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***Regina Bianca***


Titolo originale Evernight Traduzione di Luca Fusari

Š 2008 Amy Vincent Š2009 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, per l'edizione italiana Edizione Mondolibri S.p.A., Milano su licenza Arnoldo Mondadori Editore S.pA., Milano


La freccia infuocata si infilò nella parete con un rumore sordo. Fuoco. Il legno vecchio e secco della sala delle assemblee si infiammò in un istante. L'aria si saturò di fumo scuro, oleoso, che mi irritò i polmoni e mi costrinse a tossire. Tutt'intorno, i miei nuovi amici gridarono sorpresi, poi afferrarono le armi, pronti a combattere per la propria vita. È tutta colpa mia. Una dopo l'altra, le frecce fendettero l'aria e andarono ad alimentare le fiamme sempre più alte. Nella coltre di fuliggine, cercavo disperatamente gli occhi di Lucas. Sapevo che mi avrebbe protetta a ogni costo ma anche lui era in pericolo. Se gli fosse successo qualcosa mentre cercava di salvarmi, non me lo sarei mai perdonato. Mentre tossivo per via dell'aria densa, strinsi la mano di Lucas e scattai con lui verso la porta. Ma ci aspettavano. Una fila di sagome scure e torve si stagliava in controluce davanti alle fiamme, appena oltre la soglia del la sala delle assemblee.


Nessuno di loro brandiva armi; non ce n'era bisogno, le loro intenzioni erano chiare anche senza. Erano venuti a prendere me. Erano venuti a punire Lucas per aver infranto le loro regole. Erano venuti per uccidere. Tutto questo sta succedendo a causa mia. Se Lucas muore, sarà mia la colpa. Impossibile fuggire o trovare un rifugio. Non potevamo restare là, tra le fiamme urlanti che ci circondavano, già così calde da scottarmi la pelle. Presto il soffitto sarebbe crollato e ci avrebbe schiacciati tutti. Fuori, i vampiri aspettavano.


Era il primo giorno di scuola, cioè la mia ultima occasione di fuga. Non avevo un equipaggiamento da sopravvivenza a riempirmi lo zaino né un portafogli gonfio di banconote con cui comprare un biglietto aereo a caso, né un amico che mi aspettava dietro l'angolo al volante di un'auto rubata, pronto a scappare. In due parole, non avevo quello che la gente sana di mente chiamerebbe "un piano". Ma non mi importava. Per nulla al mondo sarei rimasta all'Accademia di Evernight. La luce smunta del primo mattino screziava appena il ciclo, mentre indossavo i jeans e afferravo un maglione nero pesante: a quell'ora sulle colline persino a settembre si gelava. Raccolsi i lunghi capelli rossi in una crocchia improvvisata e infilai gli scarponcini da trekking. M i sembrava importante muovermi in silenzio, sebbene non dovessi preoccuparmi granché di svegliare i miei genitori . Dire che non fossero mattinieri è riduttivo. Avrebbero dormito come ghiri fino al segnale della radiosveglia, al quale mancava un altro paio d'ore. Quanto bastava ad assicurarmi un buon vantaggio.


Fuori dalla finestra della mia camera, il gargoyle di pietra mi guardava fisso, la bocca aperta in un ghigno incorniciato dalle zanne. Afferrai il giubbotto di jeans e gli feci una linguaccia. — Forse a te piace bazzicare la Fortezza dei Dannati — mormorai. — È tutta tua. Prima di uscire rifeci il letto. Di solito occorrevano un sacco di rimproveri per convincermi, ma stavolta lo feci volentieri. Quel giorno i miei sarebbero usciti di testa, e riordinare le coperte mi sembrava potesse rendere più accettabile ciò che stavo per fare. Di certo loro l'avrebbero pensata diversamente ma questo non bastò a dissuadermi. Mentre sprimacciavo i cuscini, ebbi la strana visione di qualcosa che avevo sognato la notte prima, vivido e presente come se fossi ancora immersa nel sonno. UN FIORE COLOR DEL SANGUE. IL VENTO ULULAVA FRA GLI ALBERI CHE MI CIRCONDAVANO, FRUSTAVA I RAMI SCOMPIGLIANDOLI. IL CIELO SOPRA DI ME RIBOLLIVA DI NUVOLE INQUIETE. MI SCOSTAI DAL VISO LE CIOCCHE DI CAPELLI MOSSE DAL VENTO. DESIDERAVO SOLTANTO GUARDARE QUEL FIORE. OGNI PETALO IMPERLATO DI PIOGGIA ERA SCARLATTO, SLANCIATO, SIMILE A UNA LAMA, COME CERTE ORCHIDEE TROPICALI.


EPPURE IL FIORE ERA ANCHE RIGOGLIOSO E PIENO, AVVITICCHIATO AL RAMO COME UNA ROSA. ERA LA COSA PIÙ ESOTICA E SEDUCENTE CHE AVESSI MAI VISTO. DOVEVA ESSERE MIO. Perché quel ricordo mi faceva rabbrividire? Era soltanto un sogno. Respirai a fondo cercando di metterlo a fuoco. Ma era ora di andare. Lo zainetto era pronto, lo avevo riempito la sera prima. Soltanto poche cose: un libro, occhiali da sole e qualche soldo nel caso dovessi scendere fino a Riverton, la cosa più simile a un insediamento umano in tutta la zona. Così avrei avuto da fare per la giornata. La verità era che non stavo scappando. Non sul serio, come quando la fai finita, assumi una nuova identità e, non so, ti unisci al primo circo che passa o qualcosa del genere. No, la mia era piuttosto una presa di posizione. Da quando i miei genitori avevano prospettato il trasferimento all'Accademia di Evernight - loro come professori, io da studentessa - mi ero opposta. Avevo sempre vissuto nella stessa cittadina, frequentavo la stessa scuola e la stessa gente da quando avevo cinque anni. E mi andava benissimo.


A molti piace mescolarsi agli sconosciuti, attaccare bottone e fare amicizia in fretta, ma io non sono mai stata così. Tutt'altro. La cosa divertente è che quando la gente ti definisce "timida" di solito sorride. Come se fosse una cosa carina, un'abitudine buffa che perderai crescendo, come i buchi nel sorriso quando ti cadono i denti da latte. Se sapessero come ci si sente - a essere timidi, non soltanto insicuri - non sorriderebbero. No, se sapessero cosa vuol dire avere un nodo allo stomaco o le mani sudate, oppure perdere la capacità di dire qualcosa di sensato. Non è affatto carino. I miei genitori non sorridevano mai, quando lo dicevano. Non erano così sciocchi e pensavo mi capissero, almeno finché non decisero che sedici anni fosse l'età giusta per andare oltre, in un modo o nell'altro. E per iniziare, cosa c'era di meglio di un bel collegio, a maggior ragione se c'erano anche loro ad accompagnarmi? Pensavo di aver intuito quale fosse il loro scopo. Ma era soltanto teoria. Nell'esatto istante in cui eravamo sbucati sul viale dell'Accademia di Evernight e avevo visto quella mostruosità gotica di pietra, enorme e ingombrante, avevo capito che non sarei mai riuscita ad ambientar - mi in una scuola del genere. Mamma e papà non avevano voluto ascoltarmi. Ecco perché mi ritrovavo costretta a obbligarli a farlo.


In punta di piedi mi feci strada nel piccolo apparta mento, di quelli riservati al corpo insegnante, che la mia famiglia occupava da un mese. Dietro la porta chiusa della stanza dei miei sentivo il leggero russare di mamma. Misi lo zainetto in spalla, girai lentamente la chiave nella porta e scesi le scale. Vivevamo proprio in cima a una delle torri di Evernight, e detta così la cosa può avere un certo fascino. In realtà per me significava solo essere costretta a scendere gradini scavati nella pietra più di due secoli prima, che il tempo aveva reso logori e irregolari. La lunga scala a chiocciola aveva poche finestre e le luci spente rendevano il tragitto buio e difficile. MENTRE MI ALLUNGAVO A COGLIERE IL FIORE, LA SIEPE EBBE UN FREMITO. IL VENTO, PENSAI, MA MI SBAGLIAVO. No, LA SIEPE SI ESPANDEV A COSÌ VELOCEMENTE DA VEDERLA CRESCERE A OCCHIO NUDO. TRALCI E ROVI SPUNTAVANO TRA LE FOGLIE IN UN GROVIGLIO CONFUSO. PRIMA CHE POTESSI SCAPPARE, LA SIEPE MI AVEVA QUASI CIRCONDATA, MURATA FRA RAMI, FOGLIE E SPINE. L'ultima cosa che desideravo era rievocare i miei incubi. Respirai a fondo e continuai a scendere finché non raggiunsi l'aula magna, al piano terra.


Era uno spazio maestoso, progettato per ispirare o perlomeno stupire: pavimenti di marmo, soffitto a volta e finestre istoriate che si innalzavano fino alle travi, ognuna con il suo disegno caleidoscopico esclusa una, proprio al centro, di vetro trasparente. I preparativi per gli eventi della giornata dovevano essere terminati la sera prima, perchÊ il podio dal quale la preside avrebbe salutato gli studenti era già pronto. Nessun altro sembrava essersi svegliato, perciò nessuno poteva fermarmi. Con una spallata decisa aprii il portone pesante e intarsiato, ed eccomi libera. La nebbia del primo mattino avvolgeva il mondo in una luce grigio-azzurra mentre attraversavo i cortili della scuola. Quando l'Accademia di Evernight fu costruÏta, nel Diciottesimo secolo, il territorio circostante era selvaggio. Sebbene adesso qualche piccola cittadina punteggiasse la campagna in lontananza, nessuna era troppo vicina a Evernight; e nonostante il panorama sulle colline e le foreste fitte, nessuno aveva mai costruito una ca- sa da quelle parti. Tutto sommato, come dar torto a chi non voleva saperne di avvicinarsi? Lanciai un'occhiata alle mie spalle, verso le due alte torri della scuola coronate dalle sagome deformi dei gargoyle, e rabbrividii. Pochi passi, e iniziarono a svanire nella nebbia.


EVERNIGHT INCOMBEVA DIETRO DI ME CON LE PARETI DI PIETRA DEI TORRIONI, UNICA BARRIERA CHE I ROVI NON POTESSERO ABBATTERE. AVREI DOVUTO RIFUGIARMI DENTRO LA SCUOLA, MA NON LO FECI. EVERNIGHT ERA PIÙ PERICOLOSA DEI ROVI E OLTRETUTTO NON VOLEVO ABBANDONARE IL FIORE.

L'incubo iniziava a sembrarmi più reale della realtà. Incerta, mi allontanai dalla scuola e iniziai a correre per fuggire dal cortile e confondermi nella foresta. Presto sarà tutto finito, mi dissi mentre mi affannavo nel sottobosco e i rami caduti dei pini si spezzavano sotto i miei passi. Ero a poche centinaia di metri dall'ingresso ma la distanza mi sembrava enorme, come se la nebbia fitta mi avesse già isolata nel cuore del bosco. Mamma e papà si sveglieranno e si accorgeranno che non ci sono. Finalmente capiranno che non posso farcela, che non possono obbligarmi. Verranno a cercarmi e. okay, si arrabbieranno per lo spavento, ma saranno comprensivi. L o sono sempre, no! E poi ce ne andremo. Andremo via dall'Accademia di Evernight e non tornemo mai più, mai più.


Il mio cuore batteva con ritmo accelerato. Passo dopo passo, allontanarmi da Evernight aumentava la paura anzichè smorzarla. Poco prima, quando avevo architettato il piano, mi era sembrata un'idea perfetta. A prova di errore. Ora che stavo davvero correndo da sola nella foresta, attraverso un territorio selvaggio e sconosciuto, non ne ero più così sicura. Forse ogni fuga era inutile. Forse mi avrebbero trascinata indietro comunque. IL TUONO BRONTOLÒ. I BATTITI DEL CUORE ACCELERARONO. PER L'ULTIMA VOLTA DISTOLSI LO SGUARDO DA EVERNIGHT E TORNAI A OSSERVARE IL FIORE CHE TREMAVA SUL RAMO. IL VENTO NE SOFFIÒ VIA UN PETALO. INFILAI LE MANI NEI ROVI, SENTII I GRAFFI SULLA PELLE MA NON MI FERMAI, DECISA. QUANDO LA PUNTA DEL MIO DITO CAREZZÒ IL FIORE, QUELLO SI ADOMBRÒ ALL'IMPROVVISO, APPASSÌ E SI SECCÒ MENTRE TUTTI I PETALI ANNERIVANO. Mi diressi verso est, cercando di allontanarmi il più possibile da Evernight. L'incubo mi perseguitava: era quel posto, mi aveva stregata, impaurita e svuotata. Se mi fossi allontanata abbastanza sarei stata meglio. Con il fiato corto, mi guardai alle spalle per controllare la distanza percorsa...


E lo vidi. Un uomo nel bosco, nascosto dalla nebbia, a una cinquantina di metri da me, con un cappotto lungo e scuro. Nell'istante in cui posai lo sguardo su di lui, iniziò a rincorrermi. Solo in quel momento capii davvero cos'era la paura. La sorpresa mi attraversò come una scossa, fredda come acqua ghiacciata, e scoprii quanto veloce sapessi correre. Non urlai perché sarebbe stato inutile. Mi ero infilata nel cuore del bosco, il posto più isolato che conoscessi, proprio per nascondermi. Era la cosa più stupida che avessi mai fatto e, a quanto pareva, anche l'ultima. Non avevo neanche portato il cellulare, tanto lassù non c'era segnale. Nessuno mi avrebbe soccorsa. Dovevo correre, cor re- re fino all'ultimo filo di fiato. Sentivo i suoi passi strappare i rami e sbriciolare le foglie. Si avvicinava. Oh, era veloce. Com'era possibile che qualcuno corresse tanto veloce? Ti hanno insegnato a difenderti, pensai. Dovresti sapere cosa fare in una situazione come questa! Non ricordavo. Non riuscivo a pensare. I rami laceravano le maniche del giubbotto e tiravano le ciocche di capelli sfuggite dalla crocchia. Inciampai in un sasso, affondai i denti nella lingua, ma continuai a correre.


Lui era ancora più vicino, troppo vicino. Dovevo accelerare. Ma più di così non potevo. — Uh! — gemetti quando lui mi piombò addosso in un balzo e cadde insieme a me. Sentii il colpo secco del terreno contro la schiena, il peso di lui a tenermi giù, le sue gambe intrecciate alle mie. Con una mano mi chiuse la bocca e riuscii a liberare un solo bracci o. Alla mia vecchia scuola, durante i seminari di autodifesa, ci dicevano sempre di puntare agli occhi, di strappare letteralmente gli occhi all'aggressore. Avevo sempre pensato che ci sarei riuscita, se avessi dovuto salvare me stessa o qualcun altro. Ma adesso ero così spaventata che dubitavo di potercela fare. Curvai le dita, cercando di farmi coraggio. In quel momento, l'uomo sussurrò: — Hai visto chi ti stava inseguendo? Rimasi a guardarlo per qualche secondo. Sollevò la mano dalla mia bocca per lasciarmi parlare. Il suo corpo mi pesava addosso ed ebbi qualcosa di simile a un capogiro. Alla fine riuscii a rispondere: — Cioè, escluso te? — Io? — Non sapeva di cosa stessi parlando. Lanciò uno sguardo furtivo dietro di noi, sulla difensiva. — Stavi scappando da qualcuno o no?


— Stavo correndo. Non c'era nessuno a inseguirmi, eccetto te. — Cioè, pensavi... — il ragazzo si scostò in quell'istante, liberandomi dal suo peso. — Oh, diamine. Scusa. Non volevo... Devo averti spaventata a morte. — Avevi intenzione di aiutarmi? — Lo dissi ancora prima di poterci credere. Annuì svelto. Il suo viso era ancora vicino al mio, troppo vicino, copriva il resto del mondo. Niente sembrava esistere eccetto noi e la nebbia che ci avvolgeva. — Devo averti terrorizzata, mi dispiace. Pensavo davvero... Parole inutili: aumentavano le vertigini anziché cal marle. Avevo bisogno d'aria, di silenzio, cosa impensabile finché lui mi restava così vicino. Gli puntai un dito contro e dissi qualcosa che non avevo mai detto a nessuno in vita mia, tantomeno a uno sconosciuto. E di sicuro non allo sconosciuto incontrato nel modo più spaventoso che potessi immaginare. — Chiudi il becco. E lui lo chiuse. Sospirai e lasciai cadere la testa all'indietro. Mi stropicciai gli occhi così forte da vedere rosso.


Sentivo il sapore denso del sangue in bocca e il cuore mi batteva ancora così forte da farmi quasi tremare le costole. Rischiavo di farmi anche la pipì addosso, il che avrebbe reso, se possibile, la scena ancora più umiliante. Invece continuai a fare respiri profondi, uno dopo l'altro, fino a sentirmi in forze quanto bastava per sedermi. Il tizio mi era accanto. Riuscii a chiedere: — Perché mi hai placcata? — Pensavo dovessimo ripararci. Nasconderci da chi ti stava inseguendo, cioè, in pratica — sembrava imbarazzato — da nessuno. Chinò il capo e finalmente riuscii a guardarlo bene. Non c'era stato il tempo di notare i particolari; quando la prima opinione che ti fai di qualcuno è "maniaco assassino" non ti soffermi certo sui dettagli. In quel momento, però, realizzai che non era un adulto come avevo presunto. Era alto, con le spalle larghe, ma giovane, forse mio coetaneo. Aveva capelli lisci, castano - dorati che, gli coprivano la fronte, arruffati dall'inseguimento. I lineamenti del viso erano decisi e spigolosi, il corpo muscoloso e... aveva straordinari occhi verdi.


Ma il particolare più interessante era l'abbigliamento, sotto il cappotto lungo e scuro: scarponi neri rovinati, pantaloni di lana neri e un maglione con lo scollo a v, rosso scuro, decorato con uno stemma: due corvi ricamati su entrambe facce di una spada d'argento. Lo stemma di Evernight. — Sei uno studente -— esclamai. — Frequenti l'Accademia. — Be', quasi. — Parlava piano, come se temesse di spaventarmi ancora. — E tu? Annuii, mentre scioglievo i capelli annodati e ricominciavo a raccoglierli. — Sono al primo anno. I miei genitori sono venuti a insegnare qui, perciò... mi tocca. Forse la trovava una stranezza, perché si rabbuiò e il suo sguardo si fece curioso e incerto. Gli bastò un istante, però, per riprendersi e porgermi la mano. — Lucas Ross. — Oh, già. — Mi sembrava assurdo presentarmi a qualcuno che fino a pochi minuti prima avevo creduto un assassino. La sua mano grande e fresca strinse la mia con forza. — Mi chiamo Bianca Olivier. — Il tuo cuore galoppa — mormorò Lucas. Studiò la mia espressione, assorto, e mi riassalì l'a gitazione, sebbene in forma molto più piacevole.


— Se non stavi sfuggendo a un aggressore, perché correvi così? Non sembrava per niente una passeggiata mattutina. Avrei mentito, se avessi trovato una qualsiasi scusa plausibile, ma non ci riuscii. — Mi sono alzata presto per... ecco, volevo scappare. — I tuoi genitori ti trattano male? Ti picchiano? — No! Nemmeno per idea. — Mi sentivo offesa, ma considerai che tutto sommato la deduzione di Lucas era plausibile. Perché mai una persona sana di mente dovrebbe correre per i boschi all'alba come se fosse in pericolo di vita? Ci eravamo appena conosciuti, perciò forse avevo ancora una chance per non essere etichettata come pazza furiosa. Decisi di non raccontargli dei flashback dell'incubo, per evitare che la bilancia cominciasse a pendere dalla parte della follia. — È che non voglio frequentare questa scuola. Mi piaceva dove stavamo prima, e poi l'Accademia di Evernight è così... così... — Terrificante. — Ecco. — E dove avevi intenzione di andare? Hai un lavoro che ti aspetta, qualcosa del genere? Avevo le guance in fiamme, non soltanto per la corsa.


— Ehm, no. Non stavo davvero scappando. Era solo una presa di posizione, più o meno. Così i miei genitori avrebbero finalmente capito quanto io detesti questo posto e magari ce ne saremmo andati. Lucas spalancò gli occhi per un istante, poi scoppiò a ridere. Il suo sorriso influenzò la strana energia che trattenevo dentro e la trasformò da paura in curiosità, persino in entusiasmo. — Come me con la mia fionda. — Che? — Quando avevo cinque anni, convinto che mia madre mi trattasse male, decisi di scappare. Portai con me la fionda, perché ero un uomo grande e forte, in grado di badare a se stesso. Se non ricordo male, presi anche una torcia elettrica e un pacchetto di biscotti. Malgrado l'imbarazzo, non riuscii a trattenere un sorriso. — Meglio della mia scorta, direi. — Sgattaiolai fuori dalla casa in cui vivevamo e mi allontanai fino... all'altro capo del giardino, sul retro. A prendere la mia posizione. Restai là tutto il giorno, finché non iniziò a piovere. Non avevo pensato di portare anche un ombrello. — Non si può prevedere tutto — sospirai.


— Lo so. Che tragedia. Tornai in casa, tutto bagnato e con il mal di stomaco per aver mangiato una ventina di biscotti. Mia madre, che è una signora saggia anche se mi fa ammattire, be', fece come se niente fosse. — Lucas scrollò le spalle. — E così faranno anche i tuoi genitori. Lo sai, vero? — Adesso sì. — L'irritazione mi chiuse la gola. La verità la sapevo da sempre. Il fatto era che dovevo fare qualcosa, più per sfogare la frustrazione che per scuotere i miei. Poi Lucas fece una domanda che mi stupì: — Vuoi davvero andartene? — Nel senso di... scappare? Scappare davvero? Lucas annuì, sembrava serio. Non lo era, però. Non poteva esserlo. L'aveva chiesto per riportarmi con i piedi per terra, di sicuro. Confessai: — No. Tornerò. Mi preparerò per la scuola, da brava ragazza. Riecco quel sorriso. — Nessuno parlava di comportarsi da brava ragazza. Il modo in cui lo disse mi fece sciogliere. — È solo che... l'Accademia di Evernight... non credo che mi sentirò mai a casa. — Fossi in te non me ne preoccuperei. Potrebbe essere positivo non sentirsi a casa, qui.


— Mi guardò serio e concentrato, come se vedesse chiaramente che il mio posto era altrove. O piacevo davvero a quel ragazzo, o me lo stavo immaginando perché volevo piacergli. Ero troppo inesperta per indovinare la risposta giusta. Mi rialzai di scatto. Mentre anche Lucas si rimetteva in piedi, domandai: — E tu, che combinavi da queste parti? — Come ho detto, pensavo fossi nei guai. Gira brutta gente qui intorno. Non tutti sono capaci di autocontrollo — si spazzò via dal maglione qualche ago di pino. — Non avrei dovuto trarre conclusioni affrettate. L'istinto ha avuto la meglio. Scusami. — È tutto okay, davvero. Hai cercato di aiutarmi. Ma io intendevo, prima del salvataggio. Manca ancora qualche ora all'inizio dell'assemblea. È davvero presto. Hanno detto agli studenti di arrivare per le dieci, stamattina. — Non sono mai stato bravo a seguire le regole. Interessante. — Quindi... sei un tipo mattiniero, ti piace anticipare i tempi? — Per niente. Non sono ancora andato a dormire. — Aveva un sorriso fantastico ed era evidente che sapesse come usarlo. Non mi importava. — E comunque, mamma non poteva accompagnarmi.


È via per affari, diciamo così. Ho preso il treno notturno e pensavo di arrivare per primo, a piedi. Tanto per dare un'occhiata in giro. O salvare una damigella in difficoltà. Ripensai alla velocità con cui mi aveva rincorso. Ora sapevo che l'aveva fatto nel tentativo di salvarmi la vita e il ricordo di ciò che era avvenuto cambiò. La paura era sparita, adesso mi faceva sorridere. — Perché proprio Evernight? Io sono stata costretta dai miei genitori, ma cu probabilmente avresti potuto scegliere un altro posto Migliore. Cioè, qualunque altro posto al mondo. Lucas sembrava sinceramente incapace di rispondere. Allontanava i rami mentre camminavamo nella foresta, per impedire che mi graffiassero il viso. Nessuno mi aveva mai aperto un sentiero prima. — È una lunga storia. — Non ho fretta di tornare. E poi, abbiamo parecchio tempo da ammazzare prima dell'orientamento. Chinò la testa, senza staccare lo sguardo da me. C'era qualcosa di sexy in quel gesto, ma non ero sicura che fosse intenzionale. I suoi occhi erano quasi dello stesso colore dell'edera che cresceva sulle torri di Evernight. — È anche una specie di segreto.


— So mantenere un segreto. Cioè, tu manterrai il segreto su quello che è appena successo, vero? La corsa e il panico... — Non lo dirò a nessuno. — Dopo un paio di secondi di riflessione, Lucas finalmente confessò: — Un mio antenato cercò di frequentare questa scuola, quasi centocinquanta anni fa. Ma venne espulso, diciamo così — Lucas rise e a me parve di vedere la luce del sole sbucare fra gli alberi. — Perciò tocca a me riabilitare l'onore della famiglia. — Non è giusto. Non dovresti decidere in base a ciò che qualcun altro ha o non ha fatto. — Non è sempre così. E comunque mi lasciano scegliere le calze. — Sorrisi mentre alzava l'orlo del pantalone per mostrare un lembo di calzino a rombi che spuntava dall'anfibio nero. — E come mai il tuo pro-pro-qualcosa fu espulso? Lucas scosse la testa, afflitto: — Lo sfidarono a duello, la prima settimana di lezioni. — Un duello? Qualcuno aveva offeso il suo onore? — Cercai di ricordare quello che sapevo dei duelli grazie ai romanzi e ai film. L'unica certezza era che la storia di Lucas fosse senza dubbio molto più interessante della mia. —

Oppure c'entrava una ragazza?


— Avrebbe dovuto darsi da fare, per conoscere già una ragazza i primi giorni — Lucas fece una pausa, come se avesse realizzato che era il primo giorno di scuola e aveva già conosciuto me. Sentii una spinta, come se una forza invisibile mi guidasse verso di lui... ma Lucas si voltò a osservare le torri di Evernight, appena visibili oltre i rami di pino. Sembrava che l'edificio stesso lo offendesse. — Potrebbe essere stata qualsiasi cosa. All'epoca bastava un niente per scatenare un duello. Secondo le leggende di famiglia, fu il suo avversario a provocarlo. L'importante è che sopravvisse, ma non senza aver prima sfondato una delle finestre istoriate dell'aula magna. — Ma certo! Ce n'è una trasparente e non ne capivo il motivo. — Ora lo sai. Da quel giorno la mia famiglia è stata bandita da Evernight. — Fino a oggi. — Fino a oggi — confermò. — Ma la cosa non mi inte- ressa. Penso di poter imparare molto, qui, ma ciò non significa che di questo posto debba piacermi tutto . — Io penso che non mi piaccia proprio niente — confessai. A parte te, aggiunse la voce nella mia testa, che all'improvviso si era fatta audace.


E fu come se Lucas riuscisse a sentirla. C'era un che di scaltro nell'occhiata che mi lanciò. Con quei lineamenti ben cesellati e la divisa della scuola, avrebbe dovuto somigliare al perfetto ragazzo americano, ma non era così. Durante la fuga, e nei momenti in cui aveva temuto che la nostra vita fosse in pericolo, avevo intuito qualcosa di selvaggio che scalpitava sotto la superficie. Replicò: — Mi piacciono i gargoyle, le montagne e l'aria fresca. Per ora è tutto. — Ti piacciono i gargoyle? — Mi piace quando i mostri sono più piccoli di me. — Non ci avevo mai pensato. Eravamo giunti al confine del cortile della scuola. Il sole brillava, sentivo che l'istituto si stava svegliando e preparando a ricevere gli studenti, a ingoiarli nella volta di pietra dell'ingresso. — Mi fa paura — sospirai. — Non è troppo tardi per scappare, Bianca — rispose lui spensierato. — Non voglio scappare. Ma non sopporto di essere circondata da estranei. Fra gente che non conosco non riesco mai a parlare o a comportarmi da persona normale, a essere me stessa... perché ridi? — A quanto pare, con me ci riesci benissimo.


Sbattei le palpebre, stupita di me stessa. Aveva ragione. Com'era possibile? Balbettai: — Con te... ecco... forse mi hai spaventata così tanto da spazzare via in un colpo ogni paura. — Ehi, se funziona... — Sì. — Avevo già la sensazione che ci fosse dell'altro. Gli estranei mi terrorizzavano ancora, ma lui non era un estraneo. Non lo era più da quando avevo capito che voleva salvarmi la vita. Mi sembrava di conoscere Lucas da sempre, come se in un certo senso aspettassi il suo arrivo da anni. — È meglio che io rientri, prima che i miei genitori scoprano la mia assenza. — Non lasciarti tormentare da loro. — Non lo faranno. Lucas non ne sembrava così sicuro ma annuì allontanandosi, per rientrare nell'ombra, mentre io andavo verso la luce. — Ci vediamo in giro, allora. Lo salutai con un cenno della mano, ma era già scomparso. Sparito nella foresta in un istante.


Ancora scossa dall'adrenalina, risalii l'interminabile

scala a chiocciola fino all'appartamento in cima alla torre. Stavolta non mi curai di essere silenziosa. Sfilai lo zainetto dalla spalla e mi lasciai cadere sul divano. Fra i capelli avevo ancora qualche foglia, che levai subito. — Bianca? — Mia madre emerse dalla camera da letto, le mani ad annodare la cintura della vestaglia. Mi sorrise, ancora mezza addormentata. — Ti sei alzata presto per fare una passeggiata, amore?

— Sì. — Feci un sospiro. Non aveva più molto senso cercare di buttarla sul drammatico. Poi arrivò papà alle spalle di mamma, e la abbracciò. — Non riesco a credere che la nostra bambina sia già all'Accademia di Evernight. — È successo così in fretta — sospirò lei. — E più si invecchia, più il tempo scorre veloce. Lui scosse la testa. — Lo so. Brontolai. Ripetevano di continuo discorsi del genere, ormai lo facevano apposta per stuzzicarmi. Il sorriso di mamma e papà si allargò.


«Sembrano troppo giovani per essere i tuoi genitori dicevano tutti nella mia cittadina. In realtà intendevano "troppo belli". Entrambe le cose erano vere. I capelli di mia madre erano color caramello; quelli di mio padre di un rosso così scuro da sembrare quasi nero. Lui era di altezza media, ma muscoloso e torte; lei minu ta in tutti i sensi. Il viso di mamma era regolare e ovale come un cammeo antico, papà aveva la mascella prominente e un naso che sembrava reduce da qualche scazzottata giovanile, ma che sul suo volto stava bene. Io? Io avevo capelli rossi che sembravano soltanto rossi e una pelle così candida da farmi sembrare, più che diafana, smunta. Nel dubbio, il mio DNA aveva sempre fatto le scelte sbagliate. Secondo i miei genitori, crescendo sarei diventata più bella, ma è quello che dicono sempre tutti i genitori. — Provvediamo alla tua colazione — esclamò mamma, diretta in cucina. — O hai già mangiato qualcosa? — No, non ancora. — Non sarebbe stata una cattiva idea mangiare prima della grande fuga, in effetti: il mio stomaco già ruggiva.


Se Lucas non mi avesse fermata, in quel momento mi sarei ritrovata a vagare per i boschi con una fame da lupo e una lunga camminata verso Riverton davanti a me. I miei grandi piani di fuga. II ricordo di Lucas che mi placcava, di noi due che rotolavamo fra l'erba e le foglie, irruppe nella mia mente. In quell'istante mi aveva terrorizzata, e ripensarci mi metteva i brividi, ma ormai era una sensazione completamente diversa. — Bianca — la voce di mio padre sembrava severa, perdo alzai uno sguardo colpevole. Era riuscito, chissà come, a indovinare i miei pensieri? Mi resi subito conto di essere paranoica, ma la sua serietà, quando mi si sedette accanto, era incontestabile. — So che non morivi dalla voglia di venirci, ma Evernight è importante per te. Ecco, lo stesso genere di discorso che mi faceva quando da piccola doveva convincermi a prendere lo sciroppo per la tosse. — Non voglio dover ripetere questa conversazione, davvero. — Adrian, lasciala stare. — Mamma mi porse un bicchiere e tornò in cucina, da dove giunse il rumore di qualcosa che sfrigolava in padella. — Se non ci sbrighiamo, saremo in ritardo per la riunione preorientamento del corpo insegnante. Guardò l'orologio e brontolò qualcosa.


— Perché le programmano così presto? Non siamo mica tutti mattinieri, a questo mondo. — Lo so — mormorò lei. Per loro qualsiasi orario prima di mezzogiorno era troppo presto. E da quando ero nata io, lavoravano come insegnanti, sempre in guerra contro le otto del mattino. Mentre facevo colazione si prepararono, azzardarono qualche battuta che avrebbe dovuto tirarmi su il morale, e mi lasciarono sola a tavola. Mi andava più che bene. Parecchio tempo dopo che furono scesi, e con le lancette sempre più vicine all'ora d'inizio dell'assemblea di orientamento, ero ancora seduta lì. Forse nel mio immaginario bastava prolungare la colazione per evitare di affrontare tutti quegli sconosciuti. Il fatto che ci fosse anche Lucas, un volto amico, bé, aiutava un pò. Ma non molto. Infine, quando rimandare oltre fu impossibile, tornai nella mia stanza e indossai la divisa di Evernight. La odiavo - non ero mai stata obbligata a indossarne una - ma la cosa peggiore fu che ritrovarmi in quella stanza rievo cò lo strano incubo della notte precedente. Camicia bianca inamidata. SPINE CHE MI GRAFFIANO LA PELLE, MI FRUSTANO, MI DICONO DI TORNARE INDIETRO.


Kilt rosso a scacchi. PETALI CHE AVVIZZISCONO E DIVENTANO NERI COME BRUCIASSERO NEL CUORE DI UN INCENDIO. Maglione grigio con lo stemma di Evernight. Bene, qual' è il momento migliore per smetterla con i pensieri inutili e morbosi! Più o meno ora. Decisa a comportarmi da adolescente normale perlomeno il primo giorno dell'anno scolastico, mi guardai riflessa allo specchio. La divisa non mi stava poi malissimo, ma neanche così bene. Raccolsi i capelli in una coda, catturai un minuscolo rametto che mi era sfuggito e decisi che avrei dovuto accontentarmi di quell'aspetto. Il gargoyle mi guardava ancora, pareva chiedersi com'era possibile che qualcuno sembrasse così sfigato. O forse si prendeva gioco del fallimento totale del mio piano di fuga. Se non altro, non ero più obbligata a guardare la sua brutta faccia di pietra. Drizzai le spalle e uscii dalla stanza per l'ultima volta, davvero. Da quel momento non mi apparteneva più.


Per tutto il mese precedente avevo vissuto nel campus con i miei genitori, e ciò era stata un'opportunità per esplorare praticamente tutta la scuola: l'aula magna, le sale di lettura al primo piano e le due torri enormi che da lì si innalzavano. I ragazzi vivevano nella torre settentrionale, insieme a una parte del corpo insegnante e a un paio di archivi polverosi, probabilmente il posto in cui andavano a morire i registri. Le ragazze stava no invece nella torre meridionale con il resto degli appartamenti dei professori, inclusa la mia famiglia. I piani superiori dell'edificio centrale, sopra l'atrio, ospitavano le aule e la biblioteca. Evernight aveva subito espansioni e aggiunte n e l tempo, perciò certe sezioni erano decisamente diverse, nello stile e nelle dimensioni, dal resto dell'edificio. C'erano corridoi tortuosi e serpeggianti che talvolta nonportavano da nessuna parte. Dalla mia stanza sul la torre vedevo il tetto, un mosaico di archi, tegole e architetture diverse. Così avevo imparato a orientarmi, era l'unico modo per sentirmi pronta a ciò che mi aspettava. Affrontai di nuovo la scala. Ero già scesa chissà quante volte, eppure temevo sempre di poter inciampare e rotolare giù da quei gradini grezzi e irregolari. Stupida, dissi a me stessa, che ti preoccupi di fiori che muoiono o dì cadere dalle scale. Qualcosa di molto più spaventoso mi stava aspettando.


Dall'androne delle scale sbucai nell'aula magna. Di prima mattina l'avevo trovata silenziosa, simile a una cattedrale. Adesso era strapiena di gente e di voci squillanti. Malgrado il frastuono, sembrava che i miei passi echeggiassero nel salone: dozzine di volti si girarono di scatto a guardarmi. Tutti i presenti sembravano impegnati a osservare l'intrusa. Tanto valeva appendermi al collo un'insegna al neon con la scritta NUOVA ARRIVATA. Gli altri studenti erano raggruppati in capannelli troppo fitti per ammettere una sconosciuta e lanciavano occhiate svelte e torve verso di me. Sembrava quasi che riuscissero a percepire i battiti del mio cuore accelerati dal panico. Loro mi apparivano tutti uguali, non nel senso più banale, ma perché condividevano la stessa perfezione. Le ragazze avevano capelli lucenti, che fossero sciolti a cascata sulle spalle o raccolti in una crocchia ordinata ed elegante. I ragazzi sembravano sicuri di sé e forti, con sorrisi simili a maschere. Erano in divisa, con i maglioni, le gonne, le giacche e i pantaloni in ogni variante possibile: grigio, rosso, a scacchi, nero. Lo stemma dei corvi li marcava e tutti lo sfoggiavano come se ne fossero i proprietari. Irradiavano sicurezza, superiorità e sdegno. Mi sentivo accaldata mentre me ne stavo ai margini della sala, spostando il peso da un piede all'altro. Nessuno mi salutò.


In un istante il mormorio tornò a invadere l'aula. A quanto pareva, le goffe nuove arrivate meritavano qualche momento di interesse e niente più. Sentivo le guance rosse per l'imbarazzo, perché ero certa di aver già fatto qualcosa di sbagliato, anche se non potevo intuire cosa. Oppure avevano già capito che quella, in fin dei conti, non sarebbe mai stata casa mia? Dov'è Lucas! Allungai il collo per cercarlo nella ressa. Sentivo che forse con lui al mio fianco sarei riuscita a sopportare quella situazione. Era una follia, lo conoscevo appena, ma non mi interessava. Lucas doveva esserci e invece non lo trovavo. In mezzo a quella folla, mi sentivo completamente sola. Mentre mi dirigevo verso l'angolo più lontano dell'aula, mi accorsi di qualche altro studente nella mia stessa situazione, un nuovo arrivato come me Un ragazzo con i capelli rossicci e un'abbronzatura da spiaggia, così stropicciato che sembrava avesse dormito con la divisa addosso, anche se da quelle parti un look del genere non gli faceva guadagnare neanche un punto. Indossava una camicia hawaiana aperta, sopra il maglione ma sotto la giacca, la cui allegria sgargiante cozzava quasi disperata contro l'atmosfera lugubre di Evernight. Una ragazza dai capelli così corti da sembrare un maschio, ma con un taglio per nulla sbarazzino; sembrava piuttosto che avesse armeggiato con un rasoio. La divisa le andava larghissima, di almeno due taglie.


La gente sembrava evitarla, come trattenuta da una forza misteriosa. Tanto valeva essere invisibile: ancora prima dell'inizio dei corsi, era stata marchiata come "insignificante". Come facevo a esserne così sicura? Perché era appena successo a me. Ero intrappolata ai margini della folla, intimidita dal fracasso, minuscola nel salone di pietra e completamente persa. — Signori, per favore! La voce squillò, sbriciolando immediatamente il rumore in silenzio. Ci voltammo tutti verso il capo dell'aula dove la signora Bethany, la preside, era salita sul podio. Era una donna alta dai capelli neri e folti, che portava raccolti sulla testa in una sorta di acconciatura vittoriana. Non riuscivo a darle un'età precisa. Il collo della camicetta orlata di pizzo era chiuso da una spilla dorata. Ammesso che qualcuno di così austero si possa considerare bello, era bella. L'avevo conosciuta quando i miei genitori e io avevamo traslocato negli appartamenti dei professori. All'inizio mi aveva spaventata, ma mi ero detta che in fondo l'avevo appena conosciuta. Ora però mi sembrava ancora più imponente.


Nel momento in cui la vidi dominare, all'istante e senza sforzo, il salone pieno di gente - la stessa gente che mi aveva emarginata con un comune e silenzioso accordo prima ancora che potessi pensare a cosa dire capii per la prima volta che la signora Bethany possedeva il potere. Non soltanto quello della sua posizione di preside, ma potere vero, che nasce da dentro — Benvenuti a Evernight. — Alzò le mani. Le unghie erano lunghe e laccate di smalto trasparente. — Alcuni tra voi sono già stati nostri ospiti. Altri avranno certamente sentito parlare da anni, forse dai propri familiari, dell'Accademia di Evernight, e magari si chiedevano se mai sarebbero riusciti a iscriversi. Quest'anno abbiamo altri nuovi studenti , conseguenza di un cambiamento nel la politica delle iscrizioni. Reputiamo che sia giunta l'ora che i nostri allievi incontrino una varietà più ampia di persone, di diverse provenienze sociali, affinché possano prepararsi meglio ad affrontare il mondo fuori dalla scuola. Ognuno di voi avrà molto da imparare dai compagni, e sono certa che tutti vi tratterete con mutuo rispetto. Tanto valeva scrivere con lo spray, a lettere rosse giganti: ALCUNI DI VOI SONO PROPRIO FUORI POSTO.


La politica delle "nuove iscrizioni" quindi spiegava la presenza del surfista e della ragazza con i capelli corti: in realtà non erano veri studenti di Evernight. Servivano solo a rappresentare un'occasione di apprendimento per chi contava davvero. Io non ero contemplata dalla nuova politica. Non fosse stato per i miei genitori, non mi sarei trovata là. In altre parole, non contavo neanche come emarginata. — A Evernight non trattiamo gli studenti come bambini. — La signora Bethany non fissava nessuno di noi in particolare,- piuttosto, sembrava guardare oltre la folla, uno sguardo distante eppure capace di includere ogni cosa nel suo campo visivo. — Siete giunti fin qui per imparare a vivere da adulti del Ventunesimo secolo, e come tali ci aspettiamo che vi comporterete. Ciò non significa che Evernight non abbia delle regole. L'isolamento della zona in cui ci troviamo ci obbliga a mantenere la disciplina più severa. Ci aspettiamo molto da voi. Non disse quali sarebbero state le misure contro i trasgressori, ma immaginavo che essere messi in punizione fosse il minimo. Avevo le mani sudate. Le mie guance iniziarono a bruciare, probabilmente ero visibile come un fuoco di segnalazione.


Promisi a me stessa di essere forte e di non lasciarmi opprimere dalla folla, ma erano semplici promesse. Il soffitto alto e le pareti dell'aula magna sembravano chiudersi attorno a me. Mi sentivo ancora mozzare il fiato. Non so come, ma mia madre attirò la mia attenzione senza gesticolare né chiamarmi, come sanno fare solo le mamme. Vidi lei e papà a un capo della fila di professori, in attesa di essere presentati, ed entrambi mi rivolsero piccoli sorrisi speranzosi. Volevano che mi godessi il momento. Fu la loro speranza a darmi alla testa. Dover affrontare le mie paure era già abbastanza difficile, ci mancava soltanto il timore di deluderli. La signora Bethany concluse: — Le lezioni cominciano domani. Per oggi, ambientatevi nelle vostre stanze. Fate conoscenza con i nuovi compagni. Imparate a orientarvi. Ci aspettiamo di trovarvi pronti. Siamo lieti di avervi qui e speriamo che sfruttiate al meglio la vostra permanenza a Evernight. Gli applausi riempirono la sala e la signora Bethany li ricevette abbozzando un sorriso e chiudendo gli occhi con un movimento pigro e compiaciuto, come una gatta ben pasciuta. Poi ripresero le conversazioni, ancora più chiassose di prima. C'era una sola persona con cui volevo parlare e, d'altra parte, forse c'era una sola persona alla quale interessava parlare con me.


Attraversai l'aula badando di restare ai margini, con le spalle al muro. Lanciavo sguardi ansiosi, cercando tra la folla i capelli color bronzo di Lucas, le sue spalle larghe, quegli occhi verde scuro. Se stavo cercando lui e lui cercava me, presto ci saremmo trovati. Malgrado la mia paura dei gruppi numerosi e la tendenza a sovrastimarli, sapevo che gli studenti erano soltanto duecento circa. Lo noterò, dicevo a me stessa. Non è come questi altri, freddi, snob e arroganti. Ma capii subito che non era vero. Lucas non era snob, ma aveva gli stessi bei tratti cesellati, lo stesso corpo tonico e la stessa, come dire, perfezione degli altri. Non poteva spiccare in quella folla di bei ragazzi, perché ne faceva naturalmente parte. Al contrario di me. Lentamente la calca diminuì, mentre gli insegnanti se ne andavano e gli studenti si disperdevano. Io restai nei paraggi finché non fui l'ultima a rimanere nel grande salone. Di sicuro Lucas sarebbe venuto a cercarmi. Sapeva quanto fossi impaurita e si sentiva responsabile di avermi spaventata ancora di più. Proprio non gli andava di dirmi ciao? Evidentemente no. Alla fine fui costretta a rassegnarmi al fatto che non lo avrei visto. Perciò non mi restava che conoscere la mia compagna di stanza.


Salii i gradini di pietra lentamente, con le scarpe nuove dalla suola dura che facevano un clic ciac eccessivo. Avrei voluto salire fino in cima e tornare dritta all'appartamento dei miei. Sapevo che mi avrebbero rispedita giĂš all'istante. Dopo cena avrei avuto tempo di raccogliere le mie cose e traslocare una volta per tutte. Per il momento, la prioritĂ era "ambientarmi". Cercai di vedere il lato positivo della situazione. Forse la mia compagna di stanza era terrorizzata dalla scuola quanto me. Ripensai alla ragazza con i capelli cortissimi e sperai che potesse essere lei. Se avessi convissuto con un'altra emarginata, le cose probabilmente sarebbero state piĂš facili. Vivere con un'estranea - la presenza continua, anche di notte, di qualcuno che non conoscevo - rischiava di essere una tortura, ma speravo che prima o poi quella brutta sensazione svanisse. Non osavo invece sperare in un'amica Patrice Deveraux, c'era scritto sul modulo. Cercai di sovrapporre il nome alla ragazza che ricordavo, ma non le si addiceva affatto. Eppure, tutto era possibile. Aprii la porta e mi resi conto, con un tuffo al cuore, che il nome della mia compagna di stanza le si addiceva invece alla perfezione. Non era affatto un'altra emarginata. Anzi, era la personificazione del tipo Evernight.


La pelle di Patrice era del colore di un fiume all'alba, una tonalità scura ma delicata, e i suoi capelli ricci erano raccolti in una coda morbida che metteva in risalto gli orecchini di perla e il collo slanciato. Era seduta allo specchio, intenta a comporre file ordinate di flaconi di smalto per unghie, quando mi notò. — Ah, tu sei Bianca — esclamò. Nessuna stretta di mano, nessun abbraccio, soltanto il ticchettio delle boccette di smalto sul tavolino: rosa pallido, corallo, cipria, bianco. — Non sei come mi aspettavo. Grazie mille. — Neanche tu. Patrice inclinò la testa per osservarmi e mi chiesi se già ci odiassimo. Alzò la mano curata e perfetta e iniziò a dettare le regole: — Puoi prendere in prestito il mio profumo ma non i gioielli né i vestiti. — Non menzionò ciò che lei poteva chiedere a me, ma era fin troppo evidente che non le servisse nulla. — Ho in programma di studiare più che altro in biblioteca, ma se vuoi lavorare qui dimmelo e andrò altrove a parlare con le mie amiche. Aiutami nelle materie in cui sei brava e io farò lo stesso con te. Sono certa che impareremo molto l'una dall'altra. Mi pare corretto, no? — Assolutamente. — Bene. Andremo d'accordo.


Se si fosse comportata subito da falsa amica, forse sarei rimasta ancora più sconvolta. Tutto sommato, quasi mi rassicurava che Patrice fosse così pratica. — Mi fa piacere che lo pensi — aggiunsi. — So che siamo... diverse. Lei non obiettò. — I tuoi genitori insegnano qui, vero? — Sì. Immagino che le voci girino in fretta. — Te la caverai. Si prenderanno cura di te. Cercai di sorriderle e sperai che fosse vero. — Sei già stata a Evernight? — No. Prima volta — Patrice lo disse come se per lei cambiare del tutto le abitudini di vita fosse facile come infilarsi un nuovo paio di scarpe firmate. — È bellissimo, non credi? Lasciai da parte il mio parere sull'architettura. — Però hai detto di avere delle amiche, qui. — Be', certo. — Il suo sorriso era delicato come ogni altro dettaglio, dal lucidalabbra color pesca al profumo ai flaconi di smalto per unghie, ben ordinati davanti allo specchio. — Courtney e io ci siamo conosciute in Svizzera lo scorso inverno. Vidette era mia amica quando abitavo a Parigi. E con Genevieve ho passato un'estate sul Mar dei Caraibi... a St Thomas? No, forse era in Giamaica. Faccio sempre confusione. La mia minuscola cittadina d'origine mi sembrò più in sulsa che mai. — In pratica, frequentate gli stessi giri.


— Più o meno. — In leggero ritardo, sembrava che Patrice si stesse accorgendo del mio imbarazzo. — Prima o poi diventeranno anche i tuoi. — Mi piacerebbe esserne altrettanto sicura. — Ah, vedrai. — Viveva in un mondo dove le estati senza fine ai tropici erano appannaggio di chiunque. Io non riuscivo nemmeno a immaginare di farne parte. — Conosci qualcun altro qui? A parte i tuoi genitori, dico. — Solo persone che ho incontrato stamattina — cioè lei e Lucas, per un totale netto di due. — Tempo per fare amicizia ce ne sarà. Patrice parlava spedita mentre iniziava a mettere in ordine il resto delle sue cose: sciarpe di seta color avorio, calze e collant color grigio-bruno o tortora. Dove pensava di indossare accessori così eleganti? Forse per lei era inimmaginabile viaggiare senza. — Ho sentito dire che Evernight è un posto meraviglioso per conoscere uomini. — Uomini? — Hai già qualcuno? Avrei voluto dirle di Lucas, ma non ci riuscii. Qualunque cosa fosse successo fra me e lui nella foresta, intuivo che era importante, ma le mie sensazioni erano troppo fresche per condividerle. Mi limitai a rispondere:


— Non ho lasciato il mio fidanzato ad aspettarmi a casa. — Conoscevo tutti i ragazzi della mia vecchia scuola da quand'ero piccola e ricordavo di quando giocavano con le costruzioni o mi impiastricciavano i capelli di plastilina. Ciò rendeva più o meno impossibile sentirmi attrat ta da qualcuno di loro. — Fidanzato. — Abbozzò un sorriso, come sorpresa da una parola infantile. Patrice non rideva di me, però. Ero semplicemente troppo giovane e inesperta perché mi prendesse sul serio. — Patrice? Sono Courtney. — La ragazza entrò bussando alla porta mentre la apriva, ovviamente sicura di meritare il benvenuto. Era persino più bella di Patrice, aveva capelli biondi che le arrivavano quasi alla vita e il genere di labbra carnose che avevo visto sfoggiare soltanto alle divette della TV, che potevano permettersi silicone e trattamenti del genere. Lo stesso kilt che pendeva goffo sulle mie ginocchia, faceva sembrare le sue gambe lunghe mille miglia. — Ehi, la tua stanza è molto più bella della mia. La adoro! Le stanze, in realtà, erano più o meno tutte uguali: camere doppie con due letti bianchi in ferro battuto e una cassettiera ciascuno con tavolino e specchio.


La finestra dava su uno degli alberi che crescevano più vicini all'edificio, ma non riuscivo a trovarci niente di così speciale. Poi mi resi conto che una cosa c'era. — Noi siamo vicine ai bagni. Courtney e Patrice mi guardarono come se avessi detto un'oscenità. Erano troppo raffinate per ammettere che avessimo bisogno del bagno? Imbarazzata, aggiunsi: — Non mi è mai, ehm, capitato di condividere un bagno. Cioè, con i miei genitori sì, ma non con... quanti sono, uno ogni dodici ragazze? La mattina ci sarà da impazzire. A quel segnale avrebbero dovuto dichiararsi d'accordo e iniziare a lamentarsi. Invece, Courtney continuava a studiarmi, incuriosita. Immaginavo che la sua curiosità fosse giustificata, ma desideravo che dicesse qualcosa. Quasi mai, nemmeno davanti a uno sconosciuto, mi ero sentita minacciata da uno sguardo come il suo, prolungato e torvo. — Stanotte si esce in cortile — annunciò a Patrice ma non a me. — A mangiare. Un picnic, diciamo. La cena, a Evernight, andava consumata in stanza. All'apparenza era la "tradizione", un'usanza che risaliva a prima che qualcuno inventasse la mensa. I genitori spedivano beni di sostentamento per integrare i rifornimenti spartani che venivano consegnati ogni settimana.


Ciò significava che avrei dovuto imparare a cucinare con il piccolo micro-onde che mi avevano comprato i miei. Patrice, ovviamente, non era preoccupata da questi problemi terreni. — Mi pare divertente. Non trovi, Bianca? Courtney la inchiodò con uno sguardo: a quanto pare gli inviti non erano aperti. — Mi dispiace — replicai. — Stasera dovrei cenare con i miei. Grazie per la proposta, comunque. Le labbra prosperose di Courtney assunsero un aspetto quasi demoniaco quando si piegarono in un ghigno. — ! hai ancora bisogno di mamma e papà? Cos'è, ti danno da mangiare con il biberon? — Courtney — la rimproverò Patrice, ma non c'era dubbio che sembrasse divertita. — Devi vedere la stanza di Gwen — Courtney iniziò a tirare Patrice per portarla fuori. — Buia e inquietante. Lei è convinta che fosse una prigione, addirittura. Uscirono insieme e la sorta di fragilissimo legame che si era creato fra me e Patrice svanì in un istante. Le loro risate riempirono il pianerottolo. Con le guance in fiamme, fuggii dalla mia nuova stanza e dal piano del dormitorio per correre a rifugiarmi di sopra, nell'appartamento dei miei.


Con mia grande sorpresa, mi lasciarono entrare senza battere ciglio. Non domandarono nemmeno perché fossi arrivata così presto. Mamma mi abbracciò e papà disse: — Ricordati di prendere tutto, okay? Ti resta qualcosa da fare, ma al bagaglio abbiamo iniziato a pensare noi. Gli ero così grata che sarei scoppiata a piangere. Invece tornai nella mia stanza, impaziente di trovare pace e silenzio in un posto sicuro. Soltanto pochi indumenti invernali restavano appesi nell'armadio. Gli altri erano ammassati dentro il vecchio baule in pelle di papà. Un controllo veloce della borsa da viaggio confermò che trucco, fermacapelli, shampoo e il resto erano in ordine. La maggior parte dei libri sarebbe rimasta lì, ne avevo troppi per le poche mensole della stanza in dormitorio. Però i miei preferiti erano pronti per il trasloco: Jane Eyre, Cime tempestose e i volumi di astronomia. Il letto era fatto e su un cuscino c'erano alcune cose da appendere alle pareti, cartoline di amici che conservavo da anni e una mappa dello spazio che tenevo attaccata al muro quando abitavamo nella vecchia casa. Ma i miei genitori qui avevano appeso qualcosa di nuovo, per dimostrarmi che anche quella era casa mia: una piccola riproduzione incorniciata del Bacio di Klimt.


L'avevo ammirata in un negozio, mesi prima, e a quanto pareva era il loro regalo a sorpresa per il primo giorno di scuola. Sulle prime provai semplice gratitudine. Poi non riuscii più a smettere di osservare il quadro, né a togliermi dalla testa l'idea che in realtà non lo avessi mai guardato sul serio. Il bacio era una delle mie passioni. Da quando mia madre aveva iniziato a mostrarmi i suoi libri d'arte, adoravo Klimt. Ero impressionata dal modo in cui decorava d'oro ogni linea e riquadro, e mi piaceva l'avvenenza dei volti che sbucavano dalle immagini caleidoscopiche che creava. In quel momento, tuttavia, l'immagine mi appariva diversa. Non avevo mai prestato troppa attenzione alla posa dei due soggetti, l'uomo che si china dall'alto come attratto verso la donna da una forza misteriosa e ine sorabile. La testa della donna cade all'indietro come in estasi, preda della forza di gravità. Le labbra scure di lei risaltano accanto al pallore della pelle e al rossore delle gote. E la cosa più bella di tutte era che lo sfondo luccicante del quadro non sembrava più separato dall'uomo e dalla donna. Mi appariva come una nebbia densa e calda, il loro amore reso visibile, che trasformava in oro il mondo circostante. I capelli dell'uomo erano più scuri di quelli di Lucas, eppure cercavo di immaginare lui al suo posto.


Avevo le guance in fiamme: ero arrossita di nuovo, di un rossore diverso. Ripiombai nel presente e fu quasi come se mi fossi addormentata e avessi iniziato a sognare. Mi sistemai in fretta i capelli e mi concessi un paio di sospiri profondi. Dallo stereo arrivavano le note di String of Pearis di Glenn Miller. Quando ascoltava quella musica, papà era di buonumore. Non riuscii a non sorridere. Almeno uno fra noi apprezzava l'Accademia di Evernight. Quando finalmente terminai di fare le valigie , era quasi ora di cena. Mi spostai in salotto e trovai mamma e papa che ballavano insieme e facevano gli sciocchi: papà gonfiava le labbra fingendo di essere sexy e mamma teneva in mano un orlo della gonna nera. Mamma fece una giravolta fra le braccia di papà, che la piegò all'indietro in un casqué. Lei, sorridente, chinò la testa fino quasi a sfiorare il pavimento e mi vide. — Amore, eccoti. — Parlò mentre era ancora capovolta, ma in quel momento papà la raddrizzò. — Hai fatto le valigie? — Sì. Grazie per avermi dato una mano. E grazie per il quadro, è bellissimo. — Si scambiarono un sorriso, contenti di avermi resa, almeno un poco, felice.


— Stasera si banchetta — con un cenno papà indicò il tavolo. — Tua madre ha superato se stessa. — Di solito mamma non esagerava in cucina, la serata era senza dubbio un'occasione speciale. Aveva preparato tutti i miei piatti preferiti, più di quanti potessi mangiarne. Stavo morendo di fame perché avevo saltato il pranzo e per la prima parte della cena lasciai che fossero i miei a conversare. Io mi concentrai sul cibo. — La signora Bethany ci ha informati che finalmente la ristrutturazione dei laboratori è terminata — raccontò papà mentre sorseggiava dal bicchiere. — Spero di poterli visitare prima degli studenti. Potrebbero esserci macchinari talmente moderni che nemmeno io saprei usarli. — Ecco perché insegno storia — replicò mamma. — Il passato non cambia. Diventa solo più lungo. — Sarete i miei insegnanti? — domandai a bocca piena. — Lo scoprirai domani, come tutti gli altri. — Okay. — Non era da lui tagliar corto, mi colse quasi alla sprovvista. — Non possiamo prendere l'abitudine di darti troppe informazioni riservate — aggiunse mamma in tono più gentile.


— Devi integrarti il più possibile con gli altri studenti, capisci? Lo disse con leggerezza, ma per me fu un colpo basso. — E con chi di loro potrei avere qualcosa in comune? Con gli studenti le cui famiglie frequentano la scuola da secoli? O con gli emarginati che fanno ancora più fatica di me ad ambientarsi? A quale gruppo dovrei somigliare? Papà sospirò. — Bianca, sii ragionevole. È inutile che ne discutiamo un'altra volta. Era davvero il caso di lasciar perdere, ma non ci riuscii. — D'accordo, lo so. Siamo venuti qui "per il mio bene". Quanto bene può farmi abbandonare la mia casa e tutti i miei amici? Rispiegamelo, perché forse non ho ancora capito. Mamma posò una mano sulla mia. — È per il tuo bene perché non hai quasi mai lasciato Arrowwood. Perché ti allontanavi raramente persino dal nostro quartiere, se non ti costringevamo noi. E perché non potevi fare affidamento eterno sulla manciata di amici che avevi. Il discorso era sensato e lo sapevo. Papà posò il bicchiere. — Devi essere capace di adattarti alle circostanze che cambiano e diventare più indipendente. Questo è ciò che io e tua madre possiamo insegnarti. Per forte che sia il desiderio di vederti come la nostra bambina, sappiamo che non potrai esserlo per sempre.


Per noi questo è il modo migliore di prepararti a ciò che diventerai. — Smettila di fingere che sia una questione di maturità — obiettai. — Non lo è, e lo sai. Il problema è che voi volete scegliere per me e siete decisi a fare a modo vostro, che mi piaccia o no. Mi alzai e abbandonai la tavola. Anziché sgattaiolare in camera a cercare la felpa, afferrai il cardigan di mamma dall'attaccapanni e lo indossai sopra i vestiti. Era solo l'inizio dell'autunno, ma dopo il calar del sole nei dintorni della scuola si gelava. Mamma e papà non mi richiamarono. Era una vec chia regola di casa: chiunque fosse sull'orlo di una crisi di nervi doveva uscire a fare una passeggiata, prendersi una pausa dalla discussione e poi tornare a spiegarsi. Non importava quanto infuriati fossimo, la passeggiata serviva sempre. A dirla tutta, ero stata io a creare la regola. L'avevo inventata a nove anni Perciò non pensavo che il problema vero fosse la mia maturità. La mia insicurezza nel mondo, la certezza totale e inattaccabile di non potermici incasellare, non era un problema dell'adolescenza. Faceva parte di me, da sempre. Per sempre, forse. Passeggiavo in cortile guardandomi intorno, con la tenue speranza di rivedere Lucas nella foresta.


Era un'idea stupida - perché mai avrebbe dovuto passare tutto il suo tempo all'aperto? - ma mi sentivo sola, perciò andai a controllare. Non c'era. Dietro di me si stagliava l'Accademia di Evernight, più simile a un castello che a un collegio. Si potevano immaginare principesse chiuse nelle torri, principi che combattevano contro draghi negli angoli più bui e streghe cattive che proteggevano le porte con i loro incantesimi. Non sapevo che farmene delle favole, tantomeno in quel momento. Il vento cambiò direzione e portò con sé un rumore fugace: risate provenienti dal chiosco del cortile occidentale. Erano senza dubbio le ragazze alle prese con il loro picnic. Mi strinsi più che potevo nel cardigan e mi addentrai nel bosco. Non verso est dove correva la strada, la direzione che avevo preso quel mattino, ma verso il laghetto situato più a nord. Era troppo tardi e troppo buio per vedere granché, ma mi piaceva sentire il vento frusciare fra i rami, il profumo fresco dei pini e il bubolare del gufo non troppo lontano. Concentrata sul mio respiro, smisi di pensare al picnic, a Evernight e a qualsiasi altra cosa. Cercai soltanto di immergermi nel presente. Poi il rumore di passi mi fece trasalire - Lucas, pensai - invece era papà che passeggiava con le mani in tasca lungo lo stesso sentiero battuto da me. Ovvio che sapesse come trovarmi. — Quel gufo è vicino. Strano che non si sia spaventato.


— Probabilmente sente odore di cibo. Non se ne andrà, se pensa che ci sia un pasto in arrivo. Come per darmi ragione, un veloce sbattere d'ali scosse i rami sopra la mia testa e la sagoma scura del gufo sfrecciò a terra. Un tremendo squittio rivelò che un topolino o uno scoiattolo era appena diventato la sua cena. Il gufo era sceso in picchiata, troppo veloce perché riuscissimo a vederlo. Io e papà restammo a guardare. In teoria avrei dovuto ammirare la perizia di cacciatore del gufo, ma non potevo fare a meno di essere dispiaciuta per il topo. Papà disse: — Scusa se sono stato troppo brusco. Sei una ragazza matura e non avrei mai voluto insinuare il contrario. — Va tutto bene. Ho perso le staffe. So che ormai è inutile litigare sul perché siamo venuti qui. Papà mi sorrise. — Bianca, sai bene che tua madre e io non pensavamo neanche di poterti avere. — Sì. — Ti prego, pensai, non tirare fuori il solito discorso della nascita miracolosa. — Quando sei entrata nelle nostre vite, ci siamo dedicati a te con tutti noi stessi. Forse troppo. E questa è colpa nostra, non tua. — Papà, no.


— Mi andava benissimo quando al mondo c'eravamo soltanto noi tre, la nostra famiglia unita. — Non parlarne come fosse qualcosa di sbagliato. — Certo che no. — Sembrava triste e per la prima volta mi domandai se davvero fosse entusiasta della situazione. — Ma tutto cambia, amore. Prima te ne farai una ragione, meglio sarà. — Lo so. Mi dispiace di non riuscire sempre a controllarmi. — Il mio stomaco ruggì, arricciai il naso e chiesi, speranzosa: — Posso riscaldare la cena? — Ho il vago sospetto che ci abbia già pensato tua madre. Aveva indovinato. Il resto della serata trascorse nel buonumore. Fintanto che potevo, valeva la pena di divertirmi. Tommy Dorsey rimpiazzò Glenn Miller e fu a sua volta sostituito da Ella Fitzgerald. Parlammo e scherzammo di argomenti stupidi, sopratt utto cinema e televisione, cose di cui i miei genitori non si sarebbero mai occupati, non fosse stato per me. Un paio di frasi sulla scuola, però, le azzardarono. — Conoscerai persone incredibili — mi garantì mia madre. Scossi la testa ripensando a Courtney. Era una delle persone meno incredibili che avessi mai conosciuto. — Non puoi saperlo. — Posso e lo so. — Ah, adesso prevedi anche il futuro? — la stuzzicai.


— Amore, non me l'hai mai detto. Cos'altro prevede l'indovina? — domandò papà mentre si alzava per cambiare lato al disco. Si ostinava a collezionare dischi in vinile. — Voglio proprio saperlo. Mamma stette al gioco, premendosi i polpastrelli sulle tempie come una chiromante zingara. — Penso che Bianca conoscerà molti... ragazzi. Il viso di Lucas spuntò fra i miei pensieri e il ritmo cardiaco accelerò all'istante. Mamma e papà si scambiarono uno sguardo. Sentivano i battiti del mio cuore riecheggiare nella stanza? Forse sì. Cercai di buttarla sul ridere. — Spero che siano carini. — Non troppo — commentò papà, e ridemmo tutti. Loro la trovarono una battuta davvero divertente; io volevo solo nascondere la sensazione di farfalle nello stomaco. Che stranezza, non parlare di Lucas con loro. Ai miei avevo sempre raccontato quasi tutto della mia vita. Ma Lucas era diverso. Parlare di lui avrebbe infranto l'incantesimo. Volevo che restasse un segreto ancora per qual che tempo. Così lo avrei custodito gelosamente. Già desideravo che Lucas appartenesse soltanto a me.


Non hai mandato la divisa dal sarto, vero? —

Pa- trice si aggiustava la gonna mentre ci preparavamo al primo giorno di lezioni. Perché non me ne ero accorta? Ovviamente i veri tipi da Evernight avevano mandato le divise in sartoria, a far ritoccare la giacca qui e la gonna là per renderle chic e provocanti anziché squadrate e asessuate. Come la mia. — No, non ci ho pensato. — Devi assolutamente ricordarti di farlo — mi suggerì Patrice. — Un taglio su misura fa un mondo di differenza. Nessuna donna dovrebbe ignorarlo. —Iniziavo a capire che le piaceva dare consigli e vantarsi di quanto fosse navigata e mondana. Il che mi avrebbe irritata ulteriormente, se non avesse avuto ragione. Con un sospiro mi rimisi al lavoro, cercando di mantenere i capelli in ordine sotto il cerchietto. Avrei di sicuro visto Lucas nel corso della giornata, perciò volevo mostrarmi al meglio di me, per quanto me lo consentisse la stupida divisa.


Formammo un'enorme fila in aula magna per ritirare l'orario giornaliero, una striscia di carta come si usava un secolo prima. La folla di studenti era meno chiassosa rispetto alla mia vecchia scuola. Sembrava che tutti si fossero già adattati alla routine. Forse il silenzio era soltanto un'illusione. La mia inquietudine sembrava ingoiare i suoni e attutirli, arrivai addirittura a pensare che se avessi urlato forse nessuno mi avrebbe sentito. All'inizio Patrice mi rimase accanto, ma soltanto perché la prima ora seguivamo la stessa materia, storia americana, insegnata da mia madre. Dei miei genitori avevo soltanto lei come professoressa: al posto delle lezioni di biologia di papà, avrei seguito quelle di chimica con un certo professor Iwerebon. Mi sentivo in imbarazzo camminando a fianco a Patrice senza nulla da dire , ma non avevo alternative, almeno finché non vidi Lucas sotto la luce dei vetri smerigliati del corridoio, che dava una sfumatura bronzea ai suoi capelli castano-dorati. Sulle prime pensai che si fosse accorto di noi, ma continuò a camminare senza rallentare il passo. Accennai un sorriso. — Ci vediamo dopo, okay? — dissi a Patrice mentre mi allontanavo svelta. Lei fece spallucce, già alla ricerca di altre amiche con cui parlare. — Lucas? — chiamai.


Ancora non sembrava sentirmi. Non volevo strillare, perciò feci qualche passo di corsa per raggiungerlo. Andava nella direzione opposta alla mia - non alla lezione di mamma, così sembrava - ma ero ben disposta a correre il rischio di fare tardi. A voce più alta, esclamai: — Lucas! Lui voltò la testa quanto bastava per accorgersi di me, poi si guardò attorno, come fosse preoccupato di non farsi sentire dagli studenti nei paraggi. — Ehilà. Dov'era il salvatore che avevo incontrato nella fore sta? Il ragazzo che mi stava davanti non aveva l'aria di volermi salvare, quasi fingeva di non conoscermi. Invece ci conoscevamo, no? Avevamo parlato nel bosco, quando aveva tentato di proteggermi e io lo avevo ripagato ordinandogli di chiudere il becco. Il fatto che io lo considerassi come l'inizio di qualcosa non significava che lui fosse tirila stessa idea. Anzi, a quanto pareva non lo era affatto. Lucas mi rivolse un saluto veloce e un cenno del capo, come si fa con i conoscenti. Dopodiché continuò a camminare finchè non svanì tra la folla. Eccolo arrivato: il rifiuto. Mi chiesi se gli uomini fossero ancora più incomprensibili di quanto pensassi. Il bagno delle ragazze era lì vicino, perciò riuscii a chiudermici dentro e a ricompormi anziché scoppiare in lacrime.


Dove avevo sbagliato? Malgrado la stranezza del nostro primo incontro, fra me e Lucas era nata una conversazione intima, degna di quelle con i miei migliori amici. Non sapevo granché di ragazzi, forse, ma avevo avuto la certezza che fra noi fosse nato un legame speciale. Mi ero sbagliata. Ero di nuovo sola a Evernight e mi sentivo persino peggio di prima. Alla fine, ripreso il controllo, corsi in classe da mamma, evitando per un pelo di arrivare in ritardo. Lei mi lanciò un'occhiataccia, io mi strinsi nelle spalle e occupai un posto nell'ultima fila. Mamma uscì all'istante dalla modalità "madre" per passare a quella di "insegnante". Bene, chi sa dirmi qualcosa della Rivoluzione Americana? — Giunse le mani e lanciò un'occhiata impaziente in giro per l'aula. Io sprofondai nella sedia, pur sapendo che non mi avrebbe interpellata per prima. Volevo soltanto essere certa di farle capire come mi sentivo. Un ragazzo seduto vicino a me alzò la mano e ci salvò tutti. Mamma accennò un sorriso. — Lei è il signor... — More. Balthazar More. La prima cosa da chiarire su di lui è che aveva davvero l'aria di un ragazzo in grado di portare il nome "Balthazar" senza essere preso in giro dalla mattina alla sera. Gli si addiceva.


Sembrava affrontare con serenità il confronto con mia madre, comunque andasse, ma non nella maniera irritante di quasi tutti i presenti. Era soltanto sereno. — Bene, signor More, se dovesse farmi un riassunto delle cause della Rivoluzione Americana, come la metterebbe? — Il peso delle tasse imposte dal parlamento inglese fu l'ultima goccia. — Parlava con naturalezza, quasi con pigrizia. Balthazar era grosso, con le spalle larghe, tanto che faticava a occupare il banco di legno vecchio stile. La sua postura trasformava la difficoltà in grazia, sembrava preferisse di gran lunga restare quasi disteso anziché seduto composto. — Certo, la gente era preoccupata anche per le proprie libertà religiose e politiche. Mamma alzò un sopracciglio. — Perciò, Dio e la politica sono potenti, ma come sempre sono i soldi a far girare il mondo. — Un accenno di risate riecheggiò in aula. — Cinquant'anni fa, nessun professore di liceo avrebbe parlato di tasse. Cento anni fa, forse l'intera conversazione avrebbe riguardato la religione. Centocinquant'anni fa, la risposta sarebbe cambiata a seconda del luogo. Nel Nord avrebbero parlato di libertà politica. Nel Sud di libertà economica, che ovviamente sarebbe stata impossibile senza la schiavitù. — Patrice mugugnò qualcosa.


— E in Gran Bretagna qualcuno avrebbe descritto gli Stati Uniti d'America come un bizzarro esperimento intellettuale destinato a fallire in fretta. Altre risate, e capii che mamma si era conquistata l'intera classe. Persino Balthazar accennò un sorriso che quasi mi fece dimenticare Lucas. Be', non proprio. Però era bello da vedere, con quel ghigno pigro. — È questo, più di ogni altra cosa, che vorrei che capiste della storia — mamma si arrotolò le maniche del cardigan per scrivere alla lavagna EVOLUZIONE DELLE INTERPRETAZIONI. — Le opinioni sul passato variano come varia il presente. La scena nello specchietto retrovisore cambia di secondo in secondo. Per capire la storia non basta ricordare i nomi, le date e i luoghi: molti di voi li conoscono già tutti, ne sono sicura. Ciò che dovete capire sono le diverse interpretazioni degli eventi storici prodotte nel corso dei secoli; questa è l'unica maniera di avere una prospettiva che resista alla prova del tempo. E su questo concentreremo molte delle nostre energie, durante l'anno scolastico. Tutti si chinarono sui banchi e aprirono i quaderni senza staccare lo sguardo da mamma, totalmente rapiti. A quel punto capii che forse anch'io dovevo iniziare a prendere qualche appunto. Ero la preferita di mamma, certo, ma anche la sua allieva a maggior rischio di bocciatura.


L'ora volò via fra le domande dei ragazzi, impegnati a mettere mamma alla prova e felici di quello che scoprivano su di lei. Le loro penne scarabocchiavano appunti più velocemente di quanto potessi immaginare, e più di una volta sentii quasi i crampi alle dita. Non mi ero resa conto di quanta competizione potesse esserci fra studenti. No, non esattamente: la competizione in fatto di vestiti, proprietà e interessi sentimentali era palese. Quella voracità vibrava proprio nell'aria. Ma non mi ero resa conto di quanto fossero competitivi anche in campo scolastico. Poco importava in cosa, a quanto pareva a Evernight tutti volevano essere i migliori in ciò che facevano. Quindi, chiaro, nessuna pressione particolare da queste parti. — Tua madre è fantastica — esclamò Patrice mentre attraversavamo il corridoio dopo la lezione. — Le interessa il quadro generale, capisci? Non soltanto la sua finestrella sul mondo. È un pregio di pochi. — Sì. Cioè... vorrei diventare come lei. Un giorno. In quel momento Courtney sbucò da dietro l'angolo. Teneva i capelli biondi raccolti in una coda stretta che metteva in bella evidenza l'arco delle sopracciglia e ne rendeva l'espressione persino più sdegnosa. Patrice si irrigidì: a quanto pareva, la nuova considerazione che aveva di me ancora non bastava a difendermi davanti all'amica.


Mi preparai a essere investita dall'ennesimo commento maligno di Courtney, che invece mi rivolse quasi un sorriso. Capii che si voleva mostrare più gentile di quanto meritassi. — Festa questo weekend — annunciò. — Sabato. Sul lago. Un'ora dopo il coprifuoco. — Certo — Patrice annuì con un cenno della spalla, come se non le potesse importare di meno di essere invitata a quello che si annunciava come il party più cool di Evernight, almeno fino al Ballo d'Autunno. Oppure un ballo, in quanto evento ufficiale, non era affatto cool? A sentire mamma e papà, sembrava l'evento più importante dell'anno, ma a quel punto le loro idee su Evernight mi sembravano già poco attendibili. Persa nel dilemma su quanto fosse o non fosse fico il ballo, tardai a rispondere. Courtney mi inchiodò con lo sguardo, ovviamente seccata che non l'avessi sommersa di ringraziamenti e smancerie. — Be'? Avessi avuto un po' più di fegato, le avrei risposto che era una snob, una noia, e che avevo molto di meglio da fare che andare alla sua festa. Invece riuscii soltanto a dire: — Ehm, sì. Fantastico. Gran cosa, davvero.


Patrice mi diede di gomito mentre Courtney se ne andava a passo lento, con la coda bionda che le dondolava sulle spalle. — Visto? Te l'avevo detto. Vedrai che tutti ti accetteranno, perché... be', perché sei figlia loro. Quanto male bisogna essere ridotte per misurare la propria popolarità in base ai genitori? Eppure non potevo permettermi di disprezzare nessuna apertura, qualunque fosse la ragione. — Che genere di festa sarà? Cioè, nei cortili? Di notte? — Sei stata a una festa prima d'ora, vero? — A volte Patrice non sembrava affatto più gentile di Courtney. — Certo che sì. — Includevo le feste di compleanno di quand'ero bambina, ma non era il caso di farlo sapere a Patrice. — Mi stavo solo chiedendo se... non è che si beve, vero? Patrice rise come se avessi detto una cosa divertente. — Oh, Bianca, cresci. Si diresse verso la biblioteca ed ebbi l'impressione di non essere invitata a seguirla. Così tornai da sola nella nostra stanza. In un certo senso i miei genitori sono gente giusta, pensai. Sarà ereditano o salta una generazione?


I miei avevano detto che in breve tempo avrei preso il mio ritmo, e a quel punto Evernight mi sarebbe piaciuta di più. Be', dopo una settimana ero sicura che solo la prima delle loro supposizioni fosse giusta. Le lezioni erano okay, più o meno. Una volta mamma accennò al fatto che fossi sua figlia, e aggiunse: — In futuro sia io che Bianca ci asterremo dal farvelo notare. Siete invitati a fare altrettanto. — Tutti risero: pendevano dalle sue labbra. Come faceva? E perché non l'aveva insegnato anche a me? Mi occorse un po' di tempo per abituarmi agli altri insegnanti e mi mancava il clima informale e amichevole della mia vecchia scuola. A Evernight i professori erano carismatici e potenti, ed era impensabile non soddisfarne le alte aspettative. Una vita trascorsa a na scondermi dal mondo in biblioteca mi aveva preparata alla missione, e dedicai allo studio più tempo che mai. L'unico corso a preoccuparmi era quello di letteratura inglese, per ché a tenerlo era la signora Bethany in persona. C'era qualcosa nella sua postura, nel modo in cui inclinava la testa mentre aspettava che qualcuno rispondesse a una domanda, che mi intimidiva. Tuttavia, la vita scolastica non sembrava un problema. Questo l'avevo già capito. La mia vita sociale, invece, era tutta un'altra storia.


Courtney e gli altri tipi da Evernight avevano deciso che non meritavo il loro disprezzo: la popolarità dei miei genitori mi era valsa il diritto a un anonimato indolore, ma questo era tutto. Allo stesso tempo, le "nuove iscrizioni" mi guardavano con sospetto. Condividevo la stanza con Patrice e all'apparenza tanto bastava a dare per scontato che non mi sarei mai messa contro di lei e i suoi amici. I gruppi si erano formati nel giro di un giorno e io mi ero ritrovata esattamente nel mezzo. L'unica altra "emarginata" con la quale fossi riuscita a comunicare era Raquel Vargas, la ragazza dai capelli corti. Un mattino ci eravamo lamentate insieme della mole dei compiti di trigonometria che ci toccavano, ma quello fu l'unico contatto fra noi. A prima vista, Raquel non pareva un tipo tanto socievole: oltre che solitaria, sembrava chiusa in se stessa. Non molto diversa da me, in effetti, ma in un certo senso persino più triste. A garantire che lo fosse, ci pensavano gli altri studenti. — Solito maglione nero, soliti pantaloni neri — canticchiò Courtney un giorno mentre con il suo passo sinuoso sfilava davanti a Raquel. — E anche il solito stupido braccialetto. Scommetto che li rivedremo anche domani.


Raquel replicò secca: — Non tutti possono permettersi di comprare ogni versione della divisa, sai com'è. — Immagino di no — rispose Erich, un ragazzo che era spesso con Courtney. Aveva i capelli neri e il viso asciutto e appuntito. — Solo le persone che hanno il diritto di stare qui, possono. Courtney e le sue amiche risero. Le guance di Raquel avvamparono, ma lei si limitò a dileguarsi in fretta fra risate sempre più fragorose. Quando mi passò davanti, incrociai il suo sguardo. Cercai di dimostrarle, senza parole, che mi dispiaceva per lei ma finii soltanto per accrescere la sua rabbia. A quanto pareva, Raquel non sapeva che farsene della compassione. Mi venne il sospetto che, se ci fossimo conosciute in un altro posto, io e Raquel avremmo scoperto di avere parecchio in comune. Ma nonostante la pena che provavo per lei, non ero sicura di voler passare del tempo in compagnia di una più depressa di me. Non sarei stata affatto depressa, malgrado tutto, se fossi riuscita a capire cosa fosse successo fra me e Lucas. Frequentavamo entrambi le lezioni di chimica del professor Iwerebon, ma i nostri posti in classe erano agli antipodi. Quando non ero impegnata a cercare di interpretare il pesante accento nigeriano dell'insegnante, lanciavo sguardi furtivi a Lucas.


Non incrociava mai i miei occhi, né prima né dopo la lezione, e non mi parlava mai. La cosa più assurda era che Lucas non mostrava la minima timidezza nel dirne quattro a chiunque. Zittiva in un baleno chi era troppo pretenzioso, snob o cattivo, in poche parole ogni tipo Evernight, in qualsiasi momento. Per esempio, un giorno in cortile due ragazzi scoppiarono a ridere quando a una ragazza, un tipo per niente Evernight, sfuggì lo zaino e lei quasi cadde inciampandoci sopra. Lucas, che passeggiava proprio alle loro spalle, commentò: — Che ironia. — Cosa? — Erich era uno dei ragazzi che ridevano. — Che questa scuola abbia cominciato ad ammettere degli sfigati totali? — La ragazza che aveva perso lo zaino arrossì, mortificata. — Anche se fosse vero, non sarebbe ironia — precisò Lucas. — L'ironia è il contrasto fra ciò che viene detto e ciò che succede. Erich era perplesso. — In che senso? — Hai riso di lei perché è inciampata, e un secondo dopo sei finito a terra anche tu. Non riuscii a vedere come Lucas avesse fatto lo sgambetto a Erich, ma capii che ci era riuscito ancor prima che Erich finisse gambe all'aria sull'erba.


Qualcuno rise, ma quasi tutti gli amici di Courtney guardarono Lucas in cagnesco, come se difendendo quella ragazza avesse fatto la mossa sbagliata. — Visto, questa è ironia — concluse Lucas senza smettere di camminare. Se ne avessi avuta la possibilità, gli avrei detto che secondo me aveva fatto la cosa giusta e che nemmeno io mi sarei curata dell'opinione di Erich, di Courtney e di tutti gli altri. La possibilità, purtroppo, non arrivò. Lucas mi passò davanti come se fossi diventata invisibile. Erich odiava Lucas. Courtney odiava Lucas. Patrice odiava Lucas. Per quanto ne sapevo, praticamente tutti all'Accademia di Evernight odiavano Lucas, eccetto il surfista goffo che avevo notato il primo giorno... e me. Okay, Lucas era una specie di attaccabrighe, ma a me sembrava coraggioso e sincero, qualità che molti altri studentisembravano non tollerare. A quanto pareva, però, dovevo accontentarmi di ammirarlo da lontano. Per il momento ero ancora sola. — Non sei ancora pronta? — Patrice si rannicchiò sul davanzale della finestra. La notte delineava la sagoma del suo corpo slanciato, aggraziato persino, finché si preparava a spiccare un salto sul ramo più vicino. — I supervisori passeranno tra poco.


Ogni notte i supervisori tenevano d'occhio le camerate di Evernight. I miei genitori erano gli unici professori che non avessi ancora visto nascondersi nei corridoi in attesa di cogliere sul fatto chiunque infrangesse le regole. Questa era una buona ragione per uscire il più presto possibile, ma io non avevo ancora smesso di sistemarmi davanti allo specchio. "Sistemare" era la parola d'ordine. Patrice era naturalmente chic, con i pantaloni a sigaretta e una felpa rosa pallido che ne faceva risaltare la pelle luminosa. E poi c'ero io, che cercavo di rendermi presentabile con una maglietta nera e un paio di jeans. Senza grande successo, direi. — Bianca, sbrigati — Patrice aveva esaurito la pazienza. — Me ne vado. Vieni adesso o mai più. — Arrivo. — Cosa mi importava del mio aspetto, dopo- tutto? Stavo andando alla festa soltanto perché non avevo avuto il fegato di rifiutare. Patrice balzò sul ramo dell'albero, poi sul prato, dove atterrò con la posa controllata di una ginnasta che scende dalle parallele. Cercai di seguirla, mentre la corteccia mi sbucciava le mani. Il terrore di essere scoperta mi rese profondamente consapevole dei rumori attorno a noi: le risate provenienti dalla stanza di qualcuno, il crepitare delle prime foglie d'autunno sul terreno, il verso di un altro gufo a caccia.


L'aria notturna era tanto fredda da mettermi i brividi mentre attraversavamo di corsa il cortile e ci dirigeva mo verso i boschi. Patrice riusciva a muoversi fra gli arbusti senza fare rumore, talento che le invidiavo. Forse un giorno sarei stata coordinata come lei, ma era difficile da immaginare. Finalmente scorgemmo la luce del fuoco. Avevano acceso un falò sulla riva del lago, piccolo quanto bastava a non attirare l'attenzione, ma grande a sufficienza per scaldare e gettare una luce tremolante e spettrale. Gli studenti erano rannicchiati uno accanto all'altro e si chinavano per sussurrarsi qualche parola o ridere. Chissà se erano le stesse risate che avevo sentito la sera del picnic. A prima vista somigliava a un gruppo di normali adolescenti che se la spassavano - ma nell'aria c'era un'energia che sollecitava i miei sensi, aggiungeva tensione a ogni movimento e crudeltà a quasi tutti i sorrisi. Ricordai ciò che avevo pensato dopo il primo, spaventoso incontro con Lucas nei boschi: a volte, quando guardi certe persone, cogli qualcosa di vagamente selvaggio sotto la superficie. La stessa sensazione che avevo in quel momento. Dalla radio di qualcuno usciva una musica ipnotica e rilassante. Non riconobbi chi cantava, le parole non erano in inglese. Patrice sembrò scomparire in un capannello di amiche in lontananza e mi lasciò sola a chiedermi che fare con le mani.


In tasca! No, così sembri una stupida. Sui fianchi! E perché, sono arrabbiata per qualcosa! No. Okay, anche solo pensarci è da idioti. — Ehilà — mi chiamò Balthazar. Non lo avevo visto spuntare alle mie spalle. Indossava un blazer di velluto nero e stringeva in mano una bottiglia. La luce del fuoco dipingeva il suo volto a tinte calde: aveva i capelli ricci, la mascella quadrata e sopracciglia folte. Sembrava un tipo tosto, un attaccabrighe, qualcuno più disposto a tirare un pugno che a fare una battuta. Ma i suoi occhi lo rendevano gradevole e persino sexy, perché vi si leggevano intelligenza e senso dell'umorismo. Non c'era crudeltà nel suo sorriso. — Vuoi una birra? Ne è avanzata un po'. — Sono a posto, grazie. — Forse mi aveva vista arrossire, malgrado il buio. — Io, ehm, sono ancora minorenne. Minorenne! Come se la cosa importasse a qualcuno. Tanto valeva tatuarmi la parola SFIGATA sulla fronte e non far perdere tempo a nessuno. Balthazar sorrise, ma non sembrava ridesse di me. — Sai, una volta genitori e figli bevevano vino alla stessa tavola. E i dottori consigliavano alle donne i cui bambini non poppavano bene di somministrare loro una picco la dose di birra. — Ma quelli erano altri tempi.


— Giusto. — Non insistette e mi resi conto che non era affatto ubriaco. Cominciai a rilassarmi. Balthazar aveva il dono di mettere le persone a proprio agio, malgrado la sua stazza e la sua palese forza. — Ho cercato di attaccare bottone con te dal primo giorno. — Davvero? — Sperai di non aver squittito. — Ti avverto, le mie intenzioni non sono buone. — Balthazar doveva aver osservato per bene l'espressione sul mio viso, perché scoppiò in una risata profonda, roboante. — Tua madre ha detto che le è già capitato di averti come alunna, perciò volevo qualche dritta su come interpretarla. Devo conoscere i segreti della mia professoressa, no? Decisi che a mamma non avrebbe dato fastidio. — Devi stare attento quando si dondola sui talloni. — Dondola? — Sì. Di solito significa che è entusiasta di qualcosa, interessata, hai presente? E se è interessata lei, pensa che dovresti esserlo anche tu. — Il che significa che poi sarà argomento d'esame. — Indovinato. Scoppiò in un'altra risata. La fossetta sul mento gli dava un'aria quasi allegra.


Mi sentivo un po' sleale nei confronti di Lucas, nell'accorgermi di quanto fosse bello Balthazar,ma ignorarlo era impossibile. Visto come Lucas aveva ignorato me nell'ultima settimana, non ero tanto sicura che meritasse fedeltà. E poi era una bella sensazione, attirare l'attenzione di un ragazzo carino. Balthazar mi si avvicinò. — Sarò felice di averti conosciuta. Già lo so. Gli restituii un sorriso e per tre secondi interi sembrò che la festa potesse essere divertente. In quel momento spuntò Courtney. Indossava una gonna nera davvero corta e una camicetta bianca piuttosto sbottonata. Non aveva molte curve da mostrare ma rimediava facendo a meno del reggiseno, particolare parecchio evidente. — Balthazar, che bello incontrarsi di nuovo. — O scontrarsi — Balthazar sembrava persino meno entusiasta di me nel rivederla. Lei non capì, o fece fin ta di nulla. — Sembrano secoli dall'ultima volta. Troppo tempo. Dov'eravamo, a Londra, vero? — San Pietroburgo — la corresse lui. Scandì il nome della città con la stessa disinvoltura con cui avrebbe buttato via un bicchiere di plastica. Sembrava coraggioso e mondano quanto bastava ad attraversare gli oceani senza la minima indecisione.


Courtney si aggiustò la camicetta con le mani e il movimento delle dita ne evidenziò il fisico snello. In quel momento la invidiai: non per l'aspetto da diva né per i viaggi intercontinentali, ma per il coraggio. Se ne avessi avuto anche solo la metà con Lucas nei boschi, se fossi riuscita a toccarlo o a sfruttare i suoi commenti a base di "brava ragazza" per civettare, forse dopo non si sarebbe comportato come se fossi una sconosciuta. La voce di Courtney si fece largo fra le mie fantasie. — Non stavi facendo niente di particolare qui, vero, Balthazar? — Parlavo con Bianca. Courtney mi lanciò un'occhiata di sbieco. Portava i capelli sciolti, le arrivavano ai fianchi e formarono piccole onde quando si voltò per parlarmi. — Hai qualche storia interessante da condividere, Bianca? — Io... — Cosa dovevo rispondere? Qualsiasi cosa sarebbe andata meglio di ciò che scelsi, cioè: — Ehm, no. — Perciò non ti dispiace lasciarci soli per qualche minuto, vero? — Iniziò a spingere via Balthazar senza nemmeno aspettare la risposta. Lui mi trafisse con lo sguardo e capii che mi sarebbe bastato aprire bocca per fermarlo. Invece rimasi lì, inerme, a guardarli mentre si allontanavano.


Un paio di persone ridacchiarono. Notai Erich, malgrado le ombre fugaci gettate dal falò, ed ero piuttosto sicura che mi stesse indicando. Mi allontanai dal fuoco con l'unico obiettivo di starmene da sola finché non avessi incrociato Patrice o qualcun altro che potessi considerare amico. Ma ogni passo che mi separava dagli altri aumentava la mia serenità e, senza nemmeno accorgermene, mi ritrovai a fuggire. Se non fossimo scappate dopo il coprifuoco, avrei potuto imboccare svelta l'entrata e correre in camera. Per fortuna ricordai in tempo che stavo infrangendo le regole e mi fermai. Decisi quindi di puntare verso il gazebo al centro del cortile, per progettare il rientro. Mentre salivo gli scalini, scorsi qualcuno. Sulle prime non lo riconobbi, aveva il volto coperto da un binocolo. Quando la luce della luna ne evidenziò i capelli color bronzo, capii. — Lucas? — Ehilà, Bianca. — Gli ci volle qualche secondo per abbassare il binocolo e sorridermi. — Bella nottata per una festa. Osservai il binocolo. — Che stai facendo? — Tu che ne dici? Spio la festa.


— Fu brusco quasi quanto lo era stato in corridoio, almeno finché non mi guardò dritto in faccia. Dovevo avere l'aria triste, perché domandò, più gentile: — Tutto okay? — Sto bene. Sono una sfigata, ma sto bene. Lucas rise. — Ti ho vista andartene in fretta. Qualcuno ti infastidiva? — No. Non esattamente. È una questione di atmosfera... minacciosa, direi. Sai come mi sento, fra gli sconosciuti. — Meglio per te. Non è il tuo ambiente. — Poco ma sicuro. — Guardai di nuovo il binocolo. Soltanto qualcuno dotato di un'eccellente visione notturna poteva usarlo per scorgere qualcosa, ma immaginai che la luce del falò fosse d'aiuto. — Perché spii la festa? — Controllo se qualcuno si ubriaca, combina stupidaggini o si allontana da solo. — Cosa sei, il braccio destro della Bethany, adesso? — Neanche per idea — Lucas abbassò il binocolo. Era vestito come per confondersi nell'ombra: pantaloni neri e maglietta a maniche lunghe che ne evidenziava i muscoli delle braccia e del petto. Era più asciutto di Balthazar, ma anche più scolpito. C'era qualcosa di quasi aggressivo in lui.


— Mi chiedevo soltanto come diavolo si svagasse certa gente quando non è impegnata a intimidire gli altri, a pavoneggiarsi o a leccare piedi. Sembra che non abbiano tempo di fare nient'altro. — Mi squadrò con un'occhiata. — E a quanto pare, a te piacciono. — Cosa? Scrollò le spalle. — Ti vedo spesso in giro con loro. — Ti sbagli! Patrice è la mia compagna di stanza, perciò sono obbligata a passare del tempo con lei, le sue amiche vengono a trovarla di continuo e io non riesco a evitarle. Voglio dire, un paio sono anche sopportabili, ma la maggior parte mi fa morire di paura. — Nessuna di loro è sopportabile. Te lo dico io. Pensai di continuare a discutere prendendo le difese di Balthazar, ma ancora non volevo parlare di lui. Mi re si anche conto che Lucas mi aveva messa sulla difensi va, cosa che non aveva il diritto di fare. — Aspetta, per questo sei così freddo con me? E fai finta di non conoscermi? — Se quella banda avesse stretto le proprie grinfie su di te, su una ragazza dolce come te, non sarei rimasto a guardare. Non se avessi potuto risolvere la cosa. — La serietà profonda della sua voce mi sorprese. Ci separavano alcuni metri di distanza ma sentivo che nessun altro mi era mai stato così vicino.


— Quando ti ho vista scappare dalla festa, invece, ho capito che avevi ancora una possibilità. — Credimi, non faccio parte di quella cerchia — ribadii. — Penso che mi abbiano invitata alla festa soltanto per ridere di me. E io ci sono andata soltanto perché... be', perché devo conoscere qualcuno, qui. Tu eri il mio unico amico e pensavo di averti perso. Lucas afferrò con le mani le volute che decoravano il gazebo, e io feci lo stesso, così da trovarmi al suo fianco. Entrambi eravamo aggrappati alle volute di ferro battuto, come l'edera. — Ti ho offesa, vero? A mezza voce, confessai: — Credo di sì. Voglio dire, so che abbiamo parlato una volta sola... — Ma per te è stato importante. — I nostri sguardi si incrociarono per un solo attimo. — Anche per me lo è sta- to. Solo che non mi sono reso conto... Be', pensavo che fosse una sensazione solo mia. Lucas non si era reso conto di piacermi? Che cosa difficile, impossibile, capire gli uomini. — Sono venuta a parlare con te, il primo giorno di lezione. — Sì, e poco prima ti avevo vista con Patrice Deveraux, che è una delle favorite in questo posto. La sua razza e la mia, diciamolo chiaro e tondo, non si mescolano. — Per un istante la sua espressione mi sembrò turbata.


— Mi avevi detto che non ti piace parlare con gli sconosciuti, perciò ho dato per scontato che foste già piuttosto amiche. — È la mia compagna di stanza. Sai com'è, devo riuscire a comunicare con lei per sopravvivere. — Okay, ho frainteso. Scusami. Avevo la sensazione che ci fosse dell'altro. Ma Lucas sembrava davvero sincero, e tanto mi bastò. Il mio salvatore mi aveva sempre tenuta d'occhio, anche se non lo sapevo. Quella certezza mi confortò, come se qualcuno mi avesse gettato un cappotto sulle spalle per tenermi comoda e al caldo. Il silenzio fra noi proseguì, ma non era imbarazzato. A volte incontri persone con cui non ti senti in dovere di parlare, di riempire il silenzio con chiacchiere insensate. Mi era capitato soltanto con un paio di amici, a casa, e ci erano voluti anni. Lucas e io eravamo già a quel livello di intimità. Ricordai la sfrontatezza di Courtney e decisi che po tevo sfoggiare almeno la metà del suo coraggio. Non ero mai stata brava a fare conversazione, ma ci provai. — Tu non vai d'accordo con il tuo compagno di stanza?


— Vic? — Lucas abbozzò un sorriso. — Come coinquilino va benissimo. Svampito. Goffo... un tipo okay, insomma. La parola "goffo" mi suggerì che forse lo conoscevo. — Vic è il ragazzo che ogni tanto porta la camicia hawaiana sotto la giacca, vero? — Proprio lui. — Non ci ho mai parlato, ma mi sembra uno divertente. — Lo è. Magari te lo presento. Con il cuore al galoppo, osai: — Sarebbe carino, ma... preferirei passare del tempo con te. — I nostri sguardi si incrociarono e sentii di aver oltrepassato un confine. Era un fatto positivo o negativo? — Potremmo, ma... — Perché Lucas esitava? — Bianca, spero che saremo amici. Tu mi piaci. Ma non sarebbe saggio da parte tua passare troppo tempo con me. Hai visto che non sono esattamente il ragazzo più amato della scuola. Non sono qui per fare amicizia. — Sei qui per farti nuovi nemici? A giudicare da come litighi con Erich, si direbbe di sì. — Preferiresti che fossi suo amico?


Erich era un'idiota di serie A, lo sapevamo entrambi. — No, certo che no. Tu sei una specie di, ecco, provocatore. Cioè, davvero odi così tanto questa gente? A me non piace, ma tu... sembri non sopportarne nemmeno la vista. — Mi fido dell'istinto. Non potevo controbattere. — Quella è gente contro cui è meglio non mettersi, se si può. — Bianca, se tu e io... se noi... Se noi cosai Trovai un sacco di risposte alla domanda, quasi tutte piacevoli. I nostri sguardi si incrociarono, si agganciarono uno all'altro, come fosse impossibile distoglierli. L'intensità di Lucas era quasi irresistibile di per sé, e sentirmela puntata addosso in quel mo mento, mentre studiava ogni tratto del mio viso e pesava le parole prima di pronunciarle, mi tolse il fiato. Alla fine aggiunse: — Non potrei stare a guardare, se ti prendessero di mira. E prima o poi lo farebbero. Mi voleva proteggere? Prospettiva affascinante, se non fosse stata folle. — Sai, non penso che danneggeresti una rilevanza sociale che non credo di avere. — Non esserne così certa.


— Non essere così testardo. Per un pò restammo entrambi in silenzio. La luce della luna filtrava fra le foglie d'edera e Lucas mi era vicino quanto bastava a captarne il profumo: qualcosa che mi ricordava il cedro e il pino, come i boschi da cui eravamo circondati, come se in qualche modo facesse parte di quel luogo oscuro. — Ho combinato un pasticcio, vero? — Lucas sembrava quasi timido quanto me. — Non ci sono abituato. Lo guardai torva. — A parlare con le ragazze? — Bello com'era, ne dubitavo proprio. Tuttavia, la sua sincerità fu palese quando annuì. La scintilla di cattiveria era svanita dai suoi occhi. — Ho vissuto parecchi anni in viaggio. Traslocando da un posto all'altro. E tutte le persone a cui mi affezionavo... era come se sparissero troppo presto. Forse ho imparato a mantenere le distanze. — Mi hai fatto sentire una stupida perché mi ero fidata di te — Non e cosi. È un problema mio. Non voglio che diventi anche tuo. Avevo trascorso tutta la vita in una cittadina ed ero convinta da sempre che ciò fosse un ostacolo nel fare nuove conoscenze.


Ma dopo la confidenza di Lucas, capii che un'esistenza itinerante poteva avere lo stesso effetto: isolarti, dirigere i pensieri all'interno di te stesso e rendere il contatto con gli altri la cosa più difficile del mondo. Perciò, forse, la sua rabbia somigliava molto alla mia timidezza. Era il segno della solitudine che ci accomunava. Forse non era il caso che rimanessimo soli ancora per molto. A bassa voce, dissi: — Non sei stufo di scappare e nasconderti? Io sì, di certo. — Non scappo e non mi nascondo — ribatté Lucas. Poi tacque e ci pensò per un secondo. — Be', maledizione. — Magari mi sbaglio. — No. — Lucas mi guardò per qualche altro istante, e proprio quando iniziavo ad avere il sospetto di essermi aperta troppo, aggiunse: — Non dovrei fare certe cose. — Cosa? — Il mio cuore iniziò a galoppare un po' più veloce. Lucas scosse la testa e sorrise. Riecco lo sguardo diabolico.


— Un giorno, quando inizieranno le complicazioni, non dire che non ti avevo avvertita. — Forse sono io quella complicata. Allargò il sorriso. — A quanto vedo, ci vorrà un po' di tempo per trovare un accordo. — Adoravo quando mi sorrideva così e speravo di poter passare ore e ore sotto il gazebo con lui. Ma in quel momento, Lucas chinò la testa. — Hai sentito? — Cosa? — Poi me ne accorsi: il rumore lontano del portone della scuola che girava sui cardini e quello di passi sul vialetto all'ingresso. — Stanno uscendo a fare una retata! — Non vorrei essere nei panni di Courtney —commentò Lucas. — E noi abbiamo un'occasione per rientrare. Attraversammo il cortile, con un orecchio ai rumori della festa che veniva interrotta, ci scambiammo grandi sorrisi e quando varcammo il portone fummo al sicuro. — Ci vediamo presto — sussurrò Lucas lasciandomi il braccio e andando verso il suo corridoio. Mentre corre vo in camera mia, verso il mio letto, la parola continuò a vibrarmi nell'orecchio: presto.


Raggiunsi la mia stanza appena in tempo per

infilarmi sotto le coperte, prima che Patrice entrasse accompagnata dalla signora Bethany. La luce debole dal corridoio disegnava la sagoma della preside e tutto ciò che riuscivo a distinguere era il suo profilo. — Sai che qui abbiamo regole precise, Patrice. — La sua voce era tranquilla ma anche molto seria, non c'era dubbio. Mi suonava minacciosa, nonostante non stesse rimproverando me. — Devi capire che tali regole vanno rispettate. Non possiamo scorrazzare in aperta campagna di notte. La gente inizierebbe a parlare. Gli studenti perderebbero la calma. E il risultato potrebbe essere una tragedia. Chiaro? Patrice annuì e la porta si chiuse. Mi sedetti sul letto e sussurrai: — È stato terribile? — No, soltanto una gran seccatura — brontolò Patrice mentre iniziava a svestirsi. Ci cambiavamo nella stessa stanza da una settimana, ormai, ma io mi sentivo ancora in imbarazzo. Lei no. Persino mentre si sfilava la maglietta, mi guardava. — Sei ancora vestita! — esclamò.


— Ehm, sì. — Pensavo che te ne fossi andata presto. — Già. Però, ecco... non sono riuscita a tornare subito dentro. Stavano di guardia. Poi hanno capito dov'era vate e sono partiti. Io sono riuscita a rientrare appena tre minuti prima di te. Patrice fece spallucce mentre cercava la camicia da notte. Io feci del mio meglio per cambiarmi senza abbandonare il mio angolino. La conversazione era finita e per la prima volta ero riuscita a mentire con successo alla mia compagna di stanza. Forse avrei dovuto spiegarle il motivo del mio ritardo. Probabilmente sarebbe stato più femminile fremere al desiderio di raccontare a tutti del ragazzo incantevole che avevo appena agganciato. Ma il segreto mi piaceva. Il fatto che solo io ne fossi al corrente rendeva tutto più speciale, in un certo senso. Piaccio a Lucas e lui piace a me. Penso che forse, presto, saremo assieme. Mentre mi infilavo di nuovo sotto le coperte pensai che la conclusione probabilmente fosse un po' azzardata. Ma al tempo stesso non riuscivo a trattenermi. La mia mente correva troppo veloce per concedermi di dormire e sorrisi, stretta al cuscino. È mio.


— Ho sentito che c'è stata una bella festa stanotte — commentò papà mentre sistemava un hamburger con patatine davanti a me, sul tavolo di famiglia. — Mmm-mmm — risposi, con la bocca piena di patatine. Poi mi ricomposi e mormorai: — Cioè, sì, anch'io l'ho sentito. Mamma e papà si scambiarono uno sguardo ed ebbi l'impressione che fossero più divertiti che arrabbiati. Che sollievo. Quella fu la prima di una lunga serie di cene domenicali fra noi. Ogni secondo che riuscivo a passare con i miei genitori nel loro appartamento, anziché circondata dagli studenti di Evernight, mi faceva bene. Malgrado cercassero di minimizzare, intuivo che i miei sentissero la mia mancanza tanto quanto io sentivo la loro. Sullo stereo c'era Duke Ellington e, malgrado il breve interrogatorio, ogni cosa sembrava tornata al suo posto. — La situazione non è sfuggita di mano, vero? — A quanto pareva, mamma aveva deciso di fingere di non avermi sentito dire che non c'ero stata. — Corre voce che si sia trattato soltanto di birra e musica. — Che io sappia, no. — Non fu esattamente una smentita: tutto sommato, avevo frequentato la festa per soli quindici minuti.


Papà scosse la testa e disse a mamma: — Non importa se c'era soltanto birra. Le regole vanno rispettate, Celia. Non sono preoccupato per Bianca, ma per certi altri... — Io non sono contro le regole. Ma è naturale che gli studenti più anziani si ribellino, di tanto in tanto. Meglio qualche infrazione sporadica che un incidente disastroso — mamma si rivolse a me. — Qual è il tuo corso preferito, per il momento? — Il tuo, ovviamente. — La guardai come per chiederle se davvero mi credesse così sciocca da rispondere altrimenti, e lei rise. — A parte il mio, intendo. — Mamma posò il mento sulla mano, ignorando la regola dei gomiti sul tavolo. — Letteratura, magari? È sempre stata la tua materia preferita. — Non con la signora Bethany. Questo non mi fece guadagnare neanche un briciolo di approvazione. — Ascoltala. — Papà, severo, posò il bicchiere sul vecchio tavolo di quercia con un colpo troppo energico e rumoroso. — Faresti bene a prendere molto sul serio una come lei. Pensai: Stupida, è il loro capo. Cosa succederebbe se girasse la voce che la loro bambina parla male della preside? Tanto per cominciare, non pensare sempre e solo a te stessa.


— Mi impegnerò — promisi. — Ne sono certa — mamma posò la mano sulla mia. Quel lunedì andai a lezione di letteratura decisa a ricominciare da zero. Avevamo appena iniziato a trattare la mitologia e il folklore, due argomenti che mi erano sempre piaciuti. Senza dubbio, se c'era un settore in cui potevo dimostrare le mie capacità alla Bethany, era quello. Be', in realtà non fu per niente l'occasione giusta per dimostrare le mie capacità. — Immagino che relativamente pochi fra i presenti conoscano già il nostro prossimo argomento di studio — disse, mentre una pila di tascabili girava per l'aula. La Bethany aveva sempre un leggero odore di lavanda, femminile e inconfondibile. — Tuttavia, immagino anche che più o meno tutti ne abbiate sentito parlare. I tascabili raggiunsero il mio banco e prelevai una co pia di Dracula, di Bram Stoker. Dalla fila più vicina sentii Raquel brontolare: — Vampiri? Un istante dopo, una strana elettricità sembrò crepitare nell'aula. La signora Bethany si scagliò contro di lei. — Trova che sia un problema, signorina Vargas?


I suoi occhi scintillavano mentre fissava lo sguardo da falco su Raquel, che pareva si stesse mordendo la lingua per evitare di fare altri commenti. Il maglione della sua unica divisa aveva già iniziato a rovinarsi e a sfilacciarsi all'altezza dei gomiti. — No, signora. — A me sembrava di sì. La prego, signorina Vargas, ci illumini. — La Bethany incrociò le braccia, con l'aria di chi sta per scagliare una battuta pungente. — Se la sua attenzione è così rapita dalle saghe nordiche che parlano di mostri enormi, perché non dovrebbe esserlo dai romanzi sui vampiri? Qualunque risposta avesse dato Raquel, sarebbe stata sbagliata. La Bethany l'avrebbe zittita e così sarebbe trascorsa tutta l'ora. Durante quasi ogni lezione precedente, la signora Bethany si era divertita in quel modo, prendendo di mira qualcuno, di solito con gran divertimento dei suoi studenti preferiti, ovviamente gli eredi delle famiglie più potenti. Se avessi fatto la scelta più intelligente, sarei rimasta zitta e avrei lasciato che Raquel diventasse il capro espiatorio quotidiano. Ma non ci riuscii. Alzai la mano, timida. La Bethany mi guardò con la coda dell'occhio. — Sì, signorina Olivier? — Dracula non è granché come libro. — Tutti mi osservarono, sorpresi che qualcuno potesse contraddire l'insegnante.


— La lingua è troppo barocca e poi ci sono tutte quelle lettere dentro altre lettere. — Vedo che qualcuno critica la forma epistolare, che così tanti autori di rango seppero utilizzare durante il Diciottesimo e il Diciannovesimo secolo. — Il clic ciac delle sue scarpe sul pavimento di legno sembrava innaturalmente rumoroso mentre si avvicinava a me, dimentica di Raquel. L'odore di lavanda si fece più intenso. — Lo trova antiquato? Fuori moda? Perché mai ho alzato la mano? — Lo trovo soltanto un libro un po' lento. Tutto qui. — Ah, certo, la velocità è il parametro con cui giudicare tutta la letteratura, altroché. — Qualcuno rise sotto i baffi, mentre mi sentivo morire di vergogna. — Forse desidera che i suoi compagni si chiedano perché mai un libro del genere vada tenuto in considerazione? — Stiamo studiando il folklore — commentò Courtney. Non per salvarmi ma per mettersi in mostra. Chissà se per umiliarmi o per costringere Balthazar a guardarla. Da giorni non faceva che sistemarsi la gonna in modo da esporre le gambe ogni volta che si sedeva, ma Balthazar non faceva una piega. — E un elemento presente nel folklore di tutto il mondo è il vampiro.


La Bethany rispose con un semplice cenno. — Nella cultura occidentale moderna non esiste mito vampiresco più famoso di quello di Dracula. Quale punto di partenza migliore? Sorpresi tutti, inclusa me stessa, rispondendo: — Il giro di vite. — Come ha detto? — La Bethany alzò le sopracciglia. Nessuno dei presenti sembrava capire dove volessi arrivare, escluso Balthazar, che si mordeva le labbra per non scoppiare a ridere. — Il giro di vite. Il racconto di Henry James che parla di fantasmi, cioè, che forse parla di fantasmi. — Non avevo intenzione di scatenare il vecchio dibattito sul la pazzia vera o presunta della protagonista. Da sempre trovavo i fantasmi davvero paurosi, ma era più facile affrontare quelli nella finzione, rispetto alla Bethany in carne e ossa. — I fantasmi sono più presenti dei vampiri nel folklore mondiale. E Henry James scrive meglio di Bram Stoker. — Quando sarà lei a programmare le lezioni, signorina Olivier, sarà libera di iniziare dai fantasmi — la voce della mia insegnante era affilata come una lama.


Dovetti soffocare un brivido mentre la vedevo incombere, l'espressione dura e immobile come quella di un gargoyle di pietra. — Qui, inizieremo con lo studio dei vampiri. Scopriremo come varia la percezione del vampiro nelle varie culture ed epoche, dal passato remoto a oggi. Se lo trova noioso, si faccia coraggio. Vedrà che fra non molto arriveremo anche ai fantasmi, sia paziente. E a quel punto capii che non era il caso di ribattere. In corridoio, dopo la lezione, sfinita dai postumi dell'umiliazione, camminavo lenta fra i capannelli di studenti. Sembrava che chiunque, tranne me, ridesse con qualche amico. Raquel e io avremmo potuto consolarci a vicenda, ma lei se l'era già battuta. Poi sentii una voce: — Un'altra lettrice di Henry James. Mi voltai e vidi Balthazar che si affiancava a me. Forse era venuto a offrirmi supporto, forse cercava soltanto di evitare Courtney. Comunque ero lieta di vedere un volto amico. — Be', ho letto II giro di vite e Daisy Miller, tutto qui. — Quando hai tempo, prova Ritratto di signora. Secondo me potrebbe piacerti. — Davvero? Perché? — Mi aspettavo che Balthazar parlasse delle qualità del libro, ma mi sorprese: — Parla di una donna che vuole definire se stessa, anziché lasciarsi definire dagli altri. — Procedeva agile tra la folla senza mai togliermi gli occhi di dosso.


L'unico altro ragazzo ad avermi guardata con quell'intensità era Lucas. — Ho il sospetto che la cosa possa riguardarti. — Forse hai ragione — risposi. — Andrò a cercarlo in biblioteca. E... grazie. Per il consiglio — e anche, pensai, per l'opinione che hai di me. — Prego — Balthazar sorrise e sul suo mento rispuntò la fossetta, ma in quell'istante entrambi sentimmo la risata di Courtney, poco lontano. Lui mi rivolse un finto sguardo spaventato che mi fece ridere. — Devo scappare. — Svelto! — sussurrai, mentre imboccava il corridoio più vicino. Malgrado l'incoraggiamento di Balthazar mi avesse rincuorata, mi sentivo ancora scossa dall'interrogatorio della Bethany. Decisi di fare una passeggiata veloce per i cortili, a godermi un po' d'aria fresca e di silenzio prima di mangiare. Magari restando sola per qualche minuto prezioso. Purtroppo l'idea non era venuta soltanto a me, anzi. Parecchi studenti passeggiavano all'aperto, ascoltavano musica e chiacchieravano. Notai un gruppo di ragazze sedute all'ombra, nessuna delle quali sembrava intenzionata a tornare in camera per pranzo. Probabilmente sono a dieta in vista del Ballo d'Autunno, pensai mentre le osservavo bisbigliare sotto uno dei vecchi olmi.


In cortile c'era soltanto una persona che mi andava di vedere. — Vic? — chiamai. Lui mi sorrise. — Ehi! Sembrava un incontro fra vecchi amici, anziché la nostra prima conversazione. I capelli flosci, rossicci, gli saltavano fuori dal cappellino dei Phillies e la skin del suo iPod era un turbine di arancione e verde. Mentre mi si avvicinava a passi lunghi e si levava gli auricolari, dissi: — Ciao. Hai visto Lucas? — Quel tipo è pazzo! — Nel mondo di Vic, la parola "pazzo" suonava come un complimento. — È scappato dall'aula studio, io gli faccio: «Ehi, che combini?», e lui risponde: «Tu coprimi, okay?» E finora l'ho coperto, ma tu non farai la spia. Tu sei un tipo giusto. Vic e io non avevamo mai parlato: come faceva a considerarmi un tipo giusto? Poi mi chiesi se non fosse stato Lucas a dirglielo e il pensiero mi fece sorridere. — Sai dov'è? — Se me lo chiede un professore, no. Ma siccome sei tu, penso che c'entri qualcosa la stazione di posta. La stazione di posta si trovava nella zona settentrionale, accanto al lago. Era il luogo in cui ai vecchi tempi si custodivano cavalli e carrozze.


Fresca di ristrutturazione, ora ospitava gli uffici amministrativi di Evernight e la residenza della Bethany. Che ci faceva Lucas laggiù? — Farò due passi da quella parte. Così, tanto per camminare. Senza un motivo preciso. — Aaah, giuuustoooo — commentò Vic, e annuì, come se avessi davvero detto qualcosa di arguto. — Hai capito. Non è certo un mostro di furbizia, conclusi mentre passeggiavo distratta in direzione della stazione di posta. Però aveva l'aria di un bravo ragazzo. Niente a che vedere con il tipo Evernight, per fortuna. Nessuno si accorse di me mentre mi allontanavo dagli altri studenti. Forse era l'unico aspetto positivo del mio anonimato: potevo farla franca molto più spesso degli altri. Non c'era nessuna foresta a farmi da scudo ma soltanto prati regolari e soffici, fitti di trifoglio, e pochi alberi piantati a intervalli regolari, probabilmente per gettare un po' d'ombra. Fra gli arbusti vidi uno scoiattolino morto, anzi, i resti martoriati di ciò che era stato. Il vento ne scuoteva la coda. Arricciai il naso e cercai di ignorarlo, per concentrarmi sulla mia ricerca. Il mio passo si fece più lento e silenzioso, nella speranza di captare la presenza di Lucas.


La stazione di posta era lunga e bianca e aveva un piano solo. Inutile aggiungerne un secondo se ci abitano dei cavalli, no? Era circondata da altri alberi imponenti che gettavano un'ombra quasi notturna e soltanto poche chiazze ondeggianti di luce sfioravano il terreno. In punta di piedi, mi diressi verso il retro, mi nascosi dietro l'angolo e vidi Lucas balzare fuori dalla finestra della Bethany. Atterrò agile e chiuse con cura la finestra dietro di sé. Poi si voltò e mi vide. Per un secondo infinito restammo semplicemente a guardarci. Sembrava che fosse stato lui a sorprendermi con le mani nel sacco, non il contrario. — Ciao — blaterai. Anziché giustificarsi, Lucas sorrise. — Ciao. Perché non sei a pranzo? Mentre mi raggiungeva con passo tranquillo, capii che voleva fingere che non ci fosse niente di strano, che non avessi visto nulla di straordinario. Oppure avevo iniziato io, salutandolo anziché chiedergli cosa stesse arch itettando? — Non ho molta fame. — Non è da te cambiare argomento. — L'argomento è il pranzo?


— Più che altro pensavo, come mai non mi chiedi perché mi sono intrufolato nell'ufficio della Bethany? Sospirai di sollievo ed entrambi scoppiammo a ridere. — Okay, se sei disposto a dirmelo non dev'essere niente di grave. — Mia madre dice che firmerà il permesso ufficiale per lasciarmi andare a Riverton nelle domeniche libere soltanto se a metà quadrimestre avrò il massimo dei voti in tutte le materie. Ma avevo il sospetto che avesse già firmato e non sono tanto sicuro del mio andamento in chimica, perciò ho deciso di controllare. Di vedere se nel mio fascicolo c'era il modulo. Come ti ho già detto, rispettare le regole non è il mio forte. — Certo. — Anche se era sbagliato, non era troppo sbagliato, no? Fidarmi di Lucas mi veniva spontaneo. — E lo hai trovato? — Sì. — L'aria compiaciuta con cui reagì era volontariamente esagerata, voleva farmi ridere e ci riuscì. — Anche con una semplice sufficienza, sono coperto. — Che c'è di tanto importante nei fine settimana liberi? Ho passato un po' di tempo in città quest'estate, prima che arrivaste voi. Credimi, non c'è granché da vedere.


Camminavamo all'ombra, tracciando il nostro percorso verso Evernight seguendo vie laterali, così da poterci mescolare agli altri studenti senza dare nell'occhio. Eravamo entrambi molto bravi a non farci notare. — Pensavo che sarebbe un bel posto in cui passare un po' di tempo insieme. Lontano da Evernight. Che ne dici? Dopo la conversazione nel gazebo, non avrei dovuto sentirmi così sorpresa o sconvolta. Invece sì, e fu allo stesso tempo spaventoso e meraviglioso. — Sì. Cioè, mi piacerebbe. — Anche a me. Per un po' né io né lui aprimmo bocca. Desideravo che mi prendesse per mano ma non ero poi così coraggiosa da agire per prima. Pensai febbrilmente a qualcosa di divertente da fare a Riverton, cittadina più grande di Arrowwood ma, se possibile, ancora più noiosa. C'era un cinema, se non altro, che proiettava pellicole classiche prima dell'ultimo spettacolo, ogni tanto. — Ti piacciono i vecchi film? — azzardai. Lo sguardo di Lucas si accese. — Adoro i film, vecchi o nuovi, non importa. Da John Ford a Quentin Tarantino, mi piacciono tutti. Sollevata, risposi con un sorriso. Forse tutto sarebbe andato per il meglio, dopotutto.


Alla fine di quella settimana il clima mutò all'improvviso. Fu il freddo a svegliarmi la mattina, lo sentivo fin dentro alle ossa. Mi avvolsi ancor di più nelle lenzuola ma non servì a molto. L'autunno aveva ricamato le finestre di brina. Più tardi avrei dovuto tirar giù il piumone dal ripiano più alto dell'armadio: stare al caldo si annunciava un'impresa difficile. La luce tenue e rosa era ancora quella dell'alba. Sbadi gliai, mi sedetti e mi rassegnai al risveglio. Avrei potuto recuperare il piumone e cercare di strappare qualche altra ora di sonno, ma avevo bisogno di lavorare alla mia relazione su Dracula per evitare l'ira della Bethany. Perciò infilai la vestaglia e scivolai in punta di piedi davanti a Patrice, che dormiva beata come se il freddo non riuscisse a penetrare il lenzuolo sottile che la copriva. I bagni di Evernight erano stati costruiti in un'epoca lontana, nella quale probabilmente gli studenti erano stati così felici di avere toilette al coperto da non fare troppo i pignoli sulla qualità delle strutture. Troppo pochi i separé, nessun comfort come prese elettriche o specchi e, nei minuscoli lavandini, rubinetti separati per l'acqua fredda e quella calda: li avevo odiati sin primo giorno. Almeno avevo imparato a riempirmi le mani d'acqua gelata prima di aggiungere quella bollente.


In quel modo riuscivo a lavarmi la faccia senza ustionarmi. Le piastrelle erano talmente gelide al contatto con i piedi nudi che ricordai a me stessa di indossare le calze a letto, almeno fino a primavera. Quando chiusi i rubinetti sentii un rumore: un pian to, soffocato e tenue. Mi asciugai il viso tamponandolo con l'asciugamano e mi avvicinai al rumore. — Ehi? C'è qualcuno? I singhiozzi si interruppero. Proprio mentre temevo di aver curiosato troppo, da uno dei separé sbucò il viso di Raquel. Indossava un pigiama e il braccialetto intrecciato di cuoio da cui sembrava inseparabile. Aveva gli occhi rossi. — Bianca? — sussurrò. — Sì. Tutto okay? Scosse la testa e si asciugò le guance. — Sto impazzendo. Non riesco a dormire. — È questo freddo, tutto di colpo, vero? — Mi sentivo una stupida. Sapevo bene quanto lei che Raquel non stava piangendo nei bagni all'alba perché c'era il ghiaccio sulle finestre. — Devo dirti una cosa — la mano di Raquel mi strinse il polso, con una presa più energica di quanto potessi immaginare. Il viso era pallido, il naso arrossato dal pianto. — Ho bisogno che tu mi dica se sto diventando matta.


Domanda assurda, poco importa chi la faccia, quando, dove o come. Con cautela, le chiesi: — Senti che stai impazzendo, davvero? — Forse? — la risata faticosa di Raquel mi rassicurò. Se riusciva a cogliere l'aspetto divertente del problema, in fondo stava bene. Lanciai un'occhiata alle nostre spalle, ma il bagno era vuoto. A quell'ora potevamo contare di avere il locale tutto per noi, almeno per un po'. — Stai facendo brutti sogni o cose del genere? — Vampiri. Mantelli neri, canini e tutto il resto. — Cercò di ridere. — Diresti che avere ancora paura dei vampiri è roba da bambini, ma nei miei sogni... Bianca, sono terribili. — La notte prima che cominciassero le lezioni, ho sognato un fiore che moriva — risposi. Volevo distrarla dai suoi incubi: forse condividere i miei ci sarebbe stato utile, anche se mi sentivo un po' stupida a parlarne ad alta voce. — Un'orchidea, o qualcosa del genere, che avvizziva nel cuore di un temporale. Mi ha spaventato così tanto che ci ho messo un giorno intero per levarmelo dalla testa. — Io non riesco a togliermeli dalla mente. Queste mani morte che mi afferrano... — È solo colpa di quel compito su Dracula — insistetti. — Vedrai che nel giro di una settimana ci sbarazziamo di Bram Stoker.


— Lo so, non sono stupida. Ma gli incubi si trasformeranno in qualcos'altro. Non mi sento mai al sicuro. Come se ci fosse questa persona... questa presenza... qualcuno, qualcosa che si avvicina troppo. Qualcosa di terribile — Raquel mi si avvicinò per sussurrare: — Non ti viene mai il sospetto che in questa scuola ci sia qualcosa di... maligno? — Courtney? — Cercai di buttarla sul ridere. — Non quel genere di malignità. Quella vera. — Le tremava la voce. — Tu credi che il male esista? Nessuno me l'aveva mai chiesto, ma conoscevo la ri sposta. — Sì, ci credo. Raquel deglutì così forte che riuscii a sentirla e per qualche istante rimanemmo a fissarci senza sapere cosa aggiungere. Avrei dovuto continuare a consolarla, ma l'intensità della sua paura mi costrinse ad ascoltare. — Mi sento sempre osservata — raccontò. — Sempre. Persino quando sono da sola. So di sembrare pazza, ma è vero. A volte ho la sensazione che gli incubi continuino anche dopo che mi sono svegliata. A notte fonda sento tonfi, cose che strisciano sul tetto. Quando guardo fuori dalla finestra, te lo giuro, a volte vedo un'ombra che corre nella foresta. E gli scoiattoli... li hai visti, vero? Hai visto quanti ne muoiono?


— Un paio. — Forse era il freddo autunnale nel vecchio bagno pieno di spifferi a farmi rabbrividire, o forse la paura di Raquel. — Ti senti mai davvero al sicuro? Davvero? Balbettai: — Non mi sento al sicuro, ma non penso sia niente di assurdo. — Ma, di nuovo, "assurdo" poteva significare cose diverse a seconda della persona. — È questa scuola. Questo posto. I gargoyle, la pietra, il freddo... e l'atteggiamento di certa gente... mi fanno sentire fuori luogo. Sola. E impaurita. — Evernight ti succhia la vita — Raquel fece una debole risata. — Ma sentimi. Succhia-vita. Di nuovo i vampiri. — Hai bisogno di riposo — esclamai con un tono deciso che mi fece somigliare un pò troppo a mia madre. — Un po' di riposo e letture diverse. — Il riposo è una buona idea. Secondo te in infermeria avranno qualche sonnifero da darmi? — Non sono certa che ci sia un'infermeria, qui. — Quando Raquel arricciò il naso, costernata, proposi: — Magari puoi comprare qualcosa in farmacia quando andremo a Riverton. — Magari. Comunque è una buona idea. — Fece una pausa e mi rivolse un sorriso sbiadito. — Grazie per avermi ascoltata. So che sembro sconvolta.


Scossi la testa. — Niente affatto. Te l'ho detto, è Evernight che dà alla testa. — La farmacia — ripetè Raquel a bassa voce mentre raccoglieva le sue cose prima di tornare nella sua stanza. — Prenderò del sonnifero. Così ci dormirò sopra. — Sopra cosa? — I rumori sul tetto. — La sua espressione si fece solenne, come avesse più anni di quanti ne dimostrava. — Perché di notte c'è qualcuno là sopra. Lo sento. Quella parte non è un incubo, Bianca. È reale. Per parecchio tempo dopo che Raquel era tornata a letto, restai sola nel bagno, in preda ai brividi.


A

rigor di logica, la ragazza che sta per andare al

primo appuntamento della sua vita dovrebbe avere la priorità sullo specchio. Ma quando giunse la vigilia del viaggio a Riverton, Patrice era così impegnata ad ammirarsi che avrei anche potuto vestirmi al buio. Non smetteva di studiare il proprio viso e il proprio corpo, incapace di trovare ciò che cercava, chissà se imperfezioni o bellezza. — Sei carina — le dissi. — Mangia qualcosa, no? Sei praticamente invisibile. — Manca meno di un mese al Ballo d'Autunno. Voglio essere al top. — Che senso ha andare al Ballo d'Autunno se non puoi godertelo? — Me lo godrò ancora di più, così — Patrice mi sorrise. Riusciva a essere condiscendente e allo stesso tempo sincera. — Un giorno capirai. Non mi piaceva quando mi parlava così, ma stava dalla mia parte. Per l'appuntamento, mi aveva prestato un maglione leggero, color avorio, con l'aria di chi concedeva il favore più grande della storia. Forse aveva ragione.


Con addosso quel maglione, la mia linea... be', si vedeva che avevo un corpo, cosa che i kilt e i blazer fuori moda di Evernight non mostravano mai. — Voi non venite? — domandai mentre cercavo di raccogliere i capelli in una coda alta. Non c'era bisogno di spiegare chi fossero "voi". — Erich dà un'altra festa sul lago. — Patrice alzò le spalle. Indossava ancora la camicia da notte di seta rosa e copriva i capelli con una sciarpetta di pizzo. Probabilmente la festa non sarebbe iniziata prima di mezzanotte, visto che ancora non aveva cominciato a prepararsi. — La maggior parte dei professori sarà in città a tenervi d'occhio. Il che rende la prossima una notte unica. — Mi rifiuto di credere che l'Accademia di Evernight tolleri notti del genere. — Non siamo mica in gabbia, Bianca. E comunque, quella pettinatura non ti sta bene. Feci un sospiro. — Lo so. Lo vedo da me. — Stai ferma — Patrice si avvicinò alle mie spalle, sciolse le trecce irregolari che mi erano costate tanto tempo e fatica, e armeggiò con le dita fra le ciocche. Poi raccolse i capelli in una crocchia morbida alla base della nuca. Qualche ciuffo ribelle mi contornava il viso: disordinata ma bella, proprio lo stile che avevo sempre desiderato.


Mentre ammiravo la trasformazione allo specchio, pensai che somigliava a una sorta di incantesimo. — Come hai fatto? — Col tempo si impara. — Sorrise, orgogliosa più del suo operato che di me. — Il colore dei tuoi capelli è meraviglioso, sai. Quando li accosterai all'avorio del maglione risalteranno ancora di più. Vedi? Da quando il rosso era diventato un "colore meraviglioso" per i capelli? Sorrisi alla mia immagine riflessa e pensai che se davvero io e Lucas stavamo per uscire assieme, ogni miracolo era possibile. — Bellissima — commentò Patrice e stavolta, non so perché, capii che non scherzava. Restava un complimento impersonale, visto che a importarle davvero era l'idea di bellezza, non io. Ma non avrebbe mai detto che ero bella se non lo avesse pensato. Timida e felice, osservai per qualche altro istante la mia immagine allo specchio. Se Patrice vedeva qualcosa di bello in me, forse anche Lucas l'avrebbe colto. — Stai benissimo! — esclamò Lucas. Io annuii, cercando di non perdere di vista i suoi occhi mentre, come lui, spingevo tra la calca di studenti che tentavano di imbottigliarsi nell'autobus che ci avrebbe por tato in città.


All'Accademia di Evernight non c'era posto per un normale scuolabus giallo: questo era un minibus di lusso, come quelli degli alberghi più eleganti, proba bilmente noleggiato per l'occasione. Io ero riuscita a infilarmi subito dentro ma Lucas stava ancora lottando per avvicinarsi al portellone. Se non altro, dal finestrino riuscivo a vederlo sorridere. — Lus-suo-so — rise Vic, mentre si lasciava cadere sul sedile accanto al mio. Indossava un cappello di feltro che sembrava uscito dagli anni Quaranta e gli stava piuttosto bene. Ma non era lui che volevo come compagno di viaggio. Dovevo sembrare davvero affranta, perché mi diede di gomito e disse: — Non preoccuparti. Sto soltanto scaldando il posto a Lucas. — Grazie. Non fosse stato per Vie, non sarei affatto riuscita a seder mi vicino a Lucas. La gente faceva a gara per salire sull'autobus e sembrava che almeno due dozzine di studenti - in pratica, quasi tutti coloro che non corrispondevano al tipo Evernight - avessero deciso di visitare Riverton. Considerato quanto fosse noiosa la cittadina, probabilmente non vedevano l'ora di allontanarsi da scuola, poco importava quale fosse la meta. Sapevo come si sentivano.


Da bravo gentiluomo, Vic cedette il posto quando finalmente Lucas riuscì a raggiungermi, ma non fu quello l'inizio del nostro appuntamento. Eravamo circondati da altri studenti, tutti presi a ridere, parlare e strillare, lieti di trovarsi finalmente fuori dal claustrofobico edificio della scuola. Raquel era a poche file di distanza e parlava animatamente con la sua coinquilina: forse, almeno per il mome nto, avevo messo a tacere le sue paure. Qualcuno gettava verso di me sguardi curiosi, non esattamente amichevoli. Forse sospettavano ancora che facessi parte del gruppo degli snob, idea tanto sbagliata da sembrarmi divertente. Vic si alzò sulle ginocchia per parlarci dal sedile davanti al nostro, deciso a raccontarci dell'amplificatore che voleva comprare in un negozio di musica che rimaneva aperto fino a tardi. — E che ci fai con un amplificatore? — strillai nel chiasso mentre sobbalzando viaggiavamo verso la città. — Non ti lasceranno mai suonare la chitarra elettrica in camera. Vic fece spallucce, il ghigno non se ne andava dalle sue labbra. — Mi basta soltanto guardarlo, cara! Sapere che ho un aggeggio così eccellente. Roba da svegliarsi tutti i gior ni col sorriso. — Non smetti mai di sorridere. Ridi anche nel sonno.


— Malgrado il tono canzonatorio di Lucas, capii che Vic gli piaceva. — E' l'unico modo di sopravvivere, sai? Vic era l'esatto contrario del tipo Evernight e decisi che piaceva anche a me. — Che farai mentre noi andiamo al cinema? — Andrò in esplorazione. A zonzo. Per sentirmi la ter ra sotto i piedi — Vie mi rivolse uno sguardo malizioso — E magari conoscerò qualche bellezza, in città. — Meglio che aspetti a comprare l'amplificatore, allora — commentò Lucas. — Sarà un bel fastidio averlo fra i piedi, se devi portartelo in giro tutto il tempo. — Vie annuì serio, e io mi coprii il sorriso con una mano. Così io e Lucas restammo davvero soli soltanto quando ci ritrovammo a passeggiare per la strada principale di Riverton, a un isolato dal cinema. Entrambi esultammo quando vedemmo il manifesto del film in programma. — Il sospetto — esclamò lui. — Regia di Alfred Hitchcock. Che genio. — Con Cary Grant. — All'occhiata di Lucas risposi: — Ognuno ha le sue priorità.


Molti altri studenti affollavano la hall. Probabilmente, più che un improvviso ritorno di fiamma del pubblico per Cary Grant, il motivo era che Riverton non offriva grandi divertimenti. Noi, però, non stavamo davvero nella pel le all'idea di vederlo, almeno finché non scoprimmo chi erano gli insegnanti a cui era stato affidato il compito di sorvegliar e il cinema. — Credimi — si scusò mamma — siamo sbalorditi quanto te. — Eravamo sicuri che saresti andata a mangiare qual cosa. — Papà le cingeva le spalle con un braccio, come se fossero loro, non noi, quelli al primo appuntamento. Era vamo fermi davanti al manifesto nella hall e Joan Fontaine ci osservava, allarmata, come se affrontasse il mio dilemma anziché il proprio. — Perciò abbiamo deciso di sistemarci qui. A badare alla cena c'è qualcun altro. In segno di incoraggiamento, mamma aggiunse: — Non è troppo tardi per i pancake. Non ci offendiamo. — Non preoccuparti. — Invece sì che era preoccupante passare il mio primo appuntamento in compagnia di mamma e papà, ma cosa dovevo rispondere? — A quanto pare Lucas adora i vecchi film, perciò... va bene così, d'accordo?


— D'accordo — rispose lui. A vederlo, non sembrava che gli andasse bene così. Sembrava decisamente più a disagio di me. — A meno che tu non preferisca i pancake. — No. Cioè, mi piacciono anche i pancake, ma i vecchi film di più. — Alzò il mento e fu quasi come se sfidasse i miei genitori a intimidirlo. — Restiamo. I miei, anziché intimidirlo, sorrisero. Li avevo avvisati già dalla domenica precedente che sa rei andata a Riverton con Lucas. Non mi ero lasciata scappare altro, per paura che il panico li paralizzasse, tuttavia capirono al volo. Con mia grande sorpresa e sollievo, non subii un interrogatorio: anzi, si scambiarono uno sguardo per valutare le proprie reazioni. Probabilmente era strano scoprire che la loro "figlia miracolosa" era grande abbastanza per uscire con qualcuno. Papà disse che Lucas aveva l'aria di un bravo ragazzo, poi mi chiese se mi andava un altro po' di pasta al formaggio. Per farla breve, nessuna delle reazioni folli e iperprotettive che Lucas si aspettava si abbatté su di me. Mam ma aggiunse soltanto: — A titolo informativo, noi siamo diretti in balconata, perché quasi tutti i ragazzi andran no lassù. Papà annuì.


— Le balconate sono tentazioni irresistibili che esercitano una forte attrazione gravitazionale sulle bibite nelle mani degli adolescenti. L'ho visto con i miei occhi. Imperturbabile, Lucas replicò: — Mi sembra di averlo studiato in qualche lezione di scienze, alle medie. I miei scoppiarono a ridere. Io mi godevo la calda ondata di sollievo. Apprezzavano Lucas, forse prima o poi l'avrebbero invitato a cena da noi, la domenica. Lo vedevo già sempre al mio fianco, in tutti i luoghi della mia vita nei quali c'era posto per lui. Lucas non sembrava altrettanto sollevato mentre mi guidava per la hall del cinema con sguardo circospetto, ma immaginavo fosse la tipica reazione ai genitori. Scegliemmo due posti sotto la balconata, dove era impossibile che mamma e papà ci vedessero. Lucas e io eravamo vicini, quasi incollati, spalla contro spalla e gi nocchio contro ginocchio. — Mai successo prima — commentò. — Di frequentare un cinema retro? — Diedi un'occhiata di approvazione ai ricami dorati che decoravano le pareti e la balconata, e al sipario di velluto scuro. — Davvero bellissimo.


— Non è ciò che intendevo. — Malgrado l'aggressività, a volte Lucas sembrava quasi timido: ma succedeva solo quando parlava con me. — Non mi è mai capitato di... ecco, uscire con una ragazza, prima d'ora. — Anche per te è il primo appuntamento? — Appuntamento... si dice ancora così? — Mi sarei sentita in imbarazzo, se non mi avesse dato subito di gomito per scherzo. — Voglio dire, non mi è mai capitato. Passare del tempo insieme senza pressioni e senza la consapevo lezza di dover traslocare nel giro di una o due settimane. — Detto così sembra che tu non ti sia mai sentito a casa, da nessuna parte. — Non fino a ora. Gli lanciai uno sguardo scettico. — A Evernight ti senti a casa! Ma per piacere. Il sorriso di Lucas si allargò piano. — Non pensavo a Evernight. In quel momento si abbassarono le luci, per fortuna, altrimenti avrei detto qualcosa di stupido, anziché godermi appieno il momento. Il sospetto era uno dei film di Cary Grant che non avevo ancora visto. C'è una donna, Joan Fontaine, che spo sa Cary malgrado lui sia una specie di tipo spericolato e spendaccione.


Lei lo fa perché, santo cielo, è Cary Grant! Il che lo rende degno di perderci qualche dollaro. Lucas non era convinto dal mio ragionamento. — Non pensi sia strano che lui faccia esperimenti col veleno? — sussurrò. — Chi sperimenta con i veleni per hobby? Devi ammettere che è un passatempo assurdo. — Un uomo così bello non può essere un assassino — insistetti. — Nessuno ti ha mai fatto notare che forse ti fidi del le persone un po' troppo in fretta? — Taci — gli diedi una gomitata nel fianco, rovesciando qualche pop-corn dal sacchetto. Il film mi era piaciuto, ma ancora di più stare vicino a Lucas. Era straordinario come riuscissimo a comunica re senza dire nulla, con uno sguardo divertito, di sbieco, o la maniera spontanea con cui le nostre mani si sfioravano e lui intrecciava le dita con le mie. Con il pollice aveva tracciato piccoli cerchi sul mio palmo, ed era bastato a farmi galoppare il cuore. Chissà com'era farsi abbracciare da lui. Fui io ad averla vinta, comunque. Alla fine Cary sperimentava i veleni nel tentativo di suicidarsi e salvare la povera Joan Fontaine da una marea di debiti. Lei insiste va nel dire che ce l'avrebbero fatta e che sarebbero fuggiti via insieme. Lucas scosse la testa mentre l'ultima in quadratura svaniva.


— Quel finale è posticcio, sai. Nelle intenzioni di Hitchcock, lui era colpevole. È stata la produzione a costringerlo a far redimere Cary Grant per accontentare il pubblico. — Il finale non è posticcio se è il finale — insistetti io. Le luci si accesero durante il breve intervallo prima dell'ultimo spettacolo. —Andiamo da qualche parte? Manca parecchio prima di riprendere l'autobus. Lucas guardò verso l'alto e capii che non lo avrebbe infastidito allontanarsi dai genitori supervisori. — Volentieri. Procedemmo lungo il piccolo viale principale di Riverton, dove ogni negozio o ristorante aperto sembrava invaso dai profughi dell'Accademia di Evernight. Io e Lucas ci passavamo davanti in silenzio, in cerca della de stinazione più ambita: un posto in cui stare soli. L'idea che Lucas desiderasse un po' di privacy mi faceva sentire sia elettrizzata che intimorita. La notte era fresca e le foglie d'aut unno crepitavano sotto i nostri passi, mentre passeggiavamo chiacchierando e lanciandoci sguardi. Finalmente, oltrepassata la stazione degli autobus che segnava il termine della via principale, dietro l'angolo trovammo una vecchia pizzeria che aveva l'aria di non essere stata più ristrutturata dal 1961. Anziché ordinare una pizza intera, ci accontentammo di qualche trancio al formaggio e due bibite e sgattaiolammo dietro un separé.


Eravamo seduti uno di fronte all'altra, a un tavolino con la tovaglia a sca cchi bianchi e rossi e una bottiglia di Chianti sepolta sotto la cera delle candele. Nell'angolo, un jukebox suonava un pezzo di Elton John uscito prima che noi nascessimo. — Mi piacciono i posti come questo — commentò Lucas. — Li trovo autentici. Di sicuro non sono progettati dall'ufficio marketing di chissà quale multinazionale. — Sono d'accordo. — Pur di essere d'accordo con lui, sarei arrivata a dire che mi piaceva mangiare melanzane sulla luna. Per il momento, però, stavo dicendo la verità. — Qui ti puoi rilassare, essere quello che sei. — Essere quello che sono. — Il sorriso di Lucas sembrava lontano, come ridesse di una battuta che non conoscevo. — Dovrebbe essere più facile di quanto lo sia davvero. Sapevo cosa intendeva. Eravamo soli nella pizzeria: all'unico altro tavolo occu pato sedevano quattro tizi che sembravano reduci da un cantiere. Indossavano magliette sporche di vernice e un paio di caraffe vuote davanti a loro segnalavano tutta la birra c he avevano appena bevuto. Ridevano sguaiati delle proprie battute, ma li ignorai. Era una buona scusa per sporgermi sul tavolo e stare un po' più vicina a Lucas.


— Perciò, Cary Grant — continuò lui, mentre spargeva del pepe sul suo trancio — a quanto pare è l'uomo dei tuoi sogni, eh? — Più o meno è il re degli uomini dei sogni, non trovi? Sono pazza di lui da quando vidi Incantesimo, a cinque o sei anni. C'era da aspettarsi che Lucas il fanatico di cinema fos se d'accordo, invece no: — La maggior parte delle ragazze, di solito, è pazza di stelle del cinema che, ecco, girano film adesso. O di qualcuno della TV. Addentai la pizza e per qualche secondo mi ritrovai impelagata in una difficile lotta contro il formaggio filante. Dopo essere riuscita a ingoiare il boccone, mormorai: — Mi piacciono un sacco di attori, ma chi non amerebbe Cary Grant più di tutti? — Malgrado sia totalmente d'accordo nel considerar lo un fatto tragico, prendiamone atto: un sacco di gente della nostra età non ha mai sentito nemmeno parlare di Cary Grant. — Criminali. — Cercai di immaginare l'espressione della Bethany se le avessi suggerito un corso facoltativo di storia del cinema. — I miei genitori hanno sempre cercato di farmi conoscere i libri e i film che piacevano a loro, di prima che io nascessi. — Cary è stato un mito degli anni Quaranta, Bianca. Girava film settantanni fa.


— E da allora i suoi film vengono trasmessi in TV. È facile imbattersi nelle vecchie pellicole, basta provarci. Lucas restò in silenzio e io mi sentii punzecchiare dal la paura, dal bisogno urgente e immediato di cambiare argomento e parlare d'altro, di qualsiasi altra cosa. Arrivai con un secondo di ritardo, perché Lucas aggiunse: — Hai detto che i tuoi genitori ti hanno portata a Evernight per conoscere altre persone e avere una visione più ampia del mondo. Ma a me sembra che abbiano speso un sacco di tempo a controllare che il tuo mondo fosse il più piccolo possibile. — Scusa? — Come non detto — fece un sospiro mentre buttava nel piatto la crosta della pizza. — Non avrei dovuto parlarne. Siamo qui per divertirci. Probabilmente avrei dovuto lasciar perdere. Il mio ul timo desiderio, al primo appuntamento con Lucas, era di litigare. Ma non riuscii a trattenermi. — No, voglio capire. Che ne sai tu dei miei genitori? — So che ti hanno trascinata a Evernight, che in due parole è l'unico posto al mondo in cui il Ventunesimo secolo non è ancora arrivato. Niente cellulari, niente wireless, Internet soltanto nel laboratorio di informatica in cui ci sono, mi pare, quattro computer; niente televisori, quasi nessun contatto con il mondo esterno...


— È un collegio! È normale che sia isolato dal resto del mondo! — Vogliono che tu rimanga isolata dal resto del mondo. Perciò ti hanno insegnato ad apprezzare ciò che piace a lo ro, non ciò che dovrebbe piacere alle ragazze della tua età. — Decido io cosa mi piace e cosa no. — Sentii le guance ardere e accendersi di rabbia. Di solito, quando mi infuriavo così tanto, finivo per scoppiare in lacrime, ma ero decisa a non farlo. — E poi, il fan di Hitchcock sei tu. Anche a te piacciono i vecchi film. Questo significa che sono i tuoi genitori a organizzarti la vita? Si chinò sul tavolo e i suoi occhi magnetici verde scu ro mi catturarono. Per tutta la serata avevo desiderato che mi guardasse così, ma non erano quelle le circostanze ideali. — Hai già cercato una volta di fuggire dalla tua famiglia. E a sentire te, è stato uno stupido colpo di testa, tanto per fare. — Proprio così. — Secondo me non avevi torto. Secondo me la tua inquietudine riguardo Evernight era sensata. E secondo me dovresti ascoltare la voce che senti dentro e smettere di badare così tanto ai tuoi genitori.


Non poteva aver detto una cosa del genere. Se i miei lo avessero sentito parlare così... No, non riuscivo nem meno a pensarci. — Il fatto che Evernight sia un postaccio, non implica che i miei siano cattivi genitori, e tu hai un bel coraggio a cri ticarli senza nemmeno conoscerli. Non sai niente del la mia famiglia e non capisco perché t'importi. — Perché... — si interruppe, quasi meravigliato dalle proprie parole. Lentamente, quasi incredulo, disse: — Mi importa perché mi importa di te. Oh, perché doveva dirlo proprio adesso? Così? Scossi la testa. — Non ha senso. — Ehi! — Uno degli operai aveva appena fatto partire un pezzo metal-kitsch anni Ottanta sul jukebox. Ora ciondolava verso di noi, in equilibrio precario. — Stai dando fastidio alla ragazzina? — Tutto a posto — intervenni, svelta. Non era il frangente migliore per scoprire che la cavalleria non era morta. — Sul serio, è tutto okay. Lucas reagì come se non mi avesse sentita. Lanciò un'occhiataccia al tipo e sbottò: — Non sono affari tuoi. Fu come buttare un fiammifero dentro una pozza di benzina.


L'operaio barcollò ancora più vicino e i suoi ami ci si alzarono. — Sono affari miei sì, bello, se tratti la tua ragazza così in un luogo pubblico. — Non mi stava dando fastidio! — Malgrado fossi ancora arrabbiata con Lucas, sentivo che la situazione rischia va di sfuggirci di mano. — È grandioso che voi ragazzi, ehm, prendiate le difese delle donne, dico sul serio, ma non c'è nessun problema. — Tu non impicciarti — mi zittì Lucas, a bassa voce, in un tono che non avevo mai sentito, con intensità quasi innaturale. Sentii un brivido lungo la schiena. — Lasciatela in pace. — Pensi che sia di tua proprietà o cosa? Così la puoi trattare come ti pare? Somigli al maiale che ha sposato mia sorella, sai? — L'operaio sembrava arrabbiatissimo. — Se pensi che non ti concerò come ho conciato lui, stai sognando, ragazzino. Disperata, mi guardai intorno in cerca di un cameriere o del proprietario. Dei miei genitori. Di Raquel. In prati ca speravo che qualcuno, chiunque, potesse mettere fine a quella scenata prima che gli operai ubriachi riducessero Lucas in poltiglia: erano enormi, erano in quattro e ormai era chiaro che morivano dalla voglia di azzuffarsi. Non avrei immaginato che fosse Lucas il primo a colpire.


Era così veloce da sembrare invisibile. Un movimento impercettibile e l'operaio si ritrovò disteso a faccia in gi ù fra i suoi amici. Il braccio di Lucas era teso, il pugno stretto, e mi occorse un momento per capire: Oh mio Dio, ha appena colpito qualcuno. — Che diavolo...? — Un altro operaio si avventò contro Lucas, che lo evitò con uno scatto veloce: prima era là, poi non c'era più. Si era infilato in un angolo, da cui riuscì a dare all'avversario una spinta così forte da farlo quasi cadere a terra. — Ehi! — Un uomo sulla quarantina, con il grembiule sporco di sugo, si avvicinò ai tavoli. Poco importava che fosse il proprietario, il cuoco o il Padrino: non ero mai stata così felice di vedere qualcuno in vita mia. — Che succede? — Tutto a posto! — Okay, stavo mentendo, ma non importava. Sgusciai fuori dal separé e iniziai ad arretrare verso la porta. — Ce ne andiamo. È finita. Gli operai e Lucas continuarono a lanciarsi occhiate, come se non desiderassero altro che tornare a darsele, ma grazie al cielo Lucas mi seguì. Mentre la porta si chiudeva dietro di noi, sentii il proprietario borbottare qualcosa sui "ragazzi di quella maledetta scuola". Usciti in strada, Lucas si rivolse a me: — Tutto okay? — Non grazie a te! — Accelerai il passo verso la via principale. — Che ti è preso? Hai iniziato a litigare con quel tizio senza motivo!


— Ha cominciato lui! — No, lui ha cominciato a discutere. Tu hai iniziato la rissa. — Per proteggere te. — La stessa cosa che pensava lui. Sarà stato ubriaco e maleducato, ma non aveva cattive intenzioni. — Non ti rendi conto di quanto sia pericoloso il mondo, Bianca. In un altro frangente, sentire Lucas parlare così, come fosse molto più grande di me e volesse consigliarmi e proteggermi, mi avrebbe rincuorata e riempita di felicità. Ora aumentava soltanto la mia rabbia. — Hai sempre quell'aria da saggio e poi ti comporti come un idiota e ti metti ad attaccar briga con quattro uomini! Ho vi sto anche come ti muovi. Scommetto che non è la prima volta. Lucas camminava al mio fianco ma rallentò il passo, come sbalordito. Capii che a sorprenderlo era stata la mia consapevolezza. Avevo ragione. Lucas aveva già preso par te, più di una volta, a risse come quella. — Bianca... — Lascia perdere.


— Alzai una mano e camminammo in silenzio fino all'autobus della scuola, già attorniato da studenti al pascolo, quasi tutti con le borse dello shopping o una bibita in mano. Lucas si infilò sul sedile accanto al mio, forse nella speranza di parlare con me, ma io incrociai le braccia senza staccare lo sguardo dal finestrino. Vie saltò sul sedile davanti a noi ed esultò: — Ehi, ragazzi, come va? — Poi osservò per bene le nostre facce. — Ah, sembra proprio il momento più adatto per raccontarvi uno dei miei aneddoti interminabili e incasinati che non conducono da nessuna parte. — Grande idea — rispose secco Lucas. Fedele alla sua parola, Vie blaterò senza sosta di tavole da surf, gruppi rock e sogni assurdi che aveva fatto chissà quando, e non smise di parlare finché non raggiungemmo la scuola. Così mi risparmiò il compito di dover parlare con Lucas, il quale, del resto, non aprì bocca.


Dopo la gita a Riverton mi sentivo una stupida che aveva gettato via Lucas per niente. Gli operai avevano bevuto. In più, erano in quattro contro uno. Forse Lucas era stato costretto a mostrare che faceva sul serio per evitare di farsi ridurre in poltiglia. Se aveva scelto l'unica opzione possibile, che diritto avevo di giudicarlo? — Non ci credo — commentò Raquel quando le confidai tutto, il giorno dopo, mentre passeggiavamo per il cortile. Le foglie avevano finito di cambiare colore e le colline all'orizzonte non erano più verdi ma rosso vivo e dorate. — Se un ragazzo diventa violento, esci di scena. Punto. Ringrazia il cielo di aver visto il suo caratteraccio all'opera prima di essere stata tu a subirne la rabbia. La sua veemenza mi stupì. — Sembra che tu sappia di cosa stai parlando. — Cos'è, non hai mai visto un film-dossier in vita tua? — Raquel non mi guardava in faccia, giocava con il brac cialetto di cuoio intrecciato. — Lo sanno tutti. Gli uomini che picchiano sono cattivi.


— So che ha esagerato. Ma è impossibile che Lucas arrivi a picchiare me. Raquel scrollò le spalle e si strinse nella giacca della di visa, come sentisse un brivido, nonostante fuori non facesse così freddo. Per la prima volta mi venne il dubbio che il suo carattere tranquillo e l'aspetto da maschiaccio fossero una maniera di evitare attenzioni indesiderate. — Nessuno si aspetta mai che succeda qualcosa di brutto, finché non succede. E poi, lui continuava a dirti che qui sono tutti pessimi e che non devi fare amicizia con la tua compagna di stanza e in pratica con nessun altro, giusto? — Be'... sì, ma... — Niente ma. Lucas ha cercato di isolarti per aumentare la sua influenza su di te. — Raquel scosse la testa. — Faresti meglio a mollarlo. Sapevo che si sbagliava, ma tutto sommato nemmeno io avevo ancora capito che tipo fosse Lucas. Perché aveva iniziato a criticare i miei genitori? Non ci aveva mai visti insieme prima che andassimo al cinema e loro erano stati amichevoli e gentili. Aveva dato la colpa al mio tentativo incerto di scappare, il primo giorno di scuola, ma non ero così sicura di credergli.


Se aveva un problema con mamma e papà, era ovvio che scaturisse da chissà quale motivo paranoico di cui non volevo neanche sentir parlare. Le spiegazioni si rincorrevano nella mia testa. Forse, prima di me, aveva avuto una ragazza probabilmente chic e raffinata, una che aveva viaggiato per il mondo - i cui genitori erano snob e scorretti. Si erano opposti a Lucas, forse gli avevano addirittura proibito di vedersi con la figlia, e così lo avevano segnato e disilluso. Questa ricostruzione immaginaria non mi aiutò per niente. Prima di tutto, mi sentii dispiaciuta per Lucas, come se capissi davvero il perché di un comportamento così strano. E poi mi sentivo insicura, a confronto con la teorica e sofisticata ragazza precedente... È patetico sen tirsi minacciati da una persona che neanche esiste, no? Forse soltanto in quel frangente capii quanto fosse diventato importante Lucas: eravamo lontani e avevo buo ni motivi per non stare con lui. La lezione di chimica, l'unica che condividevamo, era un'ora di tortura quotidiana, ma lo sentivo quasi accanto, come si sente la presenza di un fuoco dentro una stanza fredda. Eppure non gli rivolsi la parola e lui non la rivolse a me, per rispettare il silenzio che avevo preteso e mantenuto. Non immaginavo che lui potesse soffrire più di me.


A rigor di logica mollarlo avrebbe dovuto farmi sentire meglio, ma la logica non mi importava. Lucas mi mancava, sempre, e più dicevo a me stessa di lasciarlo perdere, più desideravo stare con lui. Anche lui si sentiva così? Non potevo saperlo. L'unica certezza era che sul conto dei miei, si sbagliava. — Come stai, Bianca? — domandò mamma a bassa voce mentre sparecchiavamo il tavolo dopo la cena domenicale. Non avevo dormito bene, non avevo mangiato granché e il mio unico desiderio era di nascondermi sotto le coperte per un paio d'anni, o giù di lì. Eppure, forse per la prima volta in vita mia, non avevo voglia di confidarmi con loro. Erano gli insegnanti di Lucas, non sarebbe stato giusto spifferare le sue supposizioni. Inoltre, parlare del fatto che tra me e lui sembrava finita ancor prima di cominciare avrebbe reso molto più reale la sensazione di perdita. — Sto bene. Mamma e papà si scambiarono uno sguardo. Capiva no che stavo mentendo, ma non volevano mettermi alle strette.


— Senti questo — esclamò papà, mentre si avvicinava al giradischi. — Non tornare subito in camera tua. — Sul serio? — Di norma, le regole della cena domenicale imponevano che appena dopo mangiato tornassi in dormitorio a studiare. — La notte è serena, pensavo volessi goderti un po' di tempo al telescopio. E poi, stavo per mettere Frank Sina - tra. So quanto ti piace il vecchio Occhi Blu. — Fly Me to the Moon — richiesi, e nel giro di pochi secondi Frank iniziò a cantarcela. Mostrai ai miei la galassia di Andromeda, guidando il loro sguardo da Pegaso verso nordest finché non videro lo scintillare tenue e sfocato di un miliardo di stelle lontanissime. Passai mol to tempo a setacciare il cosmo, e ogni stella era familia re come un amico smarrito nel tempo. Il giorno dopo, diretta alla lezione di storia, notai Lucas nel corridoio nello stesso momento in cui lui si accorse di me. Il sole che filtrava dalle finestre istoriate lo dipingeva dei colori dell'autunno, e lo trovai bello come non mai. Quando i nostri sguardi si incrociarono, però, il momento perse tutta la sua intensità.


Lucas sembrava addolorato, sconvolto e confuso, proprio come me da quando avevamo litigato al ristorante, e per un istante terribile mi sentii in colpa perché sapevo di averlo ferito. Ma leggevo la colpa anche nei suoi occhi. Poi si irrigidì e guardò altrove, le spalle leggermente curve. Pochi secondi e si perse tra la folla di divise, uno dei tanti studenti di Evernight. Forse stava ripetendo a se stesso, per l'ennesima volta, che era meglio tenere gli altri a distanza. Ricordai come si era comportato nei nostri momenti insieme - molto più felice e rilassato, più libero - e odiavo pensare che forse ero stata io a costringerlo ad autoescludersi dal mondo un'altra volta. — Lucas è ridotto a uno straccio — mi informò Vie più tardi, quando lo incrociai sulle scale. Per una volta era ve stito normalmente - dalle caviglie in su, almeno, perché le Ali Star rosse non facevano affatto parte della divisa. — Certo, è già lunatico di suo, ma qui siamo oltre. Così è superlunatico. Megalunatico. Extra-lunaticissimo. — Fece una X con le braccia per sottolineare l'ultima parola. — Ti ha mandato a perorare la sua causa? — Cercai di farlo sembrare un commento ironico. Forse non ci riuscii: con quella voce rotta, chiunque si sarebbe accorto che poco prima avevo pianto. Persino uno con la testa tra le nuvole come Vic.


— Non mi ha mandato lui. Non è il tipo — Vic scrollò le spalle. — Mi chiedevo solo quale fosse l'origine della tragedia. — Non c'è nessuna tragedia. — Certo che sì, invece, e voi non volete parlarmene ma, ehi, tranquilli. Non sono affari miei. Mi sentii davvero frustrata. Mi sarei arrabbiata se Lucas avesse mandato Vie al suo posto, ma che cosa depri mente rendermi conto che era disposto a perdermi senza litigare. — Okay. Vic mi diede di gomito. — Io e te siamo ancora amici, vero? Dopo il divorzio vi tocca l'affidamento congiunto. Diritto di visita generoso per entrambi. — Quale divorzio? — Senza volerlo, risi. Soltanto Vic poteva chiamare divorzio le conseguenze di un disastroso primo appuntamento. E poi io e lui non eravamo esatta mente amici, perciò quell' "ancora" era un'esagerazione, ma sarebbe stato cattivo farglielo notare. Anche perché Vic mi piaceva. — Siamo ancora amici. — Fantastico. I tipi strambi devono stare uniti, da que ste parti. — Dici che sono un tipo strambo? — Il più grande onore che possa concederti.


— Allargò le braccia mentre camminavamo per i corridoi, e indicò tutto con un gesto solo: i soffitti alti, i pannelli di legno decorati che abbellivano ogni porta e aula, la luce morbida che filtrava dalle vecchie finestre e disegnava ombre lunghe, irregolari sul pavimento. — Questo posto è la capitale degli strambi. Perciò quel che è strambo qui, è normale altrove. Così almeno la vedo io. Sospirai. — Non hai tutti i torti, sai? Aveva ragione riguardo alla necessità di avere più amici possibile in un posto come lAccademia di Evernight. Non che prima mi fosse piaciuto starci, ma il poco tempo trascorso con Lucas mi aveva fatto capire come ci si potes se sentire bene, lontani da una solitudine così disperata. Senza di lui, il mio isolamento spiccava di più. Mi rendevo conto che le cose sarebbero potute andare molto meglio, e ciò non faceva che rendere ancora più insopportabile il clima poco amichevole e intimidatorio di quel luogo.

Il cambio di stagione non fu d'aiuto. L'architettura gotica della scuola era stata ammorbidita almeno un po' dalla vegetazione rigogliosa e dal verde dei prati in pendenza. Le finestre piccole e la sfumatura sinistra della luce non erano riuscite a filtrare del tutto lo splendore del sole di fine estate.


Ora, invece, il tramonto arrivava prima ed Evernight sembrava più isolata che mai. Con il calare della temperatura, un freddo insistente strisciò nelle classi e nei dormitori, a volte sembrava addirittura che gli arzigogoli di brina sulle finestre fossero incisioni permanenti nel vetro. Persino le bellissime foglie d'autunno stormivano nel vento, ed era un rumore solitario, da mettere i brividi. Avevano già iniziato a cadere e a spo gliare i primi alberi, che come artigli nudi graffiavano il cielo ingrigito di nuvole. Mi chiesi se i fondatori della scuola avessero ideato il Ballo d'Autunno per sollevare il morale agli studenti in un periodo dell'anno così malinconico. — Non credo — replicò Balthazar. Occupavamo lo stesso tavolo in biblioteca: mi aveva invitata a studiare con lui un paio di giorni dopo la disgraziata gita a Riverton. Alla mia vecchia scuola non avevo mai studiato con nessuno, perché "studiare" di solito si trasformava in "chiacchierare e perdere tempo" e i compiti diventavano interminabili. Preferivo occuparmi da sola delle mie faccende. Ma Balthazar la pensava come me e nelle ultime due settimane avevamo trascorso parecchio tempo insieme, lavorando fianco a fianco senza scambiarci nemmeno una parola per ore intere. La conversazione cominciava soltanto quanto mettevamo via i libri.


— Il mio sospetto è che i fondatori della scuola amassero l'autunno. Trovo che sveli la vera essenza di Evernight. — Per questo avevano bisogno di tirarsi un po' su di morale. Lui sorrise e prese in spalla lo zainetto di pelle. — Questa non è la scuola più terribile sulla faccia della terra, Bianca — Balthazar mi stuzzicava, ma gli leggevo in faccia che era davvero preoccupato. — Mi piacerebbe che ti divertissi di più, qui. — Siamo in due — risposi e lanciai uno sguardo verso l'angolo in cui, pochi minuti prima, avevo intravisto Lucas. Era ancora lì, la luce delle lampade faceva splendere i suoi capelli bronzei, ma lui non ci degnava di un'occhiata. — Potrebbe piacerti, se le concedessi almeno una possibilità. — Balthazar mi tenne la porta della biblioteca aperta mentre uscivamo. — Dovresti esplorare un po' di più. Impegnarti a conoscere più gente. Gli lanciai un'occhiataccia. — Come Courtney? — Mi correggo: impegnarti a conoscere la gente giusta. — Quando Balthazar diceva "la gente giusta" non intendeva i più ricchi o i più popolari ma quelli che valeva la pe na di conoscere.


Fino a quel momento, l'unico che sembrava vagamente degno di essere conosciuto era lui stesso, perciò pensai che tutto sommato non me la stavo cavando male. — Secondo me Evernight non è un posto adatto a tutti — confessai. — Di certo non è il posto per me. So che mi è utile, ma non vedo l'ora di diplomarmi. — Anch'io, ma non per lo stesso motivo — Balthazar camminava lento al mio fianco, misurando i passi con cura per non distanziarmi. Mi stupiva sempre quanto fosse imponente, alto, con le spalle larghe e la corporatura massiccia, e avvertivo uno strano formicolio nella pancia. — A Evernight ho sempre la sensazione di poter capire il mondo intero. Di poterlo padroneggiare. Ogni nuova materia che studio, ogni innovazione che scopro... è come se fossi impaziente di uscire e sperimentarla per conto mio. Il suo entusiasmo non bastava a farmi amare la scuo la ma riuscì a farmi sorridere per la prima volta da secoli. — Be', se non altro uno di noi è felice. — Spero che presto potremo esserlo entrambi — replicò lui a voce bassa. I suoi occhi scuri mi studiavano, concentrati, e il formicolio caldo mi riavvolse. Avevamo raggiunto la volta che segnava l'imbocco dei dormitori femminili e lui si fermò proprio sul confine.


Sembrava un gentiluomo dell'Ottocento, tutto cerimo nioso, e mi venne da sorridere quando lo immaginai fare un grande inchino. Mi parve che Balthazar fosse sul punto di dire qualcosa, ma in quel momento spuntò Patrice, che sembrava spazientita. — Oh, Bianca, eccoti — con un gesto spontaneo, come fossimo amiche, mi prese per un braccio. — Devi spiegarmi il compito di tecnologia moderna. Non ci capisco niente. — Ehm... Okay. — Mentre venivo trascinata per il corridoio, lanciai uno sguardo a Balthazar e lo salutai con la mano. Sembrava più divertito che deluso. Mormorai a Patrice: — Stavamo parlando. — Lo so benissimo — sussurrò lei. — Così gli resterà il desiderio di parlare di nuovo con te. E ciò significa che tornerà più in fretta. — Davvero? — So per esperienza che funziona piuttosto bene. E comunque, ho bisogno di una mano sul serio. Non era la prima occasione in cui mi ritrovavo ad as sistere Patrice in quella materia, né la prima volta in cui mi chiedevo perché mai avessi deciso di aiutarla. — Non c'è problema — sospirai.


Patrice ridacchiò e per un istante sembrò quasi infantile. — Balthazar è l'uomo più attraente qui, se vuoi sa perlo. Non esattamente il mio tipo, ma che dire di quelle spalle? E quegli occhi neri? Te lo sei scelto bene, questo è sicuro. — Siamo solo amici — protestai mentre tornavamo in stanza. — Solo amici. Mmm — gli occhi di Patrice scintillavano divertiti. — Chissà se Courtney è d'accordo. Alzai le mani cercando di tagliar corto prima che la conversazione diventasse ancora più fastidiosa. — Non dire niente a Courtney, okay? Sarebbe una seccatura inutile. Alzò un sopracciglio. — Non dirle cosa? Pensavo di aver capito che non ci fosse niente da dire. — Se vuoi che ti aiuti con i compiti, devi cambiare argomento. Subito. Leggermente offesa, Patrice scrollò le spalle. — Come ti pare. Fossi in te, sarei entusiasta di aver attirato l'at tenzione di un ragazzo come Balthazar. Ma lasciamo perdere e passiamo pure ai compiti. A dirla tutta, ero orgogliosa di piacere a Balthazar. Non ero certa che volesse essermi soltanto amico e di tanto in tanto mi sentivo indubbiamente stuzzicata.


Dopo il disastro con Lucas, era una bella sensazione: come se fossi davvero bella e affascinante, anziché timida, goffa e sempre in disparte. Balthazar era gentile e sveglio, con un sottile senso dell'umorismo. Era simpatico a tutti, forse perché a sua volta trovava quasi tutti simpatici. Persino Raquel, che in pratica odiava chiunque, lo salutava nel corridoio, e lui ricambiava sempre. Non era snob né freddo. E la sua bellezza era davvero devastante. In poche parole, era tutto ciò che una ragazza potesse desiderare. Ma non era Lucas. Alla mia vecchia scuola i professori si preoccupavano sempre degli addobbi di Halloween. Alle finestre spuntavano zucche di plastica arancione pronte per essere riempite di caramelle e cioccolatini, e le streghe di cartoncino volavano su tutte le pareti. L'anno prima, la preside aveva appeso lampadine ornamentali alla porta del suo ufficio, che sfoggiava anche una scritta a lettere verdi e sinuose: Bu! L'avevo sempre trovata un'abitudine dozzinale e fasulla, e mai avrei pensato di poterne sentire la nostalgia. Nessuno appendeva addobbi, a Evernight. — Forse pensano che i gargoyle bastino a far paura — suggerì Raquel mentre pranzavamo in camera sua.


Ricordai quello che spuntava dalla finestra della mia stanza e cercai di immaginarlo decorato di lucine. — Sì, capisco cosa intendi. Se la scuola è di per sé un antro infernale, umido e spaventoso, direi che le decorazioni di Halloween sono superflue. — Peccato che non si possa allestire una casa stregata. Per i ragazzini di Riverton, hai presente? Potremmo tra vestirci, renderla davvero spaventosa. Giocare ai diavoli e ai demoni per un fine settimana. A parte che qualcuno di quegli imbecilli non dovrebbe neanche sforzarsi di fingere. Potremmo raccogliere qualche soldo per la scuola. — Non credo che l'Accademia di Evernight abbia bi sogno di altri soldi. — Giusto — ammise. — Ma potremmo raccoglierne per beneficenza, magari. Per un telefono amico, un'assoc iazione umanitaria o cose del genere. Non so quanta gente, qui, sia davvero interessata alla beneficenza, ma imma gino che si lascerebbero coinvolgere per questioni di cur riculum. Nessuna di queste stronze altolocate parla mai del college, probabilmente perché frequentare Harvard o Yale è tradizione di famiglia, ma dovranno pur presentare un curriculum per iscriversi. Quindi, magari l'idea piacerà anche a loro, no?


Le immagini balenarono nella mia mente: ragnatele sulle rampe delle scale, risate da maniaco degli studenti che risuonavano in tutta l'aula magna e ragazzini innocenti con gli occhi spalancati dal terrore mentre Courtney o Vidette agitavano unghie lunghe e nere sulle loro teste. — È troppo tardi, però. Mancano solo due settimane a Halloween. Magari l'anno prossimo. — Se l'anno prossimo torno qui, sparami, per favore — mugugnò Raquel, e si lasciò cadere sul letto. — Secondo i miei genitori dovrei tener duro perché ho una borsa di studio e se la perdo torno alla scuola pubblica, con i metal detector all'entrata e niente corsi di approfondimento. Ma io odio questo posto. Lo odio. Il mio stomaco brontolò. L'insalata di tonno e i cracker che avevo diviso con Raquel non mi avevano affatto saziata: avevo bisogno di tornare in camera mia a mangiare qualcos'altro. Non volevo che lei lo sapesse, però. — Vedrai che andrà meglio. — Lo credi davvero? — No. — Ci scambiammo uno sguardo impassibile, poi scoppiammo a rìdere. Mentre le risate si placavano, mi accorsi che qualcuno urlava, in fondo al corridoio.


La stanza di Raquel non era lontana dalla volta che segnava il confine fra i dormito ri femminili e la zona delle aule. Mi sembrava che il rumore venisse proprio da là. — Ehi, hai sentito? — Sì. — Raquel si alzò sui gomiti, tutta orecchi. — Secondo me è una rissa. — Una rissa? — Fidati di chi ha frequentato la scuola statale più malfamata di Boston. So riconoscere una rissa, quando la sento. — Andiamo. — Afferrai la borsa dei libri e andai verso la porta, ma Raquel mi trattenne per la manica del ma glione. — Che fai? Non è il caso di immischiarsi. — Aveva gli occhi sbarrati. — Non cacciamoci nei guai. Aveva ragione, ma non le prestai ascolto. Se c'era una rissa, dovevo assicurarmi - senza ombra di dubbio - che Lucas non fosse coinvolto. — Tu resta, se vuoi. Io vado. Raquel mi lasciò uscire. Corsi verso quelle che sembravano grida d'incitamen to. Era la voce di Courtney, scatenata ed esultante, che urlava: — Finiscilo! — Ragazzi, su, ragazzi! — Le parole di Vic riecheggiavano nel corridoio. — Piantatela!


Con un tuffo al cuore, girai l'angolo appena in tempo per vedere Erich che dava un pugno in faccia a Lucas. Lucas cadde all'indietro di sedere, di fronte a tutta la scuola. I tipi da Evernight scoppiarono a ridere, Courtney addirittura applaudì. Le labbra di Lucas macchiate di sangue spiccavano in contrasto con la carnagione pallida. Quando capì di aver incrociato il mio sguardo, serrò gli occhi. Forse l'imbarazzo faceva più male del pugno. — Non insultarmi più — ordinò Erich. Alzò le mani e se le osservò, come fosse soddisfatto dell'opera. Le noc che erano sporche del sangue di Lucas. — Oppure, alla prossima, ti faccio tacere una volta per tutte. Lucas si sedette per terra, lo sguardo concentrato su Erich. Uno strano silenzio calò sul pubblico, come se tutto si fosse fatto molto più serio, come se il litigio non fosse finito ma, anzi, appena iniziato. Non era paura che percepivo; impazienza, piuttosto. Aspettativa. Desiderio di vendetta. — La prossima volta sarà molto, molto diverso. — Sì, immagino — ghignò Erich. — La prossima volta ti farò davvero male. — Si allontanò a grandi passi, eroe vittorioso agli occhi di Courtney e degli altri che lo seguivano. Il resto degli studenti cercò di filarsela prima che arrivassero i professori. Soltanto io e Vic restammo.


Vic si inginocchiò accanto a Lucas. — Stai da schifo, amico. — Grazie per la delicatezza — Lucas respirò a fondo, poi gli sfuggì un gemito. Vie lo aiutò a rialzarsi e gli offrì un fazzoletto appallottolato per tamponare il sangue che gli gocciolava dal naso. Non sapevo cosa dire. Il mio unico pensiero riguarda va l'aspetto terribile di Lucas. Erich aveva chiaramente avuto la meglio. Dopo l'episodio in pizzeria, consideravo Lucas un duro, uno che provocava risse per il semplice gusto di farlo. Be', si era appena cacciato nell'ennesima zuffa. Non bastava forse a darmi ragione? Oppure il fatto che le avesse prese dimostrava che dopotutto non era così duro? Alla fine domandai: — Stai bene? — Certo, a posto. — Lucas non alzò lo sguardo. — In fondo uno o due molari bastano. Il resto serve di scorta. — Hai perso dei denti? — Vie sbiancò. — Mi sembra che uno traballi, ma è ancora al suo po sto — Lucas fece una pausa, poi mi disse: — Te l'avevo detto che prima o poi sarebbe andata così. Mi aveva avvisato che, un giorno, sarebbe diventato un paria a Evernight. Senza dubbio quel giorno era arrivato. Ma perché fingere di avermi lasciata per il mio bene? Ero stata io a evitarlo.


— L'importante è che vada bene a te — replicai. E lo abbandonai di nuovo, mentre era ancora lì per terra. For se stavolta si sarebbe accorto chi dei due stava lascian do l'altro. La confusione e la tristezza mi invasero, mi incurva rono le spalle e mi strinsero la gola. Mi morsi il labbro quanto bastava a sentire il sapore del sangue. Un po' mi risollevò il morale, ma non potevo tornare da Raquel, non ero ancora pronta ad affrontare le sue domande. Perciò puntai verso la biblioteca per cercare di nascondermi durante la mezz'ora che mancava alla lezione di scienze politiche. Avrei trovato di sicuro qualcosa da leggere, un libro di astronomia, ma mi andava bene anche una rivista di moda. Forse mi sarei sentita meglio, nascosta dietro un libro per un po'. Mentre mi avvicinavo alla porta, quella si aprì e sbu cò Balthazar. Lanciò uno sguardo divertito verso il corridoio. — Via libera? — Cosa? — Pensavo cercassi di fuggire dalla battaglia campale fra Lucas ed Erich. — La battaglia è finita — sospirai. — Ha vinto Erich. — Peccato. — Ah sì? Pensavo che Lucas non avesse molti estimatori, qui.


— È un piantagrane, certo — replicò Balthazar. — Ma lo è anche Erich, ed Erich ha qualcuno che fa il tifo per lui. Diciamo che di solito ho un debole per chi parte sfavorito. Mi appoggiai alla parete. Mi sentivo già esausta, neanche fosse mezzanotte anziché mezzogiorno. — A volte qui la tensione è così alta, mi sorprende che la scuola non si sbricioli come un cristallo. — Allora rilassati. Per un po' non studiare. — Non sono venuta a studiare. Solo a perder tempo, in realtà. — Perdere tempo in biblioteca. Okay. Sai una cosa? — Si chinò lievemente verso di me. — Dovresti uscire un po' di più. Ero troppo triste per ridere, ma abbozzai un sorriso. — Come minimo. — Allora lascia che ti dia un consiglio — Balthazar attese in silenzio quanto bastava a farmi capire che intenzioni avesse, poi prese la mia mano fra le sue. — Vieni con me al Ballo d'Autunno. Nonostante le insinuazioni e le battute di Patrice, non avrei mai sognato che Balthazar mi invitasse. Era il ra gazzo più bello della scuola, avrebbe potuto chiederlo a chiunque.


Malgrado andassimo d'accordo e fossimo ami ci, e malgrado non fossi immune al suo considerevole fascino, mai avrei immaginato un momento come quello. E mai avrei pensato che il primo impulso fosse di rispondere "no". Che stupidaggine, però. L'unico motivo per cui avrei voluto rifiutare l'invito di Balthazar era la speranza ancora viva che qualcun altro mi invitasse, ma quel qualcu no non mi avrebbe invitata mai, perché lo avevo messo da parte per sempre. Balthazar mi guardò con aria tenera, gli occhi scuri pie ni di aspettative. Riuscii a dire soltanto: — Con piacere. — Grande. — Il sorriso scavò la fossetta sul suo mento. — Ci divertiremo. — Grazie per l'invito. Scosse il capo, quasi incredulo. — Sono io quello fortunato, credimi. Gli sorrisi, perché era una delle cose più carine che mi fossi mai sentita dire. Tutt'altro che vera, perché il ragaz zo più popolare della scuola stava invitando la classica sfigata al gran ballo - sappiamo tutti chi è il fortunato in una situazione del genere - ma molto piacevole.


Il mio sorriso era una bugia, però. Odiai me stessa per aver guardato il bel viso di Balthazar desiderando che fosse Lucas, ma era proprio cosÏ.


I primi pacchi giunsero con la posta di Halloween. Scatole di cartone lunghe, su alcune delle quali spiccavano i caratteri eleganti di certi negozi di lusso con sede a New York o Parigi. Quello di Patrice veniva da Milano. — Lilla — la carta velina frusciava mentre Patrice estraeva il vestito per il Ballo d'Autunno. Avvicinò la seta pallida al corpo, in teoria per mostrarmi come le stava, più probabilmente per abbracciarla. — Non lo trovi un colore delizioso? So che non è di moda ma lo adoro. — Ti starà una meraviglia. — Già immaginavo che la tonalità del colore avrebbe evidenziato la carnagione di Patrice. — Dev'essere la centesima festa di questo genere a cui partecipi. Patrice finse modestia. — Oh, dopo un po' le confondi una con l'altra. È il primo ballo, per te?


— Ne avevamo organizzati un paio alla mia vecchia scuola — risposi, senza aggiungere che si tenevano in palestra e il DJ era il secchione della situazione, appassionato di audio e video, che suonava più che altro le sue playlist da sfigato. Patrice non avrebbe capito, tantomeno se le avessi detto che avevo trascorso ognuno dei due balli impalata contro la parete o nascosta nel bagno delle donne. — Be', è un'occasione speciale. Feste da ballo come questa non se ne organizzano più. È una vera magia, Bianca, davvero. — Il suo viso si accese di impazienza e io sperai di poter condividere tanta eccitazione. Le due settimane fra l'invito di Balthazar e il ballo mi disorientarono, perché ero in balia di migliaia di emozioni contrastanti. Sfogliavo un catalogo di vestiti insieme a mamma, sceglievamo i nostri preferiti, e nel giro di un'ora la nostalgia di Lucas arrivava quasi a togliermi il respiro. Balthazar mi sorrideva per incoraggiarmi durante una delle tirate della signora Bethany a lezione, e pensavo a quanto fosse straordinario. Poi annegavo in un mare di rimorsi, perché mi sembrava di imbrogliarlo. Non che si fosse inginocchiato davanti a me per promettermi amore eterno, ma senz'altro mi desiderava un po' più coinvolta.


Di notte, a letto, immaginavo che Balthazar mi baciasse o che tenesse il mio viso fra le mani. Erano immagini senza senso, tanto valeva rievocare la scena di un film. Poi, mano a mano che il sonno avanzava e i pensieri erravano, cambiavano anche le fantasie. Gli occhi scuri che mi osservavano si facevano verdi come la foresta e accanto a me c'era Lucas, le sue labbra sulle mie. Nessuno mi aveva mai baciata, ma mentre mi rigiravo inquieta sotto le coperte immaginavo tutto nei particolari. Il mio corpo sembrava sapere molte più cose di me. Il cuore galoppava, le guance erano roventi e a volte non riuscivo nemmeno a chiudere occhio. Le fantasie su Lucas erano meglio di qualunque sogno. Dissi a me stessa che non potevo continuare così. Stavo per partecipare al Ballo d'Autunno con il ragazzo più bello della scuola. Era l'unica cosa davvero meravigliosa che mi fosse successa all'Accademia di Evernight e volevo godermela. Eppure, per quanto me lo ripetessi, non riuscivo a credere che una festa potesse bastare a rendermi felice. Le cose cambiarono quando indossai il vestito, la sera del ballo. — L'ho stretto un po' in vita — mamma portava un metro da sarta al collo e aghi infilati nei polsini della camicia. Sapeva cucire qualsiasi genere di indumento e aveva modificato secondo le mie misure il vestito comprato per corrispondenza.


(Però si rifiutò di aggiustarmi anche le divise, spiegandomi di non avere abbastanza tempo a disposizione. Suonava come un inutile incoraggiamento a imparare a cucire per conto mio: l'idea di trascorrere le domeniche pomeriggio imparando a usare il ditale non mi andava proprio a genio.) — Ho anche allargato un po' la scollatura. — Vuoi che abbagli tutti quanti? — Scoppiammo a ridere. Era piuttosto ridicolo mostrarmi pudica mentre le stavo davanti in slip e reggiseno senza spalline. — Questo e un velo di trucco in più: papà non sarà contento di te. — Penso che tuo padre sopravviverà dopo aver visto quanto sei carina. Entrai nel vestito blu notte che frusciò lievemente mentre mamma mi aiutava a tirarlo su. Chiuse la cerniera sul fianco, all'inizio mi parve che lo avesse stretto troppo, ma quando agganciò il fermaglio mi resi conto che riuscivo a respirare. Il corpetto si adattava perfettamente alle mie misure e sembrava tutt'uno con la gonna ampia. — Caspita — sussurrai, lisciando il tessuto leggero e trasparente con le mani, meravigliandomi di quanto fosse piacevole al tatto. — Voglio vedermi. Prima che mi avvicinassi allo specchio, mia madre mi fermò. — Aspetta. Prima ti sistemo i capelli. — Voglio guardare solo il vestito, non i capelli!


— Fidati. Sarai molto più contenta di goderti il risultato finale. — Il suo sguardo si accese. — E poi, mi sto davvero divertendo. In fondo non potevo dire di no alla donna che aveva passato una settimana intera a lavorare su quel vestito. Così mi sedetti sul bordo del letto e lasciai che iniziasse a spazzolare e pettinare. — Balthazar è un ragazzo incredibile — disse. — Almeno, così mi sembra. — Già. È vero. — Mmm. Il tuo tono non è proprio entusiasta. — Lo è. Cioè, almeno credo — le mie proteste sembravano vaghe persino a me. — Il fatto è che non lo conosco tanto bene. Tutto qui. — Studiate sempre insieme. Secondo me lo conosci quanto basta per uscirci — le dita abili di mamma intrecciarono una ciocca sulla mia tempia. — C'entra qualcosa Lucas? Cos'è successo tra te e lui? Ha cercato di mettermi contro di voi, poi ha fatto a botte con dei muratori in città, mamma. E ovviamente io muoio dalla voglia di stare con lui. Tu e papà non avete intenzione di dargli la caccia con un tizzone ardente in mano, vero!— Niente di particolare. Non siamo fatti l'uno per l'altra. Tutto qui. — Però ti piace ancora.


— Parlò con gran delicatezza e sentii quasi il bisogno di girarmi e abbracciarla. — Se ti può essere d'aiuto, è evidente che tu e Balthazar avete più cose in comune. Con lui potresti anche fare sul serio. Ma sto andando troppo in là. Hai sedici anni, non c'è bisogno di pensare troppo. Devi divertirti, al ballo. — Lo farò. Già indossare questo vestito è straordinario. — Manca qualcosa — mamma, di fronte a me, studiava la propria opera con le mani sui fianchi. Poi si illuminò. — Trovato! — Mamma, che fai? — Sotto il mio sguardo sbigottito, lei si avvicinò al telescopio con le forbici in mano e tagliò il filo che univa le mie stelline di origami. — Mamma! Mi piacevano! — Dopo le sistemeremo — aveva in mano due fili, con attaccate le stelle più piccole. La vernice argentata che le ricopriva scintillava mentre le posava nelle mie mani. — Tieni queste un secondo, per favore. — Sei pazza — dissi, quando capii dove voleva arrivare. — Prova a ripeterlo quando ti sarai vista. — Sistemata l'ultima forcina, mi fece voltare verso lo specchio. — Guarda.


Sulle prime non riuscii a credere che la ragazza riflessa fossi io. A contrasto con il vestito blu notte, la mia pelle sembrava vellutata e perfetta come la seta. Il trucco non era molto diverso dal solito ma le mani esperte di mia madre gli avevano dato una sfumatura più morbida. I capelli rosso scuro erano raccolti sulla nuca in tante trecce di lunghezze diverse, e scendevano sul collo in una specie di acconciatura medievale. Anziché con una ghirlanda di fiori, come nelle immagini antiche, erano adornati di stelle d'argento, piccole quanto bastava per somigliare a fermagli ingioiellati. Brillavano mentre voltavo la testa per studiarmi da tutte le angolazioni. — Oh, mamma, come hai fatto? Gli occhi di mia madre erano gonfi di lacrime. Era proprio esagerata, nel senso buono della parola. — Ho una figlia bellissima, ecco come. Mi ripeteva spesso che ero bella, ma per la prima volta pensai che forse diceva la verità. Non ero da copertina come Courtney o Patrice, certo, ma anche la mia era bellezza. Entrammo in salotto e mio padre sembrò strabiliato quanto me. Abbracciò mamma, e lei disse: — Abbiamo fatto un buon lavoro, eh? — Senza dubbio.


Si baciarono come se non ci fossi. Mi schiarii la gola. — Ehi, ragazzi? Pensavo che soltanto gli adolescenti aspettassero la sera del ballo per pomiciare. — Scusa, amore — papà posò una mano sulla mia spalla: sembrava fredda, come fossi io a irradiare calore. — Sei assolutamente strepitosa. Spero che Balthazar si renda conto di quant'è fortunato. — Lo spero per lui — commentai, e li feci ridere. Sentivo che mamma e papà avrebbero voluto accompagnarmi al piano di sotto, ma con mio gran sollievo non lo fecero. Non era il caso di portare la sorveglianza troppo oltre. E poi, volevo tenermi qualche momento per me mentre scendevo e la gonna che tenevo per un lembo ondeggiava gradino dopo gradino. Fu un'occasione buona per convincermi che era tutto vero, non un sogno. Ai piani inferiori sentivo risate, chiacchiere e accenni di musica: il ballo era già iniziato, stavo facendo tardi. Sperai che Patrice avesse ragione riguardo al far aspettare i ragazzi. Nell'istante in cui entrai nell'aula magna illuminata dalle candele, Balthazar si voltò come se qualcosa lo avesse avvertito del mio arrivo. Mi bastò vedere i suoi occhi, Il modo in cui mi fissava, per capire che Patrice aveva assolutamente ragione. — Bianca — esclamò, avvicinandosi.


— Sei meravigliosa. — Anche tu. — Balthazar indossava uno smoking classico, degno del Cary Grant degli anni Quaranta. Per quanto fosse bello, però, non potei fare a meno di ammirare il salone alle sue spalle e sospirare: — Oh, caspita. Il salone era decorato con pergole d'edera e illuminato da candele bianche e alte, poste davanti a vecchi pannelli d'ottone battuto a mano che ne moltiplicavano la luce riflessa. Su un palchetto nell'angolo c'erano i musicisti, non un branco di rocker in jeans e maglietta ma concertisti classici in abbigliamento ancora più formale di Balthazar, che suonavano un valzer. Dozzine di coppie ballavano in perfetto sincrono, come fosse un quadro dipinto due secoli prima. Qualcuno dei nuovi studenti restava appiccicato al muro, ragazzi con abiti pacchiani o alla moda, ragazze in abitini di pailette; sembravano ben consci di aver sottovalutato l'occasione. — Ora che ci penso, forse avrei dovuto chiedertelo prima: sai ballare il valzer? — Balthazar mi offrì il braccio. Lo strinsi e risposi: — Sì. Be', più o meno. I miei genitori mi hanno insegnato i vecchi balli ma non ho mai fatto pratica con nessun altro. E mai fuori da casa mia.


— C'è una prima volta per tutto. — Mi condusse nel cuore del salone, dove la luce delle candele brillava più forte. — Cominciamo. Balthazar guidò la danza come se l'avesse già provata, sapeva esattamente dove andare e come muoversi. Tutti i dubbi che avevo sulle mie capacità di ballerina svanirono all'istante. Ricordavo i passi quanto bastava e Balthazar era una guida meravigliosa, capace di condurmi senza esitazioni con la mano ampia posata sulla mia schiena. Nei dintorni notai il sorriso d'approvazione di Patrice, poco prima che un nuovo passo di danza la ricacciasse tra la folla. Poi il ballo proseguì in una lunga serie di immagini felici e sfocate. Balthazar non si stancava mai di danzare e io nemmeno. L'energia mi scorreva dentro come elettricità, sentivo di poter ballare per giorni senza rallentare. I sorrisi di Patrice e lo sguardo incredulo di Courtney mi dicevano che ero bellissima, e soprattutto io mi sentivo bellissima. Non avevo mai considerato quanto fosse meraviglioso quel genere di danza. Non ero l'unica, tutti conoscevano i passi. Ogni coppia faceva parte del ballo e si muoveva a tempo, le donne tendevano le braccia con l'angolazione giusta, nel momento giusto. Le gonne lunghe e gonfie giravano insieme a noi e disegnavano archi colorati sopra le scarpe nere dei ragazzi, che scandivano i passi a ritmo perfetto.


Non era una costrizione, anzi, sembrava una liberazione, la libertà dalla confusione e dal dubbio. Ogni movimento sfumava nel successivo. Forse partecipare a un balletto dava la stessa sensazione. Ci muovevamo tutti insieme per creare qualcosa di meraviglioso, persino magico. Per la prima volta da quando ero arrivata all'Accademia di Evernight, sapevo esattamente cosa fare. Sapevo come muovermi, come sorridere. Mi sentivo a mio agio con Balthazar e mi crogiolavo nel calore della sua ammirazione. Ero al mio posto. Non avevo mai pensato di poter entrare a far parte del mondo di Evernight ma ora la strada mi si apriva davanti, ampia, lunga e accogliente... Se quella banda avesse stretto lo proprie grinfie su di te, su una ragazza dolce come te, non sarei rimasto a guardare. La voce di Lucas riecheggiò fra i miei pensieri, così chiara che sembrava sussurrata all'orecchio. Inciampai e subito persi il ritmo della danza. Balthazar uscì con prontezza dalla pista e mi prese sottobraccio. — Tutto bene? — Sì — mentii. — È solo... fa troppo caldo. Mi sento soffocare. — Andiamo a prendere un po' d'aria.


Mentre Balthazar mi guidava fra i danzatori, mi resi conto di ciò che avevo appena combinato. Mi ero sentita orgogliosa di appartenere a Evernight: un luogo in cui i più forti disprezzavano i deboli, dove i belli si beffavano dei normali e dove lo snobismo era più importante dell'amicizia. Soltanto perché avevano smesso di prendersela con me per una sera, ero pronta a dimenticare quanto fossero quasi tutti dei bastardi. Soltanto il ricordo di Lucas mi aveva riportato con i piedi per terra. Uscimmo in cortile. Non c'erano supervisori in vista. A quanto pareva, la Bethany e gli altri insegnanti si aspettavano che il fresco di fine autunno bastasse a confinarci all'interno e, quando l'aria fredda mi colpì le spalle e la schiena, capii perché. Prima che iniziassi a tremare, Balthazar si levò la giacca dello smoking e la usò per coprirmi le spalle. — Meglio? — Sì. Dammi solo un secondo. Si chinò verso di me, chiaramente preoccupato. Balthazar era davvero un gentiluomo, oltre che una persona buona ed educata. Desiderai che avesse invitato qualcun'altra al ballo, una ragazza che sapesse apprezzarlo. Disse soltanto: — Facciamo due passi. — Due passi? — A meno che tu non preferisca tornare a ballare...


— No! — Tornare significava rischiare che l'incantesimo si impadronisse ancora di me e mi annebbiasse i pensieri. Avevo bisogno di lucidità per capire ciò che avevo quasi combinato. — Cioè, no, non ancora. Andiamo. Le stelle splendevano sopra di noi. Era una notte serena, perfetta per ammirarle. Desiderai di potermi rifugiare nella stanza in cima alla torre e osservare il cielo al telescopio, lontano dalla confusione che mi circondava. Alle nostre spalle, la musica e le risate del ballo svanirono piano mentre camminavamo verso il cuore del bosco. Infine Balthazar mi chiese: — Okay, chi è? — Chi? — Quello per cui hai preso una cotta — il sorriso di Balthazar era triste. — Cosa? — Mi sentivo così imbarazzata, per me e per lui, che cercai di uscirne mentendo. — Non esco con nessuno. — Bianca, ammettilo. Sono abbastanza esperto da capire quando una donna pensa a un altro uomo. — Scusami — sussurrai, turbata. — Non volevo ferirti. — Posso sopportarlo. — Posò entrambe le mani sulle mie spalle. — Siamo amici, vero? Significa che voglio che tu sia felice. Preferirei che lo fossi con me... — Balthazar...


— ... ma so che non è sempre così facile. Scossi la testa. — No. Non lo è. Perché tu sei il più straordinario dei ragazzi ed è a te che dovrei pensare. — Non esistono doveri quando si parla d'amore. Credimi — la camicia bianca dello smoking splendeva alla luce della luna. Non so perché ma non avevo mai trovato Balthazar così bello come nel momento in cui ci stavamo lasciando. — È quel ragazzo, Vic? Ti ho vista parlare con lui qualche volta. — Vic? — Non riuscii a non ridere. — No. È simpatico, ma siamo soltanto amici. — Allora chi? Sulle prime mi rifiutai di dirglielo. Poi sentii che volevo farlo, perché dopo tutto il tempo trascorso insieme nelle settimane precedenti eravamo diventati davvero intimi. Era sempre disposto ad ascoltarmi e prendeva sul serio le mie opinioni, malgrado fossi più giovane e molto più immatura di lui. Ora anche il punto di vista di Balthazar era importante per me. — Lucas Ross. — Lo sfavorito vince il round — Balthazar non sembrava così contento. D'altronde, come faceva a esserlo dopo che gli avevo detto che un altro ragazzo mi piaceva più di lui? — Penso di sapere cosa vedi in lui. — Davvero?


— Certo. È un bel ragazzo, direi. — Non è quello — volevo che mi capisse davvero. —Non che non mi sia accorta di quanto è attraente. Ma è l'unica persona che mi capisce, che capisce cosa provo a essere qui. — Anch'io potrei capirlo. O perlomeno provarci — Balthazar abbassò lo sguardo e mi resi conto che, malgrado ostentasse indifferenza, era una conversazione difficile per lui. — Basta prediche, te lo prometto. Con la massima delicatezza, aggiunsi: — Tu qui sei a casa, Balthazar. Per questo non puoi capire come ci sentiamo noi che siamo fuori posto. — Anche tu potresti sentirti a casa, se volessi. — Non voglio. Alzò un sopracciglio. — Allora prima o poi incontrerai qualche ostacolo. — Non è ciò che intendevo. — Balthazar cercava di parlare di un futuro lontano, al quale io non volevo pensare in un presente già abbastanza confuso. — Sto parlando del liceo. Tu hai viaggiato e visto il mondo. Secondo me non puoi capire quanto... quanto mi sembri enorme questo posto. Quanto mi spaventi. Se mi lascio andare, potrei cadere in trappola e lasciare che sia Evernight a decidere chi o cosa sono. Non è ciò che voglio. Anche Lucas la vive così.


Balthazar ci pensò per qualche secondo. Alla fine annuì. Non pensavo di averlo convinto, ma se non altro mi aveva ascoltato. — Lucas non è una persona cattiva — ammise. — Non per quanto ne sappia, certo. L'ho visto difendere studenti presi di mira dagli altri e quando prende la parola in classe, be', è sveglio. Sorrisi. Dopo settimane di dubbi sul suo conto, era piacevole sentire qualcuno parlare bene di Lucas. Balthazar non aveva finito: — Ma ha un caratteraccio. L'hai visto litigare con Erich, lo sai anche tu. — Mi sentivo in colpa ma anche lieta che Balthazar non sapesse nulla di ciò che era successo nella pizzeria di Riverton. — È sempre sulla difensiva. Capisco che Evernight possa suscitare certe reazioni in uno come lui, ma ciò non significa che a volte non sia un po' troppo... — Impulsivo — conclusi io. — Sì, me ne sono accorta. Non so se andremo mai d'accordo. Ma tu meriti di conoscere i miei sentimenti. — Il mio unico consiglio è: stai attenta. Se ti fa del ma le, fuggi alla svelta — sorrise di sbieco. — Così magari arrivo io a prendere il rimbalzo. Posai una mano sul suo braccio. — Magari fossi così fortunata. Balthazar mi baciò sulla fronte.


Sapeva di fumo di pipa e cuoio e quasi desiderai di avergli potuto confessare tutto dopo un bacio, almeno. — Pronta a rientrare? — domandò. — Qualche minuto ancora. Mi piace, qui fuori. E poi, stasera si vedono le stelle. — Giusto. Ti piace l'astronomia — infilò le mani nelle tasche dei pantaloni e camminò al mio fianco mentre passeggiavamo nel bosco e sbirciavamo le costellazioni che facevano capolino fra i rami spogli. — Quella è Orione, vero? — Sì. Il Cacciatore — alzai una mano per indicare le gambe, la cintura, il braccio teso, pronto a far partire il colpo. — Vedi la stella luminosissima sulla spalla? Quella è Betelgeuse. — Quale? — Probabilmente a Balthazar non interessava granché l'astronomia, ma senz'altro era un sollievo per lui poter parlare d'altro anziché della sua delusione sentimentale. Sapevo come si sentiva.— Qui, piegati — mentre si chinava al mio fianco, guidai il suo braccio in alto, così da puntare il dito verso la stella. — Ora la vedi? Balthazar sorrise. — Forse. Non c'è una nebulosa, nella costellazione di Orione? — Sì, a metà strada. Te la mostro. Qualcuno dietro di noi disse: — Bianca? Entrambi ci voltammo di scatto.


Avevo riconosciuto subito la voce, ma non credevo alle mie orecchie. Forse la speranza mi stava ingannando. Ma nell'oscurità vidi Lucas, in divisa. Lanciò un'occhiataccia: non a me, non a noi due, soltanto a Balthazar. Sussurrai: — Lucas, che ci fai qui? — Controllo che tu stia bene. Balthazar non gradì. Si raddrizzò. — Bianca è al sicuro. — È tardi. C'è buio. L'hai fatta uscire da sola. — È uscita di sua spontanea volontà. — Poi Balthazar fece un respiro profondo: com'era ovvio, si sforzava di calmarsi. — Ma se preferisci farle tu la guardia, tanto meglio. Lucas fu chiaramente colto di sorpresa. Si aspettava un litigio, non la rassegnazione. — Rientro con te — dissi a Balthazar. A dispetto di ciò che ci eravamo detti e del mio stato d'animo, era lui il mio cavaliere. Glielo dovevo. Ma Balthazar scosse la testa. — Nessun problema. Non ho più voglia di ballare. Confusa e imbarazzata, mi sfilai la giacca dello smoking preparandomi all'impatto con l'aria fredda. — Grazie. Di tutto.


— Se hai bisogno di me, fammelo sapere. — Mentre si infilava la giacca, Balthazar lanciò un'occhiata a Lucas, poi tornò a piedi verso la scuola da solo. Quando fu lontano, protestai: — Non ce n'era bisogno, davvero. — Ti stava addosso. Fin troppo. — Gli stavo mostrando le stelle! — A braccia conserte, cercavo di scaldarmi. — Pensavi che stesse per baciarmi? — No. — Bugiardo. Lucas mugugnò e confessò: — Va bene, volevo tenerlo lontano. Non potevo stare a guardare senza muovere un dito mentre ci provava con te. — Si tolse la giacca della divisa scolastica e me la offrì. Il gesto non fu elegante come quello di Balthazar d'altronde, per quest'ultimo le buone maniere erano parte della sua natura di gentiluomo. Lucas invece, così pensavo, aveva il bisogno disperato di dimostrarmi che sapeva badare a me almeno un po'. Accettai la giacca e me la infilai. La fodera conservava il calore del suo corpo. — Grazie. — Peccato coprire il vestito — mi squadrò con un'occhiata, mentre all'angolo della bocca gli spuntava un sorriso.


— Non provarci — in cuor mio desideravo che Lucas ci provasse con me per tutta la notte, ma sapevo anche che avevamo una conversazione in sospeso ed era urgente. — Parlami. — Okay. Parliamo. Dopodiché, ovviamente, nessuno dei due seppe cosa dire. Per temporeggiare continuai a camminare al suo fianco. Sentimmo qualcosa muoversi fra le foglie in lontananza, poi una risatina. A quanto pareva, nel bosco si nascondevano altre coppie. E a giudicare dai rumori, si stavano divertendo più di noi. Alla fine capii che dovevo essere io la prima a parlare. — Non avresti dovuto dire certe cose dei miei. — Ho sbagliato — sospirò Lucas. — Ti vogliono bene. È evidente a chiunque. — E allora perché trattarli in maniera così assurda? Ci pensò su, palesemente dubbioso. — Non abbiamo parlato granché di mia madre. Sbarrai gli occhi. — No, direi di no. — È una persona piuttosto ingombrante — Lucas si guardava la punta delle scarpe mentre passeggiavamo su un tappeto denso e morbido di aghi di pino marrone. Poco lontano, un melo era circondato da frutti caduti che nessuno aveva colto, ormai scuri e mollicci. Il loro profumo dolce aleggiava nell'aria.


— Cerca di organizzarmi la vita e più o meno ci riesce sempre. — Mi risulta parecchio difficile immaginare che qualcuno ti comandi a bacchetta. — Perché non hai mai conosciuto mia madre. — Cambierà con l'andare degli anni — suggerii. — Per esempio, i miei erano molto più protettivi, una volta. — È diverso. — La risata di Lucas risuonò strana, ma non riuscivo a spiegarmi perché. — Mamma vede il mondo in bianco e nero. Ripete sempre che per farcela bisogna essere forti. Per quanto la riguarda, il mondo è popolato da due tipi di persone: i predatori e le prede. — Mi sembra piuttosto... estremo. — "Estremo" è l'aggettivo migliore per lei. Ha idee molto precise riguardo a chi dovrei essere e cosa dovrei fare. Non sarò sempre d'accordo con lei, ma ecco... resta mia madre. Tutto ciò che dice ha effetto su di me — fece un sospiro pesante. — Probabilmente non è granché come spiegazione, ma c'entra con il mio comportamento a Riverton. Più assorbivo le sue parole, più capivo quante cose spiegassero. Lucas aveva dato per scontato che i miei genitori volessero rovinarmi la vita perché sua madre cercava da sempre di rovinarla a lui. — Capisco. Sul serio.


— Fa freddo — Lucas mi prese per mano. Il mio cuore iniziò a galoppare. — Andiamo. Torniamo dentro. Camminammo assieme verso Evernight, uscimmo dal bosco e attraversammo il prato da dove si vedevano le lu ci scintillanti nel salone e le sagome delle coppie di ballerini. Immaginai come sarebbe stato se io e Lucas non avessimo litigato e fossi stata invitata da lui al Ballo d'Autunno. Era un pensiero fin troppo perfetto. — Non voglio rientrare, non ancora. — Si gela. — La giacca basta a tenermi caldo. — Sì, ma non tiene caldo me. — Mi fece un sorriso. Lucas sembrava sempre più grande di me, eccetto quando sorrideva. — Aspetta solo un attimo — lo implorai, tirandolo verso il gazebo dove ci eravamo già incontrati una volta. — Ci scalderemo a vicenda. — Be', se la metti così... Ci sedemmo sotto il gazebo, le stelle in cielo offuscate dall'edera fitta, e Lucas mi abbracciò. Posai la testa sulla sua spalla. E in un istante tutti i dubbi e la confusione che mi avevano tormentata nelle settimane precedenti svanirono. Durante il ballo ero stata felice ma soltanto perché mi ero lasciata travolgere dall'atmosfera.


Ora era tutto diverso. Sapevo dove e chi fossi, totalmente in pace con me stessa. Certo, ricordavo ancora tutte le ragioni per cui avevo dubitato di Lucas, ma trovandolo così vicino sentivo di potermi fidare di lui. Non avevo paura di niente. Sapevo di potermi lasciare andare. Chiusi gli occhi e nascosi il viso nella curva del suo collo. Lucas ebbe un brivido, ma forse a scatenarlo non fu il freddo. — Lo sai che sto solo cercando di difenderti, vero? — sussurrò. Sentivo le sue labbra sfiorarmi la fronte. — Voglio soltanto che tu sia al sicuro. — Non ho bisogno che tu mi protegga dal pericolo, Lucas — lo circondai con le braccia e lo strinsi forte. — Ho bisogno che mi salvi dalla solitudine. Non combattere per me. Stai con me. Non desidero altro. La sua risata fu strana, triste. — Hai bisogno che qualcuno ti difenda. E ti renda la vita più facile. Quel qualcuno voglio essere io. Alzai la testa per guardarlo. Vicini com'eravamo, gli sfioravo il mento con le sopracciglia e sentivo ardere il calore corporeo nello spazio angusto che separava le nostre bocche. Mi occorse tutto il coraggio possibile per dire: — È soltanto di te che ho bisogno. Lucas mi sfiorò la guancia, poi avvicinò le labbra alle mie.


Quel primo contatto mi tolse il respiro, ma ormai ero certa di non avere più paura. Stavo con Lucas e il resto non importava. Lo baciai e scoprii che i sogni dicevano la verità: sapevo come baciare Lucas. Come toccarlo. Portavo da sempre con me quella consapevolezza, in attesa della scintilla che le facesse prendere fuoco e le desse vita. Lucas mi strinse così forte al petto da mozzarmi il respiro. Ci scambiammo baci profondi e lenti, vigorosi e delicati, in mille modi diversi. Nessuno sembrava sbagliato. La giacca di Lucas mi cadde dalle spalle ed espose braccia e schiena all'aria fresca della notte. Le sue mani scivolarono a coprirmi, ne sentivo i palmi sulle scapole. La sensazione della sua pelle sulla mia era bellissima, persino meglio di quanto avessi immaginato, e lasciai cadere la testa all'indietro mentre sospiravo beata. Lucas mi baciò sulla bocca, sulla guancia, sull'orecchio, sul collo. — Bianca — il suo sospiro era delicato sulla mia pelle. Le labbra di Lucas mi sfioravano l'incavo del collo. — È meglio che ci fermiamo qui. — Non voglio smettere. — Qui fuori, non dovremmo... lasciarci trasportare...


— Non devi fermarti — lo baciai sui capelli e sulla fronte. Non riuscivo a smettere di pensare che ormai era mio, mio e di nessun'altra. Quando ritrovai le sue labbra, fu un bacio diverso: carico, quasi disperato. Avevamo il fiato corto, non riuscivamo a parlare. Nient'altro al mondo esisteva tranne lui e il tambureggiare della certezza interiore che fosse mio, mio, mio. Le sue dita sfiorarono la spallina sottile del vestito fino a farla cadere e a svelare l'inizio della curva del seno. Con il pollice seguì il profilo del collo dall'orecchio alla spalla. Volevo che andasse oltre, che mi toccasse come sentivo il bisogno di essere toccata. La mia mente era annebbiata, quasi non riuscivo a pensare: c'era soltanto il mio corpo e ciò che esso esigeva da me. Sapevo cosa fare, malgrado ancora non potessi immaginarlo. Lo sapevo. Fermati, gridai a me stessa. Ma io e Lucas eravamo ben al di là del confine. Avevo bisogno di lui, subito. Presi il suo viso fra le mani e posai le labbra con delicatezza sulla bocca, sul mento e sul collo. Sentivo il suo sangue pulsare appena sotto la pelle, e a quel punto la fame fu troppa per riuscire a trattenerla. Addentai il collo di Lucas, con forza. Lo sentii ansimare di dolore e sorpresa, ma in quel momento il sangue zampillò sulla mia lingua.


Il suo sapore denso e metallico si propagò dentro me come un incendio, caldo, incontrollabile, pericoloso e bellissimo. Deglutii e la sensazione del sangue di Lucas in gola fu la più dolce che avessi mai provato. Lucas cercò di liberarsi dalla mia presa, ma era già debole. Mentre iniziava ad accasciarsi all'indietro, lo strinsi fra le braccia per poter bere più a fondo. Era come se assieme al sangue riuscissi a risucchiare anche la sua l'anima. Non eravamo mai stati così vicini. Mio, pensai. Mio. Poi Lucas si lasciò andare, come senza vita. Era svenuto. La certezza mi si abbatté contro come un'onda di acqua fredda e mi risvegliò bruscamente dall'estasi. A fatica ripresi fiato e lasciai andare Lucas, che con un tonfo cadde inerte sul pavimento del chiosco. L'ampio squarcio che avevo aperto con i denti sul suo collo era scuro e umido sotto la luce della luna, scintillava come una chiazza d'inchiostro. Un sottile rivolo di sangue colava sul legno e si addensava attorno a una stellina d'argento che mi era caduta dai capelli. — Aiuto — tossii. Fu meno che un sussurro. Avevo le labbra appiccicose e calde per via del sangue di Lucas. — Aiuto! Per favore, qualcuno mi aiuti! Caracollai dai gradini del gazebo alla ricerca disperata di qualcuno, di chiunque.


I miei genitori sarebbero stati sconvolti, la Bethany mille volte più di loro, ma qualcuno doveva aiutare Lucas. — C'è qualcuno là fuori? — Cosa c'è che non va? — Courtney sbucò dai boschi, palesemente irritata. Il suo vestito di pizzo bianco era stropicciato, e dietro di lei vidi il suo cavaliere: a quanto pareva li avevo interrotti. — Aspetta... cos'hai sulla bocca... non dirmi che è sangue? — Lucas — ero troppo scioccata per cercare di spiegare. — Per favore. Aiutate Lucas. Courtney scrollò i lunghi capelli biondi e si avvicinò al gazebo dove vide Lucas giacere a terra con il collo squarciato. Sospirò: — Oh, mio Dio Poi si voltò verso di me con un sorriso c ompiaciuto. — Adesso sei un vampiro, come tutti noi.


Ho ucciso Lucas? Sta bene? — singhiozzai. Non

riscivo a smettere di piangere. Mia madre mi cingeva le spalle con un braccio. Lasciai che mi trascinasse lontano dal chiosco. Mio padre era corso via con il corpo inanimato di Lucas fra le braccia. Alcuni altri insegnanti erano nei dintorni, ad assicurarsi che nessun altro studen- te si accorgesse della cosa. — Mamma, cos'ho fatto? — Lucas è vivo — la sua voce non mi era mai sembrata così delicata. — Ce la farà. — Sei sicura? — Sicurissima. — Salimmo i gradini di pietra, quasi inciampavo a ogni passo. Il mio corpo tremava così forte che riuscivo a malapena a camminare. Mamma mi accarezzò i capelli, che erano sfuggiti alle trecce e ciondolavano inerti sul mio viso. — Amore, sali da noi, okay? Lavati la faccia. Calmati. Scossi la testa. — Voglio stare con Lucas. — Non sentirà nemmeno che ci sei. — Mamma. Per favore. Fece per obiettare, ma poi si rese conto che non valeva la pena di discutere. — Andiamo


Mio padre aveva portato Lucas alla stazione di posta. Quando vi entrai mi chiesi perché la stazione ospitasse un appartamento dalle pareti coperte di pannelli istoriati di legno scuro e fotografie seppiate in vecchie cornici ovali. Poi ricordai che era l'abitazione della Bethany. Ero così agitata da non avere più paura di lei. Quando cercai di irrompere in camera da letto per vedere Lucas, mamma scosse la testa. — Lavati la faccia con acqua fredda. Respira a fondo. Ricomponiti, amore. Poi parliamo — accennò un sorriso e aggiunse: — Andrà tutto bene, vedrai. Le mie mani viscide e tremanti armeggiarono con il pomello di vetro della porta. In bagno, quando notai il mio viso allo specchio, capii perché la mamma insistesse a dirmi di lavarmi la faccia. Le labbra erano sporche del sangue di Lucas. Qualche goccia macchiava le guance. Mi avventai sul rubinetto con la fretta disperata di cancellare le prove di ciò che avevo combinato. Eppure, mano a mano che l'acqua scorreva sulle dita, mi ritrovai a osservare più da vicino le macchie. Le labbra erano arrossate e ancora gonfie dopo tutti quei baci. Lentamente, percorsi il profilo delle labbra con la punta della lingua. Sentivo il sapore del sangue di Lucas e in quel momento lo sentii vicino come se lo avessi stretto fra le braccia. Ecco cosa significa, pensai.


Da sempre i miei genitori mi ripetevano che un giorno il sangue sarebbe diventato qualcosa di più importante del fluido che sporcava la carne comprata dal macellaio. Non ero mai riuscita a comprendere cosa intendessero. In quel momento capii. In un certo senso, fu davvero il mio primo bacio con Lucas: il mio corpo aveva intuito i miei bisogni e desideri molto prima che la mente potesse ipotizzarli. Ripensai a Lucas che si lasciava baciare e si fidava ciecamente di me. Ricominciai a piangere per il senso di colpa, poi mi spruzzai dell'acqua sul viso e sulla nuca. Mi occorsero parecchi minuti di respiri profondi prima di riuscire a trascinarmi fuori dal bagno. Il letto della Bethany era una mostruosità nera intarsiata, con colonne a spirale che reggevano il baldacchino. Ovviamente era vecchio di secoli. Privo di sensi al centro del letto, Lucas era pallido come la benda che gli copriva la gola, ma respirava. — Sta bene? — chiesi con un filo di voce. — Non hai bevuto abbastanza sangue per metterlo in pericolo. — Mio padre mi guardò per la prima volta da quando era corso al gazebo. Avevo temuto di vederlo arrabbiato o almeno, visto cosa stavo facendo prima di mordere Lucas, imbarazzato, invece era calmo e persino gentile. — Occorre sforzarsi per berne più di mezzo litro alla volta. — E allora perché ha perso i sensi?


— È l'effetto che ha il morso su di loro — rispose mamma. Con "loro" intendeva gli umani. Di solito si sforzava di non fare distinzioni, perché amava dire che le persone sono tutte uguali, nonostante tutto, ma il confine fra di noi non era mai stato più netto. — Restano come... ipnotizzati, o vittime di un incantesimo. All'inizio si ribellano con tutte le forze, ma poco dopo scivolano in questa trance. — Il che è positivo, perché significa che domani Lucas non ricorderà nulla. — Papà gli strinse il polso per controllarne il battito. — Ci inventeremo una storia che spieghi la ferita, qualcosa di semplice, un incidente. Quel vecchio gazebo ha un paio di travi rotte, una potrebbe essere caduta. Crollandogli sulla testa. — Non voglio mentire a Lucas. Mamma scosse la testa. — Amore, ci sono cose che è meglio non far sapere a chi ci sta vicino. — Lucas non è uno qualunque. Ciò che sapevo, e che loro ignoravano, era che Lucas già sospettava dell'Accademia di Evernight. Ovviamente non conosceva la verità - se l'avesse saputa, non avrebbe mai osato varcarne la soglia - ma intuiva che ci fosse qualcosa dietro, che troppe cose non tornassero. Potevo essere orgogliosa del suo istinto e allo stesso tempo ammettere che rischiava di rendere tutto molto più difficile.


Ma come potevo pensare di dirgli la verità? Scusa, ieri sera ti ho quasi ucciso? Annuii lentamente e accettai gli ordini. Lucas non doveva sapere quanto avessi tradito la sua fiducia. Non mi avrebbe mai perdonata, ammesso che lo convincessi con i miei discorsi sui vampiri. Probabilmente mi avrebbe creduto pazza. — Okay — riconobbi. — Dobbiamo mentire. Capisco. — Se solo io potessi capire — ribatté secca la Bethany. Varcò la soglia della stanza da letto, le mani strette una nell'altra. Anziché una delle sue solite camicie merlettate e gonna nera, indossava un abito da sera viola scuro e guanti neri di seta che le arrivavano al gomito. Gli orecchini di perla neri scintillavano mentre scuoteva la testa. — Quando abbiamo ammesso gli studenti umani qui a Evernight, sapevamo che potevano esserci problemi di sicurezza. Abbiamo fatto la ramanzina agli studenti più anziani, tenuto d'occhio i corridoi, mantenuto la massima separazione fra i gruppi... con buoni risultati, pensavo. Non mi sarei mai aspettata un simile eccesso da lei, signorina Olivier. I miei genitori si alzarono in piedi. Sulle prime lo scambiai per un gesto di rispetto nei confronti del loro capo, vista la deferenza che avevano sempre avuto e mi aveva no insegnato ad avere per lei. Poi, però, mio padre si fece avanti per difendermi. — Lei sa che Bianca non è come noi.


È la prima volta che assaggia sangue umano. Non si rendeva conto degli effetti che poteva avere. Le labbra della Bethany si raggrinzirono in un sorriso affettato e antipatico. — Certo, Bianca rappresenta un caso speciale. Essere vampiri dalla nascita è molto più raro che divenirlo per trasformazione. Lei è soltanto la terza che conosco dal 1812, sa? I miei mi avevano spiegato che ogni secolo nasceva soltanto una manciata di figli di vampiri: loro stessi avevano passato quasi trecentocinquant'anni insieme prima che mamma stupisse entrambi restando incinta di me. Avevo sempre pensato che esagerassero un po' nel volermi far sentire unica. Ora mi rendevo conto che era la pura verità. La Bethany non aveva finito: — E dire che è stata cresciuta da due vampiri, consapevole della nostra natura e dei nostri bisogni. Non dovrebbe essere un vantaggio? Una ragione per rafforzare l'autocontrollo, anziché indebolirlo? — Mi dispiace—non potevo lasciare che fossero i miei a prendersi la colpa, non quando il torto era mio. — Mamma e papà mi hanno sempre detto che un giorno sarebbe accaduto. Che avrei sentito questo bisogno di mordere. Ma non l'ho mai capito, non a fondo. Non finché non mi è successo davvero.


Lei annuì, riflettendo sulle mie parole. I suoi occhi scuri guizzarono verso Lucas, come fosse un sacco di spazzatura abbandonato nella stanza. — Sopravviverà? Non ci sono danni permanenti, quindi. Domani decideremo la punizione di Bianca. Mamma mi lanciò un'occhiata contrita. — Bianca ci ha giurato che non farà mai più una cosa del genere. — Se a scuola dovesse spargersi la voce che qualcuno ha morso uno dei nuovi studenti senza conseguenze, accadrebbero altri episodi come questo — la Bethany strinse la gonna in una mano. — E alcuni potrebbero finire peggio. È fondamentale che nessuno si azzardi nemmeno a sfiorare gli studenti umani, non possiamo permetterci l'ombra di un sospetto. Una trasgressione come questa non può restare impunita. Per la prima volta in assoluto io e la Bethany eravamo in totale accordo. Mi sentivo malissimo per aver ferito Lucas e passare qualche sera a pulire il pavimento del salone era il minimo che meritassi. Tuttavia c'era un ostacolo evidente. — Non posso restare in castigo. Né essere costretta a fare le pulizie o cose del genere. Le sue sopracciglia si inarcarono ancora più in alto. — Si considera al di sopra di certi umili incarichi? — Se vengo punita in maniera troppo evidente, Lucas chiederà perché. E noi non vogliamo che faccia domande, vero?


Avevo visto giusto. La Bethany annuì, ma ne avvertivo il fastidio davanti alla mia perspicacia. — Allora scriverai una relazione di dieci pagine su... vediamo... l'utilizzo della forma epistolare nel romanzo del Diciottesimo e del Diciannovesimo secolo. Consegna fra due settimane. A testimonianza di quanto mi sentissi già fin troppo depressa e sconvolta, la punizione non mi fece sentire peggio. La Bethany mi si avvicinò, le falde del vestito frusciavano come ali d'uccello. L'aroma di lavanda mi avvolse come spire di fumo. Mi era difficile incrociare il suo sguardo: mi sentivo smascherata, mi vergognavo. — Da più di due secoli, l'Accademia di Evernight funge da rifugio per la nostra gente. Chi fra noi dimostra ancora un'età da studente può venire qui e scoprire com'è cambiato il mondo, così da poter rientrare in società e continuare a vivere senza destare sospetti. Questo è un luogo di cultura. Questo è un luogo protetto. Potrà rimanere tale soltanto se gli umani al di là delle mura, e ora anche al loro interno, godranno di altrettanta protezione. Se i nostri studenti perdessero il controllo e iniziassero a far vittime umane, troppi sospetti si addenserebbero su Evernight. E il rifugio crollerebbe. Due secoli di tradizione cesserebbero. Per tutto questo tempo ho salvaguardato la scuola, signorina Olivier.


Non intendo lasciare che l'equilibrio venga compromesso da lei né da nessun altro. Mi sono spiegata? — Sissignora — sussurrai. — Mi dispiace tanto. Non succederà più. — Facile dirlo, ora — lanciò a Lucas uno sguardo freddo ma curioso. — Vedremo cosa succederà al risveglio del signor Ross. — Poi uscì con passo maestoso e tornò al ballo. Strano pensare che, a poche centinaia di metri, gli altri stessero ancora ballando il valzer. — Io resto con Lucas — annunciò papà. — Celia, tu riporta Bianca a scuola. — Non posso tornare in dormitorio adesso. Voglio essere qui quando Lucas si sveglierà — implorai. Mamma scosse la testa. — È meglio di no, per tutti e due. La tua presenza potrebbe fargli ricordare cos'è successo davvero e Lucas deve dimenticare. Ascoltami: dormi su da noi. Soltanto per stanotte. Nessuno si opporrà. La mia stanzetta accogliente in cima alla torre non mi era mai sembrata più ospitale. Mi venne persino voglia di rivedere il gargoyle. — Ottima idea.


Grazie davvero, a tutti e due, per tutto — le lacrime tornarono a gonfiarmi gli occhi. — Avete salvato me e Lucas, stasera. — Non essere melodrammatica — il sorriso di papà ne ammorbidì le parole. — Lucas sarebbe sopravvissuto comunque. E c'era da aspettarsi che tu, prima o poi, mordessi qualcuno. Avrei preferito che aspettassi ancora un po', ma la nostra bambina deve pur crescere, no? — Adrian? — Mia madre prese per mano papà e fece per portarlo fuori dalla stanza. — Dovremmo parlare di quella cosa. — Quale cosa? — Quella che sta in corridoio. — Ah. — Papà capì in contemporanea con me. Mia madre voleva concedermi un momento di solitudine con Lucas. Appena uscirono, mi sedetti sul bordo del letto accanto a lui. Era ancora bello, malgrado la pelle pallida e le occhiaie. I suoi capelli sembravano quasi scuri a contrasto con il pallore e, quando posai la mano sulla sua fronte, la sentii fredda. — Mi dispiace di averti fatto del male — una lacrima calda mi scivolò sulla guancia. Povero Lucas, che cercavi sempre di proteggermi dal pericolo. Non potevi immaginare che il pericolo fossi io.


Più tardi, quella sera, osservai il mio bellissimo vestito macchiato di sangue. Mamma l'aveva appeso alla gruccia sulla porta della mia stanza. — Speravo che fosse una serata perfetta — sussurrai. — Vorrei che fosse stato così, amore. — Mamma si sedette accanto a me sul letto, a spazzolarmi i capelli come faceva quand'ero piccola. — Domattina andrà tutto meglio, vedrai. — Sei sicura che Lucas non sarà diventato un vampiro, al risveglio? — Sì. Non ha perso abbastanza sangue da rischiare la vita. E tu non l'hai mai morso prima, giusto? — Giusto — singhiozzai. — Soltanto chi viene morso più volte diventa un vampiro, e soltanto quando l'ultimo morso è fatale. Come ti ho già detto, uccidere qualcuno bevendone tutto il sangue è un'impresa davvero difficile. Sia quel che sia, bisogna morire per diventare vampiri, e Lucas non morirà. — Io sono una vampira e non sono mai morta. — È diverso, amore. Lo sai bene. Tu sei speciale, dalla nascita. — Mamma mi sfiorò il mento e mi costrinse a voltarmi per guardarla negli occhi. Dietro di lei vedevo il gargoyle sorriderci, come se origliasse.


— Tu non diventerai un vero vampiro finché non ucciderai qualcuno. Quando lo farai, morirai anche tu ma soltanto per un po'. Sarà come fare un sonnellino. I miei me lo avevano già spiegato migliaia di volte, allo stesso modo in cui mi avevano insegnato a lavarmi i denti prima di dormire o a segnare nome e numero quando qualcuno telefonava e loro non erano in casa. La maggior parte dei vampiri, dicevano, non uccideva, e malgrado non riuscissi a immaginare di far del male a qualcuno, insistevano a dirmi che c'erano modi legittimi di farlo. Avevamo parlato e riparlato della trasformazione che prima o poi avrei subito: potevo andare in un ospedale o in un ospizio, trovare qualcuno che fosse davvero vecchio o vicino alla morte, e cavarmela così. Mi avevano sempre detto che sarebbe stato semplice porre fine alle sofferenze di qualcuno, o addirittura dargli la possibilità di vivere per sempre da vampiro, se lo avessimo programmato e mi fossi assicurata più di un'opportunità di bere. La spiegazione era precisa e impeccabile, come volevano che fossi io quando rimettevo in ordine la mia stanza. Ciò che era accaduto tra Lucas e me aveva dimostrato che la realtà non era affatto chiara come le spiegazioni dei miei genitori. — Niente mi costringerà a diventare un vampiro finché non sarò pronta — dichiarai.


Anche quella frase mi era stata ripetuta all'infinito, perciò mi aspettavo che mia madre si proclamasse automaticamente d'accordo. Invece restò in silenzio per qualche istante. — Vedremo, Bianca. Vedremo. — In che senso? — Hai assaggiato il sangue di una persona viva. In pratica, hai girato la clessidra e il tuo corpo inizierà a reagire come quello di un vampiro, prima o poi. — Probabilmente reagii con uno sguardo terrorizzato, perché mamma mi strinse la mano. — Non preoccuparti. Non significa che ti trasformerai questa settimana e neanche quest'anno, probabilmente. Ma il tuo bisogno di fare le cose che facciamo noi si rafforzerà sempre di più con il passare del tempo. Inoltre, sei affezionata a Lucas. Voi due sarete molto... be', molto legati, d'ora in poi. Quando corpo e cuore si trasformano in fretta, creano una combinazione potente. — Mamma poggiò la testa contro la parete e mi domandai se stesse ripensando alla metà del Seicento, quando lei era ancora viva e papà uno sconosciuto bello e misterioso. — Cerca di non fare il passo più lungo della gamba. — Sarò forte — promisi. — So che ci proverai, amore. Non possiamo chiederti di più.


Cosa intendeva? Non lo sapevo e avrei dovuto chiederglielo. Ma non lo feci. Il futuro mi correva incontro troppo in fretta e mi sentivo stanca, come se non dormissi da giorni. Serrai gli occhi mentre affondavo la testa nel cuscino e pregavo che il sonno portasse con sé l'oblio. Prima ancora di aprire gli occhi, il mattino dopo, sentii le differenze. Tutti i miei sensi erano più acuti. Riuscivo quasi a distinguere i fili delle lenzuola che mi coprivano la pelle, a udire non soltanto i miei genitori che parlavano nella stanza accanto, ma anche i rumori parecchi piani più giù: la strigliata del professor Iwerebon a qualcuno che cercava di rientrare in stanza dopo aver passato la notte a festeggiare; passi sui gradini di pietra,- un rubinetto che perdeva chissà dove. Se ci avessi provato, forse sarei riuscita a contare le foglie che frusciavano tra i rami dell'albero, fuori. Quando aprii gli occhi, la luce del sole fu quasi accecante. Sulle prime pensai che i miei si fossero sbagliati. Mi ero trasformata in vampiro nel giro di una notte e ciò significava che Lucas era... No. Il mio cuore batteva ancora. Se ero viva, lo era anche Lucas. Non sarei morta né avrei completato la trasformazione finché non avessi ucciso qualcuno.


Ma allora, cosa mi stava succedendo? A colazione, papà mi spiegò. — Inizi a provare ciò che sarai dopo la trasformazione. Hai bevuto il sangue di un essere umano e ora sai che effetto fa. Più avanti diventerà ancora più potente. — È orribile — sbattevo le palpebre alla luce della cucina. Persino il porridge che mamma aveva preparato aveva un sapore fortissimo, insopportabile, come se masticassi le radici, il gambo e la terra in cui era cresciuta l'avena. Il bicchiere mattutino di sangue, d'altra parte, non mi era mai sembrato così insipido. Avevo sempre pensato che avesse un buon sapore ma adesso mi accorgevo di quanto fosse solo una pallida imitazione di ciò che avrei dovuto bere. — Come fate voi a sopportare tutto questo? — Le sensazioni non sono sempre vivide come all'inizio. Vedrai che si attenueranno nel giro di un paio d'ore — mamma mi diede un colpetto affettuoso sulla spalla. Nell'altra mano stringeva il suo bicchiere di sangue, di cui sembrava più che soddisfatta. — Mentre più avanti... be', dopo un po' ti abituerai alle reazioni. Per fortuna, direi. Altrimenti nessuno di noi riuscirebbe mai a dormire. Già mi scoppiava la testa per tutti quegli stimoli.


Non avevo mai bevuto più di mezza birra in vita mia ma sospettavo che i postumi di una sbronza fossero qualcosa di molto simile. — Preferirei non abituarmici, grazie. — Bianca — la voce di papà si irrigidì, piena della rabbia che non aveva mostrato la sera precedente. Persino mamma sembrò sorpresa. — Non voglio più sentirti dire certe cose. — Papà... volevo soltanto... — Il tuo destino è scritto, Bianca. Sei nata per essere un vampiro e lo diventerai. Non lo hai mai messo in dubbio e non tollero che inizi a farlo ora. Chiaro? — Afferrò il suo bicchiere e uscì a grandi passi dalla stanza. — Chiaro — risposi a mezza voce al vuoto che lasciò. Quando scesi giù, in jeans e felpa con cappuccio giallo chiaro, i miei sensi stavano già tornando normali. Mi sentivo un po' sollevata. La luce e il frastuono mi avevano quasi sopraffatta e finalmente non ero più costretta ad ascoltare Courtney lagnarsi dei suoi capelli. Eppure, mi sembrava anche di aver perso qualcosa. Ciò che era stato il mio mondo normale, ora mi sembrava stranamente silenzioso e lontano. L'unica cosa importante, però, era che mi sentivo meglio e potevo andare a trovare Lucas.


Impossibile che fosse in forma smagliante, dopo ciò che era successo, ma sapevo che lo avrei trovato nell'appartamento della Bethany. Chissà che paura, risvegliarsi là dentro, e chissà cosa gli aveva raccontato lei. Al solo pensiero mi sentivo irrigidire, come se mi aspettassi un pugno. Mamma aveva giurato che Lucas non si sarebbe ricordato nulla, ma era davvero così? Al momento non ci avevo pensato ma poi mi ero resa conto che il morso doveva avergli fatto un male tremendo. Di certo era sbalordito, arrabbiato e probabilmente anche impaurito. Sapevo di dover sperare che avesse dimenticato tutto, ma mi chiedevo se avesse dimenticato anche i nostri baci. Comunque fosse, era giunto il momento di affrontare le conseguenze del mio gesto. Attraversai i prati e ignorai i pochi studenti che giocavano a rugby nell'angolo più lontano, malgrado avvertissi qualche sguardo di sottecchi e sentissi qualche risata vagamente cattiva. Courtney aveva sparso la voce, senza dubbio: probabilmente tutti i vampiri della scuola sapevano cos'avessi combinato. Piena di vergogna e rabbia, accelerai verso la stazione di posta, e mi fermai impalata quando vidi Lucas venirmi incontro. Mi riconobbe e mi salutò con un gesto quasi timido.


Avrei voluto scappare. Lucas non se lo meritava, però, quindi era il caso di superare l'imbarazzo. Mi costrinsi a camminare verso di lui e lo chiamai: — Lucas, stai bene? — Sì — le foglie crepitarono sotto i suoi piedi quando finalmente ci incontrammo. — Gesù, che è successo? Mi si seccò la bocca. — Non te l'hanno detto? — Certo, ma... mi è caduta una trave in testa? Sul serio? — Arrossì per l'imbarazzo, sembrava quasi arrabbiato - con il gazebo, con la forza di gravità o con chissà cosa. Avevo già visto Lucas perdere la calma ma mai in quel modo. — Mi sono squarciato il collo contro la stupida ringhiera di ferro - più sfigati di così non si può - e mi saltano i nervi se penso che era il nostro primo bacio e un incidente del genere ha rovinato tutto. Fossi stata più coraggiosa, avrei baciato Lucas di nuovo, subito. Restai a guardarlo a bocca aperta. Tutto sommato, stava bene. Era ancora pallido, un bendaggio bianco e spesso gli proteggeva il collo, ma per il resto non sembrava diverso dal solito. Mi accorsi che qualcuno ci sta va guardando, da lontano. Cercai di ignorare il fatto che avessimo degli spettatori. — Pensavo... ecco, cioè... —prima che potessi diventare ancora più incoerente, aggiunsi svelta:


— Sulle prime pensavo fossi svenuto. A volte faccio quell'effetto ai ragazzi. È troppo intenso. Non reggono. Lucas rise. Non sembrava convintissimo, ma rideva. Era tutto a posto, davvero: non sospettava nulla. Sollevata, lo abbracciai e lo strinsi forte. Anche Lucas mi abbracciò, e nei pochi momenti che passammo così, stretti uno all'altra, potei fingere che niente fosse andato storto. I suoi capelli rilucevano come bronzo alla luce del sole e respirai il suo profumo, tanto simile a quello dei boschi che ci circondavano. Era così piacevole la consapevolezza che fosse mio, che potessi abbracciarlo così, allo scoperto, perché ormai eravamo legati. E più sentivo il contatto con lui, più il ricordo si rafforzava: i baci, le sue mani sulla schiena, la morbidezza salata della sua pelle fra i miei denti e il fiotto di sangue caldo in bocca. Mio. Finalmente capivo cosa intendeva mia madre. Mordere un essere umano non era semplice come bere da un bicchiere. Bere il sangue di Lucas significava renderlo una parte di me e trasformarmi a mia volta in una parte di lui. Ormai eravamo legati in una maniera incontrollabile per me e incomprensibile per Lucas.


Ciò rendeva meno autentica la forza con cui mi stringeva? Chiusi gli occhi e sperai di no. Era troppo tardi per fare qualcos'altro. — Bianca? — sussurrò al mio orecchio. — Sì? — Ieri sera... sono caduto davvero sulla ringhiera? La Bethany mi ha spiegato ma a me sembra... be', non ricordo nulla. Tu sì? Ricordi qualcosa? Probabilmente i suoi vecchi sospetti su Evernight stavano tornando a galla. La risposta più ovvia era un sì. Ma non riuscii a convincermi a pronunciarlo, era l'ennesima bugia. — Più o meno. Cioè, sono rimasta davvero disorientata e... forse sono andata nel panico. È tutto parecchio sfocato, a dir la verità. Fu il sotterfugio peggiore che potessi immaginare ma, con mia grande sorpresa, Lucas sembrò credervi. Si rilassò fra le mie braccia e annuì, come se finalmente capisse. — Non ti deluderò più. Lo prometto. — Tu non mi hai mai delusa, Lucas. Non puoi — mi sentivo distrutta dal senso di colpa e lo strinsi ancora più forte. — Neanch'io ti deluderò. Ti proteggerò da tutti i pericoli, giurai. Persino da me stessa.


Da quel momento fu come vivere in due mondi. Nel primo, io e Lucas eravamo finalmente insieme. Mi sembrava la meta che desideravo raggiungere da una vita. Nel secondo, ero una bugiarda che non meritava di stare con Lucas né con nessun altro. — Mi sembra assurdo, tutto qui — Lucas sussurrò appena, per non rompere il silenzio della biblioteca. — Cosa ti sembra assurdo? Prima di rispondere, si guardò attorno per assicurarsi che nessuno origliasse. Inutile preoccuparsi. Eravamo seduti sotto una delle arcate più lontane, riparata da una schiera di libri rilegati a mano, vecchi di un paio di secoli: uno degli angoli più isolati della scuola. — Che nessuno di noi ricordi bene quella sera. — Ti sei fatto male. — Nel dubbio, ripetei la versione architettata dalla Bethany. Lucas non ne era ancora così convinto, ma con il tempo si sarebbe calmato. Doveva. Da ciò dipendeva tutto. — Spesso la gente dimentica cos'è successo poco prima di un incidente. Ha senso, no? La ringhiera di ferro è affilata.


— Ho baciato altre ragazze... — La sua voce si affievolì quando notò la mia espressione. — Nessuna come te. Neanche lontanamente. Abbassai la testa per nascondere un sorriso imbaraz zato. Lucas proseguì: — Comunque, non è abbastanza per farmi perdere i sensi. Niente affatto. Baci splendidamente - fidati, è vero - ma non puoi essere così brava da farmi svenire. — Non è per un bacio che sei svenuto — suggerii, fingendo di voler davvero tornare a leggere il libro di giardi naggio che avevo trovato. L'unico motivo per cui l'avevo scelto, era la curiosità di scoprire quale fosse il fiore comparso nei miei sogni qualche mese prima. — Sei svenuto perché un'enorme sbarra d'acciaio ti si è schiantata sulla testa. Pronto? — Questo non basta a spiegare perché tu non ricordi nulla. — Sai bene che ho qualche problema d'ansia, vero? A volte esco di testa. Quando ci siamo conosciuti, ero nel pieno di una crisi enorme. Enorme! Ci sono momenti della mia grande fuga che non ricordo molto bene. Anche quando hai preso il colpo in testa, probabilmente ho perso il controllo. Ecco, hai rischiato di morire — almeno questa parte si avvicinava alla verità. — Non c'è da meravigliarsi che mi fossi spaventata.


— Ma non ho ferite in testa. Soltanto un livido, come dopo una caduta o qualcosa del genere. — Ci abbiamo messo del ghiaccio. Ti abbiamo soccorso. Scettico, Lucas rispose: — Continua a non avere senso. — Non capisco perché tu ci stia ancora pensando. — Questa semplice frase bastava a fare di me una bugiarda, per l'ennesima volta e più che mai. Dovevo restare fede le alla mia versione per proteggere Lucas, perché se lui avesse intuito qualcosa e la Bethany se ne fosse a ccorta, rischiava... ecco... non sapevo bene cosa rischiasse, ma immaginavo che non fosse niente di gradevole. Molto peggio era suggerire a Lucas che i suoi dubbi fossero sbagliati e ridicolizzare certe domande giuste e logiche su Evernight e sul vuoto di memoria di quella sera. Significava chiedere a Lucas di dubitare di se stesso, cosa che non volevo fare. Sapevo quanto fosse brutto dubitare di se stessi. — Per favore, Lucas, lascia perdere. Lui annuì lentamente. — Ne riparleremo un'altra volta. Quando cambiava argomento e smetteva di preoccuparsi della sera del Ballo d'Autunno, il tempo che tra scorrevamo insieme era meraviglioso. Quasi perfetto. Studiavamo in biblioteca o nell'aula di mia madre, talvolta con Vic o Raquel.


Pranzavamo insieme sul prato, panini avvolti in buste marroni e infilati nelle tasche della giacca. Lo sognavo a occhi aperti durante le lezioni ed emergevo dal mio torpore felice soltanto quanto bastava a non far brutta figura con i professori. Quando avevamo chimica, andavamo e tornavamo fianco a fianco dall'aula del professor Iwerebon. Gli altri giorni mi trovava un istante dopo la fine delle lezioni, come se fossi nei suoi pensieri più di quanto lui fosse nei miei. — Fattene una ragione — mi sussurrò una domenica pomeriggio, dopo che lo avevo invitato nell'appartamen to dei miei. (Loro, con un certo tatto, ci avevano salutati e lasciati soli in camera mia per il resto della giornata.) Eravamo sdraiati sul pavimento senza toccarci ma molto vicini, ad ammirare la stampa di Klimt. — Non so niente di arte. — Non sei obbligato a saperne. Basta che guardi l'immagine e mi dici che sensazione ti dà. — Non sono tanto bravo a spiegare le mie sensazioni. — Sì, me ne sono accorta. Almeno provaci, no? — Va bene, ci provo — ci pensò a lungo e con intensità, senza staccare lo sguardo dal Bacio. — Direi... direi che mi piace come lui tiene il viso di lei fra le mani. Come se fosse l'unica cosa al mondo che lo rende felice, l'unica che gli appartiene davvero.


— Sul serio lo vedi così? A me lui sembra... forte, di rei — l'uomo del Bacio mi appariva padrone della situazione; la donna in estasi invece sembrava gradire, almeno per il momento. Lucas si voltò verso di me e io lasciai ciondolare la te sta di lato per guardarlo in faccia. Il modo in cui mi osservava, concentrato, serio e bramoso, mi mozzò il fiato. Aggiunse soltanto: — Credimi. Ho ragione io. Proprio mentre ci baciavamo, papà scelse il momento perfetto per chiamarci a tavola. Il tempismo dei genitori è incredibile. Furono loro ad animare quasi tutta la cena, osarono mangiare cibo vero e persino fingere di apprezzarlo. Essere così legata a Lucas significava passare meno tempo con il resto dei miei amici, anche se avrei voluto che non fosse così. Balthazar era gentile come al solito, nel corridoio mi salutava sempre e riservava un cenno anche a Lucas , come fosse suo amico anziché quello con cui era quasi giunto alle mani la sera del Ballo d'Autunno. Ma il suo sguardo era triste, sapevo di averlo ferito privandolo di una possibilità. Anche Raquel era rimasta sola. Malgrado a volte la invitassimo a studiare con noi, la sera, non avevamo più pranzato insieme. Che io sapessi, non aveva fatto amicizia con nessun altro.


Io e Lucas cullammo l'idea di metterla con Vic, ma fra loro non scattò nessuna scintilla. Stavano con noi e si divertivano, ma non c'era altro. Tentai anche di scusarmi con lei per il poco tempo che passavamo insieme, ma Raquel tagliò corto: — Sei innamorata. Ciò ti rende davvero noiosa agli occhi di chi non lo è. Ovvero ai sani di mente, ecco. — Non sono noiosa — protestai. — Non più di quanto lo fossi prima, se non altro. Raquel reagì intrecciando le dita e alzando uno sguardo quasi vacuo verso il soffitto della biblioteca. — Lo sapevi che a Lucas piace la luce del sole? Sul serio! E gli piacciono anche i fiori e i coniglietti. Lascia che ti racconti quanto sono affascinanti le stringhe delle affascinanti scarpe di Lucas. — Taci — le diedi una pacca sulla spalla e lei rise. Tuttavia, sentivo una strana distanza fra di noi. — Non voglio lasciarti sola. — Non mi sento sola. Va bene così — Raquel aprì il libro di biologia, prontissima a cambiare discorso. Con prudenza, azzardai: — Ti vedo più tranquilla rispetto a Lucas. Lei scrollò le spalle senza alzare lo sguardo dal libro. — Certo. Non dovrei esserlo? — È soltanto che... certe cose di cui abbiamo parlato... non sono un problema. Davvero.


— Raquel era sempre stata convinta che Lucas potesse aggredirmi, senza sospettare il contrario. — Vorrei che tu lo vedessi per ciò che è. — Un ragazzo favoloso, magnifico, che adora il sole e vomita rose. — Raquel scherzava, ma fino a un certo punto. Quando infine incrociò il mio sguardo, sospirò. — Mi sembra a posto. Sapevo che per quel giorno non potevo andare oltre, con lei, perciò cambiai discorso. Mentre la mia migliore amica a Evernight non era en tusiasta che stessi con Lucas, parecchie fra le mie peg giori nemiche la consideravano un'idea grandiosa. Anzi, erano felici che lo avessi morso. — Sapevo che prima o poi avresti rispettato il programma — mi disse Courtney durante una lezione di tecnologia moderna, l'unico corso al quale non era iscritto neanche un umano. — Sei nata vampiro. Il che è, come dire, molto raro, potente. Non era possibile che restassi per sempre una sfigata. — Ehi, grazie, Courtney — replicai con voce piatta. — Possiamo parlare di qualcos'altro? — Non capisco perché reagisci così male — Erich mi rivolse un sorriso mellifluo mentre giocherellava con l'ogge tto della lezione, un iPod. — Immagino che un tizio indigesto come Lucas Ross abbia un cattivo retrogusto ma, ehi, il sangue fresco è sangue fresco.


— Dovremmo fare tutti uno spuntino, ogni tanto — aggiunse Gwen. — Santo cielo, adesso la scuola offre anche un buffet vivente e nessuno può prendersene un morso? — Qualcuno bisbigliò il proprio assenso. — Signori, attenzione — esclamò il professor Yee. Come tutti gli insegnanti di Evernight, era un vampiro po tentissimo che aveva trascorso moltissimi anni senza perdere vigore. Il professor Yee non era particolarmente anziano: ci aveva detto di essere morto intorno al 1880. Eppure irradiava una forza e un'autorità capaci di rivaleggiare con la Bethany. Perciò tutti gli studenti, persino quelli più vecchi di lui di qualche secolo, gli portavano rispetto. Al suo ordine, tutti tacemmo. — Il tempo per osservare i vostri iPod è scaduto. Ci sono domande? Patrice fu la prima ad alzare la mano. — Lei ha detto che la maggior parte delle apparecchiature elettroniche ormai è predisposta per le connessioni wireless. Non mi sembra il caso di questa, però. — Molto bene, Patrice. — All'elogio di Yee, Patrice mi rivolse un sorriso di gratitudine. Ero stata io a spiegarle e rispiegarle il concetto di wireless. — È uno dei pochi difetti di progettazione dell'iPod. Probabilmente le pros sime versioni saranno dotate di collegamenti wireless e ovviamente esiste anche l'iPhone, del quale parleremo la prossima settimana.


— Se le informazioni contenute nell'iPod ricreano davvero la canzone — intervenne Balthazar, pensieroso — allora la qualità del suono dipende soltanto dal tipo di diffusori o di cuffie che si utilizzano. Giusto? — Nella maggior parte dei casi sì. Esistono formati di registrazione di qualità più alta ma l'ascoltatore generico, e persino qualche esperto, non coglierebbe la differenza se collegasse l'iPod a un ottimo impianto audio — il professor Yee si guardò intorno e sospirò. — Sì, Ranulf? — Quali spiriti animano questa scatola? — Ne abbiamo già parlato — Yee posò le mani sul banco di Ranulf e ripetè lentamente: — Nessuno spirito anima le macchine che abbiamo studiato. Né quelle che studieremo nel corso del programma. Non esistono macchine animate dagli spiriti. È chiaro, una volta per tutte? Ranulf annuì ma non sembrava convinto. Portava i capelli castani pettinati a caschetto e aveva un'espressio ne serena e ingenua. Dopo un momento, azzardò: — E gli spiriti del metallo dal quale si ricava la scatola? Il professor Yee lasciò cadere le braccia, sconfitto. — C'è qualcuno fra i presenti che sia nato nel Medioevo e può aiutare Ranulf ad ambientarsi? — Genevieve annuì e gli si avvicinò.


— Dio, non è così difficile... è, come dire, una specie di walkman turbo — Courtney lanciò a Ranulf un'occhiata scettica. Lei era una dei pochi alunni di Evernight che non sembravano aver perso il contatto con il mon do moderno. Sembrava si fosse iscritta all'Accademia per socializz are. E tanto peggio per noialtri. Sospirai e tornai alla playlist delle mie canzoni preferite, che stavo componendo per Lucas. Tecnologia moderna era un corso fin troppo facile per me. Strano ma vero, il luogo in cui mi era più difficile dimenticare i problemi che incombevano sotto la superficie erano le lezioni di letteratura. Terminato lo studio del folklore, eravamo passati alla revisione dei classici, nello specifico all'approfondimento di Jane Austen, una delle mie autrici preferite. Ero sicura di cavarmela bene. Le le zioni della Bethany erano una specie di universo letterario riflesso, il luogo in cui tutto veniva capovolto, comprese le mie idee. Persino i libri che avevo già letto e conoscevo a memoria diventavano strani spiegati da lei, come se qualcuno li avesse tradotti in una lingua straniera rozza e gutturale. Ma Orgoglio e pregiudizio sarebbe stato un altro paio di maniche. Almeno, così pensavo. — Charlotte Lucas è disperata — avevo davvero alzato la mano offrendomi volontaria per rispondere.


Perché mai pensavo che fosse una buona idea? — A quell'epoca, se una donna non si sposava, be', non era nessuno. Non poteva avere soldi né una casa tutta sua. Chi non vole va essere un fardello per i propri genitori per sempre, doveva sposarsi. — Non potevo credere di doverlo spiegare proprio a lei. — Interessante — commentò la Bethany. Per lei "interessante" era sinonimo di "sbagliato". Iniziai a sudare. L'insegnante camminava lenta attorno ai banchi, mentre il sole pomeridiano splendeva sulla spilla dorata che ne ornava la camicetta guarnita di pizzo. Le sbeccature del le sue unghie lunghe e spesse erano ben visibili. — Mi dica, Jane Austen era sposata? — No. — Ma qualcuno chiese la sua mano, una volta. I suoi familiari lo affermano senza ombra di dubbio nei loro memoriali. Un ricco pretendente chiese a Jane Austen di sposarlo, ma lei lo rifiutò. Era forse obbligata a sposar si, signorina Olivier? — Ecco, no, ma era una scrittrice. Grazie ai libri... — Guadagnava meno soldi di quanto lei possa imma ginare — la Bethany era felice che fossi caduta nella sua trappola.


Soltanto in quel momento capii che le lezioni dedicate al folklore erano servite a spiegare ai vampiri l'atteggiamento della società del Ventunesimo secolo nei confronti del soprannaturale, e che i classici tornavano utili per studiare le differenze fra il presente e il passato della storia umana. — La famiglia Austen non era particolarmente ricca. E i Lucas, invece... erano poveri? — No — cinguettò Courtney. Dal momento che non si preoccupava più di sminuirmi, pensai che stesse sol tanto cercando di farsi notare da Balthazar. Dopo il bal lo aveva intensificato gli sforzi per conquistarlo ma, per quanto ne sapevo, lui restava indifferente. Courtney aggiunse: — Il padre è Sir William Lucas, l'unico membro della piccola nobiltà cittadina. La famiglia è ricca abbastanza da consentire a Charlotte di non sposarsi, se non lo desidera. — Secondo te vuole davvero sposare il signor Collins? — replicai. — È un tronfio idiota. Courtney fece spallucce. — Lei vuole sposarsi, e il fine giustifica i mezzi. La Bethany annuì in segno di approvazione. — Perciò, Charlotte sta solo sfruttando il signor Collins. Lei è convinta di agire per necessità; lui è convinto di agire per amore, o perlomeno per rispetto nei confronti di una potenziale moglie. Collins è onesto. Charlotte no.


— Ripensai alle bugie che avevo raccontato a Lucas e strinsi fra le dita il bordo del quaderno con tanta energia da rischiare di sbriciolare i fogli di carta friabile. La Bethany doveva aver intuito i miei pensieri, perché aggiunse: — E l'uomo tradito non merita forse pietà, anziché disprezzo da parte nostra? Avrei voluto sparire sottoterra. Poi Balthazar mi rivolse un sorriso di incoraggiamen to, come faceva una volta, e capii che anche se non ci frequentavamo più, eravamo rimasti amici. A dire la verità, nessuno dei tipi Evernight mi guardava più dall'alto in basso. Non ero ancora un vampiro ma avevo dimostrato che forse facevo parte del club. In un certo senso, mi sentivo come se l'avessi passata liscia dopo una marachella o fossi riuscita in un incantesimo - chiuso gli occhi, detto abracadabra e capovolto il mondo intero. Quando tenevo Lucas per mano, ridendo delle sue battute fra una lezione e l'altra, riuscivo a credere che da quel momento tutto sarebbe andato per il meglio. Ma non era vero. Non poteva esserlo, finché continua vo a ingannarlo. Non avevo mai considerato una bugia nascondergli il segreto della mia famiglia: mi avevano insegnato a custo dirlo sin da quando ero bambina e succhiavo dal biberon il sangue comprato in


macelleria. Ora che sapevo quan to fossi andata vicina a fargli del male, il mio segreto non sembrava più così innocente. Lucas e io ci baciavamo di continuo, senza smettere mai, prima di colazione oppure mentre tornavamo ognu no al proprio dormitorio, in pratica in ogni istante che riuscivamo a passare insieme. Tuttavia, badavo che ci fermassimo sempre prima di lasciarci prendere la mano. A volte desideravo di più e, a giudicare da come Lucas mi guardava, prestava attenzione al mio modo di muovermi o alle mie dita strette al suo polso, lo stesso valeva per lui. Ma non mi provocò mai. Quando mi ritrovavo sola, di notte, le mie fantasie si facevano più selvagge e disperate. Ora conoscevo il sapore della bocca di Lucas sulla mia e riuscivo a immaginare come potesse toccare la mia pelle nuda con una nitidezza che mi sbalordiva. Ma quando arrivavano certe fantasie, tornava a galla sempre la stessa immagine: i miei denti affondati nel collo di Lucas. A volte pensavo che avrei fatto di tutto pur di riassaggiare il suo sangue. Quelli erano i momenti che più mi spaventavano. — Che te ne pare?


— Sfilai per Lucas con in testa un cappello di velluto vecchio stile, convinta di farlo ridere; di certo il viola cupo del tessuto era un accostamento stravagante con il rosso dei capelli. Lui invece riuscì a scaldarmi con un sorriso: — Sei bellissima. Eravamo in un negozio di abiti di seconda mano, a Riverton, e ci stavamo godendo il nostro secondo fine settimana in città molto più del primo. I miei genitori erano andati di nuovo a sorvegliare il cinema, perciò avevamo deciso di privarci della possibilità di vedere II mistero del falco e di fare invece il giro di tutti i negozi ancora aperti, a guardare poster e libri e ad affrontare gli sguardi esasperati dei commessi, palesemente stufi di vedere gli adolescenti di "quella scuola" scatenati e in libera uscita. Peggio per loro, perché noi ci stavamo divertendo parecchio. Presi una stola di pelliccia bianca e la avvolsi alle spalle. — E questa? — La pelliccia è morta — Lucas lo disse con un filo di ironia, ma forse era davvero convinto che nessuno dovesse indossare pellicce. Personalmente, io trovavo che gli articoli d'epoca fossero a posto: gli animali erano morti da decenni, perciò avevano smesso di soffrire da parecchio. Tuttavia, mi levai subito la stola di dosso.


Lucas, nel frattempo, provò un soprabito grigio di tweed che aveva trovato nel retro, su un attaccapanni sovraccarico. Come il resto del negozio, sapeva di umido, ma era un profumo piacevole e il soprabito gli stava benissimo. — Alla Sherlock Holmes. Se Sherlock Holmes fosse sexy — commentai. Lui rise. — A certe ragazze il tipo intellettuale piace, sai com'è. — Meno male che io non sono così, eh? Per fortuna le mie frecciate lo divertivano. Mi strinse, con le braccia attorno alle mie per impedirmi di reagire, e mi schioccò un bacio sulla fronte. — Sei impossibile — mormorò. — Ma ne vale la pena. Così stretti, la mia faccia era sepolta nella curva del suo collo: non vedevo altro che le righe rosa chiaro sulla gola, cicatrici del mio morso. — Sono contenta che la pensi così. — Lo so. Non avevo intenzione di discutere con lui. Non c'era motivo per cui il mio unico terribile errore non potesse rimanere tale: un errore da non ripetere mai più. Le dita di Lucas mi sfiorarono la guancia, un contatto delicato come la punta morbida di un pennello.


Il bacio di Klimt sbucò fra i miei pensieri, dorato e diafano, e per un istante fu come se io e Lucas fossimo davvero assor biti dal quadro, con la sua bellezza e la sua atmosfera di desiderio. Nascosti dietro gli appendiabiti, persi in un labirinto di cuoio vecchio e scabro, raso avvizzito e cinture di strass rese opache dal tempo, Lucas e io avremmo potuto baciarci per ore senza che nessuno ci scoprisse. Per un attimo lo immaginai che posava una pelliccia nera sul pavimento, mi ci faceva sdraiare e si chinava su di me... Posai le labbra sul suo collo, proprio sopra le cicatrici, come faceva mia madre quando ero piccola e mi baciava un taglio o una sbucciatura per far passare il dolore. Il suo cuore batteva forte. Lucas si irrigidì e io pensai che forse avevo passato il limite. Non dev'essere facile neanche per lui, dissi a me stessa. A volte temo di impazzire perché non posso toccarlo; quanto peggio dev'essere per Lucas, che per giunta non sospetta nulla! Il tintinnio delle campanelle ci scosse dalla trance. Sbirciammo dietro l'angolo per vedere chi fosse entrato. — Vic! — Lucas scosse la testa. — Avrei dovuto aspettarmi di vederti comparire. Vic ciondolò verso di noi, i pollici infilati nei risvolti del blazer che portava sotto il giaccone invernale. — Questo stile non nasce da sé, sai.


Ci vuole un certo sforzo per essere così belli — poi grugnì mentre osservava invidioso il soprabito di tweed di Lucas. — Voi alti beccate sempre la roba migliore. — Non voglio comprarlo — Lucas si sfilò il soprabito, pronto ad andarsene. Probabilmente voleva che ci godessimo qualche altro momento di intimità: era quasi ora di tornare sull'autobus. Sapevo come si sentiva. Per quanto mi fosse simpatico Vic, non mi andava che ci ronzasse intorno. — Sei pazzo, Lucas. Se un capo del genere mi andasse, lo prenderei al volo — Vic sospirò. Sembrava pericolosamente deciso ad accompagnarci all'autobus. Pensai svelta. — Sai, nel retro del negozio mi sembra di aver visto qualche cravatta hawaiana. — Davvero? — e in un istante sparì, facendosi strada fra le vetrine, in cerca di ballerine di hula. — Ben fatto — Lucas mi tolse il cappello dalla testa, poi mi prese per mano. — Andiamo. Eravamo quasi alla porta quando passammo davanti alla vetrina dei gioielli e un oggetto scuro e lucente cat turò la mia attenzione. Una spilla, di un materiale nero come il cielo notturno ma capace di riflessi scintillanti: mi resi conto che erano due fiori esotici, dai petali a pun ta, uguali a quello che avevo sognato.


La spilla era piccola abbastanza da stare sul palmo di una mano e incisa a motivi intricati, ma ciò che più mi meravigliava era la somiglianza con un fiore che ormai pensavo esistesse solo nella mia immaginazione. Ero rimasta impalata ad ammirarla. — Guarda, Lucas. È bellissima. — È ambra nera di Whitby, autentica. Gioiello da lutto d'epoca vittoriana. — La negoziante sbirciò verso di noi da dietro le lenti degli occhiali con la montatura blu, cercando di capire se fossimo potenziali clienti o ragaz zini da cacciare. Probabilmente scelse la seconda opzio ne, perché aggiunse: — Molto costosa. A Lucas non piaceva essere provocato. — Quanto costosa? — chiese senza scomporsi, come se il suo cogno me, anziché Ross, fosse Rockefeller. — Duecento dollari. Probabilmente gli occhi mi schizzarono dalle orbite. Se i tuoi genitori sono insegnanti, non ti toccano certo le mance più sostanziose del mondo. Il mio unico acquisto da più di duecento dollari era stato il telescopio, comprato con l'aiuto dei miei. Feci una risatina, cercando di nascondere l'imbarazzo e la tristezza di dover lasciare lì la spilla. Ogni singolo petalo nero spiccava.


Con leggerezza, Lucas estrasse il portafogli e offrì alla negoziante la sua carta di credito. — La prendiamo. Lei gli lanciò un'occhiataccia, ma accettò la carta e ini ziò a registrare la vendita. — Lucas! — Lo afferrai per un braccio e cercai di parlare sottovoce. — Non puoi. — Invece posso. — Ma costa duecento dollari! — La adori — replicò piano. — Lo capisco da come la guardi. Se la adori, è giusto che tu la possegga. La spilla era ancora in vetrina. La osservai cercando di immaginare che un oggetto così splendido appartenesse a me. — Sì, io... la adoro, certo, ma... Lucas, non voglio che ti indebiti per causa mia. — Da quando Evernight è frequentata da gente po vera? Okay, aveva ragione lui. Chissà perché, non avevo mai pensato che Lucas fosse ricco. Anche Vie, probabilmente. Raquel era fra le poche a godere di una borsa di studio. La maggior parte degli studenti umani pagava un occhio del la testa l'opportunità di ritrovarsi circondata dai vampiri - anche se, ovviamente, di questo non si rendeva conto. Ma non sembravano snob, probabilmente perché non ne avevano la possibilità.


Quelli che davvero avevano ragione di recitare la parte dei ragazzi ricchi erano gli stessi che accumulavano soldi da secoli o che avevano comprato azioni della IBM quando la macchina da scrivere era la più moderna e stravagante delle invenzioni. La gerarchia di Evernight era talmente rigorosa - vampiri in cima alla piramide, umani nemmeno degni di nota da farmi dimenticare che anche la maggior parte dei ragazzi umani proveniva da famiglie facoltose. Poi ricordai che una volta Lucas aveva cercato di raccontarmi di sua madre e di quanto fosse invadente. Ave vano viaggiato ovunque, persino vissuto in Europa, e un suo nonno, bisnonno o qualcosa del genere era stato allievo di Evernight, almeno finché non fu espulso a causa di un duello. Avrei dovuto aspettarmi che non fosse povero. Non si trattava certo di una brutta sorpresa. Secondo me, ogni fidanzato che si rispetti prima o poi dovreb be svelare un patrimonio segreto. Ma ciò mi ricordò che, per quanto adorassi Lucas, stavamo soltanto iniziando a conoscerci. E ripensai ai segreti che custodivo. La venditrice si offrì di impacchettare la spilla, ma Lu cas la prese e la appuntò al mio cappotto. Non smettevo di seguire con il dito il contorno dei petali affilati, mentre passeggiavamo verso la piazza principale mano nel la mano.


— Grazie. Questo è il più bel regalo che abbia mai ricevuto. — Allora non potrei aver speso meglio i miei soldi. Chinai la testa, timida e felice. Avremmo continuato un altro po' con le romanticherie se, entrati nella piazza, non avessimo trovato gli studenti sparpagliati attorno all'autobus, presi da discussioni animate senza nessun professore a controllarli. — Perché sono tutti qui? Com'è che non sono ancora saliti sull'autobus? Lucas sembrò preso in contropiede dall'improvviso cambiamento di discorso. — Uh, non so — poi, più concentrato, aggiunse: — Hai ragione. A quest'ora avrebbero dovuto iniziare a chiamarci. Ci infilammo nella calca di studenti. — Che succede? — domandai a Rodney, un mio compagno a lezione di chimica. — Raquel. Ha tagliato la corda. Non potevo crederci. Insistetti: — Non si allontanerebbe mai da sola. Si spaventa per niente. — Davvero? A me è sempre sembrata una con la puzza sotto al naso. — Vic ci raggiunse tra la folla, con in mano un sacchetto di plastica trasparente pieno di cravat te sgargianti.


Poi Rodney tacque, come se avesse capito che forse non era il caso di parlar male degli assenti. — L'ho vista prima, al ristorante. Un ragazzo di qui cercava inutilmente di attaccare bottone con lei. Poi non l'ho più incrociata. Afferrai la mano di Lucas. — Pensi che il tizio le abbia fatto qualcosa? — Magari è soltanto in ritardo — cercò di rassicurarmi Lucas, senza riuscirci. Vic scrollò le spalle. — Ehi, forse finalmente il ragazzo ha detto la frase giusta e stanno pomiciando. Raquel non l'avrebbe mai fatto. Era troppo prudente e sospettosa per seguire d'impulso uno sconosciuto. Presa dal senso di colpa, desiderai di averle chiesto di stare con me e Lucas anziché lasciarla sola. Mio padre sbucò in piazza, la fronte corrugata. Capii che era più preoccupato persino di me. Si limitò a dire: — Salite tutti sull'autobus e tornate a scuola. Troveremo Raquel, perciò state tranquilli. — Anch'io resto a cercarla — avanzai verso mio padre, allontanandomi da Lucas. — Siamo amiche. Penso di sapere dove potrebbe essere andata. — Okay — papà annuì. — Voialtri, muovetevi. Lucas mi posò una mano sulla spalla. Non fu il saluto romantico che avevo immaginato poco prima. Ma lui non era così egoista da prendersela.


Coglievo soltanto la sua preoccupazione per Raquel e per me. — Dovrei restare anch'io a darvi una mano. — Non ti lasceranno. Mi sorprende che abbiano detto di sì a me. — È pericoloso — bisbigliò. Era disposto a tutto pur di proteggermi e non sospettava affatto che sapessi benissimo difendermi da me. Dissi l'unica cosa che forse poteva rassicurarlo: — Mio padre mi terrà d'occhio — mi alzai in punta di piedi per baciarlo sulla guancia, poi sfiorai di nuovo la spilla con le dita. — Grazie. Davvero. A Lucas non andava di lasciarmi lì, ma nominare mio padre fu la mossa migliore. Mi baciò alla svelta. — Ci vediamo domani. Mentre l'autobus partiva, io e mio padre scattammo svelti verso la periferia della città. — Sai davvero dove potrebbe essere andata? — Neanche per idea — confessai. — Ma avete bisogno di tutto l'aiuto possibile per cercarla. Pensa se ci fosse bi sogno di attraversare il fiume. — Ai vampiri l'acqua dei fiumi e dei mari non piace. A me non faceva né caldo né freddo, non ancora perlomeno, ma i miei rischiavano di impazzire persino davanti a un ruscello o un torrente.


— La mia bambina sa badare a se stessa — l'orgoglio di papà mi prese in contropiede, ma ne fui felice. — Stai davvero crescendo, Bianca. Più tempo passi a Evernight, più migliori. Alzai gli occhi al cielo, già stanca della solita tirata "il papà la sa lunga". — È quello che succede quando sopravvivi alle avversità. — Ultime notizie: è quello che succede al liceo. — Parli come se fossi stato davvero al liceo. — Credimi, l'adolescenza era pessima anche nell'Undicesimo secolo. L'umanità cambia di continuo ma qualche costante c'è. La gente diventa stupida quando si innamo ra; la gente vuole ciò che non può avere; e tra i dodici e i diciotto anni la vita è sempre pessima — papà tornò serio quando ci allontanammo dalla strada principale. — Sul lato occidentale del fiume non c'è nessuno di noi. Segui la sponda se hai paura di perdere la strada. — Non posso perdermi — indicai il cielo limpido e luminoso, dove le costellazioni aspettavano di guidarmi. — Ci vediamo dopo. Non avevamo ancora visto la prima nevicata ma l'inverno aveva già invaso la campagna. La terra ghiacciata scricchiolava sotto i miei piedi, le erbacce morte e i cespugli nudi strisciavano contro i jeans mentre mi facevo strada sulla sponda del fiume.


I tronchi pallidi dei faggi spiccavano fra gli altri come lampi in un cielo tempesto so. Finii per seguire da vicino il corso d'acqua, non perché fossi preoccupata di perdermi ma perché Raquel poteva esserlo e, se aveva deviato da quella parte, forse aveva trovato la direzione giusta grazie al fiume. È impossibile che sia andata in giro. Se Raquel è venu ta da questa parte, non è soltanto perché si è persa. La mia immaginazione iperattiva, sempre pronta a visualizzare disastri, non smetteva di propormi scene terribili: Raquel rapinata da un ragazzo di città che voleva rubare qualcosa a uno dei ricchi della scuola. Raquel che cercava di sfuggire ai muratori ubriachi che avevo incontrato in pizzeria, trasformati grazie alla mia paura da buoni in predatori. Raquel che, sopraffatta da una misteriosa depressione che la tormentava, camminava nell'acqua gelida del fiume e si lasciava risucchiare dalla corrente vigorosa. Un rumore secco, velocissimo sopra la mia testa, mi fece sobbalzare, ma era soltanto un corvo che svolazza va di ramo in ramo. Tirai un sospiro di sollievo, poi mi accorsi che più a ovest c'era una macchia di luce fra gli arbusti. Scattai in quella direzione, più veloce che potevo. Feci per chiamare Raquel ma richiusi subito la bocca. Se era lei, l'avrei scoperto subito. Altrimenti, non era il caso di attirare l'attenzione.


Mentre mi avvicinavo, con il respiro ormai affannato, sentii la voce di Raquel. La sensazione di sollievo fu stroncata sul nascere dalle sue parole impaurite: — Lasciami stare! — Ehi, qual' è il problema? — Riconobbi l'altra voce, troppo sicura di sé, vagamente sfacciata. — Smettila di comportarti come se non ci conoscessimo. Era la voce di Erich. Non si era unito alla gita scola stica in città. Nessuno dei tipi Evernight lo faceva. Forse la trovavano una noia o più probabilmente non vedevano l'ora di potersi rilassare ed essere se stessi senza nascondere la propria vera natura. In quel momento, però, Erich sembrava fin troppo fedele alla propria natura. A quanto sembrava, ci aveva seguiti a Riverton e aspettava che qualcuno restasse isolato dal gruppo. Quel qualcuno era Raquel. — Ti ho detto che non voglio avere niente a che fare con te — insistette lei. Era terrorizzata. Di solito dava l'impressione di essere una dura, ma l'imboscata di Erich l'aveva impaurita. — Quindi smettila di seguirmi. — Mi hai preso per un estraneo? — Sorrise. I suoi denti bianchi nel buio mi fecero ripensare a certi film sugli squali.


— Siamo compagni di banco a biologia, Raquel. Qual è il problema? Cosa potrei fare di tanto brutto? In quel momento capii cos'era successo. Erich aveva incrociato Raquel da sola in città e aveva iniziato a seguirla. Anziché aspettare insieme agli altri in piazza e sopportare la presenza di Erich, o per evitare che si sedesse accanto a lei sull'autobus, Raquel aveva cercato di evitarlo. Peccato che si fosse allontanata troppo, prima dal centro di Riverton, poi dalla città. A quel punto doveva aver compreso l'errore, ma ormai era sola e isolata. Aveva percorso quasi tre chilometri in direzione della scuola, malgrado il freddo della notte, e al pensiero di quanto fosse coraggiosa e testarda mi sentii orgogliosa di lei. Okay, era stata stupida, ma di sicuro non si aspettava che un suo compagno di classe la uccidesse. — Sai cosa? — replicò Erich imperturbabile. — Ho fame. Raquel impallidì. Non poteva aver capito il vero senso delle sue parole ma intuì ciò che avevo intuito anch'io. La provocazione stava per trasformarsi in qualcos'altro. L'energia fra loro stava per cambiare, da potenziale a ci netica. Lei ribatté: — Me ne vado. — Provaci — la sfidò lui. Più forte che potevo, urlai: — Ehi! I due si voltarono di scatto verso di me.


L'espressione di Raquel si rilassò all'istante, rincuorata. — Bianca! — Restane fuori — mi aggredì Erich. — Sparisci. Fui sorpresa dalla sua reazione. Avevo dato per scontato che si sarebbe ritirato, colto con le mani nel sacco. A quanto pareva, non ne aveva nessuna intenzione. In altri tempi, in una situazione come quella, sarei morta di paura. Ma stavolta sentivo l'adrenalina pomparmi dentro, senza brividi né esitazioni. Anzi, i miei muscoli si contrassero nello stesso genere di tensione che si sente prima di una corsa. Il mio olfatto si amplificò, tanto da poter intercettare il sudore di Raquel, il dopobarba di Erich e persino la pelliccia dei topolini fra gli arbusti. Deglutii con forza e sfiorai con la lingua gli incisivi, che si allungavano lentamente per via dell'eccitazione. «Inizierai a reagire da vampiro» aveva detto mia madre. E intendeva anche reazioni come quella. — Sei tu quello che deve sparire — mi avvicinai e Raquel barcollò verso di me. Tremava troppo per riuscire a correre. Erich, irritato, si rabbuiò. Somigliava a un bambino petulante a cui fosse stata negata la merenda. — Cos'è, sei l'unica che ha il permesso di violare le regole? — Quali regole? — la voce di Raquel era confusa, quasi isterica. — Bianca, cosa sta dicendo? Possiamo andare via?


Impallidii. Lui mi fece un sorrisetto. A quel punto capii cosa rischiavamo. Erich stava per spiegare a Raquel chi e cosa eravamo. Svelandole il segreto di Evernight e convincendola che aveva a che fare con dei vampiri - considerati i suoi vecchi sospetti, poteva benissimo creder ci - poteva persuaderla a fuggire anche da me. E crearsi un'occasione perfetta per morderla. E persino dichiarare di averlo fatto per cancellarle la memoria. Potevo cerca re di fermarlo con l'istinto che già sentivo acuirsi dentro di me, ma non ero ancora un vampiro formato. Erich era più forte e veloce di me. Mi avrebbe sconfitta. E avrebbe colpito Raquel. Gli bastavano soltanto poche parole. Replicai svelta: — Ti denuncerò alla Bethany. Il sorriso strafottente di Erich svanì all'istante dalle sue labbra. Persino lui provava il giusto timore nei confronti della Bethany. E dopo i grandi discorsi della preside sul la necessità di rispettare gli studenti umani per proteggere la scuola? Oh, no, non avrebbe affatto apprezzato il comportamento di Erich. — Non farlo — replicò lui. — Facciamola finita, okay? — Tu falla finita. Devi andartene. Adesso. Erich lanciò un'ultima occhiata a Raquel, poi si avviò a grandi passi verso il bosco, da solo.


— Bianca! — Raquel incespicò fra i pochi rami che ci separavano. Passai svelta la lingua sui denti per rilassarmi e tornare a comportarmi da essere umano. — Oh, mio Dio, ma che problema ha quello? — È uno stupido. — Seppur parziale, era la verità. Raquel curvò le spalle. — Che ti pedina... e si comporta come... accidenti. Okay. Okay. Sbirciai nell'oscurità per assicurarmi che Erich si fos se davvero ritirato. Il rumore dei passi era svanito e non vedevo più il suo cappotto chiaro. Se n'era andato, alme no per il momento, ma non mi fidavo di lui. — Andiamo — esclamai. — Prendiamo una scorciatoia. Troppo imbambolata per fare domande, Raquel mi seguì mentre tornavamo verso il fiume. Ancora cin quecento metri e avremmo incrociato un ponticello di pietra. Era inutilizzato da parecchio e sembrava lesionato in più punti, ma lei non protestò né chiese spiegazioni mentre la guidavo dall'altra parte. Erich era in grado di attraversare il fiume, ma la sua avversione naturale per l'acqua, associata alla paura della Bethany, bastava a proteggerci. Giunte sulla sponda opposta, domandai: — Come va? — Bene. Sto bene. — Raquel, davvero. Erich ti ha inseguita nel bosco... stai ancora tremando!


La sua pelle era sudata, ma lei insistette e strillò: — Sto bene! — Per un istante ci scambiammo uno sguardo, in silenzio, e poi sussurrò: — Bianca, per favore. Non mi ha toccata. Sto bene. Forse un giorno sarebbe riuscita a parlarne, di certo non subito. In quel momento, la priorità era andarcene in fretta. — Okay — sospirai. — Torniamo a scuola. — Non avrei mai pensato di essere felice di tornare a Evernight — la sua risata mi sembrò poco convinta. Iniziammo a camminare, ma si fermò subito. — Non è che... chiamerai la polizia, i professori o qualcun altro? — Lo diremo alla Bethany appena rientriamo. — Posso provare a chiamare da qui. Ho il cellulare, in città funzionava... — Non siamo più in città. Quassù non prende, lo sai. — Che stupidaggine. — Tremava così forte che le battevano i denti. — Perché quelle streghe piene di soldi non chiedono a papà di fare installare un'antenna? Perché la maggior parte di loro ancora non sa usare nemmeno la linea fissa, pensai. — Su, andiamo. — Mi impedì di abbracciarla mentre uscivamo dal bosco ghiacciato e non smise un attimo di tormentare il suo brac cialetto di cuoio.


Quella notte, dopo che Raquel andò a dormire, feci visita alla Bethany nel suo ufficio, alla stazione di posta. Con siderato lo sdegno con cui mi trattava, immaginavo che potesse dubitare di me, ma così non fu. — Provvederemo — commentò. — Vada pure. Perplessa, chiesi: — Tutto qui? — Crede di poter decidere la punizione? Di inasprirla, forse? — Inarcò un sopracciglio. — So bene come mantenere la disciplina nella mia scuola, signorina Olivier. Oppure le piacerebbe scrivere un altro saggio, come pro memoria? — No, la mia domanda era: cosa diciamo agli altri? Saranno curiosi di sapere cos'è successo a Raquel. — Già immaginavo il bel viso di Lucas velato dal dubbio che qualcosa di strano stesse accadendo a Evernight. — Racconterà a tutti di Erich. Forse dovremmo fingere che si trattava di uno scherzo o qualcosa di simile. — Mi pare ragionevole. — Perché sembrava così divertita? Lo capii quando aggiunse: — Vedo che è sempre più esperta in sotterfugi, signorina Olivier. Finalmente qual che progresso. Aveva ragione, purtroppo.


La prima nevicata invernale ci deluse tutti: soltanto quattro centimetri, quanto bastava a creare uno strato di ghiaccio e a rendere scivolosi i marciapiedi. Il panorama di campagna era maculato e brullo, colline giallo-marroni su cui spiccavano chiazze di neve annacquata. Fuori dalla finestra della mia stanza sulla torre, le squame e le ali del gargoyle erano imperlate di ghiaccio. La neve non era abbastanza né per giocarci né per godersi la vista. — A me va bene — commentò Patrice, mentre si drap- peggiava con destrezza una sciarpa verde acido attorno al collo. — Sono contenta che spunti un po' di sole. — Perché finalmente puoi uscire allo scoperto, vero? — La fissazione per la "dieta" di Patrice e delle altre prima del Ballo d'Autunno era stata frustrante: come tutti i vampiri in astinenza di sangue, erano dimagrite e diventate... più vampiresche. Courtney e la sua corte di ammiratori avevano evitato il contatto con il sole, che se non scalfiva un vampiro ben nutrito, poteva danneggiare quello affamato. Avevo dovuto sopportare per ore la visione di Patrice che, davanti allo specchio, cercava la propria immagine sempre più sbiadita, quasi trasparen te.


Mi sembravano anche inacidite ma, visti i personaggi, era difficile stabilire la differenza. Patrice capì cosa intendevo e scosse la testa, esasperata. — Sto bene, dal giorno dopo il ballo. È valsa la pena soffrire la fame e restare all'ombra per qualche settima na! Un giorno coglierai il valore dello spirito di rinuncia — Sulle sue guance rotonde spuntò una fossetta ironica. — Ma non se c'è Lucas in giro, giusto? Ridemmo parecchio di una delle nostre poche battute private. Ero lieta che almeno andassimo d'accordo, per ché fra il problema di Raquel e gli esami in avvicinamento, avevo bisogno del minor stress possibile. Gli esami di fine quadrimestre furono devastanti. Me lo aspettavo e non speravo certo che le relazioni per la Bethany si scrivessero da sole o che il compito di trigo nometria fosse più facile. Mia madre rivelò una singolare tendenza al sadismo, facendo domande su tutti gli argomenti di cui aveva parlato in classe, dal primo all'ultimo, benché la traccia del componimento principale, incentrata sul Compromesso del Missouri, fosse stata segnalata in anticipo da qualche dondolamento sui talloni.


Forse Balthazar se la sta cavando, pensai mentre scrivevo così veloce da farmi venire un crampo alla mano. Speravo di poter essere brava anche solo la metà di lui. La settimana degli esami mi immersi nello studio, non soltanto per la difficoltà delle prove ma anche perché mi aiutava a distrarmi. Costringere Raquel a interrogarmi di continuo era utile a levarle dalla testa il ricordo di ciò che era quasi successo nel bosco. Ci venne in aiuto anche la punizione riservata dalla Bethany a Erich, costretto a passare praticamente ogni momento libero a spazzare i corridoi e a lanciarmi occhiatacce furiose ogni volta che ne aveva la possibilità. — Non mi fido di lui — sibilò Lucas mentre gli passavamo davanti. — Perché non lo sopporti. — Era la verità, malgrado conoscessi motivi migliori per non fidarmi di Erich. Nonostante i nostri sforzi per tenere occupata Raquel, era ancora tormentata. Le paure che portava dentro da sempre, risultavano amplificate dalle molestie di Erich. Sapevo che di notte non dormiva, lo si vedeva dalle occhiaie scure, e un giorno spuntò in biblioteca con i capelli tagliati di fresco: ovviamente lo aveva fatto da sola e con mano neanche troppo sicura.


Nel tentativo di mostrarmi premurosa, spostai i libri per farle spazio accanto a me e dissi: — Sai, di solito tagliavo io i capelli ai miei amici, a casa... — I miei capelli fanno schifo, lo so — Raquel non mi guardò nemmeno, mentre con un tonfo il suo zaino ca deva a terra. — E no, non voglio che tu o chiunque altro me li sistemi. Spero che facciano schifo. Così magari la smetterà di guardarmi. — Chi? Erich? — chiese Lucas, e si irrigidì all'istante. Raquel sprofondò nella sedia. — Sì, Erich. Chi altri? Fino a quel momento non mi ero resa conto di non essere l'unica a cui Erich lanciava occhiate. L'avevo disturbato nel bel mezzo di una caccia: era deciso a bere il sangue di Raquel e forse - forse - persino a farle del male. La maggior parte dei vampiri non uccideva, secondo mamma e papà. Erich poteva essere l'eccezione alla regola? Certo che no, pensai. La Bethany non accetterebbe mai uno del genere a Evernight. Mentre Lucas si affrettava a cambiare discorso, chiedendo a Raquel una copia del programma del corso di biologia di mio padre, lo guardai e ancora una volta sentii l'ondata di desiderio - la brama di possederlo - che la sua presenza scatenava sempre. Mio, pensai. Voglio che tu sia solo mio. Avevo sempre pensato che a parlare fosse l'emozione, ma forse mi sbagliavo.


Forse il bisogno di rivendicare il possesso di qualcun altro faceva parte della natura vampiresca, perciò era più potente di qualsiasi brama umana. Di sicuro Erich non era legato a Raquel come io a Lucas, ma se ad agitarlo era anche soltanto un decimo dell'istinto di possesso che agitava me... ... allora non avrebbe affatto rinunciato a tormenta re Raquel. Quella notte, in bagno, mi imbattei di nuovo in Raquel. Agitava nel palmo della mano le pillole di sonnifero che le avevo raccomandato. Quattro o cinque. — Attenta — esclamai. — Non è il caso di prenderne troppe. La sua espressione era vuota. — Rischio di non svegliarmi più? Non mi sembra così terribile — sospirò. — Credimi, Bianca, con queste è quasi impossibile morire. — Per dormire ne bastano meno. — Non con i rumori sul tetto — trangugiò le pillole, poi si chinò a bere un paio di sorsi al lavandino, direttamente dal rubinetto dell'acqua fredda. Dopo essersi asciugata il viso con il dorso della mano, aggiunse: — Ci sono ancora. Più forti, mi sembra. Di continuo. E non sono io a immaginarli.


Le sue parole non mi piacquero neanche un po'. — Ti credo. Era una risposta come un'altra, ma Raquel spalancò gli occhi. — Davvero? — la sua voce era poco più che un sussurro. — Non dici tanto per dire? — Davvero, ti credo. Con mia sorpresa, gli occhi di Raquel si gonfiarono di lacrime. Sbatté veloce le ciglia per asciugarli, ma ero si cura di ciò che avevo visto. — Nessuno mi ha mai creduto, prima. Mi avvicinai un poco. — A proposito di cosa? Scosse la testa, non voleva rispondere. Ma mentre mi passava davanti per tornare in camera, mi sfiorò il brac cio per un istante appena. Da parte sua, era come riceve re l'abbraccio di un orso. Non avevo idea di cosa l'avesse tormentata in passato, ma sapevo che Erich l'aveva sconvolta. Probabilmente non era intenzionato a farle davvero del male, ma mi sembrava il tipo a cui piaceva spaventare le ragazze come lei. Quel problema, se non altro, potevo provare a risol verlo. Qualche ora dopo, ben oltre il coprifuoco, mi alzai e infilai un paio di jeans, scarpe da ginnastica e il mio ma glione nero pesante. Il cappello di lana nero mi calzava a pennello e nascondeva il rosso dei miei capelli.


Per un attimo valutai la possibilità di macchiare di nero il naso e le guance, come i ladri nei film, ma poi decisi di non esagerare. — Esci a fare uno spuntino? — mormorò Patrice, la testa affondata nel guanciale. — Gli scoiattoli sono ibernati. Prede facili. — Faccio solo un giro — replicai, ma a quel punto Patrice si era già riaddormentata. L'aria notturna era fredda quando scavalcai il davanza le della finestra, ma i guanti e il maglione pesante basta vano per difendermi dai brividi. Trovato l'equilibrio sul ramo dell'albero, allungai le braccia per appendermi alle fronde più alte, poi puntellai i piedi alla corteccia per aumentare la presa. Qualche ramo scricchiolò sotto il mio peso, senza rompersi. Nel giro di pochi minuti raggiunsi il tetto della sezione più bassa dell'edificio. A pochi metri di distanza, la torre meridionale si innal zava verso il cielo notturno: allungando il collo riuscivo persino a distinguere le finestre buie dell'appartamento dei miei. All'altro capo del tetto c'era l'imponente torre settentrionale. Nel mezzo, le tegole dell'edificio principale: non una singola superficie piatta, ma un saliscendi di angolazioni diverse, specchio delle varie fasi in cui la scuola era stata lentamente costruita e dell'associazione imperfetta fra elementi architettonici differenti.


Somigliava un po' al mare in tempesta, all'agitarsi di onde che scintillavano nere e blu alla luce della luna. A denti stretti, strisciai sulla rampa piÚ vicina badando di essere il piÚ silenziosa possibile. Se qualcuno era uscito a fare uno spuntino, non mi importava che mi vedesse. Tuttavia, se qualcuno era sul tetto per un altro motivo, volevo prendermi il vantaggio della sorpresa. Morivo di paura, malgrado continuassi a ripetermi che non c'era motivo di averne. Sapevo che gli scontri non erano il mio forte: quando qualcuno se la prendeva con me, di solito desideravo di poter sparire. Eppure qualcuno doveva difendere Raquel e sembrava che l'unica capace di farlo fossi io. Perciò ignorai la morsa nello stomaco e mi feci coraggio. Cercai di immaginare la pianta delle stanze sotto il tet to e feci del mio meglio per localizzare quella di Raquel. Era in fondo al corridoio, rispetto alla mia. La camera che condividevo con Patrice si trovava ai piedi della torre meridionale ma Raquel non godeva dello stesso privilegio. No, qualcuno poteva passeggiare a pochi metri sopra la sua testa, mentre dormiva. Fissata mentalmente la posizione, proseguii.


Per fortuna non c'era ghiaccio, perciò non scivolai né persi l'equilibrio mentre salivo su un frontone e scendevo dall'altro, a volte camminando, a volte strisciando. Per tutto il tragitto prestai attenzione a ogni rumore: passi, parole, persino sospiri. Malgrado il pensiero del pericolo avesse risvegliato i miei istinti più minacciosi e acuito i sensi, ero pron ta a tutto, o almeno così credevo. Giunta a pochi metri dal tetto sopra la stanza di Ra quel, sentii qualcosa grattare: un rumore lungo, lento, premeditato. C'era qualcuno lassù. Qualcuno che voleva che Raquel sentisse. Con cautela mi arrampicai sulla pendenza più vicina. Là, accucciato nell'ombra, c'era Erich. Stringeva in ma no un ramo spezzato e lo strisciava avanti e indietro contro una tegola d'ardesia. — Tu — dissi piano. Erich si raddrizzò di scatto, spa- ventato. Qualcosa nel modo in cui reagì e nel modo af frettato in cui si coprì con il cappotto lungo mi costrinse a chiedermi cosa stesse combinando con l'altra mano. Disgustata e nervosa, avrei voluto scappare, ma riuscii a non cedere. — Sparisci. — Ora siamo in due a infrangere le regole — mormorò Erich, guardandosi attorno. — Non puoi denunciarmi senza andarci di mezzo anche tu.


Mi avvicinai a lui quanto bastava a toccarlo. Il viso asciutto e il naso a punta lo facevano somigliare più che mai a un ratto. — Bene, allora... denuncerò entrambi. — Oh, che gran delitto rompere il coprifuoco. E allora? Lo fanno tutti. Non conta nulla. — Non sei uscito per mangiare. Stai molestando Ra quel. Erich mi rivolse lo sguardo più disgustato che avessi mai visto, come se fossi qualcosa di orribile spiaccicato sul marciapiede. — Non puoi dimostrarlo. Dentro di me si scatenò la rabbia, che sommerse la paura. Tutti i muscoli si contrassero, gli incisivi inizia rono a spingere in avanti allungandosi fino a diventare zanne. Reagire da vampiro significava non arretrare, mai. — Ah, davvero? Gli afferrai la mano e morsi con forza. Il sangue di un vampiro non ha affatto lo stesso sapore di quello umano, né degli altri esseri viventi. Non sa zia, non è nemmeno cibo. È informazioni. Il sapore del sangue ti dice quali sensazioni prova il vampiro nel momento in cui lo mordi - anche tu le provi, per poco, e nella tua mente scorrono le immagini che un attimo prima erano nella sua.


I miei genitori me l'avevano insegnato e mi avevano persino lasciato provare su di loro un paio di volte, ma nell'unica occasione in cui avevo domandato se si mordessero mai a vicenda, furono presi dall'imbarazzo e cambiarono discorso, chiedendomi se non avessi compiti da fare. Nel sangue dei miei genitori avevo trovato soltanto amore e appagamento, e visto immagini di me stessa bambina, più carina di quanto fossi in realtà, curiosa di scoprire il mondo. Il sangue di Erich era diverso. Era un orrore. Sapeva di acredine, rancore e fame insaziabile di vite umane. Il liquido era così caldo da scottare e così pieno di rabbia da farmi rivoltare lo stomaco, nauseato da quel sapore. Un'immagine balzò alla mia mente, sempre più grande e luminosa, come un incendio improvviso e incontrollabile: Raquel come la desiderava Erich, sdraiata sul suo letto con il collo squarciato, che rantolava il suo ultimo respiro. — Ahi! — Erich ritrasse la mano. — Che diavolo fai? — Vuoi farle del male — mi risultava difficile controllare il tono della voce: avevo iniziato a tremare, sconvol ta dalla violenza intravista. — Vuoi ucciderla. — Volere non significa agire — protestò.


— Pensi che sia l'unico qui che di tanto in tanto vorrebbe assaggiare un po' di carne fresca? Non potrai mai farmi punire per questo. — Scendi dal tetto, maledizione. Vattene stanotte e non tornarci mai, mai più. Se ti azzardi, lo dirò alla Bethany. Lei mi crederà e tu verrai cacciato. — E allora diglielo. Sono stufo di questo posto. Ma me rito un buon pasto prima di andare, non ti pare? — Erich mi rise in faccia e per un solo, terribile momento pen sai che finalmente volesse combattere contro di me. Invece saltò giù dal tetto senza nemmeno cercare un ramo a cui aggrapparsi. Non avevo mai provato nulla di simile a quel genere di rabbia cieca. Speravo che fosse l'unica e l'ultima volta. Malgrado il clima impietoso e cupo di Evernight, sentivo di avere visto per la prima volta la vera malvagità. «Credi nel male?» mi aveva chiesto Raquel. Avevo risposto di sì, senza sapere che aspetto avesse davvero. Tremavo ancora e respirai a fondo un paio di volte cercando di ricompormi. Dovevo pensare e ripensare a ciò che era appena accaduto, ma per quella sera mi bastava tagliare la corda. Un paio di passi ancora e sgattaiolai lungo la rampa più lontana del tetto, cercando di dare un'occhiata al punto in cui era atterrato Erich. Volevo assicurarmi che se ne fosse andato davvero.


Ma mentre facevo per scendere, vidi un'altra sagoma nel buio, simile a un'ombra sommersa nel profondo del mare. Forse Erich non era solo. — Fermo! — Mi bloccai. — Chi sei? La sagoma si alzò in piedi lentamente e si stagliò alla luce della luna. Era Lucas. — Lucas? Che ci fai qui? — Un istante dopo averglielo chiesto, mi sentii una stupida. Era lì per il mio stesso motivo, per controllare se fosse Erich a tormentare Raquel. Lucas non rispose. Mi osservava come se non mi riconoscesse e arretrò di un passo. — Lucas? — Sulle prime non ci arrivai, ma mi bastò un attimo per capire. Avevo ancora le zanne affilate . La bocca era sporca di sangue. Se era accucciato lì da alme no un paio di minuti, mi aveva di sicuro sentita parlare con Erich e mi aveva vista mentre lo mordevo. Lucas sa che sono un vampiro. La gente non crede quasi più ai vampiri e nemmeno l'opera di convincimento più decisa basterebbe a smuoverla. Di convincere Lucas non c'era bisogno, però, visto che si trovava faccia a faccia con un vampiro con tanto di zanne e labbra insanguinate. Mi guardò come fossi una sconosciuta, anzi, un mostro. Tutti i segreti per i quali combattevo da una vita era no appena stati svelati.


Aspetta — implorai. Avevo ancora le labbra

appiccicoso di sangue. — Non andare. Posso spiegarti! — Non avvicinarti. — Il viso di Lucas era pallido come un cencio. — Lucas... ti prego... — Sei un vampiro. Non sapevo cosa rispondere. Il mio nuovo talento per le bugie non poteva aiutarmi. Lucas sapeva la verità e io non potevo più nascondermi. Continuò ad arretrare inciampando nelle scandole di ardesia, mentre le braccia gli tremavano e cercava di ri manere stabile. Lo shock lo aveva reso goffo, proprio lui che si muoveva sempre con gesti decisi e sicuri. Sembrava quasi accecato. Avrei voluto avvicinarmi almeno per impedirgli di perdere l'equilibrio e cadere. Soprattutto, avevo il disperato bisogno di spiegare. Ma lui non me lo avrebbe concesso, non più. Se lo avessi seguito sarebbe scappato, preso dal panico. Scappato da me. Mi sedetti tremante sulle tegole e guardai Lucas far si strada sul tetto.


Non osò voltarsi verso di me finché non fu quasi a metà della distanza che lo separava dalla torre settentrionale e dalle stanze dei ragazzi. Con le ginocchia fra le braccia e le guance rigate di lacrime, mi sentivo più impaurita e imbarazzata che mai, ancor più di quando lo avevo morso. Aveva già capito cos'era accaduto davvero la notte del Ballo d'Autunno, che a ferirlo ero stata io? Forse non ancora, ma presto ci sarebbe arrivato. Cosa dovevo fare? Dirlo subito ai miei? Sarebbero andati su tutte le furie e avrebbero preso provvedimenti nei confronti di Lucas. Non sapevo cosa facessero i vampiri agli umani che scoprivano il segreto di Evernight, ma sospettavo che non fosse niente di buono. Raccontare tutto alla Bethany? Fuori discussione. Potevo cercare di svegliare Patrice per chiederle consiglio, ma probabilmente avrebbe fatto spallucce e si sarebbe riaggiustata sugli occhi la maschera di seta rossa, pronta a ripiombare nel sonno. Ora che il segreto non era più tale, erano tutti in pericolo. Lucas probabilmente non lo avrebbe raccontato a nessuno, per non rischiare di passare per matto; anche se lo avesse fatto, difficile che qualcuno potesse credergli. Ma il rischio, la possibilità che tutti potessimo essere smascherati, era terribile. Ed era solo colpa mia. Doveva esserci una soluzione. Qualcosa che potessi fare.


Parlerò con Lucas. Subito, domattina... no, domattina ha un esame. Era così strano dover pensare a una cosa ordinaria come un esame nel bel mezzo di quella crisi. Dopo posso cercarlo. Non vorrà parlarmi ma non si metterà nemmeno a berciare di vampiri nel salone. Questo mi dà una possibilità, e se solo riesco a scegliere le parole giuste... Cosa? Gli avevo mentito. Lo avevo ferito. Forse era giusto che volesse allontanarsi il più possibile da me. Eppure, sapevo di doverci provare. Se correvo il rischio di perdere Lucas per sempre, non c'era niente che non fossi disposta a fare: implorarlo, piangere o svelargli tutti i miei segreti. L'unica certezza era che dovevo riuscire a spiegarmi. Dopo una lunga notte insonne mi alzai, indossai il maglione nero e la gonna e scesi le scale intorpidita. Pensavo di avere calcolato l'orario della fine dell'esame di Lucas, ma a quanto sembrava gli studenti avevano il permesso di abbandonare l'aula dopo aver consegnato. Lucas, secondo certi suoi compagni di classe, aveva finito presto. Ciò significava che probabilmente era rientrato in camera. Raccolsi tutto il mio coraggio e sgattaiolai verso i dormitori maschili. Vic e Lucas una volta mi avevano indicato la loro finestra dal cortile, perciò, se nessuno mi avesse beccata, avrei potuto trovare la stanza.


Comparire senza preavviso in camera sua lo avrebbe spaventato a morte? Forse. Ma dovevo rischiare. Non ce la facevo piÚ. Ero divorata, scombussolata dall'incertezza. Lucas poteva anche urlarmi di stargli lontana per sempre, ma almeno l'avrei saputo. Non sapere era la cosa peggiore. Mi accorsi di essere giunta a destinazione quando trovai una porta decorata con due manifesti: La donna che visse due volte e un altro poster intitolato Faster, Pussy-cat! Kill! Kill! Non ebbi risposta quando bussai, perciò aprii la porta, riluttante. Non c'era nessuno. La stanza di Lucas aveva il suo stesso odore: speziato e legnoso, sembrava quasi di essere tornati nella foresta. Metà delle pareti erano tappezzate da poster di film d'azione, con pistole e bellone che spuntavano da tutte le parti; il letto che si trovava sotto ai poster era coperto da un lenzuolo a disegni psichedelici. In altre parole, era la metà di Vic. Quella di Lucas invece era quasi spoglia. Nessuna foto o poster appeso alle pareti, e alla minuscola lavagnetta fissata sopra ogni letto aveva appuntato soltanto il programma delle lezioni e un biglietto del cinema: Il sospetto, il nostro primo appuntamento. Il suo letto aveva una coperta militare. A quanto pareva, non mi restava altro che aspettare. Dubbiosa, mi avvicinai alla finestra, affacciata su un tratto del vialetto di ghiaia della scuola.


C'era parcheggiata qualche auto, perlopiù di genitori venuti a prendere i figli l'ultimo giorno d'esame per riportarli a casa per le vacanze di Natale. Genitori umani, s'intende. Li vedevo abbracciarsi, caricare i bagagli... e vidi anche Lucas che usciva a passo svelto dalla porta principale con lo zaino in spalla. — Oh, no — sussurrai. Sbattei le mani sulla finestra, così forte da temere che il vetro andasse in pezzi, che io stessa andassi in pezzi. Ma Lucas non ebbe alcun ripensamento. Filò dritto verso una berlina lunga e nera con i finestrini oscurati. La porta dell'auto si aprì, cercai di adocchiare chi la occupasse ma non vidi nessuno. In quell'istante capii perché la sua parte di stanza fosse spoglia: Lucas aveva abbandonato Evernight per le vacanze di Natale senza salutarmi, e probabilmente non sarebbe tornato mai più. — Ehi, adesso abbiamo stanze miste? Fichissimo, direi — Vie sbucò alle mie spalle. Gli rivolsi un sorriso incerto ma tornai subito a osservare l'auto di Lucas che se ne andava. Sempre più veloce, come fosse di fretta. — Bell'idea intrufolarti qui. Vi siete dati l'ultimo saluto, eh? — Già. — Che altro potevo dire? — Non deprimerti troppo, d'accordo? — Vic mi diede un colpetto sulla spalla. — Certi ragazzi sanno cosa dire alle ragazze quando sono turbate ma, cara mia, io non sono uno di quelli.


— Sto bene. Sul serio. — Studiai Vic con attenzione. Era l'unico in tutta la scuola con cui Lucas poteva aver condiviso i propri sospetti. — A te Lucas sembrava... okay? — Ha rifiutato il mio invito in Giamaica — Vic scrollò le spalle. — Perché doveva vedersi con degli amici di famiglia o qualcosa del genere, anche se a sentir lui non era niente di speciale. Non è meglio passare il Natale in spiaggia anziché perdere tempo con qualche vecchio trombone amico di tua madre? Non era affatto ciò che intendevo. Eppure, se quello era il comportamento più strano che Vic avesse notato, probabilmente Lucas aveva tenuto per sé i discorsi sui vampiri. Vic non era tipo da mentire in una situazione come quella. Una fitta di dolore, e mi resi conto che lui era più sincero di me. — Patatine? — mi offrì un sacchetto mezzo vuoto, arancione e polveroso. Scossi la testa e cercai con tutta me stessa di nascondere la mia voglia di vomitare. — Se ne pentirà. Aspetta e vedrai. Io e la mia famiglia ci divertiremo come non mai. E lui, che farà? Sfoggerà le sue buone maniere a chissà quale tavola. — Sgranocchiando le patatine, Vic predisse: — Sarà un mese lungo. — Sì — mormorai. — Di sicuro.


Immagino che la maggior parte delle persone dia per scontato che ai vampiri il Natale non piaccia granché. La maggior parte delle persone si sbaglia. La parte religiosa era complicata. Vedere una croce non ci mandava a fuoco né ci trasformava in fumo, come nei film dell'orrore, ma in chiesa o dentro una cappella ci sentivamo a disagio - era una sensazione strana che faceva accapponare la pelle, come se qualcuno di invisibile ci stesse guardando. Perciò niente messa di mezzanotte, niente presepe, niente di tutto ciò. Tuttavia, i vampiri adorano i regali come chiunque altro. Aggiungete la sospensione delle lezioni e otterrete una vacanza che persino i non-morti possono godersi. La maggior parte di loro, perlomeno. In vita mia non ero mai stata così triste come quel Natale. L'atmosfera opprimente si ammorbidì quando gli altri ragazzi se ne andarono e rimasero soltanto i vampiri. La strafottenza e l'aggressività svanirono quasi del tutto: non c'era più nessuno da prendere di mira o su cui far colpo. Qualcuno di noi se ne andò, compresa Patrice, perché secondo lei la stagione sciistica svizzera era imperdibile. Il resto di noi, studenti e professori, restò a Evernight perché era casa nostra, o la cosa più simile a una casa che alcuni potessero avere. — Siamo l'eccezione, Bianca. — Mia madre appendeva ghirlande d'agrifoglio in corridoio mentre io, alle sue spalle, tenevo ferma la scala.


Lei e papà avevano colto il mio umore nero e si sforzavano più che potevano di infondermi un po' di spirito natalizio. — Siamo l'unica famiglia di Evernight, te ne rendi conto? Nessun altro qui ha più avuto una famiglia da quando... be', da quando non è più vivo. — A me però sembra assurdo che non abbiano una casa in cui tornare — le diedi una puntina con cui fissare la ghirlanda. — Ce l'avevamo una casa, noi. Come si fa a stare senza? — Abbiamo avuto una casa per sedici anni — mi corresse papà dal divano, dov'era impegnato a frugare tra i suoi vecchi dischi in cerca della raccolta di canzoni natalizie di Ella Fitzgerald. — Per te è una vita intera, ma a me e a tua madre sembra... — Come un battito di ciglia — sospirò mamma. Papà le sorrise e qualcosa nella sua espressione mi ricordò che era seicento anni più anziano di lei e che persino i secoli trascorsi insieme potevano sembrargli un battito di ciglia. — La stabilità non esiste. Ci si lascia trasportare di luogo in luogo, ci si perde nei piaceri, nel lusso o in qualsiasi altra cosa abbia il potere di distrarti dagli sporadici momenti di noia dell'immortalità. La vita continua ed è difficile tenere il passo per chi di noi non è vivo.


— E per questa ragione esiste Evernight — conclusi, ripensando alle lezioni di tecnologia moderna e alle perplessità di certi studenti quando il professor Yee aveva introdotto il concetto di «posta elettronica». Molti di loro ne avevano sentito parlare, qualcuno già sapeva come usarla, ma prima che Yee lo spiegasse, ero io l'unica a capire davvero come funzionasse. Un conto era mescolarsi alla vita del Ventunesimo secolo, un altro capire fino in fondo cosa stesse succedendo. — E quelli che non sembrano abbastanza giovani per frequentare la scuola? — Be', vedi, questo non è l'unico posto che abbiamo. — Mamma si abbassò a prendere un'altra ghirlanda. — Ci sono terme, alberghi e altri luoghi del genere, dove è normale restare piuttosto isolati dal resto del mondo e dove si possono selezionare gli ingressi. Un tempo avevamo parecchi monasteri e conventi, ma al giorno d'oggi è difficile fondarne di nuovi. La Riforma Protestante se n'è presi un bel po', fra rivolte ugonotte, incendi e saccheggi. I residenti non potevano certo spiegare che non erano cattolici senza peggiorare di molto la situazione. In quest'epoca ci affidiamo soprattutto a scuole e ad associazioni private. Papà aggiunse: — L'anno prossimo in Arizona apriranno un falso centro di riabilitazione.


Immaginai tutti noi, sparsi per il mondo, che ci radunavamo soltanto in certi luoghi, a intervalli di qualche secolo. Era così che avrei condotto la mia esistenza? La trovavo una solitudine insopportabile. Che senso aveva vivere per sempre se era una vita senza amore? Mamma e papà erano stati fortunati a trovarsi e a convivere per centinaia di anni. Io avevo trovato Lucas e lo avevo perso nel giro di pochi mesi. Cercai di convincermi che prima o poi mi sarebbe sembrata cosa da nulla, che i giorni trascorsi con Lucas sarebbero diventati "un battito di ciglia", ma non riuscivo a crederci. Perciò la prima settimana di vacanza restai più che altro in camera mia. E passai parecchio tempo a letto. Di tanto in tanto andavo nel laboratorio di informatica deserto a controllare l'e-mail, sperando contro ogni ragionevolezza in un messaggio di Lucas. Invece ricevevo soltanto foto di Vic in varie pose stupide sulla spiaggia, con gli occhiali da sole e il cappello da Babbo Natale. Pensai che forse dovevo scrivere io qualcosa a Lucas anziché aspettare che fosse lui a farlo, ma cosa potevo dirgli? I miei mi trascinavano fuori dalla stanza per qualche attività vacanziera ogni volta che potevano e io cercavo di assecondarli. Bella fortuna essere figlia degli unici vampiri nella storia del mondo che cucinavano torte di frutta. Di tanto in tanto li vedevo scambiarsi occhiate.


Capivano quanto fossi triste, ovviamente, ed erano sempre a un passo dal chiedermi se qualcosa non andasse. In un certo senso, avrei voluto dirglielo. A volte non desideravo altro che spiattellare la verità piangendo fra le loro braccia, e poco mi importava che fosse un gesto immaturo. Ma se avessi detto la verità ai miei, sarebbero stati costretti ad avvertire la Bethany, e non potevo sperare che lei non avrebbe dato la caccia a Lucas per rovinargli la vita. Per il bene di Lucas, dovevo tenere quel doloroso segreto per me. Avrei potuto continuare così per tutte le vacanze, non fosse stato per la neve che cadde due giorni prima di Natale. Fu molto più generosa della prima nevicata e nascose i cortili sotto una coltre di silenzio, morbidezza e riflessi bianco-azzurri. Avevo sempre adorato la neve, e vederla luminosa e perfetta fino all'orizzonte mi tirò fuori lentamente dalla depressione. Infilai jeans, scarponi e un pesantissimo maglione verde di lana a trecce, e mi trascinai al pian terreno per fare una passeggiata. Sapevo di rischiare l'ibernazione ma ne valeva la pena, pur di essere la prima a lasciare le impronte in cortile e nel bosco. Giunta alla porta, vidi che non ero l'unica a gradire l'idea. Balthazar mi sorrise timido da dietro la sciarpa rossa.


— Centinaia di anni in New England e ancora mi entusiasmo per la neve. — So come ti senti. — C'era ancora un po' di imbarazzo fra noi, ma la buona educazione imponeva parole precise: — Facciamo due passi insieme. — Sì. Andiamo. All'inizio non parlammo granché. L'atmosfera non era tesa, però. La nevicata e la luce rosa e oro del primo mattino imponevano il silenzio e l'unico rumore che desideravamo sentire era lo scrocchio smorzato degli scarponi nella neve. Il percorso che scegliemmo passava per il cortile e andava verso i boschi: la stessa strada che avevamo fatto la sera del Ballo d'Autunno. Respiravo con la bocca e disegnavo nuvole di calore soffici e grigie nel cielo invernale. Gli occhi socchiusi di Balthazar gli davano un'aria divertita, felice. Pensai a tutti i secoli che doveva aver visto passare e al fatto che al suo fianco non avesse avuto nessuno con cui condividerli. — Posso farti una domanda personale? Spalancò gli occhi, sorpreso ma non offeso. — Certo. — Quando sei morto? Anziché rispondere subito, Balthazar fece qualche altro passo. A giudicare da come studiava l'orizzonte, forse stava cercando di rievocare il momento. — 1691.


— Nel New England? — domandai, ripensando al commento di poco prima. — Sì. Non lontano da qui, sai. Nella stessa città in cui ero cresciuto. La lasciai solo una volta — lo sguardo di Balthazar era lontano. — Per un viaggio a Boston. — Se pensarci ti rende triste... — No, va bene. È parecchio che non parlo di casa. Un corvo affamato si appollaiò sul ramo di un arbusto d'agrifoglio poco lontano, nero e lucente fra le foglie aguzze, a strapparne le bacche. Balthazar osservò il corvo indaffarato, probabilmente per non essere costretto a guardare negli occhi me. Qualunque cosa stesse per dire, sapevo che per lui era difficile. — I miei genitori furono tra i primi a stabilirsi qui. Non erano a bordo del Mayflower, ma non giunsero tanto più tardi. Mia sorella Charity nacque durante il viaggio. Vide la terraferma per la prima volta quando aveva un mese. Dicevano che ciò l'aveva resa incostante, priva di radici nella terra — fece un sospiro. — Charity... un nome puritano, vero? — Mi sembrava di averlo letto da qualche parte, anche se non riuscivo a immaginare Balthazar travestito da Padre Pellegrino in una ricostruzione del Giorno del Ringraziamento. — Secondo gli anziani non eravamo veri Devoti. Il diritto a far parte della chiesa ci venne riconosciuto soltanto perché...


— Dovevo aver tradito una certa confusione nel mio sguardo, perché Balthazar scoppiò a ridere. — Storia antica. Vista con occhi moderni, la mia famiglia era profondamente religiosa. I miei genitori battezzarono mia sorella con il nome di una delle virtù teologali, la carità. Credevano in quelle virtù come in qualcosa di reale e concreto, ma lontano, come noi crediamo nel sole o nelle stelle. — Ma se erano tanto religiosi, perché a te hanno dato un nome così originale? Mi lanciò un'occhiata. — Baldassarre era uno dei Re Magi che portarono i doni a Gesù Bambino. — Ah. — Non volevo metterti a disagio. — Una mano forte si posò sulla mia spalla, per un attimo soltanto. — In pochissimi ormai raccontano queste storie ai propri figli. All'epoca, erano risapute. Il mondo cambia parecchio ed è difficile restare al passo. — Suppongo che ti manchino molto. I tuoi familiari, intendo — mi sentivo davvero inadeguata. Cosa provava Balthazar, che non vedeva i suoi genitori né sua sorella da secoli? Non riuscivo nemmeno a immaginare quanto profondo fosse il suo dolore. Come mi sentirò quando Lucas mancherà da duecento anni?


Pensare a quella domanda era insopportabile. Meglio concentrarmi su Balthazar. — A volte penso di essere cambiato così tanto che i miei genitori mi riconoscerebbero a stento. E mia sorella... — Balthazar fece una pausa e scosse la testa. — Capisco che tu voglia sapere quant'erano diverse le cose all'epoca. Quanto le cose cambino. Ma noi non cambiamo, Bianca. È l'aspetto più inquietante. È il motivo per cui tanti continuano a comportarsi da ragazzi anche dopo secoli. Non capiscono se stessi né il mondo in cui devono vivere. È una specie di adolescenza eterna. Non molto divertente. Strinsi le braccia per combattere i brividi scatenati dal freddo e dal pensiero degli anni, dei decenni e dei secoli che mi aspettavano, mutevoli e incerti. Passeggiammo per un altro po', Balthazar assorto nei suoi pensieri, io nei miei. I nostri passi alzavano batuffoli di neve fresca mentre lasciavamo le uniche impronte in un mare immobile e bianco. Alla fine trovai il coraggio di chiedere a Balthazar ciò che pensavo davvero. — Se potessi tornare indietro, prenderesti con te la tua famiglia? Forse la risposta era un sì, avrebbe fatto qualsiasi cosa per averli con sé. Forse la risposta era un no, non sarebbe mai e poi mai riuscito a ucciderli.


Entrambe mi avrebbero aiutata a capire quanto durava il dolore, quanto a lungo avrei dovuto sopportare la tristezza di perdere Lucas. Non mi aspettavo che Balthazar si fermasse e mi trafiggesse con uno sguardo. — Se potessi tornare indietro — rispose — morirei con i miei genitori. — Cosa? — Ero troppo sbalordita per aggiungere altro. Balthazar si avvicinò e posò sulla mia guancia una mano guantata. Non fu un gesto affettuoso come quelli di Lucas. Cercava di aprirmi gli occhi, di mostrarmi qualcosa. — Tu sei viva, Bianca. Ancora non sai apprezzare cosa significhi. È meglio che essere vampiri, meglio di qualsiasi altra cosa al mondo. Ricordo poco di quand'ero vivo, ma se potessi sfiorare quel tempo anche solo per un giorno, darei tutto ciò che ho. Sarei anche disposto a morire. Non c'è confronto fra i secoli che ho vissuto, le meraviglie che ho visto, e la sensazione di essere vivi. Perché credi che i vampiri qui siano così astiosi nei confronti degli studenti umani? — Perché... be', immagino perché siano snob... — Ti sbagli. È solo invidia. — Ci scambiammo un lungo sguardo, in silenzio, poi aggiunse: — Goditi la vita finché ce l'hai. Perché non dura - né per i vampiri, né per chiunque altro.


Nessuno mi aveva mai detto niente di simile. I miei genitori non desideravano di poter tornare in vita oppure sì? Non ne avevano mai parlato. E Courtney, Erich, Patrice, Ranulf: sotto sotto, desideravano essere umani? Forse intuendo dei miei dubbi, Balthazar commentò: — Non mi credi. — So che mi stai dicendo la verità. Sono questioni troppo importanti per mentire. Non sarebbe da te. Balthazar annuì, sulle sue labbra si affacciò lento un mezzo sorriso e io sospettai di avere detto più di quanto volessi. Non vedevo quella luce speranzosa nei suoi occhi dalla sera del Ballo d'Autunno, prima che lo lasciassi. Ma ciò che avevo detto era la verità, il che mi preoccupava. Balthazar non mi avrebbe mai mentito su questioni così importanti, nemmeno se la verità fosse stata difficile da accettare. Era una persona degna di fiducia, una persona buona. Io stessa desideravo imparare a porre l'interesse degli altri davanti a tutto, e poter meritare la fiducia di Lucas. Poi pensai: forse non è troppo tardi. Tornati a scuola, tracciando con le nostre impronte un sentiero serpeggiante sulla neve, salutai Balthazar e corsi al laboratorio di informatica, al primo piano. Per fortuna la porta era aperta.


Mentre aspettavo che il computer si avviasse, ripensai alla stampa del Bacio di Klimt sopra il mio letto. I due amanti si abbracciavano per l'eternità, due parti di un tutto, fuse insieme in un mosaico rosa e dorato. Quando si ama qualcuno, le bugie non possono mettersi di mezzo. Comunque vada, anche se ci si è già lasciati per sempre, la sincerità è d'obbligo. Con dita tremanti, digitai l'indirizzo e-mail di Lucas e come oggetto scelsi "Nient'altro che la verità". Poi iniziai a scrivere, a confessare tutto ciò che gli avevo tenuto nascosto fino a quel momento. In breve e con la massima semplicità, gli confermai che ciò che aveva visto quella sera era vero. Che ero un vampiro, figlia di due vampiri e destinata a diventare come loro, un giorno. Che Evernight era un covo di vampiri, che la scuola esisteva soltanto per mostrarci come cambiava il mondo e per proteggerci da chi ci temeva perché non poteva capirci. Che la sera del Ballo d'Autunno l'avevo morso, ma senza volergli fare del male, soltanto perché desideravo essergli il più vicina possibile. Le parole sgorgavano da sole. Era un disastro, davvero: non avevo mai osato rivelare certi segreti e continuavo a ripetermi, a dare descrizioni sbagliate o a fare domande cui io stessa non sapevo rispondere.


Ma non importava. L'importante era dire la verità a Lucas, una volta per tutte. Alla fine, conclusi: Non ti ho scritto tutto questo perché spero che torni. So di non meritarlo, tantomeno dopo ciò che ho combinato, e anche se non sei in pericolo a Evernight, immagino che tu non voglia mai più nemmeno avvicinarti alla scuola. Quello che ti chiedo, però, è di non parlare con nessuno di ciò che hai visto qui, ammesso che tu non l'abbia già fatto. Non mostrare a nessuno questa e-mail. Mantieni il segreto, per me. Se si scoprisse la verità, i miei genitori, Balthazar e parecchi altri studenti sarebbero in pericolo, e la colpa sarebbe soltanto mia. Non potrei sopportarlo. Non ho raccontato a nessuno che hai visto me ed Erich sul tetto, per proteggerti. Puoi fare altrettanto, in cambio! Non ti chiedo altro. Forse è più di quanto io meriti, ma la cosa non riguarda me. Riguarda le persone che potrebbero andarci di mezzo. Vorrei comprendessi che, se ti dico la verità, è soltanto perché di te mi importa davvero. Scusa se ho aspettato così tanto. Ma spero che tu possa renderti conto di come mi sento. Mi mancherai, sempre. Addio, Lucas.


Per non rischiare di cambiare idea e cancellare tutto, mi affrettai a premere "invia". Un istante dopo fui colta da un brivido. E se Lucas non mi avesse ascoltata? E se l'e mail non fosse riuscita a convincerlo a mantenere il segreto ma, anzi, gli avesse fornito ulteriori prove? Forse avrei dovuto pentirmi del mio gesto, ma non potei. Forse Lucas non voleva più fidarsi di me, ma io di lui sì. Non mi aspettavo che rispondesse. Ma c'è differenza fra aspettative e speranze. Quel giorno tornai più volte a controllare la posta, e poi il giorno dopo, e ancora il giorno di Natale, ogni volta che riuscivo a prendermi una pausa dall'apertura dei regali. Nessuna risposta da Lucas. Capodanno. Niente. Credevo che valesse sempre la pena dire la verità, e ne ero ancora convinta. Ma ciò non mi aiutava affatto ad accettare che la mia confessione non fosse servita a nulla. Lucas restava lontano, per sempre.


Quando gli studenti rientrarono a scuola, li

aspettai sui gradini dell'ingresso nella speranza di vedere un volto amico. Sapevo che Lucas non sarebbe tornato. Continuavo a immaginare di rivederlo ma erano soltanto scherzi crudeli della mia mente. Ripetevo a me stessa che in un certo senso quel giorno avrebbe segnato una svolta. Lucas non sarebbe comparso e finalmente avrei avuto una certezza. Anziché torturarmi con il desiderio inutile di qualcosa che non poteva essere, avrei potuto affrontare la cruda verità e costringermi a passare oltre. Ma per farlo avevo bisogno di tutti gli amici che mi restavano a Evernight. Notai Raquel che si faceva strada nella calca, rapida e nervosa. Capii il perché quando mi voltai e vidi Erich fissarla intensamente dal gradino più alto. Mi avvicinai subito a lei e le presi una valigia. — Sei tornata — commentai. — Non l'avrei mai detto. — Non volevo — Raquel non osava alzare lo sguardo da terra. — Senza offesa. Tu mi saresti mancata. Ma non volevo rivedere lui. — Non c'era bisogno di specificare di chi stesse parlando.


— Non hai detto nulla ai tuoi? — Immaginavo che avrebbero chiamato la Bethany, furiosi per la mancata espulsione di Erich, e magari ritirato Raquel dall'Accademia. Lei scrollò le spalle. — Secondo loro ho ingigantito la questione. Lo dicono sempre. Ricordai la sua emozione quando le avevo detto che le credevo. Ora capivo perché. — Mi dispiace. — Fa niente. Sono tornata. Devo farci i conti. E poi ho perso il mio braccialetto preferito, prima delle vacanze. Quello, almeno, dovevo tornare a cercarlo. Lanciai uno sguardo di sbieco a Erich. I suoi occhi scuri non si staccavano un momento da noi. Quando si accorse che lo stavo osservando, un angolo della sua bocca si sollevò in un sorrisetto. Disgustata, mi voltai verso la folla... Lucas. No. Non poteva essere. Era soltanto l'ennesimo scherzo della mia immaginazione, che ritentava di darmi speranza. Impossibile che Lucas tornasse a Evernight dopo ciò che aveva visto e che gli avevo detto. Poi la folla si diradò, lo vidi con chiarezza e capii di avere ragione. Lucas era tornato. Eccolo, a pochi passi da me.


Sembrava più trasandato del solito: i capelli color bronzo erano scompigliati e indossava un maglione blu logoro e più stropicciato rispetto alla divisa di Evernight. Addosso a lui era magnifico. Mi illuminai quando lo vidi, non potevo trattenermi. Non appena i nostri occhi si incrociarono, Lucas distolse lo sguardo come se non sapesse cosa fare. Fu come ricevere uno schiaffo. Il mio primo impulso fu di mollare la borsa di Raquel e scappare in bagno per non scoppiare in lacrime sui gradini. Ma in quell'istante, una macchia a quadretti scozzesi mi sfrecciò accanto e abbrancò Lucas alle spalle. — Ehi! — esultò Vic. — Amico! Sei tornato. — Toglimi le mani di dosso — Lucas rise mentre respingeva Vic. — Guarda questo — Vic frugò nello zaino e ne estrasse un casco coloniale originale, come quelli usati nei vecchi film di safari. Lo mostrò sia a me che a Lucas: a quanto pareva, non si era accorto del nostro distacco. — Grandioso, eh? — Non riuscirai mai a indossarlo a lezione — commentai, fingendo che fosse tutto okay. Forse Lucas mi avrebbe assecondata e in tal modo avrei avuto uno spiraglio per potergli parlare. — Passino le All Star, ma secondo me il casco coloniale è un po' troppo. — Intendo indossarlo a la casa de Lucas y Victor — Vic indossò il cappello.


— Per i momenti di relax e per lo studio. Che te ne pare, Lucas? Nessuno rispose. Lucas era già svanito tra la folla. Vic si voltò verso di me, chiaramente confuso dalla sparizione del suo compagno di stanza. Anch'io ero confusa, ma non riuscivo a immaginare perché mai Lucas fosse tornato. Ovviamente gli ci sarebbe voluto del tempo prima di riuscire a rivolgermi la parola. Considerato ciò che aveva scoperto su di me, su Evernight e sui vampiri, imma ginavo che meritasse tutto il tempo possibile. E a me non restava altro che aspettare. Un paio di giorni dopo, mentre mi preparavo per le lezioni, fingevo di ascoltare con vero interesse Patrice e il suo racconto della vacanza in Svizzera. — Non smetterò mai di sorprendermi davanti a chi sostiene che sciare in Colorado è meglio — Patrice arricciò il naso. Pensava davvero che l'America fosse così volgare? Oppure fingeva di essere raffinata per compensare chissà quale complesso? Con tutti i segreti che custodivo, ormai, iniziavo a credere poco alle apparenze. — Penso che la Svizzera sia molto più civilizzata. E lo spaccato di società che vi si incontra è più interessante.


— A me sciare non piace — replicai con spensieratezza, alle prese con il mascara. — Lo snowboard è più emozionante. — Cosa? — Lo sguardo di Patrice fu eloquente. Non avevo mai osato trovarmi in disaccordo con lei. Persino se l'argomento era frivolo, come il confronto fra sci e snowboard, non sembrava felice di vedersi contraddetta. Prima che potessi precisare la mia posizione, la porta si spalancò. Era Courtney, con un'aria davvero sgualcita, la stessa Courtney che aveva trucco e acconciatura perfetti anche quando ti ci imbattevi in bagno alle due di notte. — Ragazze, avete visto Erich? — Erich? — Patrice alzò un sopracciglio. — Non ricordo di averlo invitato a dormire con me. E tu, Bianca? — Non stanotte, direi. — Niente sarcasmo, okay? — sbottò Courtney. — Fossi in voi, prenderei sul serio la scomparsa di un vostro compagno. Qualcuno scappa e voi la prendete come una bella barzelletta. Genevieve si sta spremendo gli occhi a forza di piangere. — Aspetta, Erich è scomparso? — Raquel apparve sulla soglia insieme a un paio di altre studentesse, in varie fasi di vestizione. La notizia era circolata in fretta.


— Conoscete David, il suo coinquilino? È tornato soltanto oggi. — Certo, Courtney era preoccupatissima, ma non le dispiaceva trovarsi al centro dell'attenzione. Con un certo gusto, aggiunse: — David dice che secondo lui qualcuno ha frugato in camera di Erich. È tutta sottosopra! E di Erich non c'è traccia. Genevieve aveva un appuntamento con lui questo fine settimana, ora è sconvolta. — D'ora in poi rideremo in silenzio — promise Raquel, che ovviamente non era preoccupata per il destino di Erich. Come darle torto? Courtney ci lanciò un'occhiataccia prima di andarsene. Più tardi, mentre l'accompagnavo alla prima lezione, Raquel mormorò: — Scommetto che Genevieve non sopporta di aver perso l'occasione di uscire e farsi violentare da lui. — Secondo me Erich si è stancato della scuola — commentai. — Ho sentito dire che ogni anno parecchi studenti abbandonano prima della fine dei corsi. — Ovviamente, sapevo che Erich era soltanto uno dei tantissimi vampiri che venivano a Evernight per impratichirsi con il mondo moderno, si seccavano di essere trattati come studenti e scappavano a divertirsi altrove. Oppure, forse la Bethany aveva visto in lui la minaccia che avevo visto io e gli aveva ordinato di abbandonare immediatamente l'istituto. — Gli studenti che fuggono sono i più furbi.


Perciò mi sorprende che Erich sia stato il primo ad andarsene — Raquel fece una pausa. — Sembrano tutti così sicuri che se ne sia andato, soltanto perché non ne ha parlato con nessuno. E poi, se proprio voleva scappare, sarebbe stato più logico sfruttare il periodo delle vacanze di Natale. Secondo te verrà la polizia? Qualche domanda dovrebbero farcela, no? — Probabilmente ha soltanto chiamato i suoi per farsi venire a prendere e spedire in chissà quale altro collegio di lusso. La Bethany sa tutto, ne sono certa. Courtney si sta solo atteggiando a primadonna. — Sì, c'è poco da sorprendersi. E lui mi sembra esattamente il genere di cretino che mette sottosopra la propria stanza prima di andarsene e combina un disastro, tanto poi arriverà qualcun altro a riordinare. — Ma Raquel non sembrava convinta. — Dovrebbero farci delle domande, però. I professori, e magari anche i piedipiatti. — Lo hanno appena scoperto. — Continuare a parlarne mi innervosiva. — Lasciagli un po' di tempo. — Quando uno studente sparisce, la gente in questa scuola si comporta come se niente fosse — Raquel scosse la testa. — Ribadisco quel che ho detto lo scorso quadrimestre: non tornerò qui l'anno prossimo, proprio no. Chissà se anche Erich l'aveva mai detto.


Tutti si comportarono in maniera strana per il resto della giornata. Gli studenti erano distratti, scommettevano sul destino di Erich. David fece notare che il fuggiasco aveva portato con sé tutti i libri e le carte, dimenticandosi i vestiti: l'esatto contrario delle sue priorità. Io continuavo ad aspettare che la Bethany indicesse una riunione per darci una spiegazione qualsiasi, ma ciò non accadde. Quella sera mi ritrovai a gironzolare per la tromba delle scale della torretta, quella con le finestre della misura di un mattone, che offriva la visuale migliore del viale di sassolini che collegava la strada principale alla scuola. Non immaginavo di vedervi sbucare Erich, tuttavia aspettavo qualcosa. — A questo punto immagino che la polizia non verrà. Mi voltai e vidi Lucas pochi passi dietro di me. Indossava la versione nera della divisa, e la luce proveniente dal piano di sopra ne disegnava una sagoma così netta che non riuscivo a scorgerne il viso. Soltanto il contorno era riconoscibile: le spalle larghe, il suo modo di appoggiarsi alla parete di pietra delle scale. Tutte le mie paure si sciolsero nel desiderio. Le parole mi uscirono di bocca quasi senza fiato: — No, la Bethany non chiamerà la polizia. Attrarrebbe le attenzioni sbagliate.


— Ma nessuno si preoccupa che sia stato uno dei... uno dei "ricchi" a eliminarlo. — No, anche Erich era uno dei "ricchi". Lucas fece un passo verso di me e, malgrado le ombre, riuscii a vederlo in faccia. La nostalgia che avevo provato durante le interminabili ore di vacanza mi invase, e desiderai con tutta me stessa di potergli sfiorare una guancia o di posare la testa sulla sua spalla. Non lo feci. Ormai c'era una barriera tra noi e forse non si sarebbe mai dissolta. — Scusa se non ho risposto alla tua e-mail—disse Lucas. — Ero... sconvolto. — Posso capirlo. — Il mio cuore iniziò a galoppare. Lucas aggiunse soltanto: — Dobbiamo parlare. Soli. Se si fidava abbastanza da voler restare solo con me pur sapendo che ero stata io a morderlo, allora avevamo una possibilità. Cercai di sembrargli il più calma possibile. — Conosco un posto. Ci vieni con me? — Fai strada — rispose lui, e io osai concedermi una speranza.


Dove andiamo? — chiese Lucas mentre lo guidavo lungo la scala posteriore. — Sulla torre settentrionale. Alle spalle del dormitorio maschile. Serve soltanto da magazzino, là potremo restare soli. — Non c'è un altro posto? Mi sentii mancare. Non si fidava abbastanza da restare solo con me, forse. — È l'unico posto in cui possiamo essere sicuri di avere un po' di privacy. Se preferisci... non so, aspettare che sia giorno o qualcosa del genere... — No, va bene. — Lucas sembrava spaventato, come se non andasse affatto bene, ma continuava a seguirmi. Forse più di così non potevo sperare. Di solito gli studenti non arrivavano fino alla scala posteriore, più che altro perché era troppo vicina agli appartamenti dei professori. I quali, ovviamente, erano vampiri - nella fattispecie, vampiri molto potenti. Forse gli studenti come Raquel o Vic non notavano quella differenza fra allievi e insegnanti, ma di sicuro la intuivano.


Alla mia vecchia scuola tutti facevano battute sui professori, mentre a Evernight chiunque, umano o vampiro, portava rispetto agli insegnanti. Alcuni di loro, come i miei genitori, vivevano nell'altra torre, ma la maggior parte risiede va in quella settentrionale. Avevo il sospetto che Lucas e io fossimo i primi studenti, dall'inizio dell'anno, ad arrischiarci per le scale degli appartamenti dei docenti. I nostri passi ticchettavano sulla pietra, ma forse nessuno era in ascolto. Speravo di no, comunque. Se c'era una conversazione che non doveva essere origliata, era quel la che stavamo per avere noi due. — Come fai a conoscere questo posto? Sei già salita fin quassù? — Lucas non sembrava ancora a proprio agio. — Ricordi che ti ho raccontato di aver curiosato un po' in giro, prima che iniziasse l'anno scolastico? Questo è uno dei luoghi che ho trovato. Non ci sono più tornata, ma scommetto che nessun altro lo ha ancora scoperto. Giunti alla porta in cima alle scale, la aprii con cautela. L'autunno precedente, ad accogliermi avevo trovato una coltre di ragnatele e polvere. I ragni dovevano aver traslocato, perché riuscimmo a entrare senza difficoltà. Trovammo stanze disposte esattamente come nell'appartamento dei miei, ma anziché mobilia confortevole c'erano pile e pile di scatole, dalle quali sbucavano angoli di carta ingiallita.


Erano i registri di Evernight, che contenevano la storia di tutti gli studenti che avevano frequentato la scuola dall'anno della fondazione, nel tardo Diciottesimo secolo. — Fa freddo quassù — Lucas nascose le mani dentro le maniche del maglione. — Sei sicura che non ci sia un altro posto? — Dobbiamo parlare. E dobbiamo essere soli. — Il gazebo... — È coperto di ghiaccio, signor fa-freddo-quassù. E poi, fuori potrebbero vederci, ci farebbero rientrare e... finiremmo per non parlare affatto. — Mi voltai verso la finestra per osservare le stelle che persino in quel momento riuscivano a confortarmi. — Siamo entrambi troppo bravi a cambiare discorso. — Sì, hai ragione — Lucas rinunciò e si sedette con decisione su un baule. — Da dove iniziamo? — Non so. — Incrociai le braccia e guardai giù verso il gargoyle che sporgeva dal davanzale, gemello di quello che vedevo dalla mia stanza. — Hai ancora paura di me? — No. Neanche un po' — Lucas scosse la testa piano, l'espressione incredula. — Dovrei averne. Diamine, non so come dovrei sentirmi... continuo a ripetermi che dovrei starti lontano. Dimenticarti, perché tutto è cambiato. Ma non ci riesco.


— Cosa? — Ero troppo sbalordita per sperare. Lucas rispose con voce roca. — Quando ho visto per la prima volta cos'eri, sul tetto... Bianca, tutte le mie certezze sono crollate. — Immagino che non sia facile accettare l'esistenza dei vampiri. — Non è la cosa che mi ha sconvolto di più, in realtà. — In quel momento capii che, per quanto lo avessero sconcertato le mie rivelazioni, erano state le bugie a ferirlo di più. — L'hai detto a tua madre? L'hai detto a qualcuno? Lucas rise. — Figuriamoci. — Gli lanciai un'occhiata perplessa, e lui aggiunse: — Direi che non c'è maniera migliore per finire al reparto psichiatrico. — In effetti no. Probabilmente guadagneresti un biglietto di sola andata per una gabbia di matti. Goffamente, aggiunse: — E poi, mi hai chiesto di non farlo. Aveva letto quella lettera lunga e piena di rivelazioni, e scoperto che avevo mentito - che ero ciò che si poteva considerare un mostro - eppure Lucas aveva rispettato la mia richiesta di segretezza. — Grazie. — Non volevo tornare. Né rivederti mai più.


Stavo toppo male, pensavo che l'unico modo di soffocare il dolore fosse convincermi a dimenticarti. — Si strofinò gli occhi con il dorso della mano, come se rievocare quel tormento lo stancasse. — Ho cercato con tutto me stesso di dimenticare, Bianca. Non ci sono riuscito. Poi mi sono convinto che tornare a Evernight fosse mio dovere. — Dovere? — Non capivo. Lucas, che sembrava perplesso, scrollò le spalle. — Per scoprire la verità? Per svelare l'inganno? Non lo so. — La sua espressione cambiò quando alzò lo sguardo su di me, quello sguardo che conoscevo bene e che mi faceva tremare le gambe. Lo sguardo di quando aveva detto che l'uomo del quadro di Klimt non aveva niente di più prezioso al mondo. — Ma appena ti ho rivista, ho capito che avevo ancora bisogno di te. Che mi fidavo ancora. Anche se sei un vampiro, o quasi un vampiro, qualunque cosa tu sia. — Lucas pronunciava la parola "vampiro" come se non potesse crederci. — Non mi importa. Dovrebbe, ma non mi importa. Non posso oppormi a ciò che provo per te. A quel punto non riuscii a trattenermi. Mi avvicinai e mi inginocchiai davanti a lui. Lui prese il mio viso fra le mani e tutto il suo corpo tremò. — Vuoi ancora stare con me? Anche se ti ho mentito? Lucas serrò gli occhi. — Non te ne farò mai una colpa.


— Allora capisci perché ho dovuto custodire il segreto. — La paura e il terrore che avevo dentro svanirono di colpo e desiderai soltanto abbracciare Lucas e fondermi con lui. — Hai capito davvero. Non pensavo che potessi. — Non riesco a credere di volere tutto questo — sussurrò. — Non riesco a credere di desiderarti così tanto. Lucas sfiorò appena le mie labbra con le sue. Forse la sua intenzione era di fermarci lì, ma non la mia. Feci scorrere le braccia sulle sue spalle e gli diedi un altro bacio. Cessai di preoccuparmi di tutto il resto e pensai soltanto a Lucas, a quanto mi era vicino, al profumo di cedro della sua pelle, a come respiravamo all'unisono quando ci baciavamo, come fossimo due parti della stessa persona. Piccoli brividi di eccitazione mi formicolavano sulla punta delle dita, nella pancia, ovunque. — Dovrei fuggire a gambe levate. — Il suo respiro era caldo sul mio orecchio. Infilò le dita sotto la cintura della gonna per avvicinarmi a sé. — Cosa mi hai fatto? Quando mi strinse al petto sentii il bisogno di ritrarmi. Ero abituata a non andare oltre perché temevo le conseguenze del mio desiderio. Ora mi aspettavo che fosse lui quello impaurito, ma non lo era.


Si fidava abbastanza da baciarmi, da scivolare a terra per inginocchiarsi davanti a me, da chiudere gli occhi quando feci scorrere le dita fra i suoi capelli. — Questo è il momento in cui mi è difficile mantenere il controllo — sussurrai, per metterlo in guardia. — Vediamo di quanto controllo c'è bisogno. Tirò il collo del maglione e mi mostrò la gola. In pratica, mi sfidava a dimostrargli che sapevo trattenermi. Io, semplicemente, posai una mano sulla sua pelle nuda e aprii la bocca sotto la sua. Lucas emise un gemito cupo che innescò una reazione strana in tutto il mio corpo, come se mi girasse la testa dopo un movimento brusco. Le sue mani seguirono lentamente il profilo del mio maglione, per vagliare la mia reazione. Lo baciai con più forza. Perciò Lucas mi sfilò il maglione dalla schiena, scoprendola, e io alzai le braccia per aiutarlo a liberarcene. Restai in T-shirt bianca e reggiseno blu notte, chiaramente visibile. Gli occhi di Lucas erano accesi, il respiro rapido. I nostri baci si erano fatti più disperati. Si sfilò il maglione e lo stese per terra come un lenzuolo, poi mi fece sdraiare sotto di sé. Aveva ancora il respiro affannato, ma si sforzava di controllarsi. — Non qui, non stasera... ma forse potremmo portarci qualcosa, trovare un altro posto in cui stare soli una notte...


Lo zittii con un altro bacio, profondo e appassionato quanto bastava a rispondere sì. Lucas restituì il bacio e mi abbracciò stretta, ma non abbastanza da impedirmi di rotolargli addosso e ribaltare le posizioni. Ora lui stava sotto di me, che ero così consapevole di tutto: le mie gambe chiuse fra le sue, il rettangolo freddo della fibbia della sua cintura contro il mio addome, le sue dita che giocavano con la spallina del reggiseno e la trascinavano da parte. Per un secondo, soltanto uno, immaginai come sarebbe stato se Lucas e io fossimo saliti là sopra con cuscini, coperte, musica e protezione, e avessimo avuto la notte tutta per noi. — Vorrei che lo fossimo — ansimai — vorrei che fossimo sicuri che io sappia fermarmi. — Forse... forse non importa. — Cosa? Aveva lo sguardo vivo, il respiro veloce e caldo sulla mia guancia. — Mi hai morso una volta e ti sei fermata in tempo. Non hai sentito il bisogno di uccidermi o di trasformarmi. Soltanto di mordermi. Se è tutto qui... allora, forse... Oddio. Okay. Voleva ciò che volevo io. La fame mi incendiò e non c'era nessun motivo di fermarmi. Inchiodai Lucas al pavimento e affondai i denti.


— Bianca... — Lucas si oppose per un secondo, appena prima che l'estasi ci rapisse entrambi: il battito del mio cuore che pulsava contro il suo mentre il suo sangue scorreva in me, più potente del bacio più appassionato, e ci legava stretti. Il sapore del suo sangue mi era familiare, e tuttavia era più irresistibile che mai. Lo deglutii, godendomi il calore, la vita e il sale sulla lingua. Sentii Lucas tremare sotto di me e capii che il morso era stato meraviglioso per entrambi. Ansimò e io mi costrinsi a fermarmi. Lentamente mi ritrassi da lui. Era stordito e debole, ma ancora sveglio. Posò le mani sulle mie guance e all'improvviso mi sentii in imbarazzo. Avevo le labbra sporche del suo sangue e i canini ancora affilati. Poteva provare altro che disgusto vedendomi trasformata in vampiro? Invece mi baciò, malgrado il sangue e il resto. Quando le nostre bocche si separarono, sussurrai: — È tutto qui. Te lo prometto. Puoi sopportarlo? — Voglio stare con te, Bianca — rispose. — Non m'importa cosa sei. Non importa.


Riesci a sederti?

— Non ancora — Lucas si coprì gli occhi con le mani, poi lasciò ricadere le braccia a terra. — Ho bisogno di un altro momento. — Ho cercato di non berne troppo. — No, non volevo dover chiedere di nuovo aiuto alla Bethany. — Mi hai dato tu il permesso. — Sì. Forse non ero del tutto lucido, ma è colpa mia, non tua. — Qualcosa che era rimasto contratto dentro di me, finalmente si rilassò e ricominciai a respirare a fondo. Se Lucas la vedeva così, ogni cosa poteva aggiustarsi. — Sono stati i tuoi genitori o la Bethany a dirti di fare così? — Di morderti? — Ma no, figurati. Intendevo, di parlarmi della scuola. — No, al contrario. Volevano che mentissi, ed è ciò che ho fatto all'inizio — a pensarci mi vergognavo ancora. — Mi dispiace, Lucas.


Pensavo che sarebbe stato più sicuro per entrambi assecondare la versione della Bethany, a proposito delle ore che hai dimenticato. — È assurdo. Stavolta ricordo che mi hai morso, ma è un'immagine sfocata. Come quando non riesci a ricostruire i sogni cinque minuti dopo il risveglio. Se non fossi stata con me tutto il tempo a mantenermi lucido, probabilmente avrei dimenticato anche questo. E invece il morso di un vampiro dovrebbe essere uno di quegli eventi assurdi che si incidono a fuoco nella memoria. — È un effetto del morso. Non so perché. Forse nes suno lo sa. Direi che non esistono descrizioni scientifiche dei vampiri. Lucas respirò a fondo, poi si alzò lentamente sui gomiti fino a sedersi. Gli posai una mano sulla spalla per trattenerlo, ma lui fece segno di no. — Mi sembra di stare meglio. — Adesso sai perché quando ti bacio, a volte, devo... contenermi. — Sì — il suo sorriso sembrava un po' strano. — E tutto sommato è un sollievo. Iniziavo a pensare di dover cambiare dentifricio o qualcosa del genere. Sorrisi e lo baciai sulla guancia. — Non preoccuparti. Non ti ho trasformato in vampiro.


— Lo so. Voglio dire, il mio cuore batte ancora. Quindi, niente canini per ora. — Lucas si sfilò un fazzoletto di tasca e lo premette sul collo. Mentre tamponava la fe rita, ebbe un fremito. — Ancora non riesco a credere che tu sia figlia di due vampiri. Non avevo mai sentito niente di simile. — Com'è possibile che potessi saperlo, se prima non credevi nemmeno all'esistenza dei vampiri? — Hai ragione. — Non ti morderò mai più, ammesso che non sia tu a chiederlo. — Ti credo — Lucas rise, e fu un suono strano, come se per qualche ragione ridesse fra sé. — Ti credo senza riserve. Anche adesso Lo abbracciai forte. Sentirlo dire una cosa del genere dopo che aveva scoperto le mie bugie, be', era il massimo che potessi desiderare. Lo bendai con la cura sufficiente a nascondere la ferita sotto la camicia della divisa, poi tornammo giù e, chissà come, riuscimmo ad anticipare il coprifuoco. Mi baciò con disinvoltura all'entrata del dormitorio dei ragazzi, poi si allontanò come se quella serata non fosse stata diversa dalle altre. — Ti vedo strana — disse Raquel più tardi, mentre ci lavavamo i denti. — Ho notato un po' di tensione fra te e Lucas. Tutto a posto?


— A postissimo. C'è stata qualche incomprensione du rante le vacanze, ma ora va tutto alla grande. — Se mi vedeva "strana", forse aveva a che fare con il mio tentativo di nascondere il dentifricio che sputavo: era rosa per via de l sangue di Lucas. — Tu come stai? — Io? Una meraviglia. — Lo disse con sincero sollievo, tanto da sorprendermi. Poi rise. — Scusa. Ora che non c'è più Erich, Evernight sembra quasi sopportabile. — Davvero? Ma sentila. Nel giro di un anno diventerai la sola e unica cheerleader di Evernight. — Primo, se osi darmi ancora della cheerleader ti uso come straccio per il pavimento — esclamò Raquel con lo spazzolino in bocca. — Secondo, non sarebbe così divertente fare il tifo per una scuola i cui sport ufficiali sono l'equitazione e la scherma. Siamo seri, sembra di essere imprigionati nel Medioevo! — Nell'Ottocento, più che altro. — Chiusi il rubinetto dell'acqua fredda e le rivolsi un sorriso compiaciuto. — E ti faccio notare che non hai ancora detto che l'anno prossimo non tornerai più qui. Così mi guadagnai un lancio di asciugamano umido, che però riuscii a schivare. Quella notte, sola sotto le coperte mentre Patrice sgattaiolava dalla finestra per uno spuntino notturno, cercai di analizzare il mio stato d'animo.


Quella vicinanza quasi mistica che provavo per Lucas, stavolta si era persino rafforzata. Ora lui sapeva, comprendeva tutto. Non dovergli più mentire era un sollievo immenso, sublime. Non mi importava di nient'altro. O almeno, così pensai fino al mattino dopo. Mi svegliai con i sensi amplificati, come la prima volta. I miei mi avevano assicurato che mi ci sarei abituata, ma non mi sembrava affatto così. Nascosi la testa sotto il cuscino n el tentativo inutile di proteggermi dalla voce di Genevieve che cantava madrigali sotto la doccia, dagli uccelli che gracchiavano fuori dalla finestra e da qualcuno che, al piano di sotto, già temperava matite. Sentivo la federa ruvida sulla pelle e l'odore dello smalto per unghie di Patrice era quasi nauseante. — Devi proprio farti la pedicure tutti i giorni? — Mi liberai delle coperte. Patrice lanciò un'occhiata ai miei piedi nudi, i quali non ricevevano attenzioni da un bel po'. — Alcune di noi, a differenza di altre, considerano importanti l'igiene e la cura del corpo. È una semplice que stione di priorità. Cerco di non considerarlo come un riflesso della personalità. — Capita di avere di meglio da fare che dipingersi le unghie — protestai. Lei mi ignorò e continuò a spennellare smalto bordeaux sul mignolo.


Quando scesi di sotto, mi sembrava di riuscire a padroneggiare i miei sensi amplificati. Ciò che mi preoccupava di più era l'ansia di rivedere Lucas. Certo, aveva chiesto lui di essere morso, ma la ferita doveva fargli ancora ma le. E se lo avessi spaventato troppo? Non lo trovai ad attendermi. Prima delle vacanze, fino a quando eravamo rimasti insieme, rimaneva ad aspettarmi all'entrata del dormitorio femminile, zaino in spalla. Ma non quel giorno. Alzai le spalle e mi dissi che forse si era soltanto svegliato tardi. Dopo una serata come la precedente, non c'era dubbio che avesse bisogno di riposo. A pranzo lo cercai in cortile ma non c'era traccia di lui. Tuttavia non dissi nulla ai miei genitori né a nessun al tro. La sera prima aveva dichiarato di fidarsi, e ciò significava che anch'io dovevo fidarmi di lui. Persino quando andai a lezione di chimica e vidi che era assente, continuai a ripetermi che dovevo avere fiducia. Fu soltanto dopo la fine delle lezioni che Vie mi si af fiancò in corridoio, sforzandosi invano di far apparire l'incontro casuale. — Ehilà. Ti ricordi di quando ti sei infilata in camera nostra? — Sì, poco prima di Natale — lo guardai di sbieco. — Perché? — Potresti rifarlo, per piacere? Lucas ha qualcosa che non va, ma non vuole dirmi cosa.


Pensavo che se c'è qual cuno che può convincerlo ad andare da un dottore, quella sei tu. Il dottore? Oh, no. Nel panico, presi Vic per un braccio. — Portami di sopra. Subito. — Okay, al volo! — Mi accompagnò verso il dormitorio dei ragazzi, lanciando occhiate furtive come se qual cuno ci seguisse. — Niente panico. Non è appendicite o qualcosa del genere. Lucas si comporta in modo strano. Più strano del solito, cioè. C'era molta tensione da quando Erich era scomparso, perciò non fu impresa facile sgattaiolare per le scale. Vie doveva andare in avanscoperta lungo tutti i corridoi, attendeva che fossero deserti e mi segnalava il via libera con gesti frenetici. Avanzavo e mi nascondevo in un angolo fino al segnale successivo. Finalmente giungemmo a destinazione ed entrai nella loro stanza. Lucas era sdraiato a letto con le mani sulla pancia, co me se avesse la nausea. Quando si accorse di me, sembrò prima sorpreso, poi sollevato. Era felice di vedermi, mal grado tutto, e ciò mi rese così euforica che non riuscii a non sorridergli. — Ehi — esordii mentre mi inginocchiavo accanto al letto. — Mal di stomaco?


— Non penso che il problema sia quello — chiuse gli occhi mentre scostavo un ciuffo di capelli dalla sua fronte sudata. — Vic, ci lasceresti qualche secondo da soli? — Certo. Se passate all'azione metti la cravatta sul la maniglia. Di solito non disdegno un po' di porno gratis, ma... — Vic! — protestammo all'unisono. Lui alzò le mani e arretrò sorridendo. — Okay, okay. Non appena chiuse la porta, mi rivolsi a Lucas. — Cosa c'è che non va? — Da stamattina, è come... Bianca, riesco a sentire tutto. Tutta la scuola. Chi parla, chi cammina, persino chi scrive. Le penne sulla carta. Tutto è così rumoroso... — Una descrizione talmente familiare da farmi rabbrividire. Lucas serrò gli occhi, come se la luce fosse troppo intensa. — Anche gli odori sono più forti. Tutto mi sembra... esagerato. È insopportabile. — È successo anche a me dopo che ti ho morso. Lui scosse la testa e aggiunse: — Non può essere il morso. La prima volta non mi sono sentito così. Mi sono svegliato dalla Bethany un po' frastornato, e basta. — Almeno due volte — sussurrai, ricordando certe spiegazioni di mia madre. — Non si diventa vampiri se non si viene morsi almeno due volte.


Lucas scattò e appoggiò la schiena contro la testiera di metallo. — Ehi, ehi. Non sono un vampiro. Sono vivo. — È vero. Ma forse d'ora in poi potresti diventarlo. È possibile. E forse... forse, quando diventa possibile... il corpo inizia a cambiare. Fece una smorfia. — Mi stai prendendo in giro? — Non scherzerei mai su un argomento simile! — Be', non possiamo invertire il processo? E impedire che io diventi un vampiro? — Non lo so! Non so come funziona. — Come fai a non saperlo? Quando diventate grandi, non vi fanno un discorsetto vampiresco sulle cose del la vita? Lucas stava di nuovo insinuando che i miei mi nascondessero notizie importanti: mi irritava come sempre, ma ora avevo la sensazione inquietante che potesse avere ragione. — Mi hanno spiegato come diventerò un vampiro. Mi hanno preparata alla mia trasformazione. Non alla tua. — Lo so, lo so. — La sua mano sul mio braccio era rassicurante, e mi dispiaceva che fosse lui a confortarmi mentre era così impaurito e a disagio. — Forse non mi rendo ancora conto della situazione.


— Siamo in due. Perché fino a quel momento non mi ero accorta che sapevo ben poco su cosa significasse davvero essere un vampiro? Non avevo mai pensato di poter avere dei dubbi, prima. Forse i miei genitori non mi nascondevano la verità di proposito, ma aspettavano soltanto che fossi pronta. Con stupore pensai che forse quello era il vero motivo per cui insistevano che frequentassi l'Accademia di Evernight. Forse era il modo in cui cercavano di prepararmi alla verità. Se così era, li stavo accontentando. — Cercherò di scoprire qualcosa. Deve esserci qualche libro in biblioteca. Oppure posso chiedere a qualcuno che non si insospettirà. Patrice, per esempio. Balthazar potrebbe aiutarmi, lo so, ma intuirebbe che ti ho morso ancora. Non sono sicura che manterrebbe il segreto, se pensasse che siamo in pericolo. — Non rischiare troppo — commentò Lucas. — In un modo o nell'altro, capiremo. Capire, in realtà, si dimostrò più difficile di quando pensassi. — Visto com'è facile? — Patrice era così felice che le avessi chiesto di insegnarmi l'arte della pedicure che sembrava stesse tenendo una vera e propria lezione privata. — Domani passeremo a un colore più adatto alla tua carnagio ne. Corallo mi sembra un po' troppo pallido.


— Oh, grandioso. — Non impazzivo all'idea di dovermi dipingere le unghie dei piedi per il resto dell'anno scola stico, ma per scoprire qualcosa di utile ne valeva la pena. — Dev'essere stato difficile tenersi in ordine ai vecchi tempi, prima che inventassero il solvente per togliere lo smalto o cose del genere — commentai. — Be', non esisteva nemmeno lo smalto. Ma la cura del corpo era una bella sfida. Il talco aiutava parecchio — Patrice sospirò, un sorriso vago sulle labbra. — Acqua di Florida. E sacchetti profumati, oppure essenze su cer ti fazzolettini che si potevano infilare nel corpetto del vestito. — Così attiravi i ragazzi? — Quando annuì, decisi di spingermi un poco oltre. — Per poterli... mordere? — A volte. — A quel punto il suo volto s'infiammò di un'emozione che mai mi sarei aspettata da lei: rabbia. — Gli uomini che conoscevo non erano pretendenti, sai. Erano offerenti. Acquirenti. Le feste a cui partecipavo prima della Guerra di Secessione erano balli meticci. Non hai la minima idea di cosa siano, vero? Feci cenno di no. — Le ragazze come me, figlie di bianchi e di nere ma chiare abbastanza perché i proprietari delle piantagioni ci considerassero carine... be', parecchie di


noi venivano mandate a vivere a New Orleans e cresciute come vere giovani signore. Quasi riuscivi a dimenticare di essere una schiava — Patrice abbassò lo sguardo sulle unghie dei piedi dipinte per metà, tre delle quali luccicavano umide. — Poi, quando eri grande abbastanza, ti portavano ai balli meticci, dove i bianchi ti osservavano per comprarti, come una specie di concubina. — Ma è orribile, Patrice. — Era la cosa più disgustosa che potessi immaginare. Lei scrollò i capelli e a cuor leggero replicò: — Io fui trasformata alla vigilia del mio primo ballo. Perciò pas sai tutta la stagione dei ricevimenti a bere un uomo dopo l'altro. Pensavano di potermi usare, ma ero io a usare loro. Poi fuggii. Per la prima volta Patrice condivideva qualcosa, qualcosa di serio, con me. Mi sarebbe piaciuto lasciarla parlare, per conoscere altro del suo passato, ma fui costretta a cambiare discorso per il bene di Lucas. — Hai mai bevuto dallo stesso uomo più di una volta? — Mmm? — Patrice sembrava riemergere da un abisso. — Oh, sì. Beauregard. Grasso. Borioso. Perdeva un litro e non se ne accorgeva nemmeno, il che mi tornava utile. — E a Beauregard non successe nulla?


— L'ultima sera della stagione cadde da cavallo e si spezzò l'osso del collo. Forse la perdita di sangue l'aveva indebolito, ma più probabilmente era ubriaco. Secondo te il color prugna va d'accordo con la mia carnagione? — Ti sta benissimo. E così com'era iniziata, la discussione finì. La porta aperta fra noi si richiuse e Patrice tornò nel suo bozzolo di seta e profumi, al riparo dalle durezze del passato. Sapevo che se avessi insistito con altre domande l'avrei insospettita, perciò l'intera conversazione finì per dimo strarsi inutile. E la biblioteca? Anche peggio. In teoria la biblioteca di una scuola per vampiri dovrebbe custodire qualche libro sui vampiri, no? No. Gli unici volumi sul tema erano romanzi dell'orrore (archiviati nello scaffale "humour") o studi sul folklore pieni di superstizioni, come quelli che avevamo letto a lezione dalla Bethany. A quanto pareva, non esistevano libri sui vampiri scritti da vampiri. China su una schiera di enciclopedie, sospiravo frustrata e mi chiedevo se non fosse il caso di inaugurare io stessa il filone. Niente male come opportunità di carriera, ma non avrei certo risolto i problemi di Lucas. Per fortuna lui si ristabilì nel giro di un paio di giorni. I sensi amplificati si indebolirono più lentamente dei miei, ma alla fine tornarono normali e non furono più un problema.


Ci furono però altri cambiamenti, più difficili da capire ma ai miei occhi decisamente più familiari. — Guarda qui — esclamò Lucas mentre, il fine settima na seguente, passeggiavamo sul margine del cortile. Re stai a guardarlo mentre si lanciava verso il ramo più basso di un pino poco distante e lo afferrava senza difficoltà. Lentamente, sollevò le gambe e modificò la presa sul ramo, infine si sollevò fino a ruotare e a restare in verticale sulle mani. — Non dirmi che sei un campione di ginnastica — scherzai, imbarazzata. — Oh, maledizione, hai scoperto la mia identità se greta. — In effetti mi sembrava di averti visto al circo, una volta. — Seriamente, mi sento in forma, ma è davvero assurdo che riesca a fare una cosa del genere. E scendere dovrebbe essere un'impresa, invece... — Lucas si rannicchiò, saltò, e atterrò sicuro in piedi — ... non lo è affatto. — Anch'io ci riesco — confessai — ma soltanto dopo aver mangiato. Per i miei è roba da nulla. — Perciò mi stai dicendo che si tratta di poteri vampireschi


— Lucas non gradiva affatto l'idea, si capiva — Che ora sono più forte di un essere umano, forse persino di te, anche se non sono un vampiro. — Non ha senso ma... forse è così. Mentre gennaio si trasformava in febbraio, scoprimmo altri cambiamenti in Lucas. Correvamo insieme per la campagna e non mi trattenevo. Sfrecciavamo a velocità impensabili per un essere umano, a volte anche per ore. Era stancante, ma potevamo farlo. Di notte sgattaiolavamo in cortile o sul tetto e chiedevo a Lucas cosa riuscisse a sentire. Coglieva il verso di una civetta a un chilometro di distanza o un ramo che si spezzava. Il suo udito non era fine come il mio, e nessuno di noi provava sensazioni vivide come dopo che avevo bevuto il suo sangue, ma i nostri sensi restavano sovrumani. Non tornammo più in cima alla torre settentrionale. Malgrado desiderassi più che mai stare con Lucas e sa pessi che era così anche per lui, entrambi avevamo deci so di andarci piano. Già mi risultava difficile controllare la mia sete di sangue, e se nel profondo di Lucas qualcosa era cambiato, rischiavamo che lasciarci trasportare troppo dai baci potesse rivelarsi ancora più pericoloso. Perciò, è facilmente immaginabile quanto desiderassi trovare le risposte che cercavo.


Una sera decisi che dovevo sottoporlo alla prova defi nitiva. Mi diressi verso Lucas nel gazebo, con un thermos in mano. — Cos'è? — domandò lui, ignaro. — Sangue. — Ah — la sua espressione era indecifrabile. — Se hai fame, be'... ecco, non mi disturba. — Imbarazzato, Lucas non osava guardarmi negli occhi. A quanto pareva, l'idea che mi nutrissi di sangue lo metteva ancora a disagio, il che non prometteva niente di buono quanto all'esperimento che intendevo tentare. — Non è per me — chiarii. — È per te. Inorridito, protestò: — Neanche per idea. — Lucas, prendiamone atto. Dopo il mio secondo morso, qualcosa è cambiato in di te, forse per sempre. Se ti ho trasformato in un semi-vampiro o in un futuro vampiro come me, dobbiamo saperlo. Impallidì e si strinse nel cappotto lungo. — Davvero temi che sia andata così? Perché... Bianca, non posso accettare di essere diventato un vampiro. Né ora, né mai.


La schiettezza con cui si oppose all'idea mi ferì: avevo già iniziato a sognare di poter attraversare i secoli insieme, da vampiri eternamente giovani e belli, pazzi l'uno dell'altra, come mia madre e mio padre. Lucas, ovviamente, non era andato così lontano. Fu una delusione, ma rimasi concentrata sul test. Indossavo guanti grigi senza dita, perciò riuscii a svitare il tappo del thermos con facilità. — Dobbiamo scoprire che effetto ti fa il sangue. Sai che è necessario. Bevine un po' e piantala. — Non è umano, vero? — No! È sangue di mucca. Fresco di giornata. Forse se gli avessi chiesto di spogliarsi, con il freddo che faceva quella notte, l'avrebbe presa meglio. Eppure respi rò a fondo, accettò il bicchiere e cercò di non fare troppe smorfie mentre gli versavo un po' di sangue. Gliene diedi soltanto un sorso, quanto bastava a capire. Disgustato, Lucas avvicinò il bicchiere alla bocca, lo inclinò legger mente, bevve, e... ... sputò fuori il sangue di getto. — Bleah! Accidenti, è disgustoso! — Abbiamo la risposta. — Con aria torva riavvitai il coperchio del thermos. Avevo scaldato il sangue e lo avevo assaggiato io stessa, sapevo che era delizioso. Se a Lucas non piaceva quello, non gliene sarebbe piaciuto nessun altro tipo.


— Non sei ciò che sono io. Sei qualcos'altro. — E come faremo a capire cosa? — Lucas sfregava con foga il dorso della mano sulla bocca per rimuovere ogni possibile traccia di sangue. — Non abbiamo libri e nessuno dei due si è mai imbattuto in un'esperienza simi le. E, prima che tu me lo chieda, no, non c'è scritto nulla neanche su Wikipedia. Ho controllato per disperazione. Niente. Non c è... niente. Desiderai che Lucas la piantasse di parlare come se sa pesse qualcosa in fatto di vampiri, iniziava a darmi sui nervi. Ma aveva appena assaggiato qualcosa di disgustoso, perciò forse era il caso di lasciarlo fare. — Ho un'idea. Non ti piacerà, ma se ci pensi sopra, forse capirai che è la soluzione migliore. — Okay, avanti con l'idea che non mi piacerà. — Chiediamo ai miei genitori. — Avevi ragione, non mi piace — Lucas si passò una mano fra i capelli, come volesse strapparli alla radice per la frustrazione. — Dici di... chiedere? Raccontare a dei vampiri i miei problemi? — Smettila di pensare a loro come vampiri e considerali soltanto i miei genitori. — Sapevo che gli ci sarebbe voluto un po' di tempo per accettare il cambiamento, ma ciò non significava che non fossi decisa a insistere.


Col tempo aveva imparato a vedermi per ciò che ero. Prima o poi ci sarebbe riuscito anche con mamma e papà. — Ascolteranno tutta la tua storia e, se possono aiutarti, lo faranno. — Lucas scosse la testa. — Se dovessero arrabbiarsi con qualcuno, quello sarei io. Sono stata io a morderti di nuovo e a provocare queste reazioni. — Perciò non è il caso che cacciamo anche te nei pasticci. — Se hai bisogno d'aiuto, sai bene cos'è importante. Questo, e nient'altro — lo affrontai a muso duro. — Pensaci, Lucas. Quando sapranno, potremo parlarne liberamente. Ottenere risposte alle tue domande e alle mie. Se sei destinato a diventare un vampiro... Scrollò le spalle. — Non lo sappiamo ancora. — Ho detto se. Ti occorre sapere tutto di noi, no? Compresa la storia e i poteri che io stessa non conosco. Potremmo scoprirli insieme. — E magari Lucas si sarebbe entusiasmato e avrebbe deciso di stare con me, da vampiro, per sempre. Come potevo non sperarci? — Se diventerai uno di noi, comunque accada, allora potranno parlarti senza remore. Potrai chiedere ciò che vuoi. E forse così capiranno che sono grande abbastanza per conoscere tutta la verità. Non saremo più confusi né dubbiosi. Impareremo tutto. Non capisci?


Lucas restò impietrito. Per la prima volta parve co gliere il senso del mio discorso: grazie a ciò che gli era accaduto, qualunque cosa fosse, aveva la possibilità di entrare a far parte di Evernight. Malgrado la sua avversione nei confronti della scuola, sospettavo che volesse saperne di più, anzi, la sua curiosità sorprese entrambi. Forse, dopotutto, Lucas aveva bisogno di far parte di qualcosa. O forse iniziava a pensare di diventare un vampiro e restare con me per sempre. — Non chiedermi di farlo — disse Lucas a bassa voce. — Non darmene la possibilità. — Temi che ciò che sentirai ti piacerà? Lucas non rispose. Alla fine, lentamente, annuì. — Andiamo a parlare con loro. Immaginavo che mamma e papà si sarebbero arrabbiati con me, ma la realtà fu peggio di qualsiasi previsione. Mamma mi fece una lavata di capo per aver ignorato i loro avvertimenti. Poi papà volle sapere con quali intenzioni Lucas avesse trascinato una ragazzina da solain cima alla torre settentrionale. — Ho quasi diciassette anni! — gridai a un certo punto. — Continuate a chiedermi di prendere decisioni mature e, quando ne prendo una, mi stressate!


— Decisioni mature! — Mio padre era così indignato che quasi mi aspettavo di veder spuntare le zanne. — Riveli tutti i tuoi segreti a un ragazzo soltanto perché ti piace e mi parli di maturità? Stai rischiando grosso, signorina. — Adrian, calmati — mamma posò entrambe le mani sulle spalle di papà. Speravo che volesse difendermi, in vece aggiunse: — Se Bianca vuole passare il prossimo migliaio di anni imprigionata in un aspetto troppo giovanile per trovarsi un lavoro, prendere un'auto a noleggio o fare una qualsiasi delle cose che rendono la vita sopportabile, non possiamo essere noi a impedirglielo. — Non è quello che voglio! — Non riuscivo nemmeno a immaginare un'eternità da minorenne. — Non l'ho ucciso. Non mi sono trasformata. Okay? Papà obiettò: — Ma ci sei andata vicina, maledizione, e lo sai bene. — Non so proprio niente! Non mi avete mai spiegato cosa succede se mordo un umano senza ucciderlo! Non mi avete mai spiegato cosa ricordano o dimenticano gli umani il giorno dopo! Finalmente mi rendo conto che per tutti questi anni mi avete lasciata nell'ignoranza! — Scusa se non sappiamo esattamente come affrontare il problema!


I vampiri nati da vampiri sono una manciata ogni secolo. Capisci che non è così facile chiedere consiglio? — Mamma sembrava sul punto di strapparsi i capelli dalla rabbia. — Però, sì, Bianca, a questo punto sono d'ac cordo con te. È ovvio, abbiamo fatto fiasco. Altrimenti oggi ti co mporteresti con razionalità anziché continuare così! Dall'angolo del divano, dal quale era stato pregato malamente di non allontanarsi, Lucas cercò di difendermi. — La colpa è soprattutto mia... — Tu fai silenzio — lo sguardo di papà avrebbe fuso anche il ferro. — Con te farò una lunga chiacchierata, dopo. Proprio quando pensavo che peggio di così non potesse andare, mamma se ne uscì con: — Dobbiamo avvertire la Bethany. — Cosa? — Non credevo alle mie orecchie. Lucas spalancò gli occhi. — Mamma, no! — Tua madre ha ragione. — Papà si avviò a grandi passi verso la porta. — Hai svelato a un essere umano il segreto di Evernight. Siamo costretti a spiegarlo alla Bethany, dovevi aspettartelo dal primo istante. Mentre la porta sbatteva alle sue spalle, mamma aggiunse, in tono più pacato: — I nostri segreti ci proteggono, Bianca. Un giorno capirai.


A me invece sembrava che non avrei mai capito nulla. M i lasciai sprofondare sul divano accanto a Lucas, tanto per stargli vicino prima del colpo di grazia. Per parecchi minuti calò un silenzio cupo, finché sulla scalinata di pietra non sentimmo l'eco dei passi. Mi dava i brividi. La Bethany era vicina. Irruppe come fosse la padrona di casa e noi semplici intrusi. Mio padre, dietro di lei, sembrava quasi la sua ombra. Il profumo di lavanda la seguiva e trasformava lo spazio da nostro a suo, in maniera impercettibile. Puntò subito gli occhi scuri su Lucas, che la affrontò a viso aperto ma senza aprire bocca. — E tanti saluti alle sue promesse di autocontrollo, signorina Olivier. — Le falde del suo vestito strusciavano sul pavimento mentre si avvicinava. Quella sera sul collo della camicetta sfoggiava una spilla sottile d'argento, così lucida che scintillava. Le unghie lunghe erano dipinte del viola più scuro, che però non bastava a nasconderne le sbeccature profonde. — Sospettavo che presto o tardi saremmo giunti a questo punto. E ahimè, è presto. — La colpa non è di Bianca — specificò Lucas. — E mia. — Molto cavalleresco, signor Ross. Ma temo che la responsabilità attiva sia molto chiara, in questo caso. — Gli sbottonò il colletto, gesto stranamente intimo per un'insegnante nei confronti di uno studente.


Lucas si irrigidì e temevo che se la Bethany si fosse azzardata a sfiorargli il collo con la mano, sarebbe scattato. Aveva perso la pazienza in situazioni ben più futili. Invece lei diede una semplice occhiata alle cicatrici rosa rimaste dopo due settimane. — Lei è stato morso due volte da un vampiro. Sa cosa significa? — Come può? — domandai. — Fino a due mesi fa non sospettava nemmeno dell'esistenza dei vampiri. La Bethany sospirò. — Mi ricordi di tornare sull'argomento "domande retoriche", a lezione. Come stavo dicendo, signor Ross, ormai lei è segnato, perciò è uno di noi. — Segnato — ripetè Lucas. — Nel senso che appartengo a Bianca? — Sulle prime è un cambiamento sottile. — Girava attorno a Lucas studiandolo dalla testa ai piedi. — Ora me ne accorgo, ma soltanto perché avete richiamato la mia attenzione. Con il passare del tempo, tuttavia, la trasformazione si farà più pronunciata. Gli altri vampiri se ne accorgeranno. E alla fine anche per loro sarà impossibile ignorarla. Lei si è arreso a una vampira, più di una volta. Il che l'ha portata a un passo dal venire trasformato in uno di noi. Lucas chiese: — Questo significa che, comunque vada, sarò costretto a diventare un vampiro?


— Irrequieta, non riuscivo a nascondere del tutto la speranza. Lo sguardo di mia madre mi trafisse e mi immobilizzò. La Bethany scosse la testa. — Non necessariamente. Può ancora vivere a lungo e morire per altra causa, ammesso che la cosa possa renderla felice. Tuttavia, presto lei si sentirà sempre più attratto dalla signorina Olivier, la cui scarsa disciplina è ormai accertata. — Papà fece un passo avanti, come per difendermi, ma mia madre posò una mano sulla sua spalla per trattenerlo. — Gli altri vampiri la troveranno appetitoso, tuttavia il divieto di cacciare la preda altrui dovrebbe proteggerla, almeno per un po'. Prima o poi, signor Ross, la prospettiva alletterà lei quanto alletta Bianca. Ancora non immagina quanto la desidererà. È una brama che nessun essere umano può capire. E quando giungerà il momento, penso proprio che lei si unirà a noi. A quel punto ero sicura che Lucas potesse perdere le staffe. Invece restò calmo. — Questo significa che sono ancora... a metà strada? Come Bianca? — Non esattamente, ma qualcosa di molto simile — le labbra tese della Bethany si rilassarono appena, e mi par ve di intravedere l'ombra di un sorriso. — Vedo che impara in fretta, signor Ross. — Mi piacerebbe saperne di più — disse lui, appigliandosi al complimento. — Vorrei capire questi... sensi. Le abilità. I poteri.


— E i limiti. Negli umani si radicano più lentamente che in noi, ma prima o poi arrivano. Lei non può permettersi di dimenticarlo. — La Bethany ci pensò su per qualche secondo, poi annuì. — Non è questo che intendevo quando ho aperto la scuola agli studenti umani, ma avrei dovuto aspettarmelo. Vi farò avere qualche documento che potrebbe aiutarvi. Vecchie lettere, studi, libri che riguardano chi si è trovato nella vostra situazione e ha scelto di seguire la nostra strada. Si ricordi soltanto una cosa, signor Ross: il nostro segreto ora è il suo segreto. Più cose scopre, più sarà legato a noi. Non potrà più tradire la verità su Evernight senza tradire se stesso. La terrò d'occhio molto da vicino, d'ora in poi. — Le credo. Non parlerò di vampiri con nessuno — mi guardò di sottecchi. — Be', a parte con chi già sa. Gli strinsi la mano, felice e sollevata. Non importa va cos'avessero detto i miei o quale castigo volessero infliggermi. L'importante era che finalmente la verità fosse venuta a galla. E che lui potesse - forse - essere mio per sempre. Soltanto più tardi, quella notte, mi resi conto che la Bethany non aveva neanche accennato alla possibilità che Lucas non scegliesse di diventare un vampiro. Non la contemplava come opzione. Mi domandai se si trattasse di una scelta impossibile, oppure vietata.


Marzo portò con sé piogge torrenziali che

rigavano le vetrate e trasformavano la terra in fango. Per la prima volta, i cortili non erano una via di fuga praticabi le. Ma per la prima volta, non ne avevamo bisogno. Lucas e io stavamo scoprendo davvero Evernight. Stavamo entrando a farne parte. — Guarda qui — Lucas spostò verso di me un tomo pesante, rilegato in pelle nera, uno dei libri della Bethany, mentre eravamo seduti in un angolo privato della biblio teca. L'unico altro rumore era il ticchettio delle gocce di pioggia sulla finestra. Le pagine del libro erano brunit e dal tempo e l'inchiostro sbiadito, perciò mi toccava aguzzare la vista per distinguere le parole. Leggevo mentre Lucas spiegava: — Parla di continuo della Tribù. Un gruppo di vampiri più vecchi. Qui c'è qualcuno di questa Tribù? — Non ne ho mai sentito parlare. — Non potevo immaginare quanto fossero complesse le tradizioni vampiresche: i miei genitori non ne avevano mai fatto cenno. — Ma in che senso sono più vecchi? Mio padre ha quasi mille anni, più vecchi di così non si può essere, ne sono sicura.


— Non se sei immortale. Dovrebbero esistere vampiri due, tre, dieci volte più vecchi di lui. Antichi Romani. Antichi Egizi. Chiunque venisse prima di loro. Dove so no? Non qui, non credo. Aveva ragione. Il vampiro più vecchio di Evernight probabilmente era Ranulf, morto nel Settimo secolo. Ovviamente a certi vampiri capitava di morire davvero: mesi di astinenza dal sangue, oppure digiuni brevi ma seguiti dall'esposizione al sole potevano essere fatali. I miei genitori me lo avevano spiegato chiaro e tondo, da piccola, quando mi rifiutavo di finire il mio bicchiere di sangue di capra. L'incubo peggiore di tutti però, era il fuoco, che uccideva i vampiri molto più velocemente degli umani. Malgrado questi pericoli, era possibile che molti fossero sopravvissuti persino più a lungo di Ranulf. — Mamma e papà dicono che c'è chi si perde — mormorai. — E perde il senso del tempo e dell'umanità. L'Accademia di Evernight è nata proprio per aiutare i vampiri a non cadere in questa trappola. Secondo te è questo che intendevano? Forse la Tribù è fatta di vampiri perduti. Eremiti, reclusi, senza legami con gli esseri umani — rabbrividii a quel pensiero. — La cosa ti spaventa? — Sì, un po'.


Lucas mi sfiorò la guancia con il pollice. — Ti va di fare una pausa? Tutto sommato sì, mi andava. — Dovrei studiare storia. Già è difficile prendere il massimo dei voti confrontandoti con gente che è stata testimone diretta di metà delle pagine del libro. E ora mamma si è fatta più pigno la che mai, con me. — Fai pure — era già tornato a immergersi nel libro di tradizioni vampiresche. — Mi trovi qui. — Passò un'ora prima che Lucas rialzasse la testa dal libro, e quando raccolsi le mie cose per scendere, mi lasciò sola per continuare a lavorare fino alla chiusura della biblioteca. Non era possibile infatti portarsi il libro in camera: Vic era un tipo distratto, certo, ma non stupido, e sarebbe stata una follia lasciare in bella vista tutte quelle informazioni sui vampiri. Di tanto in tanto mi chiedevo se Lucas non avesse al tre ragioni per immergersi così nei libri della Bethany. Ma ogni volta cacciavo via i timori all'istante. Più che altro lo incoraggiavo, convinta che si stesse avviando a diven tare un vampiro - e a stare con me per sempre. Non che l'idea andasse a genio a tutti, ovviamente. Courtney si era un po' calmata dopo il mio primo mor so a Lucas, convinta, all'apparenza, che fossi entrata nel club. Ma non voleva che ne facesse parte anche lui, pertanto dopo che la notizia del secondo morso si diffuse, diventò davvero acida.


— Te lo immagini, avere quel tipo fra i piedi per cento anni? — protestò ad alta voce rivolgendosi a Genevieve durante una lezione di tecnologia moderna, mentre il signor Yee rispiegava con pazienza qualcosa a un Ranulf eternamente incredulo. — Voglio dire, che orrore. Un anno scolastico di strafottenza firmata Lucas Ross è fin troppo. Se pensa che nel giro di un paio di decenni accetterò di riconoscere la sua misera esistenza, mentre cerca di prosciugare tutta la gente che non gli va a genio, ha capito male. Balthazar, che stava cercando di programmare il for no a microonde, argomento della lezione, domandò con tranquillità: — Ehi, Courtney, rinfrescami la memoria. L'altro giorno pensavo ci fossimo già visti nell'Indocina Francese, ma poi ho capito che mi sbagliavo. Tu sei stata trasformata, quando... cinquantanni fa? — Ehm—l'attenzione di Courtney passò improvvisamente alla coda in cui aveva raccolto i capelli. — Più o meno. — No, aspetta. Non cinquanta — Balthazar corrugò la fronte, come se il microonde lo avesse mandato nel pallone, malgrado fosse chiaro che già sapesse usarlo. — Era... no, nemmeno gli anni Settanta... era il 1987, vero?


— No! — le guance di Courtney si accesero. Genevieve la osservò: non conosceva la verità e sembrava scioccata. Courtney protestò: — Era il 1984. — Ah, certo. Il 1984. Tre anni prima. Molto tempo dopo che i Francesi se ne andarono dall'Indocina. Errore mio. — Balthazar scrollò le spalle. — Perdonami, Courtney. Distinguere fra i decenni e difficile per chi è in giro da un po'. Finsi di non aver sentito ma non potei non sorridere mentre Balthazar, trionfante, premeva il pulsante di accensione e il microonde bombardava un bicchiere di sangue. L'età era sinonimo di prestigio: chiunque avesse meno di mezzo secolo era considerato un neofita, e ciò bastò a demolire le pose di Courtney. Lucas e io facevamo parte della scuola tanto quanto lei... ... il che, per quanto lo trovassi assurdo, era vero. Ma gari vi saremmo tornati, di lì a quarant'anni. Magari saremmo passati ad aggiornarci sui cambiamenti della vita umana e a visitare il luogo in cui ci eravamo conosciuti. Ancora mi spaventava ripensare all'enormità del tempo che si spiegava davanti a noi. Mi faceva sempre un po' paura riflettere sulla possibilità di dovermi adattare a un mondo che poteva cambiare com'era cambiato per mio padre dai tempi della Conquista Normanna. Sentivo quasi le vertigini, la paura di cadere.


Ma quando pensavo che avrei affrontato quei cambiamenti con Lucas al mio fianco, la paura cessava. Il temporale peggiore scoppiò a metà marzo, un sabato sera talmente ventoso da far tremare persino i vetri antichi e spessi delle finestre della scuola. I lampi illumina vano il cielo così di frequente che a volte sembrava fosse giorno. Tutti, nessuno escluso, erano intrappolati all'interno e ogni spazio comune era affollato. Per fortuna io e qualche amico avevamo una via di scampo. — Okay, com'è possibile che lei abbia tutto questo Duke Ellington e neanche un Dizzy Gillespie? — domandò Balthazar a mio padre. Era seduto per terra a gambe incrociate e frugava tra i dischi in cerca di qualcosa da ascoltar e. Avrei potuto recuperare qualche CD e il lettore nella mia stanza, ma ciò significava cedere il posto sul divano. Ero seduta accanto a Lucas, che mi cingeva le spalle con il braccio, perciò non osavo muovermi. — Avevo qualche Dizzy — rispose papà. — Ma li ho persi in un incendio nel Sessantacinque. Patrice, compostissima su una sedia lì accanto, sospirò. — Io ho visto un incendio terribile nel 1892. Terribile.


— Pensavo che doverti rifare il guardaroba fosse soltanto un piacere — la provocò Lucas. Tutti lo fulminarono con uno sguardo. — Che ho detto? — Il fuoco è una delle poche cose che possono ucciderci — gli spiegò mamma, a braccia conserte. Lei e papà dif fidavano ancora di lui, ma cercavano di non peggiorare la situazione. Come la Bethany, si erano resi conto che più lui sapeva, meno correva il rischio di commettere un altro errore terribile. — Ecco perché ci spaventa così tanto. L'espressione di Lucas si rabbuiò e per un istante non riuscii a intuire cosa pensasse. Poi, di punto in bianco, domandò: — Ne parlavamo proprio l'altro giorno. Ci so no altri modi? Per uccidere un vampiro, intendo. — Be', vediamo — papà giunse le mani, come se dovesse sforzarsi di ricordare tutto dopo un millennio. — La lista è piuttosto breve, in realtà. — Pioli di legno — suggerì Lucas deciso. — Almeno, questo è ciò che si vede in TV. — Scatola idiota. — Ovviamente Patrice pensava che la televisione fosse troppo moderna per meritare le sue attenzioni. Ma era disposta a parlare con Lucas della vita da vampiri. Speravo che potesse aprirsi come quando mi aveva raccontato della sua vita a New Orleans, ma per il momento si limitava ai fatti puri e semplici.


— I pioli ci mettono fuori uso temporaneamente. Basta sfilarli e in poco tempo ti riprendi. Balthazar scelse un disco di Billie Holiday e aggiunse: — Devi fare in modo che un amico venga a disseppellirti e se ne occupi. — Più che altro, se non è il fuoco è la decapitazione — mamma elencò le due opzioni sulla punta delle dita. — E l'acqua santa? — domandò Lucas. — Niente affatto. — Mio padre non si preoccupò di nascondere il disprezzo per un suggerimento simile. — Qualche volta ini è capitato che mi gettassero addosso dell'acqua santa. Se c'è differenza con l'acqua piovana, non me ne sono mai accorto. Lucas sembrava scettico, ma si limitò ad annuire. — Okay. Scusate, sono domande stupide, lo so. — Non è facile assimilare tutto — lo rassicurò Patrice. Tanta indulgenza da parte sua mi strappò un sorriso, men tre chinavo la testa sulla spalla di Lucas. La pioggia cadeva a scrosci sulle finestre, un sussurro costante e rumoroso che faceva da sottofondo al canto rauco di Billie.


Mamma doveva essersi accorta di quanto coccolassi Lu cas, perché picchiettò sulla spalla di mio padre. — Okay, Adrian. È ora di andare. Sono certa che i ragazzi preferiscono non averci fra i piedi. — I ragazzi? Risparmiatevelo per l'orario di lezione. Abbiamo quasi la stessa età! — rise Balthazar. Aveva ragione, e a pensarci era una cosa incredibile. — Restate pure. — Per me non è un problema — Patrice scrollò le spalle. Lucas e io ci scambiammo uno sguardo. Più o meno, per noi era un problema, ma soltanto in un mondo idea le mamma e papà se ne sarebbero andati con Balthazar e Patrice per lasciarci pomiciare sul divano. Impensabile. Mamma fece il suo inquietante numero di telepatia ma-dre-figlia, e sospirò. — Immagino che i momenti di privacy lontano dai genitori non siano mai abbastanza, eh? — In effetti è una bella sfida frequentarsi a Evernight — commentò Lucas. Balthazar si mostrò molto interes sato alla copertina del disco di Billie Holiday. Ricordai di come lo avevo respinto e, alla ricerca di sperata di un appiglio che potesse alleggerire l'atmosfera, pensai a un aneddoto divertente. — Ehi, se non altro per noi non è difficile come fu per quel tuo bis-trisavolo.


Vero, Lucas? — Lui mi rivolse uno sguardo allarmato. Impallidì, come se avessi detto qualcosa di tremendo. Ma aveva capito male, di sicuro. — È un aneddoto di famiglia? — domandò mamma. — Di solito sono i migliori. — Tutti drizzarono le orecchie. — Un antenato di Lucas fu alunno di Evernight, era un trisnonno o qualcosa del genere, centocinquant'anni fa. Avanti, tu la racconti meglio! — Diedi di gomito a Lucas, ma il suo corpo era teso, rigido come un'asse di legno. Aveva detto che la storia era un segreto, ma un aneddoto vecchio di centocinquant'anni non poteva esserlo davvero. Forse Lucas lo trovava imbarazzante, ma non capivo come potesse vergognarsi di qualcosa che non aveva niente a che vedere con lui. — Comunque sia, venne a studiare qui. Fu coinvolto in un duello con un altro studente, forse a causa di una ragazza, e si sfidarono proprio nell'aula magna della scuola. Ed è così che si ruppe una delle finestre istoriate... lo sapevate? Nessuno dei due morì, ma lui fu espulso e... La mia voce si affievolì quando vidi i miei genitori e Balthazar impietriti. Guardavano fisso Lucas. Lui affondava le dita nella mia spalla.


L'unica altra persona a sembrare confusa quanto me, era Patrice. — È già successo che ammettessero degli umani? — No — rispose secco Balthazar. — Mai. — Un tuo antenato era un vampiro? — Ero sbalordita. — Lucas, non lo sapevi? Ti pare possibile? — Non credo sia questo il problema. — Mio padre si alzò lentamente. Non era molto alto, ma per come incombeva sul divano riusciva a incutere una paura incredibile. — Non credo proprio. — Centocinquant'anni fa — la voce di mamma tremava. — Fu quando... la volta in cui... Papà non staccò gli occhi da Lucas. — Sì. Poi lo afferrò per il collo. Urlai. Mio padre era forse impazzito? Lucas infilò le braccia fra quelle di papà per sciogliere la presa, poi gli tirò un pugno sul naso. Schizzò del sangue, gocce umide che mi colpirono in faccia. — Basta! Cosa fate? Basta! — strillai. Poi tutto accadde in fretta. Balthazar mi allontanò dalla rissa con un gesto brusco, tanto che inciampai e caddi a terra. Anche lui sferrò un pugno a Lucas, che però riuscì a schivarlo. Patrice mi abbracciò stretta urlando a squarciagola, incapace di muoversi. Mia madre scagliò a terra una sedia della sala da pranzo così forte da romperla.


Sulle prime pensai che cercasse di attirare l'attenzione dei ragazzi, di capire cosa stesse succedendo, invece sfruttò una gamba della sedia come bastone e colpì Lucas alla base della schiena, per poi bloccarlo in una presa. Lui urlò di dolore ma si voltò all'istante, si liberò del la morsa di mamma e la lasciò a stringere l'aria. Papà e Balthazar furono entrambi addosso a Lucas per cercare di assalirlo insieme, ma lui era veloce quanto loro e parava ogni colpo. Ricordai la rissa in pizzeria. Per quanto mi fosse parso formidabile allora, non era niente. Queste erano le vere qualità da combattente di Lucas, capace di tenere a bada due vampiri in contemporanea. Io ero forte abbastanza da entrare in gioco, ma non vo levo combattere contro i miei genitori per Lucas, né con tro di lui per loro, almeno finché non avessi capito che diavolo stesse succedendo. — Che state facendo? — strillai. — Smettetela tutti! Non mi ascoltarono. Mio padre sferrò un pugno in pancia a Lucas, che per schivarlo parve cadere all'indietro - ma era una finta, perché si chinò a raccogliere la gamba della sedia persa da mia madre. Papà e Balthazar arretrarono svelti e capii che Lucas aveva in mano un piolo. Forse non bastava a ucciderli per sempre, ma poteva almeno metterli fuori combattimento.


Patrice mi strillava nelle orecchie, mentre Lucas affon dava il piolo verso il torso di Balthazar, che saltò indietro ed evitò il colpo per un soffio. Vidi un taglio sulla sua guancia, una mezzaluna con la stessa forma del pugno di Lucas. Poi, con mio grande orrore, Lucas si concentrò su mio padre. Stava davvero cercando di infilzare papà. — Lucas, no! — lo implorai. — Mamma, digli di... Dov'è mamma? — Sembrava scomparsa mentre io ero distratta dal combattimento. — È corsa giù a chiedere aiuto. — Le parole di mio padre furono un ruggito. — Appena arriva la Bethany, sistemeremo tutto. Lucas esitò per un secondo appena. — Bianca, mi dispiace. Mi dispiace davvero. — Lucas? Mi guardò negli occhi. — Ti amo. Poi scappò fuori dalla porta, giù per i gradini. Ci fu un attimo d'incertezza dettata dalla sorpresa, poi papà e Balthazar si lanciarono all'inseguimento. Mi voltai verso Patrice, che stava ancora raggomitolata accanto a me per terra. — Ci capisci qualcosa, tu? — No. — Con le mani si ravviò i capelli lisci e raccolti a trecce, come se riordinare il proprio aspetto potesse cancellare il panico. Non le importava di nient'altro.


Mi tremavano le gambe, ma riuscii ad alzarmi e a rincorrerli, inciampando sui gradini. Sentivo le urla di Balthazar echeggiare sulla pietra. — Fermatelo! Fermatelo subito! Uno schianto tremendo, il suono argentino di schegge di vetro che si infrangevano su pavimento e pareti, e mio padre imprecò. Il cuore mi batteva così forte che temevo quasi di morire se non smettevo di correre, ma se mi fossi fermata sarei morta lo stesso, perché Lucas era in pericolo e io dovevo stargli accanto. Scesi l'ultima scala inciampando e correndo, e vidi Balthazar, papà e qualche altro studente impalati in circo lo a osservare l'unica finestra di vetro trasparente dell'au la magna. Era sfondata, e capii che Lucas aveva usato la gamba della sedia per infrangerla e scappare. Non aveva perso tempo nemmeno a percorrere il resto della sala per uscire. Probabilmente i miei avevano smesso di inseguirlo perché parecchi ragazzi umani erano lì, sbalorditi e pronti a fare domande complicate. Mia madre giunse nell'atrio stringendosi il polso. Pochi passi dietro di lei c'era la Bethany, i cui occhi scuri lampeggiavano di rabbia repressa a stento. — Che diavolo succede? — Raquel scese le scale dietro di me. — C'è stata una rissa?


— Non sono affari vostri — rispose la Bethany impettita. — Rientrate subito nelle vostre stanze. Raquel mi lanciò un'occhiata mentre tornava a passo lento verso il nostro piano. Ovviamente voleva che le spiegassi, ma come potevo? Ogni battito del cuore era un'ondata di calore e poi di freddo, e non riuscivo a respirare. Neanche cinque minuti prima ero seduta accanto a Lu cas a ridere delle battute dei miei genitori. Mamma, papà e Balthazar non si mossero, perciò anch'io restai dov'ero. Quando gli altri se ne furono andati, cercai di chiedere a papà che senso avesse tutto ciò, ma non ne ebbi la possibilità. La Bethany domandò: — Cos'è successo? — Lucas è un membro della Croce Nera — rispose mio padre. La Bethany spalancò gli occhi, non di paura ma di assoluta sorpresa. Per la prima volta la vedevo mostrare un briciolo di vulnerabilità. — L'abbiamo scoperto solo ora. — La Croce Nera — strinse i pugni e osservò la finestra sfondata. La pioggia entrava dallo squarcio nel vetro, spinta dalle raffiche di vento, e i tuoni non smettevano di rimbombare. — Che intenzioni possono avere? — Dobbiamo catturarlo immediatamente — papà sembrava pronto a correre fuori in quel preciso istante. Mamma posò la mano sana sul suo braccio.


Con un filo di voce, disse: — I cacciatori esisteranno sempre. Niente è cambiato, in fin dei conti. La Bethany si voltò verso di lei, testa eretta e sguardo torvo. — La tua pietà è inutile, Celia. Comprendo il desi derio di lenire il dolore di tua figlia, ma se foste stati più vigili, ora Bianca non si troverebbe in questa situazione. — Quel ragazzo è venuto qui per una ragione precisa. Ha avvicinato nostra figlia per i suoi scopi. Sono deciso a scoprire quali sono — papà scrutò nel buio. — Sotto il temporale non può essere veloce quanto noi. Dovremmo andare, subito. — Abbiamo tempo di organizzare una squadra — insistette la Bethany. — Il signor Ross andrà in cerca d'aiuto e ciò significa che non possiamo essere certi di sorprenderlo da solo. Signori Olivier, venite con me a radunare gli altri e ad armarli. —Anch'io farò parte della squadra — si offrì Balthazar digrignando i denti. La Bethany lo squadrò, come per prendergli le misure. — Molto bene, signor More. Per il momento le consiglio di occuparsi della signorina Olivier. Le spieghi quale fol lia ha commesso e la tranquillizzi.


Mamma allungò una mano verso di me. — Forse dovrei parlarle io. — Considerata la vostra determinazione a ignorare la realtà, penso che sia meglio affidare l'incarico a un elemen to più neutrale. — La Bethany indicò la tromba delle scale. Quasi mi aspettavo che mamma si opponesse, ma papà la prese per il braccio sano e la trascinò con sé al piano di so pra. Con l'orlo della gonna in mano, la Bethany li seguì. Quando fummo soli, mi rivolsi a Balthazar. — Cos'è successo? — Sssh, Bianca, calmati. — Mi posò le mani sulle spalle, ma non ne volli sapere. — Calmarmi? Avete assalito il mio ragazzo, che ha re agito per difendersi. Non ci capisco niente! Per favore, Balthazar, dimmi soltanto... dimmi, oddio, cosa? Non so nemmeno cosa chiedere! — Mi sentivo quasi soffocare, tante erano le domande che mi salivano in gola. Balthazar, senza scomporsi, rispose: — Ti ha mentito. Ha mentito a tutti noi. Una domanda spiccò fra le altre e le cancellò. — Cos'è la Croce Nera? — Cacciatori di vampiri. — Cosa?


— La Croce Nera è una società di cacciatori di vampiri che ci tormenta dal Medioevo. Ci scovano. Ci isolano dai nostri simili. E ci uccidono — Balthazar si asciugò dal viso le gocce di sangue di mio padre con gesti delicati, come fossero lacrime. — Hanno già cercato una volta di infiltrarsi all'Accademia di Evernight. Di tanto in tanto qualche umano ci è riuscito grazie a una raccomandazio ne o ai soldi, ed è stato tollerato per non attirare attenzioni indiscrete. È capitato che uno di questi umani fosse un membro della Croce Nera. — Circa centocinquant'anni fa — la storia che avevo raccontato poco prima, quella che Lucas mi aveva svelato quando ci eravamo conosciuti, d'un tratto ebbe senso. — Il combattimento di cui parlavo... non fu un duel lo, vero? Balthazar scosse la testa. — No. L'agente della Croce Nera venne smascherato e combatté per fuggire. Proprio come è accaduto stasera. Croce Nera. Cacciatori di vampiri. Lucas non mi aveva detto se i libri della Bethany ne parlavano: mi resi conto che lo aveva fatto di proposito. Era venuto a cacciare e uccidere creature come me. Mi aveva persino convinta a morderlo di nuovo, per dargli la forza e i poteri necessari a contrattaccare.


Mi aveva sfruttata per diventare un assassino ancora più efficiente, poi aveva cercato di uccidere i miei genitori e aveva menti to, sempre e su tutto. All'inizio, prima che Lucas scoprisse che ero un vampiro, insisteva nel volermi proteggere. Pensavo che volesse prendersi cura di me perché ero sola, ma non era affatto così. Credeva che fossi un'umana circondata dai vampiri, ecco perché continuava a tenermi d'occhio. Ma da quando ha scoperto cosa sono davvero, mi ha sfruttata per arrivare al cuore di Evernight. Per conquistare i nostri poteri. Per ottenere tutto ciò che voleva. Mi ha fatta sentire in colpa per avergli mentito, ma lui ha raccontato una bugia ancora più grande. Ciò che prima mi sembrava amore adesso era solo tradimento.


Stavo seduta sul gradino più basso della scala, attornia ta dal rumore dei preparativi in corso. La squadra della Bethany era composta soltanto da cinque vampiri: lei, i miei genitori, Balthazar e il professor Iwerebon. Indossavano impermeabili pesanti e coltelli fissa ti alla caviglia o all'avambraccio. — Ci vorrebbero delle pistole — disse Balthazar. — Per occuparci di situazioni come questa. — In duecento anni siamo stati costretti a confrontarci con "situazioni come questa" soltanto due volte — replicò la Bethany, più gelida che mai. — Di solito le nostre abilità bastano e avanzano per affrontare gli umani. Vuole dirmi che non si sente all'altezza, signor More? Lucas è un cacciatore di vampiri. Lucas è venuto qui a uccidere i simili dei miei genitori. Mi diceva di non fidarmi di loro: probabilmente pensava che mi avessero rapita da bambina. Cercava di farci litigare. L'avevo creduto soltanto scortese, forse invece voleva davvero ucciderli. — So come comportarmi — si difese Balthazar. — Ma può darsi che anche Lucas sia armato.


Fa parte della Croce Nera. È impossibile che sia giunto qui senza alcuna preparazione. Deve avere un nascondiglio segreto. In cui custodisce le armi, ci scommetto. Si lamentava di continuo, mentre salivamo insieme sulla torre settentrionale. Pensavo che avesse paura di me, dei vampiri, ma non era affatto così. Persino mentre ci baciavamo per terra mi chiedeva se non potessimo andare da un'altra parte. — La stanza in cima alla torre settentrionale — la mia voce sembrava davvero strana, come se non mi appartenesse. — Quello è il nascondiglio. La Bethany drizzò il busto. — Lo sapevi? — No. È una sensazione. — Controlliamo — Balthazar mi offrì una mano per farmi alzare. — Andiamo. La stanza non mi sembrava diversa da quando io e Lu cas ci eravamo stati insieme. La Bethany chiuse gli occhi per un momento, costernata. — La stanza dei registri. Se è stato qui, ha letto quasi tutta la nostra storia. Ha scoperto i nostri nascondigli. Ora la Croce Nera sa. — Parecchi di questi registri sono vecchi di decenni — argomentò papà. — Gli anni più recenti sono nel computer.


— Temo che sia arrivato anche a quello — dissi, ricordando il giorno in cui avevo sorpreso Lucas a sgattaiolare fuori dalla finestra dell'ufficio della Bethany, nella stazione di posta. La Bethany si voltò di scatto verso di me, la rabbia qua si al punto di rottura. — Lei ha visto Ross infrangere le regole e tuttavia non ha mai avvertito nessuno dei suoi superi ori? Ha permesso che un membro della Croce Nera imperversasse a Evernight per mesi, signorina Olivier. Non creda che me ne dimenticherò. Di solito, ogni volta che mi parlava con quel tono morivo di imbarazzo. Stavolta, invece, ribattei: — Sì, ma è stata lei ad ammetterlo fra noi! Per un secondo nessuno aggiunse altro. Avevo parlato soltanto per difendermi, ma capii che la Bethany aveva commesso un grave errore - anzi, un pasticcio in piena regola - e il suo tentativo di dare tutta la colpa a me era fallito. Anziché strangolarmi, irrigidita, tornò a esplorare la stanza. — Aprite tutte le scatole. Controllate dentro ogni cassetto e sopra le travi. Voglio scoprire tutto ciò che Ross nascondeva qui. Ero quasi sopraffatta dai ricordi di me e Lucas insieme, ma mi concentrai su un momento in particolare.


La prima volta che eravamo entrati in quella stanza, lui si era seduto di scatto sopra il baule lungo, addossato alla parete più vicina. Pensavo volesse soltanto sedersi, ma forse il gesto aveva un altro significato: impedirmi di aprirlo. Balthazar seguì il mio sguardo. Non disse niente ma alzò un sopracciglio, curioso. Annuii, lui si avvicinò al baule e ne sollevò il coperchio. Non riuscii a vedere cosa contenesse, ma mia madre restò senza fiato e il professor Iwerebon imprecò a mezza voce. — Che c'è? — chiesi. La Bethany avanzò e sbirciò nel baule. La sua espres sione rimase imperiosa e fredda mentre si inginocchiava e ne estraeva un teschio. Urlai, e immediatamente mi sentii una stupida. — Dev'essere davvero vecchio. Guardatelo. — Quando moriamo, i nostri corpi si decompongono molto rapidamente, signorina Olivier — la Bethany si rigirava il teschio fra le mani. — Per la precisione, tanto si decompongono quanto è il tempo trascorso dalla morte umana. Qui non c'è più carne, ma resta qualche brandello di pelle... probabile indizio che il teschio appartenesse a un vampiro morto da decenni, forse da un secolo. — Erich — esclamò Balthazar all'improvviso. — Una volta ha detto di essere morto nella Prima Guerra Mondiale. Lucas ed Erich non si sopportavano.


Se Lucas è riuscito ad attirarlo qui ed Erich non aveva idea di avere a che fare con un cacciatore della Croce Nera, non c'è stata partita. — Anche perché Lucas aveva uno di questi — mio padre aprì un altro baule e ne estrasse un coltello enorme, un machete. — Con un attrezzo del genere non è difficile sbarazzarsi di noi. Balthazar fece un fischio cupo mentre osservava la la ma. — Quei due litigavano spesso, ma Erich aveva sempre la meglio. Forse Lucas lo provocava di proposito e fingeva di essere più debole per non tradirsi. Protestai: — Pensavo che Erich se ne fosse andato. — Doveva essere la verità, per forza. Lucas ed Erich pote vano aver combattuto, ma era impossibile che Lucas lo avesse ucciso. — Lo pensavamo tutti, ma ci sbagliavamo. — La Bethany lasciò cadere il teschio di Erich nel baule, senza troppe cerimonie. — Continuate a cercare. Gli altri obbedirono. Tremante, mi avvicinai al bau le per controllarne l'interno. C'erano un guazzabuglio di ossa, una divisa di Evernight impolverata e, nell'angolo, un cerchio scuro. Trasalii quando mi resi conto che era il braccialetto di cuoio di Raquel, quello che aveva perso.


Lucas non poteva averlo rubato. No, era stato Erich, che lo indossava quando era morto. Quando Lucas lo aveva ucciso. — Bianca? Tesoro? — mia madre si avvicinò. Indossava jeans e scarponi. Di solito non amava quel genere di abbigliamento così maschile, ma per catturare Lucas aveva fatto un'eccezione. — Torna al nostro appartamento. Non sei costretta a sopportare oltre. — A fare cosa? A leggere un bel libro? Ad ascoltare un disco? Non penso proprio. — Dovremmo riuscire a rintracciarlo malgrado la pioggia. E lei non dovrà dire a nessun altro studente q uello che ha saputo stanotte. — La Bethany mi lanciò un'occhiataccia da dietro la spalla di Iwerebon. Abbassai lentamente il coperchio del baule. — Vengo anch'io. — Bianca... - - mamma scosse la testa. — Non devi. — Invece sì — No — Balthazar si avvicinò a me. — Non hai mai fatto niente del genere, e quelli della Croce Nera... sono bravi. Letali. Lucas sarà anche giovane, ma sa cosa sta facendo. Mi sembra ovvio. — Balthazar è troppo educato per dirti che è pericoloso — papà sembrava furente. Aveva il naso rosso e gonfio, probabilmente rotto.


Anche alle ferite dei vampiri occor re del tempo per guarire. — Lucas Ross potrebbe farti del male, persino ucciderti. Rabbrividii, ma non cedetti. — Potrebbe uccidere uno qualsiasi di voi. Eppure siete decisi ad andare. — Baderemo a ogni dettaglio — insistette Balthazar. — Niente è peggio di ciò che ti ha fatto, Bianca. I tuoi ge nitori non permetteranno a Lucas di passarla liscia, e io nemmeno. La Bethany mi guardò torva. Ovviamente non pensava che "il peggio" fosse il mio cuore spezzato e mi aspet tavo che se la prendesse con me, come al solito. Invece disse: — Può unirsi a noi. Mia madre la guardò, sorpresa: — Ma è soltanto una ragazzina! — È grande abbastanza da aver morso un umano. E da trasmettergli i poteri. Perciò sarà grande abbastanza da affrontarne le conseguenze — il suo sguardo penetrò nel mio. — Le servirà un'arma, signorina Olivier? — No. — Non potevo immaginare di affondare un coltello nel corpo di Lucas. La Bethany mi fraintese, forse di proposito. — Immagino che abbia preso in considerazione di portare a ter mine la sua metamorfosi stanotte. — Stanotte? — esclamarono i miei all'unisono.


— Tutti i bambini devono crescere, prima o poi. Vuole che morda ancora Lucas. Ma stavolta per ucciderlo. Daranno fuoco al suo corpo prima che rinasca come vampiro. Lucas sparirà per sempre. La Bethany si avvicinò alla porta e la spalancò. Balthazar mi coprì le spalle con un impermeabile e io infilai l e braccia nelle maniche troppo lunghe. — Andiamo. Al buio scendemmo di sotto. I miei genitori mi avevano confessato di essere vampiri non appena ero stata grande abbastanza da saper custo dire un segreto, il che lo rendeva per me un dato di fatto come il color caramello dei capelli di mia madre o la passione di papà per il jazz degli anni Cinquanta. Bevevano sangue a tavola anziché mangiare cibo e adoravano perdersi in discussioni in cui parlavano di navi a vela, filatoi a mano o della volta in cui papà vide William Shakespeare recitare in una delle sue commedie. Ma erano dettagli, più divertenti e teneri che spaventosi. Non li avevo mai considerati creature soprannaturali. Non appena iniziammo l'inseguimento, mi resi conto di conoscerli pochissimo. Si muovevano più veloci di me, più di qualsiasi essere umano.


Lucas e io eravamo convinti di aver portato i nostri poteri all'estremo quando, qualche settimana prima, ci eravamo dati alla corsa, ma non era niente in confronto a ciò che vidi in quel momento. Mamma, papà, Balthazar andavano a passo sicuro malgrado il fango e riuscivano a vedere la strada al buio. Io dovevo affidarmi ai lampi e alle voci per seguirli. — Qui! — L'accento nigeriano del professor Iwerebon era più pesante per via dell'agitazione. — Il ragazzo è passato di qui. Come fanno a saperlo! Mi accorsi che la mano di Iwerebon era posata sui rami di un cespuglio. Quando anch'io lo toccai, sentii le gemme morbide delle foglie nuove sfregarmi contro i palmi ghiacciati. Un ramo era rotto. Lucas l'aveva strappato durante la fuga. Scappa per salvarsi la vita. Dev'essere spaventatissimo. Ha detto che mi amava. Un altro lampo brillò e per una frazione di secondo illuminò il cielo a giorno. Riuscii a cogliere il profilo della Bethany sullo sfondo della foresta buia e riconob bi il panorama quanto bastava a capire che ci trovava mo nei dintorni del fiume. Per la prima volta ebbi una minima idea di dove fossimo, perché le nuvole di pioggia ammantavano le stelle. — Di solito gli studenti non vengono qui — considerò la Bethany. — Grazie all'addestramento della Croce Nera, avrà senz'altro architettato un piano di fuga. Ciò significa che ha segnato la strada in anticipo.


Il tuono si abbatté su di noi e cancellò le parole di ri sposta del professor Iwerebon. A fatica alzavo i piedi dal fango in cui sprofondavano; Balthazar mi afferrò un go mito per aiutarmi a ritrovare l'equilibrio mentre cammi navo su un terreno più solido. Per tutto questo tempo ho pensato che Lucas mi proteggesse, invece mi ha messa in pericolo. Come può essere verol Poi le dita di Balthazar si strinsero attorno al mio braccio. — Da questa parte. Quando il fulmine si biforcò di nuovo nel cielo, vidi ciò che Balthazar aveva intuito: impronte umane che portava no verso il fiume. Come me, Lucas aveva avuto qualche difficoltà a muoversi nel fango. Malgrado i nostri nuovi poteri, non possedeva né la velocità né la grazia ultrater rena dei vampiri più anziani che mi circondavano. Lucas era soltanto un ragazzo che fuggiva più veloce che pote va sotto una tremenda tempesta, conscio che se lo avessero catturato sarebbe morto. Pioveva troppo forte perché impronte come quelle resistessero a lungo senza essere cancellate. Lo avevamo quasi raggiunto. Mi ha mentito dall'inizio. Dal primissimo giorno.


Con tutta la paura che avevo di nascondergli i miei segreti, Lucas mi ha presa in giro ogni volta che ci siamo baciati. — Sbrigatevi! — la Bethany ci spronò a proseguire. Malgrado la gonna lunga, avanzava più spedita di tutti. Io mi sforzavo di seguirli, con il fiato corto e il freddo nelle ossa, e riuscivo a restare abbastanza vicina da sentire la pioggia picchiettare sui loro impermeabili. — Ha attraversato il fiume. Stiamo perdendo tempo. Il fiume. Da sempre i miei genitori scherzavano su quanto fos sero terribili i corsi d'acqua. Quando andavamo in gita, facevano sempre il possibile per evitare di attraversarli. Se erano costretti ad affrontarli comunque, di solito oc correva del tempo: papà accostava quando avvistavamo il ponte, mamma si mordeva le unghie ansiosa, io ridevo di loro per tutta la mezz'ora e più che gli ci voleva per trovare il coraggio. Entrambi parlavano del loro viaggio in nave verso il Nuovo Mondo come l'esperienza peggiore della loro esistenza. Per i vampiri è problematico attraversare un corso d'acqua. Alcuni studenti umani si erano chiesti perché i professori che ci accompagnavano a Riverton ci precedessero nel viaggio, ma io sapevo che volevano oltrepassare il ponte con calma, senza mostrare quanto fossero sconvolti da qu el genere di esperienza.


In quel momento capii che anche Lucas lo sapeva e che faceva affidamento su quella certezza per salvarsi la vita. Avanzammo finché gli altri non si fermarono davanti a me. Non avevo più bisogno dei lampi per scorgere il sentiero. Con il fiato corto, ripresi terreno e superai il professor Iwerebon, Balthazar, i miei genitori e finalmente raggiunsi la Bethany, ferma a pochi metri dal ponte. — Ci aspetti qui — ordinò. — Tra poco avanzeremo. — Strinse le labbra, forse per convincersi a superare la sua unica debolezza. — Così scapperà! — Passai oltre. — Signorina Olivier! Si fermi immediatamente! I miei piedi toccarono il ponte. Le vecchie assi di le gno, zuppe di pioggia, erano più facili da calpestare rispet to al fango denso. — Bianca! — Era mio padre. — Bianca, aspettaci. Non puoi farcela da sola. — Sì che posso. — Iniziai a correre mentre la pioggia mi scrosciava sul viso, con una fitta al fianco per via dello sforzo e del peso dell'impermeabile sulle spalle. Desi deravo con tutta me stessa di lasciarmi cadere sul ponte e piangere. Il mio corpo non era abbastanza forte.


Eppure correvo. Correvo malgrado le gambe pesassero come il piombo, la gola fosse strozzata dalle lacrime che non riuscivo a versare, e i miei genitori, i professori e il mio amico mi urlassero di tornare indietro. Ma io correvo, sempre più veloce passo dopo passo. Da quando ero giunta a Evernight - no, anzi, da tutta la vita - confidavo che fossero gli altri a risolvere i miei problemi. Ma questo non poteva risolverlo nessuno al posto mio. Dovevo affrontarlo di petto, da sola. Non sapevo se stessi inseguendo Lucas o scappando con lui. Sapevo soltanto che dovevo correre. Attraversato il fiume, non fu così difficile trovare le tracce di Lucas. Era buio e non avevo la vista né l'udito ul trasensibili dei vampiri. Tuttavia mi sembrò ovvio che fosse tornato a Riverton, e a quel punto le deviazioni che poteva aver preso non erano molte. Lucas sapeva di non pot er sprecare un attimo e di doversi dileguare il più in fretta possibile. Prima che Raquel partisse per le vacanze di Natale, dopo che Lucas se n'era andato, avevo trascorso un po' di tempo con lei alla stazione degli autobus. Non vede va l'ora di abbandonare Evernight, ma il giorno del suo arrivo i suoi familiari sarebbero rientrati tardi, perciò fu costretta ad aspettare una delle ultime corse che partiva in direzione di Boston alle 20:08.


Erano quasi le otto. Sentivo che Lucas avrebbe cercato di prendere quell'autobus. Il successivo passava almeno un paio d'ore dopo, troppo tardi per scongiurare che la Bethany e gli altri lo trovassero. La corsa per Boston era la sua unica vera possibilità di fuga. Il centro città era quasi deserto. Nemmeno un'auto sfrecciava per le strade e i pochi negozi che si erano da - ti la pena di aprire sembravano vuoti. Nessuno usciva in una sera come quella. Con i capelli appiccicati alla fron te dalla pioggia, non me ne meravigliai. Entrai in un paio di negozi aperti, compreso quello in cui avevamo trova to la spilla. Lucas non c'era. No, capii. Sa che prima di tutto lo cercherebbero qui. Intuii di avere un vantaggio sulla Bethany e i miei genitori, qualcosa che nemmeno secoli di esperienza e sensi soprannaturali potevano garantire: conoscevo Lucas, po tevo anticipare le sue mosse. Anche loro probabilmente immaginavano che Lucas avrebbe evitato di cercare un rifugio allo scoperto. E for se potevano giungere anche alla mia stessa conclusione, ovvero che Lucas fosse nascosto il più vicino possibile alla stazione degli autobus, per non restare in città troppo a lungo prima di fuggire. Peccato che la stazione fosse esattamente al centro della cittadina.


Era circondata da una dozzina di negozi, e loro non potevano sapere in quale fosse nascosto Lucas. Lui aveva visto un vecchio film con me e mi aveva comprato la spilla in quel negozio di vestiti usati. E ave va detto che mi amava. Ciò significava che forse, dico forse, avrebbe scelto lo stesso nascondiglio che avrei scelto io. Camminai verso il negozio di antiquariato all'angolo sud-orientale della piazza, saltellando fra le pozzanghere. Tutti i dubbi che potevo avere sulla mia intuizione sva nirono non appena mi avvicinai alla porta di servizio del negozio e la trovai appena socchiusa. Lentamente la aprii. I cardini non cigolarono e iniziai a misurare i passi con cautela sul pavimento di legno. A luci spente, il buio era quasi completo. Distinguevo a malapena le sagome degli strani articoli che mi circondavano: un'armatura, una volpe impagliata, una mazza da cricket. Capii che quegli oggetti erano i fondi di magaz zino del negozio, le cose che si vendevano di meno. Mi sembrava una cornice surreale, come se fossi piombata in un brutto sogno mentre ero ancora sveglia. Sulle prime cercai di fare silenzio, ma piÚ mi addentra vo, piÚ avvertivo il pericolo. Lucas poteva far del male a chiunque lo stesse inseguendo, ma ero ancora convinta che io sarei stata risparmiata.


— Lucas? Silenzio. — Lucas, so che ci sei. — Ancora silenzio, ma mi sentivo osservata. — Sono sola. Gli altri non sono lontani. Se hai qualcosa da dirmi, è meglio che tu lo faccia ora. — Bianca. Pronunciò il mio nome come un sospiro che era troppo stanco per trattenere. Sbirciavo nell'oscurità ma non riuscivo a vederlo: sapevo soltanto che la sua voce giungeva dall'interno del negozio. — È vero quel che dicono di te? — Dipende da cosa dicono — sentii dei passi venirmi incontro, lenti. Allungai una mano tremante verso l'appiglio più vicino, una sedia rivestita di velluto logoro. — Dicono che fai parte di un gruppo che si chiama Croce Nera. Cacciatori di vampiri. Che per tutto questo tempo mi... ci hai mentito. — Tutto vero — Lucas sembrava più spaventato che mai. — Sei davvero sola? È la verità? Non me la prende rei con te se non lo fosse. — Ti ho mentito una volta sola. Non intendo rifarlo.


— Una volta? Potrei elencarti parecchie occasioni in cui hai semplicemente "dimenticato" di dire che eri un vampiro. — E tu non hai mai detto di essere un cacciatore di vampiri! — L'avrei preso a schiaffi. La mia rabbia non sembrò scalfirlo. — In effetti, a conti fatti penso sia la stessa cosa. — Ti ho detto tutta la verità nella mia e -mail! Non ho tralasciato niente! — Perché ti ho scoperta. Non conta e lo sai. Perché continuava a fingere che fossimo pari? — Io non ho scelto di essere ciò che sono. Tu... voi tramate per uccidere la mia famiglia, i miei amici... — Neanch'io l'ho scelto, Bianca. — La sua voce era rauca, come sul punto di tossire, e la mia rabbia si dissolse in un'altra emozione a cui non sapevo dare nome. Lucas fece qualche altro passo avanti. Quando strizzai gli occhi nel buio, intuii la sua sagoma a poco più di un metro da me. — Né di essere chi o cosa sono, né di venire a Evernight. — Hai scelto di stare con me. — Però aveva cercato di convincermi che era meglio di no, vero? Solo in quell'istante capii perché. — Sì. E so di averti ferita. Mi dispiace. Sei l'ultima persona al mondo a cui vorrei fare del male.


Sembrava sincero fino in fondo. Desideravo credergli, con un'intensità folle. Dopo le rivelazioni di quella notte, però, ero decisa a non dare più nulla per scontato. — Puoi spiegarmi almeno perché? — Ci vorrebbe parecchio tempo e non ce ne resta granché. L'autobus delle 20:08 per Boston. Diedi un'occhiata al mio orologio: le lancette fluorescenti indicavano che ri manevano poco più di cinque minuti. Camminai verso Lucas, le mani avanti per farmi stra da. Le dita sfiorarono piume di struzzo impolverate dal tempo e qualcosa di sottile, duro e freddo, forse la strut tura di un letto a baldacchino d'ottone. Lucas scartò sulla sinistra, dietro un pannello... no, riuscivo a vedere qualcosa. Mi avvicinai e capii che era una finestra di vetro istoriato. Eravamo sbucati nel locale anteriore del negozio, mol to meno ingombro e leggermente più luminoso. La luce verdastra dei lampioni filtrava su di noi. Lucas restò die tro la finestra. Aveva paura di me? Vergogna di affrontarmi? Anziché girare intorno al pannello, mi ci posizionai davanti, così da poter guardare Lucas attraverso i vetri sfumati. Il suo volto era diviso in quattro quadrati di colore, il suo sguardo cupo e tormentato.


Per un istante nessuno di noi seppe cosa dire. Poi Lucas mi rivolse un sorriso triste. — Ehi. — Ehi. — Anch'io sorrisi, poi quasi scoppiai a piangere. — Ti prego, no. — Okay — mi sfuggì un singhiozzo, ma deglutii con forza e mi morsi la lingua. Come sempre, il sapore del sangue mi dava energia. — Sono in pericolo? Lucas scosse la testa. Al di là del vetro il suo viso ave va il colore dei gioielli: topazio, zaffiro e ametista. — Non per causa mia. Mai. — Dillo a Erich. — Lo avete trovato — Lucas non sembrava affatto dispiaciuto. — Erich stava perseguitando Raquel. Ricordi? Quando l'ho sentita parlare del braccialetto smarrito, ho capito che il suo tempo stava per scadere. Il furto di un effetto personale è il classico segno che il vampiro in agguato sta per colpire. Erich voleva ucciderla, e se ne aves se avuto la possibilità lo avrebbe fatto. In fondo, penso che anche tu possa capirlo. Credergli mi spaventava. Forse se non avessi assaggiato il sangue di Erich e sentito io stessa quanto fosse cattivo, non mi sarei fidata. Invece avevo visto la malignità dei suoi pensieri e sospettavo che, per una volta, Lucas fosse sincero.


— È ancora difficile pensarci — conclusi. — Me ne rendo conto. Immagino che sia dura capire, per te. — Dimmi cosa devo sapere. Per qualche istante Lucas rimase in silenzio e non ero sicura che intendesse rispondermi. Quando stavo per rinunciare, però, disse: — All'inizio ti ho mentito per lo stesso motivo che costringeva anche te a mentire. La Croce Ne ra è un segreto che nascondo da una vita, fu mia madre ad arruolarmi appena nato. — La voce di Lucas era lontana, persa nel ricordo. — Mi hanno insegnato a combattere. Mi hanno insegnato la disciplina. Mi hanno spedito in missione quando fui grande abbastanza da maneggiare un piolo. Ripensai a quando Lucas mi aveva raccontato che sua madre era inflessibile e che a volte aveva la sensazione di non poter mai prendere decisioni autonome. Finalmen te capivo il senso delle sue parole. Persino quando aveva cinque anni, lontano da casa, viaggiava armato. — All'inizio ti credevo una studentessa umana come tante altre. Quando mi hai parlato dei tuoi, credevo che ti avessero adottata dopo aver ucciso i tuoi veri genitori. Immaginavo che non sapessi cosa fossero in realtà — il suo sguardo incrociò il mio attraverso il vetro colorato e il suo sorriso era triste.


— Mi sono detto che per il tuo bene era meglio starti lontano, ma non ci sono riuscito. È stato come se dopo averti conosciuta facessi già parte di me. Fosse stato per la Croce Nera, avrei dovuto respingerti, ma sono stanco di respingere tutti. Per una volta nella vita ho voluto stare con qualcuno senza preoccuparmi di rispettare le direttive della Croce Nera. Vive ri da persona normale, almeno per un po'. Dopo la nostra prima conversazione... ci credi che pensavo fossi una ra gazza così carina, così normale? Fu allo stesso tempo la cosa più divertente e triste che avessi mai sentito. — Adesso sai la verità. — Ciò che sei... non mi importa. Te l'ho già detto ed ero sincero — si voltò verso la vetrina e mostrò il suo profilo e la profonda preoccupazione che vi era impressa. — C'è altro che dovrei dirti ma l'autobus sta per partire... Maledizione, forse posso prenderne uno più tardi... — No! — Premetti una mano contro il vetro colorato. Ancora non sapevo se potevo fidarmi di Lucas, ma ero conscia che non avrei mai potuto fargli del male, tanto meno stare a guardare mentre la Bethany e i miei genitori tentavano di ucciderlo. — Lucas, gli altri non sono lontani. Non aspettare. Vai. Avrebbe dovuto scappare in quel momento.


Invece mi guardò attraverso la finestra e lentamente aprì la mano davanti alla mia, così da premerla esattamente sulla stessa porzione di vetro, dito contro dito, palmo contro palmo. Ci avvicinammo l'uno all'altra, pochi centimetri separavano i nostri volti. La finestra ci divideva, ma fu intimo come un bacio. Sottovoce, disse: — Vieni con me. — Cosa? — Restai senza parole, incredula. — Nel senso di... scappare di casa? Sul serio? Come mi avevi chie sto il primo giorno? — Così potrò spiegarti tutto quello che è successo e... ci diremo addio nel modo migliore anziché... — Lucas deglutì, e per la prima volta compresi che era agitato e impaurito quanto me. — Ho abbastanza soldi per comprare due biglietti. Poi potrò ottenerne altri per rispedirti a casa, se vorrai. Possiamo andarcene immediatamente. Attraversare la strada e saltare sull'autobus. Ce ne andremo da qui insieme. — Vuoi farmi passare dalla parte della Croce Nera? — Cosa? No! — A giudicare dal tono di voce sembrava davvero che non ci avesse mai pensato. — Agli occhi di un essere umano sei umana anche tu. Se vieni con me, ti proteggerò Lentamente risposi: — Dimmi una cosa, prima che ti risponda.


Lucas sembrava diffidente. — Okay. — Hai detto di amarmi. Era la verità? Avrei sopportato tutte le bugie del mondo, pur di sapere che lo eia. Sospirò e non sembrava né una risata né un singhiozzo. — Dio, sì. Bianca, ti amo. Anche se non ti rivedrò mai più, anche se usciti di qui cadremo nell'imboscata che mi stai tendendo con i tuoi genitori, ti amerò sempre. In mezzo a tutte quelle bugie, almeno una verità c'era. — Anch'io ti amo — risposi. — Dobbiamo correre.


Mentre affondavo nel sedile dell'autobus e tremavo di stanchezza, dissi: — Ce l'abbiamo fatta. Lucas scosse la testa. — Non ancora. Con uno scossone l'autobus iniziò a muoversi e a procedere lento sulla strada. Eravamo stati gli ultimi a salire: altri tre minuti e avremmo perso l'occasione di scappare. — So che i miei sono veloci, ma non penso che possano star dietro a un bus sull'autostrada. Una signora anziana, poche file più avanti, si voltò verso di noi, curiosa di capire di che diavolo stessimo parlando. Lucas le rivolse il più fascinoso dei suoi sorrisi, che la fece arrossire e tornare al libro che stava leggendo. Poi Lucas mi prese per mano e mi guidò verso i posti sul fondo dell'autobus, dove avremmo potuto parlare liberamente di vampiri senza che nessun altro origliasse. Lucas si infilò nel posto vicino al finestrino. Mi aspettavo un abbraccio, invece restò rigido a guardare il vetro sbavato d'acqua. — Non ce l'avremo fatta finché non saremo oltre il cavalcavia. Cinque chilometri fuori città.


Non capivo di cosa stesse parlando. Ovviamente aveva compiuto una ricognizione tattica della zona molto più approfondita della mia. — Secondo te cosa faranno? Si piazzeranno in mezzo alla strada per fermare l'autobus? — La Bethany non è stupida — non staccava gli occhi dal finestrino. Le luci dei lampioni scorrevano e lo illu minavano di azzurro chiaro, poi si spegnevano quando passavamo oltre e ripiombavamo nell'ombra. — Già, potrebbero avermi seguito in città. Ma forse anche lei ha intuito che avrei preso l'autobus. In questo caso, avrà spostato la battuta di caccia su quel cavalcavia. Salteranno sull'autobus, mi tireranno fuori e lasceranno le spiegazioni ai poliziotti. — Impossibile! — Per fermare un cacciatore della Croce Nera? Puoi scommetterci a occhi chiusi. — Ma se tu fai parte della Croce Nera, perché sei ve nuto a Evernight? — Dovevo infiltrarmi nella scuola. Era la mia missio ne. E le missioni non si rifiutano. Le porti a termine, o muori provandoci. Pochi vampiri erano riusciti a spaventarmi come la sicurezza fredda del suo tono di voce. — Avete appena scoperto che esiste la scuola?


— La Croce Nera sa cos'è l'Accademia di Evernight più o meno da quando venne fondata. Quei luoghi, dove abitano i vampiri... — Dove abitiamo noi. — Quelli sono i luoghi in cui i vampiri fanno meno danni. Nessuno vuole esporsi troppo o insospettire il vicinato: i vampiri si controllano sempre, in zone del genere. Non cacciano, non combinano guai. Se i vampiri si comportassero sempre così, non ci sarebbe bisogno della Croce Nera. — La maggior parte dei vampiri non caccia — insistetti. L'autobus prese una buca, sobbalzammo, e mi sfuggì un urletto di paura. Lucas mi toccò il ginocchio per incoraggiarmi, ma tornò subito con lo sguardo verso il finestri no. Eravamo quasi usciti da Riverton e a ogni secondo ci avvicinavamo al cavalcavia. — Ricordi ciò che mi avevi detto nel negozio d'antiquariato? — mormorò. — Raccontalo a Erich. Era a caccia di Raquel, altroché. Come facevo a spiegarglielo? Cercai un esempio migliore. — A te piacciono gli hamburger, vero? — Senti, dobbiamo stabilire quando è il caso di chiacchierare del più e del meno e quando no. A una festa, sì. A cinque minuti da un'imboscata di vampiri, no.


— Stammi a sentire. Mangeresti un hambur ger se corressi il rischio di esser preso a pugni in faccia dal panino? — Figuriamoci se un panino mi può prendere a pugni. — Mettiamo che possa — non era il momento di bisticciare sulle metafore. — Lasceresti perdere? O preferiresti cambiare menu? Lucas ci pensò per un paio di secondi. — A parte l'assurda immagine del panino che mi assale - cosa difficile da ignorare, peraltro - sì, penso che lascerei perdere. — E questo è il motivo per cui la maggior parte dei vampiri non attacca gli esseri umani. Gli umani contrattaccano. Urlano. Vomitano. Chiamano il pronto intervento al cellulare. Comunque vada, non vale la pena di affrontare così tanti guai. È molto più facile comprare il sangue in macelleria o mangiare piccoli animali. La maggioranza delle persone sceglie sempre la strada più facile, Lucas. So che sei cinico quanto basta per capire almeno questo. — Sensato e pratico. Scommetto che mi hai appena raccontato quello che ti hanno spiegato i tuoi genitori. Ma non hai mai detto che uccidere una persona è sbagliato.


Mi irritava pensare che attribuisse la spiegazione ai miei genitori e non a me. E che non avessi altre testimonianze da aggiungere. — Certo, va da sé. — Non per la maggior parte dei vampiri, no, non è così. La tua spiegazione è sensata, ma non rassicurante come credi. Uno di noi non sa quanti vampiri uccidono esseri umani, ma io so che parecchia gente resta uccisa. L'ho visto con i miei occhi. E tu? — No, mai. I miei genitori... non sono così. Non farebbero del male a nessuno. — Il fatto che tu non l'abbia visto non significa che non sia possibile. — Davvero l'hai visto? — lo sfidai. Mi sentii mancare quando annuì. Poi disse la cosa peg giore di tutte. — Hanno preso mio padre. — Oh, mio Dio. Lucas fissava il finestrino, ancora più teso di prima. Dovevamo essere vicinissimi al cavalcavia. — Io non c'ero. Ero ancora un ragazzino. Nemmeno lo ricordo. Ma ho visto vampiri attaccare altri esseri umani e ho visto i corpi dopo l'assalto. È orribile, Bianca. Non puoi sapere quanto, non lo puoi neanche immaginare. I tuoi genitori ti hanno mostrato soltanto il bello. Esiste anche il brutto. — Forse tu hai visto soltanto il brutto. E forse sei tu quello che non coglie l'equilibrio.


— Il mio stomaco ribolliva, stringevo le dita allo schienale del sedile di fron te a me. Stavamo per rischiare la vita in combattimento? — Se i miei genitori mi hanno nascosto parte della verità, può darsi che tua madre abbia fatto altrettanto con te. — Mamma non addolcisce la pillola, credimi — Lucas sbuffò. — Stai pronta. L'autobus fece una curva decisa e sballottò i pochi passeggeri da un lato all'altro. Al di là della coltre d i pioggia, vidi le luci del cavalcavia avvicinarsi. Aguzzai la vista per individuare sagome o movimenti, i segni che la Bethany potesse essere lì ad aspettarci. Lucas respirò a fondo. — Ti amo. — Anch'io. Altri due secondi e l'autobus rombò sul cavalcavia. Non accadde nulla. La Bethany doveva aver condotto la squadra in città. — Ce l'abbiamo fatta — sospirai. Luca mi avvolse fra le braccia. Mentre si chinava sulla mia spalla, capii per la prima volta quanto fosse esau sto e quanta paura avesse avuto. Feci scorrere le dita fra i suoi capelli bagnati per tranquillizzarlo. Potevamo ri mandare a più tardi i litigi e i discorsi su Evernight, la Croce Nera e tutto ciò che ci divideva. Per il momento, la cosa più importante er a che fossimo salvi.


Non tornavo a Boston da quando ero bambina. Ricordavo appena cosa significasse trovarsi in una città anziché in campagna: rumore e spazzatura, asfalto e semafori an ziché terra e alberi, e poi luci ovunque, invadenti quan to bastava a nascondere per sempre le stelle. Ero pronta a un attacco di panico che ritenevo inevitabile, ma quan do giungemmo a destinazione - una zona di periferia e, per quanto ne capissi, un quartiere orripilante - era tardi ed eravamo esausti. Non mi sentivo impaurita, ma soltanto annebbiata. — Dovremmo capire cosa fare stanotte. — Furono le prime parole di Lucas da quando eravamo scesi dall'autobus. Le mani ancora intrecciate una nell'altra, ci destreggiava mo fra personaggi inquietanti. Indossavano vestiti tr oppo larghi, ridevano a voce troppo alta e lanciavano occhiatacce a ogni auto che sbucava dall'angolo della strada. — Non ci verranno a prendere prima di domani mattina. — A prendere? Chi viene a prenderci? — Qualcuno della Croce Nera. Quando mi sono intrufolato nel negozio ho usato il telefono e ho lasciato un messaggio per informarli che sarei venuto a Boston. Richiamerò e gli dirò dove venirci a prendere, quando an che noi sapremo dove siamo.


— Non voglio passare troppo tempo in questo quartiere — lanciai uno sguardo sospettoso a una finestra sfondata. — Bianca, pensaci — si fermò all'improvviso, e per la prima volta dall'inizio della serata tornò il Lucas irrita bile che conoscevo. — Chi è che dovrebbe aver paura? Noi o loro? Perché questa gente dovrebbe aver paura di me! Poi ripensai alla battuta finale della commedia della mia vi ta: sono un vampiro. Iniziai a ridacchiare, e Lucas con me. Quando persi il controllo, gli occhi gonfi di lacrime, mi abbracciò e mi tenne stretta. Sono un vampiro. Tutti hanno paura di me. Di M E . E Lucas! Lui è l'unico che mette paura ai vampiri. Tutti questi tipi con l'aria da duro; se sapessero, se la darebbero a gambe. Quando ripresi fiato, sciolsi l'abbraccio di Lucas e cer cai di esaminare la situazione con calma. Era difficile pen sare ad altro che a lui, però, e a quanto fossimo smarriti. I lampioni al neon prosciugavano tutta la lucentezza dai capelli di Lucas, tanto da farli sembrare semplicemente marroni. Forse era la stanchezza a rendere il suo viso così pallido e teso: riuscivo appena a immaginare quanto sembrassi stanca. — È quasi mezzanotte. Dove dormiremo?


— Sentii le guance avvampare quando mi resi conto di ciò che ave vo detto: sembrava un invito a passare la notte con me. Ma del resto, non eravamo scappati insieme? Forse anche lui dava per scontato che avremmo dormito insieme. Forse ero io a doverlo dare per scontato, dopo tutte le notti in cui avevo perso il sonno per il desiderio disperato di stare con lui. Quella notte, però, la prospettiva mi ren deva soltanto inquieta e nervosa a causa dei troppi even ti da affrontare. Lucas parve rendersi conto dell'imbarazzo quasi nel lo stesso momento. — Sono senza carta di credito. Sono uscito un po' di fretta. E abbiamo appena speso tutti i sol di che avevo in tasca. — Io ho portato con me soltanto una torcia — le insegne troppo luminose dei pochi negozi aperti mi davano fastidio agli occhi. — Ce la saremmo cavata meglio con una fionda e un pacchetto di biscotti. Il temporale che infuriava a Riverton non aveva raggiunto la città, perciò non dovevamo preoccuparci dell'a cquazzone mentre gironzolavamo e cercavamo di capire che fare. Eravamo umidi, stanchi e insicuri l'uno dell'altro, e ci sforzavamo di fare come se nulla fosse mentre passava mo davanti a negozi di liquori e banchi dei pegni. Passare la notte rannicchiati ognuno sulla propria panchina in un parco malconcio non era una prospettiva allettante.


Cercai sicurezza nel contatto con la spilla, che avevo fissato appena sotto il colletto del maglione quella matti na. Sembravano passati mille anni. Eppure la spilla c'era ancora, il profilo inciso e nero di ogni petalo, freddo a contatto con le mie dita. In quel momento passammo davanti a un banco dei pegni, segnalato da tre sfere dorate al neon sulla porta, e capii cosa dovevo fare. — Bianca, no — protestò Lucas mentre lo trascinavo nel negozietto squallido. Le mensole erano ingombre di cianfrusaglie disordinate, tutta roba di cui qualcuno si era dovuto liberare, come giacche di pelle colorata, occhiali da sole con la montatura metallica e aggeggi elettronici costosi, probabilmente rubati. — Possiamo tornare alla stazione degli autobus. — Non possiamo — sfilai la spilla dal maglione, sforzandomi di non guardarla. Se avessi visto i fiori neri e perfetti avrei perso il controllo. — Non è una questione di comodità, Lucas. Abbiamo bisogno di un rifugio e di un posto in cui parlare. E... — E dirci addio, pensai senza riuscire a dirlo. Lucas rifletté per un secondo, poi annuì. Probabilmente avevamo un'aria davvero avvilita quan do ci avvicinammo al gestore, che però non sembrò notarla.


Era un tipo magro, indossava una camicia in poliestere e non ci degnò di uno sguardo di troppo. — Che roba è? Plastica o qualcosa del genere? Risposi svelta: — È ambra nera di Whitby, autentica. — Mai sentito, Whitby — il gestore del negozio picchiettò le dita sulle foglie intagliate. — È un po' fuori moda. — Perché è d'epoca — spiegò Lucas. — Me lo dicono tutti — sospirò l'uomo. — Cento dollari, prendere o lasciare. — Cento dollari! Ma è solo metà di quello che costa! — protestai. E valeva molto di più. L'avevo indossata ogni giorno per mesi, simbolo evidente del mio amore per Lu cas. Come poteva quell'uomo disprezzarla così? — Qui non si cercano investimenti vantaggiosi, si vie ne per racimolare contanti. Vuoi i contanti? Ecco la mia offerta. Se no, esci e piantala di farmi perdere tempo. Lucas avrebbe preferito tenersi la spilla anziché ceder la a un prezzo di molto inferiore al suo valore. Lo capivo da come serrava i denti, stizzito. Iniziavo a intuire che spesso si intestardiva sulle proprie posizioni anche quando non erano le più sagge, e per noi tenere la spilla non era una scelta saggia.


Allungai una mano, decisa, a palmo in su. — Vada per cento dollari, allora. In cambio del nostro sacrificio, ricevemmo cinque banconote da venti e una ricevuta che ci permetteva di reclamare la spilla se nel giro di qualche giorno avessimo racimolato una fortuna. — Penserò io ai soldi — insistette Lucas mentre uscivamo e ci dirigevamo verso l'unico motel visibile. — Andrò io a riprenderla. — Quando me l'hai comprata hai detto di essere ricco. È vero? — Ehm... Lo guardai di sottecchi. — Non esattamente? — Ho accesso ai soldi della Croce Nera, una somma discreta. Ma dovrei spenderli in equipaggiamento. Cose utili — scrollò le spalle. — Non gioielli. — Ti sei cacciato nei guai per comprarmela. Lucas, di umore nero, infilò i pugni in tasca. — Sanno che lavoro per loro, in pratica. Ma non ricevo uno stipendio né un'indennità di rischio, perciò, per quanto mi ri guarda, sono loro quelli in debito. Ed è esattamente così che mi giustificherò quando ricomprerò la spilla. Perché è tua, Bianca. Appartiene a te, punto.


— Ti credo — posai le mani sulle sue guance. — Ma non è la cosa più importante, okay? La cosa più impor tante è che siamo salvi, siamo insieme e abbiamo un'occasione per fare il punto della situazione. — Sì. — Sentivo il calore dei capelli umidi e arruffati di Lucas fra le dita, e lui chiuse gli occhi mentre li petti navo all'indietro. — Adesso troviamo un riparo. Ci bastò superare un paio di isolati prima di trovare un hotel a buon mercato. Alla reception, una saletta che puzzava di birra e sigarette, Lucas fece in modo di avere una stanza con due letti e si guadagnò lo sguardo divertito dell'impiegata dall'altro lato del vetro antiproiettile. Cercai di non pensare che avevamo appena venduto una spilla preziosa per pagarci una notte in una camera con due letti cigolanti e coperte di lana blu pesanti, unica luce una minuscola lampada di porcellana. Entrando non ci sfiorammo né ci tenemmo per mano, ma sentivo l 'incredibile consapevolezza di trovarmi sola con lui in una camera da letto. Accese la lampada fra le due brande, ma non bastò a mettermi a mio agio. Anzi, mi ritrovai a osservare la maglietta bianca di Lucas, quasi appiccicata al suo corpo per via della pioggia. Il cotone semitrasparente disegnava il profilo della schiena muscolosa. — Preferisci svestirti in bagno? — domandò Lucas, gentile. — Io mi infilo sotto le coperte. Spengo la luce. E quando esci non vedrò niente.


Risi, sollevata e nervosa. — Adesso hai un po' dei nostri poteri. E alcuni di noi riescono a vedere nel buio. — Non io. Giuro — mi sorrise di sbieco. Così entrai nel bagno minuscolo e mi sfilai i vestiti fradici, uno alla volta. Se non altro la maglietta e l'intimo erano ancora abbastanza asciutti. Mi lavai la faccia e raccolsi in una treccia i capelli umidi, arricciati; al di là della porta sentii Lucas dire qualcosa e riattaccare il telefono. Di sicuro aveva appena lasciato alla Croce Nera un messaggio con le i ndicazioni per ritrovarci. Poi mi guardai allo specchio. Non che prima non avessi mai prestato attenzione al mio corpo, ma di certo osser vandomi non mi ero mai chiesta come mi vedessero gli altri. Come mi vedeva Lucas. Mi considerava bella? Capii che mi s entivo bella, e volevo che lui mi vedesse. Passai le mani sulla pancia, poi lungo i fianchi, con una sensibilità nuova al mio stesso tocco. Per tutto il tempo, Lucas era al di là della porta. A svestirsi. Ad aspettarmi. La luce che filtrava dalla porta del bagno si spense. Respirai a fondo, spensi la lampadina e uscii. Soltanto il bagliore fioco delle luci della città, filtrato dalla tenda, illuminava la stanza. Sbirciai nel buio e vidi Lucas nell'ombra: aveva scelto il letto più lontano dal bagno.


Era già sotto le coperte, soltanto un braccio nudo e la spalla visibili. Inspirai, poi mi avvicinai al suo letto. Lui mi guardò incredulo, ma sollevò la coperta per accogliermi. — Solo per dormire — le mie parole uscirono come un sussurro. Sentivo le pulsazioni aumentare e la mia voce sembrava esile e strana persino a me. Sentii un'ondata di calore fra le dita delle mani e dei piedi. — Solo per dormire, promesso. — Non ero sicura di potermi fidare né di me né di lui. Mi infilai nel letto e Lucas ci avvolse nella coperta. Po sai la testa sul cuscino, vicino alla sua. Il lettino era così stretto che era impossibile non toccarci, le mie gambe nude contro le sue, i suoi boxer ruvidi sui miei fianchi, il mio seno abbastanza vicino al suo petto da sentirne il calore. Gli occhi di Lucas non si staccavano dai miei. — Se davvero sei convinta che io stia facendo la cosa più giusta, devi dirmelo. Ci pensai su. — Sono convinta che tu stia facendo ciò che ritieni giusto. — Più o meno — disse, stanco. — Ti amo. — E io amo te.


In quel momento avrei voluto stringerlo tanto da per derci l'uno nell'altra e dimenticare tutto il resto. Non mi importava che avessimo le protezioni o no, che dopo potessimo rivederci, che quella potesse essere la mia prima volta. Ma Lucas mi anticipò e chiuse le mie mani fra le sue con la stessa riverenza di chi sta per pregare. — Non possiamo perdere il controllo — mormorò. I suoi occhi bruciavano nei miei, come se perdere il controllo fosse ciò che più desiderava al mondo. Con voce tremante, azzardai: — Forse potremmo. Strinse le mani sulle mie e dentro me sentii come un sobbalzo. Eppure, Lucas non si avvicinò a baciarmi. — Non possiamo. — Lo disse come se cercasse di convincere tanto se stesso quanto me. — Al momento rischiamo già troppo di trasformarci in vampiri. Se uno dei due perde il controllo o se lo perdiamo entrambi... sai che potrebbe succedere, Bianca. — Sarebbe la cosa peggiore? — Sì, penso di sì. - - Prima che potessimo ricominciare a litigare sulla véra natura di un vampiro, su chi fosse buono e chi cattivo, Lucas aggiunse: — Domani incontreremo un gruppo di cacciatori di vampiri. Forse è il mo mento sbagliato per trasformarci. Sì, aveva ragione. Ma ciò non significava che dovessi esultare. — D'accordo — mormorai. — Ma, Lucas...


— Sì? — Un giorno. A voce bassa, Lucas ripetè: — Un giorno. Chiusi gli occhi e abbassai il viso per sfiorare le sue dita con la guancia. Ora potevo dormire. Potevo credere che tut to sarebbe andato per il meglio. Forse era soltanto l'ennesi mo sogno, ma un letto è il luogo migliore per sognare. — Lucas? Sentii una voce femminile attraverso il dormiveglia. Sulle prime mi domandai perché Patrice parlasse di Lucas, poi capii che la voce non era sua. Sorpresa, mi sollevai. Gli eventi della notte prima inondarono la mia memoria e mi stordirono mentre sbarravo gli occhi sotto la luce improvvisa. Non mi trovavo nel la stanza del dormitorio, ero a letto accanto a Lucas che si alzava passandosi una mano fra i capelli scompigliati, mentre una donna sopra i quarantanni ci osservava dall'anticamera della stanza. Lucas deglutì, poi sorrise. — Ciao, mamma.


Siamo nel Ventunesimo secolo, figuriamoci se è

il caso di aspettare il matrimonio — la madre di Lucas era appoggiata allo stipite a braccia conserte. — Ma siamo sinceri, Lucas. Sapevi che sarei arrivata. Dovevi proprio sbattermelo in faccia?

— Non è come sembra — replicò lui. Come faceva a restare così calmo? Anziché balbettare scuse e spiegazioni come avrei fatto io, si limitò a posare una ma no sulla mia spalla e sorridere. — Bianca e io abbiamo condiviso la stanza perché siamo al verde. Abbiamo persino dovuto impegnare una spilla per pagarla. E nessuno ti ha costretta a scassinare la porta. Perciò rilassati, d'accordo? Lei fece spallucce. — Hai quasi vent'anni, fai le tue scelte. — Vent'anni? — mormorai. — Diciannove e rotti. È importante? — Direi di no. — A confronto di tutto ciò che avevo scoperto di lui il giorno prima, cosa importava che Lucas avesse tre anni più di me?


Uscì dal letto con calma. Bella fortuna: la prima volta che lo vedevo in boxer e non potevo nemmeno rilassar mi e godermi il panorama. — Bianca, ti presento mia madre, Kate Ross. Mamma, lei è Bianca, la ragazza di cui ti ho parlato. Kate mi fece un cenno amichevole. — Dammi pure del tu. Sveglia quanto bastava a metterla a fuoco, mi resi con to di come somigliasse a Lucas. Era alta, forse persino più alta di lui, aveva capelli castano-dorati lunghi fino al mento, di una sfumatura leggermente più chiara del fi glio, e i suoi stessi occhi verde scuro. Come in Lucas, i tratti del viso erano spigolosi: mascella squadrata e mento sottile. Indossava un paio di jeans stinti e una polo viola, aderente quanto bastava a evidenziare i muscoli scolpiti delle braccia. Non avevo mai conosciuto una mamma che sembrasse così poco mamma. Voglio dire, quale madre sorride dopo aver sorpreso il figlio a letto con la sua ragazza adolescente? Sempre meglio che vederla sbarellare, comunque. Al zai una mano in un saluto imbarazzato. — Salve. — Salve a te. Dev'essere stata una brutta nottata, eh? Adesso vi riforniamo di caffè e cerchiamo di capire co me aiutare Bianca. — Con un cenno del capo, Kate indicò la strada.


Lucas si stava già ravviando i capelli e afferrò i jeans senza il minimo imbarazzo davanti alla madre. Io avrei voluto coprirmi con la coperta, ma mi sarei sentita ancora più umiliata, perciò decisi di saltar fuori dal letto e sfrecciare in bagno in due passi al massimo. In bagno ritrovai un briciolo di dignità rivestendomi. I miei indumenti, pur stropicciati, erano finalmente asciut ti. Sciolsi la treccia con cui avevo dormito e i miei ca pelli ricaddero in onde morbide intorno al mio viso. Non un grande stratagemma, ma era quanto si faceva nel Diciassettesimo secolo per acconciare i capelli. Il ricordo di mia madre che me lo insegnava mi provocò una fitta. — Andiamo. Lucas mi inchiodò con lo sguardo mentre uscivamo, forse nel tentativo di valutare le mie reazioni. La mia falsa spavalderia aveva ingannato Kate, ma lui la sapeva lunga. Camminavo a testa alta, segno che ero decisa a sfruttare al meglio la situazione sempre più strana in cui ci trovavamo. Kate ci accompagnò fino a un pick-up anni Cinquanta vecchio e malandato, color verde-acqua sbiadito, con fari simili ai motori dell'astronave Enterprise. Mentre salivamo, continuò a guardarsi in giro e a scrutare i passanti dal primo all'ultimo. — Ragazzi, pensate che qualcuno vi abbia seguito? I professori non vedono di buon occhio i fuggitivi.


— Non si sono spinti oltre Riverton, non prima che ce ne andassimo — risposi lesta mentre mi accomodavo sul sedile centrale e Lucas prendeva posto accanto a me. — L'acqua del fiume li ha fermati. Kate restò impietrita con la mano sulle chiavi nel qua dro. Lanciò un'occhiata a Lucas, non la classica occhia ta da mamma indispettita, quella che dice che nel giro di due secondi arriverà il castigo. Fu uno sguardo più torvo, degno del capo di un esercito che manda un traditore alla fucilazione. — Gliel'hai detto? — Mamma, ascoltami — Lucas prese fiato per concentrarsi e alzò le mani, come per tenerla lontana. — Bianca sapeva già la verità su Evernight. Le ho spiegato della Croce Nera soltanto perché dovevo. Non è che prima non sapesse che i vampiri esistono, okay? — No, okay un bel niente. Il tuo errore sarà pur com- prensibile, ma resta un errore. Dovresti saperlo. — Buttò indietro la frangetta e mi studiò con molta più decisio ne di prima. La sua disinvoltura era svanita. — Come hai fatto a smascherarli? Sulle prime pensai che si riferisse alla Croce Nera. Mi occorse un secondo per capire che si riferiva ai vampiri. Lucas non le aveva spiegato chi fossi davvero e, mentre lo sentivo inquieto nel sedile accanto a me, capii che le aveva nascosto la verità per proteggermi.


Senza dubbio aveva omesso anche di possedere lui stesso una quantità minima di poteri vampireschi. Perciò feci ciò che apparentemente riusciva meglio sia a me che a lui: mentii. — Ho notato parecchi indizi. Il fatto che a scuola non esista una cucina e tutti mangino in privato... gli scoiattoli morti ovunque... le idee e l'atteggiamento di parecchi studenti, che sembrano provenire da secoli lontani. Non è stato così difficile capire. — Non mi sembrano indizi tanto importanti — Kate, perplessa, avviò il motore e sfrecciò lungo una strada secondaria che ci portò fuori città. — Non conosci il soprannaturale, eppure ti è bastato così poco per fare due più due? — Bianca non ti vuole raccontare tutta la verità per non spaventarti — intervenne Lucas. — È stata lei ad aiutarmi dopo che è successo questo. — Con cautela, sbottonò il colletto della camicia. Là, sempre rosa scuro sulla pelle, c'erano le cicatrici del mio secondo morso. — Oh, mio Dio — Kate cercò di toccare il braccio di Lucas. In fin dei conti, anche se non lo dava a vedere, era una madre anche lei. — Sapevamo che poteva succedere, lo sapevamo... ma ho continuato a ripetermi che non era possibile. Lucas si ritrasse, imbarazzato. — Mamma. Sto bene. — L'hai scampata. Come hai fatto?


— Ne ho ucciso uno, un vampiro di nome Erich che minacciava altri studenti umani. Abbiamo litigato. E ha avuto la peggio. Non c'è altro da aggiungere, davvero. Quando non era a me che mentiva, era più facile ammirare il talento di Lucas per le bugie. La cosa geniale era che non aveva inventato nulla. Ciò che aveva racconta to a sua madre era la verità, rielaborata in modo da farle credere a una sequenza alternativa di eventi in cui Erich lo aveva morso e io ero la ragazza dolce, sveglia, assolutamente normale che lo aveva aiutato a riprendersi. — Hai visto contro cosa combattiamo. — Kate mi parlò con aria più rispettosa. Chi aveva aiutato suo figlio era un tipo a posto, ai suoi occhi. Senza staccare lo sguardo dalla strada, sfrecciò sull'asfalto malconcio delle strade e ci condusse in una cittadina di periferia che sembrava fatiscente. — È un lavoro pericoloso e non sei pronta per svolgerlo, ma sono conscia che tenerti al sicuro sia responsabilità nostra. Se quel demone della Bethany si accorge che stai aiutando un membro della Croce Nera, la tua vita non varrà più un centesimo. Sapevo che la Bethany era disposta a tutto pur di proteggere certi segreti, ma ancora non riuscivo a credere che potesse arrivare a uccidere, tantomeno a uccidere me.


— Tutto questo tempo, questo rischio, per cosa? Immagino che alla fine tu non sia riuscito a scoprire il gran segreto — disse Kate a Lucas. — In quel caso ne avresti parlato nei tuoi rapporti, no? Seccato, Lucas scosse la testa. — Non l'ho scoperto. Adesso, per piacere, lasciami respirare, okay? — Quale segreto? — Mi domandai se i miei genitori potessero avermene parlato. Se potevo aiutare Lucas, se c'erano informazioni che potevo rivelare senza danneg giare i miei o Balthazar, l'avrei fatto. — Cosa stavi cercando di scoprire a Evernight? — Quest'anno, per la prima volta, hanno accettato anche studenti umani. Il soldato della Croce Nera che si in filtrò in passato, il manipolo di altri umani nel corso degli anni... erano casi speciali, eccezioni tollerate dai vampiri di Evernight per mettere le mani su quantità ingenti di de naro ed evitare le attenzioni esterne. Ora hanno intenzioni diverse. Hanno accettato almeno trenta umani. Perché? Secondo la Bethany i "nuovi iscritti" erano stati accettati per darci una prospettiva più ampia del mondo. In realtà, era l'ultimo dei suoi desideri. Sì, gli studenti dovevano approfondire la conoscenza del mondo, ma i programmi della Bethany erano diversi e la presenza di studenti umani a Evernight li metteva a rischio.


Raquel aveva capito che qualcosa non andava, ma non sapeva cosa, e l'esempio di Lucas parlava da solo. Inoltre i vampiri erano costretti a nascondersi malgrado si trovassero in uno dei pochi luoghi al mondo in cui, in teoria, avrebbero potuto rilassarsi ed essere se stessi. Soltanto un motivo importante poteva aver costretto la Bethany a prendere una decisione simile, ma quale? — Non lo so — confessai. — Come potresti? — Kate alzò le spalle mentre ci guidava lungo una strada ombreggiata. Le case che vi si affacciavano sembravano in rovina, una o due persino abbandonate. Parcheggiò in quello che sembrava il vialet to posteriore di uno degli edifici deserti ma capii subito che non era una casa. Era una meeting house, una sala delle assemblee vecchia maniera - tipica di ogni cittadina del New England luogo d'incontro e di culto delle comunità quacchere dove nessuno, a prima vista, sembrava aver messo piede da decenni. La vernice bianca era scrostata e sbiadita dall'acqua, e poco meno di metà delle finestre erano sfondate. — Non hai perso la testa dopo aver scoperto i succhiasangue e questa è una reazione molto più equilibrata della media. Lucas è un professionista. Se non è riuscito a scoprire il segreto, significa che lo hanno nascosto molto bene. — Un professionista, eh? — Lucas sorrise quando scendemmo dal pick-up.


Ebbi il sospetto che sua madre fosse avara di complimenti con lui, che in quelle occasioni se li beveva di gusto. Lei annuì e per la prima volta notai che il suo sorriso e quello di Lucas si somigliavano molto. — Un professionista che è già tornato al lavoro, purtroppo. Abbiamo parecchio da sbrigare. Non capii cosa intendesse. — Al lavoro? Kate si trattenne. — Non ti riguarda, Bianca. Hai fatto già abbastanza e ti sarò sempre debitrice. Sempre. Hai aiutato Lucas in quel nido di serpi... forse gli hai salvato la vita... — Mi sorrise sulla soglia dell'entrata posteriore della cappella. — Non è rispedendoti dritta verso il pericolo che voglio ricompensarti. Tu resterai qui. Al sicuro. Di tutto il resto ci occuperemo noi. — Noi significa... — La Croce Nera. Al che girò la chiave nella toppa e spalancò la por ta. Avvolta nel buio, fui assalita da un brivido d'incer tezza e ansia, ma i miei occhi si abituarono subito e fui in grado di distinguere ciò che mi circondava. Circa una dozzina di persone era radunata dentro una stanza ret tangolare lunga e stretta, con il pavimento di legno così vecchio che fra le assi deformi si erano aperti dei buchi.


Allineate contro le pareti c'erano alcune vecchie panche di legno marcio e scrostato dal tempo. Su ogni panca, come un inventario, era schierato un assortimento di armi: coltelli, pioli, persino accette. Il gruppo di persone era il più eterogeneo possibile. Ce n'erano di alti e bassi; grassi, rinsecchiti e muscolosi; vestiti nelle combinazioni più disparate di abbigliamento casual. Un'alta ragazza di colore, che non sembrava più vecchia di Lucas, portava una felpa con cappuccio fuori misura e stava accanto a un uomo anziano con i capelli corti e brizzolati, che indossava un cardigan grigio sformato e occhiali da lettura che penzolavano da un cordino marrone. Ad accomunarli fu soltanto il sospiro di sollievo collettivo quando riconobbero Lucas. Lui mi prese per mano e salutò: — Ciao, ragazzi. — Ce l'hai fatta — disse la ragazza incappucciata. A sorpresa sfoderò un gran sorriso con un dente rotto, che le dava un'aria stranamente dolce. — Ma non è ancora tempo di esami, a meno che non li abbiano anticipati a marzo. — Ho capito, Dana. Non ho resistito un anno intero, perciò vinci la scommessa — Lucas scrollò le spalle. — I vampiri mi hanno preso il portafogli, però. Mi dispiace ma dovrai accontentarti di una vittoria morale.


— La cosa più importante l'hai salvata — Dana mi tese una mano. Non volevo lasciar andare Lucas, perciò la strinsi con la sinistra. — Piacere, mi chiamo Dana. Io e Lucas siamo vecchi amici. Tu devi essere Bianca. — Come lo sai? — A Natale non ha parlato d'altro — Dana rise. Io guardai di sbieco Lucas, il cui sorriso timido mi fece sentire orgogliosa e - malgrado fossi circondata da sconosciuti - fiera di me. — Oh, questa è la nostra signorina? — lo sguardo dell'uomo dai capelli grigi si illuminò. — Io sono Watanabe. Conosco Lucas da quando era... — Quanto basta a metterlo in imbarazzo — lo interruppe un altro uomo, alto, con i capelli scuri e i baffi. Mi innervosì senza che riuscissi a capire perché, la doppia cicatrice sulla guancia destra gli dava un'aria inquietante persino quando sorrideva. Kate lo prese sottobraccio quando ci si parò davanti. — Io sono Eduardo, il patrigno di Lucas. — Salve. Piacere di conoscerla — Lucas non mi aveva mai parlato di lui. A quanto pareva, non era entusiasta che fosse uno di famiglia. Il sorriso di Lucas era stentato. — Ho dovuto portar qui Bianca. So che ho disobbedito al protocollo parlan dole della Croce Nera, ma mi fido di lei.


— Spero che Lucas abbia ragione, Bianca. — Lo sguardo dell'uomo si fece torvo e si concentrò su di me prima di saettare verso Lucas. Ovviamente, intendeva dire che io facevo meglio a sperare che avesse ragione. Un segreto rivelato non era certo un'inezia per i membri del grup po, specialmente per Eduardo e Kate che ne sembravano i capi. — Non abbiamo tanto tempo per le spiegazioni, non se vogliamo muoverci subito. Gli altri iniziarono a parlare con Lucas della sua fuga miracolosa. Sapevo che anch'io dovevo partecipare alla conversazione, se non altro per sostenere la versione di Lucas. Eppure non riuscivo a concentrarmi. La mia vi ta cambiava a ogni istante e mi trascinava lontano dal mondo che conoscevo, così velocemente da farmi subire una specie di frustata psicologica. E c'era dell'altro. Percepivo una specie di ronzio, così basso da non riuscire a riconoscerne l'origine, come una sottile vibrazione della terra. Malgrado non mangiassi da quasi un giorno, sentivo lo stomaco sottosopra. C'era qualcosa di sbagliato in quel luogo, qualcosa di profondamente sbagliato. Poi alzai gli occhi e intravidi sulla parete un punto in cui l'intonaco era più chiaro che altrove, come vi fosse stato appeso qualcosa per anni e avesse impedito alla luce di passare. Era la sagoma di una croce.


Capii troppo tardi che il luogo in cui ci trovavamo non era soltanto una sala delle assemblee abbandonata. Nei se coli precedenti, parecchie strutture pubbliche come quel la avevano assolto anche a un'altra funzione. Durante la settimana erano sede di incontri, assemblee e persino processi. Poi, la domenica, diventavano chiese. Una chiesa. I vampiri non prendono fuoco quando sfiorano una croce, come suggeriscono i film dell'orrore, ma ciò non significa che in chiesa si divertano. Provavo una legge ra vertigine e allontanai lo sguardo dalla croce sul muro. — Bianca? — le dita di Lucas mi sfiorarono la guancia. — Stai bene? — Non posso restare qui. Non c'è un altro posto in cui andare? — Non è prudente farvi uscire — con mia sorpresa, fu Dana a parlare. — Lascia perdere i bastardi di Evernight. La cattiva notizia è in città, come preoccupazione basta e avanza. Avrei dovuto chiedere quale fosse la "brutta notizia" o fingere di conoscere un rifugio sicuro. Ma la vibrazione nel mio cervello era sempre più forte: la terra consacrata mi diceva di andarmene.


Era soltanto l'ombra di ciò che capitava ai miei genitori quando entravano in una chiesa, ma bastava a confondermi e a indebolirmi. — Non possiamo tornare in albergo? La stanza è ancora nostra. — In albergo? Oh, cielo — il signor Watanabe sembrava turbato. — Crescono in fretta, di questi tempi. — Dobbiamo portare Bianca al sicuro — la voce acuta di Kate trasformò un semplice suggerimento in un ordine. — Dobbiamo concentrarci e immagino che Lucas non ne sia capace, se lei è qui. — Sto bene — Lucas prese il commento di Kate come un rimprovero. — Bianca mi aiuta a restare lucido. Vicino a lei sto meglio. Watanabe gli sorrise raggiante. Anch'io lo avrei fatto, se non avessi desiderato con tutta me stessa di uscire dal la chiesa. — È tutto a posto — giurai. — Ci vediamo dopo. È meglio che io torni in albergo. Eduardo scosse la testa. — I vampiri potrebbero aver seguito le tue tracce fin là. Meglio che ti portiamo in un luogo sicuro. Che ne dici di casa tua? La domanda, così semplice, mi tolse il fiato. Casa mia - mamma, papà, il telescopio e la stampa di Klimt, i vecchi 78 giri e persino il gargoyle - sembrava il luogo più sicuro al mondo, ma anche il più irraggiungibile. Raramente mi ero sentita così sperduta.


— Non posso tornarci. — Se non sai cosa raccontare, ci penseremo noi — tagliò corto Kate, decisa a non lasciarsi dissuadere. — Basta che ti portiamo dai tuoi genitori. Dove sono? La porta sul retro si spalancò di botto e la stanza venne inondata di luce e aria fredda. Mi spaventai, ma fui l'uni ca: tutti i soldati della Croce Nera, compreso Lucas, si misero subito in guardia, armi alla mano, per affrontare i nemici alla porta. I vampiri. Davanti a noi c'erano mamma e papà.


Bianca!

La voce di mio padre e quella di Lucas squillarano all'unisono, ognuno cercava di mettermi in guardia dall'altro, mi sentivo quasi strappare in due. Altre voci, grida e parole si sovrapposero e il ronzio che sentivo nel la testa si mescolò al panico, tanto che non riuscivo a di stinguere chi dicesse cosa. — Lasciatela andare! — Uscite di qui! — State indietro o morirete. Non c'è altro da aggiungere. — Se osate farle del male... — Bianca? Bianca! Era mamma. Mi concentrai su di lei, nessun'altro che lei. Stava sulla soglia, una mano tesa. La luce del sole screziava i suoi capelli color caramello, tanto che sembrava circondata come da un'aureola. — Vieni qui, amore — aprì la mano più che poteva, i muscoli e i tendini così contratti da far male. — Vieni qui.


— Lei non va da nessuna parte — Kate avanzò in modo da frapporsi, le mani sui fianchi. Un dito poggiava sul manico del coltello che portava alla cintura. — Avete finito di mentire a questa ragazza. Anzi, direi che siete finiti. — Avete dieci secondi — ruggì mio padre. — E poi? Piomberete qui dentro ad ammazzarci tutti? — Kate allargò le braccia e il suo gesto coprì la stanza in tera, compresa la sagoma sbiadita della croce sulla parete. — Siete più deboli, nella casa di Dio. Lo sapete quanto me. Prego, entrate pure. Dateci una mano a massacrarvi. Tutti i membri della Croce Nera che mi circondavano erano armati. Eduardo brandiva un coltello enorme e Dana maneggiava un'ascia con l'aria di chi sapesse cosa farne. Persino il minuto signor Watanabe impugnava un piolo di legno. Com'era possibile che dietro un'aria così amichevole si nascondessero persone pronte a uccidere i miei cari? Sulla porta, dietro mamma e papà, intuii il profilo di Balthazar. Aveva incassato il mio rifiuto, mi era rimasto amico, aveva persino rischiato la vita per proteggermi. Meritava di meglio. E così Lucas. Ciò era chiarissimo a me ma invisibile a chiunque altro.


— Non saremo noi a entrare — il sorriso di mio padre era strano, quasi un ghigno. Il naso rotto cambiava qualcosa nella sua espressione. — Sarete voi a uscire. — Attenzione — Lucas mi afferrò per un braccio, ma ovviamente non parlava con me. Cos'aveva visto? All'istante Balthazar prese in spalla una balestra e si mosse veloce, lasciando a mia madre appena il tempo di avvicinare un accendino d'argento alla freccia. Poi un dardo infuocato saettò nella stanza, una scintilla di luce e calore, e si infilò nel muro che si incendiò all'istante. Fuoco. Una delle poche cose che possono ucciderci, che tutti temiamo. Eppure Balthazar continuava a scoccare frecce nella chiesa, senza mirare ai membri della Croce Nera che si agitavano e si chinavano a terra per schivarle, ma soltanto per dare fuoco all'edificio. Mia madre restava al suo fianco, con l'accendino dava vita alle fiammate senza batter ciglio. Una freccia sbriciolò il lampadario ap peso sopra di noi e sparse una pioggia di schegge di vetro in tutte le direzioni, prima che la punta infuocata affondasse nel soffitto. Tutto intorno a noi, le fiamme divoravano il legno vecchio e secco della sala delle assemblee. Il fumo nero aveva già iniziato a oscurare tutto.


— Correte! — urlò Kate voltandosi verso le grandi por te d'ingresso che Watanabe sorvegliava. Ma quando le por te si spalancarono, ne trovammo altri ad aspettare: la Bethany, il professor Iwerebon, il professor Yee e altri docenti formavano una schiera cupa e minacciosa. Nessuno di loro brandiva armi: le loro intenzioni erano chiare anche senza. — Fermi! — Dana mollò l'ascia e afferrò un'enorme pistola ad acqua. — Facciamo la doccia a questi bastardi! — Acqua santa? — esclamò la Bethany fra il crepitare delle fiamme. Non la vedevo bene, mi bruciavano gli oc chi per via del fumo acre, ma immaginavo il ghigno sul le sue labbra. — Inutile. Nemmeno immergerci in tutte le acquasantiere di tutte le chiese della cristianità servi rebbe a qualcosa. — Pochi preti sono capaci di creare vera acqua santa — commentò Eduardo. Sembrava divertirsi, era inquietante. — Pochi alfieri della fede sono veri servitori di Dio. Ma tali servitori esistono e fra poco lo scoprirete anche voi. Dana schiacciò il grilletto e sparò un getto d'acqua verso i professori. Il professor Yee e il professor Iwerebon arretrarono all'istante, gridando come se fossero sta ti spruzzati d'acido. — Ben fatto! — esclamò Kate. Ma al secondo colpo di Dana, il getto mancò il bersaglio.


L'aria stava diventando così calda da far evaporare l'acqua all'istante. Dalle travi sopra di noi giunse un crepitio minaccioso. Sentivo le urla di dolore del professor Iwerebon e il signor Watanabe tossire forte, soffocato dal fumo. Le assi del pavimento iniziavano a scaldarmi i piedi. Avevo smesso di chiedermi quale schieramento sarebbe stato sconfitto: te mevo che potessimo morire tutti. — Vado! — strillai. — Esco di qui! — Bianca, no! — il volto di Lucas brillava di fiamme rosse e arancioni. — Non puoi! — Se non vado, morirete. Tutti. Non voglio. I nostri sguardi si incontrarono. Non avevo mai immaginato di dover dire addio a Lucas: mi era sembrato che quel momento, per noi, non sarebbe mai giunto. Non faceva parte soltanto della mia vita, faceva parte di me. Lasciarlo era come tagliarmi una mano, affondare la lama nei tendini e nelle ossa, un gesto sanguinoso, orribile e terrificante. Ma per lui potevo qualsiasi cosa. Persino abbandonarlo. — No — ripetè lui, la voce quasi impercettibile fra il crepitare delle fiamme.


Il gruppo della Croce Nera si stava concentrando al centro della stanza, per formare un cerchio difensivo. — Dev'esserci un altro modo. Scossi la testa. — Non c'è. Lo sai bene anche tu. Lucas, mi dispiace, mi dispiace tanto. Fece un passo verso di me, avrei voluto gettarmi fra le sue braccia e stringerlo un'ultima volta. Se lo avessi fat to, però, non sarei mai più riuscita a lasciarlo. Per il be ne di entrambi, dovevo essere forte. — Ti amo — gli dissi, poi mi voltai e corsi dai miei genitori. La mano di mio padre mi strinse il braccio mentre, insieme a mamma, mi portava via. La porta sbatté dietro di noi. — Bianca! — mamma mi abbracciò forte e capii che stava piangendo. Il suo corpo sobbalzava a ogni singhiozzo. — Bambina mia, bambina mia, temevamo di non rivederti mai più. — Mi dispiace — la abbracciai anch'io mentre stringevo la mano di mio padre. Scorgevo il suo volto contuso dietro la spalla di mamma. Anziché la rabbia o il dolore che avevo immaginato, nei suoi occhi scuri leggevo sol tanto sollievo. — Vi voglio tanto bene. — Amore, stai bene? — chiese papà. — Sto bene, giuro. Lasciateli andare. Ve ne prego. Fa telo per me. Lasciateli andare.


I miei genitori annuirono, e se Balthazar non era d'ac cordo, non lo disse ad alta voce. Ci dirigemmo verso la facciata dell'edificio. Il pennacchio di fumo denso che sa liva dal soffitto era una spirale scura. Un'automobilista, ferma nella via più vicina, stava già strillando qualcosa al cellulare. Presto sarebbero arrivati i pompieri. Quando raggiungemmo il marciapiede ancora abbrac ciati, con Balthazar a seguirci da vicino, la Bethany ci si fece incontro, strascicando la gonna nera e lunga. — Cosa fate? — domandò. — Tenete d'occhio il retro! Non lasciateli uscire! — No! — sbottai. — Non potete farlo! Non potete ucciderli! — È ciò che farebbero a noi — gracchiò la Bethany, le labbra curve in un sorriso innaturale. Mamma fece un respiro profondo. — Lasciateli andare. — Papà le lanciò un'occhiata ma non si oppose: continuava a tenermi per mano. — Mi avete sentita — la Bethany si avvicinò, gli occhi neri fissi nei miei, come quelli di un'aquila pronta a get tarsi in picchiata sulla preda. — Mettete forse in dubbio la mia autorità? Io sono la preside di Evernight! La risposta giunse da Balthazar, che issò la balestra in spalla e la puntò dritta contro la Bethany.


Non che volesse davvero minacciarla, ma l'intenzione di non cede re era chiarissima. Mentre lei sobbalzava, sconcertata, Balthazar replicò: — Non siamo a scuola. La Bethany gli lanciò un'occhiataccia ma non obiet tò e non batté ciglio, nemmeno quando dal retro giunse il baccano inequivocabile dei membri della Croce Nera in fuga. Serrai gli occhi e pregai che arrivassero le sirene dei pompieri a cancellare il suono dei passi di Lucas che fuggiva da me per sempre. — Secondo i suoi genitori, è stata rapita. La Bethany era in piedi dietro la scrivania del suo uf ficio, quello della stazione di posta di Evernight. Io stavo seduta davanti a lei, su una scomoda sedia di legno. I miei vestiti erano sporchi di fuliggine e stropicciati. Morivo di freddo, di stanchezza e di fame di cibo e sangue. Gli ultimi raggi di sole della giornata filtravano arancioni dalla finestra. Non erano passate ventiquattr'ore da che il mio mondo era andato in pezzi e la verità su Lucas era affiorata. Sembravano mille anni. — Sì — risposi stremata. — È stato Lucas a impormi di seguirlo. La Bethany giocherellava facendo scorrere il ciondolo dorato sulla catenella che portava al collo, e mi tormentava con quel debole picchiettio metallico.


Al contrario di me, era perfettamente calma e padrona di sé, e l'inamidato colletto di pizzo della camicia non faceva una piega. Ma odorava di fumo, non di lavanda. — Curioso che non sia riuscita a difendersi. Dopotutto, lei è un vampiro. Davvero? A quel punto non ne ero così sicura. Risposi soltanto: — È un soldato della Croce Nera. Possiede alcuni dei nostri poteri. Ha tenuto testa a mio padre e a Balthazar contemporaneamente. Che possibilità avevo di farcela. — Ha imparato bene a rispondere a una domanda difficile con un'altra domanda — la Bethany sbuffò, e per la prima volta nel suo sguardo colsi un'ombra di diver timento. — Non è più la sprovveduta che conoscevo. Se non altro, quest'anno le sarà servito a qualcosa. Ricordai le parole di Lucas, la sera prima: la Bethany aveva cambiato regole vecchie di secoli pur di invitare studenti umani a Evernight. Lui non era riuscito a sco prire il perché, che sfuggiva anche a me. Guardandola capii soltanto che era più vecchia, forte e subdola di quanto avessi mai immaginato. Eppure non avevo più paura di lei, perché sapevo che non era invulnerabile. Se aveva concesso agli studenti umani di iscriversi a Evernight, doveva essere alla ricerca disperata di qual cosa.


Perciò aveva un punto debole, e in questo non era diversa da noi. Forte di tale certezza, sapevo di poterla affrontare. Senza chiederle il permesso di uscire, mi alzai dalla sedia. — Buonanotte, signora Bethany. Nei suoi occhi neri apparve una scintilla minacciosa, ma si limitò a salutarmi con uno schiocco di dita. — Buonanotte. Quella sera i miei si presero cura di me come non succedeva da quand'ero bambina: mi coccolarono con calze comode e cuscini morbidi, e scaldarono nel microonde un bicchiere di sangue a temperatura corporea, solo per me. Non era il caso di chiedere se davvero credessero che Lu cas mi avesse rapita: non erano così ingenui. Sapevo che non potevano capire, perché ogni simpatia per Lucas era stata cancellata dal loro odio per la Croce Nera. Eppure, malgrado non fossero d'accordo con le mie scelte, seppe- ro perdonarle. Fu più che sufficiente a ricordarmi quanto bene mi volessero. Vennero persino a sdraiarsi a letto con me, mentre Rosemary Clooney cantava dal giradischi nella stanza accanto, a raccontarmi di com'erano i cam pi di grano in Inghilterra secoli prima, con storie dolci e serene in cui non c'erano cambiamenti né sorprese, ma soltanto bellezza.


Parlarono a lungo, finché la stanchezza non ebbe la meglio sullo sconforto. Poi, finalmente, mi addormentai. Quella notte sognai di nuovo il temporale, l'edera rampicante che invadeva in un lampo le mura di Evernight e i fiori misteriosi che rifiorivano nelle mie mani. Persino nel sogno sapevo di aver già visto tutto. Prima ancora di conoscere Lucas ero stata avvertita che i fiori non erano per me, ma mi allungai lo stesso a coglierli, malgrado le spine e la tempesta. — Stai di nuovo sognando a occhi aperti. Le parole di Raquel mi riportarono alla realtà. Ci trovavamo al confine fra il bosco e il cortile, sotto foglie nuove, verde pallido, così tenere da incurvarsi. Ero rimasta immobile con la mano su un ramo per chissà quanti minuti. Da buona amica, Raquel sapeva quando avevo bisogno dei miei spazi, ed era abbastanza sveglia da cogliere il momento giusto per farmi tornare alla realtà. — Scusa. — Ricominciammo a camminare, passi pigri che non ci portavano verso una meta precisa. — Ho smesso di pensare. . — Invece pensavi a Lucas. — Non era facile imbrogliare Raquel. — Sono passate quasi sei settimane, Bianca. Devi dimenticarlo. Lo sai.


Raquel sapeva soltanto ciò che sapevano gli studenti come lei: Lucas aveva infranto una sequela di regole, era scappato e durante la fuga aveva aggredito mio padre. Ciò, probabilmente, quadrava alla perfezione con la t riste idea del mondo che aveva Raquel, in cui ogni segreto celava una violenza. Mi aveva messa in guardia da Lucas chissà quante volte. Perché non doveva credere che avesse per so la testa? Mai una volta mi disse niente di simile a "te l'avevo detto". Raquel era troppo buona. Vic la prese male. Lucas era stato davvero il suo miglior amico a Evernight e aveva lasciato dietro di sé un buco che non sapevo colmare. Gli assicurai, senza esporlo al pe ricolo rivelandogli i miei segreti, che Lucas era un bravo ragazzo e che aveva avuto le sue buone ragioni per fuggi re. Forse Vic mi credette, ma non lo vidi più sorridere così spesso. Eppure i suoi sorrisi mi avrebbero fatto piacere. Gli altri vampiri, studenti e professori, sapevano qual cosa in più. Sapevano che Lucas era un membro della Croce Nera che ora possedeva un po' della forza e dei poteri dei vampiri, grazie a me. Se prima Courtney e le sue amiche mi avevano disprezzata, adesso mi odiavano senza riserve. Con mia grande sorpresa, però, il gruppo di Courtney si ritrovò in minoranza.


I miei mi perdonarono, ovvia mente, mentre Balthazar incolpò Lucas di tutto e iniziò a trattarmi con ancor più gentilezza per rimediare alla pre sunta crudeltà del mio ex ragazzo. Ma conforto e aiuto giunsero anche da altri: per esempio dal professor Iwerebon, che si lasciò andare a parecchie divagazioni a proposito dei tradimenti della Croce Nera mentre gesticolava con le mani fasciate, o da Patrice, convinta che il primo innamoramento potesse assolvere da qualsiasi colpa. Forse tutti si aspettavano che, nel caso di uno scontro con la Croce Nera, mi sarei schierata dalla loro parte. Che la mia natura di vampiro sarebbe esplosa. Ma l'unica a conoscere la verità su Lucas, la sua identità, ciò che provava per me, ero io. Quella verità era tutto ciò che mi restava di lui e dovevo custodirla in solitudine. — Forse è meglio rientrare — Raquel mi sfiorò con il gomito, il gesto più affettuoso possibile da parte sua. Il bracciale di cuoio era tornato al suo polso: le avevo raccontato che ero stata io a recuperarlo allo sportel lo degli oggetti smarriti. — Tra un po' distribuiscono la posta. — Aspetti i tuoi aiuti umanitari? — I genitori di Raquel forse non erano i migliori del mondo, ma con i dolci ci sapevano fare. — Se arrivano altri biscotti d'avena...


Raquel fece spallucce. — Devi esserci quando aprirò la scatola, oppure li aspirerò tutti prima ancora di dirtelo. — Un po' di autocontrollo, per piacere! — Sentii l'ombra di un sorriso affiorare sulle labbra mentre attraver savamo il cortile. Per la prima volta riuscii a passare oltre il gazebo senza sperare di vedere Lucas che mi aspettava. — La conoscenza di sé è di gran lunga meglio dell'autocontrollo — replicò Raquel decisa. — E io mi conosco quanto basta a prevedere le mie reazioni davanti ai bi scotti. Raggiungemmo l'aula magna proprio mentre i primi pacchetti marroni e le buste dei corrieri iniziavano a c ircolare tra la folla. Come immaginava, Raquel ricevette una grossa scatola ed entrambe ci avviammo sulle scale verso la sua stanza, pronte a divorare i biscotti. Ma prima ancora che salissi il primo gradino, una mano mi ti rò per il gomito. — Bianca? — Vie riordinò la frangia bionda che gli copriva il volto e fece un mezzo sorriso. — Ehi, possiamo parlare un secondo? — Certo, che c'è? Sembrava imbarazzato. — Ehm, cioè, da soli?


Speravo che Vic non avesse deciso di chiedermi un appuntamento nel tentativo maldestro di sfruttare il mio momento di debolezza. — Be', okay. — Scrollai le spalle e minacciai Raquel: — È meglio per te se quando arrivo trovo ancora qualcosa dentro a quella scatola. — Non prometto nulla — ribatté lei. Salì le scale svelta, senza di me, e decisi di fare in fretta. Vic mi guidò fino all'angolo più lontano della sala, ac canto all'unica finestra di vetro non istoriato, quella sfon data da Lucas e, tanto tempo prima, da un altro membr o della Croce Nera. Anziché ciondolare come suo solito, Vie camminava rigido e sembrava un po' strano. Cioè, più strano della norma. — Ehi, stai bene? — Io sto bene. — Si guardò attorno, decise che eravamo abbastanza soli, poi sorrise. — E tu starai molto, molto meglio, grazie a qualcosa che ho trovato nella mia posta. — In che senso... — La mia voce si affievolì mentre Vic mi infilava qualcosa nella tasca della giacca. La posta. Lucas sa che filtrano tutte le lettere indirizzate a me, ma non quelle per Vic. Se voleva comunicare con me, ecco il modo migliore.


Posai una mano sulla tasca, gonfia di un pacchetto pe sante e imbottito. Vic annuì. — Perciò, ecco, tutto a posto. Magnifico, ci vediamo! Mentre si allontanava veloce, feci un gran sospiro. Malgrado sentissi il cuore galoppare, mi avvicinai piano alle scale e raggiunsi l'appartamento dei miei. Non li trovai, probabilmente erano scesi a valutare compiti e prepara re gli esami di fine anno. Entrai in camera mia, chiusi la porta e, dopo una breve esitazione, abbassai la tenda per impedire anche al gargoyle di sbirciare. Poi, con dita tremanti, aprii il pacchetto. Conteneva una scatola piccola e bianca. Quando la aprii, qualcosa di nero e freddo cascò nel mio palmo impaziente: la spilla. I fiori neri tornarono a splendere, per fetti e bellissimi come sempre. Aveva promesso. Lucas mi aveva promesso che sarebbe andato a riprenderla, e l'ha fatto. Ha mantenuto la parola. Per un istante non riuscii a pensare ad altro che alla spilla. Avrei voluto appuntarmela subito alla camicia, dove l'avevo sempre portata, ma non potevo più. In troppi sapevano che era un regalo suo, e se avessero intuito che io e Lucas eravamo ancora in contatto, la Bethany e i suoi scagnozzi mi avrebbero sfruttata per arrivare a lui. No, per il bene di Lucas dovevo nasconderla, metterla al sicuro.


Non mi era rimasto nient'altro di suo, ma la spilla bastava a ricordarmi la verità che nessun altro avrebbe mai compreso. Lucas e io ci amavamo davvero e ci saremmo amati sempre. Con cautela avvolsi la spilla in una sciarpa inverna le e la nascosi sul fondo di un cassetto del guardaroba. Poi, mentre stavo per buttare la busta, decisa a elimina re ogni prova, notai che conteneva qualcos'altro: un biglietto. Una di quelle cartoline costose che vendono nei musei, di carta spessa e lucida, con un'opera d'arte stampata: Il bacio di Klimt. Alzai lo sguardo verso quella stessa immagine appesa accanto al mio letto, l'immagine che Lucas aveva ammirato fra risate, parole e baci nei pochi mesi che avevamo trascorso insieme. Aprii il biglietto e lo lessi. Bianca, sarò breve. Devi distruggere questo messaggio subito dopo averlo letto, perché se la Bethany lo scoprisse saresti in pericolo. E perché ti conosco: se scrivo troppo, lo conserverai per sempre, malgrado il pericolo. Non potei non sorridere. Lucas mi capiva davvero. Sto bene, e cosi mia madre e i miei amici, grazie a te. Quel giorno sei stata più forte di quanto avrei potuto essere io. Non ce l'avrei mai fatta a dirti addio. E non te lo sto dicendo ora. Torneremo insieme, Bianca.


Non so dove, quando, né come, ma so di non avere alcun dubbio. Non potrebbe essere altrimenti. Ho bisogno che anche tu ci creda. Perché credo in te. — Ci credo, Lucas — sussurrai. Sapevo che ci saremmo ritrovati e che l'importante era resistere fino a quel gior no. Prima o poi io e Lucas avremmo trovato il modo di tornare insieme. Chiusi la cartolina e la strinsi al petto. Non mi restava che bruciarla. Ma senza fretta, senza alcuna fretta.


La prima a meritare un ringraziamento è la mia editor Clare Hutton, per avere scommesso su un'autrice esordiente: l'autrice esordiente le esprime la più sincera grati tudine. Molto importanti sono stati i saggi consigli elargiti dai primi lettori del manoscritto, fra i quali Calista Brill, Michele De France e Naomi Novik. Ruth Hanna ed Edy Moulton non solo hanno partecipato alle prime letture, ma lavorano da tempo e instancabilmente sui miei scritti, sostenendo le mie idee migliori e criticando in tutta franchezza le peggiori. Il sostegno mi è d'aiuto, la franchezza inestimabile. L'incoraggiamento di amici come Lara Bradley, Mandy Collums, Francesca Coppa, Rodney Crouther, Amy Fritsch, Jen Heddle, Hesse Holland, Eli Nelson, Stephanie Nelson, Tara O'Shea, Jessica Ross, Whitney Raju e Michele Tepper mi ha dato una spinta inesauribile. Ashlee Gahagan mi ha accompagnata in Massachussets a fare ricerche e a cercare di osservare la campagna con occhi di vampiro, impresa non da poco. Robin Rue si è dimostrata una guida generosa nel mondo dell'editoria, e la sua perspicacia mi è stata di grande aiuto. Ho avuto anche la fortuna di godere dell'incredibile sostegno della mia famiglia: mamma, papà, Matthew, Melissa ed Elijah.


Soprattutto, vorrei ringraziare la mia agente Diana Fox, la prima a propormi di provare a scrivere una storia di vampiri. Ha creduto nella mia scrittura prima ancora di me e di questo le sarò per sempre grata. Infine, nel corso degli anni ho avuto la fortuna di esse re letta, criticata, contraddetta e discussa da tanti letto ri svegli e caparbi, esperienza da cui ho imparato molto e che mi ha fatto crescere immensamente. Perciò ringrazio davvero di cuore chiunque abbia speso del tempo per commentare un mio scritto.

gigia  

romanzetto

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