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  Viaggi


Costanza, paradiso naturalistico ricco di storia

Ai confini con la Svizzera, Costanza è una città universitaria, animata e amena al tempo stesso, apprezzata location per… i matrimoni. Il fatto storico più importante, il Concilio del 1414-1418, è sottolineato un po’ ovunque a iniziare dalla prosperosa e inquietante Imperia, una statua rotante che dal 1993 domina il porto ricordando ai passanti su cosa gira il mondo. Anche se di passaggio o con poco tempo a disposizione, è piacevole aggirarsi nel tranquillo centro storico o sul lungolago, visitare la Cattedrale, i Municipi, gli edifici sacri, curiosare fra le case dedicate a vari animali come consuetudine dei mercanti di stoffe. Costanza conta sull’agricoltura, in special modo sulla vite; il paesaggio è morbido, di stupefacente ricchezza ornitologica. Approfittando dei battelli, sicura visita meritano le isole. Mainau, un tempo proprietà privata, è un immenso giardino fiorito con centinaia di piante diverse fra le quali due sequoie, e una Casa delle Farfalle dove camminare in mezzo a 500 specie di svolazzanti lepidotteri. Nel parco si trovano un castello e una chiesa costruiti dai cavalieri Teutonici nel XVIII secolo.


L’isola di Reichenau, parte del patrimonio mondiale dell’Unesco, è invece dedicata alla religione e all’arte: nell’VIII secolo i Benedettini per primi vi fondarono un monastero che nel X e XI secolo divenne un centro rinomato per la sua biblioteca e le miniature, con lo scriptorium più famoso d’Europa; fra i tanti edifici religiosi presenti, l’abbazia di Santa Maria e San Marco è l’edificio romanico più importante di tutta la Germania meridionale. Da non perdere poi il museo di Unteruhldingen, ricostruzione di un villaggio di palafitte dell’epoca del Bronzo al quale hanno collaborato gli esperti del Parco Archeologico di Montale (Modena): il viaggio nel tempo è assicurato, specie al mattino presto, quando il luogo è deserto o con pochi visitatori. Qualche info: offerte dalle ferrovie tedesche, svizzere e austriache su www.bahn.it. Per le gite sul lago di Costanza, speciali biglietti Bodensee Erlebniskarte acquistabili in tutti i punti d’informazione turistica intorno al lago e presso i punti vendita della Weiße Flotte, la flotta bianca. Mangiare e/o dormire: La Kaufhaus am Hafen, sede del conclave nel 1417, ospita oggi una sala per manifestazioni e un piacevole ristorante vistalago, con cucina locale (Hafenstraße 2, Tel. +49 753121221, www.konzil-konstanz.de); affascinante lo Steigenberger Inselhotel (Auf Der Insel 1, Tel. +49 7531125434, www.steigenberger.com/Konstanz) ex convento con tanto di chiostro ed ex dimora del conte Von Zeppelin. In comoda posizione per visitare la città e con superba colazione l’hotel e ristorante Petershof (St.-GebhardStraße 14, Tel. +49 7531993399, www.petershof.de)


Friburgo, città ecologica

Friburgo (quella in Bresgovia, da non confondersi con l’omonima in Svizzera) ha una vocazione ecologista fin dagli anni Settanta, quando i cittadini uniti nella protesta bloccarono la costruzione di una centrale nucleare. Da allora la rivoluzione verde non si è più fermata: tutti si sono impegnati a fare della città un modello d’efficienza, arrivando a ottenere una larga diffusione dei pannelli solari, una raccolta differenziata funzionante, ottimi trasporti pubblici. Molto utilizzata la bicicletta. Pionieristico è il quartiere di Vauban: abitato dai militari fino al 1991 oggi ha 5.500 abitanti, l’80% dei quali appartiene al partito politico dei Verdi; sulle vie tranquille, costeggiate da piante e fiori spesso allo stato brado, trovano posto edifici progettati per il risparmio energetico creativo: si va dalle soluzioni «social» di strutture in cui gli appartamenti minimali sono compensati da ampi spazi per la vita


comunitaria alle «power houses», condomini che attraverso vari accorgimenti consumano il 10% di quelli tradizionali. Le architetture spaziano dalla villetta singola glamour al «casermone» impersonale, c’è spazio per chi è più abbiente e chi meno, si pratica il car sharing e in alcune zone gli abitanti scelgono di non tenere auto sotto casa per usufruire dei parcheggi appositamente dislocati ai margini del quartiere. I bambini se ne vanno in giro tranquilli. Altra chicca è l’Heliotrope: costruita nel 1994, ruota seguendo il sole ed è la prima casa al mondo capace di produrre più energia (rinnovabile) di quanta ne usi, senza emissioni dannose. Anche il centro storico di Friburgo è vivibile e godibile. Fondata nel XII secolo con statuto di libero mercato, la città conserva suggestivi edifici salvati o ristrutturati dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale. Fra belle strade costeggiate da ruscelli e canali si arriva al maestoso Münster, fondato da Bertoldo – uomo molto pio, furbo quanto il suo proverbiale omonimo – nel XIII secolo, circondato da una piazza animata ogni giorno da un colorato mercato; il campanile è il simbolo della città, e sul portale principale sono ancora graffite le misure usate dai mercanti medievali. L’interno è studiatamente buio, per intimorire i fedeli e allettarli poi con la promessa del Paradiso rappresentata dalle brillanti vetrate (pubblicitarie). Sulla stessa piazza si trova la Kaufhaus, la casa dei mercanti, del XVI secolo. Tappa da non mancare, l’eccezionale Augustinermuseum: monastero ristrutturato in modo impeccabile, raccoglie arte religiosa dalla regione dell’Alto Reno e offre una rara occasione per osservare da vicino i gargoyle. Il sito ufficiale della città Il sito del quartiere di Vauban


Innsbruck e gli incanti del Tirolo Sono innumerevoli i viaggiatori – pellegrini, commercianti, diplomatici e artisti – di ogni epoca che hanno scelto come meta, o come luogo di sosta lungo la strada da e per la Germania, la città di Innsbruck, gioiello circondato da imponenti montagne; ma il turismo in senso moderno è nato solo nel XIX secolo, attirato dal piacevole clima estivo. Anche se di contenute dimensioni, Innsbruck offre vari monumenti da visitare fra i quali il castello di Ambras e i giardini reali, il Palazzo Imperiale, la Chiesa di Corte con ventotto imponenti statue di bronzo a vegliare sul monumento funebre dell’imperatore. All’antico è affiancato con maestria il moderno: nella centrale via Maria Teresa, pedonale, si apre senza conflitti architettonici l’entrata dell’iperlineare galleria commerciale (e sede del municipio) progettata da David Chipperfield, sovrastata da una terrazza con vista panoramica sulla città; trovano una loro dimensione anche il trampolino olimpico di Bergisel, creazione di Zaha Hadid, e le avveniristiche stazioni degli impianti di risalita. Appagato l’occhio, anche gli altri sensi trovano motivi per rallegrarsi: per esempio con i seicento tipi di birra offerti dalle numerose birrerie e dai molti locali che producono le proprie birre artigianali, oppure con i molti spettacoli; per gli sportivi, fra città e dintorni c’è solo l’imbarazzo della scelta: escursioni a piedi, in bicicletta o a cavallo, golf, arrampicate, parapendio, rafting; utile al viaggiatore l’app gratuita scaricabile dal sito www.innsbruck.info, per Apple e Android, prodiga di informazioni e collegamenti. Per assaporare momenti bucolici ci si può spostare sul vicino altopiano di Mieming e Tirol Mitte, la superficie pianeggiante più estesa e soleggiata del Tirolo, una sorta di oasi fra le vette. Qui si possono visitare in ameni tour ciclistici, o scegliere per il soggiorno, i cosiddetti «villaggi d’incanto» articolati sull’antica via del sale: sono piccoli o piccolissimi centri abitati il cui sviluppo si è arrestato quando le strade


maestre sono diventate altre, perdendo in attualità ma acquistando in autenticità. Da non perdere l’Abbazia di Stams, a circa nove chilometri da Mieming: monastero cistercense strettamente legato alla storia del Tirolo settentrionale e meridionale, fu costruito nel 1273 e in parte distrutto da un incendio nel 1593. Ampliato e sfarzosamente ristrutturato dopo il disastro, è oggi una perla del barocco tirolese e ospita, oltre agli ambienti dedicati allo spirito, un ristorante e un centro congressi, offrendo piaceri profani come la produzione di liquori e distillati di pregio, marmellate, pane e dolci fatti in casa.


Sherlock Holmes, sorprese svizzere

Dove sono state inventate le meringhe? Lo dice il nome, a Meiringen (Oberal, Svizzera). Questo villaggio circondato da imponenti cime vanta un’altra particolarità: il Museo di Sherlock Holmes. Inaugurato nel 1991 – centenario della morte del celebre investigatore – si trova nel seminterrato di un’antica chiesa inglese al centro del paese; offre un’interessante carrellata sulla storia della polizia e dei criminali nella Londra del 1890, mostrando come Scotland Yard conservi ancora i valori di Sherlock Holmes anche nell’era dei computer. Il pezzo forte della piccola esposizione è l’affascinante ricostruzione – completa di mobili, oggetti, abiti citati nei romanzi – del salotto vittoriano di Holmes e del Dr. Watson nell’abitazione al 221b di Baker Street, dove i personaggi hanno a lungo vissuto; la storia dell’ambientazione, raccontata in varie lingue da una guida interattiva, parte dal 1780 e attraversa le vicende create da Sir Arthur Conan Doyle. Tracce di Sherlock Holmes sono sparse anche altrove a Meiringen. Sulla strada principale è facile incontrare una statua di fianco alla quale sedersi per una foto ricordo: si trova proprio all’inizio di un breve sentiero, disseminato di cartelli informativi sul detective, che porta fino al museo. C’è perfino un hotel a lui dedicato, ma non finisce qui.


Appena fuori dal paese ecco infatti le cascate Reichenbach (Reichenbachfall), la location dell’epico duello finale tra Sherlock Holmes e il suo acerrimo nemico, il professor Moriarty, narrato nel racconto “The Adventure of the Final Problem” (in italiano “L’ultima avventura”), del 1893. La Gola del ghiacciaio Rosenlaui è un monumento naturale d’importanza nazionale. Lì ruggiscono le acque di fusione del ghiacciaio; un sicuro sentiero pedonale attraversa la gola, con pareti alte fino a 80 metri. Scorrendo a valle, il ruscello forma il Reichenbach; fu proprio Conan Doyle a dare fama mondiale alla cascata così originata, facendo precipitare il suo personaggio dalla terrazza belvedere sovrastante il maggiore dei sette salti – più di 120 metri. Holmes avrebbe dovuto trovare la morte in quell’avventura, ma le proteste degli affezionati lettori fecero cambiare idea allo scrittore. Una funicolare vintage porta fino alla terrazza fatale, raggiungibile anche a piedi dall’Hotel Zwirgi. A Meiringen sono in molti a mantenere viva la passione per l’investigatore, anche attraverso i raduni in costume. Per esempio, il fan club tedesco di Holmes ha organizzato un fine settimana denso di eventi, dal 27 al 29 settembre 2013: gita in carrozza, visite a musei, conferenze e, ovviamente, visita alle cascate.


Interviste


Massimo è il massimo

Dove l’avete già visto? Massimo Cavezzali, prolifico fumettista ravennate di nascita ma fiorentino d’adozione, è apparso ovunque: sulle riviste Il Mago, Lupo Alberto, Orient Express, Tango, Comix, Il monello, Il Grifo e, grazie alla sua passione per la musica, su testate di musica e attualità come Ciao 2001 e Tutto. Senza citare i libri, fra cui l’ultimo nato, il Filosafario (o si dice Filosofario?). Visto che dovrei riassumere la biografia di Cavez – così si firma – tagliando a man bassa, preferisco darvi come riferimento il sito Slumberland, di cui l’autore mi dice: «Per la biografia, Slumberland può andare bene. Non è completa, mancano un sacco di cose, i libri sono tanti, una ventina, più tutto il resto, libretti, albetti, cosette, cosine, mostre e varia… anni fa un editore tentò un libro con la dettagliata descrizione di tutte le pubblicazioni, una cosa terrificante. Ho fatto troppe cose. Molte disperse». Quindi, avanti con le domande. La tua produzione è vastissima: Ava la sexypapera, le biografie a fumetti, la ragazza dei gatti, i consigli agli adolescenti, DIO, il giallo… come sei arrivato al Filosafario? Crei le tue vignette d’impulso, ci pensi, o le hai già tutte nel famoso cassetto e le


elargisci con parsimonia? «Più che un cassetto ho una testa con molte stanze. In una ci abita l’omino col nasone che dice le frasi. Sono tutte cose nuove, scritte giorno dopo giorno, ma non è proprio pensare, qualcuna forse la pensa l’omino per conto suo, qualcuna mi viene d’impulso, qualcuna così da sola, vagante. A seconda di quello che leggo, o vedo, o faccio o anche penso, si attivano delle molecole che mi danno una specie di risposta. Dato che in quel momento non sono mai seduto al tavolino davanti al foglio, cerco di memorizzarla oppure me la appunto. Poi qualcuna la faccio, qualcuna la butto, qualcuna va bene, qualcuna la rielaboro» A quale personaggio/striscia sei più affezionato? «Ogni cosa che ho fatto ha detto quello che doveva dire. Per questo sono affezionato a tutte» Chi è quel tipo col nasone, gli occhioni e la bocca spalancata che si ritrova in molti tuoi lavori? «Se è tutti sono anche io» Sei più creativo quando sei di buonumore o quando sei di cattivo umore? «La risposta è facile. Io non sono mai di cattivo umore» Quando sei arrivato su Facebook ti aspettavi la folla di – meritati – fan adoranti e pronti all’elogio che hai trovato? «No, e mi incuriosisce sempre vedere le reazioni. Pubblicando sui giornali non c’è questo rapporto immediato. Si è un po’ isolati. È bello scoprire la capacità di percezione di chi legge. Sono contento di avere fatto questa esperienza» Come vedi il panorama fumettistico attuale? «Da dove si vede codesto panorama?»


Come hai conosciuto la ComixComunity di Reggio Emilia, con cui hai pubblicato Piglia e Dalla, un volume di Ava Galaxy, e ora Il Filosafario? ÂŤSe mi ricordo bene mi hanno contattato loro. Conosco le voci nel telefono. Mi sembrano voci simpaticheÂť Dove trovare il Filosafario? Ecco qui: http:// associazionecomixcomunity.blogspot.it/2012/02/massimo-cavezzali-ilfilosafario.html Le pagine ufficiali di Massimo Cavezzali blog http://massimocavezzali.blogspot.it/ http://cavezzalifrasiformuleaforismi.blogspot.it/


Tutti i gatti sono il gatto di Simon

Star del web in versione animata, Simon’s Cat va fortissimo anche sulla carta: i suoi tre libri sono diffusi in 25 Paesi e l’autore, Simon Tofield, pubblica le sue strisce quotidiane a colori sul Daily Mirror. E già fa capolino qualche imitatore del famoso felino. Aria da gattone timido ma con l’occhietto verde e vispo, Tofield è stato ospite del Wow – Museo del Fumetto di Milano – venerdì 17 febbraio, Giornata Nazionale del Gatto: fra i primi scopritori del micio, i curatori del museo hanno voluto rendere omaggio a quello che attualmente è forse il gatto più famoso del mondo. Davanti a una sala stracolma, Riccardo Mazzoni ha intervistato l’illustratore, mentre la veterinaria comportamentista Sabrina Giussani ha definito Tofield un «grande psicologo dei felini»; molte le domande anche da parte del curioso pubblico. Qual è il segreto del successo di questo gatto dispettoso e sempre affamato? Semplice: a differenza degli altri cartoon, Simon’s Cat è un gatto vero, con tutti i pregi e i difetti della sua razza; ad aiutare la simpatia ci sono poi le forme tondeggianti e gli occhi grandi, tratti ispiratori di accudimento negli esseri umani (come accade nei confronti dei bambini).


Ma passiamo a qualche domanda diretta a Simon Tofield. Il “gatto di Simon” – quello vero – ha un nome? «Al personaggio non ho mai dato un nome, anche perché alle ragazze piace pensare che sia femmina, ai ragazzi che sia maschio, quindi chiamandolo Simon’s Cat ognuno può riferirlo alla propria personalità… è stato il mio gattino Hugh a darmi lo spunto per il personaggio, quindi per me è un maschio; all’inizio delle storie il sesso era più indeterminato, adesso si capisce meglio che si tratta di un maschietto» Ai tuoi gatti paghi le royalties, magari in croccantini? (ride) «Ogni tanto gli do’ qualche oggettino di merchandising con cui giocare, o magari gli regalo una ciotola…» Il tuo gatto a fumetti preferito? «Felix, perché era il primo, lo vedo come il gatto a fumetti originale» Senti di aver contribuito a migliorare il rapporto tra umani e felini attraverso il sorriso? «Lo spero… mostro tutto quel c’è di peggio nei gatti ma la gente li ama lo stesso; svelo qualche segreto del carattere felino, però ci sono anche molte risate e molto amore» Banale curiosità da gattari: che cibo preferisce Hugh? «Pesce, o cibo a base di pesce» Dulcis in fundo, alla fine dell’incontro milanese è arrivato per un saluto Bruno Bozzetto, grande fan del micio. visita il sito di Simon’s Cat Guarda il video


La vera avventura è quella che hai dentro: Fabio Pasini

Abita nella bassa padana ma spesso e volentieri lo si trova in giro per il mondo. Fabio Pasini fatica a star fermo: ha attraversato le lande iperboree con gli sci, è stato campione italiano di canoa, ha pagaiato in Europa, nel Nord e Sud America, nel mare di Capo Horn, della Groenlandia, delle isole Faroe, nel Mediterraneo. La sua passione per la vita si incanala in mille attività (compresa quella di papà); fra queste, scrive, fotografa, filma le sue esperienze per esigenza interiore oltre che per lavoro. Suoi il dvd The passion of kayaking più due libri, Norvegia: Lofoten ski & kayak (Geoantropo) e Lezioni di kayak (Mursia). Un terzo libro, sugli Inuit, è in attesa di pubblicazione. Il tuo primo viaggio? In Europa con i miei genitori, avevo otto anni, e mentre eravamo in giro è morto Mao Tze Tung: è il primo grande viaggio che ricordo, sicuramente mi ha aperto una strada, mentre le spedizioni sono iniziate dalle piccole esplorazioni vicino a casa da bambino, le uscite fuori porta, in campagna, sull’argine, sul fiume… Le tue spedizioni ti hanno portato molti amici?


Ho aperto la mia amicizia agli altri e spesso anche gli altri si sono aperti con me, magari a prescindere dalle difficoltà del comunicare con una lingua diversa: quando c’è interesse a comprendersi i problemi si superano e si “perde tempo” a cercare di spiegarsi e far scattare l’empatia. Ci sono persone conosciute in viaggio con cui sei in contatto da tanti anni? Sì, la cosa più carina è quando mi chiamano al cellulare dalla Groenlandia e mi parlano in Inuit, io utilizzo al meglio quelle ventisette parole che conosco e faccio molto ridere perché mi succede nei posti più disparati, tipo in autobus: parlo con questi suoni che nemmeno gli extracomunitari capiscono, si guardano fra loro con aria interrogativa… Un vocabolo Inuit. Uppa, vuol dire “forse” e riassume tutta la filosofia Inuit, è la risposta a molte domande: domani si va a caccia? Uppa… domani sarà bello? Uppa… oppure mamakkaaju, “molto buono”, e mamangkkaaju, “non buono”. Pilluarit è per onorare o ringraziare qualcuno. I suoni sono molto dolci, loro parlano con un imbarazzante tono basso anche perché di solito ci si trova in ambienti ventosi e le parole non si sentono, quindi accompagnano tutto con i gesti; per telefonino quindi è difficile, ma è come se li vedessi. I tuoi viaggi sono meditati o nascono d’impulso? Tanti viaggi, soprattutto le spedizioni più complesse, visti da fuori sembrano irrazionali mentre invece hanno un aspetto molto razionale… il momento in cui matura l’idea, il sogno del viaggio, è irrazionalità pura però porto a termine le cose solo quando mi sento razionalmente a posto. Ho incontrato situazioni difficili in luoghi estremi ma la preparazione mentale è sempre stata molto approfondita e mi ha permesso di superare tutto. Per saperne di più: il sito internet di Fabio Facebook


Marco Galli, il fotografo dei gatti

Marco Galli è un “pet fotografo” – diventato da poco professionista a tutti gli effetti – e lavora come fotografo ufficiale alle expo FIAF nel Nord Italia. Ha uno studio a misura di gatto e si diverte a girare per colonie e gattili (nel secondo caso gratuitamente). Ho scoperto la sua esistenza su Facebook, dove ha una pagina con più di 21mila fan. Da quanto tempo sei specializzato in gatti? Il mio progetto fotografico nasce ovviamente da un’innata passione per questi misteriosi e affascinanti felini. Da circa due anni sono concentrato su di loro, e visto il mio notevole repertorio d’immagini il 10 agosto del 2013 ho aperto una pagina Facebook. Il successo è stato tanto imponente quanto inaspettato… è passato un anno, le occasioni di lavoro si sono moltiplicate e questa è ormai diventata la mia prima professione. Come procedi quando devi fotografare un micio, specie se iperattivo? Inizierei dalla tecnica: esaminare gli scatti e correggere eventuali difetti, esaminare la luce partendo dal presupposto che spesso si fotografa stando sdraiati in terra, il riflesso dei colori dei pavimenti è di sostanziale importanza, la luce è spesso deviata in più angoli perché tutti gli oggetti


appoggiati a terra influiscono nella scenografia e nell’illuminazione del soggetto. Non importa la location, amo lo studio, la strada, la campagna e qualsiasi altro luogo, l’importante è che ci sia un gatto. Oserei dire addirittura: meglio se iperattivo. Offre molti più spunti, il suo corpo posa in più forme, le sue espressioni sono più presenti, vivaci e sincere. Molti mi chiedono di svelare i miei trucchi, che a dire il vero non considero trucchi. Mi ripeto dicendo che la tecnica è importante, per il resto – se qualcosa di metafisico bisogna trovare – analizzo spesso quanto c’è di impalpabile tra me e il soggetto. Gli stati d’animo sono importanti. Convivo con i gatti da sempre, quindi ho giocoforza instaurato un rapporto con loro e quando lavoro sfoggio tutta l’esperienza, l’amore e la complicità che riesco a esprimere per rapportarmi al soggetto. Cerco di comunicare quanto più possibile con il micio, gioco, gli parlo, cerco di sedurlo anche se a volte sembra non funzionare… in tal caso occorre “rubargli” qualche scatto e molte volte ho raggiunto buoni risultati malgrado la poca collaborazione dell’adorabile infedele. Qualche aneddoto? Ce ne sarebbero tanti ma preferisco raccontare la routine della caccia ai miei cinque gatti. Spesso li ritraggo nel cortile della mia abitazione: mi seguono ovunque io vada, non è detto però che accettino di farsi fotografare. Attendo che siano loro a concedersi, ci sono momenti nei quali sembrano posare con cognizione di causa, alternati ad altri, anche lunghi, in cui vago con loro senza scattare nulla. Quando arriva il momento giusto vedo brillare i loro occhi quasi a invitarmi: magicamente, in quegli istanti porto sempre a casa lo scatto con qualcosa in più. Le tue foto preferite? La foto che amo di più in assoluto è il profilo di Doraemon, “Verso ovest” del 2012. Amo la sua espressione, è uno dei miei gatti e trovo che qui si racconti in modo molto esauriente. La seconda in graduatoria è “Ruffiano” del 2013, con Gatto Mirò.
Ricordo con il sorriso il momento in cui la scattai: stavamo giocando insieme, ci prendevamo in giro e ci inseguivamo a vicenda. Una foto che è lo sfondo di tutti i momenti vissuti con i miei gatti,


fatti d’amore, spensieratezza e allegria. Altre foto di Marco sul web: www.pinterest.com/marcogalli507/il-fotografo-dei-gatti/ 500px.com/marcogalli1


Questo e quello


Volare? Fai da te…

Si chiama Jodel ma non è tirolese. Per costruirlo servono un progetto, una struttura in legno tipo armadio IKEA, del Dacron, il motore di un Maggiolone, i freni di un’Apecar, una cantina o un garage dove lavorare. Ha i colori di un giocattolo Lego ma vola, e ci si può anche girare il mondo: è un aereo autocostruito. Di progettazione francese, lo Jodel è diffusissimo, realizzato in vari modelli; il nome viene dalle iniziali dei due progettisti, Joly e Delemontez. Ha circa 9 ore di autonomia: con un pieno, a 170 km/h, percorre 1500 km circa; può trasportare due persone, costa come una buona utilitaria ma consuma meno: per fare un esempio, nel tragitto Parma-Bologna il motore resta in funzione solo mezz’ora. Niente traffico o semafori. Amedeo, ingegnere aeronautico di Parma, ne possiede uno. «Nella seconda metà degli anni ‘80 in città era attivo un gruppo di appassionati che hanno iniziato a costruire aerei in casa, documentandosi sulle riviste americane; io allora ero studente universitario e ho iniziato a collaborare con loro, infine ne ho comprato uno. Questi velivoli si possono costruire utilizzando dei kit, caso in cui occorre dimostrare di aver costruito più del 51% della macchina in termini di ore lavorate, oppure partendo da progetti: si compra il legno, si compra il ferro, si seguono i disegni… il mio aereo è stato realizzato interamente da disegni, a parte ovviamente il motore e gli strumenti. Per gli italiani sono una


curiosità, in altri paesi sono invece molto diffusi: negli Stati Uniti gli homebuilder organizzano eventi per avvicinare i bambini al mondo del volo» Gli autocostruiti nascono per la didattica e il tempo libero, non per usi commerciali: perciò al momento della vendita la legge fa decadere l’aeronavigabilità della macchina. L’appassionato può studiarsi un progetto, realizzarlo, volarci – tutto sotto il controllo dell’ENAC o del C.A.P, Enti Certificatori – dopodiché viene autorizzato a farne la manutenzione, diventando responsabile della macchina in tutto e per tutto. Nel momento in cui il costruttore decide di venderlo, il velivolo torna a essere una semplice serie di pezzi di legno incollati e il nuovo proprietario (come nel caso di Amedeo) prima di essere autorizzato a “volarlo” deve dimostrare all’ente specifico le sue capacità di gestire la macchina in prima persona. Questo particolare Jodel ha un nome? «Sì, o meglio, ha marche d’immatricolazione che mi rispecchiano molto: I-LONE», risponde Amedeo. «L’attività di manutenzione e volo è molto vicina a quella della vela o della moto, con queste macchine si può girare il mondo o semplicemente godere della sensazione di libertà che danno». Qualche link per i curiosi: Lo Jodel Il sito del Cap Emilia-Romagna La Federazione All’estero: Francia Inghilterra USA


Un altro mondo è possibile

Il Convegno Internazionale sulle Società di Pace, promosso dall’Associazione Laima e realizzato con soli fondi privati, ha cercato nelle culture indigene matriarcali le risposte ai quesiti di un mondo travagliato, e si è interrogato su come applicanre alla vita quotidiana i principi egualitari. All’opposto del modello capitalistico, per popolazioni come Moso, KhoeSan, Minangkabau, la vita è organizzata in termini di dare e ricevere anziché di scambio mercantile, il bene della persona è posto al centro: il matriarcato ricerca l’armonia, non il conflitto. La parola matriarcato, spiega Heide Goettner Abendroth, filosofa tedesca fondatrice dell’Accademia Hagia per i Moderni Studi Matriarcali, significa “all’Inizio (archè) erano le Madri”, e indica un’epoca d’ineguagliato equilibrio sociale e di polarità non ancora in opposizione ma in armonica relazione (femmina e maschio, umano e naturale…). Tutte le società matriarcali viventi analizzate dal team della studiosa presentano caratteristiche invidiabili: assenza di stupro e pedofilia, di violenza domestica e di guerra; sessualità libera, non vincolata da strutture di potere, assenza del concetto di fedeltà al partner. La spiritualità è immanente, connessa alla terra e non vincolata a istituzioni; l’economia è basata sul dono e sulla ridistribuzione equa dei beni.


I modelli matriarcali non sono applicabili in toto alle società occidentali ma sono fonte di preziosi insegnamenti: la pratica di una vera democrazia dal basso, in cui le risorse sono ridistribuite nella comunità anziché accumulate, e la bassa conflittualità, nascono principalmente da un’organizzazione in cui le donne “governano” attraverso un potere basato sull’autorevolezza, sulla discendenza femminile, sulla cura, e non sulla prevaricazione. Fondamentali sono le decisioni comuni, la condivisione, la possibilità di soddisfare i bisogni e l’interconnessione fra scienza, politica e spiritualità. Per esempio presso i Moso, minoranza etnica matriarcale e matrilineare dello Yunnan, l’assenza di matrimonio e convivenza è un tratto del tutto originale. L’assenza di violenza e d’implicazioni strumentali nella relazione tra i sessi è frutto di un’organizzazione sociale dove il piano della famiglia – che richiede stabilità di affetti e di cure – e quello della relazione tra uomo e donna sono tenuti nettamente distinti. Contro gli stereotipi, l’antropologia chiarisce che il matriarcato non è il contrario di patriarcato: la donna forte in senso maschile è una costruzione culturale, il futuro non è fatto di amazzoni ma di donne e uomini che si ascoltano e collaborano, dove la discriminazione di genere dev’essere eliminata a partire dall’educazione dei bambini. Sempre secondo la filosofa Abendroth, queste società “in equilibrio” offrono un insegnamento straordinario soprattutto oggi, momento in cui la crisi sta mostrando la violenza insita nel sistema patriarcale; sono soprattutto i giovani a interessarsi a questi nuovi modelli di sviluppo riprendendone alcuni valori… talvolta senza rendersene conto. Video: intervista con le rappresentanti Moso Video: intervista alla Prof.ssa Abendroth


Informazioni: www.associazionelaima.it Pagina Facebook


Il suono come non l’avete mai visto

Chi entra nella Casa del Suono, progetto all’avanguardia nato dalla collaborazione tra Casa della Musica e Università di Parma, inizia un’avventura nella dimensione tecnologica del suono. Ospitata dalla ex-chiesa di Santa Elisabetta (metà del sec. XVII) ristrutturata ad arte, ha l’ambizione di riflettere sul nostro modo di ascoltare e intendere la musica attraverso un percorso sulla storia e l’evoluzione degli strumenti per la riproduzione del suono dagli inizi a oggi: si parte dal fonografo per arrivare all’iPod, con uno sguardo verso il futuro. All’insegna della multidisciplinarietà, nella Casa del Suono trovano posto attività didattiche e divulgative, di ricerca in campo musicale e scientifico, attività artistiche, concerti. Suddivisa in sei “nicchie”, la preziosa esposizione di apparecchi di riproduzione e trasmissione sonora traccia le linee fondamentali dello sviluppo tecnico e soprattutto sociale dei sistemi di riproduzione e trasmissione del suono; è costituita in gran parte da apparecchi della Collezione Patanè fino alla metà del Novecento e da apparecchi di proprietà della Casa della Musica o provenienti da donazioni e depositi per i decenni successivi. La Casa stessa è uno “strumento musicale”, funzionante con sistemi tecnologici di trattamento e diffusione del suono. Il lampadario sonoro


e la sala bianca sono le prime applicazioni in un luogo pubblico della tecnologia basata sulla Wave Field Synthesis (WFS) teoria sviluppata nella sua formulazione definitiva negli anni Ottanta, ma che qui ha trovato un impiego originale. Il lampadario sonoro è un’installazione audio fatta per creare sorgenti sonore virtuali che si muovono nello spazio sopra l’ascoltatore. Una calotta sferica sospesa a quattro metri di altezza raccoglie 224 speakers raggruppati in 64 gruppi alimentati da altrettanti canali audio. Il sistema è guidato da un elaboratore che utilizza un software su piattaforma Linux appositamente realizzato per la casa del Suono, da un’interfaccia audio, da convertitori digitale-analogico e da amplificatori. La “sala bianca” invece ospita un sistema di ultima generazione per la spazializzazione del suono WFS. Dispone di un sistema surround avanzato, guidato da un software che permette di creare un campo sonoro in due dimensioni, sfruttando un anello formato da 189 speakers disposti a 1,50 m d’altezza lungo il perimetro della sala. I visitatori possono assistere a una dimostrazione del sistema scegliendo fra una vasta scelta di ascolti: da brani composti appositamente a registrazioni di esecuzioni dal vivo diffuse trasportando virtualmente i presenti in diversi luoghi d’ascolto, fino alla riproduzione spazializzata di semplici rumori ambientali. Un’esperienza da non perdere, per tutti gli appassionati di musica. Casa del Suono, P.le Salvo D’Acquisto – 43121 Parma – telefono 0521.031103 info.cds@casadelsuono.it www.casadelsuono.it


House concert, la musica live è friendly

Già da qualche anno si sta diffondendo anche in Italia il fenomeno degli House Concert, serate “casalinghe” con musicisti che si esibiscono in versione acustica, di fronte a pochi ospiti invitati dal padrone di casa. Arrivati in Europa di recente, sono veri e propri concerti dal vivo organizzati in abitazioni private, di solito senza amplificazione (anche per non disturbare troppo i vicini): è un modo per scoprire un contatto più diretto e personale con l’artista, senza la preoccupazione di aggiudicarsi il posto migliore. Dietro questa nuova tendenza c’è in realtà una storia che viene da lontano. La musica folk, country e blues ha una lunga tradizione di performance nelle case e nei cortili. Andando ancora più indietro, in particolare nel XVI secolo, tutta la musica profana era eseguita in una camera della casa del nobile – e chiamata perciò musica da camera; solo all’epoca di Beethoven nascono le sale per concerti pubbliche, appositamente costruite. Arrivando a noi, gli House Concert sono molto in voga nella New York City del XX secolo: nel 1930 ad Harlem si usava prendere in affitto i buffet flat (appartamenti riservati ai viaggiatori o agli artisti di spettacolo) per concerti di blues o spettacoli osé. La modalità “house” è stata poi adottata da altri paesi, fra i quali il Canada,


la Corea del Sud e l’India. Ma come viene organizzato un HC? Il proprietario, detto presenter, mette a disposizione dell’evento il giardino, la mansarda, il salotto o qualsiasi stanza ritenga idonea, impegnandosi a invitare gli ospiti e a preparare un buffet. Composto da poche decine di persone selezionate, il pubblico versa un contributo per coprire le spese di organizzazione e per il compenso del musicista. L’obiettivo è quello di creare un circuito alternativo per ascoltare musica, che per alcuni artisti è anche l’unico modo per farsi conoscere: negli Stati Uniti metà delle date dei giovani talenti sono organizzate in House Concert. Un concerto in casa può essere inoltre una tappa utile ai musicisti alle prime armi per superare la paura del palcoscenico, oppure può offrire a un musicista in pensione l’occasione per esibirsi di nuovo. Talvolta anche gruppi famosi o rockstar si esibiscono in serate private, spesso segrete e riservate a pochi eletti. Fra gli organizzatori italiani segnaliamo la radio indipendente Indietravelradio, che cura anche la messa online degli HC. I vari eventi sono pubblicati sul blog indietravelradio.blogspot.it, mentre la pagina House Concert indietravelradio.blogspot.it/p/house-concert.html ospita il livestreaming (quando possibile) e, successivamente, i video dei concerti. Proporsi è semplice: basta contattarli via e-mail o tramite Facebook.


Lo steampunk si fa suono e performance

Sul cappello a cilindro una finta farfalla svolazza. La porta in testa un tipo che armeggia intorno a improbabili aggeggi steampunk per approdare a risultati inutili/incomprensibili/nonsense. In nessun ordine abbiamo: un corno ad aria compressa, un ragnoscheletro che suona un tamburo giocattolo, una macchina per le bolle, un cannoncino sparafumo. Lui si aggira, attiva esperimenti surreal-poetici generando uno spettatore affascinato e stranito; l’unica soluzione è lasciarsi andare mentre l’anima segue note vaganti fra ambient, elettronica, prog. E indefinibile altro. Come si legge sul sito www.tana-creatures.it, Daniele Napoli – alias Tana – “dalla metà degli anni Novanta sviluppa la passione per il riciclo degli oggetti più disparati: frullatori, aspirapolvere rotti, motorini, lamiere, plastica e quant’altro diventano materiali per costruire sculture semoventi con sembianze robotiche”, costruendo oggetti-creatura ispirati alle forme umane e animali con i quali dialoga, trasformato in performer dall’evolvere della sua stessa ricerca. Le creature di Tana – Underground Recycle Art – nel tempo si sono organizzate in una sorta di teatrino diretto dal loro demiurgo: sotto il suo comando si dimenano, suonano, ballano, in una celebrazione creativa


appagata in sé stessa. Il teatrino poi è cresciuto: grazie alla collaborazione con musicisti, videomaker, street artist, artisti circensi, performer, Tana ha realizzato progetti sempre più articolati in cui linguaggi differenti interagiscono in opere complesse. Un altro elemento degli spettacoli di Daniele-Tana è la pirofonia, tecnica dove il fuoco – antico e potente – diventa motore del suono: l’acqua si fa vapore incontrando il ferro rovente, il calore sale, tutto vibra “come fosse la voce stessa della terra”. I pirofoni sono macchine musicali meccaniche ideate a Marsiglia, ricostruite e perfezionate a Milano da TanaCreatures e dal Piccolo Circo Volante (ovvero Federico Bassi e Daniele Napoli). Si tratta di “organi che mettono in vibrazione un corpo ferroso attraverso il calore del fuoco, producendo un suono grave e lungo, modulabile tramite un sistema di motori elettrici”. Costruiti con soli materiali di scarto industriale, sono i principali strumenti utilizzati nella performance Pirofonia, nata dall’incontro fra TanaCreatures, il Piccolo Circo Volante, i musicisti Luca Valisi (basso e loop station) e Alessio de Meo (mixer ed effetti). Lievemente diversa la formazione del gruppo Mechanics For Dreamers: Daniele Napoli “Tana”, Luca Valisi, Roberto Latino “Lucky”. Nessuna descrizione rende giustizia a uno spettacolo d’arte che unisce performance e installazione, una “fucina di suoni e visioni steampunk fatte realtà”: da assaggiarsi in video ma da godersi live. Guarda una performance dal vivo Altri video: myspace.com/pirofonia Date degli spettacoli sulla pagina Facebook


Il profumo diventa museo, a Venezia

Forse non tutti sanno che l’Italia è fra i capostipiti della tradizione profumiera mondiale; in particolare, Venezia giocò in quest’ambito un ruolo di primo piano durante il Rinascimento. Per riscoprire e valorizzare questo importante aspetto del Made in Italy, la Mavive (ex Vidal) insieme alla Fondazione dei Musei Civici di Venezia sta concretizzando il primo museo italiano completo, permanente e pubblico sul profumo. Presentato nel dettaglio durante lo Smell Festival di Bologna, il progetto prevede una sezione dedicata al profumo all’interno di Palazzo Mocenigo, attualmente sede (al piano nobile) del Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume. Il tutto nell’ambito di una più ampia operazione di restyling affidata allo scenografo Pier Luigi Pizzi. Sono in allestimento quattro sale principali: la prima ripropone i valori della produzione antica, con la ricostruzione del laboratorio dove operava il “muschiere” (profumieri e produttori di cosmetici erano così chiamati perché utilizzavano muschi animali); reperiti in vari paesi, attrezzi e alambicchi sono d’epoca. Anche la seconda sala riguarda aspetti storici, come l’importazione delle materie prime lungo le “mude”, le rotte commerciali di Venezia; qui sono riproposti antichi testi con ricettari consultabili grazie ai supporti multimediali.


La terza sala ospita un percorso con sei “isole” dedicate alle famiglie olfattive, da esplorare in modo interattivo, mentre la quarta è dedicata al design dei flaconi, con una collezione formata da alcuni pezzi del fondo museale veneziano e dalla bavarese Collezione Storp, ben 25.000 flaconi datati a partire dal 2000 a. C. Nel mezzanino trova posto un fondo bibliotecario sul profumo, aperto al pubblico; il piano terra, riservato alle esposizioni temporanee su moda e profumo, ospita un’aula per i corsi tenuti in collaborazione con l’Università di Ferrara oltre a spazi interattivi sulla produzione cosmetica italiana. Storia della moda e del costume andranno così a integrarsi perfettamente, in un’esperienza studiata per coinvolgere attivamente il visitatore. Per l’occasione, Mavive propone due “chicche”: la ristampa anastatica del prezioso manuale di cosmetica I Notandissimi Secreti de l’Arte Profumatoria (G. Rossetti, Venezia 1555), il primo ricettario occidentale che cataloga con approccio scientifico più di trecento formule di cosmetici in uso nella Venezia del Cinquecento, e una nuova linea di fragranze il cui primo nato si chiamerà, non a caso, The Merchant of Venice, unione di essenze animali come muschi, ambre e zibetti, ed essenze floreali, acqua di rose e lavande. Nata prima di quella francese, l’antichissima tradizione cosmetica di Venezia – che attraverso le vie delle spezie e della seta importava materie prime per trasformarle in unguenti e profumi – rivivrà quindi da ottobre: un’emozione da non perdere.


Olfatto, il senso privilegiato dalla memoria

Balzac, Baudelaire, Calvino, D’Annunzio, Flaubert, Gadda, Wilde, ma soprattutto Proust e Süskind… grande è la fortuna letteraria dei ricordi olfattivi, potenti macchine del tempo capaci di riportarci al passato nel giro di un attimo: gli odori hanno il potere di attivare la memoria episodica, quella che custodisce tutti gli avvenimenti della nostra vita a lungo termine assicurando l’identità e la continuità del sé, conservando la nostra storia personale. Negli ultimi decenni anche la scienza – in genere più concentrata sugli altri sensi – ha iniziato a occuparsi di questa singolare capacità dell’olfatto, che agisce anche in senso sinestesico richiamando alla mente emozioni e immagini. La memoria olfattiva è singolare come persistenza, tonalità edonistica, legame con il contesto percettivo; tende a imporsi al di là della nostra attenzione volontaria. Mentre dissolve i ricordi visivi e verbali, il passare del tempo non sembra incidere sugli stimoli olfattivi, seppure questi siano spesso immagazzinati in modo accidentale. Un ricordo associato a un profumo può, a sua volta, attivare le regioni del cervello sensibili agli odori. Lo Smell Festival 2013, a Bologna, ha proposto un interessante


esperimento che ha dato il via ufficiale alla collaborazione fra Gianni Brighetti, docente di Psicologia all’Università di Bologna, e Giuseppe Imprezzabile, ovvero Meo Fusciuni Parfum, in un progetto di ricerca su olfatto, inconscio e memoria. La “strana coppia” formata da un artista del profumo e da uno scienziato è nata per iniziativa del secondo: la ricerca infatti ha preso avvio dalla connessione tra un corso sulla filosofia della memoria tenuto da Brighetti e da un rapporto di ricerca tra il professore e il dipartimento di Chimica Industriale; la volontà è di confermare le suggestioni individuali (comprese quelle scaturite dall’esperimento allo Smell Festival) con basi neurali e fisiologiche provate, che dimostrino il principio quasi paradossale per cui le memorie olfattive sono statalizzate, bloccate nel nostro cervello e in grado di evocare situazioni particolari del nostro passato. Meo Fusciuni ha ricevuto l’impegnativo compito di creare il “profumo della vita”, da lui suddiviso in sette “momenti olfattivi”, blocchi di odori e profumi incaricati di scatenare i ricordi di esperienze passate. Così, al numeroso pubblico presente all’evento sono state istribuite sette mouillettes imbevute di sette profumi diversi e un questionario; dopo aver odorato attentamente, ogni partecipante doveva descrivere le sensazioni provate. Nell’attesa dei risultati e di ulteriori sviluppi del progetto, non stupirà sapere che alcune risposte lette ad alta voce alla fine dell’esperimento hanno evidenziato l’infanzia come territorio privilegiato dei ricordi. Guarda l’intervista a Meo Fusciuni Per altre curiosità, informazioni e bibliografia sul rapporto tra olfatto e memoria: www.rescogitans.it


La birra artigianale abita a Parma

Tendenza alimentare di recente diffusione, quella dei birrifici artigianali: ma già molti di loro hanno raggiunto una certa notorietà e alti livelli d’eccellenza. Fra questi troviamo quattro marchi di Parma. Dalle Cantine Ceci, conosciute da tempo per i loro vini, arriva la Birra di Parma, in tre proposte: Oro, Bronzo e Camou. Contenute in bottiglie raffinatissime, le birre Oro e Bronzo sono non filtrate, non pastorizzate, rifermentate in bottiglia con i lieviti del lambrusco. Particolare la Camou, bionda che si presenta in bottiglia mimetica con tanto di piastrina di riconoscimento; nata in collaborazione con il Birrificio del Borgo di Rieti, è realizzata con il 30% di grano Senatore Cappelli, frumento duro aristato che non ha mai subito alterazioni genetiche. Camou deriva da camouflage, il “mimetico” tanto di moda. Altro stile per il Birrificio Toccalmatto, che con il motto “Enjoy the Madness!” presenta le sue Birre Vive, ognuna con il proprio bel “caratterino” ottenuto lavorando sulle tecniche di luppolatura, utilizzando


ingredienti lavorati in proprio (come il malto affumicato) e ceppi di lievito selezionati. Questo birrificio punta sulla sperimentazione di varietà sempre nuove e dalla diversa origine geografica, per creare prodotti un po’ fuori dagli schemi. Le birre di Toccalmatto sono ad alta fermentazione, rifermentate naturalmente sia in bottiglia che in fusto. Punta sul design 32 via dei birrai, primo micro birrificio artigianale italiano certificato 100% Made in Italy. 32 Via dei Birrai si propone come “un nuovo linguaggio” che “decontestualizza il concetto usuale di birra” e “diventa design indossato da una bottiglia”. Trentadue è il numero corrispondente alla classe di appartenenza della birra secondo la classificazione internazionale di Nizza, che indica e categorizza prodotti e servizi. Il marchio è una rilettura del brewmaker style e vuole cambiare il modo di percepire la birra aprendola a mondi complementari. Infine arriviamo al Birrificio del Ducato: nato nel 2007, è oggi il microbirrificio italiano più premiato nel mondo. Da Roncole Verdi, nella Bassa Parmense, luogo di nascita di Giuseppe Verdi e terra di salumi stagionati e vini frizzanti, questo birrificio ha conquistato i primi posti in competizioni nazionali e internazionali; attualmente esporta oltre il 15% della produzione. Una nuova linea di birre artigianali di qualità non filtrate e non pastorizzate, destinata alla grande distribuzione, porta il nome di Bia (Birra Italiana Artigianale) mentre in parallelo prosegue la ricerca sulle birre da invecchiamento affinate in barrique, destinate a una clientela internazionale di esperti e appassionati.


Quattro libri gattosi

Libri e gatti: non parlo di libri SUI gatti bensì di libri CON i gatti, fra i quali ho scelto quattro titoli. Gatti in crisi d’identità. Tre racconti, due gatti e novanta cartigli (Salani) nasce dalla collaborazione di Serena Vitale – insegnante di Lingua e Letteratura Russa, consulente editoriale, critica letteraria, traduttrice, scrittrice – e Vladimír Novák – pittore boemo, è considerato un classico della pittura ceca -, coppia umana che convive con una coppia felina, Nina e Yorick, stelle persiane in una notte senza luna. Un giorno Vladimír scopre che Serena, fumatrice, nasconde le scritte intimidatorie dei pacchetti di sigarette con anonimi post-it gialli, e li trasforma in arte. Su pezzetti di carta infilati tra cellophane e cartone iniziano così ad apparire decine di miniature a tema gattesco: Nina si trasforma in Maria Antonietta, farfalla notturna, cantante o eroina, oppure è una semplice gatta ma in stile Matisse o Seurat; Yorick invece diventa Ignazio di Loyola, Toro Seduto, Spiderman, o si muta in fantasma e sogno. Serena decide di completare le immagini con tre racconti, e smette di fumare. Un godibile omaggio alla misteriosa natura felina Di stile opposto è il volumetto illustrato da Edward Gorey e pubblicato da Adelphi intitolato Gattegoria (in inglese Categor y). Gorey (1925-


2000) vanta numerosi lettori in tutto il mondo ed è celebrato per il suo humour sinistro e misterioso. Apparso per la prima volta negli Stati Uniti nel 1973, Gattegoria raccoglie cinquanta vignette originariamente create come accompagnamento a un’edizione limitata del libro Amphigorey. In ognuna appare un gatto in maglietta a righe e ambientazione surreale, con i numeri progressivi inseriti in modo creativo. Per palati fini. Infine due segnalazioni per gli amanti dell’Oriente. L’esilarante Lo zen a uso dei gatti (Franco Muzzio Editore) è scritto da un famoso umorista americano, Henry Beard, e illustrato da Ron Barrett, cartoonist e illustratore per bambini. Pratiche e motti zen sono a volte reinterpretati con ottica felina a volte riportati quasi fedelmente ma “felinizzati” dalle immagini. Un esempio per tutti: Koan Problemi Zen Se tu incontri il Buddha su un sentiero di giardino, mordilo. Più meditativo Il Gatto e il Tao (L’ippocampo) raccolta di pensieri d’antica saggezza illustrati dai delicati acquerelli della pittrice cinese Kwong Kuen Shan, antigattara pentita; le citazioni sono tradotte direttamente dagli originali cinesi e abbinate in sintonia con le immagini, ognuna delle quali è accompagnata da uno o più “sigilli”. Introspettivo e poetico, da sfogliare in relax.

Post of the past  

Raccolta di alcuni articoli da me redatti per il blog della casa editrice Fermoeditore, attualmente ancora presenti sul sito ma indicati com...

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