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To Bruxelles with love Uno dei punti di maggior interesse contenuti nella Riforma Costituzionale è rappresentato dal “nuovo” Senato sia per quanto riguarda le funzioni che sarà chiamato ad assolvere sia per quanto concerne la sua composizione. E’ questo l’argomento che divide maggiormente i sostenitori del No. In questi mesi ho potuto individuare due correnti di pensiero in antitesi. Alcuni sostengono che il bicameralismo “perfetto” costituisca il cuore della vita democratica del nostro Paese ed una sua alterazione significherebbe intaccare gli equilibri della democrazia stessa; altri invece ne preferiscono l’abolizione totale perché considerato “inutile” e “svuotato”. Oggi l’esigenza principale è quella di superare un bicameralismo paritario (non perfetto) nato da una reciproca diffidenza tra i partiti politici che, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio della Guerra Fredda, erano allo stesso tempo sequestratori ed ostaggi di loro stessi. Questo quadro storico e geopolitico oggi è superato. Già nel lontano 1972 Costantino Mortati definiva il Senato “l’Inutile doppione”. Uno studio della Camera dei Deputati, inoltre, dimostra che se consideriamo il numero complessivo delle leggi approvate da questa legislatura a Riforma già in vigore, il Senato avrebbe partecipato solo al 7% tra quelle approvate fino ad oggi. Il bisogno di mantenere due camere uguali nelle proprie funzioni di fatto viene meno e l’eco dell’ inutile doppione si rafforza. La Riforma vuole chiarire il rapporto tra Stato ed autonomie locali riconoscendo loro quella dignità costituzionale inseguita per quasi 50 anni ma che si è fermata di fatto a quanto enunciato dall’articolo 5 della Costituzione (La Repubblica…riconosce e promuove le autonomie locali). Si portano dunque Regioni e Comuni direttamente in Parlamento, nella camera alta, quella che rappresenta la forma dello Stato e le esigenze dei territori. Il nuovo Senato avrà la grande opportunità di influire in maniera decisiva, in un numero di materie sicuramente limitato, ma di grandissimo interesse strategico. La più importante riguarda la partecipazione alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea e la verifica dell’impatto delle politiche UE nei territori. Questo Senato (ri)nasce a vocazione europea? Si. Vuole colmare quel gap troppo ampio tra Bruxelles e la nostra vita quotidiana che ha dato adito a due ordini di problemi: l’incapacità di contrattazione del nostro paese in Europa ed il sentimento antieuropeista della maggior parte dei cittadini. La missione del nuovo Senato è quella di dare voce e rappresentanza ai territori, rendendo il nostro Paese più competitivo nel panorama europeo. Se in passato il bicameralismo paritario ha tenuto saldo l’equilibrio democratico del nostro Paese a quel passato dico “Grazie”. Se il futuro si chiama Unione Europea e se al suo interno vogliamo essere protagonisti del nostro destino al futuro dico “Si”. Giovanni Marcucci


Referendum costituzionale e costi della politica

Il problema dei costi della politica non è nuovo, tutt’altro, ma sicuramente in un periodo di crisi economica come quello che sta attraversando il nostro paese diventa ancora più urgente e necessario fare il punto della situazione e cercare soluzioni fattibili e concrete. La domanda che ci dobbiamo porre è se esista agli occhi del cittadino un valore dei costi della politica che possa considerarsi equo e accettabile. La risposta è negativa. Ormai per la popolazione la classe politica viene identificata come un’elite di privilegiati che vive a spese della gente comune. Non si può nascondere che, soprattutto in passato, si è esagerato con vitalizi, rimborsi e indennità ma col tempo la situazione è leggermente migliorata: le retribuzioni sono state ridotte, alcuni privilegi sono stati revocati e i costi di funzionamento delle principali istituzioni sono diminuite. Tuttavia ciò non basta. Ancora oggi l’Italia spende per la politica più delle altre democrazie occidentali. È arrivato il momento di cambiare, di venire incontro alle richieste della popolazione che vuole una classe politica più sobria, più solidale nei suoi confronti e che sia di esempio. Operare dei tagli alla macchina politica è facile a dirsi ma meno a farsi. Il tema va trattato nella sua totalità, in un quadro d’insieme con l’intento di evitare sprechi e laddove sia possibile realizzare economie. Solo in questo modo si potrà dar prova di senso di responsabilità e di rispetto. Riacquistando così credibilità agli occhi degli elettori e piano piano riavvicinarli. L’unica strada da prendere è quella di una Riforma seria della politica e dei suoi costi, ed è proprio quella proposta dal Partito Democratico. Il prossimo 4 Dicembre gli italiani saranno chiamati al voto: il quesito referendario riguarda anche il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni. Entrando nello specifico dunque la Riforma come limiterà le spese politiche? La vittoria del SI porterà numerosi cambiamenti: Riduzione del numero dei parlamentari Riduzione delle indennità parlamentari Ridimensionamento del personale del Senato Previsione di un “tetto” allo stipendio dei Consiglieri Regionali Abolizione definitiva delle Province e del CNEL Superamento del Titolo V Queste misure porteranno ad un risparmio totale di 500 milioni di euro. Dove si andranno ad operare i tagli? Il nuovo Senato sarà composto solo da 100 membri. Con 215 senatori in meno si risparmieranno 175 milioni di euro: di cui 80 milioni risulteranno dalla riduzione del 30% delle indennità parlamentari, altri 90-95 milioni dalla riduzione della attività delle commissioni e dei rimborsi dei gruppi di Palazzo Madama e la rimanenza dalla riduzione del personale e dei funzionari conseguente all’unificazione di Camera e Senato. Inoltre 300-320 milioni di euro in meno saranno il risultato di un vero e proprio cambiamento istituzionale che riguarderà la definitiva abolizione delle Province, l’abolizione del CNEL con 20 milioni di euro in meno e la diminuzione delle spese regionali per circa 60 milioni attraverso tagli


agli stipendi dei Consiglieri Regionali, meno rimborsi e meno fondi per i gruppi regionali. Per ultimo ma non meno importante il risparmio che

deriverà dalla revisione del Titolo V: non ci saranno più ricorsi alla Corte Costituzionale da parte di Stato e Regioni a causa delle materia “concorrenti” e i danni economici derivanti dai corsi e ricorsi tra Camera e Senato sulle leggi finanziarie. Naturalmente tutti questi effetti saranno visibili e apprezzabili più nel lungo che nel breve periodo ma ad oggi la

Riforma Costituzionale rappresenta l’unico strumento efficace per diminuire i costi della politica. E dobbiamo aver chiaro che non è possibile risparmiare stabilmente e definitivamente in assenza di un vero e proprio intervento strutturale che vada a riformare la nostra Costituzione. In conclusione, il nostro appello come Giovani Democratici e in primis come cittadini, ad andare a votare e votare SI. Votiamo SI perchè il merito di questa Riforma non è solo quello, seppur importante, di limitare una volta per tutte le spese politiche, ma perché è il nostro paese che ce lo chiede. E siamo anche in ritardo ma ancora in tempo. Questo voto e le conseguenze che avrà riguarderanno tutti gli italiani, senza distinzioni di colore politico. Qualunque sia il risultato cambierà la storia e noi siamo la generazione che spera in un futuro in cui l’Italia sia finalmente e realmente un paese più giusto, più moderno e più forte. Siamo la Generazione SI. Karol Julieth Sganzerla

Il bicameralismo “imperfetto”

Ridare centralità al Parlamento. È questo l’effetto principale a cui punta la riforma Costituzionale che si voterà il prossimo 4 dicembre. Un’ambizione peraltro che si pone in totale conformità con l’idea di democrazia che aveva animato i lavori dell’Assemblea Costituente nella seconda metà degli anni 40’. Con il ricordo ancora vivido del governo fascista infatti, l’Assemblea Costituente italiana ebbe pochi dubbi nello scegliere la forma di governo più adatta al nostro paese, optando per una repubblica Parlamentare dove il nucleo del potere risiedeva nell’assemblea legislativa, composta per l’appunto da due camere paritarie: la Camera dei Deputati e il Senato. Due camere paritarie significa che hanno le stesse funzioni: un legge per poter essere approvata deve ottenere il voto favorevole di entrambe le camere su un testo identico. Un iter legislativo che quindi duplica i tempi e i procedimenti per l’approvazione di una legge, che prevede, oltre alla fase del voto in sé, vari passaggi tra cui i lavori in commissione, il dibattito ecc. L’aumento della complessità sociale che si è verificato nel corso degli anni ha però reso insostenibile questo modello. In un mondo in cui tutto sembra andare alla velocità della luce, che necessita di decisioni rapide e mirate, l’iter legislativo previsto dai padri costituenti ha finito


per diventare inadeguato, e non riesce più a far fronte alle esigenze legislative del nostro paese. Soprattutto negli ultimi anni, sia governi di centro-sinistra che di centro-destra hanno abusato della decretazione d’urgenza, ovvero uno strumento previsto dai padri costituenti per situazioni di necessità ed urgenza. In altre parole, in pochi episodi di estrema gravità (ad esempio terremoti, alluvioni) il Governo aveva la possibilità di bypassare l’iter legislativo ordinario e presentare alle camere un decreto da lui formulato che i parlamentari avrebbero dovuto semplicemente ratificare. Alla prova dei fatti però, l’iter legislativo ordinario si è rivelato troppo lento e farraginoso per poter essere efficace, e la decretazione d’urgenza è diventato un canale preferenziale con cui il governo poteva far votare velocemente leggi che tutto erano fuorché urgenti (e talvolta anche necessari), svuotando di fatto il ruolo del parlamento e relegandolo al mero compito di ratificare decisioni prese altrove. A questi decreti spesso viene apposto l’istituto della fiducia, che prevede la caduta del Governo qualora il decreto non venisse approvato in parlamento. Una sorta di “minaccia” su ogni singolo parlamentare, che limita ancora di più il potere decisionale del parlamento. Differenziare il ruolo delle due camere, come previsto dalla riforma costituzionale, permetterebbe di semplificare notevolmente l’iter legislativo, e decreti e fiducie potrebbero essere meno indispensabili per far fronte alle esigenze del nostro Paese. Inoltre la riforma limita espressamente l’utilizzo del decreto legge (una misura fortemente incentivata dalle ultime sentenze della Corte Costituzionale), limitando di fatto l’abuso che ne era stato fatto negli ultimi anni, prevedendo una corsia preferenziale, ma comunque perfettamente inserita nell’iter ordinario, per quelle proposte di legge che il Governo reputa centrali per la realizzazione del suo programma politico.

Chiara Allegrucci

Brevi appunti di viaggio in merito alla riforma costituzionale

Come tutti sappiamo il 4 dicembre si vota per confermare o meno la riforma della nostra costituzione già approvata dal Parlamento. Senza che ripeta alcune delle considerazioni generali, che tutti più o meno in questa lunga campagna referendaria abbiamo imparato a conoscere, che hanno spinto il parlamento a riformare la nostra Carta Costituzionale, cercherò di rispondere in modo sintetico e puntuale alle domande formulate dai Giovani Democratici dell’Umbria, che ringrazio per la considerazione nei miei confronti. Come più volte detto questa riforma cambia il modo di organizzazione e di “dialogo” tra i vari livelli, ovvero il Governo centrale e i vari enti locali. Infatti con questa riforma, bisogna ricordare che non si cambia la forma di governo, l’Italia rimane una Repubblica Parlamentare, ma si va ad incidere sul TITOLO V e definire meglio, secondo me, “ chi fa cosa” nel sistema paese. Il TITOLO V è quella parte della Costituzione italiana in cui vengono “disegnate” le autonomie locali: comuni, province e regioni. Va ricordato ad esempio che l’attuale struttura delle regioni, enti inseriti nella costituzione


ma pienamente operativi dagli anni settanta, deriva da una serie di riforme del Titolo V cominciate appunto negli anni Settanta e terminata con la riforma del 2001. Dal 2001 agli enti locali è stato dato più “potere” per dare allo Stato italiano una fisionomia più “federalista”. Ebbene dopo 15 anni dall’entrata in vigore della riforma del 2001 ci si è accorti che l’originale intento di migliorare la vita istituzionale del nostro paese non aveva dato i frutti sperati. Ecco perché oggi si vanno a ridefinire meglio le competenze degli enti locali . E’ utile anche capire il contesto in cui viviamo e come è stata riformata la nostra Costituzione aggiornandola per migliorarne l’efficacia. Oggi l’Italia è inserita nell’Unione Europea e ridefinire anche il rapporto tra il governo centrale e i livelli di governo periferici aiuta a rafforzare il nostro sistema paese e sicuramente rende anche più autorevoli le nostre istituzioni. Con tale riforma infatti si vanno a dettagliare le materie di competenza delle regioni in maniera esplicita cosi da poter semplificare gli eventuali conflitti tra Stato e Regioni, che troppo spesso si sono verificati in questi anni. Lo Stato inoltre, in un tema che ritiene di particolare interesse, potrà anche applicare la “clausola di supremazia”. Ridefinire meglio i poteri degli enti locali non è depotenziare gli enti locali ma è ridare nuova dignità istituzionale a tali enti in un mondo che cambia. Oggi ci troviamo nella situazione in cui una strada che percorre e attraversa tre Regioni,esempio, può tranquillamente essere classificata come statale in una Regione, provinciale in un’altra, e Regionale nella Terza con tutti gli aggravi di burocrazia che ne determinano, ovviamente tale esempio non è sicuramente uno dei baluardi dell’autonomia e dell’efficienza degli enti locali, ma rende perfettamente l’idea della situazione attuale. Con la riforma si semplificheranno questi aspetti rendendo sicuramente la vita dei cittadini più agile. Con tale riforma inoltre si va a semplificare anche il nostro livello istituzionale eliminando alcuni enti previsti dalla nostra costituzione, che però nella pratica, il loro ruolo non è stato cosi incisivo come i padri costituenti speravano. Ad esempio verrà abolito il CNEL. Perché tale decisione? Perchè come prima accennavo , questo è un organo che nonostante le decisioni assunte, non è stato capace di incidere realmente sulla quotidianità dei problemi del nostro Paese. Ora sono dell’opinione che la democrazia ha un costo e con tale riforma si tengono insieme due concetti,per me importanti, quello della qualità della democrazia e quello della quantità. Infatti abolendo alcuni enti si andrà a risparmiare in termini di costi e anche di efficienza delle istituzioni. Molti sostenitori del fronte del no dicono che non ci saranno i risparmi annunciati dalle fonti del governo ma i risparmi effettivi saranno nella realtà minimi. Non essendo appassionato di numeri, posso comunque affermare dalla quantità di risparmio che si andrà ad ottenere, permetterà di utilizzare tali risorse per migliorare e rendere efficiente ciò che realmente può aiutare i cittadini. E quindi va salvaguardato questo risultato, ottenuto dalla riforma votata in parlamento, di razionalizzazione degli enti dello stato. Giovanni Rubini


Terremoto: dalla distruzione si può rinascere Mercoledì 24 agosto 2016, alle ore 3.36, una violenta scossa di terremoto di magnitudo 6.0 ha distrutto gran parte del Centro Italia e i maggiori danni si sono avuti nei comuni di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. Da amatriciano il momento in cui si è avuto certezza del disastro è stato il momento in cui il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi ha dichiarato in lacrime a radio e TV: “Aiutateci Amatrice non esiste più”. Il bilancio di questo tragico evento è di 299 morti, di cui 239 ad Amatrice, 11 ad Accumoli e 50 ad Arquata del Tronto (gran parte dei quali nella piccola frazione di Pescara del Tronto). Come se non fosse bastato nel mese di ottobre altre tre scosse potenti hanno distrutto anche la Valnerina e buona parte della provincia di Macerata. La risposta dello Stato è stata fulminea sin dalle prime ore del 24 agosto, con la visita del presidente del Consiglio Matteo Renzi nelle zone terremotate, dove ha ribadito la volontà dello Stato di non lasciare soli gli abitanti di quelle terre.volontà dimostrata anche con il decreto legge approvato lo scorso 11 ottobre in Consiglio dei Ministri, testo che prevede nei prossimi anni uno stanziamento di 4,5 miliardi di euro per la ricostruzione. Secondo il commissario straordinario Vasco Errani, ed è anche la mia più viva speranza, questo decreto è uno strumento atto a regolamentare il tutto ed evitare lo spuntare della corruzione, il morbo che ha già fatto i suoi danni già in altre emergenze sismiche, come ad esempio in Irpinia nel 1980 e a L’Aquila nel 2009. Un capitolo a parte merita il mondo del volontariato, che si è prodigato fin da subito ed è ancora nelle zone terremotate a portare il proprio aiuto, sia materiale, con donazioni di privati e materiale vario, sia psicologico, portando la propria presenza ed essendo sempre disponibili all’ascolto delle esigenze e degli sfoghi personali delle persone: questi ragazzi fanno tutto questo sempre con abnegazione e con il sorriso sulle labbra. La ricostruzione, nonostante le continue scosse di assestamento, sta procedendo a grandi passi: entro Natale dovrebbero essere consegnate le prime 25 casette di legno, i cosiddetti SAE (Strutture Abitative Emergenziali), che saranno posizionate dove era situato il Campo Lazio ad Amatrice. In totale i villaggi SAE, per il solo comune di Amatrice, dovrebbero essere una trentina. Un doveroso ringraziamento va da parte mia ai militari, che in pochi giorni hanno ricostruito un ponte ed hanno ripristinato, sempre in tempi brevi, la viabilità di accesso ad Amatrice, compromessa dall’evento sismico dello scorso 30 ottobre. Fabio Calcioli

Se ancora vedremo una Violenza del Genere.

Il 22 novembre il Consiglio Regionale dell'Umbria ha approvato la legge-quadro sulla Parità di Genere “Norme per le politiche di genere e per una nuova civiltà delle relazioni tra donne e uomini" impegnando la nostra Regione a fare molto di più nel superamento di tutti quegli ostacoli di ordine sociale, culturale ed economico che impediscono una reale parità di diritti tra donne e uomini.


Due giorni dopo, in occasione della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” che ricorre il 25 novembre, come Giovani Democratici nazionali abbiamo lanciato un appello in tutta Italia affinché i consigli comunali e regionali approvino un ordine del giorno attraverso il quale impegnarsi in questa battaglia storica. I dati che ci fornisce l’Istat sono infatti impressionanti: le donne tra i 16 e i 70 anni che dichiarano di aver subito violenza, fisica o sessuale, almeno una volta nella vita sono 6 milioni e 743.000, cioè il 31,9% della popolazione femminile; considerando il solo stupro, la percentuale è del 4,8% (oltre un milione di donne). Il 14,3% delle donne afferma di essere stata oggetto di violenze da parte del partner: per la precisione, il 12% di violenza fisica e il 6,1% di violenza sessuale. Del rimanente 24,7% (violenze provenienti da conoscenti o estranei), si contano 9,8% di violenze fisiche e 20,4% di violenza sessuale. Per quanto riguarda gli stupri, il 2,4% delle donne afferma di essere stata violentata dal partner e il 2,9% da altre persone. Il 93% delle donne che afferma di aver subito violenze dal coniuge ha dichiarato di non aver denunciato i fatti alle autorità; la percentuale sale al 96% se l’autore della violenza non è il partner. La violenza di genere è un fenomeno diffuso senza differenze di ceto, nazionalità, età o istruzione e l’Italia è stato uno dei Paesi che più si è impegnato nella stesura e nella rapida ratifica della carta di Istanbul per il contrasto alla violenza sulle donne. I diritti della donna e la sua legittimità nel prendere decisioni sulla propria vita in modo libero e senza timore di ripercussioni di tipo violento, devono essere tutelati dalle istituzioni ad ogni livello. Per questo motivo come Giovani Democratiche Umbre chiediamo a tutti i nostri amministratori regionali e locali di aiutarci a realizzare una vera e propria “Rivoluzione Culturale” che parta dalle istituzioni, dalle scuole, dalle associazioni e arrivi negli angoli più nascosti della società. Sulla scia dell’approvazione di questa legge regionale, chiediamo che si continui nella pratica di azioni significative di contrasto alla violenza, di prevenzione attraverso la diffusione di una cultura di parità fra i generi; che si proseguano, in collaborazione con le Associazioni del Territorio, le azioni di informazione allo scopo di migliorare la sensibilità sociale verso il problema; che si realizzino azioni educative in collaborazione con le Scuole e le Reti Territoriali; che si sostengano e sviluppino gli interventi ed i luoghi di accoglienza per le donne che necessitino di sostegno a seguito di denuncia di violenza subita; che si contrasti la diffusione di messaggi pubblicitari discriminatori e lesivi della dignità femminile e non solo, tra cui quelli che rappresentano o incitano atti di violenza fisica o morale, quelli discriminatori e/o degradanti che, anche attraverso l’uso di stereotipi, tendono a collocare le donne in ruoli sociali di subalternità e disparità e quei messaggi che veicolano un messaggio mercificatorio del corpo, attraverso rappresentazioni o riproduzioni della donna quale oggetto di possesso o sopraffazione sessuale. La legge-quadro sulla parità di genere sopracitata segna decisamente un passo avanti nella rimozione degli ostacoli che impediscono la piena parità tra donne e uomini nella vita sociale, economica e culturale come abbiamo detto, ma sappiamo che c’è ancora molto da fare. Chiediamo allora alla Regione, ai Comuni e infine al Governo, di mettere in atto, in modo tempestivo, tutte le misure necessarie a dare piena applicazione alla totalità delle previsioni contenute nella Convenzione di Istanbul; di intraprendere iniziative finalizzate ad avviare un processo di cambiamento socio-culturale mediante piani di offerta formativa che prevedano, già dalle prime fasi del ciclo di istruzione, l'attivazione di programmi scolastici finalizzati all'attuazione dei principi di pari opportunità, alla promozione dell'educazione alla parità tra i sessi, alla prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni e affinché, in tale ottica, venga attuato tempestivamente quanto previsto dal comma 16 dell'articolo 1 della legge 13 luglio 2015, a 107 (Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti) la così detta "Buona Scuola". Infine, ci auguriamo che siano presto predisposti elenchi ufficiali di tutti i centri di ascolto e anti


violenza accreditati con un regolare controllo della permanenza dei requisiti ai fini di una più funzionale attribuzione di fondi, valutando l’opportunità di differenziazione dei bandi per le due categorie. Questo è l’appello lanciato dai Giovani Democratici: http://www.giovanidemocratici.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/11/ODG-contro-la-violenza-sulledonne.pdf. In più, in attesa di un elenco aggiornato dei centri antiviolenza aderenti alla Rete Nazionale Antiviolenza, vi segnaliamo questo link: http://www.regione.umbria.it/documents/18/757078/centri+antiviolenza+regione+umbria/ff37d1b 7-480a-4bc6-84bc-4e904f0293d6 Aiutateci a diffondere l’appello per non vedere più una Violenza del Genere. Giovani Democratiche Umbre

I miei 2 anni e mezzo da Giovane Amministratore

Arrivato a metà di questo primo mandato da Consigliere Comunale, ho l’impressione che avere l’opportunità di raccontare quanto fatto e di condividerlo con la comunità politica nella quale ci si è formati dovrebbe essere tappa obbligata. Il momento della “restituizione”, infatti, non è soltanto quello in cui si torna dalla squadra per valutare i risultati, ma è anche quello in cui ci si ritrova e si infonde nuovo entusiasmo, slancio e senso di pluralità ad un percorso, quello del giovane amministratore, che in tempi in cui la politica tentenna rischia di essere fin troppo solitario mentre i cammini solitari non fanno mai rima con la politica. In questi primi due anni e mezzo mi sono sempre mosso nella convinzione che gli enti pubblici non possano produrre policies, innovazione dei servizi e aumentare la propria efficacia se non garantiscono un livello adeguato di funzionamento dei propri organi di indirizzo e di decisione politica. Non entrerò nel merito dei tanti atti di indirizzo presentati come singolo Consigliere (molti di questi interpretano percorsi di sinergia politica che hanno coinvolto colleghi di Narni, Terni e Perugia) o come primo firmatario del Gruppo PD orvietano, ma tengo molto a mettere in evidenza il lavoro svolto nel campo della cooperazione internazionale e in quello della valorizzazione dei beni comuni. Sono profondamente convinto che in Umbria, come nelle comunità locali, ci sia la necessità di proporre e praticare, con un approccio innovativo, politiche ed azioni che coniughino la cooperazione decentrata a livello internazionale con lo sviluppo umano sostenibile locale del territorio. In questo senso la collaborazione con l’associazione Felcos Umbria, all’interno della quale rappresento il Comune di Orvieto e sono membro del Consiglio direttivo, mi ha visto impegnato nella lotta allo spreco alimentare con la redazione del “Manifesto dei giovani europei e degli enti locali contro lo spreco alimentare” presentato, nella sua parte finale, ad Expo 2015 e nel progetto “Cooberation” finalizzato a sostenere l’apicoltura e il suo ruolo strategico per la salvaguardia della biodiversità e per il miglioramento della sicurezza alimentare e dello sviluppo socio-economico in tutta l’area mediterranea. Relativamente alla valorizzazione dei Beni Comuni mi sono fatto promotore dell’approvazione del Regolamento dei beni comuni facendo di Orvieto il 18esimo comune ad approvare questo importante provvedimento; la cui “originalità orvietana”, ovvero quella di far propria la convenzione quadro di faro nella valorizzazione e gestione dei beni comuni, è stata oggetto di attenzione anche da parte dell’Istituto Nazionale di Urbanistica per il quale ho relazionato alla biennale dello Spazio Pubblico e con il quale sono in contatto per la partecipazione ad un


convegno sulla salvaguarda e la valorizzazione dei centri storici a Guiyang, nella provincia di Guizhou in Cina. Paolo Maurizio Talanti

ANCHE IL CAPORALATO #SILOTTA “Siamo persone abituate a lavorare e a stare in silenzio, ma ora basta”. Queste le poche parole con le quali Stefano Arcuri ricordava in Piazza San Giovanni la moglie Paola Clemente, la giovane donna morta a 49 anni nel luglio 2015 sotto il sole ardente della Puglia, che insieme a molte altre regioni italiane è spesso terra di caporali. Si credeva di aver lasciato questo termine alla storia dei secoli scorsi, di aver superato con le lotte politiche e sindacali lo sfruttamento lavorativo dei braccianti. Purtroppo aveva ragione il famoso ‘fratello figlio unico’ di Rino Gaetano, esistono ancora i malpagati e gli sfruttati, a maggior ragione se si parla di un settore delicato e spesso poco controllato come quello agricolo. La storia di Paola,insieme a quelle di altre donne e uomini, svela un lato oscuro della nostra Italia, tenuto nascosto da una subdola reticenza. Reticenza a volte voluta dagli stessi lavoratori, magari gente che ha perduto tutto e che preferisce stare dodici ore nei campi all’afa per riportare pochi spiccioli. Negli ultimi anni l’ agromafia , ritenuta un fenomeno ristretto e localizzato soltanto in qualche agrumeto del Meridione, è giunta a controllare molte attività agricole (prevalentemente a durata stagionale), espandendosi rapidamente da nord a sud , ed ha guadagnato denaro sporco sulle spalle della manovalanza a costo zero. La paga media per i lavoratori delle filiere agroalimentari in cui regna l’intermediazione illecita infatti oscilla nei casi migliori tra 2,5/ 3 euro all’ora, ai quali va subito tolto il costo per il trasporto da dare al caponero, il ‘bravo’ che con l’autobus si occupa della tratta da casa ai campi. E negli anni varie indagini hanno mostrato come questo sistema profondamente corrotto abbia causato, oltre che enormi danni sociali , evasione fiscale alle casse statali per milioni di euro. La piaga del caporalato rimane dunque aperta da molto tempo, anche se nell’ ultimo periodo l’obiettivo di sanarla è stato quasi raggiunto. Il 18 ottobre la Camera ha approvato la nuova legge per contenere e debellare definitivamente il fenomeno, fortemente voluta dal governo Renzi e che ha visto l’impegno in prima persona del Ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina. Come ha sottolineato poi il guardasigilli Orlando, vengono inasprite le sanzioni penali per il datore di lavoro che vìola le clausole del contratto lavorativo stipulato, è prevista la confisca dei beni e la reclusione fino a 6 anni per chi promuove lavoro nero. Inoltre le amministrazioni statali vedono rafforzato il loro ruolo di supervisori e di mediatori tra lavoratore e imprenditore agricolo. Un provvedimento atteso anche da noi Giovani Democratici, che abbiamo più volte cercato di far luce su questa realtà poco chiara,sapendo che i braccianti sfruttati sono spesso i più giovani, che per pagarsi il corso di studi autonomamente accettano di lavorare anche nelle condizioni più esasperate. Il provvedimento e la volontà politica di cambiare testimoniano che si possono superare anche le criticità peggiori del Paese e che si può rendere più stabile e pulito un microcosmo così importante come quello agricolo. Perché sappiamo che, come sempre uniti nella battaglia contro qualsiasi tipo di sfruttamento, il caporalato SILotta. Matteo Ventanni


Nuova Legge del Cinema, regole che fanno crescere le idee

In un clima politico infernale e polarizzato da mesi intorno al Referendum Costituzionale ed alle sue possibili conseguenze, è purtroppo passata in secondo piano l’approvazione di una legge che, per come è stata ideata, per come è stata costruita e per le possibili conseguenze che potrà avere, è a tutti gli effetti una piccola ma importante riforma. La Nuova Legge del Cinema va a regolamentare una serie di aspetti fondamentali che nel nostro paese non erano stati affrontati da più di venti anni, andando finalmente per la prima volta nella direzione di una regolamentazione organica completa e partecipata. Il testo, che è stato compilato con l’aiuto ed il supporto di registi, operatori del settore ed artisti, ha l’obiettivo infatti di rivedere il sistema cinematografico del nostro paese nella sua interezza, andando a regolamentarne praticamente ogni aspetto. Oltre all’aumento strutturale per il fondo, che arriva ad un totale di 400 milioni di Euro minimi annui ( che per capirci è già di per se il 60 % in più rispetto alla cifra attuale ) si è andato anche a rivedere il ruolo e l’intervento dello Stato a livello di Produzione e di Distribuzione Cinematografica; sono altresì aumentati i contributi diretti e quindi la quantità di fondi elargiti, ma soprattutto, sono state riviste le modalità di sovvenzionamento dei contributi indiretti, come ad esempio i diversi tipi di sgravi fiscali. E’ stato rivisto il metodo di valutazione di censura, passando da un modello di censura di stato, formato di politici e funzionari, ad uno affidato direttamente agli operatori del settore e quindi distributori, produttori, esercenti e lavoratori dello spettacolo. Il ruolo degli esercenti è stato valorizzato grazie al fatto che fino al 18% delle risorse del nuovo fondo sarà destinato a giovani autori per opere prime e seconde, start-up del settore, piccole sale da valorizzare, e festival e manifestazioni di categoria. E stata anche prevista l’istituzione di fondi e strutture apposite per la digitalizzazione, il recupero e la salvaguardia dell’importantissimo patrimonio cinematografico di cui il nostro paese dispone. Si è persino dato un ruolo rilevante all’insegnamento del cinema all’interno delle scuole, prevedendo un fondo specifico per l’inserimento della materia a livello didattico nei diversi istituti di formazione. Per tutti questi motivi l’approvazione di una legge del genere diventa fondamentale, caricandosi di numerose aspettative e di possibilità di sviluppo , soprattutto in un paese come il nostro che dovrebbe sempre di più imparare a puntare e a sviluppare il suo patrimonio artistico e la sua cultura come strumento di valorizzazione all’interno di un sistema globale sempre più complesso e generalizzato. La nuova Legge del Cinema è dunque già oggi un tassello fondamentale per la storia e la cultura del nostro paese proprio perché un atto di riforma di questo tipo era atteso veramente da tantissimi anni: si era radicata e resa evidente la necessità di un ripensamento totale del sistema, la necessità di una legge che fosse in grado finalmente di ufficializzare e valorizzare in modo definitivo il ruolo del cinema all’interno dell’economia e del lavoro culturale della nostra nazione. Finalmente adesso ce l’abbiamo e sta a noi saper far fruttare al meglio queste regole, facendole crescere e trasformandole in idee. Tiziano Scricciolo


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