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Nova itinera percorsi del diritto nel XXI secolo

L’EDITORIALE

Nova itinera • 1/2011

150ANNIDI MAGISTRATURA ITALIANA

ACCADE OGGI TRALAVITAELA NECESSITÀ:LAPENA O“LEPENE”DI MORTE?

DOVE PENDE LA BILANCIA

ORGANIZZARE LAGIUSTIZIA

N° 1 - Aprile 2011


sommario LE RAGIONI DI UNA RIVISTA

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di STEFANO AMORE E CYNTHIA ORLANDI

L’EDITORIALE

Quadrimestrale di legislazione, giurisprudenza, dottrina e attualità giuridica N° 1 - Gennaio 2011 Autorizzazione del Tribunale di Roma nr. 445 del 23 novembre 2010

DIRETTORE RESPONSABILE: Stefano Amore VICE DIRETTORI: Paolo Liberati Luigi Viola

“FATTA L'ITALIA, bISOGNA FARE GLI ITALIANI”: 150 ANNI DI mAGISTRATURA ITALIANA

ACCADE OGGI TRA LA VITA E LA NEcESSITà: LA pENA O “LE” pENE DI mORTE?

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di MARIO ASCHERI

PER NON DIMENTICARE LA mONTAGNA INcANTATA: cRONAcA DI UN VIAGGIO INcOmpIUTO

DIRETTORE EDITORIALE: Cynthia Orlandi

di STEFANO AMORE

COMITATO DI REDAZIONE: Alessandra Alessandro Giuseppe Bianco Carlo Carbone Cristian Caruso Lauretta Casadei Umberto Cerasoli Pietro Chiofalo Maria Antonietta Crocitto Francesco De Clementi Mario De Ioris Vito Antonio De Palma Andrea Giordano Massimiliano Lucchesi Giuseppe Morano Laura Morselli Sandra Moselli Emanuela Porru Gianluigi Pratola Daria Proietti Enzo Proietti Marco Proietti Lorenzo Quilici Lucia Spirito Federico Tomassini

AMbIENTE E sICuREzzA

SEGRETERIA DI REDAZIONE: Elisabetta Arrabito Barbara del Serrone Giacomo Pompeo Antonio Torroni

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di STEFANO AMORE

L’AccORDO DI pROGRAmmA E LA TUTELA DELL’AmbIENTE

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di MARIO DE IORIS

PROfEssIONI E REsPONsAbILITÀ IL NUOVO ORDINAmENTO DIScIpLINARE NOTARILE

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di IGNAZIO LEOTTA

uNIvERsITÀ TRA INNOvAzIONE E TRADIzIONE pROSpETTIVE DELL’UNIVERSITà TELEmATIcA IN EUROpA E IN ITALIA

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di PAOLO LIBERATI

ACTA NOTARILIA IL REATO DI LOTTIzzAzIONE AbUSIVA E IL NOTAIO

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di LAURETTA CASADEI

ATTI DI DESTINAzIONE: UNA chIAVE DI LETTURA ALTERNATIVA di STEFANIA LANZILLOTTI e Giuseppe Morano

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AssIsTENzA sANITARIA IN ITALIA: QuALE fuTuRO? RITORNO AL FUTURO. INTERVISTA A STEFANO cUzzILLA, pRESIDENTE DEL FASI

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CRONAChE DELLA MAGIsTRATuRA pROSpETTIVE pER LA mAGISTRATURA ASSOcIATA

COMITATO SCIENTIFICO:

UN’ETIcA pER I mAGISTRATI

Mario Ascheri

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di COSIMO MARIA FERRI

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di ALDO MORGIGNI

Professore Ordinario di Storia del Diritto Medievale e Moderno

Paola Balducci

AvvOCATuRA PER L’AvvENIRE

Avvocato, Professore Associato di Diritto Processuale Penale

UN’AVVOcATURA AL pASSO cON I TEmpI

Giovanni Bianco

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di ANTONIO CONTE

Professore di Dottrina dello Stato e Diritto Pubblico

Guido Calvi Docente di Filosofia del Diritto, Componente del C.S.M.

Giuseppe Celeste Notaio, Componente Consiglio Nazionale Notariato

REGIONI ED AuTONOMIE LOCALI LA pROVINcIA DEL FUTURO

Bona Ciaccia

FEDERALISmO, ENTI LOcALI E GIUSTIzIA

Professore Ordinario di Diritto Processuale Civile

di ALBERTO SARRA

Fiorella D’Angeli Professore Ordinario di Diritto Civile

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di FRANCESCO SCHITTULLI

IL cORAGGIO DI INNOVARE

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di NICOLA ZINGARETTI

Rosario De Luca Presidente della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro

Giuseppe de Rosa

INfORMAzIONE, TECNOLOGIA E sOCIETÀ

Consigliere della Corte dei Conti

L’INFORmAzIONE NELL’ERA DELLA pOSTmODERNITà

Angela Del Vecchio

di PASQUALE D’INNELLA CAPANO

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Professore Ordinario di Diritto dell’Unione Europea

Pasquale d’Innella Capano Amministratore di Telpress Italia S.p.A.

Fabio Massimo Gallo

OssERvATORIO suL LAvORO UNA NUOVA cULTURA DEL LAVORO

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di ROSARIO DE LUCA

Presidente Sez. Lav. Corte di Appello di Roma

Antonio Laudati Procuratore della Repubblica del Tribunale di Bari

Giuseppina Leo Giudice del Tribunale del Lavoro di Roma

Filiberto Palumbo Avvocato, Componente del C.S.M.

sALuTE E GIusTIzIA: PILLOLE DI DIRITTO DAI pRINcIpI ORIGINARI ALL’EVOLUzIONE GIURISpRUDENzIALE: LA pROFESSIONE mEDIcA OGGI

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di GIUSEPPE J. SCIARRONE

Piero Sandulli Professore di Diritto Processuale civile

Giuseppe Valentino Avvocato

ORDINAMENTO ED ETICA DELLO sPORT L’ARbITRATO NEL DIRITTO DELLO SpORT di ENZO PROIETTI

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L’ETIcA DELLO SpORT

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di STEFANO FARINA


sommario

cOmITATO D’ONORE:

TEORIA E PRATICA DEL PROCEssO

marina calderone

IL DIRITTO ALLA DIFESA NEL pROcEDImENTO SOmmARIO DI cOGNIzIONE

presidente del comitato Unitario delle professioni

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di PIERO SANDULLI

LA cASSAzIONE RIScRIVE L’OppOSIzIONE A DEcRETO INGIUNTIVO

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di ANDREA GIORDANO

Giuseppe chiaravalloti Vice presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei Dati personali

Antonio conte presidente del consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma

sCENARI E PROsPETTIvE DELLA GIusTIzIA MINORILE

Adolfo de Rienzi

bILANcIO DELLA IV cONFERENzA INTERNAzIONALE SULLA GIUSTIzIA mINORILE

presidente dell’Accademia

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di ALESSANDRO PADOVANI

del Notariato

Ignazio Leotta presidente di Federnotai

Alberto Sarra

L’ANGOLO DELLE RIfORME LE SOcIETà DI LAVORO pROFESSIONALE IN ITALIA E IN EUROpA

Sottosegretario alle Riforme

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Francesco Schittulli

di ANDREA BONECHI

UN pERcORSO pER LE RIFORmE DELLA GIUSTIzIA

della Regione calabria

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di ENRICO FOLGORI

presidente della provincia di bari

Giuseppe Scopelliti presidente della Regione calabria

DIRITTO ED ECONOMIA LEGALITà E DINTORNI

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di FRANCESCO PULITINI

GIuRIsPRuDENzA COMMENTATA a cura di: MARIANTONIETTA CROCITTO, DARIA PROIETTI e FEDERICO TOMASSINI

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ELOGIO DELL’INERzIA : IDEE E PROPOsITI NON ANCORA ATTuATI LE pROFESSIONI E LA SFIDA DELLA RIFORmA

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di MARINA CALDERONE

LETTuRE E RECENsIONI

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Nova Itinera Quadrimestrale Spedizione in abbonamento postale

DOvE PENDE LA bILANCIA: PRObLEMI DELLA GIusTIzIA ORGANIzzARE LA GIUSTIzIA di ANTONIO LAUDATI

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Casa editrice Nuova Scienza S.R.L., Via S.Tommaso d’Aquino, 47 00136 Roma Cod. Fisc. / P.I. 11072071001 Stampa: Stamperia Lampo - Roma Finito di stampare nel mese di aprile 2011


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Le ragioni di una rivista

E

mily Dickinson ha scritto che “non c’è nessun vascello che possa portarci in contrade lontane come può un libro”. E appunto questo vuole essere lo scopo di “Nova Itinera”. Avviare un percorso nelle contrade lontane di un diritto ancora in formazione, il diritto di una società che si annuncia profondamente diversa da quelle del passato. D’altronde, una rivista di cultura giuridica con una qualche ambizione non potrebbe proporsi, in questo accidentato inizio di percorso del nuovo millennio, che di “insegnare quel che debba farsi”, piuttosto che continuare, secondo il modo antico e forse sterile, ad “annunziare quel che si fa”. Nova Itinera non sarà, quindi, e ce ne scusiamo anticipatamente con chi si fosse aspettato qualcosa di diverso, un contenitore di news giuridiche o uno spazio dove raccogliere i molti commenti che, invariabilmente, ogni nuova norma suscita. Sarà invece un luogo di proposte e di provocazioni, aperto agli insegnamenti del passato, in cui permettere il confronto tra le diverse istanze che animano e costituiscono il diritto, magari in modo più composto e costruttivo rispetto a quanto accade in altre sedi. Mario Ascheri ci rammenta nel suo articolo sulla pena e “le pene” di morte, pubblicato in questo numero, che oggi esistono solo confini politico-giuridici-militari. E che altro tipo di muri, anche se fortemente agognati, sono ormai, quasi sempre, di impossibile realizzazione. Proprio da questa difficoltà di costruire un limes preciso e stabile tra categorie, tra nazioni e, in definitiva, tra le stesse esigenze fondamentali del vivere quotidiano, nasce il diritto del terzo millennio: un diritto privo di stabilità e di uno scopo unitario, destinato ad un rapido consumo, incapace di essere conosciuto se non nei suoi aspetti più superficiali. Cosa rimane da fare, dunque, al giurista contemporaneo? Certamente, continuare a lottare contro tutte le forme di omologazione culturale e di ignoranza, per la sopravvivenza di una specifica cultura giuridica ed umana. Un grande storico francese, Marc Bloch, sosteneva che il compito principale dello storico è distinguere il vero dal falso. Ai giuristi di oggi tocca, a ben vedere, un compito ancora più arduo: quello di impedire che nella coscienza degli uomini la distinzione tra vero e falso, tra giusto e ingiusto, venga definitivamente cancellata.

Stefano Amore Direttore di “Nova Itinera”


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Le ragioni del mio impegno

P

er tutta la vita, si può dire, mi sono occupata di marketing e comunicazione. Più di un lavoro potrei definirla una passione, che ha guidato i miei studi, ha determinato la mia carriera e influito, anche al di fuori del lavoro, su gran parte dei miei interessi sociali e culturali. Quando mi è stata proposta la direzione editoriale di questa rivista, mi sono chiesta quale potesse essere il mio contributo ad un progetto di carattere scientifico e di contenuto giuridico. Di fronte a temi come il diritto e la giustizia, ho pensato, a lungo, se la mia esperienza nella comunicazione bastasse come “titolo”, per poter ricoprire, degnamente, tale ruolo. E, come quando nel mio lavoro mi trovo davanti ad un nuovo progetto, ho cominciato a riflettere su obiettivi e contenuti di questa pubblicazione, ponendomi una domanda tra tutte. Cos’è per noi (donne e uomini) il Diritto? E poi ho ricordato. Ho ricordato che questo è il medesimo quesito che Platone, nel “Minosse”, fa porre a Socrate. Socrate è il primo filosofo che ha indagato l’uomo e che ha posto il problema dei rapporti tra il male e il bene: la definizione socratica del male come semplice ignoranza del bene mi sembra, anzi, particolarmente stimolante come punto di riferimento di una rivista che intende occuparsi di diritto. Se il diritto segna i confini tra il bene e il male, una rivista che si voglia interessare di diritto deve quantomeno tentare di far riconoscere ai suoi lettori questi confini, realizzando così il nucleo essenziale del messaggio di Socrate che, nell’indagare e definire questi temi, ha affermato che non c’è uomo senza legge e, quindi, senza diritto. L’uomo Socratico è figlio delle leggi e del diritto. Anzi, in quella prospettiva, l’uomo comincia ad essere veramente tale solo in presenza della legge, che costituisce, è questo forse il messaggio socratico più profondo, parte integrante di ciascuno di noi, del nostro quotidiano. Il diritto e le leggi sono fondamentali, lo sappiamo, per la vita sociale e per i rapporti tra gli esseri umani, ma nella prospettiva dell’uomo la legge rappresenta, se possibile, qualcosa di ancora più importante: è essa stessa esistenza, modo specifico della sopravvivenza dell’uomo in quel nuovo, e non meno insidioso, habitat sociale che nei secoli ha progressivamente sostituito gli spazi originari della natura. L’approccio “elementare” ai grandi temi del diritto, quello dell’uomo comune, in questo caso anche il mio, può quindi costituire uno stimolo utile per i giuristi, per la dottrina, se non altro perché possano confrontarsi positivamente con la vita e con i bisogni di una comune quotidianità che, realizzandosi come complesso di relazioni tra esseri umani, deve essere regolata dal diritto. Anche in questo caso sono stata soccorsa da Socrate, dal Socrate rappresentato da Platone nel Critone, e, proprio perché forte del mio “dubbio” e della mia socratica “ignoranza”, mi dichiaro disposta ad affrontare questo nuovo progetto, che vorrebbe contribuire (scusate la forte ambizione) a restituire anche il diritto all’uomo.

Cynthia Orlandi Direttore editoriale di “Nova Itinera”


9 Stefano Amore Magistrato

“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”

“Una regola rigorosa – scriveva G.K. chesterton in “Ortodossia”- non è soltanto necessaria per governare; è necessaria anche per ribellarsi. Un ideale fisso e familiare è indispensabile per qualunque specie di rivoluzione.” chesterton aveva ragione. Lo dimostra il secolare corso della nostra storia, in cui gli ideali di giustizia sono stati alla base di profondi sommovimenti politici e sociali.

E lo dimostra lo stesso ruolo dei giuristi nell’evoluzione delle società occidentali. Il processo di unificazione dell’Italia, l’avvento al potere della borghesia, il fascismo, l’esordio della repubblica, il sessantotto e gli anni di piombo, rappresentano capitoli della nostra storia alla cui migliore comprensione gioverebbe certamente l’esame delle vicende e delle dinamiche della giurisdizione, che ha

L’editoriale

150 anni di Magistratura italiana


L’editoriale

10 spesso giocato un ruolo di rilievo nei momenti di maggiore crisi del nostro paese, rimanendone, peraltro, quasi sempre coinvolta e trasformata. Va però subito detto che in Italia la riforma più profonda ed evidente del ruolo della giurisdizione e dei magistrati non è stata opera del legislatore o della volontà popolare. È stata, piuttosto, conseguenza dell’azione dei media, una delle grandi forze propulsive della storia contemporanea, che amplificando, trasformando e, talvolta, stravolgendo il ruolo e l’immagine della magistratura l’ha resa, alla fine del XX secolo, un apparente competitore della classe politica. peraltro, nonostante la diversità dei contesti ordinamentali e politici, non mancano, in questo secolo e mezzo di storia della magistratura italiana, analogie, talora sorprendenti, tra situazioni del presente e del passato, che testimoniano di una ineliminabile e permanente tensione di fondo tra potere giurisdizionale ed esecutivo. Emblematico il caso di Diego Tajani che, nominato nel 1871 procuratore generale di palermo, avrebbe poco tempo dopo rassegnato le dimissioni dalla magistratura per i gravi contrasti intervenuti con il governo dopo l'incriminazione del questore Giuseppe Albanese, accusato di essere connivente con la mafia e mandante di alcuni omicidi. Sebbene l’episodio non possa essere generalizzato ed abbia un significato che deve certamente tenere adeguato conto delle dinamiche politiche dell’epoca (Tajani diverrà ministro Guardasigilli con l’avvento al governo della Sinistra), è indubbio che, già in quegli anni, il senso di indipendenza e la consapevolezza del rilievo della funzione esercitata fosse molto vivo in una parte non trascurabile della magistratura italiana. A impedire che le periodiche “frizioni” tra magistratura e potere esecutivo potessero

scadere in veri e propri conflitti istituzionali vi era, però, non solo una cornice normativa profondamente diversa da quella attuale - lo Statuto Albertino negava ogni fondamento come autonomo potere alla giurisdizione facendone, in sostanza, un settore specializzato della pubblica amministrazione – ma anche una situazione di sostanziale omogeneità sociale e culturale tra la magistratura e la classe dirigente del paese. Ne è dimostrazione evidente la circostanza che gran parte dei ministri della giustizia nominati fra il 1861 e il 1900 provenissero, per l’appunto, dai ranghi della magistratura e che nel 1866 ben 27 su 43 alti magistrati in servizio sedessero pure in parlamento. Il che però non evitava, anzi forse talvolta alimentava, episodi di evidente dissonanza, in cui il ruolo della magistratura assumeva un rilievo ulteriore rispetto a quello strettamente giurisdizionale e, quindi, una specifica valenza politica. A conferma di ciò basterebbe ricordare la decisione con cui, il 20 febbraio 1900, la corte di cassazione di Roma giudicò nullo il cd. decreto pelloux, che aveva introdotto significative limitazioni delle libertà di associazione, di riunione e di stampa. Aldilà dell’atteggiamento prudente tenuto dalla Suprema corte nella motivazione della sentenza, in cui ci si limitava a rilevare l’incostituzionalità del decreto legge sotto un profilo meramente formale, è innegabile il ruolo assunto con ciò dal potere giudiziario nella soluzione della complessa crisi politicoistituzionale di fine secolo. Questi episodi consentono anche di chiarire come, per tratteggiare efficacemente la situazione della magistratura italiana alla fine del XIX secolo, non ci si possa limitare alla considerazione del dato normativo, da cui emergerebbe solo il disegno di una categoria fortemente gerarchizzata, in cui l’avan-


11 zione. E il magistrato che studia quel libro, si assorbe in calcoli e combinazioni che a noi profani, quando udiamo esporli, ricordano esattamente la cabala del lotto.”. In realtà, il rischio di burocratizzazione, evocato così brillantemente da mortara, non è mai venuto meno e continua a rappresentare una delle “tentazioni” a cui i magistrati italiani sono più esposti. Tuttavia, l’esperienza degli ultimi decenni ha fatto conoscere a tutti un male ancora più insidioso e foriero di danni per la magistratura: quello della spettacolarizzazione delle iniziative giudiziarie. ci si potrebbe chiedere, anzi, se lo stesso ruolo tradizionale della giurisdizione non sia divenuto oggetto di una sostanziale e profonda trasformazione, tuttora in corso, indotta proprio dalle esigenze della comunicazione. Quale che sia la risposta a questo interrogativo, non può non condividersi quanto osservato, qualche tempo fa, da Giuliano Ferrara: “quando un giornalista si traveste da giudice, e un giudice da giornalista, allora la base delle nostre libertà è non già incrinata o messa in mora, ma letteralmente distrutta”. ■

L’editoriale

zamento in carriera, il trasferimento nelle sedi desiderate e le iniziative disciplinari dipendono esclusivamente dalle decisioni del ministro della Giustizia. In realtà non mancano, già in quegli anni, voci critiche che si preoccupano di denunciare la burocratizzazione dell’apparato giudiziario come un disvalore ed un concreto rischio per il paese. In un famoso articolo del 1894, Lodovico mortara, celebrato docente universitario destinato a divenire presidente della corte di cassazione e, successivamente, ministro della Giustizia, tratteggia con sarcasmo e commiserazione la regressione a mero burocrate del magistrato, facendola percepire al lettore, al di là dei limiti della normativa e della temperie culturale dell’epoca, come il vero peccato mortale della giurisdizione. “ Vedeteli”, scrive mortara, “i nostri magistrati, nelle preture, nei tribunali, nelle corti d'appello. Li sorprenderete più di una volta chini e cogitabondi su di un libro. pensate che meditino il codice, o un qualche famosissimo commentario? Vi ingannate. Quel libro, l'unico libro che non manca mai alla biblioteca del magistrato italiano, è la Graduatoria, stupenda trovata della ignoranza ufficiale che regna sovrana nell'italica amministra-


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Mario Ascheri Professore Ordinario di Storia del Diritto Medievale e Moderno

Tra la vita e la necessità: la pena o “le” pene di morte? La campagna per la moratoria della pena di morte meritoriamente promossa dal nostro paese ha visto organizzazioni come Nessuno Tocchi caino e il Lions International attive in prima fila per sensibilizzare grandi e piccini, per rendere recettivi alla questione nei quartieri alti e meno alti. E si è vinto, se così si vuol dire, anche se si sa che il voto positivo ottenuto all’ONU ha un significato essenzialmente morale, trattandosi di un problema di legislazione interna ai singoli paesi. più concretamente, la pena suprema è divenuta nel dopoguerra solo un ricordo per il nostro continente, mentre in tanti paesi del nostro mondo ‘globale’ essa è ancora prevista e applicata con frequenza e con rigore, a volte anche per reati considerati gravi, ma certamente così usuali da non colpirci più di tanto (in cina ad esempio per corruzione e concussione, per evasione fiscale, frode e speculazione). Sul tema le cronache fanno frequente riferimento al paese per il quale ci sono più antipatie e simpatie al tempo stesso, cioè gli Stati Uniti d’America, e a quello di più antica civiltà in cui, però, se ne fa, attualmente, l’uso più frequente: la cina. In cina, appunto, nel 2007 sono state effettuate quasi l’80% delle esecuzioni mondiali re-

pertoriate. con fucilazione o iniezione letale circa cinquemila persone sono state private della vita in quel paese e tutto fa pensare che il trend degli anni successivi non sia stato da meno e che la crisi economica attuale, molto sentita anche in quel paese, possa addirittura condurre ad un ulteriore giro di vite. Il numero delle esecuzioni cinesi è, senza dubbio, impressionante. Eppure i nostri media si soffermano soprattutto su quelle americane, anche se nel 2007 ne sono state eseguite 42, meno dell’1% di quelle cinesi.

Strane contraddizioni La domanda che ci interessa in questa sede è perché nel nostro paese – come del resto negli stessi USA e negli altri paesi della vecchia Europa occidentale – l’opinione pubblica sia tanto sensibile a questi tragici eventi. perché, ad esempio, non si parla con la stessa drammaticità dei bambini che quotidianamente muoiono di fame in qualche angolo del nostro mondo? O del milione di persone massacrate a colpi di machete nel Ruanda in soli tre mesi o di quanto è avvenuto e continua ad avvenire nel caucaso, nel Darfur o nello zimbawe? perché questi eccidi non fanno notizia e il condannato a morte sì? perché la disuguaglianza ci perseguita anche nella morte?

Accade oggi

La pena di morte oggi


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Accade oggi

Qualche tempo fa, a chi si opponeva alle Olimpiadi in cina per la violazione sistematica dei diritti umani che vi ha luogo, il presidente dell’Associazione Italia -cina, un noto manager dell’industria, ha replicato che “se si guardasse bene neppure gli Usa potrebbero ospitare i giochi olimpici”! Le violazioni dei diritti umani di Guantanamo e la previsione e applicazione della pena di morte in alcuni dei suoi Stati, possono far paragonare gli Stati Uniti a paesi in cui ben diverso è il numero e la gravità delle violazioni dei diritti umani? In realtà, dichiarazioni e confronti del genere sfuggono alla riprovazione generale solo per il diffuso sentimento di avversione nei confronti degli Stati Uniti. Un’avversione che sembra toccare anche chi non è poi così contrario alla politica estera di questo paese. perché la pena di morte, che assume così il rilievo di una scriminante fondamentale, divide il mondo in due. Da un lato, i paesi che, con tutti i loro difetti (tipo il nostro), si sentono buoni, virtuosi, migliori solo per non avere più tra le pene previste quella di morte (pur avendo pene ‘non nominate’, come ad esempio il carcere preventivo) e, dall’altro, i paesi che conservano la pena capitale. Tutto noto, notissimo. ma ora bisogna spingersi oltre nel ragionamento e non sarà del tutto piacevole.

“Non ucciderai” Non sono un filosofo e non saprei entrare in polemiche dottissime (ma anche con diffuse conseguenze nelle coscienze) come quelle tra il grande papa in carica, benedetto XVI, e filosofi come Emanuele Severino e il suo Essere parmenideo, che lo ha portato addirittura a chiarire perché non può sentirsi cristiano, contro famose ammissioni di laici impenitenti come benedetto

croce o, più recentemente, di un politico dotto come marcello pera. ma mi piace esercitarmi a collegare spezzoni di fonti antiche, tuttora autorevolissime (e per me essenzialmente storiche), con le consapevolezze di massa circolanti, per poi leggere il tutto, invitando a riflettere, alla luce dei principi che reggono il lavoro intellettuale: ad esempio, quello di non contraddizione. partirei dalla banale osservazione che il categorico “Non ucciderai”, in realtà, non è poi così categorico. Non ucciderò certo, ma con un limite: a meno che non sussista un “buon motivo”. La guerra (a volte richiesta come “giusta”) e la “legittima difesa” sono, da tempi antichissimi, considerate eccezioni motivate all’ordine fondamentale ricordato. Il “Non ucciderai” non è così assoluto come viene dichiarato o come ci potrebbe suggerire un’interpretazione letterale. La vita altrui può nella nostra tradizione culturale e religiosa essere soppressa nei casi limite che storicamente sono stati riconosciuti come “giusti”. Alla guerra e alla legittima difesa ne aggiungerò uno cui si fa poca attenzione e che è invece oggi della massima attualità – una drammatica attualità, come si vedrà. mi riferisco allo “stato di necessità”, che nel nostro codice penale autorizza, in un classico esempio di scuola, a sopprimere il naufrago aggrappato come noi all’unico pezzo di legno o al salvagente in grado di tenere a galla una sola persona. La situazione eccezionale, in quel momento drammatico, autorizza il più forte ad uccidere; a lui sarà lecito salvarsi con il sacrificio della controparte, anche se più debole e moralmente più bisognosa di aiuto. Anche più significativi, per chiarire l’ampia area di applicazione del principio, i casi di cannibalismo cui sono stati costretti, in tempi non lontani, i sopravvissuti a un incidente aereo nelle Ande.


“La necessità non ha legge”, dicevano già gli antichi. Già. ma gli antichi, ossia i nostri predecessori fino a pochi decenni or sono, vivevano in un mondo limitato, con dei “confini” a un passo più o meno lontano, oltre il quale si poteva dire “hic sunt leones”, per accennare all’Altro lontano: irrimediabilmente, per lui e per noi. I rapporti tra i due mondi, il Qui e il Là, erano pochi e scarsamente significativi. Occasionali, quasi, non modificavano la nostra percezione dei confini – salvo casi di invasioni belliche, naturalmente. Oggi invece esistono solo confini politico-giuridici-militari. Nel mondo globale bisogna erigere dei muri, e solidi, se si vogliono evitare presenze scomode o non desiderate. ma sono muri a volte troppo costosi, anche solo da un punto di vista politico, o tecnicamente impossibili. Le grandi migrazioni sono cominciate, e hanno già sconvolto le comunità omogenee di un passato immobile da secoli. E sono migrazioni ‘qualificate’ per lo più dal bisogno, dall’aggravarsi del divario tra mondo “sviluppato” del benessere (per quanto?) e mondo sempre più perseguitato dalla fame e dalla sete. per questo mondo l’accesso a siti dov’è possibile sopravvivere si configura come movimento pienamente legittimo in base al grande principio della necessità. La resistenza ad esso a sua volta sarà legittima solo in quanto risposta all’aggressione (se e quando ci fosse e proporzionata ad essa) o come estremo rimedio per sopravvivere. Non solo. Un tempo quei confini riconoscibili indicavano anche l’orizzonte dell’obbligo di assistenza. Ognuno si sentiva in dovere di intervenire entro il proprio orizzonte quotidiano, e riservava a chi aveva disponibilità eccezionali, agli enti, il dovere di intervenire oltre i confini. Gli squilibri globali e le possibilità tecnologiche di oggi

hanno stravolto questo quadro. Oggi sarebbe tecnicamente possibile fare ponti aerei per raggiungere con cibi e quant’altro fosse necessario i quattro angoli del mondo del bisogno. Nei confronti dei malati delle zone sconvolte da epidemie (e ora l’Aids stesso si configura come tale in molte aree dell’Africa, come si sa) e nei confronti dei bimbi destinati a morte sicura per inedia noi avremmo, quindi, un preciso obbligo di soccorso. Tra la morte di tanti malati e bambini, che ha luogo nel momento in cui ho scritto come in quello in cui vengo letto, e il nostro benessere esiste un rapporto di causalità morale, se non giuridico. Se fossimo più diligenti nel soccorso, i decessi che hanno luogo mentre ci preoccupiamo per il nostro futuro non avrebbero luogo. Dal rapporto tra quel bisogno e il nostro benessere discende una conseguenza gravissima. Di quei decessi siamo in qualche modo responsabili. Il (nostro bisogno di) Benessere uccide quel Bisogno (di vita). per colpa, non certo per dolo, ma la colpa c’è. Noi applichiamo nei confronti di quel mondo una sentenza di condanna; con una pena precisa di morte. Implicita, non voluta esplicitamente, messa tra parentesi per quanto si può, ma pur sempre proclamata e attuata. Non c’è esercizio della ‘grazia’ che in pochi casi marginali. pochi casi che hanno la funzione di rassicurarci, farci sentire sereni perché non responsabili. Abbiamo fatto il possibile: questa la menzogna che è stata credibile però solo sino a quando c’è stata l’irraggiungibilità materiale, fino a 50 anni fa.

Il Paese dei valori assoluti? Il nostro mondo è più complicato di quanto crediamo e di quanto vorremmo. ci sono dei casi in cui applichiamo anche

Accade oggi

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noi la pena di morte, eccome. Giusta quindi la battaglia contraria, giusti tutti gli interventi possibili, giuste le campagne sacrosante che tendono a porre limiti sempre più larghi alla morte e ad ampliare la sfera della vita. ma senza ingannarci sulla possibilità dell’Assoluto. Gli sforzi sono relativi e la vita che riusciamo a salvare non è (e non sarà mai?) la Vita, tutta la Vita... Non è soltanto, ad esempio, consentendo l’aborto (sia pure come male minore rispetto all’aborto clandestino) che facciamo eccezione al principio del rispetto della Vita, l’abbiamo visto. La nostra storia attuale è costellata di moltissime violazioni quotidiane al principio della Vita. Le nostre colpe per omissione sono infinite. La nostra giusta condanna della pena di morte giudiziaria deve esserne consapevole. perciò, non è dividendo il mondo in modo manicheo e culturalmente superficiale che salviamo la nostra Innocenza. La debolezza, la miseria umana, la sua finitezza nella città terrena, la mancanza dell’Assoluto, ci sono e hanno conseguenze importanti tra le quali indicherei almeno queste: a) non ci si può nascondere dietro i giochi di parole che consentono di tagliare con l’accetta i paesi del nostro mondo, in modo semplicistico, in due schieramenti, perché si deve ammettere che c’è una varietà di sentenze e di pene di morte quotidianamente emesse ed inferte, più o meno nominali e consapevoli; b) la par condicio nella consapevolezza del ‘peccato’ se, da un lato, dovrebbe aumentare la solidarietà entro la comunità umana, dall’altro deve rafforzare gli sforzi per attivare ogni “circuito virtuoso” riconosciuto come efficace in favore del principio della Vita, fatto salvo che astrattamente sia l’aborto che la pena di

morte fanno ‘legittimamente’ parte del mondo terreno: il Mondo malauguratamente senza Assoluto; c) la limitatezza delle risorse e la crescita dell’area del bisogno di sopravvivenza costringe a riflettere sui limiti della nostra organizzazione sociale, basata sui consumi e sul connesso problema delle priorità: di fronte ad attentati concorrenti e tanto diversi alla Vita, dove bisogna orientare prioritariamente gli sforzi? d) a monte dobbiamo, quindi, discutere dell’orizzonte delle priorità negli interventi tra situazioni concorrenti, che possono risultare apparentemente diversissime, ma che richiederebbero, tutte, una profonda e difficile riflessione. ma allora perché le opinioni correnti, ci si potrà chiedere per concludere questo ragionamento? Sullo sfondo della Grande Semplificazione cui abbiamo accennato in tema di pena di morte, c’è una tendenza culturale profonda, “nostrana”, a ragionare in termini astratti e faziosi, propagandistici, oppure scarsamente ancorati ai rapporti reali, materiali dell’esistenza, appesi ai sogni dell’utopia, che confondono il terreno con l’ultraterreno, il Relativo con l’Assoluto – distinzione già di per sé facile solo a livello linguistico... E c’è qualcosa di più. Nelle società opulente, poche e relativamente da poco tempo (la nostra lo è ancora da minor tempo: praticamente solo da meno di un mezzo secolo), c’è un bisogno collettivo di compensare la mancanza di soccorso segnalata; c’è bisogno di “salvarsi” la coscienza presentandoci come virtuosi, come rispettosi della Vita. E gli slogans servono egregiamente allo scopo. ma questo non è un argomento così forte da convincere a farcene travolgere tutti. ■

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18 Stefano Amore Magistrato

Per non dimenticare

La montagna incantata: cronaca di un viaggio incompiuto La montagna incantata viene pubblicata nel 1924 e costituisce un importante documento della capacità di Thomas mann di rappresentare quelle dinamiche spirituali e culturali che condurranno la Germania a consegnarsi, a distanza di pochi anni, agli orrori del nazionalsocialismo. “Tatenlos und gedankenreich - votata al pensiero e negata all’azione” aveva detto della Germania hölderlin e proprio in questa sua dimensione ideale viene descritta la nazione tedesca nel grande romanzo di mann. protagonista dell’opera è il giovane hans castorp che, recatosi a far visita al cugino Gioacchino ziemssen, ricoverato a Davos in un sanatorio per tubercolotici, vi rimarrà, del tutto inopinatamente, per ben sette anni, rapito alla vita attiva dalla malattia che ha scoperto di condividere con gli altri pazienti. Riuscirà a strapparlo dalla montagna Incantata e dalla sua ambigua fascinazione solo lo scoppio, improvviso, della prima guerra mondiale. così lo saluta nella chiusa del romanzo la voce narrante dell’autore:

tica. L’abbiamo narrata per se stessa, non per te, poiché tu eri una creatura semplice. Ma da ultimo essa fu la tua storia; siccome accadde a te, vuol dire che, in qualche modo, tu non sei il sempliciotto che sembravi. E non neghiamo la vena pedagogica che nel corso della tua storia si è sviluppata in noi, nei tuoi riguardi, vena che potrebbe spingerci a passare dolcemente la punta di un dito all’angolo dell’occhio pensando che in avveniré non ti vedremo né ti udremo più. Addio! Che tu viva o che tu cada, addio! Le probabilità non ti sono favorevoli. La ridda in cui sei trascinato durerà ancora qualche annetto, e noi non scommettiamo che tu riesca ad uscirne incolume. Sinceramente parlando, lasciamo la questione insoluta quasi senza preoccuparcene. Avventure del corpo e dello spirito, avventure che affinarono la tua semplicità, ti fecero vivere nello spirito ciò che probabilmente non vivrai nella carne. Da questa festa mondiale della morte, da questo malo delirio che incendia intorno a noi la notte piovosa, sorgerà un giorno l’amore?”

“Addio, Giovanni Castorp, onesto Beniamino della vita! La tua storia è giunta al termine. L’abbiamo narrata fino in fondo: essa non fu né lunga né breve, fu una storia erme-

prima di perdersi nel delirio della grande guerra, Giovanni castorp ha però avuto modo, durante il lungo soggiorno a Davos, di conoscere e vagliare tutti i moti del suo


animo. ha potuto ascoltare le affettuose postulazioni dell’italiano Settembrini, erede ed interprete della tradizione illuministica più alta, e quelle del gesuita Naphta, straordinario portatore del pensiero nichilista di fine secolo e della tradizione medioevale. ha potuto affacciarsi ai tremori del sentimento e dell’amore attraverso il complesso rapporto con una delle ospiti del sanatorio, claudia chauchat, e presentire, nonostante la malattia, la forza di un’esistenza non sopraffatta dal pensiero e dominata invece dai sensi. Un modello di vita consegnato in un’altra, indimenticabile, figura del romanzo: l’olandese mynheer peeperkorn. Leggere la montagna Incantata non è facile, per la profondità e la vastità dei richiami culturali e per la difficoltà di riconoscere immediatamente le simbologie e i significati celati nella trama di questo grande affresco della civiltà europea di inizio secolo. mann non descrive, infatti, solo la Germania e le sue opposte tradizioni e tentazioni, ma cerca di rappresentare, soprattutto, il senso della profonda crisi politica e morale dell’Europa di quegli anni. Eppure, nonostante ciò, la montagna Incantata ha un sapore quasi epico, è la cronaca di un viaggio incompiuto, di un percorso interrotto. Nel XX° secolo, sembra suggerirci mann, non vi sono approdi possibili per gli uomini. La storia ci ha tragicamente mostrato quanto il grande scrittore avesse

ragione. ■

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