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Poste Italiane Spa – spedizione in abb. postale – DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 n. 46) art. 1 comma 2 e 3 NE/TN taxe perçue Registrazione Tribunale di Trento n. 2/2010 del 18/02/2010

Trimestrale dell’associazione Il Gioco degli Specchi

ANNO II NUMERO 4 – DICEMBRE 2011

grande fonte di speranza

Napolitano: i figli degli immigrati


SOMMARIO

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Editoriale Torna indietro a prendere ciò di cui hai bisogno per andare avanti PRIMO PIANO I treni delle lacrime ASSOCIAZIONI “Rasom” significa “Insieme” Drammi DI IERI E DI OGGI Una famiglia di curdi massacrata a Istanbul MIGRanti “Chi ha più potere, ha più responsabilità” migranti Welcome to the jungle

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fortezza europa La Spoon River di Lampedusa

IL GIOCO DEGLI SPECCHI periodico dell’Associazione “Il Gioco degli Specchi”

immi/emi Polenta e Banane

Reg. trib. Trento num. 2/2010 del 18/02/2010 direttore responsabile Fulvio Gardumi direttore editoriale Mirza Latiful Haque

società San Martino a Trento, un quartiere “a colori” cinema Migrando in una stanza FUSIONI Una vita dolce per tutti Storia La narrazione della Fondazione Museo Storico del Trentino

redazione via S.Pio X 48, 38122 TRENTO tel 0461.916251 - cell. 340.2412552 info@ilgiocodeglispecchi.org www.ilgiocodeglispecchi.org progetto grafico Mugrafik stampa Litografia Amorth, loc. Crosare 12, 38121 Gardolo (Trento) con il sostegno di Comune di Trento Assessorato alla Cultura e Turismo Provincia Autonoma di Trento Foto di copertina: www.quirinale.it

L’Italia ha estremo bisogno dei figli degli immigrati Sono convinto che i bambini e i ragazzi venuti con l’immigrazione facciano parte integrante dell’Italia di oggi e di domani, e rappresentino una grande fonte di speranza. La nostra è diventata una comunità nazionale nella quale i figli di immigrati contano non solo come numeri, ma anche per le capacità che esprimono. Si tratta di una presenza che concorre ad alimentare quell’energia vitale di cui oggi l’Italia ha estremo bisogno. Non comprendere la portata del fenomeno migratorio e non capire quanto sia necessario, sia stato e sia necessario, il contributo dell’immigrazione per il nostro Paese significa semplicemente non saper guardare alla realtà e al futuro. I nati in Italia ancora giuridicamente stranieri superano il mezzo milione, e complessivamente i minori stranieri residenti in Italia sono quasi un milione; di questi, più di 700mila studiano nelle nostre scuole. Senza questi ragazzi il nostro Paese sarebbe decisamente più vecchio e avrebbe minore capacità di sviluppo. Negli ultimi 20 anni, tra il 1991 e il 2011, il numero dei residenti stranieri è aumentato di 12 volte. Tuttavia gli immigrati che sono diventati cittadini sono ancora relativamente pochi, anche se negli ultimi dieci anni c’è stato un notevole incremento. All’interno dei vari progetti di riforma delle norme sulla cittadinanza, la principale questione aperta rimane oggi quella dei bambini e dei ragazzi. Molti di loro non possono considerarsi formalmente nostri concittadini perché la normativa italiana non lo consente, ma lo sono nella vita quotidiana, nei sentimenti, nella perce-

zione della propria identità. È opportuno tenere presente che i ragazzi di origine immigrata nella scuola e nella società sono non solo una sfida da affrontare, ma anche una fonte di stimoli fruttuosi, proprio perché provengono da culture diverse. E non deve preoccupare il fatto che la loro sia un’identità complessa, non necessariamente unica, esclusiva. L’importante è che vogliano vivere in Italia e contribuire al benessere collettivo condividendo lingua, valori costituzionali, doveri civici e di legge del nostro paese.

Le frasi sono tratte dall'intervento del Presidente Napolitano all'incontro dedicato ai "Nuovi cittadini italiani", che si è tenuto il 15 novembre presso il Palazzo del Quirinale a Roma.

Giorgio Napolitano Presidente della Repubblica


di Maria Rosa Mura

EDITORIALE

In questo proverbio del Ghana la necessità di conoscere la storia, personale e collettiva

Torna indietro a prendere ciò di cui hai bisogno per andare avanti La composizione della nostra società è molto mutata, in tempi recenti e all’improvviso. Prima Naufraghi della storia della fine degli anni ‘80 in TrenIn occasione di una guerra si verificano imponenti spostamenti tino si conviveva con minoranze di popolazioni, peggio ancora quando scoppia la pace. arrivate da lontano ma in tempi Dopo la seconda guerra mondiale intere popolazioni furono antichi, popolazioni ormai note e costrette a spostarsi da una parte all’altra dell’Europa, in fuga, non considerate più come una misradicati, deportati con la forza. Drammi personali e collettivi naccia. Cimbri, ladini e mocheni, che hanno lasciato profonde ferite e che devono essere quindi nella loro diversità, fanno parte conosciuti dalla generazione attuale. Ne parlano i saggi che compongono il volume “Naufraghi della integrante del Trentino, ma non si pace. Il 1945, i profughi e le memorie divise d’Europa”, a cura può dire lo stesso per le nuove midi Guidi Crainz, Raoul Pupo, Silvia Salvatici, Donzelli, 2008. noranze, per rumeni marocchini albanesi ecc. Questi immigrati recenti sono però stabilmente tra noi, con le loro famiglie, hanno scelto dalla Russia. di vivere qui, sono i nuovi vicini di casa. Bisogna quindi co- L’ascolto della storia personale, ma anche una attenzione particolare alla storia dei popoli, risulta essenziale per capinoscersi, parlare, capire. Molte di queste persone hanno alle spalle realtà troppo re e vivere scientemente una quotidianità più complessa di poco conosciute, a volte vere ferite, individuali o collettive di quanto si pensi. Tanto più che negli studi scolastici italiani cui non si sa nulla o si ricorda poco. Per una sana conviven- è sempre stata scarsa l’attenzione al resto del mondo, per quanto vicino; la geografia è za è bene conoscere queste la storia privilegia assistorie, ricordarle, rispettarMolte di queste persone hanno alle ignorata, ro babilonesi ed egiziani nel loro le, vederne le implicazioni limbo esotico, raramente arriva nel quotidiano, non solo per avvicinarsi di più alle perso- spalle realtà troppo poco conosciute, a alla contemporaneità. Con una così consistente prene, ma anche per prevenire difficoltà sociali. Quando si volte vere ferite, individuali o collettive senza di immigrati che provengono da ogni parte del mondo, parla di immigrati di solito si ragiona secondo un ‘noi’, gli di cui non si sa nulla o si ricorda poco ora abbiamo l’assoluta necessità di recuperare le nostre carenitaliani, quelli che sono cittadini da più lungo tempo, e un ‘loro’, gli immigrati. Non è così ze sia storiche sia geografiche, di posizionare nell’atlante semplice, esiste una pluralità di ‘loro’, un mare di diversità a l’immagine e la posizione precisa dell’Eritrea o della Molvolte in ostile ebollizione tra loro e anche all’interno di comu- davia, dobbiamo sapere cosa succede alla foce del Niger o quanto ricca sia stata l’Argentina. nità che sembrano omogenee. Per capire le relazioni che intrecciano tra loro le badanti che I media italiani in genere sono concentrati sul cortile interno, si muovono nelle nostre case, dobbiamo sapere che il fiume sbandierano la mappa di un paese solo quando scoppia una Dnieper divide in due l’Ucraina anche socialmente e cultu- guerra. Ormai però non è difficile avere queste informazioni, ralmente, che le due macroregioni hanno avuto a lungo una libri, giornali, internet e tv. Anche di prima mano con: qualche storia completamente diversa, l’ovest parte dell’impero au- nuovo amico, davanti a un caffè alla turca o a un dolcissimo stroungarico e poi della Polonia fino al 1939, l’est dominato tè alla menta.

Editoriale


PRIMO PIANO

di HalynaTaratula

La deportazione di Ucraini in Urss: una drammatica storia poco conosciuta

I treni delle lacrime Sono figlia e nipote di deportati e sono nata in un vilaggio di poi c’è stata un’altra operazione, denominata “Wisla”, che ha deportati. Non in un turbolento paese africano o asiatico, ma deportato molta della nostra gente nel Nord della Polonia, nelle a due-tre ore di macchina dalla frontiera dell’Europa Unita: in terre tolte alla Germania come risarcimento per i danni di guerUcraina. Sono nata 12 anni dopo la Seconda guerra mondiale ra. Anche qui molti sono morti per le aggressioni dei partigiani e 12 anni dopo quel terribile inverno 1945 quando i miei nonni, polacchi, che dopo la fine della guerra si erano trasformati in con due figli adolescenti – Stefan, il mio futuro padre, e sua bande armate e andavano a caccia dei “rusini”, come chiamasorella Olesia - e la famiglia della sorella della nonna, insieme vano in Polonia il mio popolo. con migliaia di famiglie di ucraini erano stati portati via dalle loro case, dalla loro terra, A distanza di oltre 60 anni da Kholmshcyna. Degli altri tre quei tragici fatti, spero che la figli – Iosef, soldato semdarà il suo giudizio, perLe lacrime della mia nonna, quando mi storia plice dell'armata polacca, ché anche nella sabbia del deprigioniero militare, Anna serto il sangue lascia traccia. raccontava quello che aveva subito, e Maria, deportate ai lavori Perché le lacrime della mia forzati in Germania - non si nonna, quando mi raccontava sapeva niente. quello che ha subito, le sento le sento ancora dentro il mio cuore ancora dentro il mio cuore. Lunghi interminabili treni merci, a cominciare dal 1944 e fino al 1946, hanno continuato a portare verso l’ingnoto, in base ad accordi fra i governi sovietico e polacco, gente Il “viaggio delle lacrime” è cominciato alla stazione Tarnograd, da Lemkivshchyna, Jaroslavshchyna, Peremeshclshcyna, Liu- qualche decina di chilometri dalla casa dei miei nonni in Vola bacivshchyna, Pidliashcsci, e Kholmshchyna. Questa operazio- Obsczanska. Le chiavi di casa le avevano lasciate ai vicini, una ne, militare in tutti i sensi, era cinicamente denominata “Rim- famiglia polacca con la quale vivevano, prima della guerra, patrio volontario di ucraini dalla Repubblica Popolare Polacca come se fossero fratelli. “Dai un’occhiata alla casa – disse mia in Ucraina Sovietica”. Ciò non rispondeva naturalmente alla nonna alla sua vicina -. E quando torneranno Iosef, Anna e Maverità, primo perché questa gente non era mai stata cittadina ria, aiutali, ti prego”. Come poteva immaginare che i “buoni vicisovietica, secondo perché, sapendo delle repressioni e carestie ni amici” quello stesso giorno si sarebbero trasferiti in casa sua, in atto in Unione Sovietica, non avrebbero certo avuto voglia di come se fosse stata loro, e non se ne sarebbero più andati via? diventare carne da macello nelle carceri della Siberia o schiavi Ma perché servono proprio occasioni così brutali, così disumanelle fattorie statali. Tutti e due i governi avevano i loro interessi ne, per poter capire chi è tuo vero amico e chi invece aspetta anti-ucraini: Stalin a eliminare più ucraini possibile, perche si il momento giusto se non per ammazzarti, almeno per ferirti? opponevano al suo regime sanguinario; i polacchi a liberarsi Davvero una bella domanda, vecchia come il mondo, ma la ridi un popolo che non smetteva di chiamarsi col suo nome e sposta, penso, non sia ancora nata. pretendeva di essere rispettato come tale. Secondo le statisti- Il treno era come un carcere su ruote: carrozze-camere sovrafche ufficiali, su questi treni merci furono deportate 520 mila follate, in cui giovani e vecchi, bambini e ammalati viaggiavapersone. Gli uomini con il bestiame (una mucca, un cavallo) no per lunghe settimane, custoditi dai soldati come se fossero e le donne con bambini, ammalati, anziani, partirono in treni criminali. Anche i bisogni fisiologici erano costretti a farli nella stessa carrozza dove si dormiva, si mangiava, qualcuno nasceseparati, senza sapere niente l’uno dell’altro. Questa deportazione è stata un vero genocidio contro il popolo va, qualcuno moriva... Una indescrivibile sofferenza per tutta la ucraino, perché nessuno ha contato quelli che si sono opposti durata del viaggio a causa della fame, della puzza, della paura. e sono stati ammazzati, bruciati vivi nelle loro case, o quelli che Le fermate erano lunghe: raramente un giorno, mediamente sono morti di stenti durante viaggi che duravano mesi. Presi tre-cinque giorni o una settimana intera. E sempre lontano dall’euforia, i vincitori della guerra – americani e inglesi - hanno dalle città o da qualsiasi luogo abitato. Prima fra i campi e poi preferito non vedere quello che succedeva sotto i loro occhi. E nelle steppe, dove non si poteva nascondersi per scappare. Ma scappare come? I soldati erano addestrati a sparare contro

Primo piano


Tutti i diritti riservati a Seascape

Igort Quaderni ucraini Mondadori 2010 Igort (Igor Tuveri), fumettista di fama internazionale, trascrive con il suo disegno le testimonianze raccolte sull’holodomor, la carestia provocata da Stalin tra il 1929 e il 1933. In una delle più fertili regioni al mondo morirono per fame milioni di persone.

chiunque si azzardasse a sfidare la sorte. Non guardavano se La nonna, raccontandomi questo calvario, diceva che provava era un uomo, una donna o un ragazzo. Sparavano. In maggio- la strana sensazione di essere rinchiusa in un carcere senza ranza erano di origine asiatica. Non capivano non solo l’ucraino muri. Forse non solo lei si sentiva così e per questo cercavano o il polacco – le lingue dei deportati, ma neanche il russo – la di tenersi uniti. Per non perdersi. Non si vedeva nessuna costrulingua ufficiale sovietica. Perché i deportati parlavano anche zione, nessun albero. Il loro treno (con donne, bambini, vecchi) polacco? Semplice: prima della guerra, o meglio ancora all’i- era arrivato tre giorni prima di quello che trasportava gli uomini nizio degli anni Venti, quando in seguito al patto di Versailles con il bestiame. Quando anche l’altro treno arrivò, erano tutti alla Polonia erano state regalate terre ucraine - Galychyna, esausti, uomini e bestie. E non tutti gli animali erano sopravKholmshcyna, Pidliaschschia, Ovest di Volygn, Ovest di Polis- vissuti: alcuni erano morti per mancanza di foraggio e per la sia, Posiannia, Lemkivshcyna - i nostri due popoli, in particolar lunghezza eccessiva del viaggio. modo contadini e modesti cittadini, vivevano pacificamente. Si Dopo essersi ritrovati, si sono riuniti tutti per una Messa imaiutavano a vicenda, si innamoravano e si sposavano, teneva- provvisata: con qualche mobile che avevano, hanno costruito no a battesimo i figli dei vicini anche se erano di fede diversa: un altare. Fu una cerimonia molto triste, con il battesimo dei per esempio, mia nonna ortodossa ucraina ha tenuto a batte- neonati venuti al mondo durante il viaggio e la funzione funebre per chi era morto e simo due figli di suoi sepolto durante le varie vicini in una chiesa soste in terra straniera. cattolica polacca, Ma non potevano sapere e la madre di loro, Il treno era come un carcere su ruote: carrozze quale destino terribile li cattolica di origine aspettava. tedesca (c’era viciDopo qualche giorno arno anche la colonia sovraffollate, in cui giovani e vecchi, bambini rivò l’ordine di muoversi, tedesca), che aveva questa volta a piedi, sotsposato un polacco, e ammalati viaggiavano per lunghe settimane, to la minaccia del fucile ha tenuto a battesie dei feroci sguardi dei mo mio padre e sua custoditi dai soldati come se fossero criminali soldati. Davanti a questi sorella Olesia in una sguardi i genitori tenevachiesa ortodossa. no per mano le loro figlie In queste famiglie e non permettevano loro si parlavano tranquillamente due lingue. Fino a quando ha preso il potere Jòzef di allontanarsi neanche di un passo. Pilsutsky, con il suo governo nazional-sciovinista, che ha comin- Dalla stazione al “loro” villaggio c’erano pressappoco dieci chiciato la guerra contro gli ucraini, la cosiddetta “pacificazione”, lometri, ma per loro, stanchi e sfiniti fisicamente e moralmente, che ha portato migliaia di morti da tutte e due le parti. Questa era come fossero cento. guerra fra nazionalità ha fatto un grande favore ai due invasori: i tedeschi, che nel 1938 avevano occupato la Polonia e sfrut- Finalmente, ai loro stanchi occhi si aprì il panorama, che li cotavano questo odio a loro favore, e i sovietici, che alla fine sono strinse a rallentare il passo, ma non potevano fermarsi: i fucili dei soldati spingevano a camminare. Come era doloroso camarrivati alla deportazione. minare verso case con le finestre inchiodate. Non si vedeva anima viva. Strano villaggio - dicevano fra sé - non si vede nessuno. Né per strada né vicino alle abitazioni. ... che Ucraina è Che erano arrivati al “capolinea”, cioè al punto di destinazione, questa? Perché, nonostante tutte le cose terribili che sapevano i deportati lo avevano capito dal comportamento dei militari: sulla vita in Unione Sovietica, speravano di trovare l’Ucraina non avevano più fretta e non controllavano le persone. La step- come era descritta nelle canzoni popolari che si cantavano in pa era come un enorme piatto liscio e nero. Era già primavera. casa, o nelle fiabe raccontate dai nonni: con giardini di cilieC’erano voluti due lunghi mesi per arrivare. Loro, abituati a vive- gie e mele, con case bianche e gente che non sta mai ferma... re su colline boscose, erano spaventati da questa nuda steppa.

Primo piano


Foto di Nicola Albertini

PRIMO PIANO

All’entrata del villaggio i soldati si fermarono. L’ufficiale coman- tedesca. Mia nonna, che io ho sempre ritenuto una donna dante si avvicinò e disse ai deportati che da quel momento il forte, a questo punto interrompeva il racconto, adducendo villaggio era loro: con case, orti e...tutto il resto. Erano liberi il pretesto che doveva andare nell’orto o nella stalla perché di impadronirsi di ogni casa e di cominciare a vivere da cit- aveva dimenticato un lavoro. La cosa che apparve agli occhi di chi entrava in quelle case tadini sovietici. Parlava velocorvi, grandi corvi neri ce, nascondendo lo sguardo: Come era doloroso camminare verso erano che divoravano corpi umani. sembrava avere paura di Gonfi di fame, corpi dei vinciincontrare gli occhi di quecase con le finestre inchiodate. Non si tori in guerra: uomini, donne, sta gente sfinita. Parlava un bambini. Figli della più ricca ucraino perfetto, sembrava e più fertile terra: Zaporizhia. un professore. Tanti di loro vedeva anima viva. Strano villaggio non avevano mai sentito parcorvi, disturbati all’improvlare così bene la loro lingua. dicevano fra sé - non si vede nessuno. Iviso, si alzavano sulle loro Prima di andare via con i suoi uomini, informò che l’indograndi ali, facendo versi spamani sulla piazza ci sarebbe stato l’incontro con le autorità ventosi, volavano via per le porte spalancate, lasciando giù il loro banchetto. Gridavano al cielo le donne, stringendo locali e che tutti erano pregati di essere presenti. a sé i bambini. Gli uomini, coprendosi il viso, tiravano fuoQuando si abbassò il polverone dietro i soldati, i deportati ri quello che era rimasto dei corpi umani, li caricavano su decisero di entrare nelle case. Neanche i più vecchi fra di carri trovati nel villaggio e li portavano fuori, dove si vedevaloro avevano mai visto un simile orrore, benché ne aves- no croci di cimitero. Così cominciarono ad essere cittadini sero viste tante durante il terrore polacco e l’occupazione sovietici.

Concorso per la promozione della lettura “LIBRI A TUTTO GAS, le vostre recensioni” Leggere fa bene alla salute. Il Gioco degli Specchi ha indetto il concorso “Libri a tutto gas”, libero e aperto ai residenti in provincia, singole persone (divise secondo l'età: bambini, ragazzi e giovani, adulti), ma anche scuole o gruppi informali. Possono partecipare anche le persone detenute nel carcere di Trento. Ai singoli lettori si chiede di proporre i loro consigli di lettura attraverso delle recensioni letterarie (massimo 2.000 caratteri); alle scuole e ai gruppi si chiede invece un resoconto del lavoro svolto a partire da uno o più libri (massimo 10.000 caratteri). I testi possono trattare qualsiasi argomento, ma devono essere legati al lavoro culturale dell'associazione Il Gioco degli Specchi che si occupa di emigrazione italiana e immigrazione. La scelta degli autori cade quindi sugli scrittori emigrati, immigrati o loro figli, su quanti nel mondo hanno vissuto questa esperienza di sradicamento e di appartenenza a più paesi, su scrittori che fanno conoscere realtà lontane con cui la società italiana è venuta a contatto.

Associazioni

Molti i premi previsti, ovviamente in libri. I vincitori potranno partecipare ad un programma radio di promozione della lettura presso Radio Trentino in Blu e vi sarà contestuale segnalazione su Vita Trentina. Le opere vanno consegnate o spedite entro il 15 marzo 2012 al seguente indirizzo: Il Gioco degli Specchi, via S. Pio X 48, 38122 Trento o fatte pervenire via mail a info@ilgiocodeglispecchi.org. In entrambi i casi l'"Elaborato” va inviato senza segni di riconoscimento, senza dati dell’autore o firma, mentre in busta o file separato vanno inviati “Dati e consenso”, con nome, cognome, data di nascita, indirizzo, recapito telefonico, indirizzo e-mail oltre al consenso per il trattamento dei dati personali. L'iniziativa è attuata con il sostegno della Fondazione Cassa di risparmio di Trento e Rovereto e della Risto3 s.c.


ASSOCIAZIONI

è il nome dell’associazione cristiano-culturale degli Ucraini in Trentino

“Rasom” significa “Insieme” L'ondata migratoria attuale dall'Ucraina non ha cause politiche come altre in passato, si sviluppa a partire dagli anni novanta, dopo la caduta del muro e lo sfaldamento dell'URSS, quando la situazione economica nel paese si fa pesante e si manifestano i primi segni di una crisi economica. Mentre gli uomini partivano per la Russia il Portogallo la Spagna, le donne, soprattutto quelle che avevano perso ogni prospettiva di lavoro, le dipendenti statali, insegnanti medici ingegneri, superando le difficoltà anche psicologiche di lasciare marito e figli, di recarsi in un paese lontano come l'Italia, cominciano ad avventurarsi e di lì a poco con il passaparola l'esodo cresce. L'immigrazione ucraina è ancora prevalentemente di donne sole che lavorano in famiglia, come collaboratrici e per l'assistenza agli anziani. Resta quindi sempre il desiderio del rientro, ma i tempi effettivi si perdono in un futuro nebuloso. In Trentino gli ucraini rientrano al settimo posto tra le comunità più numerose, la loro immigrazione ebbe inizio 10-15 anni fa, con le prime “badanti” che giungevano per svolgere un prezioso lavoro di cura nelle famiglie. In seguito cominciarono ad arrivare anche gli uomini con

i figli, per riunire le famiglie separate. Da dieci anni esiste la comunità religiosa, guidata da don Augustyn Babiak. Messe in lingua ucraina sono celebrate ogni prima e terza domenica del mese in rito cattolico orientale, a Trento, ma anche a Rovereto, Cavalese, Merano, Bolzano e Riva del Garda. L'Associazione cristiano-culturale degli Ucraini in Trentino “RASOM” è nata nel 2004 con lo scopo principale di far conoscere la cultura ucraina in Trentino, di offrire un aiuto alle persone immigrate nel loro percorso di integrazione nella società trentina, di promuovere una collaborazione più intensa tra l’Italia e l’Ucraina in diversi campi. “Rasom” significa infatti “insieme”. Le principali attività dell’associazione sono il sostegno degli immigrati ucraini nella ricerca del lavoro e della casa, l'insegnamento della lingua madre, l'organizzazione di serate culturali, spesso animate dal gruppo folcloristico dell’associazione che è disponibile per serate e concerti. Con questo gruppo l’Associazione Rasom partecipa da tempo con danze e canzoni tradizionali alla Festa dei Popoli di Trento e assieme alla cantante lirica Halyna Vozna ha visitato con

grande successo diverse Case di riposo di Trento. Dal 9 al 16 ottobre 2011 a Trento e Rovereto “Rasom” ha organizzato l'“Ucraina Festival“, in occasione del ventesimo anniversario dell’indipendenza della nazione. Un'intera settimana dedicata a cultura, storia, cucina, tradizione popolare e folclore ucraino che ha permesso ai Trentini di scoprire questo paese, di approfondirne la conoscenza con una mostra presso la biblioteca comunale di Trento, di sentire le testimonianze delle donne nella serata “Vivere tra due mondi”, le loro poesie e i loro ricordi, di godere della musica e delle danze popolari di ospiti ucraini famosi, con il gruppo vocale delle donne” Lileia” di Zhydachiv, la banda popolare musicale” Vizeruncky” di Hodoriv e il gruppo di giovani danzatori dell’associazione “Bucovynochka”. La riflessione su Ĉernobył con Mirco Elena verrà ripetuta in aprile, in occasione dell' anniversario della catastrofe nucleare. Ogni anno genitori e figli si impegnano per mantenere le tradizioni, in particolare la Festa di San Nicolò, santo che 'arriva' nella parrocchia di San Giuseppe per portare regali a tutti i bambini.

Contatti Presidente Oleksandra Arendarchuk

Via Marco Apuleio, 24/2 - 38122 Trento cellulare 348 9388306 | E-mail ass.rasom@yahoo.it

Associazioni


DRAMMI DI IERI E DI OGGI

di G. M.*

Un immigrato a Bolzano piange la morte dei cugini

Una famiglia di curdi massacrata a Istanbul è da mesi che mi sto confrontando con i miei più grandi dolori di quest'anno. Certamente il fatto di aver perso due cugini in un mese mi ha colpito profondamente, sono dolori che nessuno potrebbe affrontare da solo. Io preferisco condividere con voi. Per questo motivo sto facendo una campagna per sostenere le famiglie colpite, almeno per dare loro un po' di coraggio per andare avanti. Vorrei mandare loro un po' di sorrisi da lontano, con voi. La maggior parte degli abitanti in Italia non sa quasi niente di cosa succede nel paese di un rifugiato politico. Quando ci colpiscono questi avvenimenti non possiamo fare un bel sorriso come tanti fanno, in Italia. è una cosa carina ricevere un sorriso nonostante tutto, ma dentro di noi rifugiati o nei paesi dove siamo nati, succedono un sacco cose che ci tolgono il nostro sorriso, senza dimenticare le nostre difficoltà per stabilirci in Italia. Ecco un episodio amaro per me e per tutti i miei cari. Cosa è successo? In Turchia a Istanbul, nel quartiere di Küçükçekmece-Ikitelli il 29 luglio 2011 ho perso un cugino, Hüseyin, che aveva 33 anni, e un secondo cugino, Üstün, è entrato in coma e lo abbiamo perso il giorno 16 agosto 2011. Un terzo fratello, Haydar, gravemente ferito dalle pallottole di un capo quartiere a Istanbul, è rimasto in ospedale. Un quarto fratello è svenuto (quando ha visto cadere i fratelli uno dopo l'altro) ed è sopravvissuto, perché l'assassino pensava che fosse morto.

Come è iniziato? Mio cugino Üstün stava ritornando a casa, voleva parcheggiare la sua macchina vicinissimo a casa. Il capo quartiere del rione, Mehmet Akif Ersoy, con i suoi seguaci, squadristi, 8-9 persone tutte ubriache, gli ha impedito di parcheggiare. Mio cugino, dopo aver capito che questi non gli avrebbero permesso di parcheggiare, stava facendo marcia indietro con il finestrino aperto. L'hanno fermato, l'hanno tirato fuori dalla macchina e picchiato gravemente. Sanguinante, Üstün è scappato verso casa, dai suoi fratelli e da sua mamma. Appena lo hanno visto, i fratelli hanno chiamato subito la polizia che però non è venuta. Vedendo il fratello soffrire davanti a loro, hanno deciso di andare dal capo quartiere. Il capo quartiere, evidentemente preparato all'omicidio, spara a uno dopo l'altro, scaricando completamente su di loro la sua arma. Questo, coinvolto anche in attività mafiose, era già conosciuto per il suo atteggiamento arretrato contro i curdi e le donne. In un locale “per divertimento” ha sparato e ha ferito una donna. In quella circostanza il sottoprefetto gli sequestrò l'arma, che però gli fu restituita dopo pochi mesi: con queste conseguenze. Prima dell'omicidio, e anche adesso, cosa succedeva in Turchia? Il governo turco negli ultimi mesi, sia nel territorio curdo sia in Iran e in Iraq, ha fatto più di 500 voli di bombardamento per continuare il genocidio ai danni dei curdi e di altre minoran-

Poiché nessuno dei rispettivi governi ha mai riconosciuto in pieno le aspirazioni autonomistiche curde (anzi, le ha sempre violentemente represse), non esiste una delimitazione ufficiale dei confini del Kurdistan né alcun censimento ufficiale della sua popolazione. Secondo le valutazioni più accreditate si calcola comunque che la superficie sia di circa 500 mila chilometri quadrati, divisa tra Turchia, Iran, Iraq, Siria ed ex repubbliche sovietiche. Le stime riguardo

Drammi di ieri e di oggi


Non lasciamoli da soli!

hÜseyin aĞdoĞan KALBIMIZDESIN

ÜSTÜN aĞdoĞan KALBIMIZDESIN

ze. Negli ultimi anni i curdi hanno ottenuto grandi successi nella battaglia pacifica, parlamentare ecc. per i loro diritti. Questo fatto disturba il governo che fa di tutto per impedirlo, provocando la guerra civile nelle montagne del Kurdistan. Il governo turco ha iniziato a fare una grande propaganda via Tv, radio, giornali ecc. Ogni giorno ritornano i cadaveri dei soldati turchi o dei guerriglieri in montagna. Nella Turchia c'è un clima di rabbia verso i curdi. Nessun curdo si sente sicuro. Questo è un fatto che ha rafforzato l'atteggiamento arretrato, razzista, mafioso, religioso fanatico del capo quartiere. Per la cronaca del quartiere: quattro assassinati in 12 mesi: tutti vengono dalla regione di Dersim e tutti si conoscevano. Dersim è la zona dove c'è stato negli anni 1935-1938 un genocidio, dove sono state massacrate più di 40.000 persone, tra loro anche mio nonno. Mio padre (a 7 anni) con i suoi fratelli e sorelle è sopravvissuto. Sono stati massacrati gli abitanti di interi villaggi, bruciate le case e gli animali per privare di tutto, fino all'ultima cosa, le persone povere in ossequio alla politica nazionalista del fondatore della Turchia, Kemal Atatürk. (http://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Massacro-diDersim-le-scuse-di-Erdogan-108856) Il genocidio richiede ancora nuove vittime, questa volta a Istanbul, e i miei cugini non sono i primi. Abbiamo perso Aykut a fine agosto 2010, aggredito con la complicità della polizia e dopo 2 mesi e mezzo, nello stesso

Il cugino delle vittime ha organizzato a novembre un concerto di beneficenza a Bolzano per poter mandare fondi ai familiari. Spese d’ospedale, purtroppo inutili, spese per i funerali, un ricordo per i morti nel loro villaggio, mentre i sopravvissuti si sentono in pericolo dato che il capo quartiere è in carcere, ma quelli che lo hanno aiutato sono in libertà, e per questo motivo vorrebbero trasferirsi. Chi volesse dare un contributo economico alla famiglia delle vittime può utilizzare il conto corrente dell’Associazione Popoli Minacciati di Bolzano, specificando “causale: famiglia Agdogan”, IBAN IT42E0808111610000306002242.

modo e nello stesso quartiere di Istanbul, viene assassinato il suo amico Savaş, attaccato da un gruppo di sei persone, mentre era seduto con i suoi amici in un parco giochi comunale. Anche loro erano nati nella mia città, Dersim, come tutti gli altri. Il quartiere e il movimento Nella zona dove abitavano i miei cugini ci sono diversi associazioni curde e turche che fanno attività culturali e politiche per i diritti dei curdi e per i diritti umani di tutti i cittadini in Turchia. Lo stato turco sta cercando di fermare questi tentativi. Proprio nei pressi della stazione di polizia, vicino alla casa dei miei cugini a Istanbul, girano indisturbati spacciatori di droga che rendono insicura la zona e bloccano sul nascere ogni tentativo socioculturale. Nella manifestazione, dopo la perdita di Hüseyin, gli abitanti chiamano direttamente in causa le autorità e la polizia, chiedono di far luce sui fatti e sui rapporti di connivenza degli apparati statali con criminali e clan della droga. Alla notizia della morte del secondo fratello Üstün, 31 anni, le strade si affollano di nuovo di manifestanti curdi, anche se rischiano personalmente. Rimbombano slogan contro il clima razzista e nazionalista in città, contro le pressioni di tipo mafioso sui piccoli commercianti, contro le discriminazioni etniche e religiose che i curdi aleviti vivono quotidianamente. un cugino delle vittime

alla popolazione vanno dai 25 ai 38 milioni di persone, mentre le organizzazioni internazionali calcolano che i profughi, in questo momento, siano almeno cinque milioni. In Europa, il gruppo più consistente (circa 500 mila) si trova in Germania, poche centinaia invece in Italia. Per i curdi in Turchia (e il massacro di Dersim) si veda in Limes, 6/2010, “Il ritorno del sultano”, l'articolo “La pace con i curdi* ormai è inevitabile” di Doğu Ergil e passim.

Drammi di ieri e di Media oggi


MIGRANTI

di Giacomo Zandonini

Don Sandro De Pretis racconta la situazione dei rifugiati nel campo di Choucha, al confine fra Tunisia e Libia

“Chi ha più potere, ha più responsabilità” Entrati nel discorso pubblico con l’arrivo di migliaia di rifugiati dalla Libia in guerra, termini come “esodo di clandestini” o “tsunami umano” non rendono conto delle caratteristiche e dimensioni del fenomeno delle migrazioni forzate, che interessa nel mondo milioni di persone e tocca in misura minima i paesi industrializzati. Basti pensare che dal marzo 2011, mentre in Italia arrivavano circa 22.000 persone in fuga dagli scontri, la Tunisia era raggiunta da oltre 200.000 migranti. Molti di loro sono passati dal campo di accoglienza di Choucha, a pochi kilometri dalla frontiera con la Libia, dove dallo scorso maggio opera il sacerdote trentino don Sandro de Pretis. Chi sono le persone che incontra nel campo profughi di Choucha, da quali paesi provengono?

Quali sono gli aspetti più difficili della vita delle persone bloccate in questo campo? A mio avviso la difficoltà maggiore è rappresentata dal timore per il futuro. Queste persone vengono da situazioni già difficili nei paesi di origine e per questo sono scappate. Molti hanno alle spalle anni e anni di vita fuori dal proprio paese, in genere prima in Sudan e poi in Libia, dove sono spesso andati incontro a mesi e anni di prigione in quanto migranti illegali, bloccati dagli accordi fra Italia e Ghed-

dafi. Sono quindi abituati ad una situazione di incertezza, di mancanza di diritti, a essere in qualche modo degli ostaggi di situazioni più grandi e estremamente difficili. Tante volte noi europei guardiamo solo al risultato finale, al fatto che le persone arrivano nei nostri paesi, che ci tolgono il lavoro e ci causano problemi. Non è vero. Le persone che ho incontrato a Choucha hanno una maturità e un coraggio che noi ci sogniamo, e sono scappate da situazioni di cui noi spesso non sappiamo nulla e dalle quali, se avessimo avuto lo stesso coraggio, saremmo scappati anche noi. La fine della guerra in Libia non ha influito sul futuro dei rifugiati di Choucha? Chi ha la possibilità di ottenere una protezione internazionale potrà trovare un paese che lo accolga, in Europa o America del nord. Di fronte a questa possibilità nessuno vorrebbe tornare in Libia, tanto più che buona parte di loro in Libia ha sofferto molto. Non sono andati in Libia per rimanerci, ma si sono ritrovati ostaggi, se non prigionieri nel paese, per mesi o anni. Ho conosciuto varie persone che sono state 3 anni in prigione perché “il-

foto Giacomo Zandonini

Si tratta di persone che si trovavano in Libia e allo scoppio delle ostilità, nel febbraio 2011, sono scappate dal paese. Parte di loro è entrata in Tunisia mentre altri hanno attraversato il mare o sono morti nel tentativo di farlo. Adesso, a novembre, a Choucha si trovano circa 3500 persone, quasi tutti migranti provenienti dall’Africa sub sahariana. I tre gruppi più nu-

merosi sono gli eritrei, i somali e i cittadini del Darfur, in Sudan, mentre gruppi più piccoli provengono da Ciad, Nigeria, Costa d’Avorio o Etiopia. E’ probabile che oltre 2500 persone otterranno lo status di rifugiato, mentre i rimanenti mille si troveranno in un limbo, di fronte a decisioni importanti: se rientrare nel loro paese, al momento cosa poco probabile, se rientrare in Libia, cosa altrettanto difficile vista l’instabilità e la pericolosità persistente nel paese, oppure ancora se rimanere in modo illegale in Tunisia, scelta altrettanto rischiosa, considerando che l’irregolarità è punita con il carcere.

Campo profughi di Choucha in Tunisia

Migranti


MIGRANTI

L’accoglienza dei migranti provenienti dal Nord Africa

Welcome to the jungle Al campo profughi di Marco, vicino a Rovereto

legali” e ciò deriva da una parte dal razzismo verso gli africani neri che si respira in Libia e dall’altra dagli accordi con il governo italiano, che permetteva a Gheddafi di fare il lavoro sporco per conto dell’Europa. La situazione oggi non sembra cambiare: i primi contatti dei governi europei con il nuovo governo libico hanno messo come priorità assolute il blocco del flusso di migranti e la continuazione del business occidentale, dei grandi appalti. Mi fa pensare molto il disinteresse che vedo da parte dei nostri governi e delle nostre società, per cui l’aspetto economico e strategico, declinato in termini di rapporti diplomatici, di sfere di influenza, conta sopra ogni cosa… Qui c’è l’ipocrisia del nostro mondo, che parla molto di diritti umani. Chi ha più potere, ha più responsabilità e i nostri governi dovrebbero prendersi queste responsabilità. Tutta l’Africa non ha il potere economico e politico che hanno gli Stati Uniti, l’Europa o la Cina e questo rende evidente che quando parliamo di crisi economica, dovremmo ricozrdare che prima di questa c’è nel mondo una crisi della giustizia, che si riflette sulla vita dei rifugiati e in qualche modo su ognuno di noi.

Quante volte attraversiamo di corsa Piazza Dante, a Trento, diretti in stazione e fugacemente incrociamo lo sguardo di giovani ragazzi africani che chiacchierano tra di loro seduti sulle panchine e magari pensiamo “quelli sì che fanno una bella vita”. Fermatevi un attimo perché quelli che avete visto potrebbero essere quei famosi profughi arrivati dalla Libia che lo Stato italiano ha accolto dopo lo scoppio del conflitto civile. Quando vivevano in Libia la mattina si alzavano per andare a lavorare, solo che la mattina del 17 febbraio 2011, conosciuto come giorno della collera, si sono svegliati in uno Stato in guerra. La situazione nei mesi successivi non è migliorata; sono infatti iniziati i bombardamenti NATO. L'istinto di tutti è stato quello di scappare e se nei loro Paesi d'origine queste persone non ci potevano tornare, perché non sempre ci si allontana dalla propria Nazione per motivi lavorativi, la scelta, non semplice, è stata quella di intraprende un viaggio su barconi malconci e provare ad arrivare in Europa. Se dal 2008, in barba alla normativa europea ed internazionale, attraverso accordi di amicizia con l'ex alleato Gheddafi, l'Italia ha sviluppato una prassi di intercettazioni e respingimenti di migranti in alto mare, la cui legittimità è tutt'ora sotto il vaglio della Corte europea dei diritti dell'uomo (Caso n. 27765/09 Hirsi e altri contro Italia), dopo lo scoppio del conflitto libico le cose sono cambiate. Il Regolamento europeo Dublino II è chiaro: “se il richiedente asilo ha varcato illegalmente le frontiere di uno Stato membro, quest'ultimo è competente per l’esame della sua domanda di asilo”. Ecco che il Bel Paese si vede costretto ad accogliere 22.293 richiedenti protezione internazionale; sarebbe potuta essere una buona occasione per armonizzare la normativa interna a quella comunitaria e internazionale in materia di immigrazione e diritto d'asilo, come sancito dalla nostra Costituzione all'art. 10 co. 2, ma è stato molto più comodo dichiarare lo Stato d'emergenza nazionale e trasferire i migranti nelle diverse Regioni italiane. Si è sviluppato un sistema di accoglienza differenziato in base alla Regione ospitante, gestito a monte dalla Protezione Civile e dai più disparati Enti. Questi migranti per i primi sei mesi, dopo la richiesta di protezione internazionale, non possono accedere al mercato del lavoro, come sancito dal Decreto Legislativo 30 maggio 2005 n.140, in applicazione della Direttiva comunitaria n. 9 del 2003. Lo Stato si impegna a fornire agli Enti che gestiscono l'accoglienza una quota giornaliera per coprire le spese di vitto e alloggio dei migranti, che perciò non ottengono in nessun caso denaro in contanti, come a volte qualche politicante afferma. Presentare domanda d'asilo significa attendere che una Commissione vagli e decida in base ai trascorsi che ogni singolo migrante ha, se realmente il soggetto necessita della protezione dello Stato italiano. Tutte le domande di asilo presentate dai 211 migranti accolti in Trentino sono attualmente sotto il vaglio della Commissione di Verona. Si parla di mesi di attesa per poi magari ricevere un diniego, che equivale a dire “arrivederci torna al tuo Paese”. C'è sempre la possibilità del ricorso, ma si parla di ulteriori mesi di attesa, oppure si ha la possibilità del rimpatrio assistito, che consiste nel ricevere un biglietto aereo per ritornare nel proprio Paese d'origine ed un'indennità di 200 euro. Il rischio ultimo è quello che tale prassi porti alla produzione di irregolarità. Appare chiaro che la questione della gestione dell'accoglienza dei migranti provenienti dal Nord Africa non si è mossa sul terreno del diritto... allora cosa fare? Nel sito http://www.meltingpot.org/ articolo17149.html si trova una risposta a questa “emergenza”: una petizione per il rilascio di un titolo di soggiorno umanitario attraverso l’istituzione della protezione temporanea (art 20 TU) o le altre forme previste dall’ordinamento giuridico. Sta a voi decidere! Migranti

foto Alessandro Lacchè, archivio Cinformi

di Maria Francesca Cardin


FORTEZZA EUROPA

di Gabriele Del Grande *

Storie e immagini di troppi giovani tunisini dispersi in mare

La Spoon River di Lampedusa Sono tornato da Tunisi con una trentina di fotografie. Foto di ragazzi. Alcune a colori, altre in bianco e nero. Le tengo custodite in una busta dentro un quaderno. Avvolte da un foglio di carta con su scritto a penna un elenco di nomi e date di nascita, in arabo. Ogni volta guardarle mi fa un po' impressione. Come se temessi di incrociare il loro sguardo vivo che adesso non c'è più. Sì perché quei trenta ragazzi sono alcuni degli almeno 187 <http://fortresseurope.blogspot.com/2011/05/ mai-cosi-tanti-1510-morti-in-5-mesinel.html> tunisini dispersi in mare nel 2011 lungo la rotta per Lampedusa. Me le hanno consegnate i loro familiari. E mi hanno chiesto di pubblicar-

le e di chiedere se qualcuno li ha mai visti in Italia, nei Cie o nelle carceri o in qualsiasi altro posto. L'esperienza di questi anni mi aiuta a pensare che non ci siano speranze di ritrovarli ancora in vita. Ma ho deciso di pubblicarle lo stesso. E chiedo ai lettori del blog di fare uno sforzo. Ne pubblicherò una al giorno, per due settimane. Cercate di incrociare il loro sguardo che non c'è più. E imparate a pronunciare i loro nomi. E a celebrarli. Perché alla fine dei conti non saranno ricordati soltanto come vittime. Bensì come martiri. Caduti in questa sporca guerra delle frontiere. Eroi ribelli di uno spontaneo movimento di disobbedienza civile contro le leggi ingiuste delle

frontiere e contro la criminalizzazione della libera circolazione. Ragazzi uccisi dalle nostre ambasciate prima ancora che dalle onde del mare. Ragazzi che violando deliberatamente le leggi europee sull'immigrazione ci spingono a interrogarci sull'istituzionalizzazione del razzismo, sul divieto di circolazione e sulla detenzione amministrativa di chi è senza documenti. Questi volti faranno parte delle collezioni del museo dell'emigrazione che un giorno aprirà a Lampedusa, come oggi a Ellis Island negli Stati Uniti d'America. Ma allora sarà troppo tardi per battersi il petto e riempirsi la bocca di retorica. Facciamo in modo fino da oggi che questi giovani non siano morti per niente.

Che cosa sono i Centri di Identificazione e Espulsione

CIE, una vergogna italiana Nei centri d'identificazione e espulsione (CIE) vengono trattenuti uomini e donne colpevoli di aver visto scadere il proprio titolo di soggiorno o di non averlo mai avuto. Istituiti nel 1998 dalla legge sull’immigrazione Turco-Napolitano con il nome di centri di permanenza temporanea (CPT), sono stati oggetto negli anni di forti critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani sia nazionali che internazionali. Il limite massimo di trattenimento nei CIE è stato aumentato nel 2008 fino a 18 mesi e viene disposto "quando non è possibile eseguire con immediatezza l’espulsione mediante accompagnamento alla frontiera ovvero il respingimento perché occorre procedere

al soccorso dello straniero, ad accertamenti supplementari in ordine alla sua identità o nazionalità, ovvero all’acquisizione di documenti per il viaggio, ovvero per l’indisponibilità di vettore o altro mezzo di trasporto idoneo". Attualmente esistono in Italia 13 CIE distribuiti su tutto il territorio nazionale, ma non in tutte le regioni come propagandato dal passato governo, per un totale di 1806 posti. Sono presenti a Bari, Bologna, Brindisi, Caltanissetta, Catanzaro, Crotone, Gorizia, Milano, Modena, Roma, Torino, Trapani (dove ci sono 2 centri). Questi anni sono stati caratterizzati da varie inchieste e interrogazioni parlamentari che hanno

riguardato i CIE, sono stati denunciati i costi poco trasparenti ed eccessivi per la loro gestione, le violenze avvenute al loro interno, la doppia pena che diversi stranieri hanno dovuto scontare dopo il trasferimento dalle carceri ai CIE per essere identificati, le storie di persone incarcerate per errore o più volte perché impossibili da rimpatriare. L’ultima polemica riguardo ai CIE si è risolta pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo governo, quando finalmente, dopo mesi di censura, grazie ad una circolare del nuovo ministro dell’Interno, i giornalisti hanno potuto ricominciare ad entrare nei CIE per documentare le condizioni di vita al loro interno. Patrizia Toss

Fortezza Europa

http://fortresseurope.blogspot.com/2011/11/la-spoon-river-di-lampedusa.html


IMMI/EMI

di Fulvio Gardumi

Trentini in Brasile: una lunga storia di integrazione

Polenta e banane Fa un certo effetto sentir parlare dialetto trentino a oltre 10 mila chilometri di distanza dal Trentino, tra risaie e bananeti, nell’interno del Brasile. E fa ancora più effetto sapere che quei brasiliani dai cognomi trentini sono discendenti di persone emigrate là nell’800, quasi 150 anni fa. Una visita allo Stato di Santa Catarina, nel sud del Brasile, è un’esperienza straordinaria. Ho potuto viverla recentemente grazie all’Ufficio Emigrazione della Provincia di Trento e alla Trentini nel Mondo, che hanno organizzato a Presidente Getulio, cittadina di 13 mila abitanti dove vivono molti discendenti di trentini, un Soggiorno formativo per giovani brasiliani di origine trentina. Obiettivo del Soggiorno era quello di formare animatori di comunità, in vista di un’assunzione di responsabilità dei più giovani nei Circoli Trentini attivi nelle varie realtà del Brasile, circoli che mantengono vivi i legami con la madrepatria. Il primo impatto con una realtà così diversa dalla nostra, la vista di insegne che potrebbero essere quelle di un qualsiasi comune trentino, con cognomi come Fronza, Lunelli, Nardelli, Orsi, Piffer, Moser … ma inseriti in un contesto completamente differente, crea un effetto straniante. Poi parli con le persone, le senti usare il tuo stesso dialetto, cantare le stesse canzoni di montagna, avverti il loro orgoglio di essere trentini,

Florianopolis

scritti su quell’epopea (da noi, in particolare, i libri di Renzo Maria Grosselli), vengono ancor oggi i brividi. Viaggi in nave di oltre un mese, in condizioni inimmaginabili: molti morivano durante il viaggio e i loro corpi venivano buttati in mare. All’ arrivo, si presentava ai loro occhi un territorio coperto di foreste inestricabili da bonificare con la sola forza delle braccia. Non c’erano strade né case: ci si riparava in capanne e si accendevano fuochi contro le belve. L’acqua non era quella limpida dei torrenti di montagna e gli insetti, i serpenti, le piante sconosciute costituivano altrettanti pericoli mortali. Gli indigeni che abitavano quelle terre non erano certo felici di vedere quegli invasori e i rapporti furono spesso conflittuali. Soltanto una tenacia e uno spirito di sacrificio eroici, uniti ad una fede incrollabile, hanno permesso di sopravvivere in condizioni così disperate. Oggi molti dei discendenti di quei primi coloni sono diplomati o laureati e svolgono attività che permettono loro una vita benestante. Alcuni, soprattutto quelli che lavorano nei campi più isolati, vivono in condizioni più difficili. Tutti però ricordano le loro radici trentine e quando dici che vieni dal Trentino si commuovono e si fanno in quattro per ospitarti. La caratteristica più interessante è comunque l’integrazione tra i nostri emigrati e gli emigrati di altri paesi europei, so-

Architettura ‘tedesca’ in Brasile

il loro legame forte con le tradizioni dei nostri nonni (la polenta è immancabile sulle loro tavole e prepararla e mangiarla è un rito) e non puoi fare a meno di pensare a quell’emigrazione che fra il 1870 e il 1890 svuotò interi paesi trentini, dove la vita era diventata impossibile per le carestie, le alluvioni, le epidemie. Ma certamente il destino che attendeva quelle famiglie al di là dell’Oceano non era migliore, anzi! A sentire i racconti dei vecchi e a leggere i numerosi libri che sono stati

Santuario di Santa Paolina a Nova Trento

prattutto tedeschi, svizzeri e polacchi. E’ curioso vedere affiancate case di stile nordico e case che ricordano il Trentino. In passato ognuna di queste culture si teneva ben separata: oggi convivono tranquillamente e si sono mescolate. E probabilmente questo è il segreto della prosperità di queste comunità e del clima di dinamismo che si respira in quei paesi, dove nel settembre scorso un’alluvione ha fatto dichiarare lo stato di calamità, ma dove oggi a malapena si vedono i segni.

Immi/Emi


di Manuel Beozzo*

San Martino a Trento, un quartiere "a colori"

Tutte le foto di Massimo Castelli

SOCIETÀ

Piccola indagine "sul campo" fra i commercianti "stranieri", che con le loro attività si guadagnano da vivere, contribuiscono alla vita economica del rione e ragionano come i loro colleghi "autoctoni" “Un ambiente istituzionale, economico e culturale in cui il lavoro autonomo ha una radicata tradizione”, tanto da essere considerato il “principale canale di mobilità sociale”, ovvero di considerazione sociale dell'individuo. È questa la fotografia tratteggiata dal sociologo Maurizio Ambrosini nel parlare di una parte del mercato italiano nell'annuale Rapporto 2010 sull'Immigrazione in Trentino. Gli anni '80 sono il periodo in cui in Italia il mercato inizia a colorarsi di diversità in termini non solo di merci ma soprattutto di nazionalità degli imprenditori presenti. Riuscire a trovare un denominatore comune a spiegazione dell'interesse da parte di cittadini stranieri per il lavoro autonomo è tanto complesso quanto riduttivo: le ragioni economiche, culturali o sociali che stanno alla base dell'avvio di una attività imprenditoriale non sono le medesime per tutto il gruppo degli stranieri, comprendente non soltanto un alto numero di individui ma soprattutto di nazionalità. Basti infatti pensare che, nel 2011, su 110 diverse nazionalità presenti nella Provincia di Trento 87 hanno uno o più titolari di attività imprenditoriali, per un totale di oltre 2.000 spalmate su tutto il territorio provinciale. Alla luce di questo dato (...e della scadenza da rispettare per la consegna di questo articolo), mi è chiaro che un'analisi qualitativa del fenomeno in toto è fuori da ogni discussione. Tanto meno intendo “stordire” il lettore con percentuali e cifre, anche se per avere un'indicazione delle dinamiche in corso, rimane indubbio l’aiuto che ho tratto sia dal Rapporto Annuale sull'Immigrazione in Trentino così come dai dati gentilmente forniti dal Servizio Studi e Ricerche della Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Trento. Non mi rimane che chiudere i libri e andare a fare quattro passi per entrare in contatto con una parte (minima) di una realtà altamente sfaccettata che attraverso i soli dati statistici risulta difficilmente comprensibile. Il rione di S. Martino a Trento, a due passi dal centro storico,

Società

ma ancora escluso dalla maggior parte degli eventi di promozione turistico-commerciale, offre una serie di caratteristiche per un’adeguata indagine sul campo. La densità, così come la varietà delle attività commerciali, ne fanno una zona che si presenta pulsante, con un percettibile interesse a rivalutarsi e farsi rivalutare; un compito questo che, forse non del tutto ingenuamente, è stato scaricato sulle spalle dell’imprenditoria straniera. Parto dal caffè Bookique e lì, parlando della festa di S. Martino - Il fiume che non c'è - vengo indirizzato alla cooperativa sociale Delfino che si occupa, tra le varie attività, dell'organizzazione della festa. Mi viene raccontato dell'abbandono che il rione ha vissuto, ma anche della voglia crescente, sentita da chi il rione lo vive e da chi lo fa vivere, di rivalorizzare la zona. Andiamo a conoscere questi attori. Assieme al caro amico Massimo - autore delle foto che corredano questo articolo - decidiamo di rompere il ghiaccio con un negozio di sartoria. Il proprietario si chiama Kamal (35 anni) ed è nato in Bangladesh. Lì ha studiato matematica, proprio per non dovere fare il sarto, lavoro che poi si è trovato a dovere imparare a Napoli, sua città di arrivo in Italia. La situazione di Kamal mette subito in luce alcuni aspetti spinosi che vengono considerati spinte verso il lavoro autonomo: una certa riluttanza, tutta italiana, nel riconoscere competenze professionali conferite all'estero, congiuntamente alla diminuzione dell'offerta imprenditoriale, inducono ad avviare attività in settori di mercato per le quali esiste disinteresse da parte degli autoctoni, poiché considerate poco gratificanti. Il primo passo è fatto; breve consultazione con Massimo per decidere la prossima tappa: un negozio di barbiere gestito da un signore pakistano. L'uomo, sulla cinquantina, non parla molto bene l'italiano e viene così aiutato da alcuni ragazzi, presumo clienti connazionali, che si trovano nel locale. Il suo arrivo in Italia, prima a Bolzano poi a Trento, è legato ad una


rete di conoscenze le quali hanno garantito probabilmente un primo appoggio economico ed informativo per l'apertura della attività. Diversamente da Kamal, lui svolgeva la professione del barbiere già in Pakistan; lì si è formato e con orgoglio mi mostra il suo diploma professionale. La chiacchierata mi rimanda ad un'analisi proposta dallo studio sulle discriminazioni degli immigrati nel mondo del lavoro trentino (a cura di MIGRA) in cui si rileva come “i meccanismi informali di ingresso in Italia […] hanno spesso reso possibile l'arrivo di una manodopera fortemente sguarnita di competenze linguistiche e comunicative […] tributaria dell'inserimento in nicchie fortemente etnicizzate del lavoro e di una condizione di complessivo isolamento sociale”. Un'analisi che troverà poi una conferma, quando altri commercianti contattati per questa "indagine sul campo" hanno gentilmente risposto in maniera negativa alla richiesta di essere intervistati. Proseguiamo la nostra passeggiata sino a giungere all'ingresso di un alimentari/macelleria con servizio di telefonia ed internet annesso. Il mio interlocutore si chiama Azaz (20 anni) e viene dal Pakistan. Il suo sorriso sornione mi fa capire che la conversazione non si dovrà dilungare troppo. Parlando di Trento, esce una prima critica, più da commerciante che da immigrato, relativamente all'obbligo di dovere chiudere troppo presto il negozio. A differenza degli altri intervistati, Azaz, vista la merceologia che commercializza, punta sul valorizzare la sua origine etnica attraverso l'attività che gestisce, proponendo prodotti esotici che hanno visto negli ultimi anni un aumento di considerazione da parte degli autoctoni. Giungiamo infine al termine di via S. Martino ed entriamo nella libreria Rileggo dove troviamo Cristina, la proprietaria. I discorsi spaziano, ma tra tutti cerco di concentrare l'attenzione sul suo (ex)dirimpettaio, un negoziante che nel corso degli anni ha cercato di rimanere a galla, attraverso varie proposte commerciali (prodotti alimentari, servizio di telefonia ed in-

ternet, kebab). L'ex proprietario, tunisino, ha visto nel negozio un ottimo vettore per l'integrazione sociale, aprendosi ai suoi vicini, chiedendo ad esempio consigli per come potere allargare la sua clientela. In questo sfortunato caso il rischio del mettersi in proprio ha mostrato il suo lato più crudo: il fallimento. Prima di chiudere con le interviste, Cristina ci consiglia di andare a fare due chiacchiere con Lofti (44 anni), il proprietario del Kebab Jasmine. Lofti, anche lui tunisino, è in Italia da molto tempo e il suo attuale lavoro l'ha imparato, alle dipendenze, in una gastronomia nei pressi di Latina (Lazio). Successivamente e casualmente si è poi spostato a Trento dove ha deciso di mettersi in proprio. Soddisfatto del suo rapporto con i suoi clienti-vicini-commercianti, non lo è invece affatto della condizione di visibile abbandono in cui giacciono alcuni edifici nel rione. L’ubicazione del quartiere, solo apparentemente periferica, toglie attenzioni da parte delle istituzioni rendendo così ancora più difficile la sopravvivenza delle attività commerciali. Come Azaz, il suo essere commerciante lo porta a dichiararsi scontento dei limiti imposti sugli orari di chiusura: per lui gli affari andrebbero molto bene anche la sera, la notte, quando la gente esce dai locali. Ci racconta infine le difficoltà di alcuni suoi colleghi, che oltre la crisi devono gestire non facili locatori. Per lui l'attività è stata certamente veicolo di promozione sociale, conquistata grazie anche ad una sempre maggiore conoscenza della lingua e alla partecipazione ad iniziative di carattere locale e indubbiamente favorita dal suo carattere. Concludendo questa piccola "indagine sul campo", non mi resta che dire che negli esercizi di S. Martino prima che stranieri ho incontrato stranamente comuni commercianti, con comuni preoccupazioni e desideri. Ognuno con le proprie storie, di cui ho potuto avere solo un breve assaggio. E ora a me è venuto appetito... spero anche a voi!! sociologo

Società


CINEMA

Una scena dal film “Io sono“

Jafar Panahi

di Giulio Bazzanella

Il cinema racconta la realtà politica e sociale

Migrando in una stanza Nel 2010, durante la 63a edizione del Festival di Cannes, una sedia perennemente vuota spiccava fra i ranghi della giuria. Era la sedia riservata al regista iraniano Jafar Panahi, autore di film insigniti dei massimi riconoscimenti alle mostre di Cannes, Locarno, Berlino e Venezia (“Il palloncino bianco”, 1995; “Lo specchio”, 1997; “Il cerchio”, 2000; “Oro rosso”, 2003; “Offside”, 2006). Panahi era assente dalla Croisette perché posto agli arresti nel marzo del 2010, insieme al collega Mohammad Rasoulof, con l’accusa di avere partecipato alle manifestazioni del Movimento Verde contro i brogli elettorali che assicurarono nel 2009 la presidenza dell’Iran a Mahmoud Ahmadinejad. Oltre a ciò, Panahi è stato giudicato colpevole del crimine di avere progettato un documentario sulle proteste: un’intenzione, quest’ultima, che a parere dei suoi giudici costituisce di per sé un attentato alla sicurezza nazionale. Cinema

Il tribunale ha condannato in primo grado il regista a sei anni di detenzione, facendogli anche divieto di concedere interviste e di realizzare film per i prossimi vent’anni: una proibizione che Panahi ha già infranto nel 2011 trasmettendo clandestinamente a Cannes, su una chiavetta USB, la sua ultima opera, che sarà inserita fra i capi d’accusa del processo di appello e contribuirà prevedibilmente alla conferma se non all’aggravamento delle pene già sentenziate. Jafar Panahi aveva già esibito la propria insofferenza verso le restrizioni della libertà personale allorquando, in transito negli USA, s’era rifiutato di sottoporsi al rilevamento delle impronte digitali, richiesto a lui come agli altri migranti meno illustri provenienti da paesi sospettati di alimentare il terrorismo. Il suo messaggio in una chiavetta, che strizza amaramente l’occhio a Magritte col titolo “Questo non è un film”, mostra il regista offside nel proprio appartamento, mentre si aggira in uno spazio altrettanto angusto di

quello destinato ai lavoratori clandestini nei Centri di identificazione e di espulsione. Confidandosi all’amico documentarista Mojtaba Mirtahmasb, fra reticenze e allusioni dovute alla presenza di microspie, Panahi nutre l’iguana domestica, discute con l’avvocato, innaffia i fiori, senza smettere d’inseguire il fantasma d’un film che non sarà mai realizzato, ma che viene evocato sul display di un cellulare, nei pochi siti non oscurati della rete o tracciando sul pavimento, come il Thornton Wilder di “Piccola città” o il Lars Von Trier di “Dogville”, il perimetro di scenografie immaginarie. Tecnologia elettronica, bric-à-brac delle avanguardie storiche, flagranza corporea: un secolo di utopie estetiche e politiche sembra implodere nel modesto appartamento di Panahi, lasciando dietro a sé un confuso sentimento d’impotenza. Quello stesso suscitato dalla reazione del regime sciita alle petizioni interne e internazionali a favore di Rasoulof


e Panahi, che hanno provocato una nuova ondata di arresti fra gli autori di documentari (Mohsen Shanazdar e lo stesso Mirtahmasb), i produttori (come la coraggiosa Katayoune Shahabi) e i registi (Nasser Saffarian, Hadi Afarideh, Shahnam Bazdar, Mehrdad Zahedian). “This is not a film” è stato proiettato alla Mostra del Cinema di Venezia il 9 settembre 2011, in occasione della Giornata della libertà per il cinema e per i diritti umani. Nella stessa data è stato presentato, nella sezione “Controcampo”, il documentario sull’emigrazione di Barbara Cupisti intitolato “Io sono:storie di schiavitù”, con il patrocinio di Amnesty International e dell’Associazione Articolo 21.

Gli organizzatori hanno così voluto sottolineare l’analogia fra gli impedimenti opposti alla circolazione delle idee e quelli che ostacolano la libertà di movimento dei migranti, costretti a subire la tratta gestita dalle organizzazioni criminali che hanno nel traffico d’esseri umani la terza fra le loro principali fonti di reddito, subito dopo il commercio delle armi e quello della droga. L’opera della Cupisti, prodotta da Amnesty, Faro Film e Rai Cinema, raccoglie le testimonianze dei migranti fra Palmi, Napoli e Crotone, ma avrebbe dovuto essere girata, secondo il progetto originale, all’interno dei Centri di accoglienza, preclusi ai giornalisti da una disposizione ministeriale di

Maroni. Proprio contro la sistematica negazione dei diritti umani nei C.I.E., i registi e gli attori partecipanti alla 68a Mostra di Venezia hanno sottoscritto un appello richiedente la revoca del provvedimento che prolunga fino a otto mesi l’obbligo di permanenza nei Centri, invocando contestualmente l’abolizione del reato di clandestinità e la concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia (“ius soli”). Il tema dell’immigrazione, clandestina o legale, è stato d’altronde predominante nelle produzioni italiane presentate a Venezia. A cura di FORMAT/Centro audiovisivi della Provincia

L’halva è una pasta densa, dolcissima (questo infatti significa l’originario nome arabo), diffusa dal Marocco ai Balcani arriva fino in Pakistan e in India, realizzata con ingredienti diversi addolciti con zucchero o miele. C’è l’halva di semolino e quella di sesamo, in Ucraina la fanno con i semi di girasole, friabile che si scioglie in bocca, quella indiana è una versione con le carote, si può farla anche con la zucca. Poi ognuno ha inventato altri modi per aromatizzarla e arricchirla, con pistacchi, mandorle, uvetta, anacardi, vaniglia, acqua di rose, succo di arancia, cioccolato o cardamomo...

La miniera della lingua Arance e lapislazzuli I nomi italiani dei colori, lo sappiamo, derivano da altre lingue: alcuni come sempre dal latino, nero rosso giallo verde, altri dal germanico, bianco bruno, a volte attraverso il francese, grigio blu. Quello a cui non si pensa è che il nome nasce in relazione all’oggetto, per cui alcuni colori i cui nomi ci arrivano da lontane tradizioni persiane o indiane attraverso

gli arabi, noi li abbiamo riconosciuti quando abbiamo visto l’oggetto. Dopo che abbiamo tenuto in mano i lapislazzuli abbiamo compreso più chiaramente la sfumatura di colore che ora chiamiamo azzurro, quello che prima era assimilato ad un generico rosso si è definito come arancione dopo che abbiamo visto il frutto arrivato dalla lontana Cina..

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Una vita dolce per tutti


STORIA

Una narrazione dedicata alla storia e alla memoria che mescola stili e linguaggi I testimoni raccontano dell’industrializzazione in Trentino e l’inizio del lavoro in fabbriche come la Michelin e la Ignis-IRET, poi Whirlpool. Parlano di episodi di emigrazione come quelli verso i paesi del sud America prevalentemente nel secondo dopo guerra. Ricordano gli sfollamenti, i bombardamenti, i conflitti. Temi che emergono anche dalle letture di brani dell’ArchiviodellaScritturapopolaredella Fondazione Museo storico del Trentino. Ma c’è anche il tempo libero – le gite, le escursioni, lo sport, le feste – registrati “in diretta” e restituiti dai filmati super 8. E ci sono gli eventi storici, come la firma dell’accordo nel 1946 tra Alcide De Gasperi e Karl Gruber – testimoniati dalle fotografie.

2011 sul 602 del digitale terrestre. Nato come progetto di riflessione sui temi della storia e della memoria e soprattutto sulla loro divulgazione, History Lab ha esordito in televisione con una programmazione sperimentale. Il nucleo di questo esperimento sono delle sequenze composte da contenuti audiovisivi e fotografici, nati dalla rielaborazione di materiali d’archivio della Fondazione Museo storico del Trentino. A brevi aneddoti del quotidiano, si affiancano le interviste ai testimoni, i viaggi nei fondi fotografici, i super 8, le letture. Il tutto forma una narrazione a più voci e composita. Un racconto che mescola e fa suoi gli stili del parlato, del video e del web.

Emigrazione, guerra, lavoro, tempo libero. Sono alcuni dei tratti di una società in evoluzione affrontati nella programmazione di History Lab, un canale che ha iniziato a trasmettere il 17 ottobre

Su questo tappeto sonoro e visivo sono state innestate altre produzioni. I documentari, le interviste a professori e ricercatori che hanno sintetizzato convegni e seminari, i Lab. Questi ultimi sono approfondimenti live e colloquiali di realtà che in Trentino, in vari modi, si occupano di storia e memoria. Sono viaggi nel “dietro le quinte” dei progetti, di ciò che normalmente i fruitori di servizi e iniziative vedono. Sono composti da chiacchierate con volontari e responsabili, video autoprodotti dalle associazioni, considerazioni e appelli alla partecipazione e al coinvolgimento. Per la realizzazione di questa piccola produzione hanno già collaborato Il Gioco degli Specchi, Terra del Fuoco, Fondazione Stava 1985, A.R.C.I Mori, un gruppo di ricerca sull’alimentazione in Primiero. Altri ne verranno.

canale

602

digitale terrestre Se il televisore non segnala la presenza sul canale 602 di HISTORY LAB, è sufficiente avviare una nuova sintonizzazione automatica (alcuni apparecchi potrebbero riceverlo su un altro canale).

Storia

Quali le prospettive per il futuro? L’obiettivo è quello di ampliare questa rete di storie e memorie, offrendo altri programmi e un palinsesto più ricco. Sono in corso di realizzazione nuove produzioni che indagano diverse fonti storiche – come il teatro e la cucina – e programmi proposti e realizzati all’esterno della Fondazione Museo storico del Trentino. Uno degli obiettivi di History Lab è proprio quello di essere una realtà aperta e disponibile ad accogliere idee e contenuti. Anche per questo motivo, è stato indetto un concorso che utilizza la formula del 3 x 3. Verranno premiati e trasmessi i migliori filmati, di durata massima di tre minuti e realizzati in tre giorni, che risponderanno ad alcune caratteristiche. In particolate dovranno far riferimento ad un tema di carattere storico e contenere un elemento a sorpresa comunicato all’ultimo.

Maggiori informazioni sul sito www.museostorico.it


Gonars, provincia di Udine: qui è allestito un campo di concentramento per civili, uno dei tanti dislocati in tutta Italia durante la seconda guerra mondiale. Vi vengono deportati uomini, donne e bambini sloveni, in base ad un’idea di pulizia etnica del governo italiano fascista. Il disegno di Davide Toffolo entra nel campo con gli occhi ed i sentimenti di due bambini. Dal graphic novel “L’inverno d’Italia” di Davide Toffolo - edizioni Coconino Press, per gentile concessione dell’autore

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Dicembre 2011_Riflettiamoci n.7  

Il periodico de Il Gioco degli Specchi nel numero di dicembre 2011

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