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Il giornale è attività degli studenti Luiss, periodico gratuito, finanziato dalla Luiss Guido Carli; a distribuzione interna - Numero XXXVIII, Anno VIII

A TE LA SCELTA


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Sommario - Ottobre 2009

SOMMARIO

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EDITORIALE

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COSMOLUISS

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SPEAKER’S CORNER

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FUORI DAL MONDO

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INTERNATIONAL

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LERETICO

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OTTAVA NOTA

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COGITANDA

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TEATRO

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ARTIFICIO

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LIFESTYLE

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CALCIO D’ANGOLO

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Fondato nel 2002 Fondatori: Fabrizio Sammarco, Luigi Mazza, Leo Cisotta Direttore: Mariastella Ruvolo Pierdamiano Tomagra Responsabile Organizzativo: Alex Giordano Responsabili di Rubrica: CosmoLUISS Scienze Politiche: Zaira Luisi Economia: Elena Pons, Francesco Sbocchi Giurisprudenza: Roberto Puleo Speaker’s Corner: Giuseppe Carteny, Bianca Laterza Fuori dal Mondo: Nicola Del Medico, Flavia Romiti International: Robert Mair, Alessandra Micelli Artificio: Mariafrancesca Tarantino, Tiziana Ventrella Ottava Nota: Chiara Iovino, Federica Ricca Cogitanda: Dario De Liberis, Elisabetta Rapisarda Teatro: Chiara Cancellario, Chiara Gasparrini Lifestyle: Martina Monaldi Leretico: Timoteo Carpita Calcio d’Angolo: Luigi Calisi, Emanuela Perinetti Delegato Fondi: Cristiano Sammarco Stampa: SGE - Servizi Grafici Editoriali Grafica: Enrico A. Dicorato numero chiuso in redazione 12 Settembre 2009 Costi Carta: 250 euro Realizzazione grafica: 350 euro Lastre e allestimento: 450 euro Macchinari e battute: 450 euro Spedizione: 100 euro


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A voi la scelta! sto punto di vista potrete incontrare durante quest’anno accademico, con un occhio sempre attento verso il miglioramento di quel lato internazione della Luiss che ha bisogno di essere costantemente perfezionato. L’esigenza di tenere il passo alla globalizzazione culturale che ci travolge di questi tempi, e l’ausilio indispensabile delle critiche e delle valutazioni fatte da studenti e docenti in questi anni, hanno permesso, un miglioramento dei servizi, formativi e non, offerti dal nostro ateneo. Noi di 360°, saremo sempre qui a dar voce a chiunque voglia esprimere la propria opinione senza colori e bandiere di alcun tipo e ci sentiamo onorati, come avvenuto spesso in passato, di poter ospitare tra le nostre pagine dibattiti, talvolta accesi, ma sicuramente utili (caso Co.Di.Su su tutti), a risolvere piccoli grandi problemi che possono sorgere all’interno dell’universo Luiss. Anno importante e fondamentale sarà questo inoltre per le nuove rappresentanze studentesche, elette in un clima da politiche nazionali nel maggio scorso. Nelle pagine che seguono abbiamo intervistato per voi i neo eletti, per capire programmi e linee guida che intendano seguire in questi due anni di lavoro fondamentale che dovranno svolgere, fungendo da cerniera tra studenti e “palazzina”. Un compito fondamentale, che se svolto bene, come in tanti casi nel passato, può diventare di indiscutibile importanza. A loro va il nostro più sincero in bocca al lupo. Dulcis in fundo, se mi permettete, anche per noi del 360°, sarà un anno importante. Sono cambiate parecchie persone all’interno della redazione, nuovi direttori, nuovi caporedattori, un nuovo gruppo. Come dicevo prima ci troviamo con gli stessi occhi di chi si sente in fondo una matricola. A guidarci solo la voglia di continuare un meraviglioso progetto che va avanti ormai da sette anni e che col passare del tempo è cresciuto, è migliorato, si è allargato senza mai perdere negli anni quella voglia di raccontare in maniera obiettiva l’università che è appartenuta a tutti coloro che vi hanno partecipato. Colgo a tal proposito l’occasione per fare un grosso in bocca al lupo a chi quest’anno scriverà sul 360° (spero sarete numerosi), e ringraziare soprattutto chi ci ha preceduto, Daniele Dalessandro e Matteo Tebaldini in primis e poi tutti gli altri ragazzi che con il loro lavoro hanno permesso a questo splendido progetto di divenire col passare degli anni un punto fermo del mondo Luiss. “Ti sto solo offrendo la verità, ricordalo, niente di più”. Neo alla fine scelse la pillola rossa. What about you?

Mariastella Ruvolo Pierdamiano Tomagra

Editoriale - Ottobre 2009

Trovarsi davanti al foglio bianco su cui verrà scritto il primo editoriale dell’anno, credo sia come sostare impauriti dinanzi al cancello dell’università, nel primo e interminabile giorno da matricole. Che sia stata via Pola ad accogliervi, viale Romania, via Parenzo, poco importa. Chiunque di noi ricorda quel momento come fosse ieri. Altri lo hanno vissuto pochi minuti fa e ne sono ancora turbati leggendo queste righe. C’è un momento in cui sei lì davanti e pensi: “ma io ce la farò?”, maledicendo quella scena che vi torna in mente: Neo indeciso tra la pillola blu e la pillola rossa nel primo Matrix. Saranno il via vai di ragazzi ridenti, l’aria gioiosa da festa di paese e la prospettiva di numerosi e inutili gadget a convincervi che passare quella soglia non sarà poi così terribile. E appena immersi in quel mondo così distante dalle auto di lusso parcheggiate in seconda fila ai parioli, o dai palazzoni silenziosi che circondano Giurisprudenza, vi accorgerete che siete ufficialmente alla Luiss e tutto sembrerà un po’ diverso. Tranquilli, niente a che vedere con Matrix (anche se di agenti se ne vedono parecchi), solo un’università che amarete e odierete, che non vorrete lasciare mai o alla quale a prima occasione preferirete mostrar le spalle. “Qui è già domani”, si leggeva in giro per Roma lo scorso anno. Grande slogan, nostra speranza. Nelle interviste, negli articoli e tra le righe di questo primo numero spero cogliate voi tutti l’essenza del nostro ateneo. In ogni pagina abbiamo cercato di presentare alla nostra maniera il mondo Luiss com’è stato, com’è, e come presumibilmente sarà, arricchendolo di sfaccettature, speriamo più che mai obiettive, che voi in primis proverete sulla vostra pelle. Novità quindi, pregi, difetti, servizi e disservizi, tutto verrà passato alla lente d’ingrandimento cercando sempre, com’è nel nostro stile, di lodare e criticare obiettivamente senza condizionamento alcuno tutto ciò che incontreremo nel nostro cammino. Questo giornale è solo una delle possibilità extradidattiche che l’ateneo vi offre per crescere personalmente e per arricchire quel famoso bagaglio che ormai ognuno di noi si trascina dietro da anni. Il consiglio comune, come potrete constatare se avrete la curiosità giusta per emergere, sarà quello di lasciarsi coinvolgere il più possibile da quello che l’università vi offre al di là di esami e lezioni che seppur importanti non bastano a formare una persona che deve immettersi nel mondo del lavoro. Può apparire retorica ai vostri occhi, (fu così per chi vi scrive) è invece il consiglio più prezioso che speriamo vogliate seguire per crescere insieme. Non solo Luiss però. Come sempre potrete trovare tante rubriche, dall’attualità alla moda, dallo sport al teatro, che proveranno ambiziosamente a farvi guardare il mondo reale con gli occhi di uno studente. Già, lo studente. Ormai conoscete ovviamente nel dettaglio l’offerta formativa del nostro ateneo. Tre facoltà, e diversi indirizzi che hanno soddisfatto o soddisferanno in futuro la vostra voglia di imparare. Nelle prossime pagine, i presidi e dirigenti Luiss ci descriveranno le novità che da que-

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Cosmoluiss - Ottobre 2009

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Intervista al Rettore della Luiss

M ASSIMO E GIDI Incontro il rettore Massimo Egidi nel suo ufficio. Voce tranquilla, stile informale e risposte argute, per quella che più che un’intervista potrebbe sembrare una piacevole conversazione. Il cda l’ha confermata alla carica di rettore anche per il triennio 2009-2012. Un’ulteriore conferma se ce ne fosse bisogno del buon lavoro svolto. Cosa crede sia migliorato in questi tre anni e quali obiettivi intendete raggiungere per il prossimo triennio? Abbiamo migliorato parecchie cose: una maggiore identità per quanto riguarda gli orientamenti professionali e di ricerca, in modo tale da permettere a un giovane laureato Luiss di sapere qual è l’area del mondo del lavoro in cui può trovare una possibilità reale di impiego. Ed è questa a mio avviso la strada più importante per avere successo; la nostra è un’università medio piccola dobbiamo quindi creare aree professionalmente molto qualificate. C’è stato inoltre un forte miglioramento dell’aspetto didattico, con una particolare cura e un’attenzione maggiore nel seguire gli studenti nei loro problemi. Per il futuro cercheremo di dare un’identità forte alla ricerca, soprattutto nei settori dell’economia e delle scienze politiche che hanno costante bisogno di innovazione. A differenza di Giurisprudenza che ha un carattere professionale più diretto in cui la ricerca è meno immediatamente rilevante per poter avere successo nella carriera. Qualche novità sotto questo aspetto che può anticiparci? Abbiamo creato e stiamo facendo partire in questi mesi per Scienze Politiche la School of Government. Progetto fortemente qualificante anche dal punto di vista della ricerca che dovrebbe farci competere adeguatamente a livello europeo. Ha già spiegato in parte il perché e il cosa può fare la Luiss per competere a livello internazionale; tante volte infatti nelle classifiche delle migliori università del mondo non compare nessun ateneo italiano. Quali sono secondo lei le ragioni? Le ragioni sono tante. In primis credo sia colpa dell’università che hanno perso parecchio terreno non riuscendo a competere a livello internazionale. I professori o singoli dipartimenti buoni sono rimasti, ma lei può trovare tanti atenei in cui accanto ad aeree di grandissimo prestigio ci sono aree di bassissima qualità, sintomo del fatto che non ha funzionato il governo interno delle università. Dovremmo essere quindi più omogenei nella qualità e selezionare i migliori professori. Il bilanciamento tra docenti validi e meno capaci con gli anni è andato purtroppo verso il basso. All’inizio della scorsa estate la sede di viale romania fu posta sotto sequestro per violazione urbanistica su disposizione della procura di Roma. Il dottor Celli ha subito dichiarato che la Luiss è estranea ai fatti contestati; nonostante ciò ognuno di noi ha potuto leggere sui giornali di questi famosi sei mesi in cui si dovrebbe “ripristinare lo stato dell’edificio secondo le norme vigenti, pena la sospensione dell’utilizzo dello stesso”, ed è nata quindi una sorta di “Pola-fobia” tra tutti noi. Si sente di tranquillizzarci sotto questo aspetto? Bisogna essere onesti. Per adesso abbiamo solo avuto un margine di tempo maggiore e questa è una delle certezze. In poche settimane, forse un mese capiremo di più la sorte vera con azioni del tribunale del riesame che potrebbero darci una situazione di tranquillità piena.

Lei è fiducioso? Si, abbastanza. Il tipo di addebiti fatti al costruttore non credo sia di una gravità tale da non poter correre ai ripari. Senza entrare nel merito degli avvenimenti che hanno portato alla nascita delle proteste studentesche dei mesi scorsi contro i provvedimenti del governo in materia d’istruzione, crede che l’investimento sull’università in un momento di crisi come questo sia importante e prioritario? O sarebbe meglio evitare innanzitutto ulteriori sprechi per non disperdere denaro utile da investire su altri settori, più adatti a trascinare l’economia fuori dalla crisi? In realtà le due cose non dovrebbero andare così separate. Se fossimo in questo momento capaci di selezionare quelle università che hanno alta qualità tecnologica e di ricerca e quei settori avanzati che hanno dimostrato di rendere in passato, potremmo investire su di essi. Quindi niente investimenti a pioggia, e le due cose possono andare insieme solo con una selezione ristretta. Gli organi di valutazione ci sono, alcuni hanno anche svolto un ottimo lavoro; la chiave starebbe nel seguire concretamente le indicazioni che essi pongono. Un pregio e un difetto che ricorda aver attribuito alla Luiss nel suo primo giorno qui da docente nel 2005. All’inizio ho pensato avesse un carattere un pochettino troppo esclusivo e elitario, ma solo all’inizio (ride ndr). Ovviamente a questo ho trovato un pregio collegato: una qualità nettamente superiore che non si trova in tante università. E col passare del tempo mi sono accorto che non è una questione di elite nel senso di censo, e mi sono quindi ricreduto trovandomi al cospetto di una reale selezione di persone capaci che hanno la voglia di far bene. Come fu il suo primo giorno da matricola all’università di Torino? Ero alla facoltà di fisica, ai tempi molto rinomata, con docenti prestigiosi e lo stile era molto antico. Quasi un ambiente ottocentesco e più che paura sentivo un senso di libertà perché non c’era l’obbligo come nella scuola superiore di seguire sempre. E infatti ricordo di aver seguito molte cose con estrema attenzione e altre un po’ meno. Però quando le cose mi piacevano mi ci dedicavo completamente. Un consiglio ai nuovi arrivati?! Impegnarsi sempre. Non perdete troppo tempo; divertitevi perché a quest’età è normale e necessario, ma nel lavoro dateci dentro! Ipse dixit!

Pierdamiano Tomagra


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SBAGLIANDO

impiegato dieci anni a tornare a Itaca, ma è stato l’unico a tornare ed è stato l’unico perché aveva chiaro il punto di arrivo ma allo stesso tempo era consapevole che non poteva forzare il destino. E’ un tipo di intelligenza propria paradossalmente dei cinesi che non ragionano in termini di causa-effetto ma di potenzialità della situazione. Ogni situazione ha una sua potenzialità di evoluzione che va assecondata per cogliere l’opportunità che in quel momento ne può derivare.

Domanda quasi scontata, abbiamo sentito in sessione estiva del sequestro dei locali in Viale Romania. Sappiamo che non è responsabilità della Luiss ma per gli studenti quali saranno in concreto le conseguenze? Assolutamente nessuna, non avrete quindi scuse per non seguire le lezioni. La didattica è garantita come il resto delle attività. “Maneggiare il mondo” questo il titolo di uno dei suoi ultimi testi. Ci tengo a precisare- puntualizza il Dottor Celli –che non è esattamente un mio lavoro è stato realizzato soprattutto grazie ai ragazzi. E’ proprio questa la particolarità del libro ed è interessante che lei abbia chiesto a ragazzi di vent’anni come maneggiare il mondo. Perché? Mi incontravo periodicamente con un gruppo di studenti. Ho detto loro di chiamare chi volevano, la selezione è stata fatta dai ragazzi, e ho posto loro delle domande. In particolare queste erano concepite con lo scopo di capire che cosa si pensa alla vostra età di alcuni temi generali e che vi coinvolgono, nella speranza di comprendere quali sono le vostre esigenze. Solo così possiamo renderci conto se l’università, così come è impostata, e quello che noi facciamo, risponde o meno alle vostre aspettative o se è possibile sperimentare nuove soluzioni ai problemi che si hanno. Lei ha sempre portato avanti la politica della “porta aperta”, è sempre stato vicino ai giovani. Si dice che si nasce incendiari e si muore pompieri ma crede che i giovani di oggi siano più incendiari o più pompieri rispetto ai giovani di altre generazioni? Il problema è capire come voi vedete il mondo. E’ vero che il mondo di oggi è molto più complesso di quello che hanno conosciuto le generazioni precedenti ed è chiaro che ci sia una buona possibilità di smarrimento. Io ho una visione del mondo determinata da esperienze fatte, voi vedete il mondo da un’altra prospettiva, potremmo definirla dal basso, e non è facile capire quelle che sono le vostre aspettative. Il libro è una modalità di indagine, vuole essere un tentativo per capire la vostra prospettiva, forse non è esaustivo ma rappresenta comunque una delle possibilità. Supponiamo che venga E.T. sulla Terra ( come nella versione spielberghiana) e toccasse a lei descrivere il mondo di oggi. Come lo definirebbe? Torno a ripetere che il mondo oggi è indubbiamente più complicato. Noi abbiamo vissuto almeno fino alla metà degli anni novanta una situazione in cui tutto era più semplice e questo anche perché c’erano delle ideologie molto forti. Ognuno in qualche modo tendeva a interpretare il mondo secondo l’ideologia che sposava. La cultura cattolica era molto presente e chi interpretava le cose secondo quella visione le leggeva sotto una determinata ottica, chi veniva laicamente più da sinistra aveva chiaramente altre chiavi di lettura, ma tutte le prospettive erano nitide, precise. Poi le ideologie sono finite, personalmente non le ho rimpiante, ma la rottura delle ideologie, coincisa con la caduta del muro di Berlino, ha fatto sì che si molti-

plicassero le possibilità, le opportunità e anche i vincoli. La problematicità sta proprio nella difficoltà a orizzontarsi. Noi siamo cresciuti con dei valori precisi, per cui se non ci si atteneva a quei valori in qualche modo si stava a disagio. Oggi valori precisi non ce ne sono più e ciascuno tende a selezionare e a fare propri alcuni valori piuttosto che altri e gli stessi valori si moltiplicano e con essi si moltiplicano le domande e sempre più difficile diventa dare delle risposte. La difficoltà sta in tutto questo: aumenta l’incertezza e aumenta il rischio di sbagliare. Inoltre mentre una volta i confini erano intorno all’uomo, oggi lo attraversano. I giovani sono più soggetti allo smarrimento perché se non hanno una guida propria talvolta rischiano di essere disorientati. La formazione vostra, oltre ad essere completa dal punto di vista delle conoscenze, deve comprendere anche dei supplementi che vi aiutino a orientarvi e che vi guidino. Tra questi supplementi ritiene che vada inserito quel “vade mecum” che lei tratteggia in “Comandare è fottere”? Quello è una sorta di vade mecum di tipo paradossale. Nell’introduzione chiarisco che questo è uno dei modi con cui si fa carriera molto spesso ma che alla fine è un modo che rovina la vita. Spiego come fare carriera prevaricando gli altri per poi dire che tante volte, alla fine, si comprende che non ne valeva la pena. Ma ci sono anche esempi di onestà che vedono il proprio lavoro mortificato e schiacciato dall’aggressività, dalle raccomandazioni, dalla mancanza di etica di altri. Quale strada scegliere allora? Credo che la strada più giusta sia quella che ognuno si sente di intraprendere per non stare male con se stessi. La peggior cosa è infatti proprio questa perché poi rovini la tua vita e anche quella delle persone che stanno vicino a te. E’ pur vero che bisogna confrontarsi con una logica generale di un mondo che purtroppo, avendo perso gran parte dei valori, tende a premiare non il merito ma la salita individuale indipendentemente dagli altri. Se non ci si attrezza un po’ si corre comunque un rischio rilevante perché ci sarà sempre qualcuno che la carriera la farà in un altro modo, ma resto dell’idea che chi ti frega alla fine si frega. Bisogna irrobustire il carattere più delle competenze talvolta. I Greci avevano un tipo di intelligenza, la methis, che noi abbiamo declassato a furbizia. La methis è l’intelligenza curva che di fronte agli ostacoli permette di non prenderli di petto ma ad aggirarli. Questa è l’intelligenza di Ulisse: ha

Cos’altro abbiamo dimenticato degli insegnamenti dei nostri antenati? Noi oggi abbiamo un pensiero calcolante, vale a dire produttivo. Pensiamo in funzione di ciò che dobbiamo fare, produrre appunto. Il pensiero vero è un pensiero critico, che analizza, argomenta, reinterpreta. Questo è un pensiero più rotondo mentre il nostro, essendo in termini di efficienza, è lineare. Il pensiero produttivo è tecnologico, realizza le cose ma non sa il senso delle cose, ha perso il senso delle cose. Bisogna tornare a pensare e la difficoltà è che per pensare ci vuole tempo mentre oggi il tempo manca. Bisogna fare le cose e farle in tempo perché chi non le fa è destinato a essere soppiantato da qualcun altro che le farà al posto suo. Torniamo all’ambito universitario. Quest anno abbiamo subito la tragica perdita del Professor Baldini . Quali i punti di contatto e quali quelli di novità con il Preside Maffettone? Il Professor Baldini era totalmente dedito all’Università, una persona straordinaria , era un uomo senza retro pensieri ed è stato veramente una grande perdita per la nostra Università. Il Professor Maffettone è una persona di grandissima preparazione intellettuale, uno dei massimi esperti di etica applicati al business e alla politica quindi credo che da questo punto di vista abbiamo avuto una sostituzione assolutamente di qualità, tenendo conto che anche il Professor Maffettone è dedito all’Università e agli studenti. Ci tengo particolarmente ad esprimere il dispiacere che ho provato non solo per la perdita del Professor Baldini ma anche per la perdita “accademica” del Professor Antiseri. Ho provato in tutti i modi a trattenerlo ma non ci sono riuscito e direi che è stata la sconfitta peggiore che io abbia avuto, sebbene non dipendesse da me. Il dispiacere non è dovuto solo alla perdita delle qualità scientifiche, ma per le qualità umane, lui che è una persona umanamente straordinaria ed eticamente irreprensibile. Mi sento di dire che tutti gli studenti che hanno avuto modo di conoscere il Professor Antiseri lo hanno sentito una persona molto vicina e un punto di riferimento in un periodo particolare che è l’ingresso all’università… Noi stiamo lavorando su questo fronte e per i “nuovi” abbiamo un programma di incontri ogni quindici giorni per i primi tre mesi per cercare di aiutare i ragazzi a orientarsi e a fare le scelte migliori. Questo ha i suoi lati positivi ma anche quelli negativi. Il rischio è che, vivendo in un contesto troppo ovattato, si abbiano dopo delle difficoltà nel mondo reale. Credo comunque che dare dei suggerimenti sia importante e poi ognuno farà le sue scelte, sbagliando si impara.

Cosmoluiss - Ottobre 2009

S I I M PA R A Un “caffè” con Pier Luigi Celli, direttore generale Luiss

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CAPIAMO

MEGLIO LA

CO.DI.SU Intervista alla PROFESSORESSA BORGIA

La Co.di.su. è la commissione del Diritto allo Studio della Luiss. Tale commissione svolge svariati compiti tra cui l’erogazione delle borse di studio e la gestione del servizio mensa. Tra le varie attività dobbiamo anche segnalare l’attribuzione dei fondi per le attività culturali degli studenti dell’ateneo. Per l’a.a. 2009/2010 è stato emanato un nuovo regolamento per l’assegnazione dei fondi destinati alle attività culturali gestite dagli studenti. Proprio a questo proposito abbiamo incontrato la Professoressa Rossella Borgia, Professore ordinario di diritto privato presso la facoltà di Giurisprudenza e, dal 1992, delegata dal rettore della Luiss per il Settore del Diritto allo Studio di cui presiede la commissione. Professoressa, potrebbe illustrarci le innovazioni relative all’attribuzione fondi per le attività culturali degli studenti? Il nuovo regolamento della ripartizione dei fondi messi a disposizione dalla Luiss per le attività culturali degli studenti in realtà si sostanzia in una revisione di soli taluni profili. Innanzitutto è richiesto un numero maggiore di firme degli studenti a sostegno dei progetti presentati. Inoltre è stata inserita l’esplicita previsione del limite massimo del 50% dei fondi a disposizione da destinare ai giornali studenteschi. Ultima novità sostanziale è l’individuazione di una griglia per l’assegnazione del punteggio da attribuire a ogni progetto. A tal proposito gli elementi presi in considerazione per l’assegnazione di 100 punti sono: 1) descrizione del progetto (50 punti); 2) descrizione del soggetto proponente (25 punti); 3) descrizione di eventuali iniziative finanziate e/o non finanziate negli anni precedenti (25 punti). Unanime da parte nostra -continua la Professoressa Borgia- l’approvazione di tali

modifiche al regolamento, il quale verrà applicato per la prima volta quest’anno. Intendo precisare, infine, che la Commissione ha sempre privilegiato la presentazione di un piano di assegnazione dei fondi elaborato dagli studenti proprio per favorire una forma di autogestione. In passato, infatti, la Commissione non ha mai interferito su quelle che erano le scelte degli studenti. Tengo infine a ricordare che l’attività della Co.di.su. non si esaurisce nell’attribuzione dei fondi ai progetti degli studenti ma svolge un compito ben più articolato, basti segnalare la concessione di borse di studio, dei contributi monetari, degli ausili per gli alloggi e da non dimenticare anche il progetto mensa. La sua attività in Co.di.su. è ormai ventennale e avrà dunque avuto modo di visionare numerosi progetti degli studenti. Ha qualche suggerimento da dare? In realtà devo dire che i progetti che fino a ora ho avuto modo di analizzare sono stati tutti piuttosto buoni e si sono sviluppati in maniera coerente e funzionale. Ci sono progetti, come il vostro giornale 360° e il cineforum, che sono ormai consolidati ma quest’anno ce ne sono degli altri altrettanto validi e interessanti come il progetto europeo e uno analogo in ambito finanziario. Non ho grandi suggerimenti da dare perché credo che voi studenti abbiate grande creatività e pragmatismo. Mariastella Ruvolo Pierdamiano Tomagra

Intervista a GIUSEPPE CLEMENTE rappresentante al CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Per cominciare volevo chiederti perché, secondo te, sei stato eletto al C.d.a. Quale credi sia stata la tua carta vincente? Per me è stato decisivo poter contare su un gruppo di persone appassionate con cui portare avanti un progetto, non improvvisato, ma che, anzi, dall’inizio dell’anno accademico è sempre stato in evoluzione. La mia candidatura e la mia vittoria sono frutto del lavoro di questo gruppo: è come se tutti i membri del gruppo avessero vinto con me. Inoltre, in campagna elettorale abbiamo evitato di promettere mari e monti e di praticare l’opportunistica “politica dell’aperitivo”. Anche questa scelta credo ci abbia premiato. Alle elezioni, hai avuto l’appoggio conclamato di un ex candidato al C.d.a., Saverio Bivona, sconfitto da Antonio De Napoli alle elezioni del 2006. Questo significa che ti porrai in discontinuità con l’opera del Rappresentante in C.d.a. uscente? Assolutamente no . Nei mesi scorsi, ho avuto modo di conoscere Antonio De Napoli e gente a lui molto vicina, come Andrea Chiriatti: ci siamo trovati in grande sintonia. Anzi credo che, se Chiriatti non avesse avuto un “suo” candidato, avrebbe tifato per me. De Napoli si è molto speso, durante il suo mandato, per cercare di ottenere rappresentanza studentesca al Senato Accademico, una battaglia a mio avviso fondamentale. Perché nessuno dei candidati ne ha parlato nelle scorse elezioni, e, comunque, come intendi agire? Ho creduto che fosse una promessa troppo ambiziosa per inserirla nel mio programma senza derogare alla mia filosofia di “non promettere mari e monti”. Ad ogni modo , credo che le Commissioni Paritetiche , se utilizzate sapientemente, possano fungere da tram-

polino di lancio verso una maggiore partecipazione studentesca alle decisioni didattiche. È pure vero che fra la stragrande maggioranza degli studenti impera la disinformazione su questo tema: nei prossimi mesi cercherò di porre rimedio La tua elezione è stata accolta con grande entusiasmo da vari esponenti della componente ex-An del Pdl. Matteo Petrella, presidente di Azione universitaria Roma, sulle colonne di “Libero” ha parlato di te come del simbolo della sconfitta del movimento studentesco “l’Onda”. La tua è una vittoria politica? Sono stato e sono tuttora militante di un partito, ma ho deciso di lasciare la politica ufficiale fuori dalla politica universitaria. Infatti il nostro gruppo, nel suo insieme apartitico, è un contenitore delle più disparate sfaccettature politiche, anche fra loro opposte. Ciò non toglie che , per motivi propagandistici, la mia vittoria sia stata rivendicata un po’ da tutti, perfino dall’Udc: si tratta di logiche dure a morire. Perché a tuo avviso è importante che uno studente di Giurisprudenza torni a sedere in C.d.a.? Perché da troppi anni a Giurisprudenza mancava una figura di riferimento che potesse portare all’attenzione dei piani alti le esigenze che sono più specificamente della nostra facoltà. Questo ha portato a vari disservizi , e proprio in questo senso io mi muoverò fin da subito: ottenere più aule studio a via Parenzo, e perfezionare il servizio navetta sono le prime tappe obbligate per migliorare la situazione di Giurisprudenza. A livello globale, invece, quali saranno le tue priorità? Innanzitutto, cercare di riformare le segreterie lingui-

stiche, inceppate da frustranti eccessi burocratici. Poi, già durante l’estate, mi sono mosso per riallacciare le convenzioni della Luiss con vari esercizi commerciali, per assicurare agli studenti sconti ed altri benefici. Altro nodo è quello degli alloggi: sto cercando, con risultati che lasciano ben sperare, di rendere gratuito il servizio “Casa Luiss”, e di individuare un residence convenzionato che possa rimediare alla penuria di posti-letto della residenza Luiss. Proveremo anche a muoverci con Laziodisu. per ottenere qualche fondo in più da impiegare in questo progetto. Concludiamo con un saluto e un consiglio agli studenti: Il mio sforzo principale sarà quello di rilanciare la figura del Rappresentante , e quindi vorrei che fra me e gli studenti ci fosse un rapporto schietto e immediato: per ogni richiesta, critica, proposta, sono qui. Alle “matricole” consiglio di cercare di stringere più amicizie possibili : specie se siete fuori sede, saranno fondamentali. E studiate! Gian Maria Volpicelli (058952)


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La nostra università è rinomata e conosciuta a livello internazionale per l’eccellenza della didattica e per la competenza dei suoi docenti. Ma, a ben guardare, un altro aspetto da valutare attentamente è la convenienza dei servizi che, spesso e volentieri, consentono a noi studenti di usufruire di sconti, concessioni e vantaggi. Una di queste attività, probabilmente la più conosciuta e apprezzata, scaturisce dagli accordi intercorsi fra il Diritto allo Studio della Luiss e il “Centro Turistico Studentesco e Giovanile”: grazie a tale convenzione è possibile acquistare la tessera del CTS a 18 euro anzichè a 30 e, con essa, disporre gratuitamente anche dei vantaggi della Carta Internazionale dello Studente. Analizzando queste due differenti tessere scopriremo che: - Quella del CTS consente di volare con le migliori compagnie aeree alle tariffe più convenienti e di avere sconti su biglietti navali e ferroviari; aiuta lo studente al momento della prenotazione di hotel e residence e lo guida nella scelta di tour organizzati, fornendogli anche la possibilità del noleggio di auto, moto o camper. Sarà inoltre possibile imparare l’inglese con un corso di lingua o con i nuovi programmi Educational & Exchanges di studio e lavoro all’estero. - la Carta Internazionale dello Studente, riconosciuta e patrocinata dall’Unesco, è, invece, un attestato che prova lo status di studente e che permette di godere di una rete diffusissima di agevolazioni, che spaziano tra alloggi, trasporti, musei e cultura, shopping e tempo libero, ristorazione: oltre 33.000 sconti e riduzioni in oltre 116 paesi nel mondo. Per aderire all’iniziativa o semplicemente per saperne di più, è disponibile uno sportello CTS Viaggi presso il Diritto allo Studio, in Viale Gorizia 17, dal lunedì al venerdì dalle 09.00 alle 13.00 e dalle 13.30 alle 17.00; è altrimenti possibile mettersi in contatto con degli esperti all’indirizzo email luiss@cts.it o telefonare al numero 0685225402. Per la lista completa delle agevolazioni e delle mete interessate è invece consigliabile connettersi al sito internet: http://www.luiss.it/diritto-allo-studio/servizi/cts-viaggi/ La LUISS e il CTS vi augurano buon viaggio!! Alex Giordano

“M I S S I O N E C A S A L U I S S ” : un aiuto impor tante nella giungla degli affitti romani Decidi di studiare nella città eterna, superi brillantemente l’esame di ammissione alla Luiss e pensi di essere finalmente pronto ad iniziare una nuova avventura? Niente di più sbagliato! È’ proprio a questo punto, probabilmente, che inizia la battaglia più ardua, la sfida più impegnativa: trovare casa nell’italica capitale è, infatti, una “missione” capace di far impallidire e di scoraggiare anche gli studenti più temerari. Molti di voi avranno già dovuto destreggiarsi tra affitti esageratamente elevati o angusti buchi di periferia spacciati, con sottile ars oratoria, per lussuosissimi attici con panorama mozzafiato. Come fare allora ad evitare il panico e a trovare una dignitosa soluzione alle vostre necessità?! Casa Luiss mira proprio a questo: è stato infatti isti-

tuito, da qualche anno a questa parte, un servizio alloggi che, grazie alla convenzione stipulata con i Servizi Immobiliari Universitari (SIU), offre ai ragazzi in cerca di sistemazione una valida alternativa alle miriadi di società in franchising che spesso non garantiscono il giusto incontro fra qualità e prezzo. Come funziona CasaLuiss? Il proprietario dell’immobile da affittare o da vendere contatta il personale SIU che, valutando l’effettiva convenienza dell’offerta, garantisce ampia scelta fra immobili dagli standard qualitativamente elevati. All’interno della vasta banca dati sarà così possibile per gli studenti scegliere l’alloggio che più si avvicina alle loro esigenze e, sempre con l’aiuto del personale di CasaLuiss, concordare un appuntamento per la visione dell’appartamento ed, eventualmente, procedere all’affitto (o all’acquisto) della nuova casa romana. A partire da quest’anno, inoltre, sono stati eliminati i costi aggiuntivi del servizio per l’affitto degli immobili, con il vantaggio di non dover pagare un centesimo in più di quanto avreste dovuto fare se aveste cercato da soli la vostra sistemazione! Per ulteriori informazioni potete collegarvi al sito http://www.luiss.it/diritto-allostudio/servizi/offerte-alloggi-privati/ o contattare direttamente il personale alla casella email casaluiss@luiss.it. Adesso che avete tutte le informazioni necessarie non mi resta che augurarvi buona fortuna e farvi un grosso in bocca al lupo per il vostro primo anno all’interno del nostro (e vostro) ateneo!! Alex Giordano

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Centro Turistico Studentesco: un’agevolazione in più per gli studenti LUISS

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Buona navigazione a tutti attraverso questo kosmos di opinioni, idee e commenti che vorticano nervosamente attorno alla galassia di Scienze Politiche. Sì, perché il cannocchiale Cosmoluiss si interessa ed esplora personaggi, eventi e didattica dell’universo accademico che pulsando si espande attorno a noi.

ANNO NUOVO, SI PASSA IL TESTIMONE! Intervistiamo i Rappresentanti degli studenti della Facoltà di Scienze Politiche Spesso snobbati e in certi casi poco conosciuti. Del loro incarico, a volte, se ne travisa anche la funzione. Eppure i nostri rappresentanti ricoprono un ruolo istituzionale a dir poco oneroso. Volendo sintetizzare in un’espressione il loro compito diremmo che sono, come d'altronde suggerisce la parola stessa, gli intermediari tra gli studenti e la Palazzina. Immaginate di formulare una proposta, esternare un disagio o esprimere una qualsiasi curiosità sull’ateneo. Bene. Ora moltiplicatela per il numero di iscritti alla facoltà e otterrete tutte le possibili questioni cui dovrebbe, teoricamente, far fronte un rappresentante degli studenti. Ma fortunatamente non sono solo questi instancabili Ermes a doversi sobbarcare l’intera mole di lavoro. Del resto si sa che è l’attività dietro le quinte, in questo caso svolta da un impegnato gruppo di collaboratori, che permette di raggiungere soluzioni immediatamente realizzabili. Matteo e Nicolò, reduci da una truculenta campagna elettorale conclusasi lo scorso maggio, hanno adesso la prima occasione di presentarsi ufficialmente. Ma parliamo con loro… Nicolò Fantinelli, Rappresentante della Facoltà triennale di Scienze Politiche. Due anni ti separano da quello trascorso da matricola. Quali ricordi hai di quel periodo e cosa ritieni che possa essere migliorato nelle giornate di accoglienza alle matricole? Appena arrivato in LUISS, come credo sia normale per tutti, mi sentivo leggermente spaesato ma allo tempo curioso di conoscere la nuova università. E' bastato poco tempo per sentirmi a mio agio: in LUISS ho trovato un ambiente a misura di studente, la giornata di accoglienza mi è stata utile per avere le informazioni che cercavo e per scoprire la totale attenzione dell'università allo studente. Per quanto riguarda la giornata di accoglienza penso che sia già ben organizzata e strutturata; l'idea di introdurre, quest'anno per la prima volta, lo "Speaker corner" è sicuramente positiva. “Rappresentante” uguale modello da imitare? Quale esempio credi di poter dare ai nuovi arrivati? In altre parole,come consiglieresti loro di comportarsi per farli sentire subito “parte di noi”? Penso che la rappresentanza sia un importante strumento di "collegamento" tra studenti e strutture universitarie. A tutti i nuovi arrivati consiglio di vivere l'università pienamente bilanciando bene studio e divertimento e sapendo cogliere tutte le varie opportunità che l'ateneo offre: web tv, radio, associazioni sportive, cineforum, convegni e tanto altro. Il sito Rappresentanzaindiretta.org . Quali sono i vantaggi che offre e come pensate di implementarlo? Il sito web della rappresentanza è molto utile: bacheca con le news direttamente dal sito Luiss.it, giornale on-line con varie tematiche aperto a chiunque voglia scrivervi e aggiornamenti continui su tutti gli eventi in corso! Per implementarlo la cosa migliore è sicuramente il contributo di tutti. E’ d’obbligo: un saluto personale ai tuoi colleghi. Più che un saluto il mio vuole essere un augurio a tutte le matricole: quello di affacciarsi al mondo universitario con la massima tranquillità, serenità, senza mai dimenticare gli obiettivi prefissati, cercando di raggiungerli con forza e impegno, e tenendo sempre presente di "vivere". In bocca al lupo! Matteo Tebaldini, Rappresentante della Facoltà di Scienze Politiche Magistrale.

Siamo agli esordi del tuo mandato. Il ruolo del rappresentante alla Facoltà Magistrale riguarda certamente anche i rapporti tra i laureandi ed il Placement Office. Sarà tua premura farti promotore di eventi volti ad agevolare l’ingresso di noi scienziati politici nel mondo del lavoro? Assolutamente sì! In primavera verrà certamente riproposta la Giornata del Terzo Settore, che l’anno scorso ha ottenuto ottimi risultati. Sono già in contatto con chi l’ha organizzata e con tutti i ragazzi appena entrati alla magistrale che hanno sempre collaborato a questo genere di iniziative, abbiamo anche in progetto di estenderla ai settori di Amministrazione Pubblica, Comunicazione e Risorse Umane. Per quanto riguarda i rapporti con il Placement Office la maggior parte dei ragazzi lamenta sempre una scarsa corrispondenza tra l’offerta di stage e tirocini e gli interessi reali degli studenti. Quello che può fare un rappresentante è riferire queste istanze, fortunatamente la nostra Università ha un apparato amministrativo molto attento a questi problemi e degli studenti predisposti alla collaborazione per migliorare i servizi. Come tre anni fa, anche l’appena conclusasi tornata elettorale ha assistito alla presentazione di un’unica candidatura a ricoprire questo ruolo, che inevitabilmente è stata eletta. Ritieni sia giustificabile questo diffuso disinteresse per la “cosa pubblica” che si registra tra gli studenti che hanno conseguito già la prima laurea? Non credo si tratti di disinteresse. Semplicemente gli studenti dei corsi di laurea magistrale sono più autogestiti di quelli dei corsi triennali, se un ragazzo ha un problema è raro che cerchi il rappresentante ma bussa alla porta della Segreteria di Facoltà. Poi i ragazzi che frequentano sono un numero minore e per la maggior parte si conoscono da anni e quindi quelle piccole divisioni che portano alla presentazione di più candidati vengono attenuate. Lo spirito è quello del lavoro di gruppo, a prescindere da chi rappresenta e chi è, formalmente, rappresentato. Inoltre “inevitabilmente eletto” è un’inesattezza perché per esserci un rappresentante devono partecipare alla votazione almeno il 20% degli aventi diritto, che per altre Università italiane sarebbe una cifra difficilmente raggiungibile, anche se il fatto di essere una realtà piccola aiuta molto a livello di rapporti umani. Ed ora un elogio al rappresentante decaduto e qualcosa che invece miglioreresti del suo operato. Giulia è una persona fantastica ed è stata un ottimo rappresentante, forse a volte è stata fisicamente poco presente, in questo cercherò di migliorare. Il mio lavoro però fino all’estate si è concentrato su aspetti diversi rispetto a prima. Lei era una studentessa dei corsi di laurea magistrale del vecchio ordinamento, io invece ho a che fare con dei ragazzi laureati nei corsi triennali del vecchio ordinamento e iscritti a quelli magistrali riformati, quindi devono affrontare problemi diversi come l’anticipo delle lezioni, esami ripetuti rispetto alla triennale e piani di studio non sempre chiari. Da questo punto di vista non si tratta di migliorare quello che è stato fatto, ma di un impegno differente. Te lo avranno chiesto un milione di volte dal momento che fai attivismo universitario da anni ormai, ma non ci stancheremo mai di chiedertelo:un consiglio da fratello maggiore per i ragazzi che iniziano quest’anno il loro viaggio. Sia ai nuovi arrivati della magistrale che alle “matricole” triennali il consiglio è quello che è stato dato a me il primo giorno in LUISS: non impegnarsi esclusivamente nello studio ma vivere l’Università a 360gradi. La LUISS offre un ampia gamma di attività gestite dagli studenti, dal giornale alla radio ed altre iniziative. Lavorare e confrontarsi con gli altri aiuta a crescere ed a migliorarsi.


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matico dei CFU, senza integrazioni di programma; inoltre, molti di loro hanno visti altresì riconosciuti gli insegnamenti a scelta dei profili, che avevano già sostenuto al secondo anno del vecchio ordinamento. In questa prospettiva, dunque, l’eccezione oggi deliberata dal Consiglio di Facoltà non è più ripetibile. E, del resto, il calendario accademico e le relative sessioni di esame vengono deliberate dal Senato Accademico e sono le stesse per tutte le Facoltà; tanto più che, come previsto dal regolamento didattico di ateneo, i periodi di esame non si devono sovrapporre con quelli di lezione. Va ricordato, infine, che essendo stabilito il numero degli appelli all’interno di ogni sessione dalle singole Facoltà, Giurisprudenza ha già un maggior numero di appelli rispetto alle altre due Facoltà (8 per gli studenti in corso più ulteriori 3 appelli per gli studenti dell’ultimo anno e fuori corso). La presente delibera è sottoposta alla condizione risolutiva espressa della sua approvazione da parte del Senato Accademico.” Cordiali saluti Roberto Pessi

DIAMO AGLI STUDENTI DI PIU’ E FACCIAMOLO SAPERE! Intervistiamo il Preside della Facoltà di Scienze Politiche Prof. S EBASTIANO M AFFETTONE Professor Maffettone, lei è stato protagonista di un anno di cambiamenti nei vertici della facoltà. Quali sono le linee che intende seguire in questa nuova avventura? In un orizzonte di equilibrio e parallelamente di cambiamento, è d’obbligo considerare la coesistenza nella nostra università di tre facoltà, di cui Scienze Politiche è considerata la meno importante. Quest’ultima vanta tuttavia di un surplus di creatività e fantasia che, se sfruttato nello specifico della politologia, rende evidenti le differenze con le altre facoltà. Bisogna infatti dare a Scienze Politiche una caratteristica “brand”. Questo aspetto accademico corrisponde ad una situazione reale per cui le Scienze Politiche assumono importanza significante per due ragioni. Prendiamo innanzitutto le più grandi facoltà del mondo di Scienze Politiche. Notiamo che sono per lo più ubicate in paesi anglosassoni che non possiedono una grande tradizione del diritto quale quella italiana. Ne deriva una funzione di questa disciplina sicuramente meno dogmatica di quella che gli attribuiamo nei nostri atenei e che porta loro ad inserire meno materie giuridiche nel programma di studi rispetto alle nostre. Non voglio attribuire ora giudizi di valore a noi o a loro, credo solo che la vita accademica debba rispecchiare quella reale, nebulosa e caotica, dove si ragiona per gruppi e per individui, non per gerarchie fisse come lo Stato, quali il diritto considera. C’è un secondo motivo per cui le Scienze Politiche acquisiscono importanza sempre maggiore nel mondo globalizzato. Con la crisi finanziaria ed economica infatti, molti degli strumenti dell’economia pura si sono rivelati inapplicabili e necessitano di una correzione. Cercheremo perciò timidamente di adattare i modelli dell’economia politica alle conseguenze in Italia e nel mondo. Come? Approfittando della centralità di Roma capitale nella politica italiana e considerando le conseguenze della globalizzazione, adatteremo la nostra visione del mondo passando da un’ottica strettamente provinciale ad una integrata con le culture orientali. Anni fa non era infatti concepibile un bipolarismo dove Asia e Stati Uniti avrebbero governato la scena economica e non solo. Si spiega così la nostra volontà di organizzare un sistema in cui i paesi orientali siano presenti perennemente nel nostro pensiero e nell’attività di ricerca. Lo scorso anno abbiamo introdotto il pilastro arabo-islamico, quest’anno, anche grazie ad un convegno di studi al quale ho partecipato personalmente, è la volta dell’India, l’anno prossimo ci attende la Cina. Poco a poco ci sforzeremo di integrare la visione classica del mondo di

Socrate, Kant, Einstain e Marx con le culture extraeuropee. Allacciando relazioni nei vari paesi con persone significative e centri di ricerca importanti e portando dentro i nostri confini un po’ del loro capitale umano, diamo un ottimo segnale agli studenti. Un’inchiesta portata a compimento lo scorso anno da alcuni studenti, con la collaborazione del Nucleo di Valutazione, ha portato a galla un dato inaspettato e deludente che rischia a demotivare noi “decatleti” di Scienze Politiche. A scapito di ogni attesa, infatti, la media degli occupati dopo la laurea coincide con quella nazionale degli altri atenei italiani. Cosa dire agli studenti della nostra facoltà per rassicurarli e per dimostrare loro che è possibile trovare alla LUISS una squadra che non li faccia sentire soltanto atleti di serie b? In realtà io possiedo delle statistiche diverse, elaborate da esperti che sono tutt’altro che negative. I rapporti dicono infatti che il 70% dei laureati LUISS trova lavoro entro il primo anno dal conseguimento della laurea. Dati troppo ottimistici probabilmente, ma più recenti di quelli riportati sui documenti presentati al senato accademico due anni fa cui voi fate testo.

vamente a questa possibilità che ha offerto loro l’università? I feedback sono stati molto buoni sull’andamento generale dei corsi, un po’ meno sulle lingue che si sono dimostrate troppo difficili. Consci del fatto che in poco tempo è arduo imparare fonologia, morfologia e sintassi arabe o russe, da quest’anno adotteremo una strategia duale per l’insegnamento. Cultura ed informazione istituzionale da un lato, e grammatica dall’altro. Non pretendiamo che il laureato LUISS sia specializzato, faccio un esempio, in lingua orientale, ma riteniamo sia discriminante, oggigiorno, la conoscenza delle forme di governo, dei costumi e degli usi di un paese nell’ambito del commercio internazionale. Si evita, in tal modo, il consueto schiacciamento ad Occidente tipico di chi non riesce a liberarsi dalla lettura filologica e storiografica di un fenomeno sociale; questa infatti, seppur necessaria, non sta al passo con le continue mutazioni culturali, politiche ed economiche di ciascun paese. Sta al singolo ovviamente, metterci del proprio, dal momento che due ore settimanali di lezione non sono sufficienti ad imparare in toto una lingua semitica o slava. Noi forniamo alcuni tra i migliori professori d’Europa, ma è lo studente che studiando, valuterà il vantaggio competitivo enorme che Visitando il sito dell’università ci si rende conto deriva dall’avere questa marcia in più. che i progetti di tirocini e stage per gli studenti di Scienze Politiche sono in numero inferiore Il professor Baldini si fece promotore di un rispetto a quelli pubblicati per le altre facoltà. potenziamento delle Scienze della C’è un maggiore interesse nell’ampliarne l’of- Comunicazione della laurea magistrale. Lei ferta? probabilmente delle Relazioni Internazionali. Ritengo che il Placement Office sia un buon strumen- Restano le scienze di governo, è in programma to che l’università fornisce rispetto alle atre. Questo, una rivalutazione anche di questa branca? combinato con il brand LUISS, danno vita ad un target La nostra università è di proprietà di Confindustria e che non passa inosservato nel mondo del lavoro. Roma è sede del Governo centrale. Cercheremo di Diamo agli studenti di più. Progetti in fase di avvia- sfruttare questa agilità tutta particolare per investire mento prevedono il contatto con le più grandi elite sulle scienze di governo e trasmettere ai futuri ammiitaliane ed una serie di stage per ospitare le aziende nistratori sapere economico e giuridico. Dalla fusione all’interno dell’ateneo, come è d’abitudine. La prima di queste conoscenze ne scaturirà un prodotto nuovo di queste iniziative si terrà il 17 ottobre, giornata in che possa fornire ai laureati sapere necessario ad cui alcuni ex laureati LUISS auspicabilmente incontre- affrontare il problema della burocrazia italiana aderanno gli studenti. Ciò che dobbiamo tenere ben pre- guatamente, anche da un punto di vista intellettuale. sente è l’obiettivo che un’università si propone di raggiungere se vuole essere annoverata tra le “migliori”. Salutiamoci con un consiglio da padre della Lo scopo principale non deve essere fungere da steri- nostra famiglia ai nuovi arrivati! le agenzia di posti di lavoro per gli studenti, bensì for- Divertitevi! Qui si sta bene, è il mondo a parte dove si mare persone in gamba e preparate. Forgiamo i può spendere la giornata in maniera tranquilla menmigliori laureati italiani e facciamolo sapere. A prova tre fuori infervorano i problemi del mondo. Se guardell’interesse che suscitiamo all’esterno è la volontà di diamo a tutte le occasioni di incontro e svago che offre molti docenti, che nel loro mestiere sono tra i primi 10 la LUISS non basterebbe una giornata per partecipardel mondo, di restare ad insegnare da noi. Tutto ciò vi! Il consiglio è di vivere pienamente il campus e vi garantisce un prodotto scientifico, intellettuale ed auguro di incontrare ogni giorno personaggi eminenumano altamente qualificato. ti e bravi docenti. Cercate attorno a voi colleghi studenti preparati che fanno aumentare la voglia di stuRestando in tema di cambiamenti, lo scorso diare di più e meglio. Cercate gli stranieri, tessete con anno è stato anche il trampolino di lancio dei loro relazioni. Dobbiamo costruire dentro una mimesi nuovi corsi di seconda lingua, l’arabo e il russo. del mondo che c’è fuori. Come valuta il primo bilancio di tale iniziativa? BUON INIZIO! Ritiene che gli studenti abbiano risposto positiZaira Luisi

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Cari ragazzi, porto allaVostra attenzione, con l’affissione in bacheca, la delibera assunta dal Consiglio di Facoltà, in merito alla richiesta di estensione degli appelli straordinari di ottobre e novembre agli studenti iscritti al IV anno 2008-2009: “Dopo ampia discussione, il Consiglio delibera di accogliere la richiesta di estensione del I appello straordinario di ottobre agli studenti iscritti al IV anno 2008-2009. Questa estensione, peraltro, viene deliberata in via del tutto eccezionale e per l’ultima volta, in quanto si tratta di studenti che si sono immatricolati nell’anno accademico 2005-2006, quando ancora non esisteva il corso di laurea magistrale a ciclo unico; gli stessi, infatti, hanno dovuto subire un primo passaggio di ordinamento nel 2006-2007 (dal 3 + 2 al ciclo unico) ed un secondo passaggio nel 2008-2009 (da un ordinamento con 35 esami ad uno con 30), subendo le problematiche legate a questo doppio passaggio. Tale estensione non verrà ripetuta per gli immatricolati a partire dall’anno accademico 2006-2007, in quanto per questi ultimi, cioè per gli studenti iscritti al IV anno 2009-2010, è stato già operato l’integrale riassorbimento nella nuova offerta formativa con riduzione degli esami a 30; essi hanno anche fruito per molti insegnamenti dell’aumento auto-

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Intervista a Vito Antonio Pinto Rappresentante della Facoltà di Economia triennale Nome?Cosa studi?Che ruolo ricopri all'interno della LUISS? Ciao ragazzi, il mio nome è Vito Antonio Pinto, studio economia dei mercati e intermediari finanziari, sono rappresentante degli studenti della facoltà triennale di economia. Hai riscontrato problemi particolari in facoltà? Fortunatamente la nostra università è una delle migliori in Italia sempre pronta a risolvere i problemi di noi studenti, quindi non ho ancora riscontrato situazioni particolarmente difficili. Su cosa vi concentrerete principalmente durante il vostro mandato? Il mio principale impegno nei primi mesi di mandato è stato sicuramente quello di risolvere alcuni problemi verificatisi nella sessione autunnale, visto l'anticipo dell'inizio delle lezioni, cosa che in realtà solo nel breve ha creato un disagio poiché con tale anticipo sarà possibile bloccare per alcuni giorni i corsi e permettere agli studenti di sostenere esoneri e avvantaggiarsi per la sessione invernale.Inoltre ci tengo a segnalare due progetti cui tengo tantissimo e che sto portando avanti con alcuni miei colleghi universitari: 1) Progetto Borsa e Finanza approvato in sede di commissione CO.DI.SU. che si pone come obiettivo quello di avvicinare i ragazzi al mondo della finanza attraverso la stampa di una serie di approfondimenti e di un viaggio a Milano in cui i ragazzi potranno visitare la sede della Borsa Titoli, della Consob e di una grande Banca d'affari

2)il secondo è ancora in fase di progettazione e lo sto portando avanti con il rappresentante della magistrale Michele Lo Re, con Ilaria Supino e il suo gruppo, candidata alla facoltà di economia. Questo progetto, che abbraccia sia la facoltà triennale che magistrale, si propone di avvicinare gli studenti alla reale esperienza aziendale. Come hai vissuto la campagna elettorale? È stata una vittoria sofferta o fin dall’inizio pensavi che avresti potuto vincere? La campagna elettorale è stata senza dubbio un'esperienza importantissima che mi ha di certo arricchito moltissimo, è stata sicuramente molto sofferta e combattuta, voto a voto, poiché molti degli "avversari" elettorali erano anch'esse persone valide e con un programma serio. Per concludere: vuoi fare un augurio e dare qualche consiglio alle matricole? Dove possono rintracciarti e per cosa dovrebbero rivolgersi a te? Auguro alle matricole di ambientarsi nel migliore dei modi alla LUISS dal momento che hanno la fortuna di trovarsi in una delle più efficienti università e le invito a contattarmi all'indirizzo di posta vpinto@luiss.it o sul cellulare 392/5786235 per qualsiasi domanda o difficoltà. Elena Pons Francesco Sbocchi

INTERVISTA AL PROFESSOR GIORGIO DI GIORGIO Preside della Facoltà di Economia L’intervista a Giorgio Di Giorgio, Preside della Facoltà di Economia presso l’università LUISS Guido Carli, non può che non iniziare con una domanda che riguarda la crisi economica mondiale, essa infatti sembra aver colpito fortemente il settore occupazionale, già peraltro affollato da principio, suscitando preoccupazione in tutti coloro che stanno per entrare nel mondo del lavoro ed in particolare nei neolaureati: in quanto preside di Facoltà di una delle più prestigiose in Italia ritiene che ci sarà un calo di assunzioni per questa categoria?Partirei premettendo il fatto che la crisi attuale è di un’entità molto rilevante tale da causare la caduta del prodotto interno lordo mondiale, il che non si verificava dagli anni del dopoguerra. Questo ci permette di comprendere come si tratti di una vera e propria crisi sistemica, che seppur sembri essersi attenuata almeno nel settore finanziario dopo ventiquattro mesi di turbolenze in borsa, avrà ripercussioni sull’economia reale per tutto il 2010. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, esso sarà nei prossimi mesi carente di quella dinamicità necessaria per un turnover che permetta ai giovani laureati di entrare in questo mondo con facilità, benché si debba notare come ormai da quindici anni l’economia italiana è in difficoltà in questo ambito, quindi ritengo che non ci sarà molta differenza per una persona che si laurea oggi, rispetto a due o tre anni fa. Penso invece che si debba considerare come cambino le prospettive verso certi

settori maggiormente colpiti quali la finanza, o le piccole e medie imprese, ma anche verso altri come quelli della consulenza o della revisione, che forniscono più opportunità che in passato. A questo proposito, è risaputo quanto sia importante per entrare nel mercato del lavoro essere un laureato di qualità: quanto conta a questo livello laurearsi in un’università prestigiosa come la LUISS, e come si configura il rapporto con le altre università in Italia che sono competitive in questo senso, come la Bocconi?Laurearsi in università di prestigio permette sicuramente di soffrire di meno gli effetti della crisi nell’inserimento nel settore occupazionale, e il nostro ateneo punta sulla qualità degli studenti per acquisire ancor maggiore blasone in Italia, ma anche in Europa. In ambito triennale siamo in Italia tra gli istituti che meglio operano nella selezione degli studenti con un rapporto di una ammissione su quattro, ambito nel quale siamo superiori alla Bocconi, poiché riusciamo a gestire meglio una realtà da 2500 studenti nella nostra facoltà, rispetto ai 12000 della Bocconi, che peraltro resta un modello in ambiti come l’organizzazione e il fund-raising, potendo contare su una storia più che secolare, a differenza della giovane età del nostro ateneo. Essa ha fatto un salto dimensionale, e quando nella vita di un’azienda arriva questo momento rappresenta una sfida che non sempre è facile vincere, e il fatto di essere riuscito a creare una struttura organizzativa che sostiene 12000 studenti permette a questo ateneo di avere una maggiore variabilità nella qualità media di studenti, ricerca e docenza. Proprio riguardo all’ambito dei docenti a cui accennava, come si profila il livello degli insegnanti rispetto all’ateneo milanese, e qual è alla Luiss la politica adottata in merito?A questo proposito tra il nostro ateneo e quello milanese c’è ancora una grossa differenza in quanto noi stiamo crescendo gradualmente: avevamo adottato un modello che prevede la presen-

za di pochi professori interamente dedicati all’università e molti che vengono da altri atenei o dal mondo delle imprese. Ora invece stiamo istituendo un modello con un gran numero di professori che si dedicano esclusivamente a questa università, mantenendo l’opportunità di usare dei professionals, poiché questi oltre che portare agli studenti competenze tecniche applicate, offrono ritornando alla prima domanda, opportunità di sbocchi professionali, in quanto se ad esempio uno studente prepara la tesi insieme a un professore, il quale magari è inserito all’interno di un’azienda, potrebbe avere la possibilità di dimostrare la sua qualità e entrare subito nel mondo del lavoro. Questa sinergia tra professori stabili e professionals esterni è un’altra delle cose su cui la nostra università punta per innalzare la propria qualità. Finiamo l’intervista con un augurio da parte sua alle matricole. Innanzitutto un forte in bocca al lupo perché stanno per entrare in un periodo che io ricordo come il più bello della mia vita, e poi che non temano nulla sul fatto di trovare lavoro perché il loro percorso sarà spianato se da subito inizieranno e entrare nella mentalità giusta dello studiare fin da subito senza perdere tempo; trovarsi in ritardo sulla tabella di marcia può essere motivo di ansia e di stress e incidere negativamente, senza dimenticare che un ragazzo a vent’anni ha bisogno di spazi liberi in cui rilassarsi. Saper trovare l’equilibrio e la giusta alchimia all’interno della giornata è il miglior modo per intraprendere questo percorso ed è il migliore consiglio che posso offrire.

Elena Pons Francesco Sbocchi


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Intervista a Michele Lo Re Nome?Cosa studi?Che ruolo ricopri all'interno della LUISS? Ciao Ragazzi e lettori di 360,Il mio nome è Michele Lo Re, sono studente della Luiss Guido Carli del corso di Laurea magistrale, Economia e Direzione dell’impresa indirizzo Management. Oltre ad essere un alunno, da quattro mesi sono il rappresentante degli studenti lauree magistrali della medesima facoltà. Hai riscontrato problemi particolari in facoltà? Sarei un ipocrita se dicessi che in Luiss non ci sono problemi o che riusciamo a risolvere tutte le questioni, ma sono sincero quando dico che la Luiss è veramente al servizio dello “Studente”. Nel primo consiglio di facoltà effettuato nel mese di Luglio, ho avuto modo di collaborare con il Preside Di Giorgio, molto determinato, con idee chiare sul futuro della nostra università. La sua missione è di far diventare la Luiss prima università d’Italia, e noi rappresentanti che siamo la voce degli studenti, dobbiamo riuscire ad allineare le necessità del triangolo immaginario: università – studenti – mondo del lavoro, affinché si raggiunga nel miglior modo e nel minor tempo possibile tale obiettivo. Su cosa ti concentrerai principalmente durante il tuo mandato?Penso possa essere importante assicurarsi che non ci siano ripetizioni di programma fra corsi di laurea della triennale e della magistrale e che venga fornita agli studenti una maggiore praticità. Oltretutto, già dal prossimo semestre, entreranno a far parte del corpo docenti cinque nuovi professori di grande fama internazio-

nale nel settore economico.Numerose sono inoltre le novità su cui ci stiamo concentrando: stiamo lavorando su piccole iniziative, come quella di apportare delle modifiche alla struttura universitaria: ho ad esempio vagliato l’ipotesi di suddividere le aule studio in “ aule studio per gruppi di studenti “ ed “aule dedicate allo studio singolo”; abbiamo poi richiesto di reintrodurre nell’offerta formativa delle lauree magistrali il corso di lingua inglese : “Business English”.Vorrei in più porre l’accento, riguardo un’iniziativa da me proposta che, grazie all’aiuto del Placement & Career Education Office e l’ok del dott. Celli, partirà finalmente nel mese di ottobre, in cui si prevedono una serie di visite aziendali presso le più prestigiose aziende italiane. Cercare l’incontro con l’azienda anche a livello di stage, qualora vi sono opportunità interessanti. Le imprese hanno la possibilità di selezionare i migliori, i più volenterosi ed i più affidabili per costruire una squadra di persone che possa fare la differenza.Ogni iniziativa che proponiamo, deve essere percepita e praticata dallo studente interessato ed è per questo che vi invito fin da subito ad esplicitare la vostra partecipazione. Come hai vissuto la campagna elettorale?È stata una vittoria sofferta o fin dall’inizio pensavi che avresti potuto vincere? E’ la prima volta che scelgo di candidarmi per una elezione. Non pensavo assolutamente di vincere, pensavo di avere le carte in regola per effettuare una buona partita e alla fine siamo stati più bravi degli altri quattro concorrenti. Il merito è di tutto il team che giorno dopo giorno si è dedicato assiduamente a tale esperienza, ci siamo preparati molto bene. Dedico la mia vittoria a tutte le persone che hanno avuto fiducia in me e che mi hanno supportato.Per concludere: vuoi fare un augurio e dare qualche consiglio alle matricole? Dove possono rintracciarti e per cosa dovrebbero rivolgersi a te? Per concludere, vorrei dare il benvenuto ai nuovi studenti, ed augurare a tutti un buon anno accademico2009/10 che spero sarà pieno di soddisfazioni. E’ possibile rintracciarmi semplicemente mandando un’email all’indirizzo mlore@luiss.it oppure al numero 328.26.38.081 Elena Pons Francesco Sbocchi

La serie A non va nel pallone Mentre la crisi finanziaria imperversa in ogni settore economico e sociale, il calcio nostrano si dimostra capace di tenere a bada i catastrofisti dell’ambito. Le società di calcio che disputano la serie A si servono principalmente di due canali tramite i quali ricavare introiti, vale a dire diritti tv e sponsorizzazioni. Il mercato dei diritti tv è composto da una parte dalla Lega Calcio, proprietaria dei diritti in questione, e dai networks dall’altra; in mezzo c’è una società di nome Infront, che ricopre il ruolo di advisor per commercializzare per conto della Lega Calcio i diritti. Il network satellitare Sky ha acquistato un pacchetto che prevede l’esborso di 570 e 578 milioni di euro rispettivamente per il 2010 e il 2011; RTI (Mediaset) ne ha acquisito uno da 210 per il primo e 225 milioni per il secondo. Non sembrano dunque turbati dalla situazione economica attuale i colossi Sky e RTI, che non hanno rivali nella trasmissione rispettivamente satellitare e digitale terrestre. Allo stato attuale delle cose gli investitori forniscono alla Lega Calcio una cifra di poco inferiore al miliardo di euro all’anno. E i segnali positivi non arrivano solo da questo fronte: in chiave marketing infatti si riscontra un aumento del valore dei cosiddetti jersey-partner, ovvero i marchi apposti sulle divise da gara delle squadre. Benché il numero dei brand sia calato a 23 dai 31 dell’anno precedente, il loro valore complessivo stimato è di 71 milioni di euro. La top-five delle squadre più pagate dagli sponsor nel campionato di serie A è formata nell’ordine da Juventus con New Holland, Milan con BWin, Inter con Pirelli, Siena con Monte Dei Paschi e Roma con Wind. Un giro d’affari che coinvolge tutte le squadre di serie A, tramite il quale si riesce ad arrotondare più di un bilancio. Di almeno una cosa saranno contenti i maggiori sponsor: del fatto che l’interesse mostrato dalla gente verso il calcio è in continua crescita, testimoniato dal crescente numero di spettatori allo stadio e dal fatto che il 92,27% delle bollette giocate alle scommesse sportive riguardano il calcio, che in questo ambito fa da locomotiva fornendo un importo netto annuo riguardo alla stagione 2008/09 di 3,6 miliardi di euro. In ogni caso il fatto che il calcio di casa nostra attragga nuovi investitori è sintomo di buona salute del sistema che regge l’urto della congiuntura economica mondiale, senza dimenticare che in Italia ci sono ancora club come l’Inter che si può permettere di mettere ogni anno a bilancio 150 milioni di stipendi ai giocatori dei quali 10,5 vanno solo al camerunense Samuel Eto’o (contratto fino al 2014): da quelle parti la crisi proprio non si vede. Piero Simonin

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A tu per tu con il Prof. Pessi, Preside della Facoltà di Giurisprudenza Prof Pessi qual è il bilancio di questo primo triennio alla presidenza della Facoltà di Giurisprudenza? Il bilancio non può che essere positivo. In questi primi due anni della mia presidenza la Facoltà ha rispettato totalmente il proprio piano strategico. La novità più significativa è stata certamente l’introduzione di un nuovo ordinamento degli studi, con la previsione di diversi profili caratterizzanti (due dei quali consentono di acquisire, con un ulteriore anno, la seconda laurea in Economia ovvero in Scienze Politiche), la semestralizzazione di tutti gli insegnamenti e la riduzione da 38 a 30 esami. Anche attraverso la previsione di specifici corsi post lauream, abbiamo previsto un modello che assicura agli studenti un solido e completo percorso formativo, valorizzando i periodi di formazione “sul campo”. Al riguardo, sono state incrementate le partnership con i soggetti operanti nel mondo del lavoro, così da garantire a tutti gli studenti la possibilità di svolgere degli stages, anche eventualmente presso gli uffici giudiziari (abbiamo stipulato due importanti convenzioni con il Tribunale e la Corte di Appello di Roma). Sotto il profilo dell’internazionalizzazione, è stato previsto un maggior numero di docenti stranieri e di insegnamenti in lingua straniera nonché l’implementazione del progetto Erasmus (che ha visto incrementato, rispetto al 2006, di oltre il 50% il numero degli studenti in ingresso ed in partenza). Ma tantissimo altro è stato fatto. Che tipo di anno attende gli studenti della nostra università dopo le modifiche didattiche che inizieranno ad occorrere da questo anno accademico? Sarà certamente un anno sereno. Il nuovo ordinamento, che è ormai entrato a regi-

me, garantisce un percorso di studi più equilibrato, con la possibilità per gli studenti di arricchirlo con corsi liberi, insegnamenti in lingua straniera, inglese giuridico, seconda lingua straniera, stage. Naturalmente, oltre al sottoscritto, sia i tutor che l’intero corpo docente, così come l’amministrazione, saranno disponibili ad aiutare gli studenti nelle piccole difficoltà che dovessero incontrare. Sempre in tema di cambiamenti, anche gli organi studenteschi si sono rinnovati; quali sono i consigli che vuole dare agli studenti sul rapporto con i propri rappresentanti? Preliminarmente vorrei ringraziare i due rappresentanti uscenti, Paolo Pedà e Rosita Romano, per il grande impegno e per l’eccellente lavoro che hanno svolto nel corso del loro mandato. Sono certo che i loro successori, Filippo Macchini e Daniele De Caro, con i quali mi sono già più volte confrontato, sapranno fare altrettanto. Il consiglio che posso dare agli studenti è quello di interloquire il più possibile con i propri rappresentanti, i quali, d’altro canto, dovranno essere bravi ad intercettare le esigenze dei loro rappresentati. In questo modo mi sarà possibile venire a conoscenza delle piccole o grandi necessità degli studenti e cercare, assieme ai rappresentanti, di adottare le soluzioni migliori. Con riferimento al suo rapporto spesso diretto con gli studenti, quale augurio vuole fare agli studenti e in particolare alle matricole? Cerco di avere un rapporto diretto con gli studenti e loro sanno che la porta della Presidenza è sempre aperta. Auguro a tutti loro un felice anno accademico, con l’invito a vivere l’Università a 360 gradi, sentendosi parte di un’unica grande famiglia.

ASG: l ’associazione degli studenti per gli studenti A.S.G., l’Associazione Studenti di Giurisprudenza, è la più antica iniziativa associazionistica all’interno della facoltà di Giurisprudenza della LUISS Guido Carli; la principale attività dell’associazione è sempre stata quella di assistere gli studenti della facoltà di giurisprudenza, proponendosi come un affidabile punto di riferimento per le nostre necessità di studenti. Nel corso degli anni l’associazione si è fatta anche promotrice di numerose iniziative dentro e fuori la facoltà di giurisprudenza; in particolare l’organizzazione di convegni, incontri e dibattiti con i protagonisti della vita politica, economica e culturale; ma anche e soprattutto, approfondimento delle tematiche più strettamente inerenti l’ambito giuridico italiano e comunitario. Come ogni anno, in occasione della giornata delle matricole, i ragazzi dell’associazione si offrono per fare da “Sherpa” e guidare, così, i nuovi studenti che muovono i primi passi nella nostra università, è questo un’ulteriore esempio di come l’associazione si dedichi, prima di tutto, agli studenti. Per le nostre attività c’è, poi, un importante strumento di comunicazione e d’incontro, ossia il nostro sito web: www.asgluiss.com, dove si possono trovare tutte le informazioni utili agli studenti, oltre che i forum tematici per poter discutere di tutto, dalla vita universitaria ai temi dell’attualità. ASG ha sempre avuto grande interesse ed attenzione verso i nuovi colleghi, puntando sin dal primo momento sul coinvolgimento di tutti coloro i quali sono interessati alle attività che svolgiamo, coinvolgimento che è fondamentale per portare avanti, con sempre rinnovato impegno ed entusiasmo, le nostre iniziative ed i nostri progetti. Per tutti questi motivi e molti altri ancora, vi diamo appuntamento al 28 Settembre ed alle giornate successive per iniziare insieme un nuovo, entusiasmante, anno accademico!


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Presentati come Daniele De Caro: che tipo di persona sei? Solare, sempre disponibile e intraprendente.. preferisco rispondere solo con i pregi, se elenco i difetti chiederanno di dimettermi poi... Presentati come rappresentante della Facoltà: che tipo di rappresentante sarai? Mi auguro di essere un ottimo rappresentante per il corpo studentesco e di poter agevolare sempre di più la vita di ogni mio collega e soprattutto spero di essere una figura innovativa portando avanti progetti ed idee nuove, utili e che diano un qualcosa in più alla preparazione di ognuno di noi. Colgo l’occasione per comunicare che dopo appena venti giorni di mandato, io e il mio collega Filippo Macchini, siamo riusciti a portare a termine un annoso e spinoso problema riguardante la prenotazione degli esami: bene,con un pizzico di orgoglio, informo che da giugno 2009 è finalmente possibile conoscere il proprio ordine di prenotazione per gli esami evitando così estenuanti attese e tutto ciò che da queste può derivare. Sono cosciente che ciò che voglio realizzare è molto ambizioso ma facciamo parte dell'università più prestigiosa di tutta la nazione (non me ne vorranno i ragazzi della Bocconi) quindi credo sia giusto essere anche noi in parte artefici del nostro cammino proponendo ulteriori metodi integrativi alla già ottima preparazione fornita dall'università, anche perché ci vengono forniti gli strumenti giusti per farlo, grazie soprattutto ad una disponibilissima presidenza che ha il pregio ascoltare uno ad uno gli studenti cercando continuamente di risolvere gli eventuali problemi o accogliere le eventuali richieste e al corpo docenti il quale è sempre pronto ad accogliere un iniziativa lavorando al nostro fianco. Credo che noi ragazzi di questa università possiamo dare tanto anche al futuro dell' Italia grazie all'entusiasmo e alle capacità che ci contraddistinguono.

Un commento o un ringraziamento particolare sulle elezioni appena concluse. I ringraziamenti sono tanti da fare ma preferisco farli in privato ad ognuna delle splendide persone che mi hanno aiutato e sostenuto in questa campagna. L'emozione più grande non è stato il momento della vittoria in se per se ma quando ad un tratto durante lo spoglio mi sono guardato intorno e mi sono reso conto che ho la fortuna di poter contare su tante persone le quali soffrivano insieme a me unite le une con le altre nell'attesa del risultato delle schede. Mi sono sentito fortunato a prescindere dall’eventuale risultato.Le elezioni sono state una bellissima esperienza, i candidati erano tutti molto validi e non è stato facile vincere perciò la mia soddisfazione vale doppio anche perché ero alla mia prima competizione elettorale. Saluto e faccio i complimenti ai miei ex rivali e mando un grande augurio ai miei colleghi eletti. Cosa vorresti dire a tutti gli studenti della Facoltà? Che sono realmente a disposizione di tutti e che mi farebbe un enorme piacere se ognuno di loro con i suoi consigli, pareri o proposte contribuisse a migliorare questa già efficiente facoltà. Che augurio vuoi fare in particolare ai nuovi iscritti? Ai nuovi iscritti ovviamente voglio fare un grande in bocca al lupo e dare il consiglio che mi diede un caro amico nonché ex rappresentante di facoltà alla mia giornata dell'accoglienza. "vivete in pieno questa università", siate presenti, partecipativi e volenterosi, perché state iniziando una splendida esperienza e dovete affrontarla con tutto voi stessi in ogni momento, dalle lezioni alle attività sportive dai convegni alle serate organizzate tra studenti e sopratutto studiate tanto perché ogni singolo esame è un passo in più che fate per arrivare ad essere protagonisti del domani e per mantenere il giusto lustro che questa università merita.

Intervista a Filippo Macchini Rappresentante degli studenti della Facoltà di Giurisprudenza Presentati come Filippo Macchini: che tipo di persona sei? Ciao a tutti sono Filippo Macchini studente del 4 anno di giurisprudenza e rappresento i miei colleghi al consiglio di facoltà. Sono una persona simpatica,estroversa e positiva;amo molto cimentarmi in ogni iniziativa dando il massimo di me, ogni causa che prendo a cuore la faccio subito mia provando a conseguire il risultato prefissato. Presentati come rappresentante della Facoltà: che tipo di rappresentante sarai? Ho cercato di impostare il mio programma elettorale ma la stessa campagna sulla semplicità e sulla chiarezza ... poche parole ma concrete non mere promesse ma progetti realizzabili. Ciò che voglio e mi impegnerò a essere sempre è un punto di raccordo tra le esigenze degli studenti e le istituzioni, cercando di farmi portavoce di problemi seri e concreti;Inoltre, insieme al collega Daniele De Caro, ho contribuito alla scelta dei profili effettuata da noi studenti cercando di risolvere ogni tipo di esigenza. Un commento o un ringraziamento particolare sulle elezioni appena concluse. Le elezioni appena concluse sono state fantastiche e costituiscono un ricordo indelebile per la mia vita, un ringraziamento particolare non c'è; è più doveroso infatti un ringraziamento generale:la mia fortuna è di avere un gruppo di amici che mi ha sostenuto e mi sostiene ogni giorno in questo impegno importante;il ringraziamento va a tutti loro, alla loro precisione, alla loro bravura e soprattutto al loro

gran cuore . Se il risultato ottenuto è stato così limpido e chiaro 1° eletto con più di 300 voti, uno studente su 3 ha votato Macchini, è solo grazie ai loro sforzi e alle loro energie.Ringrazio ovviamente anche ogni studente che mi ha concesso la fiducia votandomi, cercherò di non deludere nessuno. Cosa vorresti dire a tutti gli studenti della Facoltà e che augurio vuoi fare in particolare ai nuovi iscritti? Agli studenti voglio solo ricordare di segnalarmi ogni esigenza e ogni evenienza che avvertono delle quali io mi farò portatore (ovviamente esigenze sensate). Ai nuovi studenti voglio solo ricordare che la Luiss non è un traguardo ma un trampolino di lancio e un punto di partenza, consiglio loro quindi di non perdere troppo tempo in distrazioni, ma impostare il loro studio in maniera tale da non lasciarsi indietro nessun esame già dal primo anno. A tutti comunque auguro un grosso in bocca al lupo!!! Colgo l’occasione per comunicare a tutti che non sarò presente dal 9 di settembre al 14 dicembre poiché sarò negli Stati Uniti per motivi di studio, non sarete lasciati tuttavia in balia di voi stessi, infatti per qualsiasi problema potrete rivolgervi al collega Daniele De Caro oppure al mio indirizzo mail fmacchini@luiss.it (fuso orario permettendo).

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Intervista a Daniele De Caro, rappresentante degli studenti della Facoltà di Giurisprudenza

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CHIESA, GOVERNO E IMMIGRA ZIONE L’estate del 2009 potrebbe essere ricordata come quella del grande scontro tra la Chiesa e il governo italiano sul tema epocale dell’immigrazione. Dico potrebbe, perché, nei fatti, la realtà è più complicata di come certi giornali partigiani raccontano. Tutti siamo venuti a conoscenza del dramma degli immigrati eritrei avvenuto nel Mediterraneo nel mese di agosto. Questo evento drammatico, che è e rimane una ferita profonda per la nostra umanità, è stato subito fatto oggetto di sciacallaggio politico dal mondo della sinistra e da un certo settore “militante” dell’episcopato italiano. Tutti si sono gettati contro il governo, reo di non aver soccorso in mare quei poveri disgraziati e colpevole di una “criminale” legge sull’immigrazione. Il quotidiano della Cei “Avvenire” ha addirittura paragonato l’indifferenza verso i morti nel mare a quella mostrata dal mondo libero ai tempi della Shoah. Come si può vedere, i toni sono esagerati. Giornali come “La Repubblica”, sempre pronti ad attaccare le ingerenze clericali nello Stato laico, hanno applaudito, con stucchevole ipocrisia, le critiche mosse dai vescovi alle politiche governative. In realtà, però, non tutta la Chiesa la pensa allo stesso modo. Il direttore de “L’Osservatore romano”, Giovanni Maria Vian, ha criticato i toni usati da “Avvenire” e ha voluto precisare che i monsignori vaticani che hanno tuo-

nato contro il governo, hanno parlato a titolo personale. Anche nell’episcopato italiano, vescovi come il

cardinale di Bologna Caffarra, quello di San Marino e Montefeltro Negri e il responsabile Cei per le migrazioni Schettino, hanno espresso posizioni caute, di equilibrio e sano realismo, volte a condannare più che altro e giustamente, i veri responsabili di queste stragi, che sono i mercanti di profughi. In effetti, il governo italiano non è responsabile di alcunché. Semmai è Malta che deve rispondere di mancato soccorso. L’Italia, a differenza della tanto osannata Spagna di Zapatero, non ha bisogno di

lezioni di umanità, perché è il paese che più di ogni altro presta soccorso agli immigrati. E l’Europa? Dov’è finita l’Unione europea in tale questione? Gli uomini di Chiesa che parlano di accoglienza senza se e senza ma, dovrebbero cercare di essere realisti. Non possiamo accogliere tutti. Un paese deve prima di tutto pensare ai suoi cittadini e alla loro sicurezza e agli immigrati deve fornire una casa, l’assistenza sanitaria e un lavoro. Ciò non sarebbe possibile se aprissimo le nostre frontiere indiscriminatamente. Specialmente quando si tratta di musulmani, assai restii all’integrazione e propensi a interpretare il nostro dialogo come resa ai loro costumi. Quanto al reato di clandestinità, previsto dalla nuova normativa, è sacrosanto in uno Stato che si dica di diritto. Chi non è in regola, non può entrare. Unica grande critica che si può muovere a Berlusconi è la completa prostrazione nei confronti del dittatore islamico Gheddafi, in nome degli interessi. E’ vero che l’accordo con Tripoli ha portato a una diminuzione degli sbarchi di clandestini, ma è anche vero che questi, in quantità assai più piccole, continuano con l’appoggio del tiranno libico, che ha interesse a tenere il nostro paese sotto ricatto.

Federico Catani

DIS-INTEGRAZIONE “Integrare” è una gran bella parola, include in sé i più straordinari significati: completare, arricchire, inserire, adattare. Tutto ciò non può che essere il contrario di escludere, isolare, emarginare, ghettizzare e segregare. Si tratta di una parola nota a tutti o dovrebbe, di cui si sente parlare spesso e male, correlata al termine “immigrati”. Da ormai diversi decenni l’Italia è meta di pellegrinaggio, data la vicinanza alle coste africane e quelle dell’est-Europa; il problema dei clandestini è sempre più sentito dalla popolazione, che vede negli extracomunitari una minaccia all’ordine pubblico, al lavoro e alla legalità. Essere straniero comporta non poche difficoltà, dovute al venire a contatto con differenze di clima, di usi e costumi, di credo religioso, di organizzazione politica; ma il problema maggiore è dovuto alla mentalità ormai anacronistica, superata e fortemente ignorante, dei cosiddetti “ospitanti”. Non si possono ignorare neanche le problematiche che i cittadini sollevano riguardo alla delinquenza alla sicurezza sociale, soprattutto nelle grandi città; ma è difficile convenire che la questione si possa risolvere con gli eserciti nelle strade e i decreti di espulsione; il proliferare di quartieri a sfondo etnico, stile China-town, nelle metropoli come Roma e Milano, non aiutano l’integrazione; così come sono deleterie le classi per soli immigrati sin dalle elementari. Sicuramente c’è bisogno di una regolamentazione che determini e legalizzi la posizione di quegli immigrati di buona volontà che lavorano onestamente, e che punisca, con l’espulsione, chi vive nell’illecito e prova ad arricchirsi con la malavita; ma allo stesso tempo c’è bisogno di meno ipocrisia e paura infondata.

Il malessere dello straniero, a causa della maggioranza malpensante (o non pensante affatto), si traduce in centri di permanenza, di (non) accoglienza, luoghi comuni, statistiche interessate e selezionate, lavori umili, offese e tanta, troppa ignoranza. Le banali argomentazioni: la riduzione dei posti di lavoro, la “contaminazione” dei luoghi di culto e via dicendo. La realtà sconosciuta, a purtroppo più del 50% del pubblico italiano, smentisce i luoghi comuni, frasi fatte dettate dall’inciviltà. Perché pubblico? Perché spettatore di una informazione manipolata, non seguita da una rielaborazione personale. I lavori accollati dagli stranieri sono gli stessi che, sempre le persone di cui sopra, si vergognano di fare perché faticosi, umili e mal retribuiti; gli autori delle violenze sessuali sono italiani in più di sei casi su dieci, ma indignano maggiormente quei tre casi rimanenti; quello che dovrebbe essere notato è che, al di là delle statistiche, si tratta di un reato in ogni caso deprecabile che prescinde dal confine meramente territoriale. Non esiste un popolo più degno di rispetto di un altro né una nazione migliore di un’altra; i confini, le barriere, le bandiere, non contano; dovremmo ricordarci che il terreno su cui viviamo non lo possediamo, lo occupiamo. Eppure, ad oggi, la maggioranza della popolazione, (e quello che più è preoccupante, ragazzi e addirittura minorenni), si sente “in pericolo” e voterebbe, come del resto ha già fatto, per un pensiero plagiato, poco valutato e spesso dovuto ad altalenanti e qualunquistici ragionamenti.

Letizia di Berardino


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Il contrattacco è iniziato. Verrà ricordata come la campagna del 28 agosto 2009, quella in cui Papi, di ritorno dalle vacanze estive lanciò l’offensiva contro nemici, traditori e collaborazionisti. Neanche il tempo di salutare la dozzina di fanciulle in festa per il suo ritorno e liberarsi dal suo doppiopetto … c’est la guerre. Una blitzkrieg giocata su due fronti: uno, quello delle azioni legali contro la stampa non allineata, studiato di modo da infondere nell’immaginario collettivo la figura di un premier talmente forte delle sue posizioni da ricorrere (udite udite!) alla magistratura; l’altro, quello mediatico, trasformato in un campo di battaglia da dominare per demolire gli avversari. Che Berlusconi avesse in mente di prendersi una rivincita però lo si era capito già quando aveva rimodellato a suo piacimento le direzioni dei suoi house organ, soprattutto con il ritorno di colui che trasformò la casa del più grande giornalista italiano del novecento, Montanelli, nel manganello di MrB: Vittorio Feltri. Ed è proprio il ritorno del picchiatore alla direzione de “Il Giornale” che avrebbe dovuto far presagire qualcosa. Perché, per prima cosa, Feltri non è un omuncolo qualsiasi alla Giordano, ma il campione della scuderia di Arcore e, secondo, perché chi pensava che il Cav rimanesse sulla difensiva dopo la batosta di Puttanopoli coltivava in realtà un’ingenua illusione. Riposizionare il mastino di Arcorville al timone dell’ammiraglia azzurra poteva significare solo una cosa: cannoneggiamenti. Infatti le vicende del mese appena trascorso hanno riproposto un Feltri dedito a punire severamente i traditori. Tra questi Dino Boffo, ormai ex direttore de “L’Avvenire”. Uomo di fiducia

dell’ex segretario di Stato vaticano Camillo Ruini, centro del potere mediatico ecclesiastico, Boffo è stato demolito perché ha osato pigolare contro gli scandali a suon di sgualdrine d’alto bordo e incoerenze palesi tra vita pubblica e vita privata del nostro premier. Un uomo che è stato paladino del berlusconismo di matrice cattolica. Un uomo specializzato nello zittire senza mezzi termini quei lettori indignati dalle leggi ad personam o da altre porcherie berlusconiane. Un uomo, però, che è stato punito. Punito per non aver difeso ancora una volta a spada tratta il Papi, il quale ha solo aspettato il momento più propizio (cioè il progressivo diradarsi di notizie al sapore di escort) per far fuori una preda facile. Facile perché Boffo non era una persona inattaccabile, anzi. Il pupillo di Ruini qualche anno fa non si è opposto ad un decreto penale pagando una ammenda di 516 euro per aver molestato telefonicamente una signora di Terni. Ma Feltri ha semplicemente messo in evidenza le incoerenze di un falso moralista o ha fatto qualcosa di più? Perché bisogna considerare che Feltri non ha semplicemente pubblicato una notizia di due o tre anni fa: Feltri ha sbandierato una notizia stantia, o quantomeno secondaria, sulla prima pagina (!) de “Il Giornale“ del 28 agosto ed ha tentato di supportare quest’offensiva contro Boffo attraverso l’utilizzo di una lettera anonima, spacciata per un documento ufficiale allegato al rinvio al giudizio dell’ex direttore del quotidiano dei vescovi, nella quale si insinuavano, tra l’altro, presun-

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Il ritorno di Tappoleone

te tendenze omosessuali di quest’ultimo. Quindi altroché se Feltri ha fatto qualcosa: ha rinunciato alle vesti da giornalista per assumere quelle del sicario mediatico. Chi l’avrebbe mai detto. Paradossalmente però si dovrebbe spezzare una lancia in favore dell’Ammiraglio Vittorio: almeno per questa vicenda l’indegno successore di Montanelli non ha dovuto inventarsi un’intera notizia di sana pianta. Il che è già un passo avanti.

Giuseppe Carteny

Impressioni di settembre e Intimidazioni del signor B. in un contesto europeo Scorro la pagina on-line di Repubblica e del Corriere da un internet point che puzza di fritto a nord di Edimburgo. I miei compagni di viaggio, un ragazzo francese e una 20enne svizzera, hanno l’aria di divertirsi molto mentre racconto le vicende italiane del Signor. B. ( non vorrei essere più specifica, salvo denunce a 360°!) . “ E dopo le escort, spunta fuori pure il giornalista cattolico dell’ Avvenire?”. Ridono, loro: “Insomma, dal diavolo all’acqua santa !” oppure “ la democrazia sta andando a puttane he !?! ”. Le battute facilone si sprecano e tutto, visto dall’estero, al di là della bolla mediatica che ovatta le nostre percezioni d’ oltralpe, riacquista per me i contorni del paradosso. Ma quando si parla della denuncia a Repubblica e del respingimento dei migranti senza neppure la verifica del loro diritto d’asilo, allora le espressioni si fanno più serie. Ecco come si passa dal fango dei battibecchi sulla vita sessuale del premier (perdonatemi l’orribile immagine), alla sostanza politica ed etica di un discorso più ampio; un discorso europeo che vede coinvolta me, cittadina italiana, un cittadino francese e una svizzera. Tutti nella stessa barca. Ma dalle pagine dei giornali di oggi, 2 settembre, pare che il premier italiano non la pensi come noi. E’ stata dura la replica del signor B. alle richieste di chiarimento avanzate al governo italiano e maltese da Dennis Abbott, portavoce della Commissione europea, in merito ai respingimenti indiscriminati di migranti, l’ultimo nello specifico di 75 clandestini riaccompagnati in Libia . Berlusconi risponde : “parli solo il Presidente della Commissione, non i portavoce” e minaccia altrimenti di “non dare più il nostro voto, bloccando il funzionamento dell’ Ue ove non si determini, nel prossimo Consiglio europeo, che nessun commissario e nessun portavoce possa intervenire pubblicamente su nessun tema. I commissari dell’ Ue danno alle istituzioni del paese

delle armi che invece non esistono (espressione a mio modesto parere ispirata all’amico Bush, con l’omissione di “di distruzione di massa”) ” . Nasce il sospetto che il Signor B. abbia chiamato solo il presidente a parlare come atto di sfida, dato che Barroso è in attesa di riconferma, e così si vede costretto o a rischiare la poltrona o a fare la figura del pavido di fronte a un così violento attacco alle istituzioni europee. In ogni caso Barroso risponde di essere “fiero dell’operato della Commissione”. Infatti zittire i commissari significa ignorare il principio dell’indipendenza della Commissione dai governi nazionali snaturando le fondamenta dell’istituzione stessa. Di fronte all’atteggiamento spavaldo del Signor B., Bruxelles si è mossa con discrezione e una buona dose di ironia. Solo Martin Schulz (simpaticamente definito kapò, ricordate?) , presidente del gruppo socialisti e democratici, ha parlato chiaro definendo le parole di Berlusconi un attacco inaudito alle istituzioni europee. Ma spezziamo una lancia a favore del Signor B. e della sua “irritazione” in relazione al tema oggetto di critiche, ovvero il trattamento dei rifugiati: nonostante secondo il “Patto per l’immigrazione” firmato l’anno scorso la responsabilità e l’onere economico per il trattamento dei rifugiati dovrebbero essere “comuni” e distribuiti equamente tra le 27 nazioni, a livello pratico permane una grossa ipocrisia: le richieste per la redistribuzione da parte della cintura meridionale dell’Ue ( Italia, Malta e Grecia, Cipro che accolgono la stragrande maggioranza dei flussi migratori) sono rimaste lettera morta.

Bianca Laterza

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LA DISCARICA DALLE UOVA D’ORO Cercare di capire come mai Roma sia una città tanto sporca quanto bella è estremamente complicato. Un tentativo ottimamente riuscito di mettere ordine nella matassa di questioni e di dati più o meno facili da reperire l’aveva già fatto Paolo Mondani, che ha curato una videoinchiesta dal titolo “L’Oro di Roma” andata in onda per Report il 23 novembre 2008. Nel servizio si esaminava il circolo vizioso che si è instaurato tra gli enti locali (Comune e Provincia di Roma, Regione Lazio) e i gestori della raccolta e dello smaltimento (o piuttosto dell’accumulo) dei rifiuti nella capitale, ovvero l’Azienda Municipale Ambiente (AMA), e le società che controllano la discarica di Malagrotta, la più grande d’Europa, in attività dal 1985. Si tratta di due società private del Gruppo Sorain Cecchini, ovvero il Consorzio Laziale Rifiuti (Co. La. Ri.), gestore dell’impianto, di cui è presidente Manlio Cerroni, e la E.Giovi, proprietaria dell’impianto, il cui capitale appartiene sempre all’avvocato Manlio Cerroni e il cui responsabile è Francesco Rando; che proprio pochi giorni prima della messa in onda dell’inchiesta veniva condannato in primo grado a un anno di carcere e 15 mila euro di multa per aver smaltito senza autorizzazione il percolato e i fanghi Acea mischiandoli con calce depositandoli poi nella discarica, oltre ad essere stato accusato di conferire i suddetti fanghi in discarica senza averli sottoposti ad analisi preventive. Una garanzia, insomma. La dinamica viziosa di cui sopra è la seguente: l’AMA effettua per il Comune di Roma la raccolta dei rifiuti urbani, per la quale i cittadini pagano una tassa, la TaRi. I rifiuti raccolti dall’AMA, circa 4500 tonnellate al giorno, vengono portati a Malagrotta. Per depositarli nella discarica, l’AMA, dunque il Comune, paga circa 72 euro a tonnellata comprensivi di eco-tasse ed iva, per un totale di circa 324 mila euro al giorno. Secondo i dati citati da Report, la cifra complessiva per il 2007 si aggirerebbe intorno ai 100 milioni di euro. Dal 1985 la gestione dei rifiuti prodotti dalla capitale ha seguito questo iter, con diverse controindicazioni. Per esempio la progressiva saturazione della discarica stessa che ormai la sua estensione arriva a lambire le abitazioni dei residenti nell’area limitrofa. Sono circa 50 mila le persone che vivono attorno alla discarica, e

la zona residenziale circostante è anch’essa in espansione, nonostante l’area sia definita “ad alto rischio ambientale” per la presenza della discarica, ma anche di un inceneritore per rifiuti ospedalieri, una raffineria, un deposito GPL, alcune cave di inerti, un bitumificio e un gassificatore. I residenti sono esasperati; i valori riguardanti la concentrazione delle polveri sottili nell’aria sono anche di 15 volte superiori ai livelli di legge. I cittadini dell’area si sentono abbandonati, e l’aver ottenuto qualche rimborso nelle cause che hanno coinvolto i gestori della discarica, o il vergognoso sconto che il Comune di Roma applica loro sulla TaRi non servono a migliorare le loro condizioni di vita, oggi minacciate anche dal gassificatore sopra citato, sempre di proprietà di Cerroni. Situato all’interno della discarica, il gassificatore non funziona in modo molto diverso da un inceneritore e non è meno inquinante. La tecnologia che si utilizza si chiama pirolisi, e anziché incenerire trasforma in gas il cosiddetto CDR (combustibile da rifiuti) che viene successivamente bruciato per ricavare energia elettrica. Alla fine del processo c’è dunque un incenerimento, che produce emissioni inquinanti. Dalla gassificazione di materiali eterogenei, peraltro, si ottiene certamente del metano, ma si producono sostanze nocive che la legge non richiede neppure di andare a ricercare nei controlli sulla qualità dell’aria. Una questione spinosa a cui si aggiunge quella sul residuo solido prodotto dai gassificatori, per alcuni inerte e addirittura utilizzabile come materiale per l’industria, per altri altamente tossico e da conferire in siti speciali (quali?). Un solo gassificatore - che tratta al massimo 500 tonnellate di CDR al giorno contro le 4500 raccolte a Roma quotidianamente - non è nemmeno sufficiente, tant’è vero che ad Albano già si lavora per costruirne un altro su terreni, neanche a dirlo, di Manlio Cerroni. La costruzione del gassificatore di Malagrotta è stata in parte finanziata con gli incentivi statali CIP 6 (dei veri e propri aiuti di Stato, che l’Europa ci contesta come illegittimi) per le fonti rinnovabili, pagati da ogni contribuente inconsapevolmente attraverso la bolletta ENEL. Ma di rinnovabile in tutto questo c’è ben poco, anzi. Il CDR trattato dal gassificatore, infatti, è ciò che resta dei rifiuti urbani tolti il vetro, la frazione organica e il metallo, cioè la carta e la plastica. Ma in assenza di un efficiente sistema di raccolta differenziata, come si impedisce ai materiali di

mescolarsi? Occorrerebbe abolire i secchioni multimateriale, ma, secondo l’AMA, sistemi di raccolta alternativi sono troppo costosi. Non si farebbe prima e meglio a riciclare carta e plastica, cioè i materiali di cui il recupero è praticamente integrale e in altre realtà è addirittura redditizio per le amministrazioni locali? Sarebbe certamente così se si dovesse ragionare in

termini di convenienza per la cosa pubblica, ma a Roma l’azienda pubblica paga un monopolista il cui interesse è che si continuino a produrre rifiuti da poter trattare e dai quali trarre profitto, quindi la differenziata non decollerà mai . La discarica, che doveva chiudere alla fine del 2007 per la normativa europea 36/2003 (nota bene: 2003), è stata prorogata fino alla fine del 2010. Nel frattempo si è redatto un Piano Rifiuti regionale per il Lazio e si è usciti a forza dal commissariamento durato ben 9 anni per scampare alle sanzioni comunitarie, ma si cercano ancora spazi per posizionare nuove discariche e ad Albano si continua a lavorare al secondo gassificatore. Il gassificatore di Malagrotta, peraltro, è stato prima sequestrato per mancanza di certificazioni per la prevenzione degli incendi, poi dissequestrato, poi rimesso in discussione per le tecnologie costruttive di dubbia affidabilità. Tecnologie che sarebbero le stesse impiegate per costruire l’impianto tedesco di Karlsruhe, chiuso nel 2004 e con alle spalle diversi incidenti operativi. La Thermoselect, costruttrice dell’impianto in questione, elenca tra gli inquinanti da esso rilasciati anche le diossine e i furani che, si dice in documenti relativi al gassificatore di Malagrotta, vengono da quest’ultimo completamente distrutti. E’ falso, si stima infatti che a Malagrotta ne saranno prodotti e liberati nell’atmosfera almeno 313 milligrammi l’anno. In attesa di conoscere gli esiti dell’inchiesta per disastro ambientale aperta dalla Procura di Roma, speriamo che le iniziative private virtuose come l’apertura di un impianto di riciclo di rifiuti urbani differenziati secchi provenienti dalla raccolta porta a porta nel luglio scorso a Colleferro, in provincia di Roma, trovino molti emulatori.

Francesca Giuliani


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Come un uomo sulla terra Quando la sofferenza toglie la memoria Com’è un uomo sulla terra? Che fa o che dovrebbe fare? Che diritti e che doveri gli sono riconosciuti? Difficile rispondere a queste domande, si dovrebbero prendere in considerazione svariati esempi di uomini, di molteplici Paesi e periodi storici. Per questo articolo vorrei raccontare un particolare tipo di uomo, che vive nella nostra epoca ed è rappresentato da Dagmawi Yimer, etiope. Nel 2005 è arrivato nel nostro Paese; è quello che nel linguaggio comune chiamiamo “clandestino”. Già, Dag è arrivato in Italia su un barcone, ultima sofferenza di un viaggio lungo, estenuante, che toglie le forze e la memoria. Dag ha raccontato la sua esperienza e quella di Sanait, Mimi, Tighist in un documentario, realizzato insieme a Riccardo Biadene e Andrea Segre, andato in onda su Rai3. “Io penso che questa storia dovrebbe cominciare circa 100 anni fa, con la guerra, quando l’Italia ha provato a invadere la Libia e poi dopo l’Etiopia. Invece adesso inizio a raccontarla dal rumore di un treno. Il rumore, ricordo i viaggi sul treno con mio padre, quando lui guidava e mi teneva lì davanti.. Studiavo giurisprudenza ad Addis Abeba, ma vedendo che i giudici vengono arrestati dal governo o diventano strumento del potere, mi sono chiesto << che ci faccio in questo Paese?>>”. Così comincia Come un uomo sulla terra, agghiacciante descrizione del viaggio che devono affrontare coloro che dall’Etiopia tentano di arrivare in Italia, per sfuggire ad una guerra o ad una difficile situazione politica. Il tutto inizia con un land cruiser, sul quale vieni caricato; si sta stretti, fa caldissimo; se ti senti male, devi vomitare in macchina, in una bottiglia di plastica; se protesti, vieni minacciato con un pugnale; l’autista non si ferma mai. Il viaggio, però, non continua per tutti: devi avere denaro se vuoi arrivare fino a Bengasi, nel nord della Libia. Se non ce l’ hai, vieni picchiato dalle autorità libiche e, se sei una donna, abusano di te. Una volta avvenuto il pagamento, ti arrestano (incredibile!) nella prigione di Kufra, ai confini con l’Egitto: il percorso continua, ma a ritroso. Centodiciotto in una stanza, uomini e donne insieme, con una bottiglia d’acqua a testa ogni 24 ore: serve per bere, lavarti, pulirti dopo i bisogni. Gli uomini vengono frustati, fino a perdere i denti e le donne guardano e urlano, implorando le autorità di smetterla. A una

donna incinta con il viso deformato per la sofferenza, un poliziotto le premeva un bastone contro la pancia e le gridava: “ Hai in pancia un ebreo e andate in Italia e poi in Israele per combattere gli arabi!”. Un ragazzo di nome Israel è stato picchiato a causa del suo nome e ora è matto perché in prigione lo hanno stuprato con il bastone di una scopa, cosparso di grasso. Tutto questo lo sopporti, perché pensi che prima o poi uscirai e starai meglio. Infatti nessuno ha interesse che tu rimanga a Kufra: dopo un po’ vieni prelevato dal carcere, caricato su delle auto delle autorità libiche ( e che si dice siano fornite dal governo italiano), che ufficialmente hanno il compito di portarti in Sudan, ma che in realtà ti consegnano a intermediari sudanesi, i quali ti comprano per 30 dinari; i sudanesi hanno contatti con altri libici che ti riportano verso Tripoli. Ikka Laitinen, direttore di FRONTEX, l’Agenzia Europea per la gestione delle frontiere esterne, parla di cooperazione tra Unione Europea a Paesi terzi, come la Libia, per cercare di arginare i traffici di clandestini e fermare gli intermediari. Sante parole. L’agenzia, l’anno scorso, ha condotto una missione in Libia, proprio nel carcere di Kufra; queste le conclusioni: “I membri della missione hanno potuto ammirare tanto la grandezza quanto la varietà del deserto, che non ha paragoni con nessuna area geografica dell’Unione Europea”. Della stessa opinione del direttore di FRONTEX è il governo italiano, che, pur essendo stato presieduto da diversi schieramenti politici, ha mantenuto una linea di condotta pressoché regolare: nel 2003, il governo Berlusconi avvia in segreto gli accordi con la Libia per contrastare l’immigrazione clandestina; Roma ha spedito in Libia, gommoni, pullman, mute da sub, 12mila coperte di lana, 6mila materassi e 1000 sacchi per cadaveri. Il 16 ottobre 2007, ENI e NOC, la società petrolifera dello stato Libico, hanno siglato un accordo per lo sviluppo della produzione di gas in Libia per 28 miliardi di dollari in 10 anni. Il 29 dicembre 2007, il governo Prodi ha rilanciato gli accordi con la Libia e stanzia oltre 6 miliardi di euro. Oggi, la Libia e l’Italia sono unite dal “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione”. Fabiana Nacci

Città dei ragazzi, non un altro centro accoglienza “Non v’è nulla di più straordinario della decisione di emigrare, nulla di più straordinario della ridda di emozioni e pensieri che inducono infine una famiglia a dire addio ai vecchi legami e ai luoghi familiari, a solcare le acque per approdare in una terra straniera”, con queste parole John Fitzgerald Kennedy parlava del coraggio degli immigrati che hanno fondato il suo Paese per introdurre l’importanza che riveste le gestione del fenomeno migratorio in un paese che costituisce la meta di milioni di destinazioni. Determinante allora per la grandezza di una nazione è la dotazione delle strutture adeguate per l’inserimento di quanti hanno lasciato gli affetti domestici per miseria, guerra o deficit democratico (queste le tre cause principali secondo l’OIM). L’immigrazione in Italia non fa più novità. Quello che fa novità, e con amarezza, è il fatto che effettivamente sono poche le strutture che danno le prime forme di assistenza ai nuovi arrivati o quelle che si sobbarcano la risoluzione di specifici problemi che l’immigrazione porta con sé. Tra queste ho avuto la fortuna di conoscerne una che mostra il volto migliore dell’Italia. Dove tristi occhi di uomini in corpi da bambino si riaccendono in un sorriso.Città dei Ragazzi è una struttura fondata nel 1945 dall’irlandese mons. John Patrick Carroll-Abbing con lo scopo di provvedere all’assistenza, all’educazione sociale e professionale di bambini e adolescenti, perlopiù orfani di guerra, sottraendoli dai rischi di devianza.Sono passati molti anni ormai, e fortunatamente gli orfani di guerra, per l’Italia, sono un ricordo del passato. Ma la cittadina, recependo le esigenze di oggi, continua ad accogliere bambini italiani in stato di bisogno e, soprattutto, giovani che, contando solo sulle proprie forze, raggiungono l’Italia, il belpaese che troppo spesso offre loro soltanto sfruttamento o impieghi malavitosi di vario genere. Giuridicamente si tratta di “minori non accompagnati”, minori per i quali una famiglia, spesso, paga cifre esorbitanti per imbarcarli verso un futuro migliore. La legge vigente sull’immigrazione prevede che in seguito a disposizione del Giudice Tutelare o del Tribunale dei minori, questi debbano essere dati in affidamento o tutela, godendo di un permesso di soggiorno che potrà essere convertito al compimento del diciottesimo anno per motivi di studio o lavoro. Solitamente, purtroppo, sono pochi i fortunati che approdano qui, i più li possiamo vedere alla stazione Ostiense (tanto per dirne una) in mezzo ai clochard; “tra i

musicisti e gli sbandati”, avrebbero detto i MCR. Caratteristica peculiare di questa struttura situata alle porte di Roma è l’autogoverno come strumento pedagogico. Fin da piccoli i “cittadini” interiorizzano norme e leggi al fine di integrarsi in maniera responsabile nella società che li accoglierà quando, compiuti i 18 anni, dovranno lasciare la cittadina di Carroll-Abbing. Questi giovani devono attenersi ad una Costituzione, hanno un’ Assemblea cittadina che elegge il Sindaco, organo sovrano, il Giudice ed il Questore. Sono tutti li, riuniti in quell’aula circolare che non ha nulla da invidiare al nostro Parlamento, ad alzare la mano, come se rispondessero all’appello dell’insegnante, per esprimere la loro scelta. Mani che “parlano” quindi, che scrivono, ma che maneggiano anche soldi. Come in tutte le città del mondo (o quasi) anche qui circola la moneta. Però non si tratta dell’euro come ci aspetteremmo avvenga in Italia, ma dello Scudo. Il suo potere d’acquisto è debole, ma solo nominalmente. Esso è lo strumento attraverso cui i ragazzi vengono retribuiti in base all’impegno che essi mettono nelle attività scolastiche ed extrascolastiche. Una condotta socialmente corretta permette loro di accedere a lettori mp3 o cds che il Sindaco fa arrivare nella Città (su richiesta dell’ Assemblea) e che sono acquistabili nel coloratissimo bazar davanti al refettorio. “I cittadini mi dicono cosa gli piacerebbe avere, io lo dico ai grandi e poi… arriva tutto!” mi dice Alimi, il sindaco.Ora Alimi non è più sindaco, il suo mandato è terminato. E non è più nemmeno un cittadino perché ha compiuto 18 anni, ma rimane comunque inserito nell’ambiente della Città lavorando come guardiano notturno. Stento a credere che gli occhi che ho di fronte hanno visto un padre (magistrato) venire ucciso dai talebani Afghani. C’è da stupirsi di tante cose… Ma ho capito che non mi devo stupire se qui un bimbo risponde all’insegnante che lo paragona alla figura di un bambino riportata in un libro di testo “Io no bambino. Io uomo”. Questa è stata la lapidaria risposta di Mohamed, 8 anni. Alle spalle un viaggio tutto solo dall’Egitto pagato a caro prezzo dalla sua famiglia, e davanti a sé quello che noi sapremo offrirgli. Già, perché Città dei ragazzi deve la propria sopravvivenza alle donazioni dei privati e alle sovvenzioni che arrivano dall’America. Non riceve nessun fondo dallo stato Italiano. Purtroppo si tratta di una realtà isolata e dei minori non accompagnati, non se ne sente parlare. Chi scrive spera che questo tema raccolga più attenzione (e più aiuti) al fine di garantire un’infanzia a chi è stata precocemente strappata, ed evitare che i loro sogni di esuli vengano disillusi.Perché se il buongiorno si vede dal mattino, questa è la strada giusta per la realizzazione di un armonico melting-pot. Valeria Resta

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Per un (bel) pugno di greggio Libia, la sentinella dei clandestini Chi l’avrebbe mai detto che quello scatolone di sabbia potesse contenere un tesoro? Cinque miliardi di tonnellate di greggio, questo è il tesoro di cui stiamo parlando. Il patrimonio energetico di questo Paese fa gola a tante potenze occidentali ma, con la firma del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” italo - libico, sembra proprio che il Belpaese si sia assicurato una sostanziosa fetta nella gestione delle risorse che si nascondono, ancora copiose, nel sottosuolo libico. L’immensa disponibilità di greggio e, in minor misura, di gas naturale ha permesso al Paese guidato dal colonnello Muammar Gheddafi – che ad agosto ha festeggiato il quarantesimo anniversario del golpe che lo portò al potere – di assumere nel mondo arabo un ruolo di guida per quegli Stati avversi alle ex (o presunte tali) potenze coloniali. La politica antimperialista di Gheddafi si espresse dapprima, negli anni 70, nell’espulsione dei coloni italiani e nella nazionalizzazione degli impianti delle compagnie petrolifere straniere, per poi sfociare, negli anni 80, nell’appoggio al terrorismo internazionale. L’attentato alla discoteca La Belle di Berlino, piena di militari statunitensi, e quello al PanAm Londra - New York precipitato sulla cittadina scozzese di Lockerbie, attribuiti ad agenti di Tripoli, causarono rappresaglie statunitensi sul territorio libico e sanzioni varate prima dagli Usa, poi anche dall’Onu. Insomma, nei suoi primi trent’anni di vita la Jamahiriyah – Stato delle masse – socialista del popolo arabo libico versava in una situazione non certo felice dal punto di vista delle relazioni internazionali, una situazione suggellata dall’etichetta di Stato canaglia attribuitale da Washington. La svolta è giunta nel 1999, quando Tripoli ha estradato i responsabili dell’attentato di Lockerbie (uno dei quali, Abdel Basset alMegrahi, tornato recentemente in Libia per ragioni umanitarie, accompagnato da un turbine di polemiche): da allora i rapporti tra la comunità internazionale e il governo libico sembrano essere mutati radicalmente. Dall’11 settembre del 2001, infatti, Gheddafi ha preso le distanze dal terrorismo internazionale, favorendo la graduale riabilitazione internazionale della Libia, che ha risarcito con miliardi di dollari le famiglie delle vittime sia dell’attentato berlinese sia di quello scozzese. Il new deal libico ha inoltre permesso di raccogliere i frutti di quelle trattative che, da circa quindici anni, governi italiani di diverso colore portavano avanti con Gheddafi per avviare una distensione delle relazioni con Tripoli. La ratifica del Trattato italo libico sembra aver messo fine all’atavica diffidenza del colonnello nei confronti

degli italiani, sancendo l’amicizia tra i due Paesi – addirittura fissando per il 30 agosto le celebrazioni del “giorno dell’amicizia italo - libica”. Il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” è ricco di implicazioni positive: l’Italia, facendosi carico delle responsabilità del suo passato colonialista e impegnandosi a risarcire i danni inflitti alla popolazione libica con cinque miliardi di dollari, stabilisce un rapporto privilegiato con una vera e propria gallina dalle uova d’oro nero. Ciononostante, la parte del Trattato relativa al comune controllo dei flussi migratori diretti verso l’Europa rappresenta una enorme pecca. Stando all’intesa, la Libia, con il supporto dell’Italia e dell’Unione europea, dovrebbe controllare i 4400 chilometri delle sue frontiere terresti, considerate come il confine effettivo del vecchio continente, e ostacolare i flussi migratori irregolari. Questa misura potrebbe avere scarsa funzionalità, se si pensa alle difficoltà che gli stessi Usa trovano nel monitorare le migrazioni lungo la frontiera messicana. Il Trattato rinnova, poi, gli impegni per il pattugliamento del Mediterraneo, attraverso il coordinamento delle autorità italiane e libiche, per l’intercettazione di natanti clandestini e per il loro respingimento nei porti di partenza. Tali accordi hanno trovato concreta applicazione, riducendo di fatto il numero delle imbarcazioni stracolme di clandestini che approdano sulle coste italiane. Tuttavia, sembra naturale chiedersi come lo Stato italiano possa disinteressarsi della sorte di persone, anche di individui legittimati a chiedere asilo, che, dopo aver solcato il Mediterraneo nelle condizioni più disperate, sono rispediti nei porti di partenza libici e lasciati in balìa delle autorità locali. Parliamoci chiaro: la Libia non è uno Stato democratico e devoto al rispetto dei diritti umani. Fino a quando, in assenza di efficaci politiche comunitarie, i governi italiani continueranno a volgere il capo dall’altra parte, mentre le prerogative di migliaia di uomini vengono calpestate? Nicola Del Medico

Il corno d’Africa suona una musica triste Titti Tazrar è l’unica delle trenta eritree sopravvissute al naufragio nel canale di Sicilia. La sua storia parla di emigrazione, di fuga, di morte per fame e per stenti e purtroppo non è molto diversa dalla storia di tanti altri profughi (quelli che hanno la “fortuna” di poterla raccontare) che devono lasciare la loro terra, spesso anche la loro famiglia, alla ricerca di un futuro migliore. Molti provengono dal Corno d’Africa, ad oggi una delle regioni più disastrate del mondo, in cui guerre, carestie e siccità hanno provocato una sacca di miseria e povertà che spesso rendono impossibile anche la semplice sopravvivenza. Il caso del Sudan è forse l’esempio più lampante: quella che si consuma in questo Paese è infatti la più grave e complessa emergenza umanitaria attualmente in corso nel mondo. Cuore della crisi sudanese è senz’altro il Darfur, vasta regione semidesertica ma ricca di risorse sotterranee, messa a ferro e fuoco dalle milizie dei Janjaweed spalleggiate dal governo di Khartoum, le cui scorrerie hanno costretto alla fuga metà della popolazione contadina. Moltissimi abitanti del territorio non hanno abbandonato la propria casa, pagando il terribile prezzo di restare tagliati fuori da ogni assistenza, isolati in aree controllate dal Governo o dai ribelli, ma egualmente inaccessibili alle agenzie umanitarie; gli altri sopravvivono in campi d’accoglienza o cercano rifugio

nel vicino Ciad, dove contendono di fatto le scarse risorse naturali e gli ambiti aiuti umanitari alla poverissima popolazione locale. La situazione non è migliore in Eritrea che sta vivendo oggi i momenti peggiori dal 1993, l’anno della conquista dell’indipendenza dall’Etiopia al termine di ben 30 anni di guerra. Il governo è caduto nella deriva dispotica tipica di gran parte dell’Africa e si mantiene aggrappato al potere con ogni mezzo, anche a costo di lasciare schierati da dieci anni al confine con l’antica nemica tutti gli uomini validi. L’Etiopia, dal canto suo, non sembra passarsela meglio: nelle ultime “libere” elezioni (2006) il governo in carica è stato sconfitto per quanto riguarda i seggi nella capitale, con una differenza di circa l’80% dei voti, ma è rimasto in carica sostenendo di aver vinto grazie ai voti provenienti dalle campagne. Numerose proteste da parte dei cittadini di Addis Abeba e delle altre città si sono concluse in scontri a fuoco dove hanno perso la vita decine, forse centinaia di persone. Alcune manifestazioni studentesche sono state represse nel sangue dalla polizia federale; attualmente quasi tutti i leader dell’opposizione sono incarcerati o dispersi. E’ da tutto ciò che Titti Tazrar ha cercato via di fuga e con lei i 79 emigranti che nell’agosto hanno lasciato le coste della Libia con un’unica e flebile speranza: arrivare e poter restare in Italia. Lei ce l’ha fatta, ma per molti altri il viaggio è finito molto prima di poter avvistare le coste italiane: sono 415 i morti nel canale di Sicilia dall’inizio dell’anno ad oggi. Un bilancio Ue che va ad aggiungersi ai 1274 clandestini scomparsi in mare tentando di raggiungere l’Europa nel 2008. Dati in difetto se si considera che le imbarcazioni che affondano durante le traversata non sempre vengono segnalate. Le cifre sono quelle di un conflitto, i protagonisti sono uomini che di conflitti, purtroppo, ne hanno lunga esperienza e che quindi, nel nostro come in altri Paesi, dovrebbero essere protetti dal diritto d’asilo. A cambiare è però l’ambientazione: si fugge per vivere, anche se non nella propria terra, si finisce troppo spesso per morire nelle acque di un mare che avrebbe dovuto portare alla salvezza. Flavia Romiti

Fuori dal Mondo è la rubrica che vuol dare spazio a quegli aspetti delle vicende di portata internazionale che, spesso, passano inosservati. Quanti fatti, quante storie, quante voci rimangono senza ascolto e rischiano di cadere nell’oblio mediatico? Se vuoi collaborare scrivi a fuoridalmondo360@gmail.com


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In questi ultimi mesi abbiamo visto elezioni in tutte le parti del mondo, dal Medio Oriente, all Europa e ultimamente anche in Giappone. Ma questo mondo apparentemente democratico a volte lo è molto meno. Ma entriamo in merito a questo argomento guardando all'Iran e in Afghanistan. Nell'Iran lo scorso giugno si sono svolte le elezioni presidenziali, dove il presidente Mahmud Ahmadinedschad si dovette confrontare principalmente con Hossein Mussawi. Il presidente, sostenuto dall'Ayatollah Ali Khamenei, è stato dichiarato vincitore. Ma l'opposizione non si è arresa e ha incominciato una lotta per la democrazia. Sempre più forte si ha sentito le grida di un’ elezione corretta. Ma la corretta del governo è avvenuta in forma di manganelli. Anche se, dopo dure lotte, la “Guida suprema” ha dato ordine a ricontare alcune schede nulla è cambiato. Oppressione e violenza forse neanche contro la democrazia ma per la teocrazia e l'Ayatollah. L'Ayatollah, infatti, non è solo leader religioso e spirituale ma anche a capo della „Guida suprema“. Lui concentra gran parte del potere nelle sue mani. E con questo potere diventa artefice del destino di tutto il paese. Probabilmente le faccende delle elezioni, come non erano le prime, non saranno neanche le ultime e il mondo occidentale continuerà a guardare con preoccupazione

all'Iran. Ma non solo all'Iran. Anche l'Afghanistan e i Talebani con le recenti elezioni sono rientrati nel focus dell'attenzione. Questo forse è anche dovuto al cambio di politica estera degli Stati Uniti, che con il graduale ritiro dall'Iraq si incentra nuovamente sull'Afghanistan. Ma da tempo il rapporto del mondo occidentale con l'Afghanistan è guidato dal supervisore USA e per questo ci preoccupa più il terrorismo talebano nei confronti degli elettori che elezioni guidate con una mano un po’ meno democratica. Certamente anche le azioni di boicottaggio elettorale devono dare da pensare. Ma se vogliamo aiutare un paese a diventare democratico, o meglio indipendente, dobbiamo principalmente garantire elezioni corrette, anche contro il candidato che ci sta comodo. Fortunatamente abbiamo anche esempi da seguire, come recentemente il Giappone. Lì il governo liberal-democratico con la sua macchina burocratica e corrotta, dopo più di 50 anni, viene battuto con larghissima maggioranza dal partito dei democratici. Verde è la speranza. Verde sarà la democrazia?

Robert Mair mairob1@hotmail.com

Il golpe dello scorso 28 giugno ha trascinato l'Honduras nel caos. Il Presidente Zelaya che aveva annunciato di voler chiedere all'elettorato di modificare la Costituzione in modo da potersi candidare per un secondo mandato, è stato costretto all'esilio con i membri del suo governo, mentre l'esercito, ispirato dai giudici della Corte Suprema, ha preso il controllo dei palazzi del potere. Zelaya, socialista vicino al venezuelano Chavez, è stato arrestato insieme ad 8 ministri. Arrestati anche gli ambasciatori di Nicaragua, Cuba e Venezuela. Il "golpe" ha subito suscitato la reazione sdegnata dei leader esteri più vicini a Zelaya, in particolare da parte di Hugo Chavez che si è detto pronto ad inviare l'esercito per liberare "il suo ambasciatore". I golpisti, a differenza di tanti loro predecessori del passato, non stanno trovando appoggi ufficiali neppure negli Stati Uniti: Barack Obama ha subito espresso la sua condanna per il golpe, mentre l'ambasciatore statunitense in Honduras ha dichiarato che "l'unico presidente che gli Stati Uniti riconoscono nel paese è Zelaya". Il Paese sembra lontano dal risolvere la crisi socio-politica successiva al golpe del 28 giugno. Emblema del clima di tensione è il rapporto tra il nuovo governo de facto e la stampa. Diversi tra soldati e poliziotti hanno ricevuto il compito di "occuparsi" di quei media critici con la rimozione dell'ormai ex presidente Manuel Zelaya. “Reporters senza frontiere” cita diversi casi di giornalisti che hanno subito minacce e violenze fisiche da parte dell'esercito. “Il colpo di stato del 28 giugno ha rotto l’ordine costituzionale in Honduras, e ha portato a una crisi non solo politica ed economica ma anche dell’informazione”, scrive il quotidiano honduregno Tiempo, che in un editoriale analizza la situazione dopo l’insediamento del governo di Roberto Micheletti. “Gli abusi e le violazioni da parte dei mezzi di comunicazione sono quotidiani: omettono le notizie sfavorevoli al governo, come le dichiarazioni di condanna della comunità internazionale, distorcono la realtà in maniera deliberata e pubblicano notizie false per screditare gli oppositori. Ma tutto questo non deve sorprendere”, continua Tiempo. Il golpe è stato messo in atto con l’appoggio del nucleo dominante dell’imprenditoria honduregna, che controlla quasi tutti i principali mezzi d’informazione del paese. È normale, quindi, che dal 28 giugno in poi la mag-

gior parte dei quotidiani, delle radio e delle tv siano diventati strumenti di propaganda nelle mani del governo de facto. Ma non sono immuni da minacce e violenze i supporters del presidente rivoluzionario Roberto Micheletti. Il 15 agosto seguaci di Zelaya hanno infatti lanciato molotov contro la sede principale del Heraldo, uno dei prinicipali giornali che sostengono Micheletti, e hanno picchiato diversi suoi dipendenti, accusandoli di aver contribuito al golpe. Nonostante gli sforzi diplomatici del presidente del Costa Rica Óscar Arias, i negoziati tra il presidente deposto dell’Honduras Manuel Zelaya e il capo del governo golpista Roberto Micheletti sono in fase di stallo. Micheletti ha detto di essere disposto a concedere l’amnistia a Zelaya, che ha risposto dando un ultimatum al governo golpista per cedere il potere e invitando gli honduregni alla sollevazione. Il fattore tempo gioca a favore di Micheletti. A meno di quattro mesi dalle elezioni presidenziali e legislative, la priorità per la comunità internazionale è favorire una transizione pacifica invece di sostenere il ritorno incondizionato di Zelaya, che potrebbe provocare degli scontri e far degenerare la già precaria situazione del paese. Inoltre il nuovo presidente, che entrerà in carica a gennaio 2010, sarà legittimato dal voto popolare, quindi Zelaya non avrà più argomenti per rivendicare il potere. Questo scenario sarebbe ancora più probabile se il voto dovesse essere anticipato a settembre. Il 25 agosto il presidente ad interim Micheletti ha respinto le richieste della delegazione dell’Organizzazione degli stati americani (Osa) e ha affermato che il suo governo non teme eventuali sanzioni. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno sospeso la concessione di visti ai cittadini honduregni, il presidente Barack Obama ha infatti ribadito il sostegno degli Stati Uniti al presidente deposto dell'Honduras, Manuel Zelaya, lanciando un appello affinche' venga ristabilito l'ordine costituzionale e la democrazia nel Paese. Al termine del vertice UsaMessico-Canada, a Guadalajara, l'inquilino della Casa Bianca ha detto che ''il presidente Zelaya resta il presidente democraticamente eletto e, per rispetto al popolo dell'Honduras, e' necessario ristabilire l'ordine democratico e costituzionale'' Valentina Vignoli valentina.vignoli@gmail.com

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Honduras: governo golpista e informazione imbavagliata

Verde è la speranza

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Trapianti in Cina: organi prelevati da detenuti Martedì 25 agosto il Governo cinese ha avviato un programma nazionale per incentivare la donazioni degli organi con lo scopo di ridurne il traffico illegale: fonti attendibili testimoniano, infatti, che almeno il 65% degli organi trapiantati in Cina, provengano da condannati a morte; spesso senza previo consenso del detenuto o della famiglia stessa. Le origini di questa barbarie vanno però ricercate nelle radici della cultura cinese: si ritiene infatti sacrilego danneggiare un corpo dopo la morte, anche se per scopi onorevoli e sanitari . Ciò ha ovviamente comportato una misera cifra di donatori consenzienti, centotrenta negli ultimi sette anni. Per rimediare a questa scarsità, il Governo cinese ha dunque pensato di utilizzare gli organi dei condannati a morte, approfittando della scarsa libertà d’informazione che imperversa in Cina. Per anni, infatti, il redditizio traffico d’organi cinese è rimasto in penombra, sebbene Amnesty International continuasse a segnalare inusuali condanne verso i praticanti del Falun Dafa, meglio conosciuti come Falun Gong, puntualmente arrestati per aver praticato la loro pacifica disciplina, rinchiusi nei campi di concentramento e giustiziati non appena il loro cuore fosse compatibile con qualche ricco cinese disposto a pagarlo fior di quattrini. È difatti noto, ormai, che spesso le condanne vengano eseguite a seconda delle esigenze clini-

che degli ospedali. Le esecuzioni avvengono infatti in maniera assai particolare: un colpo alla nuca e in breve tempo i medici sono già sull’ambulanza diretti verso l’ospedale con gli organi interessati (o interessanti, che dir si voglia). Quasi consola sapere che da qualche mese il Governo cinese ha finalmente previsto l’iniezione letale al posto del colpo di pistola, ma questo non attenua il grave sopruso che si compie nei confronti dei detenuti. “I prigionieri giustiziati non sono decisamente una fonte adatta per gli organi destinati al trapianto” ha affermato il viceministro della salute, Huang Jiefu. Questa campagna di sensibilizzazione riguarderà inizialmente solo dieci province cinesi: Liaoning, Zhejiang, Shandong, Guangdong, Jiangxi, Yianjin, Shangai, Xiamen, Nanjing e Wuhan. Non sono poche, invece, le critiche dirette al nuovo programma del Governo cinese per-

ché considerato insufficiente e addirittura volutamente futile per la risoluzione di una pratica così brutale ma diffusa come la compravendita di organi umani. Del resto, sebbene pochi ne siano a conoscenza, già nel 2007 era stata varata una legge che rendeva illegale il commercio d’organi, legge rivelatasi del tutto inutile se non addirittura invisibile. C’è probabilmente da colpevolizzare parte della stessa economia cinese, quella nicchia che ha reso gli organi un vero e proprio prodotto di mercato: non sono ormai pochi i siti internet dove è possibile scorgere forum con “cercasi e vendesi organi di tutti i generi”. Ovvio, purtroppo, che dove un organo può fruttare migliaia di euro si fatichi a trovare donatori volontari. Li chiamano turisti dei trapianti, gli stranieri che giungono in Cina da ogni parte del mondo per comprare un organo, per acquistare la vita. Unica avvertenza: staccare il cartellino del prezzo prima dell’uso, potrebbe causare forti sensi di colpa a chi compra il cuore di un uomo che l’ha venduto per sfamare suo figlio.

Alessandra Micelli alessandramicelli@gmail.com

Prosegue la lotta contro la nuova pirateria

Sebbene scomparse la Jolly Roger, tipica bandiera dallo sfondo nero con teschio e tibie incrociate, sciabole affilate e benda sull’occhio, la pirateria marittima non è mai scomparsa. I dati parlano chiaramente: negli ultimi anni la pirateria ha avuto un incremento inaspettato, portando addirittura le Nazioni Unite a stanziare 72 milioni di euro per la sicurezza marittima. L’attuale pirateria agisce nel Golfo di Aden, situato nell’Oceano Indiano tra lo Yemen e la Somalia, passaggio obbligato per il 14% del trasporto mondiale di tutte le merci e addirittura il 30% dei trasporti mondiali di petrolio. Quale preda migliore, dunque, se non l’oro nero? Per cos’altro, gli innumerevoli Stati coinvolti, sarebbero disposti a versare più alte cifre di riscatto? Probabilmente, nemmeno per le vite umane, sebbene i pirati siano giunti addirittura ad attaccare le navi da crociera, episodio culmine il tentato dirottamento della Melody, una delle navi della più grande compagnia di crociere, la MSC. Attacco avvenuto il 27 aprile 2009 e fortunatamente sventato dai 536 membri dell’equipaggio che sono riusciti a mettere in fuga i pirati somali. Proprio pochi giorni prima era del resto giunto l’ultimatum di 72 ore per la Bucaneer, rimorchiatore statunitense battente bandiera tricolore, sequestrata ormai da circa due settimane. Ma

ciò che allarma maggiormente in questo momento, è il progressivo aumento del raggio d’azione dei pirati che hanno da poco iniziato a sferrare gli attacchi anche molto al largo, disorientando la coalizione internazionale che il 27 maggio aveva disposto un corridoio militare nei pressi della costa per contrastare la nuova pirateria. Ban Ki-Moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ricerca in realtà le motivazioni più profonde dello sviluppo della pirateria, trovandole in realtà nell’antica lacerazione interna allo Stato stesso, privo di un governo solido e dilaniato da continue guerriglie civili che attanagliano la popolazione; la soluzione, a suo avviso, sarebbe quella di aiutare la Somalia a raggiungere una situazione di stabilità, per poter poi gestire il problema della pirateria. Una diversa proposta giunge invece da una personalità non poco influente nelle vicende africane, quella di Gheddafi, che si propone in prima persona per la risoluzione degli attacchi di pirateria, ma che al tempo stesso giustifica in parte i pirati somali, che attaccherebbero le navi straniere per reali necessità economiche e per, come ha più volte asserito, sfamare i propri bambini. La sua proposta sarebbe quella di assicurare ai somali la garanzia del rispetto della loro zona commerciale, in cambio della cessazione degli atti di pirateria. Attualmente non si possono immaginare gli sviluppi futuri, ma si spera che con il sostegno delle Nazioni Unite e l’intento da parte del Governo somalo di usufruire degli aiuti esteri, porti finalmente ad una risoluzione, seppure lenta e graduale.

Alessandra Micelli alessandramicelli@gmail.com


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L’ultimo dei Kennedy lascia l’America fango”, come furono chiamati dalla stampa del periodo. Dopo la morte dei fratelli prese le redini della famiglia Kennedy diventando anche tutore dei 13 figli lasciati da John e Robert. Nonostante alcuni scandali legati alla vita privata che hanno colpito la sua carriera, ha sempre vissuto al centro della politica americana, partecipando a tutti i dibattiti e a tutte le decisioni degli ultimi cinquanta anni. Il patriarca democratico ha sostenuto fortemente anche Barack Obama, sin dalle primarie, agevolandone senza dubbio con il suo appoggio l’elezione. Il funerale ha avuto luogo dopo la commemorazione presso il JFK Library and Museum, dove l’ultimo Kennedy della politica americana, il “Grande Leone”, ha ricevuto un estremo saluto da oltre 30.000 persone. La cerimonia, è stata svolta a Boston, in presenza di 1500 persone, fra le quali gli ex Presidenti Jimmy Carter, Bill Clinton e George W. Bush oltre all’attuale Presidente Barack Obama che nel suo discorso ha speso parole importanti per Ted Kennedy «il più grande legislatore dei nostri tempi» non solo «attenendosi ai principi, ma anche cercando compromessi e cause comuni», e ancora «Il lavoro della vita di Kennedy non è stato la difesa dei ricchi, dei potenti, o degli ammanicati, ma è stato di dar voce a quanti non venivano sentiti, di aggiungere un gradino alla scala delle opportunità, di dare realtà al sogno dei nostri fondatori». Con la sua morte non è solo la politica americana a perdere uno dei suoi massimi rappresentanti, ma è soprattutto il Partito Democratico a soffrirne; le posizione del partito sono indebolite fino al rinnovamento del seggio in Senato lasciato vacante dal Grande Leone, privando il partito di voti importanti nei prossimi quattro mesi circa, un pericolo per le vicine votazioni per la legge sanitaria che i democratici stanno già pensando di ribattezzare “Legge Kennedy”, in memoria di uno dei più grandi promotori di questa riforma.

Gianfranco Addario

LA STORIA DEI PICCOLI GESTI Ogni essere umano spesso si trova di fronte a delle decisioni, anche importanti, che deve prendere in pochi istanti. Scegliere questo o quello, andare a destra o a sinistra, temporeggiare o agire impulsivamente sono solo alcune delle infinite possibilità che ognuno di noi deve fronteggiare quando si trova dinanzi ad un problema di questo tipo. I grandi momenti della storia sono in fondo frutto di piccoli gesti di uomini comuni, il cui agire rappresenta una novità, un radicale cambiamento rispetto alla routine del tempo. Quest’articolo tratterà proprio di una semplice guardia di confine ungherese, Arpad Bella, che è la dimostrazione di quanto premesso finora. A novembre si celebrerà il ventesimo anniversario del crollo della Cortina di Ferro. Una data che rappresentò una svolta storica, che segnò la fine di un’epoca e l’affermazione di un’altra. Tuttavia ci fu un avvenimento che anticipò quest’evento e che ne costituì una sorta di presagio. Sto parlando del famoso “picnic paneuropeo” che si tenne il 19 Agosto 1989 lungo la frontiera tra Austria e Ungheria. Secondo le intenzioni, un tratto del confine, più precisamente nei pressi del piccolo villaggio di Sankte Magdalene, sarebbe stato aperto per pochi minuti in modo che alcune persone, non più di un centinaio, sarebbero potute passare da una nazione all’al-

tra in segno di amicizia e di rispetto reciproco. Nella Germania dell’Est, però, la voce si sparse rapidamente e così il giorno della manifestazione accorsero circa cinquecento cittadini della DDR in vacanza sul lago Balaton. Di conseguenza in quel 19 Agosto di vent’anni fa invece di un semplice attraversamento simbolico di pochi dimostranti, ci fu una vera e propria fuga di massa. Uomini, donne, anziani e bambini si presentarono all’appuntamento decisi ad oltrepassare il confine. Ed ecco che entra in scena il nostro Arpad Bella, citato all’inizio dell’articolo. In quell’occasione era proprio lui di guardia su quel tratto di confine e, incredibilmente, i suoi superiori erano assenti. Intervistato recentemente dal celebre quotidiano inglese “The Times”, l’uomo racconta la sua storia con profonda commozione: “Non appena il confine fu aperto, mi vidi davanti tutta quella gente…c’erano donne e bambini, famiglie con valigie, migliaia di persone”. Nella vita di ognuno di noi ci sono dei momenti in cui bisogna prendere una decisione fatidica, momenti in cui tutta la tua vita si decide in pochi secondi. “Cercai di mostrarmi impassibile, dentro ero dilaniato, ma ho fatto la cosa giusta”. E ha fatto davvero la cosa giusta. Arpad Bella ordinò alle altre guardie di farsi da parte e di lasciar passare tutte quelle persone. Potrebbe sembrare a noi una decisione piuttosto ovvia e razionale, ma tutto appare diverso se la inseriamo in un contesto storico così complesso e travagliato, come quello di cui sto parlando. Gli ordini, infatti, erano di sparare in caso di minaccia, ma era chiaro cosa avrebbe provocato in quella situazione anche un solo colpo di avvertimento esploso in aria. E così quella decisione così improvvisa, quel apparente piccolo gesto divenne il simbolo di un momento decisivo, quello in cui finì la divisione dell’Europa postbellica. La storia, per concludere, non è un qualcosa di astratto da studiare sui libri come fosse una filastrocca per bambini cresciuti, non è un semplice corso di eventi riconducibili a leggi ben precise. La storia è fatta dagli uomini e dalle loro scelte coraggiose. Ed ecco perché questo titolo: La storia dei piccoli gesti.

Roberto Cerroni romalamagica@hotmail.it

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Lo scorso 25 Agosto, a 77 anni, è venuto a mancare Edward “Ted” Kennedy, Senatore del Massachusetts, ucciso da un tumore al cervello con il quale ha combattuto a lungo. Ted, fratello di John Kennedy, ex Presidente degli Stati Uniti, e di Robert Kennedy, ex Senatore, fu una fra le principali personalità del Partito Democratico, diventandone il più grande rappresentante in Senato. Per 47 anni, dall’elezione di John Kennedy a Presidente, ha ricoperto in Senato il seggio che era stato del fratello maggiore, vincendo ripetutamente otto elezioni con percentuali il più delle volte plebiscitarie. In questi lunghi anni è diventato un vero e proprio baluardo della sinistra del Partito Democratico, schierandosi sempre nella difesa dei disagiati, esempio è la Fair minimum wage act (legge a favore dell’incremento dei salari minimi) o la riforma della sanità (piano che prevede una sanità gratuita sul modello europeo, obiettivo della presidenza Obama). Anche all’estero Ted Kennedy fece sentire la propria voce, come nella ferrea condanna all’Apartheid in un periodo in cui ancora non era nato il caso mediatico che ha portato l’occidente a riflettere sulla questione sudafricana. Edward Kennedy nacque a Boston il 22 Febbraio del 1932, figlio ultimogenito del finanziere Joseph Kennedy e di Rose Fitzgerald. Dopo il diploma ad Harvard e la laurea in diritto all’Università della Virginia, si occupò della campagna elettorale del fratello John nel 1960 e ottenne il seggio in Senato nel 1962 a soli trenta anni. Nel 1966 fu a Firenze, anche lui collaborò per salvare i volumi della Biblioteca nazionale centrale devastata dall’alluvione, diventando uno degli “Angeli del

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Salve, sono uno studente di Economia, fuorisede e ormai uno dei “vecchi” di 360 gradi. Saluto Cosmoluiss Economia su cui ho scritto per due anni e comincio la “mia quarta stagione” in questo ateneo cercando di inaugurare nella maniera migliore possibile questa rubrica, che spero riesca, mese dopo mese, a creare, e magari pure a soddisfare, la curiosità e l’interesse di molti di voi che ora state leggendo più per caso che per volontà. Essendo la prima, e poiché desidero che sia buona per i più, non mi dilungherò molto sulla scelta del nome, “l’Eretico”; preferisco venga compresa a poco a poco, attraverso la scelta dei temi, dei commenti, delle persone che mi auguro di intervistare, dei problemi che vorrò condividere con voi. Per ora confesso solo di credere che ogni uomo è almeno in piccolissima parte eretico. Credo che nessuno riesca ad essere e a comportarsi esattamente come si impone o gli viene imposto, nel bene e nel male. La differenza e, quindi, l’interessante da premiare, per me, sta nell’ammetterlo. Delineare sfumature, dire di pensarla in modo parzialmente uguale e parzialmente diverso, è, di sicuro, più difficile e più faticoso, soprattutto se ci si pone il problema di non voler apparire come chi non rischia mai di prendere posizione. Forse già vi ho annoiato e, quindi, la chiudo qui la premessa imposta dai classici, evitando però di rivisitare citazioni latine a mio sgarbato piacimento. E allora tagliamo subito il nastro, lo facciamo con un’intervista ad un “ragazzone” che ama farsi definire under 40 e che, forse, è molto più un eclettico che un eretico: Mario Adinolfi.

Classe 1971, testaccino ma juventino, nato il 15 agosto, è un leone. Ma lo sapeva che proprio mentre lei nasceva Richard “nose” Nixon sganciava il dollaro dall’oro? Rispetto alla fine di Bretton Woods ricordo con più orgoglio che il 15 agosto del 1769 nasceva, ad Ajaccio, Napoleone Bonaparte. In soggiorno ho anche un’immagine che lo testimonia… Lei è un giornalista radiotelevisivo e della carta stampata, ma spesso sembra tenere di più ad essere presentato come blogger. Molti suoi colleghi non lo hanno ancora aperto un blog né gli riconoscono qualche utilità. Lei cosa ci fa? E poi non crede che ormai i social network, Facebook su tutti, abbiano inglobato e quindi ucciso i blog? In Italia molti di quelli che hanno aperto un blog lo hanno fatto perché quasi costretti dai propri direttori o editori che hanno deciso di investire qualche soldo su piattaforme online. Poi qualcuno si è anche affezionato al mezzo e ha cominciato e riflettere sul suo utilizzo. Io scrivo sul mio blog dal 2003, e anche se adesso passo almeno 2 ore al giorno su facebook per aggiornare il mio status e rispondere a commenti e messaggi, non ho abbandonato il luogo dove da 6 anni trovo scritto dal grandissimo all’ipocrita (è un eufemismo), trattando dalla politica al calcio, dal gossip ai fatti miei. Sul mio blog ricevo ancora decine e decine di commenti per ogni post, e sono pensieri di senso compiuto non monosillabi. Questa credo rimarrà la potenza dei blog: la rete è infinita e non si comunica dappertutto allo stesso modo. L’ho definita un eclettico più che un eretico, visto che al lavoro che svolge aggiunge un’attività da pokerista professionista e un attivismo politico che le dovrebbero richiedere molto altro tempo. Esiste o no un filo conduttore e/o una contaminazione? Il filo conduttore è vivere una vita capace di essere appassionante e tenendo conto che un profilo alto di rischio rende potenzialmente maggiore il risultato da raccogliere. E poi al tavolo da poker, così come in politica e nella vita, evidentemente, la miglior dote non è saper bluffare. I veri campioni, sono convinto, sono quelli che al primo posto mettono il timing: capire quando arriva l’attimo giusto per puntare molto, se non tutto, di quello che si ha. E’ dunque ovvio che la pazienza è il prerequisito per qualsiasi partita si voglia giocare. Il poker, semplicemente, fa ricordare che funziona così nella vita in genere. Siamo arrivati alla politica. È noto che lei si muove nel campo del Partito democratico. Nel 2007 si è candidato per la segreteria nazionale alle primarie costituenti dello stesso. Quest’anno lo ha rifatto all’interno della partita congressuale per poi ritirarsi ufficialmente durante una confe-

renza stampa tenuta insieme a Franceschini. E adesso ci rinuncia o continua a crederci ? E’ vero, questa volta ho deciso di fare squadra, io che ho combattuto molte più battaglie in solitaria. Ho deciso di dare una mano anche io a Dario Franceschini, insieme a Sassoli, Serracchiani, Barracciu, Soru, perché con queste figure posso portare avanti le stesse intenzioni: rinnovare il Pd e attraverso il Pd la politica italiana, sempre con le idee direttiste. Non mollo. Girando per la rete che ha tanto esaltato si scopre che ha una figlia di 13 anni e che le piace scommettere e convincere gli altri a farlo. Se qualche “ortodosso” giudicasse questa sua “inclinazione” come negativa, cosa risponderebbe? Poco tempo fa ho scritto un post dal titolo “Scommettere è il miglior investimento”. Ho spiegato perché è bene fare proprio l’insegnamento di Blaise Pascal. Non si tratta di fare i tracotanti, ma il contrario, di essere assolutamente scientifici, non trasgredire mai la regola di puntare sempre al rendimento e sapere che vince solo chi vince poco e quasi sempre. Non è nobilitante, nemmeno per la propria intelligenza, credere di poter fare il colpo della vita con le scommesse sportive; ma industriarsi utilizzando le proprie conoscenze e tenendo bene a mente i limiti di questo mondo ritengo che sia quanto meno rispettabile. Il sottoscritto crede che questo paese si regge per moltissima parte sull’attenzione, attiva o passiva, data a calcio e politica. Riesce a puntare sulla sua Juve? Ma soprattutto perché ha scommesso su Franceschini? Quest’anno la Juve può davvero tornare in vetta, il centrocampo ora mi pare di nuovo all’altezza. Ma bisognerà dire grazie pure al testaccino che l’ha guidata l’anno scorso fino a due giornate dalla fine del campionato. Ho scommesso su Franceschini perché il partito-bocciofila serve per rinchiudersi con i vecchi a guardare al passato e provare a dare un senso a questa storia, anche se un senso questa storia non ce l’ha se si ritorna allo schema politico dei primi anni novanta, che è stato superato dall’idea prodiana di Ulivo, prima, e di Partito democratico, poi. Ho scommesso su Franceschini perché ora l’unica cosa seria da fare è costruire il futuro continuando a seguire l’intuizione del Pd, quella di consegnarsi alla democrazia diretta, al popolo delle primarie.

Timoteo Carpita www.laonda.it timoteocarpita@gmail.com


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BENVENUTI!

La redazione consiglia:

Ottava Nota - Ottobre 2009

Se anche tu non puoi fare a meno del tuo iPod e hai una personalissima classifica delle migliori canzoni di tutti i tempi…Se la tua musica ti regala emozioni che proprio non riesci a tenere tutte per te e ti andrebbe di condividerle, allora "Ottava Nota" è la rubrica che fa per te!contattaci agli indirizzi email 609502@luiss.it o sig.dalloway@hotmail.it. Ti aspettiamo, Federica Ricca e Chiara Iovino

La Fame di Camilla Si chiama la Fame di Camilla ed è un gruppo pugliese, di recente formazione che gode però delle influenze di artisti del calibro di Coldplay e Radiohead. Il loro primo singolo, già distribuito, si intitola "Storia di una favola" e l'11 settembre è uscito il loro disco d'esordio che contiene 12 tracce in stile Brit-Pop, dai testi significativi e dalle sonorità leggere. Come scritto nella presentazione del disco: "l'album scorre come una linea retta infinita tra qualità, stile e tocchi sapienti, immediato e diretto come un pugno nello stomaco".

Per gli amanti dei live! Una carrellata di concerti in attesa che arrivi l'inverno La stagione dei concerti romani post-estate si apre subito!Il 30 settembre, infatti, Tori Amos suonerà all'Auditorium Parco della Musica. La cantante statunitense, all'attivo dai primi anni '90, presenterà

l'album "Abnormally attracted to sin", sua ultima fatica pubblicata un anno fa. Il mese di ottobre ne ha per tutti i gusti, dal rock dei Dream Theater alle sonorità leggere di Gianna Nannini. Si comincia il 9 con i 99 Posse. Il gruppo napoletano torna sulle scene dopo sette anni di silenzio, anche se senza la cantante Meg. Suoneranno all'Alpheus. Per i più "macabri" segnaliamo il concerto dei Cannibal Corpse il 14 ottobre sempre all'Alpheus. Ancora all'Alpheus il 22 si cambia decisamente genere con i MudHoney. Il gruppo grunge presenta l'ultimo disco registrato in studio, "The lucky ones". I Dream Theater, invece, arriveranno nella capitale il 27 ottobre al Palalottomatica per un concerto che si

preannuncia sold out. Il mese di ottobre si chiude in bellezza con Gianna Nannini che suonerà il 30, anche lei al Palalottomatica. Da segnalare anche il concerto del 12 novembre al Piper dei White Lies, gruppo inglese di recente apripista di gruppi come Coldplay e Killers.

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Viva la Vida…e la musica Lo stadio Friuli stregato dalla magia dei Coldplay sensazione che ci lascia nel cuore. I palloncini gialli durante “Yellow”, le coreografie giapponesi per “Lovers in Japan”, la pioggia di farfalline di carta in un arcobaleno di luci e colori rappresentano un vorticare che non lasciano indifferenti. È l’amore per la vita e la bellezza che trapela in ogni istante di questo convulso e sudato spasmo di immagini e suoni. Un gusto raffinato e fine per la leggerezza e l’armonia, nei Coldplay la bellezza sta nella lieve delicatezza in cui riescono ad esprimere il complesso marasma di gioie e dolori., sfrontatezza e serenità, innocenza e

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rimarrà sempre la stessa: stupore e gioia, al più un’esclamazione quasi rubata dal profondo del nostro cuore, che magari vorremo comunque mantenere serbata dentro noi stessi per paura che non si riveli solo un’illusione: Viva la Vit(d)a…e la musica.

È difficile spiegare a parole che cosa si possa provare durante un concerto dei Coldplay, ma ancora più difficile è comprendere i fremiti di quelle emozioni per chi è costretto a riviverle nei racconti dei presenti. Non è solo una questione di musica; si tratta dell’atmosfera in cui vieni proiettato nel momento in cui gli amplificatori smettono di far risuonare le note di un ben noto valzer viennese e le luci per un attimo si spengono lasciando il pubblico in balia di una sensazione di indeterminatezza, che è al tempo stesso palpitazione e smarrimento. Sono solo pochi istanti, ma di quelli di cui poi ti ricorderai sempre quando poi, in un trionfo di luci e colori, si materializza l’apparizione di quattro spensierati ragazzi inglesi sulle note sempre crescenti del loro ultimo successo Viva la Vita. Ecco il momento in cui cambia tutto, il momento in cui già sai che per un paio d’ore rimarrai astratto da tutto il resto e parte di qualcosa che neanche tu sapresti definire, ma che ti dà tranquillità ed al tempo stesso entusiasmo e spensieratezza. Tu, in mezzo ad altri quarantamila, eppure ti senti a tuo agio e ami ciò in cui sei: un inno alla vita. Potrei dilungarmi sulla scaletta sciolinata con estro dal complesso, sul riadattamento azzeccato di alcuni grandi classici (“The Hardest Part” in piano solo ), sulla grande partecipazione del pubblico in brani come “Fix you” e “ In my place”, sull’esuberanza e raffinatezza dell’icona Chris Martin: pulito, energico, angelico e dionisiaco al tempo stesso nel saltellare da un capo all’altro del palco o nel dimostrarsi grandissimo interprete al piano. Eppure, non è tutto questo ciò che mi ha colpito. Un concerto è un evento ed un evento colpisce per la

SETLIST COLDPLAY 1. Life In Technicolor 2. Violet Hill 3. Clocks 4. In My Place 5. Yellow 6. Glass Of Water 7. Cemeteries Of London 8. 42 9. Fix You 10. Strawberry Swing 11. God Put A Smile Upon Your Face 12. Talk 13. The Hardest Part (acoustic) 14. Postcards From Far Away 15. Viva La Vida 16. Lost! 17. Green Eyes (acoustic) 18. Death Will Never Conquer 19. Billy Jean 20. Politik 21. Lovers In Japan 22. Death And All His Friends 23. The Scientist 24. Life In Technicolor II 25. The Escapist Alessandro Tonutti

maturità, vita e morte che si trova dentro ognuno di noi; è la bellezza nel saper cogliere l’essenza della vita, con la stessa disarmante semplicità con cui la si può carpire nell’osservare il battito d’ali di una farfalla, o un tramonto immersi nel proprio silenzio. Semplici, senza rinunciare ad essere geniali, nell’esplorare la meraviglia che si cela dietro la nostra esistenza. Può essere un quadro di Delacroix, o la visione di quattro ragazzi inglesi scatenati in versi, in scenografie e atmosfere fiabesche ma la nostra reazione


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Cogitanda - Ottobre 2009

“Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati” “Dove andiamo?” “Non lo so, ma dobbiamo andare” J ACK K EROUAC - O N THE ROAD Abbandonando noi stessi partiamo. Non importa per dove o per quanto, non è la distanza che conta bensì la tacita consapevolezza che a tornare saremo pur sempre noi stessi ma anche un po’ diversi. Più belli, più riposati o a volte più stanchi, felici, malinconici, affascinati, eterni viaggiatori alla ricerca di una meta. Viaggiare è scoprire ciò che ci circonda, ammirare, conoscere, immergersi in parole, profumi, vegetazioni a noi lontane, farsi avvolgere dall’inesplorato che può stimolare le più diverse sensazioni. Oppure é astrarsi da tutto e, come un’illogica abitudine o un istinto naturale, ritrovare persone da sempre presenti nel nostro passato e ritrovarsi in luoghi, forse per gli altri troppo stretti ma per noi troppo familiari per potervi rinunciare. Ma il viaggio non finisce una volta tornati, perché perpetuo è il nostro errare. Errare che significa andar vagando, andar qua e là senza una direzione certa ma anche deviar dal vero, sbagliare, ingannarsi. Così spesso ci sbagliamo e percorriamo le infinite vie del nostro io, in un eco beat “ rompiamo il sentiero stabilito per seguire quello destinato”. Beat. Una parola che è uno schiocco, una scintilla. Un fremito delirante che invade i nostri nervi nel tempo di un battito. Beat. Battuti, sconfitti. Sopraffatti da un morbo bizzarro e contagioso. Un morbo che ci domina tanto da liberarci da ogni altra costrizione. Un morbo che è tremolante delirio e lucida follia. Che ci costringe a vivere non tanto mordendo il mondo, quanto azzannando noi stessi. Consapevoli che l’unica cura è quella di essere sempre in viaggio, sempre in movimento, in modo da non lasciar chiudere il nostro morso su di noi. Viaggiare per sopravvivere ad un io dirompente e incontenibile, eccolo il beat. Comunque si provi a definirlo, credo che batta in ognuno di noi. Ci vuole decisione però ad assecondarlo questo ritmo beat, bisogna sentirsi pronti a viaggiare. Del resto si sa che la partenza è la tappa più dura da percorrere in un viaggio. La consapevolezza di gettarsi alle spalle una parte del proprio passato e il chiedersi di continuo se saremo in grado di farcela e ancora la paura tipicamente umana dell’ignoto. Di un destino che ancora non è ma che inevitabilmente sarà. Già, ci vuole coraggio a partire. E l’unico modo per trovarlo è quello di perdersi nel proprio io, in un labirintico momento di auto scoperta. Sarà banale ma ogni viaggio comincia sempre alla scoperta di noi stessi. Quale sia la direzione poi non importa, perché in fondo la sfida della febbrile armonia beat è quella di liberarsi da ogni sovrastruttura; svuotarsi le viscere dalle invadenze della società per rincorrere la vita vera. Per un viaggiatore, tutto sommato, l’unica cosa che conta è di scoprirsi ad ogni bivio libero di scegliere la strada sbagliata. “Mi sentivo libero, perciò ero libero” scriveva Kerouac; ed è così, non

capendo più se siano i nostri piedi ad andare avanti o se sia la strada a scorrere sotto di noi, che un viaggio diventa un intimo esercizio di libertà. Esplorare se stessi camminando per il mondo, solo così potremo tuffarci nella conturbante spirale della danza beat. E finalmente capire che sono solo i morti a concepire un inizio e una fine, mentre vivere è viaggiare sull’onda di un immortale attimo di pazzia. Alzarsi, gridare, correre. E forse correndo, il vento negli occhi, con i capelli scarmigliati nel buio rosso fuoco, ci sarà chiaro che beat è anche la radice di “beatitude”. Così ci sentiremo scivolare fra le dita il nostro attimo di eterna beatitudine, sempre pronti a correre per non lasciarcelo sfuggire del tutto. Viaggiare e “viaggiarsi” è un modo di vivere, è un fremito, un palpito che ci attraversa, è il beat, il battito di cui siamo fatti, è la musica che solo dentro di noi suona le sue note, è la voglia di scoprirsi sempre nuovi in un perpetuo ciclo di fine e di rinascita alla ricerca di noi stessi. Errare è anche scorrere: così l’acqua del fiume nel quale ci immergiamo, così noi per la maggior parte degli altri uomini scorriamo, passiamo, talvolta inondando, lasciando un segno, altre volte attraversiamo il nostro corso quieti e inosservati. Ma il viaggiatore non può essere un asceta che compie il suo percorso in estrema solitudine, perché la conoscenza ha maggior valore se condivisa. Per questo ciò che conta di più non è cosa scopriamo quando viaggiamo ma con chi lo facciamo. Lasciarsi scoprire lentamente, passo dopo passo è scoprirsi insieme e allora, per il nostro compagno di viaggio, non saremo solo acqua che scorre ma scorreremo insieme, ascolteremo le stesse note, ci confronteremo nelle nostre sensazioni, porteremo con noi un bagaglio a volte diverso ma non per questo meno prezioso, erreremo insieme ma saremo anche capaci di farci guidare quando sentiamo di sbagliare strada. Inizia nuovamente così il viaggio di Cogitanda. Alcuni viaggiatori arrivano, altri si fermano, per altri ancora è arrivato il momento di ripartire dopo aver lasciato un po’ di sé su queste pagine. Cogitanda è uno spazio per riflettere, un linguaggio universale, un cantuccio a volte un po’ al di fuori dalla realtà, un rifugio dove nascondere le domande più segrete, è un cammino lungo il quale vi diamo il benvenuto augurandoci che possiate essere nostri compagni di viaggio.

Dario De Liberis Elisabetta Rapisarda cogitanda@alice.it

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Cogitamda - Ottobre 2009

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Il viaggio, surrogato della psicanalisi Come il mettersi fisicamente in cammino induca a un percorso interiore alla volta della leggerezza “Gli uomini non fanno i viaggi. Sono i viaggi a fare gli uomini.” Asserzione poco calzante per quanti cui la parola “viaggio” evoca solamente povere scene di villaggi vacanze con animatori molesti come indigestioni, ritmi metropolitani, orde di turisti accaldati. Fortunatamente la pingue lingua italiana sovviene a quest’ usurpazione e permette di additare situazioni come tali con parole diverse villeggiatura, vacanza- lasciando intaccato quel primitivo alone di mistero che circonda il termine “viaggio”. Viaggiare, fare un viaggio, essere in viaggio, mettersi in viaggio, tornare da un viaggio. Espressioni che riecheggiano un movimento, un andirivieni ondeggiante, un continuo turbinio di strade, ruote che girano sugli asfalti, soli cocenti e piogge battenti. Non sempre lasciare la propria casa e allontanarsi un poco equivale a viaggiare. Non bastano valigie e aeroporti. Non visti e permessi. Non si viaggia se non si crede di viaggiare. Se non si sa viaggiare. Viaggiando si diventa un unicum con le strade che si percorrono, con i polverosi autogrill che si frequentano, con i panini ammuffiti che si mangiano. Si diventa un tutt’uno con i luoghi, le persone, con gli scalini scesi e i muri sfiorati, con le frontiere attraversate e i confini superati. C’è una filosofia nel viaggiare. Viaggiava Odisseo. Viaggiava Colombo. Viaggia chi è un po’ incosciente, chi non si trattiene, chi non lesina nelle prove. Viaggia chi non sceglie il menù turistico, chi non legge la Lonely Planet, chi non è

andato in agenzia. Viaggia chi viaggia in se stesso. Viaggiando ci si trascende. Si va oltre. Oltre se stessi. Si fa della psicanalisi indolore. Non si superano soltanto le proprie paure, le proprie angosce, ma si annulla la propria persona. Ci si fa diversi. Sottili. Si diventa liquidi. Liquidi che come in una specie di osmosi esistenziale trasformano in fluido quello con cui vengono a contatto. Scivoliamo noi, scivolano i pensieri. Ci srotoliamo. E srotolandoci lasciamo lungo le autostrade i fardelli che ci siamo portati. E srotolandoci ritroviamo la maturità, il distacco, la capacità di comprendere, analizzare, smontare vite ed esistenze che tutt’a un tratto si fanno facili, lineari. Si acquisisce una leggera maturità. O meglio: una matura leggerezza. Seneca sentenziava severo “mutare animum, non locum”. Mai il saggio fu tanto stolto. Perché niente, più del preparare un bagaglio, del prendere un treno, una nave, del tentativo fallimentare di ripiegare una carta, del tracciare un percorso, aiuta a cambiare le proprie percezioni, le proprie visioni, il proprio quotidiano. Niente ci restituisce così distesi alla vita. La distensione, la leggerezza sono i migliori e spesso, fortunatamente, inevitabili souvenir che riportiamo a casa. Anche se presto destinati a svanire. Teresa Mattioli

Invito al viaggio BREVE EPISTOLA IRREALE CIRCA LA POESIA E LA PSICOLOGIA DEL TEMPO ERRANTE “Caro Thomas (1), Ho deciso di seguire il tuo consiglio: il viaggio inizia da adesso, in camera, la notte prima; è l’unico modo se devo andare a trovare le mie origini. Home is where one starts from. Vado in un luogo in cui già sono stata, e a cui appartengo. So già che lo guarderò con occhi diversi, come mi capita con certe canzoni che non sento da una vita; con queste il mio approccio è diverso, mi impongo di ascoltarle il meno possibile per non sovrapporre i ricordi, e forse non sarebbe così sbagliato andare in ciascun posto una sola volta, evitare la tentazione di ritornarci; ma forse rischierei di perdermi qualcosa che prima non ho visto, e questo sarebbe frustrante. E infatti torno sempre negli stessi luoghi, per sicurezza, per sincerarmi che siano ancora lì, ma soprattutto per illudermi che quei tempi torneranno (è un peccato che non si torni mai indietro); è così che riesco a non avere aspettative dal mio viaggio: convincendomi che non sto davvero partendo; in questo modo, tutto ciò che provo e penso prima di partire poi si confonde e si mette in un angolo, in attesa del ritorno. Scompaiono le persone, la routine, gli impegni, ogni sentimento è rimandato, e al ritorno tutto è catalogato nel posto giusto. Ho dunque comprato un taccuino da viaggio, e sono sicura che quando sarò tornata a casa non riuscirò a smettere di scriverlo. Chi può dire che a quel punto il viaggio sarà veramente finito? Già da stasera sento l’elettricità della partenza, le mie vene sono un pulsare di sensazioni diverse. Qualcuno la chiamerebbe ansia, ma ho letto una definizione migliore nei poemetti di Baudelaire: <<conosci tu la febbre che si impadronisce di noi nelle fredde miserie, la nostalgia di un paese mai visto, l’angoscia della curiosità?>> ; credo l’abbia chiamato “invito al viaggio”, e mai titolo fu più calzante. Anche Jean (2) mi ha fatto riflettere, stamane mi spiegava la percezione che il bambino ha del tempo: egli confonde la successione temporale con la successione spaziale, per lui “più lontano” è uguale a “più tempo”; è buffo come questo concetto non venga mai veramente abbandonato neanche dall’adulto. Basta spostarsi nello spazio ed ecco che il tempo si fraziona e si dilata, e viceversa. Prima che tu me lo chieda, ti rispondo: è per scomparire che parto, per annullarmi in un luogo e ricreare tutti i miei atomi in un altro, ricominciando da zero ma altrove. A presto amico mio. Pandora Groovesnore”

(1)Thomas Stearns Eliot (2)Jean Piaget


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Pezzi di vita nel teatro di domani

Il teatro involontario

Il teatro di oggi non è il teatro di ieri

Campobasso e i suoi Misteri Può una tradizione popolare diventare Teatro? Succede a Campobasso, ogni anno, il giorno del Corpus Domini, quando la città palpita per la processione dei “Misteri”. Spiegare i Misteri, il legame affettivo che un’intera città nutre per questa tradizione, è difficile, soprattutto perché parlare di “ingengi” sui quali sono appesi uomini e bambini per rappresentare delle scene sacre, portati in spalla in giro per la città, è una sfida all’immaginazione di chiunque non li abbia mai visti. Ogni “Mistero” è la rappresentazione di una scena sacra dell’Antico o del Nuovo testamento. La struttura, chiamata appunto “ingegno”, è stata costruita nella prima metà del settecento da un grande artista locale, Paolo Saverio di Zinno, ed è una sorta di grosso albero spoglio, modellato per accogliere una decina di persone, bambini o adulti, che, vestiti da angeli, diavoli, santi e Madonne, porteranno in scena momenti come il sacrificio di Isacco, la cacciata degli angeli ribelli da parte di San Michele o i miracoli dei santi che, dal Medioevo, sono legati al culto locale. La sfilata dei Misteri è come uno spettacolo teatrale corale, dove non ci sono primi attori, dove ognuno, assume il proprio ruolo con grande serietà e professionalità: i piccoli angeli sorridono sereni, i Santi benedicono la folla, i diavoli spaventano i bambini. Il momento più atteso è il “duetto” che si svolge ai piedi di Sant’Antonio, la secolare sfida tra il Diavolo e la “Tunzella”(donzella): lui cerca in tutti i modi di farla ridere, la offende, caccia la lunga lingua rossa, le urla il tradizionale “vietenn’ vietè”. Lei rimane impassibile, a guardarsi nello specchio e sventolare con fare indifferente il ventaglio nero, che contrasta con l’abito candido. Vale la pena assistere, almeno per una volta, a questo spettacolo, assaporare l’aria di festa e di unione che ogni anno si vive a Campobasso, assistere ad un teatro che si fa nelle strade. Essere coinvolti senza rimanere seduti sulle poltroncine di un palchetto.

Chiara Gasparrini 137821@luiss.it

Che spettacolo!! Come ogni anno, la programmazione dei teatri romani si prospetta ricca di spettacoli interessanti, avvincenti e istruttivi! Questo mese mi sono interessata al calendario di uno dei più importanti e rappresentativi teatri italiani: il SISTINA, il quale proprio quest’anno compie 60 anni. Alla fine del mese di settembre come anteprima della nuova stagione autunnale, Massimo Ranieri, In occasione della Giornata Mondiale per la Conoscenza del Linfoma, dedica all’AIL una serata speciale con il meglio del suo repertorio passato e recente il cui incasso sarà interamente devoluto alla Ricerca sui linfomi. Ad aprire la stagione sarà, invece, Rossella Brescia che interpreterà in un balletto la Carmen di Bizet (dal 1 al 4 ottobre). A seguire, dal 6 al 25, Giorgio Albertazzi darà vita ai protagonisti Shakespeariani accompagnato dal coinvolgente ritmo del jazz. dal 28 al 22 novembre arriva un’ assoluta novità: Cats, il musical di Broadway, in versione italiana. Proprio per festeggiare i 60 anni del Sistina, a partire dal 2 dicembre sarà portato in scena uno dei musical più amati e interpretati: “Aggiungi un posto a tavola”. Con la speranza che le nuove matricole trovino interessante il giornale e la nostra rubrica approfitto di questo primo numero per fare loro un grande in bocca al lupo per l’anno accademico! Giulia Montuoro giulia.montuoro@tiscali.it

Chiara Cancellario

Teatro - Ottobre 2009

Nel Novecento l’evolversi e l’affermarsi delle avanguardie ha radicalmente trasformato le arti figurative e non solo. Davanti ad un pubblico nuovo, rappresentante di una società mutata ed in mutamento, i protagonisti di differenti forme artistiche hanno avvertito la necessità di riformare i propri canoni espressivi per toccare le corde emotive di un’audience incapace di identificarsi in schemi preesistenti. Ed accanto a chi come Beckett ha rivoluzionato il genere teatrale pur mantenendone gli elementi classici del palco, del sipario e della separazione fisica ed artistica dal pubblico, o a chi ha fatto del metateatro la propria forza espressiva, c’è stato chi ha posto il teatro altrove, nella costruzione di forme artistiche “altre”, sovente non facilmente annoverabili se non in generi a sé stanti. Così è per il teatro danza di Pina Bausch, così è per il teatro circo ideato e promosso dal Cirque du Soleil. L’opera del Cirque, che si staglia tra attività circense ed arte di strada, ha creato dal 1982 ad oggi un innovativo modo di fare spettacolo, portando a nuovi modelli svincolati dagli stereotipi circensi ed arricchiti di tecniche recitative e coreografiche che sfociano in un prodotto completamente inedito, né circo né teatro, rivolto ad un nuovo mercato portatore di nuove esigenze. È invece il 1973 quando la coreografa tedesca Pina Bausch inventa il “Tanztheater”, <<teatro danza>>, consistente in una serie di “stücke”, <<pezzi>>, spettacoli in cui superando gli orizzonti culturali ed estetici della danza del XX secolo se ne sviluppa la dimensione teatrale del rapporto tra gesto ed azione, tra gesto e parola. È una ricerca espressiva mirata alla critica dei ritmi e dei miti, o sedicenti tali, della società moderna e consumistica partendo dalla scoperta interiore di sé e dalla consapevolezza dei propri sentimenti, la complessità dei quali è causa primaria della complessità del teatro danza quale arte a sé stante, nel suo ruolo di specchio, in un attimo in cui <<la vita diventa teatro ed il teatro diventa vita>>, come molti giornali hanno scritto all’indomani della scomparsa di Pina Bausch. Malgrado ad oggi vi sia una forte tendenza di ritorno alle forme classiche del teatro, queste arti diverse si affermano e si arricchiscono sempre più, confluendo nel flusso di sperimentazione e creatività che anno dopo anno contribuisce alla formazione del teatro di domani.

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Artificio - Ottobre 2009

IL PONTE DI MOSTAR E MOSTAR IL PONTE…

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…tra una desolata povertà bosniaca, un’Europa più o meno vicina e un Oriente speziato Mostar è una città in cui il sapore di un passato lontano fatto di Oriente e uno più recente in cui l’Occidente modernizzato e modernizzatore è avanzato veemente, si intrecciano e si rincorrono. Per anni questa capitale ufficiosa dell’Erzegovina è stato un felice crocevia di culture, su una sponda della Neretva, il fiume dal colore turchese che l’attraversa, l’anima cattolica, sull’altra, quella musulmana. Decenni di convivenza più o meno serena spazzati via definitivamente nel 1993 quando viene colpito il simbolo stesso di Mostar, cui essa deve il nome, lo “Stari Most”, il vecchio ponte, che ha riempito telegiornali di tutt’Europa nello sfracellarsi sotto i colpi di mortaio croato nel corso dell’ultima guerra. Entrando a Mostar si respira un’aria polverosa, calda, avvolgente. Non è quel pulviscolo, fatto un po’ di pregiudizio, un po’ di apprensione, da cui gli occidentali si sentono travolgere ogni qualvolta si allontanano dalle loro roccaforti per addentrarsi in luoghi “altri”, ma un polverio mediorientale, che sa di narghilè, cibi speziati, traboccanti bazar. Gli ottomani arrivarono a Mostar in tempi medioevali, nel XV secolo, e vi rimasero per lunghi decenni, lasciando in eredità un prato fiorito di moschee e svettanti minareti, cimiteri indifferenti ai lati delle strade della città vecchia, oltre che questa vaga e trasognante atmosfera da fine del (“nostro”, ovviamente) mondo. La periferia è quella di una città medio - grande: palazzoni, ampi viali, una vita notturna con orari da Cenerentola. I segni della guerra si vedono, ma non pretendono l’esclusività dello sguardo dello straniero. I Balcani sono disseminati di città in cui palazzi sventrati, rovine, colpi di armi da fuoco si impongono alla vista con molta più veemenza, alcune anche per una scelta locale all’insegna del ricordo forzato (Belgrado ad esempio). Mostar invece ha scelto di ricostruire innanzitutto i suoi simboli, così come questi erano sopravvissuti per secoli e così come secoli addietro erano nati. Nel 2004 è stata completata l’opera di ricostruzione del vecchio ponte,

rispettando un progetto, voluto da tutti gli abitanti di Mostar, che ripercorresse pedissequamente le modalità e le tecniche di costruzione adottate dai turchi in tempi più che remoti. Le pietre sono così state scavate dalla roccia a una a una, a mano. La struttura architettonica, con le torri circolari ai lati, la balaustra ricurva al centro, l’arco leggero, è quella originaria. Un ponte sul quale si continua a dare vita all’antico rituale del tuffo nella Neretva. Un tempo appannaggio di giovani che si gettavano nelle acque gelide per fare sfoggio della loro virilità e testimoniare il salto in una nuova e matura fase della loro vita; oggi, rito offerto ai turisti, accalcati sul ponte, ai quali si chiedono spiccioli e un’autentica partecipazione all’evento, manifestata in un adrenalinico battito di mani. Tutt’attorno, sulle due sponde, vicoli, botteghe, bancarelle che vomitano souvenir (da bigiotteria di tutti gusti e qualità, a t-shirt inneggianti Tito), in un continuo mescolarsi di autentico e turistico, di vero e apocrifo, di sacro e profano. Una città abituata a confrontarsi con differenze religiose e quindi culturali, un simbolo, forse, pur nella sua unicità, di una terra martoriata da decenni di conquiste, di spartizioni, di popoli e dominazioni eterogenee per tempo e provenienza. Dispiace in parte vederla ora abbondare di turisti: ne perde la sua primigenia bellezza. D’altronde sono una speranza: la Bosnia è da sempre, tra le regioni balcaniche, la più povera, e pare poter respirare anche grazie alle nuove attenzioni di viaggiatori europei incuriositi. Potrebbe essere una delle tante e belle città europee; non lo è ancora. È in un limbo geografico in cui si paga in Euro e si prega in Moschea, è un ottimo ponte. Come lo Stari Most. Teresa Mattioli metaphisique@hotmail.it

C OSA C ’ È DIETRO LA G IOCONDA ? Perché non possiamo dire: “ridateci la Gioconda!” e altre curiosità sul quadro più famoso del mondo All’inizio di agosto una signora russa, arrabbiata perché le era stata negata la nazionalità francese, ha pensato ad una strana vendetta: si è recata al museo del Louvre a Parigi e ha attaccato la Gioconda con una tazza da tè. Questa singolare notizia è solo l’ultima di una lunga serie di curiosità legate al quadro più famoso del mondo, dipinto da Leonardo tra il 1504 e il 1506 a Firenze. Il luogo, prima di tutto, appunto: argomento alquanto spinoso per ciò che riguarda la famosa opera d’arte… E’ uno dei maggiori orgogli artistici, a ragione, di noi italiani, ma è di fatto proprietà dello Stato francese. A molti nostri connazionali la cosa non garba affatto, ma del resto sembra non ci si possa fare molto: esso non è stato, come molti pensano e come vuole la leggenda, trafugato e portato in patria da Napoleone Bonaparte come bottino di guerra, ma trasportato dallo stesso Leonardo da Vinci in Francia nel 1516 e regolarmente acquistato da re Francesco I. Non si pu�� dire, però, che non abbiamo tentato di rimediare all’ “ingiustizia”: nel 1911, un giovane italiano, Vincenzo Peruggia, che avendo lavorato al Louvre conosceva le abitudini del personale del museo, riuscì a portarsi via indisturbato il quadro in una valigia e a nasconderlo, con l’intenzione di venderlo ad una condizione: che rimanesse in Italia. Fu rintracciato due anni dopo e condannato ad una lieve

pena di reclusione, ma il suo patriottico gesto dimostrò di essere stato apprezzato: gli fu infatti offerta una colletta di circa quattromila lire da un gruppo di studenti toscani. Per non parlare poi delle innumerevoli ipotesi fiorite intorno al grande “mistero” dell’identità della protagonista del dipinto: si è ormai quasi unanimemente d’accordo sul fatto che il suo sguardo magnetico ed enigmatico appartenga alla nobildonna Lisa Gherardini (da qui l’altro nome con il quale è conosciuto il quadro, “Monna Lisa”), ma non è stato facile; qualcuno ha ipotizzato che si potesse trattare anche di altre donne, come Caterina o Bianca Sforza, ma la più fantasiosa delle congetture vede la Gioconda come la trasposizione femminile del volto di Leonardo. Forse mai si potrà conoscere la verità… e forse è questo uno dei punti di forza della nostra amata Monna Lisa, che l’ha portata a diventare un vero mito nel corso dei secoli, amata da tutto il mondo e soprattutto dai grandi artisti: Marcel Duchamp si divertì a metterle i baffi, mentre Andy Warhol riprodusse il suo viso in tanti colori come fece con quello di Marilyn Monroe! Mariachiara Tarantino mariachiara.tarantino@hotmail.it


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Lifestyle - Ottobre 2009

Fermi! Dove correte? Il giornale non è ancora finito. E si sa, le ultime pagine sono sempre le migliori. Dunque sedetevi, rilassatevi, eliminate tutto lo sfavillante andirivieni accademico che vi circonda, e dedicatemi due minuti del vostro prezioso tempo di Geniali Studenti In Carriera. Buongiorno! Benvenuti, bentrovati, bensvegliati ben-vestiti. Un altro anno comincia, e 360° è puntuale nel farvi compagnia durante le prime lezioni, anche se immagino che questo vi sia di ben poco conforto considerando che in realtà vorreste essere distesi su una spiaggia caraibica a rosolarvi al sole e sorseggiare mojito. Spiacenti, l’estate è finita! Ergo veniamo a noi. LIFESTYLE. Suppongo che il contenuto della rubrica sia piuttosto intuitivo, tuttavia vi metterò al corrente della mia personale interpretazione di questa dicitura. Lifestyle è tutto ciò che attiene al nostro modo di vivere, da quello che indossiamo a quello che facciamo il sabato sera, passando per tutte le nostre più o meno ridicole fissazioni di qualunque genere. Ma lifestyle non è solo apparenza: come si può pensare di offrire uno spaccato della vita quotidiana prescindendo dalle relazioni che abbiamo con gli altri? Quindi benvenute riflessioni su amore amicizia&co, purché animate da uno spirito puramente speculativo…non siamo mica una Posta Del Cuore! Qui si fa vera e propria scienza del costume! Sì, ok, sto teatralmente esagerando, ma il succo della cosa è: vi piace scrivere? Avete passato tutto il liceo a comporre serissimi trattati storicopolitici e ora vi sentite pronti per la redenzione? Il vostro sogno nel cassetto è diventare Carrie Bradshaw? Eccomi, sono qui per voi. Mandatemi una mail, un messaggio in una bottiglia, un piccione viaggiatore (oddio, no, questo no grazie). Perché ognuno di noi ha il suo lifestyle. E diciamoci la verità, parlare di noi stessi è la cosa più divertente al mondo, quando c’è qualcuno disposto ad ascoltare! Martina Monaldi 062222@luiss.it

Flagelli moderni: l’Ex-Dipendenza Chi può dire di non avere almeno una dipendenza? Sigarette, alcol, droghe di vario genere, caffè, addirittura carboidrati. Praticamente ogni cosa può gettarci in una totale quanto ingiustificata necessità di assunzione. Ma avete mai pensato alla facilità con cui le nostre relazioni riescono a renderci dipendenti? Grazie ad un’accurata indagine sociologica, ho scoperto che tra tutte le categorie umane potenzialmente pericolose per la nostra autonomia sentimentale, quella degli ex è sicuramente la più nociva. Parliamone. Gli ex sono tornati di moda o è invece che ci sentiamo talmente insicuri sul futuro che corriamo a rifugiarci nel passato? Ormai una storia che si concluda senza lasciarsi dietro una serie infinita di strascichi sembra un vero e proprio miraggio. Ci troviamo di fronte a un micidiale morbo a diffusione capillare che, in un incredibile slancio di fantasia, ho battezzato Ex-Dipendenza. Questa patologia presenta sintomi diversi a seconda del soggetto colpito e del tempo di esposizione all’ex, ma gli effetti sono comuni e facilmente riconoscibili in tutti gli ammalati: gelosia compulsiva unita a crisi di possesso acuto (“evvabè, l’ho lasciato io, e allora? Sarà comunque mio per sempre”), con conseguente linciaggio fisico/morale di ogni eventuale nuovo partner (“Quella?! Bè, carina, se ti piace il genere Frigo A Pedali”); inoltre ogni aspetto della vita quotidiana viene misurato in base al temibile Criterio-Ex: di qualsiasi cosa si tratti, LUI lo faceva indiscutibilmente meglio. Strano a dirsi, in fondo solo qualche mese fa (quando era ancora Il Ragazzo Ufficiale) era descritto alle amiche come il Ricettacolo Di Ogni Male, dalla A di Apatico alla Z di Zorro, magari passando anche per la S di Sessualmenteincapace. Ebbene, l’avete lasciato, Zorro era davvero troppo. E ora qualche simpatica donnina piena di belle speranze ha medicato il suo cuoricino ferito e ne ha ricevuto in cambio gratitudine incondizionata e performance amatorie degne di John Holmes, e voi siete lì a maledirvi per la vostra

scarsa lungimiranza, mentre tutti i tentativi di riconquistarlo si infrangono contro un muro di risentimento. Questo nella migliore delle ipotesi. La Vera Tragedia si consuma quando l’ormai idealizzato ex decide di tornare felice tra le vostre braccia pentite contrite e redente per vivere una volta per tutte il meritato Lieto Fine. Certo, come no. Improvvisamente vi rendete conto della sacrosanta verità: se la vostra storia era finita, un motivo c’era. E questo è ciò che tutti gli Ex-Dipendenti dovrebbero tenere sempre presente, prima di farsi avventatamente prendere dall’orgoglio e dal desiderio di accasarsi (“perché lui era quello giusto!”, Già già). È vero, alcuni individui trovano necessario lasciare periodicamente i propri lui/lei anche senza ragioni fondate, tanto per potersi poi giurare nuovamente eterno amore, ma non è di queste peculiari entità che sto parlando. Un ex che si lascia con il guinzaglio corto, pronto per essere riacciuffato, non è un vero ex. È solo un amante surgelato in attesa di essere tirato fuori dal freezer, e proprio come un bastoncino Findus ha una scadenza. Un Vero Ex no. Un Vero Ex, teoricamente, viene lasciato una volta per tutte, senza appello. Teoricamente. La vita insegna che riinnamorarsi di un ex si può: il protagonista di un interminabile e poco convinto tira e molla finisce per essere la persona di cui non puoi fare a meno, anche se contro la tua stessa volontà; la stupida cotta di quando avevi sedici anni si trasforma un giorno nell’Amore Della Tua Vita, quello da portare all’altare. Ma d’altronde non c’è da stupirsene: se dipendiamo da qualcosa è perché ci fa stare bene. Basta equipaggiarsi di un buon metadone sentimentale, stringere i denti ed affrontare la crisi d’astinenza convinti che saremo ripagati da un attimo di felicità effimera ma intensa come solo le droghe migliori sanno concedere. Martina Monaldi

L’appartamento Svedese – Parte 1 Salve a tutti! Sono una ragazza che ha trascorso i primi 20 anni della sua vita in un paesino carino, dolce e incantato chiamato Giulianova. Per chi non ne conoscesse le coordinate geografiche, e spero siano in pochi, basterà sapere che è sulla riviera adriatica, in Abruzzo. Il mio campanilismo ha reso il paesino conosciuto nell’ambiente luissino, almeno tra gli scienziati politici dell’attuale secondo anno. La realtà però è che quel paesino tanto amato troppe volte è stato una gabbia alienante, in cui aspirazioni e ambizioni di una giovane mente del domani hanno visto la loro completa e perpetua inibizione. Provai così a cambiare aria vivendo le scosse della capitale, una Roma in cui un mondo meraviglioso e pieno di opportunità mi si è mostrato! Entusiasta, avida e fiera ho capito che la mia casa e il mio paese dovevano diventare un nido in cui tornare la sera mentre il resto del mondo doveva essere pian piano conosciuto, con i suoi ritmi e i suoi segreti.

Capii di dover partire di nuovo per la Svezia, dove attualmente mi trovo e dove trascorrerò i successivi 6 mesi della mia giovinezza! Se questo fosse un film, ora partirebbero i titoli di testa e una sciocca canzone pop piena di vita e…apparirei io, Ilary Ranalli, con un sorriso smagliante, un cappotto bello pesante e una scatola di lamponi scandinavi! Chiaramente lo sfondo sarebbe la grande biblioteca (praticamente identica a quella della Bella e la Bestia!), una delle tante sedi dell’università o la celeberrima Flogsta! Sorvolando sugli ambienti culturalmente stimolanti (e sicuramente meno eccitanti!) ci terrei a descrivere l’ultimo potenziale sfondo della mia sigla nonché il comprensorio dei 16 dormitori in cui alloggia la stragrande maggioranza degli studenti di Uppsala (ops…dimenticavo, è la

città in cui mi trovo!). Flogsta è sicuramente il posto migliore per fare conoscenze di ogni tipo, con gente da ogni parte del mondo! Ed è anche il posto migliore in cui organizzare feste! Tutti vivono in appartamenti da 12 camere con cucina in comune ed è praticamente impossibile essere fuori dal giro dei mille divertimenti che i ragazzi da 19 a 30 anni sono in grado di inventare! Nel poco tempo che ho trascorso finora qui, ho già avuto l’occasione di osservare le tipicità del mondo svedese e quelle degli studenti in erasmus, che, catapultati in un ambiente diverso e sconosciuto, riescono ad avere un vita che vive più forte del normale! Ma ci sono così tante cose da raccontare (sociologiche e non) che vorrei avere più spazio…quindi non mi resta che darvi appuntamento al prossimo numero! Ilary Ranalli

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Intervista a Massimo Schirinzi Rappresentante degli studenti nel Comitato per lo Sport 1. Presentati in poche parole ai nostri lettori... Nato in provincia di Lecce il 17 aprile 1986, dopo aver frequentato il liceo scientifico mi sono trasferito a Roma per iscrivermi alla facoltà di Giurisprudenza in questa università. Mi sono sempre interessato alle attività extradidattiche della nostra università, e ora spero di compiere al meglio il mandato che mi è stato affidato da un numero elevatissimo di studenti. Ho un passato da atleta agonista di Taekwondo, sono appassionato di subacquea e amo il calcio. 2. Quali sono i tuoi compiti come rappresentante degli studenti nel Comitato per lo Sport? Il mio compito sarà coinvolgere il maggior numero possibile di studenti nelle attività dell'associazione sportiva, costituire un canale di comunicazione diretto tra quest'ultima e l'Università, realizzare dei contatti con il mondo dello sport professionistico per raccogliere le esperienze di chi ha fatto della propria passione una professione.Il mio obiettivo sarà permettere la partecipazione a queste attività a tutti gli appassionati di sport, anche a chi per qualunque motivo non prende parte alle attività agonistiche. 3. Come giudichi l'operato dell'Associazione Sportiva nel suo complesso? Sono possibili ulteriori miglioramenti? L'Associazione sportiva Luiss è nata dieci anni fa come primo esempio in Italia di modello di gruppo sportivo stile College universitario anglosassone; fin dall'inizio i nostri studenti e i nostri dirigenti hanno dato il massimo per portare avanti il nome del nostro gruppo e della nostra università negli scenari sportivi locali e nazionali; abbiamo nove squadre composte esclusivamente da studentesse e studenti Luiss che partecipano con passione ai campionati universitari e nazionali. Da migliorare, secondo me, sono i canali di comunicazione tra l'associazione e gli studenti, così da far conoscere a tutti le nostre attività e le nostre iniziative, e permettere la più ampia partecipazione possibile; sarà questo uno dei miei impegni principali. 4. A livello sportivo, quali pensi che siano le punte di diamante della nostra università? Mmm...me ne conquisterei una e me ne metterei contro altre otto; a parte questo, io credo che la forza della nostra associazione siano tutte le ragazze e i ragazzi che nonostante gli esami, le lezioni e gli impegni personali, danno il massimo in alle-

namento e sul campo di gara, come dei veri professionisti. Credo che siano loro la nostra punta di diamante. 5. Ritieni che all'interno della Luiss sia dato il giusto spazio alle attività sportive? Sicuramente, e credo che questo sia un ulteriore motivo di eccellenza per la nostra Università. Pochi atenei in Italia hanno un modello studio-sport paragonabile al nostro. Certo, per i miglioramenti c'è sempre spazio: non sarebbe male riuscire a costituire altri gruppi sportivi per nuove discipline. Per questo ci vuole l'impegno e la passione di tutti: io da parte mia sono molto disponibile a ricevere consigli e segnalazioni riguardo nuove esperienze. 6. Nel corso degli ultimi anni abbiamo avuto l'occasione di incontrare dal vivo tanti campioni dello sport, da Felipe Massa a Daniele De Rossi. Abbiamo persino avuto l'opportunità di vedere esposta nel nostro ateneo la Coppa del Mondo di calcio! Cosa ci dobbiamo aspettare quest'anno? Sicuramente quest'anno non sono mancati atleti azzurri tra i protagonisti dello sport mondiale; dalle ragazze del nuoto, agli uomini del pugilato, a Flavia Pennetta, la prima tennista italiana tra le Top 10 WTA. Ma il nostro Paese è stato anche organizzatore di importanti eventi sportivi come i mondiali di nuoto, quelli di boxe, la finale di Champion's League, la Fiera del Fitness di importanza mondiale; credo che sia altrettanto interessante conoscere le esperienze di tutte quelle figure professionali che ruotano attorno al mondo dello sport, dai manager, ai procuratori, ai direttori sportivi più importanti. Cercare di capire tutto il lavoro e la passione che stanno dietro a una società sportiva potrà essere di forte stimolo per chi tra noi studenti vede il proprio futuro professionale tra le alte dirigenze dello sport. 7. Un desiderio particolare che, nei prossimi mesi, vorresti vedere realizzato come rappresentante... Sarebbe bello riuscire a formare gruppi di "afecionados" per seguire già da subito i nostri atleti durante le competizioni; credo che possa essere un'occasione molto originale per divertirsi e fare nuove conoscenze. Luigi Calisi

UN NON UDENTE ALLA CONQUISTA DELL’NBA Durante i mesi estivi, mentre apparentemente l’intero mondo dello sport sembra sonnecchiante all’ombra di qualche esotica meta lontana, legioni silenziose di manager e direttori sportivi si adoperano sul mercato per realizzare il rituale gran colpo di stagione. Comincia così la corsa ai campioni, ai giovani promettenti, alle vecchie glorie che aspettano solo la chiamata giusta per rinascere, il tutto in un vortice di dichiarazioni, smentite e annunci roboanti che sembrano mirare ad un solo ed unico scopo: stupire e meravigliare il pubblico, peraltro sempre pronto, da parte sua, a prestare orecchio ad ogni più piccolo pettegolezzo sportivo. E gli appassionati di basket nostrano sono rimasti davvero stupiti lo scorso mese d’agosto, quando è rimbalzata su tutti i siti la notizia dell’acquisto, da parte della società di serie A NSB Napoli, di Lance Allred. Solo che questa volta il clamore suscitato dalla trattativa è del tutto particolare: Allred, infatti, è un giocatore di pallacanestro professionista non-udente. La sua storia parte da lontano. Lance Collin Allred nasce il 2 febbraio 1981 a Salt Lake City, nello Utah, USA. Ultimo di cinque fratelli, è cresciuto in una famiglia in cui è particolarmente sentito il credo mormone. Come la maggior parte dei ragazzi statunitensi, è stato lanciato nel mondo dello sport professionistico ai tempi dell’università: è in questo periodo che Allred si pone come obiettivo l’arrivo in NBA, il sogno ad occhi aperti dei cestisti di tutto il mondo. La strada da percorrere per arrivare nella massima divisione è dura e tortuosa per tutti, ma per lui lo è ancora di più: Allred è infatti privo dell’80% circa delle capacità uditive. Un handicap non indifferente in uno sport che è fatto anche di schemi chiamati a gran voce, indicazioni del coach e grida di incoraggiamento (come pure insulti) da parte del pubblico. Ma Allred non si è fatto scoraggiare. Forte dei suoi 211 cm di altezza e di 120 kg di peso, e con l’ausilio di speciali apparecchi acustici, si è ritagliato un posto di primo piano nella squadra universitaria di Weber State, nel ruolo di centro. A quel punto Allred, conscio di dover migliorare ancora, sceglie la via europea. Nel 2005 atterra ad Istanbul, dove milita nel Galatasaray; l’anno seguente si trasferisce prima in Francia, dove gioca nel Rouen e nel Bourg-en-Bresse, e poi in Spagna, dove viene però relegato al campionato di terza divisione. La sua grande occasione arriva puntualmente nella stagione 2006-2007, quando viene scelto come riserva dall’Idaho Stampede. Si tratta di una squadra che gioca nella NBA D-League, una lega professionistica statunitense definita “di sviluppo”, proprio perché creata per dare l’opportunità di crescere a tutti quei giovani che, pur essendo promettenti, vengono esclusi dai grandi team. Dopo una prima stagione in sordina, Allred esplode nel 2007-2008: e, a dispetto delle sue difficoltà

fisiche, fa registrare una media di 16 punti e 10 rimbalzi a partita. La sua stagione, però, si interrompe bruscamente il 13 marzo 2008, giorno in cui Allred riceve una telefonata inaspettata: "Quando mi hanno chiamato non ci volevo credere. Stavo mangiando con i miei genitori e credevo fosse uno scherzo” ha dichiarato. Ed è comprensibile: il ragazzone dello Utah era stato appena messo sotto contratto dai Cleveland Cavaliers, team NBA dell’Eastern Conference minato dagli infortuni e bisognoso di forze fresche. Quattro giorni dopo, ad Orlando, Allred esordì, giocando per 18 secondi e facendo registrare un solo tiro – peraltro sbagliato. Quanto necessario per diventare il primo giocatore legalmente non udente a calcare i parquet dell’NBA, e per realizzare il sogno di una vita. Nel 2008-2009 Allred è tornato agli Idaho Stampede, diventando il miglior realizzatore stagionale della squadra. E lo scorso agosto è stato acquistato dalla NSB Napoli, pronto per l’avventura italiana. Ma a questo punto la sua particolare vicenda personale si intreccia con quella, molto più intricata, della sua nuova squadra. Dietro il nome NSB Napoli, infatti, si cela quella che fino all’anno scorso era conosciuta come Nuova Sebastiani Basket Rieti: una società con radici che affondando agli anni ’40, già passata attraverso un fallimento e una rinascita, e che nel 2007 era riuscita a riconquistare dopo anni la Serie A. Minata da guai finanziari, e messa di fronte all’alternativa della revoca del titolo, la società lo scorso giugno ha annunciato il trasferimento del campo da gioco dalla città laziale al PalaBarbuto di Napoli. Se da un lato, in questo modo, il grande basket professionistico fa il suo ritorno nel capoluogo campano (la Società Sportiva Basket Napoli è stata declassata in Serie C nel settembre 2008, proprio per inadempienze finanziarie), allo stesso tempo Rieti rimane orfana del proprio team, con comprensibile disappunto dei tifosi. Rimane da vedere se il trasferimento della società sarà solo temporaneo o se, come pensano in molti, nel giro di poco tempo diventerà definitivo. Intanto Allred è pronto per il debutto in terra italiana. E non ha smesso di sognare. Coronato quello di giocare in NBA, ora si prospetta un nuovo obiettivo all’orizzonte: diventare un famoso scrittore. È di pochi mesi fa la pubblicazione del suo primo libro, di stampo autobiografico: “The Adventures of a Deaf Fundamentalist Mormon Kid and His Journey to the NBA”. Se il buon giorno si vede dal mattino, conviene ricordarci di Lance Allred: ne sentiremo ancora parlare. Luigi Calisi


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QUANDO SI DICE "ATTACCAMENTO ALLA MAGLIA" mi vide e, poco prima che un treno sopraggiungesse, mi tirò via salvandomi la vita". Il terzo tentativo nel 1970, ancora a margine delle semifinali di Coppa Campioni. A Belgrado la Stella Rossa aveva battuto i greci del Panathinaikos per 4-1, ma al ritorno ad Atene perse per 3-0 e fu eliminata. "Quella volta non andai in Grecia, seguii l'incontro alla tv, ma per la disperazione decisi di uccidermi. Subito dopo la partita presi a girare da un caffè all'altro, mi bevvi una ventina di cognac e fumai due pacchetti di sigarette... Il fatto è che non avevo mai bevuto e non avevo mai fumato...". Anche in quella occasione Mile Srbin si ritrovò in un letto di ospedale, ma sopravvisse e continuò a tifare per la sua Stella Rossa. Per quanto riguarda la seconda testimonianza di somma fede, forse avrete già sentito di supertifosi che includono nel testamento anche la propria squadra del cuore; ma Mile Srbin, da fuoriclasse di "fedeltà alla causa" quale è, ha fatto di più, dicendo: "Alla mia morte voglio che la mia casa vada alla squadra che ho amato per tutta la vita". Per giunta, il suo piccolo appartamento è un autentico museo della Stella Rossa (da cui verosimilmente il club trarrà lauti guadagni, aprendola al pubblico): foto, gagliardetti, distintivi, autografi; sul suo letto campeggia incorniciata una grande foto con la formazione della prima squadra della Stella Rossa subito dopo la sua fondazione, nel febbraio 1945. Per concludere, è evidente che il mio esempio voleva essere nient'altro che una provocazione (non l'apologia di Mile Srbin, nè tantomeno un'istigazione al suicidio) e che "in medio stat virtus". Da una parte, quindi, se ci fosse qualche calciatore che legge 360°: risparmiateci e risparmiate sia fiato per correre in campo (nel caso delle smielate dichiarazioni), sia le dolci effusioni per la fidanzata top model (nel caso dei baci alla maglia). Dall'altra parte, per i molti tifosi che (sono sicuro) leggono 360°: siamo sicuri di ricevere dalla nostra squadra tanto quanto ad essa doniamo? Siamo sicuri di contare singolarmente qualcosa per la dirigenza o per i nostri idoli? Vale davvero la pena fare tutti i sacrifici a cui siamo disposti e "abituati" per la nostra squadra del cuore? In realtà si potrebbe facilmente obiettare a queste domande che il calcio (come lo sport in generale) è passione, sentimento, lealtà e non calcolo utilitaristico; e cioè che, prendendo in prestito un celebre motto della mia squadra del cuore (comunque applicabile ad ogni squadra o giocatore di qualsiasi sport): “La Roma non si discute, si ama”. Basta non scadere nel patologico come Mile Srbin. *ogni accenno a fatti realmente accaduti o persone realmente esistite è puramente casuale Dal nostro inviato a Copenaghen Flavio Donnini

Quattro chiacchiere con…GIANFRANCO ZOLA Gianfranco Zola, allenatore del West Ham United, squadra londinese che può vantare una storica rivalità proprio con il Chelsea, il team della Premier League nel quale Zola conquistò la fama, il titolo di miglior giocatore del campionato e l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico, la più importante che possa essere concessa ad un cittadino straniero. Per il fantasista sardo è una grandissima occasione, di quelle uniche che nella sua carriera è sempre riuscito a sfruttare al meglio. 1-Sig. Zola questa al West Ham è praticamente la sua prima esperienza da allenatore (se si esclude la collaborazione tecnica agli azzurrini di Casiraghi). Ci dica la verità: meglio il campo o la panchina? Indubbiamente il campo. In campo scendi solo tu, hai più responsabilità individuali, sei più impegnato fisicamente. Per non parlare poi del fatto che è più salutare. 2-Che effetto fa condurre la squadra rivale storica del Chelsea: team che in Inghilterra le ha dato la fama e che per onorarla ha anche ritirato la maglia n. 25 con cui lei giocava? E’ in effetti qualcosa di strano. Ho giocato al Chelsea per tanti anni e sicuramente affrontarlo come avversario è stata un’esperienza particolare che non saprei definire in altro modo. 3-Dicono che il goal più bello da lei segnato sia stato quello di tacco destro contro il Norwich in una partita di Coppa D’Inghilterra nel 2002… È d’accordo o ne ricorda di più belli? Credo che in effetti quel goal sia stato il più spettacolare; poi è chiaro che a livello emozionale ve ne sono stati di più significativi.

4-Inteso che siano due ambiti differenti: cosa l’ ha emozionata di più_ ricevere l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine dell’impero britannico dalla regina Elisabetta o segnare 2 goal alla Juventus proprio nell’ultima partita della sua carriera e di fronte al suo pubblico cagliaritano? Si, emozioni troppo diverse. Sicuramente il titolo è stato più un motivo di orgoglio personale, un qualcosa che ho conquistato per come sono anche fuori dal campo. Il segnare alla Juve una doppietta nell’ultima partita della mia carriera è stata invece gioia pura. 5-È stato inserito al secondo posto dal tabloid britannico The Sun, nella classifica dei 10 artisti del pallone che hanno militato nei campionati inglesi negli ultimi anni, piazzandosi prima di Paul Gascoigne, Ryan Giggs e Thierry Henry. Per gli inglesi lei è un idolo che continuano a chiamare MAGIC BOX…Ci spiega lei da dove deriva questo soprannome? Sicuramente quando sono arrivato qui il primo anno gli Inglesi non erano abituati a vedere giocatori con le mie caratteristiche fisiche e che sapessero comunque fare bene con i piedi. Credo che “magic box” derivi da questa sorpresa. 6-Al termine della stagione 2005 è stato insignito del pallone d’argento (riconoscimento che va al giocatore più corretto del campionato). Cosa ha significato per lei, amante del Calcio pulito, vedere riemergere il fenomeno Hooligans sotto i suoi occhi nel match tra il West-ham e il Millwall? Quali provvedimenti andrebbero presi per scongiurare il ripetersi di tali eventi? Devo fare una premessa: io in sette anni da

giocatore e uno da allenatore in Inghilterra non avevo mai visto verificarsi nulla del genere. Informandomi ho scoperto che questa era una partita particolare, a rischio per i precedenti e soprattutto che a creare problemi sono stati tifosi di una generazione precedente, già avvezzi a questa concezione di tifo violento. Per questo credo sia prematuro parlare di un ritorno degli Hooligans e invece opportuno circoscrivere il tutto a questo caso isolato ed estremo. 7-Forse l’unico successo che le manca in carriera è un traguardo significativo con la Nazionale. E’ un rimpianto? Pensa e spera che un domani potrà raggiungerlo dalla panchina? Purtroppo non ho la sfera di cristallo e il futuro non si sa mai cosa possa riservare. C’è stato un momento in passato in cui desideravo fortemente la Nazionale. Per il futuro vedremo. 8-Ultima domanda… promettendo di non rivelare la risposta. Un bilancio dopo tanti anni: meglio il calcio italiano o quello inglese? Il calcio vive di momenti. Negli anni ’90 il nostro calcio era senz’altro il più bello del mondo, tutti i migliori giocatori militavano da noi. Oggi purtroppo vive un momento di crisi, mentre in Inghilterra c’è più entusiasmo e soprattutto più forza economica. Oggi quindi meglio quello britannico. Sono certo però del fatto che il made in Italy si riprenderà , non può essere altrimenti data la sua splendida tradizione. Emanuela Perinetti

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Ibrahimovic, da fuoriclasse quale è, si è distinto anche in questo caso: eravamo abituati a vedere i soliti occhi raggianti, la solita corsa sotto la curva scavalcando i cartelloni pubblicitari, gli stessi tifosi creduloni esultanti ed esaltati e, infine, l'abbraccio dei compagni che si apre giusto in tempo per mostrare il tanto sospirato "bacio alla maglia" (o allo scudetto della squadra). Ebbene, "Ibracadabra" era talmente convinto dell'amore per la sua nuova maglia blaugrana, che non ha neanche aspettato di segnare il primo gol con quei colori: l'ha baciata con trasporto appena indossata, alla presentazione ufficiale. Tralasciando i gelidi commenti dei suoi ex compagni nerazzurri (non è la polemica l'obiettivo di questo articolo), proviamo ad osservare ora la scena dall'altra parte del televisore (con gli occhi di chi guarda la partita seduto in poltrona) o dall'altra parte dei riflettori (per chi ama intonare i cori dal seggiolino blu della curva): personalmente mi rifiuto di pensare che esistano ancora rappresentanti di quella categoria di tifosi che credono alle promesse e alle dichiarazioni di amore che i calciatori mettono periodicamente in scena davanti alle telecamere. D'altra parte in questa, come in ogni altra generalizzazione, possiamo e dobbiamo fare (con piacere, almeno da parte mia) dei distinguo; esistono, cioè, dei casi eccezionali, nei tornei di tutto il mondo, di calciatori che nascono e crescono "calcisticamente" con la stessa maglia con cui giocano la partita di addio al calcio; di giocatori o allenatori che accettano riduzioni dello stipendio (comunque stellare), se la squadra naviga in acque finanziariamente pericolose*; che sono disposti a giocare in campionati minori se la stagione precedente è stata sfortunata; che cedono, in corsa per il titolo di capocannoniere, il rigore al ragazzo della primavera all'esordio in prima squadra (ebbene si, ho visto anche questo). Ma, come ho già detto, queste sono solo delle eccezioni (che confermano la regola) e fanno notizia proprio perché la normalità si trova sull'altra faccia della medaglia. Forse Ibrahimovic dovrebbe prendere ripetizioni di "attaccamento alla maglia" da Miodrag Milosavljevic (noto con il soprannome di Mile Srbin): questo serbo 88enne, ex commerciante, ha amato così profondamente la Stella Rossa, squadra di Belgrado e antagonista storica nella capitale del Partizan, da aver tentato tre volte il suicidio dopo altrettante brucianti sconfitte e da aver lasciato in eredità allo stesso club, con regolare testamento, la sua casa-museo. Ma proseguiamo con ordine: la mascotte e più vecchio sostenitore della Stella Rossa ha raccontato così i tre episodi in cui aveva deciso che la sua vita era durata abbastanza: "La prima volta nel 1953, quando nella finale della Coppa di Jugoslavia prendemmo sette gol dal Partizan. Volevo morire. Ho avuto un infarto, e ho trascorso un mese in ospedale. Da allora non ho mai più messo piede nello stadio del Partizan". La seconda volta in Italia, a Firenze. Nella partita di ritorno della semifinale di Coppa dei Campioni, il 10 aprile 1957, la Stella Rossa pareggiò 0 a 0 con la Fiorentina e fu eliminata dopo che all'andata a Belgrado aveva perso per 1 a 0. "Tornando deluso dallo stadio decisi di farla finita e mi distesi sui binari della stazione di Firenze. Volevo morire. Qualcuno tuttavia

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