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Poste Italiane Spa – spedizione in abb. postale – DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/04 n. 46) art. 1 comma 2 e 3 NE/TN – taxe perçue Registrazione Tribunale di Trento n. 2/2010 del 18/02/2010

Trimestrale dell’associazione Il Gioco degli Specchi ANNO III NUMERO 4 – dicembre 2012

Gioiose abitudini di buon vicinato

Festa del quartiere

Anch'io Sinto per un giorno


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EDITORIALE Festa nella Circoscrizione SOCIETÀ Anch'io Sinto per un giorno RACCONTO L'inquietudine dei numeri secondi

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storie di popoli "Holodomor, genocidio per fame CULTURE La compagnia teatrale Quarta Parete ORIZZONTI Donne per la pace

IL GIOCO DEGLI SPECCHI periodico dell’Associazione “Il Gioco degli Specchi” Reg. trib. Trento num. 2/2010 del 18/02/2010 direttore responsabile Fulvio Gardumi direttore editoriale Mirza Latiful Haque

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redazione via S.Pio X 48, 38122 TRENTO tel 0461.916251 - cell. 340.2412552 info@ilgiocodeglispecchi.org www.ilgiocodeglispecchi.org progetto grafico Mugrafik

STORIE Il corso della mia vita IMMIGRATI E LAVORO Dall'ammissione all'inclusione IMMI/EMI Clandestini italiani

stampa Litografia Amorth, loc. Crosare 12, 38121 Gardolo (Trento) con il sostegno di Comune di Trento Assessorato alla Cultura e Turismo Provincia Autonoma di Trento in copertina

fotocronaca uadra Foto di "Sq Il Gioco vincente", chi, 5-10 degli Spec 2012 novembre

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Due case nella circoscrizione S.Giuseppe-S.Chiara assegnate a profughi giuliano - dalmati. Tra il 1943 e il 1956 furono 300.000 le persone sfollate in Italia. Tracce delle loro vite nel racconto che ne fece Fulvio Tomizza in Materada, nelle testimonianze raccolte da Elena Tonezzer in Volti di un esodo: racconti e testimonianze degli esuli istriani, giuliani e dalmati in Trentino Alto Adige nel secondo dopoguerra.

La fatica di partire

Georgiev Valentin, Bulgaria

Sommario

E per cominciare, una vignetta. L’abbiamo scelta perché sembra rappresentare intensamente l’impossibilità e la fatica di allontanarsi del tutto dal luogo in cui si è nati. La riprendiamo dalla XXI Rassegna biennale di Satira e Umorismo della città di Trento organizzata nel novembre scorso dallo Studio d'Arte Andromeda (per sua gentile concessione, come si dice). Il soggetto proposto quest'anno era la LENTEZZA e veniva declinato come sempre da molti artisti internazionali. La riprendiamo anche perchè il tema ci risultava congeniale: amiamo il lentius-langsamer-più lentamente di Alexander Langer e ci orientiamo alla decrescita felice. "La lentezza è un po' come il silenzio, di questi tempi se ne sente un grande bisogno", scrive Romano Oss, presidente di Andromeda, attiva dalla fine degli anni '70 e sempre impegnata su temi di rilevanza sociale.


di Maria Rosa Mura

Festa nella Circoscrizione S. Giuseppe - S. Chiara a Trento

Gioiose abitudini di buon vicinato

Malika Mokkedem Gente in cammino Giunti mostra di Laura Zanolli al Liceo Da Vinci di Trento per "Squadra Vincente"

"Il sabato, dato che nelle famiglie ebree non si accendeva nessun fuoco, Sarah e Leyla, tornando da scuola, trovavano la signora Isaac seduta davanti a casa, su uno sgabellino nascosto sotto le grandi gonne. [....] Le due ragazzine entravano a pescare qualche polpetta di sardine nell'enorme marmitta. Poi uscivano e, sedute al sole, fianco a fianco, gustavano quel cibo saporito leccandosi le dita. La signora Isaac, con un sorriso radioso, se le covava con occhio intenerito. Prima di rientrare a casa, Leyla andava sempre a sprofondare la testa nel punto più caldo del petto opulento della donna. Vi aspirava un sentore di muschio, di chiodi di garofano e di olio di oliva mischiati, mentre la donna la becchettava di dolci baci sussurrandole all'orecchio: "Mia piccola kahlùsha [negretta], mia kahlùsha cara!" Quello slancio di affetto, quegli abbracci profumati, erano un balsamo cicatrizzante sulle ferite aperte del razzismo che corrompeva tutti gli strati della società." Nell'Algeria degli anni Cinquanta percorsa da tante tensioni poteva però capitare che due compagne di scuola di diversa religione e diverso livello di benessere economico e di considerazione sociale, condividessero cibo e abitudini. Leyla, la giovane protagonista di Gente in cammino1, algerina con una nonna tuareg, sceglie sempre il fine settimana per far visita all'amica ebrea: "il venerdì, per assistere alla quasi rituale preparazione delle polpette di sardine destinate ad essere consumate fredde il giorno dopo, e il sabato, per mangiarle insieme a Sarah." Sono i bambini quelli che godono di più le differenze culturali; se non ne sono impediti dagli adulti, possono felicemente attraversarle, conoscerle attraverso l'affetto e l'amicizia, rispettarle. Sono infinite e indimenticabili le pagine che raccontano questi ricordi di bambini che mangiano a casa dei loro amici, stranieri o di religioni diverse, che corrono su e giù nei vari piani di un condominio felicemente multiculturale a

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Malika Mokkedem, Gente in cammino (Giunti)

saccheggiare le leccornie di varia tradizione che vengono loro offerte. Le feste che accompagnano queste specialità gastronomiche entrano nel loro vissuto con la stessa spontaneità con cui imparano a ringraziare nella sua lingua la padrona di casa che gliele offre. I bambini conoscono così e rispettano le abitudini e le tradizioni degli altri con semplice naturalezza. Questo numero nasce in concomitanza con una festa nella circoscrizione S.Giuseppe - S. Chiara. Non ci sono grandi invitati nè famosi complessi musicali nè grossi nomi di scrittori o studiosi nè molte parole. C'è invece una comunità che si apre alla conoscenza anche di altre festività, pronta a rispettarle. È una semplice piazza che si incontra per farsi gli auguri, per il Natale e per il nuovo anno, cosciente del fatto che non tutti gli abitanti della zona hanno ormai le stesse feste, curioso di conoscerle un po' di più. Chi partecipa è di-

sposto a mettersi in relazione col suo vicino di casa, a capire quali risposte dà la sua tradizione ai comuni bisogni della vita, a raccontare ed ascoltare quali sono per ognuno i momenti della gioia e dell'incontro familiare e festoso. Momenti diversi nel corso dell'anno a seconda del luogo in cui è nato e della religione che professa, momenti simili per i sentimenti che scatenano. Non solo la gioia, anche la nostalgia, l'intensità con cui si pensa ai parenti lontani o il rimpianto per quello che erano le feste dell'infanzia. Feste che per essere davvero tali hanno bisogno del calore dell'amicizia. Editoriale


SOCIETÀ

di Ambra Moser

Per essere vicini a un popolo “dimenticato”

Anch’io Sinto per un giorno Oltre la rete, i binari e il sottopassaggio Per la prima volta mi trovo al di là della via Brennero, al di là delle macchine che sfrecciano dritte verso la città. È una sera di novembre, la notte scende limpida anche in periferia. Aspetto che Alessio venga a prendermi al cancello, non saprei a che porta bussare una volta entrata nel campo. Sono in mezzo alla linea che divide il margine dal resto del foglio. Cinque minuti in macchina separano quel pezzo di terra da casa mia. Sono oltre ogni barriera: oltre il sottopassaggio, i binari, la rete di ferro, due passi fuori dal campo sinto. Nel buio intravedo Alessio, sta venendo a prendermi, è in maniche corte. Doppio sacco a pelo sotto al braccio e stretta nella giacca, mi preparo ad oltrepassare quella rete come se fosse un portale tra due dimensioni. Ala e Mirko vivono in una casetta di legno, peccato che non sia bella come prima, raccontano. Qualche tempo fa qualcuno ha preferito chiamarla “abuso edilizio”, così Mirko ha potuto ricostruirla solo dopo aver ottenuto il riconoscimento dello stato di necessità. Tra le pareti di legno, al calore della stufetta accesa, mi accomodo al tavolo con gli altri ragazzi che passeranno la notte

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Società

con me; Mirko e Osvaldo stanno discutendo, i giornali locali e le televisioni non hanno dato rilevanza al progetto, la delusione si sta diffondendo nella comunità sinta. La cena è quasi pronta, rumori di pentole, piatti e forchette con cui apparecchiare. Profumi di cucina della nonna si liberano dai coperchi alzati. Ecco Ala che con aria trionfante appoggia una grande scodella di risotto ai funghi in mezzo al tavolo; sappiamo già che il suo contenuto avrà vita breve. La sigla del TGR interrompe le nostre chiacchiere, gli occhi di Mirko cercano di non esternare la commozione quando viene trasmesso il servizio che parla del nostro progetto. Non avverto più la tensione nei suoi discorsi e, sparecchiato il tavolo, Ala ci porta i vecchi album fotografici da sfogliare assieme. Foto di famiglia, con amici, sorrisi a colori e in bianco e nero; sullo sfondo camper e roulotte. Storie di una vita vagabonda che non conosciamo, capace di immortalare attimi di serenità. N. ha mangiato con noi, guardandoci silenziosa. Ora invece ci racconta di quella sua nipotina dagli occhi di volpe e di quella sua fuga d’amore con suo marito Robin, figlio di Mirko, che ci mostra orgogliosa in una foto in bianco e nero. L’accompagno

fuori a fumare una sigaretta, ha voglia di parlare, di mostrarmi la sua roulotte con le tendine di pizzo e le foto e i ricordi attaccati agli armadietti. Si parla di vecchie storie e di lavoro; quando sei sinto e vivi al campo nomadi, diventa impossibile trovare un posto tra la persone “comuni”. Le domande e le curiosità sono tante quando due mondi si incontrano per la prima volta, tanto che si fa già tardi e Ala ci accompagna a letto. Il camper quando andiamo a dormire è caldo, ma la stufetta va spenta durante la notte. Alle cinque di mattina al campo si battono i denti anche se hai il doppio sacco a pelo e dormi con la calzamaglia felpata. Alle sei, il treno sembra schiacciare la tua roulotte, imponendosi con la regolarità dei suoi orari. Alle otto, il sole scalda pure la periferia anche se è novembre, o almeno ci prova, visto che per andare in bagno giacca e sciarpa sono indispensabili. Ala ci accoglie sorridente, con la serenità di chi deve mantenere l’equilibrio nel proprio mondo. Caffè caldo, biscotti e legno che scoppietta nella stufa. Ci salutiamo, un abbraccio, grazie e a presto. Mi lascio alle spalle il campo sinto, l’autobus passa tra due minuti al di là della strada. Oltre il campo, la rete, i binari e il sottopassaggio.

A tre anni dall’approvazione della legge provinciale “Misure per favorire l’integrazione dei gruppi sinti e rom residenti in provincia di Trento”, tuttora inattuata, il gruppo locale di Trento dell’Istituto Paulo Freire Italia ha promosso in novembre l’iniziativa “Anch’io Sinto per un giorno”. L’invito era a vivere almeno una notte e parte del giorno in una microarea abusiva ai margini della città di Trento. Su questa pagina il resoconto di una giovane trentina, Ambra Moser.


RACCONTO

di Gracy Pelacani

L’inquietudine dei numeri secondi Voi che ne pensate? Non è palese l’ovvia contraddizione intrinseca al numero due? Osservatelo bene. Coraggio, più da vicino. L’avete visto anche voi ora, no? Proprio di quello sto parlando, di quella linea curva, così promettente e armoniosa, interrotta poi da un tratto prepotentemente orizzontale, rigido, senza nessuna possibilità d’appello. Non è il numero uno, solo tratti retti, dall’aria immodificabile ma, se non altro, coerente. Non è il numero tre con le sue morbide curve, sinuoso, accogliente. È un numero due, ambiguo, ingannevole. I secondi hanno tutti una caratteristica in comune: che siano secondogeniti, mogli o mariti di seconde nozze, chiunque arrivi secondo dove vi è anche un primo, seconde generazioni. Tutti questi secondi, loro malgrado, sono obbligati a essere felici. Pensateci bene un momento, vi accorgerete che è così. I secondogeniti possono solo essere grati di non dover combattere le battaglie che, invece, i loro fratelli si sono dovuti sobbarcare. Le seconde mogli devono essere entusiaste per forza del loro matrimonio,

qualcun’altra prima di loro ha già statuito, e in modo incontestabilmente definitivo, che no, no, no, lui non era l’uomo per loro. I secondi nelle competizioni non se li ricorda mai nessuno. Fate una prova, che siano le olimpiadi o la corsa campestre della scuola, non cambia nulla. Eppure, poteva andargli peggio, potevano sempre arrivare terzi o non arrivare proprio. I secondi non hanno scelta perché qualcuno ha già scelto prima di loro e per loro, e non c’è nulla che possano fare. Prendete me, per esempio. Sono quella che tutti si divertono a chiamare una seconda generazione. Sì, avete letto bene, si divertono. È strana la società civile, se non stai attento in un secondo si è già fatta portabandiera della tua causa senza che tu te ne sia nemmeno accorto. E te li ritrovi lì, in gruppo e pieni di energia, che raccolgono firme su firme per i tuoi diritti. Quando sento quel seconda non riesco mai, ma proprio mai, a trattenermi dal chiedere: scusate, ma seconda di chi? Ed ecco che vedo comparire sui loro volti un’espressione in cui si mescola l’ovvietà - con le sopracciglia che si inarcano verso l’alto e gli occhi che diventano piccole fessure - al dubbio di non aver capito

bene la domanda. Ma come di chi, della prima generazione, no? Mah - esclamo io - c’è stata una gara di velocità tra generazioni di cui non mi hanno detto nulla? Mamma e papà, mi rispondono tutti, sono loro la tua prima generazione. Ah, certo, mamma e papà, con la loro lingua in cui si confidano segreti, i loro piatti a volte così pieni di spezie da impregnare ogni cosa. Andateci voi a scuola con la giacca che emana odore di curry per tre giorni interi. Spiegateglielo voi ai miei compagni di classe che non posso stare con loro quando finisce la scuola perché devo andare lì, a passare l’estate con i miei cugini che mi guardano strano per tre mesi perché non ascolto la loro musica, non leggo i loro libri, e devo chiedergli di parlare piano altrimenti non capisco nulla di quello che mi dicono. Spiegateglielo voi che sono una seconda generazione. No, non fraintendetemi. Non mi voglio prendere gioco di voi, la mia è ironia a fin di bene. Vi chiedo solo di chiedermi, di chiederci, prima di mettervi a lottare per i nostri diritti, se desideriamo che qualcuno scelga per noi ancora. Lasciateci essere, provare a essere, per una volta, primi anche noi.

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Racconto


Foto di Anosmia

di Halyna Taratula

Monumento in ricordo dell'Holodomor a Kiev

La tragedia del ’900 che gli ucraini non riescono a dimenticare

“Holodomor” genocidio per fame Nel primi anni Trenta in seguito ad una carestia ideata e re- menti delle persone da un distretto all’altro, i contadini non alizzata dal regime comunista morirono da 7 a 10 milioni di potevano andare in città, tutti gli ucraini non potevano lasciare il territorio della repubblica perché fu stabilito il cosiddetto ucraini. La prima carestia (1931-32) fu la conseguenza diretta della “cordone alimentare” lungo il confine dell’Ucraina, sorvegliato collettivizzazione forzata delle aziende agricole private, svol- più severamente del confine sovietico esterno. Nell’agosto del tasi nell’Unione sovietica a partire dal 1929. Parallelamente 1932 venne promulgata una legge sulla proprietà dello Stato, iniziò la guerra di classe contro i presunti agricoltori ricchi. battezzata dal popolo “la legge delle cinque spighe” che preveNella maggior parte dei casi si trattava di contadini laboriosi deva la pena di morte per poche spighe di grano cadute e racche semplicemente possedevano la propria terra e sapeva- colte dalla gente affamata durante la mietitura. Campi, mulini, no coltivarla. Nella primavera 1930 venticinquemila attivisti magazzini riempiti di grano erano sorvegliati da agenti armati. La gente cominciò a morire in massa. comunisti sono stati inviati da Mosca in Ucraina per “invogliare” i contadini la "legge delle cinque spighe" Morirono prima i bambini, seguiti dagli anziani e dagli uomini; per ultime moria raggiungere le cooperative. I metodi prevedeva la pena di morte vano le donne, rivelatesi più resistenti. usati erano piuttosto drastici. verificarono numerosi casi di canniGli agricoltori si opposero alla collettiper poche spighe di grano Si balismo e il governo sovietico adottò vizzazione sovietica, in alcuni villaggi si svolsero vere battaglie contro le pat- cadute e raccolte dalla gente persino una legislazione specifica a questo riguardo. tuglie di revisione autorizzate a misure coercitive compreso l’uso delle armi. affamata durante la mietitura Oggi è impossibile avere il numero esatto delle Vittime della Grande Carestia. Le campagne erano invase dal terrore. Solo in un anno il 70% delle aziende agricole in Ucraina fu Perché si sono estinti interi villaggi, perché centinaia di micollettivizzato e, di conseguenza, le confische alimentari di- gliaia di persone sono state processate, fucilate, deportate in ventavano una prassi istituzionalizzata. Ai contadini venne re- Siberia. Tenendo conto dei dati dei fondi documentali d’archiquisito tutto il grano e una parte del bestiame. Questo provocò vio, in particolare le stime del censimento condotto nel 1937 la morte di 150 mila persone. Alla fine del 1932 le autorità re- in Unione Sovietica, si può affermare che il numero probabile quisirono ai contadini non solo il grano, ma qualsiasi genere di dei morti per fame e per malattie, disturbi psichici e mentali, alimenti, tutto il bestiame e il corredo agricolo (falci, pale, zap- suicidi, antropofagia ecc.,nel periodo tra l’aprile del 1932 e il pe e rastrelli) ed infine distrussero persino i forni da cucina. Fu novembre 1933 superi i sette milioni. vietato ogni tipo di commercio di prodotti alimentari nelle zone Il picco dell’Holodomor si è registrato nella primavera del rurali sotto la minaccia di severissime pene quali la reclusio- 1933. Ogni minuto morivano diciassette persone, mille ogni ne a più di 10 anni e la fucilazione. Furono vietati gli sposta- ora, venticinquemila al giorno. Estratto da Breve storia dell'Holodomor di Olena Ponomareva, ucrainista dell'Università la Sapienza di Roma. Il testo è apparso sul numero 14/15 de La voce ucraina in Italia, mensile nato nel 2009 e pubblicato in lingua madre.

Storie di popoli


CULTURE

di Lidia Saija

“La quarta parete”, prima compagnia teatrale albanese in Italia

Una forte identità messa in scena «La Compagnia teatrale “La Quarta Parete” e stata fondata nel febbraio del 2008 da due artisti albanesi, Albert Dedja e Dardana Bërdyna, diplomati all’Accademia di Belle Arti di Tirana in Albania. Terminati gli studi, lavorano per il Teatro Professionista “Aleksander Moisiu” di Durazzo, ma nei primi anni Novanta, la mutata situazione politica li costringe a lasciare la loro terra e stabilirsi in Italia, nella città di Trento, dove attualmente vivono e svolgono la loro attività artistica. Questa esperienza drammatica, che ha segnato profondamente il loro essere artisti, genera la necessità di raccontarsi attraverso il linguaggio teatrale per instaurare un rapporto di scambio culturale diretto con le persone». Così si presentano i due artisti albanesi nel loro sito www.laquartaparete.it La quarta parete è il sipario: l’intento è abbattere la sua funzione di separazione tra attori e pubblico, affinché ci si capisca meglio. Rifiutando l’idea che il teatro sia solo intrattenimento (per quello c’è la TV o la radio), Dardana sottolinea l’importanza del suo ruolo educativo. Teatro come strumento di conoscenza, come modo per creare un varco nella struttura mentale dello spettatore, nel suo siste-

ma di stereotipi, favorendo la riflessione e l’apertura verso ciò che non gli è familiare. Per raggiungere questo obiettivo, le piace sperimentare l’utilizzo di strumenti vari (musica, video ecc), senza che però questi diventino i protagonisti del palcoscenico: bisogna che ci sia un intreccio il più armonioso possibile tra gli elementi che compongono la scena, ma a svolgere la parte principale dev’esserci la parola. Senza musica o video, il teatro esiste, senza l’attore non può esistere. L’esperienza de “La Quarta Parete” per Dardana e Albert è unica, non solo perché è la prima compagnia teatrale albanese in Italia (al momento del loro debutto nel 2008 con La mano che non mordi), ma perché molto diversa dai loro trascorsi lavorativi con il teatro di Durazzo. In questo caso si tratta quasi di una scuola di teatro che lavora su singoli progetti e per ogni progetto sceglie ad hoc, tramite piccoli provini, le persone che entreranno a farne parte. Persone che non sempre hanno una preparazione specifica e che, in ogni caso, vengono preparate sia a livello teorico che a livello pratico, con un intenso lavoro di gruppo. Ad essere particolarmente curato in questa compagnia è anche l’aspetto relazionale

e psicologico, con lo scopo di creare un ambiente piacevole nel quale svolgere al meglio la propria attività, inducendo tutti i componenti del gruppo a dare il meglio di sé. La prospettiva per il futuro è dare stabilità alla compagnia, nella speranza di una continua espansione, contando sulla professionalità dei tecnici che lavorano con il gruppo e sull’incoraggiante appoggio del pubblico. Da La mano che non mordi (adattamento dell’omonimo libro di Ornela Vorpsi) al loro ultimo lavoro Io non so perché mi trovo qui si assiste al dipanarsi di un percorso che parla del modo di Dardana ed Albert (e di tanti albanesi della loro generazione) di entrare a far parte dell’Europa, parla delle seconde generazioni, dell’orgoglio di rappresentare “il gruppo a cui appartieni”, del rispetto delle proprie aspettative e del tentativo di avvicinarsi il più possibile alle proprie aspirazioni, non tradendole dopo l’inaspettata e traumatica partenza. Tenendo conto che la conversazione con Dardana si è svolta casualmente proprio il giorno di celebrazione dei cento anni di indipendenza dell’Albania (28 novembre), tutto assume un sapore più intenso e gli occhi brillano di nostalgia ed orgoglio insieme.

Sito: www.laquartaparete.it Facebook: La Quarta Parete Italia In occasione del Festival Fili d’oro (2010) del Gioco degli Specchi, la compagnia “La Quarta Parete” partecipò con lo spettacolo Il viaggio di Ulisse e le sue identità. Identità raccontata dagli attori della Compagnia ed altre persone coinvolte, di varia provenienza; Africa, Perù, Albania, America, Italia. “Un'identità forte è una finestra sul mondo, capace di includere in sé anche le altre. Se è debole, invece, si limita a glorificare se stessa”.»


ORIZZONTI

di Marco Pontoni

Un quartiere di Lod abitato in prevalenza da musulmani

Iniziative concrete della Provincia di Trento in Medio Oriente

Israele: donne per la pace, nonostante tutto "Sono nata nel deserto, in una famiglia beduina. Ho avuto la possibilità di studiare a Londra. Ed è stato lì che improvvisamente tutto mi è diventato chiaro: gli europei cercavano proprio le cose da cui avevo preso sempre le distanze, i prodotti naturali, le erbe, i saperi tradizionali. Sono tornata a casa e sono andata di nuovo a 'scuola', stavolta da mia nonna. Ho imparato tutto quello che lei sapeva sulle piante che crescono nel deserto, sulle proprietà del latte di cammella, su queste cose che aveva sempre cercato di insegnarmi, fin da quando ero piccola. Poi ho aperto la mia linea di prodotti cosmetici. Non è stato facile. Quella beduina è ancora una società tradizionale, non vedevano di buon occhio questa mia iniziativa. Ho pagato anche un prezzo, non mi sono mai sposata, scelta che nella nostra società è incomprensibile. Ma è andata bene; oggi ho i miei clienti a livello locale e grazie a internet sto espandendo la mia attività, anche verso l'Italia." Chi parla è Mariam, altrimenti detta, nel suo profilo Facebook, "Desert daughter" (“figlia del deserto”). Abbiamo incontrato questa donna orgogliosa a Tel Sheva, cittadina beduina nel deserto del Neghev. Mariam è una delle tante facce di un paese contraddittorio, difficile, pieno di storia, di fascino, di lacerazioni. La storia stessa dei beduini d'Israele è così: in gran parte musulmani (ma anche cristiani), vivevano la tradizionale vita nomade propria del loro popolo. Dopo la nascita dello stato d'Israele, nel 1948, vennero inurbati a forza in sette nuovi centri urbani, creati appositamente per questo scopo. Il trauma è stato ovviamente fortissimo. Tel Sheva è anche oggi la "periferia povera" di Ber Sheva, città che, per la sua posizione, è chiamata la "porta del deserto". Con una delegazione trentina, composta da rappresentanti dell'assessorato alla solidarietà internazionale e convivenza della Provincia, della Fondazione Fontana, delle donne rurali della Coldiretti, abbiamo visitato la locale scuola pubblica, interessata ad un progetto della Fondazione Rashi, ebraica. L'obiettivo è migliorare la qualità dell'insegnamento. Quella di Tel Sheva è la prima scuola beduina ad esserne interessa-

Orizzonti

ta, delle oltre 60 fino ad oggi coinvolte nel progetto in tutto Israele. Un piccolo segnale, ovviamente. Che però significa molto. Non solo per i risultati concreti che può portare, nella lotta alla spirale della povertà, ma soprattutto perché crea legami e fa sì che persone appartenenti a realtà molto lontane anche quando vivono praticamente gomito a gomito, possano conoscersi e "fare assieme", senza peraltro rinunciare alla loro identità Un altro segnale, unico nel suo genere, è quello lanciato dalle "donne per la pace" che hanno animato le prime due edizioni di Officina Medio Oriente a Trento: Hedva Goldschmidt, Faten Helzinaty, Tehilabila Barshalom, Suha Ibrahim Maraee, Adina Barshalom, Dganit Fashima, Nuba Farran. Il gruppo si è costituito durante la prima edizione della manifestazione, quella del 2010, pur essendo composto da donne che vivono tutte in Israele: evidentemente, ritrovarsi in campo "neutro", senza le forti pressioni a cui si può essere sottoposte in patria, aiuta ad abbandonare i timori e le riserve mentali, ad aprirsi verso l'altro. Le protagoniste di questa esperienza appartengono infatti a mondi diversi: si va dall'ebrea ultraortodossa alla musulmana-beduina, dalla drusa alla cristiana. Ad accomunarle è il loro essere leader di comunità: c'è chi lavora nel sociale, chi nel mondo dell'istruzione o dei media, chi ricopre ruoli importanti in seno all'università e così via. Per incontrarsi devono superare molti ostacoli, non solo quelli presenti all'interno della società israeliana ma anche quelli legati alla loro condizione "di genere"', come si è soliti dire, ovvero in sostanza, il loro essere donne laddove tradizionalmente è più spesso l'uomo ad avere potere e prestigio. Un paio di esempi delle cose fatte in questi primi due anni. Innanzitutto, il corso per la risoluzione pacifica dei conflitti organizzato dallo Haredim college, l'università degli ebrei ultraortodossi creata da Adina Barshalom, figlia del Gran rabbino di Gerusalemme, con il sostegno della Provincia autonoma di Trento. Un'esperienza unica, nata in un contesto apparentemente molto chiuso, che per l'occasione ha aperto


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Rovere Rosmini di o e ic L l a o Hu Lanb

"Desert daughter", la figlia del deserto.

le sue porte anche a corsiste arabe e delle altre comunità che convivono nel Paese. Un altro esempio potrebbe essere quello del centro comunitario di Lod, aperto in un quartiere degradato della città, abitato prevalentemente da beduini inurbati; il centro in passato, e nonostante la sua collocazione, era caduto in disuso, soprattutto per mancanza di fondi, e di fatto privatizzato da un'associazione ebraica (nel cuore di un quartiere musulmano), divenendo più un luogo di tensioni che di incontro. Ma recentemente è stata avviata una nuova gestione.

I romanzi di Van Gulik sul giudice Dee

La direttrice della struttura è ora Faten, musulmana, che ha in Tehilabila, ebrea ortodossa, il suo braccio destro. Nei giorni della nostra visita stava per aprire il primo doposcuola per i bambini delle famiglie beduine del quartiere, e quindi altre attività rivolte ai giovani e alle donne. Il centro promuove inoltre un programma per il recupero del fatiscenti condomini della zona: con 10.000 euro si possono risanare fino a 40 appartamenti, ricorrendo al lavoro semigratuito della popolazione. L'importante, è agire per costruire, non per distruggere. E possibilmente, per costruire assieme.

Se anche i cinesi amano i gialli

di Fernanda Beozzo

Parlare di “Gialli cinesi” può sembrare un gioco di parole ma non lo è. Si tratta proprio di romanzi gialli ambientati in Cina e aventi per protagonista un investigatore cinese. Se ne è discusso in apertura della Settimana “Squadra Vincente”, lo scorso 6 novembre, in un incontro dal titolo “I casi del giudice Dee di Robert Van Gulik". A presentare il tema è stato Maurizio Gatti (nella foto a fianco), già assistente universitario di Psicologia Sociale e Antropologia culturale alla Cattolica di Milano e a Ca’ Foscari di Venezia, nonché studioso di culture orientali e fondatore della casa editrice O barra O. L’autore di questi gialli, Robert van Gulik (1910-1967), è nato in Olanda nel 1910, si è laureato in letteratura cinese e nipponica ed è stato diplomatico nelle ambasciate di Washington, Beirut, Kuala Lumpur e Tokyo. Ha pubblicato studi sulla religione, diritto, giurisprudenza e arti cinesi, sull’arte del liuto (che lui stesso suonava) e sull’arte d’amare. Definito ”un uomo occidentale con il cuore orientale”, scrisse sedici libri ispirati al personaggio del giudice Dee, realmente esistito nel 600 d.C. durante la dinastia Tang. L’infallibile giudice, investigatore d’acuto ingegno, viaggiava da una regione all’altra del Celeste Impero per sciogliere casi criminali. La sua convinzione era che il criminale crea disordine e che il suo dovere era quello di ristabilire l’ordine e l’armonia. E per riuscirci alle volte prendeva spunto dai saggi e dalla natura, che lo aiutavano a trovare il bandolo della matassa. Maurizio Gatti per ben due ore ha inchiodato l’attenzione di tutti raccontando le storie del giudice Dee e l’abilità di scrittore di Van Gulik, undici libri del quale sono stati tradotti anche in italiano. Orizzonti


STORIE

di Lucian Berescu

Il corso della mia vita: autobiografia di un rumeno che vive in Trentino

Difficile ridurre una vita nello schema di un curriculum Negli ultimi 10 anni, i miei nomi hanno subito deliziose declinazioni. Nella vita di tutti i giorni, mi chiamano Luciano e a volte Beresco. Durante le mie incursioni oltre le Alpi, nella terra dei cugini francesi, mi chiamano Lucien oppure Lucianò e non di rado Berescù. E mi dicono che ho uno spiccato accento italiano. In Inghilterra sono sempre Luciano. Solo nella terra di origine sono ancora Lucian. Sono nato nello stesso anno in cui gli Abba vinsero l’Eurovision con la canzone Waterloo e Richard Nixon perse la presidenza degli Stati Uniti con il Watergate. Nel 1974, dunque, con cittadinanza rumena, e, di nuovo, con cittadinanza italiana, nel 2011, quando l’Italia celebrava i 150 anni di vita. Adesso ho doppia cittadinanza e custodisco la mia duplice identità linguistica e culturale con orgoglio e soddisfazione. Ho, altrettanto, il cuore che batte in lingua francese e la testa che ragiona all’inglese. Abito in Italia dal 2001. A Trento, scoperta su Internet, per caso, sono arrivato nel 2003. Con biglietto di sola andata. Dal profondo e solare Sud, Sicilia. Alla piccola stazione di Trento sono sceso dopo circa 27 ore di viaggio. Era un piacevole tardo mattino di inizio settembre. Aveva appena piovuto e la terra aveva odore di fresco autunnale. Recentemente, ho deciso di riappropriarmi della mia anima. Ho rinunciato all’ambìto contratto a tempo indeterminato per buttarmi nel caos creativo, marchio dei nostri tempi. Il mio mondo interiore ha sempre viaggiato e parlato lingue e culture diverse. L’idea di ricominciare a nutrire le mie passioni nella sfera della comunicazione e della cultura dava nuova linfa alla mia indomabile anima. E le soddisfazioni non sono tardate. In ordine cronologico, dal più recente: • ora scrivo il mio primo articolo per la rivista Il Gioco degli Specchi, e proprio come in un gioco di specchi, vedo riflettersi davanti ai miei occhi, il corso della mia vita. Meglio conosciuto con il nome latino: Curriculum Vitae.

Storie Storie

Eppure suona cosi bene in italiano… • per un mese estivo ho accompagnato a York, nel Regno Unito, un gruppo di 15 studenti trentini beneficiari di un programma di immersione linguistica e culturale. È stata l’occasione ottimale per rispolverare latenti abilità comunicative e di mediazione culturale. In altre parole, un po’ amico, un po’ guida, un po’ prof. Per gli inglesi, un group leader; • all’inizio dell’estate ho formalmente materializzato la mia passione di vecchia data per l’insegnamento. Ho sostenuto, al mio debutto come formatore, il modulo “Le parole dell’accoglienza” evoluto successivamente in un corso di formazione che si propone di aprire una finestra sul futuro: “Comunicazione Turistica 3.0.” • in tarda primavera, ho redatto, insieme a una docente universitaria, il saggio La prospettiva geografica inserito in un ambizioso progetto editoriale dal titolo La regione TrentinoAlto Adige/Südtirol nel XX secolo. La pubblicazione è in corso di stampa, in versione italiana e tedesca. E prima? • per quasi quattro anni sono stato referente, negli uffici centrali di Trento di un importante gruppo turistico-immobiliare per un settore a metà strada tra immobiliare e turismo: la multiproprietà. Mi sono occupato, con diligenza, notava il mio grande capo, della cura e della gestione della comunicazione commerciale e della gestione dei rapporti con i clienti multiproprietari. È stato il mio secondo contratto a tempo indeterminato. Che, tuttavia, non mi ha impedito di interromperlo e di rimettermi in gioco cogliendo nell’attuale crisi una grande opportunità di cambiamento: mentale e professionale; • per poco più di tre anni, ho raccolto grandi soddisfazioni dal lavoro stagionale di receptionist in quattro alberghi,


La chiesa ortodossa dell’ospedale municipale di Bacau

Contadini rumeni in Transilvania

tutti di 4 stelle, sparsi tra il Trentino e il Friuli Venezia Giulia. Al mondo alberghiero mi sono avvicinato allo stesso tempo con timidezza e curiosità, con entusiasmo e interesse; • a cavallo tra il secondo e il terzo anno di università la collaborazione con l’Università degli Studi di Trento nell’ambito della comunicazione segna il ritorno temporaneo alla vecchia passione: la scrittura. Un periodo effervescente, gratificante e ricco di emozioni, svolto all’interno delle cosiddette “150 ore” universitarie che mi ha aperto nuove finestre sugli intrecci culturali e umani insiti in questa terra rudemente alpestre; • significativo sul piano umano e professionale è stato anche il periodo di quasi cinque anni, precedente al mio arrivo in Italia. Sono gli anni trascorsi nella redazione del quotidiano rumeno “Desteptarea” (“Il Risveglio”), come redattore, segretario di redazione e correttore. Una carriera frizzante, prima di salutare lavoro e Paese e, valigia di sogni e speranze in mano, partire verso l’irraggiungibile, all’epoca, Occidente. Trento negli anni di università mi ha dato grandi soddisfazioni intellettuali. Qui, nella terra di Battisti e De Gasperi ho conseguito due lauree in ambito umanistico: la laurea specialistica in Scienze Linguistiche per le Imprese, la Comunicazione Internazionale e il Turismo e laurea di primo livello in Mediazione linguistica per le Imprese e il Turismo. Il titolo un po’ troppo solenne di dottore magistrale ha il sapore e i colori della mia terra. Le mie due tesi finali parlano della Romania: turistica, in lingua francese, “La Roumanie dans les guides de voyage français (Guides Bleus 1974, Guide du Routard 1992/1993, Guide Évasion 2009)”, e sociopolitica, in lingua inglese “’Reborn in Blood’ 1989 Romania in THE TIMES”.

Uno scorcio del centro di Bacau, dominato dagli edifici caratteristici dell’epoca socialista

Gratificante sul piano umano e lavorativo è stato il soggiorno di studio e lavoro a Parigi, per uno stage di quattro mesi nell’ambito professionale Comunicazione, Marketing, Immagine e Pubblicità di un progetto transnazionale ormai estinto. Negli uffici di uno dei più dinamici tour operator francesi, specializzato in viaggi su misura, mi è stato chiesto di progettare e lanciare una nuova destinazione turistica: la Romania. È proposta ancora oggi. L’esperienza ha lasciato il segno: da allora il cuore batte in lingua francese. Recentemente mi sono recato nuovamente in Francia, a Tours, la capitale della Valle della Loira, per un’immersione linguistico-culturale di quattro settimane. In quell’occasione il cuore mi ha confermato i suoi battiti in lingua francese e la commissione di una prestigiosa istituzione universitaria la certificazione linguistica internazionale DALF C1 (Diplôme approfondi de langue française C1). Un esercizio formativo di elevato impatto intellettuale e motivazionale si è felicemente materializzato in cinque giorni dipinti di autunno. Si è dibattuto a lungo sulla vocazione turistica del Trentino e sulla sua capacità di reinventarsi per competere con successo sul sofisticato mercato turistico nazionale ed internazionale. L’ultimo incontro con la formazione professionale si è svolto al MART di Rovereto. Due giorni colmi di incontri e dibattiti hanno fatto del convegno nazionale “Formarsi ad un ethos interculturale” un emozionante viaggio esplorativo nelle scuole italiane. Custodisco orgogliosamente la mia anima multiculturale. Gli allenamenti linguistici e culturali mi hanno permesso una certa disinvoltura comunicativa nelle lingue di Voltaire e di Shakespeare, ma anche di Dante e di Eminescu. Del resto, l’autonomia raggiunta dopo più di undici anni di permanenza in Italia mi permette di sentirmi pienamente bilingue: rumeno e italiano.

Storie


IMMIGRATI E LAVORO

di Manuel Beozzo

Dall'ammissione all'inclusione Presentati a Roma i risultati di una ricerca del CNEL che ha messo a confronto le politiche europee di integrazione sociale degli stranieri

L'analisi sul tema delle migrazione si è, negli ultimi decen- contro di presentazione della ricerca che due sono i punti da ni, intensificata in varie direzioni in maniera evidente: dalla tenere presenti se si parla di integrazione (un termine che sociologia alla giurisprudenza, dall'economia alla letteratura, inevitabilmente rima con immigrazione): (1) l'inserimento dal dibattito politico ai “discorsi da bar”. Tutto ciò ha dato degli immigrati nel mercato del lavoro italiano e (2) i tipi di grande centralità a questo argomento ed ha inoltre reso chia- approcci che determinano le politiche di integrazione degli ro un punto: l'Italia è diventata un Paese di immigrazione e va stranieri. quindi così considerata. Questo punto viene ripreso nell'ennesimo lavoro sulla tematica delle migrazioni, presentato il Riguardo al primo punto se è vero che il lavoro veicola l'innovembre scorso, dal titolo: “Dall'ammissione all'inclusione: serimento sociale e lavorativo degli immigrati, è vero anche verso un approccio integrato? - Un percorso di approfondi- che spesso ci si trova di fronte ad una separazione con la mento comparativo a partire da alcune popolazione autoctona, che solitamenrecenti esperienze europee” realizzato se è vero che il lavoro veicola te preferisce altri tipi di occupazione. dal Fieri, Forum Internazionale ed EuL'inserimento lavorativo - si legge nel l'inserimento sociale e ropeo di Ricerche sull'Immigrazione, su rapporto - viene sempre meno considecommissione dall'Organismo Nazionale lavorativo degli immigrati, rato sufficiente veicolo di integrazione e di Coordinamento per le politiche di incoesione sociale. È ora di superare l'eè vero anche che spesso quazione, volendo prendere una parola tegrazione sociale degli stranieri (Onc) del CNEL, Consiglio Nazionale dell'Ecoche sia l'Italia che il Trentino ben conoci si trova di fronte ad nomia e del Lavoro. scono, immigrato uguale Gastarbeiter, una separazione con la gli italiani migrati in Germania in cerca La ricerca compara lo stato dell'arte e di fortuna, termine che tradotto suona popolazione autoctona, le politiche in materia di immigrazione come: lavoratori ospiti. Oggi le cose e integrazione di Francia, Germania, che solitamente preferisce sono e vanno cambiate, in Italia come Italia, Regno Unito, Spagna, in qualità in tutta l'Europa. Oggi è indispensabile altri tipi di occupazione. di Paesi con il più alto numero di poporagionare su “cosa fare con le persone lazione così come di presenza di immigrati all'interno dell'U- immigrate che sono qui, nella consapevolezza che esse renione Europea (i cinque Paesi ospitano infatti oltre il 75% steranno e nella prospettiva di nuovi arrivi”. Si parta quindi di stranieri – intesi come cittadini provenienti da Paesi non così la ricerca dalla regolazione dei flussi migratori anche in facenti parte della Comunità). A questi Stati la ricerca aggiun- funzione delle prospettive di inserimento economico a lungo ge Paesi Bassi e Svezia “in quanto teatro di sviluppi politici termine. caratteristici ed interessanti”. Viene dunque rimarcata la fondamentale importanza delle Antonio Marzano, presidente del CNEL, ricorda durante l'in- seconde (e seguenti) generazioni. I figli, o i figli dei figli, fre-

Immigrati e lavoro


quentano le scuole presenti sul territorio nazionale e parlano cipati culturalmente e liberi di esprimere la propria diversità, la lingua del Paese in cui nascono, assumendo, nel tempo ma di fatto guardati e trattati con diffidenza”. Nasce così, a lie nel contatto, le stesse aspettative dei coetanei (autocto- vello comunitario, quella che viene denominata la svolta neoni), attenuando così la separazione tra le culture. Conclude assimilazionista nelle politiche di integrazione della maggior quindi Marzano con un invito, di granparte dei Paesi europei: “assume semde attualità nei discorsi della pubblica pre maggiore centralità l'affermazione l'Unione Europea vede opinione e della politica, rivolto al legidei valori e delle identità culturali del nell'immigrazione un slatore italiano, ricordando cioè quanto Paese di arrivo, e la richiesta ai nuovi sia indispensabile intervenire su norme arrivati di manifestare, attraverso la importante aiuto per che regolano l'acquisizione e il riconosottoscrizione di un contratto o la frecontrastare il calo scimento della cittadinanza italiana, in quenza di corsi di educazione civica, la breve l'attuazione dello ius solis. demografico e dare rilancio volontà di integrarsi nel rispetto di tali Torniamo al secondo punto sopra citavalori e accettando gli obblighi che ne economico alla zona euro derivano”. to. La ricerca esprime chiaramente la tendenza delle politiche di integrazione degli Stati dell'UE ad essere sì tendenzialmente di tipo multi- Si vede quindi nella comunanza culturale il requisito essenculturale, ma allo stesso tempo evidenzia un'altra tendenza, ziale ai fini della integrabilità. Fortunatamente nemmeno ovvero la presenza di (forti) separazioni all'interno della so- questo è definito il punto di arrivo. Si evince, tra le righe concietà. All'inizio del nuovo secolo si sono create, in vari Paesi clusive della ricerca, che l'affinità culturale non è un attributo d'Europa, situazioni che necessitarono di innestare un cam- decisivo per rendere l'integrazione un fenomeno possibile ed biamento nel ragionare sul tema dell'immigrazione. Siamo in è indispensabile, per rendere effettivi ed efficaci i processi di una Unione Europea lontana da una vera strategia comune integrazione, guardare con grande rispetto alle attività offerma che unitariamente, nella strategia “Europa 2020”, vede te dagli enti locali e, aggiungo io, dalla comunità, dai quartienell'immigrazione un importante aiuto per contrastare il calo ri, dai rioni, ovvero dalla gente, da noi. Perché, parafrasando demografico e la perdita di competitività dell'economia, ovve- un concetto espresso da Giuseppe Sciortino (direttore del ro per dare rilancio economico alla zona euro. dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale di Trento) è più importante insistere su un'integrazione civica, piuttosto che Siamo però anche in un'Europa in cui politiche di assimila- su una difficilmente definibile integrazione culturale. zione che miravano ad includere gli immigrati, chiedono in cambio l'abbandono di specificità culturali; in un'Europa che nonostante la presenza di politiche aperte al riconoscimento (A questo link è scaricabile gratuitamente la ricerca delle identità delle diverse comunità, crea “situazioni di se- “Dall'ammissione all'inclusione: verso un approccio integrato?" : gregazione economica e sociale di gruppi sulla carta eman- www.cnel.it/271?shadow_documento_altri_organismi=3446)

Immigrati e lavoro


IMMI/EMI Storia di un “sans papiers” trentino in Francia, Celestino Fontana

Quando i clandestini eravamo noi Testimonianza di Marie Fontana raccolta da Mariacarla Failo

Nel 1915 mia nonna Caterina rimase vedova a 37 anni con 9 figli, l’ultima dei quali aveva un mese e mio papà Celestino, sestogenito, stava per compiere 8 anni. La famiglia fino a quel momento aveva vissuto piuttosto bene: il nonno faceva l’ ambulante come tanti nel Tesino e la nonna teneva una delle osterie del paesino di montagna dove avevano già fatto la casa. Si era in periodo di guerra e con la malattia e la scomparsa così giovane del nonno iniziarono tempi duri, così le due figlie più grandi, Maria e Teresa, partirono per lavorare nelle fabbriche della Svizzera. Nel 1918 arrivò anche la “spagnola”, un’influenza spesso mortale che colpì quasi tutte le famiglie, compresa quella di Caterina. Maria e Teresa tornarono a casa per aiutare la mamma e morirono una dopo l’altra. Nel 1920 morirono anche le due ragazze più giovani, sempre a causa della “spagnola”. A quei tempi un fratello della nonna Caterina viveva già in Francia, nella

Immi/Emi

regione dell’Alsazia, e così, concluso il periodo della leva militare, a uno a uno, Giovanni, nato nel 1900, Erminio, del 1902, Antonio, del 1904, partirono per la Francia e precisamente per la zona parigina di Nogent sur Marne, a circa 12 chilometri dal centro dove c’erano tanti italiani. Lì vivevano e lavoravano come muratori: il lavoro era scarso, ma la situazione economica era un po' migliore che in Trentino o in Alsazia. Celestino, il più giovane dei maschi della famiglia, arrivò in Francia negli anni ’30, quando, concluso anche lui il militare, prese il treno con l’intenzione di raggiungere i fratelli. Nel viaggio fece amicizia con un italiano che aveva “il contratto”, cioè era già in possesso di un contratto di lavoro. Si misero d’accordo per chiedere al suo datore di lavoro se avesse bisogno di un operaio in più e così Celestino, visto che la situazione dei fratelli non era felicissima, si fermò anche lui alla stazione subito dopo Modane, a circa 600 chilometri da Parigi, dove cominciò a lavorare, dopo aver consegnato

il passaporto al datore di lavoro. Dopo un po' di tempo e qualche paga settimanale, Celestino si accorse, però, che una volta pagati il vitto, l’alloggio e un paio di zoccoli, non rimaneva quasi niente... Probabilmente non aveva il coraggio di chiedere la restituzione del passaporto e così decise di scappare senza documenti. Prese il treno per Parigi, per la “Gare de Lyon”, la stazione d’arrivo di tutti gli italiani che venivano in Francia. Non parlava francese, era senza passaporto, aveva solo un biglietto con l’indirizzo dei fratelli. Per sua fortuna a quell’epoca la “Gare de Lyon” era piena di italiani e di solidarietà: un italiano lo accompagnò fino a Nogent sur Marne, dove poté ritrovare i fratelli. Per la paura di essere scoperto senza documenti (“sans papiers”), Celestino si nascose per un mese; poi fece una denuncia di perdita dei documenti, riebbe il passaporto e trovò un lavoro. La vita continuava........ Oggigiorno tutta l’Europa è piena di “sans papiers” per motivi vari: non è una cosa nuova!


Mi ricordo Beirut di Zeina Abirached Edizioni BeccoGiallo, 2010 www.beccogiallo.it

Per gentile concessione dell'editore

Cosa succede nella mente di un bambino che cresce in un periodo di guerra? quali conseguenze restano anche nell'età adulta in chi ha preso l'abitudine di lasciare ogni notte il suo zaino accanto al letto, sempre pronto in caso di fuga? "La mia generazione, nata sotto le bombe, non è mai riuscita a liberarsi fino in fondo del sapore della guerra." Zeina Abirached ci disegna ancora i suoi ricordi di bambina nella Beirut della guerra civile. Già nel libro che l'ha resa celebre anche in Italia, Il gioco delle rondini, Beccogiallo, 2009 ci descriveva una 'normale' giornata di due bambini, trascorsa nell'ansia e nell'attesa del rientro dei genitori, circondati dall'affetto e dalla solidarietà di condomini indimenticabili.

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Numero 11_ dicembre 2012  

Il periodico dell'associazione Il Gioco degli Specchi