Numero 9 giugno 2012

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Poste Italiane Spa – spedizione in abb. postale – DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 n. 46) art. 1 comma 2 e 3 NE/TN – taxe perçue Registrazione Tribunale di Trento n. 2/2010 del 18/02/2010

Trimestrale dell’associazione Il Gioco degli Specchi ANNO III NUMERO 2 – GIUGNO 2012

Dalle sabbie del deserto

alle sabbie mobili delle leggi La nuova associazione Amici dell'Etiopia Il cricket sui campi trentini


di Sara Diaz Gonzalez

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PRIMO PIANO Ahmed, da otto mesi a Trento, un tuareg che per noi fa notizia PRIMO PIANO Neve come sabbia STORIE Dallo sconforto alla confidenza: il piccolo romanzo di una badante

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IL GIOCO DEGLI SPECCHI periodico dell’Associazione “Il Gioco degli Specchi” Reg. trib. Trento num. 2/2010 del 18/02/2010 direttore responsabile Fulvio Gardumi direttore editoriale Mirza Latiful Haque

SOCIETÀ Il cricket sui campi trentini RACCONTO Mamma, mamma

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ASSOCIAZIONI Amici dell'Etiopia

redazione via S.Pio X 48, 38122 TRENTO tel 0461.916251 - cell. 340.2412552 info@ilgiocodeglispecchi.org www.ilgiocodeglispecchi.org progetto grafico Mugrafik foto di copertina Paolo Ronc

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A colloquio con un rifugiato politico fuggito dalla Libia

IMMI/EMI Sardi emigrati in Toscana

Ahmed, da otto mesi a Trento, un tuareg che per noi fa notizia

CINEMA Ripòsino in rivolta, reportage di Sylvain George FUSIONI Un amico, una nostalgia, una ricetta

stampa Litografia Amorth, loc. Crosare 12, 38121 Gardolo (Trento)

La situazione del popolo tuareg è molto incerta da quando a gennaio sono ripresi i conflitti nel Mali. Amnesty International parla di 200.000 persone fuggite dalla zona di crisi dall’inizio del conflitto a gennaio. È stato ad aprile, però, che la situazione ha avuto un’eco internazionale, quando il Movimento Nazionale di liberazione dell'Azawak (MNLA), approfittando della situazione caotica generata dal golpe del 22 marzo che ha provocato la destituzione del presidente maliano Touré, ha preso il controllo di tre grandi città del nord, Kidal, Gao e Timbuctù, dichiarando

con il sostegno di Comune di Trento Assessorato alla Cultura e Turismo Provincia Autonoma di Trento

EDITORIALE

Una legge emanata in Italia ha conseguenze che arrivano fino al Mali, l'epicentro è a Roma e lo tsunami travolge vite in Senegal. È bene che siamo coscienti anche di questo fatto quando andiamo a votare, che sappiamo cosa significa sostenere una politica migratoria piuttosto che un'altra. È facile informarsi. Ce lo dicono con chiarezza i libri e gli articoli di Stefano Liberti, Gabriele Del Grande e Fabrizio Gatti che ripercorrono le storie dei migranti: in viaggi esposti a mille pericoli le persone vanno alla ricerca di una vita migliore per sé e per i loro cari. Ce lo dicono i profughi arrivati l'anno scorso ed ospitati anche in Trentino. Fuggiti dalla Libia allo scoppio della guerra, costretti ad affrontare il mare verso l'Europa, chiedono attenzione e che li si aiuti ad uscire dal limbo in cui sono precipitati. Chiedono un permesso umanitario che dia loro una qualunque prospettiva di futuro, in Italia, in Libia o in patria. È sempre possibile firmare la petizione con le loro richieste già segnalata: http://www.meltingpot.org/articolo17149.html L'assemblea dei richiedenti asilo si riunisce periodicamente al CS Bruno, via Dogana 1, Trento, ogni lunedì alle ore 15.30. "Siamo uomini capaci ed intelligenti con tanta voglia di vivere liberi, lontani dalla guerra, e lavorare in un mondo giusto!"

Editoriale

l’indipendenza dello stato dell’Azawak. La Comunità Economica dell’Africa Occidentale, l’Unione Africana e l’Unione Europea, hanno criticato questa forma di presa di potere. I tuareg vivono dispersi tra il Niger, il Mali, la Mauritania, l’Algeria e la Libia. Qui, dopo la guerra che ha fatto cadere il regime gheddafiano, la situazione per questa minoranza amazigh, malgrado tutte le promesse, non è cambiata. Ne abbiamo parlato con Ahmed, libico di etnia tuareg, da otto mesi a Trento, uno dei tanti che ha sofferto le conseguenze della Rivoluzione dei Gelsomini.

Notiziabilità ahmedènotizia

Si decide a Roma, si soffre in Niger

PRIMO PIANO

“Siria, almeno 20 morti in bombardamento a Daraa”. Così intitola Repubblica.it nella sua sezione sul Medio Oriente di sabato 9 giugno. Se ne occupa anche Corriere.it, che parla dell’“ennesimo episodio di violenze e vittime nel paese”; ma anche Le Monde, Le Figaro o il britannico The Guardian hanno coperto ampiamente la rivolta che da più di un anno fa traballare il regime di Assad. Prima ancora abbiamo sentito parlare delle rivolte in Tunisia, in Egitto e in Libia. Ora queste rivolte, avvenute più di un anno e mezzo fa, formano parte della storia e sono già conosciute come "La primavera araba". E’ curioso come funzionano i media. Che cosa diventa o no notizia e perché. Nelle aule delle facoltà di giornalismo si parla del gatekeeping, sistema per il quale un evento passa oltre il gate dei media e diventa per tanto un fatto notiziabile. Ci sono poi i famosi criteri di notiziabilità. Ovvero, un evento diventa notizia se ad esempio in esso sono coinvolte molte o poche persone e l’indice di notiziabilità si alza a seconda della fama di cui godono i personaggi in questione. Altri fattori sono il dove e il quando, l’effetto che produrrà o la presenza di un conflitto; tutti criteri che influiscono nella scelta delle notizie, nell’elaborazione del “palinsesto”, che ogni giorno, magicamente, si articola nelle prime pagine dei principali giornali internazionali. Il fatto è che certe informazioni oltrepassano il famoso gate e altre rimangono in secondo piano; di altre se ne parla fino alla nausea per molti giorni e poi non se ne sa più niente, svanite nel nulla o forse, peggio ancora, compaiono solo in piccoli trafiletti quando c’è da riempire uno spazio nell’impaginazione. Sicuramente e grazie alla rete, questa scelta di notizie è molto più difficile e le informazioni che ci arrivano sono molteplici. A noi la scelta.

Da lui sappiamo della situazione di sottomissione e di disuguaglianza che vive il suo popolo nella Libia post Gheddafi. Esauritasi l’ultima rivolta tuareg degli anni ’90, il dittatore aveva offerto loro protezione in cambio di lealtà. Durante il conflitto libico molti tuareg sono stati obbligati a lottare a favore del governo e ora, morto il leader beduino, armi in pugno, molti sono ritornati nelle loro terre d’origine. Altri come Ahmed formano parte di quelli che, a febbraio, in quell’ondata di barconi arrivati a Lampedusa, fuggivano dalla guerra. Sono rifugiati politici o dovrebbero esserlo. A Trento gli è stato offerto del cibo e un tetto e per questo è riconoscente, ma i problemi vitali non finiscono qui. In Libia Ahmed è laureato in Ingegneria delle Telecomunicazioni. Come tuareg, nel suo paese, è considerato un cittadino di seconda classe. Il governo libico non gli permetteva di avere i documenti necessari per andare a studiare all’estero, “ed è già un miracolo che sia riuscito a fare l’università usando la carta d’identità dove c’è scritto tuareg”. Ora, in Italia, a Trento, non ha un permesso per poter continuare a studiare o trovare un lavoro, è stranded, perso in questo limbo di “sicurezza” che non gli permette di muoversi. Ahmed parla di una possibile “rivolta tuareg a livello di quella libica”, se al suo popolo non verrà data una terra. La situazione di Ahmed e del suo popolo è una conseguenza di quella guerra che ha occupato l’interesse dei media per più di un anno, ma questa minoranza non è forse stata abbastanza "notiziabile".

Primo piano


PRIMO PIANO

di Bruno Zaffoni*

Tavole gentilmente concesse dall'autore. Per saperne qualcosa di questo poliedrico artista roveretano viaggiate nel suo sito: http://www.zaffoni.it/,Exotica, Parole e immagini dell'altrove. Primo piano

Primo piano


Halyna racconta una sua esperienza in Trentino

Dallo sconforto alla confidenza: il piccolo romanzo di una badante Cesarina era magra e probabilmente da giovane era stata anche abbastanza alta: con i suoi centodue anni si teneva ancora dritta, anche se con l'aiuto di un bastone. Centodue anni: una bella età, quasi biblica. Per me (che faccio la badante) andare a lavorare da un'ultracentenaria era come sfidare la fortuna: poveretta - pensavo - o muore prima ancora che tu arrivi a casa sua o, se sei fortunata, vivrà qualche mesetto. Poi, avevo pensato: che cosa ci perdo? Non ho nessun lavoro, mi sto mangiando quei pochi spiccioli che mi sono rimasti. Bah... erano davvero pochi dopo cinque mesi trascorsi a casa mia per prendermi cura della mia mamma. Sì, perché la sanità gratuita in Ucraina è ancora un sogno e ho speso quasi tutto quello che avevo. Quando si tratta della salute dei propri cari, non bada alle Centodue anni: una bella età, sispese. Quindi mi quasi biblica. Per me (che trovavo senza faccio la badante) andare a soldi e accettai lavorare da un'ultracentenaria la prima proposta che mi era come sfidare la fortuna capitava, cioè badare a un'ultracentenaria parente della dottoressa della signora che mi aveva ospitato per tre giorni, grazie alla raccomandazione di una mia amica, che aveva buoni rapporti con lei. Ma non si può sfruttare troppo la gentilezza delle altre persone senza ricambiare. E, in un certo senso, ricambiare è abbastanza vantaggioso: fai un enorme piacere a chi è stato buono con te (nella mia situazione direi "pietoso") e in un colpo ti liberi dai pensieri per

Storie

i soldi, l'alloggio, i viveri. In ogni caso, è stato risolutivo non solo per me ma anche per la mia benefattrice, che è davvero una persona di buon cuore, perché si è presa cura di un bambino di una famiglia africana. I genitori di questo vivacissimo bambino avevano detto che se ne sarebbero andati a casa per una breve vacanza, ma era passato già qualche anno e non erano ancora ritornati. Il bambino, nella nuova famiglia acquisita, cresceva come se fosse nella sua o forse anche meglio: tutti gli volevano molto bene, i nuovi papà e mamma e le sorelle, che erano molto più grandi e si occupavano di lui. Tutti gli volevano molto bene, tranne i suoi, perché non si facevano sentire, non rispondevano alle lettere della signora Luisa. Si dice che niente al mondo succede per caso, che tutta la nostra esistenza è programmata prima di essere nati e che tutte le presunte “coincidenze” sono nient’altro che il logico risultato delle nostre attività precedenti. Solo che non sempre siamo capaci di capirlo. Mah... chi lo sa. Viviamo, cercando di migliorare, come gli sportivi, alzando l'asticella da superare, sfidando noi stessi e non sempre i risultati sono soddisfacenti. Dicono anche, che è meglio prendere con filosofia tutto quello che succede nella vita: né disperandosi né saltando dalla gioia, perché tutto cambia, la fortuna gira come il carillon. Forse è per questo che riesco a vedere più il “lato” opposto – gira troppo veloce... Però penso che in questo caso, tutto sommato, anche se sono andata in un posto lontano, dove non mi aspettavo di incontrare qualche conoscente, di poter conversare nella mia lingua, la gentile signora Fortuna mi ha fatto un grandissimo regalo: mi ha fatto conoscere una persona, vivere con la quale è stato come vivere un'epoca, un periodo storico op-

foto di Luciano Imperadori

foto di Luciano Imperadori

di Halyna Taratula

"Mi sedevo vicino a lei con un libro o un ricamo in mano. Le prime sere faceva finta di non vedermi, sembrava chiusa nel suo mondo....."

posto a tutto quello che ci circondava. E non perché avesse somministrarle, i piatti preferiti e consigliati, le ore di riposo, centodue anni: quando parlavamo, ridevamo sempre ed era l’attività, tutto quello che di solito compone la vita quotidiana più giovane di me. di una persona, una persona sola. In un freddo inverno all’inizio del burrascoso ventesiA Cesarina piaceva la musica, specialmente quella della mo secolo, in una famiglia benestante, con genitori di età montagna. Il suo viso ancora bello (ogni età ha sua bellezza) avanzata, era nata una belsi illuminava quando ascollissima bambina. Poiché era tava i cori alpini. Cantava Sono lunghe le serate, se sei sola o in unica e femmina non è stata con loro a mezza voce chiucompagnia di persone noiose o superbe. dendo gli occhi. ben accolta. In quell’epoca anche nella società della ricSul tavolo, accanto al Le mie serate con Cesarina furono ca borghesia la figlia unica suo letto teneva una picera considerata come una cola radio per ascoltare le davvero belle. Certo, non abbiamo maledizione. E in tanti casi ultime notizie dal mondo, trovato subito il punto che avvicinava. non poteva essere considedalla sua valle. La radio era rata erede, come un figlio la sua finestra sul mondo. maschio. Proprio per questo, il nonno non ha lasciato l'intera Si sdraiava sul letto, ascoltava notizie, canti, preghiere. Mi eredità a suo padre come da tradizione, ma l'ha spartita fra i sedevo vicino con un libro o un ricamo in mano. Le prime tre figli e questo fatto ha incrinato il rapporto di Cesarina con sere faceva finta di non vedermi: non parlava con me, lo facei genitori. Pur non avendo nessuna colpa era considerata la va solo se aveva bisogno di qualcosa, molto delicatamente, causa principale della loro rovina. Ma lei voleva essere ama- chiedeva e poi sembrava chiudersi di nuovo nel suo mondo. ta, voluta bene, come lei stessa nonostante tutto amava loro: Provavo grande sconforto e dubitavo se stavo facendo con tutto il cuore. bene a rimanere con lei nella stanza alla sera: forse le piace Sono lunghe le serate, se sei sola o in compagnia di per- la solitudine e faccio meglio ad andarmene nel mio angolo, sone noiose o superbe. Le mie serate con Cesarina furono pensavo. davvero belle. Certo, non abbiamo trovato subito il punto che Dopo un po’ di tempo Cesarina si è “sciolta” e ridendo mi avvicinava. Come dovuto, io ho cercato di essere gentile, pre- ha raccontato che per tutto il tempo aveva osservato come murosa. mi comportavo domandandosi se avrei resistito. Alla fine ha Per mia fortuna, all’inizio, durante le prime due settima- ceduto lei, ma con uno stile tutto suo: invitandomi a recitare ne, era rimasta con noi la prima badante, la giovane ecuado- insieme la corona. La preghiera comune ha fatto bene a tutte riana Dora (sembrava un gioco di parole), che mi ha aiutato e due. ad ambientarmi in questa grande casa del sedicesimo seDa allora tutti i pomeriggi e le sere, quando non c'erano colo, ad imparare il modo di vita di Cesarina: le medicine da visitatori, mi raccontava la storia della sua vita.

Storie


foto di Massimo Castelli

SOCIETÀ

di Manuel Beozzo

Le sfumature del mondo sociale del cricket

Shabaz Trento!

Lo sport tipico del Pakistan giocato sui campi trentini

C

irca un anno fa, in occasione di una fiera tenutasi a Norimberga, stavo chiacchierando con Edoardo: oggi presidente del Circolo Trentini di Norimberga, ieri Gastarbeiter in Germania in cerca, come tanti altri italiani e non solo, di maggiori sicurezze economiche. Passeggiavamo accanto all'immenso e modernissimo complesso fieristico e si ricordò degli anni quando lì non c'era niente o meglio c'era solo una distesa di campi e lui ed altri Gastarbeiter italiani si trovavano, la domenica, a giocare a pallone, improvvisando due porte e definendo a grandi linee le dimensioni del campo di gioco. Erano gli anni 60. Questo aneddoto mi è stato richiamato alla mente da una scena alla quale ho assistito poche settimane fa, passando davanti al parcheggio del Palasport di Trento, in località Ghiaie: una ventina di persone, in parte sedute sulle gradinate ai lati del parcheggio a mo' di tifosi sugli spalti, altri sparpagliati nel piazzale. Stavo assistendo alla medesima scena raccontatami da Edoardo: lavoratori stranieri – che poi ho scoperto essere di origine pakistana, bengalese, cingalese – che la domenica si riuniscono e improvvisano una partita del loro sport: il cricket. Partendo dal fatto che la sociologia si interessa dell'agire umano, che lo sport rappresenta un ottimo momento di interazione tra persone e che a Trento c'è una squadra di cricket, tento di seguire le orme di due sociologi tedeschi: Hans-Georg Soeffner e Dariuš Zifonun. In una pubblicazione di qualche anno fa, i due ricercatori hanno esposto i risultati di un loro interessante studio, soprattutto per l'oggetto dell'indagine: la FC Hochstätt Türkspor, una squadra di calcio formata esclusivamente da giocatori turchi, presente nella serie D del campionato tedesco. La ricerca puntava a spiegare il fenomeno del “soziale Welt” (mondo sociale), base per la creazione di rapporti e identità sociale dentro e fuori dai confini del mondo. La domanda che ora può sorgere spontanea è: ma cos'è un mondo sociale? Credo che darne un esempio sia la risposta più chiara. Dopo il primo incontro indiretto con i giocatori non professionisti di cricket, Massimo ed io abbiamo cercato di assistere nuovamente ad una partita. Purtroppo però le nostre

Società

ricerche, allargate anche ad altre zone delle città, non sono mai andate a buon fine. Con ormai in mente il tema del cricket, non ci diamo per vinti e decidiamo di cambiare leggermente rotta. Prossima meta: il campo ufficiale di cricket in località Ghiaie a Trento. Arrivo con il fidatissimo fotografo e amico Massimo e il caro amico Jordan. Piove e i giocatori sono riuniti al centro del campo per decidere se continuare la partita o se, come previsto dalle regole del gioco, chiudere il match a tavolino decretando così un pareggio. Colgo l'occasione della pausa forzata per fare due chiacchiere con Waseem, giocatore e vicepresidente della società Trentino Cricket Club (che attualmente detiene il titolo nazionale e vanta giocatori che fanno parte della squadra italiana di cricket). Waseem mi riassume brevemente, senza cadere in tecnicismi, le regole del gioco e lo spirito del cricket, che mette in primo piano il fair play, le norme di comportamento, durante le partite. Dirotto poi la conversazione su un altro aspetto che caratterizza spesso le società sportive, ovvero l'interessarsi ad altre attività, non strettamente legate allo sport. Waseem mi racconta di un'iniziativa che, cominciata con la presentazione del gioco del cricket nelle classi di vari istituti superiori trentini, si è conclusa, a fine maggio di quest'anno, con una giornata dimostrativa presso il campo della società alla quale hanno partecipato varie classi di sei istituti superiori. Spingo quindi ancora su questo punto per capire se la Trentino Cricket, composta oggi da giocatori pakistani e giocatori con nazionalità italiana ma di origine pakistana, ha interesse ad avvicinarsi alla società trentina non solo come promotrice di uno sport noto a pochi e praticato da pochissimi ma anche come vettore di una cultura, quella pakistana per l'appunto, che in Trentino conta una comunità numericamente molto consistente ed imprenditorialmente attiva. Gli incontri nelle scuole così come la presenza di notizie relative alla Trentino

Cricket nei media locali, così mi dice Waseem, hanno il solo mente fattasi attendere più del previsto, della squadra avscopo di presentare il cricket ed eventualmente di reclutare versaria. E poi si riprende il discorso lasciato a metà, come in questo caso, per un momento di entusiasmo sportivo, potenziali giocatori. Il tempo meteorologico si mette a favore del Trento, già net- che io però non sempre colgo. tamente in vantaggio nel primo momento di gioco, e così la Ovviamente noi non siamo gli unici ad intrattenerci; la sopartita può riprendere. Waseem mi saluta e corre in campo. cializzazione sia inter- che intragenerazionele è viva duranIo rimango però con una curiosità: è veramente possibile te tutta la partita. Tutti i presenti sono, come i giocatori del che la squadra di un gioco dal gusto esotico, composta da Trento, pakistani o di origine pakistana. I ragazzi più giogiocatori con origini altrettanto esotiche non trasmetta, vani, tra i 10 e i 15 anni, forse annoiati di starsene solo a anche indirettamente, qualcosa al di là della sola attività guardare, si allontanano dal campo e, parlando tra di loro agonistica? La risposta alla mia domanda era più presente in italiano, si dirigono verso il vicino parcheggio, dove li vedo di quello che pensassi, solo che ancora non mi si era pale- improvvisare una propria partita di cricket. Altri ragazzi, un sata. Accanto a noi stanno la cultura di un Paese sono le persone, po' più grandi, si scambiano il loro punto di vista sulle possiguardando la partita alcuni le loro abitudini, i loro modi di fare, la bilità di studio offerte a Trento tifosi del Trento. Decido, dopo una prima esitazione lingua e il cibo e un sacco di altre cose e dei potenziali posti di lavoro dove mandare un curriculum. legata al non voler disturbare gli spettatori durante la visione del gioco, di provare ad Il gioco si intreccia alle chiacchiere e mentre cerco, assieme intavolare un discorso per capire meglio eventuali retro- a Massimo e Jordan, di capire come si calcola il punteggio, scena della Trentino Cricket. Facilitato dai tempi di gio- uno dei tifosi ci porta tre piatti colmi di riso, dal profumo co molto distesi (tanto per capirci niente a che fare che, per un accostamento cibo-luoghi, mi richiama lontane con la rapidità della pallacanestro) e dall'ottima regioni dell'Asia: curry, curcuma, coriandolo e chissà che predisposizione al dialogo dei tifosi, parte una altre spezie. Un'usanza, quella della squadra ospite di prepiacevolissima conversazione a bordo cam- para del cibo da offrire ai giocatori al termine della partita, po. Così vengo a sapere che uno dei tifosi che nulla ha a che fare con la cultura pakistana ma che in è il padre di uno dei giocatori e ci tiene questo caso, inevitabilmente, ne trasmette un aspetto. a sottolineare la fortuna del figlio di po- Non so se sia stato il momento in cui ci fu offerto il riso o il ter giocare fianco a fianco con Alaud Din vedere i ragazzini giocare a cricket e parlare in italiano, op(grande giocatore nella Trentino Cricket pure gli abiti indossati dai tifosi, ma alla fine della partita ho nonché nella nazionale italiana); non si riflettuto sulle parole di Waseem: è inevitabile e impossibile risparmia infine qualche simpatica criti- rendere una qualsiasi situazione stagna dal fare traspirare ca paterna, definendo il figlio bravo ma cultura, proprio perché la cultura di un Paese sono le perrimarcando il fatto che ha ancora molto sone, le loro abitudini, i loro modi di fare, la lingua e il cibo da imparare. Si parla, si guarda la partita, e un sacco di altre cose. Il mondo sociale è proprio questo, si discorre ma è un FINALMENTE!, det- una situazione di vita quotidiana, che vive dell'attaccamento con tono liberatorio, che richiama la to reciproco tra le persone presenti, del sentirsi fare parte mia attenzione sulla partita o meglio di un gruppo senza esserne schiavi e dell'apertura verso sulla tifoseria. Infatti è così che uno chi, a primo avviso, sembra non farne propriamente parte. dei tifosi del Trento esulta all'elimi- E allora, riprendendo l'incitamento sentito tante volte dunazione del battitore, evidente- rante la partita: shabaz Trento!, forza Trento!

Società


RACCONTO

di Gracy Pelacani*

Mamma, , mamma

«Mamma, sono a pezzi! Voglio andare a casa» e pronunciando queste parole, le aveva buttato le braccia al collo rovesciandole addosso tutto il suo peso corporeo. Così lei aveva stretto al petto la sua piccola testa di bambino e quel caschetto di capelli neri, folti e morbidi, l’unico segno capace di ricordarle, anche alla fine delle giornate peggiori, che erano nati entrambi dalla stessa terra, qualunque fosse stato il destino riservato loro dal futuro. Stanotte avrebbe dormito. Era stata una lunga giornata, e quel discorso che l’avevano costretta a pronunciare in una lingua diversa da quella in cui prendevano forma i suoi pensieri, l’aveva inutilmente stancata. Si domandava spesso perché queste sue frasi sconnesse, a volte veicoli di incomprensioni, altre volte capaci di inventare potenti, anche se involontari, neologismi, non spingessero gli altri a zittirla, una volta per tutte, e a fare loro questi gran discorsi. Invece, si abbandonavano tutti al suono della sua voce, e le indirizzavano sguardi pieni di richieste inespresse, quasi come se lei e quella lingua imperfetta che non le apparteneva, potessero mettere ordine e attribuire un senso anche ai loro pensieri. All’inizio pensava fosse solo una questione di tempo. Con l’abitudine, la familiarità con gli odori e i suoni di quella casa, si illudeva sarebbe arrivato anche il sonno e il riposo del corpo e dell’anima di cui tanto aveva bisogno. E dopo alcuni mesi aveva creduto che stesse accadendo davvero così. Quando non dovevano finire qualche lavoro per il giorno dopo, e questo cominciava ad accadere sempre meno, dormiva quasi

Gracy Pelacani, nata a Curitiba, capitale dello stato brasiliano del Paranà, è dottoranda presso la Facoltà di Giurisprudenza di Trento. Selezionata al concorso Linguamadre 2010, in quello 2011 si è aggiudicata il secondo posto con il racconto "Verde uguale casa"

Storie Racconto

fino al mattino. In questa nuova terra il tempo, a loro, in passato, sempre avverso, pareva aver trovato anch’esso pace ed equilibrio. Lavoravano di giorno, dormivano di notte. Aveva così compreso che vivere come il resto del mondo poteva essere estremamente confortante. Una notte di sonno profondo, sentì all’improvviso una piccola mano fredda stringerle il braccio con forza fino a conficcarle le piccole unghie nella carne. Avvertì la sensazione di lacrime sulla pelle. Allora si svegliò, e all’aprire gli occhi, si trovò a fissare altri occhi neri come i suoi, rossi per il pianto e corrosi dalla paura. «Ti ho chiamata...ti ho chiamata un sacco di volte! Mamma, perché non mi hai aiutato, mamma...». Come spiegare a quei due piccoli occhi neri che quella parola non voleva dire nulla per lei. Lei non era una mamma, non si diceva mamma nella lingua dei suoi pensieri. E se qualcuno urlava mamma nel cuore della notte, anche fino a farsi mancare la voce, non era il suo aiuto che chiedeva. Tornò quella notte l’insonnia, e sfumò la speranza di trovare tra quei suoni e odori il riposo del corpo e dell’anima di cui tanto aveva bisogno. In questo tempo notturno imparò a sentire e comprendere urla di parole sconosciute per poter ogni volta accorrere al capezzale di quel caschetto di capelli neri, folti e morbidi.

di Maria Rosa Mura

ASSOCIAZIONI

Un'altra associazione e un altro legame con le Afriche

Amici dell'Etiopia Zebenay sorride a Trento

È arrivato in Italia una dozzina di anni fa. In tasca una laurea in filosofia e il desiderio di studiare ancora: a Trento ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze religiose e un master su mediazione dei conflitti e operatore di pace. Qui è rimasto e desidera vivere, qui ha trovato casa, lavoro, affetti e amicizia. È nato in Etiopia Zebenay, nella regione di Wolaita, quattrocento chilometri a sud di Addis Abeba, con lingua e tradizioni diverse e una lunga storia di indipendenza dal governo centrale. È una regione di cui pochi di noi hanno sentito il nome, a stento infatti conosciamo la capitale e qualche località dove italiani ed etiopi hanno combattuto in quei pochi anni in cui l'Italia "imperiale" di Mussolini ha occupato militarmente la regione senza piegare la resistenza etiope e senza dominarla come colonia. In Zebenay non c'è il ricordo di quegli anni, non diretto certo data la sua età, ma nemmeno mediato dal racconto di altri. La sua regione è rimasta fuori dalla linea di guerra, a Trento poi ha amici italiani come somali o eritrei. Rientrando in patria in vacanza per ritrovare i familiari, ha visto con altri occhi le condizioni della popolazione, peggio-

Alla Festa dei Popoli a Trento

rata nel tempo, con un divario sempre maggiore fra ricchi e poveri. "Non si può stare a guardare passivamente quello che accade", così con gli amici, persone generose che si dedicano ad aiutare gli altri qui ed altrove nel loro tempo libero, nel luglio 2011 ha fondato una associazione. Si chiama "Amici dell'Etiopia" (http:// amicietiopia.altervista.org/index.htm). Sono solo una ventina gli etiopi residenti in Trentino, di più gli studenti iscritti all'università, una cinquantina, ma l'idea di Zebenay non era tanto quella di riunire persone dello stesso gruppo nazionale quanto quella di aiutare, aiutare le persone a migliorare la propria condizione. Che siano italiani o etiopi o di altri paesi ancora. Certo, c'è anche il desiderio di far conoscere il paese d'origine, sanno così poco gli italiani di una terra che hanno invasa. C'è anche l'orgoglio (ma senza sventolare nazionalismi) di far conoscere storia e tradizioni millenarie a fronte di decenni di martellante propaganda razzista oppure dell'oblio. Già da tempo Zebenay oltre al lavoro si dedica ad attività di mediazione interculturale in tutta la regione, soprattutto nel-

le scuole. A partire dal 2009 partecipa alla Festa dei Popoli di Trento e nell'ultima edizione i soci hanno raccolto fondi per l'associazione "Abba Pascal Onlus", fondata da un frate nel Wolaita per dare una formazione professionale ai ragazzi. Hanno poi organizzato momenti di incontro e festeggiato le festività di Natale e Pasqua secondo il calendario etiopico. Per il futuro l'associazione, che ha una gestione collegiale ed una programmazione discussa e condivisa, pensa di organizzarsi in onlus ed aspira a costruire e sostenere una casa famiglia per bambini in difficoltà e un centro per giovani mamme. Si appoggerà al frate cappuccino etiope con cui già collabora nel Wolaita. A dicembre di quest'anno Zebenay si recherà in Etiopia per preparare l'arrivo di un gruppo di amici, un viaggio insieme per conoscere da vicino e intimamente il suo paese e per stabilire legami sempre più stretti in una prospettiva di felice e pacifico scambio. Siamo con lui. È questo l'"impero" che vogliamo, davanti ad una tazza con chiacchiere lunghe come la preparazione di un caffè etiope, nel ricordo del luogo dove il caffè è nato.

Associazioni Storie


IMMI/EMI

di Maria Rosa Mura

CINEMA

di Giulio Bazzanella

"Noi abbiamo passato il mare e passare il mare vuol dire che una persona si divide in due"

Reportage di Sylvain George sui migranti perseguitati a Calais

Sardi emigrati in Toscana

Ripòsino in rivolta

a , la scuola che frequentava. S'er Era il liceo classico di Piombino abno faceva solitamente ogni gior alzata quella mattina - come ava prendere la corriera che ferm bastanza presto, alle sette, per na sce una affacciandosi..."Ho visto abbastanza vicino alla casa e , pre sem e icato: c'era silenzio com che da allora non ho più diment me i rda Gua c'era però movimento. a quell'ora. Nei campi intorno eva pot non ciò ra un film...E che per glio: era buio e vidi...Pensai ch'e ato da camionette e da uomini ond circ essere vero...Il casale era per ta e poi l'urlo di nostra madre armati...Sentii dei rumori alla por un te not la nel to sta saputo che c'era lo spavento. Abbiamo più tardi o. sequestro: non qui, nel grossetan o? am trav Ma noi...noi...cosa c'en no." lla mattina, e tornarono ogni gior Perquisirono la nostra casa, que

Siamo in Toscana, nel dopoguerra molti sardi sono arrivati qui. Sono pastori e le campagne toscane, fertili e verdi, sono state abbandonate dai contadini locali, emigrati in città dietro il miraggio di un lavoro più sicuro. L'esodo dalla Sardegna verso la Toscana diventa consistente verso gli anni sessanta. "Io, una valigia e la lambretta: ecco come sono sbarcato. Ho girato la Toscana in lungo e in largo. Eravamo in tanti a cercare...che cosa? Una terra...una sistemazione...un lavoro... qualcosa che potessimo chiamare un futuro." Per gli uomini è stato più facile, abituati alla vita solitaria del pastore che rientra solo di tanto in tanto in paese, qui ora hanno la famiglia vicina e poi "noi avevamo i pascoli, e tanta erba fresca e verde che veniva voglia di mangiarla, di riempircene la bocca come fanno le bestie". Per le donne, abituate al calore della vita in paese, è stato tutto più difficile, si sono sentite ingannate dai loro uomini che le hanno fatte venire. Arrivano portando l'oggetto più

"Sopra la cassapanca c'era un arazzo di lana con la caccia reale [...] cavalli e cavalieri galoppano nel bosco...e davanti a loro i cervi fuggono con la paura negli occhi... [...] Se chiudi gli occhi ti sembra di sentire l'abbaiare dei cani...e il vento che muove le foglie..."

Immi/Emi

caro, come aiutasse a sentirsi meno sole: una ragazza tiene stretta a sé per tutto il viaggio la vecchia pala usata dalla madre per infornare il pane. Furono due i momenti più duri di questa migrazione. "Il primo: le terre abbandonate dai toscani erano diventate pietraie e viperai. Le case: né tetto...né acqua..né luce...Niente! [...] Il secondo momento fu quello dei sequestri...Eh, allora, i sequestrati non tornavano a casa. Fu terribile, per noi e per i nostri figli! Con le camionette dei carabinieri ogni giorno davanti alle case, e lo sguardo degli altri...di tutta la gente del paese su di noi!" "Sono sardi! - ci sentivamo dire quando andavamo in paese. Quelli che fanno i sequestri!" Poco alla volta gli uni si abituano agli altri e anche "il vecchio pastore puzzolente" può amare la "nobile Volterra", alta lassù come un'aquila nel nido. Se nei primi tempi in Toscana a qualcuno mancavano i suoi morti, ora ne sono sepolti anche qui. "Un uomo non appartiene solo alla terra in cui è nato, ma anche il luogo in cui si muore, è anch'esso alla fine una patria." Nascono affetti e legami, i vecchi casali sono ora aziende agrituristiche, ma il cuore dei vecchi, che pur gode della bellezza dei borghi toscani, resta legato a quel paese lontano di case addossate, facciate grige e muri di pietra, spazzato dal vento. Vite che ci passano vicino, inavvertite. Ne racconta molte un libro particolare, ora introvabile, di grande interesse sociale e letterario: Rita Mastinu, Il tempo grande di Veneranda Siotto - Pintor, Colloquia edizioni, 2002. Interviste e documenti sono rielaborati in una narrazione che scorre a singole voci e si allarga in racconti corali, con un uso intenso della lingua sarda e della sua musica.

La violenza divina annientatrice del diritto, sostiene Walter Benjamin nel saggio “Per la critica della violenza” (19201921), si contrappone punto per punto alla violenza mitica, quest’ultima affine – “o addirittura identica” - al potere giuridico: “creazione di diritto è creazione di potere, e in tanto un atto di immediata manifestazione di violenza”. Il passo di Benjamin, associato all’immagine del sole che sorge sulla vetta del Sinai, funge da epigrafe a "Qu’ils reposent en révolte (figures de guerre) - Ripòsino in rivolta (figure di guerra)", un anomalo reportage realizzato dall’attivista e cineasta Sylvain George fra il luglio 2007 e il novembre 2010 a Calais, dopo lo smantellamento dei campi di accoglienza allestiti dalla Croce Rossa per i migranti in attesa di un imbarco clandestino per l’Inghilterra. Il film di George, che documenta la persecuzione legale, spettacolare e smaccatamente orchestrata a fini elettorali dei profughi e dei sans-papiers, fornisce una postilla cinematografica alla diagnosi di Benjamin nel saggio citato, là dove il critico afferma che lo spirito poliziesco, benché fondamentalmente simile a tutte le latitudini, testimonia della “massima degenerazione” possibile proprio nei paesi democratici. “Riposino in rivolta”. “Nel nero, nella sera, in quanto soffre, trasuda, cerca e non trova” resterà la memoria degli assenti, scriveva Henri Michaux nella poesia da cui George ha tratto il titolo della propria opera, girata per l’appunto in quella notte delle politiche migratorie in cui si annunciano gli stravolgimenti che incombono sulla più generale politica sociale in Occidente. George ha conferito al film un impianto volutamente allegorico, sostituendo alla narrazione il montaggio di frammenti multimediali, laceri e dislocati come la precaria iscrizione nel paesaggio urbano dei clandestini. Persuaso

che la violenza della legge sia raddoppiata dalle condizioni di produzione dell’immagine, il regista mette in discussione non solo le pratiche correnti del giornalismo, dei notiziari e della fiction, ma gli stessi concetti di documentazione, archiviazione e diffusione dei dati, creando una sorta di corrispettivo cinematografico della strategia messa in opera dai suoi intervistati, allorché questi cancellano le proprie impronte digitali servendosi di rasoi o di ferri arroventati. I cambi di fuoco, di velocità, di esposizione fotografica, di texture e di supporto tecnico sono anch’essi una strategia per suggerire che “le immagini non sono mai sole” e sono soprattutto “percorse da stratificazioni di tempo variabili e multiple” (*). Giocare sulle qualità materiali dei mezzi impiegati ha insomma lo scopo di sospendere il tempo lineare della cronaca facendolo saltare in schegge: "Éclats", quindi, com’è il titolo dato alla continuazione di "Qu’ils reposent en révolte", premiata come migliore documentario alla ventinovesima edizione del Torinofilmfestival. "Éclats", non a caso, cita un brano dell’“Éternité par les astres” (Eternità attraverso gli astri) di Blanqui, la fantasia cosmologica di un illustre detenuto politico riscoperta da Benjamin nel 1937 e subito inserita fra gli elementi portanti dell’incompiuto “Passagen-Werk”: schegge informi dei media e dei notiziari vi formano nuove costellazioni in cui traluce il senso di “quello che avrebbe potuto essere” (Sylvain George), liberando sullo schermo e negli spettatori – avrebbe scritto Benjamin - le energie assopite della storia.

“Sylvain Gorge nell'intervista di Olivier Pierre”, in “Diagonal Thoughts” (www.diagonalthoughts.com).


Sataraš

Un amico, una nostalgia, una ricetta

// D'estate, per usare della verdura fresca (magari, ahimè, quella dell'orto di una volta!), si faceva, nei Balcani, il cibo di nome sataraš. Ti mando, la trovi in fondo, la ricetta, per non copiarla invano. Basta che tu faccia clic su traduci sta pagina e ti arriverà la ricetta tradotta in italiano. Naturalmente, cerca su google... È importante che le cipolle non siano bruciate, per non cambiare il sapore del cibo. Poi, il fuoco bisogna che sia moderato. se qcs non è chiaro, ci sono. Mille sal, Boz //

Affettare le cipolle e far cuocere con qualche cucchiaio di olio. Aggiungere un cucchiaio di zucchero. Nel frattempo lavare i peperoni rossi. Tagliarli a quadrati. Metterli sulla cipolla con un po ' di sale. Farli ammorbidire. Pelare e affettare i pomodoro, versarli sui peperoni e continuare a cuocere fino a completa evaporazione del sugo. Mescolare tutto il tempo in modo che le cipolle non si brucino. Se volete potete aggiungere un po' di riso, ma poi stufare durerà molto più a lungo. Alla fine aggiungere le foglie di prezzemolo, aggiustare di sale e pepe. Può essere servito caldo da solo o come contorno di carne fritta o arrosti di maiale e manzo.

Božidar Stanišić Due scrittori tra Bosnia e Italia In uno dei suoi lavori più recenti il poeta e scrittore Božidar Stanišić presenta alla nostra attenzione nove racconti inediti di Ivo Andrić incentrati sulla figura femminile: La donna sulla pietra, tradotto da Alice Parmeggiani, e pubblicato da Zandonai di Rovereto. Da sempre cultore del premio Nobel Andrić, nato come lui in Bosnia, ce ne dà preziose chiavi di lettura in una Postfazione che è essa stessa un racconto. Di Andrić ha di recente curato anche la raccolta degli articoli pubblicati tra il 1923 e il 1926 in cui il diplomatico attento analizzava il fenomeno e la minaccia incombente del fascismo: "Sul fascismo", a cura di B. Stanišić, Nuova dimensione, 2011. Stanišić vive in Italia dal 1992, da quando rifiutò di farsi arruolare e di partecipare al massacro jugoslavo. Attualmente è Presidente del Centro “E. Balducci” di Zugliano, fondato da Don Pierluigi Di Piazza che per primo riconobbe nel profugo il fine uomo di cultura e lo scrittore. http://www.ilgiocodeglispecchi.org/libri/autore/stanisic-bozidar

Fusioni

© stock.xchng

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8 peperoni rossi 1 kg di pomodoro fresco 3-4 grosse cipolle olio una tazza di riso pepe sale foglie di prezzemolo 1 cucchiaio di zucchero


il quarto lato del Campo Sfuma in un terreno abbandonato Coperto di immondizie e di CarCaSSe d’automobili.

SpeSSo e volentieri i rom vengono aCCuSati di produrre fumi toSSiCi perChé bruCiano i rifiuti per reCuperare i metalli. ma, Come diCeva antonio nell’artiColo di le monde Che Ci ha Condotti qui:

il Campo è un aSSemblaggio di Container, tuguri di Cemento e materiali riCiClati. raCCordi elettriCi di fortuna alimentano televiSori, frigoriferi e qualChe radiatore.

da Alain e i Rom di Emmanuel Guibert, Alain Keler, Frédéric Lemercier, Coconino press - Fandango, Bologna, 2011 per gentile concessione degli autori

Certi privati e anChe alCune aziende preferiSCono dare quattro Soldi ai rom per SbarazzarSi dei rifiuti piuttoSto Che Smaltirli legalmente a CoSti più elevati.

Per dieci anni il fotografo Alain Keler ha girato i campi Rom di mezza Europa. Dal Kosovo alla Serbia, dal sud della Francia alla Repubblica Ceca, fino al grande ghetto a cielo aperto di Lamezia Terme, in Calabria. Ha raccolto le storie e le testimonianze dei nomadi, documentando le loro difficili condizioni di vita, il confronto quotidiano con i muri50 dell’ostilità e dei pregiudizi. La fatica e la gioia di vivere, nonostante tutto. Il suo amico disegnatore Emmanuel Guibert (già autore con Frédéric Lemercier e il compianto Didier Lefèvre de “Il fotografo”, reportage fotografico e a fumetti sulla guerra in Afghanistan e le missioni umanitarie di Medici senza frontiere), ha ascoltato i racconti di Keler e ha creato sequenze disegnate. Ne risulta un eccezionale reportage sul popolo Rom, in cui fotografia e fumetto dialogano e si mescolano. Con una prefazione di don Luigi Ciotti, un'appendice con notizie storiche e una postfazione di Giusy D'Alconzo, della sezione italiana di Amnesty International, che si occupa anche della tutela dei diritti del popolo Rom.

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