Giugno 2011_Riflettiamoci n.5

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Trimestrale dell’associazione Il Gioco degli Specchi - ANNO II

NUMERO 2 – GIUGNO 2011

PROVE DI CIVILTÀ L’Italia dei diritti tutelati e violati


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EDITORIALE Liberté, égalité, fraternité?

PRIMO PIANO Lampedusa 2011, una storia che si ripete da vent’anni

SOCIETÀ Lavoratori migranti in tempi di crisi

SOCIETÀ Corsi di italiano per stranieri: opportunità di crescita per tutti

IMMI/EMI Intervista all’on. Franco Narducci

CULTURA IN GIOCO La musica come strumento di integrazione

STORIE Dalla Moldavia all’Italia, spinta dalla voglia di futuro MEDIA Quando i giornalisti parlano di “tsunami umano”

ASSOCIAZIONI Notizie a colori: esperienze di giornalismo interculturale

ASSOCIAZIONI Il fuoriclasse bulgaro capitano della Trentino Volley FUSIONI Sardi che mangiano ligure e tunisino La miniera della lingua

IL GIOCO DEGLI SPECCHI periodico dell’Associazione “Il Gioco degli Specchi” Reg. trib. Trento num. 2/2010 del 18/02/2010 direttore responsabile Fulvio Gardumi direttore editoriale Mirza Latiful Haque

redazione via S.Pio X 48, 38122 TRENTO tel 0461.916251 - cell. 340.2412552 info@ilgiocodeglispecchi.org www.ilgiocodeglispecchi.org progetto grafico Mugrafik stampa Litografia Amorth, loc. Crosare 12, 38121 Gardolo (Trento) con il sostegno di Comune di Trento Assessorato alla Cultura e Turismo Provincia Autonoma di Trento

EDITORIALE

di Maria Rosa Mura

Liberté, égalité, fraternité? Il cammino della speranza verso un’Italia più giusta

L’Italia del 2011 non è la patria dei diritti umani: ha figli, figliastri e ‘barbari’ da respingere. Nel nostro paese non esiste uguaglianza, solo alcuni privilegiati godono i diritti previsti dalla nostra Costituzione, ne sono prive masse di donne di giovani di anziani di zingari di immigrati di poveri di carcerati. Quello che non riesco a reggere è la stupidità delle scelte che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, ma limitiamoci a parlare di immigrati e delle decisioni per bloccare il naturale movimento delle persone sulla terra. Si tratta di scelte irrazionali, perchè è evidente che i movimenti di intere popolazioni non si possono in alcun modo fermare. Scelte cieche perchè non vedono il tornaconto della propria comunità. Non parlo di diritti – umanità - ospitalità – non disturbiamo nemmeno radici cristiane e civiltà - niente buonismi da anime belle, faccio solo i conti: questo tipo di politica è costosissimo e suicida. Nell’Italia di oggi i rimpatri con l’areo sono costosissimi, gli sgomberi degli zingari continuamente ripetuti sono costosissimi, i lager con varie sigle che abbiamo creato sono costosissimi, il degrado sociale è costosissimo e provoca conseguenze costosissime. Le delusioni che infliggiamo a masse così grandi di persone, le politiche violente di respingimento di tanti giovani diventeranno tristemente costose. Per contro gli immigrati sono funzionali alle esigenze delle famiglie e delle imprese e ormai indispensabili in alcuni settori economici. Versano alle casse pubbliche più di quanto riscuotano come prestazioni e servizi. I lavoratori immigrati hanno versato 7 miliardi di contributi annui all’INPS risanandone il bilancio, dato che sono giovani e non riscuotono pensione. Hanno dichiarato al fisco 37 miliardi l’anno e contribuito al PIL nazionale per l’11%. (E ringraziamo se ancora vengono a cercare lavoro: vuol dire anche che la nostra economia non è in rovina)*. Sento l’obiezione: non possiamo accoglierli tutti! Certo, possiamo però dare regole chiare, semplici, sicure, umane, non soggette all’arbitrio. L’Italia invece concede possibilità irrisorie per un ingresso legale, fornisce risposte insopportabilmente tardive, usa la pessima pratica delle sanatorie (cinque), inventa quote privilegiate - per le badanti sì per gli altri no - contribuisce in tutto a spingere alla clandestinità gli immigrati che arrivano o vi fa precipitare quelli che perdono il lavoro.

Già la Bossi-Fini, che collega strettamente permesso di soggiorno e lavoro, porta allo sfruttamento del lavoro e alla clandestinità, il cosiddetto pacchetto sicurezza del 2009, la legge 94/09, ha poi inventato il reato di clandestinità, un mostro giuridico: si commette reato per quel che si FA, non per quello che si È! Uno stato civile apre canali legali di ingresso, facili e sicuri, garantiti da una normativa certa, affronta rapporti internazionali con lungimiranza, dà vita a politiche culturali di convivenza. L’Italia 2011 purtroppo è una nazione in cui i diritti umani sono sempre più ignorati, ad un punto tale che dovremo ben renderne conto, anzi: pagarne il conto, se non altro per il livello di imbarbarimento a cui ci siamo ridotti. Non possiamo aspettare che intervengano le corti internazionali a condannare la nostra normativa. Sappiamo e vediamo, tocca a noi farci sentire. Ma cosa può fare il singolo? Intanto ripulire il lessico corrente dalle espressioni razziste, colpirle ogni volta col biasimo sociale, diffondere dati reali e veri sugli immigrati e riconoscere l’apporto che danno alla società italiana. Rifiutare menzogne e paure non motivate, diffuse ad arte. Reagire all’ingiustizia sotto i suoi occhi fino alla soluzione del problema. “Anch’io in fila alle sei”: vi ricordate? Da anni a Trento assistevamo alla fila degli immigrati in via S.Marco, con ogni clima e a partire dalla notte, dal giorno precedente,

ITALIANI CLANDESTINI “Il cammino della speranza” è il titolo di un film del 1950 in cui Pietro Germi racconta le difficoltà affrontate da un gruppo di italiani che cercano di entrare clandestinamente in Francia. La foto dell’interprete Raf Vallone campeggia sulla copertina del libro di Sandro Rinauro: “..di fronte alle scarse alternative legali, già dall’estate del 1945 l’emigrazione clandestina italiana decollò sino a divenire una piena incontenibile dalla primavera successiva.” In Europa o al di là dell’oceano gli italiani di sempre, in mancanza di possibilità legali, si sono messi in viaggio come potevano, affidando la propria sorte al caso, alla fortuna, incontrando a volte amici, altre truffatori o criminali, talvolta morendo nel tentativo di avere un futuro. Sandro Rinauro, Il cammino della speranza. L’emigrazione clandestina degli italiani nel secondo dopoguerra, Einaudi, Torino, 2009

Barconi di immigrati a Lampedusa foto L.I.M.En per arrivare agli uffici della questura. Con indifferenza o con vergogna, ma senza reagire. Nel 2001, stanco di inutili proteste, Vincenzo Passerini ha lanciato un’iniziativa deciso ad andare fino in fondo; vi hanno aderito in molti con entusiasmo, felici di vedere che qualcosa si poteva fare. È stata la spinta per una politica che ci stava pensando, ma non perveniva a realizzare; è nato così il Cinformi, una struttura pubblica che ha preso il testimone dai volontari e aiuta in molti modi gli immigrati. Il nostro paese bellissimo, ricco di cultura e di tradizioni civili, dotato di un patto costituzionale di alto profilo, pretende di più da noi. Facciamo crescere e diventare predominante quel paese umano e consapevole che in molti luoghi resiste e felicemente vive.

* Fonti

Caritas/Migrantes, Immigrazione, Dossier statistico 2010, XX Rapporto. L’immigrazione in Trentino. Rapporto annuale 2010

CAMPAGNA PER IL BENE COMUNE Siamo sicuri che in Italia non ci sia denaro per le iniziative che garantirebbero meglio i diritti umani di tutte le persone che ci vivono? Libera e Avviso Pubblico, la rete di Enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie, lanciano la campagna: Per il bene comune, i corrotti restituiscano ciò che hanno rubato, perchè l’Italia dia concreta attuazione alle direttive comunitarie e alle convenzioni internazionali per la lotta alla corruzione nonché alle norme, introdotte con la legge Finanziaria del 2007, per la confisca e l’uso sociale dei beni sottratti ai corrotti. Si può aderire firmando on line o nelle Botteghe del mondo di Altromercato http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/ IDPagina/3915

Editoriale


PRIMO PIANO

di Patrizia Toss e Isabella Ossanna

Lampedusa 2011, una storia che si ripete da vent’anni L’associazione L.I.M.EN.e il Centro Astalli di Trento nell’isola per riflettere sui flussi migratori nel Mediterraneo Lampedusa, un abitante racconta, foto L.I.M.En

Siamo partiti per Lampedusa carichi di aspettative e curiosità con l’illusione di capire, durante i 5 giorni di permanenza, le dinamiche e le emozioni che si stanno vivendo da anni sull’isola. Già nelle serate passate sul balcone di Elisa a progettare il viaggio si erano creati dei momenti di confronto interessanti e stimolanti, partivamo in nove persone, con domande, paure, prospettive diverse fra loro. Alcune parole erano però ricorrenti e comuni nei nostri discorsi: memoria, emergenza, accoglienza, diritti, immaginario comune. Alcuni di noi erano già stati a Lampedusa nel 2009, in un momento storico molto diverso. A seguito degli accordi con la Libia, erano da poco iniziati i respingimenti in mare e si registrava un blocco degli arrivi di migranti. Molti in Italia festeggiarono per il risultato ottenuto e solamente qualcuno, forse per eccesso di pignoleria, si chiese che cosa sarebbe successo alle persone respinte. Pochi ricordavano che si trattava di persone in fuga da situazioni di guerra o di violenza indiscriminata, che attraversato il deserto, arrivavano in Libia e da qui tentavano di giungere in Europa. Nonostante le denunce di maltrattamenti e di violazione dei diritti subiti in territorio libico, il Governo italiano aveva stipulato un accordo per bloccare queste persone, obbligandole a vivere senza la possibilità di trovare accoglienza e tutela dei loro diritti. Il 2009 fu caratterizzato anche da una forte diminuzione rispetto all’anno precedente delle domande d’asilo presentate in Italia. Oggi, dopo aver riconosciuto che in Libia esiste una dittatura, l’Italia ha deciso di accordare l’accoglienza a queste persone in fuga. Coloro che ieri venivano respinti, oggi sono i benvenuti, gli invasori sono all’improvviso diventate persone in fuga. Ma la storia di Lampedusa non inizia nel 2009, sono oltre 20 anni che le persone arrivano dal nord Africa. All’epoca, grazie anche ai numeri ridotti, l’accoglienza veniva gestita in modo informale, la legislazione era meno rigida e le persone in qualche modo riuscivano ad arrivare sul continente. Dal 2002 si è registrato un aumento nel numero degli sbarchi (in quell’anno arrivarono sulle coste siciliane ed in particolare a Lampedusa oltre 18mila persone). Già nel 2004 l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati denunciava i rimpatri forzati verso la Libia e le condizioni di sovraffollamento del centro di accoglienza dell’isola. Consapevoli di questa complessità, siamo partiti per Lampedusa con la voglia di riscoprire una memoria

Primo piano

collettiva dimenticata, ritenendola uno strumento fondamentale per riuscire veramente a comprendere la realtà che ci vede ancora oggi protagonisti. La stessa memoria che gli amici del circolo Arci di Lampedusa (Askavusa), con cui abbiamo passato le nostre serate sull’isola, stanno tentando di mantenere viva grazie al Museo delle Migrazioni. Come dichiarato da Giacomo Sferlazzo “Il museo delle migrazioni intende conservare le testimonianze di questi movimenti migratori, perché riteniamo sia preciso dovere dei protagonisti di questo tempo e di questo fenomeno, tramandare alle future generazioni il racconto di fatti epocali di cui Lampedusa è stata ed è una tappa fondamentale”. Per questo motivo vengono raccolti da anni storie ed oggetti: i vestiti e le scarpe, i corani e le bibbie, le fotografie e le lettere, i documenti ed altre piccole cose che il mare ha restituito e che parlano di queste tragedie, di queste speranze, di questi sogni infranti nei fondali del Mediterraneo. La storia di Lampedusa viene troppo spesso ridotta a numeri e statistiche. Si contano gli sbarchi e i respingimenti. Si tende a cercare di schematizzare e ridurre la vita su quest’isola ad una notizia che deve emozionare o creare terrore. Durante il nostro viaggio a Lampedusa abbiamo voluto cercare un punto di vista diverso, abbiamo parlato a lungo con singoli cittadini, con rappresentanti di associazioni ed istituzioni. Abbiamo cercato di andare oltre la notizia, per capire cosa abbiano significato non solo per i cittadini di Lampedusa, ma per tutti i cittadini del Mediterraneo, gli avvenimenti di questi anni. L’immigrazione, infatti, è un fenomeno che coinvolge vari ambiti della nostra vita, dall’organizzazione della società, al rispetto dei diritti umani, dalla gestione dell’economia, alle scelte di politica estera e interna, ed è proprio per questa sua caratteristica che si presta troppo spesso a strumentalizzazioni. Questa trasversalità del fenomeno migratorio è

emersa in modo chiaro ed inequivocabile in molti dei nostri incontri fatti a Lampedusa, dove la popolazione ha toccato con mano la complessità della convivenza, in particolare in situazioni estreme. Un pomeriggio siamo entrati in un bar per riposarci un po’, ignari del fatto che proprio in quel momento avremmo fatto uno degli incontri più significativi. La barista, infatti, incuriosita dal nostro accento straniero, ci ha chiesto il motivo del nostro viaggio, e una volta spiegatole il progetto, si è messa subito a raccontare. Durante i giorni dell’emergenza e sovraffollamento dell’isola era arrivata a preparare oltre 600 caffè al giorno, i tavolini del suo bar erano spesso occupati dai tunisini che cercavano di “ammazzare il tempo” in attesa di sapere cosa ne sarebbe stato di loro. Ci ha raccontato che i ragazzi, come lei li chiamava, l’hanno aiutata a ridipingere il bar e di come lei si sia fidata in più occasioni a lasciare loro a gestire il bar quando lei andava a casa a riposarsi per qualche ora. Ci ha raccontato come anche gli altri abitanti di Lampedusa si siano dimostrati accoglienti nei loro confronti, ognuno come poteva, ma tutti aiutavano, chi portando del the caldo la sera, chi offrendosi di lavare i vestiti, chi, ancora, mettendo a disposizione ciabatte per permettere di ricaricare i cellulari. Con qualcuno di loro la barista ci ha raccontato di essere rimasta in contatto, in particolare con un ragazzo tunisino che adesso vive e lavora a Berlino. Lui le telefona spesso e pur non sapendo nemmeno una parola di italiano le parla e le racconta della sua vita in Germania; lei non capisce cosa dice, ma è consapevole di quanto possa essere importante per quel ragazzo sentire una voce amica, forse questo gli darà coraggio per costruire a poco a poco la sua vita lontano da casa. Ci sono legami che non si possono spiegare e quest’amicizia è la prova di quanto a volte le parole siano superflue. Questo racconto, come altri ascoltati in quei giorni, testimoniano un profondo senso di accoglienza da parte dei lampedusani. Racconti che stridono molto con le immagini delle proteste che avevamo visto passare in TV prima della

partenza. È stata la barista a spiegarci quest’apparente contraddizione: le persone che avevamo visto protestare, erano le stesse che poi di sera si premuravano di offrire coperte e viveri ai tunisini costretti a passare la notte all’aperto. Ci ha spiegato che non protestavano contro i tunisini, del resto come si può protestare contro qualcuno che vedi essere in quelle condizioni precarie, loro incontravano gli sguardi di quelle persone, vedevano la sofferenza sui loro volti, non avrebbero mai potuto prendersela con loro. Il vero motivo delle loro proteste stava nel fatto che i lampedusani si rendevano conto della strumentalizzazione di cui erano oggetto l’isola e loro stessi, per loro quella era l’occasione, una delle poche, di far sentire al governo la loro voce, per far presenti le loro esigenze e i loro problemi che, è d’obbligo dirlo, non riguardano solo l’immigrazione come purtroppo molti vogliono far credere. Purtroppo non tutti gli abitanti di Lampedusa sono riusciti a vivere quei giorni con la serenità con cui li ha affrontati la barista, c’è stato anche chi, come una ragazza che abbiamo conosciuto una sera sotto il faro dell’isola, è rimasta talmente traumatizzata da dover lasciare l’isola per qualche tempo. Durante quei giorni abbiamo imparato quale sia il valore della memoria e che cosa significhi veramente la parola accoglienza, ma soprattutto abbiamo capito quanto pericoloso possa essere strumentalizzare questi fenomeni e quanto invece sia importante fornire un’informazione corretta per impedire che le persone, paralizzate da paure indotte, smettano di ragionare e di vedere l’altro come un essere umano. In questi giorni gli sbarchi continuano, migliaia di persone stanno arrivando a Lampedusa, chi in fuga dalla guerra e chi in cerca di un futuro migliore, siamo consapevoli che i problemi relativi all’accoglienza non sono affatto diminuiti e non possiamo fare a meno di chiederci se e quando riusciremo a garantire a queste persone l’accoglienza e il rispetto dei diritti che meritano.

Primo piano


SOCIETÀ

di Assou El Barji

Lavoratori migranti in tempi di crisi

Sotto la minaccia di cadere nell’irregolarità il migrante accetta situazioni di lavoro pesanti, guadagna meno dei colleghi italiani, è più esposto a pericoli e orari sfavorevoli In Trentino vivono e lavorano ormai circa 40.000 cittadini immigrati: hanno lasciato i loro paesi spinti da ingiustizie e povertà provocate dall’inasprirsi degli squilibri economici internazionali, dalla dissoluzione di sistemi politici ed economici, dalla violenza terribile delle pulizie etniche e delle guerre “umanitarie”, dalla repressione di regimi dittatoriali. Sperano di costruire qui una vita serena e dignitosa: cercano benessere materiale, certo, ma anche libertà, democrazia. Portano con sé bisogni e speranze, ma anche cultura, storia, capacità. Arrivano in Italia, quindi, spinti dalle mille contraddizioni dei loro paesi, ma non sono invasori che rubano lavoro, risorse e sicurezza. Immigrati che vivono costantemente in condizioni di precarietà: con un lavoro senza diritti, una vita sempre precaria, utili per le imprese, richiesti come braccia, ma rifiutati come persone cui riconoscere la dignità ed i diritti del lavoratore e del cittadino, vivono in un contesto giuridico normativo fortemente discriminatorio e opprimente, a cui si è aggiunto negli ultimi tre anni anche lo scenario di una crisi economica diffusa e protratta nel tempo Miscelandosi agli altri aspetti la crisi ha dato luogo ad una intollerabile crescita della diseguaglianza, della discriminazione, dello sfruttamento della manodopera straniera in particolare, sempre più ricattata dalla combinazione micidiale di questi elementi: la crisi e quindi il pericolo di perdere il lavoro, il reato di clandestinità, che viene usato come arma di ricatto per imporre ai migranti condizioni di lavoro fuori dalle norme, l’assenza di regole sulla qua-

Foto Cavagna. Archivio Ufficio Stampa PAT

lità dell’impresa, elemento che rende più concorrenziali quelle imprese che agiscono nell’elusione degli impegni contrattuali. Recenti ricerche in settori della produzione particolarmente colpiti dalla crisi economica e che tradizionalmente registrano una forte concentrazione della manodopera migrante, hanno palesato queste elementi di diseguaglianza e discriminazione, ad esempio una ricerca riguardante il settore edile condotta dal’Ires a livello nazionale informa che nel 2009 erano 313mila i lavoratori stranieri impiegati nel settore (il 16% del totale addetti, il 19% tra i dipendenti), di gran lunga il settore a maggior presenza di stranieri. “Mentre cala il numero di addetti italiani, cresce il numero di immigrati”, una crescita definita “malata”, fatta com’è di part time fasulli (+ 5% per gli italiani, ma più 9% per i migranti), lavoro irregolare (cresce per tutti, ma per i migranti è superiore del 45% rispetto agli autoctoni), partita Iva di comodo (anche questo dato cresce per tutti, ma per i migranti è superiore del 44% rispetto agli italiani). Sono poi oltre 300mila i “fantasmi”, cioè i lavoratori completamente in nero, “gran parte dei quali sono vittime dei caporali e del traffico illegale di manodopera, che oggi rappresenta uno dei maggiori business della criminalità organizzata.”

colleghi italiani: -2% al Nord; -8% al centro e -25% in meno al sud. Non va meglio con le qualifiche: dai dati sembra proprio che i cantieri siano tenuti aperti solo da operai semplici. Le imprese economizzano e risparmiano dequalificando il lavoratore (in particolare straniero), invece di assumerlo come operaio specializzato qual è, lo assumono come operaio semplice e si calcola che cosi facendo vanno a risparmiare mediamente 7mila euro annui per operaio. Sotto la minaccia di cadere nell’irregolarità il migrante accetta situazioni di lavoro pesanti, lavori maggiormente pericolosi, in settori come quello dei servizi, edilizio e dell’industria metalmeccanica, guadagna meno dei colleghi italiani e più di loro è esposto a orari sfavorevoli, turni di notte e nel fine settimana. Subisce più infortuni e maggiore precarietà perché in prevalenza lavora in piccole e medie imprese e svolge mansioni a basso contenuto professionale, pur possedendo livelli di scolarizzazione più elevati rispetto ai compagni di lavoro italiani. Ancora più grave la sua situazione nell’economia sommersa, dove tante imprese rimangono sul mercato e fanno profitto grazie al lavoro servile, trovando nella disponibilità del lavoro immigrato irregolare, ricattato ed impedito a immettersi regolarmente nel mercato, una soluzione perfetta alle loro esigenze di produttività, redditività e flessibilità. Elusione degli obblighi contributivi e fiscali, standard retributivi africani, orari che non ci sono: questo si verifica specialmente in aziende che operano nei servizi alla persona (pulizie, ristorazione, assistenza agli anziani) e nei settori a bassa tecnologia (edilizia, artigianato, piccolo commercio).

Una gabbia settoriale a cui si aggiunge anche la gabbia salariale etnica e territoriale. Essendo più ricattabili, i migranti, a parità di qualifica, vengono retribuiti di meno dei

Il lavoro è per l’immigrato sinonimo di permesso di soggiorno, il sottile confine tra regolarità e clandestinità, e, visto il clima e l’orientamento politico dominante, egli ri-

schia di passare per criminale ed essere incarcerato solo per la colpa di aver perso il lavoro. In un contesto di crisi economica questo può accadere in qualsiasi momento, per questo la crisi è più sentita e sofferta dal migrante rispetto all’autoctono, in quanto la perdita del lavoro innesca una serie di conseguenze concatenate e drammatiche, implica non avere il contratto di soggiorno, e se non ha il contratto di soggiorno non può rinnovare il permesso di soggiorno, e se non ha il permesso di soggiorno (esauriti i sei mesi di tempo per trovare nuova occupazione), diventa irregolare o peggio clandestino e per questo può essere condannato, incarcerato ed espulso, lui ed i suoi figli che magari sono nati in Italia (italiani di fatto ma non di diritto) e non conoscono nemmeno il paese d’origine dei loro genitori. Per questo e ben sapendo la scarsità delle offerte di lavoro ed il rischio del licenziamento l’immigrato abbassa ancora la testa, ed il datore di lavoro accresce il livello delle pretese: le condizioni di sicurezza sul posto di lavoro, il pagamento dello straordinario, l’inquadramento giusto, passano in secondo o terzo piano, sopravvivere diventa la regola. Se è il “padrone” a decidere se deve lavorare o no, è lui che detta in altre parole se l’immigrato rimane regolare o diventa clandestino. L’insicurezza e l’abuso che subiscono gli immigrati parte dall’alto, a livello istituzionale, trova origine ed ispirazione dalla normativa nazionale sull’immigrazione, che li considera utili per le aziende e indispensabili per le famiglie (badanti) ma un problema di ordine pubblico. Il contratto di soggiorno previsto dalla legge Bossi Fini, è lo strumento che il legislatore ha dato in mano ai datori di lavoro, strumento con cui ogni giorno ricattano, costringono ad accettare ritmi ed orari pesanti, molestie morali, sfruttamenti e sopraffazioni che incidono sulle condizioni di vita del migrante, prima, durante e dopo il lavoro.

Assou El Barji Coordinamento Immigrati CGIL di Trento Società

Società


SOCIETÀ

di Cecilia Muscatella e Massimo Di Ceglie

IMMI/EMI

di Maurizio Tomasi

Corsi di italiano per stranieri

Per una vera inclusione sociale

La testimonianza di due nuovi volontari de Il Gioco degli Specchi

Intervista all’on. Franco Narducci, parlamentare eletto nella Circoscrizione Estero e presidente dell’UNAIE, l’Unione Nazionale Associazioni di Immigrazione ed Emigrazione, fondata 40 anni fa, che riunisce 46 associazioni

A distanza di qualche settimana dal nostro trasferimento a Trento, spinti dal desiderio di proseguire il nostro impegno nel campo del volontariato, abbiamo cercato di districarci nella fitta rete di associazioni operanti sul territorio. La nostra conoscenza della realtà locale – seppur limitata - ci aveva già portati ad individuare quello dell’immigrazione come uno degli ambiti sociali più rilevanti. In seguito a tale constatazione, considerando anche le problematiche esistenti a livello globale, la nostra scelta è ricaduta su questo settore e, navigando in internet, siamo “approdati” sul sito del Gioco degli Specchi. Nella nostra città di provenienza, Bisceglie (Puglia), sono altre le aree prioritarie in cui impegnarsi; infatti, il fenomeno dell’immigrazione estera è poco presente e i problemi sociali riguardano le fasce di abitanti che vivono in condizioni socio-economiche svantaggiate: analfabetismo, dispersione scolastica, microcriminalità, assenza di luoghi di socializzazione. Dare un contributo ai corsi di italiano ha rappresentato, quindi, un’esperienza completamente nuova, che abbiamo intrapreso con entusiasmo. Attualmente siamo impegnati nell’insegnamento a livello pre-base con corsisti che hanno una ridotta o nulla conoscenza della lingua; pertanto, cerchiamo di trasmettere le prime nozioni: alfabeto, formule per salutare, presentarsi e cercare lavoro. Il numero e la provenienza dei corsisti sono

Come è cambiato il modo di rapportarsi con gli emigrati italiani negli ultimi 40 anni? Il mondo dell’emigrazione cambia in continuazione e devo dire che rispetto all’emigrazione del dopoguerra, quando si andava a lavorare nelle miniere, oggi si assiste ad una emigrazione culturale, fatta di giovani ricercatori che non trovano sbocco nel nostro Paese. Quaranta anni fa nacque anche l’Unaie, per dare una risposta organica alle esigenze dell’emigrazione italiana, fatta di appartenenze regionali prima ancora che di appartenenza nazionale. Oggi ci sono i giornali online e l’informazione dalla terra di origine per le nuove generazioni non è un grande problema, anche se si potrebbe fare parecchio di più e meglio in tal senso favorendo una comunicazione che unisca veramente l’Italia all’estero con la madrepatria, anche avviando come ho già proposto adeguate politiche sull’informazione di ritorno. Oggi i nostri giovani andando all’estero si integrano abbastanza bene, cosa che non avveniva 40 anni fa quando provenire da un Paese povero e non conoscere la lingua non costituivano un buon biglietto da visita. Un ruolo fondamentale ebbero allora le missioni cattoliche che accompagnavano spesso i nostri migranti nelle terre lontane e offrivano l’assistenza, non solo religiosa ma anche sociale, che non riuscivano a trovare nel nuovo contesto di vita.

opportunità di crescita per tutti

I corsi gratuiti di italiano per adulti stranieri sono organizzati dai volontari dell’associazione ormai da quindici anni. Si svolgono lungo l’arco di tutto l’anno (tranne una sosta in agosto): in cinque giorni alla settimana, vengono offerte 8 ore di lezione. La gran parte in via Sighele 7, con una frequenza media di una quarantina di persone a lezione, suddivisi in più gruppi. Questi gli orari: Lunedì, ore 18.30-20.00; Martedì, ore 17.30-19.00; Mercoledì, ore 18.30-20.00; Sabato ore 10-12. Qui si tengono anche corsi di italiano in relazione all’esame della patente di guida. Un corso è riservato Bambini Società e ragazzi

estremamente variabili ad ogni incontro e di conseguenza, tenuto conto anche dell’esiguo numero di lezioni da noi svolte finora, non abbiamo avuto la possibilità di approfondire gli aspetti legati alla loro storia personale. Durante le lezioni avvertiamo una grande responsabilità, perché abbiamo a che fare con persone che necessitano di un approccio “strumentale” alla lingua, tale da consentire loro di risolvere i problemi di tutti i giorni. Volendo portare un esempio concreto, durante l’ultimo incontro, i corsisti erano molto interessati all’apprendimento dei termini utilizzati per qualificare le professioni che svolgevano nel loro Paese. Nel contempo, proviamo una forte ammirazione soprattutto verso quei corsisti che, in età adulta, hanno la forza di volontà di imparare una lingua nuova e complessa, prendendo nota di ogni spiegazione con estrema diligenza. Il fatto di aver vissuto recentemente il trasferimento in una nuova realtà “accorcia le distanze”, seppur consci che le nostre difficoltà sono irrilevanti rispetto alle loro. Prima di calarci nei panni di “novelli docenti”, abbiamo ritenuto opportuno iscriverci al corso “Vivere Trento”, durante il quale abbiamo compreso gli obiettivi dell’Associazione e le modalità di svolgimento dei corsi di italiano. Il corso ha previsto anche un incontro di conversazione con l’obiettivo di creare un’opportunità per parlare in maniera informale nella nuova lingua, evento poco frequente quando si vive quasi esclusivamente insieme a propri connazionali. La conversazione è stata agevolata dall’utilizzo di fotografie che hanno permesso di “rompere il ghiaccio” ed avviare una chiacchierata che ha spaziato su diversi aspetti: il Paese di origine, la famiglia, le prime impressioni sulla nuova città, il lavoro, gli aspetti gastronomici. Qualche interlocutore ha espresso apertamente il proprio apprezzamento per l’iniziativa, confermando di non avere altre possibilità di conversare in italiano. Si è deciso così di ripetere anche questo tipo di incontro.

alle sole donne con servizio di custodia dei bambini e si svolge il giovedì mattina, dalle 10 alle 11.30, in corrispondenza dell’anno scolastico, ospitato all’Oratorio del Santissimo. Per l’iscrizione basta presentarsi all’inizio delle lezioni, un incaricato dell’associazione provvede all’accoglienza. Questa organizzazione è pensata con la massima flessibilità possibile per venire incontro alle esigenze degli adulti stranieri nel momento in cui arrivano e quando non riescono per vari motivi ad accedere all’offerta pubblica.

bisogna puntare sulla cittadinanza

Quali sono le richieste e le esigenze manifestate dalle comunità italiane all’estero? Vi è sicuramente la necessità di favorire i processi e le iniziative che aiutano a consolidare il legame affettivo-familiare tra la terra di origine e coloro che hanno scelto l’emigrazione per un miglioramento delle condizioni economiche e professionali. E’ quindi importante incoraggiare le forme di collegamento tra l’Italia e i numerosi cittadini italiani nel mondo, rendendoli partecipi alla vita del nostro paese. Un collegamento che può realizzarsi attraverso il ruolo insostituibile esercitato dalla lingua italiana e dalla

promozione della cultura italiana nel mondo. Tuttavia, accanto alle esigenze di un potenziamento degli interventi sul piano culturale, è necessario essere presenti sul piano dell’assistenza agli indigenti e su quello dell’efficacia e dell’efficienza dell’assistenza consolare. Quali insegnamenti si possono trarre dall’esperienza migratoria italiana nell’affrontare le sfide poste dall’immigrazione verso il nostro paese? Nel rapporto tra migranti e Paese d’accoglienza entrano in gioco concetti molto cari all’emigrazione italiana come inclusione e cittadinanza, concetti basilari per affrontare le questioni poste dal complesso fenomeno delle moderne migrazioni, che vanno affrontate con iniziative che, tendendo al raggiungimento del bene comune, mettano al centro la dignità dell’uomo. L’anno scorso si è molto discusso della riforma della legge sulla cittadinanza senza trovare una soluzione adeguata, anzi rinviando sine die l’approvazione del provvedimento. Credo che il nostro Paese debba prendere in considerazione la necessità di adeguarsi ai cambiamenti imposti dalla globalizzazione contemplando nel proprio ordinamento sia lo ius sanguinis che lo ius soli, accogliendo le persone straniere che si sentono italiani perché hanno scelto il nostro Paese quale luogo di vita, vi hanno intessuto relazioni lavorative ed affettive e ne condividono i principi costituzionali. Poi particolare attenzione va rivolta ai nati in Italia da cittadini stranieri, le cosiddette seconde generazioni, che di fatto sono italiani anche per il solo fatto di essere cresciuti in un contesto socio-culturale italiano e non in altri, come quello dei genitori che anzi spesso appare lontano. Credo che ripensare la cittadinanza nella

società dell’immigrazione sia una delle sfide più importanti che abbiamo davanti: non la possiamo eludere, poiché fare i conti con le migrazioni internazionali è un passaggio obbligato nello scenario contemporaneo ed ancor di più è un obbligo morale nei confronti di quei 520 mila ragazzi nati da genitori stranieri nel nostro Paese, che condividono con i ragazzi italiani per nascita l’istruzione e i giochi, i desideri, i sogni legati ad una comunità territoriale, l’unica che conoscono e che toccano con mano e che contribuisce a sviluppare la loro identità in formazione. La nostra azione deve essere tesa a non farli sentire ai margini ed è per questo che la cittadinanza, con la sua valenza simbolica, è fondamentale anche come strumento educativo e di inclusione sociale, come ci insegna l’esperienza dell’emigrazione italiana nel mondo. Immi/Emi


di Mirza Latiful Haque

La musica come strumento di integrazione Con flauti e percussioni Max Castlunger insegna l’arte di unire i popoli La musica come strumento di integrazione, che supera i pregiudizi e unisce popoli e culture. E’ questa la convinzione profonda di Max Castlunger, musicista ladino di San Martino in Badia, con all’attivo numerosi concerti, impegnato in progetti didattici nelle scuole e collezionista di strumenti musicali provenienti da tutto il mondo. Max Castlunger, 33 anni, dopo aver frequentato l’istituto tecnico commerciale “Heinrich Kunter” a Bolzano, si trasferisce a Bologna, dove si iscrive alla facoltà di Lingue e Letterature straniere. Il suo percorso musicale inizia con il clarinetto, che suona per 11 anni nella banda musicale del paese, finché impara a conoscere il tamburo, le percussioni, e una diversa libertà di espressione musicale, che diventerà la sua ragione di vita e quindi la sua professione. Colleziona percussioni e flauti provenienti da varie parti del mondo e oltre ad avere una ricca attività concertistica, svolge anche dei corsi didattici di musica d’insieme con percussioni nelle scuole. Di madrelingua ladina, Max Castlunger parla fluentemente anche italiano, tedesco e inglese, e porta ogni giorno a bambini, adulti e anziani un po’ di buonumore grazie alla magia della musica. “Ho cominciato a sentire musica già nel ventre di mia madre Zita - racconta Max - perché mio padre Carlo, da buon musicista, si esercitava spesso in casa con il sassofono o il clarinetto. All’età di 6 anni ho fatto il primo passo da ascoltatore a musicista, studiando il flauto dolce e poi il clarinetto. Sono entrato a fare parte poi della banda musicale del mio paese, San Martino in Badia, nella quale ho suonato per 11 anni il clarinetto. All’età di 15 anni, grazie a mio cugino Emanuel Valentin, ho scoperto il mondo delle percussioni, dei tamburi, del ritmo e di un altro approccio alla musica, più libero e meno legato alle partiture scritte. Da quel giorno mi sono letteralmente innamorato del linguaggio musicale e mi sono impegnato ad approfondire le tecniche di esecuzione di vari stru-

menti a percussione, quali djembé, congas, bongos, darabouka e tabla. Allo stesso tempo però – continua Max Castlunger - ho iniziato da autodidatta a suonare il flauto ed a interessarmi ai linguaggi musicali di vari paesi del mondo, ascoltando e imparando dai dischi, da vari workshop di grandi maestri che ho frequentato in Italia e da svariati viaggi all’estero, in uno dei quali ho frequentato una scuola di musica classica indiana a Benares in India”. “La musica per me non è soltanto una grande passione e una professione – spiega Castlunger - ma soprattutto uno strumento di comunicazione. Grazie alla musica ho la possibilità di incontrare, conoscere e scambiare informazioni con tutto il mondo, sorvolando le diversità culturali e politiche che spesso risultano essere un ostacolo. La musica è un linguaggio universale diffuso in tutto il mondo, basato sul comune senso del ritmo, presente anche fortemente nella natura (basti pensare al ritmo biologico delle creature e delle piante, e al ritmo costante dell’universo che influisce molto sulla nostra vita”. “Durante i numerosi progetti didattici svolti nelle scuole e nei musei – conclude Max Castlunger - ho avuto l’occasione di vivere la musica come strumento di integrazione: la casa della musica è aperta a tutte le persone, da qualsiasi paese provengano. Più di ogni cosa la musica d’insieme, fatta con qualsiasi strumento musicale, inclusa la voce, è un modo per unirsi, per conoscersi, per aprire il cuore ed il pensiero al prossimo, nel nome del reciproco rispetto e della pace nel mondo”. Per conoscere più approfonditamente l’attività di Max Castlunger si può accedere ai siti internet: www.maxcastlunger.com o www.rnc-percussion.com

Max Castlunger

Cultura in in gioco gioco Cultura

Cultura Cultura in in gioco gioco


STORIE

di Vera Bostan

Dalla Moldavia all’Italia, spinta dalla voglia di futuro Sembra un romanzo, ma sono tutti veri gli angoscianti momenti descritti in questo diario di viaggio Si parte, assieme ad altri quattro, senza sapere se vai all’Inferno o al conoscente a questa persona, anche se ne ho perso le tracce. Paradiso. Noi quattro in una macchina con un autista, i corrieri con Ci ha trasferito più vicino alla frontiera, a Sid nella casa di un amico. un’altra macchina dietro. Passiamo illegalmente in Romania a Galati Erano le nove di sera, ci hanno offerto un caffè mentre noi avevamo perché le frontiere sono chiuse. Ci fermiamo due notti in un albergo, tanta fame… da lì ci hanno portato in una casa abbandonata, tutaspettando i nuovi corrieri dalla Serbia. Quando arrivano ci prendono i ta distrutta dalla guerra, con i vetri rotti, i proiettili nei muri. C’era la soldi e i passaporti, arriva il treno, ci ridanno i passaporti e uno di loro guerra con la Croazia allora. Siamo stati fermi una settimana, con due dice: “Ho dimenticato di prendere le sigarette!” Scendono dal treno e materassi in quattro, in una stanza senza finestre, ogni tanto venivano scappano con i nostri soldi. Rimaniamo col passaporto in mano, e tre- a portarci delle provviste. Ci muovevamo come fantasmi, in punta di cento dollari; arriviamo a Belgrado passando per Brasov e incontriamo piedi, dovevamo essere invisibili per tutti. altri corrieri. Andiamo insieme in I miei figli intanto non sapevano Laureata in veterinaria in Moldavia, Vera un caffè a parlare, ci dicono che nulla di me, ho chiesto una scheda con quei pochi soldi rimasti non telefonica e ho potuto avvisarli che arrivata ad Arco, ha cominciato a lavorare si può fare niente. Ci disperiamo, ero viva ma non ancora a destinacome badante. Negli anni è riuscita a non li capivamo nemmeno bene, zione. Non avevo vestiti, mi hanno ricongiungersi con i figli Irina e Ianic. Di sé perché parlavano un russo molto dato una tuta grandissima, taglia stessa dice: limitato, comincio a piangere, e a 52, che mi sono fatta andar bene a “Non dimenticherò mai il mio paese, il verde dire: “A casa non posso tornare, forza di arrotolarla. Dopo una setio posso andare solo avanti, non della nostra primavera, il profumo delle acacie timana sono cominciati i tentativi importa in che modo!” L’uomo che di raggiungere la Croazia. Abbiache fioriscono sulle colline e le persone che avevo di fronte era tutto tatuato, mo provato tre volte, l’accordo era qui mi hanno fatto del bene” con i denti ricoperti in metallo, a sempre lo stesso. Si partiva alle me sembrava un avanzo di galera, due da Sid e dall’altra parte della dunque - penso - questo ci amfrontiera verso le quattro ci sarebbe mazzerà, o ci venderà per il traffico stata una macchina ad aspettarci, di organi. Bene, dico a me stessa avrebbe fatto lampeggiare i fari per che niente mi interessa, tranne tre volte e solo allora ci saremmo andare avanti, per il futuro mio e avvicinati e fatti riconoscere. Dodei miei figli. Qualcosa della mia vevamo passare la frontiera fra la disperazione deve averlo colpito Serbia e la Croazia, attraversando perché dopo avermi visto piangecampi di girasoli e mais, ma era re così forte dice: “Va bene, progiugno e le piante erano ancora viamo” Ci ha caricato di nuovo in basse quindi eravamo costretti macchina e ci ha portato a casa a strisciare carponi sul terreno, sua a Novi Sad. Quando ha aperto perché i riflettori della frontiera la porta e siamo entrati ed ho visto non ci avvistassero. La prima volta una donna incinta e una bambina arriviamo e non ci attende nessudi quattro anni vicino a lei, non so na macchina, aspettiamo pieni di dire la mia gioia, mi sono liberata di angoscia, una due tre quattro ore, tutte le mie paure. “Vi accolgo - ci tutto il giorno tutta la notte, fino dice presentandoci alla famiglia alle quattro della mattina dopo e solo perché tu sei una madre che ancora non c’é nessuno. Abbiatiene ai suoi figli, vi aiuterò almeno mo dormito nel bosco, con i vestiti finché posso. Ancora oggi sono ripuliti in un sacchettino legato ben

Storie

La Mnemoteca del Basso Sarca stretto. Al mattino mi sono vestita e sono andata a cercare un telefono per contattare il mio corriere, lui mi tranquillizza e dice che manderà una macchina a riprenderci. Ma mentre lui mandava questa macchina sono passate le guardie di vigilanza, ci hanno subito individuati come stranieri, presi e arrestati. Nella caserma di Vinkovci ci hanno portato via tutti gli effetti personali, le foto dei miei figli, il diario di viaggio che scrivevo ogni giorno, mi hanno lasciato solo una piccola Bibbia. Ci hanno stampato “espulsi” sui passaporti. Io continuavo a ripetere che volevo andare in Italia per i miei figli, ma loro rispondevano che la legge è la legge e non potevano lasciarmi andare. Ci hanno caricato sul treno e mandato di nuovo in Serbia. Al primo paese dopo il confine siamo scesi, richiamo il corriere dalla prima cabina telefonica che incontro. “Stai ferma che vi mando di nuovo la macchina!” Ci riportano di nuovo nella casa lesionata, e lì arrivano due nuove persone. “La partenza sarà fra due giorni”. Mi sono calmata, ripartiamo e di nuovo alle quattro non c’è la macchina, di nuovo telefono dall’Ufficio postale e di nuovo mi beccano. Questa volta le guardie quasi si mettevano a ridere, perché mi avevano riconosciuta. “Guarda che sappiamo che non sei da sola, vai a chiamare gli altri!” Allora vado nei boschi a chiamarli. Ci hanno comprato una scatola di chips e una bottiglia di acqua e ci hanno caricato sul treno. Richiamo il mio corriere e questa volta ci manda un corriere col telefonino; così collegati finalmente ce la facciamo. La macchina ci fa fare una ventina di chilometri, poi ci scarica nei pressi di una cittadina croata e i corrieri ci fanno salire su un pullman con questa raccomandazione: “Mettetevi in coppia, uomo donna, uomo donna, e quando arrivano le guardie di frontiera fate finta di dormire profondamente. Se qualcosa va storto fate finta di non conoscerci che vi manderemo qualcuno a cavarvi dai guai. Ma vedrete che tutto andrà bene.” E’ stato così. Le guardie sono salite e camminavano avanti e indietro. Il corriere ha cambiato colore e sudava di paura, noi facevamo finta di dormire, poi se ne vanno. Arriviamo a destinazione a Zagreb, scendiamo, di nuovo un’altra macchina, passiamo da Rjieka, poi da Pula dove tentiamo di imbarcarci su un traghetto, ma la guida ci ferma: troppo pericoloso. Ripartiamo, altra ventina di chilometri e ci dicono che il viaggio è finito: “Siamo in Italia?” chiediamo “No! L’Italia è a pochi chilometri, tagliate dai boschi e ci arrivate. Vado a prendervi da mangiare.” Abbiamo aspettato fino alle sei di sera ma non è arrivato più nessuno. Persi nei boschi.“Dai ragazzi, forza, dico io, ha detto che a due tre chilometri c’è l’Italia, cosa aspettiamo ancora, andiamo!” Mentre stavamo parlando all’improvviso sentiamo dei rumori: “Oddio! Che siano orsi?” Ci rintaniamo morti di paura sotto un cespuglio; si avvicinano due uomini: “Tranquilli - dicono - andiamo in Italia anche noi, abbiamo sentito le vostre voci” Venivano dalla Macedonia, e si davano grandi arie da esperti transfrontalieri. “Conosciamo la strada, siamo già stati in Italia, Francia e Germania, noi non paghiamo corrieri, ci arrangiamo da soli.” Invece forse si sono sbagliati, o non so cosa sia successo, ma abbiamo passato quasi una settimana nei boschi, mangiando more, noci e bacche che trovavamo, bevendo l’acqua che restava dopo le piogge su qualche incavo di tronco. Una settimana a nasconderci, a non vedere nessuno, a camminare più di notte che di giorno. Un giorno sono arrivate quelle piogge fredde tipiche dei temporali di giugno. Abbiamo trovato una caserma disabitata, è entrato uno dalla finestra ha preso delle coperte, dei fiammiferi, abbiamo acceso un fuoco e ci siamo asciugati alla bell’e meglio. Eravamo persi, ci siamo trovati in cima a un monte e per scendere c’era una discesa ripida e pericolosa,

Memorie di una terra e delle sue genti Il racconto del viaggio pubblicato su queste pagine è solo una parte di una delle storie che la Mnemoteca del Basso Sarca ha raccolto dalla viva voce di donne immigrate in Trentino per poi metterle nero su bianco in una serie di opuscoli che compongono la collana intitolata “Cammei”, nei quali si possono leggere le tappe della vita della donna protagonista del racconto, nel paese d’origine, i progetti migratori, l’accoglienza trovata, le difficoltà incontrate. “Cammei” è una delle sezioni di un progetto più ampio denominato “Vivere Altrove. Storie di migranti nel Basso Sarca trentino”: le altre sezioni sono “Voci di migranti trentini”, “America latina andata e ritorno”, “Intrecci” e “Adolescenti stranieri”. Il progetto si concretizza nella raccolta di memorie e testimonianze, effettuata attraverso il metodo dell’intervista narrativa, la video narrazione, l’apporto di documenti di vario tipo. Obiettivo del progetto “Vivere altrove” è - attraverso le storie narrate dai migranti di ieri e di oggi - fornire una chiave di lettura delle trasformazioni vissute dalla comunità locale nel suo recente passato ed interrogarsi sulle prospettive della nuova realtà multietnica e multiculturale, con l’intento finale di promuovere e migliorare la reciproca convivenza. La “Mnemoteca del Basso Sarca” è un’ Associazione di Promozione Sociale ed è stata fondata nel febbraio del 2007 per “raccogliere, documentare, studiare, favorire, valorizzare la produzione di memorie del cambiamento, dal secondo dopoguerra in poi, rispetto alla terra (ambiente, paesaggio) e alla sua umanità”. Per ulteriori informazioni sull’attività dell’Associazione (che tra l’altro comprende anche laboratori per adulti e per le scuole), si può consultare il sito internet: www.mnemoteca-bs.it

non sapevamo dove mettere i piedi. Pregavo la Madonna: “Ti prego, manda un altro fulmine così so dove aggrapparmi per scendere!” E giù, io davanti, dietro a me tutti gli altri. Con le mani e i piedi scorticati fino alla carne viva. Gli uomini erano più deboli di noi, pativano la mancanza di cibo e cominciavano a piangere e a lamentarsi. Due notti di questa acqua, poi finalmente arriva un giorno bello soleggiato e vediamo una casa. Il macedone si avvicina alla casa e chiede dove siamo. Una donna dice che è italiana, ma la casa è ancora in territorio sloveno; ci dà pane e acqua, e ci consiglia di seguire la strada e in poco tempo saremmo stati in Italia. L’’Italia, finalmente. Seguendo la strada siamo arrivati ad una collina. Ci siamo affacciati e ci è apparso uno spettacolo bellissimo, tante tantissime luci, una città di luci. Mai nella vita avevo visto una cosa simile, perché da noi l’elettricità arriva due tre ore al giorno e l’illuminazione pubblica é rara. “Questa è l’Italia!” abbiamo detto “E’ l’Italia!”

Storie


MEDIA

di Fulvio Gardumi

Quattro giorni di forum a Trento sulla Carta di Roma

Quando i giornalisti parlano di “tsunami umano” Come fare informazione corretta sui fenomeni migratori Definire “clandestino” uno straniero è dargli una connotazione negativa, è classificarlo subito con un marchio di illegalità prima ancora di accertare se sia ad esempio un richiedente asilo, un profugo, un rifugiato… Parlare di “esodo biblico” a proposito degli sbarchi di profughi a Lampedusa è un’evidente forzatura, tesa a spaventare la gente. Peggio ancora parlare di “tsunami umano” per dipingere l’arrivo di persone che fuggono dai conflitti del Nord Africa. Per richiamare i giornalisti e gli operatori dell’informazione al dovere di usare

una terminologia corretta quando si parla di migrazioni è stato stilato un codice deontologico, denominato “Carta di Roma”. Sottoscritto nel 2008 dall’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa italiana, il codice si occupa dell’informazione su rifugiati, richiedenti asilo, vittime della tratta e migranti. Altro imperativo della Carta è quello di non creare allarmi ingiustificati e di dare spazio anche alle notizie positive legate all’immigrazione. Per fare il punto sull’applicazione di questo codice si è tenuto a Tren-

to dal 30 marzo al 2 aprile 2011 un convegno nazionale dal titolo “Il mondo in casa: immigrazione e media”, promosso da Provincia di Trento, Cinformi, Ordine e Sindacato dei Giornalisti. Nei quattro giorni di lavori si sono confrontati i vertici nazionali della categoria, giornalisti locali e nazionali, studiosi ed esperti. Varie le sessioni del convegno. “Lo straniero in prima pagina: come viene raccontata l’immigrazione” è stata l’occasione per i direttori dei principali media trentini di confrontarsi sul modo di parlare del fenomeno migratorio

CHE COS’ E’ L’UNAR, UFFICIO NAZIONALE ANTIDISCRIMINAZIONI RAZZIALI L’Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica (UNAR) è stato istituito con il decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215, di recepimento della direttiva comunitaria n. 2000/43 CE ed opera nell’ambito del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. UNAR ha la funzione di garantire l’effettiva parità di trattamento fra le persone e di contribuire a rimuovere le discriminazioni fondate sulla razza e l’origine etnica, anche in rapporto con le altre forme di razzismo di carattere culturale e religioso. In particolare l’UNAR fornisce assistenza alle vittime, svolge inchieste, fa conoscere gli strumenti di tutela attraverso campagne di comunicazione, formula raccomandazioni e pareri, redige due relazioni annuali, promuove studi, ricerche, corsi di formazione e scambi di esperienze. Il Contact center UNAR, raggiungibile tramite servizio telefonico gratuito al numero verde 800 90 10 10 ed anche via web all‘indirizzo www.unar.it, raccoglie segnalazioni, denunce e testimonianze; offre assistenza immediata alle vittime delle discriminazioni fornendo informazioni, orientamento e supporto psicologico; accompagna le vittime delle discriminazioni se decidono di agire in giudizio. Il numero verde gratuito è attivo dal lunedì al venerdì, dalle 8:00 alle 20:00 ed è disponibile in italiano, inglese, francese, spagnolo, albanese, arabo, russo, rumeno, cinese mandarino. Dal 2010 il Call Center è stato trasformato in Contact Center, predisponendo un punto di accesso on line (www.unar. it) dal quale le potenziali vittime o testimoni di fenomeni discriminatori possano liberamente accedere al servizio, anche nella propria lingua e senza limitazioni di orario.

Media

Convegno nazionale“Il mondo in casa: immigrazione e media” Foto Ufficio Stampa Provincia Autonoma Trento

in Trentino; “Notizie a colori: esperienze di giornalismo interculturale” è stato invece il titolo del dibattito fra alcuni rappresentanti di organismi impegnati sul fronte dei diritti e contro le discriminazioni razziali; “La cronaca sulla nostra pelle: l’impatto delle notizie sull’opinione pubblica” ha analizzato esempi di cattiva informazione e di buone pratiche comunicative; “Le parole sono pietre: la scelta del linguaggio per raccontare l’immigrazione” ha focalizzato l’attenzione proprio sull’uso della terminologia e delle immagini per dare un’idea corretta o distorta del complesso mondo delle migrazioni; “La fabbrica dei pregiudizi: le ricadute

sulla comunità Rom” è stato il titolo di una tavola rotonda sugli stereotipi dell’informazione quando si occupa di varie minoranze, tra cui in particolare i Rom. Il convegno è stato ideato dall’assessore provinciale alla solidarietà internazionale e convivenza, Lia Giovanazzi Beltrami, che ha assistito alle varie sessioni ed ha illustrato l’impegno del Trentino sui temi dell’immigrazione e della convivenza. Tra i numerosi relatori, Viorica Nechifor, presidente dell’Ansi (Associazione nazionale stampa interculturale), organismo di base del Sindacato nazionale giornalisti che si è battuto

particolarmente per la realizzazione della “Carta di Roma”. Nella pagina seguente la segretaria dell’Ansi, Paula Baudet Vivanco, spiega in un articolo scritto appositamente per “Il Gioco degli Specchi” il significato e gli obiettivi dell’associazione. In margine al convegno è stato presentato il premio “Renato Porro”, istituito dal Comitato provinciale per le comunicazioni del Trentino (Corecom) e riservato a programmi, prodotti e servizi trasmessi nel periodo 1 maggio-15 novembre 2011 dalle emittenti radiofoniche e televisive del Trentino sulle tematiche dell’immigrazione.

SE L’IMMIGRATO VA IN CRONACA NERA Da un’indagine svolta nel 2008 sui principali Tg italiani risulta che solo il 9% delle notizie che riguardano gli immigrati non hanno a che fare con la cronaca nera o comunque con gli aspetti “problematici” dell’immigrazione. La cronaca nera da sola in Italia rappresenta il 40% circa delle notizie veicolate dai media, contro il 9-10% di paesi come Francia o Inghilterra, che oltretutto danno molto più spazio alla cronaca internazionale. Anche la percezione del fenomeno migratorio da parte dei cittadini italiani risulta distorta: da un’indagine è emerso ad esempio che per molti italiani gli immigrati sono oggi circa il 25% della popolazione, mentre in realtà sono meno del 10%.

Media Media


ASSOCIAZIONI

TESTIMONIANZE

di Paula Baudet Vivanco

Notizie ‘a colori’: esperienze di giornalismo interculturale

Il fuoriclasse bulgaro capitano della Trentino Volley

ANSI, un’associazione di giornalisti immigrati per migliorare l’accesso alla categoria e il pieno esercizio della professione

Matey Kaziyski: a Trento mi trovo benissimo

L’ansia di uscire dall’invisibilità e di non sentirsi isolati può essere vinta attraverso radio, stampa e televisione. E il ruolo di semplice pubblico non basta: sempre più immigrati partecipano in prima persona alla creazione di trasmissioni radiofoniche, tv e giornali multiculturali. Per fornire informazioni utili sui permessi di soggiorno, raccontare altri modi di vivere e sentire, o semplicemente per tenere compagnia ai connazionali, attraverso perle di nostalgia deliziosamente amare. Se-

Trento lo ha adottato. E lui non smette mai di dimostrare la sua gratitudine, ovviamente attraverso quello che gli riesce meglio in assoluto: schiacciate, battute vincenti e muri perentori. Matey Kaziyski, fuoriclasse bulgaro classe 1984, non è solo il capitano della Trentino Volley dello storico triplete (Campione del Mondo, d’Europa e d’Italia in un’unica stagione, quella appena conclusa), ma

attualità, è stata bellissima ed indimenticabile: mi ha lasciato addosso un sapore speciale, davvero dolce – continua Kaziyski - . Risultati alla mano, questa è stata la miglior annata che io abbia vissuto con addosso la maglia della Trentino Volley e per tale motivo sono felicissimo per quello che abbiamo vissuto negli ultimi otto mesi. Era da quando sono arrivato a Trento nel settem-

anche il simbolo di una Società che ha saputo scalare in breve tempo le gerarchie della pallavolo internazionale e di come questo ambiente, questa città, entri nel cuore dei giocatori che vi approdano. Solo mettendola in questi termini si può quindi comprendere la sua decisione di rinnovare nel 2009 il contratto con la Società presieduta da Diego Mosna, nonostante avesse già vinto qualsiasi trofeo con questa maglia e da tutte le parti del Mondo gli fossero piovute le più svariate offerte, talvolta economicamente anche più vantaggiose. “Non avevo davvero motivi per voler cambiare strada dopo quattro stupendi anni – spiega lo stesso Matey che gioca in regione dal 2007 - ; in questo ambiente mi trovo benissimo: la Società è organizzata, seria ed ambiziosa, il pubblico è splendido nell’incitarti sempre e comunque, la città a misura d’uomo: tutto quello che mi serve per stare bene. Essere il capitano poi è un onore ed un orgoglio: quando si vince sono sempre il primo ad alzare il trofeo e negli ultimi anni mi è successo spesso”. “L’ultima stagione, solo per rimanere legati alla stretta

bre del 2007 che sognavo di poter raccogliere questo tipo di vittorie tutte assieme; un attimo dopo che le abbiamo ottenute mi sono chiesto: e adesso cosa si fa? Mi sono risposto subito: si lavorerà per vincere ancora con questa Società perché ad emozioni come quelle vissute a Doha, a Bolzano e a Roma solo domenica scorsa non ci si abitua mai”. “In vista della prossima stagione non voglio fare particolari promesse o proclami – conclude Kaziyski - . Dico solo che a settembre tornerò di nuovo qui (in estate risiede in Bulgaria per giocare con la Nazionale, ndr) per cercare di ottenere altre importanti vittorie”.

condo un’indagine dell’Ong Cospe datata 2007, 150 sarebbero i media multiculturali, le trasmissioni radio-televisive, gli inserti e i giornali a diffusione periodica, prodotti da e indirizzati ai cittadini immigrati. Grazie al rafforzarsi della presenza strutturale dell’immigrazione sul territorio e alla consapevolezza del peso che una certa rappresentazione a tinte drammatiche ha sulle loro esistenze, aumentano i cittadini di origine straniera che diventano operatori dell’informazione, fondando o partecipando a iniziative di comunicazione o informazione, sia nella lingua del proprio Paese di origine che in italiano. A volte anche per riaffermare la professione sviluppata prima di emigrare e che difficilmente riesce ad essere il lavoro principale che permetta loro di mantenere se stessi e le loro famiglie in Italia. Alcuni dei protagonisti di questa realtà hanno deciso di organizzarsi e nel 2010 hanno dato vita all’Ansi, Associazione nazionale di Stampa interculturale, creata all’interno della Federazione nazionale della Stampa. “Siamo una trentina, tutti iscritti all’Ordine dei giornalisti e al sindacato – racconta Viorica Nechifor, presidente dell’associazione – in diverse Regioni d’Italia, soprattutto al Centro Nord. Pochi sono i colleghi che ci hanno contattato dal Sud dove comunque sembra più difficile esercitare la professione di giornalista e di conseguenza iscriversi all’Ordine. Tra i

principali Paesi di provenienza la Romania e tra le aree geografiche più rappresentate l’America Latina. Inoltre al nostro interno abbiamo anche colleghi più giovani, figli di immigrati”. A guidare i loro passi è la Piattaforma dei media multiculturali, un manifesto nazionale di contenuti elaborato a Firenze nel 2005 da un’assemblea di operatori del settore con al centro in particolare i temi dell’accesso e del pieno esercizio della professione (http://www.mmc2000.net/docs/ archivio%20media%20multiculturali/doc/Piattaforma%20nazionale%20media%20multiculturali.pdf). Perché “una delle caratteristiche che hanno accompagnato il percorso di molti di noi con passaporto straniero è stata la difficoltà di venire riconosciuti formalmente come giornalisti nell’iscrizione all’Albo professionale – continua Nechifor -. Situazione che finalmente sta cambiando, vista la diffusione ed applicazione di una circolare del ministero di Giustiza del 2005 che dovrebbe assicurare un pari trattamento senza valutare il tipo di cittadinanza ma solo i requisiti di categoria”. Oggi l’Ansi lavora perché le informazioni fornite agli operatori del settore di origine straniera che vogliono accedere all’Ordine “siano esatte, così come le indicazioni presenti sui siti on line degli Ordini regionali che a volte non sono chiare né esatte – sostiene la presidente dell’associazione – . Così attualmente forniamo consulenza gratuita su questi temi e vogliamo contattare gli Ordini regionali perché aggiornino i loro contenuti informativi quando è necessario”. L’altro impegno dell’associazione riguarda un fronte caldo in tema di pieno esercizio della professione: “nel corso di questo primo anno di attività abbiamo organizzato e partecipato ad occasioni di confronto sul tema dei media e immigrazione per diffondere il nostro punto di vista particolare. Approfittando delle iniziative pubbliche per informare sull’impossibilità per i colleghi non comunitari di rivestire il ruolo di direttori responsabili secondo la legge n. 47 del 1948” dice Nechifor. L’Ansi non solo si propone di denunciare quella che ritiene “un’evidente discriminazione verso i colleghi non comunitari che sono già riconosciuti formalmente come giornalisti, ma anche di puntare a una modifica dell’articolo 3 della legge – informa la presidente – chiedendo anche l’appoggio della Federazione della Stampa e del Consiglio nazionale dell’Ordine per raggiungere parlamentari interessati a superare il pesante limite.”

Paula Baudet Vivanco segretaria ANSI Associazioni

Testimonianze


FUSIONI ‘Sardi’ che mangiano ligure e tunisino Il cascà è un piatto che potete mangiare a Carloforte nell’isola di S. Pietro a sud ovest della Sardegna. Vi arriva da lontano, come la lingua che vi si parla, il tabarchino. Pescatori di corallo, originari di Pegli in Liguria, si stanziarono a partire dalla metà del 1500 in Tunisia, nell’isola di Tabarka, di fronte alla città omonima. Esauriti nel 1700 i banchi e guastatisi i rapporti con le autorità tunisine, cercarono rifugio altrove. Carloforte e Calasetta sono le loro due colonie in Italia, dove hanno mantenuto con convinzione le loro particolarità culturali. Il cascà è il cuscus, originariamente cucinato in modo povero, solo con verdure, mentre ora si dà sfogo alla fantasia. Come nel mondo arabo è cibo festoso e conviviale. Del dialetto tabarchino si occupa in particolare Fiorenzo Toso, professore all'università di Sassari. I suoi lavori sono legati ai dialetti liguri, ma in una prospettiva molto ampia che vede nell'arco dei secoli il movimento delle popolazioni nel Mediterraneo. La sua indagine si estende alle minoranze linguistiche in Italia ed in Europa ed i suoi testi offrono affascinanti risvolti storici. Lingue d’Europa. La pluralità linguistica dei Paesi europei fra passato e presente, Baldini Castoldi Dalai editore, 2006

La miniera della lingua L’italiano di oggi che riflette la storia Ascari

Ambaradan

Negozio di coloniali

Dal termine che in arabo significa soldato, indicava le truppe locali nell’Africa Orientale Italiana. E ora? Usiamo ancora questa parola in senso figurato con una sottile vena di disprezzo (presente già all’origine? Possibile) ad indicare chi in un gruppo compie fedelmente tutti i lavori di manovalanza.

Lo usiamo di frequente per indicare una gran confusione e ce ne dev’essere stata nella battaglia presso l’Amba Aradam, un massiccio montuoso dell’Etiopia, dove nel febbraio 1936 si scontrarono le truppe di Badoglio con l’esercito etiope.

Si usa ancora, benchè più raramente, questo modo di definire un negozio di alimentari, una drogheria dove sono in vendita prodotti che tipicamente venivano dalle ‘colonie’, i generi coloniali appunto, come caffè, cacao, pepe e spezie in genere. È ancora chic vendere mobili ‘coloniali’ ed ‘etnici’ in un confuso esotismo che non tiene conto dei mutamenti della storia.

Fusioni

Il teatro della battaglia dell’Endertà, da Pietro Badoglio, “La guerra d’Etiopia”, Mondadori, 1936 A destra l’elevazione piatta dell’Amba Radam


Tavola da “L’Île aux oiseaux” di Hissa Nsoli, disegnatore, e Patrick De Meersman, sceneggiatore. Pubblicato da edizioni Lai-momo e Ass. Africa e Mediterraneo nella collana Africa Comics Collection nel 2005 Per gentile concessione di Lai-momo e dell’autore.

Fu questa la sera, di fronte all’isola degli uccelli, che Amadou si ripromise di raggiungere l’Europa. Cos’era per lui questa famosa Europa che voleva tanto raggiungere? Nella realtà l’Europa si era ripiegata su se stessa, non si poteva più accedervi liberamente. Ormai la si chiamava “La fortezza”. Hissa Nsoli, nato nel 1964 a Mbadanka (R. D. Congo). Nel 2002 è stato selezionato per l’esposizione “Matite africane”, a Bologna, e ha ottenuto una menzione nell’edizione 2003 del Premio Africa e Mediterraneo col suo Pénitence, sulla sceneggiatura di Patrick De Meersman. Questo fumetto racconta in modo molto poetico il tentativo di due adolescenti di arrivare in Europa nascosti nel carrello d’atterraggio di un aereo. Il testo è in francese: un modo diverso per studiare o praticare la lingua?

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