger food curati da uno staff di chef coordinati da Stefano Masanti presidente del gruppo Ristoratori della provincia di Sondrio. Cons. Tutela Vini Valtellina www.consorziovinivaltellina.com

AL VINITALY LA NUOVA ANNATA DEL CENT’ANNI È stata presentata ufficialmente al Vinitaly l’annata 2009 del CENT’ANNI di Casa Vinicola Sartori che dopo 3 anni d’attesa viene finalmente lanciata sul mercato. Questo Rosso Veronese nato in occasione del centenario della storica Azienda viene prodotto solo in annate eccezionali, la tecnica di vinificazione è simile a quella del rigoverno della toscana, ovvero una quota di uva appassita viene fatta fermentare con il vino proveniente dalla vendemmia appena ultimata. Segue una prima evoluzione in cemento per circa 3-4 mesi, in modo da consentire lo svolgimento della fermentazione malolattica, quindi inizia l’affinamento in legno per circa 24-30 mesi. Dopo le annate 1995 – 2000 – 2001 e 2006 arriva finalmente anche l’annata 2009 che a detta dell’enologo è davvero eccellente….non resta che assaggiarlo! CASA VINICOLA SARTORI S.p.A.

www.sartorinet.com

UN LIBRO RACCONTA I 110 ANNI DELL’AZIENDA

“Tommasi. La forza della famiglia”, curato dai giornalisti Lucio Bussi e Maria Teresa Ferrari, è il volume che racconta i 110 anni della famiglia di viticoltori della Valpolicella classica. Partendo dal 1902, quando il capostipite della famiglia, Giacomo Battista Tommasi, fece costruire le prime tre botti da 50 ettolitri, il libro narra le vicende di quattro generazioni raccontando la crescita e lo sviluppo di quella che è diventata una delle famiglie più rilevanti del vino nel panorama veronese e nazionale. Il principio su cui la famiglia Tommasi si è sempre basata è quello di produrre vini di alta qualità con uve ottenute esclusivamente nei propri vigneti, vinificati nelle proprie cantine e distribuiti dalla propria rete vendita. Tra questi spicca l’Amarone, il vino simbolo della Valpolicella, di cui Tommasi è uno degli ambasciatori nel mondo. «È un orgoglio per la nostra famiglia – dice Dario Tommasi, amministratore dell’azienda - aver fatto questo lungo percorso in 110 anni, tra vendemmie e accoglienza, alla ricerca di una sempre maggiore qualità. Abbiamo la gioia e la consapevolezza che l’azienda continuerà con la numerosa quinta generazione che è la nostra forza del futuro».

TOMMASI VITICOLTORI

a cura della redazione di

www.tommasiwine.it


Una cantina speciale nella costa toscana

di Paolo Alciati

I

n occasione dei festeggiamenti per i 40 anni della Fisar, che nacque a Volterra nel 1972, ho avuto modo di visitare nel tragitto dell’antica Strada Statale n° 68, che attraversa l’intera Valle del Cecina, il Podere La Regola dei Fratelli Luca e Flavio Nuti (www.laregola.com). La visita, inserita nel programma delle celebrazioni svoltesi a Livorno ed a Volterra, non ha tradito le aspettative degli oltre 120 soci e delegati d’Italia incuriositi di poter conoscere una azienda storica nell’area della Doc Montescudaio, precisamente nel Comune di Riparbella, a 5 km da

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litorale della costa tirrenica ed a pochi chilometri da Bolgheri, patria del leggendario “Sassicaia”. I fratelli Nuti conducono l’azienda dal 1990, dopo aver seguito la passione del bisnonno che per uso familiare ai primi del 1900 aveva acquistato in loc. La Regola circa due ettari di vigna a Sangiovese. Così dalle 30 damigiane ad uso familiare i pronipoti hanno continuato una produzione che si attesta oggi in circa 90.000 bottiglie su 20 ettari di terreni coltivati. La bellissima luce di questi luoghi, descritta dai grandi pittori del ‘900, esprime uno dei paesaggi più belli e unici al mondo e

Il Sommelier Maggio-Giugno 2012 • n. 3 Luca, Rolando e Flavio Nuti


favorisce un’ottima maturazione delle uve rosse ma al contempo i venti freschi che lambiscono la Valle attraversata dal Fiume Cecina mitigano le temperature e consentono di preservare i profumi delle uve bianche. Nella proprietà in pianura vicino al fiume si trovano le vigne dalle quali si ricavano vini bianchi profumati e minerali: lo “Steccaia”, IGT a base di Vermentino e Sauvignon Blanc, ed un vino di maggiore struttura, fermentato in botte grande da 10 htl, il “Lauro”, IGT a base di Chardonnay e Viogner, di grandi profumi e buona acidità, ampio ed intenso al palato. In collina, dai 100 ai 200 metri slm si trovano i vigneti dove si producono le uve rosse: dall’autoctono Sangiovese vinificato in purezza con un intrigante “Beloro” Doc Montescudaio, affinato in tonneau da 5 hl per 12 mesi, per rimanere nella tradizione del bisnonno, ad uve di vitigni francesi: dal Cabernet Franc che connota il vino di punta, il cru “La regola”, al Cabernet Sauvignon, Syrah, Petit Verdot e Merlot, quest’ultimo in blend e dal 2008 anche in purezza con il nuovo vino da poco presentato al Vinitaly, lo “Strido”, di grande struttura e spessore all’altezza dei grandi Merlot Bolgheresi più noti. Da non dimenticare un rosè IGT che prende vita da uve sangiovese, merlot e syrah (Rosègola) ed un vero e proprio gioiello, da uve appassite in graticci, il “Sondrete”, affinato in caratelli 4 anni, fra i migliori Vin Santo della Costa, che esprime sentori indicibili di frutta candita, fichi e miele ben bilanciati da una suadente acidità. Alla visita era presente anche il babbo Rolando, con i suoi fieri 81 anni, che alla terra ha dedicato la sua intera vita con passione e dedizione. Nell’occasione Luca Nuti, agronomo, ha illustrato brevemente la produzione, i metodi di vinificazione ed affinamento e la filosofia dell’Azienda cui è seguita la degustazione di alcuni dei vini di produzione abbinati ai formaggi biologici della

Il presidente Nicola Masiello con la bottiglia celebrativa

Fattoria Lischeto di Giovanni Cannas, prestigioso caseificio di Volterra: al bianco Lauro 2008 è stato abbinato un formaggio stagionato 6 mesi, al Merlot in purezza 2008 “Strido” uno stagionato 12 mesi e al passito “Sondrete” un pecorino stagionato 16 mesi in fossa. Al termine della degustazione la sorpresa: un Mathusalem, bottiglia commemorativa da 6 litri del cru La Regola annata 2005, con etichetta dedicata ai 40 anni Fisar e consegnata da Flavio Nuti al presidente Nicola Masiello in occasione della Cena di Gala tenutasi all’hotel Rex di Livorno. Podere La Regola Soc. Agricola Semplice Proprietà: Luca e Flavio Nuti Cantina : loc. S. Martino, 56046 Riparbella (PI) Italia Sede amm.: tel+39 0588 81363 - Fax 0588 90378 Admin. / Sales & Marketing: Avv. Flavio Nuti Agronomo e Resp. Produzione: Dott. Luca Nuti Email: info@largola.com www.laregola.com / www.poderelaregola.it

Il Sommelier Maggio-Giugno 2012 • n. 3

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di Gudrun Dalla Via

Che cosa si beve in Sri Lanka?

Assaggiare un po’ di tutto è quasi d’obbligo per conoscere meglio il paese e la sua gente. Meglio fare anche acquisti di un po’ di spezie, prima di ripartire: i profumi e sapori di questa terra straordinaria vi mancheranno di sicuro!

L’ 

ex Ceylon, ora Sri Lanka che significa “Isola Splendente” fa pensare soprattutto al tè. E in effetti in mezzo alla lussureggiante giungla, soprattutto nelle zone collinose dalla temperatura più fresca, vi sono tuttora

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piantagioni di tè, tra le più estese del mondo. E ora come tempo fa sono le donne a cogliere a mano i rametti con le foglie più tenere, dalle cime delle piante che non debbono mai superare una certa altezza. Ma il tè viene coltivato soprattutto per l’esportazione. La popolazione locale beve il tè estremamente zuccherato. Cingalesi e tamil, le etnie principali dell’isola, ricorrono più spesso ad una birra prodotta sull’isola, dalle caratteristiche assolutamente comparabili alle birre europee: Lion Lager e Three Coins, chiare, rinfrescanti, abbastanza leggere e dal gusto delicato. La birra scura della Lions si accompagna bene con i dessert. C’è poi la cosiddetto Ginger Beer, una bevanda non alcolica nella quale si avverte marcatamente la presenza dello zenzero. Ginger Beer aiuta certamente a digerire; il suo gusto è gradevole, però così intenso che, sommato al cibo locale che è sempre speziato e quasi sempre piccante, può contribuire a lasciare le mucose della bocca in fiamme … I tentativi di piantare dei vigneti in Sri Lanka sono

Il Sommelier Maggio-Giugno 2012 • n. 3


stati finora tutti deludenti per cui si può trovare vino esclusivamente di importazione. La popolazione locale non ne fa uso, salvo rare eccezioni, ma gli alberghi più rinomati come quelli delle catene Cinnamon e Chaaya vantano cantine eccellenti ben gestite, con vini provenienti da tutto il mondo. (I vini italiani meriterebbero maggiore spazio, di fianco a quelli francesi, californiani ed australiani, ma per ora il mercato dello Sri Lanka non è probabilmente molto allettante.) In ogni caso colpisce il fatto che Cinnamon Lodge di Habarana, probabilmente il più bel albergo dell’isola, vanti ben due liste dei vini (de luxe e superior), differenziate per i diversi tipi di ristoranti al suo interno, con circa 70 referenze, ad accompagnare il “fine dining organic” con cibi da coltivazione biologica certificata coltivata per la maggior parte nel vasto territorio adiacente al grande parco. Il menù preferito dello Chef J.I.Hendis, anzi, il piatto da lui creato, è petto di quaglia “organic” (biologi-

ca), uovo di quaglia balsamico, riso al vapore con grande varietà di verdure bio. Il Chaaya Tranz di Hikkaduwa si vanta di avere la migliore cantina di vini di tutta la regione meridionale, e gli ospiti possono fare delle degustazioni nel Wine & Cigar Room. Il Cinnamon Grand di Colombo, con i suoi 16 ristoranti, ha addirittura gestioni separate delle cantine di vini. Ciò non sorprende di fronte ad un pubblico davvero internazionale. Il 40 % degli ospiti proviene da Paesi asiatici, un altro 40 % dall’Europa, il resto dagli altri continenti. Quindi nella proverbiale ospitalità dello Sri Lanka si fa ogni sforzo per accontentare ogni gusto ed esigenza. Una bevanda assolutamente da assaggiare è il thambili o Cocco Royal, il latte di cocco ottenuto dalla noce di cocco gialla, appunta la Royal, la cui polpa è povera ma il succo estremamente

Il Sommelier Maggio-Giugno 2012 • n. 3

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nutriente e tonificante che sostiene perfettamente anche in caso di gare sportive o di escursioni impegnative (il caldo umido nell’interno del paese può stancare …). Negli grandi alberghi è facile trovare il centrifugato di frutta preparato al momento, davanti agli occhi dei clienti. L’aroma della frutta esotica maturata sul posto è incomparabile! Si spazia da mango a papaya, da ananas a mangosteen, da anguria e meloni dolcissimi a frutto della passione e molti tipi di banane. Durante i viaggi all’interno, lungo le strade si incontrano frequentemente dei banchetti con frutta fresca, e con gentilezza i gestori la sbucciano e porzionano per poche rupie. La popolazione locale mangia la frutta fresca spolverata di sale e peperoncino – per loro tutto, proprio tutto, deve essere “saporito”, e la frutta da

sola sarebbe percepita come troppo dolce … Dal latte di cocco fermentato e distillato si ottiene un’altra bevanda nazionale, l’Arrak o Arrack. È di gusto più morbido rispetto all’Arrak che per esempio si produce in Siria, ottenuto dalla distillazione di cereali, ed ha un profumo “smoky”, blandamente affumicato. Esistono le versioni distillazione semplice e distillazione doppia, e l’invecchiamento in legno dura almeno un anno. In passato si serviva con ghiaccio e acqua – oggi si tende a presentarlo con ghiaccio e soda. In realtà l’Arrak è molto piacevole anche bevuto liscio, come digestivo. L’Arrak cingalese è meno alcolico della maggior parte di altri Arrak – mediamente intorno a 32-35°Un’altra bevanda alcolica è il toddy, ricavato dalla linfa di palma, con un gusto simile al sidro.

Come abbinare queste bevande ai cibi? Nei punti ristoro per la popolazione locale conviene, anzitutto, farsi servire del riso bollito o al vapore, e eventuali altre pietanze a parte, per poter dosare secondo i propri gusti il livello di piccante e speziato. Il riso è il cibo principale dei cingalesi: lo mangiano tre volte al giorno, nelle preparazioni più varie, accompagnato da una grande varietà di verdure ma anche pesce o carne. L’acqua non dovrebbe mai mancare, durante e soprattutto fuori dai pasti, ed è facile rifornirsi di acqua in bottigliette di plastica. Con una attenzione particolare durante l’operazione di apertura ed eventualmente anche durante il trasporto: le locali bottigliette di plastica facilmente perdono acqua già mentre si cerca di liberarle dal tappo. La birra locale si abbina bene ai cibi del posto; nei ristoranti internazionali comunque si trovano anche diverse marche di birra di importazione. I centrifugati e i succhi, almeno secondo i gusti europei, sono più adatti per la prima colazione o come fuori pasto. Allungati con acqua minerale però possono diventare una piacevole bevanda che accompagna i pasti (spesso con impronta fusion). La prima colazione dei cingalesi è in realtà un vero e proprio pasto, anche vario e abbondante, e, naturalmente, piccante. Vi possiamo trovare l’immancabile riso con vari tipi di curry, gli string hopper che sono matasse di pasta sottile, cotta a vapore, i hopper ossia frittelle sottili di farina di riso, a forma di coppetta, nella quale viene servito l’uovo, la banana o altro. Assaggiare un po’ di tutto è quasi d’obbligo per conoscere meglio il paese e la sua gente. Meglio fare anche acquisti di un po’ di spezie, prima di ripartire: i profumi e sapori di questa terra straordinaria vi mancheranno di sicuro!

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Il Sommelier Maggio-Giugno 2012 • n. 3


sergio, dove c’è vita.

Milano - Piazza Duomo 7:00 p.m. Sergio è uno di noi. Ama la gente, passa con garbo da un discorso all’altro aspettando la notte. Intrattiene leggero come il sorriso di chi lo sa apprezzare, lineare come le sue bollicine, fresco come la brezza italiana. Vivi il piacere di Sergio responsabilmente.


di Carlo Ravanello

Parliamo di Pantelleria

È di poco tempo fa la notizia che il Governo italiano ha disposto il sequestro, insieme a tante altre proprietà, di ben 150 ettari, già acquistati dal defunto dittatore libico, Mu’ammar Gheddafi, nella bella isola mediterranea di Pantelleria. Non possiamo che compiacercene, visto la fine che, in analoghe situazioni, hanno fatto alcune delle più belle realtà ambientali italiane!

S

i tratta di 150 ettari di bosco di cui non conosciamo l’esatta ubicazione, ma che fanno parte, presumibilmente, del comprensorio della Montagna Grande, un massiccio montuoso che si eleva a 836 metri di altezza più o meno al centro dell’Isola, la cui peculiarità è proprio quella di essere vulcanica e, tutto sommato, di recente formazione, se consideriamo prevalente l’attività esplosiva che avvenne in un periodo compreso fra 9000 e 5000 anni fa, coincidente con la fine dell’età della pietra e l’inizio di quella dei metalli. Cessata l’attività esplosiva, continuarono le colate fluide basaltiche emesse da fratture esterne alla caldera ormai sopita, che marcarono profondamente il territorio portandolo alla conformazione visibile ai giorni nostri; ma l’attività vulcanica secondiaria continuò fino alla fine dell’’800. Da allora, tutto tace, anche se sono ancora numerosi i fenomeni vulcanici secondari, come le sorgenti di acqua calda diffuse su tutta l’Isola.

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Il lago Specchio di Venere Uno dei ricordi più spettacolari di questa intensa attività vulcanica è il lago Specchio di Venere detto “U Vagnu”, una conca lacustre posta nella parte più settentrionale dell’Isola, non lontana dal borgo capoluogo e dall’aeroporto, appena sopra la spettacolare Cala 5 Denti e dominata dal piccolo borgo di Bugeber. Questo bacino idrico occupa in realtà il fondo di un’antica depressione calderica e gode piacevolmente di alcune sorgenti calde, “I Quadrareddi”, con temperatura variabile tra i 40° C e i 50°C, e di suoi fanghi naturali dalle proprietà terapeutiche e cosmetiche. La passeggiata di circa 2 chilometri intorno al piccolo lago

Il Sommelier Maggio-Giugno 2012 • n. 3 L'arco dell'elefante


Jardino e Dammuso verde-azzurro, rappresenta un momento di assoluta serenità e ci induce a credere alla leggenda che vuole che perfino la stessa dea della bellezza, la sensuale Venere, solesse ritemprarsi dalle sue “fatiche” divine, concedendosi lunghi periodi di relax sulle sue morbide rive. Oltre a ciò, le mirabili trasformazioni ambientali dovute alla millenaria attività antropica, come i terrazzamenti dedicati alla vite e la fitta rete di muretti a secco, nonchè la diffusa presenza delle tipiche abitazioni in pietra lavica “dammusi” e dei caratteristici “jardini” (famoso è quello di Khamma, donato dall’azienda Donnafugata al FAI), veri e propri fortilizi circolari costruiti a protezione degli alberi di agrumi, impartiscono al territorio un che di volutamente distaccato e lontano, come se qui l’uomo si volesse sentire più vicino alla divinità che al suo genere. E che Ogigia, questo il nome dato dai Greci all’Isola, fosse terra prediletta dagli Dei ne è la riprova la disperata storia d’amore della ninfa Calipso che ospitò nella sua grotta-abitazione il vagabondo Ulisse finchè, per ordine dello stesso Zeus, fu costretta a lasciarle partire l’Eroe che piangeva la sua mai dimenticata Itaca. La descrizione che ci fa Omero della località è quantomeno struggente: “Un bosco intorno alla grotta cresceva lussureggiante; ontani, pioppi e cipressi odorosi”. “Si distendeva intorno alla grotta profonda una vite domestica, florida, feconda di grappoli...... Quattro polle sgorgavano in fila: di limpida acqua, una vicina all’altra, ma in parti opposte rivolte. Intorno molli prati di viola e di sedano erano in fiore: a venir qui anche un nume immortale doveva incantarsi guardando, e godere nel cuore”. (Odissea V, 63-64, 68-73)

vero della nostra odierna Vitis vinifera sativa. Qui, in sostanza, se vogliamo dar credito ad Omero, esistevano fin da allora vitigni da cui si otteneva buon vino: vitigni giunti dalla Mesopotamia molto prima che le popolazioni italiche intraprendessero la domesticazione della vite. Uno di questi vitigni potrebbe essere lo zibibbo anche se, secondo alcuni autori, questo sarebbe stato introdotto dagli Arabi introno al VII/VIII secolo d.C.. La produzione di zibibbo ricopre oltre l’85 % del terreno messo a coltura viticola e le piante vengono tenute molto basse in apposite conche e potate in maniera tale da meglio proteggerle dal vento e favorirne l’irrigazione con le scarsissime piogge (in media 350 mm annui). Altre peculiarità La stessa potatura bassa viene applicata anche alla pianta sacra, l’ulivo, tagliato in maniera tale da tenerlo radente al suolo, per renderlo più pro-

La vite e il vino a Pantelleria Abbiamo citato a ragion veduta il brano del Vate greco perchè le sue parole ci confermano che, ben 3 millenni fa, la “vite domestica” allignava a Pantelleria. Il Poeta, infatti, non ci parla di “vite silvestre” ma di vite domestica, ben coltivata, ovAbitazione megalitica a Sesi

Il Sommelier Maggio-Giugno 2012 • n. 3

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“Bent-el Rhia”, la Figlia del Vento tetto dai venti ed evitare che le olive, cadendo a terra si rovinino. L’ulivo è distribuito su quasi tutta l’Isola, con la sola esclusione dei tratti ambientali ormai degradati a steppa mediterranea, ed è spesso in competizione con l’altra grande coltura che ha reso Pantelleria famosa nel mondo, il cappero (Capparis spinosa). I boccioli floreali non ancora maturi vengono raccolti a mano fra la tarda primavera e l’estate, posti in salamoia e conservati per alcune settimane o, se siete capaci di resistere alla tentazione di consumarli, anche per alcuni mesi. In conclusione, quindi, mentre ci si aspetterebbe da un ambiente insulare una vita e un’economia legata al mare, ci si accorge ben presto che non è così. In realtà, nei secoli, la popolazione locale ha preferito ritirarsi nell’interno al sicuro dagli attacchi di ogni sorta di predoni che hanno imperversato in lungo in largo, per secoli, lungo tutto il Mediterraneo, trovando anche condizioni climatiche migliori sui declivi spesso impervi ma, grazie alle rocce effusive ricche di minerali, estremamente feraci. La pesca è divenuta così attività marginale, di poca econiomia e relegata spesso al solo tempo libero. Alla stessa maniera si muovono tutte le altre attività balneari - se si eccettuano il piccolo cabotaggio lungo la costa, lo snorkeling e il diving riservato solo agli esperti - poichè la battigia è ovunque inospitale, ripida e

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In arabo, l’appropriatissimo nome di Pantelleria è Bentel Rhia, la Figlia del Vento. Qui, i seguaci di Eolo sono presenti tutto l’anno – si dice addirittura per 337 giorni – esercitando un’azione disseccante nella parte occidentale dell’Isola con formazione di nebbie sulla cima della Montagna Grande e conseguente mitigazione del clima. Tramontana e Maestrale predominano a settentrione, specialmente d’inverno, mentre il Ponente porta la primavera e ad esso si sostituiscono nella stessa stagione i venti da sud, libeccio e scirocco. Su tutti, il Ghibli, il vento del deserto che, saltuariamente. raggiunge l’Isola, trasportando con sè sabbie finissime. Questa fantasmagorica ed articolata presenza di venti fa sì la temperatura non salga mai fino a valori insopportabili (la media annua è di circa 18°C) mentre garantisce la distribuzione dei semi su tutto il territorio, evitando spiacevoli derive genetiche e impartendo caratteritiche assolutamente peculiari ai grappoli di zibibbo e ai vini che da essi ne conseguono: il Moscato e il Passito di Pantelleria.

cosparsa di frammentate rocce vulcaniche. Chi viene a Pantelleria deve aspettarsi distensive visite all’interno per godersi lo spettacolo di una ruralità semiprimitiva ed accogliente, poichè di un’indescrivibile accoglienza sono le centinaia di dammusi nati per dare sollievo agli agricoltori dopo giornate di duro lavoro sotto un sole implacabile. Le visite ai fragranti giardini che, solo perchè così costruiti, possono offrire prodotti di una ricchezza aromatica unica, rappresentano momenti di intensa e inarrivabile solarità.

Il Sommelier Maggio-Giugno 2012 • n. 3 Dammusi


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Franciacorta: magiche espressioni Identità di un territorio

di Antonio De Vitiis

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La sommelier Karen Casagrande attraverso un’affascinante analisi sensoriale ha descritto con maestria le diverse tipologie di Franciacorta evidenziando le loro più significative caratteristiche. Fotografie di Jimmy Pessina

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ra le tante interessanti manifestazioni in programma, anche quest’anno la FISAR si è presentata alla 46° edizione di Vinitaly, qualificata vetrina mondiale del vino, con un evento prestigioso. In collaborazione con il Consorzio per la Tutela del Franciacorta, ha organizzato un’interessante Wine Tasting - Tavola Rotonda dal tema ” Franciacorta: Magiche Espressioni - Identità di un Territorio”, che ha avuto luogo domenica 25 marzo alle ore 15.30. Lo scopo è stato quello di offrire la possibilità ad enoappassionati e ad operatori del settore di approfondire la conoscenza di un eccellente vino, noto in tutto il mondo come l’emblema delle bollicine made in Italy. Il Franciacorta, grande protagonista, ha richiamato un folto pubblico, accolto con la tradizionale cortesia da un sommelier FISAR, che si è mostrato fortemente motivato a scoprire le principali

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caratteristiche di un prodotto inimitabile. Numerosi giornalisti italiani e stranieri, buyers, ristoratori, sommelier, rappresentanti istituzionali, hanno partecipato con notevole interesse alla presentazione delle diverse tipologie di Franciacorta, definite appunto “magiche espressioni”. Sono differenti interpretazioni rappresentative non solo di un territorio unico, vocato alla viticoltura, ricco di storia, di tradizione, di arte, ma

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anche del lavoro appassionato di tenaci vignaioli, che hanno creduto e credono fermamente nella ricchezza del patrimonio della loro terra, creando vini di assoluta qualità. Luisella Rubin, Consigliere Nazionale FISAR, referente dell’evento, ha presentato il tema dell’incontro e gli ospiti invitati alla tavola rotonda, passando poi la parola a Graziella Cescon, Vicepresidente Nazionale FISAR, che nel suo saluto iniziale ha ricordato l’importanza di questo incontro quale occasione speciale per festeggiare e brindare al quarantesimo compleanno della FISAR con le bollicine più blasonate d’Italia . Il Coordinatore delle Delegazioni FISAR Italia Nord-Est Antonio De Vitiis, organizzatore della manifestazione, ha moderato gli interventi degli ospiti che di volta in volta si sono succeduti, seguiti dalla degustazione dei vini, condotta con competenza e professionalità da Karen Casagrande, Miglior Sommelier FISAR 2010. Giuseppe Salvioni, Amministratore delegato del Consorzio per la Tutela del Franciacorta, nel suo intervento ha illustrato la realtà franciacortina e la storia del Franciacorta, primo vino italiano ad aver ottenuto nel 1995 la DOCG, prodotto esclusivamente con il metodo della rifermentazione in bottiglia, detto anche metodo classico, secondo rigide regole previste dal disciplinare di produzione. Franciacorta è l’unico termine con il quale viene identificato il vino, il metodo di produzione e il territorio, il cui successo è in crescita, confermato da oltre 11 milioni di bottiglie vendute nel 2011. I rappresentanti delle case vitivinicole franciacortine, Piero Berardi responsabile commerciale di Tenuta Montedelma, Andrea Pagnoni responsabile commerciale di Barone Pizzini, Giovanni Berti brand manager di Castello Bonomi, Arturo Ziliani vice presidente di Guido Berlucchi & C., Giovanni

Arcari direttore di Camossi e Totò Alceo agronomo di La Montina, hanno intrattenuto piacevolmente i presenti con interessanti racconti sui loro vini e sulle peculiarità delle loro interpretazioni. La sommelier Karen Casagrande, accompagnando il pubblico nella degustazione attraverso un’affascinante analisi sensoriale, ha descritto con maestria le diverse tipologie di Franciacorta, evidenziando le loro più significative caratteristiche: il Satèn Montedelma con i suoi delicati profumi di frutta esotica, morbido e setoso al palato; il Brut Nature 2008 Barone Pizzini dal gusto secco, con profumi fruttati, leggermente agrumato, con note di nocciola e crosta di pane; il “Cru Perdu” Brut Castello Bonomi dal perlage fine e persistente, fruttato e floreale, con piacevoli note di miele; il ”Cellarius” Brut 2007 Guido Berlucchi, con accattivanti bollicine al palato, fresco e di buona struttura; l’Extra Brut 2006 Camossi, fruttato, giustamente sapido, elegante e pieno; il ”Rosatum” Rosè Extra Brut La Montina, dalla spuma morbida ed abbondante, al naso piacevoli profumi di ciliegia, frutta di bosco con sfumature di cannella. A conclusione della manifestazione i partecipanti hanno dedicato un caloroso applauso a Karen Casagrande per le emozionanti descrizioni dei Franciacorta degustati ed ai Sommelier della Squadra FISAR Nord-Est che, con la consueta eleganza e professionalità, hanno effettuato il servizio dei vini.

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Veneto, Terra di Grandi Vini ma anche di “piccole” realtà locali: Bianco di Custoza

di Luca Iacopini e Massimo Bracci

È un vino fruttato, floreale, morbido come le colline del suo territorio.

Se pensiamo al mondo del vino, potremmo dividerlo a grandi linee in due tipologie: quelli il cui nome è legato al vitigno e quelli che invece portano con orgoglio il nome della zona o del comune di provenienza. Il Bianco di Custoza rientra in quest’ultimo e capiremo il perché analizzando la storia, il territorio e la tradizione culturale di questo vino. Anzitutto individuiamo la zona: siamo nella parte sud-occidentale del lago di Garda, un anfiteatro morenico abbastanza omogeneo dal punto di vista morfologico ma al tempo stesso con una composizione dei terreni molto variegata dovuta al passaggio di quattro glaciazioni e quindi terreni leggeri, profondi e ricchi di scheletro, in grado di riscaldarsi rapidamente a fine inverno e dando quindi ottime condizioni per la coltivazione. E non dimentichiamo anche l’apporto di un clima abbastanza mite dovuto alla vicinanza del lago. Graficamente possiamo rappresentare quest’area come un quadrilatero comprendente nove comuni alle cui estremità troviamo Peschiera del Garda, Sommacampagna, Valeggio sul Mincio e Villafranca di Verona. Un caratteristica interes-

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sante di questo territorio conservata fino ai giorni nostri è quella riguardante il rapporto tra insediamenti urbani e la parte coltivata, il tutto decisamente a favore di quest’ultimo. Basta girare attentamente lo sguardo per capire come le grandi estensioni di vigneti e di campi coltivati siano predominanti sui nuclei abitati. La vite è sempre stata presente fin dai primi secoli, passando dai Romani, all’epoca Medievale con i Benedettini che ne avevano quasi il monopolio, all’epoca risorgimentale caratterizzata da guerre sanguinose. Il nome stesso di Custoza evoca alcune pagine più tristi della storia d’Italia, con due battaglie risorgimentali che segnarono profondamente questi luoghi, e purtroppo segnarono anche il vino che evocava col suo nome queste drammatiche sconfitte. Furono alla fine le parole di un famoso giornalista, Cesare Marchi, a togliere il nome Custoza dall’almanacco della vergogna militare e consegnarlo vincente a quello dell’enologia: “finalmente una vittoria”. Uno slogan nato proprio in concomitanza della nascita nel 1971 della DOC “Bianco di Custoza”. Un riconoscimento quasi dovuto, in quanto la qualità di questo vino bianco

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era già da tempo individuata in ambito locale, oggi la sua produzione è regolata da un disciplinare messo a punto nel 1988. La doc prevede oltre alla base altre tre tipologie: Superiore, Spumante e Passito. I vitigni che vi concorrono sono il Trebbiano Toscano e la Garganega con una percentuale che va dal 20% al 40% cad., il Tocai Friulano o Trebbianello con un percentuali dal 5% al 30% e tutta una serie di vitigni come la Cortese, localmente detta Bianca Fernanda, il Riesling Italico, il Pinot Bianco, lo Chardonnay, la Malvasia Bianca, da soli o congiuntamente per un range dal 20% al 30%. I due vitigni principi di questa doc sono il Trebbiano e la Garganega. Il primo vitigno genera solitamente vini piuttosto neutri e leggeri, la Garganega conferisce al vino profumo intensità e freschezza. Tutta questa molteplicità di vitigni e la possibilità di variare le percentuali con un buon margine fa si che, più che in altri vini, nel Bianco di Custoza il produttore possa apporre la firma della sua filosofia produttiva e questo permette al consumatore finale di avere a disposizione un ampia scelta di sapori e profumi che possono essere diversissimi tra loro e riservare molto spesso delle piacevolissime sorprese. La produzione del Custoza degli ultimi vent’anni è sempre cresciuta sino ad arrivare 120 mila ettolitri. Il Consorzio omonimo, che il quale vigila e controlla sul prodotto finale, rappresenta il 90% dei produttori con 492 viticoltori e 66 vinificatori. Dell’intera produzione solo il 5% viene esportato, in modo particolare nel nord Europa, il 60% di tutto il Custoza viene venduto a Verona, dove è il vino per antonomasia: il principe degli aperitivi. Il Bianco di Custoza ha colore giallo paglierino

più o meno carico, dotato talvolta di riflessi verdognoli; l’odore è delicato ma molto profumato, leggermente aromatico, speso fruttato; il sapore è sapido, morbido, con retrogusto lievemente amarognolo, di giusto corpo. Si serve a 8° gradi per accompagnare piatti delicati a base di verdure, di pesci e di formaggi freschi a pasta molle, invece la versione superiore viene servito a 10° e accompagna primi più strutturati o pesci con una cottura più intensa. Lo spumante ha una spuma fine e mediamente persistente, con profumi di frutta se ottenuto con il metodo Charmat o di fiori se spumantizzato con il metodo classico, ma il prodotto rimane sempre fresco e sapido. Si serve a 6-8°, è un vino da aperitivo ed è adatto ad accompagnare le portate cosiddette “leggere” come fritti di pesce magari in tempura oppure spiedini di verdure, cozze alla marinara o fasolari gratinati. Il più corretto abbinamento è con un pesce di lago di questo territorio come il lavarello, perché ha una carne pregiata, di consistenza morbida, e sapore delicato. Il Veneto si conferma grande terra di vini, e nonostante il Prosecco per i bianchi sia il protagonista principale, il Bianco di Custoza può rappresentare un’ottima e interessante alternativa “ferma” alle pietanze della tradizione veneta.

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News dal MONDO

Armenia: Luogo di incanti e paziente scoperta di Daniele Fogliazza

Armenia è il termine con il quale ovunque viene conosciuto questo Paese ma gli Armeni chiamano la loro Terra “Hayastan” ovvero “Terra di Hayk”

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e si volesse andare alla ricerca delle radici dell’origine della Vite, in un Luogo di incanti e paziente scoperta, le indicazioni geografiche per individuarLo su di un Mappamondo, aiutandosi con una vecchia guida - che ancora si può trovare nei mercatini della Capitale - sarebbero le seguenti: “...situata al Sud della Transcaucasia, confina a Nord

ed ad Est con Georgia ed Azerbaijan, mentre i vicini ad Ovest ed a Sud sono Turchia ed Iran..”. Stiamo parlando della Repubblica di Armenia, la più piccola per estensione di una di quelle che furono un tempo le Repubbliche Socialiste Sovietiche. Siamo alle pendici del Caucaso con tanti altopiani (si parte da altezze di 1000 m s.l.m. della capitale Yerevan, per arrivare a vette di più di 4000 m come il monte Aragats), terra ricca di corsi d’acqua, con il lago di Sevan che è icona di questo Paese, ed ancora foreste, montagne brulle, canyon, passi ad altitudini che superano i 2000 metri. Armenia è il termine con il quale ovunque viene conosciuto questo Paese ma gli Armeni chiamano la loro Terra “Hayastan” ovvero “Terra di Hayk”. Secondo la leggenda Hayk sarebbe un discendente “diretto di Noè”, in quanto figlio di Togarmah che era figlio di Gomer che era figlio di Yafet. Questa piccola premessa aiuta a comprendere alcuni aspetti di identità degli Armeni. Storicamente è la prima nazione ad aver abbracciato ufficialmente il cristianesimo, nel 301, con il re Tridate III e da allora la Chiesa

Cantina Areni Country

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Apostolica Armena è una Chiesa indipendente (tra l’altro è una delle Confessioni presenti nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme) ed il Katholikòs ne è la guida suprema. La lingua armena viene scritta in un alfabeto proprio (che serve anche ad indicare i numeri) creato all’inizio del V secolo dal Monaco Mesrop Mashtots con l’intento di rendere accessibili al popolo le Sacre Scritture. Numerosi, e fra l’altro rappresentano una delle maggiori attrazioni turistiche, sono gli antichi Monasteri in pietra, testimoni di questa lunga storia di identità, all’interno dei quali raramente si individuerà un’arte Sacra simile a quella diffusa in Occidente, in realtà sono molto spogli, ma si noteranno tante iscrizioni (sia all’interno che all’esterno degli edifici) relative a brani di testi sacri e le famose croci di pietra ricamata le Khachkar (che comunque si ritrovano anche in cimiteri ed altri luoghi). Il Popolo Armeno si identifica fortemente con uno dei simboli della Cristianità, il monte Ararat e, anche se questo si trova politicamente in territorio turco, è simbologicamente molto presente nel quotidiano. L’Ararat è al centro della travagliata storia dell’identità Armena che passa soprattutto attraverso il Genocidio perpetrato dai Turchi nel


News dal MONDO

periodo della Prima guerra mondiale nei confronti degli armeni che vivevano sul territorio turco (varie fonti concordano su cifre di circa 1.300.000 vittime e, per comprendere meglio, arrivando a Yerevan bisogna visitare il Tsitsernakaber, il Museo e memoriale del genocidio) ed arriva alla tremenda guerra degli inizi anni ’90 con i vicini Azeri per la difesa della Regione del Nagorno-Karabakh. L’Armenia è un’interessante “scoperta” per un turista eno-gastronomico. La sua fama in questo è legata soprattutto alla produzione del konyak (cognac) che per ovvie ragioni al di fuori del Paese può essere venduto con denominazione brandy. La storia della produzione risale a fine ‘800 (il 1887 è la prima produzione) in periodo zarista, adottando la classica tecnologia francese, per continuare in tutto il periodo sovietico. Il cognac armeno ha sempre innaffiato le altre Repubbliche

Sovietiche ed i Paesi satellite rappresentando una delle bevande di lusso delle elites, ed ancora oggi la Russia rappresenta il maggior mercato. Grossman ad inizi anni ’60 scriveva che .. Il cognac armeno non ha eguali, e non importa che cognac sia una parola francese: l’uva armena è la più dolce del mondo. In periodo Sovietico di fatto vi era solo una “unica” distilleria di stato poi, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, sono sorte varie aziende indipendenti. La distilleria storica è la Yerevan Brandy Company (ora del gruppo Pernod-Ricard) con il brand “Ararat” il quale è sinonimo stesso di cognac. Varie tipologie di brands e di invecchiamento vengono prodotte. Si va ad es. dal Ararat di 3 anni, per passare al “Akthamar” di 10 anni (il nome è lo stesso di un’isola del lago di Van – ora in territorio turco - e richiama ad una antica leggenda legata ad una tragi-

Mappa con le Regioni dell'Armenia ed indicazione dei siti produttivi della YBC

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ca storia d’amore) fino al top della linea rappresentato dal 20 anni “Nairi” (ovvero “Paese dai tanti fiumi”, per ricordare uno nomi dell’Armenia antica). Akthamar è quello che più mi ha sorpreso per complessità ed armonia considerando che è “solo” un 10 anni. Altro nome noto è la Yerevan Ararat Brandy-Wine-Vodka Factory (www. noy1877.am) che produce fra l’altro un eccellente prodotto di 25 anni il Noy Tyrakal (Noè, e come si vede dal nome anche qui l’identità storicoreligiosa emerge con evidenza). Trale altre voglio ricordare anche la Hayasy produttrice del brand Kremlin (!!!!!) Per quanto riguarda l’età degli invecchiati questo non si riferisce ad una singola annata ma 8come mi è stato spiegato durante il mio tour alla YBC) ad un blend di annate differenti che porta ad avere la “media” di invecchiamento indicata. Un tempo l’invecchiamento era semplicemente contraddistinto dal numero di stelle presenti sull’etichetta (ancora oggi presenti per le tipologie classiche). Sempre Grossman scrive: ...andai al bancone dove vociavano alcuni ubriachi, attesi il mio turno e chiesi: “Centocinquanta grammi. Tre Stelle”. L’oste, un armeno che non parlava russo, mi capì comunque. Quand’ebbi bevuto mi interrogò con gli occhi, io passai il dito sul bicchiere vuoto, poco sopra il fondo, lui capì di nuovo e me ne versò altri cinquanta grammi. Ecco, i cinquanta grammi sono la dose tipica che viene indicata nelle liste di bar e ristoranti ed a volte viene indicato anche il prezzo dei 100 grammi. Per il cognac si usano quasi esclusivamente varietà (autoctone) a bacca bianca come Mskhali, Voskehat,

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News dal MONDO

Kangun, Garandmak, Rkatsiteli (questa di origine Georgiana). Le stesse più altre quali ad esempio Lalvari, Banantc, Avevabuir, Muscat, vengono anche normalmente vinificate ed alcune spumantizzate. Areni è invece il vitigno a bacca rossa in assoluto più diffuso. Altre varietà a bacca rossa sono ad es. Kakhet, Tozot, Saperavi, Akhtanah, Nerkarata. La viticoltura, vista l’altitudine, è diffusa soprattutto in alcune regioni come quelle di eccellenza il Vayots Dzor (tra 1000 e 1600 m) con la zone di Areni, Malishka, Aghavnadzor, Arpa river valley, Yeghegnadzor; o la regione del Ararat (splendida la vista del monastero di Khor Virap con i vigneti intorno e l’Ararat in sfondo) dove nelle rovine del monastero di Svarnots è possibile vedere le antiche vasche di raccolta del mosto con le caditoie. Altre regioni Armavir, Aragatsotn,Tavush e Shirak. Per quanto riguarda i vitigni a bacca rossa in assoluto il più diffusoè l’Areni; tra le altre varietà ricordo ad es. Kakhet, Tozot, Saperavi, Akhtanah, Nerkarata. I vini sono presenti nelle tipologie Red dry, Red semidry e Red semisweet. Sicuramente sul vino le cantine pos-

sono migliorare ancora tanto in fatto di qualità ed equilibrio dei loro prodotti, almeno con riferimento ai vini “assaggiati”, in concomitanza a pranzi o cene. Tra le cantine che ricordo Maran (forse i migliori prodotti che ho incontrato), Vedi Alco (pure produttrice di cognac), Armenia, Ijevan, Areni Country. Da segnalare l’indicazione in etichetta del titolo alcolometrico che sovente è riportato in intervalli come ad es 12 – 13 %. Uno degli eventi più importanti per il settore è il Areni wine Festival che si tiene in ottobre appunto ad Areni. L’Armenia non è solo cognac e vino ma anche tanti altri prodotti. Tipico ad es è il Vino di melograno, che è ottenuto da fermentazione del melograno (con aggiunta eventuale di vino). Po i vini aromattizzati alle varie frutta. Molto

diffusi sono poi i numerosissimi distillati (vodke) di albicocca, pesca, prugna, mora di gelso, corniolo. Pure la produzione di birra è molto attiva e le marche più diffuse sono Kilikia, Kotayk, Erebouni, Gyumri, Alexsandrapol e tutte molto piacevoli. Anche se ormai scritto più di 50 anni fa, prima di intraprendere un viaggio in Armenia suggerisco di leggere il racconto “Il bene sia con voi!”, perchè Grossman parla di gente, cibo, cognac, sofferenza emozioni che, anche se sono passati tanti anni, un visitatore moderno può ancora sentire. Una grande differenza è che a Yerevan non vedrete più la gigantesca statua di Stalin ma quella della Madre Armenia, alta 23 metri (con un piedistallo di 50 m) che, tenendo una spada nel fodero, volge lo sguardo in direzione del confine turco. Che dire...buon viaggio e Barev dzes!! Per chi fosse interessato a visitare l’Armenia i maggiori Tours Operator organizzano permanenze con programmi più o meno simili; oppure si può contattare direttamente un operatore locale (in italiano) che può organizzare e preparare soggiorni ad hoc al sito www.armeniamagica.com.

Piccola bibliografia Ananikian R.1989. Tourist attraction in Armenia. Ed. Moscow Planeta Publishers. (interessante guida dell’era Sovietica) Grossman V. 2011. Il bene sia con voi!. Ed. Adelphi Lewy G. 2008. Il massacro degli Armeni. Un genocidio controverso. ET Einaudi. Noble J., Kohn M., Systermans D. 2008. Georgia, Armenia e Azerbaigian. Ed. Lonely Planet 8classica guida stile Lonely) Martirosyan S. 2010. Armenia, colori e profumi. Ed. Tigran Metz, Yerevan. (piccola ma utile guida in Italiano). Martirosyan S. 2011. Armenia, ritratto di colori e vita. Ed. Nushikian Print, Yerevan. (libro fotografico). Pasqual N., 2010. Armenia e Nagorno Karabak, monasteri e montagne sulla via della seta. Serie: Guide per viaggiare. Ed. Polaris (ottima guida).

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Organo Ufficiale della FISAR

Federazione Italiana Sommelier Albergatori Ristoratori


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Ad Alessandria il percorso formativo di Comunicazione e Degustazione

l ristorante un cliente chiede al cameriere se c’è del pesce fresco e questi gli risponde che hanno sogliole, orate e spigole. “Il branzino non lo avete?” domanda il cliente. A questo punto che cosa dovrebbe rispondere il cameriere? Se è bene informato risponderà di sì perché branzino è sinonimo di spigola ed accontenterà il cliente; al contrario potrebbe indurre il cliente a fare un’altra scelta, meno gratificante: questa situazione è un semplice esempio di quanto il linguaggio possa essere fonte di confusioni o fraintendimenti; se manca una base comune gli interlocutori faticano a capirsi. In questa ottica si inseriscono i Corsi base di Comunicazione e Degustazione promossi dal Centro Tecnico Nazionale della FISAR. Dopo i corsi organizzati per le delegazioni del Nord-est, nei giorni 25-26 febbraio e 10-11 marzo 2012, si è tenuta l’analoga iniziativa per le delegazioni del Nord-ovest. Sotto la supervisione del Responsabile del CTN Giorgio Pennazzato e grazie all’organizzazione locale curata dal Delegato di Alessandria allora in carica Lorenzo Diotti, all’Hotel Marengo di Spinetta Marengo, nei pressi di Alessandria, si sono ritrovati 35 sommelier provenienti dalle Delegazioni di Alessandria, Aosta, Biella, Novara, Pavia, Tigullio, Torino, Varazze, Vercelli e Versilia, accolti dal saluto del Tesoriere nazionale Luigi Terzago. Com’è noto, il corso si rivolge a tutti i soci sommelier che desiderano migliorare le loro conoscenze e capacità operative in FISAR. In particolare è rivolto a Docenti (futuri RELATORI) e Direttori dei corsi FISAR, o che aspirino a diventarlo, essendo da quest’anno il primo passo, obbligatorio, per ottenere tali qualifiche. La finalità che si propone è duplice: da una parte l’ acquisizione della capacità di comunicare efficacemente con i propri interlocutori, aspiranti sommelier e corsisti, per trasmettere nel modo migliore le

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proprie conoscenze e coinvolgere chi ascolta: dalla maggiore o minore efficacia della comunicazione può dipendere la scelta se iscriversi o meno ad un corso FISAR, ma anche se continuare un corso già iniziato o proseguire ad un livello superiore. Questi aspetti sono stati sviluppati durante la giornata di sabato dal socio dr. Andrea Fabio che ha saputo interessare i partecipanti coinvolgendoli in giochi di ruolo ed esempi illuminanti, spaziando dai principi e dall’ efficienza della comunicazione, alla preparazione della lezione, alla comunicazione non verbale, alla gestione dell’ aula e alle tecniche di presentazione per concludere con l’analisi delle difficoltà e il superamento delle obiezioni. La seconda finalità è rappresentata dall’utilizzo di un linguaggio comune, in cui siano coniugati rigore ed efficacia, soprattutto nella fase delicatissima e fondamentale della degustazione: nella giornata di domenica il socio Filippo Parmigiani, dopo avere richiamato e puntualizzato alcuni importanti aspetti dell’ analisi sensoriale, ha illustrato le modifiche che sono state apportate alla scheda di degustazione vini e che dovranno essere applicate nei corsi che avranno inizio in autunno. La degustazione di una decina di vini ha fornito lo spunto per porre l’accento sulle variazioni più significative ed ha innescato alcune discussioni costruttive. L’interesse suscitato è stato tale che i lavori si sono protratti oltre i tempi previsti e avrebbero potuto avere un ulteriore seguito. Un aspetto che ha colpito favorevolmente i partecipanti è stata la constatazione che si è creato in FISAR un interessante percorso di sviluppo per chi, diventato sommelier, aspira ad approfondire ed ampliare le esperienze e conoscenze in campo enoico. Notizia inviata da Massimo Bozzalla per conto del CTN

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La delegazione di Alessandria festeggia i nuovi sommelier

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el cuore del Gavi, la delegazione di Alessandria ha festeggiato i suoi neo sommelier che hanno conseguito con impegno il riconoscimento. La serata si è svolta nello storico e rinomato ristorante “ Cantine del Gavi Il ristorante si trova nel centro della cittadina di Gavi, ricca di monumenti a partire dall’anno 1000 d.c. sino al seicento ligure. Molti edifici sono ancora visitabili, nel centro storico la chiesa di S.Giacomo Maggiore in stile romanico, il Portino unica parte delle mura del XIII secolo. Domina il paese il Forte, fortezza genovese perfettamente conservata, meta di molti turisti e sede di importanti congressi ed eventi di promozione del territorio. Proprio in un palazzo del centro abilmente ristrutturato ha sede il ristorante.

Da quaranta anni Alberto Rocchi, oggi affiancato dalle figlie Elisa e Roberta, propone con passione ed amore i piatti tipici del territorio, mantenendo sempre uno standard qualitativo molto alto associato ad un lavoro di riscoperta di ricette ormai scomparse. All’interno del locale è stata mantenuta la preziosa cappella privata, dove abbiamo cenato. La serata è proseguita con la consegna dei diplomi da parte del delegato coadiuvato dal direttore di corso e dal responsabile dei sommelier, con l’augurio che il traguardo raggiunto sia, non un punto di arrivo, ma di partenza, verso un mondo in continua evoluzione e dove il conoscere non è mai abbastanza. Ed ecco i nomi dei nuovi sommelier: Bacchiocchi Mauro, Barattino Ilaria,

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Bianchi Paolo, Brusco Sabrina, Carrea Stefano, Cartasegna Ilaria, Gennaro Donatella, Ivaldi Ilaria, Merlano Paolo, Mignolli Francesca, Oddone Giovanna, Orsi Teresio, Pallini Paolo, Pernecco Gabriele, Repetto Simona. Rettani Paolo. Roseo Chiara. Sericano Alessandra e Verrengia Giovanni Al termine della serata Alberto Rocchi ci ha aperto le porte della sua antica e fornitissima cantina che offre più di 800 etichette con bottiglie di barolo, barbaresco dagli anni 50 e non solo. Adiacente alla cantina una bellissima nevaia, arredata con tavoli e panche ricavati da vecchie botti, dove sono conservati i salumi fatti in casa. Notizia inviata dal Delegato di Alessandria Mariapia Gori. Fotografia di Maurizio Ravera.

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Consegna attestati alla Delegazione di Pisa e Litorale

La Fisar di Pisa e Litorale consegna gli attestati del primo corso al termine della cena tenuta al ristorante Osteria San Paolo dell’omonima via a Pisa. Il proprietario Carlo Bibbiani ha accolto i corsisti con un Prosecco di benvenuto accompagnato da un assaggio di Antipasti preparati dallo chef Simone Sardelli. I primi consistevano in Crespelle farcite con ricotta, rucola e San Daniele su vellutata di pomodoro e Maccheroni di pasta fresca al guanciale di Cinta Senese con scaglie di pecorino, ambedue bagnati da un robusto Argante Rosso di Toscana DOC dal bel colore rubino intenso e dai profumi fruttati e frutti di bosco che ben si fondono a fini sentori speziati. A seguire il Prosciutto di maiale al forno con erbette aromatiche e sformatino di broccoletti e patate abbinato al San Bartolomeo Rosso Toscana IGT I corsisti, guidati dagli insegnanti, hanno potuto valutare le particolarità e l’alta qualità di questi vini, determinate dalle tecniche di produzione che vedono l’applicazione di attrezzature e metodologie molto moderne su antichi vitigni toscani nel-

la Fattoria Vallorsi di Terricciola (Pi), guidata dal fondatore Mario Bibbiani. Al termine i ringraziamenti, fra gli applausi, alla Brigata di Cucina ed al Rango di servizio, prima della consegna degli attestati, eseguita dalla Delegata Maria Cristina Messina, dal Direttore del corso Barbara Poli, dal Tesoriere Umberto Chericoni e dal decano Angiolo Bacci. Ottimo il servizio vini espletato dai Sommeliers Cinzia Trassinelli e Fabrizio Macchia. Ecco i nomi dei corsisti diplomati: Giovanni Luigi Cossi, Matteo Cossi, Filippo D’Antuono, Matteo Della Bartola, Vittorio Faluomi, Roberto Filippelli, Carlo Franchi, Renzo Gori, Antonio Malvaldi, Christian Marchi, Marco Marchi, Ornella Mercadante, Filippo Olivieri, Moreno Ruberti, Walter Salvioli, Chiara Carmen Scordari, Salvatore Sempito e Claudia Togea. Notizia inviata da Tiziano Taccola della Delegazione di Pisa

Alla FISAR di Firenze si consegnano gli attestati

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abato 31 Marzo ha avuto luogo presso la Fattoria le Sorgenti a Bagno a Ripoli (FI) il Convivio di Primavera, un pranzo sociale organizzato dalla delegazione di Firenze per tutti i suoi membri e gli accompagnatori. La giornata è trascorsa piacevolmente, dopo la visita del podere, vigneti e cantina, durante il pranzo sono stati consegnati gli attestati a coloro che hanno terminato il corso di primo livello. Successivamente sono stati consegnati i diplomi e i tastevin ai Neo Sommelier della delegazione che hanno superato brillantemente l’esame finale: Marzio Santini, Alessandra Innocenti, Luigi Colombo, Sergio Benozzi, Giulia Manca, Angelo Simontacchi, Filippo Bracci, Marco Susini, Laura Romualdi. Notizia inviata da Lorenzo Sieni della Delegazione di Firenze

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Serata Valtellina alla FISAR di Pisa

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resso il ristorante Bacchus a Pisa, in località I Tortellini, si è svolta il 1 marzo una serata di degustazione dedicata al Valtellina Superiore DOCG, rappresentato per l’occasione da 4 vini di altrettante aziende. Questo vino, ottenuto quasi esclusivamente dal vitigno Nebbiolo, localmente chiamato Chiavennasca, nasce in uno dei territori vitivinicoli più caratteristici del nord Italia. La Valtellina è attraversata dal fiume Adda e si estende per 120 km fino al confine svizzero. Qui le Prealpi Retiche ed Orobiche proteggono i vigneti dai freddi venti del nord Europa. Il versante retico, disposto a sud, ospita i vigneti sui tipici terrazzamenti, costruiti manualmente in tanti anni di duro lavoro dalle abili mani dei valtellinesi che hanno anche dovuto portare da valle la terra per renderli coltivabili. Per capire meglio come nascevano queste opere di vero ingegno, nel corso della serata, è stato mostrato ai fisariani intervenuti, un filmato sulla Valtellina, firmato dal regista Ermanno Olmi: un documentario che mostra con grande poesia luoghi e colori di questa terra con particolare attenzione alla vita agricola di questi luoghi. Qui ogni vigna è un piccolo spicchio di terra offerto alla montagna e coltivato con cura e dedizione. La degustazione è stata accompagnata da un tradizionale menù toscano: polentina con funghi porcini, tortelli al ragù di mucco pisano, bocconcini di cinghiale in umido e tris di formaggi toscani a diversa stagionatura. I vini sono stati presentati e commentati dal Sommelier Luca Barsanti e da Stefano Vicentini, titolare dell’azienda Le Strie, in rappresentanza delle aziende partecipanti che hanno gentilmente offerto i loro vini. In degustazione: Valtellina Superiore DOCG 2009 dell’azienda Società Agricola Dirupi; Valtellina Superiore

DOCG 2009 Pietrisco dell’azienda Boffalora; Valtellina Superiore Sassella DOCG 2006-Stella Retica dell’azienda Arturo Pelizzati Perego; Valtellina Superiore DOCG 2006 dell’azienda Le Strie (nella foto i titolari).

Tutti i vini presentati sono stati ottenuti da uve scelte da una attenta selezione già in vigna e con le tradizionali tecniche di vinificazione, utilizzando lieviti indigeni e senza particolari interventi correttivi. All’assaggio hanno mostrato le caratteristiche tipiche del Nebbiolo valtellinese: un color rubino con leggere sfumature aranciate, non eccessivamente carico, diverso da quello del cugino piemontese, al naso profumi di ciliegia e sottobosco, mentre in bocca mostra una bella freschezza, una buona carica tannica ed una buona persistenza. I soci hanno molto apprezzato i vini e le spiegazioni offerte, in particolare quelle di Stfano Vicentini, valtellinese di adozione che ha fatto suo lo spirito di questa terra, dove ogni spicchio di vigneto è una vera conquista e i vini che ne nascono lo ripagano sicuramente della tanta fatica consumata nella vigna. Inviata da Luca Barsanti della Delegazione di Pisa

In Toscana si parla dei Vini della Memoria

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a Toscana è ricca di vitigni che spesso accompagnano il Sangiovese nella costituzione di molti vini. Anche il Chianti fin dalle sue origini, quando ancora si parlava di Chianti Putto, denominazione la cui superficie attualmente ricade nelle province di Pisa e Firenze, era costitu-

ito in parte da questi vitigni, presenti spesso in forma sporadica in molti vigneti. Foglia tonda, Giacomino, Mazzese sono nomi poco noti alla maggior parte degli appassionati del nettare di Bacco, ma alcuni produttori lungimiranti hanno voluto recuperarli e ne

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hanno scoperto anche le qualità enologiche di sicuro interesse attraverso la vinificazione in purezza. Uno di questi produttori è Roberto Droandi che, nella sua azienda di Montevarchi, Arezzo, ha iniziato da qualche anno la vinificazione di alcune varietà storiche della Toscana: questi

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vini sono stati proposti in degustazione ai soci fisariani della Delegazione di Pisa presso il ristorante del Club House Tenuta l’Isola a Migliarino Pisano. L’azienda Droandi rappresenta una realtà vinicola storica dell’aretino, a conduzione familiare sorge su terreni che appartengono alla famiglia dagli inizi del XIX secolo. Condotta dal 2000 col metodo dell’agricoltura biologica, è costituita da due corpi principali: podere Campolucci, che rientra nel Chianti Colli Aretini, nel comune di Montevarchi e podere Ceppeto, nel Comune di Gaiole, Chianti Classico. Da circa 10 anni l’azienda collabora con la sezione aretina dell’Istituto Sperimentale per la Viticoltura con l’impianto di un vigneto in cui sono stati impiantati vecchi vitigni toscani allo scopo di preservarne il patrimonio genetico. Alcuni di questi vitigni, vinificati in purezza hanno dato vita alla selezione, i “Vini della Memoria”. In degustazione sono stati proposti: Toscana IGT Barsaglina 2008, Toscana IGT Pugnitello 2009 e Toscana IGT Foglia tonda 2009, tre vini rossi sicuramente interessanti per

struttura e persistenza. La Barsaglina è probabilmente originaria della Toscana, nella provincia di Massa Carrara, ma attualmente poco diffusa. La prima citazione risale al 1877, ma il vitigno è iscritto ufficialmente al Catalogo Nazionale Vitigni solo nel 1925. Rimane presente in maniera sporadica in Toscana, dove rientra nella DOC Colli di Luni rosso. Il Pugnitello è una varietà molto rara, riscoperta a metà degli anni ’80 in alcuni vecchi vigneti della DOC Montecucco e introdotta nella Collezione dell’azienda San Felice di Castelnuovo Berardenga. Vitigno interessante per le qualità enologiche, e iscritto, dal suo recupero, al Catalogo

Nazionale Vitigni. Il Foglia tonda è una varietà molto interessante, segnalata a fine ‘800 nei vigneti del barone Ricasoli presso il Castello di Brolio, ma se ne riscontra la presenza anche in altre vigne del Chianti. Da sempre iscritta al Catalogo Nazionale. La sua zona di elezione è il Chianti e spesso, per le sue ottime qualità coloranti e aromatiche, fa da spalla al Sangiovese nella costituzione dell’uvaggio di questa denominazione. I vini hanno subito un passaggio in rovere francese di 2° e 3° passaggio per attutirne la tannicità senza snaturarne la freschezza aromatica, ancora presente nonostante la loro età. Vini robusti, di buon grado alcolico, tra 13 e 14 gradi, con un’ottima persistenza. Il sig. Roberto Droandi (nella foto) ha partecipato alla serata spiegando nei dettagli le scelte tecniche che hanno portato alla nascita di questi vini. Una serata di degustazione ben riuscita che ha contribuito a far conoscere nuovi aspetti delle produzioni vinicole toscane. Notizia inviata da Luca Barsanti

Di Cantina in Cantina la FISAR di Salerno incontra le aziende

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i sono mestieri in cui la passione ne determina la riuscita, si può fare la differenza in proporzione all’amore che vi si ripone. È certamente così per i vitivinicoltori, una categoria romantica, immaginata, invidiata, ma anche ricca di difficoltà quotidiane. Il rapporto con la terra, con il ciclo delle stagioni, con i fenomeni atmosferici, mal si lega con la trabordante burocra-

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zia italiana e con il commercio, eppure entrambe sono necessarie alla sopravvivenza. Lo sanno bene Annibale Salerno e sua moglie Annamaria da cui nascono le basi dell’azienda agricola di famiglia che lavora sotto due marchi: Casa di Baal per la produzione vitivinicola e L’Oliveto per la produzione di olio. Oggi ad affiancarli la nuova generazione, formata dai tre figli: Giusy, Francesca e Mario.

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Ecco perché questa realtà produttiva è stata scelta per una delle tappe del tour “Di Cantina in Cantina” promosso dalla FISAR Salerno, al fine di conoscere da vicino i produttori e i loro territori. Domenica 18 marzo circa 90 persone hanno affollato l’azienda di Montecorvino Rovella, nei Picentini, passeggiando tra le vigne e visitando gli impianti.


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Non è mancato certo un momento dedicato alla degustazione, guidata dal

delegato FISAR, Alberto Giannattasio. 4 le etichette: Bianco e Rosso di Baal,

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Fiano ed Aglianico di Baal. E come ci si può aspettare, dopo aver conosciuto la famiglia Salerno e dopo aver goduto alla vista delle bottiglie curate nel dettaglio, anche i vini rispecchiano autenticità e correttezza. Più quotidiani il Bianco ed il Rosso, più caratteristici (essendo lavorati in purezza) il Fiano e l’Aglianico. Pesca e miele del Fiano, spezie e frutti intensi nell’Aglianico. Una interessante produzione che per l’occasione ha incontrato a tavola i piatti del talentuoso chef Fabrizio Di Lisi. Un certo e radioso futuro per entrambe, una forte testimonianza dell’Italia dell’agroalimentare che tiene il passo. Notizia inviata da Antonella Petitti della delegazione di Salerno

Lungo il Brenta alla scoperta del vino con la FISAR di Venezia

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i e’ tenuta domenica 11 marzo la prima edizione della manifestazione “I Fiumi del Vino”. Nata sotto il patrocinio del Comune di Mira ed ideata e realizzata in toto dalla Delegazione F.I.S.A.R. di Venezia Città, la rassegna ha voluto offrire ai tanti visitatori un’ampia vetrina di vini nati e prodotti in prossimità dei corsi d’acqua. A fare da splendida cornice alla manifestazione è stata Villa Contarini a Mira detta dei Leoni per i due leoni che ornano la scalinata d’accesso, la villa si affaccia sul corso del Naviglio del Brenta, che dà il nome alla celebre Riviera. Difficile non immaginare queste acque com’ erano nei secoli scorsi, attraversate dalle imbarcazioni dei nobili che dalla “Serenissima” venivano a trascorrere qui la villeggiatura nelle innumerevoli ville che incastonano il corso d’acqua. Lungo le sale affrescate si è snodato un percorso enologico e geografico. Brenta e Piave quindi, ma non solo, Adige per i vini trentini, Sele ed Elsa per i vini senesi, fino ad arrivare oltre confine alla Loira, al Serein dello Chablis, all’Ebro spagnolo e al

Douro portoghese. Oltre 40 le aziende espositrici, tra tutte: Bucovaz, Bonazzi, Casa Roma, Cantina Riviera del Brenta, Cantina Ponte di Piave, Cantina d’Isera, Cavit, Consorzio Refosco di Praedis, Contra’ Malini, Collavini, Castello di Roncade, Fraccaroli

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Mario, Franz Haas, La Tordera, Le Magnolie, Manzini Francesco, Pedrotti, Tezza, Vignalta, Villa Canthus, Vini Vicentini ed altre ancora. Da registrare il tutto esaurito alle due degustazioni guidate dall’impareggiabile Luciano Rappo che ha condotto per mano i partecipanti alla scoperta dei Riesling della Mosella di Schloss Johannisberg nella prima e di Nosiola e Vino Santo nella seconda. Rilevante, in seno alla seconda, la presenza di un Vino Santo, versione passita della Nosiola, del 1957. La manifestazione ha chiuso i battenti con un bilancio positivo in termini di pubblico e di consensi che fanno ben

sperare in una prossima 2° edizione. Un ringraziamento non doveroso ma sentito ai 30 soci e più che hanno permesso di realizzare con successo il progetto. Tre nomi tra i tanti: il nostro Delegato, Lorenzo De Rossi, un volenteroso corsista di 1° livello, Daniele Spezzamonte e, come dicono gli inglesi, last but not least Cristina Lucchesi la cui determinazione e professionalità ci hanno permesso di arrivare in porto, nel mezzo tutti gli altri. Notizia inviata da Cinzia Vanzan per la Delegazione di Venezia (foto di Sandro Zanforlin)

La Delegazione di Aosta al Royal Wine Festival

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al 13 al 15 di aprile scorsi si è svolto presso il Grand Hotel Royal e Golf di Courmayeur la manifestazione Royal Wine Festival . Le sale del suggestivo Grand Hotel Royal hanno ospitato nei tre giorni le seguenti manifestazioni: degustazione dei vini valdostani, degustazione di grandi vini d’Oltralpe che ha visto protagoniste la Borgogna rappresentata da 5 vini rossi e 2 bianchi e la regione di Bordeaux che è stata rappresentata da 6 vini rossi ed uno bianco, il Concorso organizzato dalla FISAR Aosta per decretare il più competemte sommelier sui vini valdostani Miglior Sommelier e un convegno sulle parentele genetiche dei vitigni valdostani, te-

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nuto da Giulio Moriondo, Bioenologo, coautore del volume “storia e parentele genetiche dei vitigni valdostani e vallesani”. I vini valdostani in degustazione sono stati quelli dei produttori Brunet Piero, Cave du Vin Blanc Morgex e de la Salle, Château Feuillet, Colegato Carlo, Cooperative de L’Enfer, Clos Blanc, Di Francesco Nicola, Diego Curtaz, Feudo San Maurizio, Gerbelle Didier, Institut Agricole Regional, La Kiuva, La Vrille, Les Granges, La Sourse, Le Triolet, Maison Agricole D&D, Maison Anselmet, Maison Vigneronne Grosjean, Moriondo Giulio, Noussan Franco, Ottin Elio, Pavese Ermes, Praz Constantin, Quinson Pierre Philippe,

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Teppex Manuel e Priod Fabrizio. Per quanto riguarda il concorso, organizzato dalle delegazione Fisar di Aosta, le prove vertevano sul un test con domande sulla viticoltura,i disciplinari di produzione i vitigni Valdostani ed una seconda prova pratica. La prima prova si è svolta nella mattinata e consisteva in 20 domande più il riconoscimento di due vini con descrizione delle caratteristiche organolettiche. La mattinata si concludeva con la proclamazione dei tre finalista: Gianmarco Viano, Ettore Cresto e Roberto Mangiafico. Nel pomeriggio, sotto gli occhi attenti della giuria capitanata dal delegato locale Agostino Buillas, del responsabile dei servizi della delegazione di Torino Vincenzo Fragomeni, dello storico produttore Vincent Grosjean, il bioenologo Giulio Moriondo e del giornalista Raphaël Bixhain la finalissima. Il primo posto è stato conquistato dal valdostano Gianmarco Viano . Le poazze d’onore sono state conquistate da Roberto Mangiafico e Ettore Cresto della Delegazione di Torino. Notizia inviata da Giuseppe Santo per Il Sommelier


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In gita per conoscere e degustare spumante

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a storia di San Miniato risale all’epoca longobarda (VIII secolo) come testimoniano i numerosi ritrovamenti in zona, ma è solo con l’arrivo degli Ottoni (da qui l’appellativo di San Miniato al Tedesco) nel secolo X che acquistò la fama di cui gode tutt’oggi e che ne ha fatto meta privilegiata di artisti e studiosi. Sviluppatasi su tre crinali, nonché al centro delle maggiori vie di comunicazione che collegano Pisa e Firenze, Siena e Lucca, ha costituito da sempre un luogo strategico di avvistamento e difesa, motivo per cui venne fortificato da tre cerchia di mura assumendo presto l’aspetto di una fortezza. Alla sua sommità fu fatta erigere nell’undicesimo secolo una torre, la Rocca, simbolo e richiamo principale del paese nonostante la sua distruzione e successiva ricostruzione nel dopoguerra. Da subito San Miniato divenne la favorita delle più alte cariche imperiali e ecclesiastiche, tra le quali le famiglie Buonaparte e Ridolfi, che nei secoli vi presero residenza e vi custodirono le proprie ricchezze. Ad oggi preserva l’architettura e l’impianto medievale del tempo, nonché i centri di potere principali: il Comune, la banca omonima e il Palazzo Vescovile. Oltre alla sua importanza storica, la città di San Miniato è nota per i prodotti della sua terra. La posizione collinare e il suo clima favorevole dovuto anche all’influenza delle correnti marine favoriscono durante tutto l’anno la crescita di prodotti di qualità e gusto superiori. La Fisar di Pisa e Litorale ha voluto testarne la fama organizzando una visita con degustazione presso l’azienda agricola Cuppelli, nata nel 1954, quando Amelio Cupelli decise di trasferirsi dalle Marche a San Miniato, iniziando a coltivare la vite e dandosi all’arte del Vin Santo toscano. Oggi la sua passio-

ne rivive nel lavoro della figlia Ivana e dei nipoti Sara e Marco Pertici. E proprio Sara ha fatto da guida alla visita dell’azienda costituita dai 6 ettari di vigneti valorizzati da vitigni autoctoni, che grazie alle più moderne tecnologie di cantina, e con devozione per la terra, riesce a mettere in bottiglia soltanto alta qualità e amore per il vino. La visita si è poi spostata nella cantina dove si è potuto vedere le vasche di fermentazione e seguito le fasi di lavorazione dello spumante e effettuare le degustazioni. Dal 2008 l’azienda ha intrapreso un progetto del tutto nuovo. La sfida consiste proprio nella realizzazione di uno spumante fatto con il metodo classico e da un vitigno che è patrimonio della vitivinocultura toscana. L’Erede Limited riserva 2008 nasce da uve di trebbiano toscano 100%. Un’evoluzione sorprendente del nostro metodo classico, i 34 mesi di posa sui lieviti gli conferiscono una spiccata personalità. Caratterizzato da una spuma abbondante e cremosa con buona persistenza di una tenue corona, perlage fine e continuo. Colore giallo paglierino con lievi riflessi dorati, profumo di frutta gialla unita a fragranze di lievito. Il gusto è persistente con piacevole finale di crosta di pane. L’Erede Rosato metodo classico nasce da uve di Canaiolo rosa 100% da sempre presenti nei nostri vigneti. Presentato per la prima volta a Natale 2011, L’Erede Rosato presenta un colore rosa fragola con sfumatura rosa antico, perlage fine e leggero e bouquet intenso di fragola e ciliegia unite a sentori di mela verde. Palato ampio e rotondo, strutturato e persistente. La produzione di vino rosso (Sangiovese e Ciliegiolo) quest’anno non è stata imbottigliata ma è disponibile direttamente in azienda. L’obbiettivo è quelIl Sommelier Maggio-Giugno 2012 • n. 3

lo di specializzarsi sempre di più nella produzione dello spumante facendo conoscere le incredibili proprietà del Trebbiano. Ulteriore produzione è quella del Vin santo D.O.C. Bianco Pisano di San Torpè, molto apprezzato e veramente eccellente, che esalta le caratteristiche note di mandorle e frutta secca senza scendere nell’eccesso della mielosità che spesso impasta la bocca. È seguita una ulteriore piacevole degustazione dei prodotti dell’azienda accompagnata da deliziosi piatti preparati dalla proprietaria stessa usando principalmente i frutti del proprio orto oltre a salumi e formaggi locali che ha evidenziato i pregi degli abbinamenti con le diverse pietanze. Positivi tutti i commenti dei partecipanti. Incredibile la resa in qualità di un vitigno locale come il Trebbiano per lo spumante metodo classico, in particolar modo interessante la Riserva ed il Vin Santo. Per i convenuti un pomeriggio passato piacevolmente grazie all’ospitalità dei proprietari ed alla loro disponibilità. Sicuramente è un’azienda di cui sentiremo parlare per il coraggio dimostrato nell’aproccio con una produzione rivoluzionaria per il luogo insolito di questa tipologia di vino e principalmente usando uve “ insolite” come il Trebbiano tipico della zona anzichè Chardonnay e Pinot nero. Tutta la comitiva ha trovato il prodotto finale veramente interessante. Viva emozione al momento dei saluti, delle foto di rito e della cerimonia di consegna del tradizionale gagliardetto, per la giornata gioiosa ma impegnativa, trascorsa in questa meravigliosa cornice il cui ricordo si perpetuerà grazie all’ampia scorta di vini di cui tutti si sono premuniti prima della ripartenza. Notizia inviata da Tiziano Taccola

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DONATELLA CINELLI COLOMBINI E NINO STATELLA PROTAGONISTI DELLA 30a EDIZIONE DI “Primavera in Valdichiana 2012”

31 Marzo 2012. La manifestazione Primavera in Valdichiana della Delegazione Valdichiana compie 30 anni. Ha ormai un’età in cui l’iter di percorso si è consolidato nella sua realizzazione ma ogni anno lo scenario e l’intreccio del contenuto si diversificano. La serata si svolge nell’accogliente salone del ristorante “DA DOMENICO” di Monte San Savino e la cena offre piatti di mare siciliani abbinati a vini forgiati dal fuoco dell’Etna dell’Azienda Agricola Barone di Villagrande. Ottimo il luogo, ottima la cucina condotta in modo encomiabile dallo chef Nino Statella, uno dei primi pionieri della Fisar e ottimo il servizio dei Sommelier che non potevano mancare ad un appuntamento così importante. Il Presidente Nazionale, Nicola Masiello, fa gli onori di casa ai due personaggi che quest’anno sono di lustro e particolare richiamo alla manifestazione: dott.ssa Donatella Cinelli

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Colombini e Nino Statella, executive chef. Attraverso essi il nome dell’Italia è stato portato anche in campo internazionale alla ribalta di eventi, titoli, premi sia nel settore vitivinicolo che enogastronomico. Storica dell’arte, docente universitaria e scrittrice la sig.ra Colombini può essere considerata il personaggio femminile più appropriato per rappresentare il mondo del vino che negli anni, ella, ha cresciuto, coccolato, guidato come si fa con un figlio. È lei che ha fondato, con un gruppo di produttori, il Movimento del turismo del vino e inventato Cantine aperte promuovendo anche i primi corsi per specialisti in turismo del vino. Il premio “Casato prime donne” è la perla della sua azienda a Montalcino dove produce Brunello, mentre il Chianti e la DOC Orcia nascono a Trequanda nella cantina della villa “Fattoria del Colle”. Nel 2003 vince l’Oscar di miglior pro-

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duttore italiano e dopo altri riconoscimenti ultimo, quest’anno, riceve il Premio internazionale Vinitaly 2012. Ed ecco che la FISAR in occasione della “Primavera in Valdichiana 2012” ritiene doveroso insignire la dott.ssa Cinelli Colombini di Socio Sommelier Onorario della Federazione e le consegna, per mano del Presidente Nazionale, il Tastevin d’Argento, onorificenza, che consolida per l’ennesima volta la sua figura di personaggio altamente rappresentativo per ciò che ha raggiunto nel mondo vitivinicolo in campo nazionale e internazionale. Intanto nella manifestazione i piatti e i vini si avvicendano sui tavoli per la gioia degli occhi e del palato e di nuovo il Presidente, a nome della Delegazione Valdichiana, si accinge a consegnare il secondo premio della serata: la targa di riconoscimento: «Primavera in Valdichiana 2012» assegnata per meriti conseguiti nell’ambito di Enologia, Giornalismo o Cucina ad un rispettivo personaggio di uno dei settori.


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Quest’anno il destinatario non poteva che essere lo stesso chef della serata: Nino Statella, AMBASCIATORE DELLA CUCINA TIPICA REGIONALE SICILIANA NEL MONDO. Personalità eclettica nel mondo della Ristorazione che ha visto nascere la FISAR e che dal 1990 al 2002 ne ha ricoperto anche il ruolo di Vicepresidente. Vive ora ad Enna ed è executive chef del Ristorante “FEDERICO II Palace Hotel” ma il suo curriculum vitae in campo lavorativo è ricco di ruoli importanti con esperienze in Italia ed in Europa: Presidente Associazione Cuochi Etnei, Vicepresidente Regionale della Sicilia e poi l’impegno di portare fuori confine la cucina Regionale siciliana e italiana. Si commuove tra l’altro quando, intervistato, ricorda il pranzo preparato per “l’altro Papa”, Giovanni Paolo II, dal quale ebbe modo di ricevere le congratulazioni e parole di simpatia. Il Presidente Masiello, suo amico dalla neonata Fisar, dice di lui: – Nino

Statella è l’artefice di una cucina del territorio gradevole e senza alchimie – e senza dubbio i presenti non hanno potuto che appurare tale realtà attraverso: I Gamberoni di Mazzara con pancetta paesana e patate croccanti, Il risotto con filetto di cernia bianca di Lampedusa, l’enorme Ricciola di mt. 1,70 cotta al forno che saziava solo a

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guardarla, il tortino tiepido di pistacchio di Bronte con cuore morbido e poi…e poi… Il tutto accompagnato dai vini: Etna bianco Superiore DOC 2011, Fiore di Villagrande IGT 2010, Etna rosso DOC 2009, Sciara 2008 IGT, Malvasia delle Lipari. Poi la consegna in casa di altri due premi: Il TULIPANO D’ARGENTO ai Sommelier della Delegazione, Francesca Innocentini e Luca Del Buono. Complimenti Ragazzi!!!... Ed un grazie ai sommelier Marco Cutò, caposervizio, Sabrina Mazzetti, Francesca Innocentini, Enrico Erranti, Roberto Senserini ed a Giuseppe Triolo e Francesco Villa della delegazione Valdelsa che hanno rinforzato le fila dei nostri ragazzi collaborando alla riuscita della serata. Poi il saluto della serata fatto di dolcezze siciliane, di un gentile omaggio floreale, offerto da «l’Angolo Fiorito» di Sinalunga e dal ringraziamento a tutti del Delegato, Emma Lami. Notizia inviata da Claudio Zeni

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La delegazione brasiliana dei sommelier della FISAR ospite in Carpenè Malvolti

Luca Canapicchi si appresta a guidare la degustazione ai colleghi brasiliani

degustando in Carpenè

i produttori di Franciacorta al convegno FISAR Identità di un territorio

istanti da Vinitaly 2012 Fotografie di Jimmy Pessina

Giorgio Iannunzio e Riccardo Guerrazzi perfetti sommelier del Salotto del Vino

La sommelier brasilana FISAR Taline De Nardi con Roberto Rabachino

Dal Brasile sommelier in divisa FISAR al nostro stand

Karen Casagrande tra Francesca Buonalberti e Lavinia Cavalleri, il sorriso dell'accoglienza FISAR

Davide Semenzato di Rotary


Giancarlo TOMMASI al Salotto del Vino

Carlos Veloso Dos Santos di Amorim Cork

il brindisi alla brasiliana subito adottato al Salotto del Vino con la produttrice brasiliana Daiane Argenta

Degustazioni guidate FISAR nello stand dei vini Valtenesi

Giorgio Bosticco Consorzio Asti Spumante Degustazioni al Salotto del Vino

Lodovico Isolabella della Croce al Salotto del Vino

Antonio De Vitiis con il Box Etico di Amorim Cork per il recupero dei tappi in sughero

La Fisar presente al consorzio Doc Bolgheri

Sommelier Fisar allo Stand Altamarca


PARTNER 速

FEDERAZIONE ITALIANA SOMMELIER ALBERGATORI RISTORATORI


Il Sommelier n.3/2012  

La rivista bimestrale della F.I.S.A.R. Federazione Italiana Sommelier Albergatori Ristoratori

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