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Imi a Confronto

Metodologia Introduzione Il viaggio e la scelta La vita nel campo Il Lavoro Cibo e svago Rapporti umani Aneddoti Liberazione e ritorno Conclusioni (Opposizione, sopportazione e cooperazione)

Appendice Bibliografia

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Metodologia (Diaro di Bordo) Il gruppo “Cerveteri” composto da Alessia Cappella, Giulia Cardoso, Gianpaolo Marcucci, Marco Nuccitelli e Federica Verdolini, il giorno 10 Aprile si è recato a Cerveteri per incontrare due Imi (Luigi Olivieri e Francesco Pellegrini) ed intervistarli al fine di integrare il diario di Saverio Barletta consegnatoci in classe durante le lezioni di Storia Sociale e Culturale. Il contatto con gli intervistati è stato Bruno Rinaldi, presidente dell'associazione Bersaglieri e al momento associato facente le veci del presidente dell'associazione Ex-Combattenti e Reduci di Cerveteri. Le interviste sono state effettuate all'interno di un bar, nel centro della città, scelto per mettere a proprio agio Luigi e Francesco. E' stata utilizzata una griglia di domande preparate precedentemente (vedi appendice A), l'intervista è stata condotta da un solo esponente del gruppo mentre un altro si occupava della video-ripresa. Il resto del gruppo ha contribuito a raccogliere documentazione e materiale fotografico. Si è poi effettuato un montaggio video delle parti salienti. A seguito si è deciso di creare un sito web (www.imiaconfronto.blogspot.com) all'interno del quale rendere pubbliche le video-interviste e la relazione scritta. Il sito è composto di una sola pagina, dove, nel centro si può trovare la relazione in formato “.pdf” sfogliabile, mentre sulla colonna di destra, in ordine, le due interviste, il materiale fotografico (caricato in rete attraverso lo strumento flickr.com) e il plugin del sito Many-Eyes (www.manyeyes.com) che permette inserendo una parola chiave di rintracciare tutte le sue ricorrenze e il contesto in cui è apparsa all'interno del testo dal gruppo redatto. A seguito, si è diviso per argomenti il materiale raccolto (diario e sbobinature delle interviste) e si è creato per ognuno di essi un file condiviso attraverso la piattaforma Google Drive in modo tale da poter lavorare simultaneamente senza la necessità di incontrarsi dal vivo. Tali argomenti, poi accorpati divenendo l'indice di questo elaborato, sono stati i seguenti: - Disarmo - Viaggio - Arruolamento - Luoghi e strutture - Clima - Salute - Pulizia - Cibo - Svago - Lavoro - Rapporti umani - Emozioni e Considerazioni - Comunicazioni esterne - Aneddoti - Liberazione - Ritorno 2


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Per le comunicazioni interne, si è utilizzato un gruppo Facebook chiamato “imiaconfontoâ€?. E' stata infine aggiunta la testimonianza scritta di Natale Ferrara, internato nello stesso campo in Pomerania di Saverio (Stargard II D), ritrovata all'interno del sito www.imiedeportati.eu e integrata poi nei file condivisi. Una volta raccolto e organizzato tutto il materiale, sono stati esaminati accuratamente alcuni testi presenti sulla sezione materiale della webcattedra del Prof. Zani all'interno del sito www.sociologia.uniroma1.it (vedi bibliografia).

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“Di qui l’invenzione della formula “internati militari”, non potendosi definire “prigionieri di guerra” i militari di un paese alleato, né potendosi riconoscere il Regno del Sud come paese nemico. Una sorta di appendice in terra tedesca della finzione che mascherava l’occupazione dell’Italia sotto le vesti della Repubblica sociale italiana, con l’esito paradossale che il privilegio di essere internato e non prigioniero divenne, nella realtà, danno considerevole, sottraendo gli IMI alla tutela della Croce Rossa internazionale e al controllo sull’applicazione della convenzione di Ginevra del 1929.” Luciano Zani

Nell’affrontare lo studio della Seconda Guerra Mondiale da un punto di vista sociologico non si può che soffermarsi sull’esperienza di prigionia dei nostri militari che, dalla data dell’armistizio tra Italia ed Alleati, si sono trovati all’improvviso a dover far fronte ad un destino inaspettato, un netto capovolgimento di ruolo, che li ha visti tramutarsi da “amici” della Germania Nazista a suoi “traditori” e di conseguenza vittime da punire. Come l’uomo marginale mertoniano, l’IMI viene rifiutato da tutti e integrato da nessuno. I tedeschi lo ritengono “Spaghettifresser”, “Maccheroni” o semplicemente “Itaker”1, un traditore da sfruttare, schernire e sottomettere; gli italiani non sono da meno in quanto a sentimento di disprezzo: Il soldato che depone le armi e si arrende ai tedeschi trova nemici sia tra i fascisti, che lo tacciano di codardia e inettitudine, che tra i partigiani che lo considerano “pur sempre un soldato del re”. Come lo scrittore esiliato in terra straniera, la cui unica possibilità di reintegrarsi pone le basi su un qualcosa che non ha valore nel luogo d’esilio, l’Imi non ha nulla che lo tuteli dalla perdita di ogni identità se non quella di Kriegsgefangene2. Diviene così inutile anche la scelta di arruolarsi, persino per coloro che pronunceranno il fatidico “Si”3 non vi sarà riconoscenza. I militari tedeschi infatti consideravano gli italiani che si arruolavano con loro come inaffidabili e incapaci. L’imi è un ramingo senza partenza ne arrivo. Le uniche speranze sono rivolte verso i suoi commilitoni, gli altri internati, con i quali instaura un legame ambivalente: insieme nella sorte e soli nella lotta per la sopravvivenza. Come affrontare una tale perdita di punti di riferimento? In aiuto viene la necessità dei tedeschi di forza lavoro. Conosciamo numerosi prigionieri che si trovano nella fortunata situazione di poter “barattare” le proprie abilità in cambio di una migliore condizione di prigionia. Vedremo così nel testo come uno dei nostri intervistati sia riuscito attraverso le sue capacità a ritagliarsi un trattamento decisamente privilegiato rispetto agli altri suoi compagni. Ovviamente questo non basta però a ridare dignità all’essere umano che viene disprezzato, insultato, malmenato e talvolta torturato.

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Spaghettifresser (divora spaghetti), Nudel Bieger (piega pasta) o anche Itaker pronunciato Ittacca (originariamente compagno Italiano, usato dai soldati, dal tradimento viene usato in modo dispregiativo) sono nomignoli con i quali venivano spesso chiamati gli italiani in Germania. 2

Matricola di prigioniero

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L. Zani, Le Ragioni del “No” Fabrizio Serra Editore, Roma 2009

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La paura, il dolore e la fame sono ciò che più di tutto l’IMI vive. Lontano da casa, senza possibilità di comunicare, senza cibo, costretto a lavorare a ritmi estenuanti e a “sopravvivere” nelle condizioni più assurde in quanto colpevole di “...”, di che cosa? Di non aver servito la patria? Di averla servita? Di averla servita male? Di rappresentare il Re d’Italia che ha firmato l’armistizio? Di certo è colpevole d’essersi trovato li, nel posto sbagliato al momento sbagliato, ignaro di ciò che stava accadendo nel momento in cui coloro che fino a poco tempo prima combattevano al suo fianco divennero suoi nemici e successivamente carcerieri. Il lavoro che si propone qui di seguito è un breve viaggio in questo mondo, il mondo degli IMI, attraverso le testimonianze di quattro soldati italiani: Saverio Barletta, Luigi Olivieri, Francesco Pellegrini e Natale Ferrara. Quattro IMI, quattro storie, un solo destino.

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Il viaggio e la scelta

Ironia della sorte, il nostro viaggio inizia proprio con il loro. Il primo filo che lega, infatti, il destino dei soldati italiani arresi di fronte alle truppe tedesche l’8 settembre 1943, emerso dalle testimonianze analizzate, è proprio quello del viaggio. Dopo il disarmo, la sorte destinata fino ad allora agli ebrei, va a toccare i nostri Imi che si vedono costretti a salire sulle famose “tradotte”4, scomodi vagoni merci, diretti verso quello che sarà presto “il loro posto”. Il viaggio risulta essere un brutto ricordo, un’esperienza forte dove la condizione di soldato in guerra “di prima” sembra da subito un lontano miraggio a cui aggrapparsi nei momenti bui. “Stavamo dentro a quei vagoni che non c’erano manco i sedili ne niente, stavamo tutti ammucchiati la dentro”5 Gli Imi partono tutti insieme, accalcati, come bestie e viaggiano in condizioni disastrose: umidità infernale6 , cibo scarsissimo, tutti in piedi e senza nulla di supposto per l’espletazione dei propri bisogni fisici. Saverio Barletta ci racconta di come a causa di un’interruzione sulla linea, per colpa di un ponte fatto crollare, il convoglio si sia fermato. Per 36 ore dalla partenza non mangerà nulla. Poi finalmente il rancio. Il cibo sarà poco, non basterà a placare la fame che bussava ogni ora alle porte delle pance vuote e doloranti. 13 SETTEMBRE: “[...]7,15: I rancio tedesco (pane con marmellata e margarina) [...] 17,00: Partenza da Linz II rancio con pane e salame” 14 SETTEMBRE: “III rancio orzo schiacciato” 15 SETTEMBRE: “IV rancio orzo schiacciato(alle 9:30); ore 18:30 arrivo a Stangard in Pomerania dopo 5 giorni di viaggio”7 Dopo il viaggio, l’aria che tira inizia subito a farsi pungente. Poco più che due patate sono la ricompensa per aver sopportato la traversata. I tedeschi non sono di mano leggera e prima di tutto, danno un assaggio del loro modo di gestire i prigionieri. Dopo pochi giorni accade qualcosa, il campo si muove, è il momento del fatidico dilemma: Arruolarsi coi tedeschi o farsi imprigionare? “il 19 settembre, dopo 9 giorni di prigionia, un delegato del Fascio Tedesco propone l’arruolamento volontario nelle SS concedendo tre ore di tempo per meditare. Di 900 uomini si presenta un solo uomo. Dopo quattro giorni, il 23 settembre, viene fatta nuovamente la proposta. Di 4500 uomini questa volta se ne presentano 102. Il giorno dopo inizia lo smistamento per i lavori forzati”. 8

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Vagoni merci atti al trasporto materiali

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Intervista a Luigi Olivieri

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Diario di Saverio Barletta 11 settembre 1943 pag 1

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Diario di Saverio Barletta 11 settembre 1943 pag 1

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Diario di Saverio Barletta 19 settembre 1943 pag 1

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E’ di nuovo Saverio a parlare ma il No dei nostri Imi è compatto e categorico; tutti e 4 decidono di non arruolarsi e di non servire l’esercito tedesco, accettando così la prigionia, orgogliosi e fermi. Il nostro treno giunge dunque alla prima fermata. E’ il momento della stasi, dell’attesa, lunga, difficile, tremenda. E’ il momento della prigionia, è il momento della “vita nel campo”.

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La vita nel campo

STRUTTURA Il campo è sicuramente un argomento imprescindibile se si vuole indagare o meglio dar voce al vuoto di memoria che ha contraddistinto fino pochi anni fa la tragedia subita dai “nostri” internati. Ci permette di individuare e analizzare i luoghi dove i nostri “ragazzi” hanno subito angherie, ma non solo. Anni terribili trascorsi in condizioni pietose, ai limiti del vivibile. Innanzitutto risulta evidente come vi erano differenze strutturali, logistiche tra un campo e l’altro. Le questioni che affronteremo variano a seconda del campo di prigionia e delle mansioni svolte dagli Imi. La competenza personale era una discriminante dal punto di vista del trattamento. A tal riguardo, si poteva notare una grossa differenza tra la condizione dei prigionieri e quella dei lavoratori. “Eravate già stati separati dai soldati? Sì, sì. A Venezia. E quindi siamo arrivati Stargard. Stargard è vicino a Stettino, sul mar Baltico. Siamo rimasti là una settimana e poi ci hanno imbarcati per andare in Polonia. In Polonia a Deblin Irena10”. 9 I prigionieri risiedevano in baracche ed entro di esse trascorrevano la gran parte della giornata. La baracca era considerata il luogo di riferimento e spesso era abitata da numerose persone. L’agonia di Saverio Barletta inizia il 10 settembre 1943 nel campo di Stargard in Pomerania. Insieme a lui c’erano anche serbi, francesi e russi. In tutto risultano essere 250 per camerata. “Eravamo parecchi in un campo! Eravamo 30 baracche e 24 ogni baracca. Ogni baracca c’erano 8 scaffali da 3 persone”10 , affermava durante l’intervista Pellegini. “La vita nel campo é sempre la stessa: baracca e bagno o viceversa. Quando piove si sta sempre in baracca, noiosi come le mosche che a migliaia infestano le camerate ”.11 Si osserva dalle numerose testimonianze, come molto spesso i soldati venissero spediti nei campi dove c’era più bisogno di lavoro ed era raro che vi rimanessero sempre nello stesso. Questi venivano trattati come pacchi postali che attraversavano città e stati attraverso viaggi “infernali”. La vita nei campi era dura, talvolta avvilente, ma non potevano mollare. Ciò che spingeva loro ad essere determinati erano spesso le lettere e i pacchi che ricevevano dai propri cari. Nonostante le difficoltà Saverio mostra un’ estrema lucidità, quando riepiloga i luoghi da lui frequentati. Questo ciò che scrive il 22 luglio del 1944: “Partenza da Macklemburg vicino la Danimarca, poi Il 10 settembre partenza da Banne, 15 settembre arrivo a Stargard II d; 30 settembre partenza per Marienfield(Reichmback); 25 ottobre Natale Ferrara è stato internato nel Settembre 1943 nello Stalag II D Stargard/Szczecinski in Polonia e registrato con il numero 98985(Deutsche Dienststelle (WASt) Referat III/A: Personalkarte I-A 155/0103) 9

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cfr. Intervista a Francesco Pellegrini

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Saverio Barletta, 2 novembre 1944,tratto dal suo diario pag.48

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torno a Stargard, 30 ottobre partenza per il Pommersche Provinzial Zuckersiderei di Stettino; 6 maggio partenza per il campo di concentramento di Greifswald; 27 giugno arrivo ad Anklam e 10 agosto Ratenow e poi Jarmen.” 12 I campi non erano un luogo di prigionia. Essendo sempre illuminati fungevano da rifugio contro i bombardamenti degli alleati e divenivano spesso dimora degli ufficiali tedeschi: “I campi erano illuminati di notte, non c’era pericolo di bombardamenti, stavamo bene!” Di giorno c’era pericolo, che ti trovavi lontano dal campo, o mitragliavano i russi. I russi non bombardavano, erano più onesti, veniva 5 o 6 caccia, mitragliavano, e tu ti dovevi imbucare, ma con gli americani, erano bombe. Il fatto che bombardavano non era perchè ce l’avevano con i cecoslovacchi, bombardavano i depositi. Dormivi tranquillo perchè i campi erano illuminati, infatti i generali, i colonnelli con le mogli, venivano a dormire nei campi .13 Anche Natale Ferrara, internato per un periodo nello stesso campo di Saverio, ha fatto spola tra vari campi. Questo permette di comprendere come la condizione in cui gli Imi si trovavano era di estrema precarietà. “Il primo era Stargard, però poi in Polonia era definitivo, diciamo. Però a Deblin c'erano due campi. Uno era l'ARI Lager ed era... perché il campo principale era un castello, un vecchio castello. Invece l'ARI lager era un campo costruito dai tedeschi e sono andato a finire all'ARI lager. E siamo stati là fino... e là ho visto il mio futuro cognato, diciamo, che abbiamo sposato due sorelle. E ancora non ho incontrato De Vita. Di là, in gennaio, il giorno che hanno fucilato Ciano e compagni, ci hanno portato a Biala Podlaska11, al confine con la Russia bianca. Questo era un campo... un disastro. Hanno aderito tutti. Oltre tre mila hanno aderito tutti. Si sono... non hanno aderito in 144. Perché c'è stata... la paura, proprio la paura. Qua ci ammazzano a tutti”. Siccome c'è stato un episodio di un ufficiale che si era ammalato, e l'hanno trattato male. Lo fecero morire. E allora pensavano: “Qua ci fanno morire tutti”. E hanno avuto paura. E guidati dai cappellani hanno aderito tutti. Escluso 144. Fra questi 144 c'era Campanella. Perché ci hanno messi noi che siamo arrivati”. 14

CLIMA Un altro aspetto eminente nella vita del campo era senza dubbio il clima. Il campo era caratterizzato da un freddo incessante dove neve e soprattutto pioggia la facevano da padroni. Era evidente la difficoltà che dovevano affrontare i “lavoratori”: le torride condizioni climatiche non facilitavano gli spostamenti, il lavoro ne tantomeno la sopravvivenza, tanto d’inverno, quanto d’estate. Il 23 settembre Saverio Barletta scrive che “è già parecchio che fa freddo e che non ha che un maglione, la giubba e il pastrano” 15

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Diario di Saverio Barletta 22 agosto 1944 pag 40

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cfr. Intervista a Francesco Pellegrini

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Diario di Saverio Barletta 24 agosto 1944 pag.40

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Diario di Saverio Barletta 23 settembre 1943 pag.2

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“Il vento soffia impetuoso e gelido. Le mie mani sono diventate delle piaghe. Eppure devo lavorare. Si è lavorato fino a notte.”16 Il clima non era affatto clemente con i nostri militari e oltre a creare disagio faceva accumulare un forte senso di frustrazione. “Qui piove sempre e c’è tanta umidità”. 17 L’ inverno era condizionato da fitte nevicate e vento gelido, la temperatura variava dai 10° ai 20° sotto lo zero. “Tuttavia me ne vado a spasso ugualmente, perchè è piacevole camminare con quell’arietta gelida che taglia le orecchie e il naso ”. 18 A marzo si cominciavano a respirare magnifiche giornate di primavera, che sembravano attenuare la fatica mentale e fisica. Questo clima sembrava un po’ allietare un pò le lunghe e dure giornate trascorse nel campo. All’opposto, l’estate risultava asfissiante, come testimonia Saverio nel suo diario. ”Il caldo soffocante, tanto da non poter dormire in baracca, perdura sempre .”19 SALUTE Il costante sforzo fisico, il freddo e la fame gli avevano procurato una forte pleurite che lo costrinse ad andare diverse volte in ospedale e ad effettuare continue analisi del sangue. Costante debolezza e a volte dolori di stomaco strazianti condizionavano Saverio. A causa del lavoro nella fattoria di Reicheback si lamenta dei dolori alla schiena, delle scarpe che gli corrodono il calcagno, e delle mani screpolate dal freddo e dal vento. Quando in seguito viene assegnato allo Zuccherificio di Stettino, trovandosi in un reparto soggetto a intemperie freddo e vento, si ammala lamentando dolore forte alla spalla, febbre e bruciore di stomaco. Con il persistere di questi dolori e una febbre di 39,5° viene inizialmente ricoverato in infermieria , dove gli viene diagnosticata la pleurite essudativa, e successivamente trasferito all’ospedale di Stargard dove vi rimane per più di un mese. Anche la meningite, ad esempio, era una malattia frequente legata alla scarsa pulizia. PULIZIA “In questa baracca la pulizia è minima. In poche ore una qualsiasi cosa è ricoperta da un dito di polvere. Bisogna stare attenti a non prendersi qualche guaio”. 20

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Diario di Saverio Barletta 11 ottobre 1943 pag. 6

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Il 9 Gennaio 1945 Natale Ferrara é stato internato nell’Oflag 83 Wietzendorf (Deutsche Dienststelle (WASt) Referat III/A: Personalkarte I-A 155/0103). 18

Diario di Saverio Barletta 22 dicembre 1945 pag 52

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Diario di Saverio Barletta 24 agosto 1944 pag.40

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Diario di Saverio Barletta 9 ottobre 1943 pag 5

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“..riuscito a farla franca con il lavoro. Però ho dovuto lavare il pavimento, pulire e scopare due camerate. Meglio così che lavorare patate. 21 I prigionieri erano costretti ad alzarsi presto e venivano obbligati subito di andare a lavarsi. La pulizia per i tedeschi era importante, me c’era un solo rubinetto per tutti e solo con quello potevano e dovevano lavarsi. I prigionieri erano carichi di pidocchi e avevamo sempre gli stessi panni. La pulizia per i tedeschi risultava fondamentale e se non si rispettavano le ferree norme igieniche si poteva incorere in severe punizioni. “A me piaceva andare a lavarmi, guai se non andavi a lavarti, ti conciavano per le feste. I vestiti non c’erano, quello che t’eri portato appreso avevi; se proprio qualcuno ti dava un pantalone ma...difficile.”22 Al pomeriggio pulizia personale e lavaggio di biancheria. “Mi sono tagliato i capelli”.23 “Sveglia alle sei per fare il bagno e la disinfestazione”. 24 Ad esempio Ferrara, sulle difficoltà di sopravvivenza nel campo affermava “I pidocchi, terribili. Perché i pidocchi erano di tutti i colori, di tutte le dimensioni e, direi,a milioni. Dovunque andavamo, qualunque cosa prendevamo, dappertutto c'erano pidocchi. Una volta, lavorando nel bosco c'è stato qualcuno che è entrato in una capanna, c'erano delle capanne, e ha trovato un sacchetto che c'erano dei biscotti per i cani.”25 e ancora: “Perché là non si viveva. Non è che uno poteva vivere in quel campo. Là si moriva. E infatti dopo quarantaquattro giorni sei erano già morti, sui quarantaquattro che eravamo. Sei erano morti, di stenti. C'è stato quello che si gonfiava tutto... e poi è morto. Si moriva di bastonate, di stenti. Sei sono morti dopo quarantaquattro giorni.”26

21

cfr Intervista a Francesco Pellegrini

22

cfr Intervista a Francesco Pellegrini

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Diario di Saverio Barletta 10 ottobre 1943 pag 6

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Diario di Saverio Barletta 27 ottobre 1943 pag 8

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cfr. Intervista a Natale Ferrara

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cfr. Intervista a Natale Ferrara

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Il lavoro Il lavoro riveste un ruolo chiave nella comprensione della condizione in cui i militari italiani si trovano in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943; infatti da subito sono considerati “mano d’opera” al servizio della Germania. L’esigenza prioritaria dei tedeschi è quella di reclutare forza lavoro, nella misura di tre lavoratori italiani per ogni tedesco inviato al fronte. Da internati militari, a partire dal 20 settembre’43, gli Imi sono diventati lavoratori civili nell’autunno del ‘44: dai primi di settembre, infatti, la “civilizzazione” viene imposta come autorità, come una sorta di “liberazione coatta” (mezzo milione di ex militari italiani lavora per la Germania, anche per l’industria bellica e sotto il rischio crescente di bombardamenti alleati). “19 agosto: domani arriverà un ufficiale italiano a visitarci e da domani saremo civili, questa notizia non mi rende affatto contento. 20 agosto: ho dovuto firmare per passare da civile: è un contratto di lavorare in Germania per tutta la durata della guerra. Non ho firmato di mia volontà ho seguito la massa poiché di 212 italiani tutti e 212 hanno firmato. Beh passeremo a civili.”27 Le fasi del cambiamento di status da internato a lavoratore civile sono rintracciabili soprattutto nella testimonianza di Saverio Barletta. Nel suo diario si legge che i lavori da lui svolti durante la prigionia sono stati molteplici. Dal 1 al 31 ottobre ‘43 viene assegnato nella fattoria di Reichenback. Vi sono uomini polacchi, donne e prigionieri russi, si lavora senza tregua sotto le grinfie di un vecchio aguzzino che li chiama “maledetti italiani”. “Siamo in due io e un sergente. Quasi il sergente si buscava un colpo di rastrello in testa perché non aveva raccolto alcune patate. [...] Ma non c’è da avere pietà da queste bestie. Stasera i capocoloni si sono lamentati perché non lavoriamo troppo. E che pretendono di più, dopo che in una giornata abbiamo raccolto dai 14 ai 16 quintali di patate?” 28 Dal 1 novembre ‘43 al 1 marzo ‘44 viene portato in una fabbrica di zucchero a Stettino, la “Pommersche Provinzial Zuckersiderei”. Qui lavora sotto la pioggia incessante, tra il vapore dello zucchero e l’aria ghiacciata. Pur chiedendo più volte di essere spostato dal reparto di spartizione, salvo che per brevi periodi, la sua richiesta non viene accolta. Durante il lavoro in fabbrica Saverio prepara dei sacchetti da nascondere nelle scarpe, per rubare zucchero da portare al campo. Il lavoro nella fabbrica non è pesante, ma è noioso, per otto ore si deve stare in piedi. Il lavoro presenta dei turni: dalle 6:00 alle 14:00, dalle 14:00 alle 22:00 e dalle 22:00 alle 6:00. Durante il lavoro nello

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Diario di Saverio Barletta 19 agosto 1944 pag 39

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Diario di Saverio Barletta 2 ottobre 1943 pag 4

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zuccherificio Saverio percepisce una “paga”: la retribuzione è di 151 marchi a dicembre, 182 a gennaio e 80 a febbraio 29. Con i pochi soldi che guadagna compra prevalentemente birra e organizza, insieme ai compagni, collette per i familiari dei francesi. Inoltre, in seguito al disastro causato dal grave bombardamento del 6 gennaio ‘44, si trova a dover fare da pompiere e a dover sgomberare la città dalle macerie. Nel periodo che va dal 16 aprile al 6/7 dicembre del ‘44 passa dallo zucchero al carbone, alla raccolta di patate, alla riparazione di una strada distrutta dai bombardamenti ad Anklon, alla produzione di calzature e sino al lavoro di muratore (utilizza forbici di ferro, mattoni, pale, toglie anche l’intonaco dai mattoni). Dal 1 maggio al 16 giugno 1945 lavora in una fabbrica ad Anklam: monta alettoni agli aeroplani, svolge turni sia diurni che notturni. Le condizioni di lavoro non sono le migliori: in fabbrica spesso manca la luce e i materiali da lavoro. “Per il momento non si lavora in fabbrica, perché s’è rotto il compressore e perciò, per non mantenerli inutilmente li mandano a lavorare alla fortificazione. Il lavoro non è pesante, anzi è nulla in confronto a quello della fabbrica.30 Il lavoro è una vera pacchia. Dalle lunghe 10-12-15 ore di lavoro notturno o diurno, siamo passati alle 5 ore e mezza, a non far niente. Il guasto al motore del compressore mi fa credere che non si torni più in fabbrica”.31 Il 30 luglio del ‘45 Saverio e i suoi compagni (150 in tutto) ritornano a lavorare in un campo agricolo, a Kleptown, a 11 km da Prenzlau. Lavorano nella raccolta del fieno, dalle sette del mattino alle nove di sera con un intervallo di due ore dalle 13:00 alle 15.00. In questo periodo dormono in una vecchia casa, prima di dormire ramazzano accuratamente e lavano i pavimenti. Le interviste agli Imi di Cerveteri ci hanno consentito di conoscere esperienze di “lavoro” che per alcuni aspetti sono simili a quelle riportate nel diario di Saverio Barletta, per altri se ne discostano. Francesco Pellegrini svolge diversi lavori, come il Barletta, Luigi Olivieri, invece, ne svolge solo uno. Infatti Olivieri, essendo capace di guidare il trattore, svolge lavori meno pesanti ed ha, all’interno del campo, una vita “più agiata”. “chi è che sa portà il trattore? Io, eccolo, ho alzato la mano e m’hanno preso, anzi, eravamo in due, il primo è andato avanti c’ha provato ma non è stato bono neanche a metterlo in moto,

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Diario di Saverio barletta 27 dicembre 1945 pag 53

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Cfr. Diario di Saverio Barletta, pag. 64

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Cfr. Diario di Saverio Barletta 8 aprile 1945 pag. 66

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menomale ho detto. So andato io, capirai io le macchine da ragazzino le portavo. Il tedesco mi guarda e dice va bene”.32 Così Olivieri inizia a lavorare per una ditta, “portando il trattore con due rimorchi dietro”. La ditta si occupa della ricostruzione di Amburgo che è stata distrutta. Il rapporto di lavoro è positivo: “avevo una padroncina molto brava, che mi chiamava “Stalin” perché avevo i baffi e la barba”. “non me l’ero più fatta ero come un gufo. Io facevo un gesto alla padroncina e lei mi portava una pagnottella. A me è andata bene con quella padroncina, anzi, la domenica quando non si lavorava mi veniva a prendere e mi portava a casa sua a mangiare” 33 L’esperienza di Francesco è meno fortunata invece: “Ho fatto tutti i lavori: a pulì i pozzi neri, con le macchine, a levà la neve dove si ammucchiava, quello che c’era da fare; con un falegname ho lavorato due mesi, a fare le pulizie. Tutto insomma, si lavorava sempre”. 34 Diversa è la scelta dell’Imi Natale nonostante la proposta da parte dei tedeschi di lavorare per loro, decide di affrontare la vita da prigioniero rifiutando ogni possibilità di collaborazione. “Antitedesco, antifascista e antitedesco. Io non aderisco per niente, neanche al lavoro. Perché poi ci hanno dato la possibilità di andare al lavoro. Non ci vado io al lavoro. Molti sono andati al lavoro, io non ci vado al lavoro. Non precludeva niente. Però era una collaborazione andare al lavoro con loro. Io no. Se io vado al lavoro loro tolgono quell'operaio che stava facendo quel lavoro e lo mandano al fronte. Il principio era questo: io non voglio liberare altri soldati per mandarli al fronte. No. Voi... io al lavoro non ci vado. Quindi infatti non ho aderito a niente.”35 Ogni testimonianza racchiude in sé la drammatica esperienza che ogni Imi ha dovuto subire in seguito alla cattura. Dal lavoro è possibile rintracciare la tristezza della sorte che ha segnato la vita di ognuno di essi. La definizione di Imi è solo un’etichetta: l’Imi è ridotto alla condizione di servo della Germania, di braccia da sfruttare, è costretto a pagare per il “tradimento”. I lavori che gli Imi si trovano a fare sono i più diversi, i più alienanti, i più faticosi: Saverio lavora nei campi, nelle fabbriche, per strada e tra le macerie, Francesco nei pozzi neri, dal falegname e tra la neve. Solo nel racconto di Luigi Olivieri emerge l’importanza di come, a volte, si possa essere fortunati (nella sfortuna) per il semplice fatto di saper svolgere una particolare mansione e di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro.

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Cfr. Intervista Luigi Olivieri

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Cfr. Intervista Luigi Olivieri

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Cfr. Intervista a Francesco Pellegrini

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Cfr. Intervista a Natale Ferrara

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Cibo e svago CIBO Il cibo è stato uno degli aspetti maggiormente sentiti e sofferti da parte dei militari internati italiani. Il cibo è vita. I nostri Imi hanno sofferto la fame; hanno vissuto la prigionia condividendo constantemente il pensiero della fame, con annessi patimenti fisici e psicologici. La vita in prigionia è stata molto dura. Secondo i racconti scritti nel diario di Saverio Barletta si mangiavano principalmente patate, soprattutto nell’ottobre ‘43, periodo in cui lavorava nei campi. Venivano date anche razioni di pane e marmellate, minestroni e brodaglie e orzo bollito. “Brodaglia di minestrone con cavoli, ossa, carote e patate. Sufficiente per crepare.” “Ho dato via, prima che lo prendano i tedeschi, un lenzuolo per una gavotta di minestra e una fetta di pane e marmellata”.36 Venivano dati 600 grammi di pane e 40 grammi di margarina ogni due giorni. “Per pranzo kartoffen, per cena patate, per colazione pomme de terre.37 Quando si trova in ospedale dal 9 marzo 1944 al 15 aprile 1944, mangia maccheroni e fagioli, zuppa di legumi, cioccolata calda, biscotti, formaggio in scatola, carne in scatola e caffè. Quando viene trasferito nello zuccherificio a Stettino, il trattamento si presenta buono: un rancio una volta al giorno. Al mattino e alla sera caffè di orzo e 350 grammi di pane. “Ho fatto una scorpacciata di zucchero da non dimenticare mai: me ne sono mangiato quasi 700 grammi più un quarto di sciroppo”.38 “Rancio: budino di patate e patate con sciroppo: roba buona ma troppo dolce. (Ah! I maccheroni!)”.39 La prigionia continuava e si mangiava poco e male, i prodotti più consumati continuavano ad essere le patate, i filoni di pane (soprattutto bianco) contati e divisi, brodaglia di rape, riso e carne in scatola. Tanta birra veniva consumata soprattutto nelle ore di svago. Quando era ad Anklam Saverio riusciva a mangiare almeno tre volte al giorno. La domenica mangiava un buon risotto alla milanese con un pò di salame. La razione di pane è nuovamente diminuita: un kg ogni cinque giorni, “Se non ci fossero le patate che ci sostengono e ci riempiono la pancia, non si starebbe certamente in piedi. La debolezza è sempre enorme.”40. Prima davano un filone per quattro giorni. Così pure per la razione di margarina e di marmellata. Il rancio è costituito solamente da brodaglia di rape e di carote. Una volta al giorno davano tre patate con un pò di sugo.

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Diario di Saverio Barletta 16 settembre 1943 pag 1

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Diario di Saverio Barletta 4 ottobre 1943 pag 4

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Diario di Saverio Barletta 8 novembre 1943 pag 10

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Diario di Saverio Barletta 3 novembre 1943 pag 9

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Saverio Barletta 18 Marzo 1945 pag 62

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Poichè soffriva la fame, e la razione di cibo diminiuiva di giorni in giorno, si recava tutte le sere nelle case a cercare latte, uova, e patate. Nel periodo subito dopo la liberazione da parte dei Russi, Saverio aveva insieme ad altri internati una scorta di viveri sufficienti per un lungo periodo. Non morivano di fame. Mangiava succulenti braciole e bistecche. Ma la situazione peggiorava con il passare del tempo, siamo nel periodo di Luglio 1945, il vitto era piuttosto scarso: due zuppe al giorno,con la solita minestra di piselli e patate 150 grammi di pane e 20 grammi di zucchero. I russi non ci danno altro che un pò di pane e 20 grammi di zucchero al giorno e niente altro. Il resto, cioè patate, verdura, piselli ecc. dobbiamo procurarceli da noi. “E dire che il comandante russo ci ha avvertito che non possiamo andare a rubare negli orti”41 “Tabacco non se ne trova, alcool nemmeno. c’é però qualcuno che fa la grappa clandestinamente con le patate o con le barbabietole o con le mele, uva spina, ecc.42 Non troppo scarso il cibo risultava essere anche quello consumato da Luigi: “Li la fame in germania... Ci davano 3 patate al giorno, 4, quando ci mantavano a prenderle ci davano delle cose per non prenderle con le mano, allora, le magnavamo solo con la bocca. La fame, era tanta da progioniero. Ti mandavano a prendere da mangiare con la bacinella e sempre patate erano, capito? Per le patate avevano le stipe come per il fieno, hai visto per il fieno che ci sono quelle stipe. Tutte patate, sempre patate. Io il formaggio tante volte lo lasciavo lo davo a quegli altri. Il pane ci davano una pagnotta in cinque. Di quelle pagnotte di pane nero li mortacci.” 43 L’esperienza peggiore l’ha vissuta senza dubbio Francesco: “Il cibo era quello che davano agli ebrei. Come trattavano loro trattavano noi, trattavano tutti uguale. E allora era quello, un po di barbabietole secche, facevano dei minestroni che facevano venire i forzi di stomaco, ma dovevi manda giu che fai? purtroppo.” 44 “La mattina si andava li, ti davano quel caffè Di segola, acqua buia...un gocceto di quello e via, perchè il pane non c’era. Loro lo facevano con la segola, era nero, ti davano un filoncino a baracca, eravamo 24, 4 parti... Se stavi fuori in campagna che tante volte stavi vicino a un contadino, potevi rimediare qualche patata ma...finiva li. E poi le dovevi magnà crude, perchè la non le potevi cucinà, te stavano addosso, una me diede due tre volte na fetta di pane con un po di margarina perchè non c’era altro. Tanto io quella fetta di pane la portavo avanti una mesata. La fame era tanta figlio mio.” 45

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Saverio Barletta 3 Luglio 1945 pag 76

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Saverio Barletta 7 Luglio 1945 pag 77

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cfr. Intervista a Luigi Olivieri

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cfr. Intervista a Francesco Pellegrini

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cfr. Intervista a Francesco Pellegrini

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“Fame pidocchi se te ne dico una non ci credi, m’era capitato di prendere un po di cocce di patate capate un po erte, l’ho prese e l’ho portate in baracca e non mi potevo far vedere per mangiare come facevo? Allora ho preso un secchio con l’acqua con le patate dentro e c’ho messo due camice con lacqua a bollì, per ammazzà i pidocchi, e ho mangiato pure quelli. C’avevo fame, tanta fame.”46 Dai racconti dei nostri internati, possiamo evincere dunque che la fame era tanta, e che il cibo scarseggiava. I loro corpi erano ridotti quasi a dei scheletri, ma nonostante questo riuscivano a trovare le forze per andare avanti e resistere. SVAGO Nonostante le sofferenze vissute in prigionia, non mancano piccoli momenti di svago, che fanno dimenticare, anche solo per un attimo, la situazione che gli Imi stavano vivendo. Sfogliando le pagine del diario di Saverio, il nostro imi ci racconta come la sera, nelle camerate, si svolgevano feste con chitarra, mandolino e armonica, dove si riunivano italiani, russi e francesi. Andavano poi, quando ne avevano la possibilità, a messa e a teatro. In occasione del 1° Gennaio 1944, insieme ai suoi compagni, si recò alla “Kantine”47 ad ascoltare un pò di musica dei francesi, che avevano allestito uno stanzone a festa. Sempre alla “Kantine” si recavano a vedere spettacoli teatrali. Le domeniche le trascorreva al cinema e in birreria. Faceva molte passeggiate con il fine di cercare da mangiare. “Meno male che alla sera c’è un pò di musica di violino,chitarra,mandolino e pianoforte che ci tirano un pò su il morale. Vicino al campo scorre un piccolo fiume che permette di fare qualche gita in canotto e prendere un pò di sole.” 48 La sera quindi era un momento di ritrovo dove soprattutto gli italiani davano spettacolo con tanta allegria balli e musica (perlopiù fisarmonica). Cercavano di tirarsi su il morale a vicenda gli Imi, cantando canzoni del passato e permettendosi qualche boccata di sigaretta. A Ratenow era consentito uscire dalla baracca così Saverio riusciva a raggiungere le varie birrerie limitrofe. Un altro luogo di svago era il cinema, dove però il film era in lingua tedesca e quindi di difficile comprensione. In entrambe le interviste effettuate a Luigi Olivieri e Francesco Pellegrini invece, non sono emersi momenti di svago e di spensieratezza. Questo testimonia il fatto che, le loro esperienze di prigionieri sono state principalmente vissute nel dolore e nella sofferenza, dove però sono mancati quindi piccoli momenti di allegria che consentissero una piccola ed illusoria speranza. I momenti di svago erano pochi e si riducevano soltanto durante le sere e le domeniche.

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cfr. Intervista a Francesco Pellegrini

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Saverio Barletta pag 15

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Saverio Barletta 31 Maggio 1945 pag 74

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Rapporti umani Un altro perno fondamentale della prigionia dei nostri Imi si individua nei rapporti che si instaurano nel lungo periodo lontano da casa, rapporti di conforto, come quelli tra prigionieri, rapporti conflittuali, tra detenuti e carcerieri, rapporti di reciproca solidarietà, insomma di ogni genere. Sembra questo dare grinta e forza ai nostri protagonisti, oltre come vedremo più avanti, al pensiero della famiglia e di casa. Ricrearsi quindi nella quotidianità, purchè straordinaria, quella complessa rete di relazioni che caratterizza la vita di un essere umano. Non è un caso infatti che entrambi gli Imi intervistati, Francesco e Luigi, ricordino con emozione e commozione alcuni dei compagni di prigionia con cui hanno continuato a coltivarne l’amicizia anche dopo lo sfortunato periodo. Per quanto riguarda i rapporti con i compagni, dal diario di Saverio si evince come egli fosse piacevolmente sorpreso dalla benevolenza dimostratagli da alcuni compagni di provenienza straniera “Se non ci fossero i russi che aiutassero me ed il mio compagno, saremmo già sfiniti. E dopo dicono che i russi sono cattivi.” 49 I veri protagonisti però sembrano rivelarsi i francesi che dividono con lui e i suoi compagni le scorte di cibo e sigarette, e per la domenica delle Palme organizzano “una cena di gala” con maccheroni e carne in scatola, ciambelle, formaggio in scatola, caramelle, mandorle e caffè (vero) tutto da loro offerto. “Oggi sono riuscito ad avere un pò di zuppa da un francese. Sono tutti dei gentilissimi camerati (più dei nostri!)”50 Il giorno del suo 19° compleanno, il 15 novembre del 1943, un suo compagno, caporal maggiore Ferrari, gli offre quel poco di polenta rimasta per festeggiarlo. All’aumentare dei giorni di prigionia però aumentano i disagi e i conflitti causati dalle condizioni disumane in cui si trovano tant’è che l’odio fra italiani e serbi accresce giornalmente “Parole di rimprovero nei nostri riguardi perchè siamo andati in casa loro a portar la guerra, occhiate che sembrano vogliano fulminarci, spintoni per le strade che faranno scoppiare un giorno o l'altro qualche battaglia a suon di pugni e legnate fra i due campi per il momento è il mitra russo che sorveglia ed è pronto a mettere ordine fra i litiganti ”51 Mentre è ricoverato in ospedale i suoi compagni si recano a fargli visita in quanto molto preoccupati per lui; il dottore “ 52” di nome Colletta da Milano, essendo giovane scherza spesso con lui ed è molto gentile. Stessa opinione dei dottori sembra aver il nostro Francesco cosa che non si può dire invece per quanto riguarda i compagni di prigionia di altre nazionalità; infatti raccontandoci del periodo di contumacia così si esprime su entrambi 49

Diario di Saverio Barletta 6 Ottobre 1943, pag 4

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Diario di Saverio Barletta 9 Novembre 1943 pag 10

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Diario di Saverio Barletta 12 luglio 1945 pag 78

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Diario di Saverio Barletta 3 aprile 1944 pag 24

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“Poi c’erano le dotteresse russe ce ci hanno trattato bene, tutte donne russe che ci facevano le punture, sulla spalla, perchè li morivano. Sai chi moriva? chi se la passava bene. Americani, Francesi, Marocchini, quelli prendevano un pacco dal marocco, un pacco dall’america e uno dalla Francia, I francesi dalla Francia e dagli americani e gli americani servivano tutti, tranne che gli italiani. Io c’ho avuto un pacco solo, dal vaticano, di zucchero, solo quello.”53 Per quanto riguarda i civili sempre Saverio Barletta nel diario ci offre un’immagine nitida di cosa voleva dire essere un IMI per la popolazione locale, il disprezzo e lo scherno con il quale, dal proprietario della fattoria presso cui lavorara che li schiavizza con cinismo e cattiveria percuotendoli come bestie al bambino che gioca tra le macerie, venivano guardati e così si esprime a riguardo mentre si trova ricoverato all’ospedale di Stargard e si trova costretto a percorrere un tratto di strada a piedi per recarsi ad una visita “Sembrava che il tempo godesse a vedere questo strano corteo, poichè avevamo anche uno in barella(...) dato che cadeva un nevischio fittissimo con raffiche di vento.(...) Ogni tanto ci fermavamo per dare il cambio a quelli che avevano portato la barella. Ed è proprio durante questo scambio che alcune donne ci hanno guardato e si sono fatte una maligna risata. Non basta perfino ragazzini di 4 o 5 anni ci rivolgevano delle parole, che sebbene non capivo, non erano certamente parole di compassione.”54 E anche i carcerieri non sono da meno, quando a causa dei forti dolori che lo attanagliano richiede una visita medica all’ufficiale addetto questi scoppia in una fragorosa risata negandogliela, spiegandogli che non può esserci più di un malato nel campo e che non si può richiedere una visita medica se si ha meno di 38° di febbre. Attraverso la testimonianza di Francesco Pellegrini però si può scorgere un punto di vista differente forse più profondo, un misto di rassegnazione data dalla consapevolezza dell’inferiorità effettiva della posizione che ricoprivano e da clemenza perchè per sopravvivere devi essere ben cosciente delle regole e rispettarle altrimenti te la vai a cercare “Se trovavi gli anziani militari, un po di rispetto c’era, ma la gioventù erano fanatici, erano cattivi. Se capitava che ammazzavano un tedesco, 10 erano fritti, li vicino al campo mio, uno accoltellato al campo francese, ogni baracca ne chiamavano uno, 10 fucilati. E’ la legge. Era pure giusta quelle legge perchè oh, lo sai, non è giusta però...è quella!” E continua quasi a volerli giustificare perchè in fin dei conti anche loro sono alle dipendenze di qualcuno “Se l’americano a me mi dava qualche sigaretta, capace che mi dava qualche pedalino e di nascosto glieli lavavo, ma che gliela poteva da a un tedesco? Manco gliel poteva chiede, erano guai per lui. Era così la germania.”

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dalla video intervista di Francesco Pellegrini

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Saverio Barletta, 14 marzo 1943, pagina 22 del diario

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EMOZIONI Nel corso di tutto il diario, quasi ogni giorno, il detenuto Saverio Barletta, riporta speranzoso le notizie relative la guerra provenienti da RADIO SCARPA, volantini gettati dagli aerei di americani, russi e inglesi e da “voci all’interno del campo”. Essendo tali notizie quasi sempre smentite l’IMI tende progressivamente all’aumentare dei giorni di prigionia ad avere toni sempre più cinici ed irriverenti nei confronti di chi diffonde tali notizie. “Stasera s’è sparsa la voce che la Germania ha chiesto l’armistizio. Una confusione e gioia grandissima. Conclusione: Radio Scarpa ne dice delle grossissime”55 Il pensiero vola spesso ai cari, ai quali rivolge preghiere e chiede che si preghi per lui. “O mamma, prega per me. Prega perchè ormai sono stanco di stare lontano da te. Prega affinchè ritorni a godere la mia adolescenza e la mia giovinezza, a godere questa vita insieme a tutti voi, insieme a te mamma, a te papà, a voi Enza, Vito; Gaetano e a te, mia cara Adriana. Voglia Iddio che finisca presto questa guerra e che tutti tornino a casa.” 56 Rivolge preghiere a Dio dimostrando tenacia e grinta, prega perchè vuole tornare a casa. “E il tempo passerà. Passerà come è passata fino a oggi. Passerà perchè voglio, se Dio mi dà la grazie di ritornare a casa, vivere gli anni più belli della vita, per ricordarmi ogni tanto dei più tristi passati in prigionia a Marenfield, maledizione dei prigionieri” 57 La sera spesso sono colti da profonda malinconia, e dalla paura di non riuscire più a tornare a casa, di non rivedere più i propri cari e per le sorti dei prigionieri alla caduta della Germania. “Quando ritornerò? Forse fra due, quattro, sei mesi; forse fra un anno, o forse mai più. Credo che alla caduta della Germania, grandi saranno i dolori che patiranno i prigionieri di guerra di tutte le nazioni. Qualcosa ne sanno i Russi di cui ne sono morti il 70%. Forse la stessa cosa toccherà a noi perchè noi siamo, per i Tedeschi, la loro rovina, secondo loro.” 58 “E che pensavi prima di andare a dormire...? A niente, oggi e domani, c’hai poco da pensà, pensi alla famiglia subito poi dopo te scordi, non puoi scrive non puoi fa niente, la ero un disperso.” E al calar della notte nelle camerate tra compagni si mettono a punto piani per quando la guerra sarà finita. “Ieri sera abbiamo stabilito un piano: se la guerra finisce con un armistizio, noi prigionieri resteremo qui. Se non finisce con l’armistizio, ma con un caos come in Italia, allora ci recheremo 55Diario

di Saverio Barletta 26 settembre 1943 pag 3

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Diario di Saverio Barletta 20 ottobre 1943 pag 7

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Diario di Saverio Barletta 9 ottobre 1943 pag 6

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Diario di Saverio Barletta 20 ottobre 1943 pag 7

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ad Amburgo a piedi e con qualche mezzo e di là con qualche motoscafo dovremo raggiungere le coste della Francia. Almeno lì saremo più sicuri. Dalla Francia poi, pian piano, ritorneremo in Italia.”59 L’unica cosa che sembra dare sollievo alla lunga e interminabile prigionia è la fede. “(...)Col permesso del dottore sono andato ad ascoltare la Santa Messa celebrata da un prete francese. Ho preso anche la Comunione. La confessione l’avevo fatta ieri parlando in francese. C’intendevamo benissimo. Dopo tanti mesi è un sollievo ascoltare la Santa Messa e prendere la comunione.” 60 Fin quando a più di un anno dalla cattura non si raggiunge uno stato di ironico e cinico senso dell’umorismo per cui si riesce persino a scherzarci un pò su sulle proprie sorti “‘Pazienza’dice Paglialunga: ‘pazienza vita mia se pati pena, ricorda quando hai fatto vita bona, e se vita bona non l’hai fatta mai, pazienza, vita mia, la farai.’”61 COMUNICAZIONI Come sopra già accennato il nostro prigioniero Saverio Barletta e i suoi compagni sono costantemente aggiornati con notizie, vere o presunte, da Radio Scarpa ed esortati a resistere e a fare attenzione tramite volantini gettati dagli aerei con specifiche indicazioni su quale zona verrà colpita dal prossimo bombardamento. Per quanto riguarda il periodo che va dall’inizio della detenzione ad aprile inoltrato gli italiani non ricevono pacchi, se ne spartiscono qualcuno offerto dai compagni di altre nazionalità e solo a novembre viene loro distribuita la fatidica lettera per scrivere a casa, suscitando enorme gioia! Il 4 febbraio del 1944, dopo quasi cinque mesi di prigionia, nonostante molti compagni ricevano posta, lui non riceve nulla ma non se ne preoccupa “Il motivo del silenzio dei miei cari sarà dovuto certamente al fatto che le linee di comunicazione saranno state fatte saltare dai partigiani. Anche altri due miei compagni che abitano a Istria non hanno ancora ricevuto posta.”62 Il 13 febbraio ne arriva di nuova, ma non per lui. Questa volta però questo silenzio scaturisce paura in quanto viene a sapere da un compagno che Pola, sua città natale, è stata bombardata. Nel corso dei mesi seguenti invia ripetutamente lettere a casa, ad esempio per la Santa Pasqua, senza ricevere mai risposta. Il 4 aprile decide quindi di indirizzarla, piuttosto che a Pola, a Medolino; dopo una settimana l’11 aprile riceve posta dal fratello Vito.

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Diario di Saverio Barletta 7 novembre 1943 pag 9

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Diario di Saverio Barletta 2 aprile 1944 pag 20

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Diario di Saverio Barletta 31 luglio 1944 pag 35

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Diario di Saverio Barletta 4 febbraio 1944 pag 18

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“Nel pomeriggio, dopo tanti mesi di attesa, e perchè certamente il Signore ha esaudito la mia preghiera, ho ricevuto posta da casa. E’ di Vito e sono contento quanto mai. Dice che si trova a casa e che tutti stanno bene. La lettera è del 10 marzo.” 63 ma non si capacitava del perchè la madre non gli scriva e nel pensare a lei si commuove, fino a quando il 16 giugno 1944 rivece la tanto attesa lettera Il 17 gennaio del 1945 riceve un pacco contenente cibo speditogli dalla sorella Gina, questo gli suscita sentimenti contrastanti in quanto si preoccupa che la sorella possa aver tolto dalla bocca dei piccoli ciò che ha inviato a lui. Nell diario di Saverio Barletta si riscontra l’importanza della radio, attraverso la quale, i prigionieri ricevono notizie riguardo ciò che accade all’esterno dei campi di prigionia e sui probabili ed eventuali rimpatri degli italiani prigionieri nei campi. Vediamo come infatti, trascorso un anno di prigionia, nel settembre del 1945, l’affievolirsi delle informazioni trasmesse da RADIO SCARPA produca come effetto una progressiva rassegnazione per il troppo tempo trascorso e l’incapacità di vedere la fine della detenzione negli animi di tutti. Nel mese di luglio dello stesso anno però comincia a circolare la notizia, trasmessa dalla stessa radio, che i prigionieri verranno cominceranno le procedure di rimpatrio e nell’ agosto sempre del 1945 comunica che entro il primo settembre tutti i prigionieri verrano rimpatriati. “Si dice tuttavia che su un giornale tedesco è apparsa la notizia degli italiani, cioè noi, saranno rimpatriati dal 23 al 28 corrente mese.” 64 Le lettere e le notizie che giungono dal fronte, i pacchi che arrivano dai più disparati angoli dell’Italia svolgono quindi una funzione di rafforzamento delle speranze e dei legami che li tengono in vita, il loro non è un bisogno prettamente materiale (per quanto esso non debba essere sottovalutato), dal momento che è chiaro almeno nel caso del nostro Saverio che la generosità dei compagni nel dividere ciò che ricevono pone in secondo piano un pacco di zucchero in più o una sigaretta in meno. E’ il bisogno emotivo che sottende l’affonosa attesa del pacco che rende così preziose queste testimonianze, gli oggetti provenienti da casa, provenienti da un luogo differente da quell’inferno che vivono tengono accese quelle piccole fiammelle di speranza secondo cui tutto un giorno sarà finito e che si può tornare a casa ad abbracciare i propri cari.

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Diario di Saverio Barletta 11 aprile 1944 pag 24

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Diario di Saverio Barletta 20 settembre 1944 pag 82

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Aneddoti I nostri Imi, nelle loro testimonianze, scritte ed orali, hanno descritto e raccontato avvenimenti e aneddoti di sofferenza, punizioni e ingiustizie, patite durante il lungo periodo di prigionia. Testimonianze che anche attraverso piccoli eventi, come dispute e dicerie, mettono ancora una volta in risalto gli enormi pregiudizi nei confronti degli Italiani. Questo è emerso soprattuto nel diario di Saverio. Mentre nei racconti di Luigi e Francesco non sono mancati anche episodi più leggeri e spensierati. I nostri intervistati sono stati restii nel raccontarci aneddoti più crudi e forti, quasi a volerci evitare l’immagine delle scene inumane cui hanno assistito. Questo lo si leggeva nei loro sguardi costernati, in particolar modo in quello di Francesco. Ripercorrendo il diario di Saverio, abbiamo deciso di mettere in risalto alcuni avvenimenti, in quanto, secondo noi, degni più degli altri di essere messi in luce. “Stamane ci hanno fatto la rivista allo zaino, mi hanno sequestrato gli abiti borghesi. Di poi hanno preso il nostro nome e tutte le nostre generalità. Hanno voluto sapere da quando siamo iscritti al P.N.F. Quindi ci hanno dato, dopo averci fatto una fotografia e preso il nostro denaro, il cartellino in lamiera con il numero di prigioniero. SONO IL PRIGIONIERO N° 99033.” 65 “(...) Siamo in abiti di gala: ci hanno dato i pantaloni civili che sono o per lavorare o per tenerli in baracca. Però davanti ci hanno messo il famoso triangolo che significa “PRIGIONIERO DI GUERRA”. La borghesia di avvicina......” 66 “E ci hanno portato la Befana per davvero. Alle tre e mezza di stanotte i bombardieri sono venuti come i Re Magi. Alle tre e quaranta hanno cominciato a sganciare. Il bombardamento è durato fino alle 4,50. Usciti dal rifigio, quale spettacolo terrorizzante ci si è presentato!Tutta la regione che potevo vedere era illuminata a giorno dal sinistro bagliore delle fiamme che si elevavano alte, quasi volessero attaccarsi al cielo o agli apparecchi assalitori.(...)Non ho parole sufficienti per descrivere l’incendio. Mi sembra di immaginare realmente l’incendio di Roma.” 67 “ A sera, quando si ritorna in baracca, passando per la strada, anche i bambini di 4-5 anni ci sfottono tirandoci sabbia o sassi e chiamandoci MACCHERONI”. 68 “Stanotte lavoro fino alla mezzanotte e tornati anzitempo in baracca la porta era chiusa. La padrona la chiuse per paura che noi potessimo prenderle il pollame nel cortile.Faceva freddo e non potevano restare fino alle 5 del mattino fuori perciò decisero di urlare e cosi svegliarono la padrona e disse loro che erano degli ubriaconi, in realtà tornavano dal lavoro. Arrivati in baracca, tutti erano svegli e avevano sentito il bordello ma nessuno era uscito per aprirci.Disonesti! Infatti non li abbiamo fatti dormire fino alle tre”. 69 65

Diario di Saverio Barletta 20 Settebre 1943 pag 2

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Diario di Saverio Barletta 15 Dicembre 1943 pag 16

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Diario di Saverio Barletta 6 Gennaio 1944 pag 17

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Diario di Saverio Barletta 5 Luglio 1944 pag 33

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Diario di Saverio Barletta 21 Ottobre 1944 pag 47

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“Si dice che Hitler abbia subito un attentato 70.” Si evince come le notizie della guerra che riceveva risultavano essere infondate e perciò creavano in lui un continuo stato d’incertezza. Perquisizione della polizia dentro la camerata71 : “C’era un contadino che diceva di essere stato derubato di molti quintali di patate e naturalmente i ladri non potevano essere altro che gli italiani, le patate rubate sono state recuperate nella camerata dei Russi, noi da bravi italiani abbiamo saputo dove nasconderle in modo che nessuno potesse trovarle”. “Il maggiore russo ha tenuto un discorso nel nostro campo che é il più considerato fra gli altri; ci ha avvisato che è proibitissimo avere relazioni con le donne tedesche e di andare per le case e per gli orti a fregare roba da mangiare”. 72 Così ricorda le prime fasi dell’epidemia di tifo che scoppiò nel campo con internati italiani, serbi e russi, quando gli infetti erano ancora un numero ridotto, ma si temeva che l’epidemia si propagandasse con gran velocità.”E noi siamo senza medicine nè per guarire nè per prevenire il morbo. Speriamo che il buon Dio ci assista”.73 L’epidemia di tifo a Prenzlau era quasi scomparsa74 . Continuavano le scorribande dei soldati russi che in bande armate di 8-10-20 uomini andavano per le case dove erano alloggiati gli italiani rubando tutto: zaini, vestiario, tutto quello che trovano, lasciando i camerati con le sole mutandine. In questo racconto si può notare l’abuso dei russi nei confronti degli italiani, entravano armati nelle case minacciandoli, mentre uno di loro asportava il materiale. Gli italiani internati oltre a subire trattamenti oltraggiosi dai russi, venivano anche saccheggiati dei loro pochi averi. Barletta lavorava in un campo, doveva raccogliere molti prodotti agricoli: grano, avena, segale, orzo, lino fieno ecc.. in queste occasioni avvenne molte volte i russi gli avevano dato da mangiare, al posto della carne, la testa, o gli zoccoli di mucca, motivo per il quale il loro comandante aveva reclamato al comando russo. La risposta dei russi fu la seguente:” Dato che gli italiani un tempo sono stati contrari ai russi e li hanno combattuti, saranno trattati da prigonieri sino al giorno del loro rimpatrio che avverrà per mezzo delle forze angloamericane. Pertanto dovranno accettare tutto ciò che i russi offriranno loro, come generi alimentari di ogni genere e generi di conforto75”. Spostandoci alle testimonianze dei nostri intervistati Luigi racconta: “C’era una specie di birreria, annavamo la la pigliavamo 5 litri per sera. Perchè i soldi li...ce pagavano eh! 70

Diario di Saverio Barletta 21 Luglio 1944 pag 34

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Diario di Saverio Barletta 16 Marzo 1945 pag 62

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Diario di Saverio Barletta 6 luglio 1945 pag76

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Diario di Saverio Barletta 7 Luglio 1945 pag 77

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Diario di Saverio Barletta 13 Luglio 1945 pag 78

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Diario di Saverio Barletta 7 Agosto 1945 pag 80

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La birra una volta ne abbiamo trovato una cassetta e allora ne aprii una bottiglia...mamma mia avrà fatto 20 gradi, una gradazione più del vino, non si poteva bere. La birra poi ne adoperano tanta.” 76 “Stavamo li dentro al baraccone, è entrato sto gatto, manco è entrato l’hanno chiappato subito l’hanno fatto secco. Subito, veloci perchè se ci vedevano i tedeschi ci ammazzavano. Allora subito hanno acceso la stufa, la stufa era sempre accesa l’inverno perché faceva freddo forte li, la neve in inverno non mancava mai.”77 “Na volta stavamo li sopra li, è capitata una donna li, dice: annamo annamo viè, ho pensato li mortacci mia (risata). M’ha portato la sotto, si è tirata su le vesti, e vaffanculo dico. E’ così, è successo proprio così, è venuta su, m’ha acchiappato e mi ha detto vieni con me, poi m’ha portato sotto e mi diceva: zitto zitto, perchè se la vedevano, le tagliavano la testa. Quella volta ci sono rimasto. C’avevano una fame poracce, stavano tutte senza marito, era un disastro. Gli Italiani po caprai, come capitavano...” 78 “A Amburgo sempre la neve in inverno quasi, allora teneva uno a fa il fuoco, quello li che ci comandava, era bravo. Allora un giorno, venne una signora, a quello che ci comandava disse: ma come i nostri stanno a fa la guerra e questi qui stanno intorno al fuoco? Allora questo qui è saltato e sai che gli ha detto? “Qui comando io, va bene? Se non faccio sto lavoro questi come fanno a lavorà, via!”.79 Francesco invece racconta di come la contumacia di sei mesi sotto i russi, dovuti al tifo ha trovato il sollievo tanto mancato durante i due anni di progionia: “Quando che è scoppiato il tifo, ho visto un capitano che aveva certe boatte, stavano bevendo la grappa, io a casa facevo il vino e la grappa, appena gliel’ho nominata, m’ha fatto una bugatta, gli facevo la grappa li imbriacavo tutti. Allora mi mandava le barbabietole da zucchero, mi mandava i soldati le spaccavano, mettevo un pacco di lievito di birra e la mattina era ponto...l’ho ubriacati tutti.”80 Queste sono state le testimonianze raccolte. Sicuramente, tanti altri episodi sono stati volutamente non raccontati e scritti, in quanto particolamente segnanti. Episodi come perquisizioni, bombardamenti, prese in giro, il diffondersi dell’ epidemia e tanti altri ancora, sono stati momenti che hanno segnato i nostri Imi rimanendo quindi un ricordo indelebile nelle loro vite.

76

Cfr. Intervista a Luigi Olivieri

77

Cfr. Intervista a Luigi Olivieri

78

Cfr. Intervista a Luigi Olivieri

79

Cfr. Intervista a Luigi Olivieri

80

Cfr. Inervista a Francesco Pellegrini

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La liberazione e il ritorno LIBERAZIONE “Stamane, dopo tanti giorni di fremente attesa, alle 9,30 sono arrivati i Russi, accolti da tutti gli internati, pazzi di gioia. Ho preso vestiario, asciugamani, scarpe, e soprattutto roba da mangiare, due sacchi stracolmi di pasta,zucchero,burro,biscotti,legumi,caffè surrogato, ecc. Nel pomeriggio è venuto l’ordine di portarsi in piazza di Jarmen con tutta la propria roba. Con i miei compagni, ho deciso di partire domani verso Stettino. Dopo più di dieci giorni mi sono spogliato per andare a dormire. Spero che la notte ci porti qualche altra buona notizia”. 81 La liberazione è la parte dei racconti che più è piena di sorpresa, gioia e sincero sentimento di libertà. Da quel giorno, il 30 aprile 1945, Saverio intraprenderà un viaggio che lo porterà dal suo campo sino a casa, passando per una meta immaginata come la salvezza: la città di Stettino. Li pareva ci fossero “pronti dei convogli ferroviari per trasportare la massa degli stranieri nella loro patria”82. Nel frattempo nelle terre fredde della Cecoslovacchia, l’arrivo dei Russi era qualcosa di preannunciato: “Ci trovavamo tutti chi a lavoro chi dentro, come abbiamo inteso i carrarmati abbiamo capito che erano quelli. prima dei carrarmati sono venuti sopra 4 5 caccia russi, testarossa li chiamavano, che erano pure donne i piloti, buttavano i bigliettini, sabotate i tedeschi, in tutte le lingue, sabotate i tedeschi perché arriviamo noi, infatti dopo una settimana so arrivati loro. Na gran festa”.83 “Na gran festa” parole che muovono l’animo. Dopo anni di soprusi arriva finalmente il momento della festa, dello sfogo, della vera personale liberazione. A parlare di festa sarà anche Olivieri: “Quando ci hanno liberato siamo stati la, abbiamo armato una sala da ballo, c’era un salone li, c’era uno con la fisarmonica, mamma mia, le donne era sempre pieno così! Stavamo li tutti a ballà , le donne gli gustava ballà . Fatto un par de balli dicevano: annamo? E noi: E annamo! Massimo due balli poi ti imbracavano in mezzo alle macerie e via. Poi dovevi falle mette sopra se no noi poveracci, noi stavamo sotto, in mezzo ai mattoni”.84 Così mentre i nostri Imi cervetrani si davano alla pazza gioia, Saverio continuava il suo viaggio: “Trovato un bel carro, anzi un classico landò, ed una superba coppia di cavalli, ci siamo incamminati verso Stettino. Inutile descrivere la confusione che regnava per le strade: profughi tedeschi, automezzi militari russi, guidati per lo più da autisti perennemente ubriachi, colonne di internati civili e militari formavano una interminabile colonna indecisa smarrita”.85

81

Diario di Saverio Barletta 30 Aprile 1945 pag 68

82

Diario di Saverio Barletta 5 ottobre 1945 pag 84

83

Intervista a Francesco Pellegrini

84

Intervista a Luigi Olivieri

85

Diario di Saverio Barletta pag 69

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Indecisi e smarriti, così lui descrive gli internati dopo la liberazione. Come la popolazione di uno stato dittatoriale dopo che il leader viene dismesso. Anomia, indecisione, sconforto, smarrimento, questi sono i sentimenti che l’Imi prova. Due anni sono molti, e seppur sotto l’oppressore, si stava sempre sotto qualcuno. Sentirsi all’improvviso liberi per un internato è una sensazione paragonabile a quella di sentire un esplosione dopo anni di silenzio. La gioia mista a stupore per il rendersi conto di non esser sordi è forte, ma le orecchie fanno male, è come se esplodessero anch’esse. E ad esplodere sono i cuori dei nostri soldati, che finalmente possono lasciare i panni da prigioniero e rinascere come uomini. Ma la rinascita è sempre qualcosa che prova, che tedia, un grosso boccone da digerire, più grosso anche della guerra. Per Saverio e i suoi compagni questo smarrimento si fa meno forte, hanno l’America da cercare, la città di Stettino. La loro America però, come le Americhe di Colombo, sembrò essere diversa da quello che si aspettavano: “Arrivati alla periferia di Stettino, incontrammo alcuni amici italiani i quali ci sconsigliarono di proseguire verso Stettino perché li i Russi raccoglievano personale straniero per farlo lavorare a riattivare strade, ferrovia, a smantellare fabbriche e a tanti altri lavori. Altro che rimpatrio. Perciò tornammo indietro diretti verso l’Italia, ma le strade spesso venivano bloccate per cui tutti gli stranieri che transitavano attraverso di esse, venivano convogliati per i campi di raccolta. Intanto, strada facendo, ci davamo un po' alla pazza gioia, almeno per quanto riguardava il mangiare. Avevamo una scorta di viveri sufficienti per un lungo periodo”. 86 Stettino quindi non era il paese dei balocchi. Ma non c’è da perdersi d’animo, per consolarsi rimaneva sempre il cibo, che finalmente non risultava scarso. Il cibo è decisamente un argomento che dopo la liberazione risulta trattato come centrale da tutti: “Ultimamente quando è finita la guerra c’hanno occupato i russi, e il con me c’erano francesi, americani. L’8 maggio 45 hanno occupato i russi, li è finita la guerra, però è scoppiato il tifo. Quello mi ha arricchito, quel tifo, a me, perchè io potevo pesare 35 kili, c’\avevo l’anche di fuori, le coste ci suonavano l'organetto, e li con i russi ho mangiato, bevuto, ammazzavano galline, bestie, 6 mesi di contumacia, e li me so rifatto perchè ero uno scheletro, la fame era tanta”.87 E’ evidente che la fame88 è un tema troppo importante. Un chiodo fisso. Più che il freddo e le botte, gli Imi hanno patito la fame. Alcuni, mossi dalla foga, appena liberati si abbuffarono sino a morire, lo stomaco non reggeva, l’esperienza del campo aveva modificato le menti e i corpi. Un esercito di scheletri, ma pur sempre un esercito. RITORNO “Mercoledi sera finalmente, dopo cinque mesi di angosciosa attesa, é cominciato il rimpatrio degli italiani liberati, raccolti dai campi nella zona di Prenzlau. Erano montati sui vagoni ed appena ieri sera, dopo ore ed ore di attesa in stazione sono partiti. Con loro sono parti anche gli ammalati con

86

Diario di Saverio Barletta pag 69

87

Intervista a Francesco Pellegrini

88

Ampiamente trattata come argomento nel paragrafo “Cibo e svago”

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un vagone della Croce Rossa Russa; erano saliti sul vagone martedì sera e sono partiti ieri sera, dopo due giorni di attesa, alle 18,20. Nel frattempo due di loro sono morti. Poveretti! E noi si aspetta il nostro turno. Si dice che lunedì o martedì toccherà pure a noi”. 89 Finalmente dopo una lunga attesa si parte. Si potrebbe scrivere un intero saggio sul tema dell’attesa. L’attesa è ciò che l’Imi impara a conoscere molto bene sin dall’inizio della sua esperienza e che non abbandona nemmeno al momento del ritorno in patria. Le persone sono molte, i treni pochi, c’è da aspettare. Alla fine però si torna a casa. Immaginandosi il ritorno dei militari italiani internati dai campi di lavoro verrebbe facile e spontaneo pensare che tutto il dolore, la paura e l’ansia finiscono nel momento in cui si riesce a salire su quel treno. La testimonianza di Francesco mostra invece come la forza delle emozioni provate dentro il campo e la precarietà delle condizioni in cui si trovavano gli Imi a causa della guerra appena finita, hanno reso incerto e minaccioso persino quel momento, momento che sarebbe dovuto essere di distesa e liberazione. “Quando siamo venuti con la tradotta, giù, io stavo seduto sull’entrata della tradotta, e certi dalla contentezza stavano sopra, 7 8 10 15. Poi quando è finita la linea non elettrica, e cominciata la linea elettrica e ne ha fulminati 7, ho dovuto fa 5 6 giorni li poi dopo so morti questi, ne ha fulminati 7. Io stavo sul legno, seduto, la botta non l’ho sentita, è stato un disastro”. 90 “Io quando stavo a Furbara, che ha rallentato, gia ero pratico di fare la capovolta da paracadutista, con lo zaino dietro mi so buttato in mezzo alla breccia, ho fatto 4,5 capovolte, e mi so fermato li. Avevo una zia li vicino, sono andato li e poi sono venuto qui a casa. Mi sono buttato perchè avevo paura che non si fermava il treno e andava a Roma”.91 Non c’è fine al viaggio verso la paura di tornare indietro.

89

Diario di Saverio Barletta 5 ottobre 1945 pagg 83-84

90

Cfr. Intervista a Francesco Pellegrini

91

Cfr. Intervista a Francesco Pellegrini

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Opposizione, sopportazione e cooperazione Tre chiavi un solo lucchetto

Ripercorrendo l’analisi di Luciano Zani all’interno del suo saggio le ragioni del “No”, proponiamo una serie di riflessioni rispetto alla contrapposizione di diverse modalità di comportamento che i nostri Imi hanno adottato nell’affrontare la loro esperienza da prigionieri. Nello scorrere le testimonianze raccolte possiamo notare come in ciascuna di queste si possano riscontrare espressioni di sentimenti discordanti: opposizione, sopportazione e cooperazione convivono come tre ingranaggi dello stesso meccanismo. Ogni ruolo, anche il più rigido, ha sempre diversi stili di interpretazione e, in fondo, agli internati militari rimane solo quello a cui aggrapparsi per mantenere vivo il flebile fuoco fatuo della loro identità. Le tre chiavi aprono lo stesso lucchetto: il superamento della prigionia. Molto interessante è stato così scoprire nell’analisi come proprio queste tre chiavi si sono in qualche modo legate a ciascuno dei nostri internati. Natale di sicuro, col suo fermo ed orgoglioso “No”, prima all’arruolamento e poi al lavoro, appare il più intransigente oppositore. Colui che rifiuta qualsiasi compromesso. “Era una collaborazione andare al lavoro con loro. Io no. Se io vado al lavoro loro tolgono quell'operaio che stava facendo quel lavoro e lo mandano al fronte. Il principio era questo: io non voglio liberare altri soldati per mandarli al fronte. No. Voi... io al lavoro non ci vado. Quindi infatti non ho aderito a niente.”92 Disposto a collaborare pur di ritagliarsi un trattamento migliore è invece Luigi, che senza esitazione sceglie di lanciarsi nell’avventura di guidare il trattore di una ditta di Amburgo. Quasi con orgoglio collabora con i tedeschi, riconoscendosi capace di “fare qualcosa di utile”, qualcosa che lo contraddistingue dagli altri internati e che volente o nolente gli rende salva la vita. Francesco e Saverio, costretti invece ai lavori forzati e ad una vita di stenti, molto provante e spregevole, incarnano senza dubbio il valore della sopportazione. Sopportazione dei soprusi, sopportazione dei ritmi asfissianti, sopportazione della fame, delle umiliazioni, delle botte, ma più di tutto sopportazione dell’attesa, lunga, estenuante, infinita, un’attesa capace di farti dimenticare anche il volto e il calore della famiglia. Un solo lucchetto dunque, un lucchetto chiuso, arrugginito, vuoto, come la memoria di coloro che provano ad aprirlo, come lo stomaco che brontola, grida ma nessuno ascolta. Un solo lucchetto, 3 chiavi, 4 uomini, un unica storia.

92

Cfr. Intervista a Natale Ferrara

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Appendice

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Bibliografia e WebGrafia L. Zani, Le Ragioni del “No” Fabrizio Serra Editore, Roma 2009 Diario di Saverio Barletta

http://www.imiedeportati.eu/archivio.php

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