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Poste Italiane s.p.a.- Sped. in abb. post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Rovigo

VIALIBERA | numero 1 gennaio-febbraio 2012

Sposa, sorella, madre di Cristo

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Capodanno ad Assisi

| p. 30


ViaLibera n. 1 Gennaio-Febbraio 2012 Anno 19

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Editoriale Titolo a cura della Redazione

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Parole di.... Sposa, sorella e madre di Cristo di Santa Chiara

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Zoom Abbracciare Cristo povero: il segreto di una principessa di fra Ugo Secondin

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Bibbia e vocazione Giuda: quando la speranza muore di fra Alessandro Carollo

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In-vocazione Inversione a U. Itinerario vocazionale con san Paolo / 6 di Sergio Stevan

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Accoglienza vocazionale In cordata i Accoglienza a cura dei Ragazzi n

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Giovani francescani Capodanno 2011 ad Assisi: il «meglio» deve ancora venire! di Veronica e Ilaria

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Casa nostra Appuntamento dai frati a cura della Redazione

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Rivista bimestrale di formazione francescana e vocazionale dei Frati Minori Cappuccini del Veneto-Friuli V.G. Direttore responsabile: fr. Luciano Pastorello Redazione: fr. Alessandro Carollo • fr. Marco Putin fr. Luca Santato • fr. Gianfranco Tinello Convento Cappuccini Santuario B.V. dell’Olmo via del Santuario, 9 - 36016 THIENE (VI) Tel. 0445/368545 - Fax 0445/379468 E-mail vialibera@email.it www.giovaniefrati.it DTP Adobe InDesign CS5 Mac: Barbara Callegarin • fr. Alessandro Carollo Stampa: STAMPE VIOLATO s.n.c. 35023 Bagnoli di Sopra (PD) Autorizzazione: Trib. di Rovigo n. 5 del 20.05.1994 Nel rispetto del D.L. n. 196/2003 ViaLibera garantisce che i dati personali relativi agli associati sono custoditi nel proprio archivio elettronico con le opportune misure di sicurezza. Tali dati sono trattati conformemente alla normativa vigente, non possono essere ceduti ad altri soggetti senza espresso consenso dell’interessato e sono utilizzati esclusivamente per l’invio della Rivista e iniziative connesse.

Caro lettore, attraverso la rivista ViaLibera, desideriamo offrire il nostro contributo per la crescita umana, cristiana e francescana dei giovani, facendo conoscere le attività del Servizio per la Pastorale Giovanile-Vocazionale dei Frati Cappuccini e condividendo strumenti e sussidi utili per la formazione e la catechesi. Una tua offerta permetterà a ViaLibera di continuare questo servizio, così importante e delicato. Ti ringraziamo fin d’ora di quanto vorrai darci in piena libertà. Puoi utilizzare il C/C postale n. 11452455 - intestato a: PROVINCIA VENETA DEI FRATI MINORI CAPPUCCINI – VIALIBERA via Cappuccini, 18 - 45100 ROVIGO


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Abbracciare Cristo povero: il segreto di una principessa L’approfondimento sulla «Lettera prima alla beata Agnese di Boemia» di s. Chiara di Assisi

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fra UGO SECONDIN

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rande davvero e lodevole scambio: lasciare i beni temporali per quelli eterni, meritare i celesti al posto dei terreni, ricevere il cento per uno e possedere la vita beata senza fine» (FF 2868). In queste parole, che racchiudono il cuore della lettera, Chiara manifesta la sua gioia per il fatto che Agnese condivide con lei la grazia e la bellezza della comune vocazione: seguire e amare perdutamente lo Sposo, Gesù Cristo.

SPOSA DEL SIGNORE POVERO Di fronte ad Agnese, donna di nobili natali, Chiara è consapevole di essere «suddita in tutto e ancella»; eppure non manca di supplicarla perché si rafforzi nel “servizio” reso al Signore Gesù, «crescendo di bene in meglio, di virtù in virtù» (FF 2869). Certo, Agnese avrebbe avuto tutto il diritto di sposare l’imperatore: sarebbe stata per lei la soluzione umanamente più adatta e dignitosa. Tuttavia, alle ricchezze terrene, ella ha scelto «con tutto l’animo e l’affetto del cuore la santissima povertà e la penuria

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corporale, prendendo uno sposo di stirpe più nobile, il Signore Gesù Cristo» (FF 2861). Agnese, alla “povertà” delle ricchezze terrene, preferisce la “ricchezza” della povertà; ha scelto Cristo in totale e perpetua comunione. La vera «povertà» sta nell’aver sposato il Povero. Al suo confronto, non regge la nobiltà e la statura dei potenti; appartenergli rende davvero liberi e felici…

L’ESEMPIO DELLA MARTIRE SANT’AGNESE Per confermare Agnese nella sua scelta, Chiara usa con tutta spontaneità il linguaggio amoroso e il simbolismo nuziale presente nel racconto del martirio di santa Agnese (III o IV secolo), che la nobildonna boema conosceva certamente perché utilizzati nella preghiera liturgica. Approfittando dell’omonimia, Chiara accosta la scelta fatta dall’amica con la vita di sant’Agnese: questa rinunciò al matrimonio con il figlio del prefetto di Roma, dichiarando di appartenere con fedeltà indissolubile a uno Sposo superiore a lui sotto ogni aspetto, che l’ha arricchita di doni incomparabili. La stessa cosa è accaduta alla nobildonna boema, che ha rinunciato a sposare più di un principe del tempo, per poter essere tutta del Signore. Con un intreccio di citazioni liturgiche opportunamente adattate, così Chiara scrive: «Amandolo siete casta, toccandolo sarete più pura, lasciandovi possedere da lui siete vergine; la sua potenza è più forte, la sua nobiltà più elevata, il

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suo aspetto più bello, l’amore più soave e ogni favore più fine. Ormai siete stretta nell’abbraccio di lui, che ha ornato il vostro petto di pietre preziose e ha messo alle vostre orecchie inestimabili perle, e tutta vi ha avvolta di primaverili e scintillanti gemme e vi ha incoronata con una corona d’oro, incisa con il segno della santità» (FF 2862). Si tratta certo di espressioni paradossali che vogliono evidenziare l’amore totale a Cristo, con un linguaggio che non prova disagio nell’uso d’immagini dell’amore umano; pienamente donna, Chiara sa che amare Gesù Cristo significa essere davvero sua, in una progressiva, piena appartenenza che rende sempre più creatura nuova, santa nell’anima e nel corpo.

SANTITÀ E GIOIELLI: UN CONFRONTO IMPARI In riferimento ai potenti del tempo, Chiara propone una serie di confronti che risultano significativi per Agnese, che apparteneva alla famiglia reale della Boemia. La potenza di Gesù Cristo è «più forte», perché «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). La «sua nobiltà» è «più elevata», perché è lo stesso Figlio di Dio. «Il suo aspetto» è «più bello», perché è il volto visibile del Padre. «L’amore» è «più soave», perché totale, «fino alla fine» (Gv 13,1). «Ogni favore» è «più fine», perché ci ha ottenuto il favore di Dio con l’offerta della sua vita.


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tenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8).

L’INNO ALLA POVERTÀ

Chiara, inoltre, utilizza la metafora dei gioielli preziosi, particolarmente comprensibile per la principessa che si è fatta povera per Cristo. Gesù Cristo non offre oggetti preziosi, ma offre il suo abbraccio e, in definitiva, se stesso. Egli, infatti, «pur essendo nella condizione di Dio, non ri-

Dinanzi a tanta grazia, si leva un piccolo “inno alla povertà” (FF 2864). «O beata povertà, che procura ricchezze eterne a chi l’ama e l’abbraccia!». Si potrebbe dire: ama e abbraccia il Cristo Povero, e sarai beato, perché possiederai Lui stesso, «ricchezza nostra a sufficienza», come afferma san Francesco nelle Lodi di Dio altissimo (FF 261). «O santa povertà: a chi la possiede e la desidera è promesso da Dio il regno dei cieli ed è senza dubbio concessa gloria eterna e vita beata!». A chi desidera e possiede il Cristo Povero, viene promesso il regno dei cieli, che è proprio dei poveri, «perché quando si amano le realtà temporali, si perde il frutto della carità»; non c’è infatti spazio per l’amore, perché le cose terrene rendono egoisti e soffocano, e senza amore non c’è vero cammino di santità. Nelle espressioni seguenti, Chiara afferma che la povertà è «pia». Il motivo è evidente: il Signore Gesù, nella sua pietà nei confronti dell’uomo, l’ha abbracciata per salvarci; l’ha fatta sua, per farci sempre più suoi. Emerge chiaramente in queste espressioni l’evento e la grazia dell’incarnazione: il Creatore si fa Povero, così da vivere una vita itinerante e priva di sicurezze, tanto da

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non aver dove posare il capo; in “progressiva discesa”, tanto da immergersi nella nostra umanità da “reclinare il capo” sulla Croce, donandoci lo Spirito. San Paolo, a questo proposito, ricorda che Gesù «da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9).

LA “LOTTA” SPIRITUALE La lettera continua con una serie di citazioni evangeliche sulla povertà. Il riferimento principale è costituito da Mt 5,3: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Chiara ed Agnese sanno di essere beate perché già possiedono il Regno, dal momento che hanno scelto di non avere che Dio solo; meglio ancora, già possiedono il Regno perché – nella povertà vitale e totale del cuore, prima ancora che dei beni – appartengono a Dio. In mezzo a queste citazioni, ve n’è una, suggestiva, tratta dalle Omelie sui Vangeli di san Gregorio Magno, originariamente riferita al combattimento spirituale: «Sapete pure che un uomo vestito non può lottare con uno nudo, perché più presto è gettato a terra chi ha dove essere afferrato». Usando questa plastica ed efficace immagine, Chiara vuol evidenziare, con semplicità “disarmante”, la superiorità della povertà sulle ricchezze di questo mondo; per cui, lieta come in tutto il corso della lettera, riconosce ad Agnese di aver «gettato via le vesti, cioè le ricchezze temporali, per non soccombere in nulla all’avversario nella lotta ed entrare per

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la via stretta e la porta angusta nel regno dei cieli» (FF 2867).

UNA LETTERA ATTUALE? Cosa può dire a noi questo testo scritto tanti secoli fa, che presenta un linguaggio non convenzionale per parlare di Dio e che tratta di un argomento così poco attraente come quello della povertà? A una lettura “paziente” e profonda, siamo invitati a confrontarci con il mistero dell’incarnazione. La povertà, se-


parole di … Chi è Agnese? condo Chiara è tutta qui: Gesù Cristo ha amato svuotandosi; se lo amiamo, siamo chiamati a svuotarci. Il linguaggio per “comprendere” questa grazia è, dunque, la povertà. Parlando dell’Eucaristia nella Lettera a tutto l’Ordine, Francesco così si esprime: «Nulla di voi trattenete per voi, affinché tutti e per intero vi accolga Colui che tutto a voi si offre» (FF 221). L’incarnazione è grazia quotidiana: Lui, Parola, si rivela nella “povertà” delle parole; Lui, nostra Vita, si dona nella “povertà” dell’Eucaristia. Se la chiave della povertà è avere un cuore libero e sgombro, tuttavia Chiara non si accontenta: ella desidera anche la povertà totale, materiale perché, davvero – come dice Teresa d’Avila – «Solo Dio basta!». Per tutta la vita Chiara ha lottato per ottenere il «privilegio» – come lo chiamava la stessa santa – di vivere senza nulla di proprio, senza proprietà, perfino senza mezzi per difendersi, alla stregua di Gesù e di Francesco. Lo scambio di cui si parla («lasciare i beni temporali per quelli eterni») è possibile perché Dio, per primo, ci è venuto incontro, nel «misterioso scambio che ci ha redenti: la nostra debolezza è assunta dal Verbo, l’uomo mortale è innalzato a dignità perenne» (Prefazio di Natale III). Ecco l’invito – si potrebbe dire quasi la supplica – che a distanza di secoli, Chiara ripete a ciascuno di noi: ama il tuo Signore, amalo servendo, amalo togliendo di te quanto è di peso, di zavorra. Perché Lui ha fatto lo stesso per te. ◗

Figlia del re di Boemia Ottokar I e di Costanza d’Ungheria, Agnese nacque nel 1211. Com’era consuetudine del tempo, sin dall’infanzia si trovò coinvolta in progetti di matrimonio per motivi politici e convenienze dinastiche. Agnese, ormai ventenne, rifiutò le nozze per il desiderio di consacrarsi a Dio in verginità; in questo fu sostenuta dal papa Gregorio IX. Venuta a conoscenza dell’esperienza evangelica di san Francesco e della forma di vita di Chiara e delle sorelle di san Damiano, nel 1233 fondò a Praga un ospedale per accogliervi malati, poveri e pellegrini, sulla scia di quanto fatto dall’“illustre” cugina, santa Elisabetta d’Ungheria. Quindi fece costruire un monastero per le monache che seguivano l’ideale della comunità di san Damiano (alle prime cinque inviate da Trento, ne seguirono sette della Boemia) e il vicino convento per i Frati Minori, nel frattempo giunti in città. Infine, lei stessa entrò nel monastero l’11 giugno 1234, giorno di Pentecoste, venendone ben presto nominata abbadessa da Gregorio IX. Ben presto Chiara d’Assisi iniziò con lei una corrispondenza epistolare, di cui si conservano solamente quattro lettere scritte da Chiara. Il primo scritto è databile tra il 1234 e il 1235. La loro divenne un’intensa e profonda amicizia che la lontananza fisica mai scalfì. Agnese morì il 2 marzo 1282. Il suo culto venne confermato da Pio IX il 28 novembre 1874; Giovanni Paolo II la proclamò santa il 12 novembre 1989.

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bibbia e vocazione

Giuda: quando

la speranza muore fra ALESSANDRO CAROLLO

testo biblico

Giuda è l’unico che esce sconfitto dalla morte del Maestro: per tutti gli altri, la morte di Gesù è vita.

Dal Vangelo secondo Matteo 26,14

Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti 15e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. 16 Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo. 20 Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. 21Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». 22Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». 23 Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. 24Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». 25Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli  rispose: «Tu l’hai detto».

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iuda è il discepolo più inquietante dei vangeli. Il suo nome è quasi sempre accompagnato da un marchio indelebile: il «traditore»; al punto che lo stesso nome Giuda è diventato, per antonomasia, il simbolo di colui che tradisce gli amici più cari.

TANTE DOMANDE, POCHE RISPOSTE Quante domande suscita questo personaggio a tinte fosche! Â Quali sono stati i motivi che hanno portato Giuda a rompere con Gesù? È stato deluso dal modo di fare del Maestro? Aveva bisogno di soldi facili? Era


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Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani. 47 Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. 48Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». 49Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. 50E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. 27,1 Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. 2Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato. 3Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, 4dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». 5Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi.

bibbia e vocazione

versione della fine tragica di Giuda (Mt 27,5-8 parla del suo gesto volontario di impiccarsi, mentre At 1,1819 sembra alludere ad una morte violenta, ma accidentale)? Sono domande che resteranno in gran parte senza risposta…

L’ANTAGONISMO TRA BENE E MALE Vorrei leggere ora il brano del tradimento di Giuda, secondo il racconto di Matteo. È Giuda a prendere l’iniziativa e ad andare dai capi dei sacerdoti (v. 14). Gli evangelisti Luca e Giovanni sottolineano, tuttavia, che Giuda agisce per istigazione di Satana, l’avversario di Gesù (cfr. Lc 22,3; Gv 13,2.27). Ciò che avviene in Giuda è la lotta tra il Signore della luce e il principe dell’oscurità. Ogni uomo sperimenta, nel profondo del cuore, l’antagonismo tra bene e male, tra peccato e santità (cfr. Rm 7,18-22).

un collaborazionista dell’impero romano? Â Perché Gesù ha chiamato anche Giuda a far parte dei Dodici? Come ha fatto a fidarsi di lui? Â Perché Giuda tradisce solamente Gesù e non fa arrestare anche gli altri discepoli? Â Perché viene riportata una doppia

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bibbia e vocazione

La vita dell’uomo è sempre impastata di bene e di male. Fango e spirito, diavolo ed acqua santa abitano il nostro cuore. Seguire Gesù non richiede – come condizione necessaria – quella di non peccare, di non fare il male, di non avere dubbi. Richiede tuttavia di affinare la capacità di scovare il male, di chiamarlo per nome, senza lasciarsi ingannare. Proprio ciò che Giuda non ha fatto: non ha riconosciuto il male che stava per compiere.

TRADIMENTO E DENARO Il tradimento non basta per Giuda. Vuole anche un guadagno personale. «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?» (v. 15). Tradire è ignobile. Tradire per denaro è il massimo del disprezzo: trenta monete d’argento – il risarcimento per uno schiavo ucciso, secondo

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Es 21,32 (cfr. anche Zc 11,12) – è il prezzo della vita di Gesù. E infatti, Gesù morirà come uno schiavo, appeso alla croce… Il traditore, che aveva protestato per lo “spreco” di profumo del valore di 300 denari, vende Gesù per molto meno, 30 monete d’argento. La figura di Giuda mette così in evidenza il fascino pericoloso che la ricchezza esercita nel cuore dell’uomo, ma anche l’opportunismo del peccato, che seduce la volontà umana e la piega al male ogni volta che se ne presenta una ghiotta occasione.

LA NOTTE DELL’ARRESTO È Gesù stesso a prendere la parola e a predire il gesto del traditore. Perché lo fa? Sicuramente per affermare di essere il padrone del suo destino: egli non è dominato dagli eventi. In secondo luo-


bibbia e vocazione

go, queste parole sono come una mano tesa al traditore: Giuda è ancora in tempo per fermare l’ingranaggio diabolico che ha messo in moto. Invano… Le parole di Gesù gettano gli apostoli nella più nera desolazione. «Profondamente rattristati», essi chiedono ulteriori spiegazioni: «Sono forse io, Signore» (v. 22). Curiosamente, i discepoli non chiedono: «Chi è il traditore?» (cfr. Lc 22,23; Gv 13,25); questa domanda sarebbe stata la più logica per persone che si ritenevano innocenti. I discepoli, invece, chiedono: «Sono forse io?», ammettendo, in un certo modo, di aver avuto il pensiero di tradire Gesù, o almeno che ne avrebbero la possibilità e la capacità. «Sono forse io?» è la domanda di chi si sente in qualche modo colpevole… È comprensibile, allora, la profonda tristezza di Gesù, “costretto” a trascorrere le ultime ore della sua vita con amici che potrebbero rivelarsi come potenziali traditori.

PAROLE DURE Gesù, allora, apre il suo cuore ferito e tradito: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!» (v. 23-24).

Le parole di Gesù richiamano da vicino i salmi che accompagnavano la preghiera del pio ebreo. Nel suo cuore è la consapevolezza che il male che si sta abbattendo su di Lui – prefigurato nelle parole dei salmi – non sarà l’ultima parola sulla sua vita, perché Dio interverrà a liberarlo. Sono parole di fiducia e di speranza, quelle di Gesù, fiducia e speranza nel Dio che lo può salvare (leggi Sal 41,10; 55,13-15). L’espressione di fiducia e di speranza che Gesù riprende dai salmi stride fortemente con le parole successive, la più dura condanna che si possa leggere nel Vangelo: «Guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Sembra non esserci scampo per Giuda: ciò che sta per fare è così grave che la non nascita gli avrebbe rispar-

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miato il più odioso e celebre dei crimini compiuti contro un uomo. Forse si tratta di un altro tentativo messo in atto da Gesù per tentare di distogliere Giuda dalla sua decisione. E tuttavia, anche questa spiegazione non riesce ad addolcire le terribili parole pronunciate dal Figlio dell’uomo.

GESÙ: SOLO UN «MAESTRO»? La sfacciataggine di Giuda raggiunge il colmo quando prende la parola e chiede a Gesù: «Rabbì, sono forse io?» (v. 25). L’evangelista Matteo è l’unico a ricordare l’esplicita domanda di Giuda, mostrando così a che punto arriva l’ardire del traditore. Egli non coglie l’invito a ravvedersi, ma cerca piuttosto di trovare un modo per salvarsi la faccia, per non sembrare colpevole: rivolgersi direttamente al Maestro. È indicativo il fatto che Giuda si rivolga non al «Signore», come gli altri discepoli, ma semplicemente al «Maestro». Nel vangelo di Matteo, i discepoli si rivolgono a Gesù con il nome divino, quello che spetta al Risorto, «Signore», mostrando così la loro fede. Solamente gli estranei o quelli che non fanno parte della stretta cerchia di Gesù usano il termine più comune «Maestro»: tra questi c’è anche Giuda (cfr. v. 25.49). Per il traditore, Gesù è solo un maestro, un insegnante, colui che dà alcune direttive, che offre alcuni insegnamenti; per Giuda, Gesù è un momento passeggero, temporaneo, come lo sono i maestri (non si rimane sempre a scuola); per Giuda, Gesù è un maestro che può anche sbagliare, un maestro che il discepolo

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può surclassare; per Giuda, Gesù non è il Signore a cui affidare la vita. A volte credo che anche per noi Gesù sia solo un buon maestro, uno che ci dà delle indicazioni più o meno preziose per la vita, ma non è ancora diventato il senso e il motivo che sorreggono la vita, non è ancora il Signore che orienta e determina il nostro cammino.

IL TRADIMENTO NEL GIARDINO Per quattro volte, nei capitoli 26 e 27 di Matteo (26,25.46.48; 27,3), Giuda è nominato come il «traditore». Eppure, quello che sconcerta non è tanto il fatto del tradimento, ma soprattutto il modo: Giuda tradisce Gesù baciandolo (v. 48-49). Il gesto per eccellenza dell’amore, dell’affetto fraterno, dell’amicizia sincera viene utilizzato in maniera distorta, per fare del male, per tradire.


bibbia e vocazione

Quanto è facile fare i gesti d’amore senz’amore! Si può baciare senz’amore, si può pregare, si può cantare, si può dare una carezza senz’amore, si può seguire Gesù senz’amore…

IL PENTIMENTO INSUFFICIENTE «Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani» (Mt 27,3). Il vangelo lascia intravvedere che Giuda non aveva previsto la condanna a morte di Gesù. Egli, tuttavia, si accorge troppo tardi della gravità di quanto aveva commesso. «Si pente», dice il testo evangelico (v. 3). Prova rimorso, ma non si tratta di una vera conversione. Avverte la gravità di quanto ha fatto, ma non scoppia in pianto, come Pietro

aveva fatto. Il tentativo di Giuda di interrompere la spirale del male non porta alcun frutto. Con disprezzo e derisione, i capi dei sacerdoti e gli anziani non hanno nessuna remora a scaricare su Giuda tutta la colpa: «A noi che importa? Pensaci tu!» (v. 4). In questo capitolo di Matteo, tutti prendono le distanze da qualcuno o da qualcosa: i discepoli abbandonano Gesù (Mt 26,56); Giuda si pente di aver tradito il Maestro (Mt 27,3); i capi dei sacerdoti e gli anziani prendono le distanze da Giuda (Mt 27,4); Giuda si separa prima dai soldi, e poi dalla sua stessa vita (Mt Mt 27,5); Pilato non vuole aver nulla a che fare con la folla, adducendo una ipocrita non responsabilità (Mt 27,24). Giuda rimane così radicalmente solo.

IL TRAGICO EPILOGO «Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi» (v. 5). Giuda non può sopportare quello che ha fatto. Il suo gesto meschino ha avuto conseguenze inimmaginabili. E si toglie la vita. È il gesto della disperazione, di chi crede che il suo peccato sia troppo grande perché il Signore lo possa perdonare. Si è reso conto della gravità del crimine commesso e crede di non poter più convivere con una sofferenza così atroce. Giuda non ha capito il nucleo essenziale del Vangelo: «Io non sono venuto […] a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13; cfr. Lc 19,10). Sarebbe stata la sua salvezza, perché il peccato è la porta per il perdono…

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bibbia e vocazione

CONCLUSIONE La morte di Giuda è una sconfitta anche per Gesù, la sconfitta del suo amore, della sua misericordia. Giuda è l’unico che esce sconfitto dalla morte del Maestro: per tutti gli altri, la morte di Gesù è vita. Per questo, non si possono dare giudizi affrettati e approssimativi sul traditore.

La chiesa – ricorda H. U. von Balthasar – ha canonizzato tante persone, ma non ha mai messo nessuno all’inferno, nemmeno Giuda. Chi può dire che tipo di pentimento fu quello di Giuda (cfr. Mt 27,3)? Giuda è lì a ricordarci che la vocazione cristiana può anche “abortire”. Nulla di più. Il resto, lo lasciamo al Signore… ◗

Rifletti e Condividi 1. Hai mai sperimentato, nella tua vita, lo scontro tra il bene e il male? Quale potere hanno il denaro e i beni materiali nella tua vita? 2. Ci sono state delle occasioni, nella tua vita, nelle quali hai «tradito» Gesù? Cosa provi ora al ricordo di ciò che è successo? Sei consapevole che potresti tradire Gesù in ogni momento? 3. Gesù è per te «Maestro» o «Signore»? Stai semplicemente seguendo degli insegnamenti e delle direttive, oppure stai consegnando la tua vita nelle sue mani? 4. Nella storia della tua chiamata, hai mai fatto qualcosa di testa tua o hai mai sottovalutato qualche aspetto (un peccato, un momento di disobbedienza o di debolezza, un gesto di non totale affidamento...), senza calcolare le conseguenze negative delle tue scelte? 5. C’è una ferita, un peccato, un disagio nella tua vita che pensi che il Signore non possa curare e perdonare? Quanto pesa questo dolore? Come potresti liberartene?

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in-vocazione

INVERSIONE A U. Itinerario vocazionale con san Paolo / 6 SERGIO STEVAN

Proviamo a domandarci se qualche volta abbiamo fatto una scelta in cui credevamo veramente, e benché nessuno ci credesse, abbiamo perseverato nella nostra decisione. Chi non è capace di piccole scelte, non è capace neppure di quelle grandi.

LA PROPRIA “STORIA”: ALLA BASE DELLA VOCAZIONE «Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava» (At 22,9). «Quelli che erano con me»: queste parole ci dicono l’importanza di vivere la propria vicenda vocazionale dentro la storia. Essa non è qualcosa di astratto, non è quella che si studia sui libri. La storia è quella realtà che noi viviamo oggi in tutti i suoi ambiti, in tutti i suoi aspetti. Il Signore chiama dentro questa realtà, in questa famiglia, in questo paese, in questa situazione ecclesiale, in questa scuola o lavoro, con queste persone che ci stan-

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in-vocazione

no intorno. Questa è la storia: è inutile andare a pensare a un’altra. La vicenda vocazionale, se anche ha davanti, nello sguardo, la possibilità di un desiderio, cresce comunque nella realtà storica, nel quotidiano. Credo poco a una vicenda vocazionale che scappa dalla storia: se una persona non vive bene il suo quotidiano, il suo dovere, il suo lavoro, di solito non risponde neppure alla sua vocazione. La vicenda vocazionale è vissuta dentro la realtà storica con persone

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precise, che noi non abbiamo scelto e che non dobbiamo assolutamente scegliere. Le persone che il Signore ci mette vicino e che sceglie saranno anche il tramite per la nostra scelta. Nella mia vicenda vocazionale le persone che più mi hanno aiutato sono state quelle “lontane”. Ho scolpita nel cuore la memoria di sette persone che, con me, hanno condiviso due anni di lavoro, nello stesso ufficio; di esse, sei erano veri comunisti e uno si professava credente solo per i valori sociali inclusi nella dottrina cattolica: in questa realtà avrei potuto lasciare tutto. Non credo che sia utile vivere esclusivamente con quelli che condividono la nostra fede: la verità di ciò che uno è, emerge in qualsiasi luogo si trovi. Entrare nella realtà vuol dire irrobustirsi, diventare grandi, credere veramente che il Signore ci parla attraverso tante vicende, anche attraverso le persone “lontane”. «Con me». È molto rischioso voler scegliere le persone accanto alle quali vivere: potremmo correre il rischio di non incontrare Dio; quando il giro delle nostre conoscenze si fa molto ristretto, non lamentiamoci se Dio non parla più. Dio decide di parlare in mille modi. Ogni mattina dovremmo alzarci e dire: oggi il Signore arriverà a me attraverso mille vie, devo cercare di essere il più possibile aperto; mi parlerà attraverso l’errore di una persona, attraverso la provocazione o la parola buona di un’altra, attraverso un fatto che leggo. «Con me»: indica anche coloro che devono sentirmi parlare di Dio.


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«UDIRE»: VOCAZIONE E PREGHIERA «Non udirono colui che mi parlava»: la vocazione è senz’altro un incontro personale. È Dio che parla al singolo. È un incontro tra me e Dio. Gli altri non avvertono questo incontro. Infatti la capacità di tener tutto dentro fa crescere una vocazione. Essa cresce nel silenzio, nella discrezione interiore, nella capacità di progredire senza far troppa pubblicità. La vocazione nasce nella discrezione e questo silenzio, che un uomo ha dentro nel percepire che Qualcuno gli parla, è al contempo una gioia e una sofferenza perché, da un lato, lo si vorrebbe comunicare, ma, nello stesso tempo, quando quest’esperienza diviene di pubblico dominio, è anche un po’ svenduta e fa soffrire chi la sta vivendo. Dio parla al singolo individuo con una riservatezza che ha bisogno di crescita silenziosa. Dio parla in un unico e originale dialogo, che è fatto di ascolto e di risposta. È molto importante per questo curare la preghiera personale. Non c’è realizzazione di vocazione se non c’è preghiera personale, perché il Signore, a volte, ha da dire qualcosa a noi personalmente, non al gruppo. La risposta in merito a ciò che dobbiamo fare viene soltanto da chi ce lo deve dire, dal Signore. Non credo a chi non vive la preghiera personale e poi dice che prega con gli altri, perché in realtà si appoggia agli altri. Questo dialogo interiore, poi, esige una decisione nostra: siamo noi a dover-

ci prendere delle responsabilità. Nessuno può scegliere al nostro posto, nessuno darà la risposta al nostro quesito. Il «sì» è nostro, con tutto ciò che questo vuol dire: la fatica, il rischio, il coraggio di buttarsi. Non ci dobbiamo nascondere dietro l’opinione degli altri, dietro quello che fanno tutti, quello che pensano gli altri, quello che desiderano gli altri per noi. Proviamo a domandarci se qualche volta abbiamo fatto una co-

gesto simbolico Prima del Prefazio, se si celebra l’Eucaristia. Â Ognuno accende un cero al cero pasquale, che è segno della luce di Cristo da cui attingere per essere un testimone. Â Lo depone vicino all’altare, dove arderà durante la Consacrazione; Â Gli viene riconsegnato quando avrà ricevuto l’Eucaristia, con l’impegno di portare la luce ai fratelli.

sa che non ha mai fatto nessuno, se abbiamo fatto una scelta in cui credevamo veramente, e benché nessuno ci credesse, abbiamo perseverato nella nostra decisione.

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rubricamensile actio Curare molto la preghiera serale. Chiudersi nel segreto della propria camera, che significa anche nel proprio cuore, e recitare la Compieta. Ogni sera avere a cuore l’esame di coscienza, ponendosi le seguenti domande e prendendo nota delle risposte, compilando un breve diario personale: Â Dove ho incontrato Dio oggi (attraverso quali incontri, quali persone)? – Dietro quale volto si è nascosto nella mia giornata, attraverso quali esperienze, quali momenti (che possono essere anche situazioni personali)? – Recitare la preghiera dell’itinerario Damasco pregando gli uni per gli altri: Signore, ti ringrazio, dal più profondo del cuore, per avermi concesso la grazia di vivere l’itinerario di Damasco. Mi affido a te: donami un cuore libero, semplice e umile, che sappia accogliere la tua luce e il tuo amore, e, soprattutto, un cuo-

Chi non è capace di piccole scelte, non è capace neppure di quelle grandi.

DOVE MATURA LA VOCAZIONE? «Videro la luce»: gli altri hanno il diritto di vedere questa luce in noi, perciò non dobbiamo vergognarci di quello che siamo: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo quando verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi» (Lc 9,26).

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re disponibile e generoso nel rispondere alla tua chiamata, qualunque essa sia. Concedimi il dono del tuo Santo Spirito, perché sappia vivere in maniera degna la vocazione che ho ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, e comprendere e conoscere l’amore di Cristo che abita per la fede nel mio cuore. Aiutami, Signore, a lasciarmi plasmare sempre più nel profondo dalla tua Parola, perché diventi vita vissuta nella quotidiana testimonianza del tuo amore e della tua fedeltà, sull’esempio di Paolo che riteneva tutto spazzatura pur di aver Cristo Crocifisso. Crea nel mio cuore spazi di ascolto silenzioso per vivere con maggior intensità l’intimità con te. Trasformami nel profondo a tua immagine, purché sia nel tuo volere. Ti offro i miei desideri più cari: fammi capire in modo chiaro qual è il tuo disegno su di me. Amen.

Gli altri hanno diritto di vedere questa luce, anche se la vogliono spegnere, anche se non la desiderano. E noi dobbiamo manifestarla. La risposta vocazionale può maturare in mille modi. Ci si può chiedere: «Perché devo fare questa scelta? Mi pare che il Signore mi chieda questo?». Ma potrebbe maturare anche per un’altra via, attraverso la riflessione, per esempio: devo prendere questa decisione perché qui c’è bisogno di questo. Se mi sto interrogando sul perché devo


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compiere una scelta determinata, posso anche provare a ribaltare la domanda: perché non dovrei prendere questa decisione? Una vocazione può nascere anche dalla constatazione di un bisogno oggettivo. Ne è un esempio la vocazione di Isaia, là dove il Signore dice: «Chi manderò e chi andrà per noi?» e il profeta risponde: «Eccomi, manda me!» (Is 6,8). A livello vocazionale, forse, qualche

volta, si può essere tutti sulla stessa linea. Padre Massimiliano Kolbe fa il passo avanti e dice: «Vorrei morire al posto di uno dei condannati!». Qualche volta manca questo proporsi; l’iniziativa spetta sempre a Lui, ma allo stesso tempo richiede una risposta da parte nostra che deve concretizzarsi nel farci avanti, dicendo: «La messe è abbondante» (Mt 9,37). Manca probabilmente qualcuno che vada ad annunciare quello che noi abbiamo ricevuto; compiamo noi il passo, proponiamoci, non perché ci sentiamo i più bravi, ma perché viviamo nella generosità. Dice Teilhard de Chardin: «Viene un momento in cui si ha l’impressione di tradire l’universo se si abbandona il posto che Dio ha assegnato a ogni uomo».

LA FORZA DEL «SÌ» La salvezza degli altri può dipendere dal nostro «sì», anche se questo non ci autorizza a sentirci indispensabili; dovremo invece arrivare a dire: «Forse davvero, attraverso di noi, il Signore può arrivare a tante altre persone». Concludo parlando della testimonianza che possiamo ricevere vedendo la luce trasparire dalla vita e dal volto dell’altro. Quando Mosè andava a incontrare Dio lo faceva di nascosto, nessuno sapeva di questo incontro, ma quando scendeva, le persone ne vedevano la luce sul volto; non sapevano che cosa si erano detti, però affermavano: quest’uomo ha visto Dio, ha incontrato il Signore. «Quando Mosè scese dal monte Sinai – le due tavole della Testi-

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monianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte – non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui» (Es 34,29). L’incontro con Dio, anche se vissuto in maniera personale, traspare chiaramente e fa trarre beneficio anche a chi non conosce che cosa sia successo nella nostra vita; è ciò che noi potremmo chiamare, con le parole del cardinale Martini, “l’irradiazione”, la capacità cioè di irradiare quello che abbiamo vissuto interiormente. Non c’è bisogno che io mi metta a dire quello che ho vissuto nella preghiera o quello che è il mio cammino.

Quelli che sono con noi devono vedere la luce senza sapere quello che ci è stato detto o dato. Siamo chiamati a diventare come semplici punti interrogativi, non poesie logorroiche. Non si cambia la gente con le parole, ma cercando di portare l’altro a interrogarsi. E chi vede Dio ha il volto luminoso. Così, infatti, prega madre Teresa di Calcutta: «Che guardandomi non veda me, ma te in me. Resta in me. Così splenderò del tuo stesso splendore e potrò essere di luce agli altri. La mia luce verrà tutta da te Gesù, nemmeno il più tenue raggio sarà mio. Sarai tu ad illuminare gli altri per mezzo mio». ◗

Rifletti e Condividi 1. Chi sono quelli che vivono con te? Qual è la tua realtà storica? Il tuo mondo è quello che il Signore ti dona o è quello che ti sei costruito? 2. Prova a domandarti quale decisione, a questo punto, hai già compiuto, e qual è quel passo in avanti pensato, calcolato e generoso che dovresti fare. 3. Gli altri vedono la luce irradiarsi da te? Puoi dire di essere, come Maria, «terso cristallo al raggio dello Spirito»? La luce non sei tu, è quello che tu trasmetti, perché è quello che hai ricevuto.

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Capodanno 2011 ad Assisi: il «meglio» deve ancora venire! VERONICA e ILARIA

Cos’è il «meglio»? Cosa mi aspetta per il nuovo anno? O meglio cosa ha pensato Dio per me? Cinque giorni ad Assisi con i frati lombardi, trentini e veneti, per cercare di trovare risposta a queste e altre domande…

28 DICEMBRE 2011 Si parte! Dal Trentino, dal Veneto e dalla Lombardia ragggiungiamo Assisi (Perugia) in perfetto orario. Qui ci dividiamo nelle stanze della Domus Laetitiae, la casa di accod gglienza dei Cappuccini umbri. Una volta sistemati, non poteva mancare il momento di ffestosa e calorosa accoglienza e conoscenza: eravamo circa una settantina di giovani, assieme a ben 8 frati e 5 suore; ciascuno, con la sua personalità, ha portato una testimonianza e un valore aggiunto alle giornate. È seguita la Messa, in cui abbiamo affidato al Signore questi giorni

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cantando: «Se intorno a me vedrò che tutto crolla io starò, fra le tue mani, nel tuo amor, so che tu sei il mio Signor».

29 DICEMBRE 2011 Ci aspetta una giornata piena! Iniziamo da San Rufino, la cattedrale di Assisi, dove abbiamo ricordato l’inizio della nostra fede con una celebrazione battesimale, nello stesso battistero dove furono battezzati anche Francesco e Chiara. È la prima goccia d’acqua versata nel deserto della nostra anima, inaridita dalla quotidianità troppo spesso banale di questo lungo anno. Fra Marco ci fa da «cicerone», mentre fra Gianfranco, con canti e al suono di cembali, crea il clima gioioso di preghiera e raccoglimento. Al termine della visita scendiamo verso la basilica di San Francesco. Eh sì, Assisi è tutto un sali-scendi nello spazio, ma anche nel tempo: talvolta sembra di vivere in un’altra epoca, dove non sentiamo la mancanza di orologi, computer e cellulari. Arrivati davanti alla splendida basilica, ci aspetta una gradita sorpresa: una visita guidata. L’architettura e le pareti affrescate sono una ricchezza in se stesse, ma il fatto di riuscire a percepirne il significato ne accresce il valore. Nel pomeriggio raggiungiamo San Damiano, immerso negli ulivi: è un vero angolo di paradiso e di quiete surreale.

30 DICEMBRE 2011 Ancora assonnati ci incamminiamo verso San Quirico, dove incontriamo una clarissa, suor Marta, che ci acco-

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glie con un sorriso gioioso. Risponde volentieri alle nostre domande e ne fa nascere di nuove, lasciandoci a bocca aperta per la sua schiettezza. Ci ricorda che la vocazione è una scelta di Dio: sta a noi lasciarci guidare, abbandonandoci fiduciosi in Lui. Sullo stesso tema a Rivotorto, la ricca e stimolante catechesi del «mitico» fra Attilio va diritta al punto, guidandoci a riconoscere i segni della chiamata del Padre. Dopo tanti input impegnativi, ci vuole una valvola di sfogo: una serata in fraternità! Ridiamo ancora al ricordo delle barzellette di fra Marco…

31 DICEMBRE 2011 1 GENNAIO 2012 Il grande giorno è arrivato! Ci aspetta una «tirata» fino a domani mattina. Iniziamo con uno spazio dedicato alla preghiera e alla riflessione personale. Abbiamo la possibilità di confessarci o di fare «quattro chiacchiere» con i religiosi presenti, per capire se siamo sulla strada giusta. Nel pomeriggio ci spostiamo alla basilica di Santa Chiara, do-

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ve possiamo pregare lo stesso crocifisso che parlò a san Francesco. Sulla piazza antistante, guidati da fra Gianfranco, ci lanciamo in balli di gruppo, che stupiscono i turisti e in qualche caso li coinvolgono pure. Ma è solo un riscaldamento per la serata! Più tardi, ci rechiamo nella Basilica di Santa Maria degli Angeli: siamo oltre 1500 giovani! In questo luogo così suggestivo per tutti coloro che portano il Poverello d’Assisi nel cuore, ascoltiamo le parole di fra Francesco, che ci augura per il nuovo anno di far crescere germogli nuovi nella nostra vita. Il ritrovo successivo è al Palasir e, dopo due ore di balli e testimonianze, una scia luminosa di fiaccole colorate si incammina verso la basilica per salutare il nuovo anno con l’Eucarestia. «Non dubitare mai dell’amore di Dio»: questo il messaggio del celebrante, con cui accogliamo il 2012. I cinque giorni sono davvero volati! I semi sono stati gettati, sta a noi coltivarli e farli fiorire! Buon cammino e ricordate… «NO FOTO»! ◗


Amandolo, siete casta, «toccandolo, diventerete più monda, accogliendolo in voi, siete vergine; la sua potenza è più forte, la generosità più elevata, il suo aspetto più bello, l’amore più soave e ogni grazia più fine

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C hiara d’ A ssisi


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