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LA PIAVE - 220 km laboratorio di ricerca | azione


.Ma che mormora. La Piave non ha più lacrime per piangere. di Stefano Rotta

Scrisse Tacito che dove i romani (quindi, metaforicamente, il potere) fanno il deserto, lo chiamano pace. Dove il potere fa il deserto oggi, lo chiama progresso.

«La» è una nota musicale, «il» no. Al fiume ci si è sempre rivolti come a una donna, con lo stesso amore, timore e rispetto, chiamandolo «la Piave». Fu una decisione del Duce, sulla scorta del macismo dannunziano, a cambiare forzosamente i connotati alle acque sacre alla Patria. Sarebbe rimasto tutto sulla carta, se non fosse avvenuta in Italia la mutazione antropologica denunciata da Pasolini. Morirono i dialetti, morirono i mestieri del luogo, si spensero le tradizioni e ci si dimenticò anche della natura del corso, libera e umorale. Ora qualcuno, non per finta e nemmeno per questioni linguistiche,

sta tornando a dire la Piave. Si può affermare che il Medioevo dei fiumi, il periodo più buio, accenna a finire: si intravedono timidi bagliori di luce e forse fra qualche decennio sarà l’alba. Lungo un corso di 220 chilometri –cifra orribimente, necessariamente uguale all’energia del Novecento, al voltaggio domestico della corrente elettrica– si stanno formando diversi gruppi che a vario titolo e in vari modi aggregano attenzione sui temi fluviali: vivendo il corso d’acqua fra aggregazione e sport, coltivando la cultura tradizionale, oppure folk, o blues, e ancora combattendo contro i colpi di coda di quel


modello che tanto ha dato al Paese, e tanto ha tolto: la produzione di energia elettrica sfruttando il corso d’acqua fino al midollo. Senza incorrere in “disastrismo”, lo si può chiamare «modello Vajont». 220 significa quindi energia e distruzione. Scosse di vita e mortali riedizioni di avventure novecentesche. La Piave addirittura, qualche volta, non esiste più. Non muore solo simbolicamente. Si asciuga del tutto. Procede a singhiozzo. Provate a spiegare a un uomo di un secolo fa, potendolo fare, che a Maserada di lì a qualche decina d’anni si sarebbe asciugato il fiume. Vi prenderebbe per matto. Come si può credere a una cosa del genere? Chi ha rubato il fiume? E perché? La prima risposta a questa domanda, potrebbe essere «il potere». L’apice di una società, da sempre, ha bisogno di energia per sostenersi, mantenersi al vertice, guerreggiare, produrre, vendere. La Repubblica Serenissima abbisognava di quantità gigantesche di legname, anche pregiato (le navi, le conquiste, semplicemente restare sulle mappe e non affondare come Atlantide). Alla Venezia dogale interessava un fiume senza ostacoli. Un’autostrada d’acqua, messa lì a

disposizione da madre natura, che portasse in città l’oro bruno del Cadore. Gli operai-eroi di questo romanzo di potere e poesia sono stati gli zatèr. Gente dura come la pietra, con i tronchi, le mani, i fegati disegnati dalla montagna. Siamo partiti quasi in Austria, su per i sentieri di Sappada, la prima parola è stata «centralina». Siamo arrivati in mare e l’ultima è stata «bonifica». Di mezzo 121 richieste di nuovi impianti idroelettrici per lo più speculativi, impatto mortificante sull’ecosistema e contributo energetico insignificante: un fiume sempre più indebolito nella portata e irregimato in sponde artificiali; di contro, paradossalmente, una fruibilità limitatissima da parte del normale cittadino, per mancanza di accessi, sicurezza, e iniziative realmente fluviali, non kermesse che ne sfruttino solo, verbis, il richiamo. La Piave comincia suonando musica classica, su nelle valli traverse delle Dolomiti. E’ un torrente di vetro ghiacciato che scroscia felice verso valle, come avesse fretta di lasciare casa per avventurarsi in chissà quale landa. Prova a bere da quel ruscello fanciullo e bacerai la montagna. E’ una


giornata di festa, mentre camminiamo ancora sconosciuti e “tecnici” per i sentieri degli antichi boschi. Diluvia. Non è fine estate, è inizio autunno, il primo settembre in quota. Ogni tanto, come un montanaro allenato, Piave si ferma a prendere fiato, si apre un po’ e crea pisci nette naturali; ma è appunto solo un attimo, prima di riprendere la discesa, fra massi e tronchi. La Piave in queste zone prende forza da vari altri affluenti, gli stessi che venivano usati ai tempi degli zattieri per la fluitazione del legname: un metodo efficacissimo e – diremmo oggi, sostenibile – di trasporto materiali inerti. I tronchi, dopo esser segnati, venivano approntati nei ruscelli, interessati a piccole piene a orologeria create da barriere poste e spostate. Al bar di Perarolo, la sera, con le ombre di rosso, si narra di questa epopea. Trecentomila tronchi l’anno dal Cadore a Venezia (sullo sfruttamento delle foreste di quota, leggere «Il Segreto del Bosco vecchio» di Dino Buzzati). Boscaioli al lavoro, dopodiché con la «stua», dighetta naturale amovibile, si creavano aumenti di correnti, che fluitavano il legname (contrassegnato per tipo, acquirente e mercante) prima per ruscelli poi per il Boite la Piave, spinti a valle dalla corrente e dai legni a punta dei «menadas», fino al «cidolo» di Perarolo, dove veniva fermato e partiva, di lì a poco, verso il mare, sulle zattere, costruite dello stesso legname e poi smontate, a Venezia, per tornare a essere vendute come materia prima. Gente che durava poco nonostante la stoffa, vinta sui quarant’anni dall’umido, dall’alcool, dalle fatiche inenarrabili di commerciare legname su zattere fra montagne e mare, risalendo a piedi. L’acqua percola dalle Dolomiti. Si cammina per boschi e radure. Luca e Alessandra Ianese, dell’84 e del ‘95, sono all’avanguardia. Non hanno bloccato né asciugato la Piave, alla Baita Rododendro, per mandare avanti il loro rifugio. Si alimentano col microidroelettrico, che non è il truffaldino e speculativo mini. Ma un impianto per uso domestico. Bevi un’ombra (o quarantadue ombre, come noi), ti lavi le mani, la luce, tutta l’energia del locale (top) viene dall’acqua. Sfilano le vite, di ottantenni e ventenni, degli alfieri valligiani che hanno eretto le baite, o le conducono oggi in abiti tradizionali. Troppo poco tempo, per riferire di questa gente, in bilico fra verità montanare e folklore commerciale. I ragazzi del paese (cittadini in giaccone, loro in maglietta, bei coloriti), giocano con martelli e chiodi, in una

sorta di coreggiamento fra tradizione ed eros, battendo forte sulle soche di abete. Dopo un bel colpo, si può sentire, «qua se vede el marangòn». La montagna vive con la linfa del fiume. Si vive fra turismo e identità. I turisti vogliono identità facile, le identità di montagna (be’, anche di pianura e fiume), sono identità difficili, complesse. Sullo sfondo, dentro le ossa, i fatti, i racconti dei nonni dei nonni, la prima guerra mondiale. Giovanni Fedon è una specie di Sioux sopravvissuto alla diaspora di Vallesella. Con la creazione dell’invaso artificiale del Cadore, le case hanno cominciato a creparsi, a cedere, sono sballate le fondamenta. La gente ha iniziato ad andarsene, rifacendo le case più in su, con l’ente energetico che pagava, avendo tutto l’interesse di silenziare la cosa. Fedon è rimasto, inchiavardato nella sua casa di pietra. Non apre a nessuno. Il paese si presenta così: le strade di un tempo sono prati, le case di un tempo sono prati. In mezzo al prato ci sta una fontana di pietra, che era la piazza. Un paese è stato cancellato dall’idroelettrico. Si è persa la comunità, oggi ciascuno vive del suo, casa per casa, villa per villa, da un’altra parte. «I vecchi a volte se lo sognano di notte, il loro bel paese», confida una signora. Con le segherie e le macine. La gente, le persone. La storia. Gli altri. A Feltre incontriamo un gruppo di partigiani. Non di quelli che hanno fatto la Resistenza storica, verso la barbarie della negazione della libertà umana, ma verso l’attuale barbarie, rivoltarsi a tradimento, con cattiveria e ignoranza (da parte della gran parte dell’umanità attraverso il potere, e non dal potere in sé), alla terra, alla montagna, ai fiumi. Assistiamo al proliferare di centraline idroelettriche, invasive non tanto per la loro struttura, quanto per il rapimento del corso d’acqua. Che viene sottratto al suo alveo e portato in condotte artificiali per far girare le turbine. «Questi nuovi progetti, porterebbero un incremento su base nazionale dello 0,5 per cento della quota dell’idroelettrico, quindi una percentuale inconsistente della produzione totale di energia». Stando alle parole di Valter Bonan è più una questione edilizia che energetica. «Sono state create dagli enti e dalla politica le condizioni favorevoli per il business idroelettrico». Oggi per chi ha quattro soldi, per i soliti noti, il mini idroelettrico è l’affare. Non è bisogno energetico. E’ speculazione pura, di basso livello. Per fare lavorare le ditte edilizie, si costruiscono


centrali idroelettriche, devastando wogni volta un fiumiciattolo o un torrente. Così, per tirare avanti cinque o dieci anni, far girare qualche soldo ed evitare il crash cui questa economia asimmetrica e stanca è destinata. La battaglia principe che questo gruppo di lotta (e di intelligenza, diciamo, prendendoci la responsabilità del giudizio), è stata la valle del Mis. Una guerra, altro che una battaglia, vinta. Sei anni di presidio, di riunioni, di ricorsi europei e sentenze del Tribunale delle Acque per evitare la realizzazione di una centrale dentro i confini di un’area protetta. Ci portano sul Caorame, torrente vivo di luci e anse, è come era il resto prima. Andate su per il Caorame, a vedere cosa ci siamo persi. Bagni estatici, la sensazione di essere pesci, le ombre dei boschi, le acque di vetro, che vengono giù, forti, vive, e si fermano nelle pozze a prendere fiato, e darcene, alla pelle, al cuore. Potrebbe rimanere il dieci per cento della sua portata, se partissero i lavori per le oltre cento centraline idroelettriche. Ne basta una, che produce energia per quattro case, per devastare un intero corso d’acqua, con la sua primigenia irriproducibile semplicissima magia. «Mi fa male che accada qua, dove sono nato, mi chiedo perché. Sono luoghi rimossi dalla discussione pubblica. Se ne parla sempre e solo dopo i disastri», dice Alessandro Moretto, insieme a Bonan partigiano di «Acqua bene comune». Per la prima volta si parla di guerra dell’acqua, a Feltre. E noi che passiamo, portati dalla corrente, che facciamo? Nel nostro piccolo cerchiamo di fare

networking, mettere in collegamento queste esperienze di base, di conoscenza diretta, di aggregazione spontanea, perché non ci siano tanti neuroni qua e là, ma una sorta di cervello per ripensare il rapporto col fiume e col mondo. Fa sempre più caldo, ma non ce ne si accorge, se non quando saltano fuori i panni dei giorni precedenti. A Codissago, regno degli zattieri, in via Codissago vivevano 24 Olivier Giovanni molti dei quali zattieri, comincia la nostra navigazione verso il mare. «Dove c’è un fiume, stessa storia», chiosano Arnaldo Oliver e Leo Polla, al museo della memoria. Navigare i fiumi oggi è una delle cose più pionieristiche che si possano fare. Abbiamo a disposizione una Canadian in alluminio, gialla e magenta, viene dall’associazione fluviale lodigiana «Nüm del Burgh» (Adda-Piave grazie al furgone di un mobiliere del borgo in pensione, Gianni Postini). I primi minuti sono un po’ un «random-tetris» fra prua e massi. Dopo mezz’ora di sole a picco e acque caraibiche, l’equipaggio si affiata. Fabian Testor, valente architetto paesaggista di Sedico, nonché rugbista, viene messo a poppa, per stabilizzare lo scafo e alzare un po’ la parte anteriore, onde evitare di incappare in ogni piccolo sasso. Giovanni Bozzoli – già passato dalla tutina tecnica al costume hawaiano – e il sottoscritto, primissima volta sul Piave, ai remi. A prua Alessandro Mason (visionario ideatore di questa spedizione), nel delicato compito di sorvegliare la Go-Pro di Alessio Guarino. Restano nella storia di questa avventura i suoi «ocio!» in differita di un quarto d’ora, e


l’indicazione vocale di andare a destra, alzando la mano sinistra. Capiamo subito una cosa fondamentale: il fiume ha una sua forza, è un flusso magico, anzi un flauto magico, non serve spingere. Bisogna solo, a poppa, spingere fuori o tirarsi dentro acqua, usare quindi il remo come deflettore, come pala del timone, con durezza, armonia, e un filo di anticipo su quello che avverrà di lì a poco. A volte, ci accorgiamo, è utile la manovra «tressessanta» per evitare gruppi di massi. Talmente entusiasmante che, verso Soverzene, chiameremo «tressessanta! tressessanta! come mantra gioioso di navigazione, girando in tondo anche dove non strettamente necessario, così’ tanto per farci scivolare sugli occhi i profili netti delle Dolomiti, la valle del Vajont, la zona industriale di Longarone e quel che sarà, verso valle. Affondati in questa culla sportiva di sudore e acqua gelata, di botto ci incastriamo in una rapida. Momento giusto per tirar fuori i panini, con la cascata che si struscia per un’ora contro la barca. Un passaggio ci riporta a Codissago, dove abbiamo lasciato il camion. E’ necessario beatificare la prima navigazione con altri panini, tanti, e prosecco, ancora di più. Quanto orgoglio, avercela fatta con un discendente di zater che ci dava per morti. Andiamo in camion alla centrale di Soverzene per riprendere la barca, vivendo il recupero come l’espugnazione di un forte avverso. Peccato che proprio lì cali la batteria, e serva un operaio Enel per farci ripartire. «Sono figlio di zatèr», ci dice. Nel 1992 partecipò alla gloriosa rievocazione con le zattere da Codis-

sago a Venezia, mesi di navigazione per rivivere l’epopea di quel mondo. La navigazione successiva avviene fra Falzé di Piave e Nervesa della battaglia, con Elisabetta Bianchessi e Susanna Ravelli. Qui la Piave è un piccolo Eden fra le coltivazioni intensive di prosecco e la villettopoli fra i capannoni del Nordest. Difficilmente come qui si può rinvenire un tale salto fra ambiente antropico e preantropico; e difficilmente come qui un processo rivoluzionario del genere è avvenuto in un paio di decenni, uno scherzo negli evi della Storia. Qualcuno ha aggiunto bello al bello, impilando sassi di fiume sui sassi del fiume. E’ stata tirata una corda fra i flutti: consigliamo di attaccarsi con le mani, mettere la testa sotto, e sentirsi salmone. A Nervesa difficilissimo tirare fuori le barche. Accessi al fiume introvabili. Sbarre. Divieti. Ne è valsa la pena. Ributtiamo il muso in fiume a Ponte di Piave, frazione Fegaré, un po’ più a valle, sempre nella zona delle battaglie. Per la prima volta s’accende il motore, ora il fiume serpeggia in pianura, per poi stirarsi in un lungo, quasi fermo, canale. Con le acque che si calmano, e s’aprono, incontriamo, legando le barche a fior d’acqua, il pescatore Vito Sari, di Romaziol. Da questo Veneto umido è partito, quando gli schei andavano sudati col sangue, per la Svizzera tedesca. A Dietikon, periferia di Zurich. Lavori duri, gente ancora più dura. «Noi emigranti oggi paghiamo per gli immigrati», mette subito le carte in tavola. Poi ci parla dei pesci. Tinche, squali, carpe, anguille, lucci, maccandole. E i cefali innamorati, in direzione


ostinata e contraria dal mare al fiume. Ci fermiamo volentieri al Montello. Scopriamo che la Piave non è sempre passata per di qua, ma prima veniva giù dritta, da Vittorio Veneto, evitando il curvone della Val Belluna. Tra una dolina e l’altra, familiarizzando con i tritoni, si gode l’umido fresco di questi boschi della rivincita. Era tutto brullo, qualche anno fa, stanno tornando. Da una parte l’agroindustria del prosecco che copre le doline per quattro tralci in più, dall’altro un incedere nuovo e silenzioso del bosco, delle sue creature. Qui nella prima guerra mondiale tutto era ricoperto di cadaveri. Manca una visione d’insieme, e vabbe’ lo si dice in ogni campo, per il fiume fa effetto però, essendo la vena che ha sempre unito, che univa negli anni in cui briganti e cavalli non consentivano certo la mobilità di oggi. Univa genti e bestie quando non esisteva l’app “Google Maps” sugli smartphone. Ognuno vive il suo pezzo, il suo comparto, e chissà cosa c’è dietro la curva. Vai a navigare, caro amico, e troverai anarchia e prepotenza, due figlie della libertà. Dove non c’è legge, le leggi non scritte possono lasciarti quella libertà goduriosa che la burocrazia degli stati moderni soffoca, ma anche il rischio, il rischio vero, di ficcarti in casini e incontri pericolosi, senza difesa da parte di nessuno, se non di te stesso, esattamente, più o meno, il contesto hobbesiano dell’homo homini lupus. C’è il Danubio blu e poi c’è il blues della Piave, cose balorde pensieri giganti parole ubriache calde di amore e di offesa che cantano nelle sere di settembre i cantastorie scaldati dal rosso e dal fuoco. Scriverle qui, strappandole a quella notte, avrebbe il saporaccio di rubare il corallo in mare, o di rinchiudere in gabbia, per continuare a guardarlo, un uccello colorato della foresta pluviale. Segue blues in prosa, scritto di dolore, come dolenti furono i canti blues, per la Piave di questi anni. C’è una grande incomprensione fra creature e creato, oggi. Si è rotto un equilibrio straziante e fertile fra le prime e il secondo. Che non è – i bambini lo sanno benissimo, dimenticandosene poi – uno straccio da stringere finché si secca e si rompe, una vacca da mungere finché crepa, una mappa bianca da riempire di righe, stralci, lottizzazioni, un patrimonio da disperdere finché, esaurito del tutto, non può più riprodursi. Una ferita, uno iato, una scissione ontologica, chiamatela come vi pare, che si traduce

in termini di incomunicabilità fra esseri umani, animali e ambiente. Che si traduce nell’essere (finché la barca va, finché c’è carburante), gli uni sopra gli altri, e non con/contro gli altri. Viviamo appoggiati sopra il pianeta, credendo di vivere di energia propria, e invece sono solo falde antiche, capitali di ricchezza accumulati dal pianeta, riserve auree, o vene vitali, sfruttate come se uno per darsi forza si mangiasse un braccio, o si bevesse il suo sangue a sorsate. Il fiume è una cosa grande, è una cosa calda, anche quand’è gelata come qui. E’ uno spazio simbolico e fisico di contatto con l’origine della vita, e con i suoi meccanismi primigeni, che non vanno toccati, non vanno toccati mai, l’olocausto del Vajont è lì da vedere, la sua tragedia, la sua tracotanza; ma altri olocausti si consumano silenziosamente oggi, e beffardamente, come avviene per tutti gli olocausti, vengono tollerati mentre sono in essere, salvo venir perlopiù retoricamente ricordati da chi ne ha sentito parlare al passato, non certo da chi miracolosamente ne sia sopravvissuto, volendo i sopravvissuti tacere per sempre, con il mostro dentro. Il fiume, quel mozzicone di fiume che rimane, per gentile concessione di una legge del 2001 sul «deflusso minimo vitale» (la stessa sepolcrale tristezza di un uomo tramortito e tenuto su a flebo e respiratori), può insegnarci tantissimo, se umilmente vi ci s’accostiamo con l’ingenuità dei bambini, mettendoci i piedi dentro. Il fiume arteria e i suoi capillari come sistema sanguigno fra mare e montagna, attraverso i tessuti muscolari delle pianure. Se il fiume comunica con il contesto, l’organismo vive di vita propria. Se ciò non avviene, si vive di vita artificiale, frutto di energia modello “fuoco di paglia” (potentissima sul breve termine, devastante sul lungo) e frutto di energia esogena, agroindustria multinazionale, dipendenza dal petrolio, sistema economico locale fragilissimo perché dipendente da macrosistemi che se ne servono per interessi lontani. Tornare al fiume non significa zufolare al tramonto, ma rendersi conto del patrimonio perso dalle ultime generazioni. Non tornare indietro, ma cercare di andare avanti non dimentichi di ciò che sono stati millenni di fatica ed equilibrio, di rischi, avventure e vite vere. Abbiamo le sufficienti conoscenze per non morire di fiume. La scommessa, sulla nostra intelligenza, sulla nostra dignità, è non far morire il fiume. E’ lì all’ospedale da


andare a trovare quando volete, dove volete, gli fanno piacere le visite, anche le più goffe ed estemporanee. Lo troverete devastato, con i respiratori in faccia appunto, ma ancora lui, in fondo, vivo di una magica vita, desideroso di rendervi felici. Dispiace poi – e chi scrive, con la sua vita, fa parte integrante di questo sistema pigro, debosciato, asimmetrico – che tutta questa barbarie perpetrata al fiume e al creato, sia volta non a missioni corali di entusiasmante crescita, ma a far girare quattro soldi fra società che hanno bisogno, per vivere, di fermare l’acqua per far girare i soldi; tutto in nome di questo finale, angosciante, ambiente: il Lido. Una piana di cemento, condizionatori, lucine e autostrade, ad uso e consumo dei turisti. Che una volta, qui, avevano, oltre alla malaria (per onestà), un fiume e un mare di soffusa e potentissima bellezza. Sul fiume vivono le persone, la differenza col mare è qui: si naviga di osteria in osteria, di faccia in faccia, di situazione surreale in situazione surreale. Come avviene in mare, si naviga anche nell’animo dell’equipaggio, gente che più diversa non si può, centrifu-

gandosi nelle strambe fatiche di andare avanti, piano piano diventa organismo omogeneo, o quasi. E’ una magia che accade solo nelle navigazioni vere. In barca è impossibile mentire. Salta fuori tutto: tutto l’amore o il fastidio che si prova per gli altri e per il mondo, la generosità o la taccagneria, che ben convivono in tutti noi, nelle segrete ridotte dell’animo, senza essere messe alla prova nella vita quotidiana. Navigare il fiume è un’avventura umana, un modo di sbattersi in faccia la potente bellezza e i vergognosi danni del mondo, un quarto d’ora di epos che ci possiamo anche permettere di vivere, nelle nostre esistenze rese un po’ scontate dalla società dell’utenza, come quando nel tropicale, aureo tramonto dell’estuario, si entra in fiume e il Veneto saltando sulle onde perde una «e», rimanendo solo vento.


Un affettuoso ringraziamento al bar Maracaibo, presidio di umanità, colore e calore, nel cui rifugio somewhere in Valpadana è stato scrittoquesto testo sconnesso e appassionato, con l’umile speranza di interpretare e diffondere il grido di dolore del fiume. Grazie poi, questione di infinitesimale importanza, a tutti voi che con i vostri meravigliosi sorrisi mi avete chiamato capitano per quindici giorni: se siete d’accordo sposterei l’accento più a poppa, così l’elica non tocca dentro, come dire, cose che capitano. Su questo e su altri temi del Piave, è fondamentale l’ottima lettura di «Piave. Cronache di un fiume sacro» di Alessandro Marzo Magno, ed. Il Saggiatore. Lunga, dettagliata, analitica, documentata, precisa e appassionata fotografia in parole di questo fiume. Piave è stata chiamata al maschile o al femminile a seconda del sentimento. Ogni lettura talebana della lingua è rischiosa. La Piave/Il Piave ha avuto una vita lunga e grandiosa, con un Novecento travagliato: la gloria, e la perdita della verginità, in pochi anni.

LA PIAVE - 220 km | laboratorio di ricerca | azione Spazi Bomben Fondazione Benetton Studi Ricerche | 8 novembre – 1 dicembre 2013 STEFANO ROTTA, autore del testo, è nato a Lodi nel 1985. Dopo il liceo classico, si è laureato in Giurisprudenza a Modena. Nel frattempo qualche anno di cronaca locale per «il Cittadino», in seguito per la «Gazzetta di Parma», e reportage da Somalia ed Etiopia per «Sette» e «Io Donna», magazine del «Corriere della Sera». Nel 2011 ha vinto il premio Enzo Biagi per giovani cronisti di provincia, nel 2013 la menzione speciale al premio di scrittura Indro Montanelli. Nel 2010 ha pubblicato «Rosso Ghiaccio» (Limina), romanzo biografico sulla vita tragica e burrascosa di Eugenio Monti, campione olimpico di bob, uomo di sport e di montagna.

a cura di Alessandro Mason - Elisabetta Bianchessi - Alessio Guarino 220 Km laboratorio di ricerca | azione Giovanni Bozzoli | Valentina Camillo | Maria Conte | Laura Fiorio | Silvia Folegot | Cristian Guizzo | Marco Menaballi | Anna Merci | Lorenzo Olmi | Stefano Rotta | Fabian Testor laboratorio web a cura di Francesco Rubert in collaborazione con Susanna Ravelli LA PIAVE è un progetto a cura dell’associazione VERDIACQUE

Ma che mormora. La Piave non ha più lacrime per piangere.  

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