Numero 13_ maggio 2013

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Poste Italiane Spa – spedizione in abb. postale – DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 n. 46) art. 1 comma 2 e 3 NE/TN – taxe perçue Registrazione Tribunale di Trento n. 2/2010 del 18/02/2010

Trimestrale dell’associazione Il Gioco degli Specchi ANNO IV NUMERO 2 – MAGGIO 2013

Speciale Vietnam

2003 - 2013


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EDITORIALE la Vita e i libri

pRIMO pIANO Nuove leggi per i migranti in Italia STORIE DI RIFUGIATI I rifugiati politici, cittadini del Nulla

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EMERGENZA SIRIA Il popolo siriano vittima di un genocidio RELIGIONE una è la direzione ma diverse le strade

SpECIALE VIETNAM IMMI/EMI Immagini e parole sull'emigrazione in Svizzera e germania

IL GIOCO DEGLI SpECCHI periodico dell’Associazione “Il Gioco degli Specchi” Reg. trib. Trento num. 2/2010 del 18/02/2010 direttore responsabile Fulvio Gardumi direttore editoriale Mirza Latiful Haque

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redazione via S.Pio X 48, 38122 TRENTO tel 0461.916251 - cell. 340.2412552 info@ilgiocodeglispecchi.org www.ilgiocodeglispecchi.org progetto grafico Mugrafik

Foto di copertina di Anna Brian

SOCIETÀ perché pablo e amina scelgono scuole professionali? DIRITTI UMANI conversando con il dalai lama CINEMA Occhi azzurri, occhi marrone RACCONTO come dire addio

stampa Litografia Amorth, loc. Crosare 12, 38121 Gardolo (Trento) con il sostegno di Comune di Trento Assessorato alla Cultura e Turismo Provincia Autonoma di Trento

EDITORIALE È giunta al suo quarto aggiornamento

La Vita e i Libri

Mostra bibliografica itinerante del Gioco degli Specchi Dal 2006 l’associazione ha proposto a biblioteche e scuole del territorio trentino, sconfinando anche in regione e fuori, una mostra di circa 200 volumi, per adulti e ragazzi, sui temi delle migrazioni. Obiettivo principale era ed è la diffusione di conoscenze attorno ai fenomeni dell’immigrazione in Italia e nel mondo e dell’emigrazione italiana. Si parte dai libri, in particolare di narrativa, per coinvolgere chi legge, muovere i sentimenti nei confronti dei diversi personaggi dei romanzi. Scopo non secondario è anche la promozione della lettura – Il Gioco degli Specchi non a caso è Presidio del Libro di Trento – e in un’epoca ‘multitasking’ propone anche la lentezza del libro che facilita la riflessione e nutre la fantasia. I testi sono stati selezionati in modo diverso dal solito, secondo una serie di mappe tematiche che suggeriscono percorsi didattici e di lettura per comprendere meglio la vita - da cui il titolo della mostra - in cui ciascuno di noi è immerso. Entrando nel merito, la sezione di testi per ragazzi vede titoli su temi come “Vita nei paesi di emigrazione”, “Pace e guerra”, “Viaggio”, “Razzismo e diritti umani”, “Vita nei paesi di immigrazione”, “Identità, diversità e convivenza”, “Fiabe capovolte”.

Per informazioni e prenotazioni scrivere a:

info@ilgiocodeglispecchi.org o telefonare, 0461.916251, 340.2412552 Editoriale

Le mappe della sezione dedicata ai lettori adulti sono speculari alle precedenti, con qualche variazione: ripete “Vita”, nei paesi di emigrazione e di immigrazione” come “Identità”, poi presenta “Voci di donne”, “Dittature e guerre”, “Dal comunismo al capitalismo”, “Viaggio e diritti umani”, “Popolo Romanò”, “Seconde generazioni”, “Razzismi vecchi e nuovi” e “Colonialismo italiano”. Il catalogo, cartaceo a distribuzione gratuita e anche in rete, è ricco di informazioni aggiuntive: oltre ad una breve sintesi dei libri, si specifica il genere letterario (“Narrativa”, “Poesia”, “Fumetto”, “Saggistica”), se sono testi plurilingui, l’età di lettura consigliata per bambini/ragazzi, le case editrici specializzate ed anche una sezione “Pagine di” con indicazioni di specifiche pagine su vari temi per fornire ulteriori percorsi e spunti di lettura. Realizzata grazie al sostegno dell’Ufficio per il sistema bibliotecario trentino, la mostra è prenotabile da tutti gli enti pubblici e privati che vogliano fruirne.


di Maria Rosa Mura

Necessarie nuove leggi per i migranti in Italia Le chiedono Amnesty International, Medici senza frontiere, Action Aid, ma anche gli avvocati delle Camere Penali, i funzionari di polizia ed organismi internazionali

In un periodo di grande disoccupazione gli immigrati che restano senza lavoro sono particolarmente colpiti dal rischio povertà, ma non solo. L'attuale legislazione collega troppo strettamente il permesso di soggiorno al lavoro e risulta davvero esiguo il tempo concesso per cercare un'occupazione. Quelli che possono prendono la via del ritorno, altri, impossibilitati a farlo oppure ormai radicati con la famiglia in Italia, cercano di reagire diventando lavoratori autonomi, ma spesso finiscono per ingrossare le fila degli immigrati irregolari. Nel Trentino la loro disoccupazione e mobilità resta abbastanza contenuta, ma più grave è la situazione nel resto d'Italia. Niente lavoro niente permesso di soggiorno e chi non ha documenti rischia di essere denunciato, detenuto ed espulso. I politici negli ultimi tempi hanno parlato poco di immigrati, - un bene o un male? - in molti però hanno avanzato loro precise richieste. In una recente indagine di Amnesty International, del dicembre 2012, “Volevamo braccia e sono arrivati uomini. Sfruttamento lavorativo dei braccianti agricoli migranti in Italia", l'autorevole associazione arriva a concludere che la legislazione attuale italiana provoca ingressi irregolari di immigrati, facilita lo sfruttamento dei lavoratori, ostacola il loro accesso alla giustizia. In piena violazione di accordi internazionali sottoscritti da tempo e della stessa Costituzione italiana, come ci fanno rilevare anche il Comitato di esperti dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e il Comitato delle Nazioni Unite sull’eliminazione della discriminazione razziale. Le irrazionali norme d’ingresso stabilite dal governo italiano, il cosiddetto decreto «Flussi», costringono in pratica la grande maggioranza degli immigrati ad entrare nel paese irregolarmente e/o trascorrere un periodo di soggiorno irregolare. Le misure legislative del maggio 2008, conosciute come “pacchetto sicurezza”, e l'introduzione del reato di “ingresso e soggiorno illegale”, hanno considerevolmente peggiorato le condizioni dei migranti. Amnesty chiede all'Italia di di tener fede agli accordi internazionali sottoscritti e di rivedere le propria politica migratoria, tenendo conto della realtà del mercato del lavoro e abrogando la norma che criminalizza l’"ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello stato". Analoga richiesta viene da Enzo Marco Letizia, Segretario Nazionale dell’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia, in una lettera sulla sicurezza nel paese che ha rivolto ai candidati italiani alle ultime elezioni: va cambiata l'attuale legislazione in materia, dato che "sembra solo essere destinata a produrre inevitabilmente “clandestinità”, mentre non ci sono strumenti concreti per il rimpatrio degli irre-

golari ed i Centri di Identificazione ed Espulsione sono al collasso, senza fondi per la loro gestione. Poco si parla di questi centri, vergogna per l'Italia ancor più delle sue vergognose carceri. Perchè in questi centri si entra per un reato inammissibile, quello di clandestinità, ma illegali sono le azioni, non le persone, mai. Si susseguono nell'indifferenza generale scioperi della fame, episodi di autolesionismo, incendi e vere e proprie rivolte in luoghi di detenzione che andrebbero chiusi. Nati nel 1998 con la Turco - Napolitano (CPTA, Centri Permanenza Temporanea e Assistenza), avevano termine massimo di trattenimento fino a 30 giorni, diventato di 60 giorni con la Bossi - Fini (2002), trasformati in CIE, Centri Identificazione ed Espulsione nel 2008, con trattenimento fino a 180 giorni nel 2009, mentre ora si possono trattenere le persone, secondo una legge del 2011, fino a 18 mesi. 545 giorni. E sempre maggiori sono state le difficoltà per giornalisti e società civile di entrare nei Centri e verificarne le condizioni. Si ricordi la campagna LasciateCIEntrare. E le leggi da fare? anche queste non sono di poco conto! l’Italia, ad oggi, spreca tutta le possibilità offerte dagli immigrati non garantendo la cittadinanza nemmeno ai loro figli, spesso nati e cresciuti come italiani. Cécile Kyenge Kashetu, neoministra italocongolese, dichiara con fermezza di volersi impegnare in questa direzione. I nostri auguri di buon lavoro e la nostra soddisfazione per il suo arrivo al governo.

Cécile Kyenge Kashetu

Primo piano


STORIE DI RIFUGIATI

di Razi Mohebi e Soheila Javaheri Mohebi

Il grido di sofferenza di chi è prigioniero di due Stati

I Rifugiati politici, Cittadini del Nulla I nodi ciechi e le porte chiuse

“Lo vedevo spesso nei vicoli del centro storico di Trento e in via Roma, nella biblioteca centrale della città. La mattina andava lì, lavava la sua faccia nel bagno, cercava un po’ di calore nel profumo del caffè e delle brioche del bar. Gli chiedevo: “Come stai?”. Diceva: “Dalla mattina fino alla sera cerco lavoro senza trovare nulla, passo le notti in strada vicino alla stazione sopra i tombini dell’areazione per non congelarmi. Pranzo alla Caritas se arrivo in tempo”. Poi si è perso. Chiedevamo a chiunque, ma nessuno sapeva nulla di lui. Un giorno abbiamo saputo che aveva richiesto asilo politico alla Svezia. Ancora mesi di silenzio, fino a quando ci dissero che volevano rimandarlo a Trento e che lui, per rimanere là, aveva tentato per tre volte il suicidio nel campo rifugiati. Alla fine l’ufficio competente svedese aveva accettato di prendere in considerazione il suo caso”. Scriviamo questa lettera affinché il grido di sofferenza di un uomo sia di invito per i nostri concittadini a pensare alla situazione di decine di migliaia di altri esseri umani. Come rifugiati politici che vivono in Italia da oltre cinque anni, siamo giunti alla conclusione di dover impugnare la penna e raccontare di quell’uomo indefinito: “Chi è il rifugiato politico? Cos’è l’asilo politico? Cosa significa chiedere quest’asilo all’Italia? Che significa per l’Italia dare questo asilo?”. Il rifugiato politico è l’emblema di tutte le contraddizioni del mondo globale. Prigioniero di due stati, quello da cui è fuggito e quello che lo ha accolto, e di nessuna cittadinanza. Un uomo costretto a vivere senza volto, un fantasma. Infatti, ammesso che il suo corpo riesca ad affrontare tutti i pericoli ed i confini visibili e invisibili fino ad arrivare in questa terra, una volta ottenuto l’asilo politico trova

Storie di rifugiati

comunque di fronte a sé tre grandi porte chiuse. La prima porta riguarda l’impossibilità in Italia di continuare quell’attività politica e sociale per la quale il rifugiato ha rischiato la propria vita e per la quale è stato costretto ad abbandonare la terra d’origine, gli affetti e le sue proprietà. Si permette al corpo di sopravvivere mentre l’anima avvizzisce. Stiamo parlando di uomini e donne che hanno elevati titoli di studio, specializzazioni, spirito imprenditoriale, desiderio di restituire il favore dell’accoglienza arricchendo la società che li ospita. Persone capaci di contrapporsi a regimi dittatoriali e sanguinari hanno una forza d’animo tale da poter dare certamente un prezioso contributo a qualsiasi società. La seconda porta è sbarrata dalla “Convenzione di Dublino” che obbliga il primo paese ricevente a registrare il richiedente e a trattenerlo entro i propri confini. La terza porta è chiusa dall’impossibilità del ritorno in patria. I rifugiati si trovano costretti, così, ad ondeggiare in un limbo per cui sono due volte colpevoli proprio i governi dell’Unione Europea (Premio Nobel per la Pace 2012): in primis perché sostengono conflitti o regimi dittatoriali da cui i rifugiati fuggono, in secondo luogo, perchè non hanno attuato politiche condivise ed efficaci nei confronti di queste persone. Queste tre porte, serrate con l’efficacia del ferro e del cemento, possono essere magicamente aperte da poche parole d’ordine. Queste parole d’ordine, che vorremmo sentire urlate a gran voce dalla società civile e dai mezzi di informazione, altro non sono che tre semplici provvedimenti: una legge organica per i rifugiati politici, l’abolizione della Convenzione di Dublino e l’accelerazione dei tempi burocratici per il diritto di cittadinanza. Senza queste tre parole d’ordine il rifugiato politico non potrà mai trovare un posto all’interno della società. Rimarrà un cittadino del nulla, un “fantasma burocratico” in balia del semplice e puro assistenzialismo. Come un


Razi e Soheila Moheibi con il figlio Sepanta

bambino intelligente e dotato costretto a rimanere tutta parabile del suo Io sulla quale sta costruendo l’uomo la vita in una culla. Sempre accudito, mai adulto. che sarà un domani. Non potendo varcare le tre porte il rifugiato politico cade Una terra che inoltre abbiamo provato a vivere intensanel vuoto dei “tombini” lasciati aperti nelle strade. Vie- mente a livello sociale e culturale attraverso molteplici ne risucchiato dai loro gorghi e scompare fra i rifiuti. progetti: innanzitutto il “Progetto Afghanistan 2014”, La caduta passa attraverso quattro diversi gironi dante- l’Associazione Sociocinema e altri progetti che hanno schi in cui il rifugiato si trova ad affondare in un movi- riguardato più strettamente la nostra attività di registi. mento lento, graduale e inesorabile. Nonostante tutto ciò, nonostante i nostri sforzi per inDagli enti locali alle agenzie per il lavoro agli assistenti tegrarci ed essere parte attiva del tessuto sociale che sociali fino all’’ultimo girone, quando esaurite tutte le ci ha accolti, ci troviamo però nella situazione di dover possibilità di inserimento, arriva presso enti assisten- continuamente scontrarci con gli innumerevoli ostacoli ziali dove si soddisfano i bisogni primari di sopravvi- e le difficoltà che ogni rifugiato si trova a dover affronvenza. Alla fine e nel fondo tare in questo paese. Diffidei quattro gironi c’è la pace coltà che limitano la nostra Quando non puoi cambiare la dei sensi (per le istituzioni) e capacità di agire in modo situazione lancia un sasso in mare e indipendente e di fronte l’inferno (per i rifugiati). Al di là della precarietà ecoosserva la moltiplicazione dei cerchi alle quali tutte le istituzioni nomica, la vera caduta nel sembrano essere impotenti. sull’acqua, forse quel movimento vuoto è la fragilità mentale Paradossi ad esempio per che ne consegue: corpi sen- porterà il tuo sussurro fino agli oceani cui potremmo disporre di fiza nome camminano nella nanziamenti in Paesi esteri città, mangiano in chiesa e dormono per strada. Morti ma non vi possiamo accedere perché non possediamo viventi cui è tolta la possibilità di creare rete e lavoro una cittadinanza (finanziamenti che se sbloccati ci pere che diventano così un pericolo per la società, oltre metterebbero di generare progetti e ricchezza anche che per se stessi. per la terra che ci sta ospitando). Solo attraverso una legge organica, e quindi istituzioni Per questo chiediamo la cittadinanza immediata. Una adeguate, si possono rompere questi circoli viziosi e richiesta che non deve essere intesa nell’ottica dello creare uno spazio in cui l’asilo politico sia ponte tra i scontro, ma come strumento per poter diventare aubeni culturali e sociali di due paesi differenti. tonomi e indipendenti rinunciando a qualsiasi forma di assistenza. Chiediamo la cittadinanza immediata Per quanto riguarda il nostro caso specifico di rifugiati come atto d’amore totale verso il territorio e le perpolitici, dopo più di cinque anni vissuti in Trentino absone che ci hanno accolto e in cui abbiamo investito biamo iniziato ad amare questa terra e a tessere con molto, affettivamente e professionalmente. Vogliamo essa dei legami profondi. Una terra in cui abbiamo crecontinuare a farlo, con ancora maggior trasporto e sensciuto nostro figlio che parla e si sente in tutto e per timento, ma da cittadini italiani. tutto italiano. Per lui il Trentino è il suo pianeta, la sua famiglia allargata e la sua infanzia. E’ una parte inse11 Aprile 2013

Storie di rifugiati


EMERGENZA SIRIA

di Nibras e Bilal Breigheche

Numerose iniziative di solidarietà anche in Trentino

Il popolo siriano vittima di un genocidio L’ Associazione "Insieme per la Siria Libera" coordina gli aiuti La tragedia del popolo siriano ha ormai assunto da tempo i tratti di un vero e proprio genocidio. Sulla scia delle rivolte pacifiche iniziate a partire dal 2010 in Tunisia, Egitto e Yemen, che hanno portato alla caduta dei regimi dittatoriali di Benalì, Mubarak, Gheddafi e Saleh, il vento della Primavera Araba, a partire dal marzo 2011, ha cominciato a soffiare anche in Siria. A partire da quella data, il popolo siriano ha cominciato a scendere in piazza per manifestare pacificamente chiedendo al regime di Assad una svolta verso la democrazia. Il grido dei manifestanti siriani era (ed è) lo stesso grido del popolo tunisino, di quello yemenita e di quello egiziano: “Ash-sha’b yurìd isqàt an-nizàm!”, “Il popolo vuole la caduta del regime!”, immediatamente affiancato da un altro grido, non meno significativo: “Selmieh! Selmieh!”, “Pacifica! Pacifica!”, ossia, “la nostra rivolta è una rivolta pacifica!”. La risposta del regime è stata durissima, di una ferocia e di una violenza inaudite e inimmaginabili, per chi non conosca la macabra storia degli Assad e le modalità di reprimere ogni barlume di aspirazione alla libertà e alla dignità che da quando, negli anni Sessanta, sono saliti al potere, continuano a mettere in atto. Già nel 1982, ad esempio, quando i Siriani della città di Hama

erano scesi in piazza per chiedere pacificamente libertà e democrazia, Hafez Assad, padre dell’attuale dittatore Bashar Assad, aveva risposto con un bombardamento con il quale aveva praticamente raso al suolo la città, mietendo decine di migliaia di vittime, allora sbrigativamente sepolti in fosse comuni. Ed oggi la storia si sta ripetendo, con bombardamenti, arresti, torture, rastrellamenti, fosse comuni… che sono ormai all’ordine del giorno da più di due anni. Con, da qualche mese, il “salto di qualità” dell’uso delle armi chimiche da parte del regime nei confronti della popolazione civile ormai stremata da ogni sorta di angherie, di soprusi e di violenze messi in atto dai “lealisti”. Interi quartieri residenziali di numerosissime città e centri abitati grandi e piccoli sono stati bombardati dagli aerei dell’esercito siriano: Daraa, Homs, Idlib, Duma, Hama, Damasco… l’elenco purtroppo è lunghissimo. Nemmeno la città di Aleppo, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, è stata risparmiata. Nemmeno i resti archeologici di una cultura millenaria il cui valore è inestimabile sono stati risparmiati. Molto spesso per piegare la determinata volontà di cambiamento del popolo siriano, il regime non ha esitato a prendere di mira gli ospedali o a attuare bombardamenti mirati sulle scuole, sulle universi-

SOSTIENI

Per chi vuole sostenere economicamente il lavoro dell’associazione questo è il numero del conto corrente: IT86C0200824502000102398282. Flash mob in piazza Battisti a Trento il 5 ottobre 2012

Emergenza Siria


“Insieme per la Siria Libera” L’associazione ha promosso varie iniziative, che sono in corso da diversi mesi: la preparazione e l’invio dei pacchi alimentari (con un “cesto – pacco” alimentare una famiglia siriana ha la possibilità di sfamarsi per un mese circa); la raccolta di indumenti, coperte, sacchi a pelo e vestiario nuovo e usato (che viene attentamente selezionato e confezionato nuovamente dai volontari prima della spedizione); la raccolta di fondi per il progetto “riattivazione linee-forni ad alta produzione di pane” all’interno del territorio siriano; il progetto di adozione a distanza di bambini profughi siriani con un contributo mensile; il progetto per un ospedale da campo in territorio siriano (spedizone di 17 letti ospedalieri più attrezzatura medica diagnostica acquistati in Italia); l’organizzazione di eventi (incontri pubblici, festival, cene di beneficenza, sit-in, flashmob, cortei e manifestazioni di piazza) con lo scopo di informare, sensibilizzare e raccogliere fondi da inviare in Siria. Presso la sede della Comunità Islamica di Trento, qualche mese fa è stato allestito un punto di raccolta di beni di prima necessità che sono successivamente stati inviati in Siria, grazie anche al contributo e alle donazioni dei Trentini. Per sensibilizzare e informare l’opinione pubblica trentina,

l’Associazione ha organizzato un sit-in con un flash mob il 5 ottobre 2012 a Trento in piazza Battisti, realizzato dai giovani della Comunità Islamica, che si sono impegnati anche nella realizzazione di cartelloni e striscioni. Digitando “Flash Mob Siria – Trento” è possibile vedere su youtube un breve video che rappresenta alcuni momenti della manifestazione trentina. Per il 15 maggio alle ore 20.30 presso la Sala Rosa del Palazzo della Regione a Trento, "Insieme per la Siria Libera" ha organizzato in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento l’incontro pubblico “La crisi Siriana: i suoi riflessi regionali ed internazionali” ed è presente con un suo stand alla Festa dei Popoli di Trento il 18 e il 19 maggio in piazza Fiera. In questi giorni è in preparazione la spedizione del quinto container di 40 piedi per la Siria con gli aiuti e l’attrezzatura medica. Siete invitati tutti a partecipare, qualsiasi contributo anche il più modesto è vitale per il soccorso del popolo siriano. Un invito a visitare anche la pagina face book dell’associazione Syrian Children Relief , tramite la quale è possibile adottare a distanza bambini siriani rimasti orfani, bisognosi di tutto, dall’acqua potabile alle cure mediche Per rimanere aggiornati sulle attività e le iniziative di "Insieme per la Siria Libera" si può visitare la pagina omonima su face book, INSIEMEPERLASIRIALIBERA, con gli album di foto della manifestazioni e delle spedizioni da Trento

tà, sulle moschee e sui panifici, davanti ai quali il numero di persone in fila è sempre più elevato a causa della scarsità di farina e di combustibile. D’altronde da chi non ha pietà nemmeno per i neonati, che, insieme alle madri, vengono sgozzati all’arma bianca durante i rastrellamenti, o addirittura torturati davanti ai loro genitori, ci si può aspettare di tutto. Come è successo ad Al-Bayda, nella provincia costiera di Banyas nella notte tra il 2 e il 3 maggio 2013, nel silenzio quasi totale dei media occidentali: l’esercito governativo, con il supporto delle forze parami litari, i famigerati shabbiha, tra i quali sempre più numerosi sono gli iraniani, ha ucciso più di 1500 persone, tra le quali moltissime donne e bambini, addirittura appiccando loro il fuoco mentre cercavano di scappare. Un’autentica operazione di pulizia etnica compiuta nei confronti della popolazione sunnita dai fedelissimi di Assad, tutti alawiti della zona costiera, con il supporto anche delle milizie sciite di Hezbollah. La comunità internazionale di fatto continua a tacere sul terrorismo di stato del regime di Assad e dei suoi alleati: Iran, Hezbollah, milizie irachene leali al Presidente del Consiglio iracheno; oltre alla Russia e all’Iran che continuano ad armare

il regime criminale di Assad, anche gli Usa di fatto stanno continuando a lasciare carta bianca al regime siriano nonostante sia stata più volte oltrepassata la famosa linea rossa sull’uso delle armi chimiche tracciata da Obama lo scorso agosto. L’Esercito Libero Siriano, formato da partigiani siriani e da ex soldati del regime spinti dalla loro coscienza a passare dall’altra parte per cercare di difendere i civili, fa quello che può, anche se la disparità delle armi a sua disposizione rispetto alla macchina da guerra del regime è evidente. Il risultato di questo bagno di sangue che dura da ormai più di due anni sono più di 100.000 morti, milioni di feriti, anche molto gravi, orfani, dispersi, incarcerati e profughi sia all’interno che fuori dalla Siria, persone costrette a vivere in ripari di fortuna e che soffrono per la mancanza di tutto: cibo, acqua potabile, cure mediche, elettricità, riscaldamento… L’anno scorso si è costituita l’associazione “Insieme per la Siria Libera”, per riunire gli sforzi, perlopiù iniziative individuali e non coordinate, di cittadini siriani che vivono in Italia e di italiani, per informare su questa tragedia, organizzare attività di volontariato, raccogliere fondi e aiuti a sostegno e in solidarietà con il popolo siriano.

le cifre del dramma 100.000 morti 250.000 scomparsi ( imprigionati, sequestrati, sepolti in fosse comuni...)

12.000 bimbi uccisi 5 MILIONI di profughi

in fuga all’interno della Siria

2 MILIONI DI profughi nei paesi confinanti

soprattutto Giordania, Turchia, Libano, ma anche Egitto e Libia hanno una grande comunità di profughi Emergenza Siria


RELIGIONE

di Oleksandra Arendarchuk

Il bisogno di spiritualità è più acuto per chi emigra

Una è la direzione ma diverse le strade Medjugorje, la strada sulla montagna

Una è la direzione ma tante e diverse le strade. almeno due volte al mese. E’ una possibilità importante per Questo ho pensato camminando sul sentiero del monte un immigrato avere un luogo di culto in cui ti senti sicuro e Brdo di Medjugorje. ascoltato, leggendo la Bibbia o il Corano, insegnando ai tuoi La strada era ripida, coperta di sassi e ogni persona per figli a pregare nella tua lingua madre. camminare in modo sicuro sceAbbiamo tutti bisogno di conQuando hai portato con te dalla tua servare quello che è vicino al glieva un suo percorso, mettendo i piedi sui sassi oppure terra lontana una fede nel cuore, questa nostro cuore e alla nostra mensaltando da una parte all’altra. te essendo lontani dalla nostra E da qui è partita la mia riflesti aiuta ad affrontare le difficoltà, ti patria e dobbiamo cercare di sione che ho pronunciato a trasmetterlo ai nostri figli attravoce alta: “Andiamo tutti verso consola, ti dà sicurezza per il domani, verso la fede e le tradizioni. la stessa direzione ma ognuno Torno al nostro pellegrinaggio. una speranza in un futuro migliore. sceglie una strada diversa”. A Medjugorje abbiamo trovaQuesto viaggio – pellegrinaggio è stato tanto atteso dalla to tanta gente diversa che parla molte lingue, ma cerca la nostra comunità ucraina. I posti come questo hanno un par- pace, cerca il Dio che ognuno capisce a modo proprio. Per ticolare significato per noi immigrati che viviamo e lavoria- me è un posto di preghiera, ma anche una fonte di quella mo in Italia. Si parte come per una vacanza, ci si stacca dal carica spirituale che cercano tutti i credenti. lavoro, lavoro faticoso di assistenza e aiuto domestico, che Quel viaggio a Medjugorje ci ha riservato una brutta sorspesso non ti lascia né libertà né sufficiente riposo. Ma lo presa: una delle pellegrine si è fatta male al piede. Proprio scopo non è questo – si va per pregare e riflettere, cercare sul monte Križevać dove non arrivano i soccorsi e quindi è le risposte e ringraziare per tutto ciò che abbiamo ricevuto scattata la solidarietà tra di noi. Non eravamo pronti per durante il cammino da migranti. un’emergenza del genere, ma abbiamo trovato un modo Fede, religione, sentiamo tanto parlare e discutere su que- più o meno sicuro per portarla giù. Alla fine della strada sti temi in giro. Si parla delle donne che portano il velo, dei sono arrivati i soccorsi. Erano sei giovani volontari che facrocefissi che sono di «troppo». Ad alcuni danno fastidio mo- cevano questo servizio gratuito e portavano con la barella schee e chiese di altre religioni portate con sé dai migranti. gli infortunati o quelli che ne avevano bisogno. ApparteMa si pensa a quanto la fede è importante per un immigrato? nevano alla comunità Cenacolo, formata dai giovani che In un mondo sconosciuto, nuovo e pieno di pericoli, tutti hanno trovato in Medjugorje la loro strada, la via d’uscita abbiamo avuto dei momenti di disperazione, di nostalgia, dopo una vita di delusioni e cadute. una forte delusione che ti butta a terra, non ti lascia andare Li abbiamo ringraziati vivamente perché ci hanno fatto avanti e vivere in armonia con gli altri. Ti senti diverso, no- davvero un servizio da cristiani. nostante le migliori politiche d’integrazione. Ma quando hai A Trento siamo tornati stanchi ma rigenerati, con la convinportato con te dalla tua terra lontana una fede nel cuore, zione che per noi e per tutti quelli che hanno la loro fede questa ti aiuta ad affrontare le difficoltà, ti consola, ti dà nel cuore ci sarà sempre una speranza . sicurezza per il domani, una speranza in un futuro migliore. Anche se siamo tanto diversi e abbiamo ognuno la nostra Anche la gente ucraina del Trentino è fortunata in questo strada cerchiamo almeno di non sbagliare la direzione, senso perché ha la propria comunità religiosa presso la par- convinti che ci sarà sempre qualcuno a segnarcela. Ve lo rocchia di San Giuseppe e può trovarsi per pregare insieme auguro di cuore. Religione


Un'associazione nata dalle iniziative dei medici della Neonatologia trentina

Il Gruppo Trentino di Volontariato opera dal 1999 in Vietnam

EDUCAZIONE FORMAZIONE pROFESSIONALE SVILUppO AGRICOLO LOTTA AL TRAFFICO DI ESSERI UMANI TUTELA DEL pATRIMONIO AMbIENTALE TUTELA DELL bIODIVERSITÀ LOTTA ALLA MALNUTRIZIONE GTV – Gruppo Trentino di Volontariato è un’organizzazione non governativa (ONG) che si occupa di cooperazione e solidarietà internazionale nel Sud Est Asiatico, in particolare in Vietnam, dove ha una sede ad Hanoi, e a Timor Est. Ufficialmente nata nel 1999 per ampliare e portare avanti l’impegno di ANT (Amici della Neonatologia Trentina), da più di dieci anni GTV opera in diversi settori per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni locali, tentando di innescare processi di crescita sia sociale che economica. I progetti di GTV si inseriscono in diversi ambiti, tra cui l’educazione; la formazione professionale; lo sviluppo agricolo; la lotta al traffico di esseri umani; la tutela del patrimonio ambientale e della biodiversità e la lotta alla malnutrizione.

Dal 2006 è stato avviato un programma di Sostegno a Distanza che ha come primo obiettivo quello di migliorare le condizioni di vita dei nuclei familiari maggiormente in difficoltà e di garantire così ai bambini la possibilità di frequentare la scuola. Al momento i bambini sostenuti sono circa un centinaio. Il programma di Sostegno a Distanza, in cui le famiglie trentine si impegnano ad offrire un contributo concreto alla crescita dei bambini vietnamiti, incarna la mission di GTV, che rimane quella di mettere in relazione la comunità trentina con le comunità del Sud Est Asiatico per sviluppare capacità e scambiare esperienze, con particolare attenzione ai diritti dei soggetti vulnerabili come bambini, donne e minoranze. Per maggiori informazioni visitare il sito www.gtvonline.org

Foto archivio GTV

Speciale Vietnam


SpECIALE VIETNAM Attraverso i racconti di grandi scrittori contemporanei

Il Vietnam riscoperto dai ragazzi delle scuole trentine Le frasi da loro scelte saranno appese sui bus di Trento e Rovereto

"Chi vive in città forse non conosce la situazione delle scuole di montagna di una quarantina d’anni fa. Posso soltanto dire che non c’era luogo più triste e meno adatto di quei posti per chi era in cerca di fortuna. Per il resto, sarete voi lettori, con la vostra immaginazione a decidere se amarli o meno." (dalla raccolta "Attraversando il fiume", Nguyen Huy Thiep) Quella di Nguyen Huy Thiep è una voce che, come tante, è stata isolata dal potere politico in seguito allo scandalo provocato dai suoi racconti. Attraverso le sue parole veniamo a conoscenza di un mondo lontano, non solo geograficamente. La vita nelle campagne, scandita dai ritmi della natura e del lavoro nelle risaie, le scuole di montagna in cui giovani insegnanti cercano di trasmettere la loro saggezza agli alunni e affrontano la solitudine e l’isolamento, le tradizioni, gli spiriti della natura, le avventure e le riflessioni sul proprio paese ci vengono raccontate con la pacatezza e la delicatezza caratteristiche dei popoli orientali. GTV, in collaborazione con la casa editrice ObarraO, ha scelto di utilizzare tre raccolte di racconti di Nguyen Huy Thiep

Speciale Vietnam

per presentare il Vietnam ai ragazzi delle scuole trentine. Maurizio Gatti, editore degli scritti di Thiep in Italia, appassionato dell’ Asia, dopo aver conosciuto personalmente lo scrittore vietnamita è venuto a Trento per incontrare i ragazzi di alcune classi e, con il supporto delle fotografie scattate nei suoi numerosi viaggi in Vietnam, ha condiviso con loro le usanze, le tradizioni e la storia di questo paese lontano. I ragazzi e gli insegnanti che hanno scelto di collaborare con GTV si sono impegnati a leggere dei racconti a scelta tra quelli pubblicati, e ad individuare delle citazioni particolarmente evocative. Queste vengono raccolte da GTV e dal Gioco degli Specchi, partner insieme alla casa editrice in questo progetto, e le più adatte saranno stampate su cartoncini plastificati, con foto del Vietnam, e appese sugli autobus di linea di Trento e Rovereto. Il concorso, pur nascendo all’interno di un percorso il cui pubblico principale è composto dagli studenti, è stato aperto a chiunque avesse voglia di leggere uno dei racconti e di inviare la propria citazione. Questo è stato permesso anche grazie al Barycentro, caffè sociale e culturale di Trento che si è reso disponibile a mettere a disposizione di tutti i libri di Thiep. In maggio quindi, potrebbe capitarvi di essere seduti sull’autobus e di vedere attorno a voi fotografie di risaie, di vita nei campi o di montagne immerse nella nebbia. Leggendo le parole che accompagnano l’immagine avrete la possibilità di assaggiare i pensieri di quello che è oggi considerato il più importante scrittore vietnamita contemporaneo.

Altra voce importante nel panorama letterario vietnamita à quella di Le Minh Khue, di cui l'editore O barra O ha pubblicato "Fragile come un raggio di sole. Racconti dal Vietnam". Con leggerezza, precisione e molta umanità, si passa dalle immagini ed emozioni del periodo della guerra contro gli americani, all'ironia e alla satira amara della società che nasce dalla riunificazione del 1975.


di Anna Brian

Le impressioni di una studentessa trentina tra Hanoi e Son Dong

Diario dal Vietnam

Foto archivio GTV

tazione in stile orientale: soffitti alti, mobili scuri, scale di legno. L’ufficio è molto piccolo, lungo e stretto, non era semplice incastrare lì dentro quattro persone. L’atmosfera mi è sembrata familiare fin da subito, soprattutto per la presenza di molti cooperanti giovani, vietnamiti e non, che lavoravano a Casa Italia. Con loro ho imparato a conoscere un Paese di cui avevo letto e sentito tanto, ho appreso molto sulla società e sull’immenso patrimonio culturale vietnamita. È stato interessante soprattutto confrontare la realtà in cui sono cresciuta con una città in evoluzione come Hanoi; non ho potuto fare a meno di paragonare, commisurare e spiegare (spiegarmi) due culture così diverse ma con delle somiglianze incredibili.

che incontrano. Mi hanno descritto com’è la loro vita quotidiana, come impiegano le loro giornate; ed hanno rivolto a me le stesse domande, curiosi di capire come si vive dall’altra parte del mondo, un occidente che ai loro occhi significa ricchezza e abL’Inverno vietnamita mi ha messa alla bondanza, salute e benessere. Ho inprova. La nebbia, densa, copriva la contrato delle persone molto semplici città e ne sfumava i confini; ovattava che non si arrendono di fronte alla il rumore dei motorini e dei taxi che fatica e ai sacrifici perché dentro di si sovrapponevano sulle strade ingarloro sognano di poter offrire un futubugliate di Hanoi. Acclimatarsi non ro migliore ai propri figli e al proprio è stato facile e nemmeno regolare villaggio. Conoscere gli abitanti di Son l’orologio sei ore in avanti: mancavaDong, entrare nelle loro case, è stato no il sonno e la fame, mi addormeninteressante per comprendere di cosa tavo per sfinimento e mi risvegliavo si compone la loro quotidianità, da a seconda dell’intensità della luce quali gesti e ritualità è caratterizzata. del sole proveniente dall’esterno. Un In ogni caso, l’ospitalità e il calore con caos. Ho assaggiato cibi insoliti a cui cui eravamo accolti a Son Dong mi non ero abituata, ho conosciuhanno scaldato il cuore. Ecco to nuove persone dagli accenti Sono rientrata in Italia riproponendomi che le relazioni sono diventate diversi, percorso vicoli stretti a una parte essenziale dell’espedi dare valore a qualsiasi piccola bordo di un vecchio motorino rienza in Vietnam, hanno tolto lottando contro il vento gelido cosa apparentemente insignificante, qualsiasi filtro alla percezione che penetrava nei vestiti, nelle del contesto in cui operavamo a qualsiasi persona o relazione ossa. E rimaneva lì, intrappolae vivevamo. to nella pelle. Ho dovuto farci l’abitudine, al freddo di gennaio. Den- Ho trascorso tre mesi tra Hanoi, la Non saprei quantificare quanto mi ha tro o fuori casa non faceva differen- capitale del Vietnam, e Son Dong, il lasciato, sia dal punto di vista profesza, non c’era verso che le estremità distretto in cui opera GTV. Ci impiega- sionale che umano, questa parentesi del mio corpo riuscissero a scaldarsi. vamo quasi tre ore di macchina per vietnamita. Sicuramente moltissimo. Così è iniziato il mio 2013, a 12.246 raggiungere An Chau, la cittadina nel- Sono rientrata in Italia riproponendokm di distanza da casa. Ma quasi su- la quale stazionavamo. Il viaggio era mi di dare valore a qualsiasi piccola bito ho incontrato molte persone che sempre movimentato ed alcuni dei cosa apparentemente insignificante, hanno arricchito la mia esperienza, villaggi nei quali ci recavamo erano a qualsiasi persona o relazione. Sono che l’hanno resa unica non solo dal difficili da raggiungere, così talvolta tornata con la consapevolezza che i era più agevole spostarsi a piedi piut- momenti di crisi, come quello che il nopunto di vista professionale. tosto che con l’auto. Le persone che stro Paese sta affrontando, possono GTV in Vietnam ha sede in una strut- ho incontrato mi hanno raccontato diventare invece un’opportunità per tura denominata “Casa Italia” e si tro- cosa significa per loro vivere in que- reinvestire sulla dimensione comuniva al secondo piano di una tipica abi- ste zone rurali, con tutte le difficoltà taria valorizzando i rapporti umani. Sono partita per uno stage in Vietnam il 3 gennaio 2013 e per tre mesi ho preso parte ai progetti di GTV a Son Dong, un distretto a nord est di Hanoi abitato principalmente da contadini e agricoltori.

Speciale Vietnam


Vite in movimento Da Hanoi a Trento passando per Umea: la storia di Lien, una giovane studentessa vietnamita che ama viaggiare e conoscere portando con sé la sua cultura

Ha gli occhi scuri e intensi, Lien, lo decise di tornare a Trento per appro- con la precedente esperienza scandisguardo sorridente e la gentilezza tipi- fondire i suoi studi iscrivendosi ad un nava: “La difficoltà principale l’ho avuca degli asiatici. Dice di essere serena Master in International studies. “Non ta con la lingua. Quando sono arrivata e felice qui in Italia, anche se confessa volevo tornare in Vietnam e buttarmi qui non parlavo italiano e in inglese di sentire la mancanza del suo Paese. subito nel mondo del lavoro. Questo spesso non venivo capita. In Svezia Lien è cresciuta con la sua fanon ho mai avuto problemi di “La prima volta che sono venuta a questo tipo perché lì l’inglese miglia ad Hanoi, la capitale del Vietnam, una città dinamica e a Trento ricordo che pioveva tantissimo è diffuso a tutte le fasce d’età, mentre qui ho avuto l’imprestratti confusionaria, ma incredibilmente legata alla tradizione. sione di trovarmi in una società e mi sentivo un po’ disorientata. Dopo aver conseguito la laurea più conservatrice per quanto Ricordo che alla stazione ho trovato riguarda l’apprendimento delle in Marketing, per tre anni ha lavorato per alcune aziende nail mio tutor ad aspettarmi e insieme lingue straniere. Così all’inizio avevo legato principalmente zionali ed internazionali, ma risiamo andati all’ufficio di facoltà per con i miei conterranei che stumaneva vivo in lei il desiderio di proseguire gli studi e conoscere diano qui; anche con qualche l’Europa. Assecondando le sue sbrigare le faccende burocratiche più italiano, ma la comunicazione aspirazioni, nel 2009 Lien volò urgenti. Per fortuna non ero da sola!” era più difficile, non so, non ci in Svezia, dove per un anno sesi capiva al volo. Il primo anno guì un Master in Economia. È stato pro- avrebbe sicuramente significato grandi è stato stressante, mi sentivo sola e di prio durante questo periodo che ha deci- cambiamenti per me, perché le ragazze passaggio, non riuscivo ad inserirmi. so di trasferirsi a Trento per approfittare vietnamite, dopo la laurea, in genere si Temevo di slegarmi troppo dal contesto di un programma di scambio organiz- sposano e mettono su famiglia. Io inve- in cui avevo scelto di vivere, non volevo zato dall’Università. “La prima volta che ce desideravo godermi ancora la mia estraniarmi. Perciò non mi sono data sono venuta a Trento ricordo che pioveva libertà”. Ma adattarsi e ricominciare, per vinta e, piano piano, ho iniziato a tantissimo e mi sentivo un po’ disorienta- ancora una volta, una nuova fase non è studiare l’italiano per migliorare la mia ta. Ricordo che alla stazione ho trovato il stato semplice, era forte la nostalgia di capacità di relazionarmi con gli altri. Il mio tutor ad aspettarmi e insieme siamo casa: “Mi sentivo un po’ frustrata, non secondo anno le cose sono miglioraandati all’ufficio di facoltà per sbrigare le capivo la lingua e mi sentivo un po’ fuo- te, ho conosciuto nuove persone e mi faccende burocratiche più urgenti. Per ri contesto. Solo quando ho cominciato sono sentita accolta; ho valorizzato gli fortuna non ero da sola!”. a comprendere la cultura italiana ho aspetti comuni alle due culture e non Era il 2010 quando Lien si innamorò per iniziato ad apprezzare la città e i suoi ho più avuto paura. Prima sentivo di la prima volta della città: “Fin da subito abitanti. Ho trovato molte similitudini dover proteggere me stessa mentre ora ho sentito che mi piaceva molto, sono tra l’Italia e il Vietnam, soprattutto per sono più rilassata: ho capito che se vorimasta colpita soprattutto dai colori quanto riguarda l’importanza della fa- gliamo l’integrazione dobbiamo essere dell’Italia, in particolar modo della na- miglia nella società. Così mi sono senti- noi i primi a porre le condizioni affinché ciò avvenga attraverso la partecipaziotura e dell’architettura”. Così un anno ta più a casa”. più tardi, dopo questo primo assaggio, Impossibile per lei non fare paragoni ne, l’inclusione e il confronto."

Speciale Vietnam

Foto archivio GTV

di Anna Brian


IMMI/EMI

di Maurizio Tomasi

Una serata con le testimonianze dei trentini Vittorio Ducati e Boris Potrich

Immagini e parole sull’emigrazione in Svizzera e Germania Forse non è solo perché suonava la chitarra disturbando i vicini, che ha dovuto lasciare l’appartamento: sta in questa frase la chiave di ”Touchol”, il film che Alvaro Bizzarri ha realizzato negli anni 80 per raccontare l’intolleranza di cui è vittima Giuseppe, un giovane italiano che lavora come operaio stagionale nella Svizzera francofona (il titolo fa riferimento a come il protagonista pronuncia in maniera storpiata “tout seul”, tutto solo). Stufo dei continui assordanti rumori con cui deve convivere nella baracca in cui abita, che si trova accanto alla ferrovia e ad un’autostrada, Giuseppe decide di cercare un alloggio più confortevole. Lo trova ma dopo poco tempo deve lasciarlo: perché le note della sua chitarra e il suo canto “turbano” la tranquillità dei vicini, che costringono il suo padrone di casa, un altro italiano, ad annullare il contratto d’affitto. Ma - fa intuire il regista - più degli accordi strimpellati è la condizione di “straniero” a rendere Giuseppe insopportabile. Il film è stato proiettato il 10 aprile scorso al cinema Astra di Trento, nell’ambito dell’iniziativa intitolata “Guardare da vicino, vivere da lontano”, appuntamento promosso dalla Fondazione Trentina Alcide De Gasperi e dall’Associazione Trentini nel mondo, per parlare di emigrazione ed accoglienza. Il regista del film, Alvaro Bizzarri, è stato

il primo operaio italiano ad aver scelto la cinepresa per dar voce ai migranti e denunciare le drammatiche condizioni dei lavoratori stagionali, separati dalle loro famiglie. Bizzarri ha sentito forte l’esigenza di documentare quelle esperienze di vita e le sue opere raccontano del lavoro, dello sfruttamento, della nostalgia e dello sradicamento. Prima della proiezione, i protagonisti della serata sono stati Vittorio Ducati, trentino emigrato in Svizzera, e Boris Potrich, trentino emigrato in Germania. Intervistati da Mattia Pelli, storico dell’emigrazione e ricercatore presso la Fondazione Museo storico del Trentino, Ducati e Potrich hanno raccontato alcuni momenti della loro storia personale di emigrazione: si è parlato delle motivazioni che li hanno spinti ad emigrare, delle sensazioni che hanno segnato il loro viaggio e il loro primo impatto con il paese di accoglienza, delle condizioni di lavoro e di vita. Le loro testimonianze hanno messo a fuoco alcuni degli aspetti peculiari delle esperienze migratorie nel periodo successivo alla Seconda Guerra mondiale: entrambi hanno confermato che la ricerca di un’occupazione stabile e meglio retribuita che consentisse di fare progetti per il futuro era la molla che spingeva a partire. Nei paesi di arrivo - hanno

raccontato Ducati e Potrich - le opportunità di lavoro non mancavano e chi era disposto a sacrifici e ad impegnarsi per migliorare la propria formazione professionale, poteva ambire a qualifiche sempre più elevate. L’ostilità della popolazione è stata avvertita più in Svizzera che in Germania e la formazione di una famiglia ha aiutato entrambi ad affrontare con maggiore forza le difficoltà che derivavano dal trovarsi in un paese straniero. E dopo la proiezione del film, Vittorio Ducati ha confermato - citando una sua esperienza diretta - “l’alta sensibilità” degli orecchi degli svizzeri: persino i passi di un bambino “straniero” in pantofole suscitavano i rimproveri di chi abitava al piano di sotto….

Alvaro Bizzarri è stato con la sua cinepresa il testimone degli emigrati in Svizzera e con il film "Lo stagionale" ha imposto al pubblico l'esistenza dei "bambini nascosti". Una sua intervista e il racconto di questa realtà drammatica nel libro di Marina Frigerio Martina: "Bambini proibiti. Storie di famiglie italiane in Svizzera tra clandestinità e separazione", di recente riedito da Il Margine di Trento.

da sinistra, Vittorio Ducati, Mattia Pelli e Boris Potrich


SOCIETÀ

di Manuel Beozzo

Gli studenti di origine straniera puntano ad un lavoro immediato

Perché Pablo e Amina scelgono le scuole professionali? Un ambiente che favorisce l'inserimento sociale Sono 9.436 gli alunni con cittadinanza non italiana iscritti alle scuole del Trentino nell'anno scolastico 2011/2012 (in Italia la cifra raggiunge quota 755 mila). Ciò vuol dire che nelle scuole trentine uno studente su dieci ha una cittadinanza diversa da quella italiana e circa la metà di loro (per l'esattezza 4.739) è nato in Italia. Nel 2012 uno su cinque è nato con almeno uno dei genitori non italiano. Conoscere (alcune del)le storie personali che danno vita a queste cifre sarebbe interessante; per il momento mi limito a presentare alcuni punti discussi in lavori sull'immigrazione, a riportare spunti emersi da interessanti chiacchierate fatte con dei dirigenti scolastici (che qui nuovamente ringrazio) e qualche mia impressione. Confrontando la situazione di oggi con quella di 15-20 anni fa, si nota quanto l'immigrazione sia cambiata. La crescente presenza di studenti immigrati, particolarmente rilevante nelle scuole elementari e medie, ci dice che si è passati da una prima fase in cui arrivavano da soli giovani lavoratori a una seconda “permanente e di insediamento”. Usando le parole della sociologa Debora Mantovani “tanto in Italia quanto in Trentino, ormai non è più raro che i nostri studenti abbiano come compagno di banco un giovane cresciuto in un altro Paese o nato in Italia da genitori stranieri”.

Società

La scuola svolge allora anche un ulteriore compito, fondamentale per la società, non solo di educazione e formazione, ma anche di accoglienza e incontro, così come, in seguito, di spinta motivazionale e inserimento nel mondo del lavoro. Spesso è proprio nell'ambiente scolastico infatti che avviene la prima interazione tra persone di culture diverse, sia studenti sia famiglie e, in particolar modo per gli allievi dei Centri di formazione professionali (CFP), anche il contatto diretto con il mondo del lavoro. Ed è proprio un dirigente di un CFP di Trento che mi chiarisce una situazione conosciuta a molti stranieri (di prima o seconda generazione): se da una parte è possibile imbattersi in alcuni datori di lavoro che mostrano poca apertura verso un tirocinante di nazionalità non italiana, dall'altra i periodi di pratica (obbligatori e garantiti) che i CFP organizzano per i loro studenti producono effetti molto positivi. Il colore della pelle, la cittadinanza posseduta o l'accento esotico passano, con lo scorrere delle giornate di lavoro, in secondo piano mentre è all'impegno e alla bravura dimostrata che viene data importanza. Attraverso questo momento di contatto, prima professionale poi anche sociale, nascono molto spesso rapporti di fiducia e, non raramente, proposte di lavoro, ampliando le reti di inserimento. Gli studenti stranieri (soprattutto quelli nati all'estero) puntano a scegliere una

scuola che aumenti il più possibile le opportunità di accesso al mondo del lavoro, prima fra tutte i CFP. Diversa appare invece la scelta degli studenti di seconda generazione: quelli nati in Italia prediligono, come i loro coetanei italiani, gli istituti tecnici ma soprattutto i licei. Questa situazione è certamente legata alle maggiori possibilità di trovare lavoro, ma, come mi è stato ripetuto da più di un dirigente scolastico, anche al fatto che in Italia la cultura del lavoro manuale gode di scarso apprezzamento. Anche la scuola italiana ha in questo le sue colpe. L'importanza della cultura rispetto al pratico saper fare è stata, da Benedetto Croce alla riforma Gentile, sovradimensionata, portando a quella impropria differenziazione (ancora oggi radicata nella testa di molti) tra scuole superiori di serie A e scuole di serie B. Ci tengo a fare questa precisazione in quanto gli stessi studenti – tra i quali moltissimi stranieri – iscritti a percorsi più vicini alla pratica che alla teoria devono assolutamente essere consapevoli dell’alto valore del loro percorso formativo, così come si deve riconoscere ai CFP la loro importanza formativo-sociale. Forse per la ovvietà del concetto, quasi dimenticavo di riportare un ultimo aspetto, emerso da tutti gli incontri con i dirigenti: non esistono gli alunni di cittadinanza non italiana, esistono invece Pablo, Lisa, Reza, Aida, Moncef, Luca e tutti gli altri 9.430.


Foto Berardinatti - Ufficio Stampa PAT

di Marco Pontoni

Il capo spirituale del Tibet è tornato in Trentino

Conversando con il Dalai Lama Rispetto al 2001, anno della sua prima visita in Trentino, non molto è cambiato: il Tibet continua a rivendicare senza successo quantomeno un'ampia autonomia rispetto alla Cina, mentre non si arresta il flusso di cinesi Han dalle altre regioni del Paese, incentivato dal governo di Pechino, nella più pura tradizione "coloniale". Anzi, semmai l'esasperazione della popolazione tibetana è ancora cresciuta, sfociando persino nel gesto estremo dell'autoimmolazione con il fuoco, come facevano molti anni fa i monaci del Vietnam per protestare contro la guerra. Il XIV Dalai Lama, al secolo Tenzin Gyatso nel frattempo ha lasciato ogni incarico politico nelle mani del governo tibetano in esilio (con sede a Dharamsala, nel nord dell'India) e del suo premier Lobsan Shangay, regolarmente eletto dai tibetani della diaspora. Oggi è soprattutto una guida spirituale, anche se, ovunque sia ospitato, non manca di esprimere il suo pensiero sulle sorti della sua terra di origine, che ha lasciato nel lontano 1959, dopo la repressione dei moti indipendentisti. Anche in Trentino, lo scorso 11 aprile, il Dalai Lama, premio Nobel per la pace 1989 (per i tibetani la reincarnazione di Avalokitesvara, detto volgarmente "il Budda della compassione") ha parlato sì delle cose dello spirito, con un atteggiamento peraltro molto "laico"; ma ha parlato anche di ciò che la Cina sta facendo nel"Tetto del mondo", snaturando la cultura autoctona e promuovendo uno sviluppo economico squilibrato e diseguale, ma soprattutto imposto dall'alto. Uno sviluppo di cui certamente beneficiano anche i tibetani, ma che non compensa le ferite inferte sul versante della dignità ad un popolo che rimane comunque distinto da quello cinese (a partire dalla lingua: il tibetano scritto è mutuato dal sanscrito). Nell'intervista esclusiva che ci ha rilasciato, in margine ad un'agenda molto ricca

di incontri e culminata nella grande conferenza pubblica tenuta al PalaTrento, il Dalai Lama ha usato però toni distesi, come sempre, parlando ad esempio di un'autonomia che potrebbe essere, per certi versi, simile a quella del Trentino Alto Adige: "Ma non dimenticate - ci ha detto nell'intervista che ci ha concesso privatamente - che la vostra autonomia è espressione di uno stato democratico. Mentre in Cina non vi è democrazia." L'autonomia sembra essere stata peraltro a portata di mano nel secondo dopoguerra, dopo l'occupazione del Tibet da parte delle truppe di Mao. "Firmammo nel 1951 un accordo in 17 punti con il gover-

governo cinese di avere la pace in Tibet e dall’altra ai tibetani di non soffrire e di assumersi le loro responsabilità in ordine alla religione, alla cultura e all'ambiente. Pechino è spesso in imbarazzo all'estero quando gli vengono chieste notizie sulla condizione dei tibetani. Oggi peraltro c'è anche una parte dell'opinione pubblica cinese che ci appoggia. Soprattutto le persone più istruite. Ed inoltre ci sono molti milioni di cinesi che negli ultimi anni si sono avvicinati alla spiritualità e al buddismo, specie quello tibetano. Quindi il paradosso oggi è che il paese dove il buddismo tibetano è più diffuso è proprio la Cina."

Nella sua conferenza, ha invitato a coltivare la serenità della mente e la compassione nei confronti del prossimo. Questo, ha affermato, è il segreto della felicità. no cinese - ci ha detto Tenzin Gyatso - e in quell'occasione incontrai personalmente Mao Zedong, che era d'accordo. Questa esperienza è stata portata avanti fino al 1959. Poi la situazione è precipitata, molti tibetani sono stati uccisi e io ho dovuto lasciare il Paese. In seguito, la Rivoluzione culturale ha cercato di cancellare la nostra cultura e la nostra religione. Ma i problemi del Tibet sono rimasti e io credo che si devono risolvere in qualche modo. Sicuramente non con la violenza. Usando la violenza verso i tibetani la Cina non troverà mai una soluzione. Si produrranno solo reazioni terribili, come le persone che oggi in Tibet si danno fuoco per protesta, già oltre 130. Per questo motivo noi stiamo proponendo una soluzione vantaggiosa per entrambe le parti, che consenta da una parte al

La conferenza integrale del Dalai Lama a Trento è visibile a questo sito: http://www.webtv.provincia.tn.it/focus/-altri_eventi/pagina431.html

Dal Dalai Lama, nella sua conferenza, è giunto anche un invito a coltivare la serenità della mente e la compassione nei confronti del prossimo. Questo, ha ribadito, è il segreto della felicità. Un segreto "molto concreto, che porta benefici anche al corpo, e che oggi viene studiato in alcune università. Negli Stati Uniti hanno fatto degli studi su un gruppo di volontari, che si sono sottoposti ad un training per apprendere le tecniche di base della nostra tradizione, al fine di ottenere un controllo della propria mente e di coltivare attitudini positive. Dopo questo periodo di training, gli esami condotti hanno dimostrato che tutte le funzioni vitali dei partecipanti erano migliorate. E questo è stato anche constatato su persone che hanno vissuto esperienze estreme, come alcuni monaci incarcerati per anni nelle carceri di Mao. Queste persone sono riuscite a non rimanere segnate da queste esperienze e addirittura a mantenere la loro attitudine alla compassione nei confronti degli stessi carcerieri."

Diritti Umani


CINEMA

di Giulio Bazzanella

Il tema dell’emigrazione nel nuovo cinema italiano

Occhi azzurri, occhi color marrone In grande risalto la produzione del regista Claudio Giovannesi

prima parte Si è svolta dal 17 al 28 aprile la dodicesima edizione del Tribeca Film Festival, sorto come risposta all’attentato dell’11 settembre 2001 e alla ferita inferta, con il crollo delle Twin Towers, all’orgogliosa vitalità di New York. “Tribeca” è l’acronimo di “triangle below Canal Street”, espressione che designa quell’area di Manhattan, delimitata da Broadway, West Street e appunto Canal Street, che fu sede in passato dell’industria tessile e del commercio del cotone e che venne convertita negli anni ‘60 del secolo scorso in quartiere residenziale. Il “triangolo “ si è poi riqualificato, dalla fine degli anni ’80, come centro di studi e produzioni cinematografiche sull’East Coast, grazie all’interessamento di Robert De Niro, di Craig Hatkoff e della moglie di questi, Jane Rosenthal, già vice-direttrice della Disney. Il Tribeca Film Festival si propone di contribuire al recupero economico e culturale della Lower Manhattan favorendo le produzioni indipendenti e coinvolgendo una massa crescente di sostenitori, tecnici e operatori del settore e raggiungendo un vasto pubblico, anche in virtù delle fortunate serie televisive girate nei paraggi di Manhattan. Tra i meriti del Tribeca Film Festival c’è quello d’avere sempre riservato una speciale attenzione ai rapporti tra il cinema americano e l’industria cinematografica nel resto del mondo, sopperendo alle lacune della distribuzione USA e alla scarsa familiarità del pubblico americano, non abituato al doppiaggio, con le pellicole non registrate in inglese. Anche nel 2013, attenendosi a tale politica, il Tribeca ha ospitato una generosa rappresentanza delle cinematografie d’una trentina di paesi. Nella selezione italiana hanno figurato, oltre alla video-installazione Alberi di Michelangelo Frammartino e al cortometraggio di Erri De Luca ed Edoardo Ponti Il turno di notte lo fanno le stelle (realizzato con l’appoggio della “Trentino Film Commission”), due lungometraggi: The Director di Christina Voros, dedicato a Frida Giannini e alle ambite novità della Gucci, e Alì ha gli occhi azzurri di Claudio Giovannesi, insignito in precedenza del Premio speciale della giuria e del Premio per la migliore opera prima e seconda al Festival del cinema di Roma, manifestazione talora deludente che ha però saputo istituire un’opportuna relazione di scambi e di reciproca valorizzazione con il Tribe-

Cinema

ca Film Festival. Presentata dal curatore Frédéric Boyer nella sezione “World Narrative Competition”, l’opera di Giovannesi è stata salutata dai giurati, nelle loro valutazioni conclusive, come “un meraviglioso studio, scevro di giudizi moralistici, su un giovane diviso tra la sua identità islamica e quella italiana, tra la fanciullezza e l’età adulta, tra il bene e il male”. Il giovane in questione, passato in un triennio dalla contiguità con la manovalanza criminale della periferia romana al premio per il miglior attore in una produzione europea al Festival d’Angers, è il diciannovenne Nader Sharan, figlio d’immigrati egiziani gelosi delle loro tradizioni, oggi arroccati nell’enclave multietnica del litorale di Ostia. Nei racconti di Nader, che hanno fornito la base alla sceneggiatura scritta da Claudio Giovannesi e da Filippo Gravino, la desolata costa laziale segna il confine di una zona bellica dove la legge dello Stato vige solo negli isolati fortini scolastici. Una troupe cinematografica, secondo il regista, può lavorarvi soltanto tallonando i suoi attori improvvisati come farebbe un corrispondente di guerra, sempre alle calcagna delle truppe in movimento. Si tratta d’altronde di un territorio che Giovannesi, come Nader, ha avuto modo di studiare a lungo, cartografandone dal 2007 al 2012 le insidie, i camminamenti e le trincee in tre produzioni (Welcome Bucarest, Fratelli d’Italia e Alì dagli occhi azzurri), tutte gravitanti intorno all’Istituto Tecnico Industriale “Paolo Toscanelli” di Ostia, frequentato nell’adolescenza da Nader. L’Istituto “Toscanelli” è infatti una delle scuole che hanno aderito al progetto “Educinema”, un esperimento di didattica audiovisiva varato nel 2004 dall’Assessorato alla cultura della Regione Lazio, in collaborazione con l’Associazione di cultura cinematografica Il Labirinto, sulla scorta delle celebrazioni e dei corsi organizzati dalla


“Cinémathèque” di Parigi, in occasione del compimento del primo secolo di storia del cinema. In una seconda fase, cineasti freschi di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia, d’età e di gusti non troppo distanti da quelli degli studenti, sono stati sollecitati alla realizzazione di filmati nati nell’ambito delle scuole coinvolte, con risultati spesso non disprezzabili. E’ il caso di Sei nel mondo (2006), diretto da Camilla Ruggiero per l’Istituto “Galileo Galilei” di Roma, ed è anche il caso di Welcome Bucarest (2007), primo impegno di regia per Claudio Giovannesi, fino a quel momento critico, redattore del “Blob” televisivo e compositore di musica di scena. Welcome Bucarest, produzione congiunta di “Educinema” e del Labirinto, ha richiesto una cernita rigorosa del materiale raccolto su mini-DV durante un intero anno scolastico trascorso nei locali del “Toscanelli”, che risultava allora in Italia la scuola secondaria con la quota più elevata di alunni stranieri e figli di immigrati. È su tale sfondo che campeggia il romeno Alin Delbaci, all’epoca diciassettenne, nato in Romania e trasferitosi a Ostia al seguito della famiglia, il quale, come tutti gli interpreti dei film di Giovannesi, porta di peso all’interno del video la propria identità anagrafica e culturale. La sua presenza guardinga, irta d’amarezza e diffidenza, esula dalla consueta prospettiva edificante del film su commissione e si conforma al convincimento, espresso più volte dal regista, che l’integrazione degli immigrati sia affine all’analisi psicoanalitica nel suo essere comunque interminabile, dato che comporta un lavoro incessante e simultaneo sulle sue due facce, quella acquisita e quella autoctona. Per il refrattario Alin la prima coincide integralmente con il recinto scolastico, la seconda con il degrado dello hinterland romano, dove sono centrifugati i suoi pari nella

perenne spola fra i traffici della capitale e i dormitori periferici, estesi dalle antiche borgate fino allo slabbrato litorale laziale. Al tempo stesso discarica e laboratorio della nazione che viene incarnata nei protagonisti del nuovo cinema italiano: i giovani di Saimir (Francesco Munzi, 2004), di Alza la testa (Alessandro Angelini, 2009) o di Fratelli d’Italia (2009). Quest’ultimo film, meno vincolato di Welcome Bucarest a consegne ufficiali, riprende l’arruffìo di situazioni ed espedienti del mediometraggio d’esordio di Giovannesi, ricomponendoli nella predella di un trittico di violenta evidenza, presaga dell’inflessione pasoliniana che il regista finirà per conferire alla sua materia: nella tavola centrale domina l’immagine della bielorussa Masha, adottata da una famiglia italiana e apparentemente “integrata”, almeno fino a quando una telefonata le rivelerà l’esistenza di un fratello rimasto nella patria d’origine e ne sfalderà le poche certezze; nei pannelli laterali Alin, più che mai scisso fra gli obblighi d’appartenenza alla comunità romena e le regole della cittadella italiana, fa riscontro a Nader, musulmano a scuola e libero pensatore a casa, in conflitto con i romeni, con i “negri”, con gli ebrei (“quelli li brucerei”), con la famiglia (“retrograda, proprio araba”), oltre che, ovviamente, con se stesso. Per un giornalista di cronaca nera, la descrizione di Nader non comporterebbe davvero problemi: un teppistello da quattro soldi, che si maschera da italiano sfoggiando lenti a contatto azzurre. Ma sono quelle stesse lenti a ricordare a Giovannesi la lontana “Profezia” scritta nel 1962 da Pier Paolo Pasolini: un giorno i dannati della terra in fuga dal Terzo Mondo, prevedeva il poeta, sarebbero sbarcati sulle coste italiane e avrebbero distrutto Roma per deporvi, fra le rovine, “il germe della Storia Antica”. Ninetto Davoli sarebbe stato il nunzio del loro capo: “Alì dagli occhi azzurri”. [continua]

Cinema


Come dire addio

di Gracy Pelacani

Le piaceva dire: “È grande come Roma”, sebbene non avesse un’idea precisa della grandezza della sua città natale. Eppure, convinta che rispecchiasse alla perfezione l’ampiezza del cambiamento che c’era stato nella sua vita, indugiava su quella descrizione che solo lei, in fondo, sapeva essere approssimativa. Diceva sempre di essere cresciuta in campagna, il campo accanto a casa era stato a lungo coltivato a grano, e capitava spesso di incontrare ingorghi perché un trattore che trasportava i grappoli d’uva appena raccolti bloccava la strada stretta. La sua passione per i fiumi, poi, non era di certo dovuta alle strade di quella città grande quanto Roma, ma a quel corso d’acqua che correva dietro casa. Lungo le sue sponde aveva spesso trascorso i suoi pomeriggi a pedalare avanti e indietro con le cuffie nelle orecchie e il walkman nel cestino della bici. In bicicletta ci andava spesso anche con Martina, la sua amica delle elementari che abitava in fondo alla strada, dopo il parcheggio della fabbrica. La passava a prendere il sabato appena dopo pranzo, e facevano a gara a chi arrivava prima al cimitero. Piaceva a entrambe andarci, anche se lei lì non aveva nessuno della sua famiglia. Martina, invece, aveva il nonno seppellito in quelle tombe a cassettoni, molto in alto. Infatti, per lei era sempre emozionante salire sulla lunga scala per riuscire a passare uno straccio umido sulla lapide e cambiare l’acqua ai fiori. Così, mentre Martina si occupava di suo nonno, lei spazzava la tomba dei bisnonni dei suoi vicini di casa, che erano quanto di più vicino a una famiglia potesse dire di avere in quel cimitero. Era una tomba imponente, con gradini di pietra scura, grandi vasi ai lati sempre in ordine e fiori freschi. Puliva per bene, toglieva le foglie e gli aghi di pino caduti durante la settimana e dava da bere alle piante. Se Martina finiva presto da suo nonno veniva a darle una mano. A pensarci bene non aveva mai visto la tomba di nessuno dei suoi cari ormai morti, a parte una volta. Era stata in quell’occasione che si era resa conto che la città dov’era nata doveva essere davvero grande. Per arrivare al cimitero ci avevano messo quasi un’ora con l’autobus, e quartieri su quartieri si erano avvicendati dietro ai finestrini. Infine, giunsero in quello che sembrava un parco, con ogni tanto delle lapidi che spuntavano ben distanziate tra loro. Niente tombe a cassettoni come quella dove riposava il nonno di Martina. Camminarono a lungo, lei e sua nonna, finché giunsero alla tomba del nonno. 1993 era l’anno riportato sulla lapide. Era morto l’anno dopo la loro partenza, mentre si preparava per venirli a trovare. Lei era stata l’unica nipote che aveva conosciuto, l’unica che aveva tenuto in braccio, l’unica per cui rinunciava a guardare le partite di calcio alla tv perché lei potesse vedere i cartoni animati. Pianse a lungo. Forse, sapeva di dover versare in quel momento le lacrime per quell’addio che non c’era stato, e per tutti quelli che in futuro sapeva la distanza le avrebbe negato. Non sarebbero, in ogni caso, mai arrivati in tempo. Questa era stata a lungo la sua unica certezza in quei primi anni. Non importava quanto amasse la persona che se n’era appena andata, la distanza non diminuiva, così come il tempo che ci avrebbe messo a tornare. Non c’era nulla che potesse fare, non era possibile arrivare in tempo per dire addio. Il sabato successivo al mio ritorno passai a prendere Martina, e mentre lei si occupava di suo nonno, io spazzavo la tomba dei bisnonni dei miei vicini di casa, che erano quanto di più vicino a una famiglia potessi dire di avere in quel cimitero. Elaborazione grafica di Rosana Liali

Speciale Vietnam



Tavola gentilmente concessa da Gud, dal suo diario di viaggio in Vietnam.

Viaggio in Vietnam a fumetti Gud è il nome d'arte di Daniele Bonomo > Goodman > Good > Gud, un tipo curioso a cui piace viaggiare. Laureato in scienze politiche nel 2000 e diplomato nello stesso anno alla Scuola Internazionale di Comics in fumetto umoristico, dal 2001 vi insegna Fumetto, Scenografia per l'animazione e Storia del fumetto. Si dedica da allora anima e corpo al fumetto e all'animazione. Tra le tante pubblicazioni e attività segnaliamo il libro a fumetti per bambini, "La Notte dei Giocattoli", scritto da Dacia Maraini e uscito nel 2012. Andate a conoscerlo meglio nel suo sito, www.gud.it, vi trovate anche l'intero pdf di questo viaggio in Vietnam, scaricabile gratuitamente.

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