Issuu on Google+

La partecipazione, scopo dei beni comuni. Intervista a Ugo Mattei

L

2

Il caso Valle visto dagli altri. La stampa straniera e i beni comuni

3

di Antonio Migliore

e più grandi battaglie e le più semplici rivoluzioni partono sempre da una violazione della legge. Nel caso del Teatro Valle Occupato, la violazione è palese: l’occupazione di un immobile, pubblico o privato che sia, costituisce reato. Ma le ragioni che hanno spinto nel 2011 attori, drammaturghi, operatori dello spettacolo, studenti, giovani giuristi e vecchi tecnici, potrebbero essere considerate legittime e fondate. Alla base c’è infatti la soppressione tramite il Decreto Legge n. 78 del 31 maggio 2010 dell’Ente Teatrale Italiano, costituito nel 1942, che aveva per scopo la diffusione, la valorizzazione e promozione delle attività teatrali di prosa, musica e danza in tutta la penisola italiana, soprattutto nell’Italia meridionale e insulare. La dismissione dell’Eti, così come la sospensione delle attività teatrali in uno dei luoghi simbolo per il panorama culturale italiano ed europeo, ha determinato un grande vuoto nel settore artistico, oltre a sancire una presa di posizione dello Stato e di chi lo rappresenta nei confronti dello spettacolo. Probabilmente il legislatore di quegli anni ignorava, come chi ha firmato il decreto, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, la gloriosa storia di un tempio laico quale è il Teatro Valle: tra gli episodi che avrebbero dovuto ricordare c’è sicuramente il turbolento esordio dei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello nel 1922, quando la pièce fu accolta dal pubblico con insulti e pomodori e il drammaturgo siciliano fu costretto ad abbandonare il teatro da un’uscita secondaria. Nel corso degli anni l’occupazione del Teatro Valle è divenuta qualcosa di più di una semplice battaglia per rivendicare la chiusura di un luogo

Cronaca Dall’occupazione allo scontro legale e ideologico contro la Siae di Gino Paoli, il Teatro Valle come baluardo del diritto alla cultura

Diritto e cultura: la lunga battaglia del Teatro Valle pubblico, superando anche l’aspetto “illegale” e l’intolleranza di chi la legge è tenuto a farla rispettare: il Teatro Valle Occupato è il simbolo di tutte le battaglie per cultura e la circolazione libera di saperi. Nel settembre 2013 la svolta: la protesta si è formalizzata con la creazione della Fondazione Teatro Valle Bene Comune, fondazione di diritto privato che ha avuto la benedizione anche del giurista Stefano Rodotà, e si propone di amministrare l’attività del teatro attraverso “sistemi democratici e innovativi basati su strumenti di partecipazione collettiva”. Se prima per ogni evento teatrale, musicale il collettivo ha evitato il

Commento

L’esperimento del Teatro Valle Occupato Al Teatro Valle è in atto una rivoluzione culturale che porta con se numerose critiche ma anche numerosi riconoscimenti. Sono molte infatti le realtà nazionali e internazionali che si sono avvicinate al teatro Valle nella sua nova forma di luogo occupato e autogestito. Gelsi a pagina 4

pagamento delle tasse destinate alla Siae, la società che si occupa di tutelare il diritto d’autore, le cose non sono cambiate in questi ultimi mesi, in cui anzi è stata portata avanti una battaglia contro la società che tutela l’autorità delle opere artistiche e culturali, accusata di monopolio e di una non trasparenza nella gestione dei fondi. Con una lettera pubblicata dal Corriere della Sera lo scorso 2 dicembre, il presidente della Siae Gino Paoli ha detto basta. La goccia a far traboccare il vaso è stata la rinuncia del Club Tenco a partecipare a una serata organizzata al Teatro Valle, per evitare di incappare in esose sanzioni della

Commento

Quel pasticciaccio brutto del Rione Sant’Eustachio di Valentina Gentile

Siae. Il forfait ha fatto scattare la solidarietà al collettivo da parte di molti artisti, tra cui Cesare Basile, vincitore del Premio Tenco 2013, che hanno dato il loro appoggio alla lotta del Valle contro l’ente nazionale presieduto da Gino Paoli. La battaglia culturale del Teatro può essere condivisibile o meno, così come le rivendicazioni economiche in materia di diritto d’autore della Siae. Ma dovrebbe far riflettere il paradossale sostegno al collettivo del Valle di artisti e operatori culturali, che da reale parte lesa si ritrovano dalla parte di chi protesta contro la tutela delle loro opere e dei loro diritti.

L

e rivoluzioni non hanno bisogno di un consenso legale. Altrimenti non si chiamerebbero rivoluzioni. Il caso del Valle è emblematico. Dopo la soppressione dell’Ente Teatrale italiano (Eti), il rischio era di essere svenduto, come spesso accade ai luoghi di cultura della capitale: si pensi alla sorte toccata al glorioso cinema Metropolitan di via del Corso. Che ne sarebbe stato del piccolo gioiello settecentesco

All’interno Intervista a Ugo Mattei Il Valle e i beni comuni Fondazione sì o no? La stampa estera sul Valle La storia del Teatro del rione Sant’Eustachio? Sarebbe diventato un centro commerciale o un bingo?

Ben venga la presa del Valle da parte dei placidi giacobini benecomunisti che lo presidiano da quella notte di mezza estate del 2011. Anno della sortita dell’allora ministro Tremonti, secondo il quale con la cultura non si mangia. Continua a pagina 4


2

3

L’intervista Ugo Mattei, giurista e consulente del collettivo Valle Occupato,

SCHEDA Dai Sei personaggi

La partecipazione, scopo dei beni comuni L

Duecento anni di teatro e arte in Italia

di Pirandello all’Occupazione

spiega in un’intervista cosa sono i beni comuni e perché vanno tutelati

di Anna Martini

a teoria e l’applicazione pratica nelle comunità dell’idea di bene comune. Il giurista e professore di diritto internazionale Ugo Mattei, che ha dedicato ai beni comuni parte del suo lavoro, ne parla in questa intervista. Cosa rappresenta l’iniziativa dei beni comuni? Quali potrebbero essere i risvolti concreti? Il concetto di bene comune è nato per rimediare ad uno sbilanciamento tra privato e pubblico nel costituzionalismo moderno in Italia. Il problema è che c’è un’autostrada che porta alla privatizzazione e solo un sentierino per tornare indietro. Sono grandi processi di non ritorno, e i beni comuni nascono come strumento per riequilibrare questo rapporto squilibrato. La critica che i beni comuni costituiscano un attentato al concetto di proprietà privata è infondata? La proprietà privata dovrebbe essere chiamata dal punto di vista storico proprietà privante, che nasce sottraendo dei beni che prima erano beni comuni. Stato e proprietà privata hanno una struttura giuridica fondamentalmente identica: la concentrazione del potere va al leader o al proprietario e si basa sul principio di esclusione. Oggi nel mondo c’è abbondanza di capitale, e i beni comuni sono scarsissimi perché non vi è un centimetro di questa terra che non sia stato antropizzato. Quale spera sia il risvolto giuridico in pratica dei beni comuni? I beni comuni devono avere una dimensione difensiva, che cerca di ristabilire un controllo democratico dei processi di scelta di privatizzazione, che non può essere sottratto da un controllo giudiziario e dalla verifica costituzionale. Ad esempio la Fondazione Teatro Valle, che è un’istituzione del comune nel senso che trasforma, utilizza un meccanismo giuridico tradizionale in una istituzione di tipo generativo, che rompe con alcune barriere storiche e culturali che sono nate recentemente. Ha passato molto tempo in Sudamerica. Qual è il rapporto tra l’iniziativa dei beni comuni in Sudamerica e in Italia? I beni comuni dimostrano la loro essenza politica profonda proprio con insurrezione Chiapas del ‘94. La differenza tra questa insurrezione, che aveva una visione di lungo periodo e una visione culturale sociale, è che si liberava delle prepotenze di stato e mercato, che guardava ai beni comuni, società che si liberava della tenaglia di stato e privati. Non era un’insurgenza fine a se stessa, ma volta a creare nuovi rapporti tra i campesinos. C’è spazio per parlare di beni comuni? Assolutamente sì, non più né di meno rispetto alle istituzioni di un qualsiasi stato borghese. Oggi l’esperienza italiana è molto

osservata e molto ammirata da tante parti d’Europa, dove c’è una rete molto forte di esperienze di beni comuni che ormai stanno interagendo moltissimo, come quelle di Zagabria, della Germania o della Spagna. Esiste un discrimine per capire quando esiste una legalità della protesta giusta o ingiusta? Un atto di lotta per i beni comuni punta alla trasformazione istituzionale. È un atto costituente, cioè rompe con una legalità costituita che noi riteniamo scollegata rispetto a valori di umanesimo, di rispetto per la natura, di necessità ecologiche di lungo periodo. Insomma la visione di un mondo un pochino più bello e un pochino più sostenibile. In che modo la comunità può concretamente partecipare? Bisogna recuperare tutti la nostra esperienza nel quadro di una decli-

nazione dell’esistere in gruppo e lavorare per la costruzione di un collettivo, di soggettività nuove. È questo che sviluppa il pensiero critico. Tornando al Valle Occupato, il teatro si è costituito “Fondazione a diritto privato”. C’è chi la ritiene una sorta di privatizzazione. Cosa risponderebbe? Direi che dovrebbero studiare un po’ più di diritto prima di parlare. Innanzitutto la Fondazione Teatro Valle è una fondazione che ha come scopo la partecipazione. Inoltre è fondata su una struttura costituzionale radicalmente partecipativa, libera per chiunque dimostri interesse e voglia farne parte. Esistono dei partiti politici con cui portare avanti questa battaglia? Non credo che queste battaglie vadano necessariamente portate

N

on si può capire l’importanza del Teatro Valle a Roma senza parlare dell’Ente Teatrale Italiano. Dal 1942 al 2010 è stato gestito dall’Eti, un ente senza fini di lucro che per quasi settant’anni si è occupato in Italia di promuovere la cultura teatrale e dello spettacolo. Con la soppressione dell’Eti attraverso un decreto legislativo nel maggio 2010, il Teatro Valle ha chiuso le porte a pubblico e lavoratori e a due secoli di arte e teatro. Costruito nel 1726 dall’architetto Tommaso Morelli, il Valle è stato il palcoscenico di opere passate alla storia, come la clamorosa prima rappresentazione de “I sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello, evento che nel 1922 provocò la contestazione del pubblico, che salutò l’opera al grido: «Manicomio! Manicomio!». La chiusura del Valle nel 2011 ha rappresentato per il mondo del te-

avanti in Parlamento. Preferisco avere un Parlamento in cui ci sono persone che interpretano queste cose piuttosto che dei reazionari bigotti. Ci sono singoli parlamentari sensibili alla cosa, ma sui beni comuni la distinzione tra destra e sinistra non dovrebbe poi essere così netta.

L’analisi Dalla citazione di Guy Debord, alla ricetta dei beni comuni

Esteri Giudizi positivi ed elogi; l’occupazione

Manifesto contro la proprietà privante

Valle e diritti visti dagli altri C N

per risuscitare e riaprire il Teatro Valle. Ma non è un ritorno al medioevo

O

di Antonio Migliore

ggi nel mondo contano i consigli d’amministrazione delle multinazionali non i parlamenti, anche per le decisioni politiche. Per questo è necessario passare da una società fondata sul mercato ad una società basata sul bene comune». Queste sono le parole chiave di Ugo Mattei, pronunciate durante un’intervista realizzata dagli studenti della Scuola di Giornalismo della Fondazione Lelio Basso di Roma. Mattei, giurista italiano e accademico tra l’Italia e gli Stati Uniti, oggi è in prima linea nella lotta per i “beni comuni”, su cui ha anche scritto il libro “Beni comuni. Un Manifesto”. Un attivista esperto, insomma. E quello dei beni comuni è stato il tema principale dell’intervista condotta dagli aspiranti giornalisti. Perché oggi si parla così tanto di questo tema? In che senso rappresentano un’alternativa? Dopo un excursus storico, Mattei ha chiarito alcuni nodi fondamentali importanti, tra cui l’errore di considerare il concetto di bene comune come un’alternativa alla proprietà privata, anziché come un rimedio allo sbilanciamento tra pubblico e privato nel costituzionalismo. Un primo tentativo a questa ridefinizione era stato fatto con la Commissione Rodotà nel 2007. In quell’occasione si cer-

cò di stabilire un risarcimento alla comunità che usufruiva di una risorsa privatizzata e la possibilità di verifica, controllo e compatibilità coi principi costituzionali. Perché lo Stato, o meglio dire la politica, può decidere di privatizzare un bene, un’università, una compagnia aerea, un qualsiasi bene, senza alcun controllo. Inoltre i cittadini non hanno diritto a nessun indennizzo. Quanto è più facile privatizzare, inversamente “si scatena l’ordinamento giuridico”, e anche nel caso di una piccola espropriazione, l’espropriato viene indennizzato. Insomma “le privatizzazioni sono grandi processi di non ritorno”. In una società in cui si tende sempre a privatizzare per migliorare servizi e vita dei cittadini, questo progetto appare quasi utopico. Il concetto stesso di proprietà privata andrebbe espresso come fatto da Guy Debord nel suo saggio “La società dello spettacolo”, cioè come proprietà privante, che priva il cittadino, la collettività di un bene o di un servizio. Perciò, sempre secondo Ugo Mattei, i beni comuni non rappresentano un attentato, piuttosto una difesa del pubblico nei confronti dei processi di privatizzazione continui. Privatizzare non è un processo naturale, ma un’azione squisitamente ideologica che rientra in un quadro politico ben preciso. Si privatizza perché “lo impone” il mer-

cato, per continuare a far crescere il capitale e trasformare il valore d’uso in valore di scambio. Sembra quasi che la battaglia per i beni comuni suggerisca un ritorno al passato, a prima cioè che le teorie economico-scientifiche di Locke e Smith avviassero la trasformazione della società fondata sull’accesso diretto ai beni comuni, alla società basata sul mercato. E oggi che siamo davanti ad una folle abbondanza di capitale concentrato in pochissime mani, ed è avvenuta una intensa antropizzazione dell’ambiente, i beni comuni, le risorse aperte a tutti sono diventate scarsissime. Introducendo il discorso dei beni comuni, per Mattei è necessario parlare di partecipazione, proprio per la natura di controllo democratico che la nuova azione suggerisce: attualmente in Italia ci sono interessanti esempi, come la Fondazione Teatro Valle Bene Comune (esempio molto controverso che ha dato vita a tutta una serie di battaglie culturali) e la Napoli Acqua Bene Comune, dove una società per azioni, trasformata a partecipazione pubblica ha mutato il proprio Dna e il proprio scopo societario, sostituendo al profitto la possibilità di un governo ecologico e partecipato. Un problema che si pone con la battaglia per i beni comuni è quello della legalità: spesso alcuni mo-

di Antonio Migliore

vimenti sfociano nell’infrazione di una o più leggi, come nel caso del già citato Teatro Valle Occupato e del movimento No Tav. Per il giurista italiano il diritto di resistenza è importante, ma come diritto della collettività, non individuale. “In questa lotta devono partecipare tutti: non è una battaglia politica, quanto più una lotta contro il sistema economico”.

dello storico teatro vista dalla stampa straniera

atro e della cultura un duro colpo. Così il 14 giugno 2011, un collettivo formato da artisti, attori, operatori e tecnici dello spettacolo hanno occupato il teatro «per attuare una rivolta popolare». Nei mesi successivi il collettivo ha iniziato una rivolta pacifica, provando a ridefinire la parola “occupazione” e l’atto dell’occupare uno spazio pubblico come «una pratica politica collettiva, un gesto di riappropriazione che istituisce uno spazio pubblico di parola». L’impegno per la riapertura del Teatro Valle è diventato negli anni un tentativo per riaprire un tempio laico della cultura e un luogo dove confrontarsi. A sostegno della causa sono intervenuti importanti giuristi come Stefano Rodotà e Ugo Mattei, ispiratori della fondazione di diritto privato “Fondazione Teatro Valle Bene Comune”, creata e presentata nel settembre 2013. Lo scopo è l’istituzionalizzazione della protesta e la lotta contro «la logica del profitto dei privati e l’asfissiante burocrazia pubblica».

SCHEDA Di cosa parliamo quando

parliamo di bene comune

Nuovi scenari oltre la privatizzazione

Da Tommaso D’Aquino a Hegel, la questione dei beni comuni al centro del dibattito filosofico

di Beatrice Gelsi

ome se fosse una nuova rinascita sociale; the theatre appears to be enjoying something of a renaissance (The Guardian, ottobre 2011), così la stampa straniera affronta l’occupazione del Teatro Valle. Sembrano entusiasti o semplicemente curiosi i giornalisti delle più note testate estere, dal New York Times passando per The Guardian ed Al Jazeera, arrivando al francofono Le Monde. La stampa straniera premia la nuova abilità degli artisti italiani che fanno rinascere nel bel paese movimenti di occupazione, quale rivendicazione degli spazi come bene comune contro il personalistico accumulo di capitale che allontana il cittadino dalla condivisione delle proprie esperienze. La crisi e le misure di austerità echeggiano sul patrimonio nazionale. A fronte delle molteplici restrizioni ai finanziamenti alla cultura, cresce in Italia un nuovo genere di gestione del territorio cittadino, in cui vecchi spazi privati in disuso e luoghi pubblici mal governati vengono avviati ad un progetto di condivisione dei saperi: cultura come bene comune. E’ sufficiente fare una passeggiata nel web per scoprire che le occupazioni e le autogestioni in Ita-

lia, come luoghi che promuovono arte e conoscenza, nel dibattito della stampa straniera vengano visti come un’entusiasmante realtà. Un modello di partecipazione alla vita del paese, promosso da forme di cittadinanza autogestita che negli ultimi tempi stanno sbocciando da Nord a Sud della penisola. “Chi sono i protagonisti dell’Occupazione del teatro Valle?”, si domanda Philippe Ridette giornalista di Le Monde. Gente comune, per lo più legata al mondo dello spettacolo che non ne può più di essere in balia della mala gestione pubblica, o di una privatizzazione della programmazione dell’agenda teatrale. Spiega sempre il giornalista di Le Monde ai suoi lettori, che la possibilità di armare un privato dei poteri sullo stabile, privilegerebbe la scelta del guadagno commerciale limitando probabilmente l’ingresso e forse la promozione della cultura stessa. Un’altra questione molto importante che affronta la stampa estera nella sua informazione è come questa nuova sperimentazione possa inserirsi in un contesto cittadino comune, data la sua partenza come soggetto illegale. L’entusiasmo che regna porta alla scoperta che la conquista dell’occupazione del Valle e la successiva nascita della Fondazione Teatro Valle bene comune conduca alla costruzione di qualcosa che anco-

ra non esiste. L’affermazione della neo Fondazione in soggetto giuridico è un esperimento interessante di cui si nutre la curiosità delle più conosciute firme internazionali. La collaboratrice di Al Jazeera, Donatella della Ratta, illustra come in Italia sia bloccata dal 2007 la costruzione di una proposta di legge per tutelare i beni comuni, come l’acqua e l’ambiente, ai quali si aggiungono oggi internet e cultura. Gli occupanti del Valle, agli occhi di chi li vede oltre confine, sembrano aver rinnovato il concetto di teatro e promozione di cultura, convinti di aver ridato ai cittadini la creatività del teatro. C’è chi, come The Guardian, parla di rivoluzione di velluto. Il Teatro Valle ha destato interesse e solidarietà da parte di vari artisti di fama internazionale, ha incontrato l’approvazione del regista Francis Ford Coppola e del giovane Elio Germano. C’è anche chi propone spettacoli gratuiti come Eduardo Bennato e Lorenzo Cherubini. L’occupazione del Valle sottolineano le varie testate straniere non è la sola occupazione nata negli ultimi anni in Italia: dalla Torre Galfa a Milano ai differenti movimenti della capitale dove sono stati occupati, per promuovere cultura dal basso, gli edifici dell’ex cinema America nel rione di Trastevere e il Cinema Palazzo nel quartiere universitario di San Lorenzo.

di Valentina Gentile

on è ancora materia ufficiale di diritto. Eppure il concetto di bene comune è nella storia dell’umanità: da San Tommaso D’Aquino a Hegel, la questione del bene dei più è al centro dell’interesse teorico e filosofico. Il recente e progressivo smantellamento dello Stato sociale ha portato ad un grande interesse per i beni comuni. La globalizzazione, i processi di privatizzazione e le politiche neoliberiste rendono necessaria una disciplina che tuteli l’interesse della comunità. Non è solo una reazione alle politiche di mercato. Disciplinare e proteggere i beni comuni significa proporre una nuova prospettiva che superi la dicotomia pubblico/privato. Il problema fondamentale nell’approccio giuridico sta nella difficoltà ad affrancarsi dal paradigma della proprietà privata individuale, ad oggi l’unica forma giuridica nella relazione tra persone e cose. I cosiddetti commons si possono ordinare in quattro classi: le risorse materiali come l’acqua e l’ambiente, il patrimonio culturale e artistico, le risorse immateriali come la conoscenza e le creazioni artistiche, lo spazio urbano e infine le istituzioni erogatrici di servizi pubblici finalizzati alla realizzazione di diritti fondamentali come

istruzione e salute, quindi scuola, sanità etc. Sono diritti sociali riconosciuti dalla Costituzione e tipici del Welfare State. Definirli beni comuni vuol dire spostarsi ancora più avanti nel reclamare una gestione diversa, partecipata. Non più il modello tradizionale dove l’ente pubblico è l’erogatore e il cittadino pretende la prestazione. Il legame tra risorsa e comunità porta ad un passaggio ulteriore: disarticolare il concetto di proprietà, non per eliminare l’accezione di proprietà privata, ma per aprirla in modo da rendere funzionali, e realmente accessibili, i beni comuni. Per restare in Italia, nelle recenti esperienze di occupazione di teatri, cinema e spazi, è presente una forte domanda di diritto, come se gli stessi fautori delle occupazioni fossero consapevoli che un nuovo tipo di società debba avere basi giuridiche. La voglia di comune venuta fuori in questi ultimi anni, è il caso, ad esempio, di movimenti come Occupy, non è auspicio di un esproprio ai danni del privato, ma di una riappropriazione di spazi e beni danneggiati dalla logica dell’accaparramento neoliberista degli ultimi decenni. È quello che intende il giurista Stefano Rodotà quando invita a ripensare alla possibilità di uso garantita a chi non è proprietario.


4

L’esperimento del Teatro Valle Occupato Gelsi dalla prima Non più fuga dei cervelli e delle arti ma qualcosa che lotta per restare a casa propria, per sperimentare sul territorio di origine la propria crescita professionale e culturale. Un posto sempre aperto, dove produrre dal basso e consumare arte. In un paese dove andare a teatro è divenuto uno svago per pochi, non ci si può stupire se anche la quantità delle sperimentazioni diminuisce. Intanto

Commento

Quel pasticciaccio brutto del Rione Sant’Eustachio Gentile dalla prima

il Valle con la sua proposta energica di dare alla cultura uno spazio diverso da quello istituzionale ha già ricevuto in pochi anni numerosi premi. L’ultimo è il premio belga Princess Margriet, per l’impegno di rendere la cultura uno spazio d’unione e in cui diventa generatrice di valori di vita sociale. In una Roma dove tutto sembra fermo, dentro un antico ricordo di città che fu, una rigenerazione sembra data dal gruppo di artisti e attivisti del bene comune che gestisce e promuove l’ar-

te al teatro Valle, anche per spettacoli internazionali, come la compagnia berlinese Familie Flöz o lo spettacolo belga Mamma Medea. Anche per la cultura regionale il Valle imbandisce la tavola con una proiezione originale e di profondo interesse del documentario Speace Metropoliz. Simbolico è stato anche l’evento con Alexis Tsipras, leader della sinistra greca, che ha presentato la propria candidatura alle europee in Italia proprio al Valle. Un problema di attrito sembra esse-

Dal 2011 sono cambiati governi e amministrazioni locali. Sul palcoscenico del teatro si sono alternati artisti di fama mondiale. Gli occupanti hanno trovato sostegno in giuristi del calibro di Stefano Rodotà e Ugo Mattei, fautori della Fondazione Teatro Valle Bene Comune, nata ufficialmente nel settembre del 2013. Tuttavia il Valle rischia di diventare un pasticcio difficile da risolvere. Una patata bollente, che scotta sempre di più. Il problema non è il recente no del Prefetto di Roma Pecoraro, che non ha riconosciuto la Fondazione. In fondo, se di atto rivoluzionario si tratta, come potrebbe essere così importante essere riconosciuti legalmente? Sarebbe un controsenso. Il punto non è considerare illecita l’occupazione di uno spazio pubblico che rischiava di essere privatizzato. Tantomeno è il

la Redazione

Direttori: Paolo Affatato, Emanuele Giordana Caporedattore: Antonio Migliore

Redattori: Beatrice Gelsi, Valentina Gentile, Anna Martini Grafica: Alessio Melandri finito d’impaginare il 7 aprile 2014

re la delegittimazione della sovranità della politica allontanata dalla nomina dei vertici del teatro. Ciò può intendersi non necessariamente come una spaccatura tra Stato e cittadinanza. A volte è necessario fare un passo indietro e promuovere la gestione diretta per creare un contraddittorio che può solo arricchire il panorama artistico e perciò culturale in un paese ricco di fermenti. Che finisca la crisi del teatro con questi nuovi esperimenti?

caso di prendere in considerazione le richieste di uno sgombero coatto. Il vero punto cruciale è il dovere di rispettare le regole. Perché il Valle non rispetta le regole della competizione? Come possono gli altri teatri di Roma competere con un teatro – oltretutto perennemente al centro dell’attenzione mediatica, che offre un ingresso praticamente gratuito, con una “quota di complicità suggerita” di otto euro? La questione si fa più controversa quando si parla delle uscite. I diritti alla Siae, gli oneri per l’agibilità, i vigili del fuoco. Tutte spese che il Valle non sostiene, ma gli altri teatri sì. Davvero si può parlare del Valle come di un modello giuridico da imitare? Tutte spese che il Valle non sostiene, ma gli altri teatri sì. Davvero si può parlare del Valle come di un modello giuridico da imitare?

Programma

Altresistenze. La prima stagione del Teatro Valle Nel sito del Teatro Valle Occupato si legge: “Il progetto artistico di quest’anno incarna i principi della Vocazione dello Statuto della Fondazione Teatro Valle Bene Comune: non un semplice cartellone di spettacoli ma una proposta culturale in senso ampio. Una stagione che genera stagioni. Una piattaforma vivente in cui gli artisti possono incontrarsi, contaminarsi, farsi comunità e in cui i progetti sono continuamente rimodellati da ciò che accade intorno.” Tra gli artisti che contribuiscono alla stagione “AltrEsistenze” 2013/2014 ci sono, tra gli altri, Roberta Torre, Davide Enia, Anja Kirshner, Fausto Paravidino, Giacomo Ciarrapico e Pippo Del Bono.

Link Per aggiornamenti sulle attività del Teatro Valle Occupato collegatevi al sito teatrovalleoccupato.it


Trattino_Basso I