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La Redazione:

Antonia Mandia 5b Federica Crispino 4d Giulio Abbamonte 4e Giuseppe Marzullo 4e (addetto alla grafica)

Docente referente:

Prof. Patrizia di nuzzo

in copertina:

disegno di Giuseppe D’antonio 5B


#Editoriale

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vere la possibilità di esprimersi è da sempre il principio su cui si basa il liceo classico. E noi, con il nostro giornale, abbiamo cercato di farlo al meglio: abbiamo dato voce ai vostri pensieri e alle vostre opinioni, intervistato i docenti che vedete ogni giorno per mostrarvi cosa pensa chi è dall’ altra parte della cattedra.

Crediamo che la comunicabilità debba essere incentrata su uno scambio bipolare di concetti, che ognuno di questi articoli abbia un valore intrinseco signicativo. Sempre meno ragazzi scelgono il classico: dimenticano che questa scuola non è solo un compendio di discipline disgiunte dal moderno evolversi della realtà. Il liceo classico, inevitabilmente, determina chi siamo, insegnandoci la possibilità del confronto, la virtù della riessione, l’ importanza della parola. Questi sono gli strumenti per essere liberi. Vi lasciamo dunque al uire inarrestabile e caotico dei vostri pensieri: essi sono il quadro più sincero di una realtà spesso complicata, confusa ed intricata. Ma vera.

La Redazione

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#igreci el’irrazionale

di Alessandra Greco 4E

U

n semplice professore di greco, così si denisce Eric R. Dodds. Filologo e professore di greco a Oxford, Dodds si pone come fautore di una nuova visione del mondo greco, diversa dalla tradizionale denizione neoclassica della Grecità, dettata dalla necessità di confutare quell’ idea di razionalismo illuminato di cui i Greci si fanno spesso portavoci. Dodds racconta: «Qualche anno fa, al British Museum, mentre osservavo le sculture del Partenone, un giovane mi si avvicinò e disse con aria preoccupata: “Quel che vi confesso è un’enormità, lo so, ma questa roba greca non mi commuove affatto”. “Molto interessante” risposi “Saprebbe forse denire le ragioni di questa indifferenza?”. Rietté un paio di minuti, poi: “Be’, non so se mi spiego: è tutto così tremendamente razionale”» Se infatti i greci pervennero a quel rigore razionalistico non solo in ambito losoco ma anche geometrico-artistico, per cui tanto vengono celebrati, fu anche perché da sempre questi non ebbero alcun timore di scorgere nell’ animo umano il soprannaturale o la tenebra. Alcuni dei temi trattati nel libro sono infatti totalmente estranei a una qualsiasi connotazione rigorosamente razionalistica: l’ inuenza delle visioni oniriche in ambito di veglia (basata sulla relazione υπαρ-οναρ) e la pazzia intesa come dono divino (spesso i malati venivano trattati con inestimabile rispetto in quanto in contatto con il mondo sovrannaturale), no ad arrivare a possessioni o abilità sciamanistiche dell’anima come entità in grado di compiere escursioni psichiche da un corpo a un altro. Tra i tanti, uno degli aspetti più interessanti analizzati dal “professore” è inoltre quello del menadismo che viene menzionato in concomitanza alla descrizione di riti e orge bacchiche: quale manifestazione dell’ irrazionale più evidente. Ma oltre alla gura dionisiaca ampiamente descritta nella parte ultima dell’opera, uno dei protagonisti del discorso sull’ irrazionale è il celebre Platone, che nonostante optasse per una visione prevalentemente razionale della vita umana riconobbe la grande mole dell’irrazionale anche nel quotidiano. Il libro pertanto trasporta chiunque lo legga nella duplice essenza del mondo greco, servendosi di una descrizione a tutto tondo ricca di particolari.

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#Lafilosofia:

di Enrico Tosto 3D

scienza delle merendine oppure reale scelta di vita?

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ala tempora currunt. In un mondo dominato da un consumismo senza controllo, i valori reali si stanno pian piano perdendo. Ormai il senso etico è diventato una formuletta la cui recitazione è paragonabile alle lastrocche che si imparano alle elementari. In un mondo in cui l’unico mezzo di valutazione è rappresentato dall’iphone 5,dai vestiti rmati o da un look appariscente,si è giunti alla consapevolezza che stiamo perdendo la nostra identità. Cosa siamo oggi in realtà: uomini o macchine? Siamo nulla. Proprio così: nulla. Il motore della vita di oggi è rappresentato da quel sistema di entità transeunte che va sotto il nome di “apparenza”. Il cuore dell’umanità non è più il fuoco dell’ideale,ma il freddo schermo del computer: ecco che si delinea così il prolo di un relativismo sfrenato,generato dall’apparenza,che porta inevitabilmente ad un nulla,alla perdita del senso della nostra esistenza, al nichilismo. Sembra strano,ma tutti questi concetti astratti e astrusi sono più vicini a noi giovani di quanto non immaginiamo. L’espressione più concreta di questa società nichilista è, senza troppi termini o complicati giochi di parole, l’ansia di noi ragazzi. Ci siamo mai chiesti: perché siamo sempre timorosi di tutto? Ho l’interrogazione domani:ho paura. Devo andare a ballare:ho paura. Stasera scendo: che ansia! Si teme il tutto quando si vive nel nulla. Tutto ciò accade perché sprechiamo il nostro tempo ad aspettare la prossima serata del Bogart e i momenti “clou” della nostra giornata sono rappresentati da trasmissioni televisive come “Uomini e Donne”,”Amici” o il Grande Fratello. In che modo si può essere realmente tranquilli d’animo,in un mondo relativista come questo,mi domando? Certo,non siamo qui a fare della morale,né tanto meno a giudicare: bisogna cercare delle soluzioni. Senza dubbio, la risposta a qualsiasi domanda si può ottenere solo pensando e laddove c’è una risposta razionale, si parla inevitabilmente di losoa. Di sicuro la prima reazione a questa proposta sarà di noia o sbigottimento. D’altronde chi può mai credere che un vecchio come Socrate possa darci la soluzione? Che dire poi di un tale,di nome Zenone,che sosteneva che Achille piè veloce non avrebbe mai raggiunto la tartaruga? O ancora, cosa pensare di un altro di questi tizi,che si chiamava Antistene,che affermava che non si potesse dire:”il cavallo è bianco”, perché il cavallo o è bianco o è cavallo? Insomma, a prima vista può sembrare di trovarsi davvero in una gabbia di matti. Molto spesso dimentichiamo però che la stessa idea di losoa è nata proprio qui, nella nostra terra. A qualche chilometro di distanza da Salerno si trova infatti il piccolo comune di Ascea Marina,nel vallo di Diano: una frazione del comune è il sito archeologico di Velia,che in epoca antecedente alla conquista romana si chiamava Elea.

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Ora,in questa antica cittadina,operava un dotto politico,che per caso era anche poeta: Parmenide, fondatore dell’ontologia e padre “venerando e terribile” della losoa. Ma cosa c’entra questo con l’ansia dei ragazzi? Ebbene,al tempo di Parmenide la situazione di questa città di provincia non era poi così diversa da quella in cui versa la società odierna: gli abitanti della parte meridionale avevano infatti scoperto il fascino del lusso e della ricchezza senza limiti e grazie agli intensi scambi commerciali via mare (il porto era infatti il cuore economico della polis), la vita ad Elea stava per diventare inevitabilmente una realtà governata dal consumismo, in cui tutto era relativo e non contavano più nulla i valori tradizionali. Di fronte alla minaccia di insensatezza esistenziale, si colloca l’azione di Parmenide: la forza del suo pensiero,fondato sulla dicotomia tra essere (la via della verità e della virtù, quindi del pensiero) e non essere (la via delle opinioni, delle cose soggette al vorticoso scorrere del tempo e della fortuna momentanea, e quindi del nichilismo), riesce a riportare sulla retta via i cittadini accecati dalla falsa luce dell’apparenza, ed Elea ritrova nalmente se stessa. Parmenide ci ha dunque dimostrato come la veemenza del pensiero sia l’unica risposta alla logica del nulla e del divenire: è infatti eterna e immutabile la forza del “logos”, e quindi della losoa. Questa storia, applicata alla dialettica della società odierna, rimarrà perfettamente inutile nché saranno solo in pochi a losofare, a dare un senso alla propria esistenza, all’insegna della continua ricerca della verità. Con questo non si vuole celebrare il funerale della losoa “causa temporis”-non nel luogo in cui è nata!-bensì si vuole spingere a pensare, a porsi delle domande e a trovare risposte razionali. Solo in questo modo libereremo il mondo dalle catene del relativismo e dell’ansia esistenziale, ma tutto ciò non sarà facile: il nostro caro Socrate ha dato anche la vita per la losoa. Proviamo quindi,per una volta, ad analizzare a fondo gli aspetti della realtà che ci circonda e ad imbarcarci nel grande mare della loso: la rotta è la verità.

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#RIFIUTITOSSICI INCAMPANIA

di Mar na Sorren no

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rgomento già trattato parecchi anni addietro, i riuti tossici tornano all’attacco! Ricordiamo come, quasi sedici anni fa, l’ex camorrista e pentito Carmine Schiavone rivelò alla stampa notizie che fecero scalpore in tutta l’Italia ma che poi, misteriosamente, furono messe a tacere dallo Stato, senza nessuna spiegazione. Schiavone, infatti, rivelò zone della Campania, tra Caserta e Napoli, dove erano stati scaricati riuti tossici e riuti nucleari. La notizia, come già accennato, fu subito soffocata da quelli “potenti”, come se una pietra fosse stata messa sopra questa storia, come se non fosse qualcosa di importante o da discutere. Adesso, dopo così tanti anni di silenzio, un’altra bomba ad orologeria è scattata, attirando l’attenzione di molte persone e della stampa stessa. Sembra che nelle zone circostanti Latina, Napoli e Caserta, tanto tempo fa siano state scavate fosse e che nelle stesse siano stati sotterrati riuti ospedalieri, aziendali e nucleari; scarti di metalli, come alluminio, zinco e stagno. Questi riuti provengono da aziende del Nord, arrivati in Campania tramite più di duecentoventisette tir alla volta, i quali trasportavano le più pericolose scorie. Pochi erano a conoscenza di questo trafco continuo di riuti, i quali, essendo interrati hanno fatto da “ terreno fertile “ per molti contadini, orgogliosi del proprio raccolto; i quali prodotti, come conserve di pomodori, patate e scatole di frutta sono stati esportati in tutta Italia, anche al Nord e, naturalmente, anche sulle nostre tavole. Oltre ad inquinare il terreno, anche le falde acquifere sono state messe a repentaglio da questi riuti; infatti, il comune di Casale, una delle zone più interessate, ha vietato l’uso quotidiano del pozzo comune. “ Qua la gente muore ogni giorno; li vedi il venerdì e sabato ci fai il funerale”, queste sono le parole di una donna intervistata in una casa che risiede su questi terreni. Infatti, secondo alcune interviste, una buona parte della popolazione, ogni giorno, muore di tumore. Questa zona viene chiamata anche “Terra dei fuochi”, poiché, molti dei riuti, oltre ad essere interrati (e anche mangiati) vengono incendiati e i fumi tossici vengono respirati da tutti gli abitanti. Lo Stato, però, non ha ancora fatto gli adeguati controlli per accertare se le parole di Schiavone siano reali o infondate, infatti sembra proprio che il Governo non si preoccupi per niente di questo enorme problema, anche se questi stessi cibi potrebbero essere ogni giorno sulle loro tavole. Adesso, saputi questi avvenimenti, avremo ancora l’acquolina in bocca davanti ad un piatto di pasta al pomodoro, al ritorno da una lunga giornata di studio o di lavoro?

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#EGO,ERGOSTATO

di Francesco D’Aiuto 2A

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bitualmente i giovani che popolano il Bel Paese vagabondano tra idee contrastanti riguardo al loro futuro e a quello del proprio stato. L'intreccio di questi destini ci pone dinnanzi a prospettive diverse, inquietanti e non. E’ inutile negare che l'Italia stia ansimando nel pantano della crisi mondiale ormai da anni, che la lealtà e il fervore non abbiano più posto nel nostro parlamento, che i poveri siano senza speranze mentre i ricchi si compiacciono del loro benessere che sembra non essere mimamente scalto: si sa, qualsiasi luce è il riesso di un’ ombra. C'è chi scende in piazza e spera di ottenere qualcosa lottando, chi scende in piazza per poi ripercorrere, impaurito, il viale di casa, chi crede in altre idee di protesta, chi preferisce valicare le frontiere e vivere altrove. Non mi sembra che in questo paese,adesso, ci sia ossigeno per tutti. Non tutti hanno la fortuna in tasca, non tutti hanno la testa sulle spalle. Le alternative sono poche e con il solo cervello in Italia non si può andar lontano,o almeno così sembra. Allora ci aggrappiamo sempre alla speranza che qualcuno riesca a risollevare le sorti dell’ Italia: sarà un uomo nuovo, un uomo diverso, con grandi capacità umane, ideologiche, con affermata lealtà. Sebbene tutto possa apparire di un nero assoluto, nei cuori delle perone si leva un desiderio nuovo, una speranza che squarcia il buio varco in cui siamo sprofondati e ci rivela che, al di là delle sue trame, c’è una via d’ uscita. Non ci resta che aspettare. Che l’ attesa, però, non sia lunga: il futuro sta divenendo sempre più il presente per molto di noi.

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#NONèlasoluzione

di Manuel De Simone 2D

“Il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani nella fascia di età 15-19 anni e la percentuale è triplicata negli ultimi trent' anni […] Circa il 40 per cento degli studenti di scuole secondarie ha preso in considerazione il suicidio in qualche occasione” Corriere della sera – Aprile 2005

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embra strano, ma è così. Cosa ci sta succedendo? Siamo troppo occupati a fumare, a drogarci e a bere per capire quanto la fascia di società dai 15 ai 19 anni a cui fa riferimento l’articolo e di cui facciamo parte si stia autodistruggendo. A questo contribuiscono anche i cosiddetti “adulti”, che non vedono o non vogliono vedere quello che sotto i loro occhi,quotidianamente, si consuma. I ragazzi si abituano ed in un certo senso si adattano ad un modo di vivere che non gli appartiene ma che, nella maggior parte dei casi, imparano ad accettare per non sentirsi fuori dal mondo, emarginati. Il singolo individuo fa ciò che la massa fa, omologandosi ad essa sia nel bene che nel male (e, purtroppo,in questi ultimi tempi credo prevalga nettamente quest’ ultimo). Ci si diverte così: discriminando i nostri coetanei , facendo loro subire qualsivoglia forma di non accettazione, di riuto, di negazione, rendendoli vittime impuni di intimidatorie aggressioni verbali e carnali. Chi agisce con comportamenti e atteggiamenti di questo genere è un vile e un debole. La persona presa di mira può reagire a seconda dei casi: c’è la persona forte che non è scalta da tali azioni e quella fragile, che si chiude in se stessa e può reagire in modo positivo, condandosi con chiunque possa dargli comprensione e aiuto oppure, nei casi estremi, trova la soluzione nel suicidio. Il suicidio ormai sembra essere diventato un modo più semplice per risolvere i problemi, ma questa assolutamente non può essere la risposta neanche al più atroce dolore: perché la vita è un dono e va preservata, curata, goduta e portata avanti con forza, determinazione e coraggio al di là di tutto e di tutti.

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#LEGABBIE D’INCHIOSTRO

di Lorenza Marini 4E

E

ccolo, è qui. pensa lo Scrittore. Si alza faticosamente dal divano, le gambe sono pesanti e il passo trascinato. Nel compiere il tragitto verso la stanza si guarda intorno: la sua casa è uno schifo. Bottiglie, sporcizia, sembra sia passato un uragano. “Magari” pensa lo Scrittore “forse sarebbe riuscito a spazzare via anche me”. Lo Scrittore ha sempre pensato di essere nato al contrario, di avere il cervello sottosopra perché tutto quello che agli altri sembrava strano a lui sembrava normale e il brutto aveva sempre esercitato un fascino particolare su di lui. Era strano e lo sapeva, glielo ripetevano da anni, come se lui fosse uno stupido e non se ne fosse ancora capacitato. E nessuno era abbastanza sveglio da capire che lo Scrittore sapeva di essere strano, di essere al contrario, ma gli piaceva. Per il suo animo trovare il bello dove tutti quanti vedevano il brutto era una conquista, lo rendeva felice, e al diavolo tutto quello che la gente gli diceva. “Tanto ora non ha più importanza cosa dicono” pensa con un sorriso accennato lo Scrittore “non che ne abbia mai avuta, per me.”. L'ansia e la paura crescono, lo Scrittore lo sente. La maggior parte delle persone tende a pensare che quando si ha paura i pensieri si affollino o scompaiano del tutto. Gli uomini sono fatti così, non conosco le mezze misure quando si tratta di sentimenti. Ma lo Scrittore in questo momento non ha la mente né piena né vuota. E' stranamente ordinata, forse come non lo è mai stata in vita sua. Il tragitto da una stanza all'altra è concluso. “Ci siamo”. Lo Scrittore prende ato, si fa coraggio e accende la luce. Ed eccolo, davanti a lui, dritto, imperturbabile, minaccioso. Lo Scrittore l'ha sempre chiamato il Demone, ma in realtà lui non ha un nome, come non ha forma. E' indescrivibile, letteralmente. Il Demone ricambia lo sguardo dello Scrittore. “Eccomi”. Lo Scrittore esita, è spaventato, non può negarlo, ma, in fondo, era preparato. “Sapevo che saresti venuto, mi stavo solo chiedendo quando” “Beh, ora non dovrei più chiederti nulla” “Già”. E cala il silenzio. Lo Scrittore guarda il suo Demone e non sa cosa dire, né quanto tempo passi prima di sentire la sua voce pronunciare una frase: “Perché proprio ora?”. Il Demone aspetta a dare una risposta, sembra quasi ci stia pensando. “Credo che tu lo sappia, ma che sia troppo spaventato per ammetterlo a te stesso”. Lo Scrittore sospira, sa che è vero. Il Demone lo guarda attendendo la sua risposta. “Io credevo di essere al sicuro, ecco perché”. La creatura accenna un sorriso e annuisce, lo Scrittore ha capito. “Te l'avevo detto che lo sapevi”. Si ferma. “Pensavi di potermi evitare per sempre, pensavi di avermi imprigionato per l'eternità tra le pagine di un libro, che le parole fossero salde come le sbarre di una prigione, pensavi che nascondendomi tra lettere, punti e virgole ti saresti dimenticato che esisto, che l'inchiostro sarebbe stato la catena più potente per me e ad ogni punto, ad ogni nale, ti sentivi soddisfatto e sicuro perché pensavi di aver eliminato o almeno bloccato un'altra parte di me, pensavi che non ti avrei mai raggiunto e ti sentivi riparato e felice. Ed eri troppo impegnato nelle tue fantasticherie per accorgerti che io ero sempre al solito posto...” “Nella mia testa”, conclude lo Scrittore, sorridendo di nuovo. Sorride perché sa di essere stato stupido, di aver sottovalutato il Demone e di essersi illuso che bastava scrivere qualche arido romanzetto per intrappolarlo ed essere libero. “Ora devo portarti con me, lo sai?”. Lo Scrittore annuisce. Lo sa. “Bene, allora andiamo”. Getta un ultimo sguardo alla casa, alle sue cose e pensa “Magari fosse passato davvero quell'uragano, magari mi avrebbe capovolto e così sarei stato dritto, come tutti”. Ma ora non ha più importanza. Come se ne avesse mai avuta, per lui. Lo Scrittore allunga la mano verso il Demone e chiude gli occhi. La casa è vuota e disordinata, sembra sia passato un uragano. Tra le scartofe, le bottiglie e gli avanzi di cibo si intravede una gura stesa sul divano. E' lo Scrittore. La sua pelle è bluastra, la siringa è ancora inlata nel braccio e l'ombra di un sorriso gli attraversa il viso.

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#NONVOGLIO

di Simona D’Elia 3C

VIVEREINUTILMENTE

S

pesso ci capita di pensare che vorremmo rimanere a casa a dormire invece di andare a scuola, uscire con gli amici invece di dover studiare, poter vedere la partita invece di andare a buttare la spazzatura, stare in classe con quella professoressa che proprio non riusciamo a sopportare. Altrettanto spesso, ci capita di dire quanto sia inutile fare tutto questo. Questo è vivere inutilmente! Io non voglio buttare neanche un attimo della mia esistenza e desidero andare no in fondo a questa realtà che ci mette sempre i bastoni fra le ruote. Ma come posiamo noi ragazzi non vivere inutilmente? La nostra vita infatti oscilla continuamente tra momenti in cui viviamo tutto con grande gioia e altri in cui ci piangiamo addosso e riutiamo tutto. Ognuno di noi ha un desiderio che porta dentro di sé, lo sente ma lo mette a tacere quando invece assecondarlo è l’ unico cammino da percorrere afnché la vita non sia inutile e non ricada sulla noia. Bisogna guardarsi dentro: il nostro cuore non smette mai di gridare ed è molto più forte di qualsiasi rumore gli sia attorno. Tutti i tentativi di zittirlo sono inutili perché niente può farlo tacere. Si farà sentire sempre e l’opprimerlo porta l’uomo allo sconforto, alla paura, alla disperazione. Non bisogna ritenere banale “seguire il proprio cuore”, perché è vero che se una cosa ti viene dal profondo non può essere sbagliata. Spesso abbiamo paura di soffrire, di farci del male, e quindi non agiamo come vorremmo. La paura ci blocca, ci opprime, e quel che è peggio è che ci uccide, perché chi ha paura muore ogni giorno. E io sono stanca di avere sempre paura. Tante volte ci sentiamo tremendamente piccoli e ci domandiamo se abbiamo qualche cosa che possa stare in piedi davanti a circostanze che ci troviamo ad affrontare. A volte siamo totalmente feriti dalle circostanze da bloccare il cammino della conoscenza e allora tutto diventa veramente soffocante, perché è come se vedessimo la realtà solo attraverso questa ferita lacerante. Dobbiamo invece riaprire la partita e capire che c’è un modo diverso di vivere. Tutte le esperienze ci donano sempre nuove consapevolezze che ci permettono di essere felici. Quando si va in montagna, si rischia di cadere o di stancarsi, ma non si deve mollare, si deve andare avanti. Se è forte la motivazione si ha chiaro anche il cammino. Camminare può essere un’arte; se camminiamo troppo in fretta ci stanchiamo e non arriviamo alla ne del percorso. Camminare è l’arte di guardare l’orizzonte, pensare a dove si vuole andare, ma anche sopportare la stanchezza che si può sentire e le cadute che possono capitare. Ciò che conta non è il non cadere ma il rialzarsi subito e continuare. Quello che auguro a tutti i ragazzi che, come me, vivono in questo mondo che ha il “vizio” di tagliarci le ali, è di non fermarsi mai all’apparenza delle cose e di assecondare questo “impeto senza tregua” che è in noi, e dovrà sempre accompagnarci nella vita.

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#LaNaturanontieneconto dellenostrebrame

di Giuseppe Marzullo 4E

“[…] Natura: Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n'avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi beneco, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E nalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei […]” Giacomo Leopardi, “Le operette morali”

A

mesi distanza dal disastro idrogeologico che ha colpito la nostra bellissima Sardegna, comincia il solito scaricabarile di colpe e responsabilità. Si spazia dalla condotta fognaria incapace di gestire il usso d’acqua alla strada dissestata e mai messa in sicurezza, dagli argini troppo bassi ai ponti instabili e mal costruiti e così via. Ma partiamo dal principio. Ci piace chiamare, questo dove viviamo, ‘’IL BEL PAESE’’o ‘’LA SATURNIA TELLUS’’, d’altro canto come non farlo, questa è la terra che dal candore mistico di cittadine come Sestriere giunge no ai colori caldi della barocca Palermo, passando per la grande macchina del Duomo milanese, il lago di Garda, la bella e dannata Venezia, l’arte che straborda in quel di Firenze oppure attraverso le località incontaminate della Maremma, i vitigni al conne con l’Umbria o ancora i verdeggianti colli del Leopardi, l’innevato e possente Gransasso, la potente ed eterna Roma, che ci insegna a vivere secondo il “Mos Maiorum” e sempre più a sud attraverso le campagne Molisane, La Puglia, da sempre il nostro trampolino per l’oriente, la Campania della caotica ma stupenda Napoli e della costiera Amaltana ed inne la Calabria terra rurale dai mille volti e dalle innumerevoli bellezze. Eppure la verità è che, in questa stupenda cornice paesaggistica e culturale altro non si pensa se non a dare manforte agli imbrogli, alle truffe e al, cosiddetto, ‘’magnamagna’’, tutte cose che, a dirla tutta, ci vengono anche meglio della nostra prestigiosa pizza. Poco importa se le persone muoiono o se devono dormire fuori dalle loro case distrutte, a poco conta che la costa Smeralda sia coperta di fango e detriti o che ad Olbia cadano le piogge di sei mesi in due notte, anzi, tanto meglio, più il disastro è grave e più soldi arriveranno e di conseguenza altrettanti ne entreranno nei conti delle società, le stesse che quelle condotte fognarie, quelle strade, quegli argini e quei ponti, di cui adesso si parla, li hanno costruiti, sapendo che non sarebbero durati poi tanto, certo non così poco, ma magari sperando che il tempo obliasse un po’ le loro mancanze. Sembra davvero poco fruttuoso, a questo punto, parlare di giustizia e di morale, laddove la morale regge solo n quando si ha la pagnotta a tavola ogni giorno e la giustizia solo nché si rischia la galera. In italia, purtroppo, si vive con il complesso della formica, ovvero si ha il bisogno di accumulare denaro all’inverosimile, pressati dalla tremenda paura della povertà, per cui è sempre bene avere un piano di riserva, procacciando cibo extra, che tanto, se la modalità non nuoce a noi stessi, è sempre ben accetto. Quello che questa vicenda ci insegna è che: come la natura ci ha donato lo splendore delle nostre terre, così ha spazzato via in un giorno le vane certezze di chi intendeva approttarsi del suo splendido operato.

“In memoria delle vittime del 20 Novembre 2013”

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#OGNUNODINOIHA UNAMICOIMMAGINARIO

di Federica Crispino 4D

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a un nome, un aspetto visibile solo a noi, un colore di capelli, di occhi, un'andatura, un carattere particolare che solo noi possiamo capire: ecco che nella nostra mente appare il nostro amico immaginario. Quante volte da bambini, è capitato di sentire il forte desiderio di stare in compagnia? Di aver bisogno di un amico vicino o di un po' di affetto in più? Molte volte, l'amico fantastico è stato la risposta a tutto questo. Capita anche che un bambino scelga questo simpatico compagno come un proprio alter ego nel quale riscontrare ed trasferire tutte quelle caratteristiche che vorrebbe avere. Spesso le sembianze che questo nostro amico assume, infatti, sono le stesse del nostro eroe dei cartoni animati, del nostro modello da imitare. L'amico immaginario, nella maggior parte dei casi, è utile per esprimere la nostra personalità, a conoscerla e a conoscerci; ma, in casi, fortunatamente rari, diventa un modo per isolarsi, un modo per dire che il luogo dove viviamo, le persone che vediamo e che siamo abituati ad incontrare non ci piacciono e preferiamo chiuderci nel nostro mondo in cui siamo perfetti e tutto è perfetto. Il nostro amico immaginario rappresenta quella forma di protesta che, nel nostro piccolo, può fare la differenza, che cambia le cose e che lo rende felice. Anche ciascuno di noi ragazzi, ha un amico immaginario: la musica, la scrittura, lo sport. Quante volte, infatti, deniamo un hobby o una passione le nostre valvole di sfogo, i nostri microcosmi in cui rifugiarsi e sentirci liberi di esprimerci? Pur involontariamente , ci comportiamo come farebbe un bambino che vede nel suo amico immaginario tutto ciò che vorrebbe essere. Il pianista Giovanni Allevi, una volta, disse "la mia musica è altro da me"; il pianoforte per il maestro Allevi è stata la chiave giusta per aprire il suo cuore, che, non a caso, è altro da lui. Sfruttare una nostra passione per scoprire chi siamo è profondamente produttivo; la stessa inclinazione a scegliere quella determinata attività ha in sé un pezzo della nostra personalità e la nostra abilità sta nel saperla cogliere e darle vita. La nostra valvola di sfogo diventa così ciò che ci distingue dal resto, la nostra linfa vitale, il nostro marchio distintivo e non un modo per isolarci. Il nostro microcosmo da specchio in cui vedevamo riessa la nostra immagine, diventa un lago in cui tuffarci completamente. Se ognuno di noi, vedesse nella sua passione se stesso e la rendesse il fuoco della propria vita, avrebbe una marcia in più, una sicurezza con cui affrontare il mondo, che oggi è solo di pochi. Allora, in quel senso, un mondo fatta a propria immagine somiglianza sarebbe sano, poiché nalizzato a fare il proprio bene e quello della comunità, perché la pace con se stessi è l'inizio della pace con il mondo.

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#INTERVISTADOPPIA

Teresa Baldi docente di lingua e letteratura greca e latina:

-Cosa significa per te insegnare? Insegnare non significa solo trasmettere saperi,per me insegnare vuol dire dare un modello comportamentale ai ragazzi . In questo senso, noi prof dobbiamo stare molto attenti a quello che facciamo e diciamo. Insegnare significa anche essere coerenti con il modello culturale che andiamo a proporre e il mio riferimento è don Milani,che diceva che bisogna insegnare col cuore,credendo fermamente nei ragazzi: l famoso progetto “I care” -Che tipo di rapporto desidereresti instaurare con gli alunni? Io non desidero instaurare:io ho un rapporto. Un rapporto improntato sulla fiducia,sul rispetto reciproco e non basato sull’eccessiva chiusura:i ragazzi non mi devono rispettare perché mi temono,ma perché sanno di poter trovare in me un riferimento. Cerco molto la partecipazione degli alunni ed è difficile,ma indispensabile,non sfociare in un rapporto amicale che confonda i ruoli. La differenza tra me ed altri è che io riesco a mettere perfino il due con un sorriso,perché nulla è irrecuperabile e aiuto i miei allievi con un atteggiamento positivo verso tutti. Tuttavia,ho un gran difetto:non so dire di no ai ragazzi. -Com’è lo studente ideale? Io dico sempre ai miei alunni che un bravo studente è quello che prende tutti i voti. La mia più grande soddisfazione è infatti quella di portare un ragazzo da una fascia medio-bassa di valutazione, a livelli più elevati:ciò che mi piace vedere è la tenacia e il senso di sacrificio,doti indispensabili per migliorare. Lo studente ideale deve però essere una persona corretta dal punto di vista morale, perché dove c’è correttezza,c’è rispetto e dal rispetto nasce poi il rapporto personale. -Hai mai fatto una pazzia? L’unica pazzia che abbia mai fatto è stato un filone a scuola durante l’ultimo anno di liceo. Era un mercoledì da suicidio e la giornata invitava molto allo shopping,così io ed una mia amica andammo a Cava a girare per i negozi. Sfortuna volle che mia madre lavorasse nella segreteria del liceo e quindi mi scoprì subito. Vi lascio immaginare quel che mi successe dopo. -Cosa fa la prof quando torna ad essere Teresa? Io non mi spoglio mai completamente del mio ruolo:ho dei figli,di cui uno ha appena preso la maturità e l’altra ancora liceale. Li ho sempre seguiti nello stesso modo in cui seguo i miei alunni, ma con meno pazienza e quindi nemmeno a casa riesco ad essere diversa da come sono a scuola. -La tua passione nascosta? Sin da ragazza,ho sempre amato molto ballare. Mi sarebbe piaciuto studiare danza moderna e magari diventare una ballerina. Ancora oggi la danza e la musica sono la mia valvola di sfogo e lo sanno bene i ragazzi che ho accompagnato in gita. -Che tipo di ragazza eri? Ero una ragazza estroversa,disponibile,studiosa,ma senza dubbio incerta rispetto a come sono oggi. Avevo molte conoscenze,ma poche amicizie fidate. Contrariamente a quanto si può evincere,non ero una ragazza popolare:non uscivo di sera,perché mia madre,a causa dei suoi timori genitoriali,mi teneva chiusa in casa. Da qui vennero poi le mie ribellioni verso di lei,come il già citato filone. -La prima insufficienza? Quando ero al ginnasio,presi un’insufficienza ad una versione di greco,che però fu annullata dal professore,avendo lui stesso ammesso che si trattasse di una versione troppo difficile per dei ragazzi come noi. In ogni caso, posso affermare con estrema serenità che non me ne sono mai importata più di tanto. Come ho detto prima,un bravo alunno prende tutti i voti. -Hai mai alzato troppo il gomito? Fondamentalmente,non ho mai bevuto nulla fuorché acqua naturale,tranne una volta:al liceo,durante una tombolata,avevamo messo la regola che ,per ogni vincita,si dovesse bere un bicchiere di vino ed io,stranamente,fui molto fortunata nel gioco. Inoltre,feci a gara con un mio compagno a chi bevesse più in fretta:il risultato fu che vomitai anche l’anima,per modo di dire.

a cura di Enrico tosto

-Elenca tre difetti della tua collega Prepotente,a volte un po’ scorbutica e troppo irascibile. Conosco Stefania da tantissimo tempo e devo dire che ammiro la sua estrema sicurezza,che la rende una roccia. -Come immagini il futuro di questo istituto? Grandioso. Io amo il De Sanctis, perchè le persone che vi lavorano,che per me sono estremamente capaci, hanno a cuore il bene di questa comunità. Posso infatti affermare con fierezza di sentire un fortissimo senso di appartenenza a questa scuola e non credo di essere l’unica. D’altronde,la nostra offerta formativa non ha eguali!

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Docente di lingua e letteratura greca e latina:

-Cosa significa per te insegnare? Quintiliano diceva:”Tamen viva illa,ut dicitur, vox alit plenius praecipeque praeceptoris quem discipuli,si modo classico recte sunt instituti et amant et verentur”:Per me insegnare significa trasmettere il mio sapere, ciò che mi ha sempre mosso è l’amore per le mie materie. Per me insegnare vuol dire anche far appassionare i ragazzi al mondo classico,con strategie che cambiano a seconda dei tempi e della fisionomia della classe.

#INTERVISTADOPPIA

Stefania Stridacchio

-Che tipo di rapporto desidereresti instaurare con gli alunni? Di rispetto,di reciproca stima,alieno da ogni forma di scorrettezza e, soprattutto, di compartecipazione. Io cerco sempre di divertirmi con i miei alunni, instaurando un clima piacevole all’insegna del ludus(ma il lavoro in classe è rigorosamente dettato dalla gravitas!):studio la fisiognomica della classe,inquadro le persone in qualche modo più buffe e scherzo con loro. Mi diverto con i ragazzi e cambio sempre approccio con la classe. I miei alunni paragonano la mia ira a quella delle Erinni, ma,dopo tutto, sanno che queste ultime si trasformano in Eumenidi. Tuttavia,molto spesso il mio rapporto con gli alunni può risultare turbinoso e travagliato. Credo che ciò avvenga perché in me prevale nettamente la pars destruens sulla pars construens: io distruggo,ma non ricostruisco. -Com’è lo studente ideale? Appassionato,curioso,interessato e che non si fa prendere troppo sul serio. L’alunno ideale dovrebbe essere dedito allo studio,ma non in maniera eccessiva. .Personalmente,non ho mai incontrato l’allievo ideale e penso che non lo incontrerò mai, perché sono fin troppo esigente. -Hai mai fatto una pazzia? Mai. Sono una persona molto moderata:la medietas e l’aurea mediocritas sono infatti i valori che più apprezzo del mondo classico e che più cerco di fare miei,applicandoli nella vita di tutti i giorni. Ma alla fine sono tutte pose. Noi docenti siamo come gli oratori:ci serviamo dell’actio e della lectio. Dopo tanti anni,infatti, ho capito che è molto facile indossare la maschera della forza e della sicurezza,ma il difficile è guardarsi poi allo specchio: ecco perché cerco di essere coerente fino alla fine in tutto quello che faccio. -Cosa fa la prof quando torna ad essere Stefania? Leggo molto attingendo dalla nostra biblioteca. Io stessa mi definisco bibliomane. Tuttavia non è la mia una “studiosa luxuria”,la mia è una continua sete di conoscenza,che si ottiene solo tramite la lettura di un numero di libri sempre maggiore. In secundis coltivo l’interesse per il cinema,a volte anche teatro, e per il sano shopping.

-La tua passione nascosta? La mia più grande passione è sempre stata la biblioteca:essere circondata da libri e libri, che attendono di essere letti,è una sensazione bellissima. Mi sarebbe piaciuto molto,infatti,lavorare in una biblioteca,ma a distanza d’anni, credo di avere fatto una buona scelta,richiedendo quel mestiere grande pazienza e grande ordine, doti che io non possiedo e che mai possiederò. -Che tipo di ragazza eri? Molto tranquilla,studiosa soprattutto e molto introversa. Da ragazza,ho studiato con mia sorella e ne subivo il confronto con i miei coetanei. Mi sono fortificata in seguito grazie allo studio delle materie classiche:esse mi hanno aiutato ad accettarmi così come sono e ad avere una mia personalità. Benché da allora io sia risultata antipatica a molte delle persone che ho incontrato, posso affermare che si è trattato di un grosso equivoco,perché alla fine (incredibile,ma vero) so di essere molto timida,e chi è timido deve ostentare sicurezza per integrarsi. Come ho già detto,la mia personalità si è modellata sempre più in funzione degli studi classici che affrontavo e grazie a loro ho infine raggiunto l’equilibrio:poco m’importa di ciò che gli altri pensano.

-La prima insufficienza? Presi il mio primo 4 in matematica:non sono mai stata brava in questa materia abominevole. Copiavo da mia sorella e la notte ho ancora gli incubi delle interrogazioni di matematica del giorno dopo. In effetti,io stessa faccio molto spesso questa domanda ai miei alunni:”A che serve la matematica?” -Hai mai alzato troppo il gomito? Sono astemia,quindi non ne ho mai avuto l’occasione,anche se,ad essere sincera,mi piacerebbe provare per capire i molteplici significati che gli antichi attribuivano al vino.(Ad esempio,Alceo dà al vino un significato esistenziale e politico-comunitario).In particolar modo,se fosse possibile,vorrei comprendere gli effetti della “lathikadea”.

-Elenca tre difetti della tua collega. E’ fin troppo simpatica (diffidare da queste persone),è sempre allegra e non si scompone mai. Persone del genere mi sembrano fittizie,perché ha delle qualità talmente evidenti che potrebbero apparire enfatizzate. Ammirevole il suo feeling coi ragazzi:mi piacerebbe averlo. -Come immagini il futuro di questo istituto? Questo è un istituto fin troppo aperto alle innovazioni. Premetto che non sono una misoneista, ma non credo che bisogni sposare incondizionatamente la novità per il solo gusto della novità. Mi auguro che in futuro si potenzi e si conservi lo spazio dedicato alle lingue classiche,perché al momento computer,matematica,inglese (con tutto il rispetto verso queste cose) stanno soppiantando le nostre materie d’indirizzo. Se si va avanti così,corriamo il serio rischio di smarrire la nostra identità e di svendere la nostra cultura.

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#SONNOPROFONDO

di Antonia Mandia 5B

M

attino. E’una fredda luce bluastra ad accogliermi, a rimettermi al mondo. Così irreale da ricordarmi la grezza anima degli alberi che, nudi, mi aspettano fuori dal varco. Il cielo si staglia,coperchio basso e greve, sulle ceneri di un passato di cui non so più ripercorrere le la. Quel momento, è quello a lasciarmi senza ato, a prosciugare tutte le mie forze: quando apro gli occhi. Quando lì fuori sento che ad aspettarmi non c’è altro se non l’ isterico magma di una realtà impolverata e fuligginosa. Quando, per dischiudere le lacere ferite degli occhi, ho bisogno di darmi, almeno un po’, del mondo. Ma a volte fa così male che preferisco stringere più forte le palpebre, e scivolare nel muto torpore del sonno. Ed in quella dimensione ovattata attutisco ogni stridio, ogni bruttura, ogni dolore: lì posso modellare una realtà mistica, intrisa di sogno, dai contorni labili e dalle tinte sfocate che a me non può non attrarmi nel suo visionario silenzio. Non c’ è tristezza, malinconia: soltanto il mondo del sonno in cui precipito con un sordo tonfo.Non è un sonno evidente, il mio, vedendomi non te ne accorgeresti. La sua natura è sottile, ed inda: s’ annida tra le ciglia e resta lì, anche quando dovrei essere sveglia. Vivo così, ad occhi socchiusi, ma non ho più fastidio: mi sono abituata ormai. E, ad occhi socchiusi, ho imparato che è più difcile osservare, ma che quando ci si riesce, si possono cogliere aspetti non considerati prima. E ho visto persone che vivono, come me, persi in una fase REM che, eterna, li ingloba. Poche hanno il coraggio di sdare il sole. Sento sangue e veleno di uno spleen troppo infetto scorrermi tra le vene ed alimentarmi di fervore, angoscia, e poi ancora speranza, riscatto, sogno. E questo mio cielo, che stringe l’ orizzonte in un unico cerchio, trasforma il giorno in livida illusione.Vivo ad occhi socchiusi, sogno di spalancarli.

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#LaConsultaeilDeSanctis di Pietro Rapuano

O

rmai si pensa:” la posso cambiare io l’Italia?” Ma io risponderei:”Non Devi combinarla tu l’Italia ma tu il tuo passo lo fai,se ti seguono il tuo passo diventerà bello,importante,sostanziale,sostanzioso,concreto ed essenziale,se non ti seguono... almeno il tuo lo hai fatto,almeno ci hai provato”.

“La consulta è un organo provinciale del ministero dalla pubblica istruzione che è consultivo e ha nalità progettuali” con queste parole è iniziata una lunga chiacchierata con Michele Del Vecchio rappresentante della consulta del nostro liceo. La consulta contrariamente a quanto si pensi è un organo molto importante con poteri che altri organi di rappresentanza studentesca non hanno. Infatti può spostare fondi e può imporre, attraverso circolari emanate dal suo presidente e in comune accordo con la consulta, decisioni ai presidi dei vari istituti. Ma oltre a questo la consulta è in grado di poter portare a livello provinciale delle tematiche che non sono solo legate alla nostra scuola ma a tutte le scuole questi sono problemi a volte molto gravi che noi non possiamo immaginare in alcuni comuni della nostra provincia c’è un grande degrado “ci sono scuole ancora con le pavimentazioni in amianto con travi scoperte che pendono dai softti” ricorda Michele aggiungendo: “si deve avere la consapevolezza che i problemi ci sono a noi sono minimi ma ci sono scuole con ben altri problemi non dobbiamo essere rinchiusi nel nostro stato mentale.”. anche della nostra scuola ,come molte altre nel Sud Italia e nella provincia, ci sono problemi legati alla sicurezza, ma quali sono questi problemi? Prima di tutto il quarto piano non è completamente a norma perché non ha una rapida uscita d’emergenza,la palestra è totalmente anti-sismica è costruita da due pareti non essibili che in caso di un sisma potrebbero crollare,e sempre nell’eventualità di un sisma il punto di raccolta 5;quello accanto al campetto di calcetto è l’antisicurezza per eccellenza perché il campetto stesso è inagibile fatto malissimo e con reti arrugginite. Tutti questi problemi sono riportati in diversi documenti in mano ai rappresentati e molto probabilmente anche alla dirigenza e lo stesso Michele Del Vecchio ammette:”con uno stanziamento di fondi si potrebbero aggiustare” ma è difcile lavorare bene in questo paese perché molte volte si devono fare dei lavori di ristrutturazione a causa di precedenti lavori fatti in maniera sbagliata e bisogna lottare contro ignoranza, disinteresse e inconsapevolezza di chi dovrebbe chiedere diritti in maniera intelligente e questa lotta per i diritti dovrebbe partire dall’amore per la conoscenza e per la politica “perché la politica è un percorso che ci porta essere cittadino,i greci lo intendevano con la parola κοσμος che non è la giustizia in sé per se ma il sentirsi una parte integrante di una società e lavorare per me e per la comunità.” Ma, in fondo,questa consapevolezza c’è nel De Sanctis? Il nostro istituto è sempre stato di grande tradizione riguardo alla consulta provinciale e riguardo alle forti personalità e intelligenze. Tanti presidenti di commissione e di consulta sono e sono stati nostri compagni di scuola ma non solo poche menti dovrebbero aprire gli occhi, ma tutti dovremmo avere maggiore considerazione per tutte le cariche che ci rappresentano senza fermarci a quello che vediamo e quello che ci è vicino. Perché è tanto facile preoccuparsi del proprio orticello ma, se vogliamo essere cittadini e non semplici numeri , dobbiamo capire che c’è un mondo diverso lì fuori e visto che nessuno ci regala niente in questa società, dobbiamo sfruttare tutti gli organi che ci possono rappresentare degnamente. La consulta è lo stadio più alto delle cariche di rappresentanza studentesche che abbiamo ed è quello che può raggiungere le istituzioni. Comunque dobbiamo considerare che questa inconsapevolezza è anche dovuta a una cattiva gestione del ruolo di rappresentante negli anni passati dovuta a molti coni d’ombra che per volontà dei nuovi rappresentanti ,dovrebbe sparire cercando un contatto più diretto con tutti noi auspicando una maggiore partecipazione nell’assemblea, infatti:” le persone devono capire che entrare in un assemblea,parlare e vedere che le per persone ascoltano è l’emozione più bella che un ragazzo di un liceo possa sperimentare ”. Le rivoluzioni mentali partono così,dalla consapevolezza che le cose possono cambiare,le rivoluzioni partono quando si ha la consapevolezza di ciò che si va a cambiare,le rivoluzioni partono non quando si spacca tutto ma quando si sfruttano i poteri che già si hanno nei migliore dei modi per se stessi e per gli altri:”Come Copernico ha spostato la terra dal centro dell’ Universo e ci ha posto il sole , noi dobbiamo spostare l’ attenzione da noi stessi alla comunità così se ognuno di noi porterà avanti un progetto dello stesso tipo” riusciremo a costruire un domani migliore.

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#AddioMarcelloD’Orta

di Corrado Barbarisi 4A

E

ra malato da tempo, ma la sua ferra volontà di vivere, espressa dalla frase ‘Scrivo per non morire', non gli è servita per evitare l’amaro destino cui inesorabilmente stava andando incontro. Nonostante la sua attività di scrittore gli fosse utile per assecondare una passione, per combattere ed esorcizzare una malattia spesso molto difcile da sconggere, si è spento a Napoli all’età di 60 anni Marcello D’Orta. Ex maestro elementare, fu l’autore del celeberrimo best seller “Io speriamo che me la cavo”, una raccolta di sessanta temi svolti da ragazzi di una scuola elementare della città di Arzano, in provincia di Napoli, nei quali i bambini raccontano storie di vita quotidiana ed il loro pensiero circa fenomeni come la camorra, il contrabbando, la prostituzione senza peli sulla lingua, spiegando ogni cosa in modo tanto semplice quanto interessante. Attraverso la lettura dei componimenti, dai più banali a quelli più impegnativi, si evinceva l’ambiente nel quale i ragazzini vivevano e forse vivono tuttora: un mondo degradato, sporco, fatiscente, colluso con la camorra, famiglie povere e numerose e larga diffusione del lavoro minorile. Marcello D’Orta riportò i temi così come vennero scritti, senza intervenire né sui contenuti né sullo stile, mantenendo anche i termini dialettali (spiegati da note a piè di pagina) e i numerosissimi errori grammaticali. Ne risultò uno stile semplice e di grandissimo effetto, tanto che, come sostiene lo stesso D’Orta, il testo si rivelò «qualcosa che invita a pensare e che difcilmente un serioso tomo di sociologia potrebbe dirci con tanta immediatezza». Non è un caso che nel 1992 venne realizzato un lm ispirato al libro, dal titolo omonimo, diretto da Lina Wertmüller e interpretato da Paolo Villaggio. Con la morte di Marcello D’Orta, viene, inoltre, meno un fermo sostenitore dell’uso del dialetto. "Io, modesto maestro elementare, dissento da glottologi, lologi e professori universitari. Il dialetto nasce dentro, è lingua dell'intimità, dell'habitat, 'coscienza terrosa' di un popolo, sta all'individuo parlante come la radice all'albero; nasce nella zolla, si nutre nell'humus, si fonde nella pianta stessa. È, insomma, l'anima di un popolo". Addio, maestro ironico di una Napoli “sgarrupata”.

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#piùdimilleapnee

di Giulio Abbamonte 4E

F

orse un tempo siamo stati due nuvole. Due bellissime nuvole che danzavano sul mondo, in un eterno valzer di scontri ed incontri. Forse siamo stati due onde. Sì, due onde così forti da farsi male l’un l’altra. Tienimi così. Col tuo polso sul mio, ché abbiamo i umi nelle braccia e, quando mi sori, io lo sento. Un po’ vibriamo e la nostra pelle prende vita e ritorna onda. Ritorna nuvola. Poi questa pelle è diventata fredda. E non c’erano più valzer, non c’erano più tempeste fra me e te. All’improvviso mi sono scoperto di carne e sangue, e sono caduto senza far rumore, come la neve. Mi sono adagiato sul bagnasciuga della vita ed ho respirato, annaspando per cercarti ancora nell’aria attorno. Ero la sabbia, che soffre sotto al sole. Il mio cuore era un porto di Bretagna e le mie navi attendevano la lenta marea per prendere il largo. Forse cadesti anche tu, liquido, dalle stelle insinuandoti nei miei polmoni. Un respiro che mi è strisciato sulla lingua, volando fra noi due. Un sofo che passandomi fra i denti adesso stride, quasi metallico. L’ho assaporato in ogni lacrima, in ogni singhiozzo. Eri qualcosa di lucente, qualcosa che volevo trattenere. Abbracciare al sicuro dentro di me. Così mi sono immerso in una lunga apnea. Ho dimenticato come si espira, intorpidendomi le gambe, il petto, il cuore. Seduto sul fondo dell’oceano ho trovato un posto dove adagiare la testa. Un posto dal quale ammirare il tramonto spaccarsi in scaglie di luce sul mare sopra di me, e sentire i tuoni urlare il tuo nome e vibrarmi nelle ossa. Un posto dove ammirare pianure subacquee, distese di ombre che hanno del sovrumano. Quante volte siamo già stati qui? Quante volte lo abbiamo già visto questo paesaggio di sabbia ed acqua senza ne che mi da le vertigini? E quante lune sono tramontate da allora? Quante albe ancora prima di riaverti, mio piccolo uragano? Forse tu eri il mare che mi abbracciava nel sonno. Forse tu eri quella meravigliosa sensazione di stupore che si prova a trattenere il ato. Ti ho tenuto così. Ingabbiato fra le ossa. Bloccato fra i polmoni nella mia umida attesa. Ti ho sentito sorarmi ancora, ti ho sentito vibrare ancora. Ho lasciato andare il respiro e sono riemerso, lento come le meduse. Ti ho detto “tienimi” ancora una volta e sapevo non era la prima. Ora eravamo, insieme, una cosa vivente. Quanto abbiamo atteso? Quanti tramonti abbiamo guardato assieme? Quante volte ho già avuto i tuoi occhi nei miei? Questo amore risuona dal passato al futuro e trema nelle ere come una corda sospesa sul nulla. A che cosa servono i miei arti stupidi se non posso stringerti? E tutto questo lento cadere mi si insinua negli occhi, come spilli punge. Abbandona questa pesantezza e abbracciami, sono una cosa fragile. Questo amore mi trascina, come l’oceano, dal passato al presente. Ha l’eco di litanie già sentite. Non è reale, ma è nostro. Più di mille attimi per incontrarti in più di mille vite. Ed io ti conosco da sempre. Ho sentito il tuo respiro cambiare, farsi simile al mio. Allora trattienilo con me. Sotto l’onda. In più di mille apnee.

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#Nonèverociòcheèvero èverociòchepiace

di Davide dianese

N

el mondo in cui viviamo, il relativismo è l’ideologia che domina tutte le altre o che comunque è complementare ad esse, e talvolta non ne siamo consapevoli, poiché radicata talmente bene nel nostro io, tanto da divenire un nostro meccanico modo di pensare il mondo. Il relativismo si è pian piano insediato all’interno della società attuale. Per anni furtivamente ha architettato, escogitato, lavorato nella penombra, pazientemente ha saputo attendere e prepotentemente al giorno d’oggi domina di fatto e incontrastatamente. La storia di un’ ideologia affacciatasi al mondo, entrata in punta di piedi e divenuta un’egemonia, una dittatura. Sembra il trailer di un lm d’azione, ma è la realtà. Più potente di Mussolini, di Hitler, di Stalin... di tutti e tre messi insieme, perché non ha conni né barriere, ed esercita il suo potere su individui di lingue e culture diverse, opera di nascosto e si manifesta solamente attraverso i modi di fare e pensare degli individui, ormai già contaminati da questa malattia virale. E’ talmente radicata nelle persone da non far percepire la propria presenza sino a renderla ordinaria, normale. Perciò, quello che per me è vero per te può non esserlo, perciò tutto è consentito, perciò siamo ridotti in queste condizioni e per lo stesso principio non sarebbero giuste neanche tutte le cose che ho appena detto. E’ per questo che il famoso detto “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”, che indica la soggettività dei gusti in quanto concerne la bellezza, in questo caso (ma vale con tutti i gusti, o le preferenze in generale), si trasforma nel più attuale “Non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che piace”, poiché la verità equivale al modo di pensare di ogni individuo: tutti hanno ragione e quindi tutti hanno torto, relativizzando il medesimo signicato del vero, affermando in modo assoluto che il concetto assoluto di verità non esiste. Paradosso? No, è solo la verità e, dunque, anche menzogna.

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#Intervista Miryam Aliberti

A CURA DI aNTONIO cORVINO 3b

Studentessa, Campionessa Mondiale di Chanbara nella specialità chocken free Quando hai cominciato?

Ho cominciato sette anni fa. In precedenza praticavo il Kung fu oltre a fare Hip Hop ma per motivi di orari ho dovuto abbandonare entrambi. Dato che mio padre praticava l’Aikido (deriva dall'arte marziale del Dait -Ry Aikij jutsu) così iniziai a farlo anche io. Successivamente lui smise,ma io proseguii e lo stesso insegnante di Aikido mi spinse a provare il Chanbara. In cosa consiste? E’ una scherma Giapponese, ma a differenza della classica scherma l’area dove si combatte è quadrata. Le armi sono gonfiate ad aria compressa e sono vari. Abbiamo; il Kodachi (spada corta), il Tate (lo scudo), il Choken (spada lunga). A seconda dell’arma utilizzata si viene inseriti in una determinata categoria per confrontarsi e per gareggiare. Per vincere l’incontro bisogna fare un punto colpendo una qualsiasi parte del corpo dell’avversario. Nella finale invece si vince totalizzando tre punti. Perché hai scelto proprio questo sport?

Mi è piaciuto fin da subito l’ambiente in cui mi alleno e la maggiore competitività che offriva rispetto a tanti altri sport. La sensazione di gareggiare a livello internazionale è indescrivibile. Inoltre era l’unico sport che mi dava la possibilità di viaggiare molto ed io amo visitare posti nuovi. Cosa vuol dire per te aver vinto una medaglia così importante? Quanto hai dovuto lavorare?

E’ il coronamento di tanti sacrifici e sforzi fatti finora. Non mi aspettavo di arrivare a Tokyo e vincere. L’atmosfera era mozzafiato. Il palazzetto dove si è tenuta la competizione era pieno di concorrenti, forse erano più di mille e venivano da tutto il mondo. E’ una vittoria importante che ho conseguito lavorando duramente e non perdendo mai di vista l’obiettivo che mi ero imposta. Mi sono dovuta allenare almeno quattro giorni alla settimana per tre ore,

quante vittorie hai conseguito nella tua carriera?

Ho vinto due Europei , terzo posto a Bucarest e primo posto a Mosca e, terzo posto al Mondiale di Tokyo

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Descrivici come si svolgono le competizioni ufficiali. Vi sono i Mondiali e gli Europei. I Mondiali si svolgono una volta all’anno, a differenza degli Europei che hanno una periodicità di una volta ogni due anni. Le categorie si suddividono in competizioni individuali e di gruppo. Nelle competizioni individuali ci sono varie specialità a seconda della tipologia di armi con cui si combatte, mentre nelle competizioni a squadre ogni nazione presenta una squadra composta da tre membri i quali scelgono specialità differenti tra loro. Chi vince più incontri passa al turno successivo.

Perché il Chanbara è poco conosciuto e quale sarebbe una soluzione per valorizzarlo? Il Chanbara non è adatto a fare audience al momento poiché è uno sport dove gli incontri durano poco. Inoltre tutti gli sport sono “oscurati” dal calcio, almeno in Italia, che offre un maggiore spettacolo rispetto a qualsiasi altro tipo di competizione. Noi speriamo che il Chanbara inizi ad acquistare popolarità a partire da Tokyo 2020 quando sarà proposto per diventare uno sport olimpico a tutti gli effetti. Inoltre il fondatore di questo sport si sta impegnano per “spettacolarizzare” maggiormente gli incontri, in modo da renderli più coinvolgenti.

Cosa consigli a chi vuole affermarsi nello sport ed eccellere? Consiglio di Impegnarsi, di focalizzare un obbiettivo e di sacrificarsi per raggiungerlo perché alla fine tutti i sacrifici verranno ripagati. Naturalmente consiglio anche di divertirsi e di mettersi in gioco in ogni situazione.

Usi le tue tecniche per difenderti dai tuoi pretendenti? (ride).. se ho una spada in mano perché no!

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#ritornoalla shameculture

N

di Giovanni Granato

el 1949 il grecista irlandese Eric Dodds, nell’opera “I Greci e l’irrazionale”, ci ha dato un’importantissima chiave di lettura dei poemi omerici: il concetto di shame culture (società della vergogna). Gli eroi del tempo non erano interessati ad accumulare gloria e onore nella propria coscienza, ma si sentivano realizzati solo se erano considerati tali dai pari. La loro esistenza era cioè focalizzata solo sulla necessità di acquisire l’onore e la pubblica stima e per farlo l’eroe doveva agire concretamente, combattendo e accumulando denaro. Persa la stima e la considerazione del gruppo, l’eroe arrivava anche ad uccidersi – come nel caso di Aiace –. E di cosa parla Ettore quando confesserà alla povera Andromaca “ho troppa vergogna dei Teucri e delle Troiane lungo Peplo, se resto come un vile lontano dalla guerra”, “e non lo vuole il mio cuore, perché ho imparato ad essere sempre forte a combattere tra i primi Troiani”, “procurando grande gloria a mio padre e a me stesso”? Così Ettore se ne andrà, vittima di un sistema di valori che gli impediva di vivere serenamente con la moglie e il figlioletto Astianatte. Se il concetto di shame culture era il valore cardine intorno al quale ruotava tutta la società e il comportamento umano all’epoca di Omero, questo era impensabile in seguito allo sviluppo del cristianesimo, ma ci fu un passaggio non indolore: chi avrebbe mai potuto accettare di “porgere l’altra guancia al nemico” e addirittura di “pregare per i propri nemici” e di farlo “in segreto, chiusa la porta della camera, perché il Padre, che vede nel segreto, ricompenserà”? Lentamente vanno sviluppandosi nuovi valori, che provocheranno persecuzioni e martiri e, parallelamente, il lento ma inesorabile declino dell’Impero Romano. Oggi riteniamo inammissibile la guerra e reclamiamo i valori della tolleranza, del rispetto e dell’uguaglianza. Insomma, sembra proprio superata quell’omerica shame culture … e invece è ancora presente, viva, ieri come oggi. Pensiamo alle società mafiose: il boss, se gli è stato arrecato torto da qualcuno, non può che punirlo con la morte, ma quella decisione ultima di agire in tal senso non è necessariamente dettata da un piacere personale, bensì proprio da quell’antico sistema di valori che non lascia scampo: se non si ci fa valere non si è più degni di ricoprire quel ruolo, per il quale si è stati educati per procurare gloria e onore a se stessi e alla famiglia: non esiste proprio nessuna differenza con Ettore! Ma non è tutto: sarebbe egoistico relegare la shame culture di oggi solo alle società mafiose. Pensiamo a quanti assumono sostanze stupefacenti o si sottopongono a interventi di chirurgia plastica per apparire migliori, per essere accettati e per avere più consensi dalla massa. Perché, parlando sinceramente, viviamo in una società dove se non si è normopeso, belli e sani non si è per niente facilmente accettati dal gruppo e ne abbiamo una prova lampante nel tasso di suicidi, in continuo aumento. Quanti uomini e donne di ogni età arrivano alla scelta drastica di togliersi la vita? O quanti, per il desiderio di affermarsi tra i pari – abilmente sostituito con quello di “salvarsi l’onore” – lottano in modo estremo anteponendo la possibilità di morire a quella di vivere serenamente con la stima pubblica macchiata ma con la coscienza pulita? Ancora, quante adolescenti anoressiche o bulimiche ci sono nella società contemporanea e cos’è che le spinge ad esserlo? Assistiamo a continue risse tra adolescenti, ma la maggior parte di queste avvengono per motivi futili e sono una spia di quella shame culture, cosicché i due ragazzi che combattono tra di loro sono Ettore e Achille e quelli che intorno incitano alla rissa rappresentano la massa, i pari, accomunati tutti dal desiderio di prevalere gli uni sugli altri e di giudicare chi è degno di essere il boss del gruppo. Infine, il ragazzo che, vinto dalla vergogna, si suicida, è Aiace, che, accortosi di aver perso la stima acquisita invece da Odisseo, preferisce la morte alla vita


n o d n u o F # k o o b e c fa

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Giornalino prov