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I L

M A G A Z I N E

P E R

C H I

MADAMA

V I A G G I A

N E L L A

L U I S S

Louise

Anno 1 N. 2 - dicembre 2009


EDITORIALE

SOCIETAS

3 Director’s night

13 Solo un uomo, solo

di Giuseppe Castelli e Gianni Cossu

L’INTERVISTA 4 La svolta: civicrazia di Giuseppe Castelli

di Antonio Amadei

POLITICALLY UNCORRECT 14 Moralisti di tutti i paesi,

unitevi! di Marco Fattorini 5 Intervista all’Onorevole PaoATTUALIZZANDO lo Guzzanti di Lorenzo Castellani 15 Edilizia universitaria, IL MOROSOFO

CIAO PROF! Ad un anno di distanza dalla scomparsa del compianto ed indimenticato Professor Massimo Baldini, ci uniamo al cordoglio della nostra Università per la morte del caro Professor Victor Zavslasky.

La Redazione

6 Elogio del giudizio

l’inchiesta continua

DIRETTORE Giuseppe Castelli

UNIVERSITAS

CULTURA

direttoremadamalouise@gmail.com

7 Quando la coscienza sociale diventa un impegno fondamentale di Francesca Dell’Apa 8 Confini universitari sempre più simili di Gianmarco Guglielmino 9 I partiti politici: quale futuro

16 Riflessioni sul ‘68

di Lorenzo Castellani

di Pasquale Quaranta

di Francesco Mattia Sgura

di Francesco Ciaralli

PENTAGRAMMA 17 Green Day Live 2009 di Andrea D’Ettorre

APPUNTI DI VIAGGIO

CINEFORUM

18 Amsterdam: Hospitalty

10 Prima proiezione!!

shop

a cura di Daniele Urciuolo

LUISS MEDIA

di Romano Pescione

SPORT 19 Bivona in goal!

11 Intervista a Saverio Occhipinti, coordinatore della Luiss Web TV….LA WEB TV C’ E’

di Giuseppe Castelli

L’ALTRA VOCE

PAGELLE

di Giuseppe Castelli

12 Un Natale di amicizia e speranza di Marco Citone

CAPOREDATTORE Lorenzo Castellani IN REDAZIONE Francesco Mattia Sgura, Andrea D’Ettorre, Raffaele Tenuta, Francesca Dell’Apa, Romano Pescione, Marco Citone, Gianmarco Guglielmino, Pasquale Quaranta,Daniele Urciuolo, Antonio Amadei, Marco Fattorini, Francesco Ciaralli, Francesca Masucci, Tasha Spedicato, Daniela Urso, Andrea Inzolia.

IMPAGINAZIONE, GRAFICA E FOTO Luca Civita STAMPA Ferpenta Editore S.r.l. Via Tiburtina Valeria Km 18,300 snc Guidonia (Rm)

19 Questione...di sport di Lorenzo Castellani

20 Le pagelle della LUISS di

Guido Rivolta

IL GIORNALE È ATTIVITÀ DEGLI STUDENTI LUISS, PERIODICO GRATUITO, FINANZIATO DALLA CO.DI.SU. DELLA LUISS GUIDO CARLI


EDITORIALE di Giuseppe Castelli e Gianni Cossu

DIRECTOR’S NIGHT E’ la sera di una giornata faticosa…ma quando torno a casa mi sento di nuovo in gamba. Madama Louise continua il proprio percorso e al suo secondo numero, restando fedele alla linea editoriale che si è prefissata continua il tracciato segnato all’inizio di questa sua avventura, tracciato caratterizzato da elementi quali lo spirito d’analisi “duro e crudo”, senza però mai perdere di vista connotati come spensieratezza ed irriverenza che completano e rendono gradevole (almeno nelle intenzioni) il risultato finale. Madama Louise non si ridimensiona, né tantomeno chiude i battenti, come insinuato (ingenuamente o strategicamente?) da qualcuno, bensì aumenta il proprio numero di pagine passando dalle sedici iniziali alle venti attuali, rendendosi così maggiormente completo con il fine di soddisfare al meglio il palato attento ed esigente di voi lettori. Una volta chiusa la parentesi iniziale, torno alla frase di apertura di questo mio editoriale, traduzione editoriale del singolo “A hard day’s night”, brano del 64 dei Beatles. La sera di una giornata dura (come amava dire Ringo Starr) è un concetto che esplica al meglio quella che è la situazione attuale, specie se vista dalla prospettiva del mondo giovanile. Evitando ora di cadere nel vortice di frasi fatte, quale frase e concetto migliore della sera che è insieme punto d’incontro di due stati d’animo come la stanchezza per la giornata appena trascorsa e ciononostante la voglia di programmare nuovamente di uscire per trascorrere la serata nella compagnia e nella spensieratezza? In questo vi è la metafora, col momento attuale della nostra società, travolta oggi più che mai dai venti di crisi, e con i giovani che, parafrasando Rino Gaetano, rischiano spesso di essere sfruttati e malpagati ma non frustrati, perché anche se il contesto suggerisce tutt’altro, l’universo giovanile ha da sempre una caratteristica che mai perderà, che è quella di andare oltre, di non perdersi d’animo, di guardare il lato positivo e cercare una via d’uscita sviluppando il proprio spirito d’iniziativa. Fino a quando manterremo questo spirito, nessuna crisi ci spazzerà via. E chi meglio di un neolaureato nonché mio (illustre) predecessore alla guida di questo giornale può spiegare meglio tale condizione che in un modo o nell’altro attraversa la pluralità del mondo giovanile?..

Louise

MADAMA

..Caro direttore grazie dell'ospitata e della citazione nel primo numero, questo titolo di copertina rispecchia anche la vera essenza alla base del gruppo storico di Madama Louise, gente abituata a navigare in acque agitate, persone come Antonio Visicchio il vecchio mentore direttore editoriale, come Valentina Graziuso la nostra caporedattrice storica, come Luca Baccaro e Stefano Dionigi fratelli di tante avventure e i tanti altri da Roberto Giansanti a Vincenzo Infantino fino a Luigi Vele con il suo cineforum tra Quentin Tarantino e Natale in casa Cupiello! Quante serate dopo lunghe giornate di studio abbiamo passato a progettare questo giornale un po' a casa di qualcuno e un po' nella redazione di Area alla quale insieme a Federico Iadicicco va il nostro ringraziamento. Vederlo realizzato è per noi oggi un orgoglio personale, un dolce completamento a un percorso iniziato tanti anni fa, siamo tutti laureati o quasi, vedi il nostro grafico Luca Civita!! Ormai, stiamo tutti affrontando il mercato, il mondo del lavoro, chi è tornato a casa, chi sta provando a farsi valere a Roma, chi ha deciso che più a Nord forse c'era un via percorribile, ma nessuno si è arreso, anzi.. Io personalmente sono sempre impegnato attraverso il CNSU e non solo, nella ricerca di quell'anello di congiunzione tra impresa e Università, anello mancante, purtroppo, oggi in Italia. Le varie realtà che ho visitato, le esperienze che ho vissuto, mi hanno fatto capire che il giovane italiano non perde mai la speranza, si lagna, si inquieta e a volte si dispera ma la sua determinazione, la sua passione nel fare le cose lo spingono ogni singola volta a guardare oltre, a guardare al futuro, ad attendere l'arcobaleno. E' vero che non ci sono concorsi pubblici, che lo stage è un trucco per sfruttarci, è vero che siamo un paese immobile e vecchio, che impera la politica del do ut des, è vero che esistono ancora le raccomandazioni e senza di esse la vita non è così facile, è vero che non ci sono alloggi per gli studenti e il mercato degli affitti in nero è sempre più fiorente, è vero che non avremo un giorno la pensione perchè altri prima di noi hanno sbagliato a fare i conti, crediamo o no nelle parole di Tremonti sul contratto a tempo indeterminato, noi una cosa sappiamo fare, nel caos che ci circonda, in un vociare stressante e avvilente chiudiamo gli occhi e continuiamo a sognare e sperare, andiamo avanti..it's been a hard day's night! dicembre 2009

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EDITORIALE/2

di Giuseppe Castelli

LA SVOLTA: CIVICRAZIA " S i n c h è n o n p r e n d e r e m o n o i s t e s s i i n m a n o i l civicratico? nostro destino, smettendo di lamentarci e di rila- «Fondamentale; in quanto per perseguire gli obiets c i a r e e t e r n e d e l e g h e i n b i a n c o a g o ve r n a n t i e tivi della Civicrazia è necessario che si crei un’inburocrazia, e non ci domanderemo anzitutto cosa tegrazione tra rete delle associazioni e quelle degli può fare ognuno di noi per il proprio Paese, que- atenei, poiché i giovani sono il motore del cambias t o P a e s e n o n d i v e r r à v e r a m e n t e m a t u r o , e l a mento necessario , ed è in questa direzione che si nostra democrazia non sarà mai veramente in cam- s t a m u o v e n d o i l C . N . S . U . c h e h a a d e r i t o a l l a mino". nostra rete.» In questa discorso colmo di citazioni, si riconosce Quanto manca alla svolta civicratica? Civicrazia ed in primis il suo ideatore e presidente, «Se ce la mettiamo tutta La svolta è davvero vicina avv. Giuseppe For tunato, coordinatore altresì del e con essa il passaggio dalla democrazia formale " L a b o r a t o r i o P r i v a c y S v i l u p p o " , n a t o n e l 2 0 0 6 a quella sostanziale. L'unità di tanti per la Civicrapresso l'Autorità Garante per la Protezione dei Dati zia, con l'impegno di noi tutti, farà sì che questa Personali. Madama Louise ha avuto il piacere di speranza diventi una realtà concreta, una possibiinter vistarlo. lità di una vita migliore.» Av v o c a t o F o r t u n a t o , c i s p i e g h i cosa è la civicrazia e quando nasce? «Civicrazia è un progetto che nasce nel 2002 come network di associazioni, prefiggendosi l’obiettivo di aggregare le idee di associazioni esistenti, che lavoravano già in maniera civicratica, evitandone la d i s p e r s i o n e . Tr a l e s u e f i n a l i t à c ’ è quella di offrire una soluzione complessiva senza cadere nel vortice del sindacalismo; il tutto ispirandosi alla fonte principe per ogni cittadino: la Costituzione Italiana.» Cosa può fare quindi il cittadino per lo Stato? «Partendo dal presupposto che il cittadino è al centro di tutto e che attualmente vi è un divario tra lo stato di fatto e lo stato di diritto previsto dalla car ta costituzionale, deve essere il cittadino a rendersi protagonista del passaggio da una democrazia ad intermittenza ad una democrazia costante; proprio come la libertà di par tecipazione alla vita politica, costituzionalmente tutelata, ha permesso in un’ottica strutturale il passaggio da suddito a cittadino elettore, noi allo stesso modo vogliamo il passaggio da cittadino elettore a cittadino protagonista.» Qual è il ruolo delle università Il 7 Ottobre 2009 è stata siglata una Convenzione tra CNSU e Laboratorio della Privacy all’interno di questo movimento

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Louise

MADAMA


di Lorenzo Castellani

L’INTERVISTA/1

INTERVISTA ALL’ONOREVOLE PAOLO GUZZANTI Madama Louise intervista in esclusiva l’Onorevole Paolo Guzzanti, firma di Panorama, ex Vicedirettore del Giornale e parlamentare del Partito Liberale Italiano. Onorevole Paolo Guzzanti, la comunicazione politica verso i giovani in questi ultimi anni sembra avere un incedere assai lento e faticoso. Come la politica può avvicinare i giovani e porre fine a questo clima di sfiducia? «Bisogna fare sognare i giovani e non solo loro. La politica moderna dimostra che i programmi, i tomi, gli innumerevoli punti sono quasi inutili per coinvolgere i giovani. Se guardiamo alle campagne elettorali di Kennedy, Regan o Obama dimostrano che chi assume un atteggiamento comunicativo soprattutto verso i giovani ed è in grado di dare prospetto di un futuro e di una società costruita in modo diverso riesce a vincere le elezioni e ad avvicinare le persone alla politica. Ai giovani vanno offerti i semi del futuro del Paese, perché loro lo andranno a costruire. Quindi direi meno comunicazione sindacale, strutturale ed economica e più sogni e valori trasmessi tramite i messaggi della politica. Lo “Yes we can” di Obama è l’emblema di un messaggio vincente costituito proprio di valori e sogni.» C’è una carenza di formazione politica da parte dei partiti verso i giovani? Non sarebbe necessaria una maggiore responsabilità dei partiti per quanto riguarda la formazione delle proprie future classi dirigenti? «La formazione politica è un’idea quasi mitica. La facevano i vecchi partiti della Prima Repubblica. Vanno cercati giovani motivati. Lo dimostrano le campagne elettorali di Obama e di Sarkozy. Se il leader è capace di far sognare e accendere le pulsioni e le passioni naturalmente i giovani lo seguiranno. Poi chiaramente le possibilità di affermazione in politica si ampliano per i coloro che hanno alla base una solida preparazione culturale. E’ necessario inoltre guardare ad una formazione dei giovani in maniera più moderna, più leggera, con Internet ad esempio. In ogni caso la formazione è imprescindibile. Se un partito non pensa al futuro e ai giovani è un partito morto.» Capitolo libertà di informazione. Cito una celebre frase di Leo Longanesi: “Non è la libertà a mancare, mancano gli uomini liberi.” Data la sua grande esperienza come giornalista crede che in Italia esista maggiormente un problema legato alla libertà di informazione o alla carenza di deontologia professionale dei giornalisti? «In Italia mancano le condizioni di base per un giornalismo serio. Vige un problema storico. In Italia nulla è neutrale, indipendente o completo. Bisogna comprare e leggere una mazzetta di quotidiani per capire quello che un americano, un inglese o un francese riescono a comprendere leggendo un solo giornale. In Italia è stato sputtanato e declassificato il concetto di verità. La verità esiste. E’ il racconto aderente ai fatti, senza aggiungere né togliere o manipolare nulla. Questa è la verità. Non è un concetto ontologico. Nel nostro Paese purtroppo ognuno ha la sua verità. Quindi questa non viene più raccontata. Per un’informazione corretta bisogna ritrovare la ragion d’essere del giornalismo che è cercare attivamente, criticamente e raccontare.» Esteri: un pensiero sul Presidente americano Barack Obama. E’ solo un’icona positiva, carismatica, affascinante

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MADAMA

In foto Antonello Frasca, Paolo Guzzanti, Lorenzo Castellani

che simboleggia ed esprime la necessità di rinnovamento del mondo o effettivamente un reale innovatore, pragmatico e riformista dal punto di vista politico? «Obama è un uomo destramente americano e quindi destramente pratico. Egli parte dal semplice concetto dell’azzeramento del problema. Affronta i problemi e cerca soluzioni per risolverli senza guardare troppo al passato. Mette alla prova i fatti. Lo vediamo in politica estera con l’Iran o nell’ecologia. In questo campo ha promosso con ingenti stanziamenti la ricerca sulle fonti di energia alternative. La risposta alla crisi economica di Obama sta venendo dagli investimenti nella ricerca e nello sviluppo. In un’ottica di pensiero tipicamente americana che in particolar modo in Italia non si è mai affermata.» Scrivono David Hume: “Quando disegnate una costituzione partite dall’ipotesi che prenda il potere un mascalzone, non perché questo rivesta i caratteri della necessità, ma perché può accadere.” E Thomas Jefferson: “In questioni di potere smettiamola di parlare di fiducia negli uomini, ma impediamo loro di nuocere con le catene della costituzione.” E’ d’accordo con una visione antropologica così pessimistica nei confronti della natura umana? Pensa che la politica riesca realmente ad incanalare in un ordine giuridico le pulsioni umane negative? «La politica non deve avere l’ambizione di arginare le passioni umane. La politica deve creare le condizioni perché tutte le pulsioni costruttive trovino la loro strada e tutte le passioni distruttive siano contenute e rese innocue. In modo che siano promosse la meritocrazia, la libera iniziativa, la ricerca, lo sviluppo. Questo almeno in una visione liberale come quella del sottoscritto. Sono tuttavia d’accordo sul fatto che una buona costituzione debba bloccare qualsiasi processo che vada a ledere la libertà degli individui. L’art. 1 della Costituzione Italiana non dice nulla, in particolare la dicitura “fondata sul lavoro”. E se non lavoro? Per prima cosa voglio che la Costituzione garantisca la mia libertà e di conseguenza la mia responsabilità che da questa deriva. La Carta costituzionale deve incapsulare e rendere innocuo un possibile tiranno e le sue ambizioni. Ad esempio il nostro Presidente del Consiglio è solamente un primus inter pares non è un Cancelliere o un Prime Minister . La nostra costituzione in questo senso è valida perché scritta in chiave antifascista e antitotalitaria.» dicembre 2009

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IL MOROSOFO

di Andrea D’Ettorre

ELOGIO DEL GIUDIZIO

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a qualità del disagio giovanile che colpisce una grande maggioranza di ragazzi al giorno d’oggi è stata analizzata da numerosissimi studiosi. Il dato incontrovertibile, di natura culturale ma soprattutto esistenziale, che da queste ricerche campeggia con tremenda chiarezza è il seguente: è entrato in casa quello che Nietzsche chiama “l’ospite più inquietante”, ovvero il nichilismo. Il nichilismo consiste nella negazione di qualsiasi valore, nella perdita di qualsiasi punto di riferimento: ogni cosa si avvolge su sé stessa in un’assenza assoluta di orizzonte e di orientamento. Il futuro più che un’opportunità rappresenta una minaccia, ragion per cui ci si raccoglie nel presente cercando di vivere tutto ai limiti dell’esuberanza e della decenza. Dovrebbe risultare quantomeno paradossale che nell’era della comunicazione, l’era di internet, di facebook, i giovani siano così soli: la solitudine è una delle più chiare espressioni del nichilismo all’interno dei rapporti relazionali che si costruiscono. La confusione lievita fino a soffocare. Il ricorso alla droga pare la soluzione più semplice ed efficace al problema, e invece la depressione incalza: sono sempre più numerosi, troppo numerosi, i casi di ragazzi che crollano e si tolgono la vita. Ma qual è causa originaria di tale problema? Quale può essere la soluzione? All’origine del disagio vi è un problema di esperienza. Una soluzione reale alla questione consiste nel recuperare e comprendere il vero significato della parola “esperienza”. Sicuramente più che in passato,quest’oggi, noi giovani siamo sollecitati da molteplici stimoli esperienziali fin dalla prima adolescenza, ma quanti di questi impulsi si trasformano in vere e proprie esperienze? La confusione che ci domina è l’immediata conseguenza di una concezione sempre più errata dell’esperienza: tante volte per noi questa è ridotta all’impatto che le cose ci provocano, al riverbero sentimentale che le cose ci suscitano, dimenticando puntualmente di giudicare tutte queste provocazioni del reale. Quello che caratterizza l’esperienza è il giudizio: è il giudizio che rende esperienza una cosa che si fa. L’esperienza è la strada dello sviluppo della persona umana, è lo strumento che noi abbiamo nelle nostre mani per il nostro sviluppo, per la nostra crescita, perciò se noi lo riduciamo o lo usiamo male, tutto quello che ci capita nella vita è inutile, è sterile, non serve, e si può diventare vecchi vuoti pur avendo vissuto tante cose, perché non si è fatta veramente esperienza. Tante volte per noi l’esperienza è ridotta semplicemen-

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te alle impressione che le cose mi suscitano, che sono tutte reali, ma sono solo impressioni: l’esperienza, perciò, è cieca e meccanica. Quello che noi chiamiamo esperienza non è altro che mero provare, mera sensazione,senza intelligenza, senza giudizio. Senza capacità di valutazione l’uomo non può fare esperienza: l’esperienza coincide, certo, col “provare” qualcosa, ma soprattutto coincide col giudizio dato su quel che si prova. Questa incomprensione della parola “esperienza” è resa evidente dal modo in cui sogliamo opporla al “giudizio”(conoscenza): dove c’è l’una non c’è l’altro. E’ il segno più chiaro che siamo confusi sull’uno e sull’altro termine. Molto spesso per noi l’esperienza è ridotta a questa sorta di impatto, di shock meccanico,mentre il giudizio ci sembra qualcosa di intellettuale, di appiccicato, una forzatura che imponiamo al reale e che rovina l’incantesimo di quello che viviamo, come se lo “spoetizzasse”. Quando le cose sono state interessanti, belle,persuasive,che bisogno c’è di giudicarle? Ce la siamo goduta. Insomma,viviamo una cosa bella e dobbiamo pure giudicarla? Cioè, ci sembra di compiere un’operazione artificiosa e faticosa. Che cosa ci perdiamo? Facendo questa esperienza così ridotta, ”godendocela” e non sentendo il bisogno di giudicarla a noi sembra che non manchi niente. Il vero guaio è che a noi sembra non manchi niente. Tutto diventa formalismo, superficialità e conformismo. Perché non giudicare è perdere il meglio,è fermarsi prima di arrivare a quello che davvero mi interessa. E allora colpisce che la cosa più nostra (che più dovrebbe essere nostra), cioè il desiderio di pienezza davanti al reale, sia la cosa a noi più estranea. Ma cosa succede quando ci svegliamo dal sogno? Dopo che passa il godimento, cosa resta? Noi, soli, con il nostro niente, sempre più smarriti,sempre più scettici: la confusione cresce. C’è chi crede di poter superare il problema semplicemente non pensandoci, riempiendo il proprio tempo facendo altro, anzi moltiplica gli impegni(cerca lo stordimento) proprio per metter da parte la questione,ma la realtà prima o poi ti sbatte in faccia questa irrefutabile verità e allora la confusione e il vuoto riemergeranno brutalmente. Non c’è esperienza fin quando non si arriva a capire; ma per capire occorre fermarsi fin quando non si trova una risposta esauriente a quello che si vede. E’una sfida importante e faticosa, ma è una cosa da uomini, basta un uomo vibrante di umanità: un “io” impegnato in ciò che prova.

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MADAMA


di Francesca Dell’Apa

UNIVERSITAS/1

QUANDO LA COSCIENZA SOCIALE DIVENTA UN IMPEGNO FONDAMENTALE Un lunedì d’inizio autunno, l’aula chiesa di viale Romania, piena e stranamente silenziosa. L’aria è densa, si taglia con un coltello. Come quelli sulla copertina del suo libro, letto, discusso o almeno sentito nominare da ognuno di noi. Poco dopo le 14, accompagnato dalla scorta, giunge un ragazzo coraggioso, più di tutti i presenti messi insieme. Si chiama Roberto Saviano. Breve parentesi: il Preside della facoltà di Scienze Politiche, prof. Maffettone, coltiva una grande attenzione per le tematiche sociali, culturali e politiche. Oltreché una continua curiosità, che trasmette attivamente a ogni studente. Sua è l’idea e la realizzazione del corso (“Criminalità Internazionale”), che sembrava qualcosa di utopico e inverosimile quando se ne accennò la prima volta, qualche mese fa. E invece, Saviano era lì, a pochissima distanza da noi. Chi lo avrebbe mai detto? Durante questi anni, col grande successo di Gomorra, le minacce, la scorta, si è creata una sorta di mito intorno alla sua figura. Io personalmente, mi sono interessata al suo lavoro già qualche tempo fa, appassionandomi profondamente. Mai però mi aveva sfiorato un’idea del genere. E, a ripensarci, è una considerazione di rara tristezza e rassegnazione. E’ un ragazzo di 30 anni. Ha uno sguardo sveglio, a tratti timido, attraversato costantemente dalla determinazione, dalla convinzione in ciò in cui crede. Accenna un sorriso. Provo amarezza mista ad ammirazione quando fra me e me mi chiedo come ci riesca, nella sua condizione. La gestualità, i movimenti delle mani, tradiscono il peso di un’esistenza difficile. Ma quando inizia a parlare, una sola cosa è evidente. La forza del pensiero e delle parole che travalicano ogni confine sociale e culturale. Milioni di persone, italiane e non, hanno letto la sua inchiestashock. La sua denuncia, viva e lucida, al tentacolare sistema camorrista, ha raggiunto i salotti dorati e i monolocali in periferia, l’adolescente e il signore attempato, e soprattutto, il meridionale che conosce per

Louise

MADAMA

esperienza diretta certe dinamiche e il settentrionale che, prima, non ne aveva la minima idea. Per la prima volta i traffici clandestini, le morti in serie, la folle razionalità nel nome del denaro e del potere, fondamenta della camorra (ma paradigmatici di ogni fenomeno di stampo mafioso) sono stati raccontati con l’organicità di un report e nel modo accattivante tipico del romanzo. Risultato: esplode la bomba Saviano. Per un certo periodo non si parla d’altro. I Subsonica leggono ben presto il libro. Iniziano un’intensa comunicazione telematica con Saviano e gli dedicano una canzone dura, piena di risentimento e di voglia di riscatto, scritta dal punto di vista di un giovane campano, che subisce sulla sua pelle e nei suoi occhi la violenza quotidiana della camorra. Il titolo dice tutto: “Piombo”. Qualche parte saliente: “Chiazze di sangue, giornate di sole Le dita sull’asfalto, l’arma già scarica. Giovane vita in un gesso sottile Tutto finisce, in terra resta una sagoma. […] Fanti e pedine, scacchiere di morte, la merce nel sistema è l’unica regola […] L’aria è più pesante che mai, quando un fantasma ci ruba l’ossigeno, quando il futuro è solo piombo su queste città […] Come fare a coniugare un verbo al futuro, quando il futuro è solo appalto di tenebra.”

L’opera prima di un giovane campano, agghiacciante, provocatoria, nelle parti più crude quasi rivoltante, ha scosso l’opinione pubblica. E l’ha divisa, a mio giudizio nettamente. Qui sorgono i miei dubbi. Pur ritenendo la libertà d’opinione sacrosanta, mi domando come sia possibile non solo non plaudire al coraggio di Saviano, ma anche assumere un atteggiamento ostico nei suoi confronti, con offese che a volte raggiungono gravità pari a quella di vili illazioni. Mi domando come sia possibile che una qualsivoglia persona semplicemente dotata di raziocinio possa affermare che ciò che ha mosso Saviano sia stata l’opportunità di arricchirsi. Ora riflettiamo; vivere alla luce del sole, frequentare gli amici e godersi la propria famiglia, amare una donna: sono

quantificabili economicamente? Davvero si può pensare questo? Io sono convinta di no. E’ la tenacia di Saviano a darmene le prove. Il fatto che continui a scrivere, a pensare, a cercare di smuovere le coscienze di tutti. A dare una scossa al torpore, all’omertà, all’indifferenza, in una parola alla paura. Paura di opporsi a uno stato di cose che priva migliaia di persone della libertà fondamentale: quella di esprimere la propria opinione, di vivere una vita normale. Bilgrami, filosofo indiano, sostiene che esistano degli impegni fondamentali costituenti dell’identità. Io credo che la coscienza, l’impegno per costruire un mondo migliore per noi e per le generazioni future siano impegni irrinunciabili per star bene con noi stessi, per andare a dormire sereni. Non voglio scivolare nell’utopismo o nella retorica. La mia idea è che lo sforzo condiviso dei cittadini e delle istituzioni possa gradualmente portare a una soluzione del problema. Spero in un’implosione del sistema, in una svolta di mentalità. Senza questi presupposti, ogni indagine riguardante la mafia sarà fine a se stessa; la criminalità continuerà ad attraversare le viscere delle nostre terre già lungamente violentate. Davvero volete questo? Chiudo citando nuovamente i Subsonica: “Dentro una terra di sole e veleni C’è un paradiso infestato dai demoni Spettri temuti con nomi e cognomi Che tremano solo di fronte alla verità Quella del coraggio di chi sfida l’oscurità, Quella di chi scrive denunciando la sua realtà, Le anime striscianti che proteggono l’incubo Sotto la scorta di un domani che scotterà."

Chiudere gli occhi e la bocca equivale a spegnere il cervello e il cuore. dicembre 2009

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UNIVERSITAS/2

di Gianmarco Guglielmino

CONFINI UNIVERSITARI SEMPRE PIÙ SIMILI

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ibera Università Internazionale degli Studi Sociali, meglio conosciuta come Luiss Guido Carli, già nel suo acronimo vuole sottolineare come la realtà universitaria sia oggigiorno rivolta ad aprire le porte a conoscenze multinazionalistiche, perciò tutti gli atenei italiani ed esteri inseriscono, nel percorso formativo dei loro studenti, esperienze internazionali, come ad esempio progetti erasmus o tesi all’estero, senza dimenticare, i master; ancor più evidente se guardandoci intorno notiamo come il mondo degli studi e del lavoro, recepisce ed incanala queste tipologie di esperienze, addirittura elevandole a criterio di scelta, nella selezione della classe dirigente del domani. Il nostro ateneo predispone percorsi formativi a tutto campo, ritenendo che la completa conoscenza dello studente possa aversi includendo, le suddette esperienze. A questo deve aggiungersi come lo stesso mondo del lavoro è sempre più rivolto ad accogliere meritevoli “Menti” che abbiamo affrontato percorsi di apprendimento multiculturali ed abbiamo acquisito una pluralità di metodi, tali da includerli in quella che potremmo definire l’elite della classe dirigente del futuro. Dal punto di vista delle facoltà europee, già da tempo hanno capito il valore che può avere sul curriculum vitae di uno studente e sulla propria capacità lavorativa, l’aver affrontato un percorso di studi che gli apra la mente e lo relazioni con studenti di altre università. Tutto ciò può giovare fortemente ad ogni studente perchè ha, non solo la possibilità di migliorare le proprie conoscenze linguistiche apprendendo termini tecnici e fluidità nell’esporre i concetti, ma anche avrà la possibilità di porsi sul mercato del lavoro con un bagaglio di conoscenze maggiori rispetto a coloro che non hanno affrontato un’esperienza oltre i confini nazionali. Da poco ho avuto modo di saggiare la struttura organizzativa delle università americane, che spesso sono etichettate

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come le migliori e meglio organizzate del mondo; proprio come spesso le vediamo in molti film e telefilm, sono delle strutture enormi ma nonostante questo riescono ad avere un livello di organizzazione tale, che già risulta difficile immaginare in piccole realtà universitarie europee. Queste colossali strutture hanno quasi sempre criteri di selezione dei propri studenti molto duri, basati non solo sulle conoscenze da loro apprese durante la “secondary school”, ma basate anche sulle loro capacità intuitive e creative, e dopo essere riusciti a superare queste prove d’ammissione i vari studenti si trovano di fronte ad un’ulteriore ostacolo di carattere economico perché questi atenei anche se pubblici impongono pesanti rette annuali da sostenere, si pensi ad esempio che per il primo anno di corso il costo per una famiglia è di 50.000$ senza contare alloggi o spese alimentari ed energetiche; ma non per questo, le università negli States precludono qualsiasi possibilità di scambi internazionali, tra i loro studenti e quelli di altre nazioni. Questo grazie, o a programmi appositamente creati per affrontare percorsi di studi o a sessioni estive per studenti, che anglofoni non sono, ma vogliono accrescere le loro esperienze in queste università, che “si fanno vivere” cioè hanno la capacità di coinvolgere e fare ambientare con estrema semplicità, dando la sensazione di far parte di esse già da tempo. L’UCI ossia University of California Irvine è una realtà che ho avuto modo di scoprire, ed è anche uno degli atenei migliori della California tanto da avere nel proprio organico diversi premi nobel, soprattutto nel settore del scienze ambientali; al suo interno si muovono e studiano migliaia di ragazzi di tutte le nazionalità, e spesso i neolaureati riescono a trovare impiego immediatamente, proprio perché è la stessa università che investe e che predispone programmi di scambio internazionale, e propone studenti, ma prima di ciò uomini e donne, completi dal punto di vista dell’istruzione e del metodo. La Luiss stessa risulta gemellata con questa università, tramite un programma di studi estivo, aperto a chi volesse partecipare, per migliorare le proprie capacità di conversazione, ascolto e grammaticali della lingua inglese. Già diversi sono stati gli studenti della luiss che vi hanno preso parte e la loro esperienza è stata descritta come una forma di cambiamento, sia del modo di vivere l’università, sia del metodo di studio. Infine, affrontare un’esperienza simile e fare in modo che non sia stata una semplice vacanza infruttuosa ma anzi sia stata un percorso per migliorarsi, non si può prescindere dalla considerazione che lo studente debba essere mosso da una forte volontà interna e un grande spirito di abnegazione, insomma lo studio al di là delle Alpi ci dà sicuramente quel “qualcosa in più”, tale da permetterci di essere i numeri uno nel mondo del futuro.

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MADAMA


di Pasquale Quaranta

UNIVERSITAS/3

I PARTITI POLITICI: QUALE FUTURO

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iovedi 19 Novembre si è svolta alla Luiss Guido Carli un convegno sul futuro dei partiti politici organizzato dall’associazione “Invento” in collaborazione con l’associazione “All Around Luiss”. L’evento è stato presentato da Vincenzo Coppola in rappresentanza delle associazioni precitate e dal vicedirettore generale Giovanni Lo Storto. I protagonisti che hanno animato la discussione sono stati l’ex presidente del Consiglio Ciriaco De Mita, il vice preside della facoltà di Scienze Politiche Nicola Lupo, Luciano Pellicani docente di Sociologia alla Luiss Guido Carli, e Angelo Mellone, direttore editoriale della fondazione “FareFuturo”. L’impostazione del convegno si è basata soprattutto sulle divergenti posizioni politiche ed ideologiche degli invitati, con Nicola Lupo che ha portato una ventata di tecnicità che si è incastrata perfettamente in un clima abbastanza acceso. Il vice preside della facoltà di Scienze Politiche ha focalizzato l’attenzione sul fatto che l’Italia sia una repubblica fondata sui partiti. Ma, osserva Nicola Lupo, i partiti italiani fino al 1992 presentavano due gravi problemi: il loro fortissimo radicamento nel territorio, e un grave deficit democratico interno alla loro oraganizzazione. Tali problemi sono state le cause della deriva partitocratica avvenuta nei primi anni novanta. Problemi che ancora oggi non sono stati debellati. Anche Angelo Mellone ha evidenziato il problema dello scarso dialogo all’interno dei partiti, analizzando il crescente rafforzamento della figura del leader. La presidenzializzazione della politica, continua Angelo Mellone, è un fenomeno molto forte in Italia, ed infatti assistiamo a partiti come l’Italia dei Valori, l’UDC, il Popolo delle Libertà, che vengono identificati come beni personali dei loro stessi leader. Il professor Luciano Pellicani invece ha fornito una visione differente. Dopo aver definito Tangentopoli come un “terremoto politico mai visto in occidente” ha descritto l’evoluzione dei partiti citando Marx, Duverger, Daniel Bell,

Louise

MADAMA

Weber, Marcuse e tanti altri. Un’analisi completa e avvincente che ha appassionato i tantissimi studenti presenti in sala. Ma il fulcro del suo discorso è stata la descrizione del nuovo partito islamico fondatosi da poco in Spagna. Realizzando una previsione degli eventi a dir poco apocalittica ha definito il partito islamico un “partito comunità” che nel giro di trent’anni prolifererà in tutta Europa e che si organizzerà in una “internazionale islamica” sul modello della seconda internazionale sovietica. L’ospite maggiormente atteso, l’ex presidente del Consiglio Ciriaco De Mita, non ha tradito le aspettative. Ingaggiando un duello dialettico con Luciano Pellicani a dir poco avvincente ha posto l’attenzione sulla figura del partito, come ente funzionale al sistema paese. Il partito, secondo Ciriaco De Mita, è una figura in continua evoluzione da un punto di vista esclusivamente organizzativo. Esso da un punto di vista funzionale è stato e dovrebbe essere il mezzo attraverso il quale si risolverebbero le controversie di natura politica-sociale. Il condizionale è doveroso soprattutto quando l’ex presidente del Consiglio tocca il tema della giustizia. «l’attuale premier - afferma De Mita - sostiene di poter realizzare una riforma della giustizia sulla base del proprio consenso popolare... è come se un malato chiamasse un medico per farsi curare, e quest’ultimo si sentisse autorizzato a far ciò che vuole, anche a costo di ucciderlo». I discorsi toccati dall’attuale eurodeputato sono svariati: dal problema di chi sia intelligente e come valutare una persona intelligente, al confronto tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista durante la Prima Repubblica, dalle critiche mosse nei confronti dei sociologi, alle nueve sfide culturali che stanno nascendo all’interno del nostro paese. Il convegno, dopo due ore di confronto, si è concluso tra gli applausi rivolti a tutti gli ospiti, lasciando ottimi spunti di riflessione su un tema che oggigiorno in pochi hanno il coraggio di affrontare. dicembre 2009

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cineforum

di Daniele Urciuolo

Prima Proiezione!! Il primo incontro del Progetto Culturale Cineforum LUISS 2009-2010 si è tenuto il giorno martedì 17 novembe alle ore 20 presso la sede della facoltà di Giurisprudenza in via Parenzo 11. Il Film proiettato è stato L'odio (La Haine), un film del 1995 scritto e diretto da Mathieu Kassovitz, vincitore del premio per la miglior regia al 48° Festival di Cannes. Protagonista Vincent Cassel. Tanta è stata la partecipazione degli studenti, più di cento persone hanno invaso pacificamente l'Aula G.Nocco per godersi l'evento. Gli ospiti invitati sono stati: il Magnifico Rettore della LUISS Massimo Egidi, l'arch. Giambattista Reale (urbanista e docente presso l'Università LA SAPIENZA di Roma), il prof. Antimo Farro (sociologo del territorio e docente presso l'Università LA SAPIENZA di Roma), il dott. Massimiliano Signifredi (dottore in storia e portavoce della Comunità di Sant'Egidio), la dott.ssa Caterina Pikiz Gattinoini (esperta di immigrazione e integrazione europee). Dopo un piccolo inconveniente tecnico e l'introduzione degli ospiti a cura di Giorgio Briozzo, è iniziato il film. Una pellicola in bianco e nero, dura, profonda, che racconta la condizione di disagio dei giovani francesi che crescono in periferia. Un film anticipatore delle terribili

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ribellioni delle Banlieue parigine del 2005. La tematica, attualizzata, ci ha permesso di fare una comparazione con il territorio italiano e con le periferie romane grazie soprattutto ad una interessante relazione scritta da due colleghi Valerio Aiuti e Matteo Paolucci incentrata su tre macro punti: - la domanda di integrazione da parte di etnie immigranti; - la questione della "frattura sociale" nella convivenza civile; - l’ordine pubblico come limitazione della libertà; Durante il dibattito post-proiezione il sociologo Farro è intervenuto con una premessa sulla nascita delle periferie francesi, la dottoressa Pikiz ha affrontato le differenze tra Francia e Italia, e il fatto che quest'ultima, dopo il Blocco delle Frontiere degli anni 70-80 non ha preso misure sull'Immigrazione, ma l'intervento più brillante ci è stato offerto dall'urbanista Reale, di risposta alla domanda di Valerio Aiuti sulla mancanza di luoghi d'incontro nelle periferie romane. Il prof. Reale ci ha spiegato che Gli urbanisti delle periferie degli anni 50 avevano ideato progetti fantastici, immaginavano piazze, luoghi d'incontro, spazi aperti, verde, servizi, campi da gioco, edifici elevati da terra, dove le nonne portavano i nipotini giù a giocare. Il

problema è che non è mai sceso nessuno e questo perchè nel 1984 il Comune di Roma, concedendo sub-appalti su sub-appalti, non ha mai terminato e permesso di terminare i progetti, ha mandato tutti a casa e niente di quello che era stato progettato è stato realizzato. Se voi andate a vedere i progetti del Laurentino 38, Tiburtino III, Tor Bellamonaca vedrete cosa c'era in programma. La colpa degli urbanisti è stata quella di non comprendere i propri limiti, cioè dove bastava un ponte ne volevano costruire venticinque e dove serviva una scuola ne hanno progettate dieci, ma gli architetti sono stati abbandonati. Il problema è sociale. La soluzione sarebbe ideare un Piano per la Casa di ampie vedute. Case popolari funzionali ad esempio. Non si costruiscono più case popolari, siamo indietro di trent'anni.Il dibattito è stato acceso fino alle ore 23:30, poi, su suggerimento dei vigilantes abbiamo ringraziato tutti e chiuso i portoni dell'Università. Ringrazio personalmente tutti i ragazzi dell'Associazione Cineforum LUISS, Paola Carbone, Alfredo Cuzzupoli, ASL, Madama Louise, Giuseppe Clemente, Giovanni Saracino e la Web TV per averci supportato nell'organizzazione dell'evento. Il prossimo incontro si terrà a Viale Romania a dicembre. Per informazioni sul film da proiettare e su come partecipare vi invito a visitare il nostro sito www.cineforumluiss.blogspot.com o il gruppo facebook Cineforum LUISS 20092010. Vi aspetto numerosi..

Louise

MADAMA


di Giuseppe Castelli

LUISS MEDIA

INTERVISTA A SAVERIO OCCHIPINTI, COORDINATORE DELLA LUISS WEB TV….

LA WEB TV C’ E’

1-Presentati. Cosa fai, dentro e fuori la LUISS? E’ un po' complicato, ma se la vogliamo semplificare faccio il praticante avvocato e il responsabile della LuissTV. 2-termini di bilancio professionale e umano, cosa hai trovato a Radio Luiss e cosa vi hai lasciato? In radio veniva data grande importanza all'immagine, al centro di tutto c'era il brand, la visibilità, i tanti eventi piuttosto che i grandi ospiti. Io invece ho cercato di puntare sulla qualità dei contenuti e del suono delle dirette. Volevo che la Radio diventasse davvero la voce degli studenti, che fosse libera, totalmente, da ogni logica di

4-Cosa hai trovato e cosa pensi di lasciare in

stampo commerciale. Abbiamo diminuito il numero dei

LuissTV?

collaboratori e aumentato le ore di diretta, oltre ad aver

La LuissTV ha un potenziale incredibile: basta pensare al

trasformato il palinsesto "a macchia di leopardo" su

successo di piattaforme come Youtube per intuire le poten-

base giornaliera in un palinsesto radiofonico "orizzonta-

zialità e, dunque, i risultati che si possono raggiungere.

le" su base settimanale. Umanamente ho imparato moltis-

Addirittura si potrebbe dire che, forse, l'unico limite siamo

simo, nel bene e nel male. Della mia crescita professio-

noi: gli studenti non conoscono la realtà della LuissTV e di

nale preferisco non dire: vorrei che a parlare fossero gli

conseguenza ignorano le sue infinite possibilità. Vorrei

altri.

lasciare un grande gruppo entusiasta di far parte di una

3-Trovi delle similitudini fra LuissTV e Radio

realtà simile, consapevole dell'opportunità che la LuissTV

Luiss? Differenze? perchè? quali?

offre. Ma che, soprattutto, abbia voglia di sfruttare tale

La differenza sostanziale sta nel fatto che RadioLuiss ha

opportunità di crescere, creare ed esprimersi. Naturalmen-

quasi tre anni di vita in più rispetto alla LuissTV. E' stata

te, divertendosi.

gestita dagli studenti fin dall'inizio. In quell'occasione

5-Dì la verità, trovi veritiero il paragone che gira

siamo stati liberi di sbagliare più e più volte, di creare

su di te come il "Guido Rossi" dei media presenti

un gruppo, di scontrarci e di crescere. Ci ritrovammo in

in Luiss?

200 persone con tutti i problemi di gestione che ne con-

Sono lusingato del paragone ma credo che sia decisamen-

seguirono. La LuissTV ha avuto uno sviluppo diverso,

te troppo presto per questo genere di accostamenti. Però

anche per la differente natura del mezzo. Essendo stata

devo ammettere che, fra Ateniesi e Troiani, ho sempre tifa-

gestita da professionisti, e non da studenti, ci si è con-

to per i Troiani: mi stimolano le sfide e mi piace pensare

centrati più sulla formazione che sulla libera espressione.

che se qualcuno mi intervista sia per le mie capacità.

Louise

MADAMA

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L’ALTRA VOCE

di Marco Citone

UN NATALE DI AMICIZIA E SPERANZA Care amiche e cari amici, in questo tempo che ci prepara al Natale, in cui sembra non esserci altro verbo se non quello della crisi e della rassegnazione, è il momento per noi di fermarci un po’. Come viviamo questo periodo? In che momento delle nostre vite arriva il Natale? Ciascuno di noi porta con sé gioie e piccole sofferenze della quotidianità, mentre le nostre città sembrano colorarsi di ritmi frenetici e dipingersi a festa allo stesso tempo. E’ sicuramente un tempo di festa e di speranza anche per noi della Comunità di Sant’Egidio che ci prepariamo a vivere il Natale con i nostri amici poveri con cui trascorreremo il pranzo del 25 Dicembre in tantissimi luoghi del mondo. L’amicizia con chi vive per la strada ci insegna a vivere il dono della gratuità verso chi è in situazioni di difficoltà; tanti di noi potrebbero raccontare le storie dei nostri amici, storie di sofferenza certo ma soprattutto di amicizia e sorrisi, di cuori pieni di amore e testimonianze di vita straordinarie. Chi vive in povertà non puo’ permettersi il lusso della rassegnazione. Si amici, solo noi che viviamo nel mondo del benessere, possiamo permetterci di lamentarci e di essere continuamente insoddisfatti e alla ricerca di qualcosa che poi puntualmente ci sfugge. Non così è per i poveri, per i popoli dei paesi in guerra, per i bambini sfruttati e le popolazioni sofferenti di tutto il mondo. Là non c’è spazio per il lusso della rassegnazione, non c’è tempo per lamentarsi e giustificarsi. La Comunità di Sant’Egidio ci insegna ad avere uno sguardo sul mondo, ci insegna ad avere un sogno . Conosciamo le sofferenze dei paesi africani, ma sappiamo anche che DREAM, il programma per la cura dell’ AIDS, ci racconta di storie di resurrezione come quella di Ana Maria del Mozambico che, malata,sembrava non avere più speranza ed andare incontro alla morte ed invece oggi testimonia la sua storia e la racconta a tutto il mondo. Conosciamo i dolori di chi come William, nostro coetaneo di San Salvador è stato ucciso da una banda di ragazzi vio-

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lenti perchè si è opposto al male e alla violenza del suo paese attraverso l’amicizia con i bambini nella sua città, dove seguiva i più piccoli nella Scuola della Pace della Comunità di Sant’Egidio per farli crescere nello spirito di amicizia e solidarietà. Forse queste storie sono lontane da noi, ma certamente non è lontana da noi la storia di Antonio, nostro collega universitario, venuto tragicamente a mancare nelle scorse settimane e che abbiamo ricordato insieme ad alcuni suoi amici nella Basilica di Sant’Agnese fuori le mura. Questa storia ci parla di dolore e sofferenza ma anche di tanta solitudine in cui forse lo abbiamo tutti lasciato, ci parla della rassegnazione alla quale ognuno di noi cede e, testimonia la mancanza di una speranza. Forse non tutti noi andremo in Africa per aiutare nel programm a D R E A M o B R AV O ( p e r l a registrazione anagrafica dei bambini), forse a noi non è chiesto di dare la nostra vita per gli altri, però in questo tempo di Natale ci è chiesto di essere vicini a tutte queste storie in un modo nuovo, con speranza e fiducia, abbandonando le nostre rassegnazioni, pigrizie e giustificazioni. Allora forse il nostro modo di essere testimoni e di cambiare in questo tempo, è quello di provare a vivere alla grande, portare in università eventi come la mostra sull’Africa,con quadri realizzati da artisti disabili, raccogliere vestiti per il Natale, organizzare incontri come quello del 1° Dicembre presso la facoltà di Scienze Politiche, all’interno del corso di Tutela dei diritti umani del prof. Villani, dove Bill Pelke, nipote di Ruth Perke, uccisa nel 1985 da una giovane ragazza di nome Paula Cooper, testimonierà la sua storia di perdono e conversione alla causa abolizionista di cui oggi è sostenitore. Il nostro modo è quello di essere più amici dei poveri e più presenti nella preghiera che ogni Mercoledì sera ha luogo alle ore 20 nella Basilica di Sant’Agnese fuori le mura. Possiamo fare tanto in questo tempo di Natale, se abbiamo gli occhi rivolti al mondo e se iniziamo a cambiare noi stessi.

Louise

MADAMA


di Antonio Amadei

SOCIETAS

SOLO UN UOMO, SOLO

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irca due anni fa visitai il Malawi, il “il cuore caldo dell’Africa”, una delle sei nazioni più povere del mondo, un luogo in cui la giustizia è ancora un’ utopia e dove le superstizioni vincono sulla cultura. Un posto mai toccato dalla guerra che però accoglie tutti i fuggitivi dei paesi limitrofi che al contrario, sono stati dilaniati da combattimenti civili. Ricordo lo shock di tutti noi ragazzi il giorno in cui visitammo il Campo Rifugiati Luwani di Zalewa. Siamo stati i primi studenti al mondo a varcare le soglie di un centro di accoglienza dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, convinti che un luogo patrocinato dall’ONU offrisse condizioni di vita dignitose, migliori di quelle incontrate fino a quel giorno. Sbagliavamo. La portavoce delle Nazioni Unite che ci ha accompagnato, Laura Boldrini, ci spiega che il Malawi, pur nella sua povertà, ha adottato la politica delle “porte aperte”, accogliendo profughi ben oltre le sue possibilità. Ci dice poi che per convenzione internazionale nei campi profughi non si possono avere condizioni di vita migliori di quelle del paese ospitante, per non alimentare conflitti con la popolazione locale. Molti uomini, tante donne, troppi bambini, tutti privi di documenti, costretti a vivere come animali, esiliati in una parte del paese senza frutti e senza acqua, senza scuole, senza strade. Diverse etnie, diverse religioni, diverse lingue, un unico sogno: tornare nella propria terra senza il timore di essere uccisi. L’intervista che segue è stata tradotta dal francese e mi è stata rilasciata da un uomo Rwandese di etnia mista, per metà Hutu e per metà Tutsi. Questa persona riuscì a fuggire ai massacri tra civili del 1994 determinati da una distinzione etnica messa in atto dai coloni, che divisero per caratteristiche fisiche la popolazione, affermando che i Tutsi fossero “troppo belli per essere definiti negri” Raccontaci un po’ di te. «Mi chiamo Vincent Doport e ho 36 anni. Ero nel Rwanda nel 1994 durante i massacri, anche se la guerra tra Hutu e Tutsi è iniziata nel 1990 circa. Ero uno studente di lingue alla scuola superiore di Cyangugu. Nel 1994 ho lasciato il mio paese per andare in esilio in Tanzania dove ho trascorso due anni.» Per quale motivo hai lasciato il tuo paese? «Ho lasciato il mio paese perché c’erano forti disordini. Erano iniziati dei massacri di massa e avevo paura di essere ucciso. Ero SOLO. Ho rincontrato i miei genitori e i miei fratelli in seguito in Tanzania. Poi, nel 1996 siamo stati riportati con la forza in Rwanda, dove ho trascorso ancora 10 anni, per lasciarlo di nuovo nel 2006.» Perché l’hai lasciato di nuovo? C’erano altri scontri di etnia? «Ero perseguitato dalla polizia, ma non avevo alcuna colpa.

Louise

MADAMA

Anche mio padre ha passato 11 anni in prigione senza essere colpevole di niente. Ero SOLO. Cosi scappai. Non ho più visto la mia famiglia. Nessuno.» Con chi vivi qui nel campo? Cosa fai durante il giorno? «Io sono SOLO. Ho lasciato il mio paese da SOLO, sono vissuto SOLO. Ho incontrato mille difficoltà, non sapevo e non so dove andare, non ho un lavoro, non ho niente da fare. Ho provato a chiedere qui nel campo, ma nessuno mi ha ingaggiato. Siamo a venti chilometri dal primo centro abitato. Non ci è permesso uscire per motivi di sicurezza, non ci sono scuole. La gente non si fida di nessuno qui.» Hai avuto problemi di accettazione qui nel campo? «Quando sono arrivato qui le altre etnie non mi hanno accettato. Il problema è che una volta arrivati qui in Malawi, le frontiere non lasciano uscire nessun rifugiato. Fuori dal campo le persone ti aiutano solo se puoi dare qualcosa in cambio. Io non ho niente. Qui fa molto caldo, il cibo è pochissimo. Qualsiasi uomo fa fatica a sopravvivere. Se chiedo aiuto ai Tutsi loro non mi accettano. Stessa cosa se cerco sostegno da parte degli Hutu. L’essere un misto è quasi una maledizione che mi fa essere ancora più SOLO.» Vorresti tornare nel tuo paese, cercare la tua famiglia, i tuoi amici? «Vorrei farlo, vorrei tanto rivedere il mio Rwanda, il mio paese, la mia gente. Ma non so cosa succederebbe se uscissi di qua. Non ho nessuno che mi possa aiutare. Non so quanta strada riuscirei a fare. Per ora resto qui in attesa.» Prima di andare via, Vincent ci guarda, ci stringe la mano e con gli occhi ludici e stanchi continua: «Vi ringrazio infinitamente per esservi interessati a me. Vorrei solo sapere se ci sono dei mezzi per continuare i miei studi universitari. In questo momento non sono assistito, non ho documenti, non so dove andrò. Non posso prendere decisioni perché non ho il passaporto. Adesso io non sono niente, non posso niente, davvero, sono SOLO. Il mio coraggio sta svanendo.» dicembre 2009

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POLITICALLY UNCORRECT

di Marco Fattorini

MORALISTI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!

L

e questioni di principio sono quelle che più appassionano gli italiani. E la vicenda del crocifisso, bandito dalle aule scolastiche, ha generato un moto di critiche, dibattiti e polemiche a tutto campo. Spesso degenerati in aria fritta. La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha accolto la richiesta, mossa da una famiglia italo-finlandese, di vietare i crocifissi nelle aule scolastiche del Belpaese. Perché la loro presenza costituisce “una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”. Tralasciando le motivazioni prettamente giuridiche (su cui si è dibattuto abbastanza), è interessante provare ad analizzare il dibattito scaturito nell’opinione pubblica. Partendo da un social network “nazional popolare”. Su Facebook infatti sono letteralmente esplosi diversi gruppi che difendono strenuamente il crocifisso, raccogliendo l’adesione di decine di migliaia di utenti (mai visto così tanto afflato religioso in poche ore). I giornali hanno poi dedicato ampio spazio alla vicenda del crocifisso attraverso cronache ed editoriali e, dulcis in fundo, le televisioni hanno proposto programmi di approfondimento come talk show e simili. Eccezion fatta per alcuni autorevoli interventi, l’impressione finale è quella di una deludente polarizzazione del dibattito, portato alla sua spettacolare estremizzazione. In più occasioni siamo stati costretti a sorbirci granitiche prese di posizione da parte di difensori del crocifisso che, alzando la voce e lanciando ideali crociate, hanno rivendicato (con un briciolo di retorica) la presenza della Croce contro tutto e tutti. Poi dall’altra parte ci siamo “deliziati” con professionisti dell’anticlericalismo che hanno colto la palla al balzo per esultare e poter finalmente parlare di un altro passo nella direzione della laicità. Se ci soffermassimo sui talk show della domenica diventeremmo sicuramente degli ultras del dibattito, ma forse non potremmo cogliere il nocciolo della questione. Perché difendere o attaccare qualcosa per partito preso (nel nostro caso il crocifisso), costituisce una battaglia persa in partenza, inutilmente vuota di contenuti e ricca di confusione. Chiediamoci una cosa: perché il crocifisso è così importante per noi? Di certo non è rilevante per mero simbolismo o per un sentimentale attaccamento ad una vetusta tradizione. C’è chi descrive i cattolici in questo modo e sbaglia di grosso. Proprio don Luigi Giussani diceva che “si vive per amore di qualcosa che sta accadendo ora”, dun-

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que un avvenimento, come il cristianesimo, che riaccade ogni giorno e non è frutto di discorsi o semplici simboli. Il crocifisso è parte integrante della società civile perché testimonianza vivente dell’identità culturale, oltre che religiosa, del nostro paese. Non è certo un pezzo di legno a fare la differenza ma è quello stesso pezzo di legno che ci ricorda il sostrato dell’Europa cristiana dove sono nati diritti, libertà e difesa della persona umana . Una base culturale e religiosa fondamentale che tutte le persone di buon senso riconoscono. Non a caso, un laico come Piero Ostellino, editorialista del Corriere, ha ribadito che “la nostra cultura liberale è debitrice del cristianesimo. Pensiamo a quanto il messaggio del Vangelo ha influito sulle nostre libertà e sulla concezione che ci siamo fatti della libertà stessa, della centralità e della sacralità della persona”. D’altronde, quale grave danno può arrecare un crocifisso appeso ai muri sbiaditi di un’aula scolastica? Siamo realisti: non è certo una croce che influenza l’educazione degli studenti seduti ai banchi, visto che l’indottrinamento, se mai avviene, parte dall’insegnante. A maggior ragione un simbolo del genere è il miglior portatore di valori come fratellanza e accoglienza. Cristo, attraverso la sua passione e morte (sulla croce), ha donato la vita agli uomini (tutti). Una sofferenza che si traduce nel rispetto e nell’amore per l’altro: valori che vanno ben oltre la semplice tolleranza. Ecco allora che la laicità passa anche attraverso il crocifisso, e non è un paradosso. Perché accoglienza e fratellanza non sono in contraddizione con le basi culturali e religiose di un popolo che, seppur imperfetto e cialtrone, vuole ancora essere cattolico.

Louise

MADAMA


di Francesco Maria Sgura

ATTUALIZZANDO

EDILIZIA UNIVERSITARIA, L’NCHIESTA CONTINUA

P

rosegue l’indagine di Madama Louise sulla com- costruzione erano dimenticate e lasciate al loro destiplessa e delicata questione degli alloggi univer- no, inevitabilmente oscuro. Esempio lampante è sensitari in Italia e, nello specifico in questa parte za dubbio la residenza universitaria di via De Lollis, dell’inchiesta, nel Lazio. La nostra attenta e con- dove le condizioni dello stabile prima della ristruttutinua ricerca d’informazioni ci ha por tato a razione erano di degrado assoluto, abitate per giunconoscenza di ulteriori dettagli riguardanti la “que- ta da inquilini che da tempo avevano smesso la loro stione edilizia universitaria” che aiuteranno noi e i attività di studio universitario. nostri lettori ad avere un quadro più delineato della Tuttora, infatti, ricordava Ricciotti, ben due torri dello situazione attuale. stabile in via De Lollis non possono essere ristrutturaQuesto mese la nostra inchiesta ci ha spinto sino ai te perché occupate da abusivi che non intendono vertici del “Consorzio Pegaso”, ente strumentale del- abbandonare i loro “territori di conquista”. la regione Lazio costituitosi per associazione volonta- Purtroppo la passività innanzi a questi problemi di ria tra le cinque ex Adisu laziali al fine di realizzare chi è preposto a ordinare lo sgombero forzato porta residenze per studenti universitari attraverso finanzia- ad un inevitabile posticipo della ristrutturazione finamenti statali previsti dalla Legge 338/2000. le a scapito di studenti fuorisede meritevoli. Inoltre La strada da noi tracciata dunque aveva come tappa nuove informazioni, nuovi dati, nuovi numeri ci sono obbligatoria l’intervista a una figura di notevole rilie- stati forniti ed evidenziano come i fondi concessi per vo per l’edilizia universitaria regionale, vale a dire l ’ e d i l i z i a u n i v e r s i t a r i a i n I t a l i a s i a n o s f r u t t a t i i n l’Ingegner Mario Ricciotti, direttore generale del con- maniera parsimoniosa ed efficace da alcuni enti e al sorzio Pegaso. L’ing. Ricciotti, ben lieto di rispondere contrario gravemente sprecati da altri. Ed è per quealle nostre domande, ci ha accolto nella splendida sto che la nostra inchiesta non si ferma, andremo residenza universitaria di Valle Aurelia, “ultima crea- avanti, ascolteremo nuove testimonianze e sveleremo zione” di Pegaso che riassume tecnologia, comodità nuovi importanti documenti, riporteremo i fatti senza e funzionalità al ser vizio dello studente nel pieno mai perdere la necessaria obiettività che la questione rispetto dell’ambiente. La residenza visitata, infatti, inevitabilmente esige. destinata ad ospitare 200 ragazzi, è una struttura all’avanguardia e concepita per soddisfare le esigenze dello studente; con lo stesso criterio il consorzio ha realizzato negli ultimi quattro anni altre undici residenze per un totale di circa 2000 posti alloggio, per un costo totale di 130 milioni di euro. Durante la visita alla struttura il direttore generale di Pegaso spiegava come queste residenze rappresentino un vero fiore all’occhiello per le politiche sociali della Regione, ma senza una seria politica di gestione delle stesse il dispendio di finanziamenti pubblici per tali progetti risulterebbe vano. La storia, in effetti, avvalora la sua tesi; spesso in tempi passati residenze per studenti dopo la Due immagini della residenza universitaria in zona Valle Aurelia

Louise

MADAMA

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CULTURA

di Francesco Ciaralli

RIFLESSIONI SUL ‘68

"I

l Sessantotto è una chiesa, un tempio." Così Bernard-Henri Lévy, nouveau philosophe e intellettuale organico della sinistra francese, si è recentemente espresso sull'annus fatalis che ha segnato la seconda metà del Novecento. La posta in gioco effettivamente è alta: l'inclusione o meno del Sessantotto, dopo il quarantesimo anniversario e tutto il suo corollario di polemiche, nel pantheon politico-culturale del mondo occidentale. A parte i toni da religione laica utilizzati dal filosofo, il Sessantotto si pone indubbiamente come l'anno spartiacque, il momento di saturazione di tensioni stratificatesi durante gli anni del dopoguerra il cui esplodere ha determinato laceranti divisioni e fondamentali conquiste. Perché se gran parte delle riforme sui diritti sociali ed anche quelle residuali sui diritti civili sono state la conseguenza indiretta del '68, non sfugge che da allora e per decenni - soprattutto in Italia e Germania Federale - si diffuse una lunga teoria di violenze che proprio dalla reto-

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rica movimentista traevano origine. Vogliamo però occuparci di un Sessantotto diverso da quello di Jean-Paul Sartre e delle jacqueries parigine, cioè dell'utopia bruciata della primavera di Praga. Perché se in tutta l'Europa occidentale si manifestava contro i "regimi" borghesi, in Cecoslovacchia, Paese assegnato all'influenza sovietica dagli accordi di Yalta, si manifestava contro un regime cardine del socialismo reale. Ed in effetti dalla stessa sinistra sorsero le esigenze riformatrici che portarono Alexander Dub ek a lanciare il suo programma di diritti civili e del cosiddetto "socialismo dal volto umano", proprio in uno Stato la cui centralità nell'ambito del sistema difensivo del Patto di Varsavia determinò l'immediata reazione da parte dell'Urss e dei suoi satelliti ed il ripristino manu militari dell'ortodossia sovietica. Il tentativo di nuovo corso praghese, inserito in un'esperienza così diversa da quella dell'Europa occidentale, ci sembra possa rappresentare il giusto punto di vista per cogliere il nucleo sostanziale

dell'intero fenomeno '68, la richiesta cioè di una nuova forma di democrazia in grado di riguardare non esclusivamente la fonte della legittimazione ma di essere il metodo stesso di governo, non solo quindi - secondo le parole di Dubek - "la possibilità ed il diritto di esprimere la propria opinione, ma anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni." Ci sembra che proprio in questo, in una libertà positiva, che si realizza attraverso le formazioni sociali e si declina nella democrazia, possa essere ravvisato il contenuto migliore di una esperienza centrale e contestatissima (sic!) come il '68. L'equal liberty, libertà democratica per definizione perché libertà per tutti, è alla base delle grandi riforme che - dal diritto di famiglia a quello del lavoro hanno contribuito a disegnare una immagine di persona coerente con le esigenze del XXI ed in questo il Sessantotto ha una non piccola parte.

Louise

MADAMA


di Andrea D’Ettorre

PENTAGRAMMA

GREEN DAY LIVE 2009

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ediolanum Forum di Assago, Milano, 10.11.2009. I tre, ormai cresciuti, ragazzi di Berkeley non si fanno aspettare. Hanno voglia di stupire e cominciano il concerto (il primo dei tre fissati in Italia) in anticipo alle 20.45. Scenografie da urlo, grattacieli sullo sfondo, luci psichedeliche, fuoco e fiamme. Dopo la breve grammofonata introduzione Song of the Century, Billie Joe (chitarra e voce e frontman del gruppo), ritinti i capelli, apre le danze con 3 pezzi tratti dal nuovo album. Scorrono in rapida successione 21st Century Breakdown, Know Your Enemy e East Jesus Nowhere: tre brani rappresentativi dei problemi narrati nell’album che segue le vicende di una giovane coppia, Christian e Gloria, attraverso il caos e le promesse del nuovo secolo. Non tutti le conoscono a memoria, ma l’adrenalina sale e iniziano I primi accenni di pogo nel parterre. Billie e Mike (basso e cori) non si fermano un attimo: non puoi perderli di vista un momento che sono dall’altra par te del palco ad urlare «Milanooo» e «Eeeeehooooo», e cosi, tra esplosioni e vampate di fuoco che scattano precise ad ogni atterraggio di Billie sul palco dopo un salto, passano all’energica Holiday e la sorprendente The Static Age. La band è impeccabile nell’esecuzione, sembra di ascoltare il CD. Arrivano le melodiche e melanconiche Give Me Novocaine e Are We The Waiting e la velocissima St. Jimmy. Inenarrabile l’acustica Boulevard Of Broken Dreams(scusate l’emozione)anche per Billie Joe stesso, che, sovrastato dalla voce del pubblico, si inchina e ringrazia per tanto calore ed affetto affermando: «I don’t feel alone; la musica bella è la lingua di dio». Finisce la parte più prettamente punk-pop dei nuovi Green Day. Billie chiede quanti vecchi fan ci sono allo show mostrando la sua vecchia stratocaster azzurrina ripiena di adesivi e parte con una chicca: 2000 Light Years Away, brano tratto niente di meno che da Kerplunk, album del 1991. La canzone fa da spartiacque. Da qui comincia lo show: cannone spara T-shirts, srotola carta igienica e superliquidators; fortunati spettatori si ritrovano sul palco a correre e abbracciare i loro idoli cimentandosi in improbabili stage diving incitati a dovere da un super Billie; il tutto ovviamente

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condito dai pezzi storici all’insegna del punk ribelle tipico degli anni Novanta. Le memorabili Hitchin’ A Ride e Welcome to Paradise (un inno al punk-rock lasciato dalla band californiana alla storia della musica) lasciano spazio ad una delle cover della serata: Sweet Home Alabama per qualche secondo diventa Sweet Home Milano; seguono un’ imponente Brain Stew e Jaded (quest’ultima molto rara da ascoltare live) e partono le note di Longview durante le quali quel matto di B.J. mette il microfono in mano a tre ragazzi pescati dal pubblico oramai in delirio. L’energia sale a mille e si scatena il pogo con la frenetica Basket Case (brano eccezionale che ha reso famosa in tutto il mondo la band nel 1994); finisce She e ricomincia il teatro nel vero senso della parola. Tutti in maschera per King for a day ben mixata ad un’altra serie di cover: Shout, Stand By Me, (I Can't Get No) Satisfaction ed Hey Jude. E’ il momento della gettonatissima 21 Guns :mani al cielo ed un trasporto indescrivibile. Un fantastico mix di luci gialle e verdi fanno da contorno all’euforica Minority (brano in cui più si esalta il batterista Trè Cool, e sulle cui note Billie afferma:«That’s why you’re better than americans!»). Billie presenta la band e fa intonare un Happy Birthday a Jason White, seconda chitarra che compirà gli anni allo scoccare della mezzanotte. Fine della prima parte: le luci si spengono e i Green Day escono tra gli applausi. Il forum grida a squarciagola:«Green Day!» «Green Day!» Ritornano sul palco e lo show continua. American Idiot (epica canzone, simbolo dell’omonima punk-opera prodotta dalla band nel 2004) e gli oltre 9 minuti di Jesus of Suburbia, magistralmente eseguiti, fanno da preludio all’atto finale: Billie, solo al centro del palco, in un cono di luce, canta Last Night On Earth, Wake Me Up When September Ends e termina due ore e mezza di grande spettacolo con la fantastica,unica e commovente Good Riddance (Time of Your Life). E’ un compito troppo arduo riuscire a traslocare in parole le emozioni musicali provate durante il concerto. Non mi resta che salutarvi con quelle stesse parole con cui Billie ci ha salutati quella sera: «It’s something unpredictable, but in the end is right; I hope you have the time of your life». dicembre 2009

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APPUNTI DI VIAGGIO

di Romano Pescione

AMSTERDAM: HOSPITALITY SHOP

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i si può innamorare di una città? Da quando ho lasciato Amsterdam, ho quel magone sullo stomaco. Tipico di una delle fasi dell’innamoramento. E’ davvero difficile non farsi ammaliare da questa città tanto bella da meritarsi il soprannome di “Venezia del Nord”. Chi ci è stato magari non può trovarsi Del tutto d’accordo con tale nomignolo, Venezia è unica al mondo, ma la mia Amsterdam ha tutte le carte in regola per essere considerata tra le città più belle del mondo. Colpisce in primo luogo l’atmosfera di serenità che coinvolge tutta la città e tutti i suoi abitanti (girano tutti in bicicletta), i più gentili che abbia mai incontrato all’estero, sempre pronti a darti indicazioni precise, contenti di mandare i turisti in giro per la loro deliziosa città. Amsterdam nei suoi ottocento anni di storia ha

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alternato momenti di splendore a momenti più bui, oggi famosa per i suoi musei (uno su tutti il Van Gogh museum), per i suoi numerosi coffee shops, autorizzati alla vendita della marijuana e dei suoi derivati, e per il suo quartiere a luci rosse, De Wallen. Caratteristiche le tantissime costruzioni risalenti all’età dell’oro, il momento di maggior ricchezza della città compreso tra il XVI e il XVII secolo, considerate tutt’oggi monumenti storici, collocati intorno ad una serie di canali semicircolari. La perla della città è sicuramente il museo di Van Gogh in cui vi è la maggior collezione esistente al mondo d’opere del celebre pittore olandese: più di duecento dipinti, tra i quali diversi famosissimi capolavori. Il museo gestisce anche una grande raccolta di opere di altri pittori e scultori del XIX secolo. Amsterdam, città affascinante, allo stesso

tempo estrema e serena, è meta consigliabile per chi ama viaggiare, prendere contatto con altri stili di vita, costumi, culture, che ho tanto invidiato perché solo lontanamente immaginabili in Italia. Farsi una “canna” a Roma dopo un caffè resterà per sempre qualcosa di illegale e quindi qualcosa che dovremo per forza lasciare ad Amsterdam , ma l’atteggiamento dei suoi abitanti nei confronti della loro città non ha bisogno di nessuna legge…forse un giorno saremo tutti un po’ più olandesi.

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SPORT

di Giuseppe Castelli

BIVONA IN GOAL! Per chi è ha frequentato o ha semplicemente avuto a che fare con il mondo studentesco Luiss negli ultimi cinque anni, è impossibile non avere presente la figura di Saverio Bivona, personaggio “sui generis” che, piaccia o non piaccia (difficile quest’ultima opzione) si è reso protagonista indiscusso della scena universitaria luissina. Un’ esperienza la sua, che ha spaziato dal mondo dell’ associazionismo alle elezioni (vinte e non vinte, ma mai perse)per le rappresentanze studentesche, sia direttamente che indirettamente ed ancora, dall’ esperienza di rappresentante al comitato per lo sport all’ organizzazione di convegni e soprattutto seminari (importantissimo è stato ad esempio il suo contributo per il coordinamento del "Corso di orientamento specialistico sull'ordinamento giuridico del giuoco calcio"). Saverio, per te che letteralmente vivevi l’università come è stato il distacco, se distacco c’ è stato, dal mondo LUISS? Caro Giuseppe, certo non “vivo” più la Luiss giorno per giorno, però quando mi trovo a Roma un salto lo faccio ben volentieri. Lo sai!!! Non ti nascondo che considero tutt’oggi la Luiss come una seconda casa, anche perché ho iniziato a compiere i miei primi piccoli passi proprio nei corridoi di via Parenzo. Sei da poco diventato procuratore sportivo: ci spieghi in che cosa consiste realmente? Sì, semplice!!! Mi occupo di offrire ai calciatori ed alle società sportive un pacchetto che permetta loro di usufruire di una vasta gamma di servizi, quali quello legale, fiscale ed assicurativo. Il mio lavoro consiste nella stipula o nel rinnovo del contratto di prestazione sportiva del calciatore oppure nella stipula di accordi di trasferimento con società di calcio. In questo “mondo di squali” (chiamato così dagli stessi protagonisti), l’ostacolo sta sempre dietro l’angolo. Bisogna prestare massima attenzione e muoversi con asso-

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luta cautela prendendo le dovute precauzioni. Quanto è stato importante per il tuo odierno percorso professionale, la tua precedente esperienza in Luiss di rappresentante allo sport? Sicuramente ha giocato un ruolo fondamentale, decisivo per il mio futuro. Rivolgiti ora liberamente ai lettori di Madama Louise. Carissimi lettori, vorrei darvi un piccolo suggerimento con la speranza che ne facciate tesoro durante la vostra esperienza universitaria. Vi trovate in un’università che vi sta dando tanto e che in futuro ancor di più vi darà, in termini di professionalità, stile ed eleganza. Cercate di valutare accuratamente e scrupolosamente le opportunità di lavoro che un domani vi si presenteranno. Prendo come riferimento il mio caso. Prima di laurearmi, precisamente nel mese di Gennaio 2009, sono stato contattato dalla società Monza Calcio, il

quale mi offrì un’opportunità di lavoro. Dovevo decidere se partire per Monza o rimanere a Roma. Chissà quanti di voi (per chi mi conosce) ricorderanno le mie frasi su facebook. Non sapevo cosa fare, non sapevo come muovermi, ma di una cosa ero sicuro: evitare di sbagliare nella scelta, consapevole del fatto che essa avrebbe condizionato il mio futuro. Non ci crederete: chiunque avrebbe scelto Monza ma io decisi di rimanere a Roma e prepararmi per l’esame da Agente di calciatori FIGC - FIFA o, come si suole dire, Procuratore Sportivo. Concludo augurandovi di poter riuscire a realizzare i vostri sogni e di crederci fino in fondo perché io questo ho fatto: non ho mai smesso di credere nei sogni ed il tempo mi ha dato ragione. Siate pazienti ed ogni vostro sforzo sarà premiato. In bocca al lupo!!! Il sottoscritto e l’intera redazione di Madama Louise vi invitano inoltre a visitare il sito www.saveriobivona.com

Questioni di….Sport! di Lorenzo Castellani Claudio Basile, catanese, 22 anni è il Rappresentate allo Sport della Luiss Guido Carli. Salvata la squadra di rugby grazie ad una migliore intermediazione con gli uffici Luiss e ad un serio reclutamento effettuato durante la giornata della matricola, complice anche il contributo del lungimirante Alessandro Borgia team manager della squadra, l’intraprendente Basile è riuscito nel rilancio dell’immagine di una squadra sempre più proiettata verso un roseo futuro grazie anche alla straordinaria popolarità acquisita dal movimento rugbista italiano. Numerosi sono gli altri progetti in cantiere come i tornei di ping pong e di biliardino in primavera e l’ambizioso proposito di organizzare una maratona di quartiere. Purtroppo i Rappresentanti alla Sport non sono ancora riusciti ad organizzare un torneo di calcio a cinque. Ma anche questo ha un suo perché. Per offrire un prodotto diverso e meglio funzionante è normale intercorrere in alcune difficoltà nonostante il grande impegno in sinergia con gli uffici Luiss. Auguriamo pertanto buon lavoro e auguri di pronta guarigione per la frattura del malleolo al nostro Rappresentante allo Sport Claudio Basile. dicembre 2009

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LE PAGELLE Dopo il successo della prima uscita de “LE PAGELLE” torna a gran richiesta la rubrica più temuta dagli “esaminati”! nel primo numero abbiamo dato i voti ai rappresentanti degli studenti, in questo analizziamo la condotta dei dirigenti Luiss. Cercheremo di essere più indulgenti possibile, per rispetto nei confronti degli interessati, per la sopravvivenza di questo giornale e per non rendere amara la nostra permanenza all’interno di questa Università! Il voto minimo non potrà essere inferiore a 8, in virtù di quanto appena detto e per il prestigio e la fama che precede il nome del nostro Ateneo! Se la Luiss è la Luiss lo si deve a noi (studenti), ma soprattutto a chi la governa e l’amministra… P.L. Celli (direttore generale): voto 10 “The boss”, “the king”, “the special one”! Uno che nomini a voce bassa anche se gli stai facendo un complimento. Uno tra i 10 uomini più “influenti” d’Italia, il deus ex machina della Luiss Guido Carli. Un tipo da Forbes, da Porta a Porta senza contraddittorio, da Chiambretti night! Se lo incontri all’Università e con un leggero accento romagnolo ti chiede “Ragazzo come va? Stai studiando?” rispondi uno striminzito “Sì”, fissando gli occhi a terra, corri a casa e riguardi tutti i programmi degli esami che hai sostenuto, più quelli che devi ancora sostenere e se hai avuto particolarmente paura ripassi anche geografia astronomica ed educazione tecnica! Se hai la fortuna di conoscerlo capisci che potevi anche non temerlo, se leggi uno dei suoi libri ne carpisci la sensibilità romantica (anche se il titolo è “comandare è fottere”!!!), se hai un problema è risolto! Se tuo padre ti ha iscritto alla Luiss è solo per lui. Carla Massotti (assistente del direttore generale): voto 9 Se dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, non può essere che

lei: la potentissima dott.ssa Massotti. La Gianni Letta della Luiss è un archivio dinamico vivente della storia della dirigenza italiana degli ultimi vent’anni. Se non le hai parlato almeno una volta nella vita (anche solo per telefono) non sei nessuno! Filtra la vita professionale di Celli (come lo chiama lei) con un’esattezza scientifica. Una donna dalle risorse infinite e dal carattere a volte spigoloso ma in fondo gioviale. Lo Storto Gianni (vice-direttore generale): voto 9 La prima volta che l’incontrai capii subito che il cognome non era casuale! Ligio al dovere come solo un militare sa essere, educato e composto come un gentiluomo, determinato e caparbio come un condottiero, Gianni Lo Storto non è solo “il” vice-direttore, Gianni Lo Storto è un’idea. Un’idea vincente. Mai banale, di una lungimiranza che il famoso slogan “Qui è già domani” arrossisce e si vergogna di andare in giro su autobus e siti internet. Se lo fai arrabbiare non cambiare solo Università, ma, se ti riesce, cambia emisfero! Roberto Pessi (preside della facoltà di giurisprudenza): voto 8,5 Le presentazioni lasciano il tempo che trovano: uno dei maggiori giuslavoristi italiani, docente universitario di lungo corso, già presidente della gloriosa polisportiva S.S.Lazio, ora Preside della facoltà di Giurisprudenza della Luiss. Al suo nome viene sempre associata la parola “modello”. Ha plasmato la facoltà che dirige a sua immagine e somiglianza: funzionale ed accessibile. Il preside Pessi è così: una macchina da guerra e un uomo amabilissimo! Vicino allo studente come quasi fosse un collega o uno di famiglia. Non tollera i romanisti e “quelli” di viale Romania! Giorgio Di Giorgio (preside della facoltà di economia): voto 8 Un supereroe, anche conosciuto con gli

di Guido Rivolta pseudonimi “G&dG”, “Il razionalizzatore” e “L’internazionalizzatore”!!! Razionalizza togliendo qualche appello, ma disponendo i rimanenti in maniera tale da non far sentire la mancanza di quelli esclusi! Abolisce la discussione della tesi triennale per la felicità di studenti e docenti di commissione sempre più annoiati. Internazionalizza la sua facoltà introducendo il filo-americano “Graduation’s day” e inserendo percorsi di studio e di approfondimento dai contenuti, dalla lingua e dal sapore d’oltremanica. Rende più snella e dinamica l’organizzazione della facoltà di Economia che, a nostro modesto parere, resta il fiore all’occhiello della Luiss Guido Carli (economista). Sebastiano Maffettone (preside della facoltà di scienze politiche): voto 8 Il Preside più “Alla mano” ed amato dagli studenti. Attento come pochi alle dinamiche interne della sua Scienze Politiche, vicino a tutto ciò che potenzialmente sia in grado di generare un barlume d’idea! Partenopeo di nascita e di cuore, riesce a regalare agli studenti le lezioni di un suo conterraneo d’eccezione: il “Prof.”Roberto Saviano. Quando i due fanno lezione la Luiss è vuota e l’aula Chiesa gremita. Massimo Egidi (rettore): voto 9 Non puoi non conoscerlo, perché oltre ad essere il “Magnifico” è anche quell’uomo elegante che non incontri molto spesso, ma ti basta vedere una volta e non lo dimentichi più! Polo d’ordinanza sotto la giacca e occhiali sul petto, testa bassa e pedalare. Anche quando cammina non spreca tempo, pensa alle cose già fatte e a quelle da fare. Non ama presenziare. Preferisce il suo studio, uno di quei luoghi in cui il tempo s’inchina dinanzi alla storia dell’uomo e delle sue declinazioni. Una chiacchierata con lui, sempre e comunque formale, può colorarti la vita.


Madame Louise dicembre 2009