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Anno 9°, n°

ACA news è arrivato al IX anno di pubblicazione. Qualche riflessione sulla sua utilità è d’obbligo. Ecco quella del nostro direttore letterario D. Tacchino

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Inaugurazione mostra, L'arte in tutte le sue manifestazioni

anno 9, n° 2. marzo - aprile 2013

In questo numero:

Editoriale di D. Tacchino

Pag. 1

Quale pittore ti piace di più di Enzo Papa

Pag 2

I poeti di “Ottovolante”, rubrica

Pag. 2

L’opera d’arte nella sua riproducibilità di M. Centini

Pag. 3

A. Fontanesi: un cervello in fuga di R. Curione

Pag. 4

Visitate per noi di F. Legger

Pag. 4

Due artisti al mese di D. Tacchino ACA informa

Pag. 5

Pag. 6

embrerà un discorso, inutile, come l’immagine del cane che si mangia la coda ma in verità, riflettere sull’utilità di un Notiziario Associativo, come strumento di divulgazione ed informazione, è tutt’altro che banale e dovrebbe aprire menti e cuore ad un utilizzo più consapevole e ad una pubblicizzazione più diffusa. Sono ormai 9 anni che viene redatto, dapprima in tecnica di fruizione cartacea, ed attualmente da due anni circa in tecnica multimediale. Questo significa che una maggiore consapevolezza, aumenta la capacità di poterlo leggere direttamente sul sito dell’associazione piuttosto che stamparlo dal sito stesso che, sin dal suo primo numero, veniva inserito, per poi poterlo leggere con calma. Uno dei motivi che ci ha portato ad utilizzare questo nuovo metodo è sicuramente l’abbassamento dei costi di stampa, molto alti per l’Associazione, sapendo che questo Servizio di informazione è assolutamente gratuito e volontario. Il problema principale sta nella fruizione dei soci direttamente dal sito. Vi è ancora una fascia di artisti che non amano né si applicano all’utilizzo del Computer e relativo suo collegamento in rete. Questo però comporta una richiesta da parte loro per avere il testo cartaceo e, questa richiesta, deve essere per forza personale.

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n altro elemento che mi porta a dire che il Notiziario avrebbe bisogno di ulteriore attenzione, è la mancanza di input validi e convinti da parte dei soci nel richiedere informazioni ed espletare pareri, tanto da poter inserire una nuova rubrica tipo: il Direttore Risponde, oppure “il parere dei soci”. Questo per dire, quanto sia importante che un notiziario di questo tipo, possa diventare dinamico, uno strumento, quindi, utile ai soci e non

passivo, gestito soltanto ed esclusivamente dalla Redazione e visionato in parte dal Direttivo. Per diventare uno strumento dinamico utile a tutti, è necessario che contenga il contraddittorio o almeno pareri di verifica. Sarebbe accettabile anche un intervento attivo sugli articoli con proposte di tematiche o addirittura proposte di articoli dei soci da inserire, oltre ai pareri sugli articoli pubblicati che possano servire a creare una rubrica dinamica e sempre in sviluppo, che sia in linea con il pensiero e il desiderio dei soci che fanno parte associativa attiva. Una rubrica che diviene l’indicatore dinamico delle scelte di articoli e di pensiero per il numero successivo del Notiziario, che anche se non è scritto direttamente dai soci stessi, sia come se lo fosse. Per far questo, è in cantiere un blog che ha già un indirizzo: ((http:// artecittaamica.blogspot.it/2011/11/ benvenuti.html), il cui accesso verrà inserito e spiegato a breve nella finestra stessa del Notiziario. In questo modo, chiunque leggendo dal sito il Notiziario, può immediatamente offrire un suo parere o una sua richiesta, senza lasciare passare troppo tempo dal momento che era stata elaborata, col rischio di dimenticarla. Ovviamente la cosa può essere diversa per chi legge ancora in cartaceo il Notiziario, ma sono fiducioso che nel leggere la nuova rubrica sul “parere dei soci”, possa essere da stimolo a nuove riflessioni anche da parte di chi seppur più difficoltosamente non ha il collegamento diretto sul Sito.

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he dirvi di più. Spero che questa mia riflessione possa essere uno stimolo per innescare un dibattito costruttivo e utile per lo sviluppo dell’Associazione stessa.


Anno 9° , n° 2

pag. 2

“QUALE PITTORE TI PIACE DI PIÙ?” Domanda tipica, specie se si parla al critico. In questo articolo la risposta del Prof. Papa

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n quesito che spesso mi viene rivolto riguarda la mia predilezione per un qualche artista. Senza esitare, di rimando rispondo: “Giotto!”. L'interlocutore rimane interdetto, sia per la risposta tempestiva e sia perché Giotto, per i più, è il manzoniano “Carneade? Chi è costui?” e, infine, perché quasi tutti gli interlocutori si aspettano “Picasso, Van Gogh, gli Impressionisti”, oppure nomi come Leonardo, Michelangelo, Caravaggio, letti sulle targhe toponomastiche e, forse, mai incontrati nei libri o nelle esposizioni stabili o temporanee. Ne consegue che, dopo la mia inattesa risposta, giunga il fatidico: “Perché?”, cui segue l'inevitabile lezioncina di storia evolutiva del pensiero. Giotto “tramutò la pittura di greco in latino” (la rese più comprensibile, abbandonando i modi bizantineggianti), e “Giotto ha ora il grido, dopo che Cimabue credette nella pittura tener lo campo”. Le due affermazioni sono di Cennino Cennini e di Dante, il quale rilevava (e sanciva nella Commedia) la straordinaria portata della pittura di Giotto, o meglio, del linguaggio moderno che oltrepassava la cultura medievale teocentrica, per guardare a nuovi orizzonti, aperti e anticipatori della rinascita antropocentrica, umanistica e scientifica, di un secolo dopo. Come Dante, anche Giotto si esprime in “volgare”.

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iotto, attivo ad Assisi con Cimabue, era stato vicino a frate Elia, guida dei Conventuali francescani, già basiliano della Magna Graecia medievale, residuo culturale dell'ortodossia bizantina,

Rubrica I POETI DELL’

convertito alla causa di Francesco d'Assisi per il pensiero innovativo, riformatore di una teologia vicina all'Umile e non, come a Costantinopoli, materia di contese dottrinali e, dunque, anche causa di veementi lotte socio-politiche. Se la parola cristiana deve raggiungere tutti, anche la figurazione dovrà parlare ai semplici e agli umili, con un linguaggio comprensibile perfino agli illetterati, com'era stata la convinzione e l'affermazione di quel San Basilio (di cui frate Elia custodiva ed applicava principi e precetti) disatteso poi nel corso dei secoli. Giotto fa proprie le idee dei Francescani e, nel ciclo di Assisi, tratteggia un racconto popolare di inusitata verità realistica, in cui la vita del “Poverello di Assisi” e, in dettaglio, gli episodi salienti ed edificanti del suo operare, si offrono all'intelletto ed ai sentimenti degli osservatori che, ancor oggi, sono mossi alla commozione ed alla conversione. Esemplare è il celebre “Dono del mantello”, in cui il volto di Francesco è centrale e dominante, all'incrocio delle diagonali dell'affresco. Alle sue spalle, nel semimondo di sinistra (dietro e “sinistra”, eh! Simbolici) è il discosceso poggio, tutto crepacci, di Assisi, (città di banchieri mercanti epicurei, com'era il padre di Francesco, Bernardone), e nel semimondo di destra è la collina della Porziuncola, liscia, senza asperità, con un solo albero fiorito (uno solo: Gesù, primavera della nuova Èra) e una chiesetta con il campanile (che chiama) e la porta aperta (che accoglie sempre e tutti, probi e peccatori). La cavalcatura del viandante ha il collo chino, simbolo di

SALE

Meravigliosa cornice, le finestre.

Gli echi solinghi, Lo screpitare della tua assenza. La casa che riempivi sbattendo le palpebre dal dolore, le mani giunte della speranza. I rintocchi, il tuo divano, il solito posto, la fine del mese, le spese e le vuote dispense. E la tua voce sale, nelle fessure dell'anima, sale. In una lacrima sale, ed è sale di lacrime amare.

“Perché tu mi dici poeta?”

i tratta di un percorso di conoscenza per incontrare chi fa poesia oggi e cercare i rispondere a cosa possa servire ancor oggi, nel mondo e nel tempo di internet, scrivere versi poetici. Arduo è il compito di ascoltare, catalogare, stimolare un gruppo di poeti al fine di comprendere meglio il sacro fuoco dell’ispirazione che spinge a scrivere.

Ci transitano stormi inquieti che sfiorano colline nel viaggio verso sud… Come un impiegato zelante mi sforzo di restare seduto scrivo una lettera, mando un fax ma fuori sbocciano i giardini stagionale tormento Fabrizio Tiberio

(A. Bolfi, M. Parodi)

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iotto fa scuola per oltre mezzo millennio: bisogna aspettare gli Impressionisti per assistere ad una nuova rivoluzione della figurazione che, da descrittiva si fa otticamente percettiva e, poi, espressionistica. Non più pittura di ciò che si vede, ma di ciò che si “percepisce”, non solo con gli occhi ma, ancor più, con i moti ed i turbamenti dell'animo. Il realismo di Giotto è l'essenza dell'arte che parla della vita attraverso una simbologia di significato universale.

Finestre sulla città

Ci restano impigliate le nuvole che portano neve sulle piste e fanghiglia qui in città

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umiltà, nell'umiltà propria dell'asinello, coperto con una gualdrappa rossa, come il vestimento del viandante credente, pervaso di grazia e beneficiato dalla Provvidenza nel ricevere il dono del mantello della Fede, protettivo e termoforo (portatore di tepore), rifocillatore della Fede. La scena giottesca è sintetica (sinottica, riassuntiva) e, insieme, analitica (scomposizione delle costituenti); è sintattica nella struttura (geometricamente ordinata) e simbolica nel linguaggio essenziale e diretto, una scena che lo spettatore del Trecento poteva visualizzare in un qualsiasi percorso topografico o devozionale della sua vita. Giotto è il primo artista della realtà, il primo pittore descrittivo delle “cose che si vedono” (in un'epoca in cui “la pittura si occupa delle cose che non si vedono”, secondo il Cennini). Giotto invoglia ed invita lo spettatore ad entrare nelle scene dipinte e a partecipare agli eventi di Francesco, condividendone il pensiero e l'azione, sicché la finzione della pittura diventa realtà da vivere.

Rasha


Anno 9° , n° 2

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L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

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el 1936 il filosofo tedesco Walter Benjamin pubblicava un saggio destinato a diventare un pietra miliare per le problematiche connesse alla comunicazione: L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Benjamin sosteneva che la massificazione della fotografia avrebbe determinato una vera e propria rivoluzione, concedendo a tutti di conoscere il mondo attraverso la stampa fotografica, anche senza muoversi da casa. Ne enfatizzava il ruolo “democratico” che, come ben sappiamo, è stato alla base di numerose altre rivoluzioni, prima fra tutte quella condotta dalla televisione. Ma accanto al mero ruolo di “strumento” di riproduzione, la fotografia e i fotografi hanno anche reclamato un riconoscimento maggiore, che permettesse loro di entrare nell’olimpo dell’arte. In parte ci sono riusciti, in parte no. La collocazione della fotografia all’interno dell’universo artistico non è mai stata chiara, come invece è accaduto per altre forme di creatività. Però, in un modo o nell’altro, ha tirato avanti. Fino a quando un noto artista inglese, David Hockeny, fondatore negli anni Sessanta del movimento Pop, ha dichiarato che la fotografia è un’arte in via di estinzione. All’origine della fine annunciata la tecnologia digitale, che con i suoi mezzi sarebbe ormai incapace di rappresentare autonomamente la realtà. Il passaggio dal soggetto al video del computer, tralasciando tutte le procedure che possono essere attivate sul piano dell’elaborazione, di certo produce una sorta di shock culturale, poiché perdere la mediazione della pellicola corrisponde a perdere un punto fermo nella nostra cultura. E poi la fotografia, quando voleva essere artistica, aveva qualcosa di artigianale (in fase di ripresa e di stampa), che alla fine corrispondeva un po’ allo “stile” dell’artista. Oggi con la fotografia digitale, sembrerebbe che la creatività si sia spostata dal piano della ripresa a quello della sua ricostruzione post-ripresa. In fondo si “crea” più con mouse e programmi di grafica, che a livello di inquadratura. Forse la nuova fotografia, più che uccidere quella tradizionale, ha dato vita ad un nuovo artista, se così si può chiamare, avulso dalla realtà fotografata e concentrato sull’immagine proposta dal video. Inoltre, secondo i sostenitori della crociata contro il digitale, la fotografia computerizzata di fatto altera la realtà, anzi la nega. In parte può essere una considerazione giusta, anche se va osservato che comunque la foto-

grafia ha sempre “ricostruito” la realtà, anche quando il soggetto appariva “reale”. Fellini diceva che qualunque scena davanti a una macchina fotografica si trasforma in rappresentazione. Intorno a questo tema da decenni si articolano i dibattiti degli storici dell’arte e dei massmediologi: ma in buona sostanza non è stata raggiunta una posizione univoca. Oggi, forse, con il digitale tutto è più difficile. Dalla camera oscura alla tastiera del computer il passaggio non è certo indolore: quindi è normale che ci sia chi manifesti un atteggiamento apocalittico. Fu la stessa cosa nel 1839, quando all’Accademia di Francia venne presentata ufficialmente la fotografia: intellettuali e artisti insorsero perché, secondo loro, quella nuova tecnica avrebbe ammazzato la pittura. E poi sarebbe stata il carnefice per migliaia di illustratori e disegnatori a cui, fino ad allora, era riservato il compito di fornire le immagini per accompagnare ogni genere di testo. Il tracollo sul piano dell’occupazione ci fu, anche se sul piano della creatività le cose furono più complicate di quanto previsto dagli apocalittici. La nuova tecnica di ripresa che ha mandato in pensione pellicole e camere oscure, ha veramente rivoluzionato il mondo della fotografia. Da quando la Kodak si lanciò sul mercato con lo slogan “Voi scattate e al resto pensiamo noi”, la tecnologia fotografica non è stata mai ferma. Pellicole sempre più sensibili e macchine evolute hanno offerto ai fotografi l’opportunità per scattare più foto di qualità in condizioni di luce sempre più precarie. Con la tecnica digitale i risultati vanno al di là di ogni immaginazione. Oggi poi, che le fotografie le fanno anche i telefonini, il nostro modo di porci nei confronti della cosiddetta istantanea è profondamente cambiato. Le generazioni che hanno avuto il conforto del rollino, non potranno mai capire quale impegno richiedeva la fotografia ai tempi del collodio e delle lastre di vetro. Sarà la stessa cosa per i figli dei nostri figli, che non riusciranno a immaginare i tempi in cui una fotografia, prima di essere tale, doveva seguire un iter fatto di pellicola, bagni di sviluppo, carta fotosensibile, stampa. Ma anche noi ci stiamo già abituando. L’effetto principale è di ordine quantitativo. Infatti, con la fotocamera digitale si scattano moltissime immagini: forse troppe. In una gita domenicale c’è il rischio di raccogliere centinaia di scatti, tutti compattati nella virtualità che attende di essere metabolizzata in

un processo di stampa. Un numero rilevante di immagini che forse non saranno mai ingrandite e veleggeranno per un breve periodo nel gorgo della virtualità, per poi perdersi per sempre. Passati i tempi del negativo, o della “negativa” (come lo chiamavano quelli che definivano “filmine” le diapositive), adesso si ragiona in pixel e dpi: anche questo è un chiaro esempio della grande rivoluzione che ha travolto, forse un po’ in sordina, il mondo della fotografia. Forse, ma è un punto di vista, la fotografia digitale ha il ruolo di cambiare notevolmente anche il nostro rapporto con i ricordi. Adesso è tutto troppo facile (o più brutto?): è possibile effettuare ogni tipo di intervento a posteriori attraverso il software del computer. Oggi la simbiosi macchina fotograficacomputer è così forte da rendere bello anche chi bello non è, e viceversa. Forse non serve neppure ricordarsi di sorridere perché, alla peggio, il sorriso si ricostruisce con due colpi di mouse e un programma ad hoc. Dalla realtà al file l’immagine attraversa un percorso in odore di alchimia, un viaggio nel virtuale che solo in qualche caso conoscerà il privilegio della stampa.

M. Centini


Anno 9° , n° 2

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OMAGGIO A FONTANESI L a mo s t r a a l M u s e o A c c o r s i i n v i a P o , T o r i n o , d a l 1 5 f e b b r a i o a l 1 6 g i u g n o 2 0 1 3 Antonio Fontanesi: un cervello in fuga

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asce a Reggio Emilia, nel ducato di Modena, felicemente regnante Francesco IV d' Asburgo Este, nel 1818 da numerosa e non ricca famiglia. Rimasto orfano di padre ad appena 7 anni, nonostante i gravi problemi economici, continua a studiare e, verso i quattordici anni, s' iscrive alle Scuole comunali di Belle Arti. Vince un premio di paesaggio nel 1834 ma solo nel 1841 troverà un lavoro stabile come scenografo al Teatro di Reggio. La città considerata meno nobile fra quelle del Ducato offre al giovane Fontanesi, in realtà, molte occasioni di lavoro, con committenti anche fra Spezia e Massa divenuta, nel frattempo, terra estense. Nel giovane artista vibra però un forte sentimento risorgimentale che lo spinge a Torino (1847) ad arruolarsi nell' esercito sabaudo. Non vi riesce e ripiega come volontario nel battaglione di Luciano Manara. Il Regno Sardo è sconfitto ed Antonio, ormai trentenne, si rifugia a Lugano. Inizia così il lungo soggiorno in terra elvetica, a fianco di altri esuli. Si trasferisce poi a Ginevra, dove ottiene un grande successo. Rimane sulle sponde del Lemano fino al 1865, muovendosi

però anche per la Francia, con l' ovvia tappa a Parigi. Ma soprattutto nella regione lionese instaura un proficuo rapporto artistico ed amicale con i pittori del luogo. Non tralasciando il fervore patriottico che lo spinge nuovamente ad arruolarsi nella 2a guerra d' indipendenza. Autentico giramondo, si spinge dapprima sino a Londra, ove dominano ancora i grandi paesaggisti come Turner e Constable. Lo scultore Carlo Marocchetti (quello del Caval d' Brons, per i torinesi) lo ospita nel suo studio. Grazie al Marchese Di Breme, Direttore dell' Accademia Albertina ottiene, dopo sfortunate esperienze in Toscana, la cattedra di Paesaggio. Ove però, morto prematuramente Di Breme, viene fortemente osteggiato dal suo successore, un ex militare dalla velleitaria vocazione artistica, persino dopo la sua morte. Per sottrarsi al nuovo Direttore e per la cospicua proposta economica, accetta di trasferirsi in Giappone, ove il Ministero d'Ingegneria intende aprire a Tokyo una Scuola d'Arte. L' artista, anche per la conoscenza dell'inglese e del francese, ottiene grande successo. Ma contrae purtroppo una forma di cirrosi epatica e dopo soli 2 anni sui tre previsti deve rientrare in Italia, nel 1878. Nel gretto e rancoroso ambiente torinese trova ancora ostacoli e solo l' intervento diretto del

Ministro Michele Coppino gli consente di riavere la sua cattedra. Morirà dopo che le sue condizioni fisiche l'avevano già costretto ad abbandonare l'insegnamento, in un modesto alloggio della stessa casa ove, ai piani inferiori, è ospitata ora la mostra, nel 1882.

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a storia non si ripete mai allo stesso modo: certo è che già quasi due secoli or sono i figli migliori della Penisola devono emigrare per ottenere il meritato successo. Roberto Curione

VISITATE PER NOI

ORA MORTA

Due nuove mostre al Museo Regionale di Scienze Naturali I volti di Gea e il fascino di Khouribga Il Museo Regionale di Scienze Naturali, con sede in Via Giolitti 36, a Torino, ospita due nuove interessanti mostre. La prima, intitolata “Geomorfo. I mille volti di Gaia” è stata inaugurata giovedì 7 febbraio e proseguirà sino al 7 aprile. Si tratta di una bella mostra fotografica che propone circa un centinaio di immagini dei luoghi più affascinanti del pianeta: ghiacciai, oceani, coste a picco sul mare, pinnacoli di roccia, grotte, sculture naturali, con l’intento di suscitare curiosità scientifiche nel visitatore. La mostra è curata da Vulcano Esplorazioni, un’associazione di divulgazione scientifica, con sede a Milano. La seconda mostra, intitolata “TorinoKhouribga Air”, propone le fotografie scattate dal giovane fotografo torinese Alberto Gubernati. Verrà inaugurata venerdì

8 febbraio alle ore 18,00 e sarà visitabile sino all’8 marzo. È una mostra dedicata alla città marocchina di Khouribga, da cui proviene la maggior parte degli immigrati che si possono incontrare a Porta Palazzo e nelle vie limitrofe. Questa città è al centro dell’attività di estrazione dei fosfati, ma offre poco lavoro ai locali, ragion per cui sono costretti ad emigrare. Gubernati ha visitato questa città e l’ha immortalata con cinquanta fotografie che mostrano le sue vie, le sue case, i suoi abitanti. La mostra è stata realizzata con il patrocinio della Città di Torino e del Consolato torinese del Regno del Marocco. Il costo del biglietto di ingresso è di 5,00 Euro, 3,00 Euro ridotti. L’orario di visita è dalle 10 alle 19, tutti i giorni ad esclusione del martedì. Per info: www.mrsntorino.it Fab. Legger

Suono di luce all'ora morta, ombelico di luna, cancella la scintilla che ci unì a questa vita breve.

Sete e silenzio e paura d'amare, desiderata sempre all'ora morta che più non sveli il gemito nel buio. Nevio Nigro


Anno 9° , n° 2

A cura di Danilo Tacchino

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Due Artisti al Mese “Essere Artisti di Arte Città Amica significa essere uniti nella produzione artistica e nelle emozioni che essa offre, per determinare un messaggio creativo nel segno di una qualità mirata a far conoscere e conoscersi”

Daniela Baldo Nata a Susa (To) nel 1955, vive e lavora a Bussoleno, dove ha lo studio in via Fontan 51. Diplomata presso il II° Liceo artistico di Torino, è stata allieva di Mauro Chessa, Enzo Sciavolino, Paola Pitzianti, Mirella Bandini, che hanno contribuito a formare la sua personalità artistica. Proseguendo la ricerca attraverso esperienze pittoriche personali ha iniziato a presentarsi al pubblico con la prima mostra nel 1980, proseguendo fino ad oggi in maniera seria e costante senza tuttavia trascurare la sua vita familiare. Dal 1996, oltre che alla sua pittura, si dedica alla conduzione di un centro associativo in Bussoleno: il Centro Promozione Belle Arti "Arte e Arti", all'interno del quale si occupa dell'organizzazione di mostre, rassegne e concorsi tesi alla diffusione di nuovi talenti e all'insegnamento in corsi di pittura e disegno. Una sua opinione: "La pittura mi appassiona da sempre e attraverso una sperimentazione graduale, avviata con il figurativo, sono riuscita ad innescare in me un processo liberatorio che mi ha condotto all'informale ed ora riesco a vedere la tela come la pagina di un diario su cui annotare le mie più intime sensazioni."

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rtista di grande equilibrio interiore, i quadri di Daniela Baldo riflettono situazioni emblematiche che risalgono a lontane suggestioni naturalistiche; in ogni caso esse sono il prodotto di una manualità di grande mestiere, con un preciso senso dell’intingolo materico e cromatico. I mezzi che mette in opera per portare alla ribalta i suoi sentimenti etici e le sue qualità estetiche sono soprattutto pennello e spatola, ma spesso ama anche operare con una tecnica mista dove il colore si impasta a garze applicate alle tela, che danno spessore alle superfici, scandendole con una serie di graffiature e di incisioni. Per la scelta dei colori, si lascia guidare dall’istinto: quando sente la necessità di esprimersi con toni caldi, vi si attiene con costanza per alcuni mesi. Salvo poi riprendere un ciclo più freddo, nel quale la passione è più tiepida e trattenuta, anche se ormai da tempo evita i colori cupi e preferisce agire con tinte chiare e solari. Per Daniela Baldo la materia pittorica ha corpo e anima. Il suo colore trasmette le stesse vibrazioni che vi immette quando lo estende con energia sulla tela. Le sue composizioni nascono dalle sovrapposizioni di diverse stesure, e non si ripetono mai in moduli fissi. Ogni passaggio di colore parla quindi in modo differente e autonomo alla sensibilità dell’osservatore, mettendo in luce i momenti di sospensione e di energia che si

avvicendano nei tempi creativi di ogni sua opera. Da "Lo Spirito della Materia " - ediz. Mondadori Paolo Levi - 2007

***

Michele De Stefano nato a Spinazzola (Bari) nel 1945, risiede a Torino. Ha frequentato la Libera Accademia di Torino diretta dal Prof. Giacomo Soffiantino. Per diversi anni ha frequentato lo studio del Prof. Sergio Albano. Ha iniziato l'attività pittorica nel 1971. E' presente alla Mostra Sociale della "Promotrice delle Belle Arti" di Torino dal 1985. E' socio del "Piemonte Artistico e Culturale".

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a almeno un decennio la pittura di Michele De Stefano si è assestata su un livello stabile e coerente con la sua personalità, che è più complessa di quanto all'apparenza potrebbe sembrare. Oggi, a cinquantacinque anni, nella piena maturità del suo fervido operare, De Stefano vorrebbe cominciare a tirare le somme: si pone delle domande cui non riesce a dare risposte. Nasce in lui quel giustificato risentimento che un artista autentico ed entusiasta sente quando una parte del mondo sembra ignorarlo. Non certo quella dei collezionisti, di chi rimane conquistato, vorrei dire "folgorato", dai suoi colori smaglianti, disposti secondo l'aurea legge dei complementari, ma da un certo "milieu" cittadino che non si può neppure definire di critici d'arte (che più non esistono) ne di galleristi (che più non esistono). Michele, nella sua ingenuità, crede che esistano ancora, e perciò ha questa sensazione di essere stato trascurato per misteriosi motivi. Facciamogli capire che questo risentimento, nel suo caso di pittore autentico e contro corrente, è immotivato e inutile, perché nello snobismo e mercantilismo imperante, unito a una totale incapacità delle strutture al potere

di sentire la pittura, non ci si potrebbe aspettare nulla di diverso. Inoltre, anche l'arte, come tutto oggi, è gestita in modo mafioso: bisogna far parte di un gruppo, di una cordata. De Stefano si arrampica in parete da solo, spinto dall'entusiasmo della bellezza della natura e di come essa possa esser tradotta con i pennelli e i colori. Egli dovrebbe essere grato a Dio per la gioia che gli procura questo lavoro affrontato con tanto amore e per i risultati che tanta soddisfazione gli danno, e non solo a lui. […] Non si deve assolutamente pensare a De Stefano come ad un "copista": il suo primo riferimento sono i luoghi reali, in particolare la campagna intorno a Fontanetto Po. Il suo rapporto primario è con la realtà naturale che lo ha colpito e ha fatto scattare in lui l'ispirazione. Il pittore Beppe Avvanziono, nel suo amore per Van Gogh, si spinge a dipingere nei campi che circondano Arles; De Stefano trova i suoi Van Gogh tra Crescentino e Bàlzola, nel parco del Valentino, ai Murazzi. Altri pittori si trovano filtrati nelle opere di Michele De Stefano: per esempio Utrillo, Vallotton, De Chirico, ma sempre in maniera inconscia perché questo pittore non ha nulla di intellettuale, predisposto, voluto. Egli punta al colore, a come farlo risaltare al massimo, accostando il giallo al violetto, il blu all'arancione, il rosso al verde. Perciò il primo impatto con i suoi dipinti è di autentica meraviglia, specialmente se visti accostati gli uni agli altri: una vera festa per gli occhi. A parte la nuova lunga serie di risaie, grandi e piccole, tra i quadri che ho visto nel suo nuovo studio di via Santhià, mi hanno colpito in modo particolare la "Campagna toscana con quattro cipressi" e il "Po ai Murazzi di notte" , e mi auguro che li si possano ammirare anche in una futura mostra. Michele De Stefano: tra i pochissimi pittori torinesi i cui quadri mi piace tenere nel mio studio, guardarli e goderli, come ai vecchi tempi in cui esisteva la Pittura. E un grazie a De Stefano, per continuare a farla vivere. da uno scritto di Beppi Zancan del 2001


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Vediamo cosa proponiamo, in questo bimestre, agli amici che ci faranno il piacere di venire a trovarci Iniziamo subito, il 1° marzo, con una bella mostra che vede come protagonisti

FABRIZIO BRAZZALE, CARLO COZZI E ANGELA G. FARRELLA La mostra che, come scritto sopra, sarà inaugurata il 1° marzo, come al solito, alle ore 18,00, sarà fruibile fino al 10 dello stesso mese.

Tommasino e la luna

La luna si è fatta vicina è scesa è qui nel giardino galleggia riflessa in piscina

L

a prossima esposizione è fissata per il 26 aprile e si concluderà il 5 maggio.

si dondola come una palla

Si tratta della personale di

mi tuffo per prenderla in braccio

KATIA ANASTASSIOU

la stringo è tra le mie gambe mi sfugge la inseguo e svanisce

***

E

riappare distante e sorride

veniamo all’attività letteraria

Iniziamo il 7 marzo, alle ore 21.00, con la conferenza di Massimo

Centini

d’intorno il concerto dei grilli

FACCIA D’ANGELO E FACCIA DA GALERA

la luna mi è entrata negli occhi

(Il ruolo della fisiognomica nell’Arte)

si affaccia tra palpebre e ciglia compagna di gioco nel sonno

Sempre Massimo Centini sarà con noi il 4 aprile e, sempre, alle 21,00, con la conferenza,

VEDERE L’INVISIBILE

Antonio Bruni

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eniamo ora, agli appuntamenti con

Direttore: Danilo Tacchino.

Il primo appuntamento è il 14 marzo Il secondo è fissato per l’11 aprile Anche per gli incontri con i poeti di Ottovolante, l’orario fissato è per le 21,00. Ricordiamo che Ottovolante è a cura di Andrea Bolfi e Mario Parodi

T u t t e l e m o s t r e d i A r t e C i t t à a m i c a possono essere visitate nei seguenti orari: Da martedì al sabato: domenica: Lunedì:

ore 16.00 - 19.00 ore 10.00 - 12.00 chiuso

Impaginazione e grafica: Egidio Albanese

anno IX, n° 2; marz.– apr. 2013

News marzo 2013 Arte Città Amica  

Giornale news di marzo 2013 dell'associazione Arte Città Amica

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