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SPECIALE

quattordicinale • Anno VI • n. 7 dal 5 al 18 luglio 2011

Città bianca e città nera

Immaginiamo per un minuto di non conoscere la storia di Elisa Claps. E’ difficile, ovviamente, ma sforziamoci di farlo per un solo minuto. Poi immaginiamo che sia stato pubblicato un romanzo, un thriller-noir, in cui viene narrata quella storia che abbiamo appena dimenticato. Anche il più clemente dei critici letterari darebbe un consiglio all’aspirante Stephen King: guarda, gli direbbe, va bene usare la fantasia, va bene che la realtà letteraria può essere più libera di quella che viviamo ogni giorno, ma c’è un limite a tutto. Non si può immaginare che avvenga davvero una vicenda del genere, che i particolari siano così macabri, che poi ci sia quell’altra storia parallela in Gran Bretagna. Caro aspirante scrittore, direbbe il critico letterario, ci riprovi e sia meno sfrenato nell’uso del suo estro. Passato questo minuto, ci renderemo conto – lo sto scrivendo perché io l’ho fatto – che il caso Claps ci ha assuefatti a un livello altissimo di dolore, orrore, devastanti colpi di scena. Ciò che ha passato la famiglia di Elisa non è minimamente immaginabile. Lo strazio di questa storia ha trasformato delle persone normali in implacabili cacciatori di giustizia e verità. Ma, sotto quella corazza che mamma Filomena ogni volta mostra, sotto l’apparente imperturbabilità di Gildo, dietro la riservatezza di Luciano e l’invisibilità di papà Antonio c’è un universo di angoscia e pena che nessuno potrà mai solo sfiorare con la mente. Potenza ha vissuto questa storia con un’ambivalenza sempre sottolineata dai mezzi di comunicazione o dai protagonisti della vicenda: da una parte la città bianca, che partecipa, che affianca la famiglia, cerca di sorreggerla nei momenti più bui, che lo ha fatto negli anni in cui sembrava non dovesse emergere più nulla di nuovo e che il caso Claps sarebbe finito nell’archivio dell’oblio. Dall’altra parte c’è la città nera, quella che nella migliore delle ipotesi non mostra umanità – prova ne sia, per l’ennesima volta, la partecipazione ai funerali di Elisa non così alta come ci si aspettava – e che nella peggiore ha taciuto o addirittura ha tentato di impedire con ogni mezzo che la verità venisse fuori (e non è detto che emerga in maniera totale). Pochi giorni fa si è svolto il momento culminante della storia di Elisa: l’addio che le ha dato la città. Per questo, pensiamo che proporre un numero del Giornale Lucano che parli di altro, di frivolezze ma anche di problemi seri, non avrebbe senso. Lo dedichiamo tutto a Elisa. [rocco.pezzano@giornalelucano.it]

L’abbraccio


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per Elisa L’addio di una città

Cinquemila persone danno l’estremo saluto alla giovane uccisa è stata una storia vissuta dall’intera città, quella di Elisa Claps, e l’ultimo saluto non poteva che essere pubblico. Sabato 2 luglio, di mattina, i funerali di Elisa Claps hanno portato in piazza Don Bosco alcune migliaia di persone, forse cinquemila. Molte di meno di quelle previste: non tutti i cittadini che potevano hanno dato di persona l’addio alla figlia prediletta della città. Certo è che, chi c’era, ha partecipato senza nascondere commozione e amore nei confronti della famiglia. La cerimonia non è stata di quelle intime, ma corale e drammatizzata. La parte centrale, l’omelia di don Marcello Cozzi, ha mantenuto il tono costante tipico del sacerdote, battagliero e molto attento alla comunicazione. Un discorso che ha invitato a “sciogliere la rabbia”, ma che ancora una volta ha mostrato robusti connotati di filippica nei confronti di chi ha celato, nascosto, depistato, coperto. Le testimonianze Il sindaco di Potenza Vito Santarsiero apre la cerimonia, dicendo: “La Città di Potenza, commossa, oggi a lutto,

ricorda Elisa e prega per lei. Quel suo dolce sorriso apparterrà per sempre alla nostra storia”. Poi è la volta della cugina della ragazza uccisa, Annamaria, che rammenta alcuni episodi di tanti anni fa, episodi

da cui traspaiono la bontà, l’altruismo, l’assennatezza e la voglia di vivere di una giovanissima Elisa. Il finale dell’intervento di Annamaria vira verso l’appello: chiede la confessione piena di chi è colpevole del delitto.

Barbara Strappato, capo della squadra mobile della questura di Potenza, rivolge una preghiera al Signore perché aiuti “le donne e gli uomini che hanno sbagliato” a trovare la retta via. Legge anche Rosario Gigliotti, referente


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Qui accanto, don Marcello che, nel momento della benedizione, dona a mamma Filomena alcuni gigli (a sinistra) e, a destra, la abbraccia. Sopra, la piazza in cui si sono celebrate le esequie della giovane. Nella pagina a fianco, il feretro di Elisa viene portato a spalla

potentino di Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti contro le mafie. Don Ciotti è nella schiera di sacerdoti che concelebrano la messa, guidata da don Marcello Cozzi, il prete che da sempre ha accompagnato la famiglia Claps nel suo percorso di dolore, e che la famiglia Claps ha voluto in questa occasione. Le accuse Ed è proprio don Cozzi che si avvicina al microfono per l’omelia. Dalle prime battute si capisce che si tratta ancora una volta di un discorso da battaglia: ricorda l’esistenza a Potenza di intoccabili, di persone - ufficialmente onorate e rispettate - che hanno brigato perché la verità non emergesse. Parla del “dolore solitario di una famiglia”, e di “uno Stato” spesso “assente e indegnamente rappresentato”. Se la prende con chi ha preferito “bisbigliare invece che parlare”. Ricorda che “solo la verità ci fa liberi”, una verità che “sempre più spesso è oggetto di baratto”. Ed elenca una serie di nomi noti alla cronaca nera: oltre a Elisa anche Ottavia, Grazia, Annarosa e poi Sara, Yara, Melania. Dolori diversi, ma tutti generati dalla violenza più cieca. Ogni pausa dell’omelia è un applauso. Un paio di volte don Marcello invita

le persone a farlo continuare, a evitare i battimani. Ma gli applausi continuano a fioccare. Frase, pausa, applauso. Frase, pausa, applauso. “Elisa - continua - già gode della pienezza di Dio. Qui non si tratta di riesumare un cadavere”. E parafrasa la vicenda riportata, pochi minuti prima, nella lettura, da Ezechiele: il macigno che rotola via dal sepolcro, la liberazione. “Questa è la sfida di una comunità - prosegue - che sente solo odore di putrefazione, che non sa più andare al di là di quel sepolcro. Togliete la pietra. E’ da qui che si riparte”. E poi, rivolto all’assassino di Elisa: “Caino, fratello nostro! Togli il macigno da quel sepolcro di bugie e menzogne in cui ti sei costretto a vivere”. Gli applausi sono sempre più forti. “Convertitevi, per amore di Dio, convertitevi - intima il sacerdote, più avanti - Un giorno arriverà il giudizio di Dio. Fate uscire tutta, tutta, tutta la verità. Ma proprio tutta”. La forza degli applausi sottolinea quanti siano quelli che credono non a un solo colpevole, ma a più colpevoli e più complici. Le lacrime Poi, rivolto alla madre di Elisa, il tono si fa più dolce. E per lei don Marcello

crea una vera e propria storia, una “favola di fede”. Le parla di Elisa che arriva in paradiso e trova la Madonna ad attenderla, da cui viene consolata. “Mamma Filomena - è il senso della storia - c’è un giardino in cielo in cui Dio pianta i fiori spezzati troppo presto”. Le cerimonia arriva dopo poco al momento delle lacrime: sulla bara bianca di Elisa, portata in piazza la mattina dalla camera ardente allestita nel liceo classico “Q. O. Flacco” e visitata da centinaia di persone, Elisa viene benedetta. La mamma viene invitata a prendere l’incensiere, a praticare il rito. Lei lo fa, e la piazza esplode di lacrime insieme a lei. Don Marcello prende alcuni fiori bianchi dal feretro e li consegna a mamma Filomena. Sono dedicati ai familiari di Elisa. E il primo è destinato al grande assente della cerimonia: il papà di Elisa, Antonio. Gildo e Luciano, i due fratelli di Elisa, assistono commossi. L’estremo viaggio Terminata la messa, la bara è stata portata via fra lo scroscio dei battimani dei presenti. L’ultimo viaggio è quello verso la tumulazione. Momento di cui nessun giornalista scriverà e nessun cittadino leggerà mai: i familiari hanno chiesto riservatezza e nessuno ha volu-

to turbare il momento dello strazio. La tv Quando la bara è già nell’auto, si sentono altri applausi e grida di approvazione. Elisa è andata via, i familiari anche e, da lontano, non si riesce a capire chi sia la signora vestita in nero, accompagnata da un signore corpulento anch’egli in nero e con un cappelo da baseball in testa, che saluta sorridente chi la acclama. Da vicino è facile riconoscerla: Federica Sciarelli, la conduttrice di “Chi l’ha visto?”, insieme al suo cronista di punta Gianloreto Carbone. “Continua così” le urla qualcuno, stentoreo. E lei ringrazia, saluta un assessore, dice “Ciao, sindaco” stringendo la mano a Santarsiero e va via. La fine La gigantografia di Elisa è stata tirata giù. I negozi riaprono. Caffè e gelati cominciano a girare. La città ha salutato Elisa. I testi di questo speciale, là dove non ci sia il nome dell’autore, sono di Rocco Pezzano Le fotografie sono di Donato Picicci e Rocco Pezzano


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per Elisa

Due assenze: il papà & il pastore “Io ve lo dico già: non ci andrò ai suoi funerali. Resterò qui, a piangerla da solo”. Questa la frase di Antonio Claps che Fabrizio Caccia del Corriere della Sera riportò il 20 maggio del 2010. L’intervista al papà di Elisa – che i familiari criticarono poi aspramente, giudicandola non veritiera ma soprattutto rubata – aveva rappresentato la prima e ultima volta in cui si era sentita la voce di Antonio Claps. Vera o non vera l’intervista, ai funerali della figlia papà Antonio non è andato. Ed è stata un’as-

senza notata da tutti, ovviamente capace di generare riflessioni di segno diverso fra i cittadini. Ma si tratterebbe di pura speculazione: cosa pensi il padre di Elisa, i motivi della rinuncia, sono gelosamente custoditi nella sua mente, a causa della sua totale assenza non solo alle esequie della figlia, ma a qualunque tipo di iniziativa e manifestazione pro Elisa. Un’assenza – l’altra grande assenza dei funerali – su cui è possibile fare qualche riflessione è invece quella dell’arcivescovo di Potenza, Agosti-

no Superbo. La messa è stata celebrata da don Marcello Cozzi che – formalmente – ha rappresentato l’arcivescovo perché da lui delegato con lettera debitamente firmata (la pubblichiamo nella pagina a fianco). La decisione è stata presa per rispettare “le volontà della famiglia Claps e in modo particolare, di mamma Filomena, in ordine alla celebrazione delle esequie di Elisa Claps”. I familiari di Elisa avevano chiesto che a celebrare la funzione fosse appunto don

Marcello. Formalmente, dunque, tutto a posto. I cittadini, però – e in questo caso i fedeli – non hanno certamente commentato la forma, l’aspetto liturgico, dell’assenza del vescovo. In tanti hanno considerato la mancata presenza di Superbo come un errore, una grave svista, l’abbandono del gregge quando si ha più bisogno del pastore. Una riflessione appena più approfondita deve portare anche a ipotizzare cosa sarebbe accaduto in caso di arrivo del vescovo, sia nella camera

ardente del primo luglio, sia ai funerali del giorno dopo. Facile immaginare tensione, gelo, situazioni imbarazzanti; magari anche la contestazione, la disapprovazione pubblica, urla scomposte di qualche presente con meno freni inibitori, inviti a lasciare la cerimonia. Il vescovo invece – lo riferiscono fonti della Diocesi – ha pregato, nelle ore in cui cinquemila persone presenziavano all’officio funebre di piazza Don Bosco, da solo in una cappella del Vescovado, per Elisa e i suoi familiari.

E’ facile anche pensare a cosa voglia dire, per un vescovo, sentirsi costretti a mancare nel momento in cui si vuole indicare al proprio popolo di fedeli la strada; di sicuro c’è dolore nel non poter esprimere fino in fondo il senso del proprio ruolo proprio quando quel ruolo t’imporrebbe di esserci. Le fonti della Diocesi assicurano però che il vescovo “garantirà ancora alla famiglia di Elisa tutta la collaborazione possibile per giungere alla verità”.


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“Marcello, io ti delego...” La lettera dell’arcivescovo Superbo a don Cozzi

Caro don Marcello o che porpartecipazione con color a an sti cri di to iri sù, sp In gni della passione di Ge se i to iri sp o lor l ne si tano impres volontà delche siano rispettate le o er sid de e ch ico un m lometi co rticolare, di mamma Fi pa o od m in e s ap Cl la famiglia Elisa Claps. zione delle esequie di ra leb ce a all e din or in delego na, pettative della famiglia, as le e er gli co ac o nt rta Volendo pe agio, nella azione eucaristica di suffr br ele nc co la e er ied es pr tenza te a an Giovanni Bosco” di Po “S a hi cc rro pa la e nt ta piazza antis so a quanti, iritualmente fin da ades sp o isc un i M . p.v lio rte a lug il 2 eli, vorranno prendere pa fed ci pli m se e i ot rd ce autorità, sa ricordo. Solo omento di preghiera e di m o ns te in sto giu to ucaes qu e dalla celebrazione dell’E isc ur at sc e ch e ric at an la forza ris ne del Signore, morte e della risurrezio lla de e ial or em M , San tia ris superare, con quelle che a e ti an av re da ar gu a può aiutarci verità, l’amore, lla luce” (Rm 13,12) – la de i rm “a le a iam ch olo statosi Pa re delle tenebre, manife te po il – à iet ar lid so la , la giustizia mente seguito Claps e in ciò che è triste isa El di e fin a gic tra lla ne alla sua morte. tutti gli uocoraggio te, la famiglia e intraCon questi sentimenti in a proseguire sulla strada tà lon vo a on bu di e nn mini e le do tutta Santa, del Signore e della Madre to iu ll’a ne i ios uc fid a, es quanti pr te, la famiglia Claps e te en m ial rd co o dic ne mentre be celebrazione. prenderanno parte alla + Agostino Superbo Arcivescovo Metropolita In alto, i familiari di Elisa. Qui accanto don Marcello Cozzi


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per Elisa

Perché manc a t a n ta gente? La risposta i n una doman da Perché manca tanta gente? Te lo chiedi mentre, dalla gradinata del cinema Don Bosco, abbracci con lo sguardo l’intera piazza. E noti dei buchi. Delle grandi macchie di non-presenza. Cinquemila persone – non di più – sono senz’altro tante per un funerale. Ma a Potenza si è sempre detto che i funerali di Elisa Claps sarebbero stati l’avvenimento per il quale si sarebbe incontrata l’intera città. Che non si sarebbe mai trovato un posto abbastanza grande per contenere tutti i partecipanti. E invece non è così. Allora provi a chiedere in giro, a fare la domanda: secondo te, perché manca tanta gente? C’è chi ricorda che ai funerali di Carmelo Azzarà la chiesa e la piazza straripavano di persone. Altri parlano d’insensibilità. Chi sottolinea che molta gente si dà il cambio, viene e va, sciama, torna e poi va via di nuovo. E ancora, chi assicura che è colpa del solleone (“Vedi? Molti stanno pressati sotto i porticati, all’ombra”), della bella giornata (“Ma è ovvio: tutti al mare”), dei negozi rimasti aperti nonostante il lutto cittadino (“Oggi tutti dietro ai saldi”). La domanda resta.

Dovunque siano tutti quelli che non sono in piazza, la questione di fondo è: perché non sono in piazza? Perché non hanno sentito il desiderio di fare i conti con la storia più brutta della storia cittadina, e di dare un segno di affetto alla

famiglia di Elisa? Poi squilla il cellulare. E’ un conoscente. Una persona come tante. Ti chiede dove sei, forse vuole prendersi un caffè. Sono ai funerali di Elisa, rispondi. E quello ti dà la spiegazione che hai cercato per tutta la

mattinata. Ti chiede solo: perché? Cioè: tu gli dici “Sono ai funerali di Elisa”, e quello si e ti domanda: “Perché?”. C’era bisogno di tante parole? Di tante elucubrazioni? Quella veloce congiunzione interrogativa è la risposta.

Le emozioni attirano i sentimenti impegnano Come mai non era presente tutta la città? Una domanda legittima da porsi perché in quella piazza apparentemente piena mancavano migliaia di persone, di potentini, di lucani; mancavano tutti quelli che hanno seguito ogni singola puntata dei programmi in cui il “caso Elisa Claps” è stato trattato, erano assenti tutti quelli che erano orgogliosi di conoscere le ultime novità sulle indagini del “caso Elisa Claps”, non c’erano molti di quelli che hanno manifestato la propria rabbia verso le ingiustizie che man mano sono emerse nel “caso Elisa Claps”. Perché tutte queste assenze? Forse perché era sabato, era luglio, era bel tempo? Sì, forse ma la risposta sarebbe incompleta e aprirebbe un nuovo quesito: perché preferire il mare al funerale di Elisa? Personalmente credo che la cultura dei media basata sulla propaganda del “caso Elisa Claps”, sulla spettacolarizzazione del dolore, sui dibattiti urlati degli esperti, sulla fabbricazione di miti e personaggi, sulla frammentazione delle notizie per creare l’effetto soap opera, ci abitui a ricercare l’emozione forte, l’attivazione rabbiosa, la scarica adrenalinica. Sabato invece in quella piazza non c’era nulla da scoprire, nessuna novità da poter raccontare, non un personaggio da vedere, nessuna scarica emotiva da provare. Sabato non c’era il “caso Elisa Claps”, in quella piazza c’era Elisa! C’era Elisa da salutare, c’era il silenzio da sopportare, c’era un sentimento da attraversare: il dolore. C’era umanità da condividere e un pensiero sincero da sussurrare a Elisa. Dopo tanto torbido, c’era un momento di pace e di dolore da vivere insieme, con lei come persone, come comunità. E i sentimenti sono più densi e più impegnativi rispetto alle emozioni. Riflettiamo. Antonio Quaglietta Counselor relazionale


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per Elisa “Finalmente sei tornata a casa” L’ultimo saluto della città alla sua amata figlia

Il sole di inizio luglio ha riaccolto con calore il rientro a casa di Elisa Claps, il cui corpo mancava da Potenza dal 18 marzo 2010, quando una fredda bara di alluminio ne portò via i resti dal luogo che si è rivelato essere per 17 anni la sua prigione: il sottotetto della SS. Trinità. Seppellita, abbandonata. Murata viva in una chiesa, per di più a pochi passi da casa. 18 lunghi anni sono trascorsi da quel maledetto 12 settembre 1993. Anni di attesa, di dolore, di rabbia. Per 18 lunghi anni una madre coraggio ha continuato ad urlare a gran voce la sua sete di “verità e giustizia”, accompagnata e sostenuta dall’intera città, che si è fatta sentire tramite i manifesti affissi per le strade, e che lo ripete ancora meglio fissando uno striscione davanti all’ingresso dell’istituto scolastico che recita: “ELISA CLAPS, PER TRASFORMARE LA MEMORIA IN FAME E SETE DI GIUSTIZIA”. E’ questo lo scenario che si presenta davanti agli occhi dei tantissimi potentini accorsi per dire addio alla loro cara, dolce Elisa. L’arrivo del feretro è stato preceduto da un cesto di rose bianche, inviate dai parenti di Heather Barnett, che hanno così espresso il proprio affetto ed il proprio sostegno alla famiglia Claps. Applausi e lacrime hanno accolto il tanto atteso ritorno a casa di Elisa, per poi cessare quasi all’istante e tramutarsi in un doloroso, triste silenzio, quasi doveroso, nei confronti di una vicenda talmente tragica che non può essere espressa per mezzo di nessuna parola. E’ un grande abbraccio quello riservato alla studentessa dalla sua città, da tutti i potentini che attendono con ansia il momento per poterla salutare per l’ulti-

ma volta. L’ingresso del liceo inizia a mostrarsi affollato già dalle 15.30, e fino a tarda sera sarà meta di un susseguirsi di gente, comune e non. Tra i volti conosciuti, saltano all’occhio quelli del sindaco di Potenza, Vito Santarsiero, del sindaco di Matera, Salvatore Addu-

ce, arrivati quasi contemporaneamente, dell’avvocato della famiglia Claps, Giuliana Scarpetta, di don Marcello Cozzi, di don Franco Corbo e di Don Ciotti, il fondatore di “Libera”, una rete che da anni coordina oltre 1500 gruppi locali e nazionali nella lotta contro la ma-

“è ora che sia fatta giustizia anche qui e non solo in Inghilterra”

fia, e ancora del presidente della regione, Vito De Filippo e di Federica Sciarelli, la conduttrice di “Chi l’ha visto?” e coautrice del libro “Per Elisa”, scritto a quattro mani insieme a Gildo Claps. Ma sono molte, molte di più le persone comuni ad essere presenti. Giovani,

bambini, anziani. Persone di ogni età, anche con serie difficoltà motorie, hanno voluto a tutti i costi rendere omaggio ad un’anima dolce e gentile, strappata alla vita con una ferocia inaudita. C’è chi porta fiori in segno di rispetto, chi versa lacrime silenziose, chi prega

e recita il rosario. Tutti i pensieri della comunità potentina sono rivolti alla famiglia, che si è vista portare via un fiore sorridente e delicato in così tenera età, e in modo a dir poco orrendo. Si pronunciano parole strazianti nei confronti del saluto riservato da mamma Filomena alla sua amata figlia, che ne ha accolto l’arrivo con queste parole: “Finalmente sei tornata a casa”. I volti sono bassi, gli occhi gonfi. Ci si appresta a dire addio per sempre a colei che è diventata la figlia e la sorella di tutti noi. Ed è per questo che i pochi commenti che stralciano il silenzio quasi religioso, non possono che essere che duri. “Quella chiesa è da demolire, vorrei metterci una bomba io personalmente”. “L’unica cosa certa di questa faccenda è che Elisa non è scomparsa, ma è stata uccisa come la Barnett. E’ ora che sia fatta giustizia anche qui, non solo in Inghilterra!”. E in attesa di questa giustizia, che si spera verrà fatta a novembre, quando Danilo Restivo sarà interrogato (con rito abbreviato) dalla procura di Salerno per l’omicidio della nostra Elisa, non resta che chiudersi tutti in un dolore senza pari, entrato con forza nel cuore dell’intera città, ed elaborare il lutto insieme durante i funerali celebrati da Don Marcello Cozzi, da sempre vicino alla famiglia Claps, in piazza don Bosco. All’aperto dunque, come ripete giustamente da sempre mamma Filomena, perché “Elisa è stata chiusa per troppo tempo, e non entrerà mai più in una chiesa”. E finalmente il suo desiderio più grande, quello di poter portare un fiore sulla tomba della sua amata figlia, sarà esaudito. [mariarosaria.bruno @giornalelucano.it]


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Una donna in lacrime, abbracciata dal figlioletto di tenera età che la consola con dolci baci sulla guancia, pur non capendo bene cos’è che sta scatenando nella madre una tale reazione, perché troppo piccolo per sapere. Una donna come tante presenti nell’aula magna del liceo classico “Quinto Orazio Flacco”, dove è stata allestita la camera ardente in memoria di Elisa Claps. Una scena straziante e commovente, che esprime meglio di ogni parola qual è lo stato d’animo con cui l’intera città si appresta a salutare per l’ultima volta la sua amata Elisa. Come richiesto dai familiari, non ci sono immagini ad illustrare l’interno dell’aula magna, nonostante sarebbe stato fin troppo facile catturarne una. Mostrare rispetto e solidarietà nei confronti di una famiglia distrutta dal dolore, è a dir poco doveroso. Sarà affidato a “carta e penna” il compito di trasmettere le mille emozioni emanate dall’intera comunità potentina. All’entrata dell’istituto, dopo aver attraversato un corridoio composto da transenne, si viene pregati di spegnere il cellulare, di fermarsi solo pochi secondi davanti alla bara, e di non effettuare fotografie. Il feretro bianco si trova immediatamente alla destra dell’ingresso, adagiato su un palchetto; al di sopra è stata posta una foto di Elisa, sorridente e con gli occhiali, la stessa

“Mamma, non piangere” La camera ardente al Flacco: il silenzio e il dolore di Potenza

In alto, i cittadini che fanno la fila per entrare nella camera ardente allestita nel liceo classico “Quinto Orazio Flacco” di Potenza. Qui sopra, una ragazza con la maglia illustrata dalla scritta in greco “Sempre dentro di noi”, iniziativa dei liceali. A destra, l’arrivo di mamma Filomena insieme al figlio Luciano. Nella pagina a fianco, l’arrivo della bara e, sotto, i fiori inviati dalla famiglia di Heather Barnett, in Inghilterra (foto di Maria Rosaria Bruno)

Gli studenti del liceo hanno voluto indossare una maglietta con una scritta in greco che significa “sei sempre dentro di noi” immagine presente sul finestrino posteriore della station wagon grigia che ha condotto i resti della ragazza nella sua amata scuola. Innanzi alla bara, cosparsa di molti fiori e qualche peluche portati da alcuni dei visitatori, si trova un cuscino di stoffa, ricamato con rose bianche, candide proprio come quell’anima strap-

pata così terribilmente alla vita, che recita la scritta: “per sempre insieme”: un dolce pensiero dedicatole da mamma Filomena, papà Antonio, e i fratelli Gildo e Luciano. Un proiettore mostra una grande immagine di Elisa, una delle più riprodotte in questi anni, con “quegli occhi così dolci e quel sorriso così radio-

so”, come è stata definita da una donna seduta sulla panca a pregare e a piangere, rigorosamente in silenzio. Occhi talmente dolci che non li si riesce a guardare per più di pochi secondi, perché sostenere quello sguardo limpido è per tanti, forse per tutti, impresa ardua. Sul retro del feretro si trovano alcuni studen-

ti del liceo, sicuramente non ancora nati quando Elisa scomparve. Hanno il capo chino, e indossano una maglietta che recita la scritta greca “sei sempre dentro di noi”. Tra i molti visitatori, c’è chi decide di fermarsi a pregare, e chi invece porta solo un saluto veloce, forse per tentare di vincere la commozione. Ma mol-

ti di loro, dopo aver salito le scale che conducono alla stanza superiore, in direzione dell’uscita, si fermano nuovamente a guardare di sotto. Perché dire addio per sempre a quel sorriso dolce e limpido, è davvero troppo difficile. [m.r.b.]


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per Elisa La verità cercata per 18 anni Sono passati 6.506 giorni. La vicenda di Elisa Claps, a oggi 5 luglio, è fatta di 6.506 giornate ognuna delle quali spesa dai familiari nella speranza che si arrivasse alla verità, quella reale, quella totale. L’inizio non è il 12 settembre del 1993, ma la sera prima. Elisa dice ad Eliana De Cillis, la sua “migliore amica”, che il giorno dopo avrebbe visto Danilo Restivo. “Domani ti spiego”, dice, senza dettagliare. Conosce Restivo perché gliel’ha presentato Luciano, suo fratello. E’ considerato un ragazzo strano. Taglia ciocche di capelli, segue le ragazze, è una specie di rappresentazione adolescenziale della goffaggine mista a un folletto. Ma nessuno ha paura di lui, anzi, ne ridono tutti. Il giorno

dopo, Elisa va all’appuntamento con Danilo. Lei deve dargli un regalino per la promozione. Forse vuole farle la “confessione”, forse vuole invece parlarle di un’altra ragazza che gli piace. Entrano nella chiesa della Ss Trinità.

Il buio più fitto avvolge quello che è accaduto intorno a mezzogiorno di quella domenica. Restivo dirà che Elisa se ne va, mentre lui resta a pregare. Eliana, tornata dai telefoni pubblici di piazza Prefettura, non la trova più. Quando andrà a citofonare a casa Claps per chiedere se per caso c’è Elisa, qualcosa d’insolito già si percepisce nell’aria. Il fratello di Elisa, Gildo, si rende subito conto che qualcosa non va. Scattano le prime ricerche, nei luoghi di solito frequentati dalla giovane. Ricerche infruttuose. Intanto, nella Trinità la messa è terminata. E’ quasi l’ora di pranzo, sacra per la domenica potentina. Danilo Restivo torna a casa con una ferita alla mano. Dice di essersela procurata ruzzo-

lando nel cantiere delle future scale mobili. La sorella lo accompagna in ospedale, con il fidanzato Gianni Motta. Uno dei perni della storia è la testimonianza di Giuseppe Carlone, un ragazzo che abita nello

stesso palazzo dei Claps. Dirà di aver visto Elisa mentre imboccava le scale che collegano via IV Novembre a via Mazzini. Quella scalinata è stata temuta per anni. Da questo momento, la storia personale di Elisa Claps diventa “il caso Claps”. La sua vita si dissolve e si dirama in una miriade di direzioni diverse. Ad esempio, due testimoni diranno di aver visto Elisa entrare nell’auto di Eris Gega, un giovane venuto dall’Albania, per lungo tempo sospettato come e più di Danilo Restivo (poi scivolato fuori dall’inchiesta per non farvi più ritorno). Alle 15, intanto, don Mimì Sabia, sacerdote della Trinità, chiude la chiesa e parte per andare alle Terme di Fiuggi. Gildo entra in chiesa con le chiavi fornite da una delle persone che gravitavano attorno al Centro Henry Newman. Vi tornerà quando è sera, e cercherà di effettuare una visita più completa della chiesa. Ma le chiavi per accedere ai locali superiori – fra cui il famigerato sottotetto in cui il 17 marzo del 2010 verrà trovato il corpo – non ci sono: ce l’ha con sé Sabia. Le ricerche partono subito con la diffusione di un volantino segnaletico realizzato dalla famiglia. Restivo, più volte interpellato dal fratello Luciano, dice di non saperne nulla. Il giorno dopo, alcuni agenti di polizia sono già sulle tracce di Elisa. Vanno a casa di Danilo per perquisirla. Ma l’autorizzazione, da parte del dirigente di polizia Aurelio Grimaldi, non arriverà mai.

fare. La notizia che Grimaldi, qualche tempo dopo, fosse divenuto un dipendente del marito della Genovese, Michele Cannizzaro, direttore generale dell’ospedale San Carlo, aveva infiammato nuove polemiche. Il tutto confluirà nel gran calderone di Toghe Lucane, che terminerà con un nulla di fatto. La Genovese era stata indagata anche nel 2001 dalla procura di Salerno, perché il pentito di mafia Gennaro Cappiello l’aveva accusata di aver insabbiato le indagini su Elisa in cambio di soldi. Accuse mai dimostrate, anzi archiviate su richiesta degli stessi magistrati. In città, negli ultimi anni, era montato un clima di veleni e sospetti – oggi sgonfiatosi – che aveva legato, nell’immaginario collettivo, il caso Claps con storie e storiacce di ogni tipo.

Da qui si dipanano una serie di critiche nei confronti del sostituto procuratore Felicia Genovese, negli anni scorsi pubblicamente accusata dai familiari di Elisa e dalla trasmissione “Chi l’ha visto?” di non aver condotto le indagini come avrebbe dovuto e potuto

Ma nel frattempo, in questi diciotto anni si era detto ed era accaduto di tutto. Un vigile urbano di Policoro, Nicola Sozio, sempre nel 1994 dice di aver visto la ragazza in AlbaNel 2004 gira voce – nia. E’ una falsa speran- sulla base di deposizioni za. Ce ne saranno anche ai magistrati antimafia – altre nel corso degli anni. che il corpo della giovane,

Nel 1995 Restivo viene processato e condannato – la pubblica accusa rappresentata proprio dalla Genovese – per false dichiarazioni rese al pm. Nel 1999 arriva ai Claps un messaggio per posta elettronica. Dice, più o meno: sono Elisa, sono in Brasile, sto bene, non preoccupatevi per me. Ma è una bufala. E il fratello, Gildo, dirà di aver scoperto che l’ha mandato proprio Restivo da un internet point di Potenza. Nel frattempo, ogni anno, il 12 settembre, c’è chi ricorda Elisa Claps e chiede che sia scoperta la verità. Nei primi anni la speranza che la giovane fosse ancora viva era forte, Poi, man mano, si affievolisce. Fino al 2000, quando Restivo viene indagato dalla procura di Salerno per violenza carnale, omicidio e occultamento di cadavere (dunque ipotizzando, per la prima volta ufficialmente, che Elisa sia stata uccisa). Quell’inchiesta finirà in un nulla di fatto.

uccisa a Palazzo Loffredo, sia stato disciolto nell’acido procurato da esponenti criminali locali con la mediazione di uomini di contatto con la ‘ndrangheta. Notizia, come si è visto, infondata. Restivo intanto si è trasferito in Inghilterra. Di fronte a casa sua, il 12 novembre del 2002, viene uccisa barbaramente una donna, Heather Barnett. Per questo motivo, pochi giorni fa Restivo è stato condannato a un super-ergastolo (il giudice gli ha detto: “Lei non uscirà mai più di prigione”). Ora è imputato in un nuovo processo a Salerno. Il 17 marzo del 2010 viene trovato - ufficialmente - il corpo di Elisa nel sottotetto della chiesa della Trinità. Il caso è ufficialmente riaperto. I familiari arrivano così a una dolorosa certezza, la città sprofonda di nuovo nell’orrore. Oggi, 6.506 giorni dopo, non è stato messo il punto finale sulla vicenda. Ma motivi per sperare che arrivi ce ne sono.


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SPECIALE

per Elisa Restivo, il processo di Salerno

A novembre la verità. Proprio tutta

Tre giorni. Il processo a Danilo Restivo nel tribunale di Salerno, per l’omicidio di Elisa Claps, durerà ancor meno di quello inglese (già considerato “miracoloso”). Ma solo per un motivo: il legale di Restivo, Mario Marinelli, ha chiesto il rito abbreviato, che comporta la riduzione della pena e una procedura molto più agile. Cosa lo aspetti, l’imputato lo sa bene. Il procuratore generale di Salerno, Lucio Di Pietro, ha detto in una recente conferenza stampa: “Danilo Restivo uccise Elisa Claps il 12 settembre 1993 colpendola 13 volte al torace con un’arma da punta e taglio, dopo un approccio sessuale rifiutato dalla ragazza, poi l’ha trascinata in un angolo del sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, coprendo il cadavere con materiale di va-

rio tipo, fra cui tegole e materiale di risulta. Ci sono gravi, precisi e concordanti indizi di colpevolezza. Ha commesso il fatto per motivi abbietti e ha agito con crudeltà. Dall’e-

si luoghi in cui aveva incontrato Danilo Restivo. Il corpo è sempre rimasto nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, dove poi è stato trovato”. Insieme all’altro pubblico ministero, Rosa Volpe, Di Pietro cercherà di dimostrare in aula la propria ipotesi d’accusa. Con un asso nella manica: il 14 aprile scorso, è stata depositata alla Procura di Salerno la perizia sul Dna riscontrato sulla maglia bianca di Elisa. Secondo la perizia del comandante del Ris di Parma Giampietro Lago e del maggiore del Ris di Roma An-

drea Berti, la traccia genetica è, “al di là di ogni ragionevole dubbio”, di Danilo Restivo. La perizia precedente di Vincenzo Pascali, criticata dal legale dei Claps Giuliana Scarpetta, non aveva invece trovato tracce genetiche di Restivo. I fari sono puntati sull’8 novembre. Al di là della colpevolezza di Restivo, di cui nessuno sembra dubitare, l’interesse è su eventuali complici e correi. Come è stato chiesto il 2 luglio in piazza Don Bosco, da don Marcello Cozzi, ai funerali di Elisa: “Tutta, tutta, tutta la verità. Ma proprio tutta”.

masti totalmente esposti alla malvagità delle sue azioni. Lei ha scatenato forze distruttive sull’intera famiglia. Nella mia sentenza non c’è un termine minimo per essere scarcerati.

Lei non uscirà mai più dal carcere. Portatelo via”. Quel “portatelo via” è sceso come un maglio sul destino di Danilo Restivo. Che non rivedrà mai più la luce del sole.

same autoptico del professor Introna, di altissimo livello scientifico è emerso che Elisa Claps è stata uccisa proprio la mattina del 12 settembre 1993, esattamente negli stes-

Restivo, il processo di Winchester

Il giudice che disse: lei di qui uscirà solo morto Nove anni. Tanto erano durate le indagini di Scotland Yard prima che Danilo Restivo venisse arrestato per l’omicidio di Heather Barnett, avvenuto il 12 novembre del 2002. Restivo, fresco cittadino britannico, è stato condannato per aver ucciso la sua dirimpettaia, colpendola con un coltello, squarciandole la gola, asportandone i seni poi posti lungo i fianchi, tagliandone i capelli e lasciandola lì, nel suo sangue, macabra scoperta per i figli al ritorno dalla scuola. Sono stati anni di pedinamenti, raccolta di testimonianze, analisi del profilo umano di Restivo. Fino a quando proprio le novità del caso Claps (il ritrovamento del corpo di Elisa il 17 marzo del 2010, gli esiti dei test genetici) hanno dato un’accelerata al caso Barnett. Ammanettato il 19 maggio del 2010, alla sbarra dai primi di maggio di quest’anno, Restivo ha visto sfilare testimoni praticamente tutti

testata “Il Balcone del Conte”

contro di lui. Michael Bowes, pubblica accusa, quando lo ha interrogato ha anche perso la pazienza e, contravvenendo all’aplomb che di solito informa il processo inglese, ha inveito contro Restivo definendolo incapace di dire la verità. Alla fine – dopo che il giudice li ha invitati a maneggiare con estrema cautela il materiale a disposizione, considerando che era un processo basato su indizi e non prove – la giuria ha raggiunto il verdetto in meno di cinque ore. Il giorno dopo, con una tempistica che può sconvolgere chi è abituato ai tempi italici, il giudice Ian Duncan Burnett ha emesso una sentenza che va riportata integralmente: “La prova della sua colpevolezza è stata schiacciante. L’evidenza prova senza ombra di dubbio che lei ha ucciso anche Elisa Claps. Io mi appresto a sentenziare come se lei avesse già ucciso prima (come a dire: la considero recidi-

vo, ndr). Lei si è recato a casa di Heather per ucciderla e mutilarla. Le ha tagliato la gola. Si è cambiato d’abito per ridurre le prove rilevabili. Ha trattato il suo corpo in maniera molto simile a quello di Elisa Claps. Ha tagliato i capelli di Heather e li ha lasciati lì, proprio come con Elisa. Non c’è dubbio che il suo movente fosse in parte sessuale. Prima si è preparato un alibi. Quell’alibi è stato demolito dal peso dell’evidenza. Lei ha commesso degli errori e, a tempo debito, quegli errori l’hanno raggiunta. Lei sapeva che i due figli avrebbero trovato il corpo macellato della propria madre. Depravazione inumana è la giusta descrizione. Lei è un assassino freddo, depravato e calcolatore. Le circostanze mi portano a concludere che la sentenza minima di 30 anni non sarebbe giusta. Non ci sono attenuanti in questo caso. Il punto di partenza è il carcere a vita. Lei sapeva che i figli di Heather sarebbero ri-

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L’ultima casa La tomba di Elisa è quella in fondo alle scale, sotto la chiesa. Di mattino presto non c’è ancora nessuno. Sopra, un giornalista sta intervistando il parroco. Senti la domanda mentre passi, “Si può avere pietà anche per Danilo Restivo?”, e pensi a

quante volte l’hai ascoltata. Scendi le scale. Elisa è là dietro, dopo un sentiero di fiori. Il sorriso è quello che tutti conosciamo. Il cemento ormai è quasi solidificato. Manca poco. Manca giusto quel po’ di verità.

Rimozioni

La targa indicava il falso. Ma in buona fede. Il Comune l’aveva posata nel 2006, per ricordare l’ultimo posto in cui era stata vista Elisa, cioè sulla gradinata IV Novembre. Era un’indicazione sbagliata. Ha resistito per quasi cinque anni. Poi, sabato scorso, poche ore dopo i funerali di Elisa, è stata rimossa. Il luogo giusto per metterne una, ora, è una chiesa.


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per Elisa Le scritte esoteriche Jack, legami di sangue

Le realizzarono tutte entro il 17 marzo del 2008. A una settimana dalla morte di don Mimì Sabia, il sacerdote della chiesa della Ss Trinità. Ed esattamente due anni prima di quando venne ufficialmente scoperto il corpo di Elisa Claps, il 17 marzo del 2010, nel sottotetto dell’edificio. Si trattava di alcune scritte di sapore esoterico, diffuse in via Pretoria. Eccole: “Excalibur regna”, “Tutti nel pozzo”, “Luce contro le tenebre” (questa sulla facciata della chiesa), “Chiesa di Dio, non dell’uomo”, “Motore immobile”, “Più virtù - Meno vizio”. Oltre alle scritte, una teoria di croci che, da una parte e dall’altra di via Pretoria, dipinte sui muri delle case con lo stesso inchiostro rosso convergono proprio verso la Trinità. Una croce è doppia, una rovesciata. Quasi un percorso che portava alla chiesa. All’epoca nessuno ha mai capito cosa volessero significare, ma - per qualche motivo incomprensibile - moltissimi cittadini, leggendole, le hanno collegate subito alla vicenda di Elisa Claps e alla morte del prete.

Sopra, la scritta che campeggiava sulla facciata della Trinità. Sotto, le altre frasi tracciate sui muri di via Pretoria da un anonimo “writer” d’ispirazione esoterica. Si vede anche una delle croci che, da una parte e dell’altra di via Pretoria, indicavano quasi un percorso in direzione della chiesa

Un filo rosso lega, in qualche maniera, l’omicidio di Heather Barnett alle gesta, romanzate ma del tutto reali, di Jack lo Squartatore, il serial killer che insaguinò le notti di Whitechapel, a Londra, fra il 31 agosto e il 9 novembre del 1888. Bournemouth, paesino tranquillo di poche migliaia di anime affacciato sul mare del Dorset, nasconde segreti inquietanti. Nel suo cimitero sono sepolti i resti sia del “sospetto numero uno”, Montague John Druitt, insegnante che forse di notte si trasformava inJack, sia l’ufficiale di polizia che più di ogni altro cercò di acciuffare il più misterioso assassino seriale della storia, Frederick Abberline. L’uccisione di Heather Barnett, per cui Danilo Restivo è stato ritenuto colpevole e condannato all’ergastolo, appare come una sorta di rito. Un aspetto che, nelle indagini di Scotland Yard (improntate ovviamente più alla ricerca di prove concrete per incastrare l’assassino), sembra non essere stato preso in considerazione. In particolare, a Barnett l’assassino ha asportato i seni ponendoli accanto al corpo. Esattamente quello che Jack the Ripper fece con Mary Jane Kelly, l’ultima vittima. Kelly, va detto, partner di un uomo che di cognome faceva Barnett. Queste coincidenze (il fatto che Danilo Restivo avesse deciso di stare nello stesso paesino che accoglieva i resti mortali di uno dei “sospetti Jack”, che il modus operandi avesse forti rassomiglianze e altre coincidenze minori) getta luci ancora più inquietanti sulla storia.


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Elisa, questa pagina è tutta per te. Per il tuo dolore, per il dolore dei tuoi familiari. Non possiamo donarti che questo spazio bianco. Per te, per mamma Filomena, per papà Antonio, per Luciano, per Gildo. Il bianco come purezza, quella che hai. Il bianco come silenzio, quello che meriti.

La redazione del Giornale Lucano


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