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Gli Angeli sono sempre presenti nella Bibbia; svolazzano si potrebbe dire: essere spirituali mediani tra Dio e gli uomini, messaggeri veloci rapidi leggeri. Alla rapidità, alla leggerezza e alla gloria ci siamo ispirati quando abbiamo ideato la mostra e concepito il suo titolo: Fruscìo d’ali. Un volo nell’iconografia degli angeli. Alla figura dell’angelo si associa subito l’idea di luce, di gioia, di formicolare movimento, di un alito di vento, di un brulicante tremolio di ali; di un fruscio: tenue impalpabile segno di chi sfiora, pur se non visto. Nell’iconografia tradizionale le ali connotano gli angeli, e danno l’idea del loro subitaneo poter essere qui-e-altrove, volo sottile della mente di Dio, e in effetti angelo deriva dal greco γγελος che traduce l’ebraico mal’ak, messaggero. Si è dato un forte risalto alla figura dell’angelo che sostiene la gloria di Dio, rappresentato dall’imponente angelo che regge il reliquiario ad ostensorio, o ai delicati

serafini sbalzati sui calici e sulle pissidi, o agli angeli col turibolo sulla portantina. Il quadretto dell’Annunciazione, fissa bene la rapidità del kerygma, mentre il turbinoso movimento intorno alla Vergine esprime la Gloria e la gioia celeste per l’assunzione in Cielo della Madre del Salvatore.. Alle stampe è affidato il compito di accompagnare didatticamente la visita alle gerarchie degli Angeli e ai loro Cori. La mostra non è solo una successione di oggetti d’arte, un’ulteriore tassonomia dei tipi e delle gerarchie angeliche; è piuttosto un’esposizione di alcuni manufatti artistici in cui i soggetti principali sono sfiorati dal brusio delle ali angeliche. Fruscio d’ali vuole dunque essere una continua suggestione dello spettatore lungo tutto il percorso della mostra. Si potrebbe dire un continuo contatto, un immaginare quel mondo sensibile e lo spirito. Il diverso girare fra i pezzi esposti vuole condurre ad un’esperienza artistica e di fede sempre originale sempre unica, perché unica e irripetibile è ciascuna persona.

Dario Scarfì


Calice

Argento sbalzato cesellato argento dorato e parti fuse Primo quarto XVII secolo Cm 26 Imponente pisside dal piede rotondo e dalla teca quasi perfettamente globulare. L’ammanto della teca è particolarmente ricco; tuttavia la sovrabbondante decorazione denuncia il desiderio dell’argentiere di evadere dal rigore formale per lasciarsi andare ad una maggiore libertà nel trattamento delle forme. Il piumaggio delle ali è reso in maniera piuttosto rigida, ma con grande libertà espressiva sono desinenti a volute. Da angelo ad angelo, per tutto il corpo della pisside, quello che sarebbe l’attacco scapolare delle ali è raccordato da un lungo festone classicheggiante. Una ghiera a rosette sbalzate conclude la teca. Il continuo richiamo ai motivi classici e tuttavia la ricerca di una libertà espressiva pongono la fattura della pisside in ambiente siciliano, probabilmente palermitano

degli ultimi due decenni del XVII secolo.


Pisside

Argento sbalzato e cesellato Ultimo quarto XVII secolo Cm 37 Il pezzo più antico della mostra è un calice dei primi decenni del XVII secolo dal piede polilobato connotato dai motivi a candelabra fortemente sbalzati che si raccordano e si accartocciano alla base del fusto. Il nodo allunga il suo aspetto ovoidale; è tripartito nella lunghezza da un astragalo perlinato che delimita i campi di tre puttini che, sebbene siano sprovvisti delle ali, tuttavia si possono ritenere angeli per il rispettoso gesto del braccio destro che rinvia lo sguardo dell’osservatore verso l’alto, ossia verso la coppa che raccoglie il vino transustanziato nel sangue di Cristo. Il calice non presenta alcun marchio, ma l’andamento della composizione e i motivi decorativi propongono canoni in uso nei primi anni del XVII se-

colo in ambiente palermitano.


Piede di ostensorio

Argento dorato, sbalzato, cesellato e parti fuse. Marchi sui bracci della traversa della Croce dell’Angioletto: scudo di Messina, A.F.C., 716 Antonio Frassica (attr), 1716. Cm. 31 x 12 x 8,5. Piede di ostensorio, di struttura massiccia, ma delicatamente poggiato su quattro peducci accartocciati. La base, tipologicamente a sarcofago è solidamente inquadrata da costoloni enfatizzati da figurine femminili alate che si raccordano ad una cornice ad astragali perlinati. Si delimitano così le quattro facce. In quella frontale, tra spire e volute, è posto in grande risalto il mandylion, il telo sul quale, secondo la tradizione apocrifa, era impresso il volto di Gesù. Sopra la cornice, e ai quattro lati dell’innesto del fusto, altrettanti angeli a tutto tondo reggono i simboli della Crocifissione: la lancia, i tre chiodi e la canna con la spugna, la palma. Questa base è riferibile ad alcuni esempi riconducibili alla bot-

tega degli Juvara di Messina che si distinguono proprio per la grande libertà di espressione. I punzoni rilevati sono lo scudo di Messina, la data [1]716 e le iniziali A. F. C., Antonio Frassica Consul, console degli argentieri; l’assenza del marchio dell’argentiere lascia ipotizzare che la base dell’ostensorio sia uscita dalla sua stessa bottega.


Ostensorio

Argento, argento dorato e oro sbalzati e cesellati, pietre dure incastonate. Marchi sull’orlo della base e all’interno dello sportello della sfera: aquila di Siracusa, A. S. C. 6........F Iscrizione sotto la base: SORO ROSARIA BONANNO Ignoto argentiere siracusano, seconda metà XVIII secolo Cm 62. Piede di ostensorio, di struttura massiccia, ma delicatamente poggiato su quattro peducci accartocciati. La base, tipologicamente a sarcofago è solidamente inquadrata da costoloni enfatizzati da figurine femminili alate che si raccordano ad una cornice ad astragali perlinati. Si delimitano così le quattro facce. In quella frontale, tra spire e volute, è posto in grande risalto il mandylion, il telo sul quale, secondo la tradizione apocrifa, era impresso il volto di Gesù. Sopra la cornice, e ai quattro lati dell’innesto del fusto, altrettanti angeli a tutto tondo reggono i simboli della Crocifissione: la lancia, i tre chiodi e la canna con la spugna, la palma. Questa base è riferibile ad alcuni esempi riconducibili alla bot-

tega degli Juvara di Messina che si distinguono proprio per la grande libertà di espressione. I punzoni rilevati sono lo scudo di Messina, la data [1]716 e le iniziali A. F. C., Antonio Frassica Consul, console degli argentieri; l’assenza del marchio dell’argentiere lascia ipotizzare che la base dell’ostensorio sia uscita dalla sua stessa bottega.


Crocifissione

Siracusa – Arcivescovado Ignoto, ultimo ventennio XVI secolo Cm 115 x 55. Il quadro scaturisce dalle citazioni combinate di due Crocifissioni di Gaudenzio Ferrari, una dipinta per il Sacro Monte di Varallo (1513) e l’altra custodita presso la Galleria Sabauda di Torino (1520 ca). Il quadro siracusano, terzo di questa “serie” li riprende entrambi, in un fitto tessuto di citazioni e di rimandi, di similitudini e di differenze, senza che si riesca ad evidenziare una prevalenza di uno sull’altro. Nel ladrone cattivo, quello posto alla sinistra di Cristo, la morbida linea chiasmica degli arti con l’alternarsi di tensione e rilassatezza dei muscoli, la corposa potenza muscolare del busto sembrano citare il gruppo statuario del Laocoonte, rinvenuto a Roma nel 1506. Da ultimo il nostro pittore introduce nel

quadro, in basso a sinistra di chi guarda dunque alla destra di Cristo, il profilo del committente, anch’egli anonimo. È abbigliato con una lunga veste nera, la zimmarra: probabilmente un ricco borghese.


Annunciazione

Provenienza: Siracusa, Galleria Interdisciplinare di Palazzo Bellomo-Olio su vetro Cm 26,5 x 21. Il quadretto, proveniente dai depositi di Palazzo Bellomo, è copia pressoché fedele dell’Annunciazione dipinta ad affresco nel chiostro del monastero di Santa Chiara di Camerino.Il quadretto del Museo Bellomo, come si è detto, riprende fedelmente l’affresco, pur con piccole varianti che possono dirsi traduzioni vernacolari come l’accentuato atteggiamento di conturbatione di Maria che si turba per la meraviglia dell’annuncio. I Maleachim, messaggeri di Dio, definiti àngheloi in greco ed angeli in latino, menzionati spesso nei testi vetero testamentari, vennero considerati inizialmente come personificazione della volontà di Dio, e successivamente dal cosiddetto pseudo Dionigi Areopagita, come componenti di

schiere gerarchicamente strutturate nel cielo. Tra i diversi scritti del Corpus Dionysianum quello che interessa il tema della mostra è il De Coelesti Hierarchia nella quale l’autore organizza la presenza angelica nei cieli ordinandola in tre Gerarchie ciascuna delle quali è composta da tre Ordini o Corti. Dante, fervente cultore di Pitagora, attirato dallo spettacolo delle sfere celesti mentre diffondono nell’universo una musica sublime, riprende i temi dello Pseudo Areopagita, riportando nella Divina Commedia la teoria dei nove cori angelici inseriti nei cieli del cosmo secondo la concezione aristotelicotolemaica. Sergio Cilea.


S. Michele Arcangelo

bulino e acquaforte, da I. Falcone, Il Pindo sacro, Palermo 1691

Dei nove cori, gli angeli per tradizione più popolari sono quelli appartenenti alla terza gerarchia e conosciuti con il nome di Arcangeli. Secondo i vangeli apocrifi sarebbero sette, ma in realtà, quelli riconosciuti dalla Chiesa perché citati nella Bibbia sono soltanto tre: Gabriele, Raffaele e Michele. Ad ognuno di essi corrisponde un ambito d’ azione specifico e vengono inviati da Dio sulla terra per missioni di particolare importanza. Michele, Micha’el, il cui significato è “Chi come Dio“ ma anche “Chi è come Dio” è sicuramente la più venerata tra le figure angeliche. La sua iconografia, ieraticamente statica, possente, solenne e monumentale, è stata fonte di ispirazione per artisti che ne hanno riprodotto

l’immagine sin dai primi secoli dell’era cristiana. È il comandante dell’esercito celeste che combatte contro gli angeli ribelli del diavolo, che vengono precipitati sulla terra.


Accolgo di cuore l’iniziativa dell’Ufficio Diocesano per i Beni Culturali e dell’Associazione “Exedra” che, in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni Culturali di Siracusa e la Galleria Regionale di Palazzo Bellomo, hanno proposto la mostra: Fruscio d’ali. Un volo nell’iconografia degli angeli, un evento espositivo che si propone, nella magnifica cornice della chiesa di Santa Lucia alla Badia, di compiere una sorta di viaggio attraverso le raffigurazioni angeliche. Gli angeli, posti accanto all’uomo dalla Divina Provvidenza, già secondo le testimonianze bibliche, sono nostri custodi e amici. Ad essi Dio ha «ordinato di custodirci in tutti i nostri passi, e di portarci sulle loro mani perché non inciampino nelle pietre i nostri piedi» (cfr. Sal 91(90), 11-12) e così, da sempre, gli angeli sono nostri protettori e in quanto tali ad essi ci si rivolge, per «illuminarci, custodirci, reggerci e governarci». La mostra Fruscio d’ali, tuttavia, compie una virata concentrandosi sulle arti figurative e plastiche, attraverso l’esposizione di quadri, stampe, vasi e suppellettili sacre nei quali, il gusto e lo stile di ogni epoca ha impresso queste figure angeliche a coronamento e a decorazione dei soggetti rappresentati. Auspico, pertanto, che i visitatori, accostandosi agli oggetti esposti, possano saper leggere oltre ciò che la vista suggerisce, rispondendo così ad una delle principali finalità di un evento espositivo come questo: ricevere e accogliere una catechesi sulla infinità bontà di Dio attraverso le immagini e gli oggetti che parlano degli angeli, da Lui donati a noi uomini per ricordarci e ricondurci a Lui.

† Salvatore Pappalardo

Arcivescovo Metropolita di Siracusa.


Catalogo "Fruscio D'Ali"