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VIALIBERA > numero UNO > Gennaio-Febbraio 2011 

«L’arco sarà sulle nubi, e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra». (Gen 9,16) Poste Italiane s.p.a.- Sped. in abb. post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Rovigo


La tentazione peggiore per un peccatore è il pensiero che non può essere perdonato, mentre lo sforzo più grande è quello di credere nell’amore di Dio. Carlo Carretto

n. 1 | Gennaio-Febbraio 2011 Anno 18 Rivista bimestrale di formazione francescana e vocazionale dei Frati Minori Cappuccini del Veneto-Friuli V.G. Direttore responsabile: fr. Luciano Pastorello Redazione: fr. Alessandro Carollo • fr. Gianni De Rossi • fr. Marco Moretto • fr. Luca Zampieri

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Pensieri… SANTA T ERESA DI GESÙ BAMBINO 5

DTP Adobe InDesign CS5 Mac: Barbara Callegarin • fr. Alessandro Carollo

A LESSANDRO CAROLLO 15

Nel rispetto del D.L. n. 196/2003 ViaLibera garantisce che i dati personali relativi agli associati sono custoditi nel proprio archivio elettronico con le opportune misure di sicurezza. Tali dati sono trattati conformemente alla normativa vigente, non possono essere ceduti ad altri soggetti senza espresso consenso dell’interessato e sono utilizzati esclusivamente per l’invio della Rivista e iniziative connesse.

Il sacramento della riconciliazione Inserto staccabile/5

La festa del perdono! F RALECS & F RLCZ 19

Le catechesi del papa

Sant’Antonio di Padova BENEDETTO XVI 23 Giovani francescani

Vivi nello Spirito!

Stampa: STAMPE VIOLATO s.n.c. 35023 Bagnoli di Sopra (PD) Autorizzazione: Trib. di Rovigo n. 5 del 20.05.1994

Finestra biblica

Il volto del Padre / 3

Convento Cappuccini Santuario B.V. dell’Olmo via del Santuario, 9 36016 THIENE (VI) Tel. 0445/368545 Fax 0445/379468 E-mail vialibera@email.it www.giovaniefrati.it

La perla preziosa

A LESSANDRO CAROLLO 31

Lettere alla Redazione

Caro padre… EMERSON RODRIGUES

Caro lettore, attraverso la rivista ViaLibera, desideriamo offrire il nostro contributo per la crescita umana, cristiana e francescana dei giovani, facendo conoscere le attività del Servizio per la Pastorale Giovanile-Vocazionale dei Frati Cappuccini e condividendo strumenti e sussidi utili per la formazione e la catechesi. Una tua offerta permetterà a ViaLibera di continuare questo servizio, così importante e delicato.

Ti ringraziamo fin d’ora di quanto vorrai darci in piena libertà. Puoi utilizzare il C/C postale n. 11452455 - intestato a: PROVINCIA VENETA DEI FRATI MINORI CAPPUCCINI – VIALIBERA via Cappuccini, 18 - 45100 ROVIGO


la perla preziosa

Pensieri… Santa Teresa di Gesù

on posso dire di avere ricevuto spesso delle consolazioni durante il mio ringraziamento della Comunione: forse è il momento in cui ne ho meno. Ma questo lo trovo naturale, perché mi sono offerta a Gesù come una persona che desidera ricevere la sua visita non già per propria consolazione, bensì per il piacere di colui che si dà a me. Il Signore è più tenero di una madre. Vedo che la sofferenza sola può generare le anime, e più che mai le sublimi parole di Gesù mi svelano la loro profondità: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano gettato nella terra non muore, rimane solo, ma se muore dà molto frutto» (cfr. Gv 12,24-25). Senza l’amore tutte le cose sono niente anche le più splendide, come risuscitare i morti o convertire i popoli. Dio tiene in mano sua il cuore delle creature e le orienta come vuole.

BAMBINO

Nei brevi istanti che ci restano, non perdiamo il nostro tempo: salviamo le anime! Facciamo della nostra vita un continuo sacrificio, un martirio d’amore, per consolare Gesù. Egli non vuole che uno sguardo, un sospiro, ma uno sguardo e un sospiro che siano per lui solo! Che tutte le creature ci sfiorino appena.

Desidero essere dimenticata, e non soltanto dalle creature, ma anche da me stessa. Vorrei essere ridotta a nulla fi no al punto da non avere più alcun desiderio. La gloria del mio Gesù, ecco tutto! Quanto alla mia, l’abbandono a lui e, se pare che mi dimentichi, non importa. È libero di farlo, perché non appartengo più a me stessa, ma a lui. Si stancherà prima lui di farmi aspettare, che io di aspettare. Quanto fa bene all’anima lavorare per Gesù solo, esclusivamente per lui! Oh, come è soddisfatto allora il cuore, come ci si sente leggeri!

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pensieri d’autore Non conosco altro mezzo per giungere alla perfezione fuorché l’amore. Amare! È per questo che è fatto il nostro cuore. Qualche volta cerco un’altra parola per esprimere l’amore, ma in questa terra di esilio le parole sono impotenti a rendere tutte le vibrazioni dell’anima. Così è necessario attenersi a quest’unica parola: amare! La speranza della patria m’infonde coraggio: presto saremo in cielo. Allora non ci sarà più né giorno né notte, ma il volto di Gesù farà regnare una luce senza uguale. Facciamo nel nostro cuore un piccolo tabernacolo dove Gesù possa rifugiarsi. Allora sarà consolato e dimenticherà ciò che noi non possiamo dimenticare: l’ingratitudine delle anime che l’abbandonano in un tabernacolo deserto. Poiché Gesù è stato solo a spremere il vino (cfr. Is 63,5) che ci offre da bere, non ci rifiutiamo a nostra volta di portare delle vesti tinte di sangue. Spremiamo per Gesù un vino nuovo che lo disseti, che gli renda amore per amore. Ah, non perdiamo una sola goccia del vino che possiamo dargli! Allora, guardando intorno a sé (cfr. Mt 12,50), vedrà che noi veniamo per aiutarlo. Il tempo non è che un miraggio, un sogno. Già fi n d’ora Dio ci vede nella gloria e gioisce della nostra beatitudine eterna. Mi sembra che l’amore possa supplire ad una lunga vita. Gesù non guarda al tempo, che in cielo non esiste più. Non guarda che all’amore.

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Il capitolo 15 del terzo vangelo raccoglie le cosiddette “parabole della misericordia”, capolavori dell’arte narrativa di Luca. Esse dipingono il volto di un Dio non convenzionale, non scontato. In questa terza e ultima parte della catechesi, ci confronteremo con gli altri due personaggi della parabola più celebre di Luca: il figlio maggiore e il padre misericordioso.

f. Alessandro

Separato in casa La prima informazione che il lettore riceve sul figlio maggiore riguarda l’eredità: il padre, infatti, divide tra i suoi due figli «le sue sostanze» (v. 12). Con questo non si intende che la parte di eredità del maggiore (corrispondente ai due terzi del patrimonio) fosse già disponibile e che potesse usarli come e quando voleva, dal momento che egli era rimasto nella casa paterna. Egli potrà usufruire dei beni che gli spettano solo alla morte del genitore, quando toccherà al primogenito il ruolo di pater familias. Il padre non fa preferenze tra i suoi figli, tratta tutti alla stessa maniera, con amore e giustizia. L’amore non si dovrebbe

finestra biblica

Il volto del Padre

CAROLLO

vedere? La giustizia non è visibile? Eppure sembra che il figlio maggiore non si sia mai accorto che il padre lo ama… Dopo questa informazione circa l’eredità, il primogenito scompare dalla scena, per tornare solamente nell’ultima parte del racconto. Al ritorno dal lavoro nei campi, incuriosito dalle musiche e dalle danze, egli si informa sul motivo della festa. Il servo descrive brevemente il ritorno del fratello e la decisione di imbandire solennemente la tavola uccidendo il vitello grasso, dal momento che il secondogenito è tornato sano e salvo a casa. Ed è a questo punto che il lettore scopre tutto il malessere che il fratello maggiore celava dentro il suo cuore. ViaLibera > 1/2011

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finestra biblica Astio e invidia nei confronti del fratello, recriminazione e soggezione nei confronti del padre, c’è ogni sorta di sentimento negativo nelle parole del fi glio maggiore. Egli è il prototipo di quei farisei e di quegli scribi che mormoravano perché Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro (Lc 15,2). Sì, il padre della parabola, contro le consuetudini e le buone maniere religiose, ha osato accogliere in casa il figlio degenere e libertino e addirittura imbandire la tavola con il vitello grasso (cfr. v. 30). Probabilmente, il figlio maggiore ce l’ha più con suo padre che con suo fratello. È bene riascoltare le sue prime parole: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici» (v. 29). Egli si sente più servo che fi glio, più suddito obbediente che persona amata. Ha ridotto la sua relazione con il padre ad una serie di comandi da eseguire, con cieca fedeltà e con l’unica prospettiva di ricevere una ricompensa, ma non si era accorto – secondo le parole del padre – che egli era sempre con lui, che aveva già tutto (cfr. v. 31). Quanto è dolce e, allo stesso tempo, velata di tristezza quell’espressione che il padre rivolge al cuore ingrato del figlio: «Tu sei sempre con me» (v. 31). «Tu sei sempre con me, sei il mio fi glio amato, come puoi non accorgertene?». E invece il fi gliosuddito recrimina per un capretto non dato, un capretto per far festa non con i suoi familiari, ma con i suoi amici!

Critica e mormorazione Il fratello maggiore rappresenta l’uomo della critica, della mormorazione: egli non vede il bene che il padre ha fatto a lui e al fratello. L’oggetto della sua contestazione non è tanto l’amore del Pa-

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Il figlio mag

5-32) giore (Lc 15,2

«Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

dre, ma l’eccesso, lo spreco di amore per il fratello degenere e la diseguaglianza, la mancanza di attenzione nei suoi confronti. Il primogenito rappresenta, ancora l’uomo dell’invidia. Come fa a sapere che il fratello è andato con le prostitute? Nemmeno il testo della parabola è così chiaro a proposito… Forse è l’eccesso di rabbia che lo fa parlare così? Oppure accusa il fratello di qualcosa che egli stesso avrebbe voluto fare, se solo avesse avuto più coraggio? Il termine «invidia» significa, etimologicamente, «guadare male» o anche «non guardare». L’invidia è perciò una vista distorta, deformata della realtà, che vede il male dove c’è il bene. Il figlio maggiore è davvero “invidioso” perché non scorge il


finestra biblica bene che il padre ha fatto e fa a lui e al fratello, non si accorge del suo amore paziente e misericordioso, mentre riconosce e amplifica esclusivamente il male e gli aspetti negativi.

Fratelli diversi? A ben vedere, i due figli sono più simili di quanto si creda. Non è un caso che entrambi tornino a casa dai «campi»: il primo lavorava nei campi del padre (v. 25), il secondo pascolava i porci nei campi del padrone (v. 15). Quest’ultimo sa che, quando tornerà a casa, il padre lo punirà, perciò cerca di anticipare la reazione paterna rinunciando alla dignità di figlio per essere considerato semplicemente un salariato (e avere comunque la pancia piena…). Il maggiore, invece, pretende una ricompensa (sempre qualcosa da mangiare: un capretto…) per la sua fedeltà e obbedienza di lunga data, e per questo non riesce a ca-

pire, anzi, a tollerare il comportamento del padre verso il fratello, perché si tratta di qualcosa che esce dalla sua logica. Ricompensa per i giusti, punizione per i peccatori: la linea di pensiero dei due fratelli è esattamente la stessa! Non hanno capito proprio nulla dell’amore! Né l’uno né l’altro avevano una relazione figliale con il padre: perciò entrambi i figli devono convertirsi alla sua logica! Il più giovane, tuttavia, ha un atteggiamento umile e remissivo, perché deve cercare di scampare la punizione, mentre il maggiore ha un tono aggressivo, urlato, tipico di chi sa di aver ragione. E proprio perché ha ragione, rifiuta di unirsi alla sua famiglia per festeggiare: non è un particolare di poco conto che egli rimanga fuori della porta di casa e che il padre debba uscire un’altra volta per cercare di convincere il figlio, supplicandolo, forse invano…

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finestra biblica Il rapporto del primogenito con i suoi familiari assomiglia molto alla fede di tanti cristiani: una fede stanca, senza slanci, “standard”; una fede do ut des (dare per ricevere): ho fatto questo, sono stato obbediente, mi sono comportato bene, perciò mi merito una ricompensa, anzi, la pretendo! «Io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando» (v. 29), dice, deluso e arrabbiato, il primogenito al padre, come se la fede si potesse ridurre ad una serie di precetti da eseguire. Ma Gesù è venuto a dirci questo? «Misericordia io voglio e non sacrifici», scrive Matteo 9,13, citando il profeta Osea (cfr. anche Mt 12,7). Come dire che l’obbedienza senza amore non serve a nulla! Una religione basata sui meriti, sulla legge, sul fare, sui riti vuoti, non serve a nulla se non è accompagnata dalla misericordia, dall’amore, dal perdono. Come un tempo erano i farisei che contestavano Gesù, così oggi sono i cristiani che lo mettono in difficoltà, vivendo una fede smorta, arrabbiata, costretta, senza passione. Una fede che si accontenta del minimo. Chi di noi non si è mai fatto queste domande: «È festa di precetto o no?»; «Devo proprio pregare?»; «È obbligatorio confessarsi?». Sembra che, per essere cristiani, sia sufficiente fare qualcosa, limitarsi a dei compiti prestabiliti, mentre non ci accorgiamo che il Signore Gesù non ci chiede un po’ di tempo o dei riti, ma tutta la vita e tutto il cuore, esattamente come Lui ha donato tutto se stesso per noi!

,20b-32) Il padre (Lc 15 «Quando [il figlio minore] era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Il padre “prodigo” di misericordia

1 Il centro della parabola è costituito dalla scena che racconta l’incontro tra il figlio minore e suo padre. I primi versetti descrivono l’allontanamento da

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ei che contepo erano i faris Come un tem i cristiani no so gi , così og endo una stavano Gesù viv , ltà in diffico ta, senza che lo mettono et str co arrabbiata, fede smor ta, passione.


casa e i progetti di ritorno del secondogenito. L’ultima parte narra il confronto acceso tra il figlio maggiore e il padre circa il trattamento riservato da quest’ultimo al fratello degenere. È il padre, dunque, il personaggio centrale della parabola: egli, con il suo amore eccessivo ed eccedente, converte il cuore del figlio minore e provoca la reazione del maggiore. Se c’è un personaggio “prodigo”, questi non è il figlio che sperpera il denaro, ma il padre che diffonde amore e perdono a piene mani, senza alcun limite. Sì, il padre è prodigo di misericordia! Il tratto distintivo della parabola è proprio l’esagerazione. Il padre divide i beni tra i suoi figli senza chiederne una spiegazione adeguata, lasciando andare il figlio alla deriva. La festa che il padre allestisce per il suo ritorno è degna di un banchetto regale. La reazione del figlio maggiore è forte, decisa, con tratti da “caricatura”. Anche le parabole precedenti del capitolo 15 di Luca presentavano dei tratti eccessivi: per quale motivo un pastore dovrebbe lasciare le proprie novantanove pecore nel deserto per cercarne solamente una, con il rischio di perderle tutte? Vale la pena fare festa con le amiche per aver ritrovato una monetina? Eppure, proprio attraverso questi tratti eccessivi, si riesce ad intuire chiaramente, nello svolgersi della narrazione, l’eccesso della misericordia, perfettamente coerente secondo la logica divina, ma chiaramente illogica secondo una prospettiva umana. È interessante notare come Luca presenti la figura del padre. All’inizio egli sembra remissivo, quasi lontano: divide le sostanze senza protestare, senza cercare di fermare il figlio. È un padre

che lascia liberi, che corre il rischio della libertà, che offre un “credito di fiducia” al figlio, ritenendo – forse un po’ ingenuamente – che egli saprà usare bene questa possibilità, sfruttando al meglio l’ansia di libertà. Non sarà così, ma tutto ciò non getta il padre nella delusione ViaLibera > 1/2011

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finestra biblica o nella disperazione. Il figlio “prodigo” rimane pur sempre suo fi glio! Se da una parte l’allontanamento sembra irreversibile, tuttavia alcuni indizi del testo ci fanno comprendere come il cuore del padre sia sempre accanto a quello del figlio. Anzitutto, è il ricordo della casa paterna che smuove il figlio, spingendolo a ritornare sui suoi passi, seppur per motivi non certo nobili. Ma è ancora più bello notare una fi nezza nel testo della parabola. Si dice, al v. 13, che il figlio partì «per un paese lontano». Nel momento del ritorno, il padre lo scorge «quando era ancora lontano». Sembra quasi che il genitore abbia seguito con il suo sguardo di tenerezza e d’amore il peregrinare del figlio lontano da casa e dalla vita. Una cosa è certa: il padre non lo ha mai abbandonato, nemmeno per un istante. Il figlio stesso aveva portato con sé una parte della bìos, della «vita», dell’«eredità» paterna (cfr. Lc 15,12). Questo sguardo “buono” del padre per il figlio lontano (niente a che vedere con lo sguardo “invidioso” del fratello!) mi fa tornare alla memoria il brano dell’arresto di Gesù, già ricordato prima. Solamente Luca, tra i vangeli sinottici, racconta l’incrocio di sguardi tra il Maestro e il discepolo che l’aveva appena rinnegato per la terza volta: «Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte”. E, uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22,61-62). La scena è un gioco di sguardi. Accanto al fuoco, una serva aveva fissato attentamente Pietro prima di rivolgergli l’accusa (cfr. Lc 22,56); e Pietro aveva mentito, incapace di fissare gli occhi della giovane. Un altro uomo, poi, lo aveva visto, lanciando subito dopo la

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sua accusa: «Anche tu sei uno di loro» (Lc 22,58). Ma Pietro aveva negato ancora, sostenendo non solo di non conoscere Gesù, ma rinnegando anche il rapporto con gli altri discepoli. Pietro si trova così ad essere completamente solo: senza Gesù, senza i suoi compagni… L’ultimo, tragico rinnegamento coincide con il canto stridulo del gallo. Potrebbe essere la fi ne di Pietro, ma Gesù non lo abbandona: il Maestro «si voltò e fissò lo sguardo» (Lc 22,61) sul discepolo. Uno sguardo di amore, di misericordia, che rende ancora più amaro il pianto di Pietro (cfr. Lc 22,62). Non


finestra biblica

è la fi ne, ma la dura consapevolezza da parte del discepolo di un lungo cammino di riabilitazione. Pietro sarà perdonato e accolto. Lo aveva già detto Gesù: «Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32).

La scena dell’incontro L’incontro tra il padre e il figlio minore, fuori della casa, è davvero commovente. Il padre lo scorge in lontananza: chissà quante volte sarà salito

sul tetto della sua casa (come è usanza in Israele) per vedere se, per caso, fosse in arrivo il fi glio. Nel momento stesso in cui ne distingue i tratti, il genitore prova una compassione e un amore di madre nel suo cuore: il verbo splagchnìzomai, usato al v. 20, deriva dal sostantivo che indica l’utero, cioè la sede dei sentimenti più profondi di amore e di compassione che la madre prova per il proprio figlio. Se nella parabola manca ogni riferimento alla madre o a una sorella, non si può dire che il padre non possieda sentimenti materni! E così questi corre incontro al figlio, sfidando il decoro che esige che una persona anziana non manifesti in modo eccessivo i suoi sentimenti, gli si getta al collo e lo bacia, manifestando nei gesti ciò che le parole non possono esprimere. In una parola, il padre ha già accolto e perdonato il figlio, perché non ha mai smesso di amarlo! Non sono le belle parole – forse non troppo sincere – del secondogenito a determinare l’agire del padre: egli era là che lo aspettava, e non gli dà nemmeno il tempo di fi nire il suo bel discorso. È il comportamento del padre che ritrasforma il possibile futuro salariato in un fi glio redivivo. È interessante notare che il padre si rivolge ai suoi servi, quando si tratta di dare corso al suo progetto di fare festa per il figlio: è a loro che dice cosa preparare, non al figlio. In questo modo, sembra quasi che il fi glio non possa essere interpellato, non possa bloccare o almeno frenare l’iniziativa del padre: questi ha già deciso come comportarsi, questa volta è il figlio che deve fare come vuole il genitore. È il rovesciamento di quanto accaduto nei primi versetti della parabola. L’abbraccio, il bacio, le vesti lussuose, l’anello, tutti questi elementi hanno ViaLibera > 1/2011

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dei paralleli biblici (Gn 41,42; 45,14-15; 1Re 20,8; Est 3,10; 8,8.10; 2Cro 28,15; 1Mc 6,15). Il vestito rappresenta la nuova dignità di fi glio: egli non è più un pastore di porci e non sarà mai un salariato nella casa paterna; è invece figlio accolto e amato; l’anello con il sigillo indica il potere, la capacità amministrativa; i calzari di lusso sono simbolo della libertà ritrovata; il vitello grasso è segno di una festa immensa, senza fi ne. Così è offerto al fi glio infi nitamente di più di quanto aveva osato sperare. Entrambi i fi gli, a ben vedere, vogliono qualcosa: il primo desiderava un capretto per fare festa con gli amici e, forse, un po’ di attenzione; il secondo pretende la sua parte di eredità, quindi cerca di convincere il padre ad accoglierlo nuovamente in casa come salariato, almeno per poter mangiare qualcosa e sopravvivere. Tuttavia, il padre dà ai figli molto di più, infi nitamente di più: al primo ricorda che «tutto ciò che è mio è tuo» (v. 31), al secondo restituisce la vita, l’onore e la dignità.

Il volto del padre Vorrei approfondire ancora un po’ la figura del padre, prodigo di amore. L’amore vero rifugge ogni recriminazione. L’amore non dice mai: «Te l’avevo detto!». L’amore è disarmante. L’amore è consolante. Così, il padre non giudica il figlio minore per aver dilapidato i beni o per la vita dissoluta, come fa il fratello maggiore; semplicemente, per lui il figlio era «perduto» e «morto», ma è stato «ritrovato» ed è «tornato in vita» (v. 24.32). È interessante notare che il padre riconosce la gravità della situazione del fi glio negli stessi termini. Infatti, il giovane afferma: «io qui muoio di fame» (v. 17); allo stesso mo-

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do il padre giustifica il suo comportamento per il fatto che il fi glio era «morto» (v. 24.32). Si tratta di un altro, piccolo indizio con cui il narratore ci fa capire come lo sguardo amorevole del genitore non abbia mai smesso di seguire e custodire il cammino errante del giovane. L’amore sa perdere. L’amore va incontro all’altro. L’amore sa correre il rischio dell’incomprensione. L’amore è gratuito. Così, il padre esce fuori di casa per andare incontro ai due figli: egli non esige rispetto e riverenza, ma offre amore a piene mani. Questo comportamento spiazza tutte le nostre pretese secondo le quali deve essere sempre l’altro a venirmi incontro e a capirmi… L’amore richiede dedizione assoluta. L’amore non segue la logica del contraccambio. L’amore che perdona è un “comandamento”, perché non è spontaneo, non è scontato, ma richiede di entrare in una logica diversa, quella del dono. Così, il padre ricorda al maggiore dei suoi figli che «bisognava» fare festa, che non si poteva farne a meno.


finestra biblica Egli invita il primogenito ad entrare nella logica dell’amore che perdona, dell’amore che si dona. Il fratello perduto non è stato semplicemente ritrovato: è stato ritrovato dallo sguardo d’amore del padre. Il fratello perduto non è semplicemente tornato in vita: è stato suo padre a ridonargli la vita, con il suo abbraccio, con il suo bacio, con le sue viscere di compassione, con il suo amore che perdona. E questi sono motivi più che sufficienti per fare festa.

Gioia… incompiuta! Il capitolo 15 del vangelo di Luca raccoglie le cosiddette tre “parabole della misericordia”. Il tema che le accomuna è quello della gioia del ritrovamento: il pastore ritrova la pecora, la donna ritrova la moneta, il padre ritrova il fi glio. È su questo punto – e non tanto sulle circostanze della perdita – che Luca punta l’attenzione. Co-

me non ricordare le splendide parole che il profeta Ezechiele mette in bocca a Dio stesso: «Così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine» (Ez 34,11-12). Alla fi ne della parabola, resta tuttavia un senso di incompiutezza. Il figlio minore è stato ritrovato. Ma il maggiore? Il testo evangelico non specifica se quest’ultimo è rientrato in casa oppure se è rimasto fuori della porta. Così, la stessa decisione è rivolta anche al lettore: tu che leggi, sei disposto ad entrare nella logica “inversa” dell’amore che perdona? Le ultime parole del padre («Bisognava far festa e rallegrarsi») hanno un sapore diverso, a seconda dei diversi personaggi della parabola: – per il fi glio minore si tratta di una salvezza gratuita, insperata, eccessiva; – per il padre, invece, esse indicano una necessità ineludibile, quella dell’amore senza calcolo e del perdono senza condizioni; – per il fratello maggiore rappresentano, infi ne, un appello a rivedere l’immagine che si era fatta del genitore, entrando nella logica del (per)dono. Anche il lettore, tuttavia, è coinvolto in questo «bisognava». La parabola è stata scritta perché ciascuno di noi si identifichi con il fratello maggiore. Infatti – come ho già notato – il parallelismo tra le tre parabole del capitolo 15 del vangelo di Luca riguarda strettamente solamente il figlio minore; il fratello maggiore è invece associato ai farisei e agli scribi che criticano aspramente il ViaLibera > 1/2011

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finestra biblica comportamento di Gesù e che sono – al pari dei lettori di oggi – i destinatari della parabola stessa. Proprio per questo, ognuno di noi è chiamato ad assumersi la responsabilità di decidere come la storia andrà a fi nire: il figlio maggiore ed io con lui resteremo sulla

Rifletti & Con

dividi

1. Quali spunti della catechesi ti hanno maggiormente colpito? Per quali motivi?

6. Conosci Gesù personalmente o per “sentito dire”?

2. In quale occasione Dio ti ha “trovato”? Quando, in un momento di particolare difficoltà e lontananza, hai sperimentato l’amore e il perdono di Dio?

7. Quando, nella tua vita, hai toccato il fondo? Come l’hai superato?

3. Quali sono gli atteggiamenti descritti a proposito dei tre personaggi della parabola del padre “prodigo” di amore che ritrovi anche nella tua vita? Ti senti più figlio minore o figlio maggiore? In che modo la figura del padre risulta “provocante” nella tua esperienza di fede? 4. Che cosa pretendi dagli altri? Ti comporti anche tu come quelle persone che chiedono sempre aiuto, ma non sono mai disponibili ad aiutare? 5. Che cosa evoca, nella tua vita, l’immagine dell’«eredità» da richiedere al padre: indipendenza? libertà? sogni irrealizzati?

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porta, adirati con il padre per il suo comportamento e invidiosi del trattamento riservato al fratello degenere, oppure accetteremo la sfida di aprirci ad un amore e a un perdono senza condizioni, senza limiti, gratuito ed eccessivo, come quello di Dio?

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8. Quale potere ha su di te il denaro, l’idolo per eccellenza? 9. Quanto è presente nella tua vita la “mormorazione”, la “critica”? Sei anche tu “invidioso”? Riesci a scorgere la presenza di Dio nella tua esistenza? 10. Vivi anche tu una fede smorta, arrabbiata, che si accontenta del minimo? Ti limiti ad osservare i comandi di Dio, o pensi di amarlo? 11. Hai fatto esperienza dell’amore gratuito (sia dato che ricevuto), come quello descritto nella parabola?


Inserto staccabile sul sacramento della confessione/5

La festa

del perdono! FRALECS & FRLCZ


La festa del perdono Il salmo 51, la preghiera penitenziale per eccellenza, è legato in modo direttamente all’episodio di Davide che abbiamo approfondito. Si legge, infatti, nell’introduzione (Sal 51,2), che esso fu composto da Davide in seguito all’incontro con il profeta Natan, che era venuto per denunciare il suo peccato. Questa meravigliosa preghiera di supplica manifesta al tempo stesso la profonda fede di Davide: egli riconosce il proprio peccato – un peccato nascosto a tutti, ma non a Dio – perché ha una profonda fede in Lui e nel suo amore misericordioso. Da una parte, infatti, il peccato segna la rottura e l’allontanamento da Dio: Davide riconosce il suo peccato ed esclama: «Ho peccato contro il Signore» (2Sam 12,13), riconoscendo così che l’adulterio e l’omicidio da lui perpetrati non sono solamente delle colpe contro Uria, ma anche e soprattutto contro Dio, che lo aveva scelto e prediletto, affidandogli un compito – quello di essere re – che richiedeva un costante abbandono a Lui e alla sua volontà. Dall’altra parte, il pentimento di Davide apre ad una nuova e ancora più radicale fiducia nel Signore. La percezione profonda del proprio errore è direttamente proporzionale e strettamente connessa alla propria percezione di Dio, alla propria fede in Lui. In altre parole, tanto più è profonda la convinzione dell’amore di Dio per me, tanto più sarò in grado di riconoscere e smascherare anche il più piccolo rifiuto di tale amore. È perché Davide si sente amato e scelto da Dio che avrà il coraggio di riconoscere di aver sbagliato, senza tentennamenti, senza scusanti e senza eufemismi. Riconoscersi peccatori davanti a Dio, riconoscere di aver continuamente bisogno del suo aiuto, della sua misericordia, del suo perdono è un atteggia-

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mento assolutamente liberante. Molto spesso, si ritiene che le nostre colpe dispiacciano al Signore, e in parte è vero; ma ciò che dispiace maggiormente a Lui è il fatto che noi crediamo che, a causa dei nostri peccati, egli possa smettere di amarci (con la conseguenza di perdere la stima e la fiducia che egli nutre per noi), o che la nostra colpa sia così grande che egli non possa perdonarla. Niente di più falso. Il Signore Gesù – che ci svela il vero volto di Dio – non ha mai allontanato alcun peccatore, anzi, li ha perdonati e ha restituito loro la dignità perduta, mentre proprio non sopportava coloro che non si ritenevano bisognosi della misericordia di Dio. Non dobbiamo, dunque, aver paura di chiedere perdono a Dio, come ha fatto Davide. Tale atteggiamento del giovane re di Israele è passato anche attraverso l’accettazione delle conseguenze negative e dolorose del male che ha commesso: la morte del figlio, il dolore di Betsabea, le disavventure che accadranno durante il suo regno non dipendono direttamente dal peccato commesso da Davide, come se ne fossero l’effetto diretto; tuttavia, in un modo misterioso, ogni male, ogni colpa, ogni rifiuto dell’amore di Dio producono una serie di conseguenze negative non previste, ma che ugualmente comportano sofferenza e dolore. Tuttavia, non c’è nulla che non possa essere perdonato, se uno ha il coraggio di chiedere perdono a Dio. Il salmo 51 inizia con quattro imperativi: «Abbi pietà», «cancella», «lavami» e «rendimi puro» (Sal 51,3-4). 3 Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. 4 Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro.


La festa del perdono Più che una preghiera, il re (e chiunque prega con queste parole) sta esprimendo una certezza, una realtà: egli non chiede a Dio se, per caso, è disposto a perdonare e a quale condizione. No. Egli ordina a Dio il perdono. Perché è sicuro che Dio perdona, sempre e comunque. Questo atteggiamento di piena fiducia non deve tuttavia trarci in inganno, autorizzandoci a commettere ogni sorta di colpa, con la certezza che, tanto… Dio è buono e ci perdona! Si tratterebbe di una presa in giro bella e buona, anzi, peggio, di un abuso! Piuttosto, il fatto che Dio è buono e ci perdona ci deve spingere alla conversione (cfr. Rm 2,4), a riconoscere cioè quanto il suo amore è importante e necessario nella nostra vita, e come la nostra vita senza di Lui non sarebbe altro che un rimanere impigliato nei lacci corrosivi e distruttivi del peccato.

«Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Se questo è vero – ed è profondamente vero! – allora non ci resta che affermare che noi siamo talmente preziosi e importanti per Dio che egli ha preso su di sé i nostri peccati mediante la croce di Gesù, per liberarci da un peso insopportabile. E lo ha fatto solo per amore. Perché l’amore di Dio, che si spinge fi no al perdono di tutte le nostre colpe, ci fa tornare quelle splendide e meravigliose creature che noi siamo e ci dimentichiamo di essere, creature amate e predilette e figli di un unico e dolcissimo Padre.


La festa del perdono La storia del sa

cramento della

confessione

La forma del sacramento della confessione è cambiata diverse volte lungo il corso della storia. Nei primi secoli della Chiesa, chi voleva diventare cristiano – generalmente un adulto – chiedeva il battesimo. Dopo un lungo periodo di preparazione (detto catecumenato), era ammesso alla “comunione dei santi”, cioè nella comunità cristiana. In quel tempo, il peccato significava separarsi coscientemente e deliberatamente dalla famiglia dei figli di Dio. Per i cristiani dei primi tempi, il peccato rappresentava qualcosa di così grave da esser convinti che un battezzato che avesse peccato potesse una volta sola ricominciare la sua vita ed essere riammesso nella comunità cristiana. Questa riammissione veniva compiuta secondo un rito prestabilito: chi aveva peccato chiedeva la penitenza nella sua confessione individuale al vescovo o al sacerdote a ciò delegato e questa gli veniva impartita con l’imposizione delle mani. Il penitente riceveva quindi un abito penitenziale e doveva, durante i servizi religiosi, prender posto in un posto particolare all’interno dell’assemblea liturgica e non poteva fare la Comunione. Trascorso il tempo della penitenza, avveniva la cerimonia di riconciliazione davanti alla comunità, durante le celebrazioni del Giovedì santo; da quel momento il penitente poteva riaccostarsi all’Eucaristia. Fino al VII e all’VIII secolo, nella Chiesa d’Occidente, si seguiva questa tradizione: la penitenza si poteva ricevere nella vita una sola volta. Soprattutto sotto l’influsso dei missionari irlandesi si fece strada una nuova prassi penitenziale: il penitente cerca un sacerdote, confessa a lui le sue colpe, recitano insieme lunghe preghiere, i cosiddetti salmi penitenziali; poi

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viene imposta la penitenza dal sacerdote, il quale chiede al penitente se crede veramente nel perdono dei peccati e se vuole adempiere la penitenza assegnata. Quindi, il penitente riceve l’assoluzione oppure – la prassi non è ovunque e sempre identica – dopo aver adempiuto la penitenza, torna dal sacerdote per un atto di riconciliazione. La penitenza – in questo modo – non è più un atto pubblico e, inoltre, poteva essere ripetuta. Le penitenze avevano una durata limitata: per esempio, consistevano in un digiuno, nell’astensione da bevande alcoliche o dalla carne, in elemosine, nel compiere pellegrinaggi o nella recita di preghiere. Queste penitenze corrispondevano al numero e alla tipologia dei peccati, secondo una specie di prontuario in cui veniva stabilita quale penitenza fosse adeguata per un certo tipo di peccato. Nello sviluppo successivo – che poi è rimasto fino ai nostri giorni pressoché immutato – la penitenza ha subito una continua svalutazione. Si è sottolineata maggiormente la confessione dei peccati fino al punto di ritenerla fondamentale e dare al sacramento il nome di Confessione. Si affermò dovunque la prassi che il penitente ricevesse l’assoluzione subito dopo la confessione e potesse fare in seguito la penitenza. Oggi, nella prassi penitenziale della Chiesa, la confessione individuale e la liturgia penitenziale hanno ciascuna il loro posto particolare e insieme queste forme esprimono che penitenza, perdono e riconciliazione appartengono in modo inscindibile alla vita della Chiesa. (da: HANS SCHALK, Confessarsi è difficile: perché?, Roma 1989)


Il Papa continua la serie di Catechesi sul Medioevo, toccando la figura di uno dei figli più eminenti dell’Ordine francescano: sant’Antonio di Padova. Molto più del “Santo dei miracoli”…

Benedetto

ari a fratelli e sorelle, dopo aver presentato d […] [… la figura di Francesco di Assisi, questa mattina vorrei parlare di un altro santo appartenente alla prima generazione dei Frati Minori: Antonio di Padova o, come viene anche chiamato, da Lisbona, riferendosi alla sua città natale. Si tratta di uno dei santi più popolari in tutta la Chiesa Cattolica, venerato non solo a Padova, dove è stata innalzata una splendida Basilica che raccoglie le sue spoglie mortali, ma in tutto il mondo. Sono care ai fedeli le immagini e le statue che lo rappresentano con il giglio, simbolo della sua purezza, o con il Bambino Gesù tra le braccia, a ricordo di una miracolosa apparizione menzionata da alcune fonti letterarie.

XVI

le catechesi del papa

Sant’Antonio di Padova

L’incontro con i missionari francescani Antonio ha contribuito in modo significativo allo sviluppo della spiritualità francescana, con le sue spiccate doti di intelligenza, di equilibrio, di zelo apostolico e, principalmente, di fervore mistico. Nacque a Lisbona da una nobile famiglia, intorno al 1195, e fu battezzato con il nome di Fernando. Entrò fra i Canonici che seguivano la regola monastica di sant’Agostino, dapprima nel monastero di San Vincenzo a Lisbona e, successivamente, in quello della Santa Croce a Coimbra, rinomato centro culturale del Portogallo. Si dedicò con interesse e sollecitudine allo studio della Bibbia e dei Padri della Chiesa, acquisendo quella scienza teologica che mise ViaLibera > 1/2011

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le catechesi del papa a frutto nell’attività di insegnamento e di predicazione. A Coimbra avvenne l’episodio che impresse una svolta decisiva nella sua vita: qui, nel 1220 furono esposte le reliquie dei primi cinque missionari francescani, che si erano recati in Marocco, dove avevano incontrato il martirio. La loro vicenda fece nascere nel giovane Fernando il desiderio di imitarli e di avanzare nel cammino della perfezione cristiana: egli chiese allora di lasciare i Canonici agostiniani e di diventare Frate Minore. La sua domanda fu accolta e, preso il nome di Antonio, anch’egli partì per il Marocco, ma la Provvidenza divina dispose altrimenti. In seguito a una malattia, fu costretto a rientrare in Italia e, nel 1221, partecipò al famoso “Capitolo delle stuoie” ad Assisi, dove incontrò anche san Francesco. Successivamente, visse per qualche tempo nel totale nascondimento in un convento presso Forlì, nel nord dell’Italia, dove il Signore lo chiamò a un’altra missione. Invitato, per circostanze del tutto casuali, a predicare in occasione di un’ordinazione sacerdotale, mostrò di essere dotato di tale scienza ed eloquenza, che i Superiori lo destinarono alla predicazione.

Predicatore e teologo Iniziò così in Italia e in Francia, un’attività apostolica tanto intensa ed efficace da indurre non poche persone che si erano staccate dalla Chiesa a ritornare sui propri passi. Fu anche tra i primi maestri di teologia dei Frati Minori, se non proprio il primo. Iniziò il suo insegnamento a Bologna, con la benedizione di Francesco, il quale, riconoscendo le virtù di Antonio, gli inviò una breve lettera, che si apriva con queste parole: «Mi piace che insegni teologia ai frati».

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Antonio pose le basi della teologia francescana che, coltivata da altre insigni figure di pensatori, avrebbe conosciuto il suo apice con san Bonaventura da Bagnoregio e il beato Duns Scoto. Diventato Superiore provinciale dei Frati Minori dell’Italia settentrionale, continuò il ministero della predicazione, alternandolo con le mansioni di governo. Concluso l’incarico di Provinciale, si ritirò vicino a Padova, dove già altre volte si era recato. Dopo appena un anno, morì alle porte della Città, il 13 giugno 1231. Padova, che lo aveva accolto con affetto e venerazione in vita, gli tributò per sempre onore e devozione. Lo stesso Papa Gregorio IX, che dopo averlo ascoltato predicare lo aveva defi nito “Arca del Testamento”, lo canonizzò nel 1232, anche in seguito ai miracoli avvenuti per sua intercessione.

Gli scritti del Santo e la centralità della preghiera Nell’ultimo periodo di vita, Antonio mise per iscritto due cicli di “Sermoni”, intitolati rispettivamente “Sermoni domenicali” e “Sermoni sui Santi”, destinati ai predicatori e agli insegnanti degli studi teologici dell’Ordine francescano. In essi egli commenta i testi della Scrittura presentati dalla Liturgia, utilizzando l’interpretazione patristicomedievale dei quattro sensi, quello letterale o storico, quello allegorico o cristologico, quello tropologico o morale, e quello anagogico, che orienta verso la vita eterna. Si tratta di testi teologico-omiletici, che riecheggiano la predicazione viva, in cui Antonio propone un vero e proprio itinerario di vita cristiana. È tanta la ricchezza di insegnamenti spirituali contenuta nei “Sermoni”, che il Venerabile Papa Pio XII, nel 1946, proclamò Antonio Dottore della


le catechesi del papa Chiesa, attribuendogli il titolo di “Dottore evangelico”, perché da tali scritti emerge la freschezza e la bellezza del Vangelo; ancora oggi li possiamo leggere con grande profitto spirituale. In essi, egli parla della preghiera come di un rapporto di amore, che spinge l’uomo a colloquiare dolcemente con il Signore, creando una gioia ineffabile, che soavemente avvolge l’anima in orazione. Antonio ci ricorda che la preghiera ha bisogno di un’atmosfera di silenzio che non coincide con il distacco dal rumore esterno, ma è esperienza interiore, che mira a rimuovere le distrazioni provocate dalle preoccupazioni dell’anima. Secondo l’insegnamento di questo insigne Dottore francescano, la preghiera è articolata in quattro atteggiamenti, indispensabili, che, nel latino di Antonio, sono defi niti: obsecratio, oratio, postulatio, gratiarum actio. Potremmo tradurli così: aprire fiduciosamente il proprio cuore a Dio, colloquiare affettuosamente con Lui, presentargli i nostri bisogni, lodarlo e ringraziarlo. In questo insegnamento di sant’Antonio sulla preghiera cogliamo uno dei tratti specifici della teologia francescana, di cui egli è stato l’iniziatore, cioè il ruolo assegnato all’amore divino, che entra nella sfera degli affetti, della volontà, del cuore, e che è anche la sorgente da cui sgorga una conoscenza spirituale, che sorpassa ogni conoscenza. Scrive ancora Antonio: «La carità è l’anima della fede, la rende viva; senza l’amore, la fede muore» (Sermones Dominicales et Festivi).

La cura dei poveri Soltanto un’anima che prega può compiere progressi nella vita spirituale: è questo l’oggetto privilegiato della predicazione di sant’Antonio. Egli conoViaLibera > 1/2011

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le catechesi del papa sce bene i difetti della natura umana, la tendenza a cadere nel peccato, per cui esorta continuamente a combattere l’inclinazione all’avidità, all’orgoglio, all’impurità, e a praticare invece le virtù della povertà e della generosità, dell’umiltà e dell’obbedienza, della castità e della purezza. Agli inizi del XIII secolo, nel contesto della rinascita delle città e del fiorire del commercio, cresceva il numero di persone insensibili alle necessità dei poveri. Per tale motivo, Antonio più volte invita i fedeli a pensare alla vera ricchezza, quella del cuore, che rendendo buoni e misericordiosi, fa accumulare tesori per il Cielo. «O ricchi – così egli esorta – fatevi amici… i poveri, accoglieteli nelle vostre case: saranno poi essi, i poveri, ad accogliervi negli eterni tabernacoli, dove c’è la bellezza della pace, la fiducia della sicurezza, e l’opulenta quiete dell’eterna sazietà» (Sermones Dominicales et Festivi). Non è forse questo, cari amici, un insegnamento molto importante anche oggi, quando la crisi finanziaria e i gravi squilibri economici impoveriscono non poche persone, e creano condizioni di miseria? Nella mia Enciclica Caritas in veritate ricordo: «L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento, non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona» (n. 45).

Gesù Cristo al centro Antonio, alla scuola di Francesco, mette sempre Cristo al centro della vita e del pensiero, dell’azione e della predicazione. È questo un altro tratto tipico della teologia francescana: il cristocentrismo. Volentieri essa contempla, e invita a contemplare, i misteri dell’umanità del Signore, in modo particolare, quello della Natività, che gli suscitano senti-

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menti di amore e di gratitudine verso la bontà divina. Anche la visione del Crocifisso gli ispira pensieri di riconoscenza verso Dio e di stima per la dignità della persona umana, così che tutti, credenti e non credenti, possano trovarvi un significato che arricchisce la vita. Scrive Antonio: «Cristo, che è la tua vita, sta appeso davanti a te, perché tu guardi nella croce come in uno specchio. Lì potrai conoscere quanto mortali furono le tue ferite, che nessuna medicina avrebbe potuto sanare, se non quella del sangue del Figlio di Dio. Se guarderai bene, potrai renderti conto di quanto grandi siano la tua dignità umana e il tuo valore… In nessun altro luogo l’uomo può meglio rendersi conto di quanto egli valga, che guardandosi nello specchio della croce» (Sermones Dominicales et Festivi). Cari amici, possa Antonio di Padova, tanto venerato dai fedeli, intercedere per la Chiesa intera, e soprattutto per coloro che si dedicano alla predicazione. Questi, traendo ispirazione dal suo esempio, abbiano cura di unire solida e sana dottrina, pietà sincera e fervorosa, incisività nella comunicazione. In quest’anno sacerdotale, preghiamo perché i sacerdoti e i diaconi svolgano con sollecitudine questo ministero di annuncio e attualizzazione della Parola di Dio ai fedeli, soprattutto attraverso le omelie liturgiche. Siano esse una presentazione efficace dell’eterna bellezza di Cristo, proprio come Antonio raccomandava: «Se predichi Gesù, egli scioglie i cuori duri; se lo invochi, addolcisci le amare tentazioni; se lo pensi, ti illumina il cuore; se lo leggi, egli ti sazia la mente» (Sermones Dominicales et Festivi). CITTÀ DEL VATICANO 10 febbraio 2010


La catechesi biblica su 1Cor 12,1-31 è stata la traccia di riflessione per l’incontro che la fraternità regionale dei Giovani Francescani ha vissuto a Chiampo (13-14 novembre 2010), assieme alla Gi.Fra. regionale del Veneto. Ecco la seconda parte.

f. Alessandro

La fantasia dello Spirito: i carismi Nella sua predicazione a Corinto, Paolo doveva aver sottolineato a più riprese l’importanza di conformare la propria vita di cristiani agli impulsi e alle ispirazioni della grazia divina. Ma questo approccio, pur affascinante, presentò una serie di difficoltà. I Corinzi, infatti, giunsero a considerare alcune particolari manifestazioni dello Spirito (i cosiddetti «carismi»), quali la profezia o la glossolalia, come le più importanti (e le più desiderate…) per la vita della comunità. Per profezia (cfr. 1Cor 12,10) si intende quel particolare dono dello Spirito che rende capaci di rivolgersi all’assemblea dei credenti «per loro edificazione, esortazione e conforto» (1Cor 14,3). Niente a che vedere, dunque, con

CAROLLO

giovani francescani

Vivi nello Spirito!

la capacità di saper predire il futuro, come spesso oggi viene inteso il termine. Piuttosto, la profezia è il dono di saper leggere la situazione presente alla luce di Dio, scorgendo i segni della sua presenza e individuando la corretta direzione da assumere secondo le indicazioni del vangelo. La glossolalia, invece, è un dono del tutto diverso. La parola è composta dal termine glòssa («lingua») e dal verbo lalein («parlare») e significa, letteralmente, «parlare in lingue (sconosciute)». Si tratta di un parlare sotto l’impulso dello Spirito in una situazione estatica, dove si dicono cose misteriose e incomprensibili, usando una lingua sconosciuta (cfr. 1Cor 14,2.6-11). Immaginiamoci un credente che, in preda ad una specie di raptus, crei scompiglio durante un’assemblea liturgica, dimenandosi e dicenViaLibera > 1/2011

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do parole sconclusionate, motivandole come una presunta manifestazione dello Spirito. Tali eventi richiamavano a Paolo le cerimonie pagane, durante le quali le folle, sull’onda dell’entusiasmo, erompevano in grida incoerenti e frenetiche. Per questo motivo, l’apostolo, in 1Cor 12,2, ricorda ai membri della comunità la loro origine pagana: la glossolalia, se non viene interpretata (cfr. 1Cor 14,5), non solo non è utile alla chiesa, ma addirittura può correre il rischio di essere compresa come una pratica pagana. Ebbene, nella visione di Paolo l’importanza del «carisma» non è dovuta al fatto che esso si manifesti in un modo più o meno sensazionale. Piuttosto, il valore del dono dello Spirito va misu-

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rato in termini di edificazione: è più importante quello che aiuta maggiormente la comunità a crescere nella fede, è più importante quello che rende i cristiani capaci di vivere le relazioni personali nella comunione fraterna e nell’attenzione reciproca. È questo il contesto che spinge Paolo a trattare il tema della varietà dei doni dello Spirito. È vero – afferma Paolo in 1Cor 12,4-6 –, ci sono molteplici «carismi», «ministeri» e «attività», ma la fonte da cui essi provengono è unica: «Tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole» (1Cor 12,11). La fantasia dello Spirito è davvero senza limiti… Tali doni, oltre ad avere un’unica fonte, possiedono anche una medesima finalità: il «bene comune» (1Cor 12,7), cioè l’utilità di tutti (da non intendersi in sen-


giovani francescani prattutto dei più deboli e indifesi; in una parola, un modo che edifica la fraternità. C’è invece un modo “carnale” (cioè contrario allo Spirito) di usare i propri doni, ed è quello che crea competizione, invece di comunione, che crea tensioni e divisioni, invece di relazioni fraterne.

Come il corpo, come il pane…

so politico, ovviamente!). Sebbene si tratti di doni distinti e personali, essi non sono tuttavia un possesso esclusivo della persona: i propri talenti, le proprie capacità, le proprie competenze devono essere messe a servizio di tutti, devono essere usate in favore della comunità, hanno uno scopo fraterno. I carismi non servono per esaltare il singolo, ma per costruire fraternità e comunione, per stringere relazioni, per venire incontro al più debole. Non si vive secondo lo Spirito se si usano i propri talenti e i propri «carismi» per ergersi sopra gli altri, per mettersi su un piedistallo, facendo magari pesare sugli altri la nostra presunta superiorità. C’è un modo “spirituale” (cioè secondo lo Spirito) di mettere a servizio i propri carismi, ed è quello che crea legami, che non esclude nessuno, che sa ascoltare le esigenze di tutti, so-

Per rendere ancora più efficace e incisivo il suo messaggio, Paolo paragona la comunità cristiana al corpo umano: come le diverse membra contribuiscono a formare l’unità del corpo e a offrire benessere ad ogni singolo membro, così è della comunità ecclesiale, che è costituita e attuata dalla pluralità e diversità dei doni spirituali. Anche se può sembrare strano e paradossale, l’unità precede e fonda la diversità. Non basta gettare a casaccio mattoni, sabbia, acqua e cemento per costruire una casa. Ci vuole un progetto e qualcuno che lo esegua. La tessera di un puzzle è poco più di una macchia di colore dai contorni indefi niti, fi no a quando non è agganciata alle altre e non viene collocata nel posto appropriato. Ma se non si conosce il disegno che ne dovrà risultare, sarà impossibile ricostruire il puzzle! Allo stesso modo, il corpo umano è qualcosa di più della semplice giunzione e collaborazione delle diverse parti: è lo Spirito Santo – donato attraverso il battesimo (cfr. 1Cor 12,13) – che, a partire dalla diversificazione delle membra (che rappresentano i cristiani dotati di carismi differenti), crea una realtà nuova, che è il «Corpo di Cristo» (1Cor 12,27). ViaLibera > 1/2011

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giovani francescani

Certo, le caratteristiche proprie di ciascuna delle membra rimangono invariate (il piede non è l’orecchio, la mano non è l’occhio), ma tutte insieme formano il corpo. Anche il pane è fatto così: tanti grani macinati insieme, impastati con l’acqua e insaporiti dal sale, vengono cotti per formare la fragrante pagnotta. Da qui all’Eucaristia, il passo è breve… Nel corpo umano, come nella comunità ecclesiale, la diversità non è un ostacolo, ma una necessità; non è un rischio, ma un’opportunità. E tuttavia, l’immagine utilizzata dall’apostolo suggerisce che all’interno della comunità di Corinto – e forse anche all’interno delle nostre comunità – c’era del

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malcontento, per il fatto che un componente aveva più o meno doni di un altro… Eppure, a ben vedere, nessuno di noi è un’isola! Ogni persona, nella comunità, è chiamata a dare il suo contributo, altrimenti rimarrà uno spazio vuoto, che non potrà essere preso da nessun altro. È lo Spirito, in defi nitiva, che è al tempo stesso artefice dell’unità e principio della diversità: Egli è come un pittore che dà alla tela tutte le sfumature del colore e della luce, creando un capolavoro di valore inestimabile! Se vogliamo tirare le conseguenze di tutto questo, ne deriva che nessuno di noi, da solo, può essere «Corpo di Cristo», nessuno di noi, da solo, può arrivare alla pienezza della vita cristiana. È solamente all’interno della comunità ecclesiale (e, per noi, della fraternità francescana) che si può scoprire e realizzare la propria vocazione, mettendo a servizio l’uno dell’altro i carismi che lo Spirito ha distribuito a ciascuno. Non possono esistere un credente, un santo, un francescano, ma solo una comunità di credenti, una comunità di santi, una fraternità francescana, esattamente come non può esistere un corpo fatto di un solo membro. La dimensione di fede, se da una parte richiede l’adesione personale, franca e coerente alla persona di Gesù, dall’altra possiede una caratteristica essenzialmente comunitaria, perché il Signore ci ha chiamati a far parte della sua Chiesa, che è il suo Corpo. Per questo i campanilismi, le tensioni tra i diversi gruppi cristiani in nome di una presunta superiorità – quasi


che nella Chiesa ci fossero comunità elitarie ed altre di serie B – l’incapacità di accettare un’osservazione o una critica, la difficoltà nell’attendere chi non ha il nostro passo spedito, la fatica nell’accogliere e nel perdonare il fratello sono i sintomi diffusi di una malattia estremamente diffusa oggi: l’individualismo, che altro non è che la negazione pratica della comunità come «corpo». Un passaggio delle parole di Paolo doveva risuonare in modo particolare agli orecchi dei Corinzi, ed è il seguente (1Cor 12,22-26): Proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Le parole dell’apostolo lasciano intravvedere, dietro la metafora, la realtà concreta della comunità di Corinto. Egli rileva anzitutto l’aspetto paradossale che regola i rapViaLibera > 1/2011

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giovani francescani porti tra le diverse membra del corpo. Infatti, proprio le membra più deboli sono le più necessarie; quelle disonorevoli sono circondate con maggiore rispetto; quelle che mancano di decoro (come gli organi preposti ai bisogni fisiologici e alla riproduzione) sono trattate con maggiore decenza. Inoltre, alla fi ne del brano, l’Apostolo fa notare come un tale trattamento corrisponda ad una disposizione divina: infatti, è stato Dio che ha composto «il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie

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membra abbiano cura le une delle altre (1Cor 12,24b-25)». A questo punto, diventa chiaro il motivo per cui Paolo si esprime così. La comunità di Corinto si trovava ad essere come un corpo dove ci sono «divisioni» (schìsma, in greco: lo stesso termine è usato anche in 1Cor 1,10; 12,25), e questo per il fatto che le membra più forti non si prendevano cura delle più «deboli» (l’aggettivo asthenès è usato anche in 1Cor 8,7.9.10 per indicare coloro che non possiedono una fede solida e matura). Paolo ha lasciato alla comunità un invito esplicito: prendersi cura l’un l’altro, in particolare del più debole. È questo che rende sano e armonioso il cor-


giovani francescani po ecclesiale. È questo l’antidoto contro il diffuso individualismo che colpisce anche le nostre comunità. Come ogni parte del corpo dipende da un’altra, così ogni fratello della comunità dipende dall’altro. Se un membro è malato, lo si deve curare, altrimenti tutto il corpo ne risentirà. E lasciarsi curare non è meno importante di curare: a volte, a motivo di una falsa umiltà, non permettiamo che qualcuno possa occuparsi di noi, donandoci tempo e attenzione, e allo stesso tempo siamo pronti ad accusare gli altri di non aver fatto nulla per risollevare la nostra situazione di sofferenza… Così la ricchezza e la bellezza della diversità si trasforma in un incubo per tutti, dove si assiste impotenti alla morte della comunità.

La via più sublime… Dopo aver parlato di carismi molteplici, di membra diverse che formano un unico corpo, ci si può chiedere: c’è un carisma essenziale, fondamentale, un dono che non deve mai mancare, a nessun cristiano e per nessun motivo? Paolo risponde a questa domanda, affermando che la «via più sublime» è

quella dell’amore! Se è vero che «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5), allora il carisma per eccellenza dello Spirito è proprio la «carità» (1Cor 13,1-8): Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fi ne. Si potrebbe dire che la vita secondo lo Spirito è tutta qui! E allora, vivi nello Spirito! Vivi d’amore!

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giovani francescani dividi Rifletti & Con 1. Dove riconosci la presenza nascosta ma reale dello Spirito di Dio nella tua vita? Preghi lo Spirito? 2. Quali comportamenti che hai assunto e quali scelte che hai fatto sono segnati dallo Spirito? Quali invece dalla «carne»? 3. Ti è mai capitato di aver tirato in ballo Dio oppure la fede per giustificare le tue scelte che poco avevano a che fare con lo Spirito? Perché l’hai fatto? Ti sei reso/a conto di aver sbagliato? Come ti sei sentito/a in quell’occasione? Come hai superato quel momento? Chi o cosa ti ha aiutato a superarlo? 4. «Non si tratta solo di confessare la fede a parole, ma di viverla: occorre, in altri termini, fare nostra “la fede che si rende operosa per mezzo della carità” (Gal 5,6), non quella che rimane a livello delle buone intenzioni o dei buoni propositi. Se Gesù è il termine di paragone per la vita del cristiano, allora occorre chiedersi sempre: “Come si comporterebbe Gesù in questa occasione?”; “Questa scelta è fatta secondo lo stile del Vangelo o secondo il mio pensiero e il mio interesse?”; “In quale modo lo Spirito desidera in questo momento che assomigli a Gesù?”». Quali riflessioni, quali provocazioni, quali indicazioni di vita ti suggerisce questo paragrafo? 5. In quale parte del corpo “ecclesiale” ti identifichi? Quale dono o carisma personale ti senti chiamato/a a mettere a disposizione della tua fraternità e della Chiesa?

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6. Ci sono state delle occasioni in cui hai usato i tuoi doni personali, i tuoi «carismi» non per costruire fraternità e comunione, ma per metterti su un piedistallo, magari facendo pesare agli altri la tua superiorità? Sai riconoscere con serenità i tuoi doni e quelli degli altri? 7. «I campanilismi, le tensioni tra i diversi gruppi cristiani in nome di una presunta superiorità – quasi che nella Chiesa ci fossero comunità elitarie ed altre di serie B – l’incapacità di accettare un’osservazione o una critica, la difficoltà nell’attendere chi non ha il nostro passo spedito, la fatica nell’accogliere e nel perdonare il fratello sono i sintomi diffusi di una malattia estremamente diffusa oggi: l’individualismo, che altro non è che la negazione pratica della comunità come “corpo”». Quali di questi sintomi avverti nella tua vita? 8. Sai prenderti cura dei più deboli? Chi sono questi “deboli” di cui sei chiamato/a ad occuparti? Permetti che gli altri si prendano cura di te? 9. In quale ambito della tua esistenza fai maggiormente fatica a vivere la carità come dono dello Spirito?


Pubblichiamo il testo di un’email giunta in Redazione qualche giorno fa, scritta da un nostro confratello brasiliano.

f. Emerson

aro padre Luciano Pastorello, sono Fra Emerson Rodrigues, cappuccino brasiliano; abito presso il Collegio San Lorenzo di Roma, e leggo sempre con piacere la vostra rivista ViaLibera. Ho scritto questa preghiera che pensavo di condividere con voi e con i lettori di ViaLibera, se lo ritenete opportuno. Preghiera di Contemplazione Signore Gesù, convertici ed apri i nostri cuori totalmente. Tu che ci ami Tu che ci chiami: Vogliamo seguirTi. Tu sei la sorgente della nostra vita. Dacci la Tua forza. Trasforma la nostra vita nella Tua vita. La nostra preghiera sia il frutto di un dialogo amoroso con il Padre. La nostra intimità con la Trinità ci porti ad approfondire il mistero. Vogliamo pregare molto per amare molto… Ti chiediamo di vivere in noi,

RODRIGUES

Lettere alla Redazione

Caro padre…

perché la nostra vita, Tuo Vangelo incarnato, sia espressione nel mondo: del Tuo gesto, del Tuo insegnamento , della Tua Parola. Signore, rimani con noi: Vogliamo vivere in Te. Vogliamo: Essere la Tua presenza nel mondo. Amare come Tu ci ami Illuminare con la Tua Luce Costruire la pace, seguendo i Tuoi passi. Perché il mondo creda in Te, Dio della Vita. Aiutaci a trasformarci completamente in Te, nella contemplazione del Tuo mistero, perché nella comunione siamo sempre portatori: della Tua Pace del Tuo Amore della Tua Salvezza. Amen. Un abbraccio, Fra Emerson, cappuccino ViaLibera > 1/2011

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