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Il distributore Automatico del Pane Storie, personaggi e morti irrisolte nella Val d’Astico




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Nello scrivere questo romanzo sono stato ispirato da quello che sono i miei ricordi, ma tengo a sottolineare che tutte le storie contenute in esso sono frutto d’invenzione e ogni somiglianza con persone realmente esistenti è casuale a parte quelle storie che riguardano la mia famiglia. Progetto Gra ico: Giovanna Bozzo - Disegni: So ia Terzo

1ª edizione - Giugno 2012 © tutti i diritti sono riservati all’autore PROPRIETA’ LETTERARIA RISERVATA


GINO SARTORI

Il distributore Automatico del Pane Storie, personaggi e morti irrisolte nella Val d’Astico Prefazione di Maurizio Boschiero Introduzione dell’autore Postfasiòn di Jani

ROMANZO


Settembre 2011 Dedicato alla Milia, mia Madre

TENIAMOLI PER MANO Quando eravamo piccoli ci tenevano per mano, ci proteggevano ci sembravano invincibili. Con il passare del tempo, senza dirtelo, timidamente, per paura di disturbare, iniziano ad avere bisogno di noi. All’inizio con le piccole cose, il telecomando, il telefonino, aggeggi elettronici con i quali non riescono mai a familiarizzare e a quel punto noi ci arrabbiamo, non riusciamo a capire, non ci rendiamo conto di come sono cambiati i tempi per loro. Il tempo intanto passa, quando a un certo punto ci accorgiamo che stanno invecchiando. Adesso siamo noi che iniziamo a tenerli per mano, loro ci cercano e ci chiedono di aiutarli, come facevano con noi tanti anni fa, ci sentiamo spaesati perchÊ non avremmo mai voluto che questo succedesse. Forse solo in questo momento, se sei un uomo, ti accorgi che è arrivato il momento per dirle quanto le vuoi bene.


“Quando gli “albanesi” eravamo noi, espatriavamo illegalmente a centinaia di migliaia, ci linciavano come ladri di posti di lavoro, ci accusavano di essere tutti maϔiosi e criminali. Quando gli “albanesi” eravamo noi, vendevamo i nostri bambini agli orchi girovaghi, gestivamo la tratta delle bianche, seminavamo il terrore anarchico ammazzando capi di stato e poveri passanti ed eravamo così sporchi che ci era interdetta la sala d’aspetto di terza classe. Quando gli “albanesi” eravamo noi, ci pesavano addosso secoli di fame, ignoranza, stereotipi infamanti. Quando gli “albanesi” eravamo noi, era solo ieri.” da “L’ORDA” DI GIAN ANTONIO STELLA

“...Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri.” da “LETTERE DI DON LORENZO MILANI PRIORE DI BARBIANA”


Prefazione

San Pietro Valdastico è un paese incastrato nell’omonima valle e un tempo si affacciava sulla linea di con ine con l’Austria, quando ancora gli Asburgo avevano mire di espansione di qua delle Alpi. Ferito mortalmente nelle due guerre mondiali che seminarono lutti e distruzioni, ne uscì in un cumulo di macerie morali e materiali che si aggiunsero alla miseria atavica e alla fatica di vivere che da sempre hanno accompagnato queste popolazioni. Le scarse risorse del posto hanno costretto all’emigrazione le forze giovani sottraendo al paese la gioventù più vigorosa. Gli abitanti di Valdastico si spinsero in tutto il mondo per cercare nei paesi lontani una nuova vita e una speranza. Francia, Belgio, Germania e ancora Australia, America, Argentina… Senza soluzione di spazio e di tempo. In Brasile alla ine dell’800 una decina di famiglie fondarono un paese che si chiama San Pedro Encantado, sul Rio Grande Do Sul. Storie di uomini, di viaggi, di speranza e di sofferenza, un lento esodo che ha lasciato il paese s inito, con i vec9


chi seduti sui loro anni e sui loro ricordi ad aspettare… aspettare, guardando giù nella valle dove la strada costeggia l’Astico. Sapevano aspettare, si erano abituati ad attendere il sole dopo un inverno che sembrava in inito, ma poi appariva ad intiepidire la primavera. Avevano visto poca gente tornare, tanti di loro andar via carichi di valigie e di tristezza. Rimaneva nelle mani qualche lettera e qualche fotogra ia che parlava di posti remoti, qualche scarsa rimessa per sopravvivere e parole che sempre più si confondevano con altre parole che spesso non comprendevano. Ora il mio amico, anzi fratello, Gino Minái ha scritto un libro, un romanzo che corre per le strade del paese e come un vento vortica tra le case portando con sé storie e ricordi, fatti ricostruiti e inventati, ma sempre con il preciso intento di consegnare alla Storia un po’ del suo paese. Solo chi vuol bene al posto dove è nato può scrivere, e Gino mostra così tutto il suo amore. Lo fa scrivendo, lo fa con una bellissima foto in copertina che da sola vale una storia con la quale ricostruisce sul ilo della memoria e della commozione la sua famiglia e lo fa con una pregevole serie di acquerelli di So ia Terzo. E, cosa inusitata, suggerisce per ogni capitolo una musica e un vino per accogliere le sue storie nel modo migliore. 10


Sono contento di aver contribuito un po’ a far nascere questo libro, l’ho spronato all’inizio, poi la corrente del tempo e la forza della memoria come una “brentána” ha portato a galla tutto quello che Gino aveva dentro e che ora ha consegnato alle pagine. Mi sono emozionato sapendo di questa sua avventura, di questo viaggio che Gino da buon “viandante” ha saputo ben organizzare. Io gli sono stato compagno all’ombra dei suoi passi e ne sono contento... Per me Valdastico è ora divenuto anche un po’ il mio paese, ne conosco le storie, i profumi delle stagioni, la penombra fresca della chiesa. La vita ha voluto che ci incontrassimo: un regalo prezioso. Maurizio Boschiero

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Introduzione dell’autore

Prima che qualche amico lettore inizi a leggere queste pagine mi sento in obbligo di spiegare alcuni aspetti. Non sono uno scrittore, le cose più lunghe che ho scritto ino ad ora sono stati i temi alle lezioni di italiano e qualche piccola tesina a scuola e sto parlando di molti anni fa. Probabilmente questa è la prima e forse ultima volta in cui narrerò qualcosa, perciò vi chiedo tanta pazienza nell’accettare tutte le gravi carenze di un autore completamente dilettante. Gino Sartori

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Articolo Giornale Francese

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“…una maglia tutta celeste con dietro una grande bandiera italiana, e davanti una grande scritta: “Campioni del Mondo”...”


Articolo Giornale Francese

Musica consigliata: Edith Piaf, La vie en rose Vino consigliato: Cantina Maculan, Costadolio 2011

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n giorno del giugno 2011, Daniele, leggendo il suo quotidiano francese preferito, nota, nella pagina dedicata alla tecnologia, un articolo. L’articolo parla di un’invenzione fatta da una ditta francese: un distributore automatico del pane. “I tempi delle baguettes che si compravano in boulangerie e si mettevano sottobraccio avvolte in un pezzo di carta sono proprio initi ormai” pensò. Daniele è partito da San Pietro tanti anni fa ed è emigrato in Francia, da buon veneto, lavorando sodo e con un po’ di fortuna ha fatto i soldi. Daniele adesso, quando può, dà una mano ai igli, ma si sta godendo la meritata pensione con la moglie francese, sposata tanti anni fa. Come molti emigranti italiani, pur vivendo in Francia, non ha mai dimenticato le sue origini, anche perché, nonostante abbia avuto successo nel lavoro, soffre di questo continuo godimento che hanno i francesi per le 17


Il distributore automatico del pane disgrazie della povera Italia; del resto, i problemi italiani abbondano e giornali e telegiornali francesi possono andare a nozze ogni volta che ne parlano. D’altronde, parlandoci chiaramente, l’ultima grande soddisfazione che abbiamo avuto contro i galletti francesi risale al 9 luglio 2006 allo Stadio Olimpico di Berlino quando, durante la inale dei mondiali di calcio, li abbiamo battuti ai rigori e abbiamo alzato al cielo la coppa del mondo. Mai, come quella dei mondiali di Spagna del 1982 dove, per la prima volta, molti italiani si sentirono parte di una nazione: una vittoria condita dall’esultanza dell’ultimo grande Presidente della Repubblica che l’Italia ha avuto: Sandro Pertini che, nonostante la non più giovane età faceva i salti di gioia come un ventenne. Molte volte si sente dire che noi italiani possediamo i vini più buoni o che abbiamo superato i francesi sulle quantità, sia di produzione che di vendita, ma queste cose non sono realmente visibili e non creano emozioni pari a quelle che si hanno di fronte a s ide sportive e a noi resta il ricordo di quel 9 luglio del 2006. Un nostro paesano di nome Maurizio, uno che se potesse sarebbe sempre in giro per il mondo, infatti in paese dicono di lui: «Xe uno che gà girà el mondo», andò nell’agosto 2006, assieme alla sua fedele compagna di viaggi Monica, negli Stati Uniti per ferie. Maurizio ci raccontò che sembrava che tutti i francesi fossero emigrati lì, probabilmente per essere più distanti dall’Italia che li aveva umiliati un mese prima. 18


Articolo Giornale Francese Ogni giorno sentiva parlare francese, di italiani neanche l’ombra, sinceramente non sapeva più come fare, quando durante un giro in un outlet vide la luce, materializzata sotto la forma di una maglia tutta celeste con dietro una grande bandiera italiana e davanti una grande scritta: “Campioni del Mondo”. Subito s’in ilò nel negozio e comprò la maglia che gli sembrava come la manna venuta dal cielo per salvarlo in quel momento. Per tutto il viaggio questa maglia diventò la sua seconda pelle, appena sentiva odore di galletto francese levava la camicia e restava con la maglia celeste; i francesi gli giravano alla larga come fosse uno con la peste addosso, e la loro grandeur spariva subito alla vista della sacra maglia. Tornando comunque a Daniele, nel leggere la notizia sull’invenzione francese, pensa a malincuore che per l’Italia i tempi del grande Leonardo da Vinci sono proprio passati, purtroppo i francesi hanno una marcia in più e chiude il giornale sconsolatamente. Ad agosto Daniele di solito torna a San Pietro dove ha la casa. Una sera, a cena con suo fratello Remo le mogli e altri amici, inizia a raccontare dell’ultima grande invenzione fatta dai francesi. La moglie di Daniele, da buona francese, in maniera molto elegante, fa inta di niente, ma dentro di lei si sta preparando a godere dell’ulteriore umiliazione che stanno per subire i commensali italiani. Appena inito di raccontare, Daniele abbassa la te19


Il distributore automatico del pane sta sconsolato, nessuno parla e tutti sembrano soffrire quando, d’un tratto, si sente una raf ica di imprecazioni: è Bórtolo, l’ex postino comunale che dopo le imprecazioni dice: «Varda Daniele...che il distributore automatico del pan...i lo ghà messo a Pedescala già da un anno».

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Bepi Marangoni

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“…i tempi della gioventù sono lontani ricordi e lui, dal punto di vista del sesso, è sempre stato riservato e all’antica...”


Bepi Marangoni

Musica consigliata: Bob Dylan, Forever Young Vino consigliato: Cantina Maculan, Brentino 2006

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l vecchio Bepi, puntuale come ogni mattina, alle sei partiva dalla sua casa in Contrada del Sacco e andava a prendersi il pane. Il tempo era passato velocemente per Bepi e stava raggiungendo l’incredibile età dei novantasette anni. Era la persona più vecchia di Pedescala, anzi, la più vecchia era la Iolanda Pretto che però era ospite già da vent’anni della casa di riposo a San Pietro; purtroppo, poaréta, era stata messa lì dai cinque igli appena aveva dato i primi segni di perdersi con la testa. Bepi Marangoni ha fatto sempre il maestro elementare ino a circa settant’anni. Ai suoi tempi, i metodi di insegnamento erano molto diversi, famose erano le sue cinque vìs-ce di vario diametro che servivano per punire gli alunni disobbedienti: più grossa era la punizione più grosso doveva essere il diametro della vìs-cia. In ogni caso, pur usando questi metodi poco ortodos25


Il distributore automatico del pane si, i suoi alunni se lo ricordano sempre con grande affetto e ammirazione. Erano tempi in cui insegnanti, medici e preti ricoprivano igure di grande importanza e a cui si doveva grande rispetto. Quando Bepi, la mattina, vede partire per la scuola tutte queste ragazzine con la pancia di fuori e i ragazzini con le braghe calate e il marchio Dolce & Gabbana delle mutande bene in vista, scuote la testa sconsolatamente e pensa che i tempi stanno proprio cambiando. Comunque Bepi ama i giovani e capisce che i tempi cambiano anzi, quando gli parli, lui non è mai preoccupato per la sua morte, ma per il futuro che vede per queste nuove generazioni. «Nessuno vuole morire», dice Bepi «anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci, ma la morte è la meta che tutti abbiamo in comune. Nessuno le è mai sfuggito, molto probabilmente la morte è la più grande invenzione della vita, essa spazza via il vecchio per far posto al nuovo. A quel punto Bepi fece un lungo sospiro e pensò che il ricordarsi che prima o poi bisogna morire è un importante strumento per fare le grandi scelte nella vita. Perché quasi tutte le cose, tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutte le paure di imbarazzi o fallimenti...svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solamente spazio a quello che c’è di davvero importante. 26


Bepi Marangoni Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore per non cadere nella trappola di pensare che abbiamo qualcosa da perdere». Bepi è un’istituzione a Pedescala, alla sua veneranda età riesce ancora ad arrangiarsi senza nessuna dif icoltà e senza bisogno di una badante. In paese credono che abbia trovato il mistero dell’eterna giovinezza. Molte persone a Pedescala gli chiedono consigli e quando si trovano sulla panchina vicino alla fontana anche i più giovani sono attratti dalle sue vecchie storie. Non spieghiamo da cosa derivi il suo soprannome Coa, perché sarebbe imbarazzante e volgare anche se in realtà per un “non veneto” non è agevolmente intuibile, comunque pensiamo che possa essere di facile immaginazione. In ogni caso i tempi della gioventù sono lontani ricordi e lui, dal punto di vista del sesso, è sempre stato riservato e all’antica. Per non sbagliare non ne parla mai, anche se, sentendo certe leggende del paese, non farebbe brutte igure. Come dicevamo, di buon’ora e con passo veloce si stava avviando a prendere la ciopéta de pan, se ne concede metà la mattina con il caffellatte e metà la sera con un’altra tazza di caffellatte; il pranzo di mezzogiorno glielo porta la casa di riposo. Già da alcuni anni il Comune ha organizzato questo utile servizio e sempre più gente anziana lo utilizza. Purtroppo per Bepi, la quantità che gli portano è così 27


Il distributore automatico del pane abbondante che dif icilmente riesce a inirla e a volte sostituisce il caffellatte della sera con la parte di pranzo avanzata. Lui sostiene che alla sua età si dovrebbe vivere mangiando poco o niente, però il dottor Ernesto lo convinse che non si poteva vivere solo di pane e caffellatte. Brontolando sui tempi che cambiano sta arrivando di fronte al pani icio, Bepi è nato in anni duri, gli anni della prima guerra mondiale e ne ha passate e viste di tutti i colori. La Valdastico, in quegli anni, era una terra di con ine, da un lato della valle c’era l’Austria dall’altra l’Italia; la vallata era stata così divisa durante il risorgimento, tra i territori di Pedemonte e Casotto appartenenti all’impero Austro-Ungarico e quelli italiani di Lastebasse, San Pietro e Pedescala. Il tutto in pochi chilometri di valle, con la presenza di dogane, dazi, posti di frontiera, con ponti, pedaggi, controlli, presidi e, ino a prima che iniziasse la guerra, con un pochettino di contrabbando. La gente insomma, nonostante i con ini era felice e non si viveva male. Purtroppo, con l’inizio della guerra, come molte volte accade, i vicini di casa diventarono i nemici. Bepi in quegli anni era molto giovane, ma si ricorda di quando tutta la Valdastico dovette sfollare. La gente di Pedescala, Forni e San Pietro, avvertita in tempo, sfollò con la morte nel cuore, alcuni a Malo altri a Stradella, in provincia di Pavia. 28


Bepi Marangoni In genere i nostri sfollati erano accolti con benevolenza, ma talvolta guardati con dif idenza, come gente sospetta e austro ila. Certe mamme, per tener buoni i bambini, dicevano loro: «Sta buono, perché altrimenti ti do ai profughi che ti mangiano». Il paese di Lastebasse fu sfollato a Sondrio. Ben diversa purtroppo fu la sorte che toccò ai poveri abitanti di Pedemonte e Casotto che facevano parte dell’Impero Austro-Ungarico, per loro, l’ordine di abbandonare le abitazioni fu dato il 2 giugno 1915 nel modo più drastico: ebbero solo due ore di tempo per abbandonare le loro case, il loro viaggio durò tre giorni, il distacco dalle loro terre tre anni. Alcuni furono mandati in Boemia, altri andarono verso i campi d’internamento di Braunau e Mitterndorf, nell’Austria superiore. In quei tempi le bombe cadevano come i iocchi di neve e nelle foto di allora si vede che nella valle tutte le case erano prive dei tetti e i prati erano pieni di grossi crateri. Dopo tanto brontolare Bepi arriva di fronte al paniicio e a quel punto tira un forte sospiro, pensando che i tempi sono proprio cambiati, estrae il tacuín dalla tasca e cerca le monete che gli servono: venticinque centesimi di euro, gli viene un altro sospiro e… Da un anno circa anche l’ultimo negozio di Pedescala, il pani icio di Cesco, è stato chiuso ed è stato sostituito con un distributore automatico del pane. 29


Il distributore automatico del pane Anche Pedescala, come tutte queste località di montagna, sta svuotandosi: all’inizio la scuola, poi uno alla volta, i negozi, i bar e per ultimo il pani icio; sembra che queste zone stiano subendo una lenta agonia. Dopo aver fatto l’ultimo sospiro e nel momento di introdurre le monetine nel distributore automatico del pane, per terra, a destra del distributore, sotto la siepe vicino al cancello marrone della casa del panettiere, Bepi vede un piccolo telo nero rigon io. Sul telo ci sono disegnati due piccoli teschi umani, d’istinto Bepi alza il telo e sotto trova un grosso e vecchio gatto con il pelo nero a ciuf i grigi. A parte la cosa strana del telo con i teschi, Bepi nota un’altra anomalia, cioè il gatto è in ilzato con molti spilli con la capocchia rossa come nei riti vudù. Bepi ci raccontò che lui non sapeva più cosa fare, poi sono arrivate anche la Bepìna e la Cìa e assieme hanno portato via il gatto, pensando che in giro c’è gente sempre più strana. Di questo fatto si è venuto a conoscenza solo a Pedescala e raccontato a voce bassa quasi all’orecchio. Bepi ha avuto il compito di seppellire el gato. In un primo momento ha pensato di mangiarlo poi, essendo un gatto troppo vecchio e perciò con la carne troppo dura, ha preferito sepulírlo in un angolo dell’orto che possiede dietro casa. Bepi sostiene che i gatti di adesso non sono più quelli di una volta, sono diventati molto più furbi, molte persone pensano che i gatti mangino i topi, però adesso non è 30


Bepi Marangoni più cosi, passano la notte a russare invece che a caccia e al peloso topo preferiscono le mille varietà di scatolette di cibi per gatti che esistono in commercio. I topi dei nostri tempi devono preoccuparsi di stare attenti alle auto che sfrecciano lungo le strade, visto che oramai è l’unica cosa che potrebbe essere pericolosa per loro. Un’altra particolarità di Bepi è di essere un mangiatore di gatti; questa è una tradizione che risale ai nonni, ai tempi in cui era dif icile trovare da mangiare e perciò andava bene tutto. Questo suo apprezzamento culinario è conosciuto solo dagli abitanti di Pedescala e da poca gente a San Pietro. Due volte l’anno Bepi organizza a casa sua una cena dove al posto del coniglio con la polenta, c’è il gatto e a questa cena di solito partecipa anche un zóvane del posto che viene iniziato con un particolare rito chiamato “Il rito del gato”. L’ultimo a essere stato ammesso a questa specie di confraternita è stato un giovane di San Pietro: tale Tita da tutti chiamato Skull. Ogni persona che viene iniziata porta una canzone per creare l’atmosfera di sottofondo e Skull, essendo un amante del metal, portò un pezzo dei Black Cat Nine, gruppo di Vicenza composto da alcuni statunitensi che lavorano e vivono in Caserma Ederle a Vicenza. Una volta, andando a vedere un concerto di questo gruppo, rimase folgorato dalla bravura di due della band, il can31


Il distributore automatico del pane tante Adam Gary e in particolar modo il batterista, Paul David Freese. Quella sera successe purtroppo un gran casino dovuto al fatto che il chitarrista, tale Van Reynolds, aveva il vizio di sputare sulla folla, questo per essere più simile ai primi gruppi anni 70 che suonavano musica punk rock. Il caso volle che, per sentire meglio le sonorità del gruppo, il nostro amico Tita che d’ora in avanti chiameremo sempre con il suo soprannome Skull, si fosse preso un tavolino nella prima ila e si stava comodamente scolando l’ennesima birra, quando, dopo essere stato centrato da tre sputi, uno dei quali di una bella tonalità giallo paglierino intenso initogli nel boccale di birra da mezzo litro appena ordinato, non ci vide più e birra e bicchiere inirono sulla chitarra Fender Stratocaster del chitarrista, spaccandola irrimediabilmente. A quel punto scoppiò una rissa che il gestore del locale dovette sedare chiamando i carabinieri. Questo è stato l’ultimo concerto dei Black Cat Nine che Skull ha visto, ma gli è rimasta la passione per questo gruppo, che lui da grande esperto di musica metal considera uno dei migliori nel panorama italiano. Quando la sera gli amici di Bepi si ritrovano a ciacolare vicino alla fontana, lo prendono spesso in giro per questa sua strana abitudine e lui risponde che all’estero c’è gente che mangia cavallette, serpenti, cani e altri animali perciò non vede quale problema ci sia a mangiare dei gatti. 32


Bepi Marangoni Bepi a casa sua ha due o tre ricette su come cucinare i gatti, che gli sono state tramandate dai suoi avi. Bepi non si è mai sposato e non ha igli, probabilmente le ricette lo accompagneranno nella tomba, perché non ha mai voluto rivelarle a nessuno e, quando cucina il gatto, non vuole mai nessuno attorno. Racconta, ma non si sa se questo sia vero, che un giorno, davanti a casa sua si fermò un macchinone nero, dal quale uscì uno spilungone alto e magro con tutti i capelli grigi che parlava con un forte accento toscano. Lui non lo conosceva, ma quando questo si presentò gli disse di chiamarsi Beppe anche lui, non Marangoni, ma Bigazzi. Non si sa come, ma Beppe Bigazzi venne a sapere di queste ricette segrete per cucinare i gatti, e avrebbe offerto ior di quattrini per averle. Bepi comunque fu irremovibile e quelle ricette lo avrebbero seguito nella tomba. Probabilmente non tutti sanno che Beppe Bigazzi partecipava alla Prova del cuoco su Rai 2 e fu sospeso dal programma. La motivazione è da ricercarsi in una discussione a proposito dei gatti usati in passato come integrazione alimentare nella povera dieta durante la seconda guerra mondiale. A far saltare i nervi agli animalisti furono le dichiarazioni di Bigazzi, che il gatto l’ha mangiato e lo mangia, seguite dalla spiegazione su come prepararlo per cibarsene. 33


Il vecchio cane

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“… vedrai, Bepin, che quando el corpo se frusta l’anima se giusta....”


Il vecchio cane

Musica consigliata: Francesco De Gregori, Generale Vino consigliato: Cantina di Aldo, Negramaro del Salento

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assata una settimana, Bepi ha già dimenticato la faccenda del gatto nero trovato morto e, di prima mattina, alla solita ora, parte da casa sua per andare a prendere la solita ciopéta del pan. Di passo spedito, pensa alla frase che gli diceva la sua povera nonna quando, da giovane, faceva spesso dannare i suoi genitori: «Vedrai, Bepín, che quando el corpo se frusta l’anima se giusta». Se allora lui non aveva dato senso a questa frase, con il passare delle stagioni aveva cominciato a capire quanto sagge fossero le parole di sua nonna: le doti che l’avevano contraddistinto in età giovanile erano ormai sparite, ma aveva acquisito saggezza. Stamattina è più pimpante del solito perché la notizia della settimana è che a San Pietro hanno chiuso l’unico negozio di alimentari che c’era in centro e hanno aperto un nuovo piccolo supermercato in fondo al paese, con relativo disagio per tutte le persone che non hanno la 37


Il distributore automatico del pane auto e per gli anziani. Come è noto tra quelli di Pedescala e quelli di San Pietro i rapporti sono sempre stati burrascosi e a molti, compreso Bepi, a volte faceva piacere che i problemi che avevano quelli di Pedescala capitassero anche a quelli di San Pietro. Insomma, sembra un po’ uguale al rapporto fra italiani e francesi, tutti godono a vedere le disgrazie altrui, solo che tra San Pietro e Pedescala è una guerra tra poareti e forse bisognerebbe cercare di unirsi e lottare assieme. In ogni caso, questo a Bepi non interessa e pensa: “Sperémo che i ghe porte anche a lori el distributore automatico del pan così a serti da San Piero la ghe stà ben”. Anche San Pietro d’altra parte sta affrontando quella lenta agonia che Pedescala ha iniziato da tempo: tutti i giovani se ne vanno perché non c’è lavoro, gran parte dei negozi hanno chiuso, sono state aperte una ioreria e una lavanderia che però, nel giro di pochi mesi hanno chiuso, mancava solo che chiudesse l’ultimo negozio di alimentari. Uno dei pochi lati positivi è che da qualche anno si organizza una festa che si chiama “Il ritorno dal bosco”, in grado di portare a San Pietro ino a quindicimila persone, ma alla ine è una botta di vita che dura solo due giorni. Alcuni metri prima di arrivare al negozio del pane, Bepi sente come un velo nero che gli copre il cuore, un forte freddo, seguito da un tremolio che gli scuote il corpo. 38


Il vecchio cane Bepi deve appoggiarsi al suo bastone per non cadere. In questo velo nero d’in inita tristezza, pesante come una maglia di ferro, vede una scritta che dice: “Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore: fecemi la divina potestate, la somma sapienza e ’l primo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”. Bepi conosce bene questi versi, perché il nonno glieli aveva inculcati sino a farglieli imparare a memoria. Purtroppo nella sua lunga vita non è la prima volta che gli succede di entrare in questa specie di incubo a occhi aperti. Era la ine di aprile del 1945, la guerra era inita e alla radio dicevano che ogni atto di guerra e di rappresaglia avrebbe dovuto cessare subito. Diversi reparti tedeschi stavano attraversando la Val d’Astico per rientrare in patria e in base ad alcuni accordi presi non dovevano essere attaccati, invece una mattina di ine aprile, un convoglio nazista in ritirata fu attaccato lasciando alcuni tedeschi morti sul terreno. Questa avanguardia fu raggiunta poco dopo dalla colonna principale; il comandante è il capitano Wasmuth, un esaltato nazista con la testa piena dei deliranti discorsi di grandezza del suo Führer. Questo pazzo arriva con i suoi soldati in paese, raduna la gente in piazza e avverte che se entro tre giorni non consegneranno i colpevoli dell’agguato, saranno fu39


Il distributore automatico del pane cilati dieci italiani per ogni tedesco ucciso. Tutti pensarono che il capitano fosse pazzo e che essendo inita la guerra avesse detto queste cose solo per far paura. Purtroppo, alla ine dell’ultimatum nessuno si fece avanti e nessuno fu consegnato a Wasmuth. Dal 27 aprile e per i tre giorni successivi, iniziarono i massacri in tutte le zone del paese, nella piazza, nei boschi e per ino dietro il cimitero, ma a questi assassini la sola Pedescala non bastava e massacrarono persone anche a Forni e a Settecà. Sembrava una caccia a degli animali e non un massacro di persone e alla ine della carne icina Pedescala ne uscì devastata: morirono sessantaquattro persone tra cui otto donne, il parroco del paese con l’anziano padre e un bambino di cinque anni, nelle frazioni di Forni e Settecà si contarono altri diciotto morti. A Pedescala ci sono sempre state due versioni su chi ha sparato: c’è chi crede che siano stati i partigiani e chi dei ragazzi che non c’entravano niente con i partigiani. La Norma Minái ha sempre raccontato che i partigiani arrivavano a casa sua e lei, vedova con cinque igli, doveva dare il mangiare a loro e lasciare i igli senza. Bepi, avendo fatto per tutta la vita il maestro, aveva sempre pensato, mentre insegnava la storia della prima metà del novecento, che certi libri dovevano essere riscritti. Questi mettevano in confusione le persone e molti alunni gli chiedevano il perché i partigiani nelle nostre 40


Il vecchio cane zone fossero visti in maniera non positiva, menter nei libri di testo erano tutti eroi senza macchia e senza paura. Bepi vista la sua posizione cercava di essere il più neutrale possibile, anche se il suo cuore era molto contrastato. Quando gli alunni facevano queste domande sui dubbi che li assillavano, lui raccontava sempre la storia degli indiani d’America, visti sempre come gli assassini, i delinquenti, gli stupratori, i selvaggi e chi più ne ha più ne metta. Solo l’esercito era visto bene, poi una parte della storia si capovolse e certi ilm come Balla coi Lupi o L’ultimo dei Mohicani ci hanno fatto capire che forse quello che noi avevamo visto e sentito a proposito degli indiani d’America non era poi così corretto e certamente anche gli indiani avevano le loro buone ragioni. Nel nostro paese le persone anziane che hanno vissuto questi periodi, non amano parlarne perché, come era successo nella prima guerra mondiale, il vicino di casa partigiano era nemico del con inante perché fascista. Questo fu causa di tragici eventi che non staremo a raccontare però Bepi pensa che la storia dovrà essere in parte riesaminata, tenendo sempre presente che non esistono persone completamente cattive, come non ne esistono di completamente buone. Tornando al nostro Bepi, come abbiamo probabilmente capito, la prima visione l’aveva avuta molti anni prima alla ine della seconda guerra mondiale, qualche giorno prima dell’eccidio di Pedescala, poi non gli era 41


Il distributore automatico del pane più successo. Arrivato al distributore automatico del pane inizia a cercare le monetine, le introduce nell’apposita fessura, prende la ciopéta de pan ma, sul lato destro del distributore, sotto la siepe vicino al cancello marrone, Bepi vede ancora il piccolo telo nero rigon io, con sopra ancora disegnati i soliti due piccoli teschi umani. Questa volta il telo non copre l’animale che c’è sotto come l’ultima volta, ma solo una parte di questo. Anche stavolta l’animale è in ilzato con parecchi spilli con la capocchia rossa. Le prime parole che vengono in mente al maestro sono “qua la storia la se fà pì complicà”. L’animale è un vecchio pastore tedesco un pochettino malaticcio, un cane randagio che già da parecchio tempo girava per Pedescala in cerca di persone che gli dessero da mangiare; era all’apparenza di età avanzata, molto mansueto, difatti Bepi l’aveva accarezzato e gli aveva dato del cibo più di qualche volta nei giorni precedenti. Aveva due occhi a mandorla che facevano tenerezza e raccontavano di una vita dif icile a quelli che li sapevano leggere; era di colore nero con focature rosso-bruno, aveva una macchia bianca all’altezza dello sterno, pesava circa trenta o trentacinque kg. Vedendolo, non dava l’idea di aver sofferto e aveva come una specie di sorriso stampato sul muso, dato forse dalla certezza che il posto che avrebbe visitato dopo la morte sarebbe stato migliore di quello in cui aveva 42


Il vecchio cane vissuto inora. Bepi in quel preciso istante, vedendo il povero e vecchio cane ha un moto di commozione e una grossa lacrima gli solca la rugosa pelle. Dopo qualche attimo di incertezza pensa che sia giunta l’ora di fare qualcosa, il problema è cosa. L’idea iniziale è quella di chiamare i carabinieri, ma la scarta in partenza. A causa del suo ruolo di maestro aveva avuto più volte a che fare con l’arma, ma solo l’idea di dover parlare con il maresciallo Lorusso Salvatore lo stomacava, perché il maresciallo pensava in molte occasioni di essere in Sicilia alla caccia di ma iosi, piuttosto che in uno sperduto paese sulle Prealpi Venete, senza dubbio lo avrebbe deriso. Conosceva meglio l’appuntato Sassi. Precisiamo che Sassi era il nome e Matera il cognome, a Sassi mancava poco tempo per la pensione e meno lo disturbavi meglio stava. In genere lui era contento se lo invitavi a cena e vista la sua mole si capiva che era una buona forchetta. Gli ultimi due arrivati erano una macchietta proprio adatta alle barzellette sui carabinieri. In pratica stavano svolgendo il servizio militare nella benemerita, erano due ragazzoni ventenni friulani di Codroipo: Libero e Felice Strazzabosco. Facevano colpo sulle giovani del posto e in lì tutto bene, l’anomalia stava nel fatto che erano due gemelli in pratica identici come due gocce d’acqua. 43


Il distributore automatico del pane Inoltre Bepi, avendo fatto il maestro per una vita, aveva subito capito che gli Strazzabosco, pur essendo due bravi ragazzi, erano piuttosto tonti, ma avevano comunque portato a termine, non si sa come, degli studi di informatica e sapevano smanettare bene col computer e su Internet. Per l’appuntato Sassi, che con il computer era negato, erano stati una manna dal cielo e gli avevano risolto molti problemi. Neanche Sassi era un drago di intelligenza e molte volte Bepi tra sé e sé pensava dell’appuntato: “Se to mama la te ghà messo nome Sassi ghe sarà stà un motivo valido”. Restano mitici tutti gli inconvenienti e gli stupori durante i posti di blocco, dovuti al fatto che la gente, vedendo prima Libero che li faceva appostare per i controlli e poi Felice che chiedeva i documenti, rimaneva senza parole e pensava di essere vittima di qualche scherzo. Questa cosa ridicola era ormai conosciuta oltre i conini della valle e la stazione dei carabinieri di San Pietro stava diventando famosa tra le stazioni dei carabinieri venete. Famoso rimane quello che successe durante una sera dell’ultimo giorno di carnevale. La centrale dei carabinieri di Vicenza ordinò un posto di blocco al Ponte Maso, il maresciallo Lorusso allertò i due gemelli Libero e Felice Strazzabosco e li mandò a fare questo servizio. Successe che gran parte delle macchine che stavano 44


Il vecchio cane andando a festeggiare il carnevale negli Altopiani di Lavarone e Folgaria, vedendo questi due carabinieri vestiti uguali e uguali pure di faccia, pensando che si trattasse di uno scherzo di carnevale, non si fermavano. Il culmine fu raggiunto quando fermarono una macchina con quattro ragazzi vestiti tutti con il costume di Zorro e questi pensando che anche i due poveri carabinieri fossero vestiti in maschera gli chiesero se anche loro andavano alla festa in costume a Folgaria. A questo punto Libero e Felice non sapendo più cosa fare tornarono in lacrime dal maresciallo Lorusso che incazzato nero chiamò il capitano Vincenzi per farli radiare dall’arma. Il capitano, siciliano come il maresciallo, gli disse di lasciar perdere e di mettere la cosa a tacere ricordandogli che barzellette sui carabinieri ce n’erano in troppe. Lorusso con la coda tra le gambe e pensando che si trattasse di attendere solo qualche mese, tanto il problema dei due gemelli si sarebbe risolto automaticamente con il congedo, lasciò perdere. I due gemelli però non avevano accennato al maresciallo che loro intendevano mettere la irma. Questo giustamente, perché, visti i tempi, inito il militare dove sarebbero potuti andare a lavorare? Nell’ambito dell’arma invece, potevano avere qualche possibilità con il loro piccolo diploma informatico. Anche di questo fatto venne a conoscenza Bepi dal suo informatore che era l’appuntato Sassi. Sassi gli fece promettere di non dire niente a nessu45


Il distributore automatico del pane no, però fu una promessa da marinaio e dopo una settimana, non resistendo più, durante uno dei suoi mitici ritrovi sulla panchina di Pedescala vicino alla fontana, non seppe trattenersi e davanti a una folla attenta, Bepi raccontò l’accaduto suscitando l’ilarità di tutti. Tornando alla nostra storia, l’idea di avvertire i carabinieri fu scartata da Bepi che pensò allora di avvertire le guardie forestali. Tra un pensiero e l’altro a risolvere il problema arrivano dalla contrada del Borgo dove abitavano, la Bepìna e la Cìa. Loro capiscono al volo che è successo un altro brutto fatto e gli chiedono: «Maestro Bepi, xé successo ancora?». «E sì care» risponde. In quel “care” c’è il segno del maestro delle elementari, ma anche l’insegnamento di Bepi come grande amatore. La Bepìna e la Cìa erano state iniziate all’arte amatoria da Bepi. Quando la mattina andavano a prendere il pane lo facevano senz’altro per una questione di spesa quotidiana, ma anche per raccontarsi certe storie un pochettino sporcaccione che dovevano sapere solo loro e restare un segreto. Ormai erano vedove da alcuni anni e col tempo si erano anche molto incurvate di schiena. Del maestro Bepi avevano molto rispetto e infatti, per molti anni, gli avevano dato del “lei”. A seguito delle avventure avevano raggiunto però un 46


Il vecchio cane livello di con idenza più elevato: il “lei”, era sparito ma “maestro” resisteva ancora; anche l’altezza,il portamento dritto e il non veder trascorrere gli anni nel suo isico, portava ad aver soggezione e rispetto di Bepi. Alla ine decisero tutti e tre di non rendere pubblica la brutta storia e Bepi andò a casa, prese una carriola, caricò il cane e lo sotterrò nel praticello sito nel retro della sua abitazione. Bepi pensò tristemente che avanti di questo passo il suo piccolo prato sarebbe diventato un piccolo camposanto per animali. Come sappiamo, è dif icile mantenere i segreti in piccoli paesi come questi e infatti, la sera, nella panchina vicino alla fontana si venne a sapere di queste strane morti di animali che accadevano di fronte al distributore automatico del pane. L’interesse nei racconti, che poi venivano ricamati di cose che non erano mai accadute, non era sulla morte dei due poveri animali, ma sul velo nero con i due teschi e sugli spilli con la capocchia rossa. Queste cose venivano associate, nell’immaginario di molte persone, a riti satanici, magia nera, occultismo, vudù e chi più ne ha più ne metta. Due sere dopo, fu ordinata al parroco, da alcuni sconosciuti, una messa propiziatoria che avrebbe dovuto servire come protezione da un male non ancora ben conosciuto che si stava spargendo nella piccola frazione. Bepi, dal canto, suo gongolava perché sapeva di essere al centro dell’attenzione e tutti volevano carpire da 47


Il distributore automatico del pane lui qualche segreto in piĂš che altri non conoscevano. Sperava ovviamente che questi brutti fatti inissero lĂŹ, ma, se avesse potuto predire il futuro, avrebbe visto che purtroppo il peggio doveva ancora arrivare.

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Morte del camoscio

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“… I Minài erano una famiglia di cavallari, cioè persone che di lavoro trasportavano legname con l’uso di muli o di cavalli....”


Morte del camoscio

Musica consigliata: Trevor Jones, The last of the Mohichans Vino consigliato: Cantina Dal Maso, Casara Roveri 2006

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ue settimane passarono velocemente e le strane morti di fronte alla macchina del pane ormai stavano inendo nel dimenticatoio; Bepi, con passo veloce e schiena dritta, stava andando prima del solito a prendere il pane al distributore automatico. Non aveva dormito molto perché la sera prima lui e i suoi amici avevano discusso davanti a una bottiglia di grappa che tra una chiacchera e l’altra si erano scolati. La grappa che ha bevuto Bepi gli era stata regalata da una ragazza di San Pietro, una sua vecchia allieva, l’Antonella; lei è un’intenditrice di grappe, la sua specialità è quella al pino mugo, ma ne fa molte altre di buone come quella al ginepro, alla salvia, alla betulla, al mirtillo nero e al miele; la preferita di Bepi è quella al pino mugo. Il Pino mugo è una conifera a portamento contorto con rami arcuati ed elastici. Si trova nelle nostre montagne tra i 1500 e i 2700 metri di quota. Il legno di questa pianta era impiegato un tempo 53


Il distributore automatico del pane come legna da ardere, per produrre carbone e per l’estrazione della resina. Le gemme di pino mugo si immergono nella giusta quantità di alcol, si aggiunge lo zucchero necessario e si lascia il tutto per sei settimane al sole, ricordandosi di agitare molto frequentemente il composto quindi, si iltra con molta cura e si imbottiglia; il liquore che ne uscirà avrà un gusto forte e deciso. Le gemme del pino mugo devono essere staccate dall’alberello a primavera quando queste sono piene di resina all’interno, il segreto del risultato inale sta proprio in questo ed è Bepi a procurare ad Antonella le gemme per produrre questo elisir di lunga vita. Bepi quel giorno si trovava alle cinque e mezza già in cammino per la spesa. Ignorando il perché, durante il cammino gli era venuta in mente una famiglia di San Pietro a cui era molto legato: era la famiglia Minài presso la quale lui si era rifugiato durante l’eccidio di Pedescala. I Minái erano una famiglia di cavallari (cioè persone che di lavoro trasportavano legname con l’uso di muli o cavalli), a partire dal suo grande amico Gino Minái che era morto nel 1946 alla giovane età di quarant’anni per malattia; lo era anche suo padre Tita che era stato il primo di questa famiglia a iniziare con questo duro lavoro (era nato nel 1882 e morto nel 1948). Anche il iglio di Gino, Gianni era un cavallaro, ma con lui questo lavoro venne a inire quando il cavallo, con l’avvento delle strade asfaltate, fu sostituito dai mezzi a 54


Morte del camoscio quattro ruote. Gianni morì in modo tragico nel 1963 alla giovane età di trentatré anni. A Bepi questa famiglia era rimasta nel cuore e durante gli anni aveva sempre tentato di sdebitarsi per quello che avevano fatto, dapprima con la Milia, la moglie di Gianni, rimasta vedova giovane, e anche con Emilio, il iglio di Gianni che era rimasto orfano in tenera età. Nei paesi, un tempo, i nome erano i soliti: Giuseppe, Francesco, Luigi, Gianni, Gino molte volte i nonni e i nipoti portavano lo stesso nome anche per questo motivo sono nati i soprannomi. «Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi e aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo…». In questo modo comincia la pagina famosa di Giovanni Verga che, in un semplice soprannome, condensa tutta la drammatica storia di un giovane. Noi non abbiamo bisogno di conoscere il suo nome proprio, né il cognome della sua famiglia per sapere qualcosa della sua vicenda umana anzi, un nome e un cognome non ci avrebbero detto nulla. Se la novella verghiana avesse avuto il seguente inizio: «Giovanni Sartori era un ragazzo malizioso e cattivo», non avremmo avuto lo stesso effetto. In un paese in cui tutti sono di carnagione e di pelo bruni, l’individuo dai capelli rossi non può che diventare un segnalato dalla natura dal quale è bene guardarsi. Il soprannome Malpelo indica sinteticamente tutte queste cose, non c’è bisogno di sapere più di quanto 55


Il distributore automatico del pane esso esprime: per la comunità in cui vive, il ragazzo ha i capelli rossi perché è cattivo e perciò si chiama Malpelo, il resto non conta. Tutti sappiamo che la perpetua è la domestica di un prete, la quale così si chiama perché Perpetua era la serva di don Abbondio nel romanzo Promessi sposi; è diventata così famosa da dare il suo nome a tutte le domestiche che prestano la loro opera in casa di sacerdoti. Il soprannome, dunque, quali ica la persona in modo inconfondibile. Così, in una piccola comunità, in un paese di qualche migliaio di abitanti, il soprannome una volta era l’unico modo per individuare le persone. Un tempo nei nostri paesi il soprannome passava avanti, nel senso che la gente si conosceva quasi esclusivamente attraverso questo. Come d’altra parte, uno alto come Antonio da Pedescala, solo fra tutti gli altri di statura medio-bassa, poteva essere soprannominato “el longo”. Purtroppo i cambiamenti degli ultimi quarant’anni hanno trasformato questa situazione: la scolarizzazione di massa e la burocratizzazione della vita sociale (patente di guida, certi icazioni e licenze varie, codice iscale ecc.) hanno segnato, presso le generazioni più giovani, la vittoria del cognome sul soprannome. I giovani e i giovanissimi ricorrono al soprannome soprattutto per aiutare la persona più anziana a riconoscere gli individui di cui si parla e con cui si parla. Un giorno Bepi chiese a un giovane a lui sconosciuto 56


Morte del camoscio di San Pietro: «Chi sei?». «Mario L…» fu la risposta, ma per Bepi insuf iciente. «Figlio di chi?» Lui capì e gli rispose: «Il iglio di S… Postín». Ora il soprannome è diventato un mezzo di riconoscimento a cui si ricorre solo in occasioni particolari. Molte volte Bepi si è chiesto come siano nati e come nascano i soprannomi. Probabilmente equivale a chiedersi in che modo siano nati i nomi in epoche molto lontane dalla nostra; gli studiosi ritengono che se si potesse sapere come sono nati i nomi, molti problemi sulle origini del pensiero e del linguaggio sarebbero risolti. Noi in merito possediamo solo informazioni mitiche: leggiamo nella Bibbia che Adamo dette un nome a ogni cosa e a ogni animale; dobbiamo pensare che, quando Adamo dette il nome di gatto a quel mammifero a quattro zampe che acchiappa i topi, che gira volentieri di notte e che fa «miao», quel nome conteneva in sé tutte queste prerogative e in più aveva quegli elementi che lo distinguevano da altri mammiferi a quattro zampe che sono abituati a convivere con l’uomo. I soprannomi più recenti sembrano meno resistenti all’usura del tempo e soprattutto interessano pochi individui; si può dire che, tranne per alcuni rari casi di persone dagli atteggiamenti fortemente caratterizzanti, la popolazione più giovane si identi ica e viene identi icata solo attraverso il nome e il cognome. Ciò è dovuto, oltre che ai fenomeni culturali e sociali degli ultimi decenni, anche al fatto che la società delle 57


Il distributore automatico del pane nostre valli non è più chiusa in se stessa e dentro i conini del proprio territorio, ma si è aperta all’esterno e ha al suo interno una mobilità maggiore: è così aumentato il numero dei cognomi disponibili e si ricorre a nomi non tradizionali come Manuela, Alessio, Claudio, Tamara e così via. Il soprannome inisce per diventare super luo, almeno per ora. Chioggia rappresenta un caso demogra ico unico in Italia: l’elevatissima presenza dei due cognomi principali, Boscolo e Tiozzo (più di diecimila residenti portano questi cognomi), ha indotto l’uf icializzazione nel registro dell’anagrafe dei soprannomi. In ogni documento uf iciale (patenti di guida e carta d’identità), questi soprannomi – alcuni fra i quali molto coloriti – sono stati dunque inseriti a tutti gli effetti di legge e accompagnano la vita giuridica dell’interessato. Per fare alcuni esempi, dei Boscolo si distinguono i Forcola, i Bachetto, gli Anzoletti, i Gioachina, i Cegion, i Bariga; dei Tiozzo i Caenazzo, i Fasiolo, i Napoli, i Campanaro, i Brasiola, i Pagio. Bepi ha raccolto molti soprannomi che hanno circolato fra Pedescala e San Pietro, dove lui è stato maestro per tanti anni; molti sono oramai dimenticati, altri ancora resistono, altri sono recenti o di nuovo conio, alcuni indicano una stirpe, una famiglia o soprannomi singoli. Ci sono soprannomi che hanno resistito decenni e altri ef imeri nati in piccoli gruppi e scomparsi non appena la vita ha separato i membri dei gruppi. 58


Morte del camoscio Nella mente di Bepi c’è la pazienza e la voglia di recuperare e di conservare un prezioso patrimonio culturale e linguistico che altrimenti andrà a disperdersi nel nulla; i soprannomi appartengono a quel cordone ombelicale che ci lega al passato in ogni sua forma, infatti vengono tramandati attraverso le generazioni e fanno parte di un popolo e della sua tradizione. Sarebbe un vero peccato trascurare questo aspetto della realtà culturale che esprime simpaticamente l’anima popolare più schietta, vera e anche più fantasiosa di una comunità. Bepi chiama le persone del posto sempre con il soprannome della famiglia; per lui soprannomi e dialetto veneto dovrebbero essere conservati come patrimonio dell’umanità. Purtroppo invece, sia i soprannomi, sia il dialetto veneto stanno lentamente scomparendo. Alcuni giovani, se li chiami con il soprannome della famiglia, sembrano quasi dispiacersi, così come parlare dialetto sembra ormai diventata una cosa volgare. Molte madri parlano italiano ai igli e, se questi parlano il dialetto, vengono sgridati; quando Bepi vede queste cose gli prende un nervoso incredibile e più volte è costretto mordersi la lingua. Quando Bepi racconta, durante le serate sulla panchina, citando i Báisse, i Gióca, gli Ottávio, i Galo, i Furláni, i Kai, i S-Ciantíso, i Garbáto, i Carnevále, i Borána, i Campanári, i Canéla, i Vichi, i Barattiéri, i Barón, i Menónce, i Zanéla, i Marzemín, i Crosíti, i Baga, i Conte, i Postini, 59


Il distributore automatico del pane i Minái, i Máule, i Costante, i Boti, i Bóio, i Menegánte, i Fodáto, i Mosca, i Passéto, i Merlo, i Polacchi, i Godi, i Gambáro, i Pierássa, i Toldín, i Pámele, gli Avvocati e molti altri, lo fa per lasciare qualche ricordo nelle menti delle persone che lo stanno ad ascoltare; purtroppo in cuor suo capisce che in questa lotta sui ricordi subirà una scon itta e tutto questo patrimonio andrà perso, a causa di questa cultura multietnica che sta avanzando in modo inesorabile. Tornando alla nostra storia, Bepi aveva già preparato i 25 centesimi per la ciopéta de pan quando, a differenza delle altre volte, vide sul lato destro del distributore automatico del pane, una massa indistinta vicino ai vasi di piante per terra: sia per la distanza, sia per l’oscurità, Bepi non riusciva a capire di cosa si trattasse ed ebbe così un momento di incertezza e di paura, credendo che la morte stavolta non era toccata ad alcuni animali, ma a un uomo. A quel punto, con la certezza che quella cosa per terra stava sicuramente peggio di lui, si fece forza e andò a vedere di cosa si trattava. Bepi vide che il malcapitato stavolta era un camoscio. Il camoscio aveva impiantato bene in vista nelle corna il solito velo nero con i due teschi, gli spilli con la capocchia rossa erano invece in ilzati alcuni negli occhi, altri nella bocca e altri ancora nelle orecchie. A quel punto a Bepi vennero in mente molte cose; la prima era che se le morti andavano avanti di questo passo, lo spazio adibito a camposanto per animali che stava 60


Morte del camoscio dietro casa sua non sarebbe più bastato; poi si chiese cosa ci facesse lì un camoscio, perché è un animale da zone rocciose e di solito abita a quote comprese tra i 1000 e i 3000 metri; non a caso, siamo abituati a immaginarcelo mentre si arrampica e corre agile tra le rocce e gli impervi pendii delle montagne. Poi si ricordò quanto buono fosse il camoscio in umido, che lui aveva mangiato sette anni or sono quando era andato in Valle D’Aosta e di cui si era fatto dare la ricetta: forse era l’occasione per poterla provare. Alla ine però, da brav’uomo com’era, si concentrò sul povero animale, che da morto dava l’idea di un essere timido molto simile alla capra domestica; aveva una striscia chiara sul dorso. Bepi notò gli zoccoli del camoscio che gli permettevano di muoversi tra i pericolosi pendii; erano degli zoccoli bidattili composti in due parti principali distinte per durezza e funzione. Il bordo e la muraglia esterna, che erano dure e af ilate, consentivano al camoscio di poter sfruttare i piccoli appigli delle rocce; la parte più interna invece era quella che favoriva l’attrito sulla roccia nonché una migliore stabilità. Quello che Bepi amava di più di questi animali erano le corna; quelle di questo povero camoscio erano lunghe circa 26 cm di un bel colore nero ebano e si vedeva che erano state portate con ierezza, erano piene di solchi anulari che fecero capire a Bepi, con una certa attendibilità, che l’età poteva aggirarsi tra i dodici e i quindici 61


Il distributore automatico del pane anni. Quando Bepi vide le corna del camoscio, gli venne in mente la sua giovinezza e quanti mariti di quella valle erano rimasti cornuti grazie a lui, il soprannome che gli era stato af idato non era stato messo a caso. Lui era un grande amatore come il nonno che l’aveva portato spesso a fare pratica nelle case chiuse: a quei tempi a Thiene c’è n’erano tre, perciò c’era solo l’imbarazzo della scelta. In quegli anni, la frequentazione di case di tolleranza era, prima della loro chiusura, una pratica abbastanza consueta presso la popolazione maschile, mentre le donne, che per miseria o per sfortuna entravano a far parte della schiera delle prostitute, avevano poche possibilità di affrancarsi da un mestiere che spesso le conduceva alla malattia e alla morte in giovane età. Con questo bagaglio di esperienza e con l’attrezzo che madre natura gli aveva donato era diventato un mito; a un certo punto, visto che tutte le donne lo volevano provare, gli uomini non ne facevano neanche più un dramma se le mogli li tradivano. Non si sa se corrisponde a leggenda o a verità, ma si racconta che due mariti della zona andarono a ringraziare Bepi perché da quando le loro mogli avevano assaggiato la sua alcova, erano diventate molto più brave nell’arte amatoria e rendevano più felici i mariti con interessanti giochetti erotici. Le case di tolleranza dove lui aveva fatto pratica, grazie a una legge della senatrice socialista Lina Merlin, fu62


Morte del camoscio rono chiuse il 20 febbraio del 1958. Quando parli della Lina Merlin, Bepi s’incazza subito come una bestia perché dice che fu un grande sbaglio, se fossero ancora aperte forse si vedrebbero meno prostitute nelle strade e meno cose brutte su internet. Bepi capì che a questo punto la faccenda non poteva essere più taciuta, e quando arrivarono la Bepìna e la Cìa chiamò le guardie forestali che arrivarono dopo un’ora e portarono via il camoscio. Non sembravano molto preoccupate e quando videro il telo nero con i due teschi e gli spilli dissero a Bepi che ci sono proprio tanti de icienti in giro. A Bepi non fecero domande, non sapendo ignare che era già la terza volta che si veri icavano questi episodi davanti al distributore automatico del pane. In poco tempo la notizia fece il giro di Pedescala e anche di San Pietro. I primi a sentirsi chiamati in causa furono i cacciatori della valle, che per la prima volta si unirono e fecero una riunione nella biblioteca di San Pietro; nessuno di loro riusciva a spiegare cosa ci facesse un camoscio, non abituato a vivere sotto i mille metri, di fronte a un distributore automatico del pane. Era questo per loro il quesito più importante da risolvere; a loro non interessava la causa della morte, che era per tutti l’interrogativo più grosso. Come sappiamo, i cacciatori sono una cerchia ristretta e quella sera c’erano tutti quelli di Pedescala e quelli di San Pietro riuniti eccezionalmente insieme per la pri63


Il distributore automatico del pane ma volta. Discutevano animatamente, quando entrarono nella sala due persone e d’improvviso si creò un silenzio di tomba: erano entrate due “spie” dei verdi, Piero e il suo amico Bèrto da Roma chiamato col soprannome jegore. Tanto per inquadrarli, Piero e Bèrto sono due persone che se in montagna vedono un fungo porcino non lo toccano neanche e dicono che sta bene dove sta. Per non parlare poi degli animali. Però quando funghi, uccelli o altri animali sono presentati sotto forma di piatto saporito, il loro “Naturalesimo” sparisce d’incanto. Dopo un primo silenzio, l’acceso dibattito sul Rupicapra, che sarebbe il camoscio perché di aspetto molto simile alle capre, ricominciò. Dopo qualche minuto, Bèrto jegore alza la mano e chiede di parlare; altro silenzio di tomba, i cacciatori pensano che questi due verdi siano venuti per fare ostruzionismo, ma Bèrto chiede con il suo accento romanesco se è saltata la presentazione dell’ultimo libro di Maurizio Boschiero, Ciupàn ’The ‘60s & ‘70s. A quel punto, tutti i cacciatori tirano un sospiro di sollievo e capiscono l’equivoco; i do pori mona de verdi avevano sbagliato posto, erano capitati lì pensando ci fosse la presentazione del libro che invece si svolgeva nella casetta della Proloco di Pedescala. Con la certezza d’aver fatto la igura dei mona, i due si alzano mestamente ed escono dalla sala, seguiti dai risolini dei cacciatori e dalla convinzione che i verdi sono 64


Morte del camoscio proprio dei tonti. Alla ine della riunione, l’unica cosa di un certo rilievo era che l’ungulato, cioè il camoscio, era stato visto nella Cingella e precisamente nella zona di questa mulattiera chiamata fundi, cinquanta metri prima di arrivare al capitello; non possiamo sapere come i cacciatori possano dire che era lo stesso camoscio, però bisogna idarsi della loro esperienza. In giovane età, più di qualche volta, Bepi e altri giovani procuravano legna a Tita Minái; lui la pesava nella bilancia che aveva davanti casa e subito pagava i giovani. Erano pochi centesimi, ma per Bepi che doveva pagarsi gli studi valevano come l���oro. Fu durante questi periodi che divenne amico di Gino Minái e molte volte lo accompagnò in montagna per aiutarlo nel suo lavoro. La strada che facevano era la Cingella. Questa mulattiera, che sale sull’altopiano di Asiago dal lato nord, venne rimessa in uso in varie riprese dal 1860 al 1880. Sembra che il nome Cingella o Singela derivi dal fatto che alcuni tratti sono posti su alcune cengie della montagna a strapiombo, altri ci spiegano che quando ci sono degli inverni molto freddi alcuni tratti del selciato si gelano, da lì il nome in dialetto Singela. Divenne famosa nel 1973 quando la Proloco di San Pietro organizzò la prima “Marcia Rosa” non competitiva che saliva ino a Camporosà, con circa 20 km di percorso. 65


Il distributore automatico del pane Era rivolta a tutte le persone d’ambo i sessi oltre i quindici anni. Partiva dal centro del paese e saliva ino a costeggiare la malga gestita da Benito e i suoi igli, “Malga Camporosà”; da lì probabilmente il nome della marcia. Di questa marcia, Bepi racconta una storia che di sicuro pochi conoscono; la Milia la raccontò a lui raccomandadogli di mantenere il segreto, ma ormai queste cose, come si dice spesso per i nostri politici, sono cadute in prescrizione. A quei tempi, c’era molta voglia di divertirsi e in particolar modo di fare scherzi; a volte erano molto pesanti, altri meno. Ad ogni modo tutti erano mitici. Il re degli scherzi era senza dubbio Gidio Kal, che volle fare una cosa che restasse nella storia della “Marcia Rosa” perciò, in accordo con la Milia e con Piero Pipa, decisero di vincerla; il bello era che nessuno dei tre aveva mai fatto una marcia e sia la Milia sia Pipa, che viveva e lavorava a Nizza, in Francia, non avevano mai percorso neanche la Cingella. In ogni caso, con la complicità di una persona dell’organizzazione che per motivi di segretezza non possiamo svelare il nome, riuscirono ad avere tre cartellini di passaggio per i vari punti di controllo con tanto di appositi timbri. L’idea era quella di fare la marcia solo nel tratto in discesa partendo anticipatamente, così si riusciva ad arrivare prima di tutti gli altri. Il giorno della marcia, verso le tre di notte, il Kal, la 66


Morte del camoscio Milia e Piero Pipa furono caricati nel bagagliaio di una grossa macchina e partirono con un complice che guidava l’auto. La destinazione era un luogo imprecisato in cima alla Cingella. La Milia, che era la meno temeraria di tutti, non dormì la notte pensando in quale casino si era messa; quando arrivò l’ora di agire, era in preda al panico e dovettero caricarla a forza nel bagagliaio della macchina. Durante il tragitto, vista la paura insorta nella Milia, decisero di abbandonare l’idea di arrivare ai primi tre posti della marcia e pensarono che anche i posti dal quarto al decimo potevano bastare. La strada fatta non fu la solita più breve per il monte di Rotzo, ma quella ben più lunga delle Vezzene, al ine di evitare incontri sgraditi con conseguenti spiegazioni. Arrivarono in cima alla Cingella che era ancora notte inoltrata e dovettero nascondersi nel bosco di fronte a Camporosà per aspettare che arrivasse lo staff dei giudici. Anche se era agosto, il freddo si faceva sentire e i nostri tre eroi non erano molto vestiti. La Milia in pantaloncini corti e magliettina a maniche corte rischiò un congelamento e sentì i geloni che in genere l’af liggevano nei periodi invernali arrivare anticipatamente. Il Pipa, che non aveva mai messo un paio di pantaloncini corti e non aveva mai fatto una corsa in vita sua, era in jeans con scarponcini da montagna, Kal era l’unico che si divertiva. 67


Il distributore automatico del pane A un certo punto, quando passò un siluro (che poi era quello che avrebbe vinto la gara) si immisero furtivamente nel sentiero. Arrivarono dopo circa trecento metri al primo controllo. Immaginiamoci lo stupore del primo controllore di cartellino che trovarono in cima alla Cingella, che fra l’altro era un loro compaesano; quando li vide arrivare di gran carriera e freschi come le rose, subito dietro il primo chiese loro cosa facessero lì. Loro ovviamente, mostrando il cartellino correttamente timbrato, gli risposero che stavano facendo la marcia, spronandolo a vidimare velocemente il cartellino perché non volevano perdere posizioni. Lo stupore del controllore fu così tanto che non pensò neanche alla domanda più ovvia, cioè come avevano fatto l’andata, visto che lui non rammentava di averli visti; il tutto successe comunque in pochi secondi e loro ripartirono come tre razzi. In seguito, il controllore disse che i tre non sembravano per niente affaticati; la Milia, più che sudata, dava l’idea di una che corresse per farsi passare il freddo. Purtroppo i tre campioni non misero in preventivo che la Cingella è durissima, anche se fatta solo in discesa. Oltre al problema del solito stupore che vedevano negli occhi di tutti i controllori quando arrivavano, Pipa cadde più volte e si fece lacerazioni in varie parti del corpo. Alla Milia ritornò il riacutizzarsi di un antico dolore al ginocchio malandato, Kal, che era il più in forma visto 68


Morte del camoscio i suoi antichi trascorsi calcistici, dovette fare da infermiere e sorreggere le due zavorre che aveva deciso di portarsi in quell’avventura. I tre comunque arrivarono a tagliare il traguardo non tra i primi dieci, non tra i primi venti e neanche fra i trenta, ma sopra il settantesimo posto. Era comunque una festa e la folla che assiepava il traguardo, un po’ per compassione visto come erano ridotti, un po’ perché i tre erano molto conosciuti in valle, tributò un’ovazione maggiore di quella dei primi tre classi icati. Loro non potevano sapere tutti gli antefatti della storia, che resterà in quella faccia stupita e sconvolta del primo controllore che trovarono in cima alla Cingella. La Milia non portò il vino alle famiglie per una settimana causa problemi al ginocchio, subendo l’ira della suocera, la Norma, che mai avrebbe capito lo spirito burlesco di sua nuora. Pipa fu portato al pronto soccorso di Thiene a medicarsi tutte le ferite e passò le ferie che gli restavano, prima di ritornare al lavoro in Francia, tra medicamenti, bende e cerotti. L’unico che stava bene era Kal, cui era rimasta la certezza che le persone che aveva coinvolto per quello scherzo non fossero quelle giuste. Come sempre, il racconto prende altre strade e altri ricordi. Torniamo a Camporosà dove “Un carbonaio che a Valstagna nacque tese l’orecchio e scoprì quest’acque”. Que69


Il distributore automatico del pane sta è la scritta posta su una lapide murata dell’acquedotto e racconta la scoperta della sorgente di Camporosà da parte di un carbonaio nei primi del 1900. In quei tempi, per la scarsità delle comunicazioni con la pianura, era dif icile il trasporto della legna, mentre il carbone più leggero rendeva molto di più; da qui l’afluenza nei nostri paesi dei carbonai che, abbattuto il bosco e accatastata la legna su qualche pianoro, vi cuocevano il carbone. Con il tempo e per i bisogni della popolazione sempre crescenti, l’industria del carbone declinò e inì probabilmente per sempre. Tornando alla nostra marcia, parteciparono nomi che poi divennero famosi nel mondo delle maratone, come un futuro primo classi icato alla maratona di New York. Oltre a questi importanti personaggi, partecipavano persone comuni che in genere non camminavano mai; succedeva perciò che il giorno dopo la marcia metà del paese fosse bloccato con dolori in varie parti del corpo per aver fatto questo dif icile percorso senza nessun allenamento. Per il paese era comunque una grande festa. La marcia fu ripetuta con successo sempre maggiore anche negli anni successivi, ino al 1982. Attualmente la Cingella è percorsa da molti amanti di mountain bike e da altri che la usano come allenamento in funzione di percorsi futuri più impegnativi, vista la sua forte pendenza. Infatti, si parte dai 420 metri di San Pietro e in due orette si arriva ai 1260 metri di cima 70


Morte del camoscio Cingella. Al di là del lato sportivo, poco importante, la Cingella è uno dei collegamenti storici tra la Val dell’Astico e l’altipiano dei Sette Comuni e racchiude per gli abitanti del posto i ricordi dei loro antenati, di quei periodi duri in cui la Cingella non era usata come strada per una marcia o per andare a passeggio, ma era fonte di vita per le genti di questo paese. Oltre che il transito degli animali, la Cingella ha visto per decenni il lavoro dei boscaioli: da sempre fu strada per cavallari e per “boràri” , come venivano chiamati coloro che trascinavano in basso i tronchi di abete, in dialetto bore. Il lavoro nei boschi iniziava la mattina presto: uomini e ragazzi, con un fagotto con dentro la polenta e il formaggio, iniziavano il cammino sentendo la campana della chiesa che suonava il Padre Nostro. Questi ragazzi di tredici, quindici anni erano ancora pieni delle storie sentite le sere prima quando facevano ϔilò con le madri e i padri. Il ilò era una veglia tipica delle serate invernali, veniva in quei tempi praticata nelle stalle dove si raccoglievano tutti i familiari e talora i vicini; fatta soprattutto di lavori tranquilli, di dialoghi pacati e di rievocazioni, costituiva il momento di maggiore importanza per la trasmissione orale della cultura. Le serate d’inverno si trascorrevano nel tepore delle stalle riscaldati dal iato degli animali alla luce del canϔín, che era una lampada a petrolio di varie forme 71


Il distributore automatico del pane che si collocava nel punto più adatto alla circostanza regolandone il supporto. Chi non aveva la stalla, cercava compagnia andando dal vicino che la possedeva e portandosi eventualmente una sedia. Certi partivano anche da lontano, in gruppo, servendosi di un’unica lanterna; questo consentiva di risparmiare, la stessa poteva essere usata a turno per illuminare la stalla. Nel corridoio della stalla si formavano due gruppi, gli uomini da una parte e le donne dall’altra. In genere, i giovani preferivano andare nelle stalle dove c’erano ragazze da marito e qui di solito avveniva il primo approccio. Durante il ilò si lavorava, gli uomini riparavano o costruivano attrezzi o utensili, le donne cucivano e rattoppavano gli indumenti. Le giovani si ricamavano la dote, cucivano scarpe di pezza per l’estate o facevano bambole per le bambine. Le più vecchie ilavano la lana o la canapa, un lavoro meccanico che si poteva fare anche con poca luce e da mezze addormentate. Mentre si lavorava, si parlava di tutto e di tutti, dai pettegolezzi all’insegnamento di norme morali e comportamentali. Un vero patrimonio di cultura popolare si trasmetteva così oralmente, di generazione in generazione. Si commentavano fatti e notizie sentite al mercato, in osteria, sul sagrato della chiesa o arrivate con le lettere 72


Morte del camoscio degli emigranti. Il colpo di grazia all’usanza del ilò, che già stava lentamente scomparendo, venne dall’ingresso della televisione nelle case. Il termine stesso ilò alle ultime generazioni è quasi sconosciuto. In genere le storie che si raccontavano nei ilò, dove ragazzi e ragazzini restavano più volentieri ad ascoltare, parlavano di salbanéi, stríe, orchi e anguáne, personaggi forse immaginari che i narratori dicevano di veder camminare tra le piante, che alle prime luci dell’alba non lasciavano trapelare neanche un ilo di luce. Questi giovani erano affascinati in particolar modo dalle storie sulle anguáne, creature simili a ninfe legate all’acqua; costoro ne erano protettrici ed erano anche custodi dei monti e delle valli. Esse si presentavano sotto forma di donne molto attraenti in grado di sedurre gli uomini, vivevano presso fonti e ruscelli, potevano essere riconosciute dal fatto che in genere avevano i piedi di gallina, di anitra o di capra; queste, a differenza di orchi e strie, non uccidevano animali o uomini. In diverse storie si narra di come abbiano insegnato agli uomini molte attività artigianali tradizionali, quali la ilatura della lana o la casei icazione (tali storie si concludono in genere con gli uomini che rompono il patto o non si dimostrano riconoscenti e anguána che se ne va offesa). Nelle storie delle valli dell’Alto Vicentino è sovente 73


Il distributore automatico del pane la presenza delle anguáne e a San Pietro esiste un’alta scogliera dolomitica chiamata il Soglio di Mezzogiorno; essa porta questo nome perché, quando è illuminata dal sole, è mezzogiorno in tutte le stagioni. A una certa altezza, il soglio è traversato da una lunga grotta orizzontale chiamata la “Scafa delle anguáne”; la leggenda racconta che le anguáne vivevano sulle rive del iume Astico, ma che furono cacciate dalle donne del paese perché gli uomini perdevano spesso la testa per queste magni iche creature. Per non essere uccise dalle donne del posto, si rifugiarono allora in questo luogo. Bepi, che oltre alle sue mille passioni ha anche quella della pesca, racconta, in una delle sue storie più famose, di aver conosciuto un’anguána molti anni fa. Sembra che le anguane abbiano un grande rispetto per i pescatori e che, se questi portano loro reciproco rispetto, gli regalino fortuna. Bepi racconta che avendo fatto l’amore con questa anguana lei era rimasta soddisfatta e gli aveva promesso una lunga e sana vita; ecco forse spiegato il motivo di questa sorprendente longevità di Bepi. Bepi è sempre stato un’amante dell’acqua, ma non è un uomo d’acqua salata bensì d’acqua dolce; quante volte è stato visto tuffarsi nelle acque gelide del iume Astico anche quando le sponde erano gelate! Bepi ama l’Astico, che lui chiama torrente e non iume come la maggior parte delle persone; lui ha sempre sostenuto che la morte migliore sarebbe su una di que74


Morte del camoscio ste sponde, vorrebbe anche farsi cremare e disperdersi nel iume, ma a tal proposito dice che la sua ora non è ancora giunta. Bepi racconta che in tempi antichi il iume Astico si chiamava Medoaco Minore per distinguerlo dal Brenta ch’era detto Medoaco Maggiore; nel 1279 compare in uno scritto come Lastego, perché bagna il piede della montagna detta Lastebasse. La parola laste sta a signi icare lastra e infatti Lastego corre nel suo principio per un lungo tratto sopra lastre di pietra. Per Bepi c’è anche un’altra versione del nome del iume e così della valle e del Comune omonimo, cioè la presenza in alcuni tratti della valle dell’astacus, un gambero d’acqua dolce. Anche i racconti sul Salbanello erano molto amati dai ragazzi di allora. Il Salbanello aveva stabile dimora nei boschi ed era particolarmente bravo nell’annodare la lana dei montoni e le criniere dei cavalli. Era un piccolo mascalzone, ma le marachelle che faceva erano di modesta entità. Esplicava le sue doti soprattutto di notte, di giorno invece se ne stava appollaiato sugli alti larici dei boschi e faceva lunghi e lamentosi monologhi, stranamente umani. Bepi ha sempre amato negli ultimi anni percorrere la Cingella da solo di prima mattina, solo così dice si può ritrovare la vera essenza di quest’antica mulattiera; an75


Il distributore automatico del pane che se sei solo, sentirai vicino a te la compagnia di quegli amici scomparsi che ti aiutano e non ti fanno sentire la paura che le storie che ci sono state tramandate siano vere. Questa mulattiera s’inoltra dentro una valle fredda: la Torra; dicono che questo nome derivi da Thor, il Dio che era sopra le tempeste. È una strada per gli amanti di orizzonti brevi, poco adatta alla gente di mare, è una strada che non ama essere fotografata. Il primo tratto originale che porta ai Valeri parte dai Lucca e sbuca sotto i Báisse parola cimbra che signi ica bianco. Questa contrada, fondata dalla famiglia Bonifaci, fu abitata dai Gianesini venuti da via Fontanelle nel 1650 e rimasti lassù ino al 1900. Dai Báisse ci si immette in un pezzo asfaltato che dopo qualche centinaio di metri inisce e inizia la parte sterrata. Forse per la durezza della salita, il tratto che va dal ceppo in ricordo di Giuseppe Bonifaci ino al capitello è quello che ti induce alla meditazione; la presenza dello spirito dei nostri padri e dei nostri nonni ci accompagna e ci assiste in questo duro sforzo, inoltre ci dà coraggio per affrontare i tempi in cui viviamo. Ci dicono che dopo una salita c’è sempre un tratto di piano o di discesa, è forse la metafora della speranza che nella vita dopo un periodo buio più o meno lungo, spunta la luce; infatti la Cingella quando sei allo stremo dello forze ti regala i fundi, un tratto di piano attraverso 76


Morte del camoscio un itto bosco, il più bello di tutta questa mulattiera. I fundi sono il relax e la pace che ti aspettavi dopo lunghi tratti di forti salite. Dopo circa duecento metri dal capitello, inizia la “Val de Duián”, dove all’improvviso vieni investito da un’aria fredda e maligna; essa ti avverte di fermarti e che è pericoloso andare avanti, tutti i rumori che senti in quel tratto di strada ti sembrano nemici, dagli uccelli ad altri tipi di animali che non conosci, allora cerchi di andare più velocemente inché arrivi alla volta del toro. Da qui al sojo alto senti che sei salvo, l’aria fredda scompare e arrivi in un punto dove una volta si raccontava dell’esistenza di una vecchia che chiedeva un pegno per passare di lì: baciarle il culo. I vecchi che portavano i ragazzini per la prima volta nella Cingella raccontavano questa storiella; i ragazzi arrivavano perciò al sojo alto pieni d’apprensione e di paure che poi svanivano lasciando spazio al sollievo perché la vecchia non c’era mai e potevano passare senza dover pagare quel pegno. Quando si arriva in cima alla Cingella, anziché continuare per andare a malga Camprosà si gira a sinistra e si percorre una mulattiera chiamata “la strada dei castelíti”. Questa strada fu costruita dal comune nel 1928 durante il periodo fascista e da Cima Cingella conduce nel bosco delle Fratte; è un pezzo bellissimo di sentiero e se la persona che lo percorre ha visto il ilm L’ultimo dei Mohicani gli sembrerà di essere sulla scena inale del 77


Il distributore automatico del pane ilm, quando l’ultimo dei moicani rincorre il gruppo di indiani che ha ucciso il iglio. Come molte cose belle, questo sentiero è in ido e pericoloso e purtroppo negli anni ci sono stati molti incidenti, a volte con conseguenze mortali. A circa metà di questo sentiero, è stato issato sulla roccia un capitello dedicato a Sant’Antonio che ricorda una grazia ricevuta da Gianni Minái. Molte sono le ubriacature che Bepi ha condiviso il sabato sera con Gino e Gianni Minái, seguite da canti in giro per le strade del paese. Prendiamo ad esempio la storia dei Minái per parlare dei cavallari, anche se in quegli anni, di montagna vivevano quasi tutti. La storia di questa famiglia è probabilmente la storia di tutti i cavallari della Cingella. Sono storie di grandi fatiche e tribolazioni; di mattina si alzavano a orari impensabili ai giorni nostri per andare a prendere il legname, poi due volte alla settimana all’una o alle due della notte partivano con il barósso, che era il carro adoperato per il trasporto dei tronchi, andando con il legname a Thiene. A quel tempo le strade non erano ancora asfaltate, perciò gli zoccoli degli animali erano dotati di appositi ramponi che permettevano loro di non scivolare nelle dif icili salite; questi animali da soma facevano sforzi immani e perciò la durata della loro vita era di pochi anni, anche se in genere erano trattati amorevolmente dai padroni visto che erano la loro fonte di vita. Quando questi animali arrivavano in fondo all’abita78


Morte del camoscio to di Mea, molti cavalli o muli non potevano farcela da soli ad affrontare la salita; quindi a qualunque ora erano sempre disponibili delle vacche che a pagamento aiutavano in questo grande sforzo i cavalli o i muli. È simpatico sentire raccontare questa storia da Lino che a differenza dei Minái, che in genere avevano cavalli o muli molto forti, al punto che più di qualche volta li vedevi montare in groppa, dice di essere sempre stato un po’ s igato e di non aver avuto muli validi per il traino. I soldi erano pochi e se facciamo un paragone con le macchine di adesso, uno che aveva soldi a quei tempi comprava un mulo Mercedes Benz, quello che ne aveva pochi doveva invece ripiegare su un mulo Fiat 500, magari usato. Lino più di una volta dovette aiutare il suo povero mulo che non ce la faceva più a proseguire e ad arrivare a destinazione. Quando la ila di cavallari della valle arrivava a Thiene, si scaricava il legname nei vari punti di raccolta (segherie, stazione ecc.) e poi si passava a caricare le vivande che sarebbero state lasciate nei negozi del paese. Il viaggio di ritorno non era mai fatto vuoto. All’ora di pranzo, i cavallari si fermavano alla trattoria “Al Sole” a Thiene, dove per pochi centesimi si poteva mangiare un succulento minestrone ristoratore, poi si ripartiva per il ritorno nella valle. Lino racconta di quando, dovendo far colpo sulla Bice, una bella ragazza che abitava al Forteratti, Gianni Minái gli prestò il biroccio; il colpo fu così ben riuscito 79


Il distributore automatico del pane che pochi anni dopo la bella Bice divenne sua moglie. Il biroccio era un carro trainato da cavallo con due grandi ruote con cerchioni di ferro. I raggi delle ruote erano di legno, come il punto centrale; sotto c’era un blocco di ferro curvo dove passava una barra in ferro. Sopra la barra di ferro, era collocato il tavolato di legno con le due stanghe alle quali si attaccava il cavallo. Sopra il tavolato, erano innestate due sponde alte un metro con tavole distanti circa 15 centimetri l’una dall’altra. Alcune potevano essere anche pitturate a piacere. Nel 1945, il biroccio era considerato un mezzo di trasporto agricolo, aveva la targa con il nome del proprietario e i quintali di portata. La targa era issata con piombi sulla stanga del biroccio e per averla si doveva pagare una tassa. Nelle nostre valli, vista la povertà, il biroccio a quei tempi era come una macchina signorile dei giorni nostri e molti matrimoni venivano fatti con questo mezzo, anche se con l’avvento delle strade asfaltate andò a scomparire e fu sostituito dalle attuali automobili. Di birocci se ne vedono ancora nelle città d’arte, per trasportare i turisti da un luogo all’altro della città. Ma tornando a Gianni Minái, la sua storia è caratterizzata da una grande sfortuna che lo ha seguito ino alla morte. Una di queste sfortune gli è successa proprio sulla strada dei Casteléti: un giorno di tanti anni fa, percorrendo questa strada con il suo mulo, inì giù nel burrone 80


Morte del camoscio sotto strada; per il mulo non ci fu scampo (rotolò ino in fondo sfracellandosi), per Gianni invece una provvidenziale e giovane pianta fermò la caduta che altrimenti gli sarebbe stata fatale. In memoria di questa grazia ricevuta, essendo Gianni un fedele devoto di Sant’Antonio, andò dal santo a Padova, comprò una statuetta, la fece benedire e poi eresse un piccolo capitello che esiste tuttora. Circa dieci anni fa, il iglio e il fratello di Gianni Minái, essendo la statua ormai corrosa dal tempo, ne fecero benedire un’altra e quella originale fu sostituita. Questo perché nelle popolazioni di queste valli è radicata l’idea di mantener vivi i ricordi del passato; senza passato sarà dif icile capire il presente, ma in particolar modo costruire un futuro. Quando Bepi parla di Gianni Minái, gli viene un groppo alla gola; loro due erano diventati molto amici, anche se differenti di età. Gianni aveva la sua principale caratteristica nella mascagna, cioè aveva capelli lunghi e neri tirati all’indietro, era sempre solare e pronto allo scherzo. Bepi dice che un tipo di amicizia del genere ci può essere solo tra due uomini. Continuando con la storia di Gianni Minái, Bepi racconta che a un certo punto lui si accorse che con il lavoro di cavallaro non si poteva più vivere. La strada che da San Pietro Valdastico andava ino a Thiene era stata asfaltata e in poco tempo cavalli e carri stavano per essere sostituiti da ben più comodi e veloci 81


Il distributore automatico del pane camioncini. Aveva iniziato così a scavare ghiaia dal iume Astico e in qualche anno si era attrezzato di motocarro e di una macchina a tazze per levare la sabbia dal iume. I costruttori della valle gli chiedevano la ghiaia per le loro costruzioni e lui gliela portava; anche questo non era un lavoro facile e per dotarsi dell’attrezzatura necessaria aveva fatto dei debiti, si alzava alle quattro di mattina per andare nel iume e iniva a notte inoltrata; il fatto di cominciare a vedere soldi gli dava il coraggio di continuare in questo sforzo. A differenza dei tempi attuali, dove purtroppo il futuro che si vede è sempre più nero, la speranza di un futuro migliore lontano dalle sofferenze e dalle fatiche fatte ino allora non era una chimera; molto lentamente, anche in zone disperse come la Valdastico, si notava un certo cambiamento dei tempi, il progresso e un certo benessere erano a portata di mano. Gianni Minái aveva conosciuto una ragazza di Lastebasse, i due stavano bene assieme e avevano già deciso di unirsi in matrimonio. Gianni aveva ordinato un camion che avrebbe sostituito il motocarro perché con questo non riusciva più a soddisfare le esigenze dei sempre più numerosi clienti. Aveva già avuto due motocarri: il primo era un Macchitre della Aermacchi, il secondo e l’ultimo era stato il mitico Ercole della Motoguzzi. Le sfortune sembravano oramai un lontano ricordo e pareva che tutte le sue preghiere a Sant’Antonio inizias82


Morte del camoscio sero a dare qualche frutto. Da poco era successo che tutto l’impianto a tazze per scavare la ghiaia, che aveva portato a riparare da Gianni il fabbro, era inito sotto la strada per salire a San Pietro dove c’è una salita ripida chiamata per questo in dialetto la Pontára. Era un macchinario così grande che ci fu bisogno dei militari americani in stanza all’Ederle a Vicenza, che arrivarono con un’apposita gru per sollevarlo e riportarlo sulla strada; inoltre questo enorme macchinario tranciò purtroppo anche i ili della corrente dell’Enel. Gli americani non chiesero niente per l’intervento fatto, l’Enel invece mandò un conto salato a Gianni Minái che la famiglia continuò a pagare a rate anche dopo la sua morte. Anche questo triste ricordo stava lentamente svanendo e Gianni diceva che nella vita si può cadere molte volte però la cosa importante è riuscire a rialzarsi e ricominciare. La Milia e Gianni si sposarono e dopo un anno ebbero il primo iglio. Intanto la vita continuava con le solite levatacce e con il rientro a casa la sera tardi; anche la Milia, che aveva più forza di un uomo, aiutava il marito nel lavoro al iume. Un tragico giorno di metà maggio del 1963, la macchina a tazze usata per levare la sabbia del iume si bloccò; nel tentativo di sbloccarla, la fede nuziale che portava al dito s’incastrò in una tazza e questo gli provocò 83


Il distributore automatico del pane una lacerazione al tendine. Gianni fu portato dal dottor Stefani che gli consigliò di andare all’ospedale per farsi mettere a posto il tendine lesionato, perché altrimenti il dito gli sarebbe rimasto diritto per sempre e non si sarebbe mai più piegato. Erano altri tempi e per intervenire gli fecero l’anestesia totale e probabilmente nessun controllo o analisi. Gianni Minái non si svegliò più e morì alla giovane età di trentatré anni in una sala operatoria dell’ospedale di Thiene; allora non c’erano ricorsi, né denunce, né spiegazioni. La Milia restò fuori dalla sala operatoria ad aspettare inché un medico le dette la tragica notizia. La Milia rimase vedova. Molti debiti da pagare, un iglio di pochi mesi e una suocera; nessun medico le spiegò mai la causa della morte del marito.

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“…e cosi Melkor generò l’orrenda razza degli orchi che sono un atto di invidia e di scherno verso gli elϔi…”


L’orco

Musica consigliata: Dylan, The Times They are a-changin’ Vino consigliato: Cantina Maculan, Fratta 2008

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uella mattina il cielo era plumbeo, erano circa le sei e c’era ancora un buio pesto. Per questo motivo, Bepi pensò di portare con sé una piccola torcia a pile. Controllò per sicurezza se avesse nel portafoglio i soliti 25 centesimi, chiuse la porta di casa e si avviò verso il distributore automatico del pane. Appena uscito, un’aria fredda lo investì e lo fece rabbrividire e lo investì. La sua mente cominciò a vagare e gli apparvero le parole che aveva letto nel Silmarillion di J. R. R. Tolkien, scrittore di libri fantastici di cui lui era sempre stato appassionato: «Tutti coloro degli Elϔi che caddero nelle mani di Melkor furono imprigionati in Utumno prima che esso fosse distrutto e tramite lente arti crudeli vennero corrotti e resi schiavi; e così Melkor generò l’orrenda razza degli Orchi che sono un atto d’invidia e di scherno verso gli Elϔi, 89


Il distributore automatico del pane dei quali in seguito furono i nemici più irriducibili». Arrivato nei pressi del distributore automatico, si accorse di avere uno dei lacci delle scarpe sciolto, si piegò e sentì vicino al distributore un grosso ringhio che lo fece sobbalzare. Era un urlo non umano che metteva paura. Vide in lontananza, vicino al distributore automatico del pane, una igura grottesca e deforme; la creatura era vestita di solo stracci e la sua pelle andava da un verde scuro ino a un rosa chiaro le braccia erano particolarmente lunghe. Il volto sembrava schiacciato, portava due brutti bafi lunghi che sembravano delle zanne, aveva una grossa pancia e pochi capelli lunghi solo dietro la testa, unti non di gel, ma di sporco. Quando Bepi puntò la torcia in direzione degli occhi, vide occhi rossi non abituati alla luce, occhi crudeli di una vita trascorsa nelle gallerie o nelle caverne. Sembrava che questo putrido “essere” stesse appoggiato sopra a un altro animale a cui Bepi non riusciva ancora a dare un’identità. Nel momento in cui Bepi puntò la torcia negli occhi di quella specie di orco, l’animale ebbe un sussulto come se uno l’avesse colpito con una barra di ferro e scappò verso via dei Martiri che iniva al cimitero e poi nei boschi. Nell’avvicinarsi alla macchina del pane, Bepi vide una coltre di fumo nero che lentamente si stava diradando; inoltre c’era un forte odore di plastica bruciata e sem90


L’orco brava che questo odore avesse spessore e consistenza. Prima ti dava l’idea di un odore dolce e piacevole, dopo qualche secondo invece diventava fastidioso. Nel giro di pochi secondi tutto scomparve e attraverso le spesse nubi iniziarono a far capolino le luci dell’alba. Bepi a un certo punto dubitò di se stesso e iniziò a pensare che quello che era appena successo fosse un sogno. A scuotere questi pensieri furono le voci delle due solite comari che stavano arrivando; Bepi introdusse i 25 centesimi nel distributore che produsse un sinistro scricchiolio e che lo fece sobbalzare e si prese la ciopéta de pan; questa aveva un aroma come quello che faceva un tempo Cesco nel suo reale pani icio. Quando le sue due amiche arrivarono, gli chiesero subito cosa era successo e perché fosse bianco come uno straccio. Bepi non raccontò niente di quello che era accaduto perché aveva paura di essere preso per matto. Le due donne prima di arrivare parlavano tra loro di tutti i giochi che i ragazzini degli anni ’50 e ’60 facevano e che adesso stavano scomparendo. Bepi, per dimenticare il brutto incontro di poco tempo prima, andò con il pensiero alla ricerca di tutti quei giochi che erano oramai scomparsi. Lui era convinto che la riscoperta dei giochi tradizionali avrebbe potuto riportarci alla conoscenza della nostra storia e alle nostre origini. Il gioco stimola l’inventiva, la curiosità, la manualità e l’ingegno; con il gioco, il bambino si adatta e si avvici91


Il distributore automatico del pane na alla società degli adulti. Bepi ricordava bene i giochi dei bambini di quegli anni; erano ancora periodi di povertà, molti bambini si costruivano da soli i loro passatempi con i materiali che c’erano a disposizione e la fantasia diventava la materia prima. I giochi si facevano per lo più lungo la strada o nei tanti spazi che la natura concedeva. Oggi i giochi sono prodotti dalle industrie, inoltre la tv e il computer hanno ucciso la creatività dei ragazzi. Un tempo si sopravviveva alla noia con poco, oggi purtroppo il gioco raramente avviene nelle strade e i giochi tradizionali continuano a vivere solo nella memoria dei più anziani. Quando Bepi passava per andare a scuola, di fronte al cortile dell’asilo vedeva i bambini e le bambine formare un grande cerchio tenendosi tutti per mano e iniziando a girare intorno nello stesso verso. Cantavano una ilastrocca alla ine della quale ognuno si sedeva velocemente per terra: «Giro, giro tondo casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra». Perdeva chi era l’ultimo a sedersi. La fantasia dei bambini di un tempo era tale da realizzare delle trombette utilizzando gli steli del tarassaco. Come? Sof iando intensamente dentro il gambo vuoto e premendo delicatamente con una mano. Un altro gioco che vedeva spesso era quello delle igurine; questa passione nei bambini e nei ragazzi era legata all’album messo sul mercato dalla Panini. 92


L’orco Le igurine venivano lanciate dall’alto, da una sedia o da un muretto, con un colpetto delle dita. Se una di queste igurine iniva sopra a un’altra anche solo in parte, il vincitore aveva come premio le igurine che si trovavano per terra. I giocatori usavano ovviamente le igurine doppie con lo scopo di implementare il proprio album. Un altro gioco che facevano i bambini era il gioco dei tappi che viene considerato l’antenato del gioco delle biglie: consisteva nel tracciare una pista per terra con curve e rettilinei collocando all’inizio della pista dei tappi. Ogni bambino che possedeva un tappo aveva diritto a un tiro ogni turno. Lo scopo era arrivare primi al traguardo. Il tiro si eseguiva spingendo il tappo con uno scatto dell’indice. Se il giocatore tirava il tappo al di fuori della pista tornava indietro ricominciando dall’ultimo tiro eseguito. Altro gioco che Bepi si divertiva a guardare era il gioco dello scalón o gioco della campana, uno dei giochi più antichi e diffusi al mondo; esiste infatti un disegno del gioco della campana sulla pavimentazione dei Fori Imperiali. Si dice che questo gioco si sia così diffuso perché furono i soldati romani a insegnarlo ai bambini dei paesi conquistati. Da noi è sempre stato un gioco praticato soprattutto dalle bambine. 93


Il distributore automatico del pane Si tracciava la campana con un gessetto sulla strada e i quadrati che la formavano erano numerati da uno a otto; inoltre il giocatore doveva dotarsi di una pietra non troppo liscia per evitare che scivolasse chiamata scàja. Era bello perché vedevi tutti questi bambini saltare su una gamba sola, da una casella all’altra, buttando le scàje e girando su se stessi a occhi chiusi tentando di non calpestare i bordi delle caselle. Le regole erano molte e in ogni caso chi arrivava alla casella “dieci” senza commettere errori vinceva. Altro gioco praticato più che altro dalle ragazzine era quello della corda; bastava una semplice, corda e almeno tre bambini e il gioco era fatto. Due facevano girare la corda e gli altri tentavano di saltarla senza inciampare. La corda doveva essere saltata quando sbatteva per terra. Chi inciampava sulla corda veniva eliminato. Il gioco è semplice ma ha bisogno di molta concentrazione. Quando la corda era corta si giocava da soli saltando a piedi uniti o alternati, facendola girare attorno al proprio corpo. Fino agli anni ’70 non c’erano campi da calcio o parchi attrezzati, ma si giocava dove c’era un prato o uno spiazzo. Berretti, maglioni, le cartelle di scuola o due bastoncini potevano diventare la porta. Qualcuno portava il pallone e il gioco aveva inizio. I palloni erano quasi sempre di plastica e si rompeva94


L’orco no quando inivano su un ilo spinato. Era una grande festa quando qualcuno portava un pallone di cuoio marrone. Questo pallone era bellissimo, ma in breve tempo si rovinava e diventava biancastro e ruvido. Quando lo prendevi in testa lasciava un bel livido ma non contava nulla, era una roba da grandi. Lo si gon iava con la pompa della bicicletta. A volte capitava che si litigasse o si rimproverasse più del dovuto, per una brutta giocata, il proprietario del pallone. Questo era molto rischioso, perché questo bambino poteva ribattere: «Allora me ne vado e porto via il pallone». Il gioco con cui i ragazzi di allora si divertivano di più era senza dubbio il cucóto, in italiano “nascondino”. Era un gioco a cui partecipavano persone di ogni età, a gruppi anche di trenta persone. Si sceglieva la cosiddetta tana, che poteva essere un tronco d’albero, la porta di una casa, un muro, un’automobile o altro e si designava chi doveva “star sotto” tramite la conta, ossia una ilastrocca che si concludeva per lo più con una frase del tipo: «Tocca a te!». Il prescelto doveva poi contare a occhi chiusi ino a un numero concordato, a volte anche più di cento. Una volta concluso di contare, chi stava sotto iniziava a cercare i compagni di gioco. Avvistatone uno doveva gridarne il nome, a volte anche toccarlo, e correre fulmineamente verso la tana, toc95


Il distributore automatico del pane carla e gridare a squarciagola: «Tana!». Di conseguenza, il meno veloce doveva stare sotto a sua volta e riprendere la caccia ai giocatori nascosti. Chi riusciva a raggiungere la tana con successo poteva così gustarsi il gioco come spettatore. L’obiettivo dei giocatori nascosti era cercare di lasciare i rifugi senza essere visti o toccati e di raggiungere il punto di tana gridando “tana” per liberare se stessi. Ogni mano si concludeva quando tutti i giocatori erano stati scoperti e ne restava uno “sotto”, non necessariamente quello che era stato designato inizialmente con la conta. Quando Bepi passava per i bar sentiva delle urla incredibili dovuti al gioco della mora. Bepi era uno che non aveva mai amato le urla perché gli piaceva il silenzio e la meditazione, ma questo vociare nelle strade dei paesi gli dava un’idea di vitalità che lo rendeva felice. La mora, con una erre sola in Veneto, è un gioco praticato in moltissimi paesi, soprattutto quelli del bacino del Mediterraneo, in quanto deriva dalla pratica utilizzata in dall’antichità di contare sulle dita. Le sue origini sono tuttavia sconosciute visto che è stato tramandato oralmente e non ci sono informazioni scritte sulla sua nascita. Il gioco consiste nell’indovinare la somma dei numeri che vengono mostrati con le dita dai giocatori. Simultaneamente i due giocatori tendono il braccio mostrando il pugno oppure stendendo un numero di 96


L’orco dita a scelta, mentre gridano (quasi a voler intimorire l’avversario) un numero da 2 a 10 (la morra) in forme dialettali, a volte storpiato con espressioni molto colorite che variano di paese in paese. Il giocatore che indovina la somma conquista il punto. Se entrambi i giocatori indovinano la somma il gioco continua e nessuno guadagna il punto. Il gioco inisce quando si raggiunge il punteggio deciso a priori. Nei bar della valle, arrivarono più volte i carabinieri perché la gente che passava fuori pensava ci fossero delle risse all’interno. Sino alla ine degli anni ’70, anche le sagre erano un evento per questi paesi di montagna; in molte di queste sagre si svolgevano alcuni giochi popolari che si trasformavano in veri e propri duelli tra le frazioni del posto. Corsa nei sacchi, tiro alla fune, albero della cuccagna e rottura delle pignatte erano i più praticati e i più amati dalla popolazione che correva in massa a fare il tifo per i propri beniamini. Per parteciparvi bastava avere dei sacchi di juta dove i nostri atleti s’in ilavano, reggendoli all’altezza del petto poi, in tale posizione, saltavano a piedi uniti verso la linea di arrivo. Vinceva chi raggiungeva per primo il traguardo. Se uno cadeva non era eliminato, ma perdeva solo del tempo prezioso. Poteva infatti rialzarsi e continuare. Il tiro alla fune è uno sport di origine contadina che 97


Il distributore automatico del pane vede contrapposte due squadre che si s idano in una gara di forza. È stato sport olimpico dal 1900 al 1920. Sulla fune è marcato il punto centrale e in genere ci sono due squadre di otto giocatori dello stesso peso che tirano dalle due parti. L’obiettivo di ogni squadra è tirare l’altra squadra dalla propria parte. L’albero della cuccagna era un gioco popolare in cui i partecipanti dovevano cercare di prendere dei premi posti in cima a un palo (in genere i premi erano generi alimentari o altro). Il palo era ricoperto di grasso o di un’altra sostanza che rendeva dif icile l’arrampicata da parte dei concorrenti. Capitava molte volte che il giocatore, arrivato in prossimità del premio, scivolasse inesorabilmente verso il basso. Giovani robusti e atletici si arrampicavano sul palo per staccare i premi e anche per farsi notare dalle ragazze del posto. In Italia, l’uso dell’albero della cuccagna di cui parliamo sarebbe stato introdotto dai franchi di Carlo Magno. L’ultimo dei giochi che Bepi ricorda delle sagre popolari è la rottura delle pignatte; le pignatte in terracotta erano legate a una fune e sospese a un’altezza di pochi metri. Questi contenitori venivano riempiti con premi ma anche con scherzi (acqua, farina, cenere e coriandoli). 98


L’orco Ogni giocatore veniva bendato, gli si consegnava una mazza, lo si faceva girare su se stesso più volte per disorientarlo e quindi lo si lasciava libero a menare colpi nell’intento di fracassare le pignatte. Per il giocatore, il divertimento stava nel rompere la pignatta con il premio più ambito; il pubblico invece si divertiva nel vederlo inire, dopo una gran fatica, sotto uno scroscio d’acqua o interamente ricoperto di farina. Bepi era forse l’unico degli abitanti di Pedescala che andava alla sagra di San Pietro, d’altra parte lui insegnava lì e aveva molti amici e conoscenti. A parte questo, lui non poteva mai mancare perché la sera, per completare la festa, c’era l’esibizione della band di Claudio Pócio, chiamato anche Celentano per la bravura che aveva nel cantare le canzoni del molleggiato. Bepi aspettava una canzone che lo faceva struggere: era “Sei rimasta sola” scritta da Richi Gianco per Celentano. Nel tornare a casa se la cantava perché la sapeva a memoria: Ora sei rimasta sola piangi e non ricordi nulla scende una lacrima sul tuo bel viso lentamente, lentamente. Ora sei rimasta sola cerchi il mio viso fra la folla forse sulle tue piccole mani stai piangendo il tuo passato. Ma domani chissà, se tu mi penserai allora capirai, che tutto il mondo eri tu la tua vita così, a niente servirà e tutt’intorno a te più triste sembrerà. Ora sei rimasta sola piangi e non ricordi nulla scende 99


Il distributore automatico del pane una lacrima sul tuo bel viso lentamente, lentamente, lentamente, lentamente. Alcune volte, durante le sagre, arrivò anche il circo. Purtroppo non ebbe mai un grande successo, perché erano circhi di piccole dimensioni. Il tendone veniva posto in località Cerati a San Pietro. Alla sera iniziava lo spettacolo. Il domatore di leoni, il pagliaccio, il lanciatori di coltelli, l’illusionista o il fachiro. A Bepi il circo metteva sempre molta tristezza, gli faceva pena vedere tutte quelle persone impegnarsi al massimo di fronte ad un pubblico cosi poco numeroso. Alle ore 17 del 3 gennaio 1954, sulla frequenza dell’unico canale che allora entrava nelle famiglie italiane, iniziarono i programmi della tv dei ragazzi. Il motto era: “educare divertendo”. Programmi educativi e anche di intrattenimento, per lo più di provenienza statunitense. Tra i tele ilm più amati c’erano Rin Tin Tin, Lassie, Zorro, Penna di Falco e Furia. A quei tempi, il televisore non era presente in tutte le case e i meno fortunati erano invitati dai compagni di gioco che ne possedevano uno. Non esisteva nemmeno il registratore e allora non si poteva perdere neanche una puntata. Finito il tele ilm, soprattutto d’estate, uscivano tutti all’aria aperta per giocare ai banditi e agli indiani. 100


L’orco Anche la Rai aveva creato propri personaggi come Giovanna, la nonna del Corsaro Nero, e Topo Gigio: personaggi certamente un po’ ingenui, ma che sapevano offrire ai ragazzi valori positivi. Ben presto la televisione si impadronì anche degli adulti. Il 26 novembre del 1955 nasce Lascia o Raddoppia? e fu subito un grande successo; in molti cinema interrompevano addirittura la regolare programmazione cinematogra ica per trasmetterlo e divenne, nei quattro anni di programmazione, un fenomeno di costume della società italiana. Mike Bongiorno, il grande presentatore del programma, ma anche la igura del notaio televisivo e il mito della valletta muta, impersonata prima da Maria Giovannini per alcune puntate e poi dalla mitica Edy Campagnoli che aiutavano Mike, raggiunsero la popolarità delle star del cinema americano. Il Festival di Sanremo, ino allora diffuso dalla radio, fu trasmesso in tv dal 1955. Nel 1957 andò in onda per la prima volta “Carosello, rubrica amatissima soprattutto dai bambini che per vent’anni è stato l’unico spazio che la tv di Stato ha concesso alla pubblicità. Si trattava di scenette di un minuto e mezzo, al termine delle quali veniva reclamizzato un prodotto; Carosello è uno dei programmi storici della Rai con cui sono cresciute generazioni di bambini. Segnava inoltre il momento di andare a letto. La prima televisione in bianco e nero, Bepi la comprò 101


Il distributore automatico del pane nel 1960 e per molti anni la sua casa divenne ritrovo di giovani e adulti, che con la scusa di andarlo a trovare vedevano i loro programmi preferiti come i tele ilm La freccia nera, I compagni di Baal, A come Andromeda, I forti di Forte Coraggio e altri. Negli anni che insegnò a San Pietro, Bepi, alla ine delle lezioni, di solito attendeva la corriera che lo riportava a Pedescala e molte volte appro ittava della pausa di un’ora per andare a trovare una persona a lui cara. Questa era una persona davvero speciale, viveva nella via più antica del paese, via Santa Barbara, in una modesta casetta formata da quattro stanze ereditata dai genitori e non si sapeva come si guadagnasse da vivere. Il suo nome era Gildo e raramente lo trovavi in casa perché la sua vita era la piccola bottega che aveva sotto casa. Per fare i trenta metri che lo separavano dalla casa alla sua bottega ci impiegava dieci minuti perché faticava a camminare. Il più delle volte, Bepi trovava Gildo nella sua bottega ed era lì che accadeva la magia; a Bepi sembrava di essere catapultato nel libro di Pinocchio e precisamente nella bottega di Mastro Antonio detto anche Mastro Ciliegia (per via del colore del suo naso). A Bepi sembrava di vedere quel pezzo di legno di poco valore, che il falegname voleva trasformare in gamba di tavolino e di sentirlo parlare; gli sembrava di vedere Geppetto chiedere al falegname un pezzo di legno per costruire un burattino con il quale girare tutto il 102


L’orco mondo per guadagnarsi da vivere. Alla ine Bepi si ridestava e vedeva Gildo seduto nella sua caréga, una semplice sedia impagliata, dove costruiva i suoi capolavori. Gildo costruiva giocattoli in legno per bambini. Bepi era attratto dalla sua maestria e restava seduto su una vecchia e polverosa sedia a guardare con invidia le opere che avrebbero fatto la gioia dei bambini. Le pareti della bottega erano tappezzate di vecchi attrezzi manuali per lavorare il legno. C’erano squadre, compassi, martelli, morse, pialle, raspe, scalpelli, sgorbie, seghe, tenaglie, punteruoli e altri attrezzi messi in ordine perfetto. Nella sua bottega, Gildo aveva una piccola credénsa che in pratica era un mobiletto da cucina dove teneva qualche stoviglia e del cibo. Vicino a questa aveva una minuscola fornéla a legna, ovvero una cucina economica. Sopra alla fornéla c’era sempre la cógoma, un recipiente di rame usato nelle famiglie per scaldare il caffè. Chi entrava da Gildo, poteva bersi un buon caffè caldo nei periodi invernali. A quelli più intimi, era permesso prendere una bottiglia di grappa posta nella credénsa che Gildo faceva illegalmente. L’aroma del resentín mescolato a quello del legno che c’era nella bottega, portava Bepi a odori di giovinezza che non avrebbe mai voluto lasciare. Alla ine del resentín, Bepi diceva sempre la stessa 103


Il distributore automatico del pane frase: «Alla ϔine de un caffettín, ghè stà ben el resentín». Questa semplice frase suscitava ogni volta un piccolo sorriso nella bocca di Gildo, lui sorrideva girandosi verso il maestro, poi ritornava nella sua posizione di lavoro. Era il massimo che Gildo concedeva al suo pubblico. Gildo aveva una grande quantità di tipi di legno che gli servivano a seconda del genere di giocattolo che doveva costruire; castagno, faggio, noce, ulivo e molti altri. Gildo costruiva ionde, archi, slitte, fucili, pistole, tutto rigorosamente in legno. Un’altra passione singolare di Gildo era incastrare e lavorare vecchi rami morti per crearne delle piccole sculture; con il tempo era diventato così bravo che la sua arte era conosciuta e apprezzata da tutti. Molte volte Gildo costruiva su ordinazione attrezzi in legno come le moscaróle, mobiletti rivestiti da una rete metallica dove si riponevano le vivande per proteggerle dalle mosche, méscole per spianare la pasta, guciári o cucchiai, toléte da tajadéle, taglieri, spatole di legno che potevano essere usate per togliere la polenta dal paiolo, mescole per la polenta e altri attrezzi usati nelle cucine. Non aveva mai amato fare questi attrezzi e i tempi di consegna erano così lunghi che alla ine le massaie non glieli ordinavano più. Molte volte nella sua bottega potevi trovare un bambino che chiedeva un gioco, un adulto che gli chiedeva una delle sue sculture o una massaia che gli ordinava un attrezzo da cucina. Lui non voleva mai denaro e se ai bambini poteva an104


L’orco dare bene, per i grandi l’unico modo di ripagare questa brava persona era ricambiare con prodotti della natura come frutta, vino, grappa, pane o altre cose da mangiare. Successe molte volte che il maestro Bepi si intrattenesse così tanto tempo da Gildo per vedere le sue opere che anche l’ultima corriera passava; a quel punto la soluzione era andare dai Minái a chiedere ospitalità per la notte. La Norma Minái aveva dato ordine che una delle tre camerette restasse sempre libera per Bepi. Al giovane nipote questo non piaceva, perché quella era la sua camera e doveva andare per forza a dormire con la nonna che russava come un treno in corsa. In ogni caso, l’arrivo del maestro era un piacere per i Minái e anche un orgoglio perché in quegli anni il maestro era una igura importante.

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La Milia

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“…Il ricordo di questa donna con i mano i bottiglioni di vino etichettati Maculan è ancora presente nei giovani di allora...”


La Milia

Musica consigliata: Franco Battiato, La Cura Vino consigliato: Cantina Gaierhof, Traminer Aromatico Trentino 2009

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a Milia è nata nel 1937 a Lastebasse, ma il suo nome era Franca; quando una vicina di casa comprò una mucca e la chiamò Franca, sua madre decise di cambiarle il nome in Emilia. Da allora per tutti è sempre stata la Milia. A undici anni, sua mamma Gina la mandò a custodire le vacche in un alpeggio dell’altipiano di Folgaria; da quel momento ino al matrimonio fu mandata sempre in giro a lavorare, prima in Val Chiavenna, poi in Svizzera, poi a Piovene in una farmacia, poi a San Pietro dal dottor Stefani dove per altro conobbe il suo futuro marito, poi nuovamente in Svizzera. Suo padre si chiamava Emilio e portava i soldi in famiglia, ma non era lui che portava i pantaloni in casa bensì la moglie. La mamma della Milia veniva da un paesino di montagna della Val Chiavenna e suo padre l’aveva conosciuta nel periodo in cui era andato a lavorare in quelle zone. 109


Il distributore automatico del pane In un momento, forse di disperazione, l’aveva sposata e portata nel suo paese di Lastebasse. La Gina era una persona autoritaria e severa. Il fratello della Milia venne a prenderla una volta a Vicenza, dove aveva inito il suo periodo di sei mesi di lavoro in Svizzera, per portarla da un nuovo datore di lavoro. Lei gli chiese se non l’avrebbe portata neanche un giorno a casa sua in paese, visto che mancava da sei mesi; il fratello le rispose che la mamma gli aveva ordinato di farle iniziare subito il nuovo lavoro. La Milia era una macchina da soldi, che purtroppo inivano sempre nelle tasche della madre che viveva servita e riverita. Quando la Milia prima di sposarsi aveva chiesto dei soldi alla madre per mettersi in ordine i denti, la madre glieli ri iutò; la suocera, mossa da compassione nel vedere la sua futura nuora in lacrime, le diede i soldi per metterseli a posto. Nell’ultimo anno di vita della madre, lasciò per un anno la sua casa per andare a custodirla notte e giorno come una badante in un appartamentino di due stanze e un bagno che avevano preso in af itto a Lastebasse. Ogni sabato, quando il iglio andava a mangiare, trovava sua madre in lacrime perché era sempre trattata male dalla nonna; il iglio decise che la Milia così non poteva andare avanti. Venne indetta una riunione con tutti i igli e fu presa la decisione di mettere la severa madre in ospizio. 110


La Milia La Gina era sempre stata abituata a essere servita e riverita e nel giro di pochi mesi morì; non ringraziò mai la Milia dell’anno che aveva perso per farle da badante. Quando parla di questa nonna severa, Emilio dice sempre che in cinquant’anni di vita aveva ricevuto una volta sola gli auguri di compleanno dalla nonna; era quando la “badante” Milia glielo aveva ricordato. La Milia aveva capito che non aveva sposato un uomo fortunato e prima della tragica morte ci fu l’ultima sfortuna che si abbatté sul povero Gianni Minái. Su ordine del comune, era andato a prendere con il suo motocarro, delle panche nel paese di Pedemonte che sarebbero servite per una manifestazione. In prossimità di una stretta curva che portava dalla frazione di Casotto di sotto a San Pietro, si trovò di fronte la corriera della Siamic che aveva letteralmente invaso la sua corsia. Corriera e motocarro rimasero incastrati contro i muri laterali. Gianni purtroppo non era da solo, ma aveva con lui l’amico Benito che era emigrato in Svizzera con la moglie e la iglia e che stavano in paese per un periodo di ferie. Tutt’e due ebbero traumi in varie parti del corpo, ma in particolar modo alle ginocchia. Per un mese la Milia e la nuora dovettero tenere Benito, Gianni e la iglia ospiti in casa perché non riuscivano più a camminare dalle botte prese. La moglie ritornò in Svizzera per non perdere il lavoro. 111


Il distributore automatico del pane Questa fu la penultima delle sfortune che il destino gli riservò. L’ultima, quella fatale, fu la morte. Dopo la morte di Gianni, la Milia dovette decidere come tirare avanti: c’erano le rate da pagare all’Enel per l’incidente che era successo al marito alcuni mesi prima e c’erano le rate per il nuovo camion che Gianni aveva ordinato e che doveva ancora arrivare. Per fortuna, mossi da compassione per quanto era accaduto, la ditta di Thiene annullò il pagamento delle rate del camion. Le sorelle di Gianni e il fratello più giovane erano tutti emigrati in Francia e perciò non potevano offrire una mano. La Milia viveva con la suocera Norma e dovette lei prendere in mano la situazione. I lavori che le avevano proposto per tirare a campare erano tre: il primo era un lavoro in una fabbrica di mobili del paese, il secondo proposto dal dottor Stefani che voleva farle fare un corso da infermiera, e poi inserirla in casa di riposo e l’ultimo, quello che voleva la suocera, che poi sarebbe stato il lavoro di una vita: la commerciante di vino. Se avesse potuto decidere avrebbe scelto per il corso di infermiera proposto dal dottor Stefani, ma erano altri tempi e l’ordine autoritario della suocera Norma non si poteva discutere. La Norma vedeva meglio il lavoro di commerciante perché diceva alla Milia che le avrebbe evitato di avere un padrone come gli altri lavori. 112


La Milia Da una parte era vero, dall’altra, alzare damigiane o casse piene di bottiglioni di vino non era un lavoro così femminile. Bisogna ricordare che Gianni Minái, ogni sabato prima della morte, andava con il motocarro a Breganze, dove la famiglia aveva anche dei parenti, alle cantine Maculan per prendere damigiane di vino bianco e rosso che le famiglie di San Pietro avevano ordinato. C’era perciò una certa familiarità da parte dei Minái con il commercio di vino. In ogni caso, la Norma decise che la Milia doveva fare la commerciante. Il primo duro scoglio da superare era la patente di guida. A differenza di quello che pensava, la Milia ebbe grandi dif icoltà nella prova pratica e non in quella teorica. La teoria la passò al primo esame, ma nella prova pratica fu bocciata tre volte; alla quarta volta nonostante fosse inita sul marciapiede durante l’esame, l’ingegnere esaminatore la promosse, probabilmente per un senso di pietà verso la povera vedova. Il passo successivo fu comprare un mezzo di trasporto: una Bianchina creata dalla casa automobilistica Autobianchi nel 1957. Meccanicamente derivava dalla Fiat 500, con il noto motore bicilindrico raffreddato ad aria di 479 cm cubi da 15 cv . Il modello della Milia era la versione “giardinetta” con motore a sogliola di 499cc e passo allungato, deri113


Il distributore automatico del pane vata dalla Fiat 500 di colore beige chiaro. L’inizio del lavoro non fu dei più semplici: non essendo abituata a lavorare con il pubblico, provava vergogna ad andare nelle case a proporre di comprare il suo vino. Con l’aiuto di molte persone, tra cui Bepi che la fece conoscere ed entrare a Pedescala, cominciò comunque ad acquisire clienti. La sua zona di vendita partiva da Pedescala e arrivava ino a Lastebasse, il suo paese natio. Anche adesso, quando la Milia parla dei suoi clienti di Pedescala, ne parla sempre con grande affetto, dice sempre che sono stati i clienti con cui ha avuto miglior feeling. Negli anni ’60 non tutti i clienti volevano il vino nelle damigiane e molti chiedevano i bottiglioni in vetro da due litri; la Milia e la Norma si fornirono di bottiglioni, contenitori in ferro, colla ed etichette dalla ditta Maculan. Si trovarono perciò costrette a creare una piccola catena di imbottigliamento. La pulizia dei bottiglioni veniva fatta in una grande fontana con lunghi scopini appositi. Nei periodi invernali l’acqua era ghiacciata; allora le case non erano ancora fornite d’acqua calda e la Milia era sempre tormentata dai geloni. L’imbottigliamento e l’etichettatura erano fatti invece nella barchéssa che un tempo era stato il magazzino di tutti gli attrezzi di Gianni Minái e adesso era diventato deposito del vino. Con il passare degli anni, le cantine si dotarono di im114


La Milia pianti automatici di imbottigliamento e il vino cominciò ad arrivare in bottiglie da un litro messe in contenitori di plastica che pesavano molto meno ed erano più semplici da trasportare. Con il tempo oltre al vino iniziò a commercializzare grappe, liquori vari, bibite e acque minerali che divennero la fonte di maggior guadagno. Questo commercio non fu mai molto remunerativo, ma le permise di condurre una vita dignitosa e di far studiare il iglio. Dalla Bianchina passò a una Renault 4, poi a una Opel Kadet rosso fuoco, usata, della General Motors, un furgoncino Fiat 1100 di colore celeste con motore a gas gpl che ebbe sempre problemi e per inire un Nissan Vanette di colore bianco. Il Nissan è stato il suo mezzo più grande, riusciva a far stare anche 50/60 casse di vino o bibite. Un ricordo di Bepi era quando, una volta all’anno, negli anni ’70, il comune organizzava la festa delle piantine. I ragazzi delle medie e delle elementari scavavano buchi su un apposito spazio scelto dal comune e ci piantavano le piante. La Milia era sempre presente con un banco dove si offriva vino agli adulti e bibite ai più giovani, mentre il pani icio dei Marchi portava le proprie fugàsse che i ragazzi divoravano voracemente; il ricordo di questa donna con in mano i bottiglioni di vino etichettati Maculan è ancora presente nei giovani di allora che adesso hanno cinquanta o sessant’anni. 115


Il distributore automatico del pane La Milia è già in pensione da tanti anni e la ditta Maculan è diventata una ditta che produce ed esporta 750.000 bottiglie da 750ml nei cinquanta paesi che raggiungono i livelli più alti di vino nel mondo. Sono toccanti le parole di Fausto Maculan, che nel ringraziare la Milia dice che né suo padre né la Milia avrebbero potuto lavorare i vini attuali di grande qualità negli anni ’60 perché le condizioni economiche non lo permettevano; è stato comunque grazie anche a persone come lei che si contribuì alla vita della cantina. Il culmine della festa era la solita canzone Tenere pianticelle diretta dal maestro Carlo, che la preparava molti mesi prima facendo prove maniacali come un grande direttore di orchestra. Gli alunni che sbagliavano assaggiavano sulla testa le lunghe bacchette che gli servivano a dirigere. Alla ine di questa canzone, tutti grandi e piccoli cantavano l’inno nazionale. La festa delle piantine segnava l’inizio della primavera e tutti i ragazzi venivano con l’uniforme estiva cioè con i pantaloncini corti, qualunque fossero le condizioni metereologiche. Erano piccole feste, ma servivano a inculcare nelle menti di questi ragazzi l’importanza della natura che ci circonda e l’idea che se un albero viene abbattuto bisogna piantarne un altro. Gli ultimi anni di lavoro della Milia, con l’avvento dei grandi centri commerciali e della plastica usata come contenitore per bevande, coincisero con una costante 116


La Milia diminuzione di clienti e con margini di guadagno sempre più ristretti. Il fatto di vedere che anche i parenti e i vicini di casa la stavano abbandonando, causa prezzi più competitivi che lei non poteva contrastare, la morti icava e la pensione fu per lei come una liberazione da un lavoro che oramai le stava dando solo dispiaceri. Dal momento che andò in pensione, non la si è mai sentita rimpiangere il suo vecchio lavoro. Forse la decisione di un tempo della Norma non era stata così azzeccata. Nonostante questo, la Milia parla sempre in positivo della suocera dicendo che i primi anni di lavoro erano stati così duri che senza di lei non c’è l’avrebbe mai fatta. Di diverso parere è suo iglio, che con le nonne non ha mai avuto un grande feeling.

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Il capriolo

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“…In effetti, Skull è un personaggio fuori dal comune: dove sopra la capelliera ha postato quattro teschi ϔinti a grandezza naturale….”


Il capriolo

Musica consigliata: AC/DC, Back in black Vino consigliato: Cantina Maculan, Acini nobili

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uella mattina Bepi era più stanco del solito, perché la sera prima era andato a letto molto tardi. Ormai il giorno del ritrovo alla sorgente dell’Astico, per il rito della damigiana, si stava avvicinando. L’Astico nasce in Trentino tra i rovesci del monte Sommo Alto, del Plaut, del Durer e del Dosso del Cherle nel territorio di Folgaria, sulla conca pascoliva di Bocca di Val Orsara a 1614 metri di altitudine. Raro veder acqua in queste alte valli. Una volta all’anno, nel periodo autunnale, Bepi e alcuni adepti della confraternita del gato, armati di una damigiana vuota andavano alle sorgenti dell’Astico per riempirla d’acqua. Era una sfacchinata che all’età di Bepi costava molto in termini di fatica, ma era necessaria. Una parte di quest’acqua serviva per cospargere la testa dei nuovi adepti della confraternita, il resto ser121


Il distributore automatico del pane viva per cucinare i gatti che più volte l’anno venivano mangiati. Bepi era scrupoloso e nella ricetta per cucinare il gatto, che gli era stata tramandata dai suoi avi, era ben speci icato di usare solo acqua della sorgente dell’Astico. Quando Bepi parla d’acqua sembra di sentire un sommelier parlare di vino. In genere le persone pensano che l’acqua non abbia odore né sapore, non era il caso di Bepi, che addirittura ti classi icava il tipo di acqua a seconda della sorgente del iume da cui proveniva. Per ino le fontane aveva classi icato, per esempio l’acqua della fontana di Pedescala era un’acqua cruda perché i falegnami di un tempo mettevano dentro i pezzi di legno perché si lettessero, l’acqua delle fontanelle di San Pietro era dolce e morbida perché quando scorreva sembrava olio, l’acqua della fontana di Montepiano era curativa perché faceva passare il bruciore allo stomaco o i postumi dopo una sbornia, l’acqua dell’Astico, invece, la considerava vivace e fresca, adatta per cucinare. C’erano poi delle acque che lui considerava cattive e male iche e che cercava di tenere sempre distanti, come quella che scende da una valle di San Pietro, che guarda caso si chiama la valle dell’Orco. Lui dice che per fortuna queste acque male iche iniscono in af luenti e allora per la diluizione perdono i loro male ici, altrimenti sarebbero problemi seri per le genti. Aveva dormito piuttosto male, pensando all’ultimo 122


Il capriolo entrato nella confraternita: Tita soprannominato Skull. Skull aveva dif icoltà ad andare d’accordo con un vecchio adepto, Mastro Toníti. Tutti e due erano brave persone, però avevano caratteri particolari. Mastro Toníti era capocantiere di una ditta edile, era da sempre un antimeridionalista. Circa vent’anni prima dovette recarsi a Napoli per un lavoro, che sarebbe durato circa due mesi, iniziò allora per lui un incubo a cui non poteva sottrarsi. Una sera al bar, alcuni giorni prima di partire, si ritrovò con tutti i colleghi che dovevano seguirlo per il lavoro nell’odiata città. Una frase di mastro Toníti restò memorabile, quando disse che non sapeva come avrebbe fatto a sopravvivere a Napoli, visto che lui non sopportava neanche le persone di Padova; considerava Padova città troppo meridionale. In effetti, dai racconti di quelli che hanno lavorato con lui, fu proprio un periodo nero per mastro Toníti e rischiò un esaurimento nervoso, visto che i rapporti con tutte le maestranze napoletane li aveva lui, essendo il capo. L’unica sera che decise di uscire durante quel periodo fu la sera peggiore per quel tipo di scelta: era la sera dell’ultimo di carnevale. Fu una cosa tragica, bombe carta, petardi e razzi erano lanciati ad altezza d’uomo, persone vestite con maschere e armati di manganelli gli passavano vicino e lo manganellavano. 123


Il distributore automatico del pane Mastro Toníti e compagni rientrarono in tutta fretta nel loro rifugio protetto, in strada non era una festa di carnevale, ma una guerra. Quei due mesi furono fatti solo di casa, lavoro e babà perché l’appartamento dove vivevano era posto sopra una pasticceria di Secondigliano. Mastro Toníti tornò a casa irriconoscibile, calato di sette chili con la promessa mantenuta che mai nella sua vita sarebbe più andato sotto il iume Po. Di quel periodo lontano gli resta solo l’appellativo Mastro, che gli fu dato proprio a Napoli dagli operai del cantiere, per la igura di capo che rivestiva. Tornando ai rapporti fra il mastro e Skull, il problema nacque quando si parlò di Venezia. Per un vecchio leghista come Toníti, la città di Venezia e la bandiera del león de San Marco sono sacre. Una sera si trovarono a casa di Bepi per discutere di alcuni problemi della confraternita, quando Skull se ne uscì con la frase che Venezia era la città più brutta del mondo. Mastro Toníti a quel punto sentì il sangue ribollirgli dentro e con un fare non propriamente educato gli chiese il perché considerasse quel gioiello di città una bruttura, Skull gli rispose: «parchè non ghè xé le máchine». Cominciò una discussione che stava inendo male e che fu sedata da Bepi con non poche dif icoltà. Per fortuna dopo cinque minuti il tutto inì a tarallucci e vino come si suol dire, anzi, più a vino che a tarallucci e i due alla ine della serata si lasciarono con un 124


Il capriolo grande abbraccio come due vecchi amici. Bepi in ogni caso era preoccupato di avere nella confraternita queste anime bollenti. Mastro Toníti era un dirigente della Lega Nord del Veneto ed era un leghista della prima ora. Sembra che il rito dell’ampolla da parte della Lega Nord, con la raccolta alla sorgente dell’acqua del Po e poi il percorso lungo il iume, ino al versamento di questa nel bacino di San Marco, fosse copiata dall’idea di Bepi, che andava a prendere l’acqua dalla sorgente dell’Astico per fare le benedizioni ai nuovi adepti e per cucinare il gato. Si vocifera che sia proprio stato Mastro Toníti a suggerire questa idea al Senatúr. Purtroppo anche Toníti cominciava ad avere dei dubbi sulla Lega, i tempi delle scritte: dime can ma no tálian, fora i terúni dal Veneto, Roma ladrona la Lega te bastóna, fora da qua i magna magna de Roma, e altre scritte che trovavi sui vari muri della nostra valle, erano proprio tempi morti e sepolti. Mastro Toníti stava cominciando a capire, se pur molto lentamente, che i leghisti sembravano starci comodi a Roma e le sedie del governo romano si erano appiccicate molto bene sui loro culi. Oltretutto le persone della valle, sapendo il ruolo che aveva nella Lega, glielo rinfacciavano in continuazione. Lui si difendeva dicendo che iniziava alla mattina alle sette a lavorare e iniva alle otto o nove di sera, e su questo nessuno poteva contraddirlo, lui era un grande 125


Il distributore automatico del pane lavoratore. La goccia che fece traboccare il vaso fu ciò che aveva sentito raccontare al bar da Bèrto jegóre; Toníti era in disparte dal resto delle persone e stava leggendo «La Padania», il suo giornale preferito dopo «La gazzetta dello sport». Bèrto jegore, oramai considerato da tutti uno de la vale, stava raccontando cosa aveva visto la settimana prima, durante il suo ultimo viaggio nella capitale, con il suo accento romanesco. Camminando in una via del centro di Roma, vide passargli accanto tre auto blu, la macchina in centro aveva il inestrino posteriore tutto aperto. C’era un semaforo e queste tre macchine dovettero fermarsi. Quando Bèrto passò vicino alla macchina centrale guardò dentro e vide un alto papavero della Lega Nord che si stava abbuffando da un enorme cabaret di paste; Bèrto raccontò che gli sembrava di assistere a quei pranzi luculliani che facevano gli antichi romani al tempo degli imperatori, poi jégore disse anche chi era il politico che si stava abbuffando ed era un ex ministro della Lega Nord. A quel punto mastro Toníti si sentì l’osservato speciale, tutti lo conoscevano e lui stava leggendo «La Padania»; si sentiva come lo scemo del villaggio. Si alzò, buttò il giornale di marca leghista violentemente in un cestino e uscì dal bar sbattendo la porta, mentre tutti lo guardavano allibiti per il gesto. 126


Il capriolo Quel racconto fu per Toníti la goccia che fece traboccare il vaso, si ricordò quando molti anni addietro su un muro, di notte, senza essere visto, scrisse Roma magna magna e capì che i magna magna erano forse diventati anche quelli del partito nel quale aveva sempre creduto e profuso grande impegno, senza mai chiedere una lira in cambio. Nel giro di qualche giorno si dimise da tutte le cariche che aveva nella Lega e si dedicò ancor più al suo lavoro e alla confraternita del gato con la gioia del maestro Bepi che già da alcuni anni gli diceva di lasciar perdere la Lega. Quando Skull venne a sapere di sottobanco da un suo caro amico della confraternita del gato, continuò a rompere le scatole al maestro Bepi inché questi non lo fece entrare a farne parte. I dubbi che aveva Bepi su Skull erano molti, questi svanirono conoscendolo e con il tempo si rivelarono infondati. In effetti, Skull è un personaggio fuori del comune, ha una vecchia golf bianca, dove dietro ci sono quattro teschi inti a grandezza naturale, due di questi teschi sono muniti anche di grosse corna, da qui il soprannome Skull che si porta addosso da molti anni. La golf è sempre parcheggiata di fronte a casa sua, con i teschi bene in vista; tutte le persone, giovani e vecchie, quando vedono questo cadaverico spettacolo ne rimangono colpite. Sullo specchietto retrovisore al posto del solito albe127


Il distributore automatico del pane rello magico profumato ha legato con apposito ilo un pupazzo di stoffa che raf igura una vecchia e brutta strega, anche questa, come gli alberelli magici, emana uno strano profumo che non può essere classi icato, ma è pur sempre migliore di quello terribile alla vaniglia degli Arbre Magique. All’interno della macchina ha una scimmia di stoffa della grandezza di un metro e mezzo, che in genere è collocata sul sedile posteriore. Lo scimmione si chiama Antonio. Lo acquistò in Australia a Sidney, per avere compagnia nel lungo viaggio di ritorno in Italia, possiamo immaginare lo sbigottimento dei controllori alle frontiere e dei vicini di posto in aereo nel vedere questo ragazzo con uno scimmione di stoffa a grandezza naturale. Il portachiavi di Skull peserà un chilo ed è formato da una diciotto bare in miniatura, su ogni bara c’è la pubblicità di una ditta di pompe funebri, anche questo tipo di esibizione non passa mai inosservato alla maggior parte delle persone, molti non sanno che le pompe funebri regalano questi gadget. Il suo look comprende jeans e magliette con nomi di vari gruppi di musica metal che lui ha visto sempre dal vivo, il più delle volte sono con scritte inglesi incomprensibili anche a un bravo traduttore. La sua passione sono i concerti e in particolar modo quelli di musica metal di cui è un grande esperto, comunque non disdegna anche l’ascolto di musica meno impegnativa, come la Pausini. 128


Il capriolo Le sue passioni musicali sono estreme, tanto che i vicini di casa sentono molte volte uscire dalla sua camera canzoni a volume altissimo di Albano Carrisi, il cantante pugliese di Cellino San Marco che lui dice di ammirare. La domanda che giunge ovvia è come uno possa passare da un estremo all’altro; forse l’originalità di Tita sta proprio in questo. Da giovane era un tifoso sfegatato dell’Inter, aveva fatto l’abbonamento alle partite e tutte le settimane andava a Milano per vedere e tifare la squadra del cuore. Quando poi l’Inter acquistò il primo giocatore di pelle nera smise di tifare Inter, adesso tifa Lazio perché nella curva della Lazio ci sono tifosi di estrema destra. Per quanto riguarda la fede politica è sempre stato di destra, una sua famosa battuta è quella che disse una volta al bar: «El nero xé un colore massa ciaro par mì». Il più delle volte va a vedere i concerti da solo, specialmente quelli di musica metal. Nel viaggio di ritorno per avere compagnia prende lo scimmione Antonio e se lo mette nel sedile vicino, poi comincia con lui dei lunghi monologhi. Una volta successe che di ritorno da un concerto degli AC/DC, che era andato a vedere in Friuli a Udine, arrivato verso le tre della mattina in prossimità della frazione di Barcarola i carabinieri lo fermarono. Chi potevano essere se non i due mitici gemelli Libero e Felice Strazzabosco. Essendo da poco arrivati alla stazione dei carabinieri di San Pietro non conoscevano ancora Skull. 129


Il distributore automatico del pane Quando lo fermarono videro un signore molto peloso allacciato con regolare cintura di sicurezza a lato del guidatore: era Antonio. Skull aveva continuato a parlare con la scimmia inché uno dei due gemelli gli aveva chiesto i documenti, poi subito chiesero pure i documenti del vicino Antonio, che stranamente stette immobile e muto. Lui rispose che Antonio non aveva documenti e a quel punto iniziò una discussione che inì quando Skull disse a Strazzabosco che il suo vicino era una scimmia di stoffa. Anche questo fatto aumentò la fama e la quantità di barzellette sui carabinieri locali. C’è stato un periodo nella vita che insisteva con sua madre af inché gli lasciasse comprare un letto a forma di bara, di questo desiderio da parecchio tempo non ne parla più, forse ha lasciato perdere questa macabra idea. Per tutte queste chiacchiere che aveva sentito, Bepi non era tanto propenso a prendere nella confraternita uno come Skull ma Emilio Minái riuscì a convincerlo che non se ne sarebbe pentito. Skull era un grande amico di Emilio e andavano spesso a vedere concerti insieme, anche perché, nonostante la non più giovane età, a Emilio era sempre rimasta la passione del concerto dal vivo. Emilio ricorda sempre con nostalgia i nonni di Skull e di quando lo invitavano a dormire da bambino a casa loro. La cosa bella era che nel letto di questi suoi zii c’era 130


Il capriolo la mónega, che non era una suora in carne e ossa, ma un’intelaiatura di legno a forma ovale, schiacciata e appuntita, dentro la quale si inseriva la fogàra che in pratica era uno scaldino di terracotta con le braci che veniva posto dentro la mónega per riscaldare il letto. A casa sua non usavano questo mezzo antico di riscaldamento e il suo letto nelle notti invernali era sempre freddo quando ci entrava. La maggior parte delle case nelle nostre valli negli anni ’60 non aveva ancora il riscaldamento. Emilio aveva sempre voluto bene al nonno di Skull perché lo portava sempre a fare delle passeggiate in montagna, infatti furono il nonno e don Francesco Zago a inculcargli la passione e il rispetto per la montagna. Nelle lunghe passeggiate fatte con suo zio e con Don Francesco all’età di dieci, dodici anni aveva imparato molto sulle piante e sui tipi di legno e i loro usi. Queste due grandi persone gli raccontavano che i denti dei rastrelli venivano fatti con il legno del carpine perché è resistente all’usura, mentre l’asta viene fatta di pino perché non fa venire le vesciche nelle mani; con il cirmolo si fanno i mobili e se questi non vengono verniciati profumeranno la casa per sempre, i mestoli della polenta e i manici delle scuri si fanno di acero, ciotole e cucchiai si fanno di faggio, purtroppo Emilio con il tempo ha dimenticato i segreti che questi due grandi uomini gli avevano trasmesso. Del resto tutti questi attrezzi sono oramai fatti in altri materiali come l’acciaio o ancor più di materiale plastico. 131


Il distributore automatico del pane Dopo tanti pensieri Bepi si stava avvicinando al distributore della macchina del pane; era prestissimo, circa le cinque di mattina, buio pesto, però il cielo era sereno perché si vedeva una miriade di stelle. Bepi pensò a una frase di Leonardo Sciascia, che diceva: «orari come questi non erano orari in cui giravano le persone per bene, ma solo i malfattori». Quella mattina era partito molto in anticipo perché non aveva voglia di sentire le solite chiacchiere della Bepìna e della Cìa. Nel preparare le solite monetine sperava di non fare ancora brutti incontri, che erano oramai all’ordine del giorno. Purtroppo, arrivato davanti al distributore vide una signora sconosciuta che portava un enorme cappello di paglia e un vestito completamente nero molto grosso, e come se non bastasse aveva un gatto nero in braccio. La signora era chinata e stava toccando un animale che era disteso per terra: era un capriolo e sembrava che il capriolo non avesse paura di quella signora di nero vestita. Quando Bepi arrivò le chiese chi fosse e cosa fosse successo al povero animale. Con fare sgarbato e con un forte accento cimbro, una specie di dialetto tedesco ancora usato nelle nostre zone, gli rispose che il capriolo lei l’aveva trovato quasi morente; disse inoltre che l’animale adesso si stava riprendendo. Alla prima domanda l’accento cimbro si fece ancora più marcato quasi incomprensibile e Bepi capì che gli 132


Il capriolo aveva risposto che a lui non doveva interessare chi fosse lei. La vecchia senza più una parola se ne andò verso viale dei Martiri e lui rimase da solo con il capriolo. La vecchia allontanandosi se ne andò, lasciò dietro di sé un cattivo odore di sterco animale e di legna marcita, questo cattivo odore fu velocemente sostituito dai profumi che emanava il capriolo: era profumo di libertà, di resina di pini, di foglie umide di sottobosco, di fragoline, del profumo penetrante dei ciclamini e di frescura di ruscelli, per qualche secondo Bepi immaginò di essere nel bosco in corsa insieme al capriolo. All’inizio l’animale sembrava rintronato, come se avesse preso una forte scossa di corrente, per il resto stava meglio, anzi, dava l’idea di riprendersi velocemente. Aveva delle corna erette, il corpo era di un colore tra il rosa e il marrone, il muso verso il grigio, era un’animale molto grazioso, Bepi stimò che potesse pesare 24-26 kg. Probabilmente si era spinto così in basso alla ricerca di cibo, forse era stato attratto dal profumo che emanava il distributore del pane o forse aveva visto qualche gatto selvatico di cui i caprioli sono ghiotti. Dopo circa dieci minuti, il capriolo si alzò sulle sue zampe, restò a guardare Bepi per alcuni secondi poi gli si avvicinò e strusciò la faccia contro la sua mano destra. Bepi, sorpreso da questo gesto d’affetto, si commosse e guardò il capriolo che elegantemente se ne andava verso viale dei Martiri alla ricerca dei suoi boschi. Forse il gesto che l’animale aveva fatto era un ringraziamento per averlo salvato dalla signora vestita di nero. 133


Il distributore automatico del pane Bepi aveva capito, non era la prima volta che ne incontrava una negli anni della sua lunga vita, la signora era una strĂŹa, una strega, e lei aveva avuto paura di Bepi e si era allontanata.

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Morte di Luigi Berton

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“…Per uno della valle e specialmente di una certa età, arrivare a Tokio è un’esperienza quasi traumatica…”


Morte di Luigi Berton

Musica consigliata: Caparezza, Eroe Vino consigliato: Collemassari, Grattamacco 2000

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uesto lungo autunno non sembrava più inire, anche stanotte Bepi aveva dormito pochissimo, inché si era alzato e aveva iniziato ad ascoltare musica. Neanche la musica jazz, la sua preferita, era riuscita a levargli di dosso quel senso di stanchezza che da qualche periodo si portava addosso, non era stanchezza isica, ma mentale, a cui non sapeva dare una spiegazione. Il giorno prima erano andati, lui e altri della confraternita, a riempire la damigiana d’acqua alla sorgente dell’Astico, poi si erano fermati a mangiare in una trattoria dell’altopiano di Folgaria, avevano riso e scherzato. Tra le tante storie aveva raccontato del suo viaggio in Giappone di qualche anno prima, dove era stato invitato da un suo vecchio alunno. Questi abitava a Tokio da ormai molti anni e aveva sposato una giapponese. Per uno della valle e specialmente di una certa età, arrivare a Tokio è un’esperienza quasi traumatica, dall’uso 139


Il distributore automatico del pane dei bastoncini per mangiare, alle particolari ciabatte da usare in casa, che cambiano a seconda della stanza dove si entra, ai water elettronici che ti lavano e ti asciugano le parti intime senza bisogno di carta igienica. Ci vuole molto tempo prima di adattarsi a questo mondo tecnologico. Il racconto di Bepi diventa una farsa quando il secondo giorno i due amici lo portano in un onsen, che sarebbe la nostra stazione termale. Gli onsen sono un’istituzione in Giappone e sono frequentatissimi. Questo onsen, dove Bepi fu portato era bellissimo, in montagna e per il nostro caro maestro purtroppo molto tradizionale. Appena entrato nell’albergo gli vennero levate e requisite le scarpe e gli furono date in dotazione delle ciabattine rosse di un numero due volte più piccolo del suo piede e una specie di kimono che doveva servire come abbigliamento da utilizzare per le giornate che avrebbe passato in quelle terme. In quel momento Bepi capì che la sua stazza era ben al di sopra dell’uomo medio giapponese, perché tutto gli andava stretto. Tutti nell’onsen, uomini e donne, giravano con questi kimono; colazione, pranzo e cena sempre in kimono. Bepi si sentiva un osservato speciale e anche a disagio vestito in quello strano modo. Un altro imbarazzo, che però superò in fretta, fu il non essere abituato a girare nudo per le zone termali, come invece facevano i giapponesi tranquillamente: lui, 140


Morte di Luigi Berton come avevamo già detto, su certe cose era all’antica. Il culmine dell’imbarazzo ci fu la sera a cena; cena tradizionale giapponese, senza sedie con gambe incrociate, tavolini bassissimi, uso obbligatorio di bastoncini di legno, decine di portate strane con cibi dolci amari mescolati insieme e senza ordine delle portate, cioè primo secondo antipasto e via dicendo. Bepi continuava ad avere dif icoltà a prendere tutti questi pezzi di cibo con i bastoncini, era solo il secondo giorno nella sua vita che li usava, inoltre il Kimono essendo stretto continuava ad aprirsi all’altezza delle parti intime, facendo intravedere i gioielli di famiglia. Bepi sudava copiosamente dall’imbarazzo e la moglie del suo amico, imbarazzata anche lei, non sapeva più cosa fare; il suo amico invece se la stava ridendo con le lacrime agli occhi, vedendo Bepi in quella situazione. Forse in quel momento si stava vendicando di qualche colpo di vis-cia che il maestro gli aveva ri ilato sulla testa o sulle mani ai tempi della scuola. Anche gli altri ospiti dell’onsen iniziavano a fare qualche sorriso vedendo con la coda dell’occhio queste scene. A un certo punto Bepi non sentì più le gambe e iniziò a preoccuparsi, dovette allungarle per vedere se resisteva, ma vista la strana conformazione del tavolino non poteva, ormai i dolori erano lancinanti e lui non riusciva più a stare in quella scomoda posizione a gambe incrociate. La cameriera gli venne in soccorso proponendogli 141


Il distributore automatico del pane di usare una piccola e bassa sedia in vimini fatta per i clienti stranieri che avevano problemi come il suo. Bepi entrando aveva visto quella piccola sedia e aveva il timore che succedesse quello che stava accadendo. Bepi fu aiutato a rialzarsi, la mini sedia fu portata dietro Bepi, lui chiuse gli occhi, si sedette e come temeva s’incastrò nella sedia. Purtroppo la sua stazza non era adatta al mondo giapponese fatto di persone di dimensioni più piccole. A quel punto, cosa impensabile per la mentalità giapponese, anche la cameriera iniziò a ridere, gli altri ospiti iniziarono a ridere, il suo amico aveva già le lacrime agli occhi da molto tempo e anche Bepi alla ine la prese sul ridere, l’unica a essere morti icata era la povera Sumiko, moglie del suo amico che continuava a chiedere scusa per averlo portato lì. Intanto il ilò dei ricordi continua, molte volte senza “cao ne coa”. I colori autunnali avevano sempre affascinato Bepi, in particolar modo amava le foglie. C’è un libro di Mauro Corona, Il volo della martora, dove un capitolo è dedicato alle foglie, quando legge questo capitolo Bepi si emoziona sempre: «Ad ogni ritorno dell’autunno gli alberi lasciano cadere le foglie. Sono stanchi, sϔiniti, disorientati dalle carezze di bizzarre primavere e torride estati. Hanno sopportato pazienti, temporali, uragani, venti improvvisi e violenti e il sole di luglio che ha brunito le 142


Morte di Luigi Berton loro chiome di un bel verde bronzo antico. Ora hanno voglia di riposare, riϔlettere e apprestarsi al sonno dell’inverno. In questa fase devono essere soli, perciò lasciano cadere le loro foglie sulla terra. Prima però di abbandonarle ai venti dell’autunno le vestono con abiti splendidi, tinti di mille colori, caldi e accesi. È il loro ultimo regalo di genitori prima che esse si disperdano, ognuna nel proprio ignoto viaggio. Ma alla nascita ogni foglia eredita geneticamente le peculiarità del padre albero, così che, all’avvicendarsi della morte autunnale, si può capire, dal modo in cui le foglie cadono, il carattere di ogni famiglia chiomata. Per rendersene conto basta andare nei boschi il mese di novembre, sedersi e ascoltare. Il fenomeno incuriosirà l’orecchio di tutti». Leggendo il consiglio scritto da Corona, molte volte nel periodo autunnale Bepi andava nei boschi per sentire questi rumori delle foglie che cadono, si buttava per terra e ascoltava, questo lo rilassava. Purtroppo, a differenza di tutte le altre volte, questo malessere non sembrava passare, era una stanchezza forse dovuta al fatto che il mondo stava cambiando velocemente. Tutti quegli strumenti elettronici, il computer, internet, la mail, Skype, tutti quegli aggeggi che iniziano per “i”, iMac, iPhone, iTube, iPod, iPad, iTune e così via sembravano facilitarci e renderci la vita più felice, invece si vedevano in giro ragazzini, padri e madri sempre più 143


Il distributore automatico del pane stressati. Bepi ricordava la faccia dei ragazzini di trenta o quarant’anni fa quando andavano nella bottega di Gildo per comprare una scure, una ionda, un coltello o un arco di legno, vedevi dipinta la felicità sulle loro facce quando uscivano dalla bottega di quel vecchio artista. Adesso i genitori dei ragazzi per tenerli al passo dei compagni gli devono comprare il telefonino da settecento euro, ma questo non basta perché poi ci vuole pure la maglietta irmata, i jeans irmati e anche le mutande irmate. Purtroppo Bepi non vede più quella felicità negli occhi dei giovani d’oggi come vedeva nei ragazzi di un tempo che uscivano dalla bottega di Gildo. Bepi vuole bene ai giovani di adesso e lui non ama sentire quelle frasi che dicono che i giovani d’oggi non valgono niente e non hanno voglia di fare niente, sono frasi che suo nonno diceva a suo padre e suo padre diceva a lui e lui non cadrà mai nel tranello di dire queste cose alle nuove generazioni. Però è molto preoccupato per loro e per il loro futuro, come lo sono ancora di più i padri e le madri di queste future generazioni. Bepi vede e sente i discorsi che questi padri fanno durante le serate passate vicino alla fontana. Quel mitico Nord-est che sembrava invincibile e di esempio come sistema di fare industria si è oramai sgretolato, è morto e sepolto e di questo Nord-est sono rimasti gli scheletri sotto forma di centinaia di capannoni 144


Morte di Luigi Berton vuoti. Ormai non esiste famiglia dove non ci sia una persona in cassa integrazione. Questi grandi industriali del Nord-est, o non hanno avuto la forza di delegare ai propri igli la loro attività portando la loro azienda alla chiusura, o hanno dei igli che invece di occuparsi dell’azienda devono più occuparsi del numero di persone che dovranno mettere in cassa integrazione o in mobilità, vista la grave crisi che ha colpito l’intero sistema produttivo. La sera prima Bepi aveva partecipato a una riunione dove si discuteva di montagna e di usi civici. Erano quarant’anni che sentiva le diatribe legate agli usi civici tra le due frazioni, che sembravano inalmente risolversi con la creazione di due distinti Comitati, uno a San Pietro e uno a Pedescala. Bepi non ne poteva più di queste diatribe che non portavano mai a niente. Mentre queste persone stavano a litigare e a pagare avvocati che difendessero una o l’altra parte, svuotando inesorabilmente le casse degli scarsi proventi di questi usi civici, due grosse aziende della zona, nell’indifferenza generale, mettevano in cassa integrazione trecento operai. Bepi racconta che una volta un datore di lavoro diceva quante persone aveva a contratto e di questo ne andava iero perché voleva dire che dava il pane a un numero elevato di famiglie, ai giovani imprenditori di adesso questo non sembra più interessare. 145


Il distributore automatico del pane È famosa la storia di un giovane imprenditore che era arrivato a una riunione con le lacrime agli occhi, perché doveva mettere in mobilità una decina di persone e in qui tutto bene, il male era che nello stesso giorno lui arrivò in azienda senza nessun ritegno con una macchinona nuova iammante da cinquantamila euro. Un altro si era fatto fare da un pasticcere per il suo compleanno una torta attorno al corpo, poi lui e la torta erano stati trasportati nel luogo della sua festa e tutti gli invitati avevano mangiato la torta con lui dentro, alla ine era rimasto in mutande, nello stesso momento metà della sua azienda era in cassa integrazione e molti dei suoi dipendenti erano quasi in mutande, non per la loro festa di compleanno, ma perché faticavano a dare un pasto ai propri igli. Quando Bepi sente queste storie di questi pseudo imprenditori capisce che non andremo molto distanti con questi esempi di imprenditoria. Forse, per questo periodo che si sta vivendo, stava pensando che fosse giunta l’ora di fare qualcosa, sfruttando quel poco di tempo che la vita gli avrebbe concesso. Oltre a questo, tutte le strane cose che gli stavano accadendo di fronte al distributore del pane non lo tranquillizzavano di sicuro; sembrava che tutte queste morti e questi incontri aspettassero solo lui per accadere e cominciava a pensare che in qualche modo fossero legati da qualche ilo conduttore che lui non riusciva a interpretare. Decise così che la prima mossa da fare era quella di 146


Morte di Luigi Berton smettere di andare a prendere il pane al distributore automatico e la sera prima aveva disimballato la macchina della Moulinex per fare il pane. Quelli della confraternita gliel’avevano regalata il giorno del suo compleanno, due anni prima. Era nuova e ancora imballata nella sua scatola e per due anni si era ri iutato di usarla, non capendo come i suoi amici della confraternita avessero potuto fargli un regalo del genere. Aveva già preparato tutto l’occorrente seguendo la ricetta Moulinex. La farina l’aveva acquistata direttamente al molino di Velo, il lievito l’aveva preso nel piccolo e nuovo supermercato di San Pietro, acqua, sale e zucchero li aveva sempre in casa. Dalla ricetta che aveva letto non sembrava una cosa dif icile, perciò nel pomeriggio avrebbe fatto la prova generale. Aveva deciso che quella mattina sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbe servito del distributore automatico del pane e sperava con tutto il cuore di non avere altre sorprese. A mali estremi, estremi rimedi pensò alla ine il maestro. Con passo spedito s’incamminò verso il distributore. Purtroppo la sorpresa che trovò stavolta era peggiore di tutte le altre precedenti. Di fronte al distributore c’era un uomo accasciato per terra che non respirava più. 147


Il distributore automatico del pane Vedendolo, Bepi si sentì gelare il sangue, adesso la cosa si faceva molto seria. Bepi lo riconobbe subito perché a ine anni ’70 era una persona diventata famosa. Si trattava di Livio Berton, ma tutti lo chiamavano Oniga. Oniga divenne famoso negli anni ’70 per qualche tentativo di rapina fatto nelle banche della zona. Questo ladro gentiluomo usava pistole di plastica e una volta inse di averne una in tasca, invece della pistola era una delle sue dita che teneva premuta nella fodera dando l’idea di avere una pistola. I suoi erano tutti trucchi da bambini, fatti da un individuo che aveva bisogno di qualche lira per comprarsi del vino e ubriacarsi e la terza volta che entrò in banca tutti gli risero dietro e il direttore lo accompagnò fuori gentilmente regalandogli, senza essere visto, 500 lire per comprarsi una bottiglia di vino. Il fatto più eclatante fu quando due persone, trovandolo ubriaco fradicio in mezzo alla strada, lo raccolsero, lo caricarono in auto e lo portarono a Thiene in ospedale, a quei tempi non c’erano le ambulanze del 118 come adesso, perciò questi, correndo come matti per arrivare al pronto soccorso, fecero un incidente con l’auto e ci lasciarono le penne, il nostro Oniga che stava dietro si salvò con qualche botta, ma nulla più. C’è stato un periodo verso la ine degli anni ’70 che nel bar da “Zamboni”, in piazza a San Pietro, si ritrovavano un’accozzaglia di ubriaconi. 148


Morte di Luigi Berton Non tutti erano ubriaconi, ma i non ubriaconi erano come minimo fuori di testa. Sembrava che tutti gli sbandati della valle si fossero radunati in piazza a San Pietro. Per ospitare queste persone che non avevano un tetto, la Chiesa aveva messo a disposizione la vecchia canonica che ormai non usava nessuno perciò, a una certa ora, tutti questi personaggi si trovavano in questo posto e lì passavano la notte. La mattina poi si alzavano e il loro lavoro stava nel ricercare il vino nei vari bar e negozi del paese, questo serviva per placare la sete alcolica che tutti gli alcolizzati hanno. Purtroppo molti bar davano loro la bottiglia o il bottiglione di vino se questi mostravano i soldi, altri, quelli più corretti, si ri iutavano addirittura di venderglielo. Oniga era coscritto di Gianni Minái e puntualmente ogni giorno andava dalla Milia o dalla Norma alla richiesta di vino, non era una cattiva persona perciò, mosse a compassione, le donne gli regalavano sempre una bottiglia di ginger o di gazzosa, mai vino e a Oniga piuttosto di niente andava bene anche quello. In questo periodo l’unico bar frequentato dai giovani tra i quindici e i diciotto anni era quello dello Zamboni, perché gli altri erano frequentati da persone più vecchie, molti di questi giovani studiavano a Vicenza, a Padova o addirittura a Treviso, i loro compagni chiedevano di venirli a trovare, ma più di qualcuno si vergognava del proprio paese e delle persone che lo frequentavano in 149


Il distributore automatico del pane quel periodo, perciò ogni scusa era buona perché questi non si presentassero a San Pietro. Per fortuna a un certo punto fu aperto il bar della Flavia, questo era un bar incredibile e moderno per gli standard dei tempi nella zona, anche adesso non s igurerebbe nel centro di una grande città. Tutti quei ragazzi che frequentavano il bar dello Zamboni si spostarono in questo bar e la Flavia fu il punto di ritrovo per una decina d’anni di queste persone che crebbero in questo bar e poterono portare i loro compagni di scuola senza fare brutte igure. Oltre a Oniga, un altro personaggio caratteristico era Trapuio, chiamato “il Conte” che aveva per molti anni fatto il muratore in Francia. Di sicuro il Conte non aveva portato in alto il tricolore italiano nel paese dei galletti. Una volta arrivato in Italia ebbe l’infelice idea, con l’esperienza di muratore fattasi in Francia, di costruirsi una casa in una frazione del paese ai Lucca, in un piccolo appezzamento di sua proprietà. I vicini, vedendo il personaggio e capendo che i muri che stavano sorgendo non erano in sicurezza, insorsero e gli bloccarono i lavori. Il povero Conte dovette così spostarsi e si costruì una catapecchia con quatto lamiere all’inizio della Cingella. Era proprio un posto da barboni. Qualcuno mosso da compassione gli aveva regalato una vecchia stufa per scaldarsi nei lunghi mesi freddi invernali e lui si era comprato una capretta che gli forniva 150


Morte di Luigi Berton il latte e forse lo riscaldava se la utilizzava nelle fredde notti come una coperta. Prima del bar della Flavia c’era la Pièrina che gestiva il bar che poi fu rimodernato. La Pièrina racconta che un giorno il Conte le si presentò nel bar a petto nudo e con una pelle di Anda, che è un grosso serpente non velenoso della zona, avvolta nei capelli. Lei arrabbiata lo cacciò fuori e lui per farle dispetto si pulì le mani sulla tenda appena lavata del bar sporcandola tutta. Era un tipo vendicativo, fu una fortuna per la Pièrina perché da quel momento il Conte non entrò più nel suo bar e lei non ne sentì mai la mancanza. Quando le persone passavano vicino alla baracca di lamiera del Conte, lo chiamavano per salutarlo e lui chiedeva a tutti se volessero bere un caffè, era un momento imbarazzante perché queste persone dovevano trovare delle scuse per scansarsi da queste offerte. Le condizioni igieniche erano così basse che solo lui poteva sopravvivere ai suoi caffè. Gli anni passavano e così i freddi inverni e non si sapeva come il Conte potesse sopravvivere quando, a un certo punto, avendo iniziato ad avere problemi di deambulazione, il Conte comprò un piccolo mulo che gli permetteva, montandogli in groppa, di evitare la salita che dal paese portava alla sua catapecchia quando questi andava in paese a fare la spesa. Il mulo durò molto poco perché un giorno, prima di 151


Il distributore automatico del pane arrivare ai Lucca, stramazzò per terra lasciando il suo cavaliere a piedi e a quel punto la casa di riposo del paese ospitò il conte, all’inizio solo per mangiare e poi deinitivamente. Forse la troppa pulizia o il controllo che la casa di riposo imponeva a uno spirito libero come lui lo fecero ammalare e in breve tempo morì. Diversa è invece la storia di Oniga che era ancora ospite dell’ospizio; tutti erano passati a miglior vita e lui, non avendo mai lavorato, era ancora vivo e vegeto, vino non ne beveva più, non glielo permettevano, gli erano rimaste solo le sigarette, che scroccava a tutti quelli che vedeva. In pratica Oniga camminava a fatica e il primo pensiero che ebbe Bepi quando lo vide morto stecchito era di chiedersi come avesse fatto a eludere la sorveglianza della casa di riposo per anziani e arrivare ino lì, a Pedescala. Il volto di Oniga era sereno e non sembrava aver sofferto, aveva la stessa espressione degli animali che giorni prima aveva trovato morti, facce di pace e di serenità. Sulla faccia aveva il solito velo nero con i due teschi, e gli spilli con la capocchia rossa erano piantati nella lingua, nella mano destra e alcuni vicino al fegato. La mano sinistra era posata nel cassetto di raccolta del distributore del pane, i suoi vestiti erano umidi perché durante la notte aveva piovuto. Sentì le comari che arrivavano. Queste, quando videro il cadavere, iniziarono a urlare e la Cìa per poco non 152


Morte di Luigi Berton svenne, e Bepi dovette sorreggerla. La Bepìna invece tornò a casa per telefonare all’arma dei carabinieri. Non erano ancora passati cinque minuti che la Panda quattro per quattro dei carabinieri della stazione di San Pietro arrivò, “più veloci del 118” era il motto del maresciallo Lorusso. La Panda era guidata dall’appuntato Sassi, dietro c’erano i due gemelli Strazzabosco. L’inizio non fu dei migliori perché uno dei due gemelli inciampò nel cadavere inendo sulla schiena del maresciallo che stava controllando il morto. Fu una scena incredibile che allietò Bepi per l’intera giornata, per loro fortuna non era ancora arrivato nessuno e così la scena restò per pochi. Il tempo passava e si capiva che i poveri carabinieri non sapevano più cosa fare, nessuno di loro, nemmeno il mitico maresciallo, era preparato per un caso del genere. Dopo cinque minuti che il maresciallo era chinato sul cadavere per non si sa quale controllo, Bepi gli ricordò che l’uomo era morto: intanto Sassi, che più degli altri era dedito a vedere ilm polizieschi, con un gessetto aveva tracciato la posizione del cadavere. La Cìa nel frattempo, per allontanarsi e non vedere il macabro spettacolo, era andata a casa a prendere un lenzuolo bianco. Intanto quelli che passavano con le macchine si fermavano per vedere cosa fosse successo, Libero e Felice 153


Il distributore automatico del pane avevano l’ordine di non fare avvicinare nessuno. Per fortuna a un certo punto il maresciallo pensò che fosse giunta l’ora di chiamare il comando di Schio, che dopo mezzora arrivò e transennò tutta l’area. Il povero Oniga fu portato all’obitorio, per fare l’autopsia, e a Bepi e alle due comari fu detto che nel giro di qualche giorno sarebbero stati chiamati in caserma per la deposizione. In poco tempo la notizia si sparse in tutta la valle e arrivò ino ad Arsiero. A Pedescala arrivò un giornalista del giornale di Vicenza e a quel punto Bepi dovette raccontare tutto dalla prima morte ino a quella del povero Oniga e si raccomandò con il giornalista di pubblicare la storia solo dopo che lui avesse fatto la deposizione ai carabinieri. Dopo una settimana la storia apparve in prima pagina sul giornale di Vicenza con tanto di foto di Bepi e del distributore automatico. Fu per Pedescala un periodo di rinascita, molte persone arrivarono a Pedescala per vedere il posto dove succedevano tutti questi eventi e molte foto furono scattate all’area transennata; dopo molti anni la quiete della frazione era stata violata, purtroppo ancora per fatti gravi. I carabinieri, oltre Bepi e le due comari, chiamarono a testimoniare altre persone tra cui una famiglia di cui non possiamo non raccontare: i Gisbenti. Più di una volta Oniga aveva tentato di portare via le galline ruspanti dei Gisbenti senza mai riuscirci e loro lo 154


Morte di Luigi Berton avevano minacciato pesantemente. I Gisbenti sono sempre stati una famiglia strana, anzi, strana è dire poco. Probabilmente in tutti i piccoli paesetti come San Pietro si possono trovare queste particolari famiglie, però sembra che in questa valle ce ne siano un numero notevole. Se dovessimo paragonare questa famiglia a quelle di qualche ilm, potremmo dire che in certi casi ci ricorda la famiglia Adams, per esempio, quando i Gisbenti arrivano dal posto di lavoro non scendono dalla macchina e il portone del garage si apre e si chiude automaticamente: l’anomalia è che non è un portone elettrico. La famiglia Gisbenti è composta dal padre Checo, la madre Màlgari, due iglie, Sunta e Gnese, e un iglio Bórtolo. Sono persone che non si vedono mai in giro per il paese, uno dei racconti più famosi è quello di quando hanno rifatto il tetto della casa: dicono che sia stato fatto la notte perché nessuno ha mai visto qualcuno lavorarci e il tetto è apparso nuovo una mattina, così come è accaduto per la facciata della casa. Abitano in una bella contrada del paese, un luogo di passaggio e abbastanza movimentato (se si può parlare negli ultimi anni di movimento a San Pietro), però, pur abitando dove si dovrebbero vedere spesso, non si vedono mai. C’è un aneddoto curioso a proposito del padre Checo; da moltissimi anni non si vedeva più in paese, provvede155


Il distributore automatico del pane va la moglie, ogni inizio mese, ad andare a prendergli la pensione. Dopo molto tempo, non vedendo mai il diretto interessato, un solerte impiegato postale, che non era di San Pietro e non conosceva la famiglia, pensò di chiamare le forze dell’ordine. I carabinieri andarono a controllare a casa dei Gisbenti se il vecchio esistesse ancora o fosse morto. Non sappiamo come sia andata a inire, però, visto che la moglie ha continuato ad andare a ritirare la pensione, lo devono aver trovato ancora vivo. Il vecchio Gisbenti è morto da qualche mese in un ricovero della bassa padovana. La moglie è viva, ma da anni non si vede più in paese e non si è venuto a sapere chi ritiri la pensione, probabilmente per una volta la legge sulla privacy sta funzionando. La famiglia dei Gisbenti è una strana famiglia, dietro casa ha un bel pezzo di terra che viene coltivato con piante da frutto di tutti i tipi e un lungo ilare di viti, poi ci sono cinque o sei casette di api, probabilmente anche loro hanno preso le abitudini dei loro padroni, nel senso che non si vedono e non si sentono mai. Non si capisce chi curi le piante perché non si vede mai nessuno, sembra che di notte ci siano dei rumori, o che si vedano alle prime luci dell’alba delle ombre attorno a queste piante. Tutta la piantagione è chiusa con una rete metallica, cosa strana per zone come le nostre dove i con ini sono 156


Morte di Luigi Berton in genere segnati con dei sassi o con dei paletti in legno. Quando le persone passano vicino alla rete non la toccano mai, perché sembra che questa sia elettri icata. Alla ine della piantagione c’è un cancello che sembra quello del penitenziario di Alcatraz a San Francisco, in California. Anche questo enorme cancello, almeno da un racconto dei vicini, una sera non c’era e la mattina seguente è comparso come d’incanto senza rumori. Quella volta il vicino di casa che aveva sempre fatto il muratore non seppe capacitarsi di come potesse essere stata costruita un’opera simile senza fare rumore. La sua camera da letto era di fronte al cancello e sua moglie è sempre stata una dal sonno leggero, al minimo ronzio di una mosca o al primo sof io di vento si era sempre svegliata. Questi racconti danno proprio l’idea di un velo di magia che percorre questa valle, ma Bepi dice che sono sacrosante verità. Il iglio dei Gisbenti, Bórtolo, lavora come responsabile di produzione in un’azenda di materie plastiche, dicono che nel suo lavoro sia molto bravo. Da giovane giocava spesso a calcio assieme ai ragazzi della zona, nel prato di fronte alle scuole medie, lui non giocava con le scarpe da ginnastica, ma con due scarponi simili a quelli che usavano gli alpini della brigata Cadore, questo prima di ritirarsi in clausura con tutta la famiglia. Con i suoi scarponi più adatti alle marce in monta157


Il distributore automatico del pane gna, distrusse la carriera di qualche possibile futuro Paolo Rossi, spaccando più di qualche osso. La cosa strana di questa famiglia è la grandezza dei piedi dei suoi componenti, che tengono sempre ben custoditi in enormi scarpe o scarponi nel caso degli uomini, sembra che in quei piedi ci sia qualche segreto da tenere gelosamente nascosto. Sono numeri sproporzionati e scarpe e scarponi venivano fatti su misura da Agostino, el scarpáro del paese. Agostino è una brava persona e sa mantenere i segreti, solo lui probabilmente ha visto cosa c’è dentro quelle scarpe enormi. La gente del posto dice che il Bórtolo da giovane non è mai stato visto a piedi nudi, neanche quando lo si vedeva andare a pesca di marsóni nel iume Astico; allora non si badava a queste stravaganze, ma con il senno di poi era strano che uno non si levasse gli scarponi per entrare in acqua. Le iglie dei Gisbenti, la Sunta e la Gnese, non hanno storie particolari e non si sa cosa facciano o dove lavorino, ci hanno raccontato che un giorno di alcuni anni fa un gruppo di ragazzi del paese le aveva viste uscire dalla galleria di negozi che c’è a Schio, loro, appena si sono accorte di questi compaesani, si sono girate e sono ritornate velocemente indietro, probabilmente soffrono di qualche allergia particolare alle persone della Val d’Astico. Pochi sanno che voce abbiano i Gisbenti perché, oltre che non farsi mai vedere, non si fanno nemmeno sentire. 158


Morte di Luigi Berton Un giorno un gruppetto di persone stava pulendo un boschetto di San Pietro, era un lavoro improbo perché era tutto pieno di rovi e vecchie piante. Il lavoro veniva fatto per preparare certi sentieri che arrivavano dai prà de l’Ástego al centro del paese, in preparazione alla festa del “Ritorno dal Bosco”. Tutte le persone che erano lì lo facevano gratuitamente, anche se, parlandoci chiaro, quelle pulizie avrebbero dovuto essere fatte dai proprietari dei terreni. Da quello che ci hanno raccontato, da lontano videro arrivare uno spilungone, che giunto vicino al boschetto levò dalla tasca una piccola macchina digitale e iniziò a far foto alle piante e ai volontari: si trattava del iglio del Gisbenti, Bórtolo. I volontari, facendo inta di niente, ma avendo intuito che il fotografo non era venuto per dir loro quanto fossero bravi a pulire gratis in casa sua, aspettavano l’evolversi della situazione e la situazione si evolse. Una volta inito il reportage fotogra ico successe l’imprevisto: dopo anni che nessuno sentiva più la voce di un Gisbenti, Bórtolo iniziò a parlare. Molti dei volontari pensarono di stare assistendo a un miracolo e Nelo lo disse forte: «Madóna xé la prima volta che sento un muto che parla». Al di là di tutto questo forse era meglio non sentirlo perché iniziò una discussione sul perché e percome stavano pulendo i suoi pezzi di bosco. Qualcuno tentò di calmarlo ma inutilmente, quando questo però iniziò a parlare di denunce, uno si incaz159


Il distributore automatico del pane zò, era Bastían, un vecchio cacciatore della zona, che gli disse sgarbatamente che erano lì gratis a pulire i suoi boschi e che doveva andare a parlare con l’assessore che aveva chiesto a tutti loro se volevano partecipare alla pulizia. L’assessore si era de ilato a una ventina di metri più sotto e stava raccogliendo sterpaglie e come tutti i politici cercava di scansare il problema volendo passare inosservato per non aver rogne, comunque Bórtolo lo braccò e dopo un’accesa discussione con questo, il Gisbenti se ne andò via soddisfatto.

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Sparizione Bepi Marangoni

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“…Tra gli anni ’70 e ’80 circolavano tra i giovani alcuni fumetti...”


Sparizione Bebi Coa Marangoni

Musica consigliata: Louis Armstrong, Basin street blues Vino consigliato: Cantina Maculan, Fratta 2007

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rano circa le cinque del mattino e Bepi non aveva mai dormito tutta la notte; alle due, capendo che il sonno non sarebbe più giunto, si era alzato e si era messo sulla vecchia poltrona che per tantissimi anni l’aveva fatto riposare. Aveva acceso il vecchio giradischi e aveva iniziato ad ascoltare la musica che lui adorava: il jazz. Diceva che i dischi in vinile gli davano un suono che non riusciva a trovare nei cd e men che meno nelle musiche digitali in formato mp3, probabilmente era una questione di nostalgia, anche se negli ultimi anni molte case avevano iniziato a produrre ancora giradischi e venivano di nuovo stampati dischi in vinile. Il cantante che aveva sempre seguito e ammirato era Louis Armstrong, che però lui chiamava con il soprannome di “Satchmo”. Nel 1970 aveva fatto un viaggio negli Stati Uniti per andare a trovare dei vecchi parenti che erano emigrati lì 165


Il distributore automatico del pane nella prima metà del novecento. Dieci anni prima lui li aveva ospitati nella sua casa per quindici giorni e da allora loro, volendo sdebitarsi, ogni anno avevano insistito af inché lui li andasse a trovare negli States e il momento era giunto. In questo viaggio negli States un amante del jazz come lui non poteva non andare a visitare New Orleans. Durante la visita a questa città ebbe la fortuna di poter entrare alla “Preservation Hall”, il più storico locale jazz di New Orleans, dove per puro caso e senza nessun avviso esterno c’era Louis Armstrong che stava suonando con la band del locale alcune sue celebri canzoni. Senza dubbio questo per il maestro fu uno dei più bei momenti della sua vita, riuscire a vedere e sentire cantare senza uso di microfoni il più famoso musicista jazz del XX secolo. Nel jazz gli spartiti sono messi in secondo piano, spesso sono solo una serie di accordi e melodie principali, o non esistono proprio; ciò che dà il senso a un’esecuzione è la sensibilità e creatività del musicista che improvvisa. Può sembrare facile a prima vista, ma è anche facile cadere nella ripetizione e nella monotonia. Solo grandi musicisti riescono a non annoiare gli ascoltatori seguendo queste linee di improvvisazione. Luis Armstrong, che si basava sulla modi ica e le variazioni del tema principale, ne era un esempio. Satchmo era carismatico e innovativo, al suo talento e alla sua luminosa personalità si deve molta della po166


Sparizione Bebi Coa Marangoni polarità del jazz, che uscì dai con ini della sua regione d’origine per diventare un genere musicale amato in tutto il mondo. All’inizio raggiunse la fama come trombettista, ma fu anche uno dei più importanti cantanti jazz, soprattutto verso la ine della sua carriera. Durante il viaggio nel profondo sud degli USA, Bepi venne anche a contatto con i riti vudù e visitò la tomba della famosa sacerdotessa vudù Marie Laveu, il Saint Louis Cemetery No. 1, il più antico cimitero cattolico di New Orleans. Anche lui, come molti visitatori, tracciò le tre X nella speranza che lo spirito di Marie esaudisse i suoi desideri. El ilò continua senza “cao ne coa”. Tre sere prima era stato invitato dalla Milia e dal iglio e anche lì fu come tornare ai tempi del ilò, ognuno raccontò le proprie storie. Nelle famiglie in cui c’erano stalle e animali, l’odore di letame, piscio e mosche erano nell’aria e si confondevano con i profumi delle stagioni. La fatica di avere acqua, raccolta con i secchi solo dalla fontana e portata a braccia nelle case, la diceva lunga. In quel tempo era questa la situazione di quasi tutti i paesi d’Italia. Solo le città cominciavano a essere servite da acquedotti. I piccoli paesi erano ancora fermi a quel medioevo che inirà solo molto tempo dopo. I cessi erano all’aperto, spesso in un piccolo casotto di tòle nell’orto o direttamente costruiti sopra al luamaro. 167


Il distributore automatico del pane Il bagno era un mestèlo in cui si faceva anche la lìssia, il più delle volte usato nel tepore della stalla. Cosi San Pietro non era diverso dagli altri paesi e le case erano ricoveri di persone e animali in una promiscuità contagiosa e antica. La Milia inizio raccontando la dif icoltà di avere una suf iciente igiene personale e una sana pulizia in alcune famiglie più disagiate delle altre. Nelle sue consegne a domicilio notava spesso questo, per lei non era mai stato un problema, le dif icoltà iniziarono dall’istante in cui suo iglio la accompagnò. Alcune di queste persone sono rimaste in maniera indelebile nei ricordi del iglio. La prima era una vecchia grassa e scorbutica cui Milia portava il vino, viveva in una casa che teneva sempre chiusa. Apriva solo la porta a Milia e ai igli che ogni tanto le facevano visita. Lei entrava, portava il vino e usciva senza guardare troppo, quando il iglio la accompagnava, faceva solo la cassiera e i lavori pesanti cioè portare nella cantina le casse vuote e ritirare quelle piene li faceva il iglio. Quando Emilio sapeva che doveva andare da questa vecchia si preparava psicologicamente alcune ore prima con degli esercizi mirati di apnea, imparati non per particolari performance subacquee ma per non annusare gli odori che sentiva in questa casa. Le tecniche di apnea le aveva imparate leggendo un libro del grande apneista Enzo Maiorca dal titolo “A capoϔitto nel turchino: vita e imprese di un primatista 168


Sparizione Bebi Coa Marangoni mondiale”. In pratica il iglio della Milia doveva fare tutto il tragitto di andata e ritorno con le casse del vino in apnea. La lettura di questo libro fu per Emilio molto utile, anche se un giorno, essendo malata la Milia, successe un patatrac, dovette andare lui nella frazione a portare il vino da questa vecchia e, dovendo ritirare anche i soldi, i tempi di apnea che lui raggiungeva non gli bastarono e dovette respirare. Il trauma che lui ebbe quando respirò questi nauseabondi odori, cui non era abituato, fu così forte che iniziò a vomitare in casa della vecchia, lei non si scompose e lui in imbarazzo si scusò mille volte. Lei disse che non era la prima volta che succedeva a delle persone che entravano a casa sua e che non riusciva a capirne il motivo. Al secondo posto, tra i ricordi del iglio c’è una famiglia formata due fratelli e da una sorella, Menego, Angelin e la Gisa, che vivevano in una contrada isolata fuori dal paese. È sempre stata la sorella, la Gisa, che veniva a prendere il vino o le bibite e quando questo succedeva era una cosa traumatica. La barchessa doveva poi essere lasciata aperta ad aerare per alcune ore e peggio ancora era quando la Gisa entrava in casa. Purtroppo questa donna, per allontanare gli odori che si portava addosso, anziché utilizzare l’acqua per l’igiene personale, utilizzava delle colonie di cattiva quali169


Il distributore automatico del pane tà, perché pensava che queste coprissero gli odori. Questo mix di sudore, capelli unti, indumenti sporchi e colonie varie creavano nuvole profumate che Emilio non sopportava. Bisogna dire che i vicini di casa non hanno mai visto un panno steso negli ultimi quarant’anni e purtroppo l’igiene dei tre fratelli con il passare degli anni è peggiorata. A quel punto s’iniziò a parlare degli scherzi che vennero fatti anni addietro, molti potevano anche essere di pessimo gusto, come quello fatto a una giovane coppia di sposi a cui erano stati tolti i batacchi delle campane, non permettendo loro di assaporare la gioia di un suono che si meritavano. Un altro scherzo di cattivo gusto, ma forse più che di scherzo si dovrebbe parlare di atto vandalico, fu quando una famiglia si trovò le piante del giardino tagliate. Altro scherzo che si può considerare divertente, ma non per l’animale che l’ha subito e nemmeno per il suo padrone, fu quello fatto a un povero cavallo che si trovò pitturato durante la notte di strisce bianche e nere. Quando la mattina il padrone vide il suo animale pensava che si fosse tramutato in una zebra o che si fosse preso una brutta malattia. Un altro scherzo fatto da alcuni giovani venne realizzato una sera al ritorno da una discoteca dell’altopiano di Asiago, dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo. Si trattava di prendere una corriera di linea della Siamic dal parcheggio di fronte allo Stadio del Ghiaccio e portarla ino in mezzo al campo da calcio di Pedescala. 170


Sparizione Bebi Coa Marangoni Le corriere a quei tempi erano sempre aperte e uno dei giovani sapeva dove venivano collocate le chiavi. Erano circa le due della notte e il più temerario dei quattro accompagnato da un altro salì in corriera, prese le chiavi e accese il mezzo. Fin da subito ci fu un problema perché non riuscivano a capire come si accendessero i fari. Alla ine trovarono una leva che una volta alzata faceva accendere i fari, purtroppo solo in posizione di abbaglianti, e se non veniva tenuta manualmente la leva ritornava in posizione iniziale e i fari si spegnevano, perciò l’assistente di guida con una mano doveva tenerla alzata e stare in una posizione molto scomoda. Alla ine i due partirono per questa avventura, seguiti dagli altri due complici in auto, uno solo dei quattro era maggiorenne, quello che guidava l’auto e che un pochettino alla volta i fumi dell’alcol andavano scemando e iniziava a capire la pericolosità dell’azione che stavano compiendo, purtroppo era già troppo tardi per fermarsi e la corriera stava sfrecciando per Asiago in direzione della Valdastico. Scalogna volle che un dipendente della Siamic di Asiago si accorse della corriera che stava correndo con gli abbaglianti accesi, a un orario improbabile per le corriere di linea, e cominciò a inseguire il pullman. I due complici che seguivano si accorsero subito della macchina che li pedinava e che iniziò a lampeggiare con i fari per far in modo che la corriera si fermasse. L’autista della corriera invece di fermarsi accelerò, por171


Il distributore automatico del pane tando il mezzo a velocità estreme per quelle strade di montagna. A velocità folle vennero attraversati gli abitati di Roana, di Rotzo e di Castelletto e per fortuna, vista l’ora, le strade erano deserte. Ogni tanto la corriera faceva dei tratti al buio, questo succedeva quando l’aiuto autista perdeva la presa sulla leva delle luci a causa delle curve e dell’alta velocità del mezzo: erano momenti di panico per quelli che seguivano con le auto, l’incidente era dietro l’angolo e sembrava ormai inevitabile. Al complice maggiorenne la sbornia era già passata e la paura si stava impossessando di lui, vedeva già le sbarre della galera davanti ai suoi occhi. Appena passato l’abitato di Castelletto iniziò la parte più dif icile del percorso, la discesa del Piován, una discesa tutta a curve e tornanti, dove si sarebbe trovato in dif icoltà anche un guidatore esperto di autobus di linea. Per molti anni questa strada, il Piovan, era stata teatro di gare di rally in salita vista la sua dif icile conformità. Per fortuna dopo quattro tornanti la corriera si fermò e parcheggiò in un piccolo spiazzo al lato destro della strada. Subito dietro arrivò di gran carriera l’auto con il dipendente della Siamic accompagnato da una bella ragazza che probabilmente era la sua idanzata; era un signore di una trentina d’anni. Poi arrivò l’auto dei complici con il guidatore maggiorenne. 172


Sparizione Bebi Coa Marangoni Il dipendente della Siamic era una brava persona e chiese ai ragazzi se fossero diventati matti, disse loro di andarsene in fretta e che avrebbe provveduto lui a riportare la corriera nel parcheggio di fronte allo Stadio del Ghiaccio, inoltre, sorridendo disse al novello autista che se un domani avesse pensato di prendere la patente delle corriere avrebbe avuto un grande futuro, vista la sua capacità nella guida. La corriera non arrivò mai nel centro del campo di calcio a Pedescala e lo scherzo non inì nel modo in cui i quattro giovani avevano pensato all’inizio, ma in loro restò sempre il ricordo di quella notte di paura che per fortuna inì senza tragiche conseguenze. Visto che tutti erano in vena di racconti, il iglio della Milia raccontò alcune delle tante disavventure che ebbe con la Vespa 150. Una volta partendo da Rotzo e percorrendo la strada del monte che arriva in piazza a San Pietro si incastrò tra due macchine, una che andava e l’altra che veniva. Queste erano praticamente ferme e af iancate nel tentativo di passare in un punto della strada che era molto stretto, le ginocchia di Emilio sbatterono così violentemente contro lo scudo in lamiera della vespa ed ebbe forti dolori per due settimane. Un’altra volta nella statale che collega Pedemonte a San Pietro si trovò a dover superare un carro funebre; nella fase di sorpasso sentì sbandare la ruota dietro e cercò subito di frenare e lasciar andare il carro funebre. La ruota si era staccata dalla sede e a quel punto, 173


Il distributore automatico del pane dopo una serie di pericolose sbandate, la Vespa si girò su se stessa e inì insieme a Emilio addosso al guardrail della strada, per fortuna le velocità erano ridotte e lui, a parte qualche lacerazione, uscì incolume. Uno degli altri racconti di Emilio fu quello della bambola gon iabile. Lui e altri tre amici videro sotto il ciglio della strada che da Casotto va al Talchino una scatola. Curiosi com’erano andarono a prenderla e dentro ci trovarono una bambola gon iabile. Era alta circa un metro e mezzo, con la bocca spalancata, in attesa di qualcosa che per pudore non possiamo dire. Aveva altri fori in altri punti del corpo su cui sorvoliamo, stranamente nella scatola c’era l’indirizzo di una persona di San Pietro di cui non possiamo fare il nome. La bambola era orribile e tutti ci chiedevamo come uno potesse trovare godimento da una cosa del genere. Questa donna di plastica era sgon ia e tutti volevano vederla in versione operativa, perciò iniziò una conta per vedere a chi toccasse mettere la bocca per gon iare, e toccò ad Adriano che riluttante iniziò a gon iare. Si capì subito che per fare una cosa veloce c’era bisogno di una pompa. Emilio e Marco partirono in vespa per andare a casa a prendere la pompa, si portarono appresso anche la scatola con dentro la bambola che Emilio posizionò vicino ai piedi. In fretta arrivarono in cima alla Pontara dove Emilio dovette frenare bruscamente per non falciare le perso174


Sparizione Bebi Coa Marangoni ne che occupavano tutta la strada. A causa della brusca frenata la scatola scivolò per terra e la testa con l’orribile bocca aperta della bambola uscì dalla scatola. La malasorte volle che ci fosse una processione proprio in quel momento e nonostante la velocità di Marco nel raccogliere la scatola e in ilarci dentro la testa che era uscita, molti videro e capirono. Purtroppo alla scena assistette anche il prete del paese che vide tutto e quando passò davanti al guidatore scosse la testa; Emilio divenne rosso come un peperone e capì d’aver perso la stima del vecchio prete, lui che era sempre stato ben visto nell’ambito della chiesa parrocchiale e aveva fatto il chierichetto ino a pochi anni prima. Quando arrivarono a casa di Marco presero la pompa e iniziarono a gon iare la bambola. Una volta gon iata, la bambola acquisì delle fattezze che non erano del tutto orribili come quando era sgonia, a tal punto che Marco disse che quasi quasi voleva provarla. Purtroppo per lui dopo qualche minuto la bambola iniziò a sgon iarsi, era bucata in più parti, i ragazzi capirono a quel punto perché era stata gettata via e così alla ine la riportarono nel luogo in cui l’avevano trovata. Emilio raccontò un’altra storia che non aveva mai raccontato, specialmente di fronte alla madre, ma ormai aveva un’età che poteva raccontare quasi tutto. Tra gli anni ’70 e ’80 circolavano tra i giovani del tempo alcuni fumetti osé e i più divertenti e interessanti, 175


Il distributore automatico del pane che molti ricordano con maggior affetto, erano quelli de Il Tromba, che raccontavano la storia di un ragazzo in servizio di leva che tra un guaio e l’altro sfoggiava la sua arte amatoria. Poi c’era Lando, un giovane scapestrato in cerca di situazioni amorose, un altro fumetto in voga era il Montatore, un estroverso camionista propenso più a correre dietro le gonnelle che sulle strade, la sua faccia era quella di Lando Buzzanca. Era un’usanza in voga dei fumettisti di allora ricalcare i volti di persone famose per i propri protagonisti: così Playcolt era ispirato ad Alan Delon, Sukia a Ornella Muti, ino al 1982 quando uscì Pierino, copia inconfutabile di Alvaro Vitali, il quale ne sfruttò anche il successo cinematogra ico. Molti di questi disegnatori diventarono famosi come Dino Leonetti, che divenne il disegnatore di Mandrake e di Phantom. Se uno voleva emozioni più forti, nel periodo ’70-’80, c’erano le riviste pornogra iche come, «Stress», «Caballero», «Le Ore», e «Supersex», con il famoso Gabriel Pontello che sarebbe il Rocco Siffredi dei tempi nostri. La magra igura fatta da Emilio si colloca in questo periodo, quando si leggevano le riviste pornogra iche. Successe che per dimenticanza lasciò i giornali porno prestatigli da un suo amico in una delle tasche portaoggetti della sua Vespa. Quella sera diede un passaggio al suo amico Fabio, un ragazzo di Roma che stava trascorrendo le ferie d’a176


Sparizione Bebi Coa Marangoni gosto in paese; arrivarono al bar del Maso dove, schierate, c’erano una decina di ragazze, una più bella dell’altra, anche loro in vacanza. Emilio si mise davanti a loro con la sua Vespa e le salutò. Il suo amico se ne stava seduto dietro, senza iatare, quando a un certo punto lo sentì dire con la sua parlata romanesca: «Guarda, guarda cosa c’è qui». E iniziò a tirare fuori tutti i giornaletti porno. Emilio si sentì svenire e se avesse potuto avrebbe messo sotto tortura il suo amico, non servivano più le luci perché la serata in quel momento veniva rischiarata dal rossore della sua faccia. A levarlo dall’imbarazzo ci pensarono le ragazze che iniziarono a sfogliare questi giornali piuttosto spinti, in effetti l’unico a sentirsi male fu lui, addirittura due delle ragazze gli chiesero se potevano portarsene a casa qualcuno. Emilio pensò che quelle ragazze fossero emancipate, del resto venivano tutte da grosse città: Roma, Bari, Modena e non erano nate in uno sperduto paese delle Prealpi Venete come lui. Dopo tanto parlare si erano fatte le due di notte e la Milia chiese a Bepi se volesse dormire a casa loro o se Emilio dovesse accompagnarlo a casa, e Bepi disse che preferiva andare a casa. Quando Bepi arrivò a casa a Pedescala, chiese a Emilio di poterlo abbracciare, era una cosa molto strana e l’abbraccio del maestro fu molto lungo e intenso, sembrava un abbraccio di addio, ma sul momento Emilio 177


Il distributore automatico del pane non ci fece molto caso. Ritorniamo a Bepi che dopo essere uscito di casa e chiusa la porta posò i due palmi delle mani sul muro di pietra della sua vecchia abitazione, alla ricerca di una forza misteriosa, quel vecchio muro aveva visto tutta la sua vita dai primi del novecento a quel momento. Poggiò la testa e pensò che lui aveva visto cose che la maggior parte delle persone non poteva neanche lontanamente immaginare: case in iamme e grappoli di bombe cadere sui prati vicini alle case, famiglie intere bruciate vive da malvagie persone. In quel momento Bepi capì uno dei suoi grandi errori, il non aver trovato mai del tempo per scrivere un libro dove poter raccontare tutti i suoi ricordi. Bepi pensò che tutti quei ricordi andavano persi con il tempo, come quelle lacrime che gli stavano solcando il viso e che si mescolavano alla pioggia di quella mattina. Bepi sentì un miagolio e vide un piccolo gattino fuori dalla casa della Néna, la sua cattiva e odiata vicina. A Bepi venne in mente un fatto accaduto l’anno prima, a dicembre. Quindici giorni prima aveva nevicato abbondantemente e date le fredde temperature la neve era rimasta sull’orto dietro casa del maestro, che in quel periodo dell’anno era sempre ombra, ed essa non riusciva a sciogliersi neanche nelle ore più calde della giornata. Durante quell’anno il suo orto era sempre stato visitato da un felino che più di qualche volta aveva distrutto le coltivazioni del maestro facendolo diventare rosso 178


Sparizione Bebi Coa Marangoni dalla rabbia. Il gatto era della Néna, una vecchia megera vicina di casa del maestro, con cui lui aveva sempre avuto grandi problemi. Non aveva neanche tentato di parlare con lei, perché era una persona con cui era impossibile discutere, si era così ripromesso che a suo tempo il gatto avrebbe avuto la sorte che si meritava. Venne il giorno tanto atteso. Il felino era diventato tondo e grasso e aveva raggiunto l’età dei due anni. Quella mattina vide la bestia che stava scavando nella neve del suo orto, per cercare non si sa cosa, controllò che nei paraggi non ci fosse nessuno, il fucile del nonno era già preparato e carico per quel fatidico momento, aprì senza far rumore la inestra, una folata di vento freddo entrò e lo tra isse violentemente, Bepi ebbe un grande brivido ma fu l’adrenalina che gli era necessaria per passare all’azione. Bepi alzò il vecchio fucile, lo puntò e fece quel che doveva fare. Nella contrada nessuno si accorse di niente, anche perché spesso in questo periodo nelle nostre valli si sentono colpi di fucili sparati da qualche temerario bracconiere che s ida le guardie forestali della zona. Bepi chiuse la inestra e si precipitò subito a prendere il gatto impallinato e cadavere. La cena per il prossimo raduno della confraternita del gato era garantita, il felino era pronto per essere preparato e cucinato. In una parte nascosta del suo orto appese il felino a 179


Il distributore automatico del pane un palo, e seguì la tecnica simile a quella del coniglio: apertura della pancia e svuotamento delle interiora, si tiene solo il fegato, che va posto in frigorifero. La Testa fu tagliata e data in pasto a un vecchio cane randagio che circolava da qualche tempo nella zona e che faceva molta pena al vecchio maestro. Vista la presenza della neve Bepi scavò una buca, vi mise dentro il gatto e coprì il tutto con molta cura, era importante che il gatto stesse sotto quella coltre bianca al freddo per una decina di giorni. Un’altra delle preoccupazioni del maestro fu quella che qualche animale attratto dall’odore del felino pensasse di farne un banchetto, Bepi perciò dovette stare di guardia per alcuni giorni alla montagnetta di neve che custodiva la preziosa preda. Iniziava per Bepi quel periodo che lui chiama fase di pentimento, che durava quattro o cinque giorni. Bepi in in dei conti amava gli animali, non era proprio un animalista, ma ci andava vicino e perciò in lui restava il rimorso del gesto compiuto. Stavolta si sentiva meno in colpa delle altre perché il gatto era quello della Néna. La Néna era già da qualche giorno alla ricerca del suo amato micio che tanto amorevolmente aveva fatto diventare grande e grosso. La donna voleva più bene al suo gatto che alle persone e aveva speso le mensilità della sua pensione per comprargli i migliori bocconcini, la sua credenza era piena di scatole di varie marche importanti di cibi per 180


Sparizione Bebi Coa Marangoni gatti: Royal Canin, Kitekat, Schesir Kitten e molte altre prelibatezze. C’erano bocconcini di pollo in salsa, iletti di gallo, selvaggina in salsa alla panna, pesce in gelatina, paté di tacchino, pollo e uova di quaglia, paté di renna e molte altre prelibatezze che in genere neanche i comuni mortali mangiano, insomma la Néna aveva allevato bene il suo gatto in questi due anni, e il felino era proprio pronto per il sacri icio. Tornado a Bepi, la sua puri icazione per l’atto compiuto si divideva in varie fasi. La prima era una doccia gelata con abbondante lavaggio delle mani in stile Ponzio Pilato, la domenica una confessione da don Angelo, seguita da una comunione. C’è da dire che l’assoluzione di don Angelo era sempre assicurata perché anche lui faceva parte della confraternita del gato e anzi il vecchio prete iniva la preghiera di assoluzione chiedendo a Bepi a quando era issata la data della cena. Finito il ciclo di puri icazione e di pentimento si passava all’osteria per l’assaggio di un buon bicchiere di vino rosso. Sette o otto ore prima di mettere in padella il felino, bisognava tirarlo fuori dalla buca nella neve, dargli il tempo che la carne diventasse tenera e una volta che la carne si era ammollata, si pelava e si lavava bene con acqua e aceto, poi si lasciava il felino appeso a sgocciolare. Dopo qualche ora di sgocciolamento si taglia a pezzetti il felino, lo si mette in una padella con una cipolla, una carota, una gamba di sedano, due spicchi d’aglio, il 181


Il distributore automatico del pane tutto tritato. Si aggiunge qualche grano di pepe, cinque o sei bacche di ginepro, un pizzico di spezie e la quantità che serve di sale. Si immerge completamente il tutto in un bagno di vino bianco secco, se possibile un Vespaiolo di Breganze e poi lo si mette in una moscaróla in cantina a marinare per tutta la notte. Il maestro aveva la moscaróla, che gli aveva fatto ancora tanti anni prima Gildo a cui era molto legato. Una cosa importante per la riuscita del piatto erano le bacche di ginepro, Bepi andava a prenderle di persona in un sentiero che partiva da contrada Costa di San Pietro, imboccava la Val de Tognón per arrivare in Val del Corvo. Prima di arrivare in Val del Corvo c’era la vecchia cava de Felisson e i ginepri giusti con le bacche ideali per quella ricetta stavano proprio in quel posto. Il mattino dopo Bepi prendeva i pezzi di carne e faceva scolare bene il vino, li asciugava e li faceva rosolare in un tegame con poco olio. Quando questi assumevano un pochettino di colore, li tirava fuori. Pestava a parte uno spicchio d’aglio, una cipolla e un pugnetto di prezzemolo poi metteva il tutto in un tegame con burro in quantità, olio, salvia e un rametto di rosmarino, lasciava soffriggere il tutto e ci metteva dentro i pezzi del felino. Dopo cinque minuti ci buttava sopra sei pomodori 182


Sparizione Bebi Coa Marangoni pelati appena aperti, mescolava con un cucchiaio di legno, antico ricordo di Gildo e ci metteva un bicchiere di vino bianco, il tutto era cucinato a fuoco lento per circa due ore. Alla ine univa il fegato tritato inemente. I piatti erano serviti agli adepti della confraternita del gato con polenta calda. Quando gli adepti avevano mangiato e bevuto era d’obbligo servire a tutti delle abbondanti dosi di grappa, questo serviva a facilitare una regolare digestione. Forse per la vita principesca che il felino della Néna aveva fatto nei suoi due anni di vita, il successo che ebbe tra gli adepti questo gatto non fu più eguagliato. Iniziavano ad arrivare le prime gocce di pioggia, Bepi stancamente aprì la porta di casa e portò fuori due grosse valige, posò i bagagli per terra e richiuse la porta dietro le sue spalle. Mentre i suoi pensieri viaggiavano, sentì una grossa mano sulla spalla che lo ridestò, e una voce con un forte accento americano gli chiese se fosse pronto per il viaggio. Già da qualche minuto una macchina nera era arrivata e stava aspettando a luci spente. Il signore prese le due pesanti valige e le caricò nel grande bagagliaio. Bepi, ormai ridestatosi, con la morte nel cuore salì nella macchina, che partì misteriosamente e silenziosamente com’era arrivata. Il tutto successe in pochi minuti e nessun abitante di Pedescala se ne accorse. 183


L’elettricista

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â€œâ€ŚBepi, ormai ridestatosi, con la morte nel cuore sali nella macchina, che parti misteriosamente e silenziosamente come era arrivata....â€?


L’elettricista

Musica consigliata: David Bowie, Heroes Vino consigliato: Cantina Maculan, Pinot Nero 2008

L

a mattina era splendida e le due comari si stavano avviando verso il distributore automatico del pane. La notizia degli ultimi giorni riguardava la sparizione del maestro Bepi, nessuno sapeva dove fosse inito, era scomparso nel nulla. I carabinieri, avvertiti dai vicini della sparizione del maestro, erano andati a casa sua e avevano forzato la porta. Non avevano trovato nulla di strano a parte molti dischi in vinile, molti libri e stranamente, molti che parlavano di vudÚ e di magia nera. Non erano state trovate le famose ricette per cucinare il gatto. Alla ine i carabinieri richiusero la porta e pensarono che probabilmente fosse partito per qualche viaggio dal quale sarebbe tornato nel giro di pochi giorni. Del resto il maresciallo era rimasto d’accordo con lui 187


Il distributore automatico del pane che una settimana dopo sarebbe dovuto tornare in caserma per alcune deposizioni riguardanti le morti avvenute presso il distributore automatico del pane. Dopo qualche giorno tutti nel piccolo borgo sentivano la mancanza del vecchio maestro, dai giovani ai vecchi, un grande vuoto si era creato in quella piccola comunità, e tutti speravano di rivederlo il più presto possibile. Arrivate di prima mattina nei pressi del distributore, le due comari sentirono un forte odore di bruciato e, giunte vicino al distributore, lo trovarono spento. Di solito il distributore automatico del pane era illuminato da così tante luci che sembrava un albero di Natale. Le due comari pensarono di chiamare l’elettricista Matìo, che senz’altro a quell’ora era già alzato e si stava preparando per andare a fare qualche intervento in una delle tante aziende della zona dove prestava la sua opera. All’inizio Matìo disse alle due comari che lui non poteva mettere mano a quelle macchine, ma che si doveva chiamare l’assistenza della ditta che forniva la macchina, poi, per l’insistenza e per la compassione che le due povere vecchie gli facevano, disse loro che sarebbe andato a dare un’occhiata. Quando l’elettricista arrivò la macchina era spenta e anche la puzza di plastica bruciata stava lentamente scomparendo. Matìo capì che il problema era grosso, ma per far pia188


L’elettricista cere alle due comari aprì il pannello per vedere cosa fosse successo dentro. Appena levato il pannello, una forte ondata di fumo uscì all’esterno e Matìo dovette spostarsi velocemente per non restare intossicato; quando tutto il fumo si disperse, l’elettricista iniziò a controllare per capire dove fosse il guasto. Matìo da esperto notò subito una cosa strana, una scatola nera. Da questa scatola partivano una serie di ili che erano issati in diversi punti della lamiera interna della macchina. Su questa era issato un timer con un piccolo quadrante dove erano segnate le ventiquattro ore; c’erano poi tre lancette come quelle degli orologi: una era collocata sulle ore quattro una sulle ore sei, in ine un’ultima lancetta rossa collocata sulle ore cinque che era probabilmente l’orario in cui si era bloccata la macchina. Dalla scatola partiva un ilo che era collegato all’alimentazione generale della corrente, il guasto era dovuto al fatto che uno dei ili, issato con appositi morsetti alla lamiera, si era staccato e si era incastrato in uno dei motorini che facevano funzionare il riscaldamento del pane, questo surriscaldandosi aveva provocato un corto circuito con conseguente bruciatura di alcune parti in plastica. Il fumo e la puzza che le comari avevano sentito erano dovuti a questo problema. Da persona curiosa ed esperta di macchinari elettrici 189


Il distributore automatico del pane com’era Matìo si pose subito una domanda: a cosa serviva quella strana scatola con timer e con ili vari che non c’entrava niente con le parti elettriche che provvedevano al regolare funzionamento del distributore del pane? Matìo cominciò ad avere un brutto presentimento, lui sapeva benissimo tutta la storia delle morti successe di fronte al distributore: era sempre stato in ottimi rapporti con Bepi e anche lui, da molti anni, faceva parte della confraternita del gato. Iniziò così a controllare meglio quella strana scatola nera, armato di un tester e di altri attrezzi del mestiere. Senza dilungarci molto in questioni tecniche, la scatola nera aveva la semplice funzione di far partire a un certo orario, quello indicato dal timer, delle scariche elettriche da 220V che si distribuivano uniformemente in tutte le pareti metalliche del distributore. Di per sé queste scariche non sono in genere mortali, ma se chi le subisce è una persona anziana o un’animale vecchio, e se inoltre piove o il terreno è bagnato, possono provocare la morte. Questa era probabilmente la causa di tutto quello che era successo in quel periodo a Pedescala. Non c’era la presenza del maligno, ma la mano di un delinquente che aveva fatto diventare la macchina del pane una slot machine come quelle di Las Vegas, al posto del pane il distributore distribuiva gratuitamente forti scosse da 220 volt. Quando Matìo lo capì si chiese chi potesse essere quel criminale che aveva creato quello strumento di morte. 190


L’elettricista Le comari già da mezz’ora erano sparite perché avevano visto che i tempi si facevano troppo lunghi e avevano salutato Matìo dicendogli che sarebbero passate dopo, quando il distributore sarebbe tornato a funzionare. Matìo pensò che adesso ci mancava solo questo per rendere più famosa Pedescala, già da alcune settimane dopo la morte di Oniga la frazione era diventata celebre nelle cronache locali, poi la mazzata inale era stata la sparizione da qualche giorno del maestro Bepi. Alcune sere prima che Bepi sparisse, l’elettricista aveva passato una serata con lui e Bepi come sempre gli aveva raccontato molte storie. Una di queste fu quella sui carabinieri di San Pietro che era successa negli anni ’80. All’epoca al comando della stazione c’era un certo maresciallo Cavalli, a quei tempi i problemi erano molti, in particolar modo storie di droga. Cavalli vedeva droga in ogni posto, alcune volte vedeva giusto, ma il più delle volte prendeva delle cantonate. Tra tutti quelli che si ricorda Bepi, fu senza dubbio il comandante della stazione dei carabinieri più odiato in generale dai giovani. Molti furono i problemi che questo troppo zelante maresciallo creò, al punto che una notte alcuni abitanti del posto, esasperati dai suoi modi intransigenti, si presero burla di lui con un gesto eclatante. Questi non si sa come riuscirono a portare via il cancello della caserma senza farsi sentire né vedere. Uno smacco del genere fu duro da mandar giù per 191


Il distributore automatico del pane uno come il Cavalli. Ai tempi del maresciallo Cavalli un gruppo di ragazzi, per festeggiare il nuovo anno, af ittò dal parroco dei Forni la sala del cinema. Questi giovani spesero dei soldi perché noleggiarono un grosso impianto stereo con luci psichedeliche che negli anni ’80 andavano molto di moda, inoltre, sborsarono soldi per il vino, le bibite e le vivande. Qualcuno disse al prete che in questo gruppo c’erano dei drogati e il bravo prete la sera di ine anno chiuse con un catenaccio e un lucchetto la porta di accesso al cinema, così quando i ragazzi che avevano organizzato arrivarono trovarono la porta sbarrata. Andarono dal prete chiedendo cosa fosse accaduto e lui senza spiegazioni gli disse che la festa non poteva essere fatta. A quel punto il catenaccio fu divelto e la festa iniziò lo stesso, almeno così sembrò. Alle undici di sera arrivarono due camionette dei carabinieri e bloccarono tutti gli organizzatori della festa e altri che non c’entravano niente. Molti furono caricati nelle camionette come dei delinquenti e portati in caserma. Tanti di questi, pur essendo dei bravi ragazzi, avevano già bevuto più del dovuto e forse qualcuno si era fatto anche qualche spinello. La caserma si riempì di persone perché molti arrivarono con le auto proprie e iniziarono a fare un gran casino, il maresciallo che non partecipava alla retata fu 192


L’elettricista svegliato e si presentò in caserma in pigiama urlando come un forsennato. Alla ine la spiegazione che fu data a questi giovani era che il prete aveva sporto una denuncia per violazione di domicilio. Questa rimase per molti anni nella fedina penale degli organizzatori che non avevano mai fatto nulla di male in vita loro. Di sicuro, se molti di questi giovani frequentavano poco la chiesa, il gesto di quel vecchio prete concorse ad allontanarli del tutto. Due di questi ragazzi cominciarono a urlare contro il maresciallo e lui li mise per il resto della notte in carcere. Sicuramente il periodo dei primi anni ’80 fu duro dal punto di vista delle droghe che circolavano nella valle, però non era il caso di questa festa di Capodanno. Fu incredibile vedere caricati sulle camionette ragazzi che al massimo bevevano una grappa ma che in generale erano tranquilli. C’erano ragazzi di Roma, francesi, svizzeri, tutti giovani che avevano genitori emigranti e che erano ritornati al paese per le feste di Natale. Molti di questi ragazzi erano passati per caso alla festa di Capodanno ai Forni e si ritrovarono in caserma senza sapere il perché, di sicuro il comportamento del vecchio prete e del maresciallo in pigiama è rimasto indelebile nella loro mente. Risvegliandosi dai suoi ricordi, Matìo decise a malincuore che era arrivata l’ora di chiamare i carabinieri di 193


Il distributore automatico del pane San Pietro, che lui conosceva molto bene perché lo chiamavano sempre quando avevano problemi elettrici. Una settimana prima era appunto in caserma per installare delle prese per il collegamento a internet, quando vide entrare Gùsto dai Luca appena tornato da un viaggio di piacere con il suo amico Simone, erano andati ad Amsterdam. Fu l’appuntato Sassi che accolse Gùsto. Matìo era nella stanza accanto a lavorare e perciò sentì tutto quello che successe fra Gùsto e l’appuntato Matera. Gùsto era venuto a fare denuncia perché ad Amsterdam gli avevano rubato il portafoglio con tutti i documenti. Quando l’appuntato venne a conoscenza del luogo dove era stato derubato cominciò un discorso su Amsterdam. Disse che era una città di drogati e di prostitute e fece sentire il povero giovane un verme. Dopo tanto predicare inalmente l’appuntato si mise di fronte al computer per compilare la denuncia che, purtroppo per lui, non si faceva più con carta e penna come una volta: Gùsto capì subito che l’informatica non era il punto forte dell’appuntato. Più di una volta i due gemelli Libero e Felice Strazzabosco vennero dentro per vedere come andava la compilazione della denuncia da parte del loro superiore, e ogni volta se ne andavano via ridendo sotto i baf i mettendosi le mani nei capelli senza essere visti dall’appuntato. 194


L’elettricista Dopo circa due ore la denuncia era inita, quando entrò il maresciallo Lorusso, andò per scrupolo a vedere com’era uscita l’opera fatta dal suo subalterno e dopo pochi secondi di lettura del documento iniziò a in ierirgli contro. Gùsto non capì cosa avesse combinato di così grave il povero Sassi, però Lorusso, dopo essersi calmato, si scusò con lui e gli chiese se gentilmente potesse ripassare nel pomeriggio per riprendere la denuncia compilata correttamente. Quando Matìo stava facendo i lavori per il collegamento a internet alla stazione dei carabinieri fu chiamato a testimoniare anche Skull, che venne prelevato da casa dai due gemelli Strazzabosco e portato in caserma. La madre aveva quasi avuto un collasso vedendo il iglio montare in camionetta come un ladro e si stava chiedendo cosa potesse avere combinato. A Skull non pareva invece vero di potersi fare un giretto con la camionetta dei carabinieri. I carabinieri avevano messo in rapporto i teschi del velo nero, che trovavano sempre sopra ai morti del distributore del pane, con la passione del ragazzo per i teschi, le bare e altre cose di questo tipo. Per fortuna Skull, la notte della morte di Oniga, aveva l’alibi di essere stato con sua sorella, la madre e altri amici al concerto di Albano a Mantova e perciò, dopo alcuni accertamenti, era stato rilasciato. Nel momento in cui Matìo telefonava ai carabinieri di San Pietro per avvertire del distributore del pane suonò 195


Il distributore automatico del pane alla porta della caserma la Norina. La ragazza lavorava come operatrice alla casa di riposo per anziani del paese. Era in lacrime e fu accolta dal maresciallo che la fece sedere con molta gentilezza, le portò un bicchiere d’acqua e le disse di calmarsi e di raccontargli cosa era successo. La Norina lavorava da molti anni alla casa di riposo e aveva sempre avuto un buon rapporto con Oniga che le faceva tenerezza, lei gli offriva sempre delle sigarette. Non si sa da chi, ma Oniga era venuto a conoscenza che a Pedescala c’era un distributore automatico del pane e lui continuava a dire che gli avrebbe fatto piacere vederlo. Le operatrici gli dicevano che alla ine era come un distributore del caffè, solo che usciva del pane. Probabilmente nel suo immaginario il fatto che il pane potesse uscire da una macchina gli sembrava impossibile e perciò sognava di vederla in funzione. Già da alcuni anni Oniga girava quasi sempre in carrozzina perché le sue gambe non lo reggevano più. La Norina che era la persona con cui Oniga si trovava meglio, ogni giorno lo sentiva parlare del distributore, inché decise che in un modo o nell’altro lo avrebbe portato a Pedescala. Finito il turno di notte, una mattina, senza essere vista dalle colleghe, caricò il povero vecchio nella sua auto rossa e lo portò ino a Pedescala. La mattina era piovosa e Oniga non si accontentò di vedere il distributore dalla macchina, ma insistette con 196


L’elettricista la Norina per scendere e comprarsi una pagnotta. Lei non riusciva a dire di no a Oniga e così scese per aiutarlo, nel frattempo lui preparò le monetine come gli aveva spiegato l’operatrice, si aprì la porta e spinto da una forza oscura fece da solo quei quattro passi ino al distributore, introdusse le monetine, ebbe un forte tremito e dopo un rumoroso rantolo crollò per terra. La Norina, sconvolta, corse subito da lui per vedere cosa fosse successo, si piegò e capì in pochi secondi che il vecchio Oniga era morto. La povera ragazza non sapendo più cosa fare fu presa dalla paura di cosa le potesse capitare, salì in macchina velocemente e ritornò a casa senza essere vista da nessuno. Questa fu la storia che la Norina raccontò al maresciallo, che proprio in quel momento fu chiamato urgentemente da uno dei due gemelli Strazzabosco per una telefonata: era Matío che chiamava da Pedescala. Arrivato a Pedescala e dopo aver sentito la storia di Matìo sulla scatola nera che stava all’interno del distributore del pane, Lorusso chiamò il suo capitano a Schio, nel giro di due ore arrivarono due tecnici dell’arma dei carabinieri che sequestrarono il distributore. Dal punto di vista legale alla Norina non successe niente di grave, fu solo sospesa per cinque giorni dal suo lavoro alla casa di riposo. Tutti capirono che quello che aveva fatto era stato compiuto in buona fede e la morte di Oniga fu accolta da molti del paese come una liberazione, perché lui viveva con il sussidio del Comune, non avendo mai fatto niente 197


Il distributore automatico del pane in tutta la vita. Dopo una settimana tutti i titoli dei giornali locali e nazionali raccontavano del killer dei distributori automatici del pane. Il tecnico che si occupava della manutenzione per la casa produttrice di queste macchine, in tutta la provincia di Vicenza, aveva installato su sei distributori la scatola nera mortale. Su tre di questi distributori non si erano veri icati casi di decessi, sugli altri tre ci avevano lasciato la pelle quattro poveri vecchi, tra cui il nostro Oniga. Purtroppo il killer del distributore del pane non si trovava e perciò i carabinieri stavano tentando di capire il motivo di questi folli gesti. Una volta svelato il mistero del tecnico e della manomissione del distributore del pane, i teschi sui veli, gli spilli con la capocchia rossa e tutte le altre stranezze forse volutamente, furono dimenticate, dalla gente del luogo abituata già a tante astrusità. Da allora a Pedescala il distributore automatico del pane non è più stato rimesso e con questo è venuto a sparire anche l’ultimo negozio che era rimasto nella frazione del paese.

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New Orleans

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“…Oh when the saints go marching in...”


New Orleans

Musica consigliata: Louis Armstrong, When the saints go marching in Vino consigliato: Maculan, Torcolato di Breganze

P

er quell’anno Maurizio e Monica già da tempo avevano organizzato un viaggio negli USA e precisamente nel Sud di questo meraviglioso

paese. Per Maurizio e Monica gli Stati Uniti erano sinonimo di viaggi in libertà e c’erano già stati più di una volta. Il giro comprendeva la parte sud degli Stati Uniti, una prima sosta a Philadelphia con visita della città, poi un ulteriore viaggio in aereo ino a Memphis nello Stato del Tennessee con visita della città e della casa museo “Graceland”, abitazione di una delle più famose star del rock, Elvis Presley. A Graceland sono esposti tutti i cimeli del cantante mentre nel Meditation Garden è sepolto insieme ai suoi genitori. Da Memphis avrebbero noleggiato un’auto per poi proseguire il viaggio verso lo Stato del Mississippi, la Louisiana, l’Alabama e per inire la Florida. 203


Il distributore automatico del pane Non stiamo qui a dilungarci sul viaggio, anche se sarebbe bellissimo, ma raccontiamo di quello che successe a New Orleans. Il primo fatto strano successe a ovest di New Orleans, quando Maurizio volle fermarsi a visitare le zone paludose abitate dai Cajun, una popolazione rurale che parla un dialetto francese e trae la propria sussistenza dalle risorse naturali delle paludi. Quel giorno fermarono l’auto in riva al grande iume il Mississippi. Avvicinatosi alla sponda, Maurizio vide una donna bellissima, di cui non si riusciva a capire l’età che stava seduta con i piedi immersi nell’acqua ed era avvolta fra bellissimi veli celesti che nulla lasciavano all’immaginazione. Alla vista di questa dea Maurizio rimase incantato, lei lo guardò e gli sorrise; a quel punto sentì come una forza che lo attirava verso di lei, a cui non poteva resistere. Questa forza d’attrazione sparì nel momento in cui Monica inì di fotografare un’ansa del iume Mississippi, e chiamò Maurizio che si ridestò e si girò verso di lei dicendole che arrivava. Diede un ultimo sguardo alla bellissima signora, ma questa era sparita, rimanevano nell’acqua dove lei aveva posato i piedi dei centri concentrici di uno strano colore celeste, uguale al velo che copriva il suo meraviglioso corpo. Maurizio non parlò del fatto a Monica, ma si ripro204


New Orleans mise di stare più attento con le bevande del posto e con i piatti tipici della zona come il po’ boy, una baguette francese con ripieno di carne o frutti di mare, o il gumbo che era lo stufato originale della Louisiana o le ostriche del golfo o la jambalaya, un piatto formato da tre parti con carne e verdure e completato da brodo e riso e altri piatti creoli di cui negli ultimi giorni aveva abusato e che probabilmente gli stavano dando delle allucinazioni; di qui in poi solo insalata, pensò. Big Easy, New Orleans è una mitica città sulle sponde del Mississippi River, nel sud-est della Louisiana. New Orleans è un miscuglio perfetto di culture, bianca, nera, creola e cajun, molto diverse tra loro e desta da sempre un’attrazione che si può rivelare anche “fatale”. Ce ne possiamo innamorare a prima vista, dandole appena un’occhiata, magari a tempo di jazz e poi inire per rimanere inebriati dal suo fascino e dal suo profumo francese. La prima impressione giungendo lì, a parte il caldo opprimente, è quella di una città particolare, stravagante, anzi, molto stravagante, si possono vedere anche delle collane appese agli alberi, caratteristica colorata e appunto “diversa” dal solito. A New Orleans si festeggia praticamente tutti i giorni dell’anno, ma uno degli aspetti che la caratterizzano è il Mardi Gras, il tipico carnevale. In quei giorni tutti si scatenano, travestendosi e indossando singolari collane. Tutto a New Orleans non passa inosservato: percor205


Il distributore automatico del pane rendo la famosa Bourbon Street ci si ritrova immersi in un caos totale; a qualunque ora nei locali si balla e si canta. A due passi c’è il tipico Quartiere Francese con le palazzine dai balconi caratteristici. Qui tutto richiama la Francia, difatti si festeggia il 14 luglio. New Orleans è conosciuta anche e soprattutto per essere la patria del jazz; è facile trovare per le vie suonatori e statue che lo rappresentano. L’aeroporto di New Orleans non a caso si chiama “Louis Armstrong”. Bisogna tenere presente che New Orleans, nonostante la bellezza e l’indubbio fascino, non è una città che si può girare da soli, magari di notte con maglietta “I love New Orleans” e macchina fotogra ica a tracolla. Quando si parla di New Orleans non si può fare a meno di pensare ai riti vudù e ai cimiteri. Fu proprio durante una visita a uno di questi cimiteri che successe la cosa che segnò in maniera indelebile il viaggio negli USA di Monica e Maurizio. I cimiteri di New Orleans sono i più famosi degli Stati Uniti, a New Orleans ce ne sono molti da visitare, quel giorno i due decisero di vedere quello più importante, il St. Louis Cemetery No. 1. Non è consigliabile visitare da soli i cimiteri, perché se i fantasmi non ti attaccano potrebbero farlo i delinquenti. Monica e Maurizio, amanti del viaggio fai da te, per quell’occasione, di malavoglia dovettero andare con un 206


New Orleans furgoncino organizzato da un tour operator della città. Partirono verso le undici del mattino e nel momento in cui stavano costeggiando il Quartiere Francese, seduto fuori da un bar a un tavolino, videro una persona a loro conosciuta. Maurizio tirò un tale urlo che fece sobbalzare Monica che gli stava seduta accanto. «Monica, varda in quel tavolín, ghe xé Bepi!» Rilassato, a un tavolino posto all’esterno di un vecchio bar alla francese, c’era Bepi Marangoni. Lui li guardò per un attimo senza sorridere, poi distolse lo sguardo e continuò tranquillamente a bere da un calice un liquido di un giallo brillante dorato che si era versato da una piccola bottiglia. Vicino a lui c’era la stessa bellissima donna che Maurizio aveva visto o sognato sul iume. Anche se la differenza di età fra i due era enorme, sembravano due persone in simbiosi l’uno fatto per l’altra. Maurizio notò che l’unica cosa anomala della donna erano i piedi troppo grandi e al di fuori della norma; questi erano incastrati all’interno di sandali di una strana fattezza. Per un attimo la donna rivolse lo sguardo a Maurizio e sul suo viso si formò quel meraviglioso sorriso che lui aveva già visto una volta. In quel momento sentì dentro di sé una pace immensa. Gli sembrò di tornare indietro di ottanta, novant’anni, gli sembrò di essere dentro una vecchia stalla con persone che stavano raccontando storie di anguáne e 207


Il distributore automatico del pane salbanéi, vide suo nonno e suo padre, il caldo afoso e umido di New Orleans era sparito e aveva lasciato il posto a un tepore bellissimo. Gli odori da stalla che sentiva non davano fastidio ma parlavano di tempi che non torneranno più; lui avrebbe voluto restare lì ad assaporare quei momenti di pace e di ricordi, sperando di poter completare il viaggio americano un’altra volta. Monica, con la sua voce sempre squillante, lo ridestò da quel beato torpore, dicendogli che dovevano scendere subito se volevano andare a salutare Bepi. Scesero dopo trecento metri e di corsa arrivarono al tavolino. Dove c’era Bepi non c’era più nessuno, erano rimasti solo un calice, una bottiglia, un foglietto di carta con una scritta, sette spilli con la capocchia rossa e un velo nero con due teschi. La bottiglia era di Torcolato della cantina Maculan di Breganze, Bepi si trattava bene anche lontano dall’Italia bevendo uno dei vini che hanno fatto la storia dell’enologia italiana degli ultimi quarant’anni; si percepiva ancora il profumo, un bouquet intenso di miele, iori, vaniglia, uva e legni nobili. Maurizio non resistette e assaggiò quel nettare, il sapore era dolce e pieno e permaneva nella bocca per molto tempo, dopo averlo bevuto. Sul foglio c’era scritto: «Per favore non cercatemi perché non mi trovereste e non dite mai niente a nessuno, abbiate pazienza quando l’ora sarà giunta ci rivedre208


New Orleans mo, vi abbraccio forte. Bepi Coa Marangoni». Il foglio era bagnato non da vino, ma probabilmente da una grossa lacrima. Quando Maurizio parlò della bellissima donna che stava con Bepi a Monica, lei gli rispose che al tavolino Bepi era solo e allora Maurizio credette di capire chi fosse quella donna e negli anni futuri l’avrebbe di nuovo rivista. Maurizio e la Monica ripresero il viaggio rispettando i voleri del vecchio maestro. Quello che era successo è rimasto un loro segreto che anche adesso stanno rispettando nella speranza che un giorno Bepi Marangoni ritorni.

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Spumante

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“…Diamo a Cesare ciò che è di Cesare...”


Spumante

Musica consigliata: Goffredo Mameli, Canto Nazionale Vino consigliato: Ca’ Del Bosco, Anna Maria Clementi brut 2002

Una sera di ine estate la mamma di Monica aveva organizzato una cena. Alla mamma di Monica è sempre piaciuto avere ospiti a casa e inoltre è anche una brava cuoca, ama la compagnia e se fosse per lei la casa sarebbe sempre piena di gente. A questa cena partecipavano molti suoi parenti francesi e alcuni amici del Belgio, probabilmente neanche i belgi sono in grandi rapporti con i francesi perché fecero una battuta su di loro che non piacque molto ai galletti presenti. Uno dei belgi disse che quando un belga entra la sera a casa per accendere la luce gira l’interruttore, il francese invece non ne ha bisogno perché è lui la luce. A quel punto i francesi indispettiti dalla battuta iniziarono un discorso che inì con il discutere sui vini e da lì partirono con la storia dello champagne. Dieci minuti prima era entrato nella stanza Maurizio 213


Il distributore automatico del pane con una bottiglia di spumante; era stato invitato da Monica per bere un caffè. Quando entrò dentro la stanza e vide tutto questo assembramento francese, pensò di tornare a casa per prendere la maglietta della vittoria dei mondiali che aveva utilizzato nel viaggio in America di anni addietro, poi per puro caso si accorse di avere una bottiglia di spumante italiano tra le mani e pensò che farlo bere a così tanti francesi sarebbe stato un affronto ancora più grande. La bottiglia conteneva un Annamaria Clementi della Franciacorta, perciò un top degli spumanti italiani. Sembrava che fosse giunto a proposito, perché i francesi stavano parlando dello champagne decantandone le lodi e dicendo che se non ci fossero stati loro a inventarlo la vita sarebbe stata più triste senza un nettare del genere. Maurizio di vino ne capiva abbastanza, anche se non ha mai amato i vini con le bollicine, né quelli italiani e neanche quelli francesi. Ascoltò con molta attenzione tutti questi discorsi sullo champagne, inché decise che era venuto il momento di prendere la parola, forse i galletti dovevano anche stavolta essere ridimensionati e portati con i piedi per terra. Iniziò dicendo che c’è un luogo comune discretamente diffuso anche tra le persone appassionate di vino, ed è la convinzione che lo spumante, come lo champagne, sia stato inventato dai francesi. 214


Spumante Questo forse per la fama acquisita dallo champagne e per l’indubbia bravura dei francesi nel marketing. «Già in epoca romana,» disse «abbiamo ampie e dettagliate descrizioni sulla produzione e il consumo di vini spumanti che pare andassero molto di moda. Anche se con tecniche ben diverse dalle attuali, venivano prodotti vini spumanti (in realtà si dovrebbe parlare più correttamente di vini frizzanti). I Romani, quindi, conoscevano molto bene la tecnica per l’ottenimento di vini con le bollicine. A queste parole seguirono dei moti di stizza, ma Maurizio imperterrito continuò ugualmente il suo monologo. Alcune centinaia di anni dopo, ritroviamo in Francia, presso l’abbazia di Hautvilers, un altro religioso, il benedettino Dom Pérignon, al quale comunemente si fa risalire l’invenzione della spumantizzazione. Se in realtà sia stato questo frate, oppure altri suoi confratelli che lavoravano presso la cantina dell’abbazia, ad adottare e perfezionare tale tecnica non è importante tanto quanto la precisazione che in ogni caso lo spumante era prodotto, come in Italia, per rifermentazione di un mosto dolce. Sulla base di prove documentali scritte si può affermare come, seppur con risultati inali forse meno eccellenti di quelli odierni, i veri inventori dello spumante siano stati non i francesi, ma i Romani.» Alla ine Maurizio disse: «Diamo a Cesare ciò che è di Cesare». Il che sembrava molto adatto. 215


Il distributore automatico del pane Dom Pérignon era una igura mitica, bisogna riconoscergli una sorta di genialità: infatti, assemblando una serie di elementi diversi e di origine internazionale, i tappi di sughero, spagnoli e italiani (prima si usavano tappi di legno) e le bottiglie inglesi che resistevano alle alte pressioni dello spumante e non scoppiavano, ha dato vita al leader di tutti gli spumanti moderni: lo champagne. Tutti i francesi abbassarono la testa e calò un silenzio imbarazzante nella sala, a quel punto, dopo qualche imprecazione di Bórtolo, il vecchio postino comunale che stava esultando sulla sedia, la bottiglia di spumante Francia Corta fu aperta e l’aroma che ne uscì fu così intenso che l’ambiente si riscaldò e tutti insieme, come per miracolo, italiani, francesi e belgi iniziarono a cantare in coro una vecchia canzone che inizia così: Fratelli d’Italia l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa. Dov’è la Vittoria? Le porga la chioma, ché schiava di Roma Iddio la creò. Stringiamci a coorte siam pronti alla morte l’Italia chiamò. 216


La Val d’Astico


Postfasíon

Storie e fòle1 de paese, de cuìli dela montagna...che i se soméja on ià tuti. Bitùdine, jente sbalinà, strume2 del scampáre, vertù grande e picinìne, inbastìe co la gavéta de un romanso che zé la scusa par issáre stciantísi de vita, speríense bone e triste, riconosénse e resentàde, drìo dobóto el secolo de la vita de Bepi. Zé on ilò de carta...contà a vósse bióta. Par cuìli che no sa de ilò, magari par che sìpia robe trate là saltando de palo in frasca, sensa ne cao ne coa... ma el ilò jera cussì! On missióto de storie sentìe chìve e lìve, ricordi, sentense, speriense de vita, insegnamìnti e strambóti che se contava sensa preténdar de nar driomàn, perdendo e ritacàndo el ilo drìo ai rimarchi3 de cuìli datórno, dontàndoghe anca on ià de mistero, che’l no ’l guasta mai. Zé confà4 on féro da lìssia...andove che zé picà via insieme braghe e mudande, calsìti e camìse, nissùi e paneséi. La nostra vita! 1 2

favole fatiche del vivere

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secondo le osservazioni è come

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A on dato momento càpita che xé uno se varde torno. Lora se se volta indrìo, sovegnéndose5 de cuìli che zé vegnù prima, po dale bande, a cuìli che ga caminà con naltri o ne zé oncóra rente. De ìli calchedún zé restà indrío, altri zé na oltra. Par ultimo se prova vardár vanti, co on missióto de paura e de speransa. Zé cussì! Vanti o po la tóca a tuti. Lora anca le robe picinìne, i cristiani, i saváji6 che se ga conosésto e che magari prima no se ghe badáva, i se varda destrànio. Se capìsse che i ga fato parte de la nostra esisténsa e, ben o male, i ne ga lassà calcóssa...magari anca solo na storia da contare. Jani

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ricordandosi i tipi strani, originali


Ringraziamenti

Voglio ringraziare prima di tutto Maurizio(Nenè), Massimo e la Monica che dal cielo certamente mi hanno accompagnato in questa avventura. Mio “fratello” Maurizio Boschiero per tutti i preziosi consigli. Manuela, Simone mio cugino per molte ispirazioni. Il “Gruppo di Lettura”: Milia, Carla e Jani, Roberto per le lunghe camminate che facciamo assieme. So ia per i disegni, Giovanna per la gra ica e impaginazione e Beniamino per le correzioni. E tutti gli amici di cui non ho fatto il nome.

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Opere Citate - Bibliografia

• “Strage di Pedescala” Wikipedia, fonte web • “Sulle rive dell’Astico” Francesco Rando, 1958 • “La grande guerra nella valle dell’Astico” Delmo Stenghele, 2010 • “San Pietro Valdastico” Don Giovanni Toldo • “Valdastico ieri e oggi” Antonio Toldo • “Discorso di Steve Jobs ai eolaureati di Stanford”, 2005 • “Soprannomi da saggistica” Mariano Fresta • “La sapienza dei nostri padri” Gruppo di ricerca sulla civiltà rurale, 2003 • “Cultura popolare vicentina. La casa e le tradizioni popolari” Manilo Cortellazzo, 1998 • “I giochi di un tempo” Antonio Dimmer Manzolli, fonte web • “Spumante: tra leggenda e storia” Walter Belloni, fonte web • “Blade Runner” Monologo inale, fonte web • “La cucina vicentina” A. Sandri M. Faloppi, 1995 • “Sui sentieri Val d’Astico” Liviero Carollo, 2005

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Indice

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Prefazione di Maurizio Boschiero Introduzione dell’autore

15 23 35 51 87 107 119 137 163 185 201 211 217

Articolo giornale francese Bepi Marangoni Il vecchio cane Morte del camoscio L’orco La Milia Il capriolo Morte di Luigi Berton Sparizione Bepi Marangoni L’elettricista New Orleans Spumante 2011 La Val d’Astico

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Postfasìon di Jani Ringraziamenti Opere citate - Bibliograϔia

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GINO SARTORI Gino Sartori è nato e vive a Valdastico mail: ginsart@libero.it www.ginosartori.it Acquarelli di SOFIA TERZO Ha frequentato un corso di restauro affreschi e pitture parietali presso l’Associazione Artigiani di Vicenza e si dedica all’attivitĂ  di restauratrice. In seguito esegue la riduzione a fumetti del classico “Carmillaâ€? che viene pubblicato nel 2008 in Francia da Vertige Graphic. Finalista del concorso per nuovi autori “Italia criminaleâ€? nell’ambito della manifestazione “Fumetti in TVâ€?. Ha illustrato il libro “CiupĂ nâ€? di Maurizio Boschiero. Negli ultimi anni riprende l’attivitĂ  di disegnatrice in collaborazione con Giuliano Piccininno per il mercato francofono.

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Il distributore Automatico del Pane