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Il giornale con l’università intorno Il giornale è attività degli studenti Luiss, periodico gratuito, finanziato dalla Luiss Guido Carli; a distribuzione interna - Numero XL, Anno VIII

Come

Ci vedono dall’esterno…


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SOMMARIO 3 Editoriale 4 CosmoLuiss SP 5 Borghese, benestante o bamboccione... E tu come ti senti?

Per gli studenti di Roma Tre o della Sapienza, il nostro ateneo è molto diverso da come lo descriveremmo noi Luissini. Un'interessante inchiesta rivela come noi studenti LUISS veniamo visti da fuori.

6 CosmoLuiss EC 6 La Luiss vista dalla Sapienza: un modo per provare a migliorarsi 8 CosmoLuiss GP 7 La Sapienza e Tor Vergata rispondono alla domanda: “cos’è la Luiss?” 9 Speciale Luiss BARCAMP 9 L'altro Iran Il Bar Camp svoltosi da poco, ci fornisce gli spunti per una lucida analisi di un paese che lotta affinchè libertà e diritti non siano più semplici parole, ma le fondamenta di una rinascita, della riscoperta di un altro Iran.

11 Speaker’s Corner 11 Cosa non si fa per salvare Silvio…

Il Silvio nazionale è una specie in via d’estinzione e, giustamente, chi teme per la sua incolumità si prodiga giorno e notte per far sì che i brutti e cattivoni che gli vogliono male stiano a distanza di sicurezza.

14 International 14 Vertice FAO: appello al mondo per la lotta alla fame

Il vertice di Roma ha riacceso i proiettori sul tragico scenario della fame nel mondo. Anche questa volta però, escluse le solite dichiarazione di rito, in concreto è stato fatto poco. Come si comporterà il cosiddetto “primo mondo” nell'affrontare questa emergenza?

16 Fuori Dal Mondo 16 La Centrale di Marcel Laniado de Wind

Come il Nord del mondo contribuisce alla rovina del Sud. Perché l’Italia dovrebbe dichiarare illegittimo il debito ecuadoriano e accettare la sua corresponsabilità.

19 Eretico 19 Economia e politica, perché devono andare d’accordo (ovviamenti per fini cosiddetti giusti) – Intervista a Stefano Casertano

21 Cogitanda 21 Editoriale di Elisabetta Rapisarda

L'immagine di Narciso e l'amore per se stessi: freddo egoismo o necessaria introspezione?

24 Ottava Nota 24 Giorgia: uno spirito libero

Viaggio fra le tappe fondamentali che hanno scandito la carriera artistica di una delle voci italiane più belle di sempre.

25 Artificio 25 Editoriale di Tiziana Ventrella

Tra le due facoltà che sono atavicamente precluse all’uomo, “Creare” e “Distruggere”, nel corso della sua storia, ha manifestato una brama di gran lunga più intensa per la seconda di esse.

26 Lifestyle 26 Confessioni di uno shampoo

A tu per tu con un flacone di shampoo alla scoperta di un mondo nel quale gli spot pubblicitari sono diventati parte integrante delle nostre giornate.

29 Calcio D’Angolo 29 Intervista a Giampiero Ventura

Qual è il segreto di questo Bari, neopromossa con una delle migliori difese d'Europa? Chiediamolo al mister!

dicembre 2009 Fondato nel 2002 Fondatori: Fabrizio Sammarco Luigi Mazza Leo Cisotta Direttori: Mariastella Ruvolo Pierdamiano Tomagra Responsabile Organizzativo: Alex Giordano Responsabili di Rubrica: Cosmoluiss SP: Zaira Luisi Cosmoluiss EC: Elena Pons Francesco Sbocchi Cosmoluiss GP: Roberto Puleo Speaker’s Corner: Giuseppe Carteny Bianca Laterza Fuori Dal Mondo: Nicola Del Medico Flavia Romiti International: Robert Mair Alessandra Miceli Artificio: Mariafrancesca Tarantino Tiziana Ventrella Ottava Nota: Chiara Iovino Federica Ricca Cogitanda: Dario De Liberis Elisabetta Rapisarda Teatro: Chiara Cancellario Chiara Gasparrini Lifestyle: Martina Monaldi L’Eretico: Timoteo Carpita Calcio D’Angolo: Luigi Calisi Emanuela Perinetti Delegato Fondi: Cristiano Sammarco Stampa: SGE - Servizi Grafici Editoriali Grafica: Enrico Alessandro Dicorato Numero chiuso in redazione: 23 Novembre 2009 Costi: Carta: € 250 Realizzazione Grafica: € 350 Lastre e Allestimento: € 450 Macchinari e Battute: € 450 Spedizione: € 100 Se volete contattarci scrivete a: 360gradiluiss@gmail.com

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Editoriale - Dicembre 2009

Come ci vedono dall’esterno… Qualche giorno fa, viale Romania. Autobus bloccato da un fuoristrada furbescamente parcheggiato in mezzo alla strada. Scena consueta, ordinaria amministrazione. L’autista, imbufalito, scende dal suo guscio Atac e in men che non si dica comincia ad insultare, rivolto al vento, l’ignoto proprietario. Consuetudine, dicevo. Ad un certo punto, però, qualcosa dev’essere andato storto. In quella magica parte della mente (dell’autista in questo caso) in cui avvengono le associazioni di idee, credo sia scattato un non-so-cosa, visto che, rivolte le braccia verso le colonne Luiss, iniziava ad imprecare così: “ma certo, tanto qui sò tutti signori, n’hanno bisogno dell’autobus sti figli de papà”. Consuetudine anche qui? Ci vedono realmente così dall’esterno?. In questo numero abbiamo cercato di scoprirlo. Le pagine di Cosmoluiss, tra percentuali, interviste, voti e insulti (già, anche quelli!) ci aiuteranno ad analizzare il tema. Nessuno parli di pura e scientifica indagine statistica, per carità. Giusto qualche idea, qualche numero, che possa innescare una riflessione (semi) seria sull’argomento. Anticipo, lasciandovi ovviamente il gusto di leggere le seguenti pagine, alcuni di questi contenuti. “Fighetti”, “bamboccioni”, “snob”, “fomentati” (eh?), “raccomandati”, “incompetenti”. Per una volta tanto, non si parla di politici caserecci. Siamo noi, studenti Luiss, descritti dall’arguzia, dalla cattiveria, e perché no, talvolta dalla simpatica ironia dei nostri colleghi delle 2 maggiori università pubbliche di Roma, Sapienza e Roma Tre. Ovviamente non scopriamo l’acqua calda. Quello che però fa riflettere è la percentuale di ragazzi che hanno espresso aggettivi a connotazione negativa nei nostri confronti. Più del 70 % in media. Chiedersi il perché di tali opinioni può anche essere gossip, ma fino a un certo punto. La reputazione che una rinomata (almeno in Italia) università ha, al di fuori delle sue mura, è parecchio rilevante. Sbagliatissimo credere che siano solo commenti da bar, e ancora più sbagliato dar adito a certe voci con determinati comportamenti più che mai stereotipati. Può anche essere dannoso addirittura tentare, peraltro invano, di nascondere tutto sotto il tappeto come viene tante volte fatto. I colleghi di cui sopra, un giorno lavoreranno in aziende occupandosi magari di gestione risorse umane, parleranno in famiglia convincendo parenti e amici a pensarci più di due volte prima di far provare il test Luiss al giovane neodiplomato. Che fare allora? Sbandierare e concretizzare buoni propositi di meritocrazia può essere un efficace antidoto; ma non credo basti. Il valore aggiunto di un’università, lo sanno bene i nostri dirigenti, sta nell’elevata preparazione di docenti e studenti. Una volta ottenuto questo, basterà pubblicizzarlo e renderlo “fruibile” all’opinione pubblica. Il prestigio di Harvard rappresenta per gli studenti di tutto il mondo quasi un dogma. Ci siamo mai chiesti però quanto ne sappiamo di quell’università? Probabilmente no. Quando una reputazione si consolida, nel bene e nel male, è difficile che si riscatti, indipendentemente dalla sua veridicità. Nel nostro caso credo sia, non di secondaria urgenza, riuscirci. Il Rettore stesso nel primo numero, ha confermato in queste stesse pagine tale priorità. Il domani che ci vantiamo di avere già qui, speriamo contempli anche que-

st’altra realtà. Tutto da buttare quindi? Non proprio, fortunatamente. Una buona indagine artigianale che si rispetti, come mi auguro sia questa, non poteva che “guardarci” anche attraverso altri occhi. Quelli del corpo docente, ovviamente. Abbiamo cercato di raccogliere le opinioni di coloro i quali avendo insegnato in qualche università pubblica hanno poi trascorso un più o meno breve periodo alla Luiss. A tal proposito, con piacere, riporto le parole di Guido Pescosolido, ex docente di Storia Moderna in Luiss e fino all’agosto 2009 preside della Facoltà di Lettere e Filosofia alla Sapienza: “Trovavo molto gradevole insegnare alla Luiss per via del rendimento più che positivo degli studenti […]. Debbo aggiungere che limitavo in parte gli elogi a me stesso e alla Luiss, perché avevo presente che si trattava di un universo studentesco che usciva da una selezione preventiva nelle iscrizioni, una selezione basata sia sulle capacità e la preparazione di base accertate mediante i test di ingresso, sia sulla disponibilità a pagare tasse più alte rispetto all’università statale. Tale disponibilità non dice ovviamente nulla della reale capacità e preparazione dello studente, che di fatti viene valutata dalla prova di ingresso, tuttavia, a parità di possibilità economiche della famiglia e di preclusioni di altro ordine, una scelta finanziariamente più onerosa presuppone un grado di determinazione più alto di quello di chi sceglie di investire meno nella propria formazione. E la determinazione nel proprio operare è una componente non secondaria nel rendimento non solo nello studio, ma nella vita”. Quindi, grado di preparazione mediamente più elevato per due ragioni fondamentali. Test d’ingresso, e tasse elevate che aumentano la determinazione nel raggiungimento dell’obiettivo finale. Analisi lucida e se vogliamo psicologicamente interessante che mi sento di condividere, peraltro insieme alla gran parte dei docenti intervistati. Come avrete modo di notare infatti, una buona fetta di professori sentiti, crede che il livello della nostra preparazione sia mediamente di poco superiore alla media e che l’ingresso nel mondo del lavoro sia per noi più facile. “Per quanto riguarda il rapporto con il mondo del lavoro globalmente inteso, - sostiene ancora il professor Pescosolido - credo che i laureati Luiss abbiano una chance in più al momento dell’ingresso. Quello che accade dopo, una volta entrati, dipende sempre meno dal titolo di studio e sempre più dalle capacità individuali di aggiornamento e dal contesto in cui il laureato va ad operare. Tuttavia anche l’attitudine ad aggiornarsi, lo spirito di iniziativa e la capacità di adattamento al mutare delle situazioni di lavoro, sono sempre direttamente proporzionali a una buona formazione professionale e personale acquisita con la laurea”. Buone notizie quindi, che ci fanno un po’ riprendere fiato e consapevolezza dei nostri mezzi. Dove sta la verità? Probabilmente, (e non banalmente) in mezzo. Le consuetudini rimangono tali fin quando non vengono infrante da atteggiamenti contrari a esse. Bene, non perdiamo occasione per cercare di dimostrarlo allora. Ah e per favore, che nessuno parcheggi più lì!. Pierdamiano Tomagra

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Cosmoluiss - Dicembre 2009

Borghese, benestante o bambioccione…E TU COME TI SENTI? Questi sono i tre aggettivi maggiormente utilizzati per descrivere un luissino ma bastano solo cinque minuti di conversazione con un qualsiasi studente della Sapienza o Roma tre per sentirne molti altri. Noi è questo che abbiamo fatto: ci siamo fatte gratuitamente insultare solo per capire come veramente ci vedono gli altri e dobbiamo anche ammettere di esserci divertite. Sotto mentite spoglie di due studentesse della Sapienza siamo andate nelle facoltà di scienze politiche di Roma tre e della Sapienza a fermare quanta più gente possibile per sottoporla al nostro test. Le domande erano semplici e immediate: dalla più banale Conosci la Luiss? a quella più irriverente Descrivi con un aggettivo un suo studente? e durante la loro pausa caffè e sigaretta i ragazzi si sono sicuramente divertiti a giudicare spesso in modo sarcastico o addirittura brutale il nostro ambiente universitario. Abbiamo deciso di non censurare nessun giudizio per farvi veramente rendere conto di come ci considerano al di fuori della Luiss. Il dato di fatto è che quasi tutti conoscono la nostra università, sia per sentito dire che per fama e molti di loro conoscono o hanno parlato almeno una volta con uno di noi . Le critiche cominciano pero ad affiorare quando chiediamo loro di darci un giudizio sulla nostra preparazione: c’è chi spara subito un tre o chi ci riconosce un otto ma comunque la media in entrambi gli atenei non si sposta dalla mediocrità del sei. Insomma, a loro avviso, ci Facce da Luiss impegniamo abbastanza

nello studio ma nessuno ci toglie il titolo di ambiziosi, sfigati, pretenziosi, fomentati, allucinati, figli di papà e snob. Veramente una piccola minoranza (solo il 21% alla Sapienza e il 10% a Roma tre) ci considera Facce da RomaTre persone “normali”, ragazzi come gli altri. Tra una risata e l’altra volano i giudizi più svariati, c’è chi ci chiama “accolosi”, viziati, fighetti fuorisede, pariolini, incompetenti, abbienti, selettivi, spendaccioni e chi addirittura dice che non sappiamo parlare! Inoltre siamo fortunati, raccomandati e “pieni de sordi” e la Luiss è piena di ragazze “ piatte ma bone”. Alla richiesta Secondo te hanno più opportunità gli studenti delle scuole private?, quasi tutti concordano. La risposta è sì, saremo avvantaggiati rispetto agli altri nel mondo del lavoro. Ma non dobbiamo pensare che questo sia per il nostro merito , sentenziano i ragazzi intervistati, è solamente il nome del’università che ci permette di avere un posto assicurato dopo la laurea. Basta la retta del’università per farti abbonare un po’ di esami. Il papi smette con le rette della Luiss e apre il mutuo per il negozio del figlio dove noi di Roma tre lavoreremo. Luissino guardati intorno, anche Facebook ti sfotte. E con queste frasi si chiude la nostra “inchiesta” che forse vi lascerà un po’ amareggiati ma, almeno nelle intenzioni, servirà per domandarci se, quello che hanno descritto è solo uno stereotipo o se siamo veramente noi. Matilde Beccatti Caterina Rossi

Stereotipi: meriti e responsabilità di una società universitaria Il solo fatto che stai cominciando a leggere queste righe vuol dire che, con buona probabilità hai già dato uno sguardo ai sondaggi riportati nell’articolo precedente. Ovvero alle espressioni, opinioni e luoghi comuni scaturiti da una ricerca condotta con un metodo che i sociologi chiamerebbero osservazione partecipante coperta. Ti sarai, immagino, interessato a constatare come gli studenti degli altri atenei romani reagiscono al nome “Luiss” e con quali appellativi ci definiscono quando viene chiesto loro di descriverci. La parola più frequente? Incompetenti. Starai ora tentando di difendere la tua preparazione da luissino doc, adducendo giustificazioni per cui no, non è vero che in un’università privata “te la cavi solo perché paghi”. Proprio tu che passi le giornate a studiare, arrancando tra le lezioni, i libri e le attività extra accademiche di cui si fa promotrice la facoltà. E magari, assaporando il riscatto, non avrai saputo resistere alla tentazione di additare “loro”, studenti delle università pubbliche, come i fannulloni (per usare un gergo in voga al momento) che decidono di intraprendere gli Studi Sociali solo quando vedono occultati tutti gli altri percorsi universitari a numero chiuso. E come ultima conferma vorrai corroborare la tua convinzione leggendo questo articolo dal titolo Stereotipi sperando che almeno i docenti della Luiss difendano a spada tratta i loro studenti e sentenzino sui risultati del sondaggio come meri frutti di stereotipi, appunto. Non ti deluderò. La totalità degli insegnanti del polo universitario di Scienze Politiche della Luiss che sono stati intervistati e che hanno svolto attività di ricerca o insegnamento in altri atenei romani, ci hanno rassicurati. Nel corpo docente “forestiero” l’idea che circola su noi luissini è complessivamente positiva. Non sono rari i casi di laureati Luiss che eccellono nei concorsi di magistratura e diplomazia, sintomo, questo, di un’ottima preparazione e frutto di un connubio tra insegnamento altamente qualificato di professori con curricula invidiabili e studenti armati di tanta buona volontà. In tutto ciò, per inteso, non è

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stata rilevata alcuna differenza antropologica tra studenti frequentanti atenei privati e pubblici! Ragazzi in gamba sono rintracciabili negli uni e negli altri casi, così come i famigerati fannulloni possono pagare per i loro studi o no. E per fortuna molti sono a conoscenza di quest’aspetto. Basta pensare ai numerosi studenti che, terminato il ciclo di studi triennale in un’università pubblica, completa quello magistrale in una privata o viceversa. Si garantisce così un’osmosi di cervelli e si impedisce quella sorta di separazione di carriere, siano esse maturate in istituti statali o no. Dello stesso parere è il Prof. Peverini, docente di Semiotica presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli. Egli parla di stereotipi positivi o negativi. Contrappone cioè all’etichetta di figli di papà che comprano i titoli di studio, la corazza che noi stessi ci costruiamo per autoencomiarci. Se da un lato, infatti siamo vittime di passaparola e luoghi comuni, dall’altro non è nemmeno giustificabile l’aurea di onnipotenza che portiamo con noi ogniqualvolta parliamo della nostra preparazione insuperabile. Esiste un problema di percezione tra gli studenti che è figlio di quella discriminazione alla base che vede la facoltà di Scienze Politiche un campo interdisciplinare che forgia laureati capaci di tutto ma bravi in niente. Estirpare questo sentire comune, deve essere l’obiettivo di tutti gli scienziati sociali. Bisogna far comprendere che le teorie sono alla base di qualsiasi disciplina per cui, specialisti nelle “teorie” sono fondamentali in tutti i settori d’applicazione, anche manageriali. Perché in un mercato del lavoro altamente concorrenziale come quello delle scienze umane, è facile cadere in esternazioni di invidia. Quando ci si vorrebbe tuffare tutti dallo stesso trampolino per nuotare in un mare che si prospetta pieno di insidie e tranelli, è forte la tentazione di denigrare, agli occhi degli altri, chi è avvantaggiato rispetto a noi. Che fare? Possiamo almeno contribuire a far calmare le acque.


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QUI E’ GIA’ DOMANI? Passeggio per i bianchi corridoi luissini durante una delle tante e necessarie pause caffè, quando, improvvisamente, mi balza in mente un’idea per l’articolo: basta pensare all’immagine che gli Altri hanno di noi, vediamo, invece, quello che Noi stessi pensiamo del nostro glorioso ateneo ed in particolare delle opportunità didattiche e lavorative che ci offre. Se l’immagine che traspare da molte opinioni degli altri universitari romani è di una LUISS raccomandata, che, in quanto tale non ha problemi ad elargire posti di lavoro a destra e a manca, noi, che abbiamo avuto l’onore di conoscere di persona il rinomato Placement Office, la pensiamo allo stesso modo? I corridoi luissini appaiono così splendenti e disponibili anche al nostro sguardo? Così, ho iniziato ad annotare le opinioni dei ragazzi dell’ultimo anno magistrale e triennale, e sono arrivata alla conclusione che il nostro pensiero non rispecchia troppo quello dei nostri colleghi romani. Anzi è praticamente opposto e, per non essere di parte, non troppo ottimistico. Non per questo possiamo però esser definiti discepoli ingrati: riconosciamo i pregi del nostro ateneo, i grandi vantaggi che ci offre e l’ambiente altamente qualificato e stimolante che ci circonda. Ma non possiamo non essere propositivi e chiedere di più, specialmente per quanto riguarda alcuni punti. Una prima critica va all’offerta didattica. Anche se per alcuni la triennale del nostro ateneo porta ad una ottima e vasta base formativa, anche superiore a molte rinomate università estere che danno più importanza a materie specifiche e meno alla formazione di una cultura di carattere più generale, per altri alcune materie esulano dal nostro settore, risultano superflue e aleatorie (anche se dopo la riforma Mussi molti concordano che il piano di studi risulta già più proficuo). Per non parlare delle lingue, tasto dolente di tutto il sistema scolastico italiano. Viene sempre sottolineata la loro importanza cruciale nel curriculum dello studente di Scienze Politiche, come prerogativa principale nella concorrenza del mercato del lavoro. Ma acquisire un’alta competenza linguistica in classi da 20 persone e

con sole due ore e un quarto a disposizione per settimana, pare pressappoco impossibile. I ragazzi della specialistica, invece, considerano i contenuti dei loro corsi più vicini al mondo del lavoro ma alcuni ne criticano la forte somiglianza con materie della triennale ripetute anche dagli stessi professori. Forse è per questo che quasi il 30% degli studenti della triennale, nella scelta della magistrale, preferiscono alte facoltà, in particolare economia, oppure scelgono di iscriversi direttamente a master di primo livello (specialmente quello in European Studies) o addirittura passano ad altre università, soprattutto con una preferenza per quelle americane. Già, americane, questo mi permette di collegarmi ad un’altra osservazione degli studenti, secondo i quali il contesto didattico è forse troppo incentrato sull’ambito occidentale (americano ed europeo), senza fornire allo studente prospettive culturali diverse rispetto a quelle in cui siamo nati. La critica più sentita arriva però dal campo degli stage. Molti studenti evidenziano, infatti, la difficoltà del Placement Office ad aiutare i ragazzi nel trovare brevi esperienze lavorative nelle quali mettere in pratica i propri piani didattici. Le offerte sul sito sono povere e le delucidazioni da parte degli addetti non sono sempre esaurienti. Sembra che, a volte, la LUISS si limiti a stabilire se l’esperienza, trovata grazie al solo sforzo personale dello studente, sia compatibile o no con il piano di studi e che ne possa ostacolare persino il riconoscimento per i crediti scolastici. Non troppi vantaggi, dal punto di vista delle opportunità offerte sia per tirocini che per contatti lavorativi più definitivi, sembrano esserci garantiti rispetto alle altre università. Sono una convita sostenitrice del fatto che la soddisfazione più grande stia nel riuscire a costruirsi il proprio percorso con le proprie forze e arrivare da soli a raggiungere un lavoro che soddisfi le nostre aspettative. Ma allora sfatiamo il luogo comune secondo cui la LUISS procura lavoro sicuro e facciamoci forza colleghi romani, siamo tutti sulla stessa barca! Maria Fossarello

ASPettando l’Agorà… L’attualità chiama, l’Agorà risponde. Alla luce della sentenza della Corte di Strasburgo sulla questione crocifisso nelle aule, tra i membri di ASP si manifesta la necessità di discuterne, di analizzare, di confrontarsi, di capire. Le reazioni del mondo istituzionale non sono sufficienti e i media hanno voce univoca. Un mercoledì pomeriggio (orario infame? c’è chi sceglie di andare a lezione. Legittimo) di novembre, il cuore pulsante di scienze politiche si raduna in un’aula: il tema è Crocifinzione? - l’iconoclastia ai tempi del pluralismo. Cui prodest? E’ davvero utile un dibattito tra studenti su un tema già ampiamente sviscerato in tutti i programmi di approfondimento, persino in tv nella fascia “casalinga solitaria dotata di decoder”? E’ possibile conciliare posizioni differenti, al contrario di quello che fanno gli opinionisti della domenica? Lo possiamo fare, evitando di gridarci addosso e di tirare in ballo convinzioni etiche del tutto personali? Ci sono davvero queste posizioni contrastanti? Il dibattito sarebbe diventato sterile e improduttivo e i relatori si sarebbero arroccati sulle proprie certezze? Troppe domande per non organizzare apposta un Politik Agorà! I quattro relatori schierati, in termini semplicistici, pro e contro crocefisso si sono dati battaglia dall’inizio, dimostrando una preparazione approfondita e una gran voglia di mettere le proprie idee sul banco di prova, data la grande affluenza di pubblico, che aveva l’aria di non voler risparmiare proprio nessuno. Zaira e Michele hanno incendiato l’aula lanciando provocazioni e rispondendo a tutti con la stessa moneta; Roberto e Claudio hanno elevato il dibattito sopra la temuta “chiacchie-

ra da bar”, convogliando le domande e gli interventi su un piano più ricercato. Il nostro amato e stimatissimo Dario, onore al merito, ha avuto molto da moderare stavolta, perciò in futuro la figura del moderatore potrebbe essere dotata di valletto/a in modo da potersi preoccupare di stuzzicare pubblico e relatori, e non di distribuire il microfono su e giù per l’aula. La risposta della platea - i sondaggi dicono circa novanta ragazzi, ma aspettiamo la conferma delle autorità competenti - è stata poderosa: niente peli sulla lingua, gente, è lo spirito dell’Agorà. La formula ci sembra vincente, ma si può sempre migliorare. Si potrebbe inserire il contingentamento dei tempi, in stile barcamp, con tanto di gong finale: 5 minuti per ogni intervento, 2 per la domanda e 2 per la risposta, il tutto in un clima da rush hour, in cui ognuno abbia un tempo stabilito per far valere la propria idea, allo scadere del quale il pubblico reclama a gran voce la parola. Inoltre ci si potrebbe avvalere di altri strumenti oltre la propria capacità dialettica, invitando magari anche i partecipanti a fare lo stesso: non avremmo trovato una soluzione al problema, ma almeno saremmo stati parte attiva di un gruppo affiatato che vuole migliorarsi. Si pensa già al tema per il Politik Agorà di dicembre: ogni idea è valida, si faccia avanti. Ringraziando in particolare le persone che hanno dedicato pomeriggi e nottate di ricerche alla buona riuscita di questo evento e le nuove entusiaste leve, vi lasciamo l’acquolina in bocca: sentirete parlare di ASP. Francesca Di Nuzzo

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CosmoLuiss - Dicembre 2009

LA LUISS VISTA DALLA SAPIENZA: UN MODO PER PROVARE A MIGLIORARSI In questo numero abbiamo provato a fare un’inchiesta circa l’altra faccia dei laureati in economia a Roma, intervistando un campione di 100 ragazzi dell’università Sapienza. Le domande che abbiamo sottoposto loro sono le seguenti: I. II. III. IV. V.

Sai cos’è la LUISS? Hai mai avuto modo di conoscere, confrontarti ed interagire con uno studente LUISS? Se si, qual è l’impressione che ne hai? Qual è, secondo te, il grado di preparazione degli studenti LUISS rispetto alla tua? Parlando in termini di Sbocchi lavorativi, chi ha più possibilità tra uno studente LUISS ed uno della Sapienza?

Le stesse domande le abbiamo poste a docenti della Sapienza. Le risposte sono state di vario genere, alcune del tutto inaspettate, altre più prevedibili, altre ancora piuttosto eccentriche: analizziamole da più vicino. Cosa ne pensano gli studenti? Dato l’ampio campione di studenti che abbiamo intervistato fuori dalla sede di Via del Castro Laurenziano di Economia, siamo riusciti ad avere un quadro di statistiche piuttosto esauriente. Per quanto riguarda il primo quesito postogli, il 98% afferma di conoscere la nostra università, alcuni hanno risposto sorridendo, considerando scontata la conoscenza di un ateneo così in vista, mentre solo il 2% dice di non saperne nulla, forse solo a causa di una lacuna che prima o poi, si spera, colmeranno, o più verosimilmente per scarso spirito collaborativo. Alla seconda domanda, ovvero l’interazione con studenti LUISS, un buon 81% dichiara di conoscere almeno un ragazzo della nostra università. La questione si fa interessante (e tetra, n.d.r.) nel momento in cui si chiede a questo 81% di palesare la propria opinione circa il suddetto ragazzo: solo il 46% ne dà un ritratto positivo, il 31% ne ha un’idea piuttosto negativa, mentre nel 23% dei casi ricadono sia coloro che pensano che dipenda da persona a persona, sia coloro che sono indifferenti rispetto al quesito. Tornando a chi ha preso posizione rispondendo

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al quesito dobbiamo sottolineare come l’opinione di segno positivo sia legata ad una conoscenza di tipo più diretto e personale, mentre coloro che ne hanno parlato in termini denigratori sono per la maggior parte figli di un (spesso fondato, n.d.r.) pregiudizio nei confronti dell’università privata e tutto ciò che questa comporta, creando così uno stereotipo dello studente LUISS che è descritto come un “figlio di papà”, “fighetto discotecaro”, “fortunato perché pieno di soldi”, “facilitato nello studio e nel lavoro” (l’”accusa” dell’essere facilitato è stata più volte ripetuta). C’è chi ovviamente ha approfondito le ragioni del proprio disappunto portando come esempio delle diverse realtà che vivono gli studenti dei due atenei, la disponibilità dei professori nell’ambito privato, sia per colmare lacune in merito alla materia sia per supportare lo studente nella risoluzione degli esercizi assegnati. La realtà che ci hanno raccontato i colleghi della Sapienza non è esattamente così. Prendere un appuntamento con il professore significa andare a ricevimento nell’unica ora in cui nell’arco di una settimana il professore è disponibile per classi di 500 studenti in media. Il numero di studenti influenza negativamente anche il rapporto che si instaura tra ragazzi e docente, diventando molto più formale e distaccato. Inoltre la validità del docente stesso non è mai messa in dubbio, non sono mai in nessun a situazione messi in discussione mentre noi dobbiamo ammettere l’evidente “privilegio” che ci dà la nostra università quando, verso la fine di ogni corso, i docenti sono valutati da noi studenti e penso non ci sia esempio migliore per sottolineare la differenza di vedute dei due istituti. Il quadro della descrizione della percezione di uno studente LUISS si fa ancora più triste nel momento in cui si pone la quarta domanda agli studenti in questione: qual è il grado di preparazione di un nostro studente in una scala da uno a dieci secondo te? I risultati di un 1,2,3,4 su dieci non sono stati presi in considerazione ma un 5% ci dà 5, un considerevole 34% ci valuta con un 6, il 29% 7, 25% dà 8, il 2% 9 e il 5% ci reputa da 10. Queste percentuali di per sé non dicono nulla se non si contestualizza meglio il modo in cui è stata posta la domanda: si è chiesto non solo di valutarci, ma anche di fare un confronto con la loro preparazione: la stragrande maggioranza degli studenti pensa che la loro preparazione sia più approfondita della nostra. Ciò che ha reso il nostro ritratto ai loro occhi ancora più svilente è stata la risposta al nostro quinto ed ultimo quesito:


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chi ha la maggior possibilità di entrare nel mercato del lavoro tra uno studente LUISS ed uno della Sapienza? La bilancia pende prepotentemente verso i primi con un 87% , mentre nel restante 13% ricadono sia coloro che pensano che si abbiano pari opportunità e i pochi che pensano addirittura il contrario. L’argomento sul quale i nostri compagni ci invitano a riflettere è sicuramente quello della meritocrazia. Questo dato è decisamente agghiacciante: la percezione della LUISS Guido Carli, che si propone di “sfornare la futura classe dirigente”, è quella di una preparazione mediocre ma in possesso di “una rete di conoscenze” che permettono ai giovani rampolli di essere, come si suol dire, subito “PIAZZATI”. Sinceramente non penso tanti di noi si riconosceranno in questa descrizione,per cui ci chiediamo: è forse questa la percezione dell’attuale classe dirigente in Italia e conseguentemente l’etichetta che ereditiamo è la medesima? Il problema della meritocrazia e del clientelismo nel nostro Paese è un dato di fatto ma pensiamo che noi tutti studenti dovremmo impegnarci al fine di “scrollarcelo dalle spalle”. Cosa ne pensano i professori? Abbiamo infine intervistato i professori della Sapienza, rivolgendo loro le stesse domande che abbiamo posto ai ragazzi, seppur con una piccola modifica alla seconda domanda, chiedendo loro: ”Ha mai avuto modo di lavorare-insegnare o col-

laborare con docenti e/o studenti della LUISS?”. Anche questa volta abbiamo avuto riscontri tra loro molto differenti. La totalità dei professori ha dichiarato di conoscere la LUISS, mentre pochi collaborano o hanno in precedenza insegnato presso la nostra università. Sulla terza domanda,poi, abbiamo riscontrato un atteggiamento simile a quello dei ragazzi: ci sono stati commenti positivi tra chi ha lavorato nella nostra Università, chi addirittura ci ha definiti “attenti e volenterosi” ma abbiamo ricevuto anche risposte meno glorificanti, come “buoni ma non eccezionali”, o chi non trova nessuna differenza tra noi e studenti di qualsiasi altra università. Un altro dato interessante e di segno un’altra volta opposto rispetto al punto di vista degli studenti della Sapienza è rappresentato invece dai voti che sono stati assegnati alla nostra preparazione, tutti molto positivi, nessuno sotto il 7 e addirittura un 8/9. La quinta domanda, quella relativa all’occupazione post-laurea ha mostrato come sia diffusa l’opinione, anche tra i professori, che gli studenti LUISS hanno una maggiore prontezza ad inserirsi nel mondo del lavoro. Solo uno dei professori intervistati crede che dipenda dalla preparazione dello studente sfatando completamente quello che i suoi più giovani discepoli (e forse anche più oggettivi, n.d.r.) identificano come fulcro del problema: la meritocrazia. Tutti gli altri docenti intervistati invece riconoscono una posizione di privilegio degli studenti della nostra università nel mercato del lavoro. Anche in questo caso è importante capire il perché di tali affermazioni: infatti, alcuni degli intervistati, afferma che ciò è dovuto alla presenza di un buon placement office e alla capacità della nostra università di creare canali con le aziende, sott’intendendo che la collaborazione della la LUISS con Confindustria è il legame che rende effettiva la validità della stessa. Vorremmo concludere ringraziando i nostri colleghi della Sapienza ed i loro docenti che hanno collaborato con noi per la loro disponibilità. Pensiamo in effetti che sia anche grazie alle loro preziose critiche che possiamo provare a migliorarci!

Elena Pons Francesco Sbocchi

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Cosmoluiss - Dicembre 2009

LA SAPIENZA E TOR VERGATA RISPONDONO ALLA DOMANDA “COS’E’ LA LUISS?” Cos’è la LUISS? Una domanda semplice, alla quale tutti noi “luissini” saremmo in grado di rispondere, ma chi non frequenta una delle nostre tre facoltà saprebbe rispondere? Per saperlo siamo andati a chiederlo agli studenti delle facoltà di Giurisprudenza de La Sapienza e Tor Vergata, in tutto settanta ragazzi intervistati, ai quali sono state poste cinque semplici domande per sapere cosa pensano di noi e del nostro ateneo i colleghi di altre università romane.

provare ad accedere al nostro ateneo.

Alla fatidica domanda, forse la più intrigante, “Cosa ne pensi degli studenti LUISS?”, 38 studenti su 64 hanno dichiarato che noi “luissini” siamo studenti normali, certo forse un po’ privilegiati sotto determinati aspetti ma normalissimi studenti. Ventisei su 64 hanno invece dichiarato (e qui viene il bello) che noi “luissini” siamo tutti “figli di papà” che per passare gli esami presentiamo la ricevuta di pagamento dell’ultima tassa universitaria, che ci compriamo la lauAlla domanda “Cos’è la LUISS?” su 70 rea, che ci sentiamo superiori agli stustudenti intervistati 43 hanno risposto in denti delle università pubbliche solo permodo generico che è un’università pri- ché abbiamo abbastanza soldi da pervata, alcuni sono scesi nei dettagli affermando che è un’università privata appartenente al patrimonio di CONFINDUSTRIA. Nove studenti su 70 hanno invece dichiarato di non aver mai sentito pronunciare l’acronimo LUISS, quindi di non avere idea di cosa sia. Undici studenti su 70 hanno invece straordinariamente dato l’esatta definizione dell’acronimo LUISS, ovvero Libera Università Internazionale degli Studi Sociali, dichiarando che avevano preso informazioni sul nostro ateneo perché erano interessati ad accedervi. Otto studenti su 70 hanno dato invece le definizioni più metterci la LUISS, c’è chi ha addirittura assurde, affermando che la LUISS è un dichiarato che il nostro beneamato ategruppo bancario, una società di assicu- neo è un covo di futuri ladri e massoni e razioni, un collegio e chi più ne ha più ne chi ha dichiarato di aver sentito dire che metta. Dieci studenti su 70 hanno invece se uno studente LUISS non si presenta a risposto di sapere che la LUISS è un’uni- lezione in giacca e cravatta viene allonversità ma non sanno di che tipo, non tanato dall’aula…ma in quale universo sanno se è privata, se è pubblica, uno parallelo? studente ha addirittura confuso l’acronimo LUISS con LUMSA, affermando che Alla penultima domanda, “Secondo te la LUISS è un’università privata del che grado di preparazione hanno gli stuVaticano. denti LUISS da 0 a 10?”, la maggior parte ci hanno collocati nella fascia di Con i 64 studenti che sapevano cos’è la preparazione che va da 6 a 8, una perLUISS l’intervista è proseguita con altre centuale più piccola ha invece dichiaraquattro domande. to che la preparazione è un fattore soggettivo che dipende dallo studente e non Alla domanda “Hai mai parlato con stu- dall’università frequentata mentre tre denti LUISS?”, 21 studenti su 64 hanno studenti hanno dichiarato che alla LUISS dichiarato di averci parlato ma di non non capisce niente nessuno e chi capiessere scesi in dettaglio sull’università, sce qualcosa non studia perché tanto la sui suoi programmi, sulle facoltà e sui laurea gliela compra papà. metodi di insegnamento, di questi 21, però, 13 ci sono scesi nei dettagli, hanno All’ultima domanda, “Secondo te, gli stuinfatti dichiarato di aver chiesto maggio- denti LUISS hanno maggiori possibilità ri informazioni ai loro interlocutori “luissi- di lavoro?”, 46 studenti su 64 hanno ni” perché stavano valutando l’idea di risposto di si, perché molti sono convinti

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che, essendo la LUISS della CONFINDUSTRIA e avendo quindi agganci con aziende ed altri possibili datori di lavoro, sia la LUISS stessa ad offrirci il lavoro su un piatto d’argento al termine del nostro ciclo di studi…magari fosse così! Otto studenti su 64 hanno invece dichiarato che non è vero che noi “luissini” abbiamo maggiori possibilità di lavoro mentre 10 studenti hanno risposto che anche questo è un fattore soggettivo, dipende dai singoli studenti e dai singoli datori di lavoro, certo forse in un concorso indetto da un’azienda, a parità di merito, possono essere preferiti i laureati LUISS piuttosto che altri, però questi 10 studenti hanno affermato che indubbiamente ci sono molti ragazzi in gamba che provengono da università pubbliche e che quindi hanno forse maggiori possibilità di lavoro rispetto ad un laureato LUISS. Come si può dedurre dal risultato delle interviste fatte ai nostri colleghi de La Sapienza e Tor Vergata, è necessario sfatare il mito che lo studente LUISS viene visto male e trattato peggio dallo studente di una università pubblica. Certo la percentuale di chi ha scarsa considerazione del luissino è alta, ma altrettanto alta è la percentuale di chi invece non solo ha un’ottima considerazione del luissino ma ha anche provato o proverà ad accedere al nostro ateneo. Altissima è invece la percentuale di chi sa cos’è la LUISS e buona è anche la percentuale di chi la vorrebbe frequentare ma per svariati motivi non può. Certo molti hanno ragione sul fatto che alcuni studenti LUISS sono i classici figli di papà, pieni di soldi, che disprezzano chi non frequenta la LUISS e chi non è come loro, ma questo non è lo studente LUISS “tipo”. La maggior parte dei ragazzi che frequentano il nostro ateneo sono ragazzi normali, hanno i loro sogni, le loro speranze, la loro gioia di vivere e di imparare come ce l’hanno i ragazzi de La Sapienza e di Tor Vergata. I figli di papà che “se la tirano” non sono solo alla LUISS, sono ovunque, forse qui tra i banchi delle nostre aule ce n’è un’alta concentrazione, ma non bisogna certo fare di tutta l’erba un fascio! Roberto Puleo


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Speciale Luiss BARCAMP - Dicembre 2009

L'altro Iran La proposta di 360° al Luiss Barcamp Esiste un Iran, che leva alta la sua voce contro il regime dei mullah. Esiste un Iran che delle promesse di Ahmadinejad, scusate l' espressione, ne ha piene le palle. Esiste un Iran che canta con così tanta forza l'inno della libertà, da far sì che anche il silenzio l'ascolti. Sarà che hanno iniziato a parlare anche le donne, che fino ad oggi raramente hanno avuto il coraggio di farsi sentire. Sarà quello e forse anche quell'altro, ma sicuramente il regime dei mullah ha oramai perso il sostegno della gioventù maschile e di larga parte del popolo rosa. Il Luiss Barcamp, nella sua settima sessione, cerca di dar voce e di capire, col contributo di esponenti della resistenza iraniana , le tematiche poltiche, civili e sociali di questo nuovo Iran, dai diritti delle donne alla rivolta generalzionale degli studenti, senza dimenticare il ruolo dei mass media. 360° ha deciso di partecipare a questo incontro portando con sé una proposta avente come fine la promozione di una cittadinanza attiva e di uno sviluppo sostenibile tra la popolazione dell'Iran rurale. Il progetto si rifà all'Undp (United Nations Development Project), un'iniziativa delle Nazioni Unite intrapresa nel 1998 che, con la collaborazione del governo iraniano, ha portato nei villaggi un modello di decision-making partecipativo, dimostrando che la cooperazione tra tutti i membri del villaggio è un mezzo social-

mente efficiente per individuare problemi e possibili soluzioni ai deficit dell'area rurale. La nostra idea ha voluto riprendere e ampliare il range d'azione di tale modello, mirando a innescare processi decisionali che dal basso influenzino la testa del sistema (approccio bottom-up) e a incoraggiare, attraverso una cerscente importanza del ruolo della donna, la partecipazione delle nuove generazioni. “Small is beautiful” scriveva pochi decenni fa il filosofo ed economista E.F. Schumacher, riferendosi proprio alla necessità di un'azione sostenibile su base locale; noi non abbiamo fatto altro che adottarne l'intuizione. Prendendo spunto dai principi della micro-finanza proponiamo dunque di creare un sanduq, ossia una sorta di fondo comune del villaggio rifinanziato annualmente da parte dei proventi dell'attività economica avviata con il fondo stesso, in modo che non interferisca con le regole del sistema bancario iraniano e della Sharia (divieto del tasso d'interesse, dell'incertezza, della speculzione, ecc. ecc.). Ralisticamente questo traguardo è raggiungibile solo se si rende possibile la formazione di una imprenditoria sociale che concili sviluppo economico e cambiamento culturale, che finalmente sia in grado di riconoscere le capacità della donna e di sfruttare tale potenziale umano. “Lasciare un mondo migliore ai nostri figli” è un obiettivo che possiamo raggiungere anche partendo da qui. Flavia Romiti

Etica vs Finanza

Vecchie e nuove regole tra concretezza e semplicità Etica. A cosa si allude di solito quando si fa uso di questo termine? Fin troppo spesso ci capita di leggere questa parolina a 5 lettere sui giornali, sui libri, o di ascoltarla nei bei discorsi di politici e preti. Un semplice dizionario può dirci che è parola che deriva dal greco ἔθος , è che sta ad indicare il costume e il comportamento umani. Ma come si fa a definire un comportamento “eticamente corretto”? – Questo sul vocabolario non c’è scritto - . Per quanto riguarda l’economia poi, la cosa si fa ancora più intricata. Basti pensare che da oltre un secolo giuristi ed economisti non vengono a capo di una banalissima controversia; gli uni credono che all’origine dello scambio commerciale vi sia il bisogno umano, gli altri sostengono che prima ancora della necessità di uno scambio debba esistere la regola che lo disciplini. Oggi pare tuttavia, alla luce della più grande crisi finanziaria che fin’ora abbia conosciuto il XXI secolo, che il mercato necessiti urgentemente di nuove e rigorose regole, e che queste ultime siano severamente osservate in ambito mondiale. Questo il punto di partenza della sessione 2 del LUISS barcamp moderata da Sergio Rizzo. Nonostante alcuni interventi “ a base di immagini gratuitamente raccapriccianti” che fatico tutt’ora a comprendere che attinenza avessero con le tematiche dell’incontro, la sessione-dibattito ha preso una sua forma coerente, da cui è stato semplice trarre le opportune conclusioni. Per fornirne un’idea generale, mi avvalgo dunque di una mia

chiave di lettura, prendendo spunto dal brevissimo quanto conciso e funzionale intervento di Gennaro Olivieri, professore di matematica finanziaria presso la LUISS. Egli sostiene infatti, che l’eccessiva fiducia nei modelli e nelle strutture paradigmatiche alla base dei mercati internazionali, abbia portato ad un inevitabile tracollo. Una eccessiva e fatale astrazione dal “reale”. Pertanto una prima parola chiave da tenere in considerazione ai fini di nuove regole di mercato è “concretezza”; una concretezza che si traduca in pratica e soverchi la sterilità delle procedure. In secondo luogo preferirei parlare di “semplicità” più che di “trasparenza”. E’ ormai usuale che al momento dell’acquisto di un prodotto finanziario, un qualsiasi utente non addetto ai lavori sia sommerso da una modulistica tanto inaccessibile quanto ingannevole. “Non compro mai un titolo che non sia assolutamente certo di capire” dice Warren Buffet. Etica e finanza dunque, come potranno rapportarsi reciprocamente in futuro? Potrà trattarsi di un binomio piuttosto invece che di una vera e propria dicotomia? E se fossero proprio la semplicità e la concretezza due suggerimenti necessari a porre le basi per nuove regole di nuovi mercati finanziari? Confido in ogni caso che le risposte al quesito non tarderanno…. Mario Iannuzziello 156841@luiss.it

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Speciale Luiss BARCAMP - Dicembre 2009

Sono fuori dal Tunnel? degli esempi più clamorosi L’Italia è una delle mete turistiche che lo stracome lo già citato stadio di niero di qualunque nazionalità vorrebbe visitapolo in Sicilia. Nella sessiore almeno una volta nella vita. Clima mite, mari ne del barcamp si è cercaincantevoli, montagne paradisiache opere to, attraverso più di venti d’arte d’ogni genere e d’ogni tempo. Si, propresentazioni di esperti, e prio d’ogni tempo, anche dei tempi moderni. non, in materia, di trovare Per contemplare le bellezze artistiche della delle riposte concrete a modernità una delle regioni decisamente più questo problema. Molto ricche di esempi è la Sicilia, il cui paesaggio Stadio di polo, Giarre (Catania) dibattuto è stato il tema del dalle note arabo-greche magnificamente si sposa con queste “opere d’arte”. Basti pensare alla cattedrale project financing , l’intervento del privato nel sovvenzionamendi Gibellina nel trapanese, o al centro turistico ubicato nello to di opere pubbliche, meccanismo ancora poco utilizzato in stesso sito o alla torre del secolo XX che è possibile visitare a Italia e che invece potrebbe, se bene e onestamente sfruttato, Pachino. Ma non solo di “opere d’arte” è ricca questa terra ma avere dei risultati assolutamente positivi nel campo delle opere di infrastrutture basilari come lo stadio di polo da ventimila per- pubbliche. sone a Giarre (Catania), il velodromo di Paternò, la diga di In una sessione dal titolo “infrastrutture” non si poteva non parBulfi (Palermo) e infrastrutture altamente efficienti come la stra- lare anche dell’infrastruttura più discussa degli ultimi dieci da provinciale 284 o il ponte di Randazzo e perché no l’ospe- anni: il Ponte sullo stretto. Ponte si o ponte no? Fatta ecceziodale di Biancavilla, la casa per anziani di Priolo e per conclu- ne per la Signora Tudini che vede il ponte sullo stretto un ponte dere (anche se molti altri ancora sarebbero gli esempi da men- con il futuro, le altre voci sono state tutte abbastanza concordi zionare) l’immancabile centro anti-tubercolotico di Piana degli sulla poca utilità, quanto meno nel futuro prossimo, di questa Albanesi nel palermitano. Quelle fin qui menzionate sono si opera. Un ponte ha come suo primario obiettivo quello di colopere d’arte ma incompiute, mega-mostri di cemento lasciate legare due realtà e di permettere le comunicazioni. Ora, penlì, nel deserto in una cornice paesaggistica di alto livello quale sate alla Salerno-Reggio Calabria che di per sé impedisce o sicuramente è quella siciliana. Eco mostri creati con finanzia- comunque rende altamente difficoltose le comunicazioni nel menti pubblici e mai terminati e che mai potranno esserlo per- sud della Penisola. Pensate alle reti ferroviaria, stradale e autoché oramai troppi anni sono passati e anche gli scheletri, stradale della Sicilia rispettivamente inesistenti,mal concia, in lasciati all’usura del tempo, sono diventati inutilizzabili. Spreco via di completamento. Come si può pensare di realizzare un di denaro pubblico. Aree prive di infrastrutture ma ricche di progetto come quello del ponte, per il quale tra l’altro è stato cemento nei campi. Cosa farne allora? Come risolvere il pro- previsto che il traffico non riuscirà a coprire i costi di realizzablema delle infrastrutture in Italia? Project financing: una pos- zione, quando le situazioni locali sono così disagiate? sibile soluzione? Militarizzare i cantieri nel sud Italia per con- Ponte ed eco mostri a parte, grande successo in questa sessentire il regolare svolgimento dei lavori spesso minacciati sione ha avuto lo spirito del barcamp: presentazioni brevi di dalla malavita locale?Questi , insieme a molti altri, gli interro- non oltre cinque minuti, domande pungenti al fine di stimolare gativi che sono stati posti e a cui si è cercato di trovare rispo- il dibattito e lo scambio di idee senza che nessuna opinione si sta nella sessione “infrastrutture: fuori dal tunnel?”, organizza- imponesse prepotentemente sulle altre, partecipazione anche ta da Francesco Calabria e Donato Cavaliere, del Luiss da parte degli studenti nonostante il tecnicismo del tema. Barcamp 2009 che si è tenuto nel nostro ateneo il 21 novem- Velocità: spazio/tempo promossa a pieni voti. bre scorso. Quello delle infrastrutture è un gravoso problema, Mariastella Ruvolo sicuramente non solo italiano, ma che in Italia trova alcuni

La forza delle idee: Luiss Barcamp 2009 “L’idea del BarCamp è eminentemente democratica: si sceglie un tema che sia significativo e particolarmente sfidante per l’attualità e per la sua rilevanza in relazione alle prospettive di impegno e agli interessi dei suoi partecipanti e si mette tutto in discussione, in un confronto diretto tra gli stessi organizzatori, gli iscritti ai vari panel, gli esperti invitati e quanti altri intendono contribuire al dibattito”- Pier Luigi Celli. Credo che questa sia la descrizione migliore del Luiss Barcamp, la non-conferenza collaborativa tenutasi nella nostra università, il 21 Novembre scorso. Organizzata seguendo la tradizione dell’Università di Stanford di Palo Alto, la manifestazione prevedeva nove sessioni ( lavoro azionista; nuove regole per un nuovo mercato finanziario; pensare e fare: velocità dei pensieri e dei tempi delle decisioni politiche; il “traguardo” delle istituzioni; grid parity: tra green investiments e green jobs; infrastrutture, fuori dal tunnel; l’altro Iran; tra il linguaggio delle reti e le parole delle persone; global entrepreneurship week), durante le quali ognuno poteva salire in cattedra e, seguendo la regola “velocità = spazio/ tempo”, esporre il proprio punto di vista. Questa è stata un’opportunità notevole per noi studenti, dato che abbiamo avuto modo di esprimerci, lasciando da parte rigide scalette che inevitabilmente si vengono a creare e devono essere rispettate in una normale conferenza. Inoltre, il concorso “ Dieci idee per il Paese”, stimolando la creatività, ha promosso e sostenuto l’importanza di un pensiero giovane e innovativo.

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L’ottimo esito della manifestazione è stato dimostrato, comunque, dal numero di partecipanti: infatti gli iscritti all’evento erano più di mille, tra barcamper e special barcamper e ciò ha fatto sì che nelle varie sezioni si son potuti ascoltare i molti interventi e i vari punti di vista di ognuno. Però, da ciò che ho potuto vedere, il tempo per un vero e proprio dibattito è stato poco; ad esempio, nella sezione “L’altro Iran”, sul più bello, ci si è dovuti fermare proprio per mancanza di tempo. Propongo, quindi, per il prossimo Barcamp l’istituzione di una sessione pomeridiana, destinata alla discussione. Emozionante, infine, è stato il discorso di chiusura, affidato a Umberto Galimberti, che in un’aula gremita, ha tenuto una piccola lezione di filosoia inquadrando in un’ottica più generale il significato delle parole- chiave di questo Barcamp e cioè spazio, ma soprattutto tempo e velocità. Con riferimenti sia al mondo contemporaneo che a quello di Platone, Galimberti ha stregato e rapito i presenti, proponendo risposte semplici e chiare a quesiti esistenziali. Con l’invito a istituire annualmente il Barcamp, vorrei concludere citando proprio Umberto Galimberti: “La vita va avanti a colpi d’amore. La condizione essenziale della vita è l’amore, non nel senso che gli altri ti amano perché la cosa può anche non riguardarti, ma, come dice Platone, sei tu che devi amare. Ecco, quando ami, hai la forza…. È l’amore è il luogo dell’accadimento del senso, non la vita. La vita se non è circondata da configurazioni amorose, che vita è?!” Fabiana Nacci


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Speaker’s Corner - Dicembre 2009

Cosa non si fa per salvare Silvio… Eh sì, ormai è appurato: il Silvio nazionale è una specie in via d’estinzione e, giustamente, chi teme per la sua incolumità si prodiga giorno e notte per far sì che i brutti e cattivoni che gli vogliono male stiano a distanza di sicurezza; già, una distanza di sicurezza che più o meno si aggira intorno ai 6 anni. Perché 6 anni? Semplice, il ddl riguardante la riforma della giustizia prevede che i processi per reati con pene non superiori a 10 anni cadano in prescrizione dopo proprio 6 anni (2 anni per ogni grado di giudizio). Puntuale la coincidenza: sono esclusi i reati di mafia, terrorismo o grave allarme sociale come rapina, omicidio, estorsione. Ma dai! Con grande stupore e sorpresa noterete che non vi è compreso né falso in bilancio, né frode fiscale, né riciclaggio e neanche appropriazione indebita; proprio i procedimenti pendenti sulla candidissima fedina penale (fino a prova contraria!) del nostro mitico barzellettiere di Arcore. Chi pensa che questo fantastico disegno di legge, che porta la firma del “Mavalà” più famoso d’Italia, sia soltanto l’ennesimo escamotage politico per mettere in salvo il miglior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni si sbaglia di grosso! Eh già, perché qui si fa politica

seria, si fa giustizia vera; poco importa se magari i processi come quello della Parmalat rimangano insoluti, l’importante è che si limiti, finche si può, questo tediosissimo, nonché altamente nocivo e assolutamente ingiustificato, attivismo politico delle toghe rosse. Tutti contro Berlusconi, poverino! Ma che vi ha fatto di male? Si, lo so, è un po’ furbetto, ma chi non lo è? Va con le escort, ma d’altronde è separato! E’ vero, diciamo che quando c’è qualche summit mondiale, lui si sente in dovere di far sorridere quei musi lunghi degli altri Capi di Stato, ecco, sente che deve far un po’ il giullare della situazione, però, quanto si divertono gli altri! Ma lui lo fa per simpatia, per ridere. Ma volete mettere il nostro Premier con quell’abbronzato di Barack? No no, neanche per scherzo; meno male che c’è Ghedini che, ad ogni sentenza di incostituzionalità, riesce sempre a partorire creature fantastiche, di cui l’ultima è proprio la riforma sulla giustizia; ma che bella che è! Non mi capacito davvero di come uno stimato giurista quale Antonio Baldassarre abbia potuto sentirsi, addirittura, “desolato innanzitutto come cittadino” oppure di come l’Anm vi abbia intravisto “effetti devastanti sul funzionamento della giustizia penale in Italia”; mah, a me sembrava un bel progetto, mi piaceva soprattutto l’idea di vedere finalmente qualche legge di questo governo bollata come costituzionale! E poi, insomma, vi sembra giusto che Berlusconi se la spassi con la D’Addario e Ghedini rimanga a ingegnarsi sul suo codice di procedura penale tutta la notte? Eddai, un po’ di GIUSTIZIA!! Lorenzo Vermigli 062142@luiss.it

IL RE SOLE DI GOMORRA “L’ Eco 4 songh’io”. A ciascuno il monarca che merita. Chissà se ai poliziotti dell’antimafia che verbalizzavano le dichiarazioni dei pentiti è saltato in mente Luigi XIV, primo sovrano assoluto della storia europea, e il suo “l’Etat c’est moi”, ascoltando il delirio di onnipotenza attribuito a Nicola Cosentino nella gestione del business dei rifiuti. Di certo, al reuccio di Gomorra non fa difetto l’autostima. “Capatosta” sino all’inverosimile, questo casalese cresciuto fino a diventare coordinatore campano e sottosegretario all’Economia, ha tentato di resistere con tutta la forza del suo sistema di potere alle pressioni di giudici, avversari e perfino alleati che volevano stopparne la corsa alla candidatura per la poltrona di presidente della Regione Campania.Il suo nome, come referente dei clan camorristici di Casal di Principe, è balzato più volte ai (dis)onori della cronaca. Questa volta a metterlo in mezzo è Gaetano Vassallo, imprenditore che ha gestito le discariche delle province casertane e napoletane. “sono perseguitato”, è stata la risposta di Cosentino. E il beneficio del dubbio non si nega a nessuno. Non si dimentichi l’immagine di Enzo Tortora con le manette, creata appunto dalla disinvolta gestione dei pentiti napoletani. Il capo di imputazione formulato dal gip Raffaele Piccirillo è concorso esterno in associazione mafiosa. Al centro dell’intrigo l’Eco4, appunto: società mista, consorzio che nel 2002 entra nel progetto per la realizzazione dei termovalorizzatori. Pare che fosse un tramite con la camorra (secondo il classico scambio voti-

favori). Cronaca. Verità o bugie che fino alla fine del processo potranno essere smentite dalle diverse parti politiche, strumentalizzate a loro piacimento. Come al solito, come sempre. Ma il caso Cosentino è un tassello di un mosaico più complesso e, in certa misura, più inquietante: la grande partita tra stato e mafia, la trattativa sempre intravista e mai compiutamente svelata tra servitori della cosa pubblica e padroni della cosa loro. Per la prima volta recentemente è uscita fuori una prova, il “papello” di Don Vito (Ciancimino padre), con le 12 richieste allo stato fatte dai corleonesi. La dimostrazione di trattative collocabili tra l’attentato di Capaci e quello di via D’amelio. Ma anche senza pretendere la forza del “nero su bianco”, è lunga la storia di nomi e di voci, di sospetti e di sentenze controverse che hanno segnato la cronaca e la storia della repubblica: per dirne alcuni, Marcello Dell’Utri, Totò Cuffaro e, naturalmente, il sospettato per eccellenza, l’eterno inquisito,mezzo demone e mezzo santo, un po’ assolto e un po’ prescritto dai suoi peccati: Giulio Andreotti. Dopo molte pressioni all’interno del Pdl, il Re Sole di Casal di Principe pare aprire la porta alla rinuncia. Non correrà per la Regione Campania. Ma come farà a rimanere sottosegretario? Sarebbe bello se davvero tra i politici e la camorra ci fosse “lo stesso rapporto che tra l’acqua e l’olio”: parole di Italo Bocchino, storico rivale di Cosentino in terra campana ma, sia pure in modo più superficiale, anche lui citato in qualche verbale di pentito. Alessandra Buccini

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Speaker’s Corner - Dicembre 2009

L’emergenza carceraria e l’opinione pubblica L’opinione pubblica in Italia, si sa, è una delle più distratte tra quelle dei paesi occidentali. Di solito, non ci si interessa di un argomento a meno che questo non sia al centro di un fatto di cronaca o che non venga classificato come emergenza. Ci fu il periodo dell’emergenza rifiuti, quello dell’emergenza sicurezza e più recentemente quella della prevenzione dei disastri naturali (solo per citare le “emergenze” più note), scatenate rispettivamente dalle condizioni di Napoli, l’omicidio Reggiani e il terremoto abruzzese. In questi giorni è di attualità l’emergenza carceraria scatenata dalla morte di Stefano Cucchi a Roma e di Giuseppe Saladino a Parma. Ma parlare di “emergenza” carceraria nel nostro paese, risulta paradossale, in quanto il dramma è la norma. Lasciando da parte il (purtroppo) inevitabile corollario di polemiche politiche e le affermazioni del Sottosegretario Giovanardi che sosteneva che Cucchi fosse morto perché “anoressico, drogato e sieropositivo” (affermazioni ben poco “cristiane” per cui il sottosegretario si è scusato successivamente), alla luce dei fatti risulta interessante effettuare un’analisi della situazione carceraria in Italia. I dati ufficiali parlano di 63.574 detenuti di cui quasi la metà in attesa di giudizio, per un tasso di sovraffollamento pari al 146%, e di un’ organico di polizia che rappresenta appena 86% delle reali necessità. Quindi a fronte di una sovrabbondanza di detenuti si riscontra una penuria importante di personale carcerario. Il sovraffollamento, secondo gli esperti è anche la causa del-

l’elevato numero di suicidi , il più alto dal 2001. Questa situazione, di per se esplosiva (non è difficile immaginare cosa voglia dire “ospitare” in alcune carceri addirittura il doppio dei detenuti consentiti) rischia di peggiorare. Infatti si prevede che nel 2012 il numero dei detenuti raggiunga i 96.800 facendo collassare il sistema carcerario italiano. Per arginare questa emergenza si è agito in due modi: con l’indulto (2006), o progettando la costruzione di nuove strutture, ipotesi contrastata dalle associazioni della polizia carceraria (che le reputa inutili senza un aumento di personale) e resa impraticabile dai tempi di costruzione (in media 13 anni) e da gli elevati costi. In questo contesto complicato, in cui non si intravedono soluzioni, si inseriscono i dati che parlano di 1.540 morti nelle carceri italiane dal 2001 a oggi, statistica che ci da il triste primato Europeo. Non ho nessun dubbio che tra qualche mese l’ennesima “emergenza” o “caso Cucchi” verrà dimenticato, in un paese in cui la memoria non esiste, se non a breve termine. Ciò non toglie che se non si agisce in fretta, se non si risolve questa piaga, ben presto ci ritroveremo per le mani un altro caso, quello delle rivolte carcerarie. Allora il danno sarà fatto, e nessuno potrà assicurare che il caso rientrerà, per essere dimenticato come quello del povero Stefano. Matteo Brunamonti

OMERTÀ, ONURI E SANGU La parola “’ndrangheta” deriva dal greco “andrangathìa”, termine che indica la virilità, il coraggio, la qualità dell’uomo meritevole di rispetto. Le cosche calabresi costituiscono un’organizzazione criminale potentissima, che tuttavia è sempre stata sottovalutata dallo Stato italiano a causa della sua totale mimetizzazione; è una mafia silenziosa, di cui non si ricordano clamorosi fatti di sangue (ad eccezione del massacro di Duisburg, legato alla faida di San Luca tra le famiglie NirtaStrangio e Pelle-Vottari). A differenza della mafia siciliana, la ‘ndrangheta, o Cosa Nuova, ha una struttura orizzontale. Le ‘ndrine, composte da 7 uomini d’onore, operano un totale controllo sul territorio, rigidamente diviso in zone per evitare faide; 7 ‘ndrine compongono il “locale”, in cui vi è un capo che dirige e coordina le attività, un contabile che gestisce le finanze e un “crimine” che si occupa di regolamenti di conti. Ogni ‘ndrina però ha un proprio “comandante”, chiamato capobastone (uno dei più importanti dell’ultima generazione è Giuseppe Morabito, detto u tiradrittu, arrestato nel 2004 dopo 12 anni di latitanza). Nel ’91 è stata istituita la “Santa”, di cui fanno parte i rappresentanti delle famiglie più importanti; la Santa non è un organo di direzione, bensì un’assemblea che ha il compito di calmare le acque se si dovessero verificare scontri tra le ‘ndrine. La forza della ‘ndrangheta sta nei legami familiari, che hanno ostacolato non poco il pentitismo: mentre la famiglia di Cosa Nostra non è necessariamente formata da

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legami di parentela, la ‘ndrina calabrese è un nucleo familiare, perciò chi nasce da padre ‘ndranghetista è già “giovane d’onore”; se vuole affiliarsi e diventare “picciotto d’onore” deve essere sottoposto ad un rito e giurare fedeltà, per sempre. I gradi sono tanti fino al vertice: camorrista, sgarrista, santista, vangelista e quintino, il grado apicale al quale pochi sono ammessi. Anche le donne sono importanti: le “sorelle d’omertà” aiutano gli uomini nella latitanza, curano i rapporti tra i carcerati e l’esterno e possono anche arrivare ad avere molto potere all’interno dell’organizzazione. Cosa Nuova è radicata in tutta Europa e traffica in più di 40 paesi nel mondo, per un guadagno annuale di 44 mld di euro (stat. EURISPES); le attività principali sono traffico di cocaina e altre droghe, di armi e di immigrati, sfruttamento della prostituzione, riciclaggio, attività illecite nel campo dell’edilizia e della ristorazione. Ovviamente l’organizzazione ha strettissimi legami con la politica nazionale e locale, che condiziona pesantemente attraverso il voto: un caso eclatante fu quello delle elezioni dell’83 a Limbadi, dove vinse un latitante. Dagli anni ’70 in poi sono usciti dischi musicali che celebrano questa “gent’ ‘i curaggiu e omini ‘i rispettu”, a cui “sangu d’onori vi scurrì into ‘o vini”, perché “’a ‘ndrangheta è ‘na legge ‘e rrispettu”. Questi sono i valori della ‘ndrangheta: omertà, onuri e sangu. Giulia Ciuffreda


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Quel covo ritinteggiato Assolti perché “i fatti non costituiscono reato”. Era il 20 febbraio del 2006 e così si chiuse il processo al Tribunale di Palermo a carico del Colonnello Mario Mori e del Capitano Sergio De Caprio (alias Capitano Ultimo), imputati con l’accusa di favoreggiamento aggravato nei confronti di Cosa Nostra per aver ritardato la perquisizione del covo di Totò Riina i giorni seguenti alla cattura di quest’ultimo. Quindi non ci fu reato, cosa che nessuno alla fine pensava che vi potesse esser stato dato che lo stesso Pubblico Ministero, composto dai magistrati Ingroia e Prestipino, chiese sulla base degli elementi acquisiti l’assoluzione dei due imputati. Questa però sono le prime due e l’ultima pagina di quella sentenza. Una sentenza che, invece di gettar luce, ha riproposto quella torbida stagione di sangue e interrogativi che maturò sui confini labili tra Stato e Mafia. Il 15 gennaio 1993 Riina viene catturato dal Capitano Ultimo. Un evento inatteso, insperato, che avviene a circa 800 metri dal luogo in cui il Reparto Operativo Speciale dei carabinieri, comandato sempre dal Cap. De Caprio, ritiene vi sia il covo del capo di Cosa Nostra. Quindi, catturato Riina, l’Autorità Giudiziaria ed il Nucleo Operativo dell’arma a livello territoriale decidono di procedere immediatamente alla perquisizione del comprensorio di Via Bernini, luogo da cui era partita l’auto che trasportava il boss ed il suo autista Vincenzo de Marco. Il ROS, nelle figure dell’allora Colonnello Mori e del Capitano De Caprio, si oppone con fermezza a tale operazione suggerendo

che sarebbe meglio aspettare, far calmare le acque di modo da continuare l’investigazione sulla famiglia Sansone, un’importantissima famiglia (a parere del Capitano Ultimo) residente nel medesimo comprensorio in cui Riina e la sua famiglia avevano stabilito il proprio covo. Il dott. Caselli acconsente, ricevendo, per contro, la garanzia da parte del ROS che si continuerà l’attività di osservazione su Via Bernini (o almeno così capiscono gli inquirenti ed i reparti territoriali dell’arma). Garanzia che sarà smentita a partire dalle 16:00 di quel 15 gennaio; il furgone con la telecamera viene richiamato e non farà più ritorno in via Bernini. Nel frattempo, mentre Autorità Giudiziaria e carabinieri della territoriale sono convinti che il ROS sia impegnato nelle operazioni appena descritte, i Sansone ed altri affiliati a Cosa Nostra si dedicano alle pulizie post-epifania; il covo del Riina, tra 16 ed il 30 di gennaio, viene svuotato, ristrutturato e ritinteggiato. Un lavoretto coi fiocchi svolto nella convinzione che prima o poi i carabinieri faranno irruzione. Un lavoretto che verrebbe svolto ancor meglio se i malavitosi venissero a sapere che dall’altra parte i ROS non guardano più mentre tutti son convinti del contrario. Inutile dire che quando Caselli appurerà questa mancanza ordinerà la perquisizione del covo. O per meglio dire della villetta. Vuota e ritinteggiata. (Continua) Giuseppe Carteny

Si scrive mafia, si legge omertà Da cosa trae più vantaggio la criminalità organizzata? Dai rapporti privilegiati con politica e mondo degli affari o da una forma mentis che ne garantisce l’ attecchimento delle radici? Ma di cosa sono frutto le relazioni “istituzionali” delle mafie se non di una cultura che forse non le difende, ma quantomeno le classifica nella normalità? A volte basta veramente poco per varcare i confini della legalità e non serve nemmeno essere affiliati a un clan o macchiarsi di qualche colpa. Che forme più o meno velate di apologia di reato si possano trovare persino nelle canzoni neomelodiche napoletane emerge ad esempio dall’ analisi di Roberto Saviano su un fenomeno che ha ampio rilievo in alcune aree d’ Italia. Brani che fotografano perfettamente una realtà dove troppo spesso non esiste un confine netto tra giusto e sbagliato, ambienti dove gli ideali di prepotenza, sopraffazione e soprattutto omertà creano un sistema di relazioni fin troppo efficiente. Spiegare il fenomeno con la tesi per cui è la diffusione dell’ ignoranza ad alimentare la criminalità significa sottostimare il problema, almeno non considerarlo nella sua globalità. Intanto va detto che anche il più analfabeta dei boss è in grado di capire che deve delegare parte dei poteri di cui dispone, specialmente in questioni economiche (e qui entrano in gioco i politici). Ma se passiamo dalla parte dei cittadini, bisogna specificare che non si fa da scendiletto alla criminalità perché non si conoscono le tabelline, bensì perché si conoscono ormai alla perfezione le dinamiche del

proprio territorio. Nelle roccaforti della mafia, della ‘ndrangheta o della camorra lo Stato ha ceduto perché se ne trova davanti uno più forte, uno che appaga davvero il sentimento di appartenenza. I giovani che affermano “la mafia non esiste”, le persone che interrogate sui favori scambiati tra sistema e politica ammettono “è normale” o “si sà, funziona così” non hanno una formazione adatta sul tema della legalità. Non sapendo formulare una giusta miscela di repressione e formazione per sconfiggere le mafie, viene da chiedersi se sia possibile inculcare la sensibiltà verso la giustizia dove il sistema dà un lavoro ben retribuito ai disoccupati del posto, pagati per fare il palo e fare da sirena al passaggio delle forze dell’ ordine. Si può in questi posti spiegare che esiste una differenza tra bene e male se i padrini sono visti come uomini veri, playboy che tutti, per paura o per rispetto si impegnano a riverire? Non farà mai troppo scandalo vedere passare le persone su un cadavere a Napoli finchè si dovrà avere timore di ribellarsi o finchè si sarà stati in qualche modo legati alla vittima o al suo carnefice. Si continuerà però a provare solo paura davanti ad una sparatoria e mai si troverà il coraggio di combattere, finchè uno Stato complice e corrotto non attuerà serie politiche di sicurezza. Ecco allora che si ripropone la domanda se sia nato prima l’ uovo o la gallina…chi lo sa, forse in questo caso sono nati insieme. Francesco Angelone

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International - Novembre 2009

Vertice FAO: appello al mondo per la lotta alla fame «Determinati ad affrancare dal bisogno tutti i popoli della Terra» perché «la povertà è la causa principale della fame e della malnutrizione»: questo l'impegno solenne assunto nella conferenza delle Nazioni Unite sull'alimentazione e l'agricoltura di Hot Springs (Virginia, Usa). Ma era il giugno 1943. A distanza di parecchi decenni il direttore generale della Fao Jacques Diouf ha convocato dal 16 al 18 novembre a Roma un nuovo vertice mondiale sulla sicurezza alimentare: il numero delle persone che soffrono la fame ha infatti raggiunto il picco storico di 1,02 miliardi, un sesto della popolazione totale del Pianeta. Il summit della Fao a Roma si è concluso in maniera decisamente insoddisfacente: molte dichiarazioni di principio (”i governi rafforzeranno i loro sforzi per dimezzare il numero degli affamati entro il 2015″), ma poche azioni concrete, cioè niente soldi. Al vertice è stata approvata per acclamazione una dichiarazione finale sulla sicurezza alimentare che cita fra gli obiettivi il dimezzamento della povertà entro il 2015. Nel testo non è previsto alcun impegno finanziario, bensì cinque azioni da mettere in campo per combattere la fame per cui si chiede ai governi di assicurare ai Paesi in via di sviluppo i fondi promessi. Nella dichiarazione di 41 paragrafi sono ripresi i cinque principi sulla food security del G8 dell’Aquila, che diventano i "Five Rome principles for sustainable food security". «Avrei auspicato che tutti i Paesi presenti al Vertice fossero rappresentati dai loro leader», la loro assenza ha ridotto la discussione «al solo livello tecnico». Sono le parole del direttore generale Jacques

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Diouf alla chiusura del summit romano tenutosi dal 16 al 18 novembre. Di fronte a questa inerzia delle grandi potenze, i cui rappresentanti non sono neanche andati a Roma, il relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, il belga Olivier de Schutter, avverte che non bisogna dimenticare quello che è successo meno di due anni fa, con le proteste per il pane scoppiate in tutto il

mondo. Secondo le ultime stime gli affamati sono cresciuti quest'anno del 9%, il livello più alto dal 1970. La maggior parte delle persone malnutrite risiedono nella regione Asia-Pacifico (642 milioni), seguite dall'Africa subsahariana (265 milioni), dall'America latina (53 milioni), Vicino Oriente e Nord Africa (42 milioni) e nei paesi sviluppati (15 milioni).Ma in un mondo globalizzat le difficoltà di un paese ricadono inevitabilmente sugli altri, a catena. E così gli Stati Uniti raggiungono un record poco invidiabile: per la prima volta 49 milioni di statunitensi non hanno abbastanza da mangiare. Un terzo di questi nuclei familiari è definito “a scarsa sicurezza alimentare”, cioè spesso è costretto a saltare i pasti. Gli altri due terzi riescono a mangiare, ma solo comprando cibo di bassa qualità e poco diversificato oppure grazie alle mense sociali o agli aiuti dello stato. Il “primo mondo” è avvertito. Valentina Vignoli


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Iran? A partire dallo scorso 13 giugno il mondo intero ha ripreso a guardare con particolare attenzione a quanto stava accadendo in Iran. Il popolo iraniano, mossosi in un angusto spazio di libertà, è riuscito a far sentire la propria voce in occasione delle elezioni presidenziali. Quando è stata annunciata la riconferma del presidente Ahmadinejad con percentuali irrealistiche, numerose proteste sono sorte in tutto il paese, anche perché secondo alcuni siti il ministero degli interni aveva inizialmente dato la vittoria al candidato riformista Moussavi. Noi abbiamo potuto seguire cosa stava accadendo nel regime dei Mullah grazie a internet, attraverso cui migliaia di iraniani hanno potuto raccontare e mostrare con dei video la loro versione (i brogli, le manifestazioni represse nel sangue), aggirando la censura governativa. E’ proprio per il ruolo che internet ha avuto che, all’interno del Barcamp Luiss dello scorso 21 novembre, una delle sessioni è stata dedicata all’altro Iran. Questo paese è stato per troppo tempo considerato erroneamente come un blocco monolitico a noi estraneo. In realtà attraverso quest’ondata di proteste gli iraniani hanno potuto finalmente far vedere come tra di essi esista una pluralità di anime, come il regime non abbia piegato e fatto arrendere un’intera società civile che ancora coltiva delle speranze. Internet, come ha illustrato al barcamp l’alto funzionario Luca Giansanti, permettendoci di vedere in diretta cosa stava accadendo, ha annullato la distanza (reale ed emotiva) tra noi e gli iraniani. Abbiamo potuto conoscere il problema, ma in questo modo lo iato tra comunicazione e azione è diventato ancora

più evidente, facendo aumentare in noi le aspettative di un cambiamento. La soluzione però non è il conflitto, e questo lo hanno ribadito in modo netto sia il barcamper Ahmad Akramian membro della Commissione esteri del consiglio Nazionale della resistenza iraniana, che il bar camper iraniano Karimi Davood. Essi hanno spiegato come questo regime si regga su tre pilastri intimamente collegati tra loro: la repressione con la forza di qualunque dissenso interno, l’esportazione del fondamentalismo e del terrorismo nel resto del Medio Oriente, e la sviluppo sempre più avanzato di un programma atomico. Se uno dei tre pilastri dovesse crollare, il regime avrebbe i giorni contati. Un conflitto invece, oltre ad avere degli effetti potenzialmente sconvolgenti sulla società civile iraniana (si ricordi che al tempo del conflitto con l’Iraq, tornarono a combattere anche sostenitori della Monarchia), sarebbe soltanto terreno fertile al programma fondamentalista iraniano. La soluzione in cui essi sperano, prospettata e fortemente voluta anche da Marjane Satrapi – l’autrice di fumetti che con “Persepolis” è diventata uno dei simboli del dissenso verso il governo di Teheran – è una “terza via”, una rivoluzione interna che non accetti compromessi con il regime, dando agli iraniani la possibilità di nascere, vivere e morire in un Iran dove la libertà e i diritti rappresentano non solo vuoti concetti, ma concrete realtà. Alessandro Tutino 062192@luiss.it

Not only politics!!! As International is not only about politics for this edition we asked a few questions to some Erasmus students. What do you like best about the Erasmus Student life? Experiencing a completely different culture. Maybe that sounds a bit strange, but I didn't expect the Roman culture to be so completely different from the dutch way of living. But it is and I like it and learn a lot from it! (Laurence) Nella mia vita di studente Erasmus, mi piace molto incontrare gente che ha un'altra nazionalità, una cultura diversa della mia. Mi piace anche vivere in Italia, in un paese che ho scelto per la sua ricchezza artistica, storica e culturale. Per di più, la mia esperienza Erasmus mi permette di avere il tempo necessario per visitare Roma e fare tanti giri in Italia. (Julien) If you could choose again for the exchange year would you still choose LUISS? Why or why not? Of course! I love it here! In comparison to other Italian universities LUISS is well organized, that is an asset I would not want to miss. (Norman) Yes :-) I’m glad to be here. I like the university and all the services (mensa, navetta) it provides (Eva) If you compare your university with the LUISS what would you say the differences are? (...) During the semester we have to do lots of work: each week presentations, theses, dissertations, etc., thus, we perform a continuous work during the entire semester, and the average of these works is more important than the results of the examinations. Examinations, they end up in a maximum of two weeks. The working method is thus precisely the opposite. (Judit) The facilities at LUISS are incredible, the only thing a miss is a really good place to study if you have to wait for some time in the

building (most of the time all the places are taken). (Laurence) How is the attitude of the LUISS students towards you? I think that Erasmus students have their own separate life from the other LUISS students, but that's caused from both sides(we also have that in the Netherlands with the exchange students!). Some students are really helpful, but most of the time I don't have that much contact with them. (Laurence) It seems there are two groups of people. The first group seems to see the Erasmus students more like an annoyance, whereas the second group (which is larger) is quite open towards us. (Norman) Do the professors help you, if the lectures are in italian? Yes, of course. I think the professors of the LUISS are available and helpful. (Judit) Qualche professore mi ha dato consigli sul tipo di libro che devo comprare per imparare le mie lezioni. Ma non ho avuto un vero e proprio aiuto. (Julien) Did you participate in any of the students activities like the radio, web tv or one of the newspapers here at LUISS? Yes, I did an interview for web tv and I do the programma Mind the Gap (together with Judit) at Radio LUISS (Eva) Well, only this interview so far (Norman) How do you say merry Christmas in your language? Boldog Karácsonyt! (Hungarian, Judit) Joyeux Noël !!! (French, Julien) Prettige kerstdagen! (Dutch, Laurence) Štastné a veselé vánoce (Czech, Eva) Frohe Weihnachten! (German, Norman) Robert Mair

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È necessario un cambiamento democratico L’incontro con i rappresentanti della resistenza iraniana “Noi vogliamo che tutte le componenti del regime siano rovesciate. Crediamo che ciò possa avvenire mediante l’azione della popolazione e, dunque, attraverso un cambiamento democratico”. Questi gli scopi che il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Ncri) intende perseguire e che Mahmoud Hakamian, suo emissario in Italia, ha esposto ai partecipanti alla sessione L’altro Iran del LuissBarcamp. “Il Ncri è un parlamento in esilio con più di 500 membri di diversa estrazione politica e 20 commissioni. Il nostro obiettivo - ha spiegato Hakamian - è il superamento democratico della Repubblica Islamica iraniana e l’instaurazione di un governo provvisorio che, entro sei mesi, dovrà convocare le elezioni per una assemblea costituente. In questo modo sarà possibile trasformare l’Iran in una repubblica laica”. Il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana fu fondato nel 1981 dall’organizzazione dei Mujaheddin del popolo iraniano (Pmoi), che ne fa tuttora parte. I Mujaheddin contribuirono massicciamente ad allargare le basi della protesta che nel 1979 rovesciò lo Scià Mohammad Reza Pahlavi. Quando l’Ayatollah Ruhollah Mustafa Mosavi Khomeyni riuscì ad assumere la guida della Rivoluzione come capo del consiglio rivoluzionario e un referendum sancì la nascita della Repubblica Islamica dell’Iran, ebbe inizio l’estromissione dei gruppi rivoluzionari non clericali dalla gestione del potere. Il consenso del regime teocratico si andò consolidando per effetto della guerra contro l’Iraq, che strinse gli iraniani attorno alla figura dell’Ayatollah. Fu allora che Khomeyni poté procedere alla soppressione di molti gruppi di opposizione, anche di stampo

democratico e moderato, che avevano partecipato alla Rivoluzione. Da allora i Mujaheddin e il Ncri vivono in esilio e hanno trovato rifugio in vari Paesi. “Siamo sparsi per il mondo ma continuiamo a essere legati, in Iran, al movimento studentesco e al movimento delle donne. Questi gruppi condividono i nostri ideali. Come loro, noi a giugno chiedevamo nuove elezioni ma – ha precisato Hakamian – il Ncri invocava la supervisione dell’Onu”. “è vero, c’è uno stretto legame tra il Ncri e i movimenti attivi fuori e dentro l’Iran” ha confermato Shahed Sholeh, membro dell’Associazione Donne Democratiche Iraniane in Italia. Accarezzando Elena, sua figlia, Shahed ha spiegato che anche lei, come tanti, è qui in Italia perché “simpatizzante” dell’organizzazione dei Mujaheddin. “Anche all’estero, non sempre è facile sostenere la Resistenza” ha confessato Shahed. “A luglio Campo Ashraf, enclave dei Mujaheddin nel cuore dell’Iraq, è stato attaccato dalla polizia irachena che voleva assumerne il controllo. Sono rimasti uccisi 11 residenti e sono stati presi 36 ostaggi. L’Iraq, che si sta riavvicinando al regime iraniano, considera illegittima l’enclave. Anche gli Usa, a differenza dell’Ue, ritengono che quella dei Mujaheddin sia un’organizzazione terroristica. I 36 prigionieri furono liberati grazie a una campagna internazionale di solidarietà. Come dimostrato in questo caso – ha concluso Shahed – la cooperazione a livello internazionale può dimostrarsi efficace per evitare il ripetersi di simili episodi”. Nicola Del Medico

Spazi e tempi personali in un mondo virtuale Sabato 21 novembre 2009: I giovani parlano ai grandi. In un clima di apprezzamenti e scambi reciproci si è svolta la prima edizione del LUISS BarCamp, un evento che ha coinvolto personaggi di alto calibro e giovani studenti LUISS pieni di idee e voglia di comunicarle. In particolare nella sessione otto del Barcamp “Tra il linguaggio delle reti e le parole delle persone” si è trattato il tema comunicazione: alla base della sua discussione si è posta la formula della velocità=spazio/tempo -come recita il neonato LUISS Barcamp- che cerca di adattare la velocità del web all’uomo e ai suoi spazi e tempi. Impresa non semplice, ma certo possibile. Inizialmente sì è cercato di definire il ruolo del web nelle attività umane realizzando che l’informatica è una questione spinosa in un’Italia non sempre aggiornata in materia. Eppure non era internet il canale d’informazione, del lavoro e del divertimento per eccellenza? Non ci teneva in costante contatto con ogni parte del mondo dalla sedia della nostra (pen)isola felice? Spazio è la risposta, poiché non siamo in grado di orientarci tra le distese infinite del web e lo sfruttiamo in modo inefficiente riducendo la potenza di questo straordinario strumento comunicativo alla condivisione di link banali e di scarso contenuto, inutile negarlo. Se poi ci confrontiamo con gli user dei social

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network in Iran che discutono costantemente di politica, o con i milioni di cinesi e al loro quotidiano scontro con la censura che ostacola l’accesso alle più semplici notizie e persino a facebook, comprendiamo meglio la disfunzione del nostro uso del web. E pensare che internet è il mezzo che potrebbe portarci ad una nuova concezione di libertà e personalizzazione dell’informazione. Per non parlare dei benefici che una nuova cultura del web produrrebbe sull’ambiente con beata pace delle foreste del nostro pianeta che ricomincerebbero a respirare e a farci respirare. Certo questo dispiacerebbe ai nostalgici del cartaceo, ma porterebbe ad un netto risparmio in termini economici e ambientali, grazie alla conseguente ottimizzazione dello strumento virtuale. Finalmente Internet raggiungerebbe lo scopo di essere non più solo il luogo della dispersione, ma anche il luogo del confronto che ci permetta di riscoprire il tempo per riflettere su temi che dividono e accomunano il mondo dell’era della globalizzazione, con il presupposto irrinunciabile che anche gli stati comprendano quanto utile sia investire su un’alfabetizzazione digitale che sia atta ad ampliare le prospettive di un dialogo internazionale. Mariateresa Zechini


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GLOBAL?...NO, GRAZIE! Il no global non esiste! Per carità, non fraintendetemi, non faccio negazionismo ma solo una precisazione. Il termine no global nasce nella stampa italiana come abbreviazione di “Rete no global forum”. Infatti il movimento no global, altrimenti chiamato in milioni di modi diversi e in qualsiasi lingua del mondo, è forse l’unico movimento che ha un’alta risonanza e soprattutto un potente ed innovativo strumento di coordinamento proprio nella rete internet. Il movimento no global trova il suo punto culminante nella manifestazione di Seattle del 30 novembre 1999, organizzata in segno di protesta contro la terza conferenza del WTO (World Trade Organization). In circa cinquantamila persone hanno partecipato all’evento nei tre giorni della conferenza cercando di ostacolare i lavori dei delegati delle diverse nazioni. Tuttavia il movimento ha origini ancora più lontane, infatti i primi sintomi di questa grande mobilitazione si osservano già a partire dagli anni ‘70-‘80 con il concretizzarsi delle politiche neo liberiste. Negli anni Settanta sono da rintracciare le radici del movimento anti-globalizzazione, con i primi forum delle organizzazioni non governative accanto ai vertici ONU. Negli anni Ottanta si segnalano nuovi movimenti che, oltre ad avere interesse per le questioni ecologiche e sociali, sono caratterizzati da una variegata composizione ideologica: ci sono gruppi a sostegno della diversità e bio-diversità, gruppi il cui obiettivo principale è quello di diffondere democrazia nel mondo e gruppi a sostegno dei paesi terzomondisti. Ma è negli

anni Novanta, sotto la spinta di accuse che ne sottolineano la carica utopistica e la inconciliabilità dei differenti e mutevoli propositi, che viene proposto un superamento della frammentarietà nel segno di un solo “against”: il no al liberismo e allo sfruttamento economico. Nonostante il tentativo fatto da alcuni gruppi, il movimento è, sì fortemente legato alla contestazione delle politiche liberali, ma ancora oggi un calderone di anime spesso divergenti. “Un altro mondo è possibile” è lo slogan no global che fonde le differenti idee e i più disparati pensieri. Nobili obiettivi e idee grandiose, eppure oggi il movimento no global non rischia di essere un po’ anacronistico nel suo modus operandi? è vero che la rappresentatività può in qualche modo filtrare l’idea pura di democrazia; organizzare una priorità di intenti significherebbe accantonare momentaneamente il proprio, ma procedendo con sconclusionata vaghezza non si rischia di mettere ugualmente in disparte ciò per cui si lotta? Le proteste e i “contro-vertici” vanno bene, ovviamente nel rispetto pacifico degli altri, ma realmente promuovono i messaggi che si vogliono lanciare o danno solo modo di amplificare la risonanza dei “vertici veri”? Comunque sia il New Global è ancora un movimento relativamente recente, e forse ancora in cerca di una propria stabilità che speriamo venga a esserci presto! Mariarosaria Ligurgo

NERI PER CASO Parlando dei dieci anni del movimento No-Global, non si può tacere circa il movimento “Black Block”. Le sue origini vengono fatte risalire a Seattle, tuttavia non è esattamente coretto. Il vertice del WTO del ’99 diede risonanza mondiale –attraverso gli innumerevoli media che seguivano l’evento istituzionale- al nuovo fenomeno, ma a ben vedere gli americani hanno fatto propria una tattica di partecipazione già esperita e collaudata nella Germania degli anni ’80. La stessa denominazione “Schwarzer Block” fu coniata dalle forze dell’ordine tedesche per descrivere una nuova forma di partecipazione politica alternativa caratterizzata da un’ alta percentuale di violenza. Forse questo appellativo lusingò gli “adepti”. Essi infatti un anno dopo –siamo nel 1981- nella rivista Vollautonom (che tradotto sarebbe “tutt’autonomo”) si autocostituirono proprio sotto la denominazione di Schwarzer Block. Un po’ più impegnativo è mettere a fuoco le persone fisiche di cui si parla e tracciare i confini di un fenomeno che fa un’eco spropositato alla sua voce. Questa situazione imbarazzante e disorientante si deve al fatto che proprio come essi scrivono: “non ci

sono né programma, né statuto, né iscritti al blocco nero. Ci sono però idee politiche e utopie che orientano la nostra vita e la nostra resistenza”. Quanto detto fa dedurre che non siamo difronte ad un’organizzazione internazionale come tanti credono e a prova di ciò depone il fatto che non hanno, né sedi, né giornali, né ideologia. Si tratta di ragazzi e ragazze (anche il gentil sesso non rinuncia alle scazzottate) vestiti di nero e coperti al volto (vuoi per motivi identificativi, vuoi perché molte volte del casco o della maschera antigas ne hanno bisogno vitale) che sotto la bandiera dell’Anarchia, portano scompiglio alle manifestazioni e aggrediscono i segni di una società che rifiutano: quella capitalistica. E’ solo questo rifiuto che costituisce il punto d’incontro tra no-globals e Black Blocks. Ma se i primi possono assumere le forme dell’organizzazione internazionale proponendo all’ordine economico costituito, i secondi invece mancano di propositività abbondando in distruttività. Valeria Resta

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Fuori Dal Mondo - Dicembre 2009

La centrale di Marcel Laniado de Wind Un esempio per tutti Fuori dal mondo è la rubrica di questo giornale che si occupa diga ha infatti provocato la creazione di un enorme lago artifidi quello che spesso non si trova sulla cresta dell’onda dell’in- ciale che ha letteralmente inondato la zona. Questo ha provoformazione mondiale. La premessa necessaria a questo artico- cato non solo la distruzione dell’eco sistema dell’area intereslo è che non vuole assolutamente essere voce terzomondista, sata ma ha creato circa 60.000 sfollati, uomini e donne che per grido di protesta verso le istituzioni e gli organi che a livello anni e anni abitavano e coltivavano il territorio e che all’improvinternazionale decidono della vita della gente ma sicuramente viso si sono ritrovati senza nulla. Il governo ecuadoriano non è vuole essere una riflessione e anzi, ha la sola pretesa di esse- intervenuto in alcun modo a sostegno di queste genti che si re ciò. Durante una lezione di diritto internazionale, corso tenu- sono viste costrette ad emigrare o a vivere relegate sui “cucuzto dalla Professoressa Sciso presso la Facoltà di Scienze zoli” delle colline, l’unica parte rimasta emersa, privi di elettriPolitiche, la Dottoressa Elena Gerebizza è intervenuta in rap- cità, vie di comunicazione e paradossalmente … anche di presentanza di “Mani Tese”, un’organizzazione non governati- acqua potabile. Come si può notare il trauma non solo va che dal 1964 lavora nel Nord e nel Sud del pianeta per ambientale ma anche umano che questa prima parte dell’opecostruire quotidianamente la giustizia sociale ed economica ra ha comportato è stato enorme. Negli anni seguenti è stata nel mondo. In modo più portata avanti la costruziospecifico gli ambiti d’azione ne della centrale e l’Italia dell’organizzazione sono lo ha accordato un finanziasviluppo dei Paesi più povemento all’Ecuador a condiri e l’impatto ambientale che zione che fossero impel’inevitabile progresso sta gnate nella realizzazione altrettanto inevitabilmente dell’opera solo aziende itaavendo sul nostro pianeliane e così l’Ecuador ha ta.“Mani Tese” interagisce aperto una gara d’appalto con alcune tra le più imporche è stata vinta da un contanti istituzioni internazionasorzio di imprese italiane. Il li quali la Banca Mondiale, progetto nel corso della la Banca Europea per gli sua realizzazione ha visto Investimenti,e ancora un innalzamento esponenl’Organizzazione Mondiale ziale dei costi mentre la per il Commercio. Non produzione di energia è vogliamo qui soffermarci su pari solo a 1/3 di quella alcuni punti oscuri del funprevista. Attualmente lo zionamento di queste istituStato italiano sta negozianzioni, come ad esempio il do una conversione del significativo squilibrio tra i debito con l’Ecuador, ma 184 Paesi rappresentati alla visti i danni causati, non Banca Mondiale nel sistema sarebbe meglio riconoscedi voto, i classici interrogatire l’illegittimità del debito e vi su dove finiscono i finanla corresponsabilità del ziamenti erogati dalla governo italiano nella Banca Europea per gli vicenda? La Norvegia nel Investimenti o meglio anco2006 ha riconosciuto la ra su come fanno questi propria corresponsabilità finanziamenti, erogati per nella realizzazione di un Centrale Marcel Laniado de Wind-Ecuador sostenere lo sviluppo di progetto di sviluppo fallialcune aree disagiate del pianeta, a finire poi per finanziare nei mentare in America Latina. La speranza è che l’Italia e gli altri fatti le imprese europee che nelle aree disagiate hanno le loro Paesi ricchi comincino a fare lo stesso. “I debiti in cui sono filiali. Vogliamo piuttosto parlare di un caso concreto che ha stati riconosciuti elementi di illegittimità vanno cancellati subisicuramente scosso gli studenti: il caso della centrale di to, in maniera incondizionata e unilaterale: è una questione di Marcel Laniado de Wind in Ecuador. Tra il 2007 e il 2008 giustizia sociale e economica e di riconoscimento da parte l’Ecuador ha condotto un auditing integrale del debito pubbli- dell’Italia della propria co-responsabilità nell’aver portato co che ha coinvolto anche l’Italia per finanziamenti per opere avanti operazioni di cooperazione che non hanno portato ai di sviluppo nel Paese concessi fino al 2006. In modo partico- risultati attesi, ma che al contrario, come nel caso della lare la commissione composta da giuristi internazionali, orga- Centrale di Maercel Laniado de Wind e della diga di Daule nizzazioni della società civile ecuadoriana e internazionale ed Peripa a cui la centrale è annessa, hanno causato un grave esperti in genere, ha riscontrato elementi di illegittimità in alcu- pregiudizio economico, ambientale e sociale all’Ecuador e ai ni crediti tra i quali quello italiano di 48 milioni di euro conces- suoi cittadini”.Abbiamo citato testualmente quanto riporta il so dall’Italia al governo ecuadoriano nel 1995 per la realizza- sito di “Mani Tese”. zione della centrale sopra menzionata. Ma procediamo per Le Organizzazioni non governative rappresentano la voce gradi. Intorno agli anno ’80 nell’area interessata era stata della società civile, noi siamo la società civile. costruita una diga funzionale alla futura centrale, la diga di Daule Peripa, la quale, data la conformazione del territorio ha Mariastella Ruvolo avuto un devastante impatto ambientale. La costruzione della

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Eretico - Dicembre 2009 Stefano Casertano (1978) insegna Economia e Politica delle Risorse Energetiche presso l'Università di Potsdam, in Germania, dove è anche ricercatore di Ph.D.. Nel 2008 ha conseguito un MBA presso la Columbia University di New York. E' laureato in Economia presso la Luiss - Guido Carli di Roma. Da poco è uscito il suo libro “Sfida all’ultimo barile”, la storia dell’epico scontro tra Est e Ovest per il dominio mondiale dell’energia. E' autore di una monografia sul valore del petrolio e del gas nella Guerra Fredda, dal 1945 a oggi, edita da Francesco Brioschi (2008) con una prefazione di Giulio Sapelli. Collabora con riviste di economia e politica, tra cui Limes e Affari Internazionali. Dal 2003 al 2006 è stato Senior Consultant presso Booz Allen Hamilton, svolgendo progetti per clienti pubblici e privati. Presta attività di consulenza e pianificazione per diverse istituzioni, tra cui il Millennium Villages project e il Carter Center, nonché per clienti privati su tematiche aziendali. E' responsabile per le relazioni esterne di NOVA, l'associazione italiana di MBA negli Stati Uniti, e partecipa alle associazioni ItalianiEuropei e Ministero delle Idee. Il suo blog è www.stefanocasertano.it .

Economia e politica, perché devono andare d’accordo (ovviamente per fini cosiddetti giusti) Intervista a Stefano Casertano Giovedi 19 novembre ho avuto il grande piacere di intervistare Stefano Casertano durante il mio programma Lezioni di Decrescita (in onda tutti i giovedi dalle 19 alle 20), che la radio di questa università mi dà l’opportunità di curare. In questo numero volevo proprio creare un collegamento tra queste due famiglie di cui da un po’ faccio parte, 360 gradi e Radioluiss, e l’intervista a questo giovane professore di Economia non poteva fornire un’occasione migliore. Mi è sempre piaciuto creare legami, ma veniamo subito ai contenuti di alta qualità che ci ha regalato Casertano direttamente da su una disponibilità di risorse assoluta e Potsdam via telefono. sul fatto che ci potesse essere della concorrenza anche sull’accaparramento di Visto il nome del nostro programma la queste risorse. Adesso che questo non è prima domanda è sostanzialmente obbli- possibile chiaramente ci sono dei limigata: un suo parere da economista sulla ti>>. teoria della decrescita che ormai da più di venti anni si sta facendo più o meno Ma allora, dovendoci ormai convincere senza dubbio che viviamo in un mondo strada. <<Una teoria interessante, ma più che di risorse finite, continuare a credere e da vent’anni, direi quasi da quaranta. far credere che l’unica via percorribile è Esiste, infatti, un libro molto particolare il modello della crescita che senso ha? che si intitola “Small is beautiful” (1973) <<Ma, intanto dobbiamo distinguere di di E.F. Schumacher, che per primo ha che crescita parliamo. Esiste una crescicominciato ad appuntare su scala inter- ta che è quella che riguarda lo sviluppo, nazionale l’aspetto della crescita conti- il miglioramento delle condizioni di vita nua dicendo che alla base dell’econo- delle popolazioni che è sicuramente mia occidentale c’è un punto di vista cri- desiderabile. C’è, invece, una crescita stiano-cattolico ma anche, per così dire, che ha raggiunto i suoi limiti, che è quelprotestante, che afferma che crescere la che riguarda l’iper-consumo delle sempre è l’unico modo per trovare la società occidentali: se si fa un calcolo soddisfazione della società. Nello stesso della quantità di CO2 prodotta o se si libro, inoltre, si propone di sostituire que- considerano gli ettari di terreno impiegasti principi di base con dei valori buddi- ti per abitante si vede come gli Stati Uniti sti che riguardano di più l’armonia, la e altre società industrializzate prendono stabilità, e allora forse questo obiettivo più di altre. La cosa evidentemente non dell’economia potrebbe cambiare. è più possibile. Il problema secondo me Quindi si tratta di un dibattito molto inte- è anche di leadership intellettuale. E’ ressante, inziato appunto in quel perio- uscito un paio di anni fa un lavoro di un professore di Harvard, Benjamin do, all’inizio degli anni settanta. Per quanto riguarda la decrescita in par- Friedman, che si intitola “Le conseguenticolare, attualmente fa una critica fonda- ze morali della crescita economica”, in mentale alla nostra economia contempo- cui l’autore sostiene che la crescita ecoranea che è legata a dei motivi industria- nomica è fondamentale per assicurare la li ed economici che sono sorti più o stabilità sociale, la pace, e fa anche tutta meno nell’ottocento. Allora ci si basava una disamina storica di momenti in cui

c’è stata crescita sociale e c’erano stati pure dei miglioramenti democratici; e dei momenti, invece, in cui con la decrescita c’erano state dittature o situazioni analoghe. Comunque sinceramente penso anche che l’economia di mercato stessa, come hanno dimostrato i mesi alla metà dell’anno scorso, stia segnalando i limiti di questo tipo di sviluppo e che quindi si potrebbe facilitare una riorganizzazione. Su questo punto bisognerebbe, però, distinguere anche quello che è la decrescita da quello che è invece una strutturazione orientata alla stagnazione della società. L’Italia, che ci riguarda soprattutto, è caratterizzata da una assoluta mancanza di mobilità sociale>>. Ecco, dalla Germania, saprebbe consigliare un metodo per rimettere in cammino un paese come il nostro? <<Io penso che la polarizzazione economica sia il problema principale, che oltretutto è un segnale che dice che non esiste un senso comunitario all’interno dei paesi europei. In Germania la ricchezza è distribuita meglio rispetto all’Italia, e non a caso nelle aziende esiste la possibilità di far partecipare i dipendenti ai Consigli di Sorveglianza, che in Italia non è consentito poiché esiste un certo timore nei confronti dei sindacati. In Germania questa partecipazione dei dipendenti nella maggior parte dei casi non è sindacalizzata, è una partecipazione vera, e la differenza tra gli stipendi dei direttori di impresa e degli impiegati non è così marcata come in Italia o, ad esempio, in Francia. Esistono i famosi bonus ai manager, ma non è ammissibile che neolaureati abbiano stipendi “da fame”, e ad esempio, consulenti aziendali hanno compensi superiori del 30-40 % rispetto a consulenti italiani, quando comunque un partner tedesco guadagna quanto un partner italiano>>. Come è possibile, senza per forza metter in forse il tutto, conciliare la polarizzazione economica, che abbiamo detto

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Eretico - Dicembre 2009 presente, con l’idea, o meglio il mito, del libero mercato europeo ? <<Ci sono state delle discussioni sulla circolazione del lavoro: ci sono stati problemi creati dal fatto che le maestranze italiane, tedesche e francesi si dovevano confrontare con quelle dei paesi da poco entrati nell’Unione. Dal mio punto di vista il problema è che un sistema così regolato in cui non è possibile una vera unione politica, oltre a quelle regolamentatrice di Bruxelles, ci fa scontare molto gli effetti negativi dello confronto fra i lavoratori dei diversi paesi. Una Unione Europea dove oltre all’azione regolamentatrice ci fosse anche una azione politica unica e uniforme, farebbe diminuire di molto questi problemi>>. A suo parere il Trattato di Lisbona soddisfa questa esigenza? <<Assolutamente no. Il Trattato di Lisbona è stato un accordo di compromesso, figlio purtroppo della mancanza di motivazioni dovuta ad anni difficili tra Francia e Germania, quando a Parigi c’era Chirac e a Berlino Schroder. A differenza di prima quando con Kohl e Mitterand la cosa era andata avanti, poi si è arrestata e ora la situazione è questa. E poi, anche a livello popolare l’Europa viene percepita come uno stato negativo, nel senso che l’unica cosa che fa è burocrazia, regolamentazioni e divieti. Quindi è certo che non stanno facendo molto per la creazione di un organismo politico vero>>. Un’altra domanda inevitabile è relativa alla crisi. A due anni ormai dai primi avvenimenti che cominicavano a testimoniare un disastro economico, le chiediamo quali sono state secondo lei le cause e quali le possibili strade per uscirvi, a livello europeo oltre che italiano. <<Dovrò ripetere riflessioni già sentite. Aggiungo che secondo me la crisi oltre che da cause finanziarie dipende anche in questo caso dalla polarizzazione della ricchezza. Una grandissima parte della popolazione, anche e soprattutto negli Stati Uniti, non aveva più i mezzi economici per comprare i beni che riteneva utili e normali per i propri standard esistenziali. Questi beni erano la casa, la macchina, l’educazione, la sanità e anche beni elettronici. In mancanza di risorse reali molti hanno dovuto ricorrere a prestiti e c’è stata un’esplosione di mutui, un’esplosione di credito al consumo, tutta una serie di strumenti che hanno portato alla finanza e la finanza non ha fatto altro che acuire ulteriormente

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questa situazione di polarizzazione. Alla Bisognerebbe davvero cercare di confine il sistema è diventato insostenibile frontarsi un po’ di più>>. ed è collassato alla prima occasione Veniamo giustamente al suo libro, “Sfida utile>>. all’ultimo barile”, uscito quest’anno edito A settembre su Internazionale è stato da Brioschi. Dimostra come economia e pubblicato un articolo di Paul Krugman politica, ed energia, siano veramente in cui veniva presentata la crisi e soprat- legate le une alle altre indissolubilmentutto le responsabilità degli economisti. Il te. famoso editorialista del NYT distingueva <<E’ una storia della Guerra Fredda dal tra gli economisti di acqua dolce (i pro- punto di vista del petrolio. Si dice che la fessori dell’entroterra statunitense, nuova guerra fredda, quella del petrolio Chicago ad esempio) e quelli di acqua appunto, sia iniziata da dieci anni, quansalata (i professori ad esempio della do Putin è salito al potere. In realtà, in East cost come Harvard, Boston, del questo libro ricostruisco il fatto che il MIT o della californiana Berkeley). petrolio è sempre stato al centro dello Volevamo sapere lei a quale delle due scontro e tutto era già iniziato nel 1945. Fa capire bene quale è lo sfondo strate“fazioni” si sente più vicino. <<Dipende da quale economia parlia- gico sul quale si svolge il confrontomo. Se parliamo degli Stati Uniti, lì c’è scontro attuale, altrimenti ci si limiterebsicuramente un problema di gestione be all’ultima fase che è la rinascita della che probabilmente nella fase attuale può Russia guidata da Putin, lasciando il essere risolto meglio dalla East cost e da quadro incompleto. Mentre partendo dal Berkeley. Invece, per quanto riguarda 1945 si riesce a comprendere fino in l’Italia, c’è una quantità di risorse tale fondo il completo evolversi di questa stoche deve essere liberata per cui la prio- ria>>. rità deve essere sicuramente ritrovata in una maggiore liberalizzazione. Io perso- In questa nuova Guerra Fredda gli nalmente mi occupo di politica interna- schieramenti sono sempre gli stessi o no zionale come specializzazione e la cosa (vista l’Asia che, se ancora non la fa da che mi ha sorpreso è che la settimana padrona, di sicuro è ormai una protagoscorsa mi hanno detto che vogliono nista a differenza del passato) ? creare un registro degli esperti di politi- <<Fino alla crisi era ancora uno scontroca internazionale certificati, vale a dire confronto a due. Da dopo la crisi è un sindacato pure per gli esperti di poli- diventato uno scontro a tre, con l’ingrestica internazionale, una corporazione so della Cina. Non a caso l’ultima visita pure per noi: mi sembra troppo. di Obama a Pechino è determinante per comprendere come si sono evoluti i rapporti>>. Nel post, infatti, che ha pubblicato oggi sul suo blog, dal titolo “Perché Obama il cinese deve preoccupare l’Italia”, colpisce soprattutto questa frase: “Obama ha voluto dimostrare che la sua priorità è la Cina e non l’Europa”. >>Esatto, è vero. Quando ci sono stati i festeggiamenti per il ventennale dalla caduta del muro a Berlino, Obama non è venuto. E’ stato uno smacco tremendo che in una celebrazione così importante non si sia presentato il Presidente americano. Il messaggio è stato forte. Inoltre, subito dopo è invece andato in Cina. E il 1989 per i cinesi è qualcosa di diverso, è l’anniversario della strage di Piazza Tienanmen. In Cina Obama, parlando con il Presidente Ujintao, ha cercato una nuova affinità strategica, politica: la scelta di campo è abbastanza fondamentale>>. Timoteo Carpita 19.11.09 www.laonda.it


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Cogitanda - Dicembre 2009 “Stanco per l'assiduità della caccia e per la calura, qui venne a sdraiarsi il giovane, attratto dall'aspetto del sito e dalla fonte; e mentre bramava di sedare la sete, altra sete in lui sorse; nell'atto di bere, afferrato dal ritratto di una bellezza intravista, sentì di amare una seducente parvenza senza corpo: crede che un corpo sia, quello che è acqua soltanto. Sbalordisce di se stesso e resta immoto con inalterato volto, come una statua scolpita nel marmo di Paro. [...] Ma costui sono io! me ne sono accorto e la mia figura riflessa non mi trae in inganno; io brucio d'amore per me; ispiro e patisco una ardente passione. Che fare? essere supplicato oppure supplicare? E poi, che cosa chiederò? L'oggetto del desiderio sta con me; una tal pienezza mi rende miserabile. Oh, se potessi mai separarmi dal mio corpo! Vorrei staccato da me ciò che amo: inaudito voto per un amante. Ormai la pena mi sottrae ogni vigore; alla vita mia non resta lungo tempo e mi spengo nel fiore degli anni. Non mi è dura la morte, se con la morte è mio destino lasciare tali sofferenze; vorrei piuttosto che più a lungo vivesse costui, che io amo.[...]Sull'erba verde egli posò il suo capo stanco; la morte chiuse gli occhi, che ancora contemplavano la bellezza del loro signore. E anche poi, quando fu accolto nella sede degli inferi, egli cercava di scorgere se stesso nella corrente dello Stige.” (Ovidio- Metamorfosi)

Cogitanda si guarda allo specchio per riflettere sul sé. Da “specere”, osservare, lo specchio è un oggetto che ha da sempre una spiccata valenza simbolica, molteplicità di significati che riflettono la intricata rete di immagini che rappresenta ognuno di noi. Specchiarsi, ammirarsi, è da sempre sintomo di lussuria, vanità, superbia; ma questo è soltato il significato più semplice e immediato. Infatti lo specchio riveste anche un’accezione positiva come simbolo della conoscenza interiore o iniziatica o della virtù della prudenza. Una dualità che emerge anche dalla sua etimologia: ; il “miroir” francese è sintomo della funzione contemplativa che presuppone un’osservazione compiaciuta di se stessi, lo “speculum” latino evidenzia il significato del conoscere, “speculando” sull’immagine della realtà. Un’ ambivalenza che si rivela nella sua interezza in un mito, quello di Narciso. Chi era, dunque, Narciso: il bellissimo giovane condannato da Nemesi a innamorarsi della propria immagine riflessa nell’acqua o qualcosa di più? Per capirlo veramente occorre soffermarsi su una frase pronunciata dal veggente Tiresia che ha previsto a lui lunga vita solo a condizione che “non conosca se stesso”. Espressione che sembra un ribaltamento del principio della

inesauribile e curativa conoscenza di se stessi ma che, in realtà, non lo è ed anzi spiega il significato ambivalente che allegoricamente lo specchio riveste. Narciso si innamora di Narciso e, giunto alla verità (“Io sono te!”), si lascia morire lasciando di sé soltanto un fiore. Tutto ciò lo ha fatto diventare simbolo di egoismo, di colui che riesce a vedere soltanto se stesso ed esclude il resto del mondo. In realtà la sua morte è l’immediata conseguenza del suo viaggio nel profondo dell’Io. E’ simbolo della morte del lato egoistico e razionale, rivestita dall’involucro del corpo, per il necessario approdo ad una conoscenza più profonda e vera. Confrontarsi con la propria immagine riflessa nello specchio della realtà che ci circonda è dunque un viaggio nell’intimo di noi stessi, un cammino arduo e a volte spietato ma necessario per giudicarsi e soprattutto per scegliere ciò che vogliamo essere. Sinceramente cari lettori non mi sento in grado di trovare una soluzione a questo tema. Non so dirvi se sia meglio seguire i cambiamenti dell’immagine riflessa nell’acqua o imporsi un’immagine forse un po’ statica ma certamente coerente. La risposta sta solo negli interstizi del tempo e in quella visione a tutto tondo che nemmeno gli specchi sono in grado di riflettere! Elisabetta Rapisarda

TROVARSI È quasi mezzanotte. Ed è quasi arrivata l’ora di andare a dormire. La lavatrice emette strani rumori,come sempre. Fuori un cane abbaia,un signore entra in macchina,un altro fuma l’ultima sigaretta mentre l’aria si raffredda e il vento soffia più forte .Come sempre. Mi alzo dalla sedia per andare in bagno. Una volta tanto mi strucco. Ed eccomi lì,condensata in un’unica immagine. Ora silenzio .Mi vedo,mi sento,ci sono solo io. Mi lavo distrattamente la faccia cercando di non interrompere a lungo quel confronto muto,ma così penetrante.È possibile trovarsi in uno specchio?Il riflesso può scavare molto a fondo,ma ci parla a piccole dosi. Rivela subito un’immagine,chiara,limpida,nulla di più diretto. Il dialogo però si anima solo quando subentra il mondo del doppio. Io da fuori,io da dentro.”-Mi pende?A me?Il naso?-“ .”-Ma si caro. Guardatelo bene:ti pende verso destra-“. Qui si sgretola la prima maschera di Vitangelo Moscarda.Da uno si scopre centomila. Centomila come le impressioni che ci sfiorano ogni giorno mescolandoci tra la

gente. Saremo così simpatici o indifferenti,altezzosi o alla mano,qualcun altro o semplicemente nessuno. Ma IO rimane uno,e uno soltanto. Come uno è il modo di camminare,uno il modo di pensare. Una è la risata, la melodia che risuona sempre nella testa. Una è la terra, una è la famiglia e una è la compagnia che scorgiamo in ogni piccolo lineamento,nella più insignificante smorfia. Osservo il mio naso. Non è proprio aggraziato. E ancora da fuori. Ma è lo stesso di mio padre,lo stesso che mi riporta al suono di mille e familiari battute .Ora si che mi vedo dentro. Trovata la mia ancora,non ho più bisogno di cercare nulla. Ritorno dall’altra parte dello specchio. La lavatrice si è spenta. Il cane non abbaia più,la macchina è sparita e un mozzicone giace a terra chissà da quanto. Mi asciugo il viso,ormai senza trucco,e me ne torno in camera. Buonanotte a tutti. Consuelo Cammarota

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SPECCHIO, SPECCHIO DELLE MIE BRAME, CHI E’ LA PIU’ BELLA DEL REAME? Quale irresistibile tentazione quella di specchiarsi davanti ad ogni superficie riflettente che ci si para davanti! Chi, passando davanti una vetrina, non da una sbirciatina alla sua immagine riflessa? Ma com’è che siamo così ben disposti a specchiarci in quel pezzo di vetro lucido e quando si tratta di fare i conti con lo “specchio interiore” fuggiamo a gambe levate? Sarà che forse il confronto con noi stessi sotto sotto ci fa paura? E sarà forse che un po’ ci spaventa affrontare noi stessi e la nostra coscienza? Davanti ad ogni specchio che si rispetti siamo però portati a vedere solo quello che vogliamo. E così funziona anche nello specchio “interiore” personalissimo di ognuno di noi. Non siamo forse discendenti di quel Narciso che passava le sue giornate ad ammirare il suo riflesso su uno –specchio- d’acqua? E’ un istinto primordiale, quasi di sopravvivenza quello di adulare se stessi. Se non ci fossero questi momenti di sana evasione dal reale forse dopo non potremmo neanche avere la lucidità necessaria per guardare noi stessi un po’ più autenticamente e con la giusta dose di autocritica. Eppure quella

autenticità a volte ci fa un po’ schifo; eppure spesso vorremmo non essere noi quell’immagine che la coscienza, impietosa, ci rimanda. E invece, che ci piaccia o no, siamo noi. Ma c’è una sorta di magia che ancora ti è concesso fare. Sai che quell’immagine è in continuo divenire, sai che quello è lo specchio della tua coscienza, non lo statico ritratto immobile. E allora ti rendi conto che potresti trovare mille modi per far sì che alla prossima sbirciatina l’immagine riflessa ti appaia più bella. E’ lo specchio, severo scrutatore di te stesso, a darti un margine di riscatto. D'altronde anche lo specchio della matrigna di Biancaneve, che per anni le aveva ripetuto “sei tu la più bella del reame” ad un tratto si accorge che “al mondo una fanciulla c’è, ma ahimè, assai più bella di te!” se anche Lui aveva capito che in realtà qualcosa di meglio c’era, perché non dovrebbe valere anche per noi?

NEL RIFLESSO HO PERSO ME STESSO

NOI, GLI ALTRI:SPECCHI DEFORMANTI (E DEFORMATI)

Specchiarsi: conoscersi o disconoscersi?

Specchiarsi, osservarsi, scrutarsi. I primi gesti di un viaggio conoscitivo, radicale e originario, che parte dall’ossessione erotica per il proprio corpo e raggiunge la più profonda conoscenza di se stessi. Riconoscere l’immagine che ci guarda come propria è un punto avanzato della speculazione razionale dell’identità. Un vetro trasparente e pulito o un’acqua ferma, limpida e poco profonda possono fungere da specchio. Farci perdere oppure ritrovare. Farci scoprire ciò che è fugace e ciò che è eterno. Farci distinguere il dissimile dal simile. Duplicare il mondo. Invertire la destra con la sinistra. Mostrare un ambiente che appare reale, ma che in realtà è capovolto. Uno spazio che Faucolt chiamerebbe eterotopico. Un mondo rovesciato, dentro o oltre lo specchio. Attraversarlo vuol dire il più delle volte, andare oltre l’immagine più superficiale e penetrare l’essenza delle cose, degli oggetti, delle persone. Raggiungere l’anima. Ma nell’attraversare lo specchio che ci sta di fronte e con esso l’immagine che vi vediamo riflessa, il passo tra il riconoscersi e il disconoscersi è breve. La linea di confine sottile. Si può, contemplando la propria immagine, non riconoscersi nel riflesso di sé, ma affermare la presenza di un altro da sé. Come avviene al giovane Narciso delle Metamorfosi ovidiane. Bellissimo, altero ed estraneo a ogni seduzione, si innamora della sua stessa immagine credendola un’altra persona. Innamorandosene Narciso dichiara d’aver riconosciuto se stesso nell’altro, ma anche di essere incapace di liberarsene. Si afferma come legittimo esempio di quello stato infantile e deviato della personalità che molto tempo dopo Freud avrebbe appunto definito narcisismo: un’antica e primitiva attitudine a contemplare noi stessi, a porci al centro del mondo, a sentirci oggetto e soggetto del desiderio. D’altra parte lo specchio pone comunque il soggetto davanti ad un altro se stesso e riconoscersi, scorgere un dettaglio inatteso o disconoscersi è un rischio che ognuno di noi corre. Rachele Polidori

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Laura Melissari 062322@luiss.it Da compagni a padroni, noi. Oltre ogni riflesso

Ci alziamo ed è lì; chiudiamo gli occhi e ci osserva. Nelle nostre stanze, nelle nostre menti, per le strade: ogni vetrina di negozio, ogni finestrino di auto; ci giudica, ci critica, ci abbatte, ci esalta. Obbediamo alla sua, alla loro, volontà; persi in quel labirinto di specchi che è la nostra vita, siamo guardati, guardiamo, ci guardano, esistiamo. Noi, gli altri. È nello specchio che andiamo a ritrovare un ultimo barlume della nostra umanità, in noi stessi cerchiamo risposte per tutta la nostra umana insicurezza. Sciocchi schiavi del giudizio, stiamo lì a correggerci, a guardarci e a essere guardati, chiedendoci come gli altri ci vedano e rispondendoci da soli “come nello specchio”. Poco importa se gli altri ci vedano in tutt’altro modo (o non ci vedano, come sovente accade, affatto, tutti presi e persi nel labirinto della loro esistenza) e ancor meno importante è la realtà effettiva delle cose. In questo gioco a tre dimensioni che è la nostra vita, siamo come topi in trappola, fregati da noi stessi, distrutti dalla nostra immagine riflessa. Che cosa c’è oltre lo specchio? Novelli Alice dovremmo scoprirlo poiché la risposta è sorprendente: noi, i veri noi, la nostra strada, la nostra vita, le debolezze e le paure, gioie e vittorie, tristezze e sconfitte. Lo specchio si trasfigura in una grande finestra sul nostro passato, un incerto indovino del nostro futuro, un risultato nel nostro presente. È lì la sua forza, al di là della sua immagine, che è frutto di quel che siamo stati: quello è, dovrebbe essere, il nostro giudice, la nostra guida. È con lui che dovremmo combattere, che dovremmo fissare negli occhi e dire a lui, a noi, agli altri: questo sono io; con i miei difetti, con il mio passato, con la mia vita. La sfida più grande è essere orgogliosi di essere sé stessi. Molti mollano, pochi ce la fanno, si salvano, non si perdono. Continuiamo a camminare nel labirinto della vita: compiamo il nostro percorso, facciamo le nostre scelte; chiamiamolo coscienza, dignità,: lui, noi, gli altri, è, sono, accanto a noi. Saranno i nostri compagni, i nostri padroni? Solo a noi la scelta. Giuseppe Cassarà


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LA SOGLIA DI DORIAN GRAY Lo specchio dell’Io che cerca se stesso

IL DOPPIO BINARIO DELLA REALTA’ Confronto e crescita nell’autodeterminazione

Non so chi sono. Probabilmente non lo saprò mai. Come tutti. Sappiamo che cosa siamo, come siamo, ma non chi. Se capissimo il “chi” siamo, saremmo incredibilmente vicini a capire anche il “perché”. Due concetti legati a doppio filo ed esasperatamente oscuri, Identità e Scopo. Viviamo, pensiamo, e un pensiero tira l’altro, in un flusso di coscienza che sfocia in luoghi ignoti, sempre assolutamente imprevedibili. Cambiamo. Sbagliamo, capiamo, miglioriamo. E ancora l’Io è senza nome, senza stabile definizione. Conviviamo, ogni istante della nostra vita, con un perfetto estraneo. Un estraneo che spesso ci stupisce, ci coglie alla sprovvista, ci commuove, ci incasina, un estraneo che a tratti ci spaventa, che a volte ci disgusta. Un estraneo da cui non possiamo in alcun modo fuggire. Guardarsi in faccia, guardarsi dentro, non è solo la cosa più difficile da riuscire a fare, ma anche la più inquietante, la più angosciante. Perché non si sa mai cosa si potrebbe trovare, se si scavasse troppo a fondo. Come diceva Salinger per bocca di Holden, si teme persino di guardare in faccia gli altri, per paura di vedere riflessi se stessi. Ma se si ha tanto fegato da passare attraverso lo specchio e oltrepassare il proprio limite, la propria soglia - tra noto e ignoto, sanità e follia, atto e potenza, chissà, per ognuno è diverso- allora l’estraneo dentro di noi prende contorni definiti: vive, ama, si sfoga, si mette alla prova, demonizza gli abissi del nostro stesso Io. E così Charles Bukowski si fonde con Henry Chinaski, Jack Kerouac con Sal Paradise, Franz Kafka con Gregor Samsa, Chuck Palahniuk con Tyler Durden. Ma il Sé, alla fine, sfugge comunque. Perché il Sé cambia. Costantemente, senza regole, senza preavviso, cambia. E tu con lui.

Per Platone il confronto dello specchio è esso stesso il paradigma della contemplazione dell’anima attraverso l’anima e della visione,nell’anima,della sua parte più divina. Lo specchio di Socrate vuole essere il modello della conoscenza del simile per il simile e il punto di partenza del percorso che dalla percezione della bellezza terrestre conduce alla visione della bellezza reale del divino. Secondo Aristotele quando vogliamo conoscere il nostro viso lo guardiamo nello specchio e quando vogliamo conoscere noi stessi possiamo farlo rivolgendo lo sguardo al nostro amico perché “l’amico è un altro me.”Questo ci fa capire come per essere in grado di determinarci abbiamo bisogno di tanti specchi,dell’esterno,delle circostanze che si creano attorno a noi. Tutto quello che circondo la nostra esistenza e che vediamo attorno a noi è come uno specchio che ci sta mostrando cosa si trova dentro di noi: le persone e gli avvenimenti che entrano a far parte della nostra vita ci mostrano quali sono i nostri pensieri più inconsci e le aspettative interiori. L’essere umano è da sempre attratto dall’esterno proprio perché nello stesso tempo è incuriosito da cosa si trova dentro di lui,dal confronto con se stesso. Deve creare il suo dialogo interiore per meritare la situazione che desidera per la propria esistenza. Se così non fosse tutta la vita dell’anima umana sarebbe un movimento nella penombra, che trasmuterebbe in un’incertezza della coscienza. In tutti noi c’è la vanità di qualcosa e c’è un errore di cui non conosciamo l’angolo. L’importante è che il nostro confrontarsi sia qualcosa di positivo che porti a traguardi e non a sconfitte , perché tanto non siamo altro che un qualcosa che accade nell’intervallo di uno spettacolo; a volte, attraverso determinate porte, intravediamo quello che forse è soltanto uno scenario. Tutti i nostri specchi devono aiutarci a far crescere la nostra fiducia , la fiducia nelle capacità di riuscire a fare determinate cose. Il confronto deve essere il trampolino di lancio per aprirci al mondo e per metterci in gioco ,non per rinchiuderci in quel giardino circondato dalle alte mura della Carlotta Papale coscienza di noi stessi. Fiorenza Marin del confronto con se stessi, OGNI COSA E’ ILLUMINATA Ladentesorprenopera che si concretizza qui nell’esiSulle tracce del passato alla ricerca di sé prima di Liev genza di rintracciare le proSchreiber - prie origini, indagare le proadattata dall’omonimo romanzo autobiografico di Jonathan prie radici e il proprio passato, Safran Foer - racconta il viaggio del giovane ebreo americano confrontarsi con la cultura e le alla ricerca di Augustine, la donna che, durante la Seconda tradizioni che hanno fatto di Guerra Mondiale in un villaggio in Ucraina, ha salvato la vita a noi quello che siamo. Così, suo nonno. E’ una sorta di road movie sui generis, un po’ fiaba mentre Jonathan si affida ad surreale, un po’ opera impegnata, che fa ridere, sorridere, Alex e al nonno per ritrovare la piangere, ma soprattutto riflettere su cosa significhi confrontar- donna che ha cambiato il si con la storia (la propria e quella della propria famiglia) per destino della sua famiglia, scoprire chi siamo davvero. Alex esplora la sua terra da E’ il paradigma della ricerca a fare da motore al film, che una prospettiva diversa, e il affronta con originalità una molteplicità di temi: il valore della nonno, anello di congiunzione memoria, il rischio della rimozione, l’importanza della consape- tra passato e presente di un volezza delle proprie origini, il legame indissolubile di ognuno paese bellissimo e sofferente, di noi con il proprio passato. Su una scalcinata Trabant azzur- rivive e affronta la tragedia che ha fatto di lui l’uomo che è ra che attraversa le campagne ucraine, mentre si susseguono diventato. E non c’è verso di scappare dal passato, dal bene le esperienze che cementificano il loro rapporto e li inducono e dal male da cui noi proveniamo, perché ogni cosa è illuminaa superare i pregiudizi, i tre protagonisti – Jonathan, Alex, il ta e lascia in noi una traccia che non possiamo ignorare, e che ragazzo ucraino che gli fa da guida, e il suo burbero nonno segnerà per sempre la cifra più autentica della nostra identità. autista - scoprono che in realtà, in quella terra che li accomuChiara Granieri na, stanno tutti cercando qualcosa. Il film, a tratti commovenchiari_89@hotmail.it te a tratti comico e carico di ironia, mette in luce l’importanza

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Ottava Nota - Dicembre 2009 Ci sono artisti in cui nessuno crede finché non diventano veramente famosi. Ce ne sono altri invece, molto più rari, che sembrano essere predestinati fin dalla nascita, quasi per diritto divino, ad un futuro radioso. Giorgia Todrani nasce a Roma il 26 aprile 1971 e non ci vuole molto a capire che appartiene alla seconda categoria. Ma le eccezionali doti vocali, da sole, non bastano: sono necessarie anche dedizione e sacrificio. La prima formazione, a sedici anni, è sotto la guida del tenore Luigi Rumbo. Poi Giorgia inizia a esibirsi nel circuito dei club di Roma e nel 1994 passa direttamente al palco del Festival di Sanremo, dove canta "E Poi", scritta da lei e dai produttori del suo primo disco "Giorgia". Qualche tempo dopo viene invitata da Luciano Pavarotti al suo Pavarotti & Friends e in soli 6 mesi è nata una stella.Alla vigilia di Natale si esibisce davanti al Papa in Vaticano, cantando al fianco di Andrea Bocelli, con il quale nel 1995 incide "Vivo Per Lei". Al suo ritorno al Festival di Sanremo stupisce con "Come Saprei" che la incorona vincitrice. Quasi per follia, Giorgia decide di rimettersi in gioco tornando al Festival anche nel 1996, arrivando terza con "Strano Il Mio Destino", scritta a quattro mani con Maurizio Frabizio. Nel 1999, forte dell'esperienza acquisita, affronta il nuovo disco "Girasole", del quale cura sia la produzione esecutiva sia quella artistica, coadiuvata dal prezioso Adriano Pennino. L'album rimane in classifica oltre un anno, piazzando senza sforzi 210.000 copie.La tappa seguente nella carriera discografica di Giorgia si chiama "Senza Ali" (2001), disco concepito in grande e realizzato come un vero progetto internazionale. Sempre nello stesso anno, l'artista capitolina ritorna al Festival, dove tutto è cominciato, con "Di Sole E D'Azzurro".Nel 2002 è la volta di "Giorgia Greatest Hits, Le Cose Non Vanno Mai Come Credi", raccolta di successi con l'aggiunta di tre inediti: la superhit "Vivi Davvero", "Marzo" e una nuova versione di "E Poi". Il disco supera il mezzo milione di copie vendute, ma soprattutto prepara il terreno alla trionfale tournée che Giorgia tiene nei palasport fra novembre e dicembre 2002. Il 2003 si apre di nuovo all'insegna del successo, grazie alla stimolante collaborazione della cantante con il regista Ferzan Ozpetek per il film "La Finestra Di Fronte": Giorgia firma il tema principale "Gocce Di Memoria". Pochi mesi dopo esce il singolo "Spirito Libero", che precede la pubblicazione dell'album "Ladra Di Vento". Nel giugno 2005 viene pubblicato "MTV Unplugged: Giorgia", il

primo disco unplugged (a cui La magnifica voce del pop italiano fa seguito il DVD, qualche mese dopo) di un artista italiano ripreso in esclusiva da MTV, che in meno di tre mesi vende 100.000 copie, ottenendo il disco di platino. La stessa formula unplugged viene mantenuta anche nel successivo tour estivo lungo la penisola. I primi singoli estratti dall'album, composto da 18 brani di cui 4 inediti, sono "Infinite Volte" e una straordinaria interpretazione di "I Heard It Through The Grapevine", grande classico della black music portato alla ribalta da Marvin Gaye. L'anno successivo la cantante lavora soprattutto alla radio come conduttrice di "Radio2 On My Mind", di cui scrive e interpreta anche la sigla ("Accendi La Radio"), e nel 2007 si cimenta nel ruolo di produttrice del disco dell’attuale fidanzato e futuro padre di suo figlio, il cantante e ballerino Emanuel Lo. Il 9 settembre 2009 viene annunciato il brano 'Ora lo so' scritto da Michele Placido e Nicola Piovani per il film Il grande sogno. Giorgia partecipa alla colonna sonora di Piovani con altri contributi vocali. Il 21 giugno 2009 canta al concerto benefico “Amiche per l’Abruzzo” ed è proprio in quell’occasione che conosce Gianna Nannini ed instaura con lei un bellissimo rapporto privato e professionale che culminerà con il duetto nel singolo “Salvami” trasmesso da tutte le radio il 6 novembre 2009. Tra i vari impegni umanitari di Giorgia vanno ricordati quello, sotto l'egida dell'Unicef, per l'istruzione dei bambini e delle donne nel sud del mondo. Inoltre è stata nominata nel 1999 ambasciatrice dell'Unicef e dal 2005 è madrina dell'associazione "Tarantallegra".La cantautrice inoltre si batte per il problema della raccolta differenziata e per la diminuzione dell'uso della plastica; è inoltre impegnata in prima persona nella lotta contro le emissioni di CO2 (per i suoi tour si sposta solo con mezzi ibridi) ed è una convinta animalista. Nel 2003 è stata la prima testimonial della campagna "no excuse" contro lo sfruttamento del lavoro minorile, lanciata da MTV perché, come lei stessa ha affermato “per ognuno di noi, la luce torna e deve tornare”.

Giorgia: uno spirito libero

Michela Pozzi

Siete pronti per un viaggio sulla luna a tempo di hip hop? Ecco “Man On The Moon: The end of the day”, l’album di debutto di Kid Cudi! “Ah ah at nite!” Si concludeva così il ritor- degli incubi) del rapper statunitense… nello di una delle canzoni di maggior suc- Quindi non resta che lasciarsi prendere per cesso della scorsa primavera, portata in mano ed essere trasportati in questo viagcima alle classifiche di vendita grazie a un gio attraverso i cinque atti in cui è diviso il remix degli italianissimi Crookers. Si trattava disco, fino al dolce risveglio finale! di “Day ‘n’ Nite" del semi-sconosciuto Kid Nel primo atto, il rapper ci porta alla concluCudi, giovane promessa dell’hip hop ameri- sione della giornata cercando di distaccarci cano di cui, proprio in questi giorni, è uscito dalla realtà, per prepararci al sonno, con il primo album, con il quale il rapper ci rac- due tracce interessanti, quali la rilassante conta com’è possibile, per un uomo, arriva- “Soundtrack 2 My Life” e l’ipnotica “Simple As”. Nell’atto successivo incontriamo gli re fino alla luna attraverso i sogni! incubi e l’atmosfera si fa spettrale E’ impossibile inquadrare i con “Solo Dolo”, “My World” (insiequindici brani che lo comme all’enigmatico Billy Cravens) e pongono come appartenenti “Heart of a lion”, che musicalmenad un unico genere: Cudi te risulta una delle migliori canzoni miscela tinte Indie con eledell’album. L’atto centrale è quello menti classici dell’Hip Hop e più riuscito grazie alla splendida dell’ R’n’B moderno creando “Sky Might Fall”, sicuramente la uno stile molto particolare, traccia migliore del disco, alla già con atmosfere sognanti ed citata “Day ‘n’ Nite", che impallidiastratte che si mescolano ad sce a confronto con la profondità elementi metafisici, dando di questi nuovi brani, e a “Enter proprio la sensazione di troGalactic”, song caratterizzata da varsi all’interno dei sogni (o

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un valido ritornello. Il quarto atto è quello delle collaborazioni importanti, che non possono mai mancare in un cd hip hop: dal duetto con i Ratatat in “Alive” a quello con Kanye West in “Make Her Say”, canzone che riprende un sample dal famoso pezzo di Lady Gaga “Poker Face”, passando per la bellissima “Pursuit Of Happiness”, scritta a sei mani con gli MGMT e che risulta uno dei prodotti più riusciti. Arrivati all’atto conclusivo, le atmosfere si fanno più dolci e la sensazione di tranquillità che emanano è proprio quella del risveglio mattutino. Cudi, quindi, è riuscito nel suo intento di portarci sulla luna e non importa se il prodotto risulterà complesso e poco immediato ai più, poiché il risultato finale è davvero valido! Daniele Barbiero


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Artificio - Dicembre 2009 Tra le due facoltà che sono atavicamente precluse all’uomo, “Creare” e “Distruggere”, non vi è dubbio che egli abbia, nel corso della sua storia, manifestato una brama di gran lunga più intensa per la seconda di esse. Inutile forse interrogarsi sulle ragioni recondite del fenomeno: probabilmente ci imbatteremmo in una di quelle apoteosi dell’insolubile di stampo amletico, stile quesito “prima l’uovo o la gallina?”. Seguirei dunque un strategia di tipo positivista nell’analisi del tema. Metodo i cui portentosi vantaggi in fatto di chiarezza e obiettività nei risultati sono stati per me oggetto di martellante ed entusiastica enunciazione accademica nel corso dei miei studi universitari! (…ed ora penso sia ormai definitivamente chiara la mia appartenenza da ben tre anni al glorioso novero degli studenti dell’”Arte Giuridica”: splendido ossimoro!) Partiamo dunque dal fatto nella sua lampante chiarezza: l’uomo, dal momento in cui riuscito a soddisfare in via tendenzialmente definitiva i suoi bisogni primari in poi, ha dimostrato un anelito via via più spasmodico alla distruzione. Ne sono testimonianza gli eventi di stragi, genocidi, conflitti drammatici ed estenuanti che pullulano in specie nel nostro recente passato, a fronte, tra l’altro, di una logica ancora attualissima nel panorama politico internazionale in base alla quale il Potere e la Forza di Paese risultano essere direttamente proporzionali alla potenzialità distruttiva dello stesso: più ordigni di distruzione di massa possiedi, più sali in alto verso la “top ten” dei Grandi del Pianeta.

Un quadro, dunque, dal quale risulta come la distruzione sia inevitabilmente indice di impulsi quantomeno irrazionali, per non dire aberranti, dell’essere Umano. Ma non mancano casi, (ed eccoci di nuovo al tanto caro prototipo giuridico della “deroga”, che lungi dallo smentire la cogenza della norma ne conferma ancor più la portata generale!) in cui la distruzione assume contorni estremamente atipici, richiamando un’idea di Liberazione e quasi di Redenzione, piuttosto che di terrore e repressione. E’ il caso sicuramente della Caduta del Muro di Berlino, il cui anniversario è da poco trascorso: schiacciante dimostrazione di come un momento di distruzione possa rappresentare una sorta di Rinascita dall’obsolescenza e dalla grettezza di ideologie capaci di trascinarci per più volte sull’orlo del baratro.. Ed è proprio questo il tema dal quale intendiamo partire, analizzando e scoprendo come l’Arte si sia fatta lettrice acuta del fenomeno e quanto siano stati profondi e pervasivi gli effetti che le vicende storiche degli anni immediatamente precedenti al 1989 hanno avuto, tra gli altri, anche sui movimenti artistici… Anni di profondi e insanabili contrasti messi in luce da un’arte che, da un capo all’altro del globo, si fa portavoce di una tensione latente ma palpabile, fonte di un senso di smarrimento che si rivela e si estrinseca attraverso Opere improntate di una sensibilità artistica sempre più caotica e complessa. Tiziana Ventrella

Berlino: la East Side Gallery Come nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si reinventa Il Muro di Berlino evoca scenari e paesaggi desolanti, evoca soprattutto una storia drammaticamente dolorosa. Una storia vicina, nel tempo e nello spazio, che costringe il mondo Occidentale ad interrogarsi sui suoi mali, su scelte politiche infelici che hanno negato libertà e dignità fino a soli venti anni orsono. Ma l’uomo, per nostra fortuna, è capace di profonde rivalutazioni e cambi di percorso, capace di rielaborare il passato e trascenderlo positivamente. Non è un caso che il Muro sia caduto, non è un caso neppure che di quel Muro, simbolicamente triste, repressivo, si sia fatto qualcosa di nuovo, di colorato, di esteticamente non repellente. Ben 1.3 chilometri di quel Muro, proprio nel suo lato Orientale, quello ai tempi più grigio e ombroso, sono diventati una galleria d’arte a cielo aperto, la più estesa al mondo e sicuramente l’unica dalla valenza simbolica così pregnante: la East Side Gallery. Un centinaio di artisti, dopo il 9 novembre 1989, scelse questa nuova forma di espressione artistica, ricoprendo il lungo tratto del Muro di graffiti, nobilitando tanto quest’arte di strada sicuramente non convenzionale, quanto una struttura muraria che mai si era pensato potesse divenire occasione di manifestazioni di spontanea euforia. Fare riferimento alla spontaneità delle opere, alla gioia e serenità che ne emerge, non vuole essere una messa in discussione della qualifica di “artisti” di quanti vi hanno lavorato (alcuni nomi di fama mondiale: Berger, Pinna, Schafer, Borregana), ma vuole unicamente sottolineare quanto, in questo caso, la manifestazione artistica sia essenzialmente un’attività di riscossa sociopolitica. Ben 101 artisti giungono a Berlino da tutto il mondo per contribuire a quella che è, a mio avviso, la più grande commistione tra Arte e Storia che $si sia mai avuta. Ci sono tecnica e competenza, ci sono la passione, il sentimento -elementi fondanti di qualunque espressione artistica- ma ci

sono anche consapevolezza storica e coscienza etica, ad assurgere a motore dell’intera mobilitazione. I murales sono 106 dalle raffigurazioni svariate, di cui la maggior parte racconta quello stesso muro. Ci sono i graffiti che parlano della storia con la S maiuscola, del famosissimo bacio tra Honecker e Breznev, o della Trabant –l’epica automobile della DDR- che finalmente sfonda il confine, ma non mancano evocazioni, tristemente umoristiche, della storia minore che si è vissuta lì attorno. I Check Points, i militari, le famiglie improvvisamente divise in due mondi confinanti, ma impossibilitati al dialogo. Nel passeggiare lungo la East Side Gallery sono i colori a sorprendere, le storie ad emozionare, il tenore, malinconicamente ironico, a meravigliare. Lascia amareggiati scontrarsi con i segni di quei venti anni già trascorsi, con quella decadenza assolutamente fuori luogo laddove si è dipinto proprio per cancellare e rimuovere il buio e la povertà, economica e culturale, del passato. Del resto la Galleria vive unicamente di (pochi) investimenti privati e necessiterebbe di manutenzione continua. Anni fa si è millantata l’ipotesi di abbatterla, tanto che nacque un’associazione determinata a difenderla e promuoverla; ora andrebbe valorizzata e “reinventata”. Non si tratta semplicemente di pittura, si tratta di conservare un commovente esempio della genialità umana, delle mille sfaccettature di essa, capace di costruire muri che dividono, distruggono, uccidono, per poi riuscir a raccontare senza rancore, ma con saggia e ilare cognizione quegli stessi drammi. E anche questa è Arte. Anche qua, dove (forse) la tecnica e l’abilità lasciano terreno all’improvvisazione e all’estro, dove l’ispirazione apollinea indietreggia, in favore di una finalità più terrena e sociale, anche qua, se non soprattutto qua, c’è Arte. Teresa Mattioli

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TUTTO IL CALDER CHE C’È A ROMA Alla galleria Gagosian, in via Francesco Crispi, e al PalaExpo di via Nazionale sono in mostra le opere di Alexander Calder., un artista americano che operò tra Philadelphia, New York e Parigi a cavallo tra gli anni trenta e gli anni settanta. La mostra al PalaExpo è una retrospettiva completa che ripercorre tutta la carriera di Calder. Nelle prime sale sono esposte le sculture in fil di ferro, persone e animali che dovrebbero essere sculture ma in realtà sono come disegni tridimensionali, realizzati senza mai staccare la matita dal foglio. Sempre in fil di ferro è realizzata la prima opera di Calder, e forse la più bella, il Circo, una vera e propria riproduzione della realtà circense in ferro e materiali assemblati o riciclati, un grande spazio-gioco, una sorta di “playmobil artistico” in mezzo al quale l’artista si comporta come un bambinone cresciuto, muovendo i personaggi, azionando piccoli espedienti meccanici per far volteggiare l’acrobata o lanciare la donna cannone, e addirittura imitando la voce del presentatore del circo, come si vede nel video “Le Grand Cirque Calder”, proiettato al piano superore del PalaExpo. Accanto alle sculture-disegni sono poi esposti i mobiles, ovvero strutture sospese: fili e aste da cui pendono sfere, coni o forme astratte, una sorta dei grandi giochi per bambini, di quelli che si mettono sopra le culle e girano, delle creazioni ondeggianti in cui l’artista sperimenta l’astrattismo e un’altra idea del movimento, non più meccanico, come quello del Circo, ma casuale, fatalista. La sua idea di movimento, come lui stesso dice, “non ha secondi fini, è semplicemente incantevole”: Calder rifiutava i manifesti delle avanguardie e l’idea che dietro a un’opera d’arte dovesse esserci per forza un’idea politica, sociale o filo tecnologica. Conservava lo stesso atteggiamento nei confronti dell’a-

strattismo: si racconta che davanti alle tele a quadri di Mondrian, Calder propose “ non sarebbe divertente se oscillassero?”. Il cuore dell’opera di Calder è il non sense, la distrazione e il divertimento, non a caso aveva stretto amicizia con Duchamp (quello della Gioconda con i baffi e dell’orinatoio firmato). Calder con l’arte si divertiva e la stessa cosa deve fare l’osservatore, davanti a un mobile ci si può stare ore, soffiarci sopra e vedere come si muove, riderci su: sentirsi bambini è il miglior modo per apprezzare le opere di questo artista-clown. Lo stesso spirito naive è conservato anche nell’ultimo periodo della sua produzione artistica, quello caratterizzato dagli stabiles, opere monumentali destinate a spazi pubblici (come aeroporti o piazze), opere in cui l’artista mantiene vivo il gusto del non sense perché “le sculture, affinché possano vivere, anzitutto devono godere di una libertà plenaria”, libertà dal senso e dallo spazio, l’habitat naturale dall’arte, per lui, è la strada, non il museo. Le opere di Calder rifiutano il piedistallo, come rifiutano il manifesto, non sono ascrivibili come opere, ma come giochi, giochi circensi, clowneschi, in cui lo spettatore possa perdersi per tutto il tempo che vuole e dimenticare così i problemi della vita quotidiana e della società. Ecco, la mostra al PalaExpo, fino al 14 febbraio (chiuso il lunedì), è veramente completa e divertente, merita del tempo, anche per il bookshop. Molto meno ricca l’esposizione della Gagosian, fino al 30 novembre (domenica chiuso), che pure ha i suoi lati positivi, come quello di poter chiedere il prezzo di un veloce schizzo a tempera di Calder: 60.000$!! Meno divertente vero? Chiara Tosti-Croce

Il muro,l’arte e le “emorragie virtuali”

Al Macro il “diario” odierno della cultura Pop e dell’Urban Art Pensateci, è così. La cifra del nostro esistere (limitato e finito) è quella di vivere in uno spazio, organizzare il nostro tempo e la nostra vita sulla base di “profondità” e distanze. Per i “comuni mortali” ciò significa adattarsi e gestirsi, per gli artisti vuol dire distruggere e ricostruire, abbattere barriere e creare ponti nuovi. Ogni scoperta, quindi, è anche un rivelarsi e “l’alzarsi di un velo”: l’ “Apocalisse” (dal greco “apokalypsis”) diviene l’ “anti-muro” dei nostri preconcetti, l’evento cruciale per “forare” la realtà e provocare “emorragie virtuali”. A Roma,dall’8 Novembre 2009 al 31 Gennaio 2010, si parlerà proprio di questo: il muro di Berlino, l’arte contemporanea di giovani artisti e le contaminazioni dell’era globalizzata. Un mix di Neo Pop, Pop Surrealism e Urban Art chiamato “Apocalypse Wow”: un’esposizione di 80 opere allestita al Macro Future di Testaccio. Nei padiglioni dell’ ex-mattatoio (emblema di un’archeologia industriale tanto cara ai nuovi creativi) si alterneranno opere di Shepard Fairey, Desiderio, Victor Castillo, Elio Varuna, Travis Louie,Alexone e molti altri. Nomi che non dicono nulla, personaggi per lo più sconosciuti al grande pubblico. Eppure il loro linguaggio ci appartiene, la loro arte si insinua nel nostro stesso immaginario. Pubblicità, fumetti, giornali, moda e tv: sbagliavo..il loro immaginario siamo noi stessi, partecipi e non più spettatori. 1989-2009: vent’anni sono passati e la caduta del muro di Berlino torna a far discutere e a rappresentare la fine di un modo di intendere l’arte cosiddetta “metropolitana”, un nuovo approccio ai confini della cultura pop e dello stile graffitaro Newyorkese. Già alla fine degli anni ’50 gli esordi di Andy Warhol sconvolsero il mercato dell’arte sdoganando le opere artistiche al livello dei beni di “massa”. Solo una ventina d’anni dopo i primi “tags” (le firme dei graffitisti) comparsero nei quartieri degradati del South Bronx. La svolta arriva negli anni ’80: stiamo parlando dei “padri” dei nostri giovani artisti del Macro.

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Geni come Keith Haring iniziano ad “imbrattare” muri, la loro è un’arte per tutti: visibile sulle pareti dei palazzi, sui vagoni delle metro e nelle stazioni. In quel contesto la parete Ovest del muro berlinese, immensa tela bianca realizzata dal regime comunista, diviene spazio creativo capace di dar voce al dissenso, alla rivoluzione e alle istanze pacifiste. Non segni indecifrabili e senza senso, il muro rappresentò un canale per comunicare e lanciare messaggi. Una Trabant bianca che sfonda il muro o il bacio tra Erich Honecker e il segretario del PCUS Leonid Brežnev: alcune immagini sono divenute vere e proprie icone della contemporaneità. A distanza di tempo,però, l’arte è molto cambiata. Il muro è caduto e ,con esso, le ideologie e le istanze di rivolta. Al Macro si osservano opere colorate e psichedeliche, i personaggi sono quelli dei fumetti e delle tv e le tecniche quelle della pubblicità. Dov’è il messaggio sociale? E la rivolta? Passeggiando nello spazio espositivo si ha l’impressione che ormai non ci sia più nulla da abbattere, sarebbe come sfondare una porta aperta. I graffiti di New York rappresentavano “l’insurrezione attraverso i segni”,le opere odierne appaiono come finestre virtuali sulla nostra vita e sui nostri usi e consumi. Dal mondo fatato e dark di Todd Schorr all’immaginario digitale ed eccentrico di Clayton Brothers: non ci resta che constatare l’ “emorragia” di immagini e suoni dal mondo del commercio e dei media ai laboratori creativi. Con i suoi 1300 m di lunghezza e con i suoi dipinti, l’East Side Gallery rappresenta la più lunga porzione di muro rimasta in posizione originale e la più grande galleria d’arte a cielo aperto. “Apocalypse Wow”,forse,potrebbe essere una sua illusoria appendice. Il “souvenir” contemporaneo a un’arte che non c’è più. L’omaggio consapevole e spassionato a un mondo che ha sostituito ,alla rabbia e alla voglia di cambiamento dei “tags” americani, il “taggare” dei nostri Social Network. Mancini Enzo


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Lifestyle - Dicembre 2009

Confessioni di uno shampoo Pretese di originalità frustrate all’epoca della tirannia pubblicitaria L’altro giorno lo shampoo mi ha parlato. Proprio così. Ero sotto la doccia, probabilmente inducendo i vicini al suicidio grazie alle mie riconosciute doti canore, quando – un’Epifania! Una Rivelazione! lo shampoo mi ha parlato. E non ero nemmeno ubriaca! Lasciate che vi racconti com’è andata. Vi capita mai di leggere il retro dei flaconi che trovate in bagno? A me spesso. Adoro sentirmi raccontare quanto saranno morbidi e setosi i miei capelli dopo questo o quel miracoloso trattamento, anche se so che a prescindere dai miei sforzi rimarranno più aridisecchistopposi di quelli di uno spaventapasseri. Ma è così dolce sognare. Dunque. Prendo questo bello shampoo fucsia, lo giro e noto subito che c’è qualcosa di strano. È tutto scritto in prima persona. Lo shampoo PARLA! E ad essere sinceri parla come una ragazzina di tredici anni. Look Trendy? Liscio Glossy? Omioddio, sono finita nel mondo delle Bratz. Ma le istruzioni mi danno il colpo di grazia. Quello che i miei occhi increduli leggono è:“Applicami e massaggia fino a ottenere una schiuma cremosa. Stupisciti con un lungo oooh! Poi risciacqua e ripeti (anche l'oooh!).” Giuro. Non posso fare altro che rimanere a bocca aperta mentre l’acqua della doccia continua a zampillarmi addosso (ok, forse è meglio chiudere la bocca). Quando finalmente mi riprendo, i miei capelli sono tutt’altro che glossy, ma in compenso sono arrivata a una conclusione fondamentale: qualsiasi cosa accada, non diventerò MAI una pubblicitaria. Che vita ingrata deve essere! Anni e anni trascorsi a studiare Marketing D’Assalto per poi finire a doversi immedesimare in uno shampoo per quasiteenager fasciòn, insomma, cosa ne è della dignità umana? Il problema è che dopo due secoli di Culto del Dio Spreco è diventato quasi impossibile sor-

Tutte Carrie Bradshaw grazie ad H&M Evento di rilevanza internazionale è quello proposto dalla ormai gettonatissima catena di abbigliamento giovanile H&M: una collezione limited edition nata dalla collaborazione con il ben noto shoes and bag designer Jimmy Choo, il quale ha ideato per gli affezionatissimi clienti del marchio H&M una linea di scarpe, borse ed accessori totally glamourous: possibilità imperdibile per tutti quelli che sognano da sempre di avere nei propri armadi almeno un esemplare dei famigerati sandali stra-nominati nella serie cult Sex and the City, ma che non hanno mai posseduto le finanze necessarie al raggiungimento di tale obiettivo. Questa volta il design ultra innovativo del nostro amatissimo Choo è stato venduto a prezzi ragionevolissimi, e proprio per questo riuscire ad entrare nel negozio è equiparabile ad un’ impresa titanica; modalità particolari di partecipazione hanno permesso uno shopping organizzato, scandito da un limite di tempo e dalla possibilità di acquistare soltanto un numero limitato di prodotti. Molte persone sono rimaste a bocca asciutta, ma i 160 fortunati che sono riusciti ad accaparrarsi almeno uno di questi rari articoli saprà di certo come metterli in mostra, anche se l’ intento non necessita di grande impegno, visto che la caratteristica principale dell’ intera collezione è quella di non passare di certo inosservata. Non basterebbero fiumi di parole per poter esprimere al meglio tutta l’ elegante aggressività trasmessa dallo style Jimmy Choo, ma l’esclamazione che può qualificare al meglio l’intera proposta di Jimmy Choo per H&M è “Che Stile!” Andrea Giovannini

prenderci. Viviamo immersi nella pubblicità da quando siamo nati, gli spot condizionano il nostro modo di vedere la realtà, ci forniscono categorie fisse in cui incanalare la nostra esperienza quotidiana. Sai perfettamente che se a pranzo mangi un panino finisce che non ci vedi più dalla fame, ma se rimedi con lo spuntino sbagliato ti ritrovi tutta cicciaebrufoli. Non ti stupisci se al bar vedi uno scimmione ubriacarsi di analcolici biondi, hai imparato che un diamante è per sempre (anche se l’apice della tua bigiotteria è costituito da anelli di plastica comprati alle bancarelle), che le pile funzionano grazie ai coniglietti rosa, e quando hai il ciclo vai in giro tutta pimpante a fare la ruota in faccia alla gente. I testimonial d’eccezione poi sono diventati i nostri migliori amici, a furia di farci bombardare da essenziali notizie sulla loro vita privata: abbiamo capito che il caro Richard è buddista e appena può scappa in Tibet con la sua Lanciaqualcosa (va bene la spiritualità, ma ce lo vedete mr Gere ad attraversare il tetto del mondo in groppa a uno yak?), sappiamo che Ilary ha scelto Francesco fra altri dieci – nonostante la pettinatura discutibile – e che la Marcuzzi non fa che ammorbare tutte le amiche con i suoi incantevoli disagi intestinali. È la vita reale che vuole assomigliare alla pubblicità, non il contrario. Un bel giorno ci sveglieremo in un delizioso MulinoBianco circondati da allegre fette biscottate e simpatici pandistelle. Quel giorno, facendosi la doccia, lo shampoo si stupirà di sentirci parlare. Martina Monaldi 062222@luiss.it

“La dolce vita” ritorna tendenzaCircolo degli Artisti. Il mercatino vintage al Circolo degli Artisti

Ogni Domenica il famigerato open space “Circolo degli Artisti”, famoso per i suoi eventi rock style, organizza un marchè monotematico revocatore di tendenze oltre tempo, di modi di essere immortali e perpetui. Madrina dell’ esposizione di questa giornata è stata Rita Hayworth, pin up anni ’40 la cui eleganza ha ispirato creazioni dei migliori maîtres du style, ed ha lasciato un’ impronta importante nel ready-to wear degli ultimi tempi. All’ interno del mercatino, che per molti versi appariva più vintage che anni ’40, dominava l’ animalier, l’ eco-pelle, e forti note di colore che, assieme alla folla scalpitante, regalava un’ atmosfera interessante. Il merchandising proposto era sia nuovo, sia second hand, tuttavia molto curato. Foulardes e scarfs in seta indiana, pochettes rigide e borse in ecopelle da forme e colori sorprendenti. Handmade è la bigiotteria multicolor in alluminio e smalti a freddo, gelatine fotografiche, ottone e pietre. Una nota di merito spetta agli ascot gioiello la cui forma ricorda motivi floreali, indice di grande raffinatezza. Oltre all’ abbigliamento, litografie cinematografiche e di artisti pop- art, immagini delle più grandi icone di bellezza ed opere di artisti dagli ideali no-war. Preziosa è stata la presenza di make-up artists che proponevano alle interessate il classico maquillage da diva di altri tempi, rossetto rosso e eye liner, per uno sguardo fatale alla Marylin Monroe. Un’ esperienza del tutto particolare quella del marchè anni ’40, shopping low- cost e look sempre a la pàge. Andrea Giovannini

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Lifestyle - Dicembre 2009

L’Estro ha un maestro Su ogni vocabolario,alla voce “Estro,”dovrebbero esserci stampate solo due parole, che esplicano bene il suo significato: Alexander MacQueen.L’hooligan della moda , per la collezione PE 2010 prète-àporter ha creato un mondo possibile, distorcendo le regole dell’ordinaria ,e ormai banale, sfilata di moda. La donna dello stilista inglese è una sopravvissuta ad un eco-dramma apocalittico, vittima di una metamorfosi che la porta a confondersi e a fondersi con la stessa natura che ha strappato il suo destino. Ciò che seduce e intrappola gli occhi dello spettatore è la costruzione artistica intorno a quest’evento, tanto da renderlo spaesato ma allo stesso tempo estasiato, di fronte a tanta genialità e innovazione.MacQueen si affida all’ intelligenza visuale di Nick Knight per imprimere,con immagini,il forte carattere della collezione. Night è la mente dietro il video di apertura:Una donna nuda sul cui corpo scivolando dei serpenti. Questa donna è un narratore senza parola, ma estremamente eloquente ,con i suoi movimenti e il suo sguardo vuoto ma che celano una potenza evocativa considerevole. Come le colonne d’Ercole, che dividevano il mondo umano da quelle mistico per gli antichi, due telecamere si impongono. La luce scoppia sulla Run way. I due occhi meccanici scivolano e proiettano l’algida figura della modella su un video, ma le immagini psichedeliche vengono raddoppiate generando l’illusione di essere dietro un vetro e osservare un mondo diverso,magico. È un vero gioco teatrale che richiede a gran voce la partecipazione degli spettatori, che in primo momento vengono catturati dai ciclopi meccanici e trasportati sul monitor

delle meraviglie.Gli abiti di MacQueen parlano del mutamento di una donna in mostro marino che ostenta pettinature complicatissime e un viso da aliena.Sulla passerella scivolano stampe digitali che sembrano rubate dalle mute dei rettili, abiti avvolti nel volume e cinture che modellano la vita. Tra tanta estrosità vengono proposti abitini in seta di estrema portabilità ed eleganti caban dorati che confermano la versatilità dello stilista. Le scarpe,altissime con plateau, assumono varie forme e colori;dai proibitivi stivaletti che sembrano dei bozzoli d’insetto,ai sandali che illudono di essere fatti di ghiaccio, per finire con le decolté assemblate con ingranaggi arrugginiti e chiodi. La sartorialità di MacQueen è sempre presente con tagli spigolosi e architetture tessili che fanno infrangere onde di stoffa sui corpetti di questa donna,che verso la fine della sfilata assume la forma di un aggraziato mostro marino. Tutto è unico, nuovo e irruento. Ogni singolo momento è un delirio artistico,una febbre colorata che contagia chiunque si trovi sulla sua traiettoria esplosiva. Per celebrare con impeto questo raro gioco di estro ci si mette anche Lady Ga Ga,che presenta in anteprima mondiale la sua “Bad Romance”, colonna sonora della sfilata. MacQueen è un artista che non crede nel giusto mezzo nell’espres-sione artistica; lui dona completamente se stesso alle sue creazioni, che così trasudano di una drammatica e originale passione.Allora adesso andate a prendere il vostro vocabolario,tanto sapete già cosa fare. Ambra Vannoli

LifeNight al Piper Club, Official Party delle Matricole LUISS! Costruzione della rappresentazione mentale del prodotto e creatività: queste le caratteristiche chiave di un buon messaggio pubblicitario. Importanti sono anche la struttura, l’ingegneria e la fattura di una rèclame: insomma tutti quegli elementi che ci permettono di dire “questa è una buona pubblicità”. Un espressione assai semplice ma di difficile applicazione: ricordo ancora una pubblicità del parmigiano reggiano i cui protagonisti erano funghi, pomodori e cipolle danzanti sulle note di un famoso pezzo dei Ricchi e Poveri, poi l’entrata trionfale della scaglia di parmigiano. Quella canzoncina malefica diventò un tormentone. Dopo di che il parmigiano reggiano entrò nella fase del topo che ne certificava la qualità e lì compromise definitivamente la sua immagine. Comunque il fatto è che la pubblicità è onnipresente tanto che le stime ci dicono che una persona veda in media un qualcosa che oscilla tra i trecento e i tremila annunci pubblicitari in un giorno. La qual cosa sarebbe sufficiente, già di per se, per odiare qualsiasi prodotto di largo consumo. Ma noi consumatori, si sa, siamo incontentabili e così le agenzie sono costrette a scatenare, nel vero senso della parola, tutta la creatività che c’è in loro: la Barilla ci propina fantasmagorici campi di grano, la Kinder fece la sua parte grazie ad un ippopotamo sculettante mentre Dolce&Gabbana, con il contributo di modelli dalla bellezza sovrumana (vedi pubblicità profumo “Light Blue”) aiuta tutte noi donne a ritardare quanto più possibile la fase-menopausa. Ad ogni modo, al di là di ogni considerazione, un quesito di fondo c’è e nel tempo rimane sempre uguale a se stesso: la pubblicità funziona? Scopo della pubblicità è quello di stimolare una propensione al consumo o prima ancora un’intenzione all’acquisto. Per efficacia si intende quindi la capacità che ha una determinata pubblicità di creare “benevolenza” verso il prodotto,

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ovvero evocare la convinzione che quel prodotto rappresenti la migliore delle soluzioni possibili. Ma qui siamo a life-style e allora io, a questo proposito, mi pongo un’altra domanda: ma questo uso sconsiderato di stereotipi, clichè e provocazioni è proprio necessario? La donna in cucina, l’uomo al lavoro, bambini sempre sorridenti in una casa confortevole...questa seduzione politicamente corretta funzionerà anche ancora ma proprio non se ne può più. E quando i preconcetti non sembrano essere d’aiuto la rèclame, pur di farsi notare in mezzo a migliaia di altri stimoli, ricorre alla provocazione: conosco persone che hanno parlato con il loro shampoo (…) ma imbattibili rimangono i messaggi pubblicitari studiati per i prodotti alcolici: la birra regna su tutti. Resta il fatto che, ormai è chiaro, la pubblicità è parte di noi; già nel 1947 Georges Bernanos affermava che i motori della pubblicità sono semplicemente i sette peccati capitali, il disegnatore satirico Bernhard Willem Holtrop usa l’espressione “colonizzare il nostro cervello” e Patrick Le Lay, ex direttore generale di TF1(prima televisione generalista francese), ha affermato che quello che vende a Coca-Cola è parte del cervello umano disponibile. Mi sa, e non è proprio una grande scoperta, che siamo messi proprio male. Però io intanto il profumo l’ho comprato. Chiara Stirpe


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Calcio D’Angolo - Dicembre 2009

4 chiacchiere con… GIAMPIERO VENTURA Prima domanda che le pongo Mister: quando ha accettato l’incarico sulla panchina del Bari, poteva immaginare tutto questo? Non potevo assolutamente immaginarlo. Diciamo però che ho cominciato ad avere sentore di grandi soddisfazioni durante il ritiro. Squadra e società erano quelle giuste e soprattutto avevano un comune obiettivo: quello di stupire. Poi è chiaro che incidono gli episodi. Pareggiare la prima a Milano contro l’Inter è stata un’iniezione incredibile di autostima, avessimo preso 3 goal sarebbe forse tutto sarebbe stato diverso.

le ha regalato più emozioni dal punto di vista umano e professionale e a quale sono legati più rimpianti? In realtà non considero affatto quella di Udine un’esperienza negativa. É stato uno dei miei più grandi successi; la situazione era difficile e salvarci è stata una grande impresa riuscita. Purtroppo motivi extra-calcistici mi hanno portato ad accettare Messina, una squadra praticamente già retrocessa. Ma mi sentivo ferito per i 7 mesi fermo e avevo voglia di riscatto. La scorsa partita è stata la mia 400esima tra serie A e B. In una carriera cosi lunga è chiaro che ci siano alti e bassi. Ma il bilancio lo ritengo comunque positivo. Riguardo alla situazione del calcio in Italia ha dichiarato di non vederla rosea per mancanza di divertimento. Quale secondo lei una possibile cura? La situazione è molto particolare. Le squadre italiane non sfondano in Europa, non vincono e per questo di dice che il nostro calcio è in crisi. Ognuno però si diverte per motivi differenti. Il tifoso se vince, io personalmente per il gesto tecnico. Mi esalto e mi commuovo quando vedo il bel gioco, l’estro del campione. Ricordo che Totti fece un goal al volo di sinistro per cui mi alzai in piedi ad applaudire.

Alla luce dei punti del Bari in classifica e del fatto che quella barese è la miglior difesa d’Europa, sono cambiati gli obiettivi della squadra rispetto a quelli salvezza di inizio campionato? Non possono essere cambiati. Siamo contenti dei risultati positivi ma sappiamo che saranno inutili se non manteniamo un trend costante di crescita. Senza contare poi che è indispensabile non avere presunzione; non ho mai sentito di squadre presuntuose che Per concludere: noi della Luiss puntiamo molto sullo sport. In altre abbiano vinto qualcosa. Università questo non avviene. Non sarebbe utile alle società, e Potremmo definirla un allenatore per caso… Ha cominciato in ovviamente di stimolo ai giovani atleti, se si creassero canali di colseguito ad un infortunio alla schiena che ha compromesso la sua legamento tra le Università e i team, come avviene negli Usa o nel carriera da calciatore. Con il senno di poi lo considera più un rim- Regno Unito? pianto o possiamo dire che non tutti i mali vengono per nuocere? Con me sfondate una porta aperta. L’ho sempre sostenuto. Ho inseQuello che ti dà l’essere calciatore è il piacere puro di giocare, ma gnato per 25 anni e nella mia carriera di allenatore ho reclutato non posso considerarlo un rammarico per le grandi soddisfazioni anche un barista e un bagnino che ho fatto giocare perché meritache ho avuto allenando. Purtroppo credo di aver raccolto meno di vano e non avevano avuto occasioni. Purtroppo per mancanza di possibilità molti giovani atleti (non solo nel calcio) si perdono, ed è quanto ho seminato. un peccato. Il problema però non è facilmente risolvibile: in Italia La sua carriera è colma di successi (Lecce, Cagliari) ma anche di quello che manca è una vera cultura dello Sport. Emanuela Perinetti qualche esperienza meno felice (Udinese, Pisa). Quale avventura

L’ADDIO AL TENNIS DI MARAT SAFIN Lo scorso 11 novembre il tennis ha dato l’ addio a uno dei suoi protagonisti. Il russo Marat Safin, all’età di soli ventinove anni, si è ritirato definitivamente dal professionismo La sua scelta non giunge improvvisa, in quanto il moscovita aveva annunciato il ritiro da mesi. Marat Safin è stato uno dei personaggi più deliziosi, irritabili e imprevedibili dell’intero circuito tennistico. Talento sconfinato, è stato consacrato alla gloria nel 2000, a soli 20 anni, quando sconfisse a New York Pete Sampras, re indiscusso sui campi da gioco nei precedenti dieci anni, in una partita praticamente perfetta, diventando anche numero 1 al mondo per pochi settimane. Anche se la sua carriera non è stata costellata da infiniti successi, il russo è arrivato negli anni ad altri traguardi prestigiosi: oltre ad aiutare la sua nazione a vincere la Coppa Davis nel 2002 e nel 2006, rispettivamente contro Francia e Argentina, Safin ha vissuto altri momenti sportivi importanti. A tal proposito un episodio chiave per capire la sua mentalità e l’atteggiamento pieno di joye de vivre, è la finale degli Australian Open 2002. Leggenda vuole (ma le immagini di quei giorni non danno adito a molte diverse interpretazioni) che la notte precedente alla partita decisiva, egli si sia intrattenuto con tre bellezze mozzafiato – le safinette – prima in discoteca, e poi… altrove. Fatto sta che in campo contro lo svedese Thomas Johansson – un buon giocatore, ma che poi non ha più toccato certe vette – Safin, pur nel pieno dei suoi ventidue anni, non riuscì a riprendersi dalle eroiche fatiche della notte precedente, trascinandosi sul campo e cedendo in quattro set. Un ricordo più vivido risale agli Australian Open del 2005. Quattro anni fa ero già un tifoso sfegatato di Federer. Lo svizzero doveva incontrare Marat in semifinale. L’incontro è ricordato a ragione dagli addetti ai lavori come un concentrato di epicità. Safin vinse quello scontro tra titani 9-7 al quinto set, dopo quattro ore e mezza di

gioco. Prima di quel torneo, che alla fine vinse, Safin si era perso tra infortuni, sfuriate in campo e partite perse senza valide ragioni, dilapidando apparentemente senza motivo il suo enorme talento. Per lui fu prospettata una carriera finalmente colma di successi e piena di riscatti: ma non è andata così. Da quel giorno Marat ha iniziato pian piano la sua definitiva parabola discendente. É come se quel giorno Safin ci avesse voluto mostrare quello di cui era capace. Ai miei occhi Marat Safin sarà sempre il tennista dei momenti. Nella sua carriera, come all’interno delle singole partite, ci sono stati momenti in cui il bagliore di un colpo risplendeva, oscurando quanto di brutto e amaro c’era stato fino a quel punto. E’ per questo che, anche se non sono mai riuscito ad amarlo, mi mancherà. Alla fine però, anche se lo sport gli ha donato tutte le opportunità del mondo, e ha dato a lui e alla sua famiglia tutte le comodità e gli agi che altrimenti non avrebbero mai potuto avere, Marat ha deciso che vuole fare anche qualcos’altro. Gli allenamenti, le partite, girare per tutto il mondo senza mai fermarsi. Tutte queste cose sono un sacrificio che sopporti volentieri se c’è la tua volontà. Ma se la tua mente, e questo è proprio il caso di Marat, pensa ormai da tempo di andare avanti, di crearsi una nuova vita ripartendo da zero, senza lasciare indietro alcun rimpianto, allora non c’è allenamento che tenga. Puoi solo chiudere la tua carriera con dignità, lottando nell’ultima partita (persa con l’argentino Del Potro) e tra gli applausi e l’ammirazione del pubblico che ti ha sempre amato. Auguro a questo ragazzo ogni bene, sapendo che anche quando vinceva era solito dire che il tennis non rappresentava tutto (“è un buon 10 % della mia esistenza”), ma che c’erano anche altre cose nella vita. É per questo che è stato coerente nel dire che vuole essere “un ragazzo che riuscirà anche a fare qualcos’altro rispetto al tennis, e a farlo bene”. Buona fortuna Marat! Alessandro Tutino

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UN MINUTO E MEZZO É TROPPO POCO PER VISITARE SINGAPORE È stato un bel fine settimana in quel di Singapore. Uno degli ultimi prima che i monsoni e le piogge tropicali in arrivo la trasformino in un una grigia metropoli. Era ormai un po’ di tempo che in giro si sentiva un’aria diversa, si capiva che qualcosa si muoveva in questa città abituata a ripetere ogni giorno la solita routine in maniera impeccabile. E, in effetti, così era: del Gran Premio di Formula 1 si poteva leggere dappertutto, ne si sentiva parlare in metropolitana, sull’autobus, in mensa, al pub. Nella zona della nostra università ospitante i preparativi erano frenetici. Centinaia di operai al lavoro, giorno e notte fino a poche ore prima dell’inizio, per sistemare con precisione millimetrica il mastodontico sistema d’illuminazione (progettato peraltro da una ditta italiana), barriere, transenne, misure di sicurezze e vie d’uscita al fine di far diventare quelle strade, di solito solcate da utilitarie e monovolume, terreno di sfida per macchine che sfrecciano a 300 km/h. Della gara ormai si sa tutto: Hamilton in McLaren che parte in pole position, domina e vince senza eccessivo sforzo; le Brawn che, pur non eccellendo, mantengono il primato in entrambe le classifiche, costruttori e piloti; le Ferrari che deludono molto chi sperava nelle potenzialità di Fisichella e Raikkonen. Una bella nota, infine, è data dal podio di Alonso dedicato a Flavio Briatore, direttore sportivo della Renault radiato a vita dal circus per un incidente pianificato a tavolino proprio a Singapore un anno fa. Ma non è questo che voglio raccontarvi. Quello di cui voglio scrivere è tutto quello che al Gran Premio è stato di “contorno”. Grazie alla disponibilità e gentilezza del nostro Direttore Generale e della sua segretaria dott.ssa Carla Massotti, ho avuto la possibilità di sperimentare in prima persona la vita da paddock, il dietro le quinte che, spesso e volentieri, è ugualmente se non più interessante dello spettacolo vero e proprio. L’F1 Rocks, ad esempio, è stato un festival musicale di tutto rispetto, con artisti di rango provenienti da tutto

il mondo: Travis, Black Eyed Peas, Beyoncè, Back Street Boys, tanto per fare alcuni nomi. E ancora: No Doubt, N.E.R.D., Carl Cox. Tutti arrivati a Singapore per far diventare le notti del week-end motoristico caldissime. E a dirla tutta ci sono riusciti: appena finito con la Formula 1 una folla di 100.000 e più persone si riversava nelle discoteche e negli enormi parchi adibiti a zone concerto, bevendo Tiger beer, ascoltando buona musica e, soprattutto, facendo tanto baccano a dispetto della severità e intransigenza che di norma regna in quel di Singapore. Il paddock, poi. Ebbene sì, con quel pass, di un bel verde sbrilluccicoso, ho potuto provare la vita da paddock, piena di emozioni e divertimento. Lo champagne scorreva a fiumi, le modelle si sprecavano (a due passi da noi c’erano le Pussycat Dolls al completo!), l’odore di gomma bruciata impregnava le camicie, e i timpani, seppur protetti a dovere con i tappi forniti dall’organizzazione, soffrivano per i motori lanciati a massimo regime. Al mio fianco camminavano indaffarati miti delle corse come Damon Hill e Villeneuve, ora corrispondenti per delle televisioni, direttori sportivi del calibro di Stefano Domenicali e Ross Brawn, sempre seguiti da uno stuolo di assistenti e giornalisti a caccia di dichiarazioni. Ma la scena era tutta dei piloti: centinaia di flash, telecamere e un caos degno di un capo di stato appena ne passava uno. Erano tutti lì, concentratissimi come sempre: Alonso, Hamilton, Raikkonen, Barrichello & Co., tutti che cercavano il meglio dalle loro macchine. E, ciliegina sulla torta, ho anche avuto la possibilità di fare una buona cena con pasta e pesce all’hospitality Ferrari. Certo, a voi sembrerà roba da poco ma – vi assicuro – non lo è affatto dopo due mesi trascorsi mangiando (beh, nutrendosi forse calza meglio…) chicken rice e seafood noodles. da Singapore, Costantino Lamberti

Cara, vecchia Formula Uno I colori della bandiera non cambiano; il numero sulla monoposto è sempre il 22. Per due anni di fila un inglese con il penultimo numero disponibile sul muso della vettura è Campione del Mondo. Quest'anno la gloria è tutta per Jenson Button, che inaspettatamente è riuscito ad imporsi in questo Campionato al volante della Brawn GP. Un Campionato che possiamo definire l'opposto di quello del 2008 per i risultati: l'iridato Hamilton arranca all'inizio della stagione per riproporsi nella seconda parte, cercando il miglior piazzamento in una fase in cui la rimonta era quasi impossibile; una Ferrari sofferente che a metà campionato si arrende e si dedica già al 2010; persino la BMW, che nel 2008 aveva dato spettacolo, quest'anno fa parlare di sé ben poco. Tanto di cappello invece al fenomeno Vettel, il tedesco ventiduenne che ha dimostrato determinazione fino all'ultimo metro dell'ultimo giro dell'ultimo gran premio. Idem per Barrichello, che nonostante l'età ha dimostrato che l'esperienza paga in ogni situazione. Abbiamo assistito nel 2009 ad un Campionato spaccato in due metà totalmente differenti: se volessimo considerarle come due Campionati distinti e separati, avremmo Button vincitore nel primo e Hamilton, con 40 punti (su 49 totali) guadagnati da Luglio in poi, nel secondo. Tuttavia, dobbiamo considerare le 17 gare nella loro totalità e Button ha saputo ben costruire nelle prime 7 quel vantaggio che lo ha portato alla vittoria. Una vittoria resa possibile da Ross Brawn, direttore tecnico della Ferrari fino al 2006, che ha rilevato la Honda per una sterlina. L'ex team manager della scuderia Giapponese ha saputo trasformare l'ormai decadente Bar in una vettura efficiente e veloce che si è fatta beffa delle polemiche e ha dato scacco matto ai Colossal Team della F1. Ciò che ci si chiede ora è: riuscirà la Brawn a sostenere questo suo primato o quanto meno a restare competitiva nel 2010?. Per il resto, prepariamoci a dire addio nel 2010 alle alte velocità. Addio alle più disparate strategie con i rifornimenti. Il nuovo regolamento infatti prevede l'annulla-

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mento di questi ultimi: si partirà con il carburante necessario per compiere l'intera gara. Nuove abitudini quindi per i piloti, nuovi espedienti da trovare per permettere alle monoposto di non essere gravate dall'eccessivo peso. Un problema questo che non interesserà però la Renault, squalificata per 2 anni, né tanto meno Flavio Billionaire, radiato a vita dalla Formula 1 per aver architettato l'incidente di Nelsinho Piquet a Singapore nel 2008, al fine di permettere ad Alonso di aggiudicarsi il Gran Premio. Pazienza Tribüla, almeno ora potrai dedicarti a tempo pieno alla gestione dei locali in Costa Smeralda e allo yacht! Salutiamo anche Toyota e BMW che si ritirano dal circus: dopo uno spettacolare 2008, la BMW, che vantava piloti capaci e determinati (Kubica e Heidefield) ha superato a fatica il 2009; la Toyota, dal canto suo, ci ha regalato l'emozione di Trulli in prima fila. Ma perché si giunge a questo? Perché secolari scuderie arrivano a dire basta? La realtà è che la Formula 1 sta lentamente morendo sotto il peso delle complicazioni dei regolamenti e delle idee bizzarre per tenere il pubblico attaccato alla tv. Ma invece di scervellarsi su radicali cambiamenti che creano solo problemi o spendere miliardi per l'illuminazione di 5 km di pista per le gare in notturna, perché non si eliminano – o quanto meno riducono – quei noiosissimi circuiti cittadini che costringono ad assistere a 60 giri di processione perché non c'è un misero buco per sorpassare? Che senso ha ora eliminare i rifornimenti? Negli ultimi anni si è parlato di zavorre, nuovi alettoni, restrizioni ai test, elettronica standard, diffusori a norma e non, Kers... Prima senza tutte queste regole la Formula 1 viveva di adrenalina pura! E adesso? Adesso è tutto un calcolo, tra poco i piloti serviranno solo a premere l'acceleratore! Oramai la Formula Uno è diventato un interpretare i regolamenti in continuo mutamento! Ma ridateci le lotte, i sorpassi, i respiri trattenuti fino all'ultimo giro, le emozioni. Ridateci la nostra cara, vecchia Formula 1! Francesca Greco


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