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Il GIORNALOTTO The DAYALOT Le JOURNALOT El HYORÑALOTO Ιλ ΓΙΟΡΝΑΛΟΤΤΟ DIESLOTTUS Dedicato al Preside Giordano Liceo Volta _ Dicembre 2012 Anno 13° _ Numero 2_ € 0,00 in Italia (€ 500,99 all’estero) Facebook page: Il Giornalotto - giornalotto.volta@gmail.com

27/01 Faceva freddo, tanto freddo (no, non è un resoconto della giornata- po al Volta). E nevicava. Mi ero ves ta tan ssimo, ma il freddo penetrava nelle ossa e nello stomaco. La guida ci aspe ava all’ingresso della prima baracca. A raversammo quel cancello nero e greve che fiumi di uomini e donne in camicia di flanella a righe avevano varcato con occhi persi e cuore svuotato. Dopo un rapido sguardo alla famigerata scri a, che in quel momento tanto mi vergognavo di saper capire, entrammo nell’immenso spiazzo coperto di neve. L’estensione e la simmetria erano incredibili. Le baracche di legno si susseguivano l’una di fianco all’altra per metri e metri, tu e uguali, forse per dare agli occupan un senso di parità, proprio fra loro, i non pari, i diversi. Le torri appun te incombevano alle mie spalle, tetre. Temevo quasi, irrazionalmente, che, nel silenzio ova ato che regnava, si sarebbe presto sen to un cigolio e che l’immenso cancello si sarebbe chiuso dietro di me. Così non fu, almeno per me. Accompagna dal suono grave della voce fonda della guida, entrammo, quindi, nella prima baracca. I raccon già sen , le parole già de e, i suoni già immagina ripopolarono quelle camerate anguste e gelide dei fantasmi che le avevano abitate. Vedevo gli scheletri, gli occhi spen e dispera , le mani ar gliate protese verso un Dio forse dimen co di loro, le stelle gialle e i triangoli rossi. La voce della guida li aveva fa. tornare lì davan a me, anzi per me. Per farmi capire l’orrore e la paura, gli stessi che credevo di aver già compreso, ma che invece mi erano ancora totalmente sconosciu . Poi uscimmo e ci spostammo in una costruzione più grande. Scendemmo delle scale di legno incastrate fra due muri. Scivolammo so o un vecchio cartello riquadrato. “Gaskammern”. Tu. tacevano e lanciavano sguardi rapidi sopra le proprie teste, prima di accedere dalla piccola porta nella grande stanza. Ci fecero entrare tu., anche se stavamo stre.. La porta era molto spessa e l’unica apertura era cos tuita da una sorta di oblò di vetro al centro. Per guardare un’ul ma volta la terra ferma prima di immergersi e non tornare più in superficie. Delle docce di metallo sporgevano dal soffi o e un intrico di tubi stor si dipanava in

tu e le direzioni, come le radici degli alberi so o il selciato dei marciapiedi. Peccato che ques non trasportassero acqua e nutrimen al fusto. La voce della guida con nuava, ritmica e greve, a riempire lo spazio intorno a noi di figure e numeri, sopra u o di numeri. Le cifre di tu. quelli che avevano concluso la propria vita guardando quel groviglio di tubature sul muro. Oppure, peggio ancora, cogliendo di sfuggita una svas ca o una capigliatura perfe amente curata al di là dell’oblò e il ghigno soddisfa o stampato sopra, di chi ha fa o bene il suo lavoro. Uscimmo, risalendo le scale e ci dirigemmo nel complesso a fianco. Lì, alla fine di un’altra rampa di stre. scalini, deforma al centro da tu e le scarpe con la suola di metallo che, impoten , l’avevano scesa, ci aspe avano due forni crematori. Dietro agli sportelli anneri mi sembrava di vedere le facce distru e e scheletriche di chi lì aveva de o addio al proprio corpo. Sen vo risuonare le risate di scherno o gli ordini in tedesco degli ufficiali. Rabbrividii e cercai di stringermi più forte nel cappo o. Ma quello, certo, non era un freddo da comba ere con il calore della lana. Due di noi intonarono un canto in ebraico e infransero, come in un’esplosione, il silenzio teso che fino ad ora aveva regnato. Le loro voci si insinuarono in ogni angolo, dentro ai due immensi forni, dentro al mio pe o. In quella can na, probabilmente, era la prima volta che risuonava qualcosa del genere. Nella semioscurità vidi guance rigate di lacrime e sen i che anche coloro che non cantavano vibravano per l’emozione. Eravamo tu. lì, insieme, per loro. Per fare memoria, ma non era il 27/01. Poi da due ragazze alle mie spalle si levò una risata, imbarazzante e oscena, che squarciò le voci limpide che cantavano e l’aria densa di pensieri cupi e orrore.

Il Direttore

Agnese Anzani 4F

NON DEVO MANDARE PIÙ L’EDITORIALE IN RITARDO, NON DEVO MANDARE PIÙ L’EDITORIALE IN RITARDO, NON DEVO MANDARE PIÙ L’EDITORIALE IN RITARDO, NON DEVO MANDARE PIÙ L’EDITORIALE IN RITARDO, NON DEVO MANDARE PIÙ L’EDITORIALE IN RITARDO


E.N.P (ente-non-profit): Vidas Nel mondo ci sono oltre 30.000 enti beneficiari, ma oggi voglio scrivere e parlare solo di 1: Vidas. Vidas è un ente non profit fondato nel 1982 dalla signora Giovanna Cavazzoni. La sede principale e lo hospice sono qui a Milano, ma l’associazione opera anche in 104 comuni della provincia. Essa ha un equipe di medici, infermieri, psicologi, fisioterapisti, assistenti sociali, operatori per l'igiene personale esperti in Cure Palliative e in Terapia del Dolore, tutti retribuiti dall'Associazione. I 1600 pazienti curati ogni anno costituiscono oggi la più ampia capacità assistenziale in Europa fra i servizi similari. Ad essi si affiancano i volontari dopo aver superato una attenta selezione e aver partecipato a un corso di formazione. Oggi intervisterò il Dottor Luigi Rebosio, psicologo che ha gentilmente offerto il suo tempo per questa intervista -Da quanto tempo è qui, come è entrato e perché ? Io sono qui a Vidas da 18 anni circa. Come sono entrato qua? Io ho sempre lavorato in psichiatria, praticamente fino a qualche anno fa quando sono andato in pensione e ho sempre avuto, sostanzialmente, queste due passioni: la malattia mentale, i “matti” usando un termine un po’ brutale, e fin da piccolo avevo questa passione sul concetto di morte. E niente. Avevo una collega in psichiatria, che sapeva di questa mia passione perché ho studiato tanto il processo a morire degli psicotici, dei grandi depressi e queste cose qui in manicomio perché io ho lavorato moltissimi anni in manicomio, e allora mi aveva fatto sapere che c’era un posto da psicologo qui a Vidas e, vista la mia passione per i morenti, mi ha chiesto se volessi andare a prestare delle ore e la cosa mi ha interessato molto, ho mandato il curriculum, ho tenuto un colloquio e sono stato preso. Il problema del perché dei morenti è che mi sono sempre posto questa domanda sin da piccolo e poi, avendo studiato il processo a morire degli psicotici, ho deciso di affrontare anche il processo a morire nelle persone normali. - Ok. Tornando su quello che Vidas fa, ovvero sostegno completo e gratuito ai malati terminali, lei come psicologo, all’interno di questo sostegno, che ruolo ricopre?

Devo dire che questo tipo di lavoro è molto cambiato nell’arco dei tempi per un motivo molto semplice: se prima avevamo delle assistenze che duravano molto tempo, magari 6-8 mesi, da un po’ di tempo in qua le assistenze in tempo si sono ridotte moltissimo, fai conto che la media minima di tempo con pazienti visti a casa è circa di 30 giorni, mentre per i pazienti del hospice è sugli 11 giorni. Infatti quando c’era molto tempo tu potevi condurre proprio il paziente in tutto questo percorso: cogliere i suoi dubbi, le sue paure, le sue speranze, le sue delusioni e cose del genere e in modo particolare anche per quanto concerne la famiglia. Infatti il processo a morire non va a toccare solo il soggetto, ma anche tutta la famiglia. Comunque in 30 giorni lo psicologo non viene attivato subito, ma dopo una settimana e inoltre l’ultima settimana è il periodo dove il paziente è meno afferrabile a causa della malattia, delle medicine e ecc. quindi il tempo di lavoro dello psicologo è meno di 2 settimane. Infatti a differenza del passato oggi si lavora di più sulla relazione tra il paziente e i suoi familiari con lo scopo di creare un clima familiare più tranquillo. Questo è il lavoro. -Negli incontri con i parenti di solito cosa si fa? Di solito nei casi di parenti di malati terminali che hanno bisogno della figura dello psicologo (che sono meno del 20%) si ha la situazione che i parenti vogliano che il malato viva più a lungo, anche se in realtà non si può. E quindi all’interno della famiglia si creano dei problemi di conflitto. Il concetto è complicato e io lo chiamo “teoria del pendolo”: succede a un malato terminale e anche ai suoi parenti e in pratica consiste nella creazione di 2 universi paralleli nella psiche del paziente e dei suoi familiari da parte dal paziente stesso o dai familiari stessi. I 2 universi sono l’universo della realtà( che è appunto la realtà e quindi la consapevolezza della morte in arrivo) e l’universo illusorio. Quest’ultima è un’area dove il creatore di questa è in balia della propria falsa credenza che per il familiare (o se stesso nel caso in cui fosse il malato stesso a crearla) ci sia ancora possibilità di salvezza. Se il morente e i familiari si trovano nella stessa area, la situazione è priva di conflitti. Il discorso è diverso però se alcuni membri stanno in un’area e altri in un’altra e infatti è


proprio da questo che nascono i conflitti. A questo punto se in una famiglia ci sono conflitti di questo tipo, allora viene mandato uno psicologo a cercare di attenuare la situazione pre-morte per il malato. -Invece con i pazienti come agisce? Allora, anche qui tutto dipende dalla quantità di tempo a disposizione. Non sempre ci azzecchiamo riguardo alla stima sul tempo ancora rimastogli. Comunque non esiste un lavoro standard, ma tutto dipende dal soggetto, dal suo bisogno. Il problema che trovo in tutti i pazienti, religiosi e non, è la loro paura di essere dimenticati. È l’elemento centrale. Per il morente quello che è fondamentale è che una volta scomparso lui possa continuare a vivere nella testa delle persone a lui care. Uno dei temi di discorso è questo mentre un altro tema è il mettersi tranquillo e cercare di sistemare le problematiche aperte risolvendole. Tutto questo accompagnato da certi momenti in cui il paziente è consapevole che sta morendo e in certi momenti dove ha tutta una sua area di speranza. Appunto, come ho detto prima, questa è quella che io definisco “teoria del pendolo”; ovvero continuano a oscillare da un’area all’altra. Perché restare sul pezzo e continuare a pensare che tu stia per morire per la psiche è veramente molto difficile da accettare. Questo però fino agli ultimi giorni.

così chiamata “teoria del pendolo” l’area illusoria è il linguaggio della mente. Con il pensiero puoi fare quello che vuoi e quindi puoi anche credere di potercela fare, il che va contro l’area reale che è il linguaggio del corpo ( il dolore, la stanchezza e ecc.). Quindi l’area illusoria è tutta una costruzione falsa della mente del paziente per farlo tornare in una fase di onnipotenza. Sintetizzando l’area illusoria è una presa per i fondelli che serve a livello emotivo, mentre l’area di realtà è la consapevolezza malinconica e depressiva della realtà . Quindi, sul piano terapeutico, per ritornare sul tema della domanda, il processo terapeutico è un processo di accompagnamento. Il sostegno, che lo psicologo offre, è un accompagnamento alla morte. Se il paziente è sul dato di realtà, si accompagna sul dato di realtà, non banalizzandolo. Se il paziente è sull’area illusoria, si accompagna sull’area illusoria, anche se è più complesso perché, se il paziente è su un’area illusoria, gli si deve rispondere in modo da non crearne un’altra e anche in modo da non distruggere quella preesistente. La stessa cosa per quanto riguarda i parenti. Questo è il sostegno che lo psicologo, e la stessa Vidas in generale, offre ai malati: l’accompagnamento. E’ questa la parola chiave. Dimmi dove vuoi andare (lo sappiamo), ma come vuoi andare là e io ti starò accanto. Questo è il pensiero.

- Questo riguardo ai pazienti. Non ci sarà molta differenza con i parenti?

- Ok. Invece dopo la separazione tra il malato e i parenti di questo, dato che la teoria del pendolo vale anche per i parenti che succede dopo?

E’ uguale. La cosiddetta “teoria del pendolo” vale anche per i parenti, nel senso che anche loro un giorno dicono che lo sanno, che non c’è nulla da fare eppure il giorno dopo si sentono più speranzosi, il che è determinato dalla presenza o no di sintomi molto valenti ossia: quando il corpo tace (nel senso che tu sei morente ma non senti dolori fisici) allora si apre la finestra della speranza. Quando invece il corpo comincia a parlare (nel senso che il paziente avverte dolore) si ritorna alla finestra della realtà. Tutto questo discorso vale sia per il paziente che per i parenti.

Allora, questa è una domanda più incentrata sull’elaborazione del lutto, cosa che anche Vidas fa. Nel caso in cui, prima della morte del loro caro, fossero nel dato della realtà, soffrono, ma essendo preparati poiché se lo aspettavano, il dolore è minore. Nel caso opposto, ovvero in cui il parente in precedenza fosse nell’area illusoria, il dolore è molto più forte e talvolta si cerca di trasformare il disorientamento dando la colpa a qualcosa o qualcuno. In pratica il disorientamento si trasforma in rabbia .Sebbene tutto però dipende molto anche dal soggetto.

-A questo punto cosa si deve fare? Mantenere una speranza effimera o una realtà deprimente e asfissiante?

Questa è stata l’intervista fra me e il dottor Luigi Rebosio, psicologo militante a Vidas, azienda che ogni giorno sostiene malati terminali e i loro familiari.

Questo è interessante. Cosa si deve fare? Mantenere la speranza oppure restare sul fronte della realtà? Mantenere una finta speranza è come reggere il gioco a una grande bugia. Ritornando alla

Roberto Mazza 2D


Ciò che è veramente l’uomo Le grandi certezze del dopoguerra, certezze politiche, economiche, sociali, sono crollate ormai da cinque anni; in sostituzione di queste ho sentito i peggiori improperi a un qualsivoglia comune buonsenso. Ciò che ho trovato più assurdo è stato il gettarsi di fin troppe persone in argomenti complessi come questi senza una “bussola” per orientarsi in tale oceano. Prima di muovere un solo piede in questa giungla che chiamiamo Mondo, bisogna definire un concetto fondamentale, senza il quale non si può parlare di politica, né di altro che concerne l’uomo: il concetto stesso di uomo. E allora occorre ritornare indietro col tempo, fino al principio di tutto, quando l’universo fece il suo primo movimento. Poco importa cosa vi fosse prima, perché non può essere chiamato universo, né ciò che vi scorreva era tempo, né lo spazio esisteva. Da questo primo movimento si può dire sia nato un principio ordinatore, che ha incanalato il divenire della materia appena formatasi entro un sentiero ben preciso; ma dove porta questo sentiero? Si può facilmente constatare che porta all’evoluzione della materia: questa si aggrega in forme sempre più complesse, che a loro volta si aggregano, migliorano, tendono al perfetto. Ovviamente, essendo pura finalità, possiede un traguardo, non lontano da quello che intuì Aristotele, ovvero un motore immobile; immobile perché il movimento è mutamento e miglioramento, ma questo è perfetto e non muta; motore perché “attrae” verso la sua perfezione ogni altro ente. Questo forza intrinseca si è manifestata fino ad ora in tre forme: tramite le leggi fisiche, le leggi della psiche e la volontà. Tali manifestazioni possono essere considerate come le delimitazioni della metaforica strada percorsa dal destino, che indirizzano il cammino verso il traguardo infinito. Le leggi fisiche sono proprie dello stadio più semplice, ove ogni particella vede guidate da queste ogni relazione con la totalità delle cose. Bisogna considerare questa prima fase come un sentiero molto ampio e pieno di deviazioni; l’evoluzione qui è lenta e subisce inciampi, ma non è un’evoluzione casuale, perché tutto tende alla perfezione ed alla complessità, anche ciò che non è dotato di intelligenza alcuna. Pian piano si giunge comunque allo stadio dell’essere

vivente, guidato dalle leggi della psiche, che si vanno ad aggiungere alle altre leggi, rendendo il sentiero più preciso, meglio delimitato. All’inizio vi è solo il DNA come centro della psiche, che a sua volta si manifesta nell’istinto. Si formano così leggi proprie del vivente come riprodursi o sopravvivere. Presto dal DNA scaturiscono nuove forme di psiche, che tuttavia si limitano a funzioni di appoggio all’istinto, degli apparati di supporto. Si passa alla terza manifestazione quando l’individuo vivente comprende l’esistenza di se stesso e la sussistenza in quanto individuo, a sé stante rispetto alla totalità delle cose. Da qui nasce la volontà, che non è altro che l’intendimento di sé in quanto ente che possiede uno scopo preciso, ed ormai si vuole emancipare da ogni precedente legge per decidere il proprio cammino punto per punto. Non solo, è anche intendimento di sé come qualcosa di diverso e di distaccato dal resto del creato. Si giunge all’apice con l’uomo, la cui forza risiede nell’essere animale sociale; infatti, inizialmente individualista, l’essere umano è spinto ad avvicinarsi agli altri. All’inizio è un semplice istinto sessuale di riproduzione, ma poi questo amore che lo guida diventa via via sempre più complesso e si diversifica in varie forme (si pensi all’amicizia, per esempio). Nelle relazioni studia l’altro per capire se stesso, se stesso per capire l’altro; inoltre, per la prima volta, studia il mezzo per pervenire al fine (si pensi all’utilizzo di utensili): crea il concetto di bene materiale, connesso a quello di proprietà, si evolve attraverso la propria intelligenza ed i propri utensili e se ne serve per cancellare dalla faccia della terra ogni predatore che si oppone alla sua scalata al potere; il vecchio soccombe, rimangono solo le specie che possono convivere con l’uomo. Imparando a vivere di comune accordo con i rimanenti, ha compreso di far parte di una specie, e poi di far parte dell’insieme dei viventi, e poi di far parte dell’universo. Si trova però presto di fronte ad un ostacolo: non vi sono mezzi per il sostentamento di ognuno. Viene così a spezzarsi il pur robusto equilibrio d’amore tra i viventi e l’uomo è costretto ad operare delle scelte tra chi far vivere e chi eliminare; crea perciò una scala d’importanza che preservi prima di tutto l’essere più evoluto, e via


via tralasci quelli meno evoluti: il figlio è colui che è più importante, seguito da se stessi, quindi propria razza, specie e così via. Rimane una ferita nell’uomo: la volontà tende al progetto precedente, ma l’istinto di sopravvivenza spinge verso la direzione opposta. Questo conflitto istinto-volontà è talmente antico nell’uomo, che è ormai dimentico di questa rottura. Pur si avanza, e per farlo vengono istituite nuove società e nuove leggi, questa volta atte a limitare l’uomo e regolarlo nel contrasto che si è creato con gli altri nella lotta per l’accaparramento dei beni. Questi ultimi hanno modo di progredire grazie alla competizione e al tentativo di concilio tra istinto-volontà; il pegno che si paga per un tale premio è un continuo logorarsi dei rapporti tra le persone, poiché si temono a vicenda. Facciamo un balzo al giorno d’oggi: i beni materiali hanno raggiunto tale mole che sono tecnicamente accessibili a tutti, hanno creato una rete globalizzante che possiede il potenziale per unire il Mondo in un unico grande progetto; l’individualismo tuttavia è estremo, ognuno è predatore e preda dell’altro, tutti dispersi senza meta in una giungla, con l’unico desiderio di sopravvivere. La mancanza di uno scopo al di fuori della sopravvivenza, l’inesistenza di qualcosa in cui riporre la propria vita e sacrificarla, sancisce l’infelicità universale. A chi non è capitato una volta di coricarsi, la sera, e sentire una noia opprimente, una vuotezza nella vita? Magari accade ogni giorno, per molti è così. Ciò che la rende piena è un fine a cui si è votata la propria esistenza, qualcosa per cui vale la pena morire. Fin troppo tempo è passato, e l’uomo, nella speranza di creare una grande società, un leviatano, ha creato un mostro che lo rende succube delle nuove leggi. Egli, affidatosi all’istinto, riconosce solo la sopravvivenza come suo fine, nulla di più. Il processo è saturo e la società “di competizione” ha raggiunto il suo scopo (l’avanzamento tecnologico), ma ancora non si può liberare, perché deve prima spezzare le catene che nel frattempo si sono formate. Per farlo l’uomo dovrà operare una vera e propria rinascita, percorrendo un viaggio a ritroso, l’opposto di quello che ho appena descritto. Il viaggio sarà il medesimo di Dante nella sua Commedia: questi rappresenta inizialmente il prototipo dell’uomo comune, che nel mezzo del cammin della sua vita decide di indagare se stesso; per farlo, ricorre a Virgilio-ragione. Man mano che discende l’Inferno questi comprende ciò che

lo compone: lussuria, violenza, avarizia, tradimento etc., che non sono altro che l’istinto di sopravvivenza portato all’estremo del suo individualismo. Nella scalata del purgatorio egli si spoglia di tutto: il proprio corpo, le proprie emozioni, il proprio istinto, la propria realtà, quella in cui vive. Fatto ciò, rimane l’essenziale, ciò che è l’uomo e ciò che senza non ci farebbe uomini: la volontà. Nel paradiso egli giunge per gradi alla sua individuazione, man mano che vi si avvicina trova la felicità e, una volta arrivato, gli è permesso scorgere ciò che è l’essenza del Mondo, ciò che lo muove, ciò a cui questo tende. Egli ci lascia immaginare cosa succeda quando ritorna tra gli uomini: rinascendo, riprende a sé tutto ciò che aveva perso, ma se ne fa padrone e non servo, piegando a piacimento ogni legge. Perché Dante una volta morto si ritroverà nel purgatorio? Due motivi:1) perché l’inizio del purgatorio è lo stadio attuale dell’umanità 2) Perché l’uomo non è propriamente Dio, ma ciò a cui tende attraverso una vita fatta di cammino, e il tendervi è il purgatorio più che il paradiso; perché egli non è altro che volontà, esplicitazione del principio ordinatore, semplice forma e nient’altro, forma che si è impossessata della materia per giungere al suo fine. Nel mmento in cui ci si comprende in quanto tali è inevitabile che si comprenda ogni altra volontà come sorella, compagna e quindi come fonte di inestimabile ricchezza. La simbiosi è l’inevitabile nuovo processo evolutivo, che supera quello darwiniano. Tutto deve essere sottomesso a questo progetto, il superamento di questa società e la formazione di una che si basi sulla coesistenza. E così, giunti alla fine di questa rinascita, il prossimo passo è studiare la propria società, vedere come essa procede e muoverla in là, opponendosi con tutte le forze a chi pretende di conservarla così com’è. Ormai viviamo in un mondo vecchio, che non riesce più a far fronte al suo stesso sviluppo, tanto che la crisi odierna è di sovrapproduzione, e il progresso tecnologico è sinonimo prima di tutto di progresso bellico; non si è nemmeno più in grado di trarre vantaggio da ciò che è più utile, tutto si ritorce contro, mentre i paradossi sociali si moltiplicano a ritmo incessante. Questa è la conclusione a cui si giunge vedendo il Mondo con gli occhi di chi conosce l’uomo: egli riconosce ciò che questa società è, ovvero, un’utopia avveratasi.

ALESSANDRO D’ALLIO 5E


Una scena normale Il pomeriggio di Capodanno stavo andando in treno da Torino a Ivrea. Sono salito sul vagone e con il mio libro mi sono accoccolato sul sedile cercando di leggere. Davanti a me si siede un ragazzo sulla ventina ubriaco marcio. Lui sta malissimo: si contorce sul sedile, allunga le gambe sul tavolinetto comune, continua a cercare una posizione comoda che sembra non trovare mai, borbotta frasi sconnesse, chiude gli occhi cercando un sonno che non arriva. Vicino a me si siede una ragazza: ha la stessa età del tizio davanti a me e all'inizio sembra non conoscerlo. Poi dalla conversazione che la mia vicina fa con amici saliti sullo stesso treno capisco che lei è la ragazza del tizio ubriaco. Lei si chiama Anna e lui si chiama Marco. Gli amici sono tutti andati a vedere Marco nel suo penoso stato e Anna dice, quasi a giustificare Marco, affondato nel suo sedile: “Ha bevuto un po' troppo...” Dal suo tono traspare rassegnazione e amarezza, come se fosse una situazione già vissuta, emerge una cupa accettazione, come se quella fosse una cosa normale, una cosa che fa parte della vita di coppia. Gli amici ritornano al loro posto e Anna, tutta premura e affetto, cerca di parlare a Marco: “Hai visto che abbiamo preso in tempo il treno? Vero che ci siamo divertiti questa sera? Dai... coraggio tra un po' sei a casa e ti potrai riposare...” Marco le risponde a grugniti, la ignora e le dice con voce impastata: “Lasciami stare”. Lei tenta ancora di parlargli; dopo un po' si chiude in un cupo silenzio. Lui intanto continua a scalciare e dimenarsi sul sedile e ogni tanto mormora parole sconnesse. Devo ammettere che la situazione mi ha colpito: sembrava che i due fossero all'interno di una scena recitata mille volte. Lui e lei vanno la sera con

amici a Torino. Dopo una serata divertente, lui è ubriaco e lei, completamente sobria, si occupa del fidanzato, lo accudisce amorevolmente, lo conforta, lo guida a casa. Anna in quel momento è succube dei bisogni di Marco. E questo la faceva soffrire, glielo si leggeva nella faccia triste, negli occhi spenti. Marco in quel momento considerava l'affetto e l'aiuto di Anna come qualcosa di naturale, come un gesto doveroso che lei doveva fare a lui. Era così ovvio che lei aiutasse lui che Marco non si degnava neanche di ringraziare per le numerosissime premure che lei gli rivolgeva. Entrambi erano immersi nel comune gioco di ruolo che c'è troppo spesso tra uomo e donna, tra marito e moglie, tra fidanzato e fidanzata. L'uomo fa i propri comodi e la donna si occupa del marito senza ricevere niente in cambio per ciò che gli è dovuto. Ma perché lei non si allontana da lui, che le dà tante sofferenze? Perché Marco non si rende conto della situazione e non prova a rendere più felice la donna che in fondo ama? Perché sono entrambi vittima di stereotipi di pensiero, ragionamenti fissi da cui è difficile emanciparsi. Atteggiamenti, parole, abitudini, tradizioni, sono tutti elementi che si passano tra generazioni che stabiliscono le posizioni di uomini e donne nella società, nella famiglia, nella convivenza quotidiana. In questo paradigma le donne come Anna sono giudicate diversamente rispetto all'uomo, sono relegate a una posizione di subordinazione rispetto all'uomo, sono portate a prendersi cura del marito, della casa e della famiglia perché questo è ciò che è dovuto, ciò che ci si aspetta da loro. Lì in quel treno del pomeriggio di Capodanno, nascosto nel mio libro, pensavo: “E' ora di cambiare questo paradigma”.

Stefano Schmidt IV G 1 BILLION RISING Una donna su tre subisce nel corso della propria vita un maltrattamento fisico o psicologico. Il 90% di queste non denuncia le violenze subite alle autorità. Nel 96% dei casi gli abusi sono compiuti da parte di familiari stretti o addirittura partner. Di fronte ai dati sconcertanti sulla violenza sulle donne è sorto un movimento su scala mondiale che risponde con un'iniziativa di sensibilizzazione di massa innovativa. Si chiama 1 BILLION RISING: con una mobilitazione sulla rete organizza per il 14 febbraio un evento in cui le donne e i loro amici si ritrovano per ballare, protestare e per far sentire la propria voce contro un problema mondiale. “Dance, strike and Rise”: questo lo slogan dell'iniziativa denominata V-day. L'obiettivo è coinvolgere nella stessa giornata un miliardo di donne e uomini in tutto il mondo.

A Milano l'evento si svolge dalle 19,30 alle 20,30 in Piazza Duca d'Aosta (staz. Centrale). Per approfondire visita: onebillionrising.org e senonoraquando.eu


INUTILITY OF THE MONETS OF 1 E 2 CENTS: A SAD REALITY OR A FALSE MYTHO? Research in cure of the A.R.D.Vo. – Anarchic research department of Volta. Relator: Daniele Florean – Voicebringer of the A.R.D.Vo.

ABSTRACT – our research focuses on the scares utility of the little mo-

nets of 1 e 2 centeseems de Euro, and is conducted second a very scientific and rigorous method per not to be de-streeted (“Sviati”, ndr) from personal prejudices. The sorprendent results of this work will open wide the ejes of the scectics, presenting a brand new way of exit from the big economical large-butter we are going inside veryu fast.

INTRODUCTION – seen and considerated the storic-economic conjuncture that our economic and commercial productive system is traversing, and seen the always increasing demand of Seriety-Sobriety-Austerity and the necessity of economical actions which can restart our economy (Mountains, 2011) our research department focused its attentions on the monetins of 1 e 2 cents and the use commonly made of it. We were very dubious about them.

MATERIAL AND METHODS – following

the method used in every sociological, anthropological or economical research degn of this name we abstracted ourselves from ourselves in a sort of positive non-marxist alienation, like in the “Persian Letters” of the French filosof il cui name I can’t record now. In somm, we left our prejudices behind and took a positive attitude to the thing, applying ourselves in the famous FPS (First Person Scoionament) Method (manna, 2008). The researches have been made in a lot of different places, but principalment we dedicated us to the research in the scholastic population (Principally for commodity reasons). We appostated ourselves like Vietcong cecchins near the food and coffee macchinetts, near the cases of many

shops and in some public cessees. A lot of coffees and Taralli has been consumed during the researches.

RESULTS A) the monetins in question find their

utility in a very restricted range of economical and collateral activities, that we elenc here down: A.1) They find their origin as rest for acquists made which price is in the form “K,90 + X” €, where K is a Natural number and X variates from 0,06 to 0,09 cents. This price form is very used to turlipinate young allocks that tend to arrotond a price per difett. A.2) used as mancia for the old ladies that keep cleaned the publics cessees like in Autogrills (Autogrill, 2010). A.3) Causing smadonnaments in the students that can’t use them in the macchinets but remind of this tropp late as they are yet in the code (Like descripted previously in Averia, 2012) A.4) used as Zavorr in paper planes and Boats A.5) used as throwing weapons to destroy morally politics who are exiting corruption processes (Crassi, 1992) like in the times of “Cleaned hands” A.6) used for paying underground concerts with an ingress by free offert (Anarchos, 2010) B)from a strictly storic-economic point of view the monetins have a valor in old Lires of respectively


20 and 40 Lit. Analisis conducted in base of reemembrances of our ancestors quote the scars power of buying of these valors at the transition Old Lires – Euros, wich was per altr common between the valors inferior of 500 Lit (Nonno Bepi, 2012) and this evidence confirmed the substantial inutility of the moneteens

DISCUSSION

– the moneteens of 1 and 2 centees confirmed themselves as useless, reenforzing our old convinctions in proposit. Their desapparition and the substitution with the now existing monet of 5 cent will grant many advantages like: C.1 – resparmiation on the buying of metallic leagues for the forging of new moneteens: the 5 cent monet will be now made with the recycled 1 and 2 cents. This will cause a great resparmiation of public European money! C.2 – restriction of the prices considered in A.1 to the form “K,95 €” or more probabily to the form “K+1,00 €” (If we conosc our polls, the commerciants) with an increasing use of money and movement of it. And this can contribute to re-launch our disastred economy! C.3 – Increasing of the collateral introits of underground music groups and old cleaning ladies with the same conseguences of the point C.2 C.4 – reduction of the stress level in the population of liceal students, very meaningful. This can bring to a resparmiations of money spes in the public sanity! C.5 – reduction of the medium weight of the wallets with the reduction of micro fractures and postural er-

rors, with the same conseguences of the previous point (Bones, 2009)

CONCLUSION -

the abolition of the moneteens of 1 and 2 centeeseems is an auspicable economical and monetarian politic wich will grant praticament effortless a lot of benefits in economical field, the same effects that Europe is asking us to achieve with painful provvedeements that are more and more useless.

ACKNOWLEDGEMENTS – we are very very

VERY thankful to our heroes, Guides, Leading Lights and unvolontary Teachers, Diego Manna and the researchers of the Monon Behaviour Research Dept., and we invite our readers to buy their books (Anche only to discover what a CTF factor is. If you have no money, you make people prest it to you, viva l’A e po’ bon). Conseguently we are the same thankful to Nicolò, also know as the Triestin Faun, who introduced us to the triestin way of life and to the M.Bh. We also have to thank the lot of beer we drank the night we decided to divent researchers and found the ARDVo. Long live the Hollandia! And our granpas that racconted us a lot of old stories maybe not util but very very funny. And a special thank to that fine girl of probabilment 3rd class, tall, with curly not-so-long dark biond hair, blue eyes and a high (!) CTF factor, presumably friend of our comrade Taj. Sweetheart, you made sopportable the mattutine vision of a lot of ugly faces. We love you.

REFERENCES – in order of citation - M. Mountains, “What Europe and frau Merkel are asking us and why we can’t say them to go eat wurstels”, Rome, 2011 - Diego Manna, “Monon behavior – all the essays”, Trieste, various years - Autogrill, “rapport sui cessi autostradali e rendiconto relativo”, per uso interno, 2008 - Renzo Averia, “manuale del primino - macchinette”, giornalotto, 2011 - Crassi, “de la gentil arte di schivar monete”, Memorandum per il PSI, 1992, Milano - Anarchos (aa.VV.), “noi siamo i punkabbestia facciamo le rapine scippiamo le vecchiette rapiamo le bambine. Fuoco e Fiamme!”, Etilist edizioni, Muggia, 2010 - Nonno Bepi, “Alòre, ce volèisu savé? Memòriis del la fameé”, edizioni Ce Biej Tjimps, Sesto san giovanni, 2012 - T.Bones, “Osteopatie indotte nel primo mondo”, Aesklapios edizioni, Padova, 2009


Gli Alfieri Censori

film, web series e tutto ciò che muove la pellicola Uno spettro si aggira per l’Europa: l’egocentrismo cinemattografico! Abbasso quindi il re censore e via alla democrazia della critica. In questo slancio di spassionato amore per la condivisione la rubrica che ha conquistato i vostri cuori si trasforma, abbandonando la bieca autarchia anarchica, e dividendosi tra due autori. Due penne, due pensieri, due malati di cinema vi porteranno d’ora innanzi le recensioni dei film più attesi nelle sale, dei film che hanno fatto storia e (se vale la pena) di quello che passa sul web. I nomi sono Lorenzo Giacomel, 5 D, e Simone Paci, 5G. Giusto perchè sappiate chi andare a picchiare!

Django Unchained 7/10 3 anni dopo aver trivellato di colpi Hitler, nel piccolo palco di un cinema della Francia occupata, Tarantino si misura con uno dei suoi storici modelli cinematografici: lo spaghetti western. Siamo nell’America 1800esca; Django (la D è muta) è uno schiavo nero che, liberato da un cacciatore di taglie Tedesco ex-dentista (il fantastico Christoph Waltz), tenta di liberare sua moglie dalla piantagione del cattivissimo Mr Candie, non senza prima fare strage di banditi con il liberatore, ora compagno e maestro d’armi. Il film, come da aspettativa, è un cocktail di citazioni, epicità pop e tanto, tanto sangue (non tanto come Kill Bill, ma abbastanza). I pro: il tangibile amore dello spaghetti western, con il cameo di Franco Nero (grande Italiano dell’era dei cowboys, attore nel film “Django” del ‘66) e la canzone del finale, colonna sonora de “Lo Chiamavano Trinità” (non proprio uno spaghetti western quanto una sua parodia, indimenticabile, con Bud Spencer e Terence Hill); la grande interpretazione di Christoph Waltz, che dopo la performance, che gli valse l’oscar, in “Unglorious Bastards”, si conferma come grande interprete, forse tra i migliori degli ultimi anni. I contro: la prolissità delle quasi tre ore di film, causata soprattutto dalla scelta di unire nella sceneggiatura due macro-sequenze, la liberazione e “formazione” di Django e la liberazione della moglie; la mancanza di elementi veramente provocatori o veramente “esagerati”, nell’accezione Tarantiniana del termine (vedi Uma Truman che trucida 100 ninja nella stanza da tè di un ristorante Giapponese, vedi la morte dello stato maggiore Tedesco nel cinema che brucia). In conclusione, Django Unchained poteva essere qualcosa di più, pur rimanendo un piacevole intermezzo. Tarantino cavalca l’onda del successo, aspettando forse il tante volte annunciato, e altrettante smentito, ritorno della sposa. (Kill Bill: Vol. 3!!) - Frase Migliore: “I’m sorry, I couldn’t resist!” - ultima battuta, favolosamente pronunciata, di Christoph Waltz

Italy Love it or Leave it 10/10 Due ragazzi, l’altoatesino Gustav e il romano Luca, un ordine di sfratto e una importante decisione da prendere. Gli ingredienti di “Italy: Love it or Leave it” sono relativamente semplici ma il risultato è grandioso: un simpaticissimo docu-road-movie dai molti spunti riflessivi. Il motore della vicenda è quello di una piccola 500, a bordo della quale i due ragazzi visitano il Bel

Paese, cercando di capire se esista ancora speranza o meno per il futuro Italiano. Gustav infatti, all’arrivo dell’avviso di sfratto, dichiara di volersi trasferire a Berlino, lo stivale è una nave che affonda, meglio salvarsi prima di finire sott’acqua. Inutile dirlo, Luca, da buon romano, è troppo attaccato alla propria terra natale e chiede un’ultima chance per dimostrare che non tutto è perduto. Seguendo la ricerca dei due ragazzi, il film ci porta quindi in un viaggio a tappe per l’Italia, fermandosi nei luoghi icona, più o meno positivi, del paese. Il documentario è tanto interessante quanto, in molte parti ahimè, deprimente. La produzione indipendente non va ad inficiare il livello del film, anzi la naturalezza che ne deriva lo avvicina allo spettatore, che a tratti si sente quasi sul retro della macchinina. La colonna sonora è semplice ma azzeccatissima, di quelle che quando si spegne lo schermo continuano a ronzarti nella testa. Le animazioni che accompagnano il viaggio dei due protagonisti parlano di una cinematografia giovane e vivace, senza le forzature che i grandi registi a volte operano per avvicinarsi a realtà che non riescono mai a capire fino in fondo. Insomma sì, se non si è ancora capito il film mi è piaciuto moltissimo e l’ho rivisto due volte. E consiglio a tutti di fare altrettanto. Frasi Migliori: “In situazioni come queste io non credo si debba fuggire, io credo si abbia il dovere di rimanere sul posto e di non mollare mai. Perchè il vuoto che si lascia scappando, sarà inevitabilmente occupato da quelle stesse forze dalle quali scappiamo.” - Andrea Camilleri intervistatato da Gustav e Luca “È incredibile come a 500 metri dalla bruttezza possa esistere la bellezza più assoluta” “E ma l’Italia è così Gustav, se non ti concentri sulle cose belle non ne esci” - Luca e Gustav a Napoli

Hitchcock 7,5/10 Un nome, una garanzia. È lui, il maestro del brivido, il profilo più famoso d’Inghilterra: Alfred Hitchcock! Essere la biografia del più grande regista thriller Britannico però non è l’unica garanzia, ad interpretarlo vediamo infatti un ottimo Hopkins (“Il Silenzio degli Innocenti”) mentre a dirigerlo


un buon Gervasi (“The Terminal”). Il panciuto Hopkins interpreta il miglior Hitchcock, quello dell’inizio della seconda fase della sua carriera, quello dei capolavori, quello di “Psycho”. La trama si articola appunto attorno al making di Psycho, un film che all’epoca dell’uscita generò un enorme scandalo, per la crudezza di molte scene (che a noi adesso fanno appena sorridere) e al difficile rapporto con la moglie, Alma Reville (a questo proposito, vale il proverbio, “dietro ogni grande uomo...”). Il regista Britannico ci è presentato come ce l’aspettavamo, pungente nel sarcasmo, dittatoriale sul set, in bilico sul confine tra follia e genio. La sua figura diventa a tratti quasi Fellinesca, soprattutto nel rapporto con le prime attrici, se negli anni settanta in Italia c’erano le donne alla Fellini, in Inghilterra c’erano le “Hitchcock blondes”. Il regista punta molto sul lato umano del film, che però non riesce a staccarsi dal presupposto principale, l’essere una biografia di un grande, e quindi ad arrivare al livello successivo, essere un bel film. Se non amassi l’horror e quindi la figura di Hitchcock non avrei probabilmente dato 7 e mezzo, ma in fin dei conti, probabilmente non l’avrei neanche guardato e il bello di fare le recensione e che le stelle le dai tu! Viva l’autarchia! Nota: Il film in Italia uscirà solo il 7 Marzo (me ne sono accorto solo adesso, ma ho già finito di scrivere, quindi amen). Frase Migliore: “Pensa solo allo shock, uccidere la prima attrice a metà film! ... Voglio dire, tu lo trovi intrigante, mia cara, no? ... Forza Ammettilo! ... Ammettilo! Ammettilo! Ammettilo!” “In realtà penso sia un terribile errore. Non dovresti aspettare fino a metà. Falla fuori dopo trenta minuti!” - Grandioso dialogo tra Hitchcock e Alma Reville, la moglie, gran donna!

UNA STRANA PROTAGONISTA: LA FORTUNA

Match Point 8,5/10 Chris Wilton, maestro di tennis, conosce grazie alla sua professione Tom Hewett. Introdotto nella ricca famiglia di questi, Chris intesse una relazione con Chloe, la sorella del suo cliente. Chris, però, non pago della sua relazione con Chloe si innamora di Nola, la ragazza di Tom. Grazie al suo fascino, Chris riesce a conquistarla e i due hanno di nascosto una storia. D’altra parte, però, Chris sposa Chloe. L’ex tennista continua comuqnue entrambe le relazioni fino al momento in cui non deve decidere tra una delle due e la scelta porterà a conseguenze nefaste. Nel guardare il film si ha la sensazione che il protagonista sia Chris: l’intera trama si imposta nel bene o nel male sulle sue decisioni. A ben vedere, però, le vicissitudini sono sempre regolate da una forza imprevedibile e indomabile: la fortuna. A tal proposito vale la pena di ricordare il monologo iniziale di Chris, scena simbolicamente centrale per il film. In un campo da tennis la camera inquadra la rete e la palla che passa da una parte all’altra. Essa colpisce il nastro e salta per aria. Per un istante le possibiltà sono due: che essa ricada dall’altra parte della rete oppure che ritorni indietro. Qui entra in gioco la fortuna, il fato, il destino,.. in quell’istante nessuno può prevedere

cosa succederà. La camera stacca: la decisione della fortuna resta insvelata. Chris afferma: “Preferisco aver fortuna che talento.” Woody Allen si scosta, e non di poco, da suo stile classico e dalle tematiche da lui più spesso approfondite, forse perchè in cerca di maggiore fortuna tra il grande pubblico. Spettacolare l’interpretazione di Nola da parte di una incantevole Scarlett Johanssonn: ammirevoli i suoi sguardi seducenti indirizzati a Chris che lo stregano e lo inducono a mettere in pericolo il suo ricco matrimonio. Storica la scena del bacio fra i due sotto la pioggia. Come frase migliore del film ritengo doveroso trascrivere il monologo di Chris per la sua importanza nel film e non solo: “Chi disse «Preferisco fortuna che talento» percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita [di tennis] la palla colpisce il nastro e per un’attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince oppure no... E allora si perde.”

SCENARI APOLCALITTICI V per Vendetta 10/10 James McTeigue immagina la situazione politica inglese del 2019. A seguito di un conflitto mondiale, la Gran Bretagna si trova in una grave crisi economico-sociale e, promettendo di riportare l’ordine, un uomo di nome Adam Sutler ha instaurato un regime totalitario sopprimendo la circolazione delle idee: tutti i mezzi di comunicazione sono direttamente controllati da Sutler. Un anarchico di nome V, che per tutta la durata del film indossa una maschera di Gary Fawkes e non rivela la sua identità, decide che è giunto il momento di tornare alla libertà di pensiero: il potere del governo deve essere sovvertito. Il film è grandioso da due punti di vista. Il primo è il modo in cui esso è sviluppato. Gli effetti speciali sono utilizzati con grande maestria. In particolare la scena all’inizio del film nella quale V fa esplodere il palazzo Old Bailey e quella finale nella quale la stessa sorte tocca al Parlamento inglese. In entrambe l’evento distruttivo viene sapientemente accostato ad un maestoso accompagnamento musicale, il che rende così epiche le due scene da far venire la pelle d’oca anche se viste separatamente dal film. L’altra caratteristica che rende il film un capolavoro è il contenuto fortemente simbolico. La vicenda è contestualizzata in un ipotetico futuro apocalittico, ma, a voler ben vedere, i messaggi che trasmette sono attualissimi. In poche righe non è facile riassumere tutte le tematiche toccate e ritengo che sarebbe anche riduttivo farlo. Intelligente l’idea di un personaggio che indossa la maschera per tutto il film. Infatti, questo rende V una figura completamente deumanizzata perchè è impossibile cogliere le emozioni sul suo volto. V si esprime spesso tramite sentenze brevi ma ricche di significato. Questo rende difficoltosa la scelta di una sola frase come migliore del film. Riporto quella che ho ritenuto più significativa: “C’è molto più della carne dietro a questa maschera, c’è un’idea e le idee sono a prova di proiettile”


UNA SOCIETÀ PERFETTA

Il riflesso dei Soli sulle distese di un pianeta cosiddetto di ghiaccio è quasi insopportabile, tanto che tutti i velivoli per i movimenti sui pianeti al di fuori della fascia terraformata dell’Impero sono dotati di schermi scuri adatti per consentire una buona visuale. Buona, ma non perfetta e per le persone come i burocrati imperiali, non abituate perfino all’aria aperta, spesso questi schermi rendono la situazione anche peggiore. “Odio questi pianeti ghiacciati, non bastava il dannato freddo, non si riesce neppure a vedere a un palmo dal naso! E anche se fosse possibile scorgere qualcosa, tutto ciò che vedrei sarebbe una landa desolata! Come diamine ha fatto questa palla di ghiaccio a essere promossa a pianeta di importanza secondaria?” Borbottò irritato il conducente. “Metalli preziosi per l’industria bellica probabilmente, data la presenza di un carcere per i lavori forzati.” Rispose l’altro burocrate seduto affianco a lui. “Concentratevi, invece di dire idiozie! Le coordinate sono giuste?” Commentò l’ufficiale imperiale seduto nel retro del velivolo con voce calma. “Sissignore, tutto corretto, in meno di venti minuti dovremmo avvistare il complesso.” Rispose il conducente. In breve tempo si profilò all’orizzonte un monte non molto alto, sul quale era abbarbicato un complesso che ne occupava un intero versante. Dalle ciminiere dell’impianto si levavano enormi nuvole nere causate dalle raffinerie all’interno dell’edificio. “Benvenuti al complesso penitenziario imperiale n°12689, popolazione 10000 carcerati e 2000 guardie ben armate, che a quanto pare non sanno come mantenere l’ordine.” Commentò acido l’ufficiale scendendo dal velivolo. Poi, scortato da due guardie, si diresse verso l’ingresso dell’edificio seguito dai due burocrati trotterellanti nei loro completi pesanti per resistere al freddo gelido del pianeta. Dall’ufficio del direttore posto nella sezione più alta degli uffici amministrativi che dominavano l’intero complesso si poteva osservare uno dei numerosi spiazzi che portavano all’ingresso delle miniere. L’ampio

spazio aperto era gremito di uomini vestiti malamente che urlavano slogan contro i metodi del penitenziario, affermando ripetutamente di voler sentire la voce misericordiosa dell’Imperatore, un’entità quasi divina per quei poveracci relegati lontani dai centri di potere. L’ufficiale osservava con un misto d’irritazione e superiorità la scena dando le spalle al direttore del penitenziario che, seduto alla sua scrivania, aveva assunto un’espressione simile a quella di un bambino che viene beccato dalla madre dopo aver rotto un vaso. “Cosa ha scatenato tutto ciò?” Chiese uno dei due burocrati mentre l’altro prendeva diligentemente appunti su uno schermo olografico. “Dopo la scoperta di un nuovo filone di uranio avevamo deciso di aumentare i turni lavorativi di numerosi gruppi di lavoro, sa con l’aumento delle attività dei pirati nel sistema di Sigma Orionis, le quote richieste di materiali bellici sono aumentate e non volevamo rimanere indietro. A quanto pare ciò ai carcerati non è andato molto giù; tempo due giorni e la situazione è precipitata fino a essere com’è oggi” Rispose diligentemente il direttore con una voce rassegnata al fatto che presto avrebbe potuto raggiungere i minatori come loro nuovo compagno. “Quindi” commentò irato l’ufficiale “Lei avendo a disposizione abbastanza bocche da fuoco da armare un esercito, ha permesso che un gruppo di disgraziati potesse ribellarsi all’autorità imperiale con il solo potere della voce?” Il silenzio più totale piombò nella sala e vi regnò per almeno cinque minuti buoni mentre l’ufficiale era tornato a osservare la folla nel cortile dell’impianto. “Quante mitragliatrici fisse ha il complesso?” Chiese l’ufficiale. “Centotrentacinque lungo le mura esterne e altre quarantacinque in altri punti chiave. Cosa vuole farne?” Rispose il direttore. “Beh, vogliono sentire la voce dell’Imperatore ed è esattamente ciò che intendo fornirgli. In fondo all’Impero non mancano i criminali per riempire di nuovo un carcere”. Tutti i presenti si fissarono raggelati, non certi di aver compreso appieno le intenzioni


dell’ufficiale che, tra l’altro, aveva assunto un mezzo sorriso piuttosto inquietante. In questo momento di freddo silenzio da un angolo emerse un uomo vestito con un camice medico che era rimasto muto tutto il tempo. “Se posso interrompervi, io avrei una soluzione alternativa” “Ascoltare non mi costa nulla e la mia giornata sarebbe anche migliore se qualcuno mi dimostrasse che su questo pianeta non ci sono solo inetti incompetenti” Disse l’ufficiale lanciando uno sguardo fulminante al direttore. “Non credo di potervelo spiegare facilmente senza una dimostrazione pratica, se vuole seguirmi le mostrerò volentieri cosa ho in mente”. L’uomo guidò l’ufficiale fino a una stanza che ricordava quella di un ospedale con uno sgradevole odore di medicine. L’unica differenza è che in un ospedale è quasi impossibile vedere un uomo imbavagliato e legato a una sedia che si guarda intorno terrorizzato. “Vede” Disse l’uomo con il camice all’ufficiale “Il lato positivo di essere lo psicologo di un carcere isolato è la possibilità di portare avanti ricerche, per così dire, poco ortodosse. Io mi occupò di neurologia e credo di aver trovato un modo per rendere un paziente docile come un agnellino”. “Una lobotomia?” Domandò l’ufficiale “A tagliuzzare il cervello sono buoni un po’ tutti” Rispose stizzito lo psicologo “Il mio metodo è più elegante. Deve sapere che il funzionamento del cervello si basa su messaggi spediti sotto forma d’impulso elettrico lungo le sinapsi, ora immagini

di poter interrompere questo flusso d’informazioni in alcuni punti chiave rendendo così impossibile al cervello di comunicare certe reazioni. Se noi bloccassimo a tutti i carcerati l’espressione delle emozioni e in particolare della volontà, avremmo un gruppo di lavoratori obbedienti, ma, al contrario di un lobotomizzato, ancora capaci di svolgere qualsiasi mansione anche tra le più complesse, in quanto l’intelligenza razionale non verrebbe intaccata. Ma mi permetta di mostrarle”. Lo psicologo si avvicinò all’uomo legato, che ora aveva iniziato a dimenarsi mugolando, e gli avvicinò alla testa un ingombrante macchinario. Il cambiamento nel prigioniero fu immediato: le convulsioni dettate dal terrore si bloccarono e l’uomo rilassò tutte le membra, le mani si aprirono e si poggiarono ai braccioli della sedia, i mugolii cessarono, gli occhi smisero di voltarsi continuamente in cerca di un volto amico e iniziarono a fissare il vuoto di fronte a sé, ma il cambiamento più drammatico fu proprio nelle pupille che di colpo si rilassarono assumendo uno sguardo inespressivo, ma che ancora lasciava intuire la capacità di ragionare. Per la prima volta in anni di lavoro come commissario politico dell’Impero, l’ufficiale rimase basito senza una risposta fulminea a ciò che aveva appena osservato. Dopo qualche minuto di silenzio si voltò verso lo psicologo e chiese: ”Quanto è dispendioso il procedimento?” “Sicuramente meno della fucilazione di diecimila poveracci” “Allora ha l’approvazione imperiale per applicare questa terapia a tutti i carcerati”. Detto ciò l’ufficiale si diresse verso l’uscita della senza ma prima di farsi scortare dalle guardie al velivolo con cui era arrivato si voltò di nuovo verso lo psicologo: “L’estensione dei confini e la crescita della popolazione imperiale ci impongono di superare i vecchi metodi per mantenere l’ordine, ma per ideare un nuovo modo di governare non basta un singolo uomo, un “Grande Fratello”, al potere, ma servono persone vere come lei con le loro piccole idee per portarci alla creazione di una società perfetta”.

H 3 i s a to N r e b l A


THE TOUCH OF THE VELVET HAND Tesi le banconote verso il commesso e pagai. Quello, dopo aver sistemato il guadagno in cassa, mi porse la scatole•a pia•a, nera e ruvida che teneva accanto al registratore di cassa. - Dentro è tu•o pronto – mi disse lui, vago. Ringraziai con un sorriso sghembo e me ne andai, fermandomi appena fuori dall’ingresso. Rimasi pochi secondi ad ascoltare la campanella della porta del negozio che suonava; presi una boccata d’aria e mi incamminai verso la mia meta. Erano successe così tante cose negli ul•mi mesi che non riuscivo a credere di stare per portare a termine l’obbie•vo che mi ero prefissato qualche se•mana prima. Pensai a quando, per la prima volta, mi era passata per la mente quell’Idea. Ero a casa della mia ragazza e stavamo li•gando, come spesso succedeva da qualche tempo a quella parte. Secondo lei stavo diventando sempre più geloso e irrazionale… mi disse che aveva paura di me, che ormai era tu•o finito e non si poteva tornare indietro, mi disse che era preoccupata dai miei a•acchi d’ira e che non ero una persona totalmente a posto. Non riesco a ricordare tu•o ciò che mi disse quel pomeriggio; tu•e cazzate, comunque. Ricordo però benissimo cosa le dissi io: “Oh! Tesoro per favore credimi, non • farò mai del male. Se mi lasci non ce la farò mai da solo!” ma lei non mi crede•e e mi mandò via in malo modo. Fu quella sera, a casa mia, nel mio le•o, che mi venne l’Idea. La studiai da tu• i pun• di vista per i giorni seguen•, immerso nella penombra della mia camera. “E ora” – pensai – “mi accingevo a realizzarla” – conclusi sorridendo. “Non la voglio lasciare ora”, era questo il mio pensiero costante “C’era qualcosa nel modo con cui mi conquistava – ogni giorno, come se fosse la prima volta. Non era una ragazza che

mancava spesso il suo bersaglio. Con me aveva fa•o centro e non la voglio lasciare ora.” Raggiunsi il suo palazzo, una persona che stava uscendo mi tenne aperto il portone e fui nell’androne. Mi avvicinai all’ascensore ed entrai. Stavo salendo ma sen•vo la mia anima andare sempre più giù, verso delle tenebre mai conosciute prima. - Ho bisogno di stabilità perché sto andando a fondo – dissi con un fil di voce, come per darmi coraggio. Aprii la scatole•a nera comprata poco prima e presi in mano l’ogge•o dentro contenuto; arrivato al suo piano, scesi dall’ascensore e suonai alla sua porta. Era sorpresa di vedermi quando mi aprì. Mi sorrise, invitandomi ad entrare. Le sorrisi anche io, quindi le dissi: - Quando mi hai de•o che non avevi più bisogno di me beh… sai, sono quasi crollato e… morto. Sono stato depresso per te, quella cagna che avevo lasciato nei quar•eri al•. Ma ora sai, ho trovato la felicità. Le sorrisi di nuovo, inclinai la testa e alzai il braccio: in mano, la pistola appena comprata. Sen•vo il mio dito sul grille•o e mi sen•vo come se nessuno potesse farmi del male. Ci fu un colpo forte; guardai cosa era rimasto di lei… - La felicità è una pistola calda – dissi, puntai l’arma alla mia tempia e tu•o finì.

H 4 ì d n o B o i Giorg


Io odio Beppe Grillo Io odio Beppe Grillo. Lo odio perché ce l'ha con le Olimpiadi. Lo odio perché gesticola. E a dirla tutta odio la gente con i ricci. L'altro giorno ero al supermercato a comprarmi la mia dose quotidiana di gallette di riso e un barbone con i ricci mi è passato davanti con un carrello pieno di scatolette. Non ho visto bene, credo fosse mangime per il cane con cui poi impietosisce la gente quando elemosina, tanto lui non ha di cibo bisogno visto che nei cassoni dell'immondizia ce n'è a palate. Comunque l'ho fermato poco fuori e l'ho picchiato. Perché aveva i ricci, non perché mi aveva superato alla cassa. Non avevo nemmeno comprato niente. Così la mia vita si arrabatta tra pomeriggi a studiare Fichte, la ricerca di buone gallette di riso (quelle Scotti fanno schifo) e i comizi di Beppe Grillo. I comizi di Beppe Grillo. Lo ripeto, i comizi di Beppe Grillo. Sembra che Grillo mi segua per fare comizi dove vado io. Mi spiego, non è che vado in un cabaret, oppure a uno spettacolo di nouveau cirque, e lì trovo Grillo: sarebbe anche normale, quello è il suo mondo. Invece no: passo per il Duomo e c'è Grillo, faccio un salto da Frontini e c'è Grillo. C'è sempre Grillo. A parte nei centri commerciali, lì pare che scompaia come di colpo, noto com'è che le multinazionali sono acerrime nemiche dei comunisti. Quindi di recente passo parecchio tempo all'Ikea. L'altra sera ho cercato di dormirci, ma due guardie mi hanno preso e mi hanno sbattuto fuori. Al soldo di Grillo, immagino, l'ho capito dal fatto che parlavano male di Berlusconi e sembravano controfigure di Togliatti. Mi trovo in una piazza di notte e c'è un freddo che mi spella il volto. È pieno di gente e al centro c'è lui, Grillo, impegnato in uno dei suoi soliti sproloqui sull'acqua pubblica. Ogni tanto fa una pausa e si concede qualche discorso pseudo-giustizialista sui parlamentari che si prostituiscono, ma nell'aria c'è sempre più tensione e un vocio insistente evidenzia la sua simbiosi con l'avversione a Berlusconi. Ma non ho tempo: è ovvio che il mondo è troppo piccolo per me e lui. O me o Grillo, uno dei due deve sparire, e subito. In linea di massima preferirei fosse lui, se non altro perché oggi è giovedì 6 e non sono abituato a morire nei giorni pari. Inizio a farmi strada tra la folla, a uno vicino a me grido “Oh, zio, viva il Che!”, così, per mimetizzarmi. Quello di rimando mi guarda con l'aria di chi ha partecipato alla Ri-

voluzione d'Ottobre e quindi la sa lunga. Intanto continuo ad avanzare e la pressione si fa sempre maggiore, sembra di trovarsi a Tokyo durante lo shogatsu. Comunque non per dire, ma qui sono tutti vestiti da comunisti, con l'eskimo, i jeans slavati e le Clarks ai piedi. Uno degli spettatori mi si fa incontro, mi guarda con gli occhi da fattone, cioè da comunista, e mi dice “Oh, compagno, tu non capisci, cioè, la teoria di Marx…”. “Fermo, fermo, fermo” gli grido “e fermo ancora. Non me ne frega niente di Marx, di Lenin e del socialismo libertario, quindi sloggia”. Mi guarda malissimo e fissa il vuoto. Al tempo non potevo saperlo, ma stava utilizzando gli ultrasuoni per richiamare gli altri esponenti del branco. Avete presente i delfini? Il principio è lo stesso. Grillo interrompe il suo spettacolo e tutti mi guardano. Improvvisamente sono al centro dell'attenzione. Sono la star della serata. Ora Grillo sono io. Tutti mi hanno individuato. Allora è tempo per il mio asso nella manica: “Ehm… Hasta la victoria siempre?”. Non funziona. Sei mesi di spagnolo buttati al vento. Il silenzio totale, per qualche secondo ci sono solo le cicale estive, che siamo in inverno e quindi stonano completamente. “Ehi, tu non sei uno di noi!”, grida uno, e gli altri appresso a citare Dostoevskij e gli Ska-P. Qualche istante di caos, poi qualcuno mi centra in testa con un martello, o forse era una falce. Toc. Mi sveglio in una stanza sudicia. Davanti a me delle sbarre, a lato una latrina, alle mie spalle un letto marcio e fa ancora più freddo che al comizio, un po' come in Siberia, la patria del comunismo. Mi alzo in piedi sconvolto: ho perso contro Lenin, Grillo e Che Guevara insieme. Che umiliazione. Al di fuori della cella c'è un omone, probabilmente il mio carceriere. “Che cosa volete da me?” gli urlo contro. “Si sieda, va tutto bene” mi dice con voce accondiscendente. Ma non devo fidarmi, lo so bene, è al soldo di Grillo e di Che Guevara. Un'associazione a delinquere mascherata da politica. Mi avvicino alle sbarre e solo allora mi accorgo che i miei vestiti sono diversi. “Ehi, che avete fatto? Perché mi avete cambiato?”. “Stia calmo, signor Trotsky, la prego”. Capisco, mi infilo nel letto e attendo la deportazione.

Alessandro De Gennaro 5C


Prologo La luna splendeva alta nel cielo, illuminando con la sua debole luce le strette e intricate vie del paese. Era notte fonda, e gli edifici che vi si affacciavano avevano le luci accese, dando alla via un’aria di cupo mistero. Dalle vicine locande risuonavano allegri i canti di qualche ubriaco di turno, mentre un sottofondo musicale diffondeva una dolce atmosfera, quasi rilassante. All’angolo di una delle strade principali, stava seduto, ormai da quasi tutto il giorno, un povero senzatetto stretto nella sua giacca nera. Per terra, accanto a sé, teneva una bottiglia di whisky mezza vuota e un cappello sgualcito dove alcune monetine luccicavano al bagliore di un lampione. Aveva la testa appoggiata alla parete di una casa e sembrava dormire. Ad un tratto due uomini comparvero all’inizio della via discutendo a bassa voce, camminando in fretta. Il senzatetto si svegliò e aprì un occhio, osservando silenziosamente la scena. Uno dei due uomini si fermò, e la luce di un lampione colpì il suo volto. Era un uomo di bell’aspetto, con un paio di occhiali sul naso e una ventiquattrore stretta in mano. Il senzatetto, osservandolo, si ritrovò a pensare che l’uomo avesse proprio un bel cappello: una bombetta nera, appena appoggiata in testa, come se l’avesse messa in tutta fretta prima di uscire. L’uomo che lo seguiva si fermò di fronte a lui, e i due cominciarono a discutere ad alta voce. L’uomo con la ventiquattrore gesticolava inviperito e aveva il volto rosso per l’indignazione. Il senzatetto si mosse, cercando una posizione più comoda sul muro. Purtroppo, forse per il troppo whisky o per le sue orecchie poco funzionanti, non riuscì a sentire niente di ciò che i due uomini si dicevano. L’uomo con la ventiquattrore agitò una mano

verso l’altro, girò sui tacchi e ricominciò a camminare. Il secondo uomo spiccò una lieve corsa e lo raggiunse. Solo per un attimo il fascio di luce del lampione illuminò il viso di quest’ultimo. Quando riuscì a raggiungere l’uomo con la ventiquattrore tirò fuori qualcosa dalla tasca e glielo puntò nella schiena. Il primo uomo fece per lanciare un urlo, ma l’altro gli tappò la bocca con una mano e lo scosse, costringendolo ad avanzare. Il vecchio senzatetto bevve l’ultimo sorso della sua bottiglia, mentre la vista cominciava ad offuscarsi. Ma nonostante questo particolare, riuscì comunque a intravedere lo schizzo di sangue che gli attraversò il campo visivo, e nonostante il suo udito poco fine, riuscì comunque a sentire il grido strozzato dell’uomo con la ventiquattrore.

Capitolo I Una raggio di luce fioca filtrava attraverso le tendine a fiori. Aprì gli occhi, svegliato dal rassicurante fischio della locomotiva in partenza. Come suo solito, si alzò, diede uno sguardo distratto fuori dalla finestra della locanda e sospirò. Quello sarebbe stato il suo ultimo giorno di vacanza in quel piccolo paesino. Si preparò dunque per scendere al bar e assaporare l’ultima dose di ciambelle ripiene ricoperte di zucchero che solo la padrona del posto riusciva a sfornare, così calde e profumate. Prima di lasciare la sua stanza si rimirò nello specchio. I mocassini neri, i pantaloni in tinta con l’elegante giacca grigia, la camicia immacolata e il suo amato cappello nero gli davano quell’aria da persona rispettabile che in quel villaggio pochi avevano. Una di quelle eccezioni era l’ispettore Dimitri. L’aveva conosciuto il giorno prima, alla singolare mostra per cui si era trattenuto più del necessario. Non era in servizio e, come Ray, si stava semplicemente godendo una settimana di vacanza. Scese le scale che lo separavano dal piano terra


e, appena oltrepassato l’atrio in mattonelle, gli si presentò davanti una scena abbastanza insolita: su uno degli antichi divanetti verdi stava stesa la padrona. A quanto pareva le doveva essere venuto uno dei suoi soliti capogiri, e Dimitri le sedeva a fianco cercando di farla rinvenire. «Serve una mano?» non fece quasi in tempo a chiedere, che la signora era già rinvenuta. I suoi occhi sembravano ancora riflettere l’orrore di qualcosa che aveva visto. «Miss White, si sente bene?» domandò Dimitri. La donna posò i suoi occhi su di lui, senza però vederlo. Finalmente dopo un paio di secondi mormorò: «C’è un cadavere! Un cadavere vicino alla legna!» dopo di che perse nuovamente i sensi. I due neo-amici si guardarono negli occhi e dopo un attimo di esitazione si precipitarono all’esterno dell’alberghetto. Nel luogo indicato dalla padrona giaceva il corpo senza vita di un uomo. Ray notò con disgusto di essersi sporcato le scarpe di sangue, che come inchiostro rosso aveva dipinto la neve nella stretta viuzza dove si trovava la legna per il fuoco. Dimitri si avvicinò al cadavere. «Per tutti i cieli! Quale uomo avrebbe mai potuto compiere un simile atto?» esclamò inorridito. La testa del cadavere era stata completamente recisa, e il collo era stato ridotto a un moncherino sanguinolento. «Signor Sworbowl, vada subito ad avvertire il sindaco, io ho bisogno di un momento per...» emise un gemito e vomitò la colazione. Ray gli porse il suo fazzoletto di seta azzurra. «Non mi aveva detto di essere debole di stomaco...» ridacchiò. «Dettagli, solo dettagli» disse l’ispettore, accettando il fazzoletto offertogli. Mentre Dimitri si ricomponeva, Ray corse a perdifiato lungo la strada principale, per quanto i suoi 47 anni glielo permettessero. Il campanile della chiesetta batté le nove. Dimenticandosi le buone maniere spalancò il portone del municipio e, ancora ansimando, chiamò a gran voce il sindaco Heismith. Questi comparve immediatamente davanti alla porta aperta dello studio. «Mi perdo-

ni sir, ma come lei dovrebbe ben sapere, il sottoscritto riceve solo dalle dieci e un quarto alle...» «Al diavolo l’ora, sindaco! E’ stato ritrovato un uomo morto! Crudelmente assassinato!» Il sindaco lo guardò allibito. Il paese di Fogline non aveva mai visto in 147 anni di vita neanche un furto o un atto vandalico, figuriamoci un omicidio! Prima che Heismith potesse replicare, Ray lo trascinò alla locanda. Dimitri doveva essere rientrato, e il cadavere non era stato spostato. I due uomini rimasero ad osservare in silenzio quella scena cruda. L’unico addetto all’ordine pubblico di Fogline aveva ormai raggiunto l’invidiabile et{ di 80 anni e in tutti i suoi 50 anni di servizio non gli era mai stato richiesto di risolvere un caso del genere. Il sindaco parve riconoscere l’uomo. «Santi numi! Ma quello è mister Goldman, il direttore della banca del paese vicino! Sono certo della sua identit{ perché era l’unico che conoscessi a portare quel particolare anello col rubino al dito medio della mano sinistra... Che la sua anima riposi in pace...» «Un’interessante vittima... molto strano il fatto che l’assassino non si sia sprecato nel rubare quel costoso gioiello... il movente non dovevano essere i soldi....» commentò Ray. Il sindaco lo guardò. «Signor Swordbowl, lei mi pare proprio una persona sveglia e attenta... è al corrente immagino che in questo paese i detective scarseggiano... Se la sentirebbe di accettare questo caso?» La richiesta lo colse di sorpresa. Non era nei suoi piani, eppure, non gli sarebbe affatto dispiaciuto soffermarsi più del dovuto. Perciò replicò: «Le ricordo che non sono un detective. Il massimo che potrò fare sarà probabilmente assistere l’ispettore Dimitri, sempre che il suo problema allo stomaco gli permetta di indagare…» «Oh! Certo certo, non si arrischi da solo... bene! Riferisca ciò che le ho appena detto all’ispettore! Anche se non è originario di Fogline, è un mio lontano parente, e sono certo che accetterà di


condurre le indagini. Ora devo andare a compilare dei moduli. Arrivederci!». Detto ciò, tornò con una certa fretta al municipio. Ray, dal canto suo, raccontò tutto a Dimitri, il quale, come aveva previsto il sindaco, non rifiutò la proposta. Così l’ispettore e lo straniero iniziarono a condurre le loro indagini. Decisero di partire il pomeriggio stesso Goldman. Ray e Dimitri rimasero abbastanza stupiti nel constatare che malgrado l’assassinio del datore di lavoro, la gente lì alla banca era calmissima. Nessuno si era innervosito nel dover rispondere ai due, anzi, si erano dimostrati molto disponibili. Non era successo nulla di strano ultimamente, anche se, a quanto pareva, era ormai da qualche settimana che un uomo, un certo Charles Breakheart, era stato licenziato così su due piedi da Goldman, e i motivi erano rimasti ignoti anche alle segretarie più ficcanaso. «Curioso, davvero curioso...» borbottò pensieroso l’ispettore a Ray. «Viene licenziato di punto in bianco, e poche settimane dopo chi l’ha licenziato perde letteralmente la testa...» «Già... forse dovremmo fare una visita a questo, Charles». Dimitri annuì distrattamente, poi fece un cenno con il capo alla sinistra di Ray. «Ehi, la vedi quella donna? Affascinante, eh?» Ray si voltò. Nella direzione indicata dall’amico c’era un’avvenente segretaria, o almeno così si supponeva dalla cartelletta che aveva sottobraccio e dalla sgargiante giacca rossa che stava per indossare. Infatti erano le sei del pomeriggio, e a quell’ora gli impiegati iniziavano a staccare. Ray disse: «Non mi sembra di averle rivolto qualche domanda...» Dimitri gli sorrise con aria furbetta: «Prego, assistente, le cedo l’onore» e detto ciò ritornò a concentrarsi sulle schede che stava sfogliando dell’archivio. Ray diede una pacca amichevole sulla spalla di Dimitri e si avviò a grandi passi verso la donna. Quest’ultima si accorse di lui con la coda di uno dei suoi occhi blu. Si girò e gli sorrise, ma con una certa freddezza. «Salve signorina... ehm...» lesse il suo nome dal cartellino appuntato alla camicetta «...Eloise

Brown, mi dispiace disturbarla a quest’ora, mi chiedevo solo se potevo farle alcune domande...» La donna lo guardò preoccupata. «Oh, non è niente di particolare, sa, le solite domande da protocollo» aggiunse Ray. L’interrogata rilassò i muscoli del viso bianco e delicato, si tolse una ciocca bionda dagli occhi e ricompose velocemente l’alto chignon. «Prego, chieda pure, ma faccia in fretta, ho alcune faccende da sbrigare...» «Certo certo... allora...». Le fece le domande solite di quei casi, e ottenne bene o male le stesse risposte che gli avevano dato gli altri impiegati. Ad un tratto, come colto da un’improvvisa intuizione, domandò: «Conosceva Charles Brokheart?» Eloise sgranò gli occhi. «Certo che lo conoscevo, era mio marito» «Era?» «Beh, sì, abbiamo divorziato circa un mese fa...». Ray si sforzò di non sorridere per il sollievo. «Ah... mi dispiace» «Non deve. Charles non mi meritava...» Ray annuì lievemente. «Per caso lei sa perché è stato poi licenziato?» «A dire il vero no. Anche se, sa, poco prima di divorziare avevo notato che Charles era divea fare alcune domande agli impiegati della banca del signor ntato sempre più nervoso... scommetteva più soldi e puntualmente li perdeva... non mi stupirei se si fosse messo in debito con la banca o con lo stesso direttore...» «Capisco. Grazie per la sua disponibilità. Se dovesse ricordare altro, non esiti a contattarmi…» Detto ciò le porse un biglietto con su il suo numero. «Certo» Mississ Brown sorrise all’uomo, questa volta sinceramente. Si infilò la giacca e si mise in testa un elegante cappello in tinta a larga visiera, decorato con fiori neri. Dopo aver salutato brevemente il nuovo ispettore, uscì dalla banca lasciando dietro di sé una scia inebriante di profumo alle rose.

Continua...

Gaia Gali mberti Michela Mazzini

1^H


em o ot Mal di testa. Con gli occhi ancora serrati, percepisco sotto di me un terreno assai duro. Mai visto un sentiero battuto in tal modo. Il corpo mi duole terribilmente. Mi tasto il panciotto alla ricerca dell’orologio da taschino, regalatomi dal mio figliuolo Flaminio. Apro gli occhi. Lo scenario che mi si para davanti è mostruoso: orripilanti belve ferruginose mi assalgono, lanciando urla sommesse che mi ricordano il rumore dei tuoni in tempesta. Hanno colori sgargianti e uniformi e sembrano aver mangiato uomini, che siedono pacatamente nei loro stomaci, bloccati da un legaccio nero. M’affretto a levarmi da quella strada infernale, dal suolo cinereo, ansimando terrorizzato. Mi ritrovo dunque a fissare un edificio dalle fattezze bizzarre: le mura appaiono ricoperte di manifesti incrostati l’uno sopra l’altro, contornati da scritte colorate di chissà quale biro. “CSA? Corpo? Amore ti lowwo?” Dove sono capitato?! Alzo distrattamente lo sguardo e rimango sgomento. Il mio nome appare sotto la scritta “Liceo Scientifico Statale” a caratteri cubitali. A questo punto mi decido ad entrare, invitato da una scala di pochi gradini. Varco la soglia: il luogo mi si presen-

tem o ot ta buio. Una donna bionda, vestita di blu, che traina con sé un carretto sbilenco colmo di scope mi si avvicina e con aria irata mi ammonisce: “Ehi, tu, dove vai? Non puoi entrare in classe prima del suono della campana!”. Campana? È già l’ora della messa? “Ossequi, gentile signora. Con tutta la galanteria che possiedo le domando cortesemente la direzione per Como”. “Ma vai a lavorare!” urla questa voltandomi le spalle. Si dirige verso destra ed io, oltraggiato, me ne vado nella direzione opposta. Giungo dunque, scesi alcuni scalini, in un piccolo cortile dalle pareti dipinte. Su quella principale leggo le parole “poesia per il Volta in rivolta”, seguite da versi sconnessi. Io in rivolta? Calunnia! Non sono mai stato in rivolta, io! Sempre più stanco di questo luogo oltrepasso un uscio di vetro e scendo verso i sotterranei dell’edificio. Gironzolo tra le segrete anguste e umide, perdendomici. Senza sapere come, mi ritrovo in una stanza dotata di lavandini e ciò che sembrano deformi latrine. Sulla destra, nascosto, vi è un ambiente pieno di panche e appendiabiti, le cui pareti risultano essere colme di scritture come “sempre nel mio <3 culo” e “pissello ribbello”, probabil-


mente espressioni tipiche della lingua autoctona. Mi allontano da quel luogo svicolando di angolo in angolo, ma mentre ancora cerco l’uscita mi si presenta davanti una moltitudine di fanciulli dall’aria stolta. “Di grazia – domando – sapete indicarmi la via per Como?” “Oh ma zio, come stai messo!” mi risponde un giovanotto dall’aspetto trasandato, che porta i calzoni alle ginocchia e il cui naso reca tra le narici un anello di probabile origine bovina. Vicino a lui osservo una ragazza. O almeno credo sia una ragazza: porta i pantaloni! E bucati per giunta! Sono sempre più sopraffatto dagli abitanti di questo luogo e comincio a sentire la mancanza della mia Como. Sconsolato e con la mente piena di pensieri bui, risalgo tristemente le scale che mi avevano condotto nei sotterranei, ritrovandomi dopo qualche piano in un corridoio. Neanche il tempo di attraversarlo che odo un tintinnio insistente: trascorrono appena due secondi e il passaggio si riempie di un’orda di giovini urlanti. Metà di loro si precipita giù dalle scale che ho appena risalito, gli altri si accalcano in un angolo di corridoio a ridosso di due scatole metalliche dispensatrici di cibarie. Cerco di confondermi con la folla, che nonostante i miei tentativi mi fis-

sa ostinata. Girovago con gli sguardi di tutti puntati addosso quando finalmente sento ripetersi il tintinnio che prima ha agitato la massa e che ora la fa defluire nuovamente in alcune stanze lungo le pareti. Un borbottio. Mi guardo intorno spaesato, ma in pochi istanti mi accorgo che a gorgogliare è il mio stomaco. Perbacco, ho fame! Incuriosito mi avvicino ai distributori che prima avevano donato viveri agli urlatori. “Gentiluomo, può offrirmi uno di quegli allettanti spuntini?”, ma il maleducato non risponde. “Mi perdoni, non parla la mia lingua?” e ancora nessuna risposta. Amareggiato me ne vado, bisbigliando ingiurie. Perché questa gente non mi porta rispetto? Insultare e deridere me, Alessandro Giuseppe Antonio Anastasio Volta! Indignato, mi dirigo a grandi passi verso l’uscita e, ripercorrendo lo squallido cortile, mi ritrovo all’esterno dell’edificio. Cammino dritto raggiungendo alcuni alberi poco distanti. Ma io come sono finito qui? Comincio a rimuginare sulla mia esperienza sedendomi sul bordo di una fontana. Mal di testa.

ost n ret n

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Dopo la Morte -Hai mai pensato a cosa può esserci dopo la morte? -O mio Dio, ti hanno diagnosticato una metastasi maligna in sede epatica? -Non ho nessun cancro al fegato e non sei spiritoso. -Calmati… allora, cos’è ‘sta storia della morte? -Non della morte. Di dopo la morte -Sessa cosa -No, sono due cose opposte. La morte è la nostra unica certezza, il dopo la morte è l’unica cosa che non sapremo mai. -Adesso mi fai preoccupare. Hai qualche problema? Famiglia? -Stanno tutti ben… -Amici? Cane? Acari della polvere? Tartarughe floreali? -STANNO BENE -Ma che sei arrabbiato? -Non so, vedi tu! Io sto cercando di parlare seriamente e tu mi tiri in ballo le tartarughe spaziali! -Floreali Un’occhiataccia lo fece desistere. -Ma se è tutto a posto, perché ti preoccupi tanto di cosa ci sia dopo la morte? -Ho paura -Non dovresti. Insomma, paura di cosa? Sei giovane, aitante, hai un lavoro fisso, sei intelligente. Manca un lucano e sei a posto. -Ho paura di prenderlo nel culo -Su questo hai il mio più totale appoggio non posso che far altro che consigliarti di portare sempre con te un po’ di vasellina. -Ma sei scemo? Io ho paura di prenderlo in culo dalla morte. -Ah, già si parlava di quello -Ma mi ascolti quando parlo o no? -Sai, caro, chi si concentra a parlare della morte se ha davanti un panino e una coca-cola? Dovresti mangiare anche tu, ti sentiresti meglio. -Proprio per questo ho paura di prenderlo nel culo. -Hai paura di morire di fame? -Cazzo, parlare con te e con quel muro è la stessa cosa. -senti, sto mangiando, è una giornata


difficile e mi sto ancora immaginando te con la morte che ti scopa. Non è una bella immagine. Puoi spiegarti meglio? -Non so come comportarmi. Insomma… se io faccio il bravo e dopo non c’è nulla, lo prenderò nel culo, se faccio lo stronzo e dopo c’è qualcuno che mi giudicherà, lo prenderò nel culo, se mi comporto da bravo cristiano e poi scopro che in realtà in cielo comanda Allah… -Lo prenderai nel culo -Esatto. Non so cosa fare. -Partiamo dal presupposto che una religione dice che chi non segua la propria dottrina, finirà all’inferno. Ora, poiché nel mondo esistono almeno due religioni che predicano ciò, si può supporre che tutti andremo all’inferno. -Ma in quella lattina c’è coca-cola o coca e basta? Cosa mi risolvi così? Non sai neppure se ci sia un inferno! -Se mi lasci finire… con il mio ragionamento volevo dimostrarti che affidarsi alla religione è sbagliato. -ma non è vero! Nel tuo inferno entrano tutte le religioni, ma se esistesse un solo Dio, ci sarebbe un solo inferno di una sola religione. -Pignolo. Va beh, senti qua. La durata della vita non si misura in anni. Si misura in intensità. Ti piacerebbe essere immortale ma poter solo dormire? Che vita sarebbe? Pensa invece a Bob Marley, vita intensissima, morto a 36 anni. Una vita ben spesa. -Quindi? Cosa dovrei fare? -Beh, io inizierei con lo slegarmi. Sai, comincio ad avere qualche problema alla circolazione sanguinea delle mani -Quindi rinunci al mio esperimento? -Non ho mai accettato, sei tu che mi hai rapito. Ti vorrei far inoltre notare che congelarmi il cuore per 9 secondi e poi riportarmi in vita solo per cercare di sapere che cosa c’è dopo la morte, oltre che rischioso per il sottoscritto, è oltremodo poco scientifico e insensato. E poi non ho ancora finito il mio panino. -Tu pensi ai panini mentre qui io mi agito tra mille tormenti! Io ho BISOGNO d i s a p e r e . Pe n s a c o s a significherebbe per l’umanità! La fine del nostro più grande tormento -E se non ci fosse nulla dopo?


Un bel nulla? Ti rendi conto cosa vorrebbe dire? Questa vita rappresenterebbe solo un’illusione! Il non sapere cosa viene dopo la morte è l’unica salvezza dell’umanità. Noi non dobbiamo saperlo! -Silenzio! Ora vatti a distendere su quel lettino -Demi slegarmi -Nessun problema, tanto ti tengo sotto tiro con la mia pistola. -Va bene, sono sdraiato. E ora? -Do il via all’esperimento. Impartì una serie di complicati comandi al computer che li trasmise al complesso macchinario. Rivoli di sudore gli scendevano dalla fronte. Sarebbe bastato il minimo errore e il lavoro di tutta una vita gli sarebbe sfuggito di mano. Partì il conto alla rovescia. 1, 2 -E se avesse ragione?- 3 –Se l’ignoranza che abbiamo in questo campo fosse una salvezza?- 4 – Se non ci fosse nulla?- 5 - -Il mondo cadrebbe nell’anarchia più profonda!- 6 – Come si potrà pretendere che l’umanità sentendo questa notizia non si “godrà la vita?”- 7 – I negozi verranno saccheggiati, il mercato distrutto, senza più un perché di esistere le religioni cadranno.- 8- La gente si ubriacherebbe, drogherebbe, si darebbe al sesso orgiastico, incurante di tutto. E quando non reggerà più, si ucciderebbe, tanto dopo non ci sarebbe niente. 9. L’uomo sul lettino aprì gli occhi. Aveva un’espressione strana, composta e insieme euforica. Ma subito questa espressione si trasformò in terrore. -Mi spiace, non posso lasciarti parlare- gli disse. E sparò.

Francesco Monti 3A

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Volta, Polo Europeo del Volontariato E’ bello sapere che ora siamo VIP (Volta Important Polo). Perdonatemi la battutaccia, ma la notizia resta: il Volta è diventato polo europeo del volontariato. Siamo ora inseriti in una sorta di comunità europea di volontari, accomunati addirittura da un “passaporto del volontario” che raccoglie le esperienze e i servizi fatti negli anni e viene poi riconosciuto da molte università in Italia ed in europa. Numerose facoltà di medicina, infatti, stanno incominciando a dare molta più importanza alle esperienze di volontariato, indispensabili, nello specifico, alla formazione di un buon medico. Questo passaporto sarà disponibile per gli studenti del Volta dall’anno prossimo. Come se non bastasse, il Volta sarà centro di coordinamento del volontariato della nostra zona di Milano (zona 3). Ciò significa che tutte le attività di volontariato di zona orbiteranno attorno alle nostre care (vero?) mura. Insomma: stiamo dando titolo e forma alle nostre buone azioni. Ma che la sostanza resti! E a chi appellarci, se non a voi, compañeros?

Alessandro Luciano 4G


SCALATA PER … IL VOTO DI CONDOTTA ! Attrezzatevi, scegliete la valutazione e … seguite le indicazioni.

Alessandro Caldani IB

5 6 7

Complimenti ! Se arrivate fin qui siete davvero determinati, in negativo, ovviamente; siete degni di una medaglia allo “svalore”. 1) Dormite, letteralmente, durante ogni lezione (consiglio: una russatina ogni tanto non fa poi male...). 2) I vostri compagni dovranno essere i vostri video-giochi e le prof. il vostro bersaglio preferito. 3) I compiti e le verifiche andranno serviti rigorosamente in bianco, al massimo solo con un po’ d’olio, se volete, perché altrimenti non li digerirete. 4) Programmate accuratamente le vostre assenze in modo evitare il maggior numero possibile di verifiche e di interrogazioni. Ottimo risultato, sono pochi i coraggiosi che arrivano fino a qua. 1) Fermatevi a riflettere quando vi viene chiesto il vostro nome (e poi potete anche sbagliarlo, se volete). 2) Durante le lezioni siate impassibili con le prof. ma diventate per il resto della classe i peggiori, insopportabili e dispettosi compagni. 3) Durante le riunioni, che siano di classe o d’istituto, dovete essere le pecore nere “del” e “nel” discorso. 4) Controllate che le vostre note sul registro siano almeno 1 alla settimana. Bravi, traguardo degno di nota. 1) Durante le lezioni chiaccherate tutto il tempo e, quando possibile, fate interventi a sproposito, anche divertenti, che distolgano l’attenzione dei vostri compagni dalla lezione. 2) Niente volontariato, almeno che non partecipiate per ostacolare gli altri e distrarre questi ultimi dai loro buoni propositi. 3) Arrivate in ritardo o rimanete assenti almeno un giorno alla settimana ed adducete scuse via via sempre più fantasiose. 4) Quando fate i compiti cercate di prendere qualche sufficienza ma non esagerate, altrimenti i professori potrebbero maturare qualche aspettativa su di voi.


8 9 10

Vi credete bravi, eh ? 1) Durante le lezioni state pure attenti ma siate poco propensi alla collaborazione, perché se no vi affaticherete troppo. 2) Non sbilanciatevi : non fate né volontariato (troppo da fighetti), né assolutamente niente (troppo da sfaticati); vi consiglio il coro della scuola. 3) Fate con attenzione i compiti ma solo quelli che vi attirano o quelli che saranno valutati (occhio comunque a non farli troppo bene). 4) Quando fate degli interventi, cercate di complicare il lavoro all’insegnante e di scoraggiare i compagni ad intervenire a loro volta. Cavolo, avete deciso di puntare così in basso ?! 1) Vi basteranno due interventi al giorno ed un paio di occhiali con gli occhi aperti disegnati sopra ed il gioco è fatto. 2) Potete non comprare le arance ma il volontariato è lo stesso obbligatorio. 3) Siate espansivi ma controllatevi (altrimenti finite con il distruggere la classe). 4) Dovete fare interventi corretti, precisi e coerenti con il resto del discorso ma sempre aperti all’approfondimento. Non dovete però essere perfetti, anzi, se non sbagliate ogni tanto potreste finire con il prendere 10. 5) Ah, dimenticavo, i professori hanno sempre ragione. Secchioni !!! 1) Prendete corsi di recitazione, se non pensate di essere dei buoni attori, vi saranno indispensabili. 2) Annuite sempre ai professori (meglio se sorridendo, assumendo un’espressione intelligente). 3) Partecipate a più proposte di volontariato possibili (anche se i vecchietti vi ripugnano). 4) Cercate di vincere il premio Nobel, solo in questo modo avrete la certezza assoluta di ricevere l’agognato 10. 5) Ah, dimenticavo, comprate le arance, se no non vale.


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Se il prof. riesce a superare questo test della vista allora • conviene me•ere via Il Giornalo•o

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Pro siet f. Cal e ma eserc legar n Pac o dest itati o: “Vi c rei i: “Ver ra?” on la ma ame nci no!” nte io sava

I musulm a n i st a n n o sempre bene: -E h i, M o h a m ed come va? -Allah grande !

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Per i matematici il mondo sarebbe e dov r e dovuto finire nel ing atz ?” r , s elli u ..” . n i m 12 a r a i 2000e rad ue tor e degl ost d r n per a delle l signo “ : i - Pac e il pap llo de e r esse no: “qu a - mi

Lega Nord, un nero correrà per le regionali. E dovrà essere molto veloce.

“E poi Dio promise agli uomini che avrebbero potuto trovare la felicità in ogni angolo del mondo... e poi fece il mondo tondo... e rise e rise e rise tanto!”

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Saliamo la classifica


ti an "Qu ra: Cla ica ?" o, le `am vuto " ssim nno all a 6 o nti a ai na è ta me v Ele ini h h... 5 n o a o uomra: "B eh, n ndo c ata è st era : "B Cla na sid nte Ele con " me a!!!" ò va per oggi ffetti fiacc e cos a: "E mana r i Cla sett a un

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So, Argon wa lks into a bar. The bartende says "We do r n't serve nob le gases here Argon doesn !" 't react.

Paci: “Prof, quanto ci me•e un fotone ad uscire dal nucleo del Sole?” Albera: “Dipende da quanta •e•a ha...”

Bertinotti a Napolitano: “Pannella al posto di Rita Levi Montalcini”. Troppo tardi, è già stata seppellita. [spinoza.it]

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no o c ’e ell ci sono 2 tipi di persone d o . r t s al mondo: quelle che ni e” mi oter l non sanno estrapolare i p . are ssun fano f i dati mancanti. l o gli ha ne ad A e M n o i: “ er no nsat n e o i p sc Non rlu l prem he ha e B a, i ì c facciamo di tutta la luce mi tato l un fascio Ès [Max Planck ft. Mauro Valenti 4H]

Tu a qu ma do ando mm a vu to ha è r ica visit cos a l i b rar to G ì gra e l ’LH inevr ssa a c C ! h an he no

LE ragioni per cui Gli U.S.A. non Costruiranno una MorTe Nera The construc•on of the Death Star has been es•mated to cost more than $850,000,000,000,000,000. We’re working hard to reduce the deficit, not expand it. The Administra•on does not support blowing up planets. Why would we spend countless taxpayer dollars on a Death Star with a fundamental flaw that can be exploited by a one-man starship? [pe••ons.whitehouse.gov]


Redazione Elementare, Volta Sherlock Holmes Agnese Anzani 4F

Ispe!ore violento della narco"ci Daniele Florean 5F

mo giordo o 4G g a M Il cian dro Lu o n a s s ascherat Ale m e r o t a Il vendic o Nasi 3H Albert o dian " o u il q e con azza 2D v " c te Il de oberto M R

cch i An no sp ge lo ara e Wu fu 2D ggi

ress rient Exp ’O ll u s o L’assassin alimber! 1H Gaia G

L’Orient Express Costanza Ballerio 1D

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Professor Moriarty Mauro Albera

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Giornalotto N° 3 A.S: 2012-2013