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EPISTEME Physis e Sophia nel III millennio An International Journal of Science, History and Philosophy

N. 1 - 21 giugno 2000


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EPISTEME Physis e Sophia nel III millennio An International Journal of Science, History and Philosophy N. 1 - 21 giugno 2000 Presentazione del volume, 6 1 - Rocco Vittorio Macrì: Relativismo e pensiero debole: la perdita del fondamento, 9 2 - Bruno d’Ausser Berrau: Janua Inferni - Breve indagine su qualche aspetto relativo agli inizi della modernità, 75 3 - Nieves H. De Madariaga Mathews: Francis Bacon, Slave-Driver or Servant of Nature?, 91 4 - Emilio Spedicato: Numerics and Geography of Gilgamesh Travels, 106 5 - Roberto Germano: Moderne storie d’inquisizione e d’alchimia - Lo sconcertante caso della “fusione fredda” (con una Prefazione di Giuliano Preparata), 158 6 - Umberto Bartocci: Della natura “ambigua” della luce - Sutra di storia del pensiero scientifico, 183 7 - Paul Marmet & Christine Couture: Relativistic Deflection of Light Near the Sun Using Radio Signals and Visible Light, 195 8 - Piergiorgio Odifreddi: John Von Neumann, l’apprendista stregone, 224 Reprints: Leonhard Euler: De Causa Gravitatis (presentazione di Alessandro Moretti), 237 Emanuela Kretzulesco: E’ Leon Battista Alberti il misterioso autore della Hypnerotomachia Poliphili?, 248 Recensioni: Fabio Cardone e Roberto Mignani, L’alba del “nucleare” - Enrico Fermi e i secchi della Sora Cesarina, 263 Presentazione del prossimo numero, 265


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INFORMAZIONI EDITORIALI -----

Articoli e altro materiale possono essere presentati per la pubblicazione su Episteme da parte di qualsiasi persona interessata. La spedizione può essere effettuata vuoi a mezzo Internet, presso l’indirizzo: bartocci@dipmat.unipg.it (si prega di spedire eventuali attachments in formato txt, o doc, o tex, e figure, tabelle in formato jpg), vuoi per posta ordinaria, presso: Episteme, Dipartimento di Matematica, Università, 06100 Perugia - Italy. Episteme è pensata come una rivista plurilingue, pertanto i lavori potranno essere redatti in qualsiasi (quasi!) lingua. L’accettazione degli articoli è decisa dagli organizzatori, che ne informeranno in modo tempestivo i proponenti, riservandosi eventualmente di acquisire pareri da parte di esperti di nota fama internazionale (queste opinioni saranno nel caso rese note agli interessati), e di chiedere agli autori chiarimenti o modifiche. Il materiale ricevuto anche se non pubblicato non si restituisce. ----“Episteme” è un progetto culturale che non ha fini di lucro, e non è finanziato da alcun ente, pubblico o privato. Gli organizzatori se ne ripartiscono le spese secondo le personali momentanee disponibilità. Sovvenzioni per tenere in vita l’iniziativa sono ovviamente ben gradite, e possono essere inviate via vaglia postale o assegno (intestati ad Episteme) al sopracitato indirizzo. Oltre alla diffusione on-line, si conta di produrre anche un certo numero di copie cartacee della rivista, tra l’altro per distribuirle, a cura e spese degli organizzatori, presso Biblioteche, Istituzioni, etc.. Tali copie potranno essere ottenute da singoli rivolgendone specifica domanda all’indirizzo già menzionato, al prezzo di L. 20.000 cadauna. Questo va inteso quale rimborso spese di stampa, rilegatura e spedizione postale, e come contributo generale per la gestione e il mantenimento in vita del progetto. Si ringraziano pertanto in anticipo coloro che vorranno


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prenotare la versione stampata della rivista (si prega di NON inviare denaro per il momento, in attesa di verificare quante sono le richieste!). Il file formato doc relativo ad ogni fascicolo può essere ricevuto gratuitamente, richiedendolo presso l’indirizzo e-mail dianzi specificato, e verrà inviato al più presto in attachment.

I vortici di Cartesio, elaborazione di Rocco Vittorio Macrì


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PRESENTAZIONE DEL VOLUME Questo primo numero si apre con il filosofo Rocco Vittorio Macrì, che si occupa dell’attuale crisi, epistemologica oltre che morale, della nostra civiltà. La sua indagine, centrata su analoghe riflessioni del grande pensatore francese Jacques Maritain, lo porta a stabilire connessioni con il relativismo e le sue origini “scientifiche”. Bruno d’Ausser Berrau inizia, con “Janua Inferni”, una discussione sulla nascita della modernità, che pure altri lavori, sia in questo numero della rivista, che nei successivi, faranno oggetto di attenzione. Nel saggio si affronta la questione dell’influenza del pensiero di Averroè, secondo l’interpretazione che ne filtrò in Occidente attraverso la comunità ebraica. L’autore evidenzia come, “all’origine della rottura della regolarità dottrinale”, ci sia stato “l’insorgere d’una incomprensione”. Nieves H. De Madariaga Mathews, figlia del celebre storico e uomo politico spagnolo, si fa portavoce di un’appassionata difesa di Francis Bacon, da alcuni considerato uno dei maggiori responsabili della “rottura” di cui si diceva poc’anzi. Di questo personaggio, di indubbia grande rilevanza storica, torneremo ad occuparci nel prossimo numero di Episteme. Emilio Spedicato ci riconduce, grazie a una documentatissima e “avventurosa” ricostruzione, ai tempi della “mitica” epopea di Gilgamesh, proponendone un’interpretazione del tutto originale che non mancherà di suscitare vivaci discussioni, e capace di notevoli conseguenze in ordine alla comprensione della storia del nostro non poi così remoto passato. In effetti, Episteme dedicherà generalmente molto spazio anche ai tentativi di stabilire qualche “verità” nel campo della cosiddetta proto-storia. Con Roberto Germano passiamo a una questione di grande attualità, e che ancora maggiore rischia di averne in futuro. Il caso “fusione fredda” è uno dei più sconcertanti degli ultimi anni, ed è indubitabile conferma di quanto la comunità scientifica internazionale, sospinta da enormi interessi economici e “naturali” inerzie dogmatiche, si sia allontanata dai canoni di correttezza etica e metodologica, come sottolineato anche nella Prefazione di Giuliano Preparata a un recente libro del medesimo autore sullo stesso argomento. Episteme ha l’onore di presentarla ai suoi lettori in prima assoluta, in attesa dell’imminente uscita del volume.


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Umberto Bartocci propone un’estrema sintesi di storia del pensiero scientifico, esaminando uno degli argomenti fondamentali della “filosofia naturale”, ovvero il problema della natura della luce. Si mostra come questo sia collegato alle due opzioni fondamentali (vere e proprie antinomie della ragione pura) sulle possibili concezioni dello spazio fisico: vuoto, o pieno. Paul Marmet (con Christine Couture) avanza una critica serrata di una delle prove sperimentali più reclamizzate in favore delle teorie relativistiche, la deflessione dei raggi luminosi in un campo gravitazionale, a ulteriore conferma di quanto sia rischioso per l’uomo contemporaneo fondare le sue riflessioni filosofiche su concezioni scientifiche ancora assai incerte. Piergiorgio Odifreddi compone un’affascinante originale biografia del grande matematico e fisico John Von Neumann, uno dei personaggi di maggiore spicco nella storia della scienza del XX secolo, del quale non vengono ignorati gli aspetti “oscuri”, che l’apologetica scientifica oggi in voga tende viceversa a tenere occultati. ***** Nella rubrica fissa Reprints, Episteme intende proporre regolarmente ai suoi lettori la riscoperta di opere significative ma pressoché introvabili. Si comincia in questo numero con un ignorato articolo di uno dei più importanti matematici del Settecento, Leonhard Euler, rimasto nell’ombra forse proprio perché così lontano dalla linea vincente decisa dallo “spirito dei tempi”. Completa la rubrica Emanuela Kretzulesco, che si occupa in uno studio magistrale di alcuni aspetti poco noti di un periodo fondamentale per la comprensione delle più autentiche radici ideologiche della scienza moderna. ***** Episteme presenta infine, nella sua seconda rubrica fissa Recensioni, un lavoro appena edito dei fisici Fabio Cardone e Roberto Mignani, i quali analizzano un curioso episodio “minore” alle origini del nucleare, un altro dei momenti cruciali della nostra recente storia, non soltanto della scienza, ma anche di tutta la società nel suo complesso, per le sue ovvie inevitabili ricadute. (UB) Ringraziamenti - Episteme è profondamente grata a Roberto Lanfaloni e Francesca Salvati per la loro decisiva e disinteressata collaborazione nella fase di preparazione della copia stampata di questo fascicolo.


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Jacques Maritain


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RELATIVISMO E PENSIERO DEBOLE: LA PERDITA DEL FONDAMENTO (Rocco Vittorio Macrì) «La Verità con la V maiuscola che mai vuol dire? Quid est Veritas, dobbiamo riconoscere che quel procuratore vedeva giusto e che era anzi all’avanguardia. Bisogna mettere solo minuscole ovunque. “Tutto è relativo, ecco il solo principio assoluto”, diceva già il nostro Padre Auguste Comte. Poiché l’abbiamo fatta finita con il positivismo classico, è vero, ma il fatto è che noi viviamo nel mondo di Auguste Comte: la Scienza (lato della ragione) completata dal mito (lato del sentimento).» Jacques Maritain, Il contadino della Garonna

Ci troviamo al culmine della diffusione di un fenomeno che appare ormai irrefrenabile: ogni campo del sapere sembra intaccato e affetto da un’epidemia che lascia poche speranze per il nuovo millennio. Si tratta del relativismo, struttura portante del cosiddetto “pensiero debole”, che la “modernità” ha inflitto alla nostra civiltà diffondendolo a dimensione planetaria sotto morfologie solo apparentemente cangianti, come indifferentismo, nichilismo, mobilismo, pirronismo, soggettivismo, individualismo, ecc., in campo ontologico, gnoseologico, culturale, etico, terminologico, ... E l’indebolimento del logos, nella nostra epoca, sta portando i suoi frutti: si assiste - e spettatori passivi e inermi ci sentiamo tutti - ad un consequenziale e inesorabile indebolimento del piano valoriale e semantico, fonte di una metafisica distorta che - per dirla con le parole di Giovanni Paolo II - consuma il mondo dei valori come «semplici prodotti dell’emotività e la nozione di essere è accantonata per fare spazio alla pura e semplice fattualità»1. Effettivamente, siamo figli del pensiero debole, sfondo e respiro di un mondo frantumato, senza più unità semantica. «La filosofia moderna - scrive Giovanni Paolo II nella sua lettera enciclica Fides et ratio - , dimenticando di orientare la sua indagine sull’essere, ha concentrato la propria ricerca sulla conoscenza umana. Invece di far leva sulla capacità che l’uomo ha di conoscere la verità, ha preferito sottolinearne i limiti e i condizionamenti. Ne sono derivate varie forme di agnosticismo e di relativismo, che hanno portato la ricerca filosofica a smarrirsi nelle sabbie mobili di un generale scetticismo. Di recente, poi, hanno assunto rilievo diverse dottrine che tendono a svalutare perfino quelle verità che l’uomo era certo di aver raggiunto. La legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto a un indifferenziato pluralismo, fondato sull’assunto che tutte le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi della sfiducia nella verità che è


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dato verificare nel contesto contemporaneo»2. Parole che riecheggiano - con infinite armoniche - il pensiero di quello che potremmo definire “il difensore della verità e paladino dell’assoluto del XX secolo”: Jacques Maritain, al quale il presente lavoro si ispira. Egli, come Wojtyla, definisce «l’uomo come colui che cerca la verità» 3. Nonostante «il modernismo sfrenato d’oggi»4, «l’annuncio nietzschiano che “Dio è morto”» 5, Maritain ha la forza di gridare: «La ragione è fatta per la verità, per conoscere l’essere»!6 «Non c’è niente al di sopra della verità»! 7 E tanto più si indebolisce la verità, la «nostalgia dell’assoluto» 8, tanto più si avanza nello spirito di terrestrità, in quella «specie di inginocchiamento davanti al mondo che si manifesta in mille modi»9. Nelle pagine che seguono si tenterà di dare un volto e un percorso al relativismo sottostante le espressioni di una modernità che, affetta da una «cronolatria epistemologica», - per usare le parole di Maritain - porta alla «logofobia», al prassismo e all’efficientismo contemporanei, alla perdita del fondamento. Ed è lo stesso spirito maritainiano - nelle parole del Papa - che, se ci mette in guardia da un lato dalle insidie di un’epoca nella quale «ci si accontenta di verità parziali e provvisorie»10, forzatamente «costretti a costatare la frammentarietà di proposte che elevano l’effimero al rango di valore» 11, dall’altro ci esorta a «non perdere la passione per la verità ultima e l’ansia per la ricerca, unite all’audacia di scoprire nuovi percorsi. È la fede che provoca la ragione a uscire da ogni isolamento e a rischiare volentieri per tutto ciò che è bello, buono e vero. La fede si fa così avvocato convinto e convincente della ragione» 12. 1. La più antica reazione al relativismo 1.1 Il relativismo ha radici millenarie, che arrivano a toccare l’humus speculativo della Sofistica del V secolo a.C., quella sorta di “Illuminismo greco”, che aveva come sua insegna l’uso libero e spregiudicato della ragione in tutti i campi. Il primo e più importante Sofista, esponente di un relativismo conoscitivo e morale, fu Protagora, famoso per il suo principio: «L’uomo è misura di tutte le cose» 13. Commenta Platone, riferendosi ad esso, nel suo Teeteto: «Quali le singole cose appaiono a me, tali sono per me e quali appaiono a te, tali sono per te: giacché uomo sei tu e uomo sono io»14. Tramite la frantumazione della realtà in una miriade di interpretazioni soggettive, il relativismo protagoreo minava alla base il concetto stesso di “verità” e di “ricerca”. Il relativismo dei valori era poi il nucleo fondamentale di tale dottrina. Infatti il riconoscimento della disparità dei valori che presiedono alle diverse civiltà umane portava inesorabilmente a quello che oggi viene chiamato relativismo culturale: «se qualcuno ordinasse a tutti gli uomini di radunare in un sol luogo tutte le leggi che si credono brutte e di scegliere poi quelle che ciascuno crede belle, neppure una ne resterebbe, ma tutti si ripartirebbero tutto»15. Tutto ciò conduceva ad “un’equivalenza di principio”


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delle opinioni; con le parole di Protagora, al «tutto è vero». Tuttavia egli, nel vuoto di verità “forti”, ammetteva un “principio debole” come criterio di scelta e di legittimazione: quello dell’utilità. Se Protagora può essere visto come il precursore dell’“ontologia debole”, un suo contemporaneo - Gorgia di Lentini - potrebbe essere collocato come precursore del nichilismo filosofico più radicale. Le sue tre tesi, infatti, portano ad un agnosticismo impenetrabile: «[1] - Nulla c’è; [2] - Se anche qualcosa c’è, non è conoscibile dall’uomo; [3] - Se anche è conoscibile, è incomunicabile agli altri». Con Gorgia troviamo la prima, esasperata messa in discussione occidentale della metafisica. Scollegati dalla “verità”, il pensiero e il linguaggio perdono ogni valore. Se per Protagora abbiamo ancora un debole criterio di verità, il giovevole all’uomo, l’utile, in Gorgia quel «tutto è vero» si rovescia in «tutto è falso», uno scetticismo metafisico senza finestre. Un secolo e mezzo dopo, in piena età ellenistica, Pirrone di Elide, considerato il fondatore della scuola scettica, avrebbe fatto suo un simile scetticismo. Secondo Pirrone, al di fuori delle credenze e convenzioni umane, sempre mutevoli, risulta per principio impossibile alcuna valutazione o giudizio che resista al relativismo gnoseologico. Dunque, l’unico atteggiamento legittimo, come diranno più tardi altri esponenti dello Scetticismo, rimane l’epoché, la sospensione cioè di ogni giudizio. Ciò porta, secondo Pirrone, all’imperturbabile serenità della mente: l’atarassia. Aggiungerà il suo allievo Timone di Fliunte che atteggiamento veramente degno dello scettico è quello di non pronunciarsi su niente (afasia). L’Accademia scettica di Arcesilao e la nuova Accademia di Carneade seguiranno la stessa strada, cercando di “umanizzarla” tramite la legittimazione all’uso del buon senso (eulogia) e della verosimiglianza. Gli Scettici posteriori però, a partire da Enesidemo, sosterranno un ritorno al pirronismo. Possiamo riassumere i caratteri del primo relativismo universale della storia occidentale con le parole di Maritain: «L’apparizione della sofistica nel V secolo a.C., nel periodo di crisi filosofica e di scetticismo seguito allo sforzo dei grandi “fisici” presocratici, e il predominio da essa allora conseguito sull’educazione generale, segnavano l’avvento di un razionalismo libero e ardito, ma che faceva della ragione un uso soprattutto negativo e la cui prospettiva rimaneva ingenuamente empiristica. Chi se ne meraviglierebbe? Quando la ragione non è ricondotta alle proprie profondità dall’intuizione dell’essere o dall’esperienza del mondo interiore, essa si trastulla nei sensi e tra i fantasmi, senza nemmeno rendersi conto che ne è prigioniera»16. 1.2 La reazione al caos verbale e concettuale degli eristi, alla mancanza di un punto d’appoggio fermo e incrollabile propagandata dai Sofisti, al relativismo linguistico, conoscitivo e morale - “frammentatorio” dell’ordine, del kósmos, in una molteplicità dissonante di opinioni - accomuna gli sforzi di Socrate, Platone e Aristotele. La situazione a quell’epoca doveva essere in qualche modo vicina al pensiero debole del nostro tempo, al “vuoto ontologico” che Maritain si impegnò


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a combattere con tutte le forze. «Nulla mantiene l’ordine delle cose se non la verità. L’opera di spogliazione critica intrapresa dai Sofisti era fatta in nome di un relativismo universale. Ma il relativismo, con il suo apparato negativo e distruttore è, a dire il vero, assai prossimo a convertirsi in servile sottomissione a regole in cui lo spirito non crede»17. «Da una concezione della vita dominata da un relativismo generale e da una universale messa in dubbio di ciò che può riferire la condotta umana a fini e valori superiori al vantaggio dell’individuo» 18, Socrate, per primo, prende le distanze e individua le contromisure. I Sofisti avevano raggiunto l’apice di un modo di ragionare ingannevole, capzioso, avente l’effetto di indurre in errore attraverso l’inevitabile polisemia del linguaggio ordinario. «Molti di loro erano uomini di intelligenza superiore, ma inebriati delle apparenze e delle verosimiglianze nelle quali si spiega la ragione quando discute delle nozioni comuni e non è ancora addestrata alle discipline della concettualizzazione scientifica» 19. Se Protagora proclama che «L’uomo è misura di tutte le cose» e che «tutto è vero», Socrate risponde che «se tutto è vero niente è vero» 20, e Maritain acutamente osserva che “l’ignoranza di Socrate”, quell’«io so di non sapere» rinvia ad una verità, ad una scienza: «L’ignoranza socratica è una finzione da cui non bisogna lasciarsi prendere»: «con il suo attaccamento all’assolutezza della verità, Socrate difendeva la tradizione in un modo ben più profondamente rivoluzionario di quello con cui l’attaccavano i Sofisti. Emergeva così chiaramente la nozione di una conoscenza autenticamente intellettuale stabilita a livello dei propri lumi e delle esigenze proprie dell’intelletto - in una parola la nozione di scienza. Per questo Socrate tiene tanto a renderci coscienti della nostra ignoranza. Quest’ignoranza, almeno, io la conosco. Ma, se non avessi l’idea di scienza, potrei forse avere quella della mia ignoranza?» 21. Da Socrate, che ha manifestato il bisogno di andare oltre il pragmatismo protagoreo, parte lo sforzo intellettuale di Platone per cogliere un sapere assoluto, capace di battere in breccia il relativismo dilagante, responsabile del caos morale e civile. L’opposizione a tale relativismo costituisce il cuore della sua dottrina delle idee, nucleo fondante della filosofia platonica: «La dottrina delle idee nasce e acquista il suo significato nella polemica contro il relativismo sofistico e contro il mobilismo eracliteo»22. Sottolinea con maggior precisione Giovanni Reale: «Platone era andato via via maturando e fissando la sua teoria delle Idee in opposizione a due forme di relativismo: a) quello sofistico-protagoreo, che riduceva ogni realtà e azione a qualcosa di puramente soggettivo e faceva del soggetto medesimo la “misura” o “criterio di verità” delle cose (si ricordi la proposizione protagorea “l’uomo è misura di tutte le cose”); e b) quello di origine eraclitea, che, proclamando il perenne flusso e la radicale mobilità di tutto, giungeva di fatto e di diritto a disperdere ogni cosa in una molteplicità irriducibile di stati, e quindi giungeva a renderla inafferrabile, inconoscibile e inintelligibile»23. Il relativismo sofistico e il mobilismo eracliteo si dovevano arrestare, dunque, di


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fronte alle Idee dell’Iperuranio platonico «che sono in sé e per sé, sono l’essere puro, si trovano sempre e costantemente nella medesima condizione e non subiscono mai alcuna sorta di mutazione»24. «La natura delle cose non è relativa al soggetto, non è manipolabile a nostro capriccio. L’essenza o natura o Idea delle cose è stabile, è assoluta. Se così non fosse, non avrebbe senso alcun nostro giudizio né alcuna nostra valutazione, di alcun genere. Platone è qui soprattutto preoccupato dei giudizi e delle valutazioni morali [...] La dottrina delle Idee, pertanto, segna il superamento del soggettivismo: la “misura” delle cose non è l’uomo, il soggetto conoscente, bensì la “natura”, l’“essenza”, l’“Idea” o “Forma” delle cose stesse»25. In particolare, come lo stesso Maritain sottolinea, l’antirelativismo platonico scolpisce un concetto di “valore” la cui assolutezza, verticalità e dignità assesteranno un percorso che sarà battuto fino in fondo dallo stoicismo: «L’etica di Platone enuclea e sottolinea, mette in rilievo la nozione di valore con una forza eccezionale, e la fa passare al primo posto, particolarmente per quanto riguarda il modo con cui viene misurata o determinata la moralità degli atti umani»26. L’“ago magnetico” che Platone utilizzò e dal quale si fece guidare doveva essere sensibile al “mondo perfetto della matematica”: «Nella formulazione della dottrina delle Idee giocò un ruolo determinante l’influsso delle scienze matematiche. Fu la riflessione matematica che aiutò Platone, in misura considerevole, a scoprire la fondamentale distinzione fra sensibile e intelligibile e la sua portata»27. Quello del suo discepolo Aristotele sarebbe stato più sensibile alla logica (oltre alle «invarianti intelligibili» - per usare le parole di Maritain che sono a fondamento della “filosofia della natura” 28), a quei princìpi primi irremovibili e supremi, come quello di non-contraddizione. Aristotele ritiene che quest’ultimo non sia dimostrabile ma che possa venir polemicamente difeso contro i suoi negatori - fra i quali include proprio i Sofisti e gli Eraclitei mostrando che, se questi ultimi dovessero confutare la validità del suddetto principio, dovrebbero avvalersi a tal scopo proprio dello stesso, riaffermandolo: «Il celebre “procedimento elenchico” consiste, dunque, nella mostrazione della contraddittorietà in cui cade chi nega il principio stesso. Infatti, chi nega il principio di non-contraddizione si contraddice, perché proprio nel momento in cui lo nega, ne fa uso. Dal punto di vista del “metodo” metafisico è questa, probabilmente, la più cospicua scoperta aristotelica (peraltro largamente preparata dagli Eleati e da Platone): le supreme verità irrinunciabili sono quelle che, nel momento stesso in cui uno le nega, è costretto a farne surrettizio uso, proprio per negarle, e, dunque, le riafferma negandole. È questo l’“agguato” che tendono le verità metafisiche cui l’uomo non può sfuggire: esse si riaffermano con prepotenza, nel momento stesso in cui si cerca di calpestarle» 29. Per Aristotele, dunque, esiste “la verità”, nucleo distruttore per ogni forma di relativismo. Il libro II della sua Metafisica comincia proprio con «La filosofia è conoscenza della verità»... Come dire che il relativismo è tenebra, nonconoscenza.


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2. Il relativismo moderno 2.1 La rivoluzione copernicana segna una nuova era, un nuovo modo di vedere le cose, una nuova immagine del mondo. Un nuovo capitolo del relativismo, questa volta con i tratti di una presunta sapienza che scavalca i limiti dell’umano, molto meno ingenuo del primo e quindi molto meno vulnerabile, si innesta e prende forma rimodellandosi sulla struttura concettuale della neo-nata scienza moderna. La sostituzione della «millenaria concezione dell’universo elaborata da Aristotele, e scientificamente precisata alcuni secoli più tardi da Tolomeo» 30, avrebbe insidiato la conquista di quell’“Assoluto” di Platone e Aristotele, vanificando gli sforzi dei più grandi pensatori del mondo antico. In un articolo del 1916 e apparso in lingua tedesca nel ’17, Freud “scattava un’istantanea” di quell’immagine del mondo che si era creata con la nascita della scienza moderna, sottolineando le “umiliazioni” inferte da questa al narcisismo umano31: «Vorrei mostrare come al narcisismo universale, all’amor proprio dell’umanità, siano state fino ad ora inferte tre gravi umiliazioni da parte dell’indagine scientifica. a) Dapprima, all’inizio delle sue indagini, l’uomo riteneva che la sua sede, la terra, se ne stesse immobile al centro dell’universo, mentre il sole, la luna e i pianeti si muovevano attorno ad essa con traiettorie circolari. [...] La posizione centrale della terra era comunque una garanzia per il ruolo dominante che egli esercitava nell’universo, e gli appariva ben concordare con la sua propensione a sentirsi il signore del mondo. La distruzione di questa illusione narcisistica si collega per noi al nome e all’opera di Niccolò Copernico nel sedicesimo secolo. [...] Quando tuttavia essa fu universalmente riconosciuta, l’amor proprio umano subì la sua prima umiliazione, quella cosmologica. b) L’uomo, nel corso della sua evoluzione civile, si eresse a signore delle altre creature del mondo animale. Non contento di tale predominio, cominciò a porre un abisso fra il loro e il proprio essere. Disconobbe ad esse la ragione e si attribuì un’anima immortale, appellandosi a un’alta origine divina che gli consentiva di spezzare i suoi legami col mondo animale. [...] Sappiamo che le ricerche di Charles Darwin e dei suoi collaboratori e predecessori hanno posto fine, poco più di mezzo secolo fa, a questa presunzione dell’uomo. L’uomo nulla più è, e nulla di meglio, dell’animale; proviene egli stesso dalla serie animale ed è imparentato a qualche specie animale di più e a qualche altra di meno. Le sue successive acquisizioni non consentono di cancellare le testimonianze di una parità che è data tanto nella sua struttura corporea, quanto nella sua disposizione psichica. E questa è la seconda umiliazione inferta al narcisismo umano, quella biologica. c) La terza umiliazione, di natura psicologica, colpisce probabilmente nel punto più sensibile. L’uomo, anche se degradato al di fuori, si


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sente sovrano nella propria psiche. [...] Tu ti comporti come un sovrano assoluto che si accontenta delle informazioni del suo primo ministro senza scendere fra il popolo per ascoltarne la voce. Rientra in te, nel tuo profondo, se prima impari a conoscerti, capirai perché ti accade di doverti ammalare; e forse riuscirai a evitare di ammalarti. Così la psicoanalisi voleva istruire l’Io. Ma le due spiegazioni - che la vita pulsionale della sessualità non si può domare completamente in noi, e che i processi psichici sono per sé stessi inconsci e soltanto attraverso una percezione incompleta e inattendibile divengono accessibili all’Io e gli si sottomettono - equivalgono all’asserzione che l’Io non è padrone in casa propria. Esse costituiscono insieme la terza umiliazione inferta all’amor proprio umano, quella che chiamerei psicologica»32. Non è difficile individuare - puntando lo sguardo da una certa prospettiva - il percorso di queste “orme ancora fresche”, il filo d’Arianna che le collega, lo schema mascherato, il disegno sottostante, la filosofia “anti-tomista” che porta la firma del nuovo e implacabile relativismo, l’indebolimento generato dalla perdita del rapporto privilegiato con l’assoluto: «Il copernicanesimo significò prima di tutto il rifiuto di ogni organizzazione intrinseca dell’Universo. Il fatto che il centro del mondo fosse spostato dalla Terra al Sole fu un aspetto minore della rivoluzione. Ciò che contò è che non esistesse più un corpo privilegiato. Nel tempo di poche generazioni, l’Universo non avrebbe avuto più alcun centro e sarebbe diventata legge il “Principio Cosmologico”, secondo cui ogni punto dell’Universo vale l’altro. I corpi astrali furono affidati ad una “meccanica celeste” che sapesse solo di masse e di distanze, e rifiutasse il compito di dar conto di qualunque tipo di costellazione o di configurazione, e in genere di qualunque situazione iniziale. La conversione della biologia in teoria probabilistica meccanica fu realizzata dalla teoria darwiniana e soprattutto dalle sue riletture genetiche. Lo stesso L. Boltzmann (1844-1906) asserì che la “teoria cinetica dei gas” gli era stata ispirata dal darwinismo. I viventi di Darwin sono corpi senza “natura” e senza “tendenze”, vaganti nel vuoto a misurare sugli “urti” la loro forza e il loro diritto all’esistenza. Del darwinismo è stato detto (Freud) che esso ha spostato l’uomo dal centro della natura vivente, compiendo una sorta di rivoluzione copernicana» 33. In particolare, la nuova scienza, sembra operare un taglio netto con le cause finali e formali aristoteliche 34: lo «schema aristotelico della spiegazione fisica (cioè la sua statica del luogo naturale e la sua dinamica delle cause efficienti guidate dalle cause finali, in quanto nulla avviene in natura senza uno scopo o una spiegazione) [viene] criticato e modificato» 35. La ricerca delle “cause finali” verrà rimpiazzata da quella «delle cause materiali (corpuscoli, elementi chimici, cellule protoplasmatiche), delle cause efficienti (forze elastiche, attrazione


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gravitazionale, leggi della dinamica) e delle cause formali (funzioni matematiche di forza, di energia ecc.)»36. La scienza moderna - e qui con questo termine si intende la linea “morfo-epistemologica” caratteriale (e contingente) adottata dalla nascita fino ai nostri giorni 37 - è stata sempre caratterizzata da una weltanschauung materialista (o, se vogliamo, anti-spiritualista), non solo nel metodo seguito fin da Galileo, e cioè quello di confinare l’esistenza alle sole realtà oggettive (e conseguentemente negare le entità spirituali in quanto non osservabili), ma anche nella speranza di fondo: spiegare tutte le cose, uomo compreso, a partire dai mattoni primari che chiamiamo particelle elementari. Scrive Richard Dawkins nella prefazione al suo Orologiaio cieco: «Questo libro è stato scritto nella convinzione che la nostra esistenza fosse un tempo il massimo di tutti i misteri, ma che oggi non sia più tale perché l’enigma è stato risolto. Il merito di questa impresa va riconosciuto a Darwin e a Wallace» 38. Sottolinea giustamente Sermonti: «All’evoluzionismo anti-aristotelico accadde in pochi decenni ciò che ad Aristotele accadde nei secoli: di ricevere una accettazione così universale da identificarsi con la Scienza. Il testo darwiniano divenne l’“ipse dixit” che sostituì l’“ipse dixit” aristotelico. Aristotele aveva risposto a tutte le domanda e i neo-darwinisti (Dawkins) esclamarono: l’enigma è stato risolto. L’evoluzionismo ha lentamente assunto il carattere di dottrina ufficiale e ha iniziato una operazione tendente ad escludere come “non scientifico” tutto ciò che fosse in contrasto con la teoria» 39. Lo stesso pensiero filosofico, a questo punto, attinge da questa nuova immagine del mondo40. Esclama Maritain in Antimoderno: «Innalzando se stessa a giudice supremo della verità, la filosofia moderna non può che aborrire profondamente il soprannaturale e tutto ciò che porta il segno di una verità e di un’autorità superiori alla ragione»41. 2.2 «Col positivismo la scienza si proclamava unica forma di sapere scientifico, respingendo nel mondo del probabile e dell’immaginabile tutto quanto non potesse essere positivamente constatato» 42. In questo modo diventava manifesto ed evidente «il rapporto stretto di ateismo e modernizzazione» 43. Comte riassume in modo esemplare le caratteristiche del positivismo e, avendo il pregio di uscire allo scoperto senza più veli riguardo alla “nuova religione” dello scientismo 44, viene esaminato e analizzato sotto “la luce dei riflettori” di Maritain 45. La “vecchia” religione «appartiene al passato, che oggi non ha più nulla da dire e le sue funzioni vengono ora esercitate dalla scienza sociale e dai suoi sacerdoti... La scienza è una enorme spugna, che cancella dalla lavagna della storia tutte le immagini mitiche, perché l’umanità possa, per mezzo della tecnologia, scrivere le sue vittorie “magnifiche e progressive”»46. In Comte abbiamo un abbattimento in blocco di tutta la metafisica elaborata


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durante i secoli precedenti, e il volto pieno senza nascondimenti della nuova filosofia emergente dalla neo-nata scienza47. Si parlava precedentemente del principio di finalità; ecco come viene bruciato da Comte, nelle parole di Maritain: «Il principio di finalità: ogni agente agisce per un fine, è una verità conosciuta di per sé. No!, mi dice Auguste Comte. Il principio di finalità è un vestigio dello stato metafisico, bisogna sostituirgli il principio positivo delle condizioni di esistenza. L’uccello vola perché ha le ali, non ha le ali per volare; se non fosse realizzata la condizione di avere le ali, non ci sarebbe uccello che vola: tutta la spiegazione è questa»48. Qual è dunque, una volta tolto il velo, il vero volto della nuova immagine del mondo? Con le parole di Comte: «Tutto è relativo, ecco il solo principio assoluto»!49 Ecco la nuova metafisica della scienza. «Relativismo che concerne non solo l’espressione della verità, inevitabilmente condizionata dall’epoca e dall’ambiente, ma la verità stessa e i valori» 50. Comte si appresta ad usarla subito a tutto campo: «Non si tratta più di dissertare a perdita d’occhio per sapere quale sia il miglior governo; non vi è nulla di buono, non vi è nulla di cattivo assolutamente parlando; tutto è relativo, ecco la sola cosa assoluta» 51. Commenta Maritain: «Tutte le cose, e in primo luogo tutti i nostri valori, sono inghiottiti dal tempo, sottomessi al tempo e misurati dal tempo... Quanto più Comte avanzerà in età, tanto più insisterà sul carattere fondamentale del suo principio e più ne estenderà la portata. Esso si applica a tutti gli ordini. Lo spirito positivo ci domanda di “sostituire dappertutto il relativo all’assoluto”»52. Viene così tolta la maschera a quella metafisica nascosta tra l’intelaiatura di quella che Maritain definisce «la scienza dei fenomeni». Ci ritornano in mente gli antichi sofisti, il «tutto è vero» di Protagora e il vano affanno di Socrate, Platone e Aristotele. La “verità”, così tanto desiderata nel mondo antico e medievale, viene schiacciata dal relativismo, dalla nuova immagine del mondo: «È la verità d’oggi che sarà falsa domani. In breve, non bisogna dire che vi sono delle asserzioni puramente e semplicemente vere (assolutamente vere), e delle asserzioni vere sotto un certo rapporto (relativamente vere), e che le asserzioni esplicative della scienza dei fenomeni non sono vere che in rapporto all’insieme dei fatti conosciuti, bisogna dire che non vi è alcuna asserzione assolutamente vera. La verità come tale è relativa; la verità non è immutabile; la verità cambia»53. 3. Le nuove umiliazioni inferte dalla scienza 3.1 «All’inizio del XVI secolo si è prodotto il profondo rivolgimento del mondo moderno. Tutto quest’ordine intellettuale si è infranto. Il mondo moderno, e intendo con questa espressione il mondo che sta finendo il suo corso sotto i nostri occhi, non è stato il mondo dell’armonia della saggezza, ma quello del conflitto


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della saggezza e delle scienze e della vittoria della scienza sulla saggezza»54. Così Maritain denuncia - in Scienza e saggezza - la tragedia intellettuale che si è innescata con l’avvio della scienza moderna. E aggiunge: «Al di sotto del piano della metafisica, nel mondo del primo ordine di astrazione è scoppiato un dramma oscuro tra Conoscenza fisico-matematica e Conoscenza filosofica della natura sensibile, le cui conseguenze sono state capitali per la metafisica stessa e per il regime intellettuale dell’umanità» 55. In particolare: «Il tempo di August Comte… ha domandato la saggezza alla scienza. Ma questa illusione si è rapidamente dissipata. Nella struttura della scienza la matematica ha divorato tutto quanto poteva ancora restare della filosofia. La matematica e l’empiriologia hanno distrutto l’ontologia»56. Ora, tutto ciò, si traduce nel nostro tempo in una filosofia, in una immagine del mondo tanto disumana quanto moderna, con inevitabili riflessi in campo sociale, religioso e spirituale, come ben sintetizza Piero Viotto: «L’aver ridotto la fede alla ragione, come accade nel deismo moralistico di Kant, la grazia alla coscienza soggettiva, come si manifesta nel naturalismo psicologistico di Rousseau, e la Chiesa alla società umana, come si afferma nel socialismo utopistico di Comte, significa aver neutralizzato il Cristianesimo, lanciando nella storia semi di verità impazzite, perché non più alimentate dalla sorgente soprannaturale. Di qui l’equivoco di certi miti contemporanei, come egualitarismo illuministico e il messianesimo comunistico. […] Si è giunti così al predominio della scienza sulla saggezza, della tecnica sulla cultura, dell’azione sulla contemplazione, della quantità sulla qualità» 57. E in verità, questi «semi di verità impazzite» cominciano a portare il loro frutto. Le umiliazioni inferte dalla scienza al genere umano sono appena cominciate. Si parla già dell’umiliazione inferta all’uomo dall’Intelligenza Artificiale (IA): l’uomo sarebbe nulla di più che una macchina. Il pensiero, le emozioni, i sentimenti, le sensazioni, l’intelligenza: roba da computer! Ciò che per Aristotele era prerogativa esclusivamente umana, viene data in pasto a degli ingranaggi, ingoiata dai transistor: dalla materia neuronale - è ormai l’ultima sfida lanciata dalla scienza - si approda ai circuiti di silicio. Oramai la classe degli scienziati e dei pensatori si sente finalmente svincolata da quelle che loro stessi definiscono arcaiche e infantili weltanschauung spiritualiste; togliendo ogni residuo “platonico-cartesiano” di res cogitans si domandano candidamente insieme a Rucker: «Sarebbe giustificato asserire che questi robot altamente evoluti sono dotati di coscienza nello stesso senso in cui ne sono dotati gli esseri umani?» In fondo si tratterebbe di esseri pensanti evolutisi «da un substrato di metallo e di chips al silicio, come noi siamo esseri pensanti evoluti da un substrato di aminoacidi e altre sostanze a base di carbonio» 58. «Il segreto dell’intelligenza è che non ha segreti. Il mistero e la magia non abitano qui» 59, ci assicura Marvin Minsky, il padre dell’IA.


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Maritain aveva già previsto: «Ecco dunque che grazie al darwinismo i fenomeni della vita perderanno il loro aspetto irriducibile e misterioso, e si collocheranno nei quadri ordinari della causalità efficiente!» 60. Le entità spirituali appaiono agli occhi dello scienziato moderno come simboli romantici del passato, lasciati magari come “foto ricordo” della vecchia filosofia di S. Tommaso. Si chiede il famoso scienziato Paul Davies: «Tuttora non è ancora immaginabile una mente senza cervello. Se Dio è una mente, avrà dunque un cervello? Un cervello corporeo?»61. Fanno eco scienziati come Changeux e Connes: «Nessuno dirà, salvo certi credenti, che il Verbo esiste prima della Materia!» 62. Tale è il livello di materialismo nel quale stiamo per affondare. Giustamente osserva il biblista Sergio Quinzio: «Evoluzionismo e progressismo […] sono il basso luogo comune della modernità»63. Quanto risultano vere e attuali le parole di Maritain: «E si vedrà che i pensatori moderni preferiscono di buon grado a priori, e senza esitazione alcuna, dieci errori provenienti dall’uomo ad una verità proveniente da Dio»64. Ecco una sintesi del “credo” dell’uomo di scienza contemporaneo: «Un’idea centrale, ad esempio, è che il mondo non è statico ed eterno, ma si evolve nel tempo. Nel XIX secolo questa verità riguardava solo il mondo biologico, mentre nel secolo successivo l’ipotesi evoluzionista è diventata valida per l’universo nel suo complesso. Questa idea ha impiegato molto tempo ad affermarsi, così come è dovuto passare un secolo perché le ipotesi di Copernico fossero confermate. Si può dire che solo in questi anni ci stiamo rendendo conto di cosa significhi un realtà in evoluzione perenne. Inoltre, questa nuova filosofia naturale considera inutile, anzi ridicola, l’ipotesi di una intelligenza superiore responsabile della bellezza e della complessità del mondo. Si può sostenere, invece, che in un contesto biologico la materia vivente si è creata e organizzata da sé a partire da principi semplici, come la selezione naturale. Credo che lo stesso si possa affermare per le leggi della fisica e la struttura del cosmo. […] La nozione di proprietà assolute, come ad esempio quella di specie biologica, è diventata altrettanto obsoleta dello spazio e tempo assoluti di Newton» 65. Evidente il contenuto relativistico di questo tipo di credo e di immagine del mondo. «Darwin ha scoperto che l’evoluzione è un processo algoritmico, cieco ma eccezionalmente efficace, per produrre gradualmente tutte le meraviglie della natura. E’ un punto di vista riduzionista solo nel senso che elimina i miracoli, i ganci che scendono dal cielo: tutto quello che ha prodotto l’evoluzione attraverso le ere è stato fatto con semplici gru terrestri»66. Più apertamente: «Se si potesse dare l’oscar alla migliore idea mai avuta, lo darei a Darwin, più che a Newton o a Einstein. La sua è più che una meravigliosa idea scientifica. E’ un’idea pericolosa. Rovescia, o almeno sconvolge, alcune delle convinzioni più profonde e radicate della psiche umana. Ogni volta che si parla in pubblico


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di darwinismo, la temperatura sale e la gente cerca di distogliere l’attenzione dalla questione reale, bisticciando diligentemente su controversie marginali. Chiunque si sente in dovere di prendere posizione ogni qual volta sente avvicinarsi l’uragano dell’evoluzione. L’idea di Darwin è pericolosa perché sfila il tappeto da sotto il migliore ragionamento filosofico mai concepito per dimostrare l’esistenza di Dio: l’argomento del progetto. Come altro potrebbe spiegarsi il formidabile progetto che sta alla base dell’ordine naturale, se non con la creazione di un Dio infinitamente sapiente e potente? Come la maggior parte delle argomentazioni che si fondono su una domanda retorica, anche questa non risulta del tutto convincente. Tuttavia essa ha persuaso miliardi di persone, almeno fino a quando Darwin non ha proposto una risposta alternativa: la selezione naturale. Da allora la religione non è più stata la stessa. Almeno agli occhi degli accademici, la scienza ha avuto la meglio sulla religione. L’idea di Darwin ha relegato il libro della Genesi nel limbo della mitologia pittoresca»67. Come d’altra parte asserisce Monod: «Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice stessa del prodigioso edificio dell’evoluzione […] L’universo non stava per partorire la vita, né la biosfera l’uomo. Il nostro numero è uscito alla roulette»68. E ancora: «L’antica alleanza è infranta; l’uomo finalmente sa di essere solo nell’immensità indifferente dell’Universo da cui è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo»69. Commenta Sermonti: «Vagando senza fini e senza idee la natura perde qualunque valore e qualunque significato. L’accadere ha bisogno di una trama su cui svolgersi, di un apparato di significati cui riferirsi. Se tutto ciò è negato, allora si può ben affermare che nel mondo dell’evoluzione tutto si è svolto senza che accadesse mai niente, tutto è diventato senza che mai si verificasse alcunché di notevole. E allora come c’è il mondo? E’ semplice: il mondo è niente, c’è per puro caso, potrebbe benissimo non esserci»70. La risultante di tutto ciò ce la dà il nostro Maritain: «Tutto si evolve, tutto cambia, tutto muta, le verità, i dogmi, l’intelligenza, le leggi metafisiche, il bene, il male; l’energia diventa pensiero, la magia diventa religione, le rappresentazioni sociali del clan primitivo diventano la coscienza morale di Durkheim e dei suoi discepoli, il totem diventa il loro dio, e lo slancio vitale, con il superuomo vago ed evanescente che cerca di realizzarsi, produce ciascuno di noi, mentre i suoi rifiuti lasciati per strada si perdono nell’animalità e nel mondo vegetale. Insomma l’evoluzionismo s’affaccenda per far uscire qualcosa dal nulla, e per estrarre geneticamente, soltanto con la forza del tempo, il superiore dall’inferiore, il determinato dall’indeterminato. E così, se è in grado di sfuggire al dominio esclusivo della quantità matematica, assoggetta, più che mai, l’intelligenza alla materia» 71.


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3.2 Gli influssi nel campo etico come conseguenza della nuova immagine del mondo sono, a dir poco, catastrofici. Un esempio ce lo offre James Rachels, con molta crudezza e senza alcuna maschera: «Dopo Darwin, non possiamo più ritenere di occupare un posto speciale nella creazione - al contrario, dobbiamo renderci conto di essere un prodotto delle stesse forze evolutive cieche e prive di finalità che hanno modellato il resto del regno animale. E ciò, si afferma comunemente, ha una profonda rilevanza filosofica. Le implicazioni religiose del darwinismo sono state molto dibattute. Fin dall’inizio, gli uomini di chiesa hanno sospettato e temuto che l’evoluzione fosse incompatibile con la religione. Se le loro preoccupazioni siano giustificate è ancora oggetto di discussione, e avrò molto da dire a questo proposito. Ma il darwinismo pone problemi anche alla moralità tradizionale. Non meno della religione, la moralità tradizionale presuppone che l’uomo sia “una grande opera”. Essa attribuisce agli umani uno status morale superiore a quello di ogni altra creatura sulla terra, e considera la vita umana, e solo la vita umana, sacra, vedendo nell’amore per il genere umano la prima e più nobile virtù. Che ne è di tutto ciò, se l’uomo non è che una scimmia modificata?» 72 «[…] Può effettivamente essere vero che il darwinismo, che ribalta tutte le nostre precedenti idee circa l’uomo e la natura, non abbia conseguenze destabilizzanti? La moralità tradizionale è in parte fondata sull’assunto che la vita umana abbia un valore e una dignità speciali. Se dobbiamo rinunciare alla nostra concezione di noi stessi, e alla presuntuosa idea che il mondo sia stato creato soltanto come dimora per gli umani, non dovremo rinunciare allo stesso tempo agli elementi della nostra moralità che da tale visione dipendono? Un’impressione che la scoperta di Darwin mini la religione tradizionale, così come alcuni aspetti della moralità tramandata, non se ne andrà, a dispetto delle sottili disquisizioni logiche su cosa possa derivare da cosa, e a dispetto del fatto che possiamo non volerci trovare fianco a fianco con gli avversari dell’evoluzione. Credo che tale impressione sia giustificata. Esiste una relazione tra la teoria di Darwin e queste più ampie questioni, anche se si tratta di qualcosa di più complesso di una semplice implicazione logica. Io argomenterò che la teoria di Darwin mina in effetti i valori tradizionali. In particolare, essa mina l’idea che la vita umana abbia un valore speciale e unico.»73 «[…] Il darwinismo, tuttavia, mina la dottrina tradizionale, in un senso che spiegherò, privandola dei suoi sostegni. Esso mina tanto l’idea che l’uomo sia fatto a immagine di Dio quanto l’idea che l’uomo sia l’unico essere razionale. Inoltre, se il darwinismo è corretto, è improbabile che si trovi un qualsiasi ulteriore sostegno per la dottrina della dignità umana. Tale dottrina risulta pertanto essere l’emanazione morale di una metafìsica screditata» 74. Tale è il baratro che si è spalancato con la modernità. L’uomo si trova a


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maneggiare «semi di verità impazzite» con la stessa disinvoltura di un bambino che per curiosità smonti un ordigno atomico capitatogli fra le mani. Il relativismo che governa filosoficamente le “orme” appena accennate, rimane da sfondo, da base strutturale e strutturante: «Il particolare processo che abbiamo considerato consta di quattro stadi. Nel primo stadio la moralità tradizionale viene accettata senza difficoltà perché sostenuta da una visione del mondo che a tutti (o a una maggioranza tale da rendere equivalente il risultato) appare degna di fiducia. La prospettiva morale è ingannevolmente semplice. Gli esseri umani possiedono, in termini kantiani, “un valore intrinseco, cioè dignità” che li rende “superiori a ogni prezzo”; mentre gli altri animali “... non sono che dei mezzi rispetto a un fine. Tale fine è l’uomo”. La visione del mondo che sosteneva questa dottrina etica presentava parecchi elementi familiari: si riteneva che l’universo, con al centro la Terra, fosse stato creato da Dio soprattutto per fornire una dimora agli umani, fatti a sua immagine, e che gli altri animali fossero stati creati a uso di questi ultimi. Gli umani, pertanto, erano separati dagli altri animali, e avevano una natura radicalmente diversa. Ciò giustificava il loro speciale status morale. Nel secondo stadio tale visione del mondo comincia a sgretolarsi. Ciò aveva avuto inizio, naturalmente, molto tempo prima di Darwin - si sapeva già che la Terra non era il centro del cosmo, e invero che, come corpo celeste, non risultava nulla di eccezionale. Ma Darwin completò l’opera, mostrando che gli umani, lungi dall’essere distinti dagli altri animali, non solo sono parte dello stesso ordine naturale, ma sono di fatto con essi imparentati. Dopo Darwin, la vecchia visione del mondo era virtualmente demolita. […] Noi ci troviamo ora al terzo stadio, che sopraggiunge quando ci si rende conto che la vecchia concezione morale, avendo perso i suoi fondamenti, deve essere riesaminata. […] «La graduale illuminazione della mente degli uomini» deve portare a una nuova etica, in cui l’appartenenza di specie sia considerata virtualmente priva di importanza. La tesi più difendibile sembra essere una qualche forma di individualismo morale, secondo cui ciò che conta sono le caratteristiche individuali degli organismi, e non le classi cui essi vengono assegnati. […] Comunque sia, i problemi posti dalla disintegrazione della vecchia visione del mondo non possono più essere evitati. Il quarto e ultimo stadio del processo storico sarà raggiunto se e quando tali problemi saranno risolti e si troverà un nuovo equilibrio in cui la nostra moralità possa ancora una volta coesistere senza difficoltà con la nostra comprensione del mondo e del posto che in esso occupiamo»75. Vittorio Possenti, nell’introduzione a Riflessioni sull’intelligenza e la sua vita propria di Maritain, mette l’accento proprio sulle conseguenze etiche e sociali che queste «detronizzazioni» hanno innescato, e il rischio di un’umanità in balìa di un nichilismo “gorgiano” - una delle facce più temibili del relativismo:


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«Certo le rivoluzioni culturali degli ultimi secoli hanno costituito delle sfide esigenti per il soggetto, sottoposto a tre distinte detronizzazioni: a) la detronizzazione cosmologica, in quanto la terra e l’uomo non sono più il centro del cosmo; b) la detronizzazione biologica, innescata dal darwinismo secondo cui l’uomo non è superiore agli animali; c) la detronizzazione psicologica, iniziata dalla psicanalisi, che identifica nell’inconscio, non nell’io conscio, il livello basale e primario del dinamismo psichico. Queste specifiche detronizzazioni possono essere superate con un rinnovato impegno a più livelli, di cui è momento essenziale la salvaguardia del realismo. La sua negazione comporta quella della conoscenza reale e il giudizio che la coscienza è naturalmente disposta all’errore e all’autoinganno invece che alla verità: i maestri del sospetto non hanno seminato invano. Da qui al nichilismo il passo è breve. Per nichilismo intendiamo un complesso filosofico-culturale denotato da alcuni almeno dei seguenti caratteri: 1) dissoluzione di ogni fondamento (l’annuncio nictzschiano che « Dio è morto », tradotto in chiaro esprime appunto la caduta del fondamento); 2) la negazione di ogni finalità dell’uomo e del cosmo; 3) la riduzione del soggetto a mera funzione; 4) la pari validità di tutti i giudizi di valore (asserzione che si può convertire nella seguente: invalidità di ogni giudizio di valore; o anche: il valore non ha più alcun nesso con l’essere, ma emerge dal fondo più oscuro dell’assoluta libertà del soggetto). Il complesso metafisico-etico del nichilismo finisce per approdare al tramonto della tensione conoscitiva e al declino del domandare» 76. Dunque Maritain, paladino dell’Assoluto, aveva ben individuato nel relativismo la radice avvelenata della nuova immagine del mondo che si sarebbe venuta a creare: «Tutte queste confusioni non provengono del resto da una causa estranea, accidentale e imprevista, sopraggiunta un certo giorno e paragonabile ad una malattia che avrebbe intaccato la limpida purezza di una scienza innocente. No, erano presenti fin dall’origine stessa della “scienza moderna”, ne circondavano la culla, l’hanno accompagnata lungo il suo sviluppo» 77. «L’asservimento al relativo è così… uno dei caratteri più salienti della filosofia moderna in opposizione alla filosofia scolastica, che vive dell’assoluto» 78. In particolare, in Antimoderno, egli fotografa la realtà attuale da una prospettiva verticale: «Alla sola idea dell’assoluto questa ragione depravata cade in deliquio; all’idea del soprannaturale, si esaspera. Ai suoi occhi il bene e il male sono pregiudizi da ottentotti, il bello e il laido nozioni talmente “relative” che, senza l’aiuto della selezione sessuale, si volatizzerebbero. La distinzione tra superiore e inferiore, quando non si tratti di una differenza di temperatura o del livello dell’acqua, le sembra mitologica o, in ogni caso, singolarmente ereditaria. Ama l’uguaglianza dal basso, e per essa tutto s’equivale e può intercambiarsi indefinitamente» 79. La conclusione di Maritain, a questo punto, è una riflessione che non riesce più a sorprenderci, tanta è la coerenza e la linearità della sua analisi:


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«Ciò che a loro [ai pensatori del mondo moderno] interessa non è la verità, ma il modo con cui ci giunge; e poiché essi non cercano la verità, ma se stessi, non accettano allora altra verità che non sia quella che passi attraverso di loro. Si leggano ad esempio le speculazioni dei biologi sull’origine della vita, si vedrà con quale dolce sicurezza scartano l’idea di una creazione, perché è “teologica”, e vi sostituiscono le ipotesi più assurde… Ciò che chiedono, reclamando la libertà della scienza, o della ricerca, o del pensiero, non è la libertà di pervenire al vero: chi mai penserebbe di negargliela e come una verità della scienza potrebbe mai contraddire una verità della fede, tutt’e due essendo parti della stessa verità e della stessa opera divina? Ciò che in realtà essi chiedono non è la libertà della ragione, la libertà di essere ragionevoli, ma la libertà del ragionamento, la libertà di ragionare senza regola e misura, la libertà d’ingannarsi come vogliono, quanto vogliono, dovunque vogliono, senz’altro controllo che loro stessi» 80. 4. La perdita del fondamento 4.1 «La fisica di Newton con il suo rigido determinismo che vedeva l’Universo come una grossa macchina animata da un moto perenne regolato da leggi eterne ed immutabili, aveva trasfuso negli uomini dei secoli XVIII e XIX un senso di certezza del domani favorevole allo spirito imprenditoriale (siamo nel periodo della rivoluzione industriale) e alla conservazione di certi valori umani tradizionali. Ed anche oggi noi troviamo un impressionante parallelismo fra il pensiero scientifico moderno, probabilistico, statistico, adogmatico, e l’incertezza spirituale della grande maggioranza degli uomini e la tendenza all’annullamento dell’individuo nella massa e l’abbandono di tanti valori tradizionali che per millenni avevano rappresentato i geni spirituali della razza umana. Questo stato ha creato un inconscio malessere negli uomini e negli ultimi decenni si è parlato sempre più frequentemente di responsabilità della scienza»81. Parole che trovano eco nei vari campi del sapere. La geometria euclidea, prodotto dello spirito squisitamente teoretico dei Greci, colonna portante di quell’assoluto platonico che doveva resistere alle mutevolezze del mondo sensibile, alla doxa protagorea e al panta rei eracliteo, - ancora nella seconda metà dell’800 ritenuta privilegiata in quanto capace di imporre le proprie leggi al mondo oggettivo, almeno, kantianamente, come scienza sintetica a priori - veniva minata alle fondamenta: la detronizzazione euclidea veniva attuata da Riemann tramite il suo concetto di curvatura alle varietà pluriestese, concetto che seguiva la teoria delle superfici curve di Gauss e che “decentrava” copernicanamente la geometria euclidea come una tra le tante geometrie metriche possibili. Dopo due millenni di “glorioso legame all’assoluto” la geometria euclidea subiva la stessa sorte che aveva visto la Terra esiliata in periferia e l’uomo schiacciato verso


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l’ameba: la perdita della certezza, il processo di relativizzazione del fondamento, il decadimento da substantia ad accidens. Cedeva così quella barriera iperuranica che Platone aveva mirabilmente posto contro gli attacchi dei relativisti. In particolare, lo stesso fondamento intuitivo della geometria subirà, all’inizio del ’900, un primo attacco dal matematico tedesco David Hilbert, il quale, introducendo una rigorosa prospettiva assiomatica che prescinde da ogni riferimento all’intuizione, arriverà all’abbattimento in blocco delle verità intuitivamente evidenti a favore di un formalismo estremo. Altri attacchi arriveranno, oltre allo sviluppo delle geometrie non-euclidee, dallo sviluppo dell’algebra astratta manipolante enti matematici con procedimenti puramente formali, evitando ogni interpretazione sulla natura di essi. L’abbattimento totale però avverrà con l’avvento della seconda rivoluzione scientifica, a partire dalla teoria della relatività di Einstein, che sigillerà in modo irreversibile la perdita dell’intuizione e del senso comune, lasciando il posto al puro operazionismo: «Pertanto, non solo la dottrina generale dell’intuizione intesa come fonte infallibile di conoscenza è un mito, ma la nostra intuizione del tempo, [...] come lo è [...] la nostra intuizione dello spazio»82. 4.2 La crisi della geometria euclidea mette in discussione il fondamento di tutto l’edificio delle matematiche, le quali, fino allora, rimandavano in un modo o nell’altro alla geometria l’onere di dimostrare la razionalità dei metodi 83. Viene a proporsi così il problema dei fondamenti nelle scienze matematiche, le quali sentono scricchiolare le basi e i punti d’appoggio 84. La sacra tetraktys pitagorica viene “desacralizzata”, rompendo l’”unità” in numerosi frammenti: Logicismo (Frege, Russell), Intuizionismo (Brouwer, Weyl), Formalismo (Hilbert, von Neumann), Insiemismo (Zermelo, Fraenkel): al congresso di Königsberg del 1930 il confronto fra le diverse correnti diede «il senso e la profondità dei dissensi che dividevano i matematici sulle questioni più importanti della loro scienza» 85. Morris Kline, nel suo saggio Matematica: la perdita della certezza, racconta con rara chiarezza e lucidità il percorso e le difficoltà del pensiero matematico degli ultimi cento anni: «Gli sviluppi succedutisi nei fondamenti della matematica a partire dal 1900 sono sorprendenti; attualmente la matematica è in uno stato anomalo e giace in una condizione deplorevole. La luce della verità non illumina più la strada che deve essere seguita. Invece di un unico corpo matematico universalmente accettato… troviamo ora diversi punti di vista in conflitto fra loro… Oggi il disaccordo si estende fino a raggiungere i metodi di ragionamento: la legge del terzo escluso non è più un principio logico indiscutibile… In breve, oggi nessuna scuola può affermare con diritto di rappresentare la matematica e sfortunatamente, come osservò nel 1960 Arend Heyting, dal 1930 in avanti il clima di cooperazione amichevole è stato sostituito da uno spirito di implacabile contesa»86.


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La detronizzazione apportata dal celeberrimo teorema di Gödel non è solamente applicabile al programma hilbertiano, ma è diventata contrassegno della torre di babele che si è venuta a creare all’interno di quel «paradiso da cui nessuno potrà scacciarci» - come si espresse Hilbert riguardo l’edificio della matematica: «Molti matematici si rifugiano in un angolo della matematica dal quale non cercano affatto di uscire, e non solo ignorano quasi completamente tutto ciò che non riguarda il loro argomento, ma non sono neppure in grado di comprendere il linguaggio e la terminologia impiegata dai loro colleghi che si definiscono specialisti di una disciplina lontana dalla loro. Non c’è nessuno, neppure fra coloro che possiedono la cultura più vasta, che non si senta spaesato in alcune regioni dell’immenso mondo matematico» 87. A tutto ciò deve essere aggiunta una troppo disinvolta trattazione dell’infinito, che da Cantor in poi alimenta l’epidemia di operazionismo scoppiata all’inizio del XX secolo. Avvisa candidamente Paul Davies che «le proprietà degli insiemi (o collezioni) infiniti contraddicono sovente la nostra intuizione e che d’altra parte il senso comune può generare dei nonsense»88. Tuttavia, visto che l’uso e il funzionamento “operativo” di tali proprietà è coerente ed efficace, la paura di questo mostro è stata esorcizzata, e i matematici possono «far uso dell’infinito senza paura, sempre che si attengano fedelmente alle regole, per strane che possano apparire»89. Delle insidie di una “metafisica operazionista” che, traboccando dall’atanor del pensiero scientifico moderno in cui è annidata, possa contagiare l’intero pensiero filosofico parleremo più avanti. Adesso ci preme sintetizzare, con le efficaci parole di Selleri, quanto appena esposto riguardo a quello che potremmo definire come “debolismo matematico moderno”: «Vi sono tre momenti nella matematica moderna che segnano altrettanti aspetti della perdita di quelle certezze che il matematico aveva tradizionalmente ritenuto di possedere: 1. La scoperta che nessuna contraddizione logica nasce dalla negazione dell’assioma delle parallele (quinto postulato di Euclide) e la nascita delle geometrie non euclidea mostrarono che esistono infinite geometrie possibili, tutte perfettamente razionali. E siccome il mondo reale è uno solo, moriva così la “certezza” di una corrispondenza biunivoca fra matematica e realtà. 2. La scoperta delle “antinomie” all’interno della teoria degli insiemi mostrò che si potevano dedurre in modo assolutamente rigoroso delle vere e proprie contraddizioni a partire da affermazioni o da principi la cui evidenza sembrava incontestabile (si pensi all’antinomia di Russell). Spariva così la “certezza” che l’evidenza empirica potesse suggerire affermazioni o principi di assoluta validità. 3. La scoperta del celeberrimo teorema di Gödel: data una teoria formale


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sufficientemente potente da esprimere almeno l’aritmetica dei numeri interi, questa teoria non può essere al tempo stesso coerente e completa. Cioè, se si vuole che essa sia coerente si deve necessariamente rinunciare alla sua completezza… Spariva così anche la “certezza” nella potenza logica della matematica. […] I risultati di Gödel ebbero chiaramente conseguenze esplosive: l’ultima certezza che restava alla matematica del nostro secolo, quella della validità assoluta dei suoi risultati, non poteva più essere sostenuta… Diventava cioè lecito dubitare di tutto» 90. 4.3 La perdita del concetto di etere, subita ad opera di Einstein in seguito alla crisi vettorializzata dall’esperimento di Michelson e Morley, deve ritenersi fondante di una buona parte della mentalità scientifica e filosofica del XX secolo. Il contributo dato dagli scienziati moderni quali Einstein, Bohr e Heisenberg va considerato proprio sotto il profilo di un abbandono definitivo di quella adaequatio rei et intellectus che aveva caratterizzato i secoli precedenti. Con “la morte dell’etere” viene estinto il logos, l’acqua di Talete, l’aria di Anassimene, l’apeiron di Anassimandro, il vortice di Anassagora, la chora di Platone, l’hyle di Aristotele. … Il kósmos ritorna caos. Gli stessi principi primi aristotelici vengono messi in discussione: «Mediante la meccanica quantistica viene stabilita definitivamente la non validità del principio di causalità»91, sentenzia Heisenberg. «Scompare così, nella fisica moderna, anche il principio di causalità, vecchio di due millenni» 92 e ciò non può non avere ripercussioni nella nuova immagine del mondo che si viene a creare. Anche il principio del “terzo escluso” viene sostituito: «Nella teoria dei quanta questa legge del “tertium non datur” deve essere modificata» 93. La stessa logica classica «sarebbe contenuta come un tipo di caso limite all’interno della logica quantica, mentre quest’ultima costituirebbe il modello logico più generale» 94. Così, se con la “detronizzazione euclidea” crollava l’assoluto platonico, con la nuova fisica cede l’assoluto aristotelico. Persino il supremo dei principi aristotelici, quello di non-contraddizione, comincia a vacillare95. Da qui l’invito di scienziati e premi Nobel come Feynman di «accettare la Natura come è: assurda»96. Di contraddittorietà si ciba ormai l’intero quadro metafisico della scienza: «La teoria ha due argomenti molto efficaci a suo favore e solo uno, di scarso rilievo, a sfavore. Innanzitutto, la teoria è sorprendentemente esatta rispetto a tutti i risultati sperimentali fino ad oggi ottenuti. In secondo luogo [...] si tratta di una teoria di straordinaria e profonda bellezza dal punto di vista matematico. L’unica cosa, che può essere detta contro di essa, è che, presa in assoluto, non ha alcun senso!»97. Ci consola Heisenberg: «È vero che ci apparirà subito chiaro che questi concetti non sono ben definiti nel senso scientifico e che la loro applicazione può condurre a varie contraddizioni; ma noi sappiamo tuttavia che essi toccano la realtà. Può essere utile a questo proposito ricordare che perfino nella parte più precisa della scienza, nella matematica, noi non possiamo fare a meno di servirci di concetti che implicano contraddizioni. È ben


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noto, ad esempio, che il concetto d’infinito conduce a contraddizioni che sono state analizzate; eppure sarebbe praticamente impossibile costruire senza questo concetto le più importanti parti della matematica»98. Con la fisica quantistica viene definitivamente abbattuto anche uno dei più antichi baluardi del senso comune, il principio dell’invarianza di scala, quello cioè della “Tavola di Smeraldo”: «Ciò che si trova in basso è simile a ciò che si trova in alto, e ciò che si trova in alto è simile a ciò che è in basso», la corrispondenza micro-macro cosmo, specchio di quel “procedimento analogico” che abbraccerà l’intero arco di vita del pensiero filosofico occidentale. Rompere tale principio significa operare un taglio profondo con la tradizione, con le stesse categorie mentali umane, con quell’adaequatio rei et intellectus che è ad un tempo speranza e possibilità di ricerca, fondamento della scienza e della sapienza, della fisica e della metafisica: physis e sophia. Frantumare lo schema mentale è diventato vanto della fisica moderna. Famosa la risposta di Niels Bohr a quanti gli esponevano nuove idee sulla risoluzione dei tanti enigmi della teoria dei quanti: «La sua teoria, caro signore, è folle, ma non lo è abbastanza per essere vera»99. Non appare più strano, allora, che questa «miscela di pessimismo, positivismo e pragmatismo»100 abbia portato nella nostra epoca alla «nascita di una epistemologia della rassegnazione verso i limiti, reali o supposti, della conoscenza scientifica»101; e, nello stesso tempo, la ricerca sia stata vettorializzata verso un “fanta-mondo” aleatorio e alienante che simboleggia la rottura in blocco col passato: nascono così spazi curvi a 950 dimensioni 102, universi paralleli103, “closed timelike curves” e viaggi nel tempo! 104 La semantica - oramai sbiadita, scolorita, ossidata, avvilita, degradata - viene rimossa come “virtus” peripatetica obsoleta. I fisici moderni si danno licenza di parlare addirittura di “spremitura del vuoto” o di “energia negativa” con la massima disinvoltura e senza alcun timore di sorta: «Può una regione di spazio contenere meno di nulla? Il senso comune suggerirebbe di no: il massimo che si può fare è rimuovere tutta la materia e la radiazione e lasciare il vuoto. Ma la fisica quantistica ha una collaudata abilità nello smentire l’intuizione, e questo caso lo conferma. Risulta infatti che una regione di spazio possa contenere meno di nulla: la sua energia per unità di volume, o densità di energia, può valere meno di zero. Le conseguenze, inutile dirlo, sono stravaganti» 105. Il motto della nuova scienza è a questo punto quello stesso di Jean Le Rond d’Alembert: «Allez en avant, la foi vous viendra» 106. Alla guida vengono lasciate «le formule matematiche», che assurgono a «promotrici di visioni del mondo radicalmente nuove»107. L’operazionismo della pura funzionalità matematica ha ormai sostituito la realtà fisica, imponendo una tale portata ontologica nelle formule da dissolvere gli atomi in un sistema di equazioni.


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4.4 In realtà l’operazionismo è andato oltre, scavalcando i confini della dimensione tecnico-scientifica per affondare in quella morale. L’epoché della scienza108 che esso presuppone ha proiettato il suo campo d’azione fino a inglobare tutto il piano gnoseologico umano. Così, ci dimostra Bridgman, «se una questione specifica ha senso, deve essere possibile trovare operazioni mediante cui ad essa si può dare una risposta. In molti casi si vedrà che tali operazioni non possono esistere e che quindi la questione non ha senso» 109. In altri termini: “nessuna operazione?... nessun senso!” Ma dove ci porta tutto questo? «Credo che molte delle questioni poste intorno a soggetti sociali e filosofici risulteranno prive di significato, una volta esaminate dal punto di vista delle operazioni. Senza dubbio si giungerebbe ad una grande chiarezza di pensiero, se il modo operativo di pensare venisse adottato in tutti i campi della ricerca oltre quello fisico».110 Ed ecco che anche il concetto di “verità” traballa. Scrive Heisenberg: «Non ogni concetto o parola che si siano formati in passato attraverso l’azione reciproca fra il mondo e noi sono in realtà esattamente definiti rispetto al loro significato; vale a dire, noi non sappiamo fino a qual punto essi potranno aiutarci a farci trovare la nostra strada nel mondo. Spesso sappiamo che essi possono venire applicati ad un ampio settore dell’esperienza interna od esterna, ma non conosciamo praticamente i limiti della loro applicabilità. Questo è vero anche nel caso di concetti più semplici e più generali come esistenza e spazio e tempo. Perciò non sarà mai possibile con la pura ragione pervenire a una qualche verità assoluta»111. Arriviamo così alla «fine della metafisica» 112, vanto e conquista del “maestro di color che sanno”113, con evidente danneggiamento all’”interfaccia” col mondo della Rivelazione114. Eppure, dinanzi a questo quadro che per molti versi rivela quella che Maritain definisce la «presente agonia del mondo» 115, alcuni pensatori e scienziati avanzano l’idea che tutto ciò sia vantaggioso per la fede; in particolare, le “teorie relativistiche e quantistiche” indirizzerebbero - dicono - verso la fine del meccanicismo e all’apertura dello spiritualismo, alla Chiesa. In realtà ogni “detronizzazione”, come acutamente osserva Maritain, non favorisce il credo della Chiesa, ma un “decentramento” della fede verso le sponde di un indifferenziato orientalismo. Lo stesso Heisenberg ammette l’«esistenza d’una certa relazione fra le idee filosofiche dell’Estremo Oriente e la sostanza filosofica della teoria dei quanta»116. Ci troviamo cioè dentro un circuito relativistico chiamato “debolismo”, dove «può essere che la parola “credere” non significhi per la maggioranza di quella gente “percepire la verità di qualche cosa”, ma viene piuttosto presa nel senso di “assumere questo a base della vita”»117. Inoltre, il cosiddetto “meccanicismo” (o “determinismo”), considerato dai più come sfondo epistemico per assumere «lo spirito e il libero arbitrio come uno scandalo per la scienza»118, è stato epistemologicamente distorto e sovrapposto al tracciato materialista holbachiano, quando invece - come osserva Maritain - «era falsissimo che la meccanica e la fisica classica per se stesse implicassero


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necessariamente la negazione del libero arbitrio» 119. In effetti, è possibile (e preferibile) capovolgere la linea interpretativa: la nuova meccanica, oltre a porre «un senso di disagio e confusione» 120, vettorializza su un certo irrazionalismo e magicismo (commenta Selleri a questo riguardo: «Non è un caso che tutti quelli che guardano con simpatia al mondo magico dei fenomeni “paranormali” accettano senza difficoltà la violazione della disuguaglianza di Bell!» 121), mentre la vecchia (particolarmente quella cartesiana) è più solare, è “a misura dell’intelletto umano”, è - parafrasando Leibniz nel suo carteggio con Clarke «esplicabile, intelligibile e intuitiva»122, a patto che non venga negata «la possibilità di eventi contingenti liberi, dipendenti dalla volontà di agenti intelligenti sottratti al dominio delle scienze della materia, in proporzione alla loro spiritualità»123. Mai come in questo contesto, dunque, appare densa di significato e profondità l’antica affermazione del pitagorico Filolao: «La natura del numero e dell’armonia non ammettono alcun inganno perché l’inganno non è loro proprio. La natura dell’indeterminato e dell’impensabile e dell’irrazionale porta l’inganno e l’invidia»124. Invece, oggi, gli “orbitali nebulosi del debolismo” dissolvono come acqua regia quella che Possenti definisce «solarità della forma»125 o, in altre parole, «intelligibilità dell’essere», - non solo nel campo della fisica, ma ben oltre, nella “meta-fisica” - fantasma del passato per coloro che «non ammettono ormai più alcuna verità assoluta»126. «La distruzione della forma coincide con la morte della metafisica»127: «La caduta degli immutabili o delle verità eterne va considerata l’elemento basale più significativo di molte espressioni della filosofia contemporanea. Il loro tratto comune è la fede nell’inesistenza di verità assolute: per questo esse possono essere caratterizzate come “pensiero debole”»128. Tutto ciò ha naturalmente riflessi in ogni campo dell’umano esistere. Dalle avanguardie artistiche (si pensi, ad esempio, al futurismo129) alla «completa eliminazione delle consonanze» e «smarrimento della tonalità» nel discorso musicale contemporaneo130. Dalla ilozoistica concezione dei “fotoni coscienti” 131 al dissolvimento della parte spirituale dell’uomo132. Lo stesso concetto di vita viene indebolito, pronto ad assumere i contorni dell’artificiale133. Ecco le macerie lasciate da quella che Maritain definisce la «Grande Sofistica»134: «si conosce l’essere a condizione di metterlo tra parentesi o di fare astrazione da esso»135. Ma, avverte il pensatore francese, il prezzo che paghiamo per avere «il potere della materia, un sogno inebriante di perfetto dominio sulle cose visibili (magari anche invisibili)» 136, è «l’abdicazione dello spirito che rinuncia alla Verità per la Verifica, alla Realtà per il Sogno» 137. 5. Logofobia 5.1 Quanto appena visto porta - secondo Maritain - al dissolvimento del «valore della prefilosofia spontanea che si esprime attraverso il linguaggio del senso


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comune»138. Il pensatore francese denuncia quel degrado che si sta verificando sul piano del Logos, quel «potente disgusto della Ragione»139 che prende il volto di «logofobia che lussureggia sotto i nostri occhi» 140. Scrive Gianni Vattimo: «È legittimo sospettare che il bisogno di “idee chiare e distinte” sia ancora un residuo metafisico e oggettivistico della nostra mentalità»141. La logofobia consiste appunto nella perdita di «fiducia non solo nel sapere filosofico, ma nella prefilosofia spontanea che è per l’uomo come un dono di natura incluso nell’equipaggiamento di prima necessità che si chiama senso comune, e velato quanto manifestato dal linguaggio comune» 142. Sotto l’etichetta di «categorie del linguaggio»143 ci si trova oggi a mascherare e a denigrare, o meglio, «a farsi beffa di quelle cose, oscuramente percepite dall’istinto dello spirito, che sono il bene e il male, l’obbligo morale, la giustizia, il diritto, o ancora l’essere extra-mentale, la verità, la distinzione tra sostanza e accidente, il principio d’identità»144. «La febbre neo-modernista»145 che affligge il nostro tempo non poteva portare frutti peggiori: se queste cose succedono «vuol dire che tutti cominciano a perdere la testa. Si invochi pure finché si vuole lo slogan delle categorie del linguaggio. Non è il linguaggio a fare i concetti, sono i concetti a fare il linguaggio»146. In effetti, l’esortazione di Misone, uno dei Sette Sapienti ricordato da Platone: «Indaga le parole a partire dalle cose, e non le cose a partire dalle parole», è oggi fortemente osteggiata. Le conseguenze vengono messe in evidenza dallo stesso Maritain: «Questa prefilosofia cade in polvere e per ciò che riguarda le condizioni primordiali poste dalla sua natura all’esercizio della ragione, l’uomo diventa simile ad un animale che avesse perduto il proprio istinto, a un’ape che non avesse più l’istinto di fare il miele, a pinguini o ad albatri che non avessero più l’istinto di costruire il nido» 147. «Primo dovere dei filosofi», dunque - secondo il “teorico dell’assoluto” - sarebbe quello «di ripulire accuratamente tutte queste nozioni per scoprire la purezza del loro senso autentico - diamante nascosto sotto la sporcizia; - senso che è funzione dell’essere e non della pratica umana» 148. D’altra parte «la facoltà del linguaggio è stata talmente disonorata, il senso delle parole talmente falsato, tante verità presentate in ogni occasione dalla stampa e dalla radio sono, in ogni istante e in ogni modo perfetto, mescolate a tanti errori parimenti annunciati a suon di tromba dalla pubblicità, che gli uomini sono tratti a perdere il senso della verità. Si è talmente mentito agli uomini, ch’essi hanno bisogno, come di un tonico, di dosi quotidiane di menzogne; essi mostrano di credervi, ma cominciano a praticare una specie di vita mentale clandestina, nella quale essi, non credendo nulla di ciò che è loro detto, finiscono per affidarsi solamente all’esperienza selvaggia e agli istinti elementari» 149. Maritain denuncia, senza mezzi termini, il pericolo di un cedimento totale del Logos e di una sua riduzione ad un «simbolismo convenzionale» 150: «Non si crede più al diavolo, né agli angeli cattivi; né ai buoni, naturalmente. Essi non sono che sopravvissuti eterei di un museo di immagini babilonese. A


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dire il vero, il contenuto oggettivo al quale la fede dei nostri avi si appoggiava, è tutto un mito ormai, come il peccato originale, per esempio (non è forse nostra grande preoccupazione oggi spazzar via il complesso di colpevolezza?) e come il Vangelo dell’Infanzia e la resurrezione dei corpi e la creazione. E come il Cristo storico naturalmente. Il metodo fenomenologico e la scuola delle forme hanno cambiato tutto. La distinzione tra natura e grazia è un’invenzione scolastica, come la transustanziazione. L’inferno, perché darsi da fare a negarlo? È più semplice dimenticarlo, ed è probabilmente quanto si può far di meglio con l’Incarnazione e la Trinità. Ad essere sinceri, la massa dei nostri cristiani pensa forse mai a tali cose o all’anima immortale e alla vita futura? La Croce e la Redenzione, sublimazione estrema degli antichi miti e riti immolatori, sono da guardarsi come i grandi e commoventi simboli, per sempre impressi nella nostra immaginazione, dello sforzo e dei sacrifici collettivi necessari per portare la natura e l’umanità al grado d’unificazione e di spiritualizzazione, - e di potere sulla materia - in cui esse saranno infine liberate da tutte le antiche servitù ed entreranno in una specie di gloria. […] La nostra fede, avendo così debitamente evacuato ogni oggetto specifico, può diventare finalmente ciò che realmente era, una semplice aspirazione sublimizzante; […] Tutta questa gente ha semplicemente finito di credere alla Verità e crede soltanto a verosimiglianze appuntate con uno spillo su alcune verità (cioè a verificazioni o constatazioni del particolare osservabile) che del resto invecchiano in fretta»151. E in effetti, in quest’epoca «del fallibilismo e del tramonto degli assoluti» 152, il concetto stesso di peccato, così come Maritain aveva presagito, si riveste di relativismo. Si domanda Vattimo, esponente del pensiero debole: «Non accadrà di quello che noi chiamiamo peccato quello che si è verificato a proposito delle tante prescrizioni rituali che erano contenute nel Vecchio Testamento, e che Gesù ha messo fuori gioco come provvisorie e non più necessarie? Non solo il sabato (“Non l’uomo per il sabato, ma il sabato è per l’uomo”), ma la stessa circoncisione, che non è più una condizione indispensabile per appartenere al popolo di Dio. Che cosa impedisce di pensare che anche gli altri peccati, che noi ancora crediamo tali, siano destinati un giorno a svelarsi nella stessa luce?»153 Si arriva così al nichilismo che ha invaso il pensiero occidentale, che - se misto a «quel senso di potenza che l’odierno progresso tecnico immette nell’uomo» 154 si preferisce etichettare come debolismo, quella sorta di «teoria dell’indebolimento come carattere costitutivo dell’essere nell’epoca della fine della metafisica»155. «Quale filosofia del nulla, esso riesce a esercitare un suo fascino sui nostri


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contemporanei. I suoi seguaci teorizzano la ricerca come fine a se stessa, senza speranza né possibilità alcuna di raggiungere la meta della verità. Nell’interpretazione nichilista, l’esistenza è solo un’opportunità per sensazioni ed esperienze in cui l’effimero ha il primato. Il nichilismo è all’origine di quella diffusa mentalità secondo cui non si deve assumere più nessun impegno definitivo, perché tutto è fugace e provvisorio.» 156 È intuibile allora, in questa prospettiva, l’odierna «tendenza a dare all’efficacia il primato sulla verità»157. Ora, per Maritain, secondo cui «i relativisti dimenticano la verità in nome dell’amore» 158, ciò si presenta erroneo e alquanto grave, in special modo all’interno della fede: «Veniteci a parlare d’efficacia! Il risultato sarebbe infine la defezione d’una grande moltitudine. Il giorno in cui l’efficacia prevalesse sulla verità non verrà mai per la Chiesa, poiché quel giorno le porte dell’inferno avrebbero prevalso su di essa» 159. Egli ribadisce con forza l’umana vocazione originaria della «ricerca del vero» 160: «non è possibile per un cristiano essere relativista» 161, «l’uomo è fatto per la verità» 162… e «il Buon Pastore è proprio la Verità stessa»163. 5.2 Niente può essere messo davanti alla verità. Né la ragione può venire secolarizzata o indebolita, come vorrebbe un Vattimo quando afferma che persino «la ragione va secolarizzata, in fondo, in nome della carità» 164: «Come infatti quei poveri imbecilli che siamo potrebbero, per fede, conoscere con piena certezza la Verità soprannaturalmente rivelata, alla quale lo spirito dell’uomo non è proporzionato, se non potessimo conoscere con piena certezza le verità d’ordine razionale, alle quali esso è invece proporzionato?» 165. «È illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione» 166, con la conseguenza di un «offuscamento della vera dignità della ragione, non più messa nella condizione di conoscere il vero e di ricercare l’assoluto» 167. È vero che, «parlando dei tempi moderni, si può dire che la loro caratteristica è un indebolimento e un generale decadimento della ragione» 168: «Il mondo moderno produce e consuma una straordinaria quantità di derrate intellettuali. Non ci sono mai stati tanti autori, tanti professori, tanti ricercatori, tanti laboratori e strumenti, tanto talento, tanta carta. Ma se vogliamo stimare le cose dalla qualità, e non dal peso, si vedrà ciò che esso in realtà è, e si rimarrà spaventati dalla diminuzione dell’intelligenza. L’Intelligenza in senso comune, l’agilità nell’agitar parole, è ben presente, e regna; ma l’intelligenza vera è soltanto una mendicante scacciata da ogni luogo» 169. E aggiunge: «Sembra che in questi tempi la verità sia troppo forte per le anime e ch’esse possano nutrirsi soltanto di verità sminuite»170: «Il piccolo meccanismo del ragionamento procede senza sosta, sminuzzando, sbriciolando, criticando, discutendo, svilendo ogni pensiero, e trasformando tutto


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ciò che gli vien presentato, errore o verità poco importa, in una sorta di pasta amorfa che si può tagliar come si vuole, che si presta a tutte le manipolazioni e s’adatta a tutti i gusti, e che gl’istitutori ed i giornali hanno il compito di distribuire alle anime. Ma la realtà, che ha una forma e che resiste, e che vuole che si dica sì o no, spaventa la ragione fiacca. Non si sa più scegliere; non si sa più tirar la conclusione di un sillogismo, e si pensa che il fatto che ogni uomo è mortale, e che Paolo è uomo, può forse provare soltanto, a rigore, ma senza certezza, e con molta buona volontà, che Paolo è mortale.»171 D’altra parte è pur vero che «l’uomo, per natura, ricerca la verità» 172, e tale ricerca «non può trovare esito se non nell’assoluto» 173. E, se si «vuole evitare che le verità “impazziscano” nel radicalismo nichilista» 174, bisogna seguire una sapienza capace di riconoscere che «l’uomo vale più per quello che “è” che per quello che “ha”»175 e cercare ad ogni costo di «riconciliare il mondo con la verità»176. In un’epoca che si è fermata alle soglie della quantità, in una conditio humana mutata, nella quale l’homo faber per un verso si è trasformato in homo creator, dove l’avere ha visto l’affermazione sull’essere, e dove si assiste ad «una così rapida e crescente dispersione delle scienze particolari», c’è un urgente bisogno di armonizzare e «mantenere nell’uomo le facoltà della contemplazione e dell’ammirazione che conducono alla sapienza» 177: «L’epoca nostra, più ancora che i secoli passati, ha bisogno di questa sapienza, perché diventino più umane tutte le sue nuove scoperte. È in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi»178. 6. Cronolatria epistemologica 6.1 Già Platone, nel suo Cratilo, aveva messo in discussione quel particolare tipo di relativismo fondato sul panta rei, il mobilismo eracliteo: «Ma neppure è lecito dire che esiste conoscenza, o Cratilo, se tutte le cose mutano e nessuna sta ferma…»179. Ora, in «questo nostro strano tempo» 180, il mobilismo assume una veste nuova, intelaiandosi nella dimensione temporale in modo tale da vanificare con «l’adorazione dell’effimero»181 qualunque accenno alla verità: «Preoccupandosi della verità e affermandola, lo spirito trascende il tempo. Far passare le cose dello spirito sotto la legge dell’effimero, che è quella della materia e del puramente biologico, far come se lo spirito fosse sottomesso al dio delle mosche, ecco il primo segno, il primo sintomo grave della malattia denunciata da san Paolo»182. Così Maritain evidenzia quel «deplorevole desiderio di novità» 183, quel «prurito alle orecchie»184 che nel nostro tempo «ha l’aria di battere brillantemente ogni record»185: la cronolatria epistemologica. La «malattia annunciata da s. Paolo per un tempo da venire (erit enim tempus…)»186 sembra aver trovato, dopo due millenni, il vero focolaio: «E il prurito alle orecchie diventerà così generale che non si potrà più ascoltare la


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verità e ci si volgerà verso le favole» 187. E di «favole» si nutre il nostro “vuoto semantico-ontologico e valoriale” creato dalle «correnti di pensiero che si richiamano alla post-modernità», dove «il tempo delle certezze sarebbe irrimediabilmente passato, [e dove] l’uomo dovrebbe ormai imparare a vivere in un orizzonte di totale assenza di senso, all’insegna del provvisorio e del fuggevole»188. Si pensi al “vortice new age”, dove l’inebriante, l’insolito, l’assurdo, il fantascientifico vengono attinti dallo stesso pensiero scientifico contemporaneo: «“Alcuni esperimenti hanno rivelato che quando si frantuma questa energia in minuscole parti (quelle che chiamiamo particelle elementari) e cerchiamo di osservare come agiscono, l’atto stesso di osservare altera i risultati - come se il loro comportamento venisse influenzato dalle aspettative di chi compie l’esperimento. Ciò accade anche quando le particelle appaiono in luoghi in cui, secondo le leggi dell’universo così come le conosciamo, non sarebbe possibile: in due posti diversi nello stesso momento, avanti o indietro nel tempo, tanto per capirci.” Si fermò di nuovo. “In altre parole, la materia basilare dell’universo, il suo stesso centro, si presenta come una specie di energia pura che si piega alle intenzioni e aspettative umane in un modo che sfida l’antico modello meccanicistico del cosmo - come se le nostre speranze proiettassero nel mondo la nostra energia, influenzando altri sistemi energetici. Il che, naturalmente, è esattamente ciò che la Terza Illuminazione ci porterà a credere.”» 189 E chissà a quante “Illuminazioni” ci porterà, di questo passo, la «sacra voracità del divenire»190. L’”assoluto”, lo “spirituale”, il “trascendente” vengono posti in oblio alla maniera dei concetti antiquati di calorico, flogisto e spiriti vitali. Se con Comte lo spirito positivista dichiarava che «tutto è relativo, ecco la sola cosa assoluta», oggi lo “spirito cronoloiatrico” del post-positivismo può rivelare che «la verità d’oggi… sarà falsa domani»191. Precisa Maritain: «Tutto ciò che era considerato per l’addietro come superiore al tempo e partecipe di una qualche qualità trascendente - valore ideale o realtà spirituale - è ormai assorbito nel movimento dell’esistenza temporale o nell’oceano onnipotente del divenire e della storia. Verità, giustizia, bene, male, fedeltà, tutte le norme della coscienza, ormai rese perfettamente relative, non sono più che delle forme mutevoli del processo della storia… La verità quindi cambia secondo il mutare del tempo. Una certa azione da me compiuta, oggi è atto meritorio, domani sarà delitto… Non vi è niente di eterno nell’uomo, egli morrà tutto intiero, non vi è niente da salvare in lui. Ma egli può darsi, e darsi interamente al tutto di cui egli è una parte, al flusso senza limite che è l’unica realtà e che regge il destino dell’umanità… Non solo egli è soddisfatto di perire in esso, come un filo d’erba nel limo della terra per renderlo più fertile, dissolvendosi in esso, ma consente pure che il suo proprio essere totale, con tutti i suoi valori, i suoi limiti e le sue credenze, sia ceduto a questo grande Minotauro che è la storia»192.


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Lucida è la sintesi che pavimenta Vittorio Possenti nell’introduzione a Riflessioni sull’intelligenza…: «La continua produzione/distruzione di valori, il cambiamento elevato a unica regola trascendentale della realtà e dell’agire umano, ossia in altri termini la paradossale “tradizione del nuovo” (o anche la “tradizione di ciò che non c’è più”) costituiscono il profilo del modernismo culturale, che possiede una valenza assai più ampia del semplice (e derivato) modernismo religioso. Non è senza importanza osservare che il modernismo è interno alla dialettica dell’idea di progresso, che implica il continuo superamento dell’esistente in una nuova fase anch’essa presto destinata all’oltrepassamento. La coscienza della caducità e mortalità di ogni cosa è il lato d’ombra (ma intrinseco) dell’ideologia del progresso veicolata dalla modernità.» 193 Grazie all’«adorazione dell’effimero», al «fissarsi ossessivo sul tempo che passa»194, ogni verità è provvisoria e mai definitiva, “temporale”, sempre moderna195: «nulla infatti invecchia con la rapidità della moda e delle teorie che fanno della verità o delle formulazioni concettuali una funzione del tempo» 196. «Il neomodernista non si preoccupa di vedere invecchiare le sue credenze, perché lui è un uomo di questo mondo, perché vuole sempre essere aggiornato, sempre rinnovarsi, ed ha finito per rendere assoluto il divenire e ciò che è relativo e provvisorio»197. 6.2 Il rischio è che, a causa di una ingenua ed eccessiva fede di buona parte dei credenti in quella che potrebbe essere «una scienza di falso conio» 198 , «amando le novità più del dovuto e timorosi di essere ritenuti ignoranti delle scoperte fatte dalla scienza in quest’epoca di progresso» 199, tale mobilismo si trasmetta anche nel campo della fede, indebolendo lo stesso dogma: «Al termine “moderno” viene attribuito un significato emotivo-normativo, quasi soteriologico: è la fede nella superiorità del moderno sul “vecchio” e sul “superato” in quanto, delle tre dimensioni temporali, il passato (che in ogni civiltà tradizionale è carico di valore) perde ogni significato, insieme con il presente, il quale vale solo come “rampa di lancio” verso il futuro utopico. La dimensione temporale della modernità è il futuro, o meglio, l’avvenire, che è il futuro privato del suo significato escatologico. È il trionfo di Utopia, il Dio-in-avanti che sempre si attende e si attenderà, perché sempre deve e dovrà venire»200. Lo stesso magistero ecclesiale aveva ravvisato - già con Pio IX 201 (1864) prima e con Pio X tramite la Pascendi del 1907 dopo - il rischio di una “verità relativa” soggetta alle “intemperie” della scienza della propria epoca: «Per detto dunque e per fatto dei modernisti nulla, venerabili fratelli, vi deve essere di stabile, nulla di immutabile nella chiesa»202. Per bocca di Pio XII poi, aveva messo in guardia contro il «fluttuante» che «rende lo stesso dogma simile ad una canna agitata dal vento»:


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«E perciò taluni, più audaci… affermano, non possono mai esprimersi con concetti adeguatamente veri, ma solo con concetti approssimativi e sempre mutevoli, con i quali la verità viene in un certo qual modo manifestata, ma necessariamente anche deformata. Perciò ritengono non assurdo, ma del tutto necessario che la teologia, in conformità dei vari sistemi filosofici, di cui essa nel corso dei tempi si serve come strumenti, sostituisca nuovi concetti agli antichi; cosicché in modi diversi, e sotto certi aspetti anche opposti, ma - come essi dicono - equivalenti, esponga al mondo umano le medesime verità divine. Aggiungono poi che la storia dei dogmi consiste nell’esporre le varie forme di cui si è rivestita successivamente la verità rivelata, secondo le diverse dottrine e le diverse opinioni che sono sorte nel corso dei secoli. Da quanto abbiamo detto è chiaro che queste tendenze non solo conducono al relativismo dogmatico, ma di fatto già lo contengono; questo relativismo è poi fin troppo favorito dal disprezzo verso la dottrina tradizionale e verso i termini con cui essa si esprime. […] Per tali ragioni, è della massima imprudenza il trascurare o respingere o privare del loro valore i concetti e le espressioni che da persone di non comune ingegno e santità, sotto la vigilanza del sacro magistero e non senza illuminazione e guida dello Spirito Santo, sono state più volte con lavoro secolare trovate e perfezionate per esprimere sempre più accuratamente le verità della fede, e sostituirvi nozioni ipotetiche ed espressioni fluttuanti e vaghe della nuova filosofia, le quali, a somiglianza dell’erba dei campi, oggi vi sono e domani seccano; a questo modo si rende lo stesso dogma simile ad una canna agitata dal vento.»203 Maritain, dunque, ci assicura che «Essere in disaccordo col ritmo intellettuale del proprio tempo è un guaio minore per il filosofo che per l’artista» 204. Con tutto ciò, per Maritain è più che lecito amare il nuovo, «ma a condizione che questo nuovo continui veramente l’antico, e si aggiunga, senza distruggerla, alla sostanza acquisita»205; in perfetta armonia col magistero della chiesa: «Qualsiasi verità la mente umana con sincera ricerca ha potuto scoprire, non può essere in contrasto con la verità già acquisita; perché Dio, somma Verità, ha creato e regge l’intelletto umano non affinché alle verità rettamente acquisite ogni giorno esso ne contrapponga altre nuove; ma affinché, rimossi gli errori che eventualmente vi si fossero insinuati, aggiunga verità a verità nel medesimo ordine e con la medesima organicità con cui vediamo costituita la natura stessa delle cose da cui la verità si attinge. Per tale ragione il cristiano, sia egli filosofo o teologo, non abbraccia con precipitazione e leggerezza tutte le novità che ogni giorno vengono escogitate, ma le deve esaminare con la massima diligenza e le deve porre su una giusta bilancia per non perdere la verità già conquistata o corromperla, certamente con pericolo e danno della fede stessa.» 206


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7. Conclusione Abbiamo visto come le svolte fondamentali del pensiero scientifico, “le umiliazioni inferte dalla scienza”, seguano un filo di Arianna che approda al relativismo, ossia ad un nitido indebolimento dell’assoluto, al decentramento dei fondamenti, alla perdita delle certezze. Bisogna di ciò prenderne atto in relazione al pensiero debole della nostra epoca: questo è espressione di quell’indebolimento della dimensione ontologico-semantica verificatosi prima nel piano della scienza, poi in quello del pensiero filosofico (ormai contagiato dal primo), e infine in quello etico e religioso. È questa una delle analisi fondamentali e preziose che Maritain ci lascia in eredità. Lo scienziato, quindi, si ritrova come background un “reticolo epistemologicosubliminale” invisibile ma presente, sfondo stellato della ricerca scientifica e relativa ermeneutica da Galileo fino ai nostri giorni, che “per interpolazione” giustifica e legittima la moderna immagine relativista e debolista. Ci preme, a questo punto, rilevare che “i punti d’interpolazione” utilizzati, cioè i vari decentramenti e detronizzazioni, non sono a loro volta «Beyond a Shadow of a Doubt», per citare un commento del noto fisico Clifford Will riguardo la relatività di Einstein: ossia, la “cornice relativizzante” non è essa stessa assoluta e irreversibile; l’ideologia scientista cade qui in un grossolano sofisma quando fa assurgere il contingente a dogmatica certezza. «Gli innegabili successi della ricerca scientifica e della tecnologia contemporanea hanno contribuito a diffondere la mentalità scientista, che sembra non avere più confini, visto che è penetrata nelle diverse culture e quali cambiamenti radicali vi ha apportato. […] Accantonata, in questa prospettiva, la critica proveniente dalla valutazione etica, la mentalità scientista è riuscita a fare accettare da molti l’idea secondo cui ciò che è tecnicamente fattibile diventa per ciò stesso anche moralmente ammissibile»207. Maritain non si lascia abbindolare da un tale quadro semantico e la sua prima reazione, quella contro il positivismo, va inquadrata all’interno della cornice antirelativista, al «bisogno di assoluto» 208. Dopodiché, tramite il concetto di cronolatria epistemologica, egli ha puntellato un altro aspetto dell’assoluto: quello, cioè, di resistere «alle fluttuazioni del tempo» 209. Infine, col concetto di logofobia, smaschera il tessuto epistemologico sottostante il cosiddetto pensiero debole, che, “minuscolizzando” la V maiuscola del Quid est Veritas di Pilato, deliberatamente rifiuta «quel desiderio della Verità senza il quale non si è uomini»210. In sintesi, la nostra epoca si caratterizza all’insegna «della cultura dell’effimero, che nasce dall’adorazione del tempo (cronolatria) e dal disprezzo della verità (logofobia) e si traduce nel prassismo e nell’efficientismo (dell’epoca 211 contemporanea)» . Ciò si traduce in «una diffusa diffidenza verso gli asserti


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globali e assoluti»212, in una «crisi del senso»213, «all’affermarsi del fenomeno della frammentarietà del sapere»214, in uno «stato di scetticismo e di indifferenza o nelle diverse espressioni del nichilismo» 215, nonché in una acclamata «fine della metafisica»216, tutto ciò fomentato da un mai spento e anti-tomistico scientismo che aleggia in ogni angolo della nostra cultura contemporanea. Il mondo moderno sembra aver intrapreso una direzione per certi versi opposta a quella suggerita dal «testo sacro»: in questo, infatti, «ciò che emerge, comunque, è il rifiuto di ogni forma di relativismo, di materialismo, di panteismo» 217. Tutto ciò porta, inevitabilmente, «a una più generale concezione, che sembra costituire l’orizzonte comune a molte filosofie che hanno preso il congedo dal senso dell’essere»218, ad un nichilismo occulto quanto operante, commisto ad una “fabulatria polifemica”, grazie alla quale «le varie potenze d’illusione si diffondono sul mondo intero disorientando tutte le bussole» 219. Ed è lo stesso gusto dell’effimero, del transitorio, che veste di risibile oggi pensatori come Maritain che hanno scavato, con profitto, nella tradizione. Eppure «il richiamo alla tradizione… non è un mero ricordo del passato; esso costituisce piuttosto il riconoscimento di un patrimonio culturale che appartiene a tutta l’umanità. Si potrebbe, anzi, dire che siamo noi ad appartenere alla tradizione e non possiamo disporre di essa come vogliamo. Proprio questo affondare le radici nella tradizione è ciò che permette a noi, oggi, di poter esprimere un pensiero originale, nuovo e progettuale per il futuro»220. L’incontro fra il pensiero del pensatore francese e quello contemporaneo è più che produttivo, poiché fa scaturire «la scoperta della possibilità, per l’uomo del nostro tempo, di un umanesimo integrale, autenticamente eroico, proteso alla ricerca dell’Essere, della Verità, della Bellezza, del Bene oggettivi e capace di superare, nell’orizzonte della conoscenza, tanto il fenomenismo quanto l’idealismo, e, in quello dell’etica, il soggettivismo e il relativismo» 221. Lo sforzo di Maritain è stato quello di restituire dignità alla verità, addirittura urgenza: perdere il contatto con il logos - con la verità - infatti, significa perdere la struttura semantica e la tavola dei valori, il senso e l’orientamento dell’umano esistere, il supremo bene della libertà: «Una volta che si è tolta la verità all’uomo, è pura illusione pretendere di renderlo libero. Verità e libertà, infatti, o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono» 222. Urge quindi il bisogno di ritornare ad «una filosofia di portata autenticamente metafisica, capace cioè di trascendere i dati empirici per giungere, nella sua ricerca della verità, a qualcosa di assoluto, di ultimo, di fondante»223. Ci esorta Giovanni Paolo II: «Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento». NOTE 1 Giovanni Paolo II, Fides et ratio, 88.


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2 Ibidem, 5. 3 Ib., 28. 4 J. Maritain, Il contadino della Garonna, p. 20. 5 V. Possenti, in J. Maritain Riflessioni sull’intelligenza e la sua vita propria, p. 21. 6 J. Maritain, Antimoderno, p. 27. 7 J. Maritain, Il contadino della Garonna, p. 111. 8 J. Maritain, Per un umanesimo cristiano, p. 47. 9 J. Maritain, Il contadino della Garonna, p. 86. 10 Giovanni Paolo II, op. cit., 5. 11 Ibidem, 6. 12 Ib., 56. 13 Diels, 80, B1. 14 Teeteto, 152 a. 15 Diels, 90, 2 [18]. 16 J. Maritain, La filosofia morale, p. 16. 17 Ibidem, p. 18. 18 Ibidem, p. 17. 19 Ib., p. 16. 20

Platone, Teeteto, III, 1.

21 J. Maritain, op. cit., p. 18. 22 G. Reale, Saggio introduttivo per una lettura storico-critica del ÂŤFedoneÂť, p. 40. 23 Ibidem. 24 Ib., p. 45. 25 Ib., pp. 39-40. 26 Ib., p. 41.


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27 G. Reale, op. cit., p. 43. Come sottolinea anche Maritain: «Con lui lo sguardo dell'intelligenza si rivolge ad un mondo di essenze separate dalle cose, e giunge così ad una metafisica dell'extra reale, concepita secondo l'immagine della matematica.» (J. Maritain, Scienza e saggezza, p. 85). 28 Spiega Maritain: «In seguito alle speculazioni dei filosofi della Jonia che cercavano solamente di designare il principio materiale delle cose, Eraclito si domanda: è possibile un sapere del mondo sensibile? Risponde negativamente. Anche per Platone non esiste una filosofia della natura. Per conquistare la scienza, bisogna, volgendosi verso le idee, distogliersi dal mondo sensibile che, tuttavia, non esiste se non attraverso le idee. Platone scopre la metafisica, ma per lui non esiste una scienza propriamente detta della natura. È con Aristotele che la filosofia della natura viene infine fondata. Un sapere del mondo sensibile è possibile, non tanto in quanto sensibile, ma in quanto implica nella sua struttura delle invarianti intelligibili che dipendono dalle forme specificatrici.» (J. Maritain, Sulla nozione di filosofia della natura, p. 182). «Una scienza, un sapere della natura sensibile è possibile, indubbiamente non certo in quanto sensibile, ma in quanto elementi e leggi intellegibili sono investiti in essa» (Ibidem, p. 15). La scienza, quindi, nasce da «l'atto di coraggio intellettuale di Aristotele, che supera la tentazione di scoraggiamento e la delusione provocata all'intelligenza dallo spettacolo dello scorrere del divenire e dalle contraddizioni dei primi cercatori.» (J. Maritain, Scienza e saggezza, p. 86). 29 G. Reale, Introduzione alla Metafisica di Aristotele, p. XXXIII. 30

U. Bartocci, Alle origini della costruzione dell’immagine scientifica del mondo: un problema storiografico, p. 57. 31

S. Freud, Una difficoltà della psicoanalisi, pp. 660-663.

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Lo stesso Maritain, in Umanesimo integrale, mette in luce, con maggiore profondità e con medesimo contrasto, il “sinistro” sentiero al quale queste “orme” della nuova scienza sembrano voler indicare: «L'uomo, secondo questo punto di vista [darwinismo], non appare soltanto come derivante da una lunga evoluzione di specie animali (il che è, dopo tutto, questione secondaria, puramente storica) ma bensì come derivante da questa evoluzione biologica senza discontinuità metafisica, senza che, a un dato momento, con l'essere umano, qualcosa di assolutamente nuovo s'inizi nella serie: una sussistenza spirituale implicante che a ogni generazione di un essere umano, un'anima individuale è creata dall'autore di tutte le cose e gettata nell'esistenza per un destino eterno. L'idea cristiana dell'uomo o della persona umana, poggiata sul dogma rivelato, non è stata scossa dal darwinismo. Ma l'idea razionalistica della persona umana ne ha ricevuto un colpo mortale. Il secondo colpo, il colpo di grazia, se così posso dire, doveva portarlo Freud nel campo della psicologia... Il centro di gravità dell'essere umano è disceso così in basso che, parlando propriamente, non c'è più personalità per noi ma solo il movimento fatale di larve polimorfe del mondo sotterraneo dell'istinto e del desiderio - Acheronta movebo, afferma Freud stesso - e che ogni ben regolata dignità della nostra coscienza personale appare come una maschera mentitrice. In definitiva, l'uomo non è che il luogo d'incrocio e di conflitti d'una libidine anzitutto sessuale e d'un istinto di morte... L'uomo... è devastato, diventa un mostro, un mostro caro a se stesso.» (J. Maritain, Umanesimo integrale, pp. 82-83). 33

G. Sermonti, La concezione della vita: da Aristotele a Darwin a oggi, pp. 222-223.


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«C'è qualcosa che rende insopportabile Aristotele ai "moderni". È l'aver egli annoverato, tra le cause che concorrono alla composizione e al moto dei corpi viventi, la causa formale, o "entelechia", una forza interna corrispondente a quello che oggi chiamiamo "principio di organizzazione"» (Ibidem, p. 222). 35

P.P. Wiener - A. Noland, Le radici del pensiero scientifico, p.5.

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Ibidem, p.6.

37 La via seguita è quella che potremmo definire “galileiano-newtoniana”, dove sotto l’«hypoteses non fingo» si nasconde in germe una linea empirio-operazionista che finirà per approdare al “meta-programma” bohr-heisenberghiano della nostra epoca, eco fedele di quell’animalisation della materia che «cessa di essere bruta per divenire sensibile animalizzandosi (en s’animalisant)» [Paul-Henry Thiry d’Holbach, Sistema della natura, p. 12]. Con «Bohr, Pauli e Heisenberg» - commenta Popper - «[…] La fisica era diventata un bastione della filosofia soggettivistica, ed è rimasta tale da allora in poi.» (K. Popper, Unended Quest. An Intellectual Autobiography, p. 153. Si veda F. Selleri, Quantum Paradoxes and Physical Reality, cap. 3, per un’attenta analisi sulla componente “metafisica” della fisica moderna). Esisterebbe un’altra via, quella “cartesiano-todeschiniana” (si rimanda a La teoria delle apparenze - 1949 - e Psicobiofisica - 1978 - dello scienziato bergamasco Marco Todeschini per una visione globale) che, contemplando anche un mondo spirituale e “disanimalizzando” quello fisico, è stata bistrattata e “deviata” in un angolo del popperiano mondo 3, quello delle “congetture sepolte” dall’establishment. 38

Citato in Sermonti, op. cit., p. 236.

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Ibidem. E con lodevole chiarezza Pio XII nell'enciclica Humani generis: «Però alcuni oltrepassano questa libertà di discussione, agendo in modo come fosse già dimostrata con totale certezza la stessa origine del corpo umano dalla materia organica preesistente, valendosi di dati indiziali finora raccolti e di ragionamenti basati sui medesimi indizi; e ciò come se nelle fonti della divina rivelazione non vi fosse nulla che esiga in questa materia la più grande moderazione e cautela.» (EE 19/736). 40

«La filosofia classica e quella scolastica potevano pertanto far scaturire la riflessione antropologica e morale dalla fondazione dell'orizzonte metafisico e gnoseologico. Quella moderna e contemporanea, al contrario, segnata da un radicale antropocentrismo, ha preso avvio proprio dalla riflessione sull'uomo per scardinare la prospettiva metafisica, pervenendo, infine, all'affermazione del soggettivismo e del relativismo gnoseologico e morale.» (M.L. Buscemi R.P. Rizzuto, in AA.VV. Jacques Maritain e il pensiero contemporaneo, p. 6). 41

J. Maritain, Antimoderno, p. 80.

42

P. Viotto, in J. Maritain Scienza e saggezza, p. 11. «Ogni sapere filosofico delle cose distinto dalla conoscenza che le scienze ne procurano era ormai tolto di mezzo.» (J. Maritain, La filosofia morale, p. 327). 43

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G. Morra, Ateismo e non-credenza nelle società occidentali, p. 91.

Ci ricorda Maritain che, al contrario di quanto viene comunemente creduto, il “totale abbandono nella scienza” non è stato affatto superato nella nostra epoca: « noi viviamo nel


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mondo di Auguste Comte» (Il contadino della Garonna, p. 18). Ciò viene in effetti confermato anche da Giovanni Paolo II: «La critica epistemologica ha screditato questa posizione [positivista], ed ecco che essa rinasce sotto le nuove vesti dello scientismo» (Fides et ratio, 88). 45

D'altra parte, come ci ricorda Olivier Lacombe, lo stesso Maritain era passato durante la giovinezza sotto la disperazione del relativismo: «Il relativismo dell'insegnamento ufficiale aveva condotto Jacques Maritain ad un agnosticismo accompagnato da una disperazione che non era semplicemente disincantamento romantico, ma ferita mortale inflitta ad un'anima e a un cuore fatti per la verità e l'amore assoluti.» (O. Lacombe, L'itinerario spirituale di Jacques Maritain, p. 26). 46

Ibidem.

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Come sottolinea Cassisa, l'asse stesso dei valori è condizionato dalla moderna immagine del mondo: «Chi ignora gli influssi esercitati dall'illuminismo, dal soggettivismo, dall'idealismo, dal positivismo, dal marxismo, dalle teorie di Nietzsche sulla crisi dei valori che travaglia il mondo moderno?» (S. Cassisa, Il filosofo e l'impegno per la verità, p. 20). E aggiunge: «La rivoluzione copernicana fa sentire qui i suoi effetti. Non potendo fondarsi sull'essere, l'etica si fonderà sul soggetto, cioè sulla coscienza morale o, più esattamente, sulla ragione pratica, del soggetto: su una ragione, intendiamoci, disgiunta dall'ordine ontologico, dai fini oggettivi, dal bonum honestum» (Ibidem, p. 26). 48

J. Maritain, Antimoderno, p. 166.

49

J. Maritain, La filosofia morale, pp. 331 e sg.

50

S. Cassisa, op. cit., p. 32.

51

Cit. in J. Maritain, op. cit., p. 332.

52

Ibidem, p. 333. Maritain - aggiunge Cassisa - rimprovera a Comte anche «la cosiddetta "legge dei tre stati" (teologico, metafisico e positivo), storicamente non verificata e del resto contraddicente il relativismo, dal momento che lo stato positivo viene presentato come assolutamente superiore agli altri... Gli rimprovera la subordinazione della scienza stessa all'utilità, alla tecnica. Gli rimprovera un ateismo peggiore di quello di Marx: 1) perché Comte non si preoccupa neppure di negare Dio: per lui la questione di Dio non si pone più o non ha senso, come dirà il neo-positivismo di Ayer; 2) perché, mentre il Dio che Marx rigetta è il dio hegeliano, l'Imperatore del mondo, il Dio che Comte ha rigettato - a tredici anni! - è il vero Dio del catechismo. Infine - last not least - Maritain rimprovera a Comte la negazione del valore in sé della persona umana, la cui "dignità" (degno, dignità: parole care a Comte) le viene tutta dalla società umana, dall'umanità, vero soggetto della "sintesi soggettiva", alla quale, secondo l'ultima filosofia di Comte, spetta di unificare il sapere, non unificabile sul piano oggettivo.» (S. Cassisa, op. cit., p. 32). 53

J. Maritain, op. cit., p. 334.

54 J. Maritain, Scienza e saggezza, p. 75. 55 Ibidem, p. 89.


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56 Ib., p. 78. 57 P. Viotto, op. cit., pp. 10-11. 58 R. Rucker, La mente e l'infinito. Scienza e filosofia dell'infinito, p. 218. 59 Marvin Minsky, Macchine intelligenti, p. 148. 60 J. Maritain, Il neovitalismo in Germania e il darwinismo, p. 232. 61 Cit. in P. Emanuele, Nel meraviglioso mondo della filosofia, pp. 109-110. 62 J.P. Changeux e A. Connes, Pensiero e materia, p. 261. 63 Cit. in Sermonti, op. cit., p. 237. 64 J. Maritain, Antimoderno, p. 38. 65

L. Smolin, La nascita della terza cultura, p. 21.

66

D.C. Dennett, Le pompe dell’intuizione, p. 60.

67

Ibidem, p. 169.

68

J. Monod, cit. in Sermonti, op. cit., p. 240.

69

J. Monod, Il caso e la necessità, p. 143.

70

G. Sermonti, op. cit., p. 240.

71 J. Maritain, Antimoderno, p. 75. 72 J. Rachels, Creati dagli animali. Implicazioni morali del darwinismo, p. 3. 73 Ibidem, p. 6. 74 Ib., p. 7. Si noti che tale “metafisica”, posta in risalto da Rachels, è in perfetta coerenza con la “intelaiatura relativistica” messa in moto dal pensiero scientifico moderno. Scrive Monod: «È vero che la scienza attenta ai valori. […] Ma allora chi definisce il crimine? Chi il bene e il male? Tutti i sistemi tradizionali ponevano l’etica e i valori fuori della portata dell’uomo. I valori non gli appartenevano: essi gli si imponevano e lo possedevano. Ora invece egli sa di essere il solo a possederli, sa che finalmente li può padroneggiare e gli sembra allora che essi si dissolvano nel vuoto indifferente dell’universo. È a questo punto che l’uomo moderno si rivolge alla Scienza o piuttosto contro la Scienza di cui può valutare il terribile potere di distruzione non solo del corpo ma anche dell’anima.» (J. Monod, Il caso e la necessità, p. 138). 75

Ib., pp. 259-261.


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76 V. Possenti, in J. Maritain, Riflessioni sull’intelligenza e la sua vita propria, pp. 20-21. 77 J. Maritain, Antimoderno, p. 56. 78 Ibidem, p. 76. 79 Ib., pp. 52-55. 80 Ib., pp. 37-38. 81 P. Silvestroni, Fondamenti di chimica, p. 31. 82 K. Popper, Conoscenza oggettiva. Un punto di vista evoluzionistico, p. 185. Ci penserà poi Heisenberg a far tabula rasa di ogni minimo residuo rimasto: «Il cammino percorso finora dalla teoria quantistica indica che la comprensione di quei tratti ancora non chiariti della fisica atomica si può raggiungere solo con una rinuncia all’intuitività» (W. Heisenberg, Lo sviluppo della meccanica quantistica, p.200). 83 «Logicismo, formalismo, crisi dei fondamenti, etc., sono tutti riconducibili nell'illustrato contesto ad esiti naturali del tentativo di espungere la geometria euclidea dai fondamenti della matematica, ritenendola come un modello debole ed incerto del processo di fondazione.» (U. Bartocci, Riflessione sui fondamenti della matematica ed oltre, p. 24). 84 «La scienza, si dice, si distingue dalla filosofia proprio per il fatto di essere astratta e di poter rivendicare una validità generale, il che significa che i suoi risultati sono vincolanti per tutti, mentre nella filosofia, che si occupa anch'essa della conoscenza, si contrappongono in modo conflittuale diversi tentativi di spiegazione del mondo. Adesso sembra invece che in alcune delle sue branche più importanti la matematica non sia rigorosamente esatta e non possa gettare delle fondamenta logico-ontologiche tali da avere validità generale e da risultare pienamente soddisfacenti.» (K. von Fritz, Le origini della scienza in Grecia, p. 16). Polanyi parla addirittura di «paradosso» di una matematica basata su un sistema di assiomi che non vengono considerati evidenti, nel momento che se anche logicamente coerenti a livello interno «non si può sapere se escludono qualsiasi contraddizione fra loro. Può sembrare completamente assurdo che si applichi una grandissima ingegnosità e un grandissimo impegno per provare i teoremi della logica o della matematica, mentre le premesse di queste inferenze vengono allegramente accettate, senza che ci siano ragioni sufficienti per farlo, in quanto sono "formule asserite e non provate".» (M. Polanyi, La conoscenza personale. Verso una filosofia post-critica, p. 328). Si aggiunga anche che «la trasmissione della matematica oggi è stata resa più precaria anche dal fatto che nessun singolo matematico è in grado di capire pienamente più di una piccola parte della matematica.» (Ibidem, p. 330). 85 F. Selleri, Fisica senza dogma, p. 64. 86 M. Kline, Matematica: la perdita della certezza, pp. 302-303. 87 Nicolas Bourbaki, cit. da M. Kline, op. cit., p. 311. 88 P. Davies, Sull’orlo dell’infinito. Singolarità nude e distribuzione dello spazio-tempo, p. 65. 89 Ibidem.


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90 F. Selleri, op. cit., pp. 61-63. 91 W. Heisenberg, Il contenuto intuitivo della cinematica e della meccanica nella teoria quantistica, p 181. 92 P. Silvestroni, op. cit., p. 31. «Si era sempre ammesso nel passato, che i fenomeni del mondo fisico fossero governati dal principio di causalità. [...] La nuova teoria dei quanti, invece, ha portato un cambiamento profondo...» (G. Castelfranchi, Fisica moderna atomica e nucleare, p. 447). «La formulazione di Copenhagen della meccanica quantistica rinunciava programmaticamente ad ogni spiegazione causale nello spazio e nel tempo, dichiarandola impossibile, ed usava la matematica come forza razionalizzatrice diretta.» (F. Selleri, Fondamenti della fisica moderna, p. 62). «La conseguente rinuncia alle "categorie ordinarie" del pensiero, fino ad allora intoccate, quali quelle di spazio, tempo e causalità, in favore di una enunciazione matematica sempre più "astratta", e l'abitudine crescente a questa, aprirono poi la strada al successo di teorie sempre meno “credibili”» (U. Bartocci, Fondamenti della teoria dei numeri reali, p. 177). 93 W. Heisenberg, Fisica e filosofia, p. 212. 94 Ibidem, p. 213. 95

Barcolla finanche il concetto di “esistenza”: «Finché rimaniamo nell'ambito della fisica classica, tutto risulta semplice e chiaro, ed il concetto di esistenza coincide con quello comunemente ammesso da tutti. Le cose si complicano notevolmente, non appena passiamo alla relatività perché allora [...] la nozione di contemporaneità diventa relativa, e viene quindi a perdere il suo carattere "obiettivo". Accade quindi che ciò che esiste non viene più a coincidere con il presente dell'osservatore, ma comprende anche il suo passato ed il suo futuro.» (G. Arcidiacono, Relatività ed Esistenza, pp. 113-115). «Con la teoria di relatività, assieme alla nozione obiettiva di contemporaneità, verrebbe necessariamente a cadere anche la nozione obiettiva di esistenza, almeno come si intende abitualmente, poiché uno stesso evento potrebbe essere insieme esistente per un osservatore e non esistente per un altro, anche coincidente a un certo istante col primo, ma in moto rispetto a questo!» (L. Fantappié, Relatività e concetto di esistenza, p. 177). «Consideriamo un fiore. Se decido di metterlo fuori dalla portata della mia vista, per esempio in un'altra stanza, non cessa per questo di esistere. O almeno, questo è ciò che l'esperienza quotidiana mi consente di supporre. Ora, la teoria quantistica ci dice ben altro; sostiene che, se osserviamo questo fiore in modo sufficientemente fine, cioè a livello atomico, la sua realtà profonda e la sua esistenza sono intimamente legate al modo in cui l'osserviamo.» (J. Guitton - G. e I. Bogdanov, Dio e la scienza, p. 88). «In quel momento tutti gli altri stati cessano di essere reali da tutti i punti di vista. Diventano, se vuoi, solo sogni o fantasie, e lo stato osservato è l'unico reale. Questo è quello che si chiama riduzione degli stati quantistici.» (R. Gilmore, Alice nel paese dei quanti, p. 78). 96 Ci assicura Northrop: «Gli esperimenti sulla radiazione dei corpi neri esigono la conclusione che “Dio gioca ai dadi”.» (F.S.C. Northrop, in W. Heisenberg, Fisica e filosofia, p. 18). 97 R. Penrose, cit. da A. Zeilinger, Problemi di interpretazione e ricerca di paradigmi in meccanica quantistica, p. 123. 98 W. Heisenberg, Fisica e filosofia, p. 233.


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99 «Sotto questo profilo, il vero successo della teoria dei quanti consiste nell’essere stata costruita fuori, anzi, per lo più contro la ragione ordinaria. È per questo che c’è qualcosa di “folle” in tale teoria, qualcosa che va oltre la scienza stessa.» (J. Guitton - G. e I. Bogdanov, op. cit., p. 88). 100

F. Selleri, Fondamenti della fisica moderna, p. 12.

101

F. Selleri, La causalità impossibile. L'interpretazione realistica della fisica dei quanti, p. 13.

102 Cfr. F. Selleri, Fondamenti della fisica moderna, pp. 66-67. 103 «Nella fantascienza è cosa comune ritenere che esistano infiniti universi paralleli e che ogni possibile universo esista davvero in qualche luogo. Una variante di quest’ultima idea è stata in effetti inserita nella moderna meccanica quantistica» (R. Rucker, La quarta dimensione, p. 159). 104

Si veda, a titolo di esempio, La fisica quantistica del viaggio nel tempo, di D. Deutsch e M. Lockwood; o il libro di John Gribbin Costruire la macchina del tempo. Viaggio attraverso i buchi neri e i cunicoli spazio-temporali. E non sembrino tali concetti pure invenzioni senza credenza alcuna, la scienza moderna fa perno sullo stato febbrile di un istintivo bisogno dell'immaginazione umana: «Perché dev’essere così difficile viaggiare nel tempo? E' facile immaginare il veicolo perfetto: una specie di automobile con alcuni tasti speciali sul cruscotto. Si entra, si digita il codice numerico corrispondente al luogo e al tempo in cui si desidera trovarsi, si gira la chiave di accensione e - oplà - ecco che siamo nella Parigi degli anni Venti, nelle Grandi Pianure prima dei pionieri, sulla Luna o addirittura in un'altra galassia. E' da epoche remote che gli uomini sognano una siffatta libertà dalle pastoie dello spazio e del tempo. [...] Potranno mai diventare realtà i viaggi nel tempo e i viaggi FTL [faster than light]? Riusciremo mai a conquistare definitivamente il tempo e lo spazio? [...] Non se ne sa molto davvero, ma c'è qualche possibilità che maneggiando sistemi dotati di enorme massa - come i buchi neri - si riesca forse a distorcere lo spazio e il tempo in modo tale da consentire quei balzi nello spazio-tempo che sono richiesti dai viaggi nel tempo e dai viaggi FTL. Un'altra via per compiere viaggi di questo genere passa forse attraverso la meccanica quantistica, secondo la quale, al livello di realtà più profondo, il tempo e lo spazio non esistono affatto.» (R. Rucker, op. cit., pag. 203). La copertina della prestigiosa rivista scientifica „Le Scienze“ - e siamo nell’anno 2000, solo qualche mese fa’ - riportava in grande come titolo: «C’è una porta nello spazio-tempo?», riferendosi all’articolo interno di due valenti scienziati che aveva come sottotitolo: «La costruzione di varchi spazio-temporali e di motori di curvatura richiederebbe una forma di energia molto insolita: purtroppo le stesse leggi fisiche che permettono l’esistenza di questa “energia negativa” sembrano porre limiti al suo comportamento». Lo stesso articolo riportava che: «Alla fine degli anni ottanta molti ricercatori, tra cui Michael S. Morris e Kip S. Thorne del California Istitute of Technology e Matt Visser della Washington University, trovarono un altro risultato: alcuni varchi potrebbero essere grandi abbastanza per una persona o un veicolo spaziale. Basterebbe entrare in un varco sulla Terra e percorrere al suo interno una breve distanza per trovarsi, per esempio, nella Galassia di Andromeda. Il trucco è che i cunicoli percorribili richiedono energia negativa; e poiché questa produce repulsione gravitazionale, impedisce al varco di collassare.» (L.H. Ford e T.A. Roman, Energia negativa: la sfida della fisica, p. 41). «Se cercassimo di seguire esattamente una linea di tempo chiusa (detta CTC, closed timelike curve) per tutta la lunghezza, andremmo a urtare contro noi stessi nel passato e a causa di quest'urto verremmo estromessi dal nostro stesso passato; seguendo invece solo parte di una CTC torneremmo nel passato e potremmo partecipare agli eventi che vi si svolgono:


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potremmo stringere la mano a una versione più giovane di noi stessi o, se il cappio fosse abbastanza grande, far visita ai nostri antenati.» (D. Deutsch - M. Lockwood, op. cit., p. 62). Sull’ermeneutica della sperimentazione, poi, esiste un tale l’”analfabetismo filosofico” che affermazioni “antiscientifiche o categoriche” vengono quotidianamente spacciate per vere dalla grande massa dei ricercatori. Un esempio: «Il nostro esperimento ha verificato senza alcun dubbio il teletrasporto…» (A. Zeilinger, Il teletrasporto quantistico, p. 40). 105 L.H. Ford e T.A. Roman, op. cit., p. 38. 106

Cit. in R. Rucker, La mente e l'infinito. Scienza e filosofia dell'infinito, p. 99. Suggerisce R. Gilmore: «La risposta pratica a questo problema è “chiudi gli occhi e calcola”. La meccanica quantistica potrà anche essere difficile da interpretare, ma non si può negare che funzioni molto bene.» (R. Gilmore, op. cit., p.93). 107

108

O. Costa de Beauregard, Al di là del paesaggio consueto, p. 48.

A proposito della quale Maritain così si esprime: «Non c'è altra nozione [quella di neutralità] che sottolinei meglio di questa la stupefacente depressione della ragione nei tempi moderni; è dunque possibile esser neutrali nei confronti di Dio? Oppure le parole di Gesù Cristo: Chi non è con me è contro di me, non sono applicabili alla razza degli scienziati? Essere neutrali consiste nel non dire che Dio esiste e nel non dire che Dio non esiste. Bisogna dunque fare come se Dio esistesse e fare come se Dio non esistesse: atteggiamento che ha un significato se Dio è inesistente o se non chiede assolutamente nulla, perché allora, siccome in entrambi i casi non gli si deve nulla, agendo come se Dio non esistesse, si agirebbe nel contempo come se Dio esistesse; ma questo è il prototipo stesso dell'assurdità se Dio esiste e se chiede qualcosa, perché allora agendo come se Dio non esistesse, si agirebbe necessariamente al contrario di quel che bisognerebbe fare se Dio esiste. Quando dunque si dichiara che la scienza è neutrale, in realtà si nega radicalmente la fede cattolica, si nega che esiste una verità, una vita, un ordine superiore alla natura. Perciò, tra i rappresentanti titolari della filosofia moderna, ci sono molti uomini che, secondo l'espressione di mons. d'Hulst a proposito di Cartesio, sono cristiani e sono filosofi, ma ve ne sono pochi che siano filosofi cristiani. Ricordando ai nostri filosofi che il battesimo obbliga in filosofia come altrove, provochereste in loro, con la vostra mancanza di tatto, sincero stupore, li affliggereste, manchereste di rispetto alla negazione fondamentale di cui vivono. Questa negazione non è costitutiva della scienza, ma della vergognosa metafisica che si nasconde dietro la scienza. Questa negazione è però accuratamente nascosta con l'equivoco della parola neutralità, e si fa credere agli ignoranti che le conclusioni contrarie al dogma nelle quali sfocia sono il risultato della scienza "imparziale"; mentre vi erano presenti, fin dal principio, come il frutto di una metafisica, spesso appena cosciente, che è soltanto il più semplice rivestimento intellettuale della vanagloria. Se infine a tutto ciò si aggiunge che l'unico punto d'appoggio riconosciuto di questa metafisica siano questi sedicenti risultati, si avrà un'idea dell'incomparabile circolo vizioso in cui ruota continuamente il pensiero moderno. Papa Leone XIII l'ha detto in una celebre enciclica: la scienza del fisico e quella del teologo non possono contraddirsi, perché tutt'e due emanano dalla verità. È tuttavia ovvio che questa proposizione deve essere così intesa: la scienza non può contraddire la fede se la scienza è in buona fede. Ora la "scienza" che si dichiara neutrale, cioè che si mette, fin dal principio, e cercando di nasconderlo, al servizio di una metafisica che nega e contraddice la fede, e che dà come suoi propri risultati le ipotesi di questa metafisica, questa sedicente scienza non è in buona fede. Non solo infedele, ma perfida, essa inganna le anime, e le perverte completamente.» (J. Maritain, Antimoderno, pp. 61-63).


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109

P.W. Bridgman, La logica della fisica moderna, p. 55.

110

Ibidem, p. 56.

111 Cit. in P. Silvestroni, op. cit., p. 31. Si noti l’attacco inflitto a quel «patrimonio ereditario», cuore della tradizione cattolica, la quale ha sempre sostenuto la “antinichilistica” potenzialità della ragione umana, e di come questa può essere «debitamente coltivata: se cioè essa verrà nutrita di quella sana filosofia che è come un patrimonio ereditario dalle precedenti età cristiane e che possiede una più alta autorità, perché lo stesso magistero della chiesa ha messo al confronto con la verità rivelata i suoi principi e le sue principali asserzioni, messe in luce e fissate lentamente attraverso i tempi da uomini di grande ingegno. Questa stessa filosofia, confermata e comunemente ammessa dalla chiesa, difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principi della metafisica - cioè di ragion sufficiente, di causalità e di finalità - e infine sostiene che si può raggiungere la verità certa e immutabile.» (Pio XII, Humani generis, EE 19/729). 112

Giovanni Paolo II, op. cit., 55.

113

Risuonano vere, dunque, le parole del Vescovo di Roma: «Nell’ambito della ricerca scientifica si è venuti imponendo una mentalità positivista che non soltanto si è allontanata da ogni riferimento alla visione cristiana del mondo, ma ha anche, e soprattutto, lasciato cadere ogni richiamo alla visione metafisica e morale» (Giovanni Paolo II, op. cit., 46). 114

«Un pensiero filosofico che rifiutasse ogni apertura metafisica, pertanto, sarebbe radicalmente inadeguato a svolgere una funzione mediatrice nella comprensione della Rivelazione» (Ibidem, 83). Maritain, respingendo le detronizzazioni relativistiche della scienza moderna, assicura che la metafisica è «più sicura delle certezze matematiche» (J. Maritain, Distinguere per unire. I gradi del sapere, p. 23) e, ponendo «l’uomo [come] un animale metafisico… un animale che si nutre di trascendentali» (J. Maritain, Strutture politiche e libertà, p. 17), slega con decisione la metafisica dalle catene del prassismo ed efficientismo del mondo contemporaneo, dai «tre secoli di empirio-matematismo [che] l’hanno piegata ad interessarsi solo alla scoperta di strumenti per cogliere i fenomeni, reticoli di concetti che forniscono allo spirito un certo dominio pratico» (J. Maritain, Distinguere per unire. I gradi del sapere, p. 21): «La vera metafisica, salvi restando i modi e le proporzioni, può ben dire: il mio regno non è di questo mondo. I suoi assiomi, essa se li conquista, nonostante questo mondo che si sforza di mascherarglieli: cosa dicono i fenomeni, l’onda menzognera della brutta empiria, se non che ciò che è non è, che v’è di più nell’effetto che nella causa? […] La metafisica esige una certa purificazione dell’intelligenza ed anche una certa purificazione del volere, e presuppone che si abbia la forza di attaccarsi a ciò che non serve, alla Verità inutile. Nulla, tuttavia, è più necessario all’uomo di questa inutilità. Ciò di cui noi abbiamo bisogno non è di un insieme di verità che servono, ma piuttosto di una verità da servire. Questa, infatti, è il nutrimento dello spirito, e noi, nella parte migliore di noi stessi, siamo spirito.» (Ibidem, p. 22). 115 J. Maritain, Il significato dell’ateismo contemporaneo, p. 5. 116 W. Heisenberg, Fisica e filosofia, p. 235. Idem per quanto riguarda la teoria della relatività di Einstein, anche se alcuni scienziati suggerirebbero di chiamarla “teoria dell’assoluto” a causa dell’invarianza di c (velocità della luce) nei diversi sistemi di riferimento. In realtà quest’ultimi dimenticano che nella suddetta teoria l’invarianza di c è stata pagata a caro prezzo: l’abbattimento di un intero gruppo di assoluti newtoniani, nonché la predisposizione all’avvio


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della teoria dei quanti con il conseguente abbattimento in blocco della logica classica. In più il presunto “antimeccanicismo” della relatività corrompe alla base il plurimillenario affidamento all’intuito e al buon senso, nonché alla desiderabile cartesiana semplicità: «Sia la meccanica quantistica che la relatività sono molto difficili da capirsi; ci vogliono solo pochi minuti a memorizzare i fatti spiegati dalla relatività, ma anni di studio possono non bastare a padroneggiare questa teoria per vedere i fatti stessi nel debito contesto.» (M. Polanyi, op. cit., p. 92). «Una lezione filosofica importante da trarre dalla teoria della relatività speciale è che non tutte le spiegazioni scientifiche, per essere accettabili, devono essere in grado di esibire un meccanismo causale.» (G. Boniolo - M. Dorato, Dalla relatività galileiana alla relatività generale, p. 78). Per di più la teoria della relatività a aperto la strada al «mastery, instead of the servitude, of mathematics» (H. Dingle, Science at the Crossroads, p. 130), a quella che Pyenson definisce una «Physics in the shadow of Mathematics» (L. Pyenson, The young Einstein - The advent of relativity, p. 101), all’”adorazione della Formula”, al pericolo, cioè, di una matematica “cabalistica” che - usando i termini di Bacone - «generi» e «procrei» la scienza stessa (si cfr. Asimmetrie antirelativistiche del campo del presente autore; e Il linguaggio della matematica di U. Bartocci e R.V. Macrì; e anche H. Dingle, op. cit.). Inoltre l’invarianza di c non vettorializza affatto all’anti-relativismo, non protegge minimamente contro il pensiero debole; anzi - al di là del relativo processo ermeneutico della teoria in questione e della genesi e strumentalizzazione del suo nome (cfr. L.S. Feuer, Einstein e la sua generazione; R. Maiocchi, Einstein in Italia. La scienza e la filosofia italiane di fronte alla teoria della relatività; M. Mamone Capria, La crisi delle concezioni ordinarie di spazio e di tempo: la teoria della relatività) - non appare del tutto aleatorio quanto ha rilevato il direttore della rivista "Time", Walter Isaacson: «L'impatto della teoria di Einstein ha travalicato l'ambito della scienza. La teoria della relatività ha aperto la strada a un nuovo relativismo nella morale, nell'arte, nella politica. Con lei si e' incrinata totalmente la fede nei concetti assoluti» (dal “Time” del 31.12.1999). 117 Ibidem, p. 237. 118 J. Maritain, Distinguere per unire. I gradi del sapere, p. 228. 119 Ibidem. Precisa Maritain: «Mette qui conto di segnalare un equivoco di cui spesso i profani (e talvolta anche gli scienziati) sono vittime, e che costituisce un grossolano sofisma. Per lo scienziato il principio filosofico natura determinatur ad unum, … si traduce sul piano empiriologico con la formula: “lo stato iniziale di un sistema (materiale) sottratto ad ogni azione esteriore determina interamente i suoi stati ulteriori”, … che è la stessa formula del determinismo scientifico. Ma enunciando questa formula si presuppone, implicitamente o esplicitamente, di trovarsi in presenza di sistemi puramente materiali, di agenti e fenomeni puramente materiali (nel senso filosofico del termine, cioè tali che il loro comportamento dipenda interamente dalle nature in interazione) per i quali la legge di causalità prende esattamente questa forma. Il determinismo scientifico è, così, un determinismo condizionale (“supponendo che vi siano solo agenti puramente materiali”), e non è affatto il determinismo assoluto, il determinismo come dottrina filosofica, quello che nega la possibilità del libero arbitrio. È un puro e semplice gioco di prestigio prendere spunto da questa formula in favore del determinismo filosofico, per concludere che non possono esservi agenti spirituali e liberi» (J. Maritain, op. cit., pp. 185-186). 120

J.R. Pierce, Elettronica quantica, p. 27.

121 F. Selleri, Fondamenti della fisica moderna, pp. 33-34.


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122 In particolare è possibile utilizzarla per rimuovere i pericolosissimi errori insiti in buona parte del programma « metafisico » dell’Intelligenza Artificiale. Per un esempio calzante si veda La fisica unifenomenica cartesiana e il punto debole dell’IA forte, del presente autore. 123 J. Maritain, op. cit., p. 228. Esempio perfetto di tale tipo di fisica è la psicobiofisica todeschiniana, già citata. 124 Diels-Kranz, 44 B 11. 125 V. Possenti, op. cit., p. 18. 126 Gaudium et Spes, 19. 127 V. Possenti, op. cit., p. 18. E continua: «Da qui proliferano il frammento, la pulsione, la notte della mancanza di senso, lo scontro mortale dell’assolutamente molteplice e del totalmente eterogeneo. Da qui il torbido fascino per il pensare infondato e per la dissoluzione del discorso logico, la rottura con il regime solare del logos e l’inabissamento nella falsa mistica dell’Abgrund: la distruzione della forma sfocia nell’antiragione. La tendenziale dimissione della forma costituisce l’essenza del cosiddetto “pensiero debole”.» (Ibidem). 128 Ibidem, p. 6. E ciò in antitesi coi pilastri dell’insegnamento della Chiesa: «Inoltre la Chiesa afferma che al di là di tutto ciò che muta stanno realtà immutabili» (Gaudium et Spes, 10). 129

È interessante, a tale scopo, leggere il Manifesto dei pittori futuristi del 1910, in cui veniva emessa la condanna senza riserve di ogni forma di tradizione, di culto del passato (antipassatismo) e propugnato il radicale rinnovamento dell’arte e della vita all’insegna del progresso. Vi si affermava, tra l’altro: «Noi vogliamo combattere accanitamente la religione fanatica, incosciente e snobistica del passato, alimentata dall’esistenza nefasta dei musei. Ci ribelliamo alla supina ammirazione delle vecchie tele, delle vecchie statue... Noi vi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze ha determinato nell’umanità mutamenti tanto profondi, da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro... » 130 A. Frova, Le basi dell’armonia nella musica, p. 68 e p. 75. L’”emancipazione della dissonanza” proclamata da Arnold Schönberg come punta estrema di forme organizzate di atonalità, porta alla perdita di peso semantico del concetto di consonanza. Aggiunge Frova: «Oggi, ogni vincolo alla libertà d’espressione tramite il suono sembra caduto. Riecheggiano le parole di Schönberg: non esistono limitazioni alle possibilità di rottura con i criteri dell’armonia classica.» (Ibidem, p. 75). 131 Si veda ad esempio J. Guitton - G. e I. Bogdanov, op. cit.; o anche J.M. Jauch, Sulla realtà dei quanti. Un dialogo galileiano. 132 Negli ultimi anni, è entrato in scena, in forma massiccia, un approccio quantistico ai circuiti neuronali, dilatato in modo estremo dalla «Kopenhagener Geist der Quantentheorie» - per usare un'espressione di Heisenberg - nel tentativo di far rientrare i processi biologici come sottoinsieme dei fenomeni quantici. C'è pure chi cerca di trovare soluzioni definitive al problema della coscienza e del libero arbitrio nello spazio generato dalla fusione della teoria dei quanti con quella della relatività (cfr. Penrose e Tipler). Si arriva così a definire l'anima,


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concetto plurimillenario, come una proprietà emergente della materia. Se così è allora non possiamo respingere la conclusione di Rucker: «"Io" sono non tanto i miei atomi quanto la configurazione secondo la quale i miei atomi sono disposti». Tutto diventa forma, geometria, virtualmente riproducibile. Persino il sé diventa emergente e virtuale (cfr. Varela). Degna di nota è la riproducibilità teorica che tale visione implicherebbe; si potrebbe dire, parafrasando la famosa frase di Laplace, che un'intelligenza che in un dato momento avesse posto ogni particella nella giusta geometria, avrebbe realizzato non solo un particolare cervello, ma addirittura una persona umana completa di ricordi, esperienze, "Io", "Sé" e relativo inconscio. Nulla sarebbe fuori dalla geometria e dal mondo dei quanti: «Se un individuo ha una gamba, o un fegato o un cuore artificiale, è sempre la stessa persona. Io sostengo che è anche possibile immaginare un tempo in cui si potrà avere un cervello artificiale. Ciò si potrebbe ottenere, per esempio, registrando olograficamente la struttura fisica, elettrica e biochimica del cervello, e quindi trasferendola isomorficamente su un grande chip al silicio o su qualche tipo di tessuto ottenuto in coltura. Presumibilmente si sperimenterebbe questo tipo di trasferimento come un breve periodo di incoscienza, dopo il quale si ricomincerebbe a pensare più o meno come prima. L'intero processo sarebbe paragonabile all'introduzione di un programma in un calcolatore nuovo.» (R. Rucker, La mente e l’infinito, p. 218). 133 Se la "versione forte" dell'intelligenza artificiale sostiene che l'intelligenza dipende solo dall'organizzazione di un sistema e dal suo operato come manipolatore di simboli e non dalla natura fisica degli elementi che costituiscono il sistema intelligente, allora - seguendo il funzionalismo passo passo - anche «la vita dipende solo dall'organizzazione degli elementi nel tempo e nello spazio e dall'interazione di relazioni e processi di cui quegli elementi fanno parte» (C. Emmeche, Il giardino nella macchina. La nuova scienza della vita artificiale, p. 10) e non invece dalla natura fisica degli elementi che costituiscono il "sistema vivente". Ecco la vita artificiale! Per quest'ultima anche i virus, «i programmi virulenti [che] si riproducono e si diffondono in tutti i calcolatori [...] sono, in questo senso, forme di vita» (Ibidem, p. 16). 134 J. Maritain, Il contadino della Garonna, p. 20. 135 Ibidem. 136 Ib., pp. 37-38. 137 Ib., p. 38. 138 Ib., p. 30. 139 Ibidem, p. 38. 140 Ibidem. 141 G. Vattimo, Credere di credere, p. 39. 142 Ib., p. 28. 143 Ibidem. 144 Ib., pp. 28-29.


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145 Ib., p. 16. E sembra che tale “febbre” aumenti esponenzialmente, stando al “termometro” di Maritain. All’epoca di Antimoderne, infatti, scriveva: «Qualcuno vuol sapere quali siano i principi spirituali del mondo moderno? Lo rimando al Syllabus e all’enciclica Pascendi che, insieme, in un impressionante compendio, ce ne mostrano i supremi risultati.» (J. Maritain, Antimoderno, p. 19). A quasi mezzo secolo di distanza, all’epoca di Le paysan de la Garonne, scrive: «Il modernismo dei tempi di Pio X non appare al confronto [del neo-modernismo di oggi] che un modesto raffreddore da fieno» (J. Maritain, Il contadino della Garonna, p. 16). 146 J. Maritain, Il contadino della Garonna, p. 29. Conferma Giovanni Paolo II: «La fede, infatti, presuppone con chiarezza che il linguaggio umano sia capace di esprimere in modo universale - anche se in termini analogici, ma non per questo meno significativi - la realtà divina e trascendente. Se non fosse così, la parola di Dio, che è sempre parola divina in linguaggio umano, non sarebbe capace di esprimere nulla su Dio. L’interpretazione di questa parola non può rimandarci soltanto da interpretazione a interpretazione, senza mai portarci ad attingere un’affermazione semplicemente vera; altrimenti non vi sarebbe rivelazione di Dio, ma soltanto l’espressione di concezioni umane su di Lui e su ciò che presumibilmente Egli pensa di noi.» (Fides et ratio, 84). 147 J. Maritain, op. cit., p. 30. 148 Ibidem, p. 29. 149 J. Maritain, Il significato dell’ateismo contemporaneo, p. 44. 150 «Il mondo contemporaneo, nel suo fenomenismo, rifiuta proprio il buon senso comune e diventa prigioniero di un simbolismo convenzionale che contrabbanda per filosofia del linguaggio, obbligando i cristiani a rifugiarsi, per poter credere, in un fideismo soggettivistico, che costituisce l’aspetto religioso del fenomenismo.» (P. Viotto, Attualità di «Umanesimo integrale», p. 45. 151 J. Maritain, op. cit., pp. 17-18. 152 L. Valdrè, Filosofia e storia della scienza, p. 104. 153 G. Vattimo, op. cit., p. 91. 154 Gaudium et Spes, 20. 155 G. Vattimo, op. cit., pp. 25-26. 156 Giovanni Paolo II, op. cit., 46. 157 J. Maritain, op. cit., p. 142. 158 P. Viotto, Il realismo tra fenomenismo e idealismo, p. 86. 159 J. Maritain, op. cit., pp. 143-144. 160 Ibidem, 6.


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161 J. Maritain, op. cit., op. cit., p. 136. 162 Ibidem, p. 146. 163 Ib., p. 143. 164 G. Vattimo, op. cit., p. 97. 165 J. Maritain, op. cit., p. 144. 166 Giovanni Paolo II, op. cit., op. cit., 48. 167 Ibidem, 47. 168 J. Maritain, Antimoderno, p. 50. 169 Ibidem. 170 Ibidem. 171 Ib., p. 51. 172 Giovanni Paolo II, op. cit., 33. 173 Ibidem. 174 G. Galeazzi, in J. Maritain Per un umanesimo cristiano, pp. 26-27. 175 Gaudium et Spes, 35. 176 J. Maritain, Contemplazione e spiritualità, Ave, Roma 1977, cit. da G. Galeazzi, op. cit., p. 33. 177 Gaudium et Spes, 56. 178 Ibidem, 15. E aggiunge, in risonanza, Giovanni Paolo II: «Questa dimensione sapienziale è oggi tanto più indispensabile in quanto l’immensa crescita del potere tecnico dell’umanità richiede una rinnovata e acuta coscienza dei valori ultimi. Se questi mezzi tecnici dovessero mancare dell’ordinamento a un fine non meramente utilitaristico, potrebbero presto rivelarsi disumani, e anzi trasformarsi in potenziali distruttori del genere umano.» (Fides et ratio, 81). 179 Cratilo, 440 a. 180 J. Maritain, Il contadino della Garonna, op. cit., p. 25. 181 Ibidem, p. 27. 182 Ib., p. 28. 183 Pio XII, Humani generis, EE 19/713.


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184 J. Maritain, Antimoderno, op. cit., p. 63. 185 J. Maritain, Il contadino della Garonna, op. cit., p. 25. 186 Ibidem. 187 Ibidem, p. 26. E aggiunge: «Eppure, per quanto disorientati si sia, bisogna pur pensare. E allora in fretta e a qualunque costo ci si aggrappa a qualsiasi cosa per supplire allo sforzo di cui non si è più capaci. Presto, le favole. E’ questo il secondo sintomo grave che desidero segnalare: è la forma certo maligna di prurito alle orecchie che affligge particolarmente il nostro tempo.» (Ibidem, p. 31). 188 Giovanni Paolo II, op. cit., 91. 189 J. Redfield, La profezia di Celestino, p. 50. 190 J. Maritain, Il significato dell’ateismo contemporaneo, p. 20. 191 J. Maritain, La filosofia morale, pp. 334. 192 J. Maritain, Il significato dell’ateismo contemporaneo, pp. 18-20. 193 V. Possenti, op. cit., p. 22. 194 J. Maritain, Il contadino della Garonna, op. cit., p. 26. 195 «Questa cronolatria porta con sé ampi sacrifici umani, ossia comporta una componente masochista. Vien la vertigine a pensare all’ammirevole abnegazione (non per modestia certo, ma per volontà di scomparire) di ciò che si chiama oggi un esegeta. Si ammazza di lavoro, dà tutto il sangue delle sue vene per trovarsi superato tra due anni. E sarà così per tutta la sua vita. E quando morirà sarà definitivamente superato. Il suo lavoro servirà ad altri a superare e a farsi superare a loro volta. Ma del suo pensiero, di quello no, non resterà assolutamente nulla. […] Il punto dove la parabola è arrivata prima di me è la sola base dalla quale io possa partire, e quello è tabù. Sotto una forma o sotto un’altra, è sempre l’adorazione dell’effimero, sia per essere divorati da esso, sia per accettare ad occhi chiusi ciò che esso ha prodotto (nella mia stirpe) finché io stesso entri a mia volta in lizza.» (Ibidem, pp. 26-28). 196 Ib., p. 16. 197 P. Viotto, in J. Maritain Umanesimo integrale, op. cit., p. 46. 198 Pio XII, Humani generis, EE 19/728 199 Ibidem, EE 19/710. 200 G. Morra, op. cit., pp. 89-90. 201 Tramite l'enciclica Quanta cura e l'allegato Sillabo.


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202 Pio X, Pascendi dominici gregis, EE 10/217. 203 Pio XII, Humani generis, EE 19/715-717. 204 J. Maritain, Distinguere per unire. I gradi del sapere, Morcelliana, Brescia 1981, p. 21. E altrove aggiunge: «In questo senso il vecchio Chesterton aveva ragione di scrivere: “La Chiesa cattolica è la sola che risparmi all’uomo la schiavitù degradante di essere un figlio del suo tempo». E con un’autorità incomparabilmente più grande fu detto anche: Nolite conformari huic saeculo. Quanto al “secolo” di cui parlava san Paolo, abbiamo sempre visto dal modo col quale manovra, che la sua suprema norma è l’efficacia, cioè il successo, mentre la norma suprema della Chiesa è la Verità.» (J. Maritain, Il contadino della Garonna, p. 140). 205 J. Maritain, Antimoderno, p. 16. 206 Pio XII, Humani generis, EE 19/730. 207 Giovanni Paolo II, op. cit., 88. 208 «Il positivismo… si dimostrava incapace di rispondere alle pressanti domande di chi non trovava appagamento in una visione materialistica della vita e della realtà e anelava ad una verità più totale, più aperta alle esigenze dello spirito, al bisogno di assoluto.» (A. Trifogli, Il pensiero di Maritain nella cultura contemporanea, p. 23). 209 J. Maritain, Per un umanesimo cristiano, p. 44. 210 J. Maritain, Il contadino della Garonna, p. 19. 211 G. Galeazzi, op. cit., p. 17. 212 Giovanni Paolo II, op. cit., 56. 213 Ibidem, 81. 214 Ibidem. 215 Ibidem. 216 Ib., 55. 217 Ib., 80. 218 Ib., 90. 219 J. Maritain, Il significato dell’ateismo contemporaneo, p. 44. 220 Giovanni Paolo II, op. cit., 85. 221 M.L. Buscemi - R.P. Rizzuto, in AA.VV. Jacques Maritain e il pensiero contemporaneo, p. 13.


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222 Giovanni Paolo II, op. cit., 90. 223 Ibidem, 83.

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San Tommaso trionfa su Averroè (Particolare della sala di Francesco Traini, Chiesa di S. Caterina, Pisa)


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JANUA INFERNI Breve indagine su qualche aspetto relativo agli inizi della modernità (Bruno d’Ausser Berrau) La nascita del mondo moderno, per convenzione, viene fatta coincidere con il fatidico 1492. Data, in tal senso, ancor più ricca di significato se, alla scoperta del Nuovo Mondo, non si dimentica d’aggiungere la coincidente cacciata e/o conversione forzata degli ebrei allora stanziati, numerosissimi, nella penisola iberica. L’episodio, il cui impatto immediato fu la creazione di quelle mostruosità antropologiche denominate <<nuovi cristiani>> e conseguenti <<marrani>>, si rivelerà, negli anni avvenire, gravido d’impensabili contraccolpi rivoluzionari, stravolgenti l’assetto tradizionale dell’intera Europa. Pur tutto questo, risulta di notevole pregnanza l’accademica ed invalsa prassi cronologica, indicante proprio in quella precisa data l’initium di un’era assolutamente nuova: il suo procedere incalzante ed omnipervasivo ci conferma come, in effetti, fosse avvenuta una rottura maggiore sin nelle più profonde attitudini e modalità di pensiero, che, sino a pochi secoli fa, furono immutato retaggio dell’uomo da tempi immemorabili. Indubbiamente, la falla, che ha consentito l’irruzione di forze assolutamente innovative rispetto al modo di essere tradizionale, è rappresentata dalla scomparsa della metafisica quale riferimento fondamentale d’ogni scienza e dottrina. A sua volta, questo venir meno, questa perdita d’un equilibrio da sempre mantenutosi, è stato reso possibile dall’alterazione del ruolo, mai sufficientemente messo in evidenza, d’un elemento intermediario, presente nella disposizione complessiva dei livelli di realtà così come rappresentati nelle concezioni premoderne. Per esse, la costituzione dell’essere umano è da intendersi tripartita e gerarchicamente disposta in corpo, anima ed intelletto (intellectus et spiritus idem significant). La presenza di quest’ultimo, si manifesta in quella capacità d’intuizione 1 diretta che - e prendo qui a modello la geometria - ci consente di comprendere immediatamente la v e r i t à dei postulati di Euclide e, ad un livello metafisico, la differenza tra manifestato e non manifestato. Differenza, per la quale, è immediatamente percepibile come v e r a l’affermazione che - al secondo appartengano, ad esempio, il silenzio, il buio ed il vuoto. Tali condizioni, nella loro intima realtà e per la loro stessa natura non potranno mai essere manifeste e ben si capisce come ciò che, nel mondo sensibile, ce le rappresenta, altro non abbia oltre ad un rapporto d’analogia con l’archetipo. La ragione, con la sue possibilità ordinatorie e proprio per le peculiarità distintive ed analitiche di esse,


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sta in condizione subalterna all’intelletto (appartiene al dominio psichico o animico che dir si voglia): in questo, infatti, i concetti sono presenti sinteticamente ovvero in simultaneità, attraverso di essa, invece, si dispongono in successione secondo procedure che sono quelle della logica; la dialettica ne è la parte più propriamente didattico discorsiva. È quindi dalla congiunzione dell’anima con l’intellectus che si attiva quel dator formarum pel quale le verità intuitive divengono suscettibili d’elaborazione e d’esposizione, attualizzando così tutti i loro possibili, indefiniti sviluppi fino alle più contingenti conseguenze. Questa specifica capacità è patrimonio individuale, da intendersi sia nell’accezione dell’ <<equazione personale>> d’ogni singolo individuo, sia in quella ch’essa è parte del complesso intermediario (inter spiritum ac corporem est) o animico che dir si voglia. Esemplificando: se i postulati euclidei non fossero, da qualcuno, davvero compresi, non ci sarebbe per lui alcuna geometria possibile; nemmeno quelle astrazioni quali sono gran parte delle cosiddette geometrie non euclidee, che, sulla falsariga dell’opera di Euclide, vengono poi sempre costruite. In definitiva, l’anima è un “luogo tramite” al quale giungono segnali dalle altre due facoltà; è lì, in quel punto d’equilibrio, ch’essi vengono elaborati dopo esser passati dal filtro dell’individualità, è lì che tutto quanto un individuo esprime riceve quel particolare “colore” ch’è il suo segno distintivo m’anche il limite conoscitivo determinato dagli sviluppi inerenti la già citata “equazione”2. Una definizione, della corrispondenza macrocosmica dell’anima, che giudico piuttosto appropriata, è quella di <<mondo sottile>> ed il riferimento è - con evidenza - alla materia subtilis di San Tommaso. È questo un mondo, appunto intermediario - il barzakh dell’Islam - ed appartiene al dominio del manifestato “dove” s’estendono le valenze sottili della Terra 3, che giungono, nei termini della cosmologia dantesca, a sfiorare il cielo della Luna 4, simbolo dell’incipit della manifestazione informale o sopraindividuale e dominio degli Angeli ( o animæ) cælestes5. Da ciò derivano importanti conseguenze su quello che si deve intendere per realtà: la prima e più importante è che quanto concepiamo - ed il concepire, la capacità di concettualizzare è funzione fondamentale dell’intelletto - non è astratto ma reale; anzi, appartiene al dominio più alto degli infiniti livelli del reale che, in questa prospettiva, vediamo disporsi secondo un preciso ordine gerarchico. Mere astrazioni - e quindi dotate d’un grado minimo di realtà - sono invece le costruzioni esclusivamente formali della fisica contemporanea dove l’idea di cosmo, sottesa alla sofisticata elaborazione matematica che la formula, risulta del tutto antintuitiva e paradossale. Le cosmologie tradizionali, a differenza di queste ultime, traggono ogni loro sviluppo da quei fondamenti, che ho prima citato e, proprio per l’oggettiva natura


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di essi, non possono appartenere al novero delle fantasie 6 essendo tali (a volte anche dotte e complesse) affabulazioni nient’altro che l’elaborazione individuale, nel crogiolo animico, di semplici dati sensibili. Il momento del cambiamento, quello che ha modificato il punto d’equilibrio, alterando il ruolo d’intermediazione della componente cosmica e microcosmica centrale, è coinciso con l’affermarsi del pensiero cartesiano e la nascita del razionalismo. Razionalismo, che nella speciale e nuovissima idea d’intelligenza, propria a questo filosofo trova il suo presupposto: dalla tripartizione si passa ad un dualismo anima/corpo che, per la lacerazione, l’invalicabile trincea da ciò determinata, è meglio definire dicotomia. L’intelletto non più coincide con lo spirito - del quale restano solo flebili ed astratte tracce nelle <<idee innate 7>> ma con la ragione, la cui sede, per altro appropriata, è appunto l’anima che, curiosamente collocata nella ghiandola pineale, diventa perciò semplice epifenomeno della fisiologia 8. Per comprendere quanto avvenne, è importante avere ben chiaro in qual modo, parlando di anima e portandola a coincidere con l’intelletto - ed esso, come si è visto, fu identificato alla ragione - Cartesio non intendesse affatto rinsaldare quella che era la sua normale funzione mediatrice ma - così speculando semplicemente ne determinasse l’eliminazione proprio avendola fatta assurgere a riferimento più alto del sistema (promoveatur ut amoveatur!). A tutto questo deve aggiungersi la di lui inclinazione matematica, che, unita ad indubbie capacità logiche ed organizzative del pensiero, fece sì che lo studio della natura assumesse - probabilmente superando i suoi intendimenti ma con impatto fondante per le ideologie che sarebbero venute - il carattere d’una spiegazione puramente meccanica ovvero materialistica della realtà. È per avere, nel corso di questi ultimi secoli, lentamente introiettato la lezione cartesiana che, la Chiesa, oggi, non padroneggia più il mondo intermediario mentre ora è da lì9 - e non certo dai pressoché, nel frattempo, esauriti positivismo e materialismo - che si deve attendere l’attacco finale. Le forze che lo preparano le quali, da epoche remote, molto lontane dalla nascita dello stesso mondo moderno, penultimo, oscuro avatar della loro strategia - non si rifanno certo al più alto dei tre componenti ma nel mondo sottile sanno muoversi benissimo e, da quell’immenso ricettacolo psichico, stanno traendo gli ingredienti per dare forma a quella spiritualità à rebours oramai presente ed evidente sui molti scenari in cui va rappresentandosi la società contemporanea. II


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Senza voler risalire fino alla scaturigine di quelle forze, che stanno preparando questa contraffazione della spiritualità, si possono cercare di ravvisare, nei secoli precedenti lo start point del 1492, alcuni dei fattori - spesso di per sé del tutto incolpevoli - sui quali esse poterono poi giocare per innestarvi il processo eversivo sopra accennato. In questo senso è indubbiamente importante la figura di Averroè (ibn Rushd, 1126/1198). La famiglia del filosofo aveva un ruolo sociale ragguardevole: apparteneva all’élite araba di Spagna ed il padre m’anche il bisnonno erano stati giudici supremi (qadi-al-qodat). Il suo pensiero non fu però gradito alla dinastia regnante degli Almohadi mentre furono i rabbini della Spagna settentrionale cristiana nonché della Provenza, che fecero copie dei testi con il modesto artifizio criptico della sola traslitterazione in alfabeto ebraico 10. In questa forma e per questo canale, essi pervennero - Federico II regnante - a Palermo e lì, l’astrologo di corte Michele Scoto, le tradusse in latino. Si trattava, in prevalenza, dei commenti a Aristotele: <<Averrois che ‘l gran commento feo>> 11. Da questo stato di cose derivò che, in Occidente, Averroè venne ritenuto il filosofo arabo per eccellenza mentre, nell’Islam, è pressoché ignorato avendo un posto assolutamente preponderante Avicenna 12 (ibn Sina, 980/1037): nella cosmologia, che ho sommariamente delineato nei passi precedenti, è prevalentemente espresso il suo punto di vista e quello dell’avicennismo latino 13, sul quale pesò sempre un qualche sospetto di gnosi 14, a sua volta ossessione e nemico perenne dell’immaginario cattolico sino ai nostri giorni. Queste riserve e latenti ostilità costituirono l’humus adatto ad accogliere le dottrine di Averroè, dando luogo a quell’averroismo latino che - estremizzandole - ebbe miglior fortuna del suo arabo predecessore così preparando le condizioni per un vulnus devastante al corpo della Christianitas. Averroè contesta alla cosmo-angelologia avicenniana il suo schema triadico, non ammettendone proprio la componente intermedia, in un rivolgimento della processione discendente, il quale - curiosamente - richiama quella che sarà poi l’opinione cartesiana in ordine alle idee innate come potenzialità della facultas cogitandi (cfr. supra n.7): non più ogni Intelligenza (gli Angeli intellectuales, cfr. supra n.5), per auto-intellezione, produce l’Intelligenza che la segue (gli Angeli cælestes) ma è quest’ultima che causa l’altra perché è da essa conosciuta. Il superiore pertanto non è più creatore ma, per l’atto dell’inferiore, diventa causa finale o meglio, proprio perché è causa finale, acquista lo status di causa agente. Questa alterazione, cui è sfuggito l’Islam ma per la quale esistevano alcune predisposizioni nel Cristianesimo medievale, comportò un profondo cambiamento nel modo di sentire m’anche di giustificare la condizione dell’anima individuale: il rapporto delle Intelligenze empiree con quelle celesti è infatti un rapporto di


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congiunzione (συζυγια). È, in altri termini, un rapporto di coppia, dal quale risulta - nell’inferiore - una tendenza a superare lo ïato che s’interpone con chi lo precede. La stessa relazione, s’intende sussista tra le anime umane e quelle celesti15, conseguendone che vita cælo comparanda est e, in tale imitatio, l’anima dell’uomo, una volta presa coscienza di star vivendo questa diade, dovrebbe, in una µετανοια rigeneratrice, intraprendere il cammino al fine di sottrarsi all’esilio per ricongiungersi con chi l’ha generata16. Il tema dell’esilio e del riscatto dal terreno stato di tribolazione, ottenuto con il raggiungimento della patria celeste è argomento d’un ciclo avicenniano la cui corrispondenze (ai due estremi temporali) più note in ambito cristiano sono l’“Inno dell’Anima” degli Atti di Tommaso (apocrifi) e la “Divina Commedia”. Dopo Dante questo soggetto cessa d’appartenere all’ortodossia confinandosi o in settori decisamente eretici o, in ogni caso, sospetti e marginali. L’ultimo epigono deve essere considerato Angelus Silesius (s.p.n. Johann Scheffler, 1624/1677), il quale, con il “Cherubinischer Wandermann”, ripercorre strade ormai impervie nonostante la sua conversione dal luteranesimo al cattolicesimo, vissuta fino all’ordinazione sacerdotale: non si deve dimenticare che la sua filiazione spirituale, pel tramite di von Franckenberg, lo lega a Jacob Bœme. Con l’affermarsi della modernità, si passerà dai racconti simbolici al romanzo, alla letteratura intesa quale trionfo della fantasia individuale ed alla sistematizzazione crociana dell’arte per l’arte, intesa in un’accezione meramente estetica, fino a quando, perduto ogni centro di riferimento, abbandonato anche quest’ultimo appiglio, si giunge al caotico ed all’insignificante; all’astratto appunto. Ovvero a quel livello soltanto formale d’esistenza che, come abbiamo già visto, corrisponde - in ogni campo - ad un grado minimo di realtà. Si arriva insomma ad una fase che potrebbe essere definita del <<silenzio della natura>> 17, in quanto questa cessa di parlare all’uomo, di collocarlo correttamente nel creato e di metterlo in contatto con tutti i livelli del reale: un mondo di morte come quello che - non a caso - ci rimandano le immagini dei nostri strumenti spaziali, lanciati in un’indefinitesima parte d’una indefinitesima porzione del cosmo. Spinti all’impresa dalla convinzione di saper ora, veramente, com’esso è fatto e che quello che investighiamo, in tutte le accessibili frequenze elettromagnetiche, riconducibili - artificiosa via - alla lettura dei nostri sensi, sia l’universo: ossia che, in termini metafisici, desueti in quest’alieno contesto, in esso consista tutto il manifestato. Per avere ben chiare le ragioni dell’influenza di Averroè, bisogna però approfondire il discorso ebraico. III


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Complicato è capire perché ci sia stato questo interesse rabbinico per l’opera di Averroè, cosa insomma sia avvenuto nella sua trasmissione ai gentili ed il perché di essa: a mio parere, i suoi scopi erano, in prevalenza, motivati da ragioni interne alle comunità ed il transfert ai cristiani restava un fatto secondario. Era però vero che, proprio attraverso la vasta rete delle comunità e, in particolare, grazie ai circoli cabalistici, gli scambi, a livello dottrinale 18 con il mondo cristiano, non furono, in quel lontano passato anche se in forme non sempre palesi, mai venuti meno. Le notizie, quindi, filtravano o erano espressamente comunicate. Per apprezzare la necessità di questo non facile rapporto, non si deve dimenticare che, il Cristianesimo manca d’una lingua sacra 19: è noto come la rivelazione - il testo evangelico - non ci sia pervenuta in originale ma in traduzione. Per questo l’ebraico e pertanto i rabbini o gli ebrei convertiti sono sempre stati20, fino alla fioritura rinascimentale dell’ebraistica cristiana 21, un riferimento imprescindibile, con la già accennata differenza che, per i circa mille anni, intercorrenti tra la tarda antichità ed il Rinascimento, queste relazioni non ebbero pubblica evidenza. È inoltre sempre attraverso questo canale che venivano curati i contatti con l’intellettualità (i.e. esoterica) islamica. Ritornando agli scopi interni ebraici, ritengo che, in quella tradizione, l’interesse sia derivato di un filum remoto, il cui atteggiamento, verso la Scrittura, potrebbe definirsi - lato sensu - protestante. A voler essere del tutto conseguenti, il Protestantesimo stesso è stato poi possibile perché, a quello stesso filum, apparteneva - ab origo - pure il “Novus Israel”22. Specifico: esistono “due” Thorà, la scritta e l’orale ma l’accezione, nella quale deve essere interpretata questa classifica, trascende il senso corrente degli aggettivi. La “scritta” (miqra) deriva da una radice qara il cui principale significato è leggere. Da questo accade che, scrittura e lettura m’anche comprensione, si trovino ad essere strettamente connesse. Il testo sacro ha pertanto una trasparenza, che è compito del lettore percepire e ciò è a misura delle sue capacità: in un contesto non più cosmologico ma esegetico, si tratta, ancora una volta, dell’eliminazione di un medium23. L’Ebraismo assolutamente maggioritario 24, quello normalmente conosciuto come tale, appartiene però al filum orale (pèh)25 ed è quello che un medium, regolarmente istituzionalizzato, lo possiede: l’interpretazione rabbinica. È soltanto col Rabbi spagnolo Maimonide (1135/1204: quindi conterraneo ed immediatamente successivo a Averroè) e nel suo pensiero che, le due Thorà sembrano ricongiungersi. La questione è molto sottile e difficile da affrontare ma cercando una sintesi, si può, senza falsarla, ridurre l’esposizione col ricondurre tutto al problema degli attributi negativi di Dio (via negationis). Attributi, che sono quelli più adatti a significare la natura ultima del Principio 26 in quanto sciolgono da un vincolo, da un limite e permettono, sia pur imperfettamente, di dare una qualche espressione all’ineffabile e di pronunciarsi intorno a ciò che non


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ha alcun confine. Di converso, all’aggettivazione positiva (via affermationis) appartiene la descrizione di quell’aspetto del reale che include tutto quanto è pertinente l’ontologia 27. Maimonide, nella sua totale adesione a tale verità intuitiva 28, ma non facile da cogliere per i più, giunge ad affermare: <<colui che presta a Dio gli attributi affermativi, elimina dalla sua fede l’esistenza stessa di Dio>> 29. In quest’asserto e nelle sue premesse, si può forse trovare la scaturigine dell’abbaglio, che, in certi ambienti dell’integralismo cattolico, ha potuto svilupparsi fino al punto d’arrivare ad una conclusione, per la quale la classe rabbinica sarebbe, nascostamente e da secoli, atea; ingannando così i propri fedeli al solo scopo di trascinarli contro il Cristianesimo ultimo baluardo d’una fede nel trascendente. La motivazione del fraintendimento è intrinseca alla cultura cattolica, da secoli sempre più solamente exoterica, quindi esclusivamente teologico-affermativa e pertanto in grandi difficoltà con un argomentare d’ordine metafisico 30. Comunque, sebbene Maimonide sia la figura di riferimento in ordine a questo tema, già prima di lui, in ambito ebraico, lo fece oggetto d’attenti studi la scuola di Saadia Gaon (882/942). Questo tipo d’approccio a tali problemi non creava difficoltà di comprensione soltanto al di fuori delle comunità, in esse infatti, da alcuni, il superiore piano metafisico dell’opera di Maimonide non fu compreso e presolo per scetticismo, si vennero a creare le basi per una separazione del mondo da Dio. Perché lo scetticismo? Ma in quanto per Maimonide la lettera della Scrittura è un’allegoria ed il senso vero è un altro mentre per Averroè, nel Corano, c’è un’unica verità, suscettibile di piani interpretativi diversi a seconda dei livelli di comprensione dei singoli. Concettualmente la differenza non è rilevante ma è nel momento interpretativo che la prima formulazione può, maggiormente, prestarsi al fraintendimento: è da qui infatti che deriva tutto il tema della doppia verità. Non è quindi Averroè ad aver tolto cogenza erga omnes alla Legge ma piuttosto Maimonide, o meglio, coloro che lo fraintesero e, per loro, l’errore trovò modo di passare nel campo cristiano proprio attraverso quei rapporti, che avevano permesso la costituzione dell’averroismo filosofico e politico latino. Questi germi premoderni non erano però ancora il male: l’elemento dirompente, che nascondevano, esplose dopo la catastrofe spagnola con la quale ho iniziato questo lavoro: il marrano è un cattolico catechizzato ma senza fede, ebreo per volontà ma senza vera cultura ebraica. Questo dramma, maturato su un humus intriso della vulgata lectio del pensiero di Maimonide ha, appunto, generato lo scetticismo: quando il marrano riesce a lasciare la Spagna e va in Olanda o dovunque possa, senza pericolo, ritornare alla fede tenuta sino ad allora nascosta, passa, da un vissuto ebraico solo immaginario e quindi tutto mentale, alla realtà concreta dell’osservanza. A quel punto, sorge in lui l’impressione di star recitando, la stessa impressione provata prima, all’epoca della costrizione: vive allora


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l’Ebraismo con la stessa distaccata estraneità con la quale aveva vissuto il Cristianesimo, traendone così la convinzione che la verità sia sempre altrove, ben lontana quindi dalla forma storica d’ogni religione 31. La Thorà, che può ora praticare, gli appare soltanto come l’immagine sostitutiva d’un qualcosa più alto e nascosto. È in questa impossibilità del Vero a calarsi nel nostro mondo, in questa incommensurabile lontananza, del tutto analoga all’invalicabile trincea tra divino ed umano provocata dal dualismo cartesiano, che poté inserirsi il messianismo antinomistico ed apostatico di Sabbatai Zevi (1626/1676)32 ed in seguito, sul terreno da lui preparato, quello militante e nazionalista ante litteram di Jacob Frank (1726/1791) 33, il quale, ponendo per primo la necessità d’un territorio, impostò le premesse pel sionismo d’un secolo dopo. Fu solo quest’ultimo, laico e socialista, erede dell’illuminismo ebraico (l’Askala), che, condotto all’estreme conseguenze il lascito risultante da tanti rivi ed in analogia con l’invenzione dei nazionalismi europei 34, con un atto teurgico inverso, fece della nazione il proprio dio. Nelle argomentazioni precedenti, si trova che, la costante, all’origine della rottura della regolarità dottrinale, è indicata nell’insorgere d’una incomprensione. Questa, spesso, si verifica al momento della diffusione d’una qualche formulazione sapienziale, la quale, uscita da ambiti intellettualmente elitari e socialmente ristretti ma pervenuta, ormai deformata e malintesa, ai più, scatena, sotto una veste ampiamente eterodossa, una serie di reazioni incontrollabili ed eversive. Che tutto ciò avvenga spontaneamente è, a mio parere, caso raro e limitatissimo, dovendosi, in prevalenza, attribuire i maggiori effetti, all’azione di quelle forze profondamente innovative, cui faccio cenno all’inizio. Forze, sulla natura delle quali sarebbe necessario uno studio specifico ma che - come si vede, dal poco detto - si mostrano perfettamente in grado di trarre profitto da ogni fessura ed appiglio, offerto dalla struttura tradizionale. Capacità, che loro derivano da condividerne tutta l’impostazione cosmologica, dalla quale, traggono una perfetta padronanza sia del mondo grossolano, sia di quello intermediario, stando la loro incomprensione sul piano della metafisica 35. Da questa fondamentale ignoranza, sviluppano una competitività totale anche se forzosamente perdente rispetto a ciò che si prefiggono (cfr. supra I, in fine): è però importante capire quanto, esse stesse siano ben coscienti dell’artificiosità del moderno, la cui imposizione è, per loro, solo un momento preparatorio. Ora, questa fase è stata praticamente portata a termine; la scienza sacra è irrisa e ignorata, la società non è emendabile e tutti i tentativi pratici, privi d’un supporto conoscitivo adeguato, si rivelano, il più delle volte, peggiori del male che vogliono combattere: unica strada è la ricerca d’una chiarezza intellettuale in grado di discernere il senso profondo dei moti in atto ed ancor più di quelli avvenire, ben sapendo - come afferma l’Induismo - che, nei tempi ultimi, in attesa


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del raddrizzamento finale, tutto il sapere della Tradizione Primordiale sarĂ  cosĂŹ ridotto da star tutto in una conca.


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NOTE 1

Niente a che vedere con l’intuizione comunemente intesa e d’ordine esclusivamente infrarazionale ma pure lontanissima dell’intuizionismo filosofico d’un Bergson. 2

È per questa ragione che, la sistematizzazione filosofica tipica dei filosofi moderni, intenti alla creazione di personali linguaggi e prospettive, altro non possa esprimere se non le caratteristiche ed i limiti della Weltanschauung di un singolo piuttosto che un’obiettiva e pertanto v e r a rappresentazione del reale. Nel mondo della tradizione, di personale, il saggio non metteva che la forma. 3

Per ben capire quanto dirò in seguito è opportuno precisare che queste appartengono alla manifestazione formale o ‘alam al-mithal (mundus imaginalis, sede delle animæ humanæ ) ovvero barzakh inferiore. 4

Qui, la Luna e tutti gli altri corpi celesti, che appartengono al cielo visibile, sono da intendere non in un’ingenua rappresentazione della natura ma quali paredri di stati superiori e loro proiezioni sul piano del sensibile, avendo sempre ben presente che, usando i nomi di queste ultime, sono i primi che s’intendono. 5

Barzakh superiore, che attiene alla manifestazione informale, è definito ‘alam al-ghayb (mundus arcanus). Al di fuori della manifestazione o del cosmo c’è l’Empireo sede divina e degli Angeli intellectuales o Arcangeli. 6

La veste mitica ed il peculiare linguaggio religioso, non più trasparente ai contemporanei, inducono spesso a dare loro questa indebita classificazione. 7

Esse, dice, sono potenzialità della facultas cogitandi; in effetti, è tale facultas, che, in potenza, risiede in esse e pertanto ne deriva che, il suo famoso cogito ergo sum dovrebbe volgersi in un più metafisicamente corretto sum ergo cogito. 8

È invero singolare anche quanto riesca ad immaginare pel funzionamento e l’interazione del sistema: è tutto un - poco fisiologicamente e razionalmente riscontrabile - aprirsi e chiudersi, secondo necessità, di pori e canali. 9

S’intendono naturalmente i livelli più bassi del mundus imaginalis e non certo il barzakh superiore. 10

Artifizio assai relativo perché questa, in quelle comunità, sembra essere stata quasi pratica corrente essendo l’arabo lingua d’uso comune. 11

12

Inf. IV.144.

Anche la forte deformazione riscontrabile nella latinizzazione del nome dei due filosofi passa per il filtro ebraico: l’arabo ibn, figlio, suonava, in Spagna - in quel dialetto arabo - aben mentr’era aven per la pronuncia degli ebrei conterranei; essendoci i testi pervenuti per il tramite di quest’ultimi, è facile spiegarsi l’avvenuta mutazione.


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Il suo essere ai limiti dell’ortodossia exoterica ufficiale non esclude di ritrovarlo, in tutte le epoche della nostra storia ed in forme di diversa evidenza, come custode più fedele del deposito tradizionale pervenutoci, ab immemorabili, quale Philosophia perennis. 14

Senz’altro questo allarme fu provocato dallo sviluppo, in esso, dell’angelologia: se il rapporto con Dio avviene pel tramite della funzione angelica, la persona individuale, la quale, di questa funzione, fruisce in modo privilegiato, viene a godere d’una autonomia che può insidiare l’esclusivismo magistrale della Chiesa. È perciò, ch’ogni esoterismo è stato combattuto m’anche per lo stesso motivo, privatasi la Chiesa delle necessarie difese, comunque sino ad una certa data (1307: distruzione dell’Ordine del Tempio) presenti nella Cristianità, sono state aperte le porte a forze non più controllabili. 15

Con questa differenza; la diade angelica è separata dalla cesura cosmica: manifestato/non manifestato mentre la coppia inferiore, all’interno del cosmo, è nel rapporto manifestazione formale/manifestazione informale. Ciò determina una particolarità interessante; la manifestazione informale è sopra-individuale, pertanto, ad ogni Intelligenza celeste (ma il legame, per le già dette relazioni, è anche con le entità arcangeliche del non manifestato) competerà, secondo una legge d’affinità, una moltitudine di anime (individuali) umane, riassumendosi in ognuna di esse un archetipo tipologico (Rabb al-Nû’, signore della specie). Al sommo della scala gerarchica, nel pleroma divino, c’è l’Angelo dell’Umanità, il Χριστoς Αγγελος della cristologia d’Origene, che ci mostra un Salvatore quale Uomo tra gli uomini ed Angelo tra gli angeli. 16

In questa funzione soteriologica e necessaria dell’Angelo trova origine il culto dell’Angelo Custode oramai incompreso e gettato tra le puerilità di un passato da dimenticare e del quale scusarsi. 17

L’espressione - usata in una prospettiva diversa da quella di chi scrive - è dell’amico Prof. Umberto Bartocci dell’Università di Perugia e del resto, il presente lavoro è frutto della successiva elaborazione di una corrispondenza con lui. 18

In specialissimo modo, esoterico.

19

È motivo di questo, il suo sorgere quale Giudeo-Cristianesimo, della successiva, profonda rottura antinomistica e pro-gentili di Paolo nonché del naturaliter ruolo egemone del greco in quella κοινη ″ tardo-ellenistica ch’era tutto il Medio Oriente d’allora, comprese molte comunità ebraiche nelle quali l’uso anche liturgico della lingua nativa era pressoché scomparso. 20

Fu grazie al rapporto con un rabbino che S. Gerolamo (347/420), durante il suo soggiorno in Oriente, poté realizzare la prima fedele traduzione in latino dell’Antico Testamento, nota col nome di “Vulgata” aggiungendo così alla græca fides (i Vangeli) quella che chiamò l’hebraica veritas. 21

Iniziata da Johannes Reuchlin (1455/1522) col “De arte cabalistica” nel 1517 mentre al suo compimento, si giunge soltanto nel XIX sec. con la nascita dell’accademica Judentum Wißennschaft. 22

Cfr. supra n.19.


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Interessante sarebbe approfondire ma esula dai limiti di questo studio, come, anche a livello sociale, l’irrompere della modernità abbia potuto avvalersi d’un “vizio” borghese ossia peculiare di quella classe medium tra le due superiori ed il popolo: la cupidigia pel denaro. Il più illustre contagiato fu Filippo il Bello (Purg. 20.93) che, da quell’appetito, fu indotto ad aggredire il Tempio. Risaputo è infine i l ruolo determinante svolto dall’emergere del successivo capitalismo. 24

Con qualche semplificazione, gli altri ebraismi sono: i Samaritani, che preferiscono essere considerati Israeliti in conformità alla loro discendenza dalle dieci tribù settentrionali. Gli Esseni non più esistenti, dai quali però i Caraiti (dalla √ qara), vogliono derivare. Stessa affinità per il Giudeo-Cristianesimo (cfr. supra n.19) come ci appare da quanto riscontriamo d’affine con Qumrân. 25

La Thorà “orale”, a sua volta, si suddivide in “con e senza il testo a fronte”. È la seconda forma, sviluppatasi con Esdra, che ha generato l’enorme commentario rappresentato dei due Talmud e, data origine all’istituto sinagogale ed al rabbinato (Fariseismo), ha permesso la sopravvivenza dell’Ebraismo dopo la distruzione del Tempio. L’altra, in vario modo, in essa confluisce ma le sue tradizioni - l’insegnamento parabolistico del Midrash - sono fondamentali nella predicazione del Cristo. 26

Il Non-Essere o Deus Absconditus il cui vultus conoscibile è, per il cristiano, su tutti i piani dell’essere, il Vultus Christi. Cfr. anche il ruolo che gli attributi negativi hanno nell’Advaita Vedanta dell’Induismo. 27

Il mondo sensibile, i due barzakh e l’Empireo.

28

Cfr. supra n. 1.

29

Maïmonide, La guide des égarés, Verdier, Paris: I.60, p. 144.

30

Etichetta sotto la quale, nella cultura contemporanea, si possono classificare concetti eterogenei, di norma lontani dal senso proprio del termine. 31

Devo queste illuminanti considerazioni a Shmuel Trigano, La demeure oubliée, Gallimard, Paris, 1994. 32

Cfr. Gershom Scholem, Sabbataï Zevi, le Messie Mystique, Verdier, 1983.

33

Cfr. Arthur Mandel, Le Messie Militant, Archè, 1989.

34

Sarebbe interessante vedere quanto di costruito ci sia stato, dopo la rivoluzione francese, nel sorgere dei vari stati-nazione, tutti in corsa verso gli stessi traguardi: lingue (morte o pressoché tali, fatte risorgere come nel caso stesso dell’ebraico d’Israele o comunque lingue letterarie, estranee al popolo, imposte d’autorità) volute per meglio omologare e livellare chiunque vivesse entro i confini diventati sacri. Bandiere, inni, poemi ancestrali (anche questi, in gran parte, invenzioni di filologi spacciate per portentosi ritrovamenti), abiti nazionali non più indossati e spesso proibiti da secoli (quello scozzese ad es.) riesumati a miglior immagine e precisa distinzione dello stato-nazione. Tutta una terminologia religiosa applicata a istituti nuovissimi: sacri doveri, sacri confini, resurrezioni…..e a personaggi d’ogni tipo: martiri, apostoli…….Con tutto il portato di differenze diventate incolmabili e poi lingue e costumi (invece autentici e


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praticati) negati, irrisi mentre altri - estranei - imposti. Insofferenze, odï, stragi, persecuzioni, deportazioni ……. 35

Per meglio comprendere sia la differenza tra intelletto e ragione nonché la coincidenza del primo collo spirito, sia l’attuale abuso della qualifica di intellettuale - sempre così ambigua basti ricordare la nota osservazione (impostata su Inf. 3.18) che, nei cerchi danteschi, i dannati <<.. hanno perduto il ben dello intelletto>> ma ragionano benissimo.

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Bruno d’Ausser Berrau di famiglia alsaziana vive da anni in Toscana. Già ufficiale di carriera con una formazione di ingegnere è oggi uno studioso indipendente di storia delle religioni e temi di carattere tradizionale. In ordine a questi argomenti, ha pubblicato il saggio “La Scandinavia e l’Africa” presso le edizioni del “Centro studi LA RUNA”.

Sir Francis Bacon, dal frontespizio di Sylva Sylvarum, 1626


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FRANCIS BACON, SLAVE-DRIVER OR SERVANT OF NATURE? Is Bacon to blame for the evils of our polluted age? (Nieves H. De Madariaga Mathews) When considering at what point we took a wrong turning, destructive to the earth and all that dwell upon it, those who are working for a new concept of science often invoke, as the villain of our disastrous piece, Francis Bacon, the ‘father of experimental science’, whose prophetic New Atlantis was published soon after his death in 1626. Bacon is reproached (along with Descartes) for spearheading a scientific revolution which promoted a mechanistic view of nature, and abdicated all responsibility for the results of its discoveries. Some have seen in a ‘Messianic’ Bacon the very model of the biotechnology at work today in the global markets - a ‘cult camouflaged as science’, ‘a mindset that views science as a way of bringing man closer to God’, and claims to improve our lives while actually degrading them. In the film Mindwalk, based on the ideas of Fritjof Capra in The Turning Point (1982), Liv Ullman, as ‘the physicist’, indignantly decries our modern science, of which Francis Bacon is made the epitome. According to Bacon, the physicist declares, ‘nature had to be hounded and made a slave to the new mechanicized devices; science had to torture nature’s secrets out of her’. And ‘hasn’t modern science’, she concludes, ‘done exactly what Francis Bacon preached - hasn’t it tortured our planet?’ Did Bacon really preach these things? Many have believed he did, since, halfway through our century, two illustrious thinkers at the opposite extremes of the political scale concurred in laying at his door not only our polluted air, sea and soil, but the polluted lives of our alienated consumer society. In 1942 Herbert Marcuse, the patron saint of a generation of leftist extremists, described Bacon as the ‘evil animus’ of modern science, while Martin Heidegger, who was still celebrating in 1953 what he called ‘the inner truth and greatness of Nazism’, denounced in Bacon the symbol of a nefarious identification of science with technology. During those same decades Bacon’s reputation as a scientist was also at its lowest ebb. At the hands of Karl Popper and others, the ‘Great Secretary of Nature’ had been demoted to sham thinker - a mere fact-collecting inductionist and altogether excluded from the present scientific scene. Struck by the paradox, an eminent Baconian scholar, Paolo Rossi, pointed out that those who exalted


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science allowed Bacon no part in it, while those who looked on it as thoroughly evil, saw him as ‘its very essence’. When we turn to what Bacon actually said, however, these various dismissals prove groundless. Absorbed in their respective ideologies, their authors had failed to read Bacon in the original - and to read him in context - thus making a gross travesty of his model of science, and reducing his philosophy to a handful of slogans. This was the conclusion of various Baconian scholars who, in the 1980s, closely studied the meaning of his texts, reconstructing the situation in which he worked. Bacon’s induction, based on the generation of laws from observation and experiment, by means of an intuitive ‘analogical leap’ from the observed to the unobservable, was shown to be a highly original contribution to philosophical thought, and he was rehabilitated as a founder of the new science, alongside Galileo and Descartes. His apparently one-sided exaltation of technology was similarly shown to have sprung from a misinterpretation - where not an actual misreading - of his words, in particular from the neglect of his basic tenet, that ‘works are of greater value as pledges of truth than as contributing to the comforts or life’. We owe these misunderstandings in part to the tendency of some commentators to project the experience of a later time onto past ages (thus making Bacon, among others, a nineteenth century utilitarian, a positivist and even a Marxist). But we have also to understand why Bacon alone among English Renaissance thinkers, has been singled out in our time for consistent vilification. This anomaly has a good deal to do with the distorted image or his life which most of us have been brought up on, ever since, in 1837, the historian Macaulay published his brilliant but thoroughly untrustworthy essay, depicting a contemptible Bacon, soon to be loaded by subsequent biographers with every conceivable vice. This negative image of the man, which could not but influence that of the thinker, is still present in many people’s minds, and it has made them only too ready to see him as a scapegoat for the harmful effects of the science he had heralded with so much acclaim. Bearing these points in mind we can now look at the principal complaints made of Bacon by the friends of Gaia. Bacon’s scientific revolution launched a mechanistic view of nature, in which living organisms are seen - and treated - as machines. The partition of the universe into live human mind and passive, mechanical nature was Descartes’s gift to modern science, not that of Bacon, who stopped well short of ‘the pitfall of classical mechanization’, as it has been called. Already in the eighteenth century the Italian philosopher, Vico, had congratulated his predecessor on having wisely avoided ‘the rocks of mechanistic thought’, while a contemporary recalled that, as a youth, he was given the works of Bacon to read so that he could be on his guard against ‘the aberrations of Descartes’. For Coleridge ‘the impulse towards a true natural philosophy, based on legitimate experience’, had been betrayed by Descartes’s science of mechanics. Like Shelley, Coleridge regarded Bacon as the


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man ‘by whom Science was married to Poetry’, while early in our century Alfred North Whitehead appreciated Bacon above all as a Renaissance vitalist. And so we will find him. In his own Theory of Heaven he categorically denied the void he had earlier envisaged, and conjured up instead a starry heaven of ‘fluctuating waves and reciprocations’, an earth on which ‘all objects emit rays’. He conceived the dynamic processes of nature - organic and inorganic - as a constant flow and ebb of ‘vital spirits’, struggling against the ‘spirits’ of inanimate matter to preserve youth and beauty, and to develop higher organic forms. It was by the synthesis of this universe in perpetual fluctuation with the quantitative aspects of his new science - a unique feat, as has been noted - that he sought to interpret all natural phenomena, ‘from planet to planet, from spirit to star’. Indeed, with his vital spirits, ‘impressed by God upon the primary particles of matter’, it looks as if Bacon had by-passed Newton’s clockwork universe to rejoin the quantum scientist, Heisenberg, just as he had by-passed Aristotle to rejoin the pre-Socratic Heraclitus - that ‘tracker-down of truth’, as Bacon called him - whose complementary opposites he liked to recall, and with whose fire, ‘both matter and moving force’, Heisenberg identified his own ‘particles of energy’. Anyone inclined to attribute a cold, mechanistic view of nature to Bacon should read his notes for a History of Generations and Pretergenerations, with its cascades or ‘perturbations’, ‘vivifications’ and ‘gestations’, its limitless ‘potentialities’, all leading to an order based on the ‘generative and vivifying power in things’ - a power which bears within it, ‘like a second chaos’, that air ‘in which the seeds of so many things act, wander, endeavour and experiment’. Bacon advocated ‘the torture or nature’. ‘The art of enquiry into nature itself, and or putting it on the rack’, was never Bacon’s, and these words, so often quoted against him, will not be found in any of his works. As recalled by Peter Pesic (from whose thorough studies of this subject, in Isis 1999 and elsewhere, I have taken most of the material for this section), they were written in 1696, by his great admirer, Leibniz, in praise or ‘the art of experimentation which Lord Bacon began so ably’. Influenced, perhaps, by the fact that torture was still used in his day as a touchstone of certainty, Leibniz failed to distinguish, as Bacon emphatically did, between the concept or racking, or torture - terms which Bacon invariably connected with a brutal abuse - and that of ‘the trials and vexation of art’, indicating the agitation or provocation of nature in the course of an experiment aimed at verifying the evidence of the senses. Bacon depicted this ‘vexing’ or ‘crossing’ of nature with vivid images related to discovery or pursuit never to torture. Many of them - such as ‘espials’, examination, trial, interrogation, deciphering - are taken from legal practice. Others are grouped around his concept of ‘the Hunt or Pan, or Learned Experience’ - a hunt ‘in the woods or experience’ for nature’s laws - all of nature being ‘nothing else than a hunt’, while man himself ‘hunts after his works’. If you ‘follow and as it were,


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hound nature in her wanderings, you can drive her afterwards to the same place again’: this is Bacon’s description of controlled experiments aimed at making results replicable. Turning to mythology, he described experimentation as a wrestling-match with that indestructible ‘thrice-great prophet, Proteus, or Matter’ - a matter permeated with spirit - who has to be gently but firmly held in place with the ‘handcuffs’ of mechanical aids, as he wriggles from one shape to another - or disappears for a time, as a gas; until, having rung all his changes, he finally discloses some of nature’s secrets, thus assisting her to ‘achieve her ends’. The experimenter is also tested in this process (being much in need of purification, since the mind of man is ever prone ‘to distort the nature of things by mingling his own nature with it’). In the end, however, his part is a small one, for, Bacon insisted, ‘all that man can do is to put together and put asunder natural bodies. The rest is done by nature within.’ On the role played by man in vexing nature, within these limits, Bacon is quite clear. He gives examples from the age-old crafts - baking, brewing, pruning - by which nature is ‘forced out of her natural state, and squeezed and moulded’, and he cites experiments such as confining the spirits of wine in a sealed vessel, or making a rainbow in a spray of water. We are far from the ‘racking of nature’ imagined by Leibniz. None the less, a few others were to follow him in confusing Bacon’s charged images, and more recently various feminist writers - including Carolyn Merchant (1980), from whom, alas, Capra took his notion of Bacon’s views - have contributed their own brand of confusion. Bacon is now denounced for launching ‘a science infused with sexual and misogynistic metaphors’ - in particular with images of rape and torture - aimed at encouraging middle-class male entrepreneurs ‘to exploit nature, as a female to be tortured through mechanical inventions’. As Alan Soble has demonstrated (Oxford, 1998), none of the passages adduced by these writers remotely supports their claims. By omitting key words and sentences, and introducing metaphors of rape and of ‘the torture chamber’ where there are none, they completely transform his meaning. Thus Bacon’s remark that ‘a useful light’ might be gained by the scientist from an inquiry into the arts of witchcraft, to Merchant ‘strongly suggests the interrogations of the witch trials and the rnechanical devices used to torture witches’ - and in Mindwalk he will be made out presiding over the witch trials of King James, though these were held in Scotland, many years before Bacon became Attorney General. Merchant saw caverns like that of the Sybil as ‘sexual holes’, and, she complained, Bacon ‘frequently described matter in female imagery, as a “a common harlot”’. In fact he referred (twice) to an ‘untenable opinion’ of Plato’s ‘that matter is like a common harlot, always seeking after new forms’.


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Nature cannot literally be tortured, but some of her creatures can, and often are today, in our service. At a time when vagabonds were regularly flogged, thieves hanged alive in chains, and felons gradually crushed to death under rocks, people were not much preoccupied with the suffering of animals. Descartes defended vivisection, and compared animals to creaking machines. Even Spinoza, half a century later, declamed in his Ethica that we could treat them ‘in any way which best suits us’. Bacon was in two minds. He believed that vivisection had rightly been condemned, but, in exceptional cases ‘of great usefulness’, it could have been a mistake to ‘relinquish it altogether’. We may doubt that he ever came across such a case, for this ‘tender-hearted’ judge, as he was known to his contemporaries, who looked on offenders ‘with the eye of compassion’ - and who searched for ways of mitigating pain - repudiated torture, not only for its cruelty, but because he believed it was more liable to evoke ‘strange fallacies’ than to discover the truth. When ‘vexing’ even inorganic matter (which to him was alive) Bacon compared the care to be taken in regulating and varying the heat used in experiments to the gentle action of the womb. As for living tissue, eggs might be studied, but cutting out the foetus from the womb (as advocated by his contemporary William Harvey, who discovered the circulation of the blood) ‘would be too inhuman’. The womb is very present in Bacon’s writings. He saw his own thought ‘rooted in the lap and womb’ of a nature more subtle ‘many times over’ than the mind of man, while the Scholastics ‘touched nature only with the tips of their fingers, without mingling themselves into her being’. Had they ‘remained attached to the womb of nature and continued to draw nourishment from her’, he said, there would be no need for a new science. Far from preaching the rape of nature, the closer union Bacon sought with her was as the bride in ‘a chaste and lawful marriage’, from which ‘many helps to man’ might spring. (And should anyone object to the patriarchal view or her as a ‘fruitful spouse’, let us recall that nature appears as the dominant partner in another patriarchal image, with the arts subject to her ‘as the wife is subject to the husband’). Bacon obviously preferred a ‘happy match’ to a grappling, however gentle. It is only men ‘too intent upon their ends’, he said, who ‘rather struggle with Nature than woo her embraces with due observance and attention’. Bacon offered mankind the boundless expansion of human power which has given science its daemonic and Faustian character. The power Bacon offered was never boundless. ‘All knowledge is to be limited by religion’, he said, ‘and referred to use and action’. And keen as he was for man to ‘open and dilate the powers of his understanding’ and reach out to the spacious new worlds of discovery that lay beyond the pillars of Hercules, he never once lost sight of those essential restraints. The arrogant claim of unlimited power for man is precisely what he most strongly deprecated in the magicians of his day - those self-seeking


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and vainglorious ‘braggarts’, as he called them, who looked on themselves as gods, and in their ‘blind greed’ attempted ‘to domineer over nature’, merely to boost their own personal influence. It was not long since Marlowe’s Dr Faustus, ‘lord and commander or the elements’, had boasted on the stage that his dominion ‘stretched as far as doth the mind of man’. Bacon too, in The Advancement or Learning (1623), sought ‘to extend the bounds of human empire’ - but read on: ‘as far as God Almighty in his goodness may permit.’ (This limiting condition does not appear in the New Atlantis, where the sentence ends ‘to the effecting of all things possible’. But the words are spoken there in the same religious context, ‘for the love of God and man’.) What exactly do these religious limits to knowledge imply? While in sympathy with ‘the heathen’ (the fathers of whose church, he said, were the poets), Bacon lived his spirituality within the newly reformed Church of his time, as a practising Christian - witness his inspired religious writings, and his evident interest in ‘the true temper of a man who has religion deeply seated in his heart’. He conceived his New Instauration as the fulfilment of a Biblical prophecy and a rediscovery of ‘the seal of God on things’. Which did not mean that he could ever see in the practice of a technology ‘a first step to becoming one with God’ - as proclaimed of child-cloning by one of its famous promoters. On the contrary, Bacon repeatedly warned his readers against the ‘unwholesome’ mixture of things human and divine, and admonished them never to ‘presume by the contemplation of nature to attain to the mysteries of God’. The meaning of that crucial condition, ‘as far as the Almighty may permit’, is simple. Bacon solemnly disavowed both ‘power and knowledge such as is not dedicated to goodness or love’. The words are used with precision. ‘Goodness’ means the search of truth for its own sake since ‘the very beholding of light is itself a more excellent thing than all the uses of it’. ‘Love’, or ‘goodness applied’, means doing everything possible to relieve ‘the immeasurable helplessness of the human race’. This aim was the leitmotiv of Bacon’s life, and his whole new concept of science was geared to it. He had seen the effects of hunger at first hand as a young legal counsel, when examining a band of rebel yeomen. Shocked by what he found, he had set out to study their condition, and had defended, in Parliament after Parliament - with a heat that surprised fellow Members - a Statute for the Relief of the Poor that was to last for centuries, and his two bills against the enclosure of common lands - which, he rightly insisted, ‘destroyed the bread of the poor’. Bacon believed that poverty could best be eliminated by achieving abundance for all, and it was to remedy ‘the pinched and narrow state of human fortunes’ that he wanted to multiply the discoveries of science, made so far by accident, like that of silk, glass or the magnet. This claim, now used by some multinationals to justify their depredations, was a new one at that time, although he had inherited his strong sense of the service owed to mankind from an ancient Platonic and


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Christian tradition known as the vita activa, of which his friend, Sir Philip Sidney, was the living example. Bacon was however the first scientific thinker to have appropriated the vita activa to science, and made ‘the weal of man’ his goal. It is in this light, and recalling his precept that ‘the true ends of knowledge’ are neither profit, fame nor power, that we should interpret his concept of dominion over nature - a dominion evoking the benevolent authority of the first King of Atlantis, with his ‘large heart, inscrutable for good’. For Bacon, power meant ‘the power to do good’. There is no place in the New Atlantis for a world dominion, which he described as ‘the evil dream of a prosperous brigand’. In the heyday of colonization he stressed that ‘people are not to be planted’ so as to displace others, and he lamented the miserable fate of ‘the poor Indies, brought from freedom to be slaves’. Neither did he look on nature as man’s slave. The only case in which he appears to couple slavery with nature - when offering an imaginary pupil ‘to bind nature to your service and make her your slave’ - has been found to be a mistranslation of the Latin original for ‘slave’, ‘mancipaturus’, which actually means ‘to be assigned to an office’. It implies a bond - in Bacon’s case a mutual one - but without the indignity of slavery. Himself, as he believed, ‘born for the service of mankind’, Bacon took every opportunity to emphasize that man is but the servant of that nature which he was now joyfully placing at the service of his ‘dear, dear son’; that beyond following and observing her order, he ‘knows nothing and can do nothing’; and above all that ‘the least part of knowledge’ is passed to him ‘by a Charter from God’, and ‘must be subject to that use for which God hath granted it’. Failing which ‘all manner of knowledge becometh malign and serpentine.’ In the New Atlantis Bacon set up a model for the manipulation of nature which, carried to extremes, has led to the widespread genetic modification of plants by our multinational corporations. Bacon extended his inexhaustible capacity for wonder to ‘the border regions of knowledge’, as he put it. There was nothing he did not propose to study, from the transmutation of metals, and ‘those minute particles that do so great effect’, to a drink he had heard of ‘called coffa, as black as soot and of a sharp scent, which comforteth the brain and heart’. He wished an inquiry to be carried out ‘with all sobriety and severity’, into ‘the transmission of spirits at a distance’, precognition, hypnosis and telepathic dreams. And he was interested in every aspect of plant life, from their ‘enlarging and dwarfing’, and ‘transplanting one species into another’, to the effects of ‘the force of imagination’ on ‘their sudden fading or lively coming up’, their closing and opening, their ‘bending one way or another’. But, whatever our opinion of his programme, we cannot reproach Bacon for holding the man-centred - and in his case still earth-centred - view of the universe, which has been an essential part of our Western tradition since Genesis. Or for


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advocating a manipulation of nature that has been with us ever since Cain ploughed the first field and a Persian gardener bred the first rose. That our species should thrive at the expense of the rest of creation, appears to us now increasingly ‘malign and serpentine’. Many of us are more in sympathy - at least as a counsel of perfection - with Eastern attitudes that deprecate stepping on an insect, or those of native Americans, when they ask a plant’s permission to harvest it. But where exactly does each of us stand? Do we accept the human kidney transplant but not the heart of a pig? Can we take as a gift from Bacon’s prescience hearing aids and spectacles, microscopes and air-conditioners - submarines even, but not those dangerously polluting aeroplanes? Do we accept ‘the multiplication of light at a distance’, and Bacon’s binary scale, on which our computers are based, but not the medical panaceas - or at least not the cosmetics - we owe to the suffering of mice and dogs? Some of us now think we should not destroy life ‘without sufficient reason’. But how much is sufficient? Ought we to eat miserable factoryfarmed animals, when a less sentient vegetable could feed us? Bacon’s position was clear. He would ‘try all things and hold that which is good.’ We are trying all things, but we no longer know what is good. And we stop at nothing. In each case it is possible to identifiy the point at which we disregarded the limits Bacon laid down, and, failing to obey nature, brought - and are still bringing - upon ourselves every kind of disaster. (’Force maketh Nature more violent in the return.’) We will find Bacon in radical disagreement with the promoters of present day biotechnology on at least four fundamental counts. The first relates to their respective priorities. For Bacon, profit was excluded. Research was a matter of public funds - a task, he said, ‘for Kings and Popes’, and he stringently admonished scientists who ‘turn aside after profit or commodity’: they do so, he warned, ‘to the infinite loss of mankind’. There can be no comparison between a philosopher whose ‘only earthly wish’, from youth to old age, was to promote inventions that could relieve the poverty of man, and a corporation professing to ‘do the right thing (namely, to feed mankind) while doing business’, and publicizing this worthy aim out of the huge profits they had made with ventures such as Agent Orange and the defoliation of Vietnam; or planning the sinister Terminator Seed ‘to protect their investments’. The second difference is one of scale. The ever moderate, middle-of-the-way Bacon, who noted that ‘the personal fruition of man cannot attain to feel great riches’, knew that more is not better. (’It is the empty things that are vast, things solid are most contracted, and lie in little room.’) Bacon could not have conceived the escalating size, the global greed of corporations coolly planning to take over a large portion of the earth’s water resources or feverishly decoding some three billion DNA sequences, in a bid to patent the entire human genome. The third radical difference between corporation practice and the thinker who would not reap the green corn, and who reminded us that it is not the tempest but ‘the soaking rain that relieves the ground’, is one of timeliness. Bacon would have deplored, as the worst ‘levity and rashness in new


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experiments’, the immoderate haste with which giant multinationals are now combing the virgin forests for plants that have yielded their healing properties over the millennia, in a headlong rush to extract, code, genetically modify and patent substances which would require generations of testing before they can be fed to adults - rnuch less to babies. The fourth, and perhaps most striking difference, is the contrast between the corporations’ stealthy moves to impose their untested wares on us, as a part of their silent progress towards world supremacy - with Bacon’s declared goals of open communication and exchange of knowledge, placed at the service of mankind. Bacon promoted a science in which the experimenter abdicates all responsibility for the results of his discoveries. In fact Bacon was the only thinker of his day to unite scientific knowledge with ethical ideals, as he was the first to evolve a concept of fraternity in ‘learning and illumination’ among scientists of all countries, ‘joining forces for the common good’. Bacon presents his new scientist - neither ‘Schoolman’ nor magus, but a ‘pioner’ (or digger) in the mine of truth with ‘tears of tenderness’ for his fellow beings in his eyes. And it is because he envisaged a succession of such scientists, handing down the torch of a continuous tradition, at his symbolic ‘Promethean Games’, that Loren Eiseley described Bacon as ‘the first great statesman of science’. But as a statesman Bacon was also aware of the dangers of scientific knowledge, and, on setting forth his plan of work for the Great Instauration, he confessed to ‘inward hesitations and scruples’. The new learning, he feared, ‘might open a fountain’, and who could tell where its waters would fall? Alone among the forerunners of modern science Bacon foresaw the possibility of that ‘rape of Minerva (wise nature), by Vulcan (the mechanical arts)’, which we have since perpetrated. His myth of ‘Daedalus, or the Mechanic’ - famous for his ‘pernicious genius’, ‘unlawful inventions’ and ‘depraved applications’ - sounds a dire warning against the ‘imperfect births and lame works’ which ‘chemical productions and mechanical subtleties’ could lead to, if mechanical art should attempt ‘to force Nature to its will. And well we know how far in cruelty and destructiveness they exceed the Minotaur himself.’ Bacon hoped, as many have after him, that the mechanical arts might ‘serve as well for the cure as for the hurt’. And since people are not to be trusted with dangerous discoveries, the brotherhood of Salomon took an oath of secrecy for ‘the concealing of all inventions they thought fit to keep secret’, even, if necessary, from the state - a solution not open to our democracies, although some scientists have resorted to it, and one great poet has appealed for it to be practised in our time. (In any case the salutary independence of scientists from Bacon’s Utopian state compares favourably with the tacit understanding between powerful corporations and some of our governments.) The only reliable safeguard, however, in Bacon’s view, was the age-old remedy of prayer, and in New Atlantis daily services were held ‘of laud and thanks to God for his marvellous works’,


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and of prayers (similar to those Bacon affixed to his own works) ‘imploring God’s aid and blessing for the illuminatiori of our labours, and the turning of them to good and holy uses’. For Bacon the efficacy of prayer was not in doubt. He saw the orations of the monastic orders as ‘true works that cast their beams upon society for the benefit of man’. In our less believing age we may look on the prayers offered daily at Salomon’s House as a declaration of intent, and a decision to maintain that intent by concentrating the mind upon it. It is for the firmness of his own purpose and the stress he laid on turning our labours to good uses that I think ecologists can look on Bacon as an ally in the struggle ahead. The needs of humanity are changing, but never has it been more imperative for us to ‘join forces for the common good’ - that of our whole planet, this time. Bacon’s was a cyclical view of history, in which ‘the sciences have their ebbs and flows’. Four centuries ago he proclaimed a science that was to go on ‘fructifying and begetting’, as long as there was room for its wastes. But now that the tide has begun to turn, might not the forward-looking Bacon, had he lived today, be urging us to redirect our inborn thirst for knowledge away from the dead-ends of uncontrolled genetic engineering and the nuclear nightmare? Towards - new variants of earth-healing culture, perhaps? Undiscovered forms of renewable energy, a ‘revivifying’ concept of growth, or some other form of resurgence we haven’t yet thought of? Be that as it may, he appears to be in unison with the ecological vision in one respect. Ther’e is a remarkable affinity between Bacon’s dynamic concept of the origins of life, and the cosmologies now emerging in centres like Schumacher College at Dartington, and the Santa Fe Institute of New Mexico - an affinity perceptible even in the vocabulary of these seekers. The ‘fluctuating patterns’ now found ‘running deep in nature’ (as cited by Brian Goodwin, in How the Leopard Changed his Spots, 1994), bring to mind those ‘fluctuating reciprocations’ noticed above in Bacon, the ‘resemblances and conjugations’ which, he believed, ‘reveal the unity of nature’ and ‘the fabric of the universe’. And when we read today of ‘the dynamic fluidity’ with which elements ‘move from chaos to order and back again’, interacting rather than competing, in ‘a creative play of forms’, or ‘a sacred dance’, we are very close to that world which, in Bacon, ‘enjoys itself and in itself all things that are’, while ‘the souls of the living leap about and dance with infinite variety’; a world in which ‘Pan, or Nature’ is ever inclined to ‘fall back into ancient chaos’ - but that Cupid foils him in the contest; in which God himself ‘delights in hiding his works’, so as to give man the pleasure of finding them. We must not forget that if Bacon took the dominion of Adam over his fellowcreatures for granted, he himself extended his ‘feeling of communion with men also to beasts’, had thoughts of ‘nourishing and comforting the trees’, and dearly


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loved birds. He believed that nature was ‘corrupted by too much cultivation’ after all the first scientists were ‘the brute beasts, quadrupeds, fishes and serpents’. And when it rained, we are told, he would go out in his open coach ‘to receive the Nitre in the air and the Universal Spirit of the World’. Let us hear him in his History of the Winds, a late work, urging us to ‘make a stay with nature’ and ‘meditate upon her’: ’Wherefore if there be any humility towards the Creator; if there be any praise and reverence towards his works; if there be any charity towards men and zeal to lessen human want and sufferings; if there be any love of truth in natural things ... men are to be entreated again and again ... that they should humbly and with reverence draw near to the book of Creation, /and becoming/ again as little children, deign to take its alphabet into their hands.’ ___________________________________ For further information and references for most of the above, see chapter 33 of Francis Bacon, The History of a Character Assassination, by Nieves Mathews (Yale U.P. 1996), and for Bacon’s attitude towards judicial torture, chapter 24. On the ‘torture of nature’ see Carolyn Merchant, The Death of Nature (1980); Alan Soble in A House Built on Sand, ed. Noretta Koertge (Oxford, OUP, 1998); Peter Pesic, “Nature on the Rack, Leibniz’s Attitude towards Judicial Torture and the ‘Torture’ of Nature”, Studia Leibnitiana, Band XXXIX/2, (1997), and “Wrestling with Proteus, Francis Bacon and the ‘Torture’ of Nature”, Isis (1999). On the rehabilitation of Bacon’s science after the criticism of Karl Popper, Alexandre Koyré, Peter Medawar and others, see Thomas Kuhn (1977) Peter Urbach (1987), Antonio Perez Ramos (1988), Brian Vickers, “Bacon’s so-called ‘Utilitarianism’”, and Paolo Rossi “Ants, Spiders and Epistemologists”, both in Francis Bacon, Seminario Internazionale, ed. Marta Fattori, Rome, 1984. Also Rossi, “Bacon’s Idea of Science”, in The Cambridge Companion to Bacon, ed. Markku Peltonen (CUP 1996); On Bacon’s cosmology, Graham Rees, (1984). -----


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Nieves H. (Hayat) De Madariaga Mathews è nata nel 1917. Ha avuto una vita intensa, che l’ha portata in diversi paesi, dalla Spagna della guerra civile all’Inghilterra, alla Svizzera, alla Francia, al Messico. Ha lavorato circa 20 anni per la F.A.O., a Roma, e si è infine ritirata in una bella casa di campagna vicino a Cortona. Una delle massime esperte internazionali di Francesco Bacone, ha dedicato alla “difesa” di questo controverso grande personaggio uno studio monumentale: Francis Bacon - The History of a Character Assassination, Yale University Press, 1996, e sta continuando ad occuparsi di lui, e della storia di quel periodo, in un nuovo progetto di libro.

Bassorilievo assiro, Parigi, Museo del Louvre


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NUMERICS AND GEOGRAPHY OF GILGAMESH TRAVELS (Emilio Spedicato) Abstract. We consider Gilgamesh travels, as described in the surviving Gilgamesh epic. Assuming that the epic in based on actual travels, we propose different itineraries than usually assumed. We claim that Gilgamesh aimed to the heart of Asia, possibly the original land of the Sumerians, via two different routes: one taking him through the Karakorum, the other via the Balkash lake and most probably the Zungarian gates. Final aim was a mountain range still now sacred to the local Ngolok tribe.

This work is dedicated: to the late Leonard Clark, whose adventures in Amazonian Peru fascinated my young years, whose report of his military duty in Northern Tibet opened a new light on the dawn of civilization, in the year of my first flight over Amazonian Peru, land of secrets to be unveiled to the Ngolok fierce tribe of North Tibet preservers of the ancient sacred Anu Mashu mountain, let them for ever own the land of their fathers and keep faithful to their traditions to Khubaba and to the Yetis peaceful creatures in the high mountains, our genetic brothers, hunted down by Homo Sapiens Sapiens, by homo homini lupus.


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Sunt nomina lumina Oh, Geography Cinderella of sciences! S.H. beautiful daughter of the Hunza people learn Burushaski language of your ancestors language of a special people of a very special place...

1. Introduction The Gilgamesh epic deals with the adventures of Gilgamesh, king of the Sumerian city of Uruk (biblical Erech), son of the semigod Lugalbanda and of the goddess Rimat Ninsun, hence himself two thirds “god”, one third man, but mortal as all men. The text of the epic is not known in its entirety. The first tablets were found in the excavations of the library of Assurbanipal (668-627 BC) in Ninive by Layard in the 1840s. The first communication that these tablets contained a Chaldaic story of the Universal Flood was made on December 3, 1872, in London, by the assyriologist Smith. It is now known, see Pettinato (1992), that the epic in the version of the Assurbanipal library (where apparently four copies were kept) consisted of 12 large tablets, each one having about 300 lines, for an estimated total of 3059 lines. Currently about 2000 lines are known. More may be discovered in future excavations or more simply in the deposits of the world museums. It is interesting to note that the first four lines of the epic were found in September 1998 by Theodore Kwasmann while searching among the collections of the British Museum (see the article of R.J. Head in Odyssey, July-August 1999). The four lines, published in Nouvelles Assyriologiques Brèves et Utilitaires, are given here in the original Assyrian text and in their published translation: (sha nagbu iimuru i) shdi maati (xxx-ti iid) uu kalaama hhassu (Gilgamesh sha n)agbu iimuru ishdi maati (xxx-t)i iidu kallama hhassu He who saw the nagbu (the country’s foundation) who knew.... was wise in all matters! Gilgamesh (who saw the nagbu), (the country’s foundation) who knew.... was wise in all matters! In the above translation the correct meaning of nagbu was a point of discussion. In the Chicago Assyrian Dictionary the word is translated as “totality” or “spring, fountain, source”. We will see at the end of this essay an intriguing relation with “spring”, in both a geographical and an ethnographical sense. In addition to the


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Assyrian version of the epic found in Ninive, fragments in different languages, including non semitic Hurrian, Sumerian and Hittite, have been found in several locations in the Middle East, most of them predating Assurbanipal time. At least ten documents are dated to the paleobabylonian period (i.e. Hammurabi’s time, circa 1800 BC), while half a dozen documents in Sumerian are dated to the second half of the third millennium BC. There is the intriguing possibility that the epic was originally composed by an advisor of Gilgamesh (no more a semigod apkallu, but a human ummanu), named Sileqiunnini, see Pettinato (1992). About the historicity of Gilgamesh opinions are divided. Gilgamesh is listed in ancient tablets as the fifth king of the first dynasty of Uruk, often dated at the period 3500-3100 BC. Now the dendrochronological record, see Baillie (1999), suggests that in the year 3195 BC a dramatic climatic event occurred, possibly associated with a substantial world flooding episode of extraterrestrial origin (i.e. a cometary or asteroidal impact or the close passage of a large body). If the suggested flood event is the one described as the Utnapishtim/Ziusudra flood in the Gilgamesh epic (and as the Noah flood in Genesis, the Pygmalion flood in Greek traditions, etc.), then the dating of the first Uruk dynasty should be lowered by a few centuries. This would be in agreement with the chronological revision proposed in the last fifty years by several authors, starting from Velikovsky (1953), see in particular Rohl (1998), who dates Gilgamesh at circa 2500 BC. The following Tables provide some of Rohl’s dating. Table 1: Rohl’s dating of First Uruk dynasty 3000 BC 2900 BC 2800 BC 2588 BC 2487 BC 2348 BC

Heskiagkasher (biblical Cush) Enmerkar (biblical Nimrod) Lugalbanda Dumuzi Gilgamesh Urlugal

Table 2: Roh’ls dating of first four Egyptian dynasties 2789-2669 BC 2669-2514 BC 2514-2459 BC 2459-2350 BC

Menes and First dynasty Second dynasty Third dynasty Fourth dynasty

Rohl dates the Flood to about 3100 BC, but has a discrepancy in his chronology. Indeed he notices (p. 425 of his monograph) that a different counting of dynasties lengths based upon the Turin Royal Canon would provide 2898 BC for Year 1 of Menes. If we take the suggested dendrochronological dating (at 3195 BC) of the Flood and we notice that according to Manetho there was in Egypt a period of 350


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years of confusion and crisis before Menes, a period that can be naturally explained as the aftermath of a huge destructive flood, then we would have a date of 2845 BC for Year 1 of Menes, about half way between the date provided by the Turin Canon and the date in Table 2. In view of likely unavoidable errors that may affect both the dendrochronological record (despite the high accuracy claimed by its proponents) and the surviving lists (where coregencies have always been a question difficult to extricate), it seems safe to conclude that the Flood should be dated in the period between 3100 and 3200 BC. An additional support for dating in this century a catastrophic climatic event is provided by the analysis of ice cores at Camp Century, Greenland, where a large acid layer has been identified and dated at 3150 plus or minus 50 BC. It is interesting to note that another acid layer at Camp Century, dated at 1390 plus or minus 50, comes close to the dating of the Exodus at exactly 1447 BC, proposed first by Velikovsky (1953) and again claimed by Rohl (1995). Both Velikovsky and Rohl have identified the pharaon of the Exodus with the last pharaon of the 13th dynasty, the obscure Dudimose, whose name appears in the Turin canon, and whose tragic kingdomship is certainly more characterized by a great natural catastrophe and by the onslaught brought by the Hyksos than by the departure of a few hundred thousand Hebrews. In this paper we will not discuss the historicity of Gilgamesh and its dating. We will not propose explanations of the extraordinary semigod qualities that he shows in the epic (see for instance Sitchin (1980) for the nonstandard interpretation of Gilgamesh mother “goddess”, as a female belonging to a group of extraterrestrial “gods” that according to him visited the Earth in ancient times, “created” man by genetic engineering and were able to copulate with their creatures, as also Genesis states with regard to the Nephilim). Under the assumption that the epic is based upon an actual traveller’s experience, we will try to identify the routes in the two trips of Gilgamesh, the first one to the “Forest of Cedars”, the second one to the mountain called “Mashu”. Our proposed routes and final destinations are wholly different, as far as we know, from those usually considered, these being not too far from Sumer. We claim that Gilgamesh final destination was the heart of Asia, the land where quite possibly the Sumerians came from, the land which in the case of a catastrophical flood of extraterrestrial origin is the best protected in the whole world from the effects of a global tsunami and of long lasting torrential rains. According to our thesis Gilgamesh tried to reach this land via the two most natural routes from Sumer. The first one, shorter but of much more difficult terrain and of great altitude, took him to the Karakorum passes (e.g. Kilik, 4755m, Mintaka, 4709m, or Khunjerab, originally 4934m now after the construction of the Karakorum highway reduced to 4602m), quite probably via Iran, Afghanistan, Kashmir (Barda, Buner, Hazara, Kohistan, Dardistan, Punjal, Hunza), from which he could have descended into the heart of Asia via eastern Pamir and the Tarim basin region. This approach failed, probably for the extreme difficulty of the Karakorum trails, often closed by landslides and snowslides, possibly also for the failure of Gilgamesh to acclimitize to the high


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altitude of the Karakorum passes. The two heroes consoled themselves by killing poor Khubaba (we will suggest who Khubaba might have been) and by cutting a large cedar tree that they brought back to Uruk. The second route is longer, by some 3000 km, and went most probably through very little populated land. It allowed however access to the heart of Asia by the much easier Zungarian Gates pass, less than 500 meters. Mount Mashu, we claim, is the great sacred mountain range surrounded on three sides by the Yellow River, still locally called Maqu (pronounce “Machu”), whose sources are not far from it. The mountain is sacred to the local north Tibetan Ngolok tribes and till the fifties was closed to foreigners. Its name still bears obvious reference to Mashu and to the highest god of the Sumerian pantheon. 2. The trip to the Forest of Cedars. Numerics and geographical information in surviving tablets The first trip takes Gilgamesh and Enkidu to the Forest of Cedars, in a land called “Lebanon”, which is reached overland. Here they kill the monster Khubaba (in Assyrian; Huwawa in the Hittite text) and cut a very big cedar to be taken to the temple of Enlil in Nippur. They return to Uruk via water, navigating a river called “Euphrates”. It is commonly assumed that the Forest of Cedars is present Lebanon. The trip is described in Tablets II 184 to V 266 in the Assurbanipal text, affected by several lacunes, only partially remedied by use of the other texts. For the following discussion of the route, here we report the passages containing numerical and geographical information. These passages are translated from the italian version of the whole corpus of surviving material given by Pettinato (1992). We first give the passages from the Assyrian texts in Assurbanipal library. 1. II, 184-193: Khubaba whose cry is stormy.....who can hear at 60 leagues through the forest trees..... to protect the Forest of Cedars he has been commanded by Enlil and a bodily fatigue takes possession of anyone who tries to enter this forest.... 2. II,221-224: I have made my mind. I will leave to the far away land where Khubaba lives. I want to face a defy even if of uncertain outcome, I want to explore an unknown way 3. III, 6-7: Let Enkidu preceed you, he knows the way to the Forest of Cedars 4. III, 48-51: He (Gilgamesh) intends to take the long travel to the place of Khubaba. He will engage a fight of uncertain outcome, he will walk over unknown trails till the day when, after a long way, he shall reach the Forest of Cedars.


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5. IV, 1-6: After 20 leagues they took a meal, after 30 leagues they stopped for sleep, 50 leagues they had made in their daily march, a distance of one month and a half they made in 3 days, reaching the â&#x20AC;&#x153;mountains of Lebanonâ&#x20AC;?. 6. IV, 78: Gilgamesh ascended the mountain 7. IV, 84: ... spit blood... 8. IV, 87: was overwhelmed by sleep 9. IV, 100: let us go back to the steppes 10. IV, 91: why am I so nervous? 11. IV, 93: why do I feel so week? 12. IV, 207-208: ... a difficult trail, that a single person cannot easily take, better to be in two... 13. V, 2: ...they were astounded at the height of the cedars... 14. V, 5-8: there were nicely cut trails, they looked at the mountain of cedars, the place where the gods dwell, the sanctuary of Irnini, the cedar was tall and majestic... 15. V, 5 (Uruk version): when you (Enkidu) were young, I saw you... 16. V, 255: Gilgamesh cut the trees... 17 V, 258-265: My friend, the wonderful cedar has been cut, it no more reaches the sky. I want to use it to build a gate, of height 6 times 12 spans, one span of width, the lower and the upper hinges one span. Let it be carried to Nippur by the Euphrates.... they put the trunk in the river, Enkidu guided it, Gilgamesh was carrying the head of Khubaba. Information from other sources: 18. Yale tablet, 165: They made axes of 3 talents each 19 Yale tablet, 170: Gilgamesh and Enkidu each one were carrying ten talents of weapons 20 Yale tablet, 193: The forest extended 60 leagues in each direction


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21 Yale tablet, 247-250: Let Enkidu lead you, let him check the way, he knows the access to the forest and every trick of Khubaba 22 Yale tablet, 255: May he (Shamash) open to you the close trails 23 Yale tablet, 262-269: ...in the river of Khubaba, as you wish, put your feet 24 Baghdad tablet 1-2: Climb the mountains crevasses, the gods have taken away my sleep... 25 Hittite version: When they arrived to the shores of Euphrates they made a sacrifice.... from there after 16 days they were in the middle of the mountains.... then they looked at the cedars.... Gilgamesh and Enkidu cut the cedars... when Huwawa heard the noise he got angry and said: who has cut the cedars I have grown?.... 26 Huwawa said: I will lift you, I will carry you up hill, I will hit your head, I will put you in the black earth! 27 Gilgamesh and Khubaba, 53: Young men like him, in number of 50, went with him... 28 Gilgamesh and Khubaba, 82: The sons of your city who accompanied you should not wait long for you at the foot of the Mountain. Remark. The “span” is about 60 cm. The “league”, Assyrian beru, is the distance walked in two hours, commonly estimated at 10 km but possibly more, 15 km or more. 3. Identifying the location of the Forest of Cedars From the above given texts, features of the Land of Cedars are the following: • It is very far away • Enkidu knows the way • The taken overland route was previously “unknown”, required a “long wandering” and in the final stage goes through a difficult terrain “which a simple person cannot easily take”, where “it is better to be in two” • The forest is large, extending in each direction 60 leagues: it is located in the “mountain of Lebanon” • A river crosses the forest; by putting the cedar in the waters of the river one can finally reach Uruk


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• The trip can be divided in two stages. The first one, equivalent to 45 days of normal travel, takes the two friends to the “Euphrates river”. The second stage in 16 days takes them to the middle of the mountains. • From the secondary text Gilgamesh and Khubaba we know that 50 friends of Gilgamesh waited for him at the foot of the mountain. Since they do not appear to have accompanied him along the new overland way, this suggests that they reached the waiting point by a different, presumibly easier and well known way. • Khubaba could hear “60 leagues” away; his way of dealing with his opponents was quite peculiar: a hit on the head, lifting them, carrying them uphill, putting them in the black earth. It is usually assumed that the destination of Gilgamesh first trip was some point in the mountains of present Lebanon, where cedars are known to have existed since ancient times (only half a dozen of them still live in the wild, well fenced in a national park). The identification of the land with Lebanon seems supported in the text by references to Lebanon and Euphrates, despite Lebanon is mainly a modern name for a country in ancient times known as Phoenicia or with other names. It is our opinion that this standard identification must be rejected on the following grounds: • it is in unresolvable conflict with a number of statements in the text • it leads to a feat which is almost certainly physically impossible • it is based upon a hasty identification of the names translated, albeit not incorrectly, as “Lebanon” and “Euphrates”, with the present state and river in the Middle East • it does not correspond to a route defined in the text, especially for the terminal phase, as new, very difficult and providing unusual bodily effects. Our proposal is that the Forest of Cedars was located in Kashmir, i.e. in the mountainous region cut by the river Indus and its several affluents. We will more precisely argue that the meeting with Khubaba took place in the northern reaches of Kashmir, probably just north of the Hunza valley, on the way to one of the passes (Khunjerab or more probably Mintaka, for reasons that will be discussed in a forthcoming paper), that lead via eastern Pamir to the Tarim basin (now mainly a desert, the Takla-Makan, but still borderd by chains of oasis) and hence to China via the Yellow River valley. The Hunza valley, about 100 km long, elevation between 1700 and 2500 meters, is a very special place, with nice climate and where many fruits are grown. Its natural access from Gilgit, about 120 km as the crow flies, was in the past, before the opening of the Karakorum highway, extremely difficult, taking over two weeks, see Bircher (1980). The approaches to the passes at the end of the valley are also extremely steep and difficult. We will argue that the word translated as “Euphrates” should more correctly and meaningfully be translated as the “River of the cows” and should be identified with the Hunza/Indus river, while “Lebanon” should be translated as “Land of milk”, this referring to the general high Kashmir region. We propose that


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Gilgamesh and Enkidu reached the Indus via Iran and most probably via southern Afghanistan, hence via the Khyber pass, reaching their friends at the foot of the Kashmir mountains somewhere between present Peshawar and Rawalpindi, not far from ancient Taxila, possibly at the meeting point of the Kabul and Indus river (near present cities of Attock and Nowshera). The 16 days of ascent to the “middle of the mountains” were most probably first along the Indus (locally “Sind”) river, then, after the Indus turns in an easterly direction towards Ladakh via Baltistan, by following the affluents Gilgit and Hunza. We identify, as said before, the “Middle of the mountains” with the special Hunza valley, gently elevating from 1700 to 2500 meters, surrounded by steep montains, the river Hunza having a rather deep bed crossing which is not so easy (different tribes live on each side of of the river). The valley has about 200 villages, population about 10.000 people at the time of Second World War, now over 35.000. Every cultivable piece of land is used to produce cereals, vegetables and fruits (some 20 varieties of superb tasting apricots, dried for the winter). Till the construction of the Karakorum highway (opened in 1978 for special, mainly military use, in 1986 to general passage, first European to cross it Danziger, 11 October 1984, who filled the visa form n. 1 declaring himself to be Donald Duck, see Danziger (1993)) which crosses the ridge at 4602 meters, the most used pass was the Mintaka pass (4709m), the one where probably Gilgamesh was directed. The pass was used to import some products from China, silk and a few objects of daily use. By this way, we surmise, Gilgamesh intended to cross into the heart of Asia towards the sacred mount Mashu that he reached by a longer easier way in his second trip. Our proposals above are based upon the following considerations: • The Forest of Cedars. The so called cedar of Lebanon, scientific name Cedrus Libanotica, presently grows wildly in extremely limited numbers in Lebanon, Siria and southern Anatolia, but its greatest natural habitat, in the variety Cedrus Deodara, is Kashmir, see Appendix 3. In view of the thesis strongly argued for by Kamal Salibi (1988, 1996, 1998) that the Hebrews previous to their deportation first to Assyria by Sargon II (722 BC), then to Babylon by Nebuchadnezzar (587 BC), were living on the mountains of south-western Arabia (present Asir/Yemen region) and that the Phoenicians too originally lived along the arabian coasts of the Red Sea, it may even be argued that Kashmir, and not Lebanon, was the main source of cedar wood in ancient biblical times. See again Appendix 3 for the fact that Cedrus Deodara is the standard timber used even now in Asia for religious works. The timber had to be brought to the Red Sea by Phoenicians via the Indus river and the Indian Ocean. Trade of timber is well documented to Sumer from the Indus valley, not necessarily by Phoenicians. A further argument that the Forest of Cedars was not in Lebanon is the huge size given in the text. The forest is said to have an extension of “60 leagues”, i.e. at least 600 km., in each direction. Such size is incompatible with the small dimensions of Lebanon. Jebel Liban is about 120 km long and no more than 40 km


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wide, Jebel el Sharqui (the Antilebanon) is even smaller. If the Kashmir region is defined by the mountain area whose waters feed the Indus, then this region is roughly a rectangle of over 700 by 500 km, in excellent agreement with the epic statement. It should be noted that Kashmir, now partially deforested, was in ancient times almost fully covered by forests (of course only partly consisting of cedar trees!), thanks to the rains brought by the monsoons. The tree line now approaches 4000 meters and barley can be grown up to 4400 meters on the slopes of the Hunza valley. At Gilgamesh time, around the middle of the third millennium BC according to Rohl’s revised chronology, which we deem to be basically correct, the world was experiencing a climatic optimum, with a megalitic civilization thriving in northern Europe, grape growing in Sweeden, wetter conditions in many regions now very arid, including central Asia, hence the tree line might have been even higher. The terms Lebanon and Euphrates. What is usually translated as “Lebanon” is a semitic word that in say the original, purely consonantal (vocalization was introduced only between the 5th and 8th century AD by the Masoretes, when ancient Hebraic was no more spoken since almost one thousand years) biblical text reads as LBN. We think it is correct to look at the most natural basic meaning of a consonantally spelled word. We believe that the natural vocalization for LBN is leben, that in Hebraic and in Arabic is a word for “milk” or “dairy products”. Thus we are led to propose as a feasible translation for the term LBN in a geographical context the expression land of milk. Similarly the word usually translated as “Euphrates” appears in the biblical consonantical text as NHR PRT, where NHR is vocalized as nahar, meaning “river”, while PRT is vocalized as farat, following the present way of calling the river Euphrates in Mesopotamia (nahar farat/furat). However PRT may more meaningfully and without violating linguistic rules be vocalized as PAROT, plural genitive of PARA, Hebraic word for “cows “, hence leading to NHR PRT as river of the cows, a term perfectly correlated with our proposed land of milk. Now cows, while certainly present in Middle East at Gilgamesh time, were not the most common cattle, since the relatively arid land favoured, in Mesopotamia as well as in Lebanon, Palestine and much of Arabia, sheep and goat. Cows and milk are plentiful in India, where climatic conditions are better and where cheese and yogurt are basic staples for the population. Moreover there is a curious special feature in the animal life in the Hunza valley, namely the presence of a unique type of small cow, about as big as a St Bernard dog, that produces some 4 liters of milk a day, is very useful for transport and can graze on extremely steep slopes. Not far from the Hunza valley, in fact just beyond its north-eastern ridge, there is the Vakhan corridor of Pamir, the “finger” that Afghanistan points between Pakistan and Tagikistan. This name also is a sanscrit term for a type of cow, related


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to the latin term “vacca “.... All above elements suggest a new translation for the terms LBN and NHR PRT, tied to a natural feature of the land of extreme importance for living. It may be even wondered if the sacrality of cows in Hindu religion may predate the Arian invasion of circa 1600 BC, being a surviving element of previous religions. The difficulty of the travel. The epic states that the travel was long, difficult and by a previously unknown route. Now reaching Lebanon (or Palestine) from Uruk via the shortest way, i.e. by a straight line through the Sirian desert, would in fact be a great, almost impossible feat, since the mainly stony reddish desert lying between lower Mesopotamia and the Mediterranean coast (Al Widyan and Badet esh Sham, namely the Arabia Deserta in Ptolemaic maps) is extremely poor in water and was always avoided in classical times. Even now the area, as shown e.g. by the satellite night picture found in the Times Millennium Edition, 1999, is totally dark in the night, a sign of absence of humans, while Saudi Arabia, except for the Rub-al-Khali desert, is dotted by many white spots, most of them unrelated to methane flaring in the oil fields, but indicative of villages and towns. We may here note that prof. Salibi in his last quoted monograph states that western Arabia was easily reached from Mesopotamia via a range of wadis from Kuwait to Al Madinah going through the extensive Kassim oasis (the power region of King Ibn Saud, possibly the original place of the Kassites?), a way that became the standard route taken by the pilgrims from the East to the Meccah (notice that the whole of present Saudi Arabia is called Arabia Felix in Ptolemaic maps!). However there is a natural and easy way from Mesopotamia to Lebanon, that was taken by most travellers, and that adds less than 15% extra mileage, namely by following the Euphrates (on foot or by boat, the current being not strong), up to latitude about 36°, close to ancient Thapsacus, then crossing the mildly ondulated stretch of land (about 150 km) to the Orontes, hence following the Orontes to the mountains of Lebanon via Homs, Baalbek and the Bekah. One must also notice that the mountains of Lebanon, maximum elevation 3086m, are of rather easy access, with rotund usually smooth slopes. Total distance from Uruk to the Bekah via the described route is just about 1500 km. Such a distance can certainly be made on foot by a fast athletic walker in two or three weeks, against the six weeks that the epic states were normally needed to reach the foot of the mountain. Notice also the absurd geographical statement, in the usually assumed scenario, that the river Euphrates was reached at the end of the first stage of the trip! It is moreover almost certain that the way to Lebanon over land (the only possibility by sea would imply to circumnavigation of Africa....) was known well before Gilgamesh times, since already in Ubaidic times contacts existed between the Mediterranean and the Gulf area. Thus


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accepting Lebanon as the final destination would wholly remove the aspects of difficulty and novelty. Our proposal is that Gilgamesh tried a new approach via land towards the Indus region. We feel however that his final aim was entering the heart of Asia. He failed attaining this goal in his first trip due to the difficulties on the Karakorum trails. At his time the Indus valley civilization (Harappa, Mohenjo Daro; the name of the region in Sumerian was probably Meluhha; any relation with the Moluccas?) was in full blossom and contacts via water (by the Indus river and then by coasting the Baluchistan/Iran coast), implying commercial trade, were well developed, as proved for instance by the excavations of Bibby (1970) in Bahrein, a stopover for merchant boats in view of the rich wells of sweet water. So we think it was merit of Gilgamesh to try a new road (and we will discuss later how Enkidu could be a guide). The text does not provide any clue to precisely which route was taken by Gilgamesh. A reason for this may be that he went for most part by unpopulated lands, certainly full of wild animals, no check for Gilgamesh and Enkidu. We suspect however that in the missing lines some clues were probably available, since there was at least one important developed area they crossed. Now we give an educated guess about the possible route. â&#x20AC;˘ To the central Zagros mountains via lower Mesopotamia, Elam and the Persian Gates. Notice that according to Bibby the line of the southern coast of Irak surprisingly has not changed much from Sumerian times. So Gilgamesh may have initially just moved east, skirting the north side of the Shatt-el-Arab marshes, crossing the Tigris and the Karun river near present Ahwaz and entering the mountains near present Behbehan â&#x20AC;˘ Crossing central Zagros via present Shiraz (near Persepolis) and Saidabad (previously Sirjan) towards Kerman, the capital of Khorasan, ancient Carmania. The road is via mountains never over 3000m, well watered, inhabited since millennia before Gilgamesh by tribes specialized in carpetry and among the first makers of pottery â&#x20AC;˘ Towards Sistan by skirting the southern side of the Dasht-e-Lut desert via Bam and other oasis. At Gilgamesh time Sistan (ancient Drangiana/Paratacene), an extremely fertile region of about 30.000 square kilometers, was one of the few areas in the world where walled cities of substantial size had been built. One of the main activity in this area was mining, in particular of precious hard stones (turquoise, agate, possibly, as later discussed, even copper), certainly to be exported also to foreign lands. Among the cities we recall Shar-i-Sokhta, about 60 km south of Zabol, on the borderline between present Iran and Afghanistan, with an estimated population of about 10.000 people (notice that the population of Uruk is estimated at 50.000 people). We recall that Sistan cities were destroyed catastrophically in the period 1600-1800 BC, possibly in relation with the Arian invasion and/or the catastrophe that left a strongly defined sign in the dendrochronological record in the year 1629 BC. The name Sistan is


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relatively modern, having been given after the region was invaded by the Saci, a Scythian tribe, around 130 AD (SAKASTAN = SIGISTAN = SISTAN...). Sistan is the place of the adventures of Rustem, the hero of the Book of King of Ferdowsi (any relation with Gilgamesh?....). â&#x20AC;˘ From Sistan there are two natural ways to the Indus valley. The southern one goes via Zahedan, then follows the southern side of the Chagai hills, rather well watered, north of the Baluchistan desert of Kharan. It enters the Indus valley after Quetta via the Balan pass, about 1000m high. It reaches the river near the historical city of Sukkur, about 60 km north-east of Mohenjo Daro. The second route follows the river Helmand towards Kandahar, then skirts the southern side of the Afghanistan mountain range and reaches Kabul via a number of valleys and easy passes. From Kabul it follows the river presently named Kabul, but till the first half of the 19th century named Peshawar, in an easterly direction. It enters Pakistan via the Khyber pass, 1067m, crosses Peshawar and reaches the Indus near Nowshera, close to the meeting of the Kabul and Indus. We would guess that the way between Sistan and Mohenjo Daro was used by caravans in view of the likely contacts between these areas; thus it would be more corresponding to an exploratory attitude that Gilgamesh choose the route via the Khyber pass. It is natural to assume that the starting point for the ascent to the mountains of the Forest of Cedars was near the meeting of the Kabul and the Indus. This is also a likely place where the 50 friends referred to in the Gilgamesh and Khubaba text waited for the return from the mountain expedition. The 50 friends most probably arrived via the normal route, i.e. by sea and river, whose feasibility with reed boats was proved by Heyerdahl (1980), see also Severin (1982). Because navigation along the Indian Ocean must take into account the effects of the monsoons, this means that Gilgamesh started his trip most likely around MayJune, when his friends could start the water voyage to the meeting point on the Indus. The monsoon (whose name comes from the arabic word MAWSIM = season) from October to April blows from NE to SW, i.e. from the Tibetan mountains towards the southern coast of the Arabian peninsula (such a monsoon is mainly dry, except in the terminal part; even nowadays a branch of the monsoon brings rather heavy rains and mist to the Dhofar mountain region of Oman, (inhabited by tribes possessing four non semitic languages having at least nine nonsemitic sounds), from June to August it blows in the reverse direction, being associated with heavy rains. Monsoons are active only below 4000 meters. >From the hypothesised point the Indus enters the Hindukush-Karakorum ranges, characterized by deep and very steep canyon-like valleys and peaks reaching over 7000 m (e.g. the K2, 8611m, first climbed by the Italian expedition directed by geologist Ardito Desio in 1954, the Nanga Parbat, 8126m, the Distagil Sar, 7885 m). In 1986, on my first flight to China, I flew a Swiss Air airplane that after a night stopover in Sharja crossed over the Karakorum in the early morning. I still


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vividly remember the fantastic view of the most rugged mountain area I have ever contemplated from an airplane. I was particularly impressed by the very deep canyons zigzagging through forested mountains. The pyramid like magnificent K2 jutted to the sky just a couple of thousand meters under the airplane. Beyond the K2 the blue sky changed to a greyish-yellowish colour that lasted for almost three hours, the effect of winds lifting the fine dust of the Takla-Makan and the Gobi deserts. By following the Indus river and its affluents one can reach the heart of Asia via several passes. A natural possibility is by following the Indus (through Dardanistan), then the Gilgit, then the Hunza rivers. From here following the Khunjerabi one arrives at the Khunjerab pass, originally 4934m, now 4602 after the completion of the Karakorum highway. To the left of this pass there is the Mintaka or Minteke pass, 4709 m, wherefrom the river presently called by the Chinese as Ming-t’ieh-kai-ho is born, flowing ultimately into the Tarim, that was mostly used before the construction of the Karakorum highway (and that most likely, also for further reasons to be discussed in a forthcoming paper, was the pass where Gilgamesh was directed). We can give the following justification for the proposed mountain route: • some information about the route had to be generally known by people in the Indus valley, since quite probably contacts and trade existed already between the Indus valley and present Xinjang (exchanges of silk and tea). Notice that the proposed route may also have been one of the routes taken, some 800 years after Gilgamesh, by the invading Arians from the North, since pockets of indoeuropean language speaking peoples are documented in the Takla-Makan region. These are the Tocarians, who even had a script (based on the Brahmi alphabet with additional 12 characters for nonsancrit sounds), several rolls in Tocarian, over 1500 years old, having been found at the beginning of the 20th century in a monastery in Dunhuang, the town of the One Thousand Buddhas (other manuscripts have been found in Turfan and in Kucha; some Tocarians, apparently quoted in Strabo XI, 8 as Asioi, moved to Bactriana circa 180 AD, most probably under pressure from the Mongols/Huns). It is however likely that most of the Arians came via a more westernly affluent of the Indus, namely the present Chitral/Kabul river, called till last century the Peshawar, that winds in dramatic gorges on the eastern side of the Hindukush (whose traditional meaning is “the killer of Hindus”, with reference to the difficult and dangerous paths along the river). • the road is the most direct one to the heart of Asia from the Indus valley. We have the suspicion that the real goal of Gilgamesh already in his first trip was to reach the place of Utanapishtim by the shortest way. We will claim in a next section that the place of Utanapishtim is a sacred mountain near the sources of the Yellow River. Failure to cross into the Tarim basin, most probably for acclimitization difficulties and the impassibility of the trails, even nowadays, like the Karakorum highway, often closed due to


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landslides, led Gilgamesh to substitute the original aim with the killing of Khubaba and the cutting of a great cedar. It should also be noticed that the trail to the Mintaka pass is cut in parts along almost vertical walls, as shown in a picture in Danziger’s book. • a number of names in the Hunza region share intriguingly the first syllabe in Khubaba, indicating a possible common origin and meaning (that presently I am unable to specify). Such are: - the names of the pass and river, KHU-njerab, KHU-njerabi - the name of the river HU-nza; this is also the name of the valley and is the ancient name of the main town, now called Baltit - the name of other small town: KHU-dabad, Mor-KHUn....;an inspection of the names of the about 200 villages in the valley might enrich this list - KHU-rukuts, the name of one of the four clans of local population. We should note that the fact that KHU is often followed by N in the above names suggests, if our correlation is correct, that perhaps the correct prononciation of the Sumerian syllabe KHU might be more close to KHUN. Some information on the local population is interesting, even if unrelated to Gilgamesh travels, since probably he crossed unpopulated mountains. The local people are the Burusho and speak a language, Burushaski, apparently unrelated to any other world language, extremely rich in words defining different states of objects, persons, animals....The Burusho are very strong physically, walk fast over steep trails, have almost zero child mortality, live usually over 100 years, father children at very high age, keep perfect eyesight and hearing till their last days; before the opening of the Karakorum highway, their diet had very little fats, being based on a lot of fruits. • the epic contains also a geographical reference to Saria, as a country not far from the Forest of Cedars, usually assumed to mean Siria. We can notice that SR can correspond to ZR, which appears in the name of a Hunza valley village, ZARA-bad, and moreover in the first mountain region crossed by the Indus, which is Ha-ZARA. We suspect that the Hunza valley, elevation between 1700 and 2500 meters, gently sloping (but with very difficult access, hence the need of “being in two”), now well cultivated, was the place where Gilgamesh found the great cedar forest, intersected by trails and “taken care of” by Khubaba. Here we suspect the great cedar was cut, to be transported to the foot of the mountains by flotation over the river. The meeting with Khubaba appears to have occurred further on, at higher elevations, since the symptoms indicated in the epic, i.e. weakness, fatigue, strange dreams, loss of blood, sleeplessness, are clear symptoms of mountain sickness. The fact that they affected Gilgamesh and not Enkidu is intriguing and a possible explanation will be offered in a next section. Gilgamesh was a man of low plains and a fast walker. From Hunza valley the trail goes up very steeply, so he may have been unable to acclimitize when he reached elevations over 4000 meters. The failure of crossing into the Tarim basin may be explained, in addition


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to the physical problems of mountain sickness, by the impassibility of the Mintaka pass, due to landslides or snowslides. Since snowslides are often produced just by human high voices, one wonders if the great cries of Khubaba may have resulted in closing the pass by starting a snowslide. 4. Numerics of the first trip It is stated that the route from Uruk to the river Eupfrates, by us identified with the Indus river, was equivalent to a month and a half (i.e. to about 45 days) of normal travel, but was accomplished in 3 days, corresponding to a total distance of 150 “leagues”, or, in Assyrian, “beru”. Leaving aside the question of how this distance could have been made in three days (we think there is a symbolic meaning behind), we note that 150 beru imply a distance of at least 1500 km but possibly even of over 2700 km. Indeed one beru being equivalent to the distance walked in two hours, presumibly in the easy flat region of Sumer, it would depend on the speed of the walker. Nowadays a person used to walk easily walks 12 km in two hours; persons well trained in walking, which was the normal way of moving in Sumerian times, could certainly make more than 12 km in two hours, possibly even 18 km (notice that techniques for fast walking were developed on the plateaus of Tibet, as noticed for instance by Alexandra David Néel). Now the distance “as the crow flies” between Uruk and the Indus/Kabul joining point is about 2400 km. If the 150 leagues should be considered as the shortest distance between the two points, this would give a value for the beru of 16 km, certainly an acceptable value. The actual overland route is not along a geodetic and has unavoidable detours. A reasonable estimate of it would be around 4000 km. Such a distance can certainly be covered in 45 days by trained people who know the way. Gilgamesh and Enkidu, and most of their contemporaries, were certainly well trained in walking over long distances and Enkidu is claimed to have known the way (we will suggest in a next section why). Now 4000 km divided by 45 makes an average walk of about 90 km a day. That this is not an impossible feat is shown by the following examples: • Fyona Campbell, see her book On foot through Africa, Orion, 1994, in her twenties crossed by foot North America, Australia and Africa (this continent from Cape Town to Tanger, over 17.000 km). In Africa she usually made daily stages of 50 km, in less interesting Australia she often made 80 km a day. She is not a tall woman. She walked about 10 hours a day and spent lot of time in reading, washing, hearing radio news (two people with a jeep were waiting for her), talking and even flirting with her escorts. • Geronimo, the well known chieftain of the Apaches, used to raid the Mexicans (he hated them since they had killed his wife and children) in the rugged Sierra Madre region, which has the deepest canyons in the world.


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He was a very short man. In his biography, see Barrett (1906), he estimates that he usually walked 65-70 km a day during these raids. • As stated in Polybius III, 41 (I read this passage 40 years ago, when I was 15; I was impressed and recalled it well; I have checked that memory did not fail me!), the Romans expected Hannibal to invade from Sicily, hence the main body of the army led by Tiberius Sempronius was stationed near Lilibeum, present Trapani, in Sicily, on the coast facing Carthago. When news came that Hannibal was going to cross the Alps, the army was relocated to Rimini (easiest access to Rome at that time was via Picenum) in just 40 days (Polybius III, 68), implying an average walk of about 50 km a day. Notice that Roman men were usually stocky but short. Moreover Roman soldiers were carrying heavy weapons (the weight of the Roman pylum was no less than 30 kilos) and food for 40 days (salted pig, vinaigre and cereals in grain), for a total weight certainly greater than their body weight. Notice also that a whole army cannot move as fast as a few persons. The Roman soldiers were tired when they arrived in Rimini and were granted a good rest, possibly on the sandy beaches at those times cleaner than now, most probably in the cheap local brothels.... • John Chardin in his Travels in Persia, 1673-1677, second volume, chapter XII, Dover Press, 1988, describes a walking competition occurring in Ispahan every year where the winner walked from 4 in the morning to 6 in the evening, covering a fixed length corresponding to 36 French leagues, i.e. about 160 km (the French common league was 4.445 meters, the postal leugue 3.980; the UK league was 4.828 meters, the Spanish 5.572), at an average speed hence of about 13 km per hour; he says that people complained the winner was not so good, since in the reign of Sha Sefy the winner made the walk in 12 hours, averaging 15 km per hour. Chardin tried to follow the man when in the hot middle of the day he was slowing his pace, but he could not keep his pace at the walking mode; first prize was 500 tomans, equivalent to 22.500 french Livres. • Julius Caesar was able to led his army on several occasions through daily walks of about 100 km, and this in a territory full of forests, marshes and often covered by over one meter of snow. In view of the above examples, and the fact that Gilgamesh and Enkidu were unusually tall, strong and trained persons, reaching the Indus river in 45 days by foot is in our opinion a perfectly possible feat. The ascent to the Middle of the mountains where the Forest of Cedars was located took 16 days. The description of the Forest (with good trails, taken care by Khubaba) does not seem to relate to a wild pristine forest on the slopes of steep mountains, but more to a forest somehow managed in an area somewhat flat. We guess that the location of the Cedar Forest was the Hunza valley, over 100 km long, about 10 km wide, gently sloping, now cultivated as much as possible, especially in fruits (over 20 types of the best apricots in the world). The Hunza valley can presently be reached over


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the Karakorum highway from the Kabul/Indus meeting point in about 600 km (via an older road by the Malakand and Shangla passes in about 530 km). Along ancient trails distance would have been certainly different, but it is difficult to estimate if it was longer or shorter (some ancient trails cut directly through very steep slopes, where modern roads must wind up their way). Assuming a distance of 600 km this would correspond to about 40 km a day, thus a distance per day about half that made in the easier way from Uruk to the Indus; 40 km a day over mountains is certainly a possible feat (when I was 14 staying in the summer house of the Collegio Rotondi in Campestrin, in the Italian Dolomiti, our frequent excursions were usually of 14 hours, up and down for over 3000 meters altitude difference and for about 40 km; we were dead tired at evening!). The trail from Chilas, near Gilgit, to the beginning of the Hunza valley (the villages of Chilt and Pissan) is very difficult, with up and downs, since the river bed cannot generally be followed due to the narrowness of the canyon like valley. Still is does not go over elevations higher than those met in the crossing of the Zagros mountains or on the way from Sistan to the Indus. Hence the mountain sickness symptoms of Gilgamesh described in the epic should not have occurred before arrival to the Hunza valley. Therefore it is likely that the final event, the meeting with Khubaba, occurred at much higher elevations, on the way to the Karakorum passes, probably over 4000 meters. Let us recall that the tree line is now close to 4000 meters and that at Gilgamesh times, a period of climatic optimum, it was possibly higher. A further reason why the meeting with Khubaba must have taken place in the 4000/5000 meters region is given in the next section. We do not believe that the real aim of the first trip was to kill Khubaba or to cut cedars. We think that the trip had to be terminated on the way to the Karakorum passes for the following reasons: â&#x20AC;˘ the battle with Khubaba was difficult and he was not alone, other similar beings were in the region â&#x20AC;˘ due to mountain sickness and the need to still go several hundred meters higher Gilgamesh felt unable to continue â&#x20AC;˘ most likely, the trail was made impassable by landslides or snowslides. After the killing of Khubaba a great cedar was cut, Gilgamesh intending to bring it home to build a gate for the great temple of Enlil in Nippur. It is natural to assume that the gate would be constructed using single planks. Since the given height of the gate is 72 spans, corresponding to about 43 meters, the cut cedar had to be at least 45 meters long, with a likely average diameter of over 2 meters. Cedar trees in pristine forests could certainly reach this height (just recall that according to Strabo yew trees, which presently are not known in giant sizes, on the mountains of Liguria could reach a diameter of over 4 meters!). Thus the cut cedar volume would have exceeded 150 cubic meter and its weight would have been at least 100 tons. It was certainly possible to cut such a giant using the huge axes in dotation to Gilgamesh and Enkidu (recall that Miro of Croton cut giant trees and used his hands as wedges; till a too big tree clinched his hands so hard


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that he could not districate himself and was then devoured by wild animals....). It would also not have been impossible to roll such a tree into the Hunza river and float it down till the meeting point with the 50 friends, wherefrom it could have reached Uruk along the well known watery way used in trade between Meluhha and Sumer. It appears however to this author that it would have been impossible to accomplish this feat if the cedar was cut in the mountains of Lebanon. Indeed, even assuming that the Orontes had enough water and gradient to float it to the closest most convenient point to reach the Euphrates, say to the region of Hama, from there the huge tree should have been hand carried, pushed or pulled for over 100 km of country not precisely flat. This would have meant a weight of at least 2 tons for each man, a probably impossile feat, which could have resulted also in substantial damage to the trunk. Moreover we feel that such a sweaty slavish job would not have been considered appropriate for a person being two thirds divine and for his friends, certainly chosen among the highest ranking families in Uruk. We think that this statement in the test strongly contributes to rejecting present Lebanon as the place where the cedar was cut. 5. Who were Khubaba and Enkidu? Here we will offer a suggestion on the nature of Khubaba, and possibly of Enkidu. We let aside the possibility that the two characters are fictional or mainly loaded of symbolic elements. We try to identify which real creatures they could have been. According to our scenario the meeting with Khubaba took place in the heart of the high mountains between the Indus, the Tarim and the Amu Darya basins, a region where the three great ranges of Karakorum, Pamir and Hindukush join. That this is a very special place in history of mankind will be claimed in a forthcoming paper. We also observed that the meeting took place most probably on the way to the Mintaka pass and at an elevation well over 4000 meters, in view of the symptoms of mountain sickness shown by Gilgamesh. It is important to note that Enkidu did not show such symptoms. Now it is a fact known since very ancient times that people in the Himalaya, Karakorum, Pamir regions, and till last century at least also in Caucasus, have strong belief in the existence in their mountains of great bipedal walking creatures with the following features: • they are tall, often over 2.5 meters, very hairy, with rather short legs but arms reaching the kneels; they are endowed with extraordinary good hearing • they live in caves above the three line, in the 5000 meters region • they keep hidden during the day, hunt in the night, especially in misty nights, but are occasionally seen at dusk • they do not usually attack man nor do they eat human flesh. They eat roots and animal meat. They like yak meat. In the night they approach the fenced places where yaks are kept, jump inside, kill the animal hitting their head


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with their powerful fist, jump out with the yak under their arms, run overhill and hid their prey under earth or sand to keep it for the next days away of reach of vultures • occasionally they are known to carry off women or men with whom they have sexual intercourse, leading, it is claimed, see below, to offsprings. These creatures are known with different names, the common name in the west, “yeti”, being just a local name in Nepal meaning “the man in the rocks”. Among other names we recall tshemo, dremo, tschemong, meti, sciukpa, migo, kangmi, baman, jangal. Most people think that the stories about the yeti (here we will use this well known name) are fruit of imagination. This was also the opinion of the great mountain climber Rheinhold Messner, till the day, 19th July 1986, when, while trekking the high reaches of the Mekong in south-east Tibet, on the way from Chamdo to Nagqu, near the hamlet of Alando, at dusk he saw not far in front of him a great creature, well over two meters high, moving fast and silently. He was utterly surprised and could not believe his eyes. He moved to the place where the creature had been and there a great deep print was visible in the soft humid soil, which he photographed. Some minutes later he saw again the creature, moving fast, stopping sometimes, emitting hissing sounds. It had stocky legs and long arms. It disappeared uphill, apparently running with both legs and arms. A strong phetid smell was left, a mixture of rancid butter, garlic and excrements. The footprint was about 20 by 30 cm. Sightings of yeti have been made by several reliable western persons, e.g.: in 1921 by colonel Howard-Bury, who led the first expedition that tried to reach the summit of mount Everest; by the Polish officer Rawicz, on his escape to India from a soviet lager (he saw a yeti near the Bajkal, height about 2.4 meters, huge chest, arms reaching the kneels, looking like a hybrid of a human and an ape). At the end of the 19th century a female yeti, named Zana, was caught and kept captive in a semi-domesticated state in the Caucasus village of Tkhina, as documented in official reports based upon local testimonies by academicians Porsnev and Maskontsev. She had a huge hairy body, used stones as weapons, could run faster than a horse, was unable to speak but emitted sounds, had extremely good hearing, her face was terrifying with reddish eyes. She learnt to do simple jobs, as collecting wood. She copulated with village males producing babies! As soon as a baby was born, she washed him in the freezing waters of the local river, which resulted usually in the death of the child. Four babies however survived, were taken away from her and developed as normal persons. Tha last of her children, named Khvit, died in 1954. In another story a woman, living in the village named Hushe in Baltistan, not far from Hunza, was taken by a yeti and had children from him. When villagers found her they killed her children, despite her protests. She was returned to the village, where the yeti again tried to retake her. This story was told to Messner in 1997. The above information is mainly taken from Messner (1999). It is clear from the above that Khubaba shares with the “yeti” several elements: big hairy body, extreme good hearing (he hears sounds from at least 600 km; recall that elephants


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hear at several hundred km distance, whales at over 1000, birds migrating from Arctic to Antarctica probably hear sounds from over 10.000 km; such hearing is in the low frequency range, related to large atmospheric waves produced by macrogeographical structures acting on the atmosphere), and, very intriguingly, the special way of dealing with big preys: a hit on the head, lifting the dead body under the arm, bringing it uphill, hidding it in the soil. It is therefore natural to hypothesize that Khubaba was a huge yeti, one exemplar of a population of human-like creatures acclimitized to high elevations. Messner currently seems to believe that the yeti is an unkown variety of bear. However the persistent stories of yeti-human copulations with production of offsprings, if true, necessarily imply a strong genetic similarity; moreover the story that the children of Zama grew as normal persons implies the essential equivalence of the genetic material, differences thus being behavioral and probably related to the very special ecological niche utilized by the yeti. Here we certainly have one of the most fascinating questions on the origin and the evolution of homo sapiens. The above facts moreover suggest that Enkidu, whom Khubaba claims to have met when he was young, might have been the offspring of a yeti, who was able to overcome the cultural gap between “wild man” and man not really because of his love making with the sacred prostitute, but because he had been taken very young by the hunter (who may have killed his parents or found him orphaned). Perhaps and more interestingly the hunter had a yeti “wife”, about whom he was loath to speak, so that the real story of Enkidu’s first years was not what the epic says. Our last hypothesis, moreover, would also explain how Enkidu could communicate with Khubaba and how he could speak Sumerian, two feats that are left unexplained in the text and that could have no other explanation if not a miracolous one, or the fact that Enkidu is a totally fictitious being. The epic states that Enkidu knew the way. Not much is said about the hunter who informed Gilgamesh about Enkidu. Maybe this man was he too a great traveller, moving on the vast steppes east of the Tigris, and on the mountains and plateaus of Iran and beyond. He might already have visited the Karakorum reaches where Gilgamesh went. His feat had clearly to be censored, not to detract from the glory of the king. That primitive hunters had no problem in walking thousand of kilometers during their hunt for game is a fact. Coronado described the plain Indians following the million rich packs of buffalos from the Gulf of Mexico up the Mississippi inside present Canada. Van der Post wrote that once a Bushman (a San, using their name) followed a wildbeast he had only wounded with his arrow for an estimated 800 km till the beast collapsed; moreover, he was always able to identify the footprints of the wounded animal among the hundreds of footprints of the animals in the pack. 6. The second trip. Numerics and geographical information


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The second trip has as destination mount Mashu, where Utanapishtim (in Assyrian; Ziusudra in Sumerian), a man who survived the Flood, was dwelling, having being granted immortality by the gods. Gilgamesh too hoped to get immortality, having gone through a period of depression at the thought of human mortality, especially after the death of his friend Enkidu. In the following we give the surviving information from the corpus of Gilgamesh texts offered by Pettinato (1992). Tablets from Assurbanipal library. 1. IX, 5-9: I wander by the steppes. I am going to the place of Utanapishtim, the son of Ubartutu. I am moving fast towards this place. In the night I have reached a mountain pass. I have seen lions, I was scared 2. IX, 36: The name of the mountain is Mashu 3. IX, 55-59: Who are you who came by far away roads, who wandered till you got to my presence, crossing with difficulty ever fast flowing watercourses? 4. IX, 132-134: You, Gilgamesh, do not be afraid! I open for you mount Mashu, cross without fear the mountains and the hills! 5. X, 1: Siduri, the hostess who lives far away at the shore of the sea.. 6. X, 43-47: Why do you look like someone who has travelled over long distances? Why does your face show the signs of a hot and of a cold wheather? Why do you wander only covered with a lion skin? 7. X, 76-91: Gilgamesh insisted: Please, hostess, which is the direction to Utanapishtim? Give me accurate information. If necessary I will cross the sea, otherwise I will take the way by the steppe. Gilgamesh, there has never been a boat for the crossing, no one in memory has ever crossed this sea. Only Shamash can cross it... The crossing is difficult, full of dangers, in the middle there are lethal waters that make navigation impossible. How, Gilgamesh, can you cross this sea? Once you get to the mortal waters, what will you do? There is however, Gilgamesh, the boatman of Utanapishtim, his name is Urshanabi. You can find him cutting trees in the woods, near the stone â&#x20AC;&#x153;stelaâ&#x20AC;? 8. X, 156-160: Gilgamesh, take an axe, go to the wood, cut planks of 30 meters length, work them smooth, bring them to me 9. X, 166-170: Gilgamesh and Urshanabi entered the boat and began the voyage. A route of one month and a half towards the land of..... they made in three days. Then Urshanabi arrived at the waters of death


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10. X, 259-261: I have killed bears, hyenas, lions, leopards, tigers, deer... 11. XI, 194-195: Now let Utanapishtim and his wife be like gods. Let Utanapishtim dwell far away, at the mouth of the rivers 12. XI, 257-258: Gilgamesh and Urshanabi enter the boat. They free the boat and begin the [return] voyage Berlin/London tablet 13. 100-104: So Gilgamesh spoke to Surshanabu: Gilgamesh is my name. I have come from Uruk, from the Eanni, I have wandered by the mountains. I have made a long way towards the rising Sun 14. 115-119: The stones â&#x20AC;&#x153;stelaâ&#x20AC;?, Gilgamesh, are my guide, so that I avoid the waters of death. In your fury you have broken them. I keep them with me, so that they can guide me Hittite version The god of the Moon (Sin) said: bring these two lions you killed to the city, bring them to the temple of Sin Hittite version by J. Friedrich (in Die hethitischen Bruchstuekes des GilgameshEpos, quoted by Sitchin (1980), without date) After crossing the death waters with Urshanabi, they were in Tilmun, aiming to the Mashu mountain in a straight way, in the direction of the far away great sea. On the way there was the town Itla, sacred to the god Ullu-Yah 7. Identifying the route of the second trip According to the proposal defended here, Gilgamesh trip took him to the heart of Asia, to mount Mashu, that we will identify, close to the sources of the Yellow River, with a huge mountain range still sacred to the local population, the Ngolok tribe. Then he returned to Uruk by water, first following the Yellow River (for about 4000 km), then coasting the eastern-southern side of Asia, for at least 15.000 km. Thus Gilgamesh truly succeeded in completing a voyage of epic dimensions, perhaps, after him, surpassed, in terms of mileage and difficulties, only by Ibn Battuta, who crossed the Sahara, the Central Asia deserts and visited China, India, the Meccah nine times.... Gilgamesh reached mount Mashu by a route about which vague information had to be available. The distance travelled in


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the second trip was about 3000 km longer than by the route he had attempted in the first trip, but now it did not take him through the almost impassable high ranges of the Karakorum. It took him through wild and almost unpopulated steppes, fraught of difficulties in term of quick sands, salt flats and lack of sweet water. We think that without the guiding help of Urshanabi he would have been lost after the about 5000 kilometers that had taken him to the “sea” where he met Siduri, the custodian of the temple of Sin. It is perhaps interesting at this point, before unveiling the final destination, to introduce a digression on how the routes proposed here came to the mind of this author. Gilgamesh epic was first read by me, in the popular Penguin edition, in 1971, when I was visiting the University of Essex in UK for research on Quasi-Newton methods with professor C. Broyden. During my visit a theatrical stage of the epic was performed, where two stark naked actor and actress represented the erotic meeting of Enkidu and the sacred prostitute Shamkhat (the following day a colleague at the CS Department asked me: did you like the performance of my wife? She had acted Shamkhat). Already at that time I had doubts about the real destination of Gilgamesh trips. Several years ago, having reread the epic in the 1992 book of Pettinato, I looked in the Enciclopedia Treccani, the great italian encyclopedia (almost twice the size of the Britannica), about cedars of Lebanon. To my delight I found out that they grow in the variaty Cedrus Deodara in Kashmir. Since the Indus basin and Mesopotamia at Gilgamesh time were in well documented contacts via water, it made sense to hypothesize that not only Kashmir had to be a well known source of cedar timber, but that reaching and exploring that region might have been an interesting goal personal and even political, in view of incipient trends towards forms of “imperialism” - to a strong willed, intelligent and physically powerful person as king Gilgamesh. Perhaps it is worth here to remember that Alexander too aimed to that region (but perhaps only visited Swat, in the lower reaches of Kashmir), and that before him, apart from the Persian emperors, also Sesostris I the Great had accomplished this feat, at least according to the classical sources (Diodorus, Herodotus) that modern historians have yet to accept. Sesostris I lived some 700 years after Gilgamesh (in a forthcoming paper we will claim that Abraham was his contemporary, worked for him, got a wife from his family and a new land “of honey and milk” in Asir, better than his previous land somewhere located in eastern Anatolia/Azerbaijian/Armenia, not in Sumer). The identification of mount Mashu came suddenly to my mind on a day of May 1999, while I was reading Sitchin’s “The stairway to heaven” (in its Italian translation as “Le astronavi del Sinai”, Piemme, 1988). At the point where Sitchin, whose source is mainly the Hittite text in Friedrich’s translation, describes how Gilgamesh, after crossing a mountain pass, saw a water extent, near which there was a city with a temple dedicated to Sin, I closed the eyes and tried to visualize the map of central Asia (since a child I have been fascinated by maps; I possess a remarkable collection of maps and of atlases, several of them of the 18th and 17th century; I sadly miss not having bought a beautiful 1613 edition of the Mercator Atlas, but is was priced


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45.000 pounds....). It dawned to me that the water expanse, certainly not a sea but a large lake, had to be the Balkash lake, which, as will be discussed soon, fully satisfies the features in the text. Then I thought what mount Mashu might be in this geographical context, and the answer flashed back immediately, the product of a geographical and anthropological information I had memorized a couple of years before from a book by Leonard Clark, to whose memory this paper is dedicated. Of Leonard Clark, possibly with Heyerdahl the greatest explorer of this century, I had read and reread in my teens the fascinating book The rivers descended to Orient, describing his exploration of the Tambo, Perenè, Ucayali and Maranon rivers. If I had not read his other book The Marching Wind (Funk and Wagnalls, New York; italian translation as Alle porte della Mongolia, Garzanti, 1960), mount Mashu would still remain unidentified. I was lent the book by my cousin Sergio Risso, after it was recommended to me by my aunt Amelia Risso, who at over 80 still reads several books a month. It is quite remarkable that the sacred mountain of the Ngolok has remained unnoticed in the community of people who investigate world places that have ancient religion connections or esoteric significance. As far as I can recall, it is never quoted in the works of the great Tibetanologist Alexandra David Néel. It not cited in the recent book listing sacred mountains by Roux (1999). It is quoted in passim by Messner without any special notice. Almost nothing about it was known by the people I met March 3, 2000, in the Tibetan Foundation in London. Let us now discuss the route that we propose to mount Mashu. Of course the precise itinerary is beyond any possible identification, since the text does not provide sufficient elements. Perhaps if more of the missing lines are found our proposal will have more elements for support or for rejection. Ours is an educated guess, as we did in relation the the route to the river “Euphrates” at the foot of the mountains of the Forest of Cedars. Our guess comes very naturally once the “sea” with the temple of Sin and mount Mashu are identified. Further elements in favour will be presented in a forthcoming paper, Spedicato (2000). Let us first discuss the “sea” with the temple of Sin. The text calls it a “sea”, and the Kirgisi actually call it a “sea” (their word for sea being just “Balkash”), but we identify it actually with a large lake. Notice that what we call “Caspian sea” is actually a large lake, the remnant of a previous very large lake, hence in a sense a “sea”, that included at least also the Aral lake, as it still appears in the Atlas of Ptolemy, see the edition by Pagani (1990). Notice also that the Caspian is called by Persians “Darya-yeKhazar”, i.e. the “sea” or “water” of the Khazars (whose empire flourished along its northern and eastern sides for seven centuries before the arrival of the Mongols in the 13th century). Now “Darya” is a Turkish word that means generally “water expanse” and is used in the whole of central Asia for both rivers, lakes and sea. Thus we claim that Gilgamesh reached this “sea” after a very long way, in a main easterly direction, along which he met wild attacking animals, had to cross large rivers always full of water (the crossing of easily fordable rivers would not merit any mention). The “sea” appears just after the crossing of a mountain pass,


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appears difficult to cross directly, the steppes around it also appear difficult, making Gilgamesh feel depressed. Near the “sea” there is a city with a temple to Sin, the god, inter alia, associated with the Moon. We identify the above “sea” with the Balkash lake on the following grounds: • It is certainly far away from Sumer, about 4000 km as the crow flies, probably well over 5000 km by the route taken by Gilgamesh, where many detours and false starts had to occur. • It lies in a rather flat basin, elevation around 350-400 meters, which is surrounded on the north and west side by a chain of hills (the Khaisaghin Daban hills in the north reach 1559 meters, the Chu-Ili hills on the west reach 1053 meters). On the south-east, beyond the mainly flat gently sloping delta of the Ili, there are quite high mountains, namely the Zailiski Alatau and the Zungarian Alatau, reaching respectively 4951 and 4463 meters. • The lake is fed mainly by a river coming from a valley among high mountains, where the city of Alma-Ata is located. The river has the intriguing name Ili, easily associated with the semitic EL, one of the main gods. • The waters are salty, undrinkable by man, actually so salty that only small fish lives in the lake. It has a tormented coastline, it is surrounded by marshes, quick sands and deposits of salt, over which it is extremely difficult to move by foot, either for man and for camel, see Hedin (1943) for the claim that these areas, called scior in eastern central Asia, are avoided by everyone. Around the shores there is a lot of woods. The lake has sources of sweet water on his bottom, that apparently have contributed in significantly reducing the high salinity noted in the 19th century to a more moderate salinity in the 20th century, especially in the southern part (industrial pollution is now poisoning the lake). • From a description of the lake at the end of the 19th century by Grégoire (1876) we have the following information (to be probably updated in the sense of a decreasing size of the lake, the phenomenon of drying up of inner lakes being common worldwide and being probably related to the fact that such lakes were filled over their normal capacity during some catastrophical flooding event, the Noah-Utanapishtim flood being one such likely events): - the lake is long 530 km, large at most 85 km, area 22.000 square kilometers; the lake around 1950 was very shallow, max depth only about 11 meters; - present elevation (Times Atlas, Comprehensive Edition, 1974) is 339 meters over sea level. Just east of it two smaller lakes are found aligned in an easterly direction: lake Sasykul, elevation 334m, and Alakul, 340m. In case the water level in the Balkash would increase by about ten meters, these two lakes would join with the Balkash, as appears it was the case from maps in atlases of the 18th century, then giving rise to a lake over 800 km long but no more than 100 km wide; - the form of the lake is arcued, rather half-Moon like; - if the level of the lake would increase to the isoipse 500 meters, quite a possibility in the event of a great flood, it would give rise still to a water expanse


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with no outlet to the ocean, with a size of circa 150.000 square kilometers, about the area of the Caspian Sea. We do not know how was the elevation of the Balkash at Gilgamesh time. We guess, in view of the drying up tendency, that it was significantly higher than now; the lake could have had the characteristic half Moon shape before the Flood, making it sacred to the god Sin; an increase of the water level to ther isoipse 500m, for instance, about 160 meters higher than now, would completely change its shape. • The name of the lake is indicative, in the linguistic analysis that we will propose, of a relation with the god Sin, to whom perhaps the lake was sacred in view of its peculiar half-Moon shape (as said above, if not at Gilgamesh time, before the Flood). Let us now discuss our proposal about the meaning of the name BALKASH. We have been unable of getting literature information on the ethymology of that name, even by asking an educated Khazack met on a flight to Oman, and by contacting the greatest expert in Italy on Turkish and Islamic civilization, professor Jibril Mandel, author of close to 200 books, proficient in several central Asia languages, descendent of a noble Afghan family, owner of an 8th century Koran and of some objects that belonged to Gengis Khan (professor Mandel is muslim, the head of the Milan Sufis, his three children are one catholic, one muslim, one jewish...). Our proposal is that the name BALKASH is the contracted form of a more ancient name BALKASHIN. It was to my delight that after having got this idea, I found that atlases and geographic dictionaries up to half the 19th century call the lake BALKASHI, one step closer to the proposed BALKASHIN. Now there are no linguistical problems in the equivalence BALKASHIN = BALKASIN, that we see as a word composed by three each one meaningful one syllabe words, namely BAL - KA - SIN, for which we claim the validity of the following translation: Sin, Lord of the people. The reference to Sin and the term Lord is obvious. The main point is the validity of the identification KA = PEOPLE, that is addressed in Appendix 2. Having on the above grounds identified the “sea” with the temple of Sin with the Balkash lake, we can now make our educated guess on the first stage of Gilgamesh trip, from Uruk to the Balkash lake. From the Hittite text in Friedrich translation, but not from the corpus in Pettinato, the trip appears to have started when Enkidu was still alive, and by sea, on board of a boat named MA-GAN. The boat sank near the coast of MA-GAN, with Enkidu dying in the accident. Then Gilgamesh continues the trip alone overland. Sitchin identifies Magan with Egypt, while most scholars identify Magan with the easternmost coast of the Arabian peninsula, i.e. mainly Oman and part of the Emirates, in view of the fact that copper was among the exports of Magan and that bronze age mines of copper have been found in the mountains of Oman. If the Hittite version used by Sitchin is correct, then we may think that Gilgamesh again intended to reach the heart of Asia by the Karakorum passes tried before, reaching however the foot of the Kashmir mountains not along the overland route explored


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in the first trip but by the more usual way via the Indian Ocean and the Indus river. Moreover we claim that MAGAN, also read as MAKAN, is neither Egypt nor Oman, but the southern coast of the Iranian plateau, the ancient Gedrosia, a vast expanse of low mountains extremely poor in wells, that Alexander insisted to cross on the return from India, for reasons that are not clear in the surviving reports of his adventures (Arrianus, Curtius Rufus, Plutarch), perhaps not unrelated to a memory of the feat that we are now proposing Gilgamesh accomplished. This region, while difficult and even now very sparsely populated, is not a complete desert. Now mainly inhabited by Baluchi people, divided between Iran and Pakistan, in classical times, as reported in that superb navigational reference book that is the Periplus of the Erithraean Sea, had a number of ports and a coastal population, the Icthiophagy, that took water and food from sea life. The present local name of this region, attested as I have checked at least in atlases of the 18th century, is MAKRAN (sometimes also spelled as MEKRAN, MUKRAN). The name MAKRAN has obvious similarity with MAGAN/MAKAN, a fact reinforced by the observation that the sound KR does not belong to the Sumerian phonema. Incidentally, let us note that Vinci (1998), in his seminal monograph Omero nel Baltico, (where mainly on geographical grounds he sets the Homeric world and sagas in the Baltic/North Sea region at a time before the circa 1600 BC migration of several indoeuropen people from Northern Europe/western Siberia to central/southern Europe, Anatolia, Iran and India) notices that Homeric TROIA must be located with the southern Finnish town of TOIA, the sound TR not existing in Finnish.... Whether or not the second trip of Gilgamesh began by boat, the “sea” with the temple of Sin was reached overland. The likely route is the following. • First from Uruk to Sistan. This could have been done via sea and then crossing the Makran region, along one of the valleys (e.g. the Dasht or the Rakshan valleys) that certainly allowed the precious hard stones mined in Sistan to reach the Indian Ocean for trade to the east and to the west. Notice also that there are important copper mines in Birjand, just about 150 km north-west of central Sistan, that possibly were already exploited in bronze age time, therefore voiding the claim that Oman was Magan, because of the presence of copper in Oman. Notice that on Makran coast a well protected bay is the Gwatar bay, on whose probable ancient coastline, near a river, was located the town of Kalataki, now in ruins; many ancient tombs are found also on the south-eastern promontory that closes the bay, near the village of Jiwani. Or it could have been done via overland, possibly even by same route taken in the first trip. >From Sistan the natural way to Balkash, not less than 3000 km, skirts on the west the mountains of Afghanistan and Pamir, in a basic direction north-east. On this way he had to cross a few really large rivers, certainly not fordable and rich of water the whole year around, including the Amu Darya (classical Oxus, see Spedicato (2000) for more exciting information on this river), the Syr Darya (classical Jaxartes/Araxes, the northermost river reached by Alexander, who built on his shores Alexandria


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Ultima; previously reached also by Cyrus and Semiramis, convincingly identified by Pettinato (1985) as Sammurat, circa 800 BC; possibly also reached by Sesostris I the Great), and, finally, the Chu river. The epic states that Gilgamesh was attacked by dangerous animals along the way. Leopards and hyenas are still found in the area; the famous Aral tiger, a variety of royal tiger well adapt to swimming and living among river reeds, became extinct around 1950 (a similar variety along the Tarim river disappeared around 1900); lion became extinct several centuries ago (it was the favourite game of Achaemenid and Sassanid rulers), but we should quote unconfirmed reports, see the Lonely Planet Guide for Iran, that it has been sighted by peasants in Mazandaran, along the southern coast of the Caspian Sea. • Let us now discuss the second stage of the trip, from lake Balkash to Mount Mashu. As remarked before, at Gilgamesh time lake Balkash was almost certainly much larger, with a length close to 1000 km, a width possibly over 100 km on average. We do not know where the temple of Sin was, certainly close to the ancient higher shore, so at some distance of the present shore, but a look at a map, e.g. that in the Times Atlas of the World, Comprehensive Edition, 1974, suggests that Gilgamesh, who presumibly had coasted the western side of the Tien Shan (Mountain of the Sky), likely crossed the Chu-Ili hills in the pass where both a road and a railway cross now, near the small towns of Khantau and Burubaytal (are the Burushaski speaking Hunza anyhow related with the place named Burubaytal?), hence approaching the lake at its southern shore. At his time the lake probably filled much of the Zhusandala steppe, that extends east of the present southern side of the lake. As is the case for many flat bottomed lakes in central Asia, navigation is often extremely dangerous due to the low level of the waters. Once a boat gets stuck in the muddy bottom, putting it again in motion may be an almost impossible task, because the soft bottom is extremely dangerous for anyone who would jump in the waters trying to push the boat. For a graphic description of what can happen in so called quick sands or quick muds, recall the death of the friend of Carrière, the author of Papillon, who slowly disappeared in a muddy mangrove shore. This navigational problem was remarked by Sven Hedin, see Hedin (1943), and was his main problem during the exploration of the new Lop Nor, the flat bottomed lake where the Tarim ends, which at the beginning of the 20th century, after an unusually rainy season, changed its location by about 200 km, reoccupying an area that had been the ancient location till about 2000 years ago (at that time the change of location led to the abandonement of the important city of Lou-Lan, where many perfectly conserved mummies have been found). This navigational problem suggests that the “stone stelae” that looked so important to Urshanabi and that Gilgamesh had broken might have been magnetite, and could have been used as a compass (recall that compass comes from China, and that actually many elements of Chinese culture and science have their original source in the heart of Asia). This would also explain why Urshanabi was still able to navigate using apparently fragments of


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the broken stelae, since they of course would still maintain their dipole characteristics. There is however an even more interesting possibility. If the water level of lake Balkash at Gilgamesh time was about 150 meters higher than now, the lake would extend into Zungaria flooding the pass of the Zungarian gates and would come close to the present city of Urumchi. Now near Urumchi, precisely on the northern side of the Bokhda-Ula mountain range, there is a huge solfatara, with a perimeter of some 25 km at the beginning of the 19th century, see Marmocchi (1856), where large amounts of poisonous gases are emitted, killing every being, birds included, that would attempt to cross the area. The gases would escape from the waters and kill anyone on a boat. We are presently unable to ascertain the actual coastline of the Balkash at Gilgamesh time, but the phenomenon here described would provide a perfect explanation of the “waters of death” described in the epic. If our localisation of the crossing point is correct, then it is likely that Urshanabu took the boat beyond the Ili river. From here there are two ways towards the heart of Asia. One follows the Ili towards Kuldjia (now named Ining). The Ili valley is cut among very high mountains, reaching 7345 meters in the soviet named Peak of Victory, ancient name Khan Tengri, but entrance into Zungaria is possible via a pass elevation about 2000 meters. The second way skirts for about 350 kilometers the Zungarian Alatau range and meets the other way near the Ebinur/Aipi lake. From this point the distance to our proposed Mount Mashu is about 2000 km, along a series of oasis and high plateaus steppes, with plenty of game and of water. 8. Mount Mashu and the return to Uruk According to a recent proposal by Temple (see Hera Magazine, n. 1, 2000), Mashu means “the place where the sun rises in the orient”. This interpretation fits perfectly with our identification and the considerations that we will put forward in a forthcoming paper about on the original land of the Sumerians. Now, to introduce our identification of Mount Mashu, let us recall some bellic events of the 20th century. At the beginning of 1949 the armies of Mao Tsedong were already in control of the whole eastern part of continental China. On the western part Tibet in the south was still dreaming it could keep its former practically complete autonomy, while in the north, along the corridor Xining-Lanzhou, a rather large and combative muslim army led by general Ma Pufang was waiting to check the advance of a Chinese army led by the great general Lin Biao, the man who, with He Long, Peng Dehuai and Chu Teh, implemented in military terms the strategy devised by Mao Tsedong. The muslim army was soon wiped out and Ma Pufang escaped for a golden exile as a guest of his friend King Faruk of Egypt, taking with him 600.000 ounces of gold (perhaps some of it from the graves of Lou Lan) and a rather large number of young girls, presumibly attractive and not


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particularly expert in military techniques. Xinjang, where attempts had been made several times in the course of last century to gain independence, returned under the firm control of Beijing and was later subject to a policy of Han immigration, that is going to reduce the local Turkish population to a minority, as will also probably happen to Tibet. The way was then opened for the Chinese army to enter Tibet, via the eastern, warriors inhabited, Kham and Amdo regions. During the few months when Ma Pufang army still hoped to stop Lin Biao, Leonard Clark, acting as a secret officer of the US army, operated behind the lines of the muslim army with the aim to ascertain whether it would be possible to continue resistence against the communists from the northern Tibetan territory. This meant in particular evaluating the food reserves available locally, quite poor in fact, since in practice that would have meant stealing the animals (horses, sheep, yaks) bred by the local tribes. Clark made a quite extensive recognition of northern Quinghai, particulalry of the Tsaidam Basin (Quaidam Pendi), rich of rivers and lakes, including two lakes, Gyaring Hu and Ngorin Hu, formed by the Yellow River at about 100 km from its multiple sources. This region was inhabited by a local Tibetan tribe called the Ngolok (also spelled as Gu-Lok, GoLog, Mgo-Log). Among the interesting features of these people: • they still practiced the ancient Tibetan pre Buddhist religion, named BonPo. Clark once visited the tent of a chieftains and noticed that 108 lamps were burning in front of a divinity statue; see Patten and Spedicato (2000) for a proposed explanation of the “sacrality” of 108, and of 54, 27, 216..., in ancient religions throughout the world • they were excellent horsemen and superb fighters; neighbours considered them as bandits • they were very diffident, in view also of continued incursions into their territory by both Mongol and Turkish tribes. The territory of the Ngolok included a huge mountain range that had never been explored before by westerners and that some geographers had claimed might include the highest mountain in the world. The height of this mountain range is not given in the quoted 1974 Times Atlas, but is given at 6282 meters in the 1992 Revised 6th Edition of the National Geographic Atlas, this figure most probably having been taken from the 1989 Atlas of the People’s Republic of China (APRC), Foreign Languages Press, Beijing. The whole mountain range was sacred to the Ngolok and entrance to it was strictly prohibited to foreigners. The range is over 300 km long and, except for the northern part, is surrounded by the Yellow River that defines its border for over 800 km. As noted before, this huge sacred mountain has escaped attention of apparently all people who have studied sacred mountains. The name of the mountain is so given in the following atlases: • ANYE MAQEN SHAN, in the quoted APRC Atlas and in the quoted 1992 National Geographic Atlas • AMNE MACHIN Range and ANI MACHING Shan, in the quoted 1974 Times Atlas


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• AMNIE MACHIN, in the Grande Atlante Geografico, M. Beretta and L. Visintin editors, Istituto Geografico De Agostini, 1927 • AMNIA MACHER, in the book Dach der Erde, Berlin, 1938, quoted by Messner (1999). • in Richardson (1998) the mountain is spelled as A-MYES RMA-CHEN and the local name of the Yellow River is spelled as RMACHU The Yellow rivers, which embraces most of the range, has also a special local name, written as follows: • MACHU, in The Times Atlas, 1895 (notice that no local name is given in the otherwise rich in information 1974 edition) • MAQU (read as above), in the APRC Atlas. From the APRC Atlas we also notice a small river named MEQU entering MAQU in a marshy area, and that the administrative capital town of the district is named MAQEN (previously DAWU). Now one can linguistically accept the equivalence between MAQU=MACHU with the Gilgamesh epic word MASHU, especially since these wordings do not completely characterize the exact local prononciations, which moreover certainly has local variations and changes in time. The term ANI, ANYE (ANY-E ?, E turkish-like genitive suffix?) is intriguingly suggestive of the Sumerian name of the god ANU, the head of the Sumerian pantheon. Changes from I to U are indeed linguistically well documented, e.g. in the well known iotization underwent by modern versus classical Greek and in some transitions from Arabic to Farsi in personal names (e.g. ADHUB becomes ADHIB, HAMUD becomes HAMID....Adhib and Hamid are two of my iranian collaborators, Adhub and Hamud were friends of Laurence of Arabia...). Hence on linguistical grounds the sacred mountain of the Ngolok can be equated with the sacred Sumerian Mashu, and this relation is reinforced by the additional reference to ANI=ANU. Thus we conclude that the sacred mountain of the Ngolok fits the basic requirements for an identification of Mashu (a sacred place; a place in the east; a place named Mashu) and we propose, using also Temple’s claim, the following translation of the name/names of the sacred mountain ANYE MAQUEN = ANU MASHU = the place of god Anu, where the Sun rises. Having thus identified the final destination of Gilgamesh second trip, let us make an educated guess on his route from the Zungarian Gates. (a) In a general east-east-south direction, for about 3000 km, pointing to the “great sea” in the Hittite text translation by Friedrichs, that we can now identify with a real great sea, namely the Pacific Ocean (b) Skirting the northern side of the Tien Shan for about 500 km. This part of


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Zungaria has several oasis and rivers and at Gilgamesh time was probably even more rich in water than now. The recently completed railway of Xinjang passes here allowing a shorter way between Moscow and Beijing. Notice that the name Zungaria comes from the Mongolian JAâ&#x20AC;&#x2122;UN-GHAR and corresponds to the Chinese PE-LU, which is Northern Road. Zungaria produces rice, many fruits and till the beginning of last century even tigers were living there. (c) Crossing into the Turfan depression by way of an easy pass where the city of Urumchi is now located. The Chinese name of Urumchi is TIWA or TI-HOUAS (see Atlas Classique de GĂŠographie, Monin, Paris, 1839-1840). Allowing by metathesis the change TI in IT and noting that W = HOUA is a liquid vowel, essentially a consonant, we can claim the virtual identity of TIWA with ITLA, thereby retrieving the information in the Hittite text according to Friedrichs. Notice moreover that the present name Urumchi may be considered equivalent via the allowed transition fron R to L to ULUMCHI, the ULUM being intriguingly similar to the name of the god ULLUM to which the place was sacred, according to the Hittite text. (d) Reaching Tun Huang, about 1000 km to the south-east, by way of the great oasis of Hami (also called Kumul or Khamil), which produces the best melons in the world, and by way of Anxi (An Hsi). Notice that Dun Huang (Tun Huang) is an historically very important town, famed for the One Thousand Buddhas, but more importantly for the invaluable cache of some 60.000 scrolls by chance found hidden behind a wall in a monastery around 1920, many of them about 2000 years old, some of them written in Tocarian. It has been fortunate that most of these scrolls were taken out of China to western collections. Thus they probably avoided the fate of ending in flames that affected the great libraries of the Tibetan monasteries, 99% of which were utterly destroyed during the Great Cultural Revolution (Tucci estimated that at least 200.000 different manuscripts of very great antiquity were contained in the Tibetan libraries. Notice that less than 1000 books have come to us from the Greek-Roman world, less than 1% of the important books! The destruction of the Tibetan libraries will certainly be considered by far the greatest crime committed during the Great Cultural Revolution, the loss of perhaps 20 million people in mainland China having been more than overcame in demographic terms by a population increase of two hundred millions, due to the collapse of the one child policy in that period). (e) From Dun Huang there are several ways into the Tsaidam Basin and then to Any-e-Machen, a distance of about 1000 km. It is a region of elevation between 2000 and 3000 meters, rich of marshes, lakes, rivers, game and minerals. Lakes should be noted (or so were at the time Clark saw them) for the incredible transparency of their waters, allowing to see their bottom at great depths, and for the beauty of big richly coloured fish, never taken or eaten by the local population


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(Clark could easily catch them with his hands; curiously the same full respect of fish life, not a feature of the Chinese who came after Lin Biao, was practiced by several tribes on the Atlantic seaboard of Canada when Europeans first arrived there; possibly these American tribes, who migrated not several millennia before from northern Asia, had ancient ties with northern Tibetan tribes). This region, as is true for most of Tibet, is also full of aromatic medicinal plants, the so called Chinese herbal medicine having originated in the plateau of Tibet (the Tibetan School of Medicine was one of the very few Tibetan institutions to escape whole destruction during the Great Cultural Revolution). The area is also rich in rare minerals, including uranium ore. Perhaps these special features may explain certain “esoteric” details characterizing the region where Gilgamesh met Utanapishtim. From Any-e-Machen the return to Uruk can be accomplished over water. First by following the Yellow River, which is a rather peaceful river, without the dangerous gorges and currents found for instance in the Yang Tze-Kiang (the Blue River also called now the Chang Jang). Then by coasting China, Indochina, India and Makran to Uruk via a short stretch of the Euphrates. Certainly a rather long trip, some 15.000 km, but without any real great difficulties, the main danger after Gilgamesh years for this trip coming from piratery, a profession certainly not yet developed at Gilgamesh times. We end this section with a remark on Pettinato’s translation in XI, 195, reading, in Italian, “alla foce dei fiumi”, i.e. at the “exit of rivers into the sea”. In Sitchin and other authors this passage reads as “the mouth of rivers”, leaving untranslated the original word “mouth”. From our identification the meeting with Utanapishtim took place in a mountain very far away from any sea or ocean. In fact we will discuss in a future paper that Utanapishtim story is unrelated to the Noah story, except for the fact that both men were survivors of the same Great Flood. Notice that Talmudic and Midrashic sources quoted by Velikovsky (1999) state that there were several “Noahs” and that many boats were built to survive the Flood, most of which were recked in the violence of the event. As already it was suggested in Spedicato (1984) Noah’s flood should be located, as also Rohl does, in the region between lake Van and lake Urmiah, i.e. in eastern Anatolia-Azerbaijian, while the original Sumerian Ziusudra’s story (perhaps Ziusudra original name was changed to Utanapishtim by semitic scribes who knew Noah’s story and believed the two persons were the same) must be located much more to the east. In a future paper we will be able to pinpoint the exact place where Ziusudra boat stopped. This localisation suggests also that a reason for the survival was the fact of being right in the heart of Asia, where a huge tsunamic wave washing south from the Arctic Ocean had already spent much of its fury. From the above observations, we suggest that the term “mouth” should be read as “source”, i.e. the place where the river “drinks, gets” its waters. Moreover an inspection of the Qinghai map in APRC shows that the Yellow River, locally now


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and possibly already at Gilgamesh times called MAQU/MASHU, has several sources, none of which can really be pinpointed as the longest one, no less than 9 of them being located west of the village of Horgorgoinba. This interesting geographical feature may explain the plural “rivers”. Additionally we may also note that, in a stretch of land no more than 500 km long south-west of the Yellow River in the Any-e-Machen region, several huge rivers are found, that wash almost half of Asia, namely the Yang Tze Kiang, the Mekong and the Brahmaputra. This region was historically eastern Tibet, but in the course of the last 150 years most of it has been added to the Chinese provinces of Yunnan, Szichuan and Quinghai. Present Tibet now covers less than half of what it was when the Mongols, as Chinese Yuan emperors, for the first time added it to the Chinese (more precisely then the Mongolian) empire. We will claim in a next paper that Tibet was originally even larger, arguing for the identity TIBET=TILMUN. 9. Final remarks The above paper is based upon a quite limited amount of documentation. We believe that more research and use of documents from Central Asia will shed more light and, we believe, will give further confirmation of the thesis defended here. In the course of this research it suddenly dawned to this author that the proposed itinerary of Gilgamesh is associated with an apparently never before proposed identification of Eden, that appears to be a perfect fit with the biblical data, while several discrepancies are easily noticed in both the Salibi (1988) and Rohl (1998) proposals. Moreover our Eden identification leads naturally to identifying the route taken by Adam when he left Eden, Cain land of Nod and what is the special sign left to his descendents, Aratta, Dilmun and the original place of the Sumerians (it will be clear that they arrived in Middle East only after the Flood). Salibi and Rohl’s identifications are however valuable because they relate to two different places where the ancestors of the Hebrews moved in the course of their long peregrinations, when, reaching a new land, they renamed places according more or less to the geographical configuration in their previous territory, exactly as the Danai/Achaioi did when they came to the Mediterranean from their original Baltic lands, as Vinci (1998) has so convincingly claimed. These new identifications will be presented in a forthcoming paper, Spedicato (2000). Acknowledgements - This paper would never have been written without the following contributions: • the corpus of all Gilgamesh texts provided by Pettinato and several comments by him


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• important comments by Pettinato’s collaborator D’ Agostino • the Hittite text version of Friedrichs used by Sitchin (our itineraries are quite different from those proposed by Sitchin) • the relation of LBN with “milk, dairy products” and the rendering of PRT as PAROT is due to dr. Lia Mangolini • the information on the Hunza valley has come via dr. A. Agriesti, who, having studied some 150 languages, also helped much in the analysis of ethymology of some words • the information on Any-e-Machen would never have been found without the suggestion of my aunt A. Risso and without my late uncle Umberto Risso unquenchable thirst for buying and reading books (till a stroke destroyed his brain area controlling reading) • the information on the solfatara near Urumchi comes from Mariuccia Risso’s inspection of the Marmocchi’s four volumes, bought years ago by my uncle Umberto Risso. To all the above persons my warm thanks are given. Appendix 1: on some numbers in the epic Numbers are given in the text in term of “talents”. The Sumerian talent had a huge value, corresponding to 1800 kilos. This would make the weight of Gilgamesh and Enkidu’s axes 5.4 tons, which is an unrealistic value. We think that the talent referred to in the Yale paleobabylonian tablet, circa 1800-1600 BC according to standard chronology, but circa 1670-1370 BC according to Rohl (1997), must already be taken as the value corresponding to the Homeric and classical talent value, about 27 kilos. We base this claim on the fact that first it leads to load that, while still huge, will be shown to be acceptable in the context of unusually strong men; secondly because the recent revolutionary work of Vinci (1998), by dating the Homeric world to the full of the bronze age before 1600 BC (and locating it around the Baltic and the North Sea), implies the antiquity of the talent, that may have substituted at the beginning of the second millennium BC the talent in Mesopotamia, after Indoeuropeans arrived to Iran and the Caucasus (at least one indoeuropean tribe reached even southern Arabia, the Shihu, who live on the mountains of Sharjia, see Bibby (1970)). Let us start be recalling that Gilgamesh and Enkidu were tall and strong men, Enkidu perhaps the strongest, since he had beaten Gilgamesh in the fight that made the walls of the Uruk houses shake. While the figures for Gilgamesh given in the Hittite version (”he was taller than 11 “arus”, his chest was 9 spans wide, his phallus was 3 ? “) seem to be exaggerated (but perhaps again here the unit of measure was no more the ancient original Sumerian measure) and would have led to some practical problems in his implementing of the “primae noctis ius”, it does not appear impossible that his stature would have been well over two meters, such sizes being not a feature only


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of our age. This would correspond to a body weight of possibly over 150 kilos. The equipment of Gilgamesh and Enkidu included 3 axes (about 80 kilos assuming our late value for the talent) and more than 10 talents (over 250 kilos) of weapons. This would give a total load of over 300 kilos, about twice the estimated weight of their body. Now that man can make long hours of walk or of work under loads that are over his body weight is quite a common fact, as we show again by a few examples. • My father in law, Antonio Campanile, in his prime was a short man about 150 cm tall and 45 kilos weight. He worked as a specialist mason. He used to carry on his shoulder blocks of “tufo” stone weighting 90 kilos over ladders reaching the top of church towers, this feat several times a day. • At the end of the 19th century the carriers in the port of Gallipoli, Puglia, were famous for their strength, carrying normally 150 kilos, many of them even 200 kilos. They were men generally of low stature and worked over 10 hours a day. See Le cento cittá d’ Italia. Supplemento mensile illustrato del SECOLO, 28-2-1901. • In his book “Se questo è un uomo” (Einaudi, 1958) Primo Levi, a Jew who spent over one year in one of the Auschwitz lagers, writes that one of his jobs was carrying, with the help of a companion, a sack of cement, weight not specified (usually cement sacks are now of 30 kilos). They found the work very hard, being also underfed. In their team there was a very short man, a real dwarf, with a stout body full of bulging muscles (well visible when they took the common cold shower...) named Elias Lindzin, lager number 141565. He usually carried four sacks at a time, with no sign of fatigue, jumping the sacks from one hand to the other, a load almost certainly over twice his body weight. • As stated above from Polybius, Roman soldiers could carry a load well over their body weight for 50 km a day. Appendix 2: on the meaning of KA It is now believed by many language specialists, in the aftermath of the seminal work done by professor Joseph Greenberg of Stanford University, that all human languages descend from a single original language, paralleling the recent discovery, by sophisticated genetic analysis (of mithocondrial DNA and of the Y gene), that all present humans descend from a single woman and a single father, who lived an estimated circa 200.000 years ago. The work of Greenberg and coworkers has led to group the existing and the known extinct languages in different levels of families and superfamilies, one of which, called the Afroasiatic family, includes camitic, semitic, indoeuropeans, turkish and other previously defined families. Here we claim that the syllabe KA should be related to an


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afroasiatic word vowel - K - vowel with the general meaning of people, clan on the basis of the following instances: • the great anthropologist Luca Cavalli Sforza, of Stanford University, spent many years researching a tribe of Pigmees living in Cameron; as many other “primitive” people, these pigmees called themselves AKA, a word meaning simply “people” • there are four main tribes in Ghana who speak a common language, whose name, AKAN, means “of the people” • a very interesting “primitive” tribe of hunters, living on a sacred mountain at the border of Uganda, Sudan and Kenya, which was led to extinction when the British prohibited their ancestral way of life based on hunting, called themselves IK, presumibly meaning “people”, albeit the meaning of this name is not given in Turnbull (1972), the anthropologist who studied them. This tribe had anthropometric features unrelated to those of the surrounding Bantu tribes and a language apparently close to ancient Egyptian • the work IK means “clan” in several dialects of the Berbers and in Guanche • the Khazars had two leaders, one, the Bek, involved in administrative matters, another, the Kagan, involved in religious matters. Now the acceptable equivalences KA-GAN = KA-HAN (a Hebrew name) = COHEN (a high priest in Levi’s tribe)= KA-HN (the king of Mongols) = CACANUS (the latin name used by Paulus Diaconus with reference to the chiefs of the Avars, by him related to the Huns) seem all to have the same original meaning, that we interpret as AN = divine light, KA = of the people, in perfect correspondence with the actual role associated with these names • as above, perhaps the original meaining of the term Inca is IN-CA=AN-CA, = “divine light of people” • the Afghani are divided into differently named tribes, but share, or at least shared till about half of last century, the common name Aklai = AK-LAI, where the exact meaning of LAI is not clear to me (perhaps by metathesis it is related to AK-EL, i.e. “divine people”, “people of the gods”); in a future paper we will argue that the land where Sargon II relocated most of the 10 tribes deported from Samaria was Afghanistan/Kashmir, hence explaining the proposed origin of the word Aklai and the presence of many clearly hebraic words in local topography and in the pashtun language • one of the tribes living in Swat (a mountain province of Pakistan, whose name derives from sanscrit Suvasto, country of the beautiful buildings) is called locally Assaka, the Assakenoi of the Greeks, see Tucci (1978). Now ASSA (prascrit) = ASVA (sanscrit) = ASPA (old Persian) means “horse”, implying, with our interpretation of the word KA, the expressive meaning people of the horses. It is known that the Chinese called the invading Mongols of Gengis Khan the People of the Horses. In Spedicato (1997) it


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has been argued that the real meaning of the word Hyksos, the fierce warriors that invaded Egypt at the end of the 13th dynasty, is also people of the horses, from HYK = AK and SOS = SUS (hebrew) = HORSE. Appendix 3: on the cedars in the world Cedars grow naturally on the vast expanse of land from the mountains of Morocco up to the Himalayas, an arc of over 10.000 km. Cedars are denominated as belonging to different species, but in fact are now considered to be all a same species, which has developed varieties. Here are some information on cedars, taken from Emciclopedia Treccani, 1953 edition. • Cedrus Atlantica (Manetti, 1842): grows in Morocco and Algeria, between 1000 and 2000 meters • Cedrus Brevifoglia (Hook, 1880): is found in Cyprus between the villages of Kykko and Irka, elevation about 1300 meters • Cedrus Libanotica (Linneus, 1831): grows in southern Anatolia and Siria, including Lebanon. Maximum height about 40 meters, but branches can spread to 100 meters, making it cumbersome for timber production. The first Libanotica was brought to England and planted in Chelsea in 1683, was first planted in Italy at the Botanical Garden of Pisa in 1787 • Cedrus Deodara (Roxb, 1832; Laws, 1838, who called it Pinus Deodara): grows in the Hindukush, in Afghanistan and in Beluchistan, between 1100 and 4000 meters, optimal growth occurring between 2000 and 3000 meters. It has leaves longer than in the Libanotica, a straighter trunk and less massive branches (I had one such tree in my garden: it suffered due to the climate of the north Milano region and died after some 20 years of unhealthy life). Deodara’s timber is locally called the wood of gods. It is used in Asia to build temples and to produce religious statues, one reason for this privilege being certainly the fact that such a wood is extremely resistent to weathering (the zapote tree, whose wood is heavier than water and which also does not rotten in humid climates, was similarly used in Central America, but is not found in Asia). Notice that Tucci (1978) quotes the existence of supporting wooden beams (type of wood not specified, I would guess cedar) 30 meters long in the Mosque of Calam in the Swat, a Kashmir region. I am not aware of what is the maximum lengths of beams in Asian temples, in particular if there are any corresponding to the length of the cedar cut by Gilgamesh. Appendix 4: Yetis in Africa?


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In Chioffi (2000) a translation is given of the integral text of a voyage by Hanno, a Carthaginian general, who followed the coasts of Africa at least up to the region of the great Cameroon volcano, which was in full eruption. The voyage description is preserved in a 10th century manuscript and contains intriguing description of some creatures whose behaviour is strongly reminiscent of the yetis. Here are the relevant passages: • VII:...Further away from the shore there are unhospitable Aethiopians who live in a region full of wild animals and closed by great mountains. They say that the river Lixos is born there and that in the mountains live troglodytes of strange aspect who, according to the Lixiti, can run faster than horses • IX:...there began very high mountains full of wild creatures covered with skins of wild animals, who threw stones at us, making landing impossible • XVIII:...there was an island full of wild creatures. Most were females with hairy bodies; our interpreters called them “gorillas” (?). We hunted for them, but we were unable to catch any male, since they were skillful in climbing over crevices and defended themselves by throwing stones. But we caught three females, who bited and hit those who were carrying them. So we killed them and brought their skins to Carthago. Do gorillas throw stones? At least Gilgamesh did not skin Khubaba. Killing yetis with guns and skinning them seems to be, nowadays, a passatempo of the Chinese soldiers in Tibet, see Messner (1999). Homo homini lupus. References M. Baillie, Exodus to Arthur. Catastrophic encounters with comets, Batsford, 1999 S.M. Barrett, Geronimo’s story of his life, Duffield, New York, 1906 G. Bibby, Looking for Dilmun, Collins, 1970 R. Bircher, Gli Hunza, un popolo che ignora le malattie, Editrice Fiorentina, 1980 M. Chioffi, Pantelleria, antico approdo dei Fenici, Preprint, 2000 N. Danziger, Danziger’s travels, Beyond Forbidden Frontiers, Flamingo, 1993 L. Grégoire, Geógraphie Générale, Garnier, 1876 S. Hedin, Il lago errante, Einaudi, 1943-XXI T. Heyerdhal, The Tigris expedition, Allen & Unwin, 1980 F.C. Marmocchi, Geografia Universale, SEI, Torino, 1856 J. McCarry, High road to Hunza, National Geographic, 1985, 114-134 R. Messner, Yeti. Leggenda e veritá, Feltrinelli, 1999 D. Patten and E. Spedicato, On the number 108 in ancient religions and traditions worldwide, Proceedings of the conference on New Scenarios in Astronomy and Consequences on History of Earth and Man, Milano and Bergamo, 7-9th June 1999, to appear


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G. Pettinato, La saga di Gilgamesh, Rusconi, 1992 G. Pettinato, Semiramide, Rusconi, 1985 L. Pagani (editor), Cosmographie, Tables de la Géographie de Ptolémée, Bookking International, 1990 H. Richardson, High Peaks, Pure Earth, Serindik Publications, London, 1998 D. Rohl, A test of time. The Bible from Myth to History, Century, 1995 D. Rohl, Legend, the genesis of civilization, Century, 1998 J.P. Roux, Montagnes sacrées, montagnes mythiques, Fayard, 1999 K. Salibi, Secrets of the Bible people, Saqi Books, London, 1988 K. Salibi, The Bible came from Arabia, Naufal, Beirut, 1996 K. Salibi, The historicity of biblical Israel, Studies on Samuel I and II, Nabu, London, 1998 T. Severin, The Sindbad Voyage, Hutchinson, 1982 Z. Sitchin, The stairway to heaven, Bear and Company, Santa Fe, 1980 E. Spedicato, Apollo objects and Atlantis, a catastrophical scenario for the end of the last glaciation, Report 85/3, University of Bergamo, 1985 E. Spedicato, Who were the Hyksos?, C&C Review 1, 55, 1997 E. Spedicato, Beyond Salibi and Rohl: unveiling the location of Eden, Nod, Aratta and Dilmun, where the Sun rises, to appear, 2000 C. Turnbull, The Mountain People, Simon and Schuster, 1972 I. Velikovsky, Ages in Chaos, Sidgwick and Jackson, 1953 I. Velikovsky, In the Beginning (Worlds in Collision vol. 2), www.velikovsky.collision (J. Sammer editor, Ruth and Shulamit Velikovsky Copyright), 1999 G. Tucci, La via dello Swat, Newton Compton. 1978 C. Turnbull, The Mountain People, Simon Schuster, 1972 F. Vinci, Omero nel Baltico, Palombi, 1998 -----


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Emilio Spedicato è nato a Milano nel 1945. Laureato in fisica e PhD in matematica computazionale alla Dalian University of Technology, Cina, è attualmente ordinario di ricerca operativa presso l’Università di Bergamo. Ha lavorato anche sette anni per il CISE e 5 anni per il CNR. Ha soggiornato per alcuni anni in USA (Stanford University), Inghilterra e Germania. Oltre a lavori relativi all’ottimizzazione nonlineare ed all’algebra lineare (fondatore con Abaffy e Broyden dei metodi ABS ora documentati in circa 400 lavori, nel cui ambito è stata data recentemente la migliore soluzione del decimo problema di Hilbert), ha interessi per la storia antica, l’astronomia e l’origine delle mitologie e delle religioni.

Il forno alchemico… (per gentile concessione di Roberto Germano)


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MODERNE STORIE D’INQUISIZIONE E D’ALCHIMIA Lo sconcertante caso della “fusione fredda” (con una Prefazione di Giuliano Preparata) (Roberto Germano) (Testo della conferenza-dibattito su nuove prospettive della scienza tenuta nell’ambito delle attivita’ dell’Associazione Altanur il 16 Marzo 2000, presso “Lontano da dove”, Caffe’ dei libri, e della musica, e del teatro, via Bellini 3, Napoli)

Che voglio dire con questo titolo?! Cominciamo con dei riferimenti al passato. Poi passerò a condividere con voi quella che è stata la mia esperienza sconvolgente in merito... Perché c’è una certa differenza tra leggere certe cose sui libri e viverle in prima persona. Sui libri si può trovare l’aforisma di Max Planck (uno dei padri della Meccanica Quantistica): “Una nuova verità scientifica non trionfa perché i suoi oppositori si convincono e vedono finalmente la luce, quanto piuttosto perché alla fine muoiono e nasce una nuova generazione a cui i nuovi concetti diventano familiari”. E va bene, questo è vero. Molti di noi avranno letto “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” di Thomas Kuhn, in cui l’autore tratteggia il modo di evolversi del pensiero scientifico. Ci sono, nel corso dell’evoluzione scientifica, dei modelli, delle teorie, cioè delle visioni del mondo (”teoria” deriva dal greco τεορια - e significa proprio “vedere”, “osservare”) che hanno un certo peso in alcuni periodi ed intorno alle quali si costruisce tutta la scienza sperimentale. Dopodiché accade che iniziano pian piano a presentarsi delle “anomalie” sperimentali, anomalie rispetto a quella che è la visione generalmente accettata fino a quel momento. Tali anomalie non si inseriscono più nella teoria e quindi le si inizia a classificare, un po’ come degli insetti particolari... Ad un certo punto c’è qualcuno che grazie a queste anomalie ha una nuova “visione” e dice: “OK: queste anomalie si possono correlare tutte insieme in un nuovo modello, in una nuova teoria”. E questo è quello che è sempre successo. Niente di nuovo. Però.... Potremmo citare la considerazione di Benedetto Croce secondo cui: “La maggior parte dei professori hanno definitivamente corredato il loro cervello come una casa nella quale si conti di passare comodamente tutto il resto della vita; da ogni minimo accenno di dubbio...diventano nemici velenosissimi, presi da una folle paura di dover ripensare il già pensato e doversi mettere al lavoro”.


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Questa è effettivamente una delle problematiche psicologiche che sta alla base della difficoltà di accettare nuove visioni scientifiche. Non è l’unica, come vedremo. Ma sicuramente la pigrizia intellettuale e l’attaccamento al potere accademico sono dei fattori importanti. Attualmente è divenuto in realtà fondamentale anche il potere economico. Può essere interessante ricordare alcuni aneddoti del passato che fanno luce sul presente. Quando Alexander Graham Bell, negli Stati Uniti d’America, decise di proporre l’idea del telefono, avendone capita l’utilità, per noi oggi ovvia - dopo essere stato rifiutato dal U.S. Post office e dalla Western Union - andò al British Post Office, il cui ingegnere capo era Sir William Preece, uno dei più importanti scienziati inglesi dell’epoca. Preece era membro della prestigiosissima Royal Society ed aveva studiato col grande Michael Faraday. Ebbene, cosa disse questo eminente scienziato quando Bell gli spiegò il funzionamento e l’uso del telefono?! Disse: “L’Inghilterra è piena di ragazzini che possono portare messaggi”. Questo è ciò che disse. Poi si distinse anche in seguito per un’altra affermazione relativa alla lampadina: “Un’idea completamente idiota”. Questi sono esempi abbastanza interessanti che riguardano apparecchi, invenzioni, non di chissà quali nuove idee sulla visione del mondo... Lo stesso famoso Michael Faraday fu accusato di ciarlataneria quando annunciò di poter generare una corrente elettrica semplicemente muovendo un magnete in un avvolgimento... cosa oggi ovvia, che si usa ad esempio nella dinamo della luce della bicicletta.... Un altro esempio è la presentazione del fonografo all’Accademia delle Scienze di Parigi: “Non appena la macchina ha emesso qualche parola il Signor Segretario Perpetuo si precipita sull’impostore e gli serra la gola con mano di ferro.” Quindi, credeva che fosse il trucco di un ventriloquo... “Vedete bene Dice ai suoi colleghi. Con sbalordimento di tutti, la macchina continua ad emettere suoni.” Ebbene sì, è successo anche questo. Possiamo prendere degli spunti interessanti anche dal recente libro di Luc Burgin “Errori della scienza”. Ad esempio, quando Antoine Laurent Lavoisier, il padre della chimica moderna, scoprì che esisteva l’ossigeno e che era fondamentale nella combustione e che il “flogisto” invece non esisteva, tutti spararono a zero contro Lavoisier, sulle più importanti riviste... Certo, Lavoisier era senz’altro un rivoluzionario, anche dal punto di vista politico, partecipò attivamente alla Rivoluzione Francese e definì la chimica “scienza rivoluzionaria”. Però su Lavoisier possiamo anche dire un’altra cosa. Fu chiamato a pronunciarsi sull’origine delle meteore, infatti c’erano allora varie teorie sull’origine delle meteore, una delle quali (quella giusta) era quella secondo cui si


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trattava di pietre che cadevano dal cielo, come oggi sappiamo bene. Lavoisier disse che le meteore non potevano certo essere pietre che cadevano dal cielo per il semplice motivo che nel cielo le pietre non ci sono... Effettivamente c’era poco da discutere!! Un altro esempio riguarda Jean Baptiste Joseph Fourier. Chi ha studiato matematica, ingegneria... saprà che la cosiddetta analisi di Fourier è una cosa fondamentale; permette di scomporre una funzione matematica come somma di seni e coseni. Quando Fourier propose questa sua idea, grossi scienziati come Laplace, Lagrange, Poisson ed Eulero, la considerarono semplicemente una sciocchezza... Un altro esempio... Quando si parla di falsa scienza spesso si citano i raggi N. All’inizio del ‘900 c’era un francese che non era proprio l’ultimo degli scienziati, si trattava di un eminente professore di Fisica all’Università di Nancy: René Blondlot. Erano stati scoperti da poco i raggi X da Rontgen, e lui pensò di aver trovato degli altri raggi che chiamò N, in onore della città di Nancy. Questi raggi avevano una serie di caratteristiche che lui stava studiando ed altri scienziati pareva avessero anche riprodotto i suoi risultati in altri laboratori. Oggigiorno questo si cita come un caso di illusione dello sperimentatore, infatti, per il desiderio di trovare qualcosa di nuovo, Blondlot si era illuso. Infatti si scoprì poco dopo che i raggi N non esistevano: togliendo un prisma metallico, a sua insaputa, dall’apparecchio di misura, lui continuava a vederli.... Evidentemente questo episodio è citato come esempio di falsa scienza. Però, non si dice praticamente mai che, poco prima, i famosi raggi X scoperti da Wilhelm Conrad Rontgen, ed ora considerati una realtà ovvia, furono definiti addirittura da uno dei più eminenti fisici dell’epoca, il grande Lord Kelvin, “un abile trucco”. Poi si capì che esistevano realmente, però si disse: “Vabbè, ma a che servono? “.... Questo è il tipo di situazione di cui dobbiamo essere consapevoli, visto che nei libri didattici queste cose non si dicono... Lo studente già normalmente impiega molto tempo a capire le cose, se poi uno gli mette anche dei dubbi, è finita! Naturalmente sono sarcastico... Comunque sia, questo approccio finisce col far credere allo studente che la scienza sia una sorta di teologia... senza capire che si tratta di modelli di realtà, profondi quanto si vuole, ma pur sempre modelli, con i loro limiti... E normalmente uno cerca di andare oltre... Una teoria è giusta in certi ambiti ben precisi. E’ sempre importante quando si fa un modello scientifico, capire in quali ambiti il modello è valido. Con quali approssimazioni? Possiamo ancora citare un esempio, tratto dall’ambito medico: la storia di Ignaz Semmelweiss. Nel 1847 questo medico svizzero intuì una cosa che per noi è banale. Perché le puerpere morivano in così gran numero? Perché c’erano infezioni visto che i medici non si lavavano le mani e gli strumenti! Spesso dopo aver dissezionato i cadaveri andavano a far partorire le donne!! Ebbene gli altri medici lo trattarono come un folle, per diversi anni... Pubblicò finalmente un libro: ancora peggio! Infine, fu rinchiuso in manicomio e lì morì a seguito di una


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ferita conseguente ad una colluttazione con un infermiere e successiva setticemia... L’ironia della sorte. Tutte queste cose ci fanno capire come dei fatti che per noi oggi sono semplicemente banali - anche per un bambino sono banali - nel passato sono stati duramente avversati dal mondo accademico... Tra l’altro si tratta di un passato anche abbastanza recente: la storia così incredibile di Semmelweiss è accaduta ai tempi dei nostri bisnonni... e non all’epoca di Nerone!! Un altro esempio abbastanza interessante è quello di Alfred Wegener, il padre della teoria della deriva dei continenti, oggi normalmente accettata. Wegener ne parlò fin dal 1912; e ancora 40 anni dopo, fino agli anni ‘50, i commenti degli scienziati di fama erano di questo tipo: • un parto della fantasia; • vaneggiamenti di un malato grave della malattia della rotazione della crosta e dell’epidemia dello spostamento dei poli; • ricerca del tutto fallita; • come possa muoversi un continente, formato da uno spessore di ben 35 chilometri di solida roccia, non è mai stato spiegato veramente; (...) non dovremo prendere sul serio la deriva dei continenti; • si tratta del sogno di un grande poeta; Quest’ultimo è stato il più buono... Ancora... Non parliamo dei primi sostenitori del volo spaziale che erano davvero considerati folli e basta... ma accenniamo invece ai fratelli Wright e ai primi voli di questi due meccanici di biciclette dell’Ohio. Per ben 5 anni, dal Dicembre 1903 al Settembre 1908, Wilbur ed Orwille Wright avevano più volte affermato di aver fatto volare un oggetto più pesante dell’aria. Però, malgrado numerose dimostrazioni pubbliche, dichiarazioni di pubblici ufficiali e fotografie, si continuava a deridere la faccenda e a parlare di frode.... su Scientific American, sul New York Heraldry, da parte dei militari e di eminenti scienziati. Finché nel 1908 il presidente Theodore Roosvelt non comandò di effettuare una pubblica dimostrazione a Fort Myers, ed allora si dovette ammettere la realtà! Dopo 5 anni!! L’ironia della sorte vuole che proprio qualche settimana precedente al primo volo dei fratelli Wright a Kittyhawk, nel Nord Carolina, il professore di matematica ed astronomia alla Johns Hopkins University, Simon Newcomb, aveva pubblicato un articolo sul The Independent che “dimostrava” scientificamente l’assoluta impossibilità del volo umano a motore, che avrebbe richiesto, a suo dire, la scoperta di qualche nuova forza della natura!! Ecco quali erano i commenti che apparivano sul numero del 13 gennaio 1906 di Scientific American: “Pare che questi presunti esperimenti si sarebbero tenuti nei dintorni di Dayton, nell’Ohio (...) e che i giornali americani, per quanto attenti, si siano lasciati sfuggire tali prestazioni sensazionali. (...) Noi abbiamo il diritto di esigere altre informazioni prima di poter prestare fede alle relazioni provenienti dalla Francia. Purtroppo i fratelli Wright non sono disposti a pubblicare dati più


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esatti o a fare esperimenti pubblici, per ragioni che nessuno può conoscere meglio di loro. Se esperimenti così sensazionali e di tale estrema importanza venissero effettivamente compiuti in una regione non troppo remota del nostro paese (...), si può credere che gli intraprendenti cronisti americani (...) non avrebbero già da molto tempo accertato tutto ciò che si può sapere, per farlo conoscere all’opinione pubblica?”. E tutto questo solo ai tempi dei nostri nonni. Oggi volano quotidianamente migliaia di persone da una parte all’altra del globo.... Queste premesse servono a contestualizzare in un orizzonte più ampio quella che è stata la mia esperienza personale e che voglio condividere con voi. Alcuni anni fa, qualche giorno prima di laurearmi in Fisica, andai a sentire un seminario al Dipartimento di Fisica; era il Giugno 1995. Avrebbe parlato un professore proveniente da Milano, Emilio Del Giudice, che io non conoscevo, e che avrebbe parlato su “Varietà vetrose nei liquidi”, un argomento che mi incuriosì malgrado non ne sapessi niente o forse proprio per questo... Disse delle cose molto interessanti e fu molto brillante, così dopo lo contattai per chiedergli l’articolo che lui avrebbe scritto sull’argomento. Fu molto gentile, e disse che me l’avrebbe mandato subito. Passarono sei mesi e non mi mandò niente. Lo richiamai e gli dissi che io ero molto interessato... forse s’era distratto... Non s’era distratto, me l’avrebbe mandato al più presto. Dopo un po’ che non avevo avuto ancora niente lo richiamai e lui disse: Scusa ma non ho avuto più tempo, perché ho lavorato a rendere riproducibile la fusione fredda.... Ora, la fusione fredda, non so se qualcuno di voi ricorda, è una cosa di cui si parlò 11 anni fa, nel Marzo 1989 quando due chimici, Martin Fleischmann e Stanley Pons dissero che in una semplice cella elettrolitica si poteva ottenere la fusione nucleare. Sul momento tutti quanti dissero: Ah, è una cosa eccezionale!! Ma, dopo pochissimo i due chimici furono estromessi dal novero della gente seria... malgrado Fleischmann fosse stato addirittura presidente della Società Elettrochimica Internazionale e membro della prestigiosa Royal Society, insomma si trattava di gente più che seria... Ci sono diversi motivi per cui questo è successo e ne parleremo in una prossima occasione; ora intendo fare solo il quadro generale. Quindi, io, come tutti gli altri, mi ero fatto l’idea che la fusione fredda non era che una stupidaggine... Ci si era illusi che si poteva ottenere la fusione nucleare facilmente invece che in queste macchine enormi in cui è necessario raggiungere temperature elevatissime, pressioni straordinarie, un po’ come nel Sole, ma non era vero. Qui apro una piccola parentesi: sono decenni che si fanno esperimenti costosissimi in queste macchine ciclopiche e complessissime e non si riesce mai a raggiungere le condizioni per far sostenere la reazione di fusione termonucleare dell’Idrogeno e ricavare energia, come invece succede nelle centrali a fissione


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nucleare con l’Uranio. Si fanno solo costosissimi esperimenti e un bel po’ di radioattività. E’ bene che si sappia che solo in Europa ci lavorano 3000 persone e si spendono 1000 miliardi di lire all’anno. Questo è ovviamente uno dei vincoli facilmente ipotizzabili alla libera diffusione della ricerca sulla fusione fredda, che avviene in una piccola cella elettrolitica senza scorie radioattive, di 10 cm di diametro, alta 30 cm, che costa 500 000 lire (il costo di 1 grammo di Palladio e un litro di acqua pesante) e che può fornire 10 kW per 500 anni, e che è assemblabile in casa... con gli opportuni ingredienti e con la giusta metodologia. Tornando a noi, era passata la notizia che si trattava di una pia illusione, all’inizio, quindi, io rimasi perplesso, e pensai: Coma mai? Non era una stupidaggine questa fusione fredda? Però la persona in questione, il prof. Emilio Del Giudice, mi era parsa così geniale e aveva fino ad allora fatto studi così notevoli che pareva un po’ strano che stesse occupandosi di una stupidaggine... Allora, cominciai ad informarmi sulle riviste scientifiche specialistiche e scoprii che c’erano effettivamente degli studi ancora in corso e molto interessanti. In particolare, uno dei primi articolo trovati fu un lavoro di review, cioè un articolo scientifico che esamina criticamente decine di studi precedenti su un certo argomento. L’autore, Edmund Storms, fisico del laboratorio Nazionale di Los Alamos (dove fu costruita la prima bomba atomica), esaminava ben 359 articoli! Scritti dal 1989 al 1991, solo 3 anni! E all’inizio di questo lavoro di ben 45 pagine, dice: Il numero e la varietà di attente misurazioni sperimentali relative alla generazione di calore, trizio, neutroni, ed elio supportano fortemente il fatto che avvengano reazioni nucleari in un reticolo metallico vicino alla temperatura ambiente come proposto da Pons e Fleischmann e indipendentemente da Jones. (...) quando si trova che molte misure, usando una varietà di tecniche, danno risultati simili e cominciano a rivelare dei modelli di comportamento, le osservazioni non si possono più continuare ad ignorare. E’ più semplice e più razionale dare inizio al processo di comprensione della fusione fredda come fenomeno reale piuttosto che cercare modi per bandirlo. Quindi mi incuriosii enormemente e da allora ho approfondito sempre più sia ciò che riguarda la questione fusione fredda sia il tipo di meccanismo che tende a far sì che una nuova visione scientifica o addirittura un nuovo fatto sperimentale (come è nel caso della fusione fredda) abbia difficoltà così grandi ad essere accettato. Apro una parentesi su cosa è un “fatto sperimentale”. “Fatto” vuol dire “che è stato fatto”. Banalmente. Ma questo è fondamentale perché in laboratorio, quando uno decide di fare un esperimento deve mettere una serie di vincoli enormi a quello che sta facendo. Deve dire: OK Io ora vado a cercare una cosa ben precisa a questa temperatura, con questa corrente elettrica, faccio prima


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questo e poi quest’altro, in queste ben precise condizioni sperimentali... Quindi, in realtà, io sto cercando una ben precisa cosa. Dico: Ma non è che per caso se io faccio così succede quest’altra cosa? Ma ciò che ti fa cercare una cosa è la teoria, che ti dice: Se fai un certo esperimento probabilmente otterrai un certo risultato; forse ne otterrai un altro o un altro ancora. In genere la teoria ti fa prevedere che tu possa ottenere due o tre cose, non di più. Bene! Allora facciamo questo esperimento, e vediamo quale delle due o tre cose ottengo, cioè qual è la risposta ad una mia domanda. Ma la risposta dipende dalla domanda che ho fatto.... Come dice anche Albert Einstein, che non è mai male citare: Osservare o meno una cosa dipende dalla teoria che usi. E’ la teoria che decide cosa può essere osservato. Dopodiché, come dico anche in questo mio libro, in attesa di editore, sulla fusione fredda, in genere uno in laboratorio non decide di fare l’elettrolisi di un cappuccino alla temperatura di 98 gradi, con abbondante cacao, ad una intensità di corrente di 0.7 ampere, alla pressione di un bar, in un’atmosfera di pura grappa trevigiana vaporizzata ecc... e dopodiché va a vedere se per caso, in seguito a questa elettrolisi, non è cambiato qualcosa nelle caratteristiche di una pelliccia di una foca monaca albina che sta in uno zoo del Madagascar meridionale... Chiaramente non è così!! Questo significa semplicemente che se uno non fa la domanda “giusta” non può aspettarsi di avere una risposta interessante. Allora cos’è che capita tipicamente? Uno ha una teoria cui si fa riferimento, ogni tanto vengono fuori delle anomalie sperimentali, che si accumulano sempre più numerose, finché uno decide: Forse c’è qualcosa che non va! Bisogna fare una teoria migliore... Però spesso che succede? Succede che le anomalie si tende a non vederle, perché se tu una cosa non te l’aspetti, la vedi tanto strana da pensare che sia un semplice errore sperimentale. E anche se ti viene il dubbio che la cosa sia reale, siccome tu non stai capendo bene il fenomeno, cioè in che contesto, in che cornice, si inserisce, tu hai difficoltà a riprodurre l’esperimento. Ma la riproducibilità è fondamentale nella scienza! E questo è uno dei motivi principali per cui Fleischmann e Pons furono messi da parte, perché loro pur avendo fatto molti esperimenti, non dissero che avevano problemi di riproducibilità. Avrebbero fatto meglio a dirlo, perché è normale che quando una cosa è nuova ci sono problemi nel replicarla; perché uno vede delle cose, però non sa esattamente come inserirle nel modello, nella teoria. Quindi non sa bene in che direzione andare. Una volta tu per caso hai raggiunto delle condizioni ottimali però non sai bene perché. Un’altra volta pensi di stare nelle stesse condizioni sperimentali, ma non è vero, e quindi non ti riesce... Con l’elettrolisi poi questo è un fatto ben noto a chi ci ha lavorato, come me... E’ divertente citare ciò che dice Brenner, l’autore di un testo che è una specie di Bibbia per ciò che riguarda l’elettrodeposizione delle leghe metalliche; nel volume II a pag. 460, dice: L’aggiunta di saccarina, circa 5 grammi al litro, alla soluzione numero 1, era


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benefica nel ridurre lo stress della lega di Nichel. Cioè, sembra quasi una ricetta di cucina.... Però spesso è così, specie quando, come è il caso dei fenomeni elettrochimici, non ci sono degli ottimi modelli che descrivono il fenomeno. A seguito di quella comunicazione di Fleischmann e Pons sulla fusione fredda, ci furono una serie di critiche; si disse: No, non è possibile. Infatti, essendo un fatto nuovo non rientrava nel paradigma corrente della fisica nucleare. In questa sede non mi dilungherò sui motivi tecnici.... Comunque, la cosa non rientrava nella teoria, e quindi venne messa da parte come una stupidaggine. Cosa successe - cose indegne della scienza - poco dopo questa “sentenza di condanna”? Ovviamente ci furono dei tentativi di riproduzione del fenomeno in altri laboratori. Ma, non trovando subito gli stessi risultati, si parlò addirittura di “possibile frode”. In particolare al M.I.T. (il prestigioso Massachussets Institute of Technology) furono tra i primi a tentare questa replica dell’esperimento, senza risultati. Lì, tra l’altro, c’è un grosso gruppo che si occupa di fusione calda... Un ingegnere, laureato al M.I.T., allora caporedattore scientifico dell’ufficio stampa dell’Istituto, Eugene Mallove, scettico sulla fusione fredda, analizzò i risultati del M.I.T. e ne rimase folgorato! Si era reso conto che era stata spostata l’origine dell’asse delle temperature per nascondere del calore che si era sviluppato nell’esperimento... Un vero e proprio “trucco”! Chi ha esperienza di laboratori, purtroppo sente spesso di queste cose... Non parliamo della medicina... ma anche nel campo di quella che si chiama la “scienza dura”, cioè la fisica, in cui veramente c’è poco da inventarsi le cose, in realtà non è esattamente così! Perché spesso, siccome ti aspetti una certa cosa, vai talvolta a cambiare quel punto sperimentale... Io ovviamente non l’ho mai fatto e non lo farei mai, ma c’è chi lo fa... E’ tipico degli studenti ai primi anni, nelle loro esperienze di laboratorio didattiche, perché hanno paura del voto cattivo.... E su questo vi racconto un fatto divertente che è avvenuto all’Università di Roma. Nel corso di laurea in Fisica, ci sono gli esami di laboratorio in cui, distribuiti su vari tavoli, gruppi di studenti svolgono degli esperimenti standard, sanno cosa ci si aspetta, però devono condurre l’esperimento, elaborare i dati con le opportune tecniche matematiche, e scrivere la relazione. Una volta, a Roma, un gruppo di studenti non si trovava con gli altri con dei dati riguardanti l’emissione radioattiva di fondo. Non gli credevano... Sono anni e anni che i risultati sono questi! Ma il gruppo quella volta fu insistente. E si scoprì che nell’angolo vicino a quel tavolo c’era effettivamente una vernice particolare che era debolmente radioattiva e che spiegava quei risultati! Che era successo?! Negli anni precedenti, tutti i gruppi di studenti che capitavano su quel tavolo, avevano un risultato anomalo e dicevano: Vabbè, abbiamo sbagliato... Andavano dagli amici e chiedevano: Che vi siete trovati? E facevano la relazione come gli altri. E questo è un esempio interessante... perché, talvolta, questo stesso tipo di processo sostanzialmente infantile si manifesta anche negli adulti. Agli adulti


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accade apparentemente per altri motivi, perché magari vogliono pubblicare, perché sono diventati specialisti in un certo ramo e quindi credono di sapere il risultato che devono ottenere. Quindi... Vabbè, anche se aggiusto un punto...tutto sommato...quello così è... Se ne tolgo uno.... Vabbè, ma, insomma.... Allora che succede? Questo impedisce di trovare quelle anomalie che poi alla fine farebbero capire che qualcosa non va. Normalmente la riproducibilità nella scienza è fondamentale. Però, ci sono alcuni casi in cui non è vero nella prassi. Un caso è quello in cui l’esperimento è abbastanza standard. Cioè se arriva uno che fa una cosa che tutto sommato ci si aspetta, un’altra persona non andrà a rifare esattamente lo stesso esperimento, perché pensa: Io perdo tempo; devo pubblicare un articolo originale, e non vado a riprodurre esattamente quello stesso esperimento. Magari faccio una cosa simile alla sua, però un po’ diversa.... Quindi la tanto decantata riproducibilità spesso non esiste affatto proprio in quella che Thomas Kuhn chiama la “scienza normale”, cioè la scienza che si fa negli anni in cui si vanno ad approfondire via via gli aspetti sperimentali connessi alla teoria che in quel periodo è “vincente”. Un altro caso è quello in cui l’esperimento è troppo complicato, troppo grande, incredibilmente costoso.... Questo avviene tipicamente negli esperimenti odierni di fisica nucleare, in cui si utilizzano questi acceleratori di particelle chilometrici, costosissimi, in cui un solo esperimento coinvolge centinaia di persone! Realmente! E se vedi gli articoli sono firmati da un elenco di persone impressionante.... Alla fine che succede?! Succede che si ottengono dei risultati sperimentali....ma, riprodurre esattamente quel risultato da parte di un gruppo che sta da un’altra parte del mondo è difficilissimo: dovrebbe avere lo stesso apparato enorme, investire un sacco di energia in termini umani ed economici, per riprodurre poi esattamente lo stesso risultato per poi.... non pubblicare, perché non è nuovo! E questa è sicuramente un’altra situazione da denunciare per ciò che riguarda l’approccio odierno nella fisica nucleare.... Un altro caso in cui la riproducibilità è difficile è quello che abbiamo detto, cioè quando si ha un risultato sperimentale inatteso e totalmente nuovo, che non rientra nel modello, dopodiché questo significa che tu non sai esattamente quello che sta succedendo, e quindi la riproducibilità è intrinsecamente difficile. E questa è un’esperienza quotidiana, anche al di fuori dell’esperienza di laboratorio, come ad esempio per un bambino che ha inventato un nuovo gioco con un oggetto, o una nuova cantilena, ma dopo un po’ non gli riesce più, e dice: Come facevo? Non lo so più fare! O quando uno impara una nuova arte, impara a strimpellare la chitarra.... ecc... Anche nella scienza è la stessa cosa di fronte ad un fenomeno nuovo; tu non conosci bene tutti i parametri essenziali perché quel fenomeno si realizzi, non li hai ancora capiti... e non c’è ancora la teoria giusta a guidarti.... Dopo questa bella digressione, torniamo a ciò che stava succedendo al M.I.T.....


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Questo ingegnere del M.I.T., poi divenuto caporedattore scientifico dell’ufficio stampa dell’Istituto, Eugene Mallove, si era accorto di quel “trucco”, lo denunciò pubblicamente, il portavoce ufficiale del M.I.T. negò recisamente, allora lui addirittura si licenziò per protesta e chiese l’apertura di un’inchiesta. Al M.I.T. se la cavarono modificando lo scopo dichiarato dell’esperimento, dopo che era già stato presentato al Congresso degli Stati Uniti d’America!! Cioè, venne aggiunta un’appendice all’articolo in cui si diceva che non si cercava nessuna quantità di calore anomala, ma degli improvvisi fiotti di energia....che, naturalmente, non erano stati visti. Quindi si cambiò quello che era lo scopo dell’esperimento e dell’articolo. Dopodiché Mallove fondò una rivista specializzata sulla fusione fredda, perché pensò che era fondamentale poter divulgare risultati che si stavano cominciando ad insabbiare.... Nell’ambito della “saga” della fusione fredda, un altro episodio sconcertante coinvolse lo studioso di elettrochimica John Bockris. Uno dei suoi dottorandi, Nigel Packam, all’Università A&M del Texas, in una replica dell’esperimento di fusione fredda di Fleischmann e Pons, aveva trovato una piccola quantità di Trizio, che è un prodotto di fusione nucleare! E’ idrogeno con due neutroni, oltre al protone: la sua presenza confermava l’ipotesi che si trattasse di un fenomeno nucleare... Arrivò nel laboratorio di Bockris uno scrittore divulgativo che si interessava di frodi nella scienza, Gary Taubes. Quindi già si partiva dall’idea che si trattava di una frode... Dice il prof. Bockris: Inizialmente pensavamo che Taubes fosse in buona fede. Gli mostrammo i quaderni di laboratorio, e gli spiegammo i risultati. Ma poi lui disse a Packam, il mio dottorando, “Ho spento il registratore, ora puoi dirmi - è una frode, non è vero? Se me lo confessi ora, non sarò duro con te, potrai seguire la carriera”. Che successe? Allontanarono il loro dottorando da questo tipo di studio. Ma in seguito altre persone hanno ottenuto risultati analoghi.... Comunque, la cosa interessante è che questo giornalista-scrittore, sul numero di Giugno del 1990 della rivista “Science” suggerisce chiaramente che questo dottorando possa aver aggiunto a mano del Trizio nella cella elettrochimica, cioè avendo truccato i risultati! Inoltre Packam riuscì infine ad ottenere il dottorato di ricerca ma solo a condizione che nella sua tesi non citasse la fusione fredda. Oggi lavora alla NASA e si sta forse ancora chiedendo che gli successe esattamente in quegli anni... Il povero professor Bockris che aveva avuto la ventura di seguire quel pericoloso dottorando, fu momentaneamente esonerato e posto sotto inchiesta dall’Università. Nessuno fu però in grado di trovare alcuna traccia nè di incompetenza nè di frode. Però finì nuovamente sotto inchiesta nel ‘92, e fu nuovamente esonerato. Anche stavolta non si trovò niente di cui accusarlo. Dice Bockris: La gente del dipartimento di chimica creò il proprio comitato ad hoc per investigare il prof. Bockris. Per 11 mesi fui da loro indagato, senza sapere


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mai in che consistesse l’indagine. Alla fine fece appello all’Associazione Americana dei professori universitari perché queste inchieste vessatorie e inquisitorie finalmente potessero terminare. In realtà le vessazioni su questo poveraccio non finirono lì; infatti, nel ‘97 è stato insignito del premio IgNobel, che è un gioco di parole di fusione tra le parole Nobel ed ignoble (ignobile) che un gruppo di scettici estremisti si diverte a dare a delle persone che, secondo loro, dicono delle sciocchezze nel campo delle scienze. Questi professori buontemponi, sicuri del fatto loro, su non si sa quali basi, lo hanno insignito di questo premio con la seguente motivazione: per le sue rilevanti acquisizioni nella fusione fredda, nella trasmutazione degli elementi in oro, e nell’incenerimento elettrochimico dei rifiuti domestici. Insomma continuano a prenderlo in giro... arma tipica per smontare le affermazioni di una persona che dice delle cose nuove che tu non riesci a capire. Come abbiamo visto è già successo tante volte. E questo è quello che è successo all’inizio della storia della fusione fredda. Mi sono incuriosito moltissimo della faccenda, e ho trovato moltissimi articoli scientifici al riguardo, pubblicati malgrado le inquisizioni varie... Ho conosciuto personalmente, a Milano, Giuliano Preparata che insieme ad Emilio Del Giudice ha reso riproducibile la fusione fredda, pur essendo fisici teorici..... Avendo, infatti, capito il meccanismo teorico, hanno poi lavorato in laboratorio raggiungendo i risultati previsti. Recentemente si stanno moltiplicando in giro per il mondo una serie di esperimenti in cui le trasmutazioni nucleari che avvengono nella cella elettrochimica sono sempre più evidenti. Tant’è vero che si riscontra la presenza di elementi inizialmente assenti nell’apparato sperimentale, per esempio Ferro, in distribuzione isotopica non standard. In natura si hanno vari isotopi del Ferro (nuclei con neutroni in numero differente si chiamano isotopi, è sempre Ferro ma è più “pesante”...); sulla Terra c’è una certa distribuzione isotopica di ogni elemento, invece in queste celle elettrolitiche si trovano isotopi di elementi in distribuzione non naturale, ed è quindi abbastanza evidente che sono stati ottenuti per fusione nucleare nell’ambito dell’esperimento! Negli Stati Uniti è sorta addirittura un’azienda, fondata dall’anziano inventore James Patterson, che si chiama CETI Inc. (Clean Energy Technology Incorporated) che sta portando avanti il lavoro sulla fusione fredda; ma la cosa interessante è che, dopo una fase iniziale in cui usavano l’espressione “fusione fredda”, ora non usano più questo termine! Hanno capito che si tratta di una parola ormai tabù! Anche io sto avendo problemi a pubblicare il mio libro sull’argomento per motivi analoghi..... In realtà ora negli USA sono una decina, almeno, le aziende che si occupano di fusione fredda.... Da queste ricerche, tra l’altro, sta sorgendo la concreta possibilità di deattivare le scorie nucleari in tempi brevi con tecniche elettrolitiche! Sono cose impressionanti!! Ci sarebbe da parlare per ore....


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In Italia sta per sorgere all’Enea di Frascati un laboratorio nazionale sulla fusione fredda che riunirà tutti gli studiosi italiani dell’argomento, per volontà di Carlo Rubbia che inizialmente era molto scettico! Aveva detto: Dio sarebbe stato veramente molto buono con noi se la fusione fredda funzionasse. Comunque, come diceva Sigmund Freud: La teoria non impedisce ai fatti di verificarsi. Ed infatti ci sono moltissimi studi sperimentali e brevetti sulla fusione fredda. Analogamente alla fusione fredda, sta succedendo qualcosa di simile, sempre per motivi analoghi, cioè si hanno dei risultati sperimentali che non rientrano nel paradigma corrente, riguardo a certe proprietà dell’acqua. Parto anche qui da un’esperienza personale. Al dipartimento di chimica dell’Università Federico II di Napoli insegna il prof. Vittorio Elia; mi ha raccontato che quando era giovane aveva delle idee sperimentali un po’ “strane”: Vuoi vedere che forse l’acqua “omeopatica” ha delle proprietà chimico-fisiche diverse dall’acqua “normale”? Cos’è l’acqua omeopatica? L’omeopatia è stata fondata da Hahnemann, alla fine del ‘700, che si era ispirato, tra l’altro, a visioni alchimistiche, secondo cui, purificando una sostanza, se ne poteva estrarre la “quintessenza”, che aveva proprietà opposte alla sostanza stessa. Hahnemann iniziò a fare esperimenti in cui faceva infusioni di sostanze in acqua e poi diluiva sempre più queste soluzioni. Nella scienza è spesso fondamentale l’idea “fantastica”, “magica”, “mitica”, “religiosa” per condurre a teorie valide. Su questo punto vi consiglio il bellissimo libro di Feyerabend “Contro il metodo”. Tra l’altro Hahnemann sperimentò la corteccia di china per curare la febbre malarica. Perché? Perché aveva lo stesso effetto della febbre malarica... Se mangi della corteccia di china ti viene la febbre. Così nell’ottica del “simile cura il simile”, da cui il termine “omeopatia”, pensò: Vuoi vedere che se dai della corteccia di china a un malato di malaria, forse gli passa la febbre? E funzionava.... L’acqua “omeopatica” viene fatta così: si diluisce una sostanza “attiva” in acqua e si scuote ripetutamente il recipiente (”succussione”); poi si diluisce ancora e si scuote ancora e così via, molte volte... Alla fine si arriva a un’acqua praticamente pura!! Perché il numero di diluizioni successive è tale da far sì che neanche più una molecola della sostanza “attiva” sia presente nella boccettina finale! Ma allora come può essere che quest’acqua possa avere una struttura chimico-fisico diversa dall’acqua pura? Nel paradigma corrente, l’acqua liquida è semplicemente un insieme di palline molecolari di H2O, che stanno lì, più o meno vicine, e interagiscono in base a un certo potenziale; cioè è un modello che è qualcosa di simile a una polvere che per qualche motivo è liquida.... Inoltre non è chiaro come dal gas si passi per condensazione al liquido. C’è in verità un recente modello di acqua che


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da calcoli di meccanica quantistica deduce la transizione gas-liquido per l’acqua ed è stato sviluppato da Giuliano Preparata ed Emilio Del Giudice. Ebbene sì: gli stessi della fusione fredda! Nell’ambito di una teoria fisica ormai standard, l’elettrodinamica quantistica, hanno trovato certi risultati, in base ai quali hanno capito perché avviene la fusione fredda e hanno trovato anche che l’acqua ha una struttura diversa da quella normalmente immaginata. L’acqua, cioè, è costituita da domini “di coerenza”, delle piccole zone molto ordinate un po’ come i domini ferromagnetici in un magnete, inserite in una matrice disordinata. Questo modello dell’acqua non è quello attualmente accettato. Ma, a me personalmente è successo di poter verificare che, invece, i biofisici, essendosi “dimenticati” del fatto che, come fisici, devono avere un modello teorico ben preciso dell’acqua, assumono un modello empirico dell’acqua che è molto simile a questo! Lo assumono perché è quello che funziona in biofisica! Se lo vai a dire a un fisico che si occupa di meccanica statistica dirà: Questa è una follia! Siccome non c’è dialogo tra i due àmbiti della fisica, si ignorano tranquillamente, e ognuno va per i fatti suoi senza troppi problemi... Invece una persona che per caso vede ambedue le cose, si incuriosisce e dice: Forse c’è qualcosa sotto.... Tornando al professor Elia.... la sua idea giovanile di fare esperimenti sull’acqua omeopatica venne paternamente inibita dal suo maestro che gli disse qualcosa del tipo: Guarda, se vuoi continuare ad essere il brillante ricercatore che sei, dimentica questa tua idea. Lascia perdere. Non è possibile fare esperimenti di questo genere. E così è stato. E’ diventato professore. Una carriera normalissima e brillante. Dopodiché qualche anno fa ha detto: OK Ora sono io che decido e l’esperimento lo faccio. Quindi si è aspettato una quindicina d’anni per motivi puramente inquisitori; non c’era un motivo realmente scientifico, tranne che, secondo la teoria, non ci si aspettava risultati interessanti. Cosa ha trovato il prof. Elia? Voi sapete che quando si mescola una sostanza nell’acqua si produce una reazione esotermica o endotermica, l’acqua si raffredda o si riscalda; in genere si nota poco, ma avviene anche quando sciogliamo il sale nell’acqua. Ad ogni sostanza corrisponde un ben preciso calore di mescolamento. Il prof. Elia è un esperto proprio di questo tipo di misure calorimetriche. Ed è per questo che ha deciso di fare delle prove in questo senso.... Ha trovato che effettivamente il calore di mescolamento dell’acqua “omeopatica” è sempre maggiore di quello dell’acqua pura e semplice!! Ha già fatto diversi seminari sull’argomento, al dipartimento di fisica a Napoli, ed in giro... Ha mandato un articolo a “Nature”, dopo aver fatto molti esperimenti di verifica che non stesse prendendo lucciole per lanterne. Ma “Nature” nel 1986 aveva avuto un’esperienza scottante con Jacques Benveniste, direttore di ricerca di un laboratorio del CNR francese, in odore di Nobel, tra l’altro, il quale aveva trovato che un farmaco enormemente diluito aveva comunque degli effetti biologici; si parlò allora con gran rumore della “memoria dell’acqua”, appunto come se l’acqua conservasse memoria della sostanza ospitata in precedenza. Una


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commissione, andando a replicare l’esperimento nel suo laboratorio, con atteggiamento inquisitorio - c’era anche un famoso prestigiatore - non trovò gli stessi risultati e senza por tempo in mezzo Benveniste fu estromesso dall’Istituto e dal novero delle persone serie. Per fortuna ha però continuato a ricercare. Avrebbe forse fatto meglio a sottolineare la difficoltà dell’esperimento, come abbiamo visto che sempre accade con i risultati nuovi e difficili da inserire in uno schema teorico. Così “Nature” ha rifiutato l’articolo al prof. Elia chiedendogli di approfondire con misure di altro genere. Sono quindi state effettuate misure di conducibiltà elettrica, potenziale agli elettrodi, ecc... Tutte misure molto sensibili, e tutte indicano chiaramente che l’acqua omeopatica si comporta sempre in maniera diversa! Questi dati sperimentali fanno quindi pensare che il modello attuale dell’acqua è troppo ingenuo. Ed è probabile che il modello teorico di Giuliano Preparata ed Emilio Del Giudice possa invece spiegare le cose, perché tiene conto del campo elettromagnetico. Altri stanno osservando, poi, questi domini previsti teoricamente, e già empiricamente assunti come esistenti dai biofisici... Insomma molte cose stanno collimando nella stessa direzione. Malgrado ciò il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale e le Pseudoscienze) non vuole sentire di dati sperimentali ed è agguerritissimo anche contro l’omeopatia oltre che contro la fusione fredda.... Il presidente del CICAP Campania, che è un medico, mi ha detto: Se l’omeopatia funzionasse io straccio la mia laurea. Va bene... Dimenticavo di raccontarvi di un episodio inquisitorio che ho personalmente vissuto all’inizio della mia curiosità su queste questioni, che forse a qualche altro sarebbe bastato per sospendere la ricerca.... Mi ero appena laureato e stavo nello studio del professore con cui collaboravo, e mi ero procurato quell’articolo di cui vi ho parlato. Avevo appoggiato le fotocopie sulla scrivania. Entra un professore di fisica che insegna alla facoltà d’Ingegneria - si dice il peccato ma non il peccatore - vede quest’articolo, perché si tratta di una persona curiosa, come tutti gli scienziati. Legge “Cold Fusion” e dice esattamente “Questa è una cazzata! Chi è che si interessa di questa cosa?”. Cosa che imbarazzò un po’ il professore con cui collaboravo che dovette scusarsi: “Sai, Roberto è una persona che si interessa a tutto....”. Ma, la cosa più strana è che questa persona non toccò l’articolo per leggerne almeno l’abstract, cioè il riassunto iniziale; semplicemente emise la sua decisa sentenza in base a cose sentite dire anni addietro... Non ebbe la benché minima spinta a leggere qualcosa..... E questo è il tipo di situazione che poi conduce a ciò di cui parliamo. In realtà, non solo, in ambedue le tematiche, fusione fredda ed omeopatia, ci sono dietro anche enormi interessi economici. Così a parte il problema accademico, la superficialità o la pigrizia intellettuale, il timore di perdere potere accademico che rende difficile accettare le nuove cose, ci sono anche grossi poteri economici. Nel


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caso della fusione fredda l’abbiamo detto, nel caso dell’omeopatia, poi, vi rendete conto che se per caso ci fosse un metodo scientifico basato su buoni fondamenti teorici, e non solo sull’aspetto empirico, che possa condurre a dei farmaci fatti in pratica di acqua pura..... sarebbe rivoluzionario non solo per il campo della medicina ma anche per il regno delle case farmaceutiche!!.... Infine vi voglio solo citare un altro recentissimo (la cosa è avvenuta nel 1999) esempio di moderna inquisizione della scienza, in cui è incorso Arpad Pusztai, scienziato di un istituto medico governativo britannico che sta in Scozia, l’Istituto Rowett. Nell’ambito delle sue normali ricerche doveva studiare l’effetto di certe patate transgeniche, cioè modificate geneticamente allo scopo di renderle resistenti a particolari agenti patogeni. Fatti gli esperimenti per capire se queste patate date in cibo ai topolini avevano qualche effetto, si era accorto che deprimevano l’apparato immunitario dei topi da laboratorio. Lo ha detto pubblicamente, addirittura in televisione. Ha detto: Sto continuando gli esperimenti, ma ora come ora queste patate non le mangerei. E’ successo il finimondo! E’ stato costretto a dimettersi dall’Istituto. In seguito 20 scienziati hanno firmato un documento di protesta in sua difesa. Questo è un altro ambito abbastanza minato perché manca un paradigma ben affermato, d’altronde ci sono anche fortissimi interessi economici, e questi due ingredienti conducono all’inquisizione. E’ vero, infatti, che secondo il paradigma corrente non ci si aspetta che i cibi modificati geneticamente possano far male. Questa è la verità. Questo fatto, tende a far sì che se uno dice tranquillamente ed allegramente: I cibi transgenici non fanno male, non viene radiato dall’Istituto. Mentre se uno fa una serie di esperimenti seri, arriva a dei ben precisi dati sperimentali e dice: Secondo i dati, bisogna approfondire, ma sembrano esserci effetti negativi, per cui non le mangerei, viene radiato dall’Istituto. Questa è il tipo di situazione. Sia ben chiaro che in biologia il paradigma corrente non rende conto di tutto! Basti dire che se fate questa domanda apparentemente infantile a qualsiasi biologo non vi saprà rispondere (allo stato attuale delle conoscenze): Perché il DNA del bruco è uguale a quello della farfalla, eppure questi due organismi sono così diversi? Non vi saprà rispondere nessuno, in base al paradigma ortodosso della biologia molecolare. Ciò dovrebbe indurre come minimo alla prudenza, e comunque non certo a radiare dei ricercatori perché trovano risultati non piacevoli all’accademia o al potere economico. -----


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Roberto Germano è nato a Portici (Napoli) nel 1969. Si e’ laureato in Fisica della Materia nel 1995. Ha successivamente lavorato presso l’Istituto Nazionale per la Fisica della Materia, e il Dipartimento di Scienze Fisiche dell’Università “Federico II” di Napoli, come collaboratore del Progetto Europeo BRITEEURAM III: MADAVIC (Magnetoelastic Actuators for Damage Analysis and Vibration Control), nell’ambito del Gruppo di Magnetismo nella Materia. Socio fondatore dell’Associazione Culturale Multidisciplinare ALTANUR - Le connessioni inattese (www.promete.it/altanur), e della PROMETE S.r.l., società di consulenza per l’innovazione ed il trasferimento tecnologico - Spin-off INFM (www.promete.it). Autore di diverse pubblicazioni specialistiche, si e’ occupato anche del caso “fusione fredda”, al quale ha dedicato il saggio Fusione Fredda Moderna storia d’inquisizione e d’alchimia, di prossima pubblicazione presso le edizioni Bibliopolis, Napoli. Episteme ha il piacere di presentare ai suoi lettori in prima assoluta lo schema di quest’opera, assieme alla Prefazione appositamente concepita dal Prof. Giuliano Preparata, in commosso ricordo del grande fisico prematuramente scomparso proprio quest’anno. INDICE Prefazione (Giuliano Preparata). Premessa. La teoria e l’esperimento. • Il Sole che sorge o la Terra che gira? • Il Teatro, la Teoria, la Mela e la Luna. • Il misterioso fenomeno del trenino scomparso. • No, non è Francesca. • La foca monaca e il cappuccino. • Eccezioni che confermano la regola. • La parola a Feynman. • Bibliografia. Introduzione. • L’antefatto. • Il fatto. • Bibliografia. Cap. I Nascita e infanzia della Fusione Fredda. • Marzo 1989: il Sole sul tavolo? • Un nuovo tipo di fusione fredda: la “fusione asciutta” all’italiana. • Acqua sul fuoco di Prometeo. • L’Inquisizione. • Invidia fra colleghi e l’enigma dei neutroni mancanti. • Assoluta impossibilità della fusione fredda.


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• Dopo la condanna. • Bibliografia. Cap. II Uno “zoo” di esperimenti. • Metodo elettrolitico convenzionale in acqua pesante. a) Calibrazione errata b) Errati calcoli relativi all’energia che le celle elettrolitiche aperte perdono in forma di gas D2 e O2 c) Errori nel tener conto delle varie reazioni chimiche che avvengono nella cella elettrolitica. d) Rilascio di energia accumulata e) Errato calcolo dei processi di trasformazione di energia relativi alla corrente elettrica applicata  Ricetta per la fusione fredda in acqua pesante. • Metodo elettrolitico in acqua normale (H2O). • Elettrolisi in KCl-LiD fusi. • Passaggio di corrente attraverso Sr(CeYNb)O3 + D2. • Reazione diretta con Deuterio gassoso. • Scarica elettrica da elettrodi di Palladio in Idrogeno gassoso. • Scarica elettrica da elettrodi di Palladio in Deuterio gassoso. • Reazione di Idrogeno gassoso con Nichel in condizioni speciali. • Amplificazione delle reazioni tra Deuterio e vari metalli utilizzando un campo acustico. • Amplificazione delle reazioni in acqua normale sfruttando la formazione di microbolle (20 - 100 °C). • Reazione tra finissima polvere di Palladio con Deuterio gassoso pressurizzato. • Bibliografia. Cap. III Molti corpi del reato e possibili moventi. Parte I : Molti corpi del reato • Produzione “anomala” d’energia. • ”Scorie” nucleari. Parte II: Possibili moventi • Frattofusione. • Fusione catalizzata da muoni. • Fusione Fredda nella materia condensata. • Modello di superficie. • Superradianza (Elettrodinamica Quantistica Coerente). • Bibliografia. Cap. IV Trasmutazioni nucleari a debole energia. Alchimia del 2000? • La gallina nucleare. • La cella nucleare.


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• 1996: la 2a Conferenza Internazionale sulle Reazioni Nucleari a Debole Energia (ILENR2). • Trasmutazioni a 50 Hz con la rete elettrica italiana. a • 1998: la 7 Conferenza Internazionale sulla Fusione Fredda (ICCF-7). • Bibliografia. Cap. V CETI Inc. (USA): la Fusione Fredda commerciale. • James Patterson. • La Cella di Patterson. • I prodotti e brevetti CETI. • CETI in TV. • Bibliografia. Cap. VI La Q.E.D. Coerente: l’Italia all’avanguardia teorica. • Giuliano Preparata. • Miracolo a Milano. • Come si regge il pavimento di casa? • Il pavimento oscillante e il campo elettromagnetico. • L’addio alla Libertà Asintotica. • La Fusione Fredda è Coerente! • Laboratorio nazionale sulla Fusione Fredda! • Bibliografia. Cap. VII Futuri possibili. • Il vetro o l’oro? • ”Fusione raffreddata” o timore del ridicolo? • Fusione fredda “bollente”. • Futuri possibili. • Storiella Zen. • Bibliografia. Appendice A: L’elettrolisi. Appendice B: La Fusione Calda. • Il re è nudo! Energia prodotta: zero. • Reazioni di fusione nucleare. • Energia di fusione. • Tecniche di riscaldamento del plasma. • Tipico reattore. • Le dimensioni di un reattore a fusione calda. • Si “accenderà” mai la fusione calda? • Bibliografia. Appendice C: Brevetti. • Un certo numero di brevetti legati alla Fusione Fredda. Bibliografia ulteriore.


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Prefazione Sono passati esattamente dieci anni da quella giornata di primavera (il 23 marzo 1989) in cui due elettrochimici, allora all’Università dello Utah, M. Fleischmann e S. Pons annunciarono all’umanità che l’alba di un nuovo mondo si era appena dischiusa. Come Roberto Germano racconta con passione, precisione e ricchezza di particolari in questo bel libro, il formidabile apparato scientifico-tecnologico dei nostri tempi doveva dare a questo annuncio pieno di speranza una ben triste risposta: lo scherno, la derisione, l’emarginazione di chiunque abbia cercato di seguire i due scienziati nello sviluppo di un programma di ricerca totalmente nuovo, che mette in discussione una buona parte delle certezze e dei punti fermi della organizzazione scientifica planetaria. Chi abbia una qualche conoscenza della storia della Scienza si affretterà certamente ad obiettare che tutto ciò è assolutamente naturale: di che meravigliarsi? Non è forse stato così per Copernico, Bruno e Galilei alla nascita della scienza moderna? Certamente, ma gli scienziati (una moltitudine impressionante) e le istituzioni scientifiche che hanno reso e rendono la vita impossibile allo sparuto drappello di coloro che hanno preso sul serio il messaggio di Fleischmann e Pons, sono gli stessi che ci ricordano ad ogni pie’ sospinto il grande debito che l’umanità ha nei confronti di quei coraggiosi e di chi, sfidando inquisizione, comunità accademica e varie istituzioni politicoeconomiche del tempo, li volle seguire. E questo la dice lunga, come ci ricorda Germano, sulla grande somiglianza che esiste tra la “comunità” scientifica odierna e quella degli Aristotelici che tanto filo da torcere dettero agli innovatori, figli del nostro Rinascimento. Tuttavia, la comparsa di libri come questo e di una serie di iniziative che vedono, come viene qui ricordato, il nostro Paese finalmente coinvolto a livello delle sue principali istituzioni scientifiche nel campo dell’energia (l’ENEA e l’INFN) in un rinnovato interesse per le problematiche della fusione fredda, è forse il segnale che nel nuovo millennio, il cui inizio è alle porte, le cose saranno diverse, e che la scienza nuova, annunciata dai fenomeni sorprendenti della Fusione Fredda, aprirà alla nostra comprensione domini di realtà fin qui inesplorati e ci fornirà gli strumenti, non solo energetici, per rendere migliore l’esistenza di tutti gli esseri viventi di questa nostra Terra. Come ha sottolineato con acutezza l’autore, è forse quest’ultimo l’aspetto della vicenda, potremmo ben dire della “saga”, della Fusione Fredda che più ci apre alla speranza. E come i lettori percepiranno dalla lettura del Cap. VI, è proprio questo l’aspetto che da quel giorno del marzo del 1989 ormai lontano mi ha convinto ad imbarcarmi in un’avventura intellettuale ed umana che, sapevo, mi avrebbe procurato non poche amarezze e delusioni, allontanandomi e alienandomi da quel mondo, quello accademico voglio dire, che fin dagli anni verdi avevo considerato come il mio, e che mi aveva riservato non poche soddisfazioni e riconoscimenti. Ma ciò è stata pur sempre ben poca cosa di fronte alle gioie che il dipanarsi di


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questa nuova realtà, che insieme a pochi amici e colleghi contemplavo per la prima volta, mi arrecava e continua ad arrecarmi. Infatti sono proprio quegli straordinari eventi che, ad esempio, avvengono in una matrice metallica di Palladio, percorsa dall’isotopo dell’idrogeno, il deuterio, che fanno gridare allo scandalo la maggioranza degli uomini di scienza, che ci stanno convincendo che i meccanismi dinamici che governano la materia condensata, animata ed inanimata, sono ben più sottili e potenti di quelli che sono stati fin qui ipotizzati e studiati. Non solo, ma una serie di deduzioni, basate sull’elettrodinamica quantistica, che mi avevano convinto ben prima del 1989 che le idee correnti sulla materia erano gravemente carenti, trovano nella scoperta di Fleischmann e Pons una drammatica indicazione della loro sostanziale correttezza e rilevanza. Ai miei occhi, la Fusione Fredda è venuta così ad apparire come la punta di un iceberg che non solo avrebbe fatto affondare la nave degli scienziati sciocchi di fine secolo, ma avrebbe fatto emergere una nuova realtà ben più ricca e sottile di quell’immane meccano di palline atomico-molecolari la cui inadeguatezza e povertà concettuale, ahimè, domina oggi fisica, chimica e biologia. E’ quindi per me grande il merito di Germano di aver saputo cogliere appieno questo aspetto della “moderna storia d’inquisizione e d’alchimia”, che ha qui raccontato con tanta sagacia e documentazione. Giuliano Preparata, Milano, Marzo 1999

Schema di un esperimento ENEA di fusione fredda (da La fusione fredda, Quaderni di Filosofia Naturale, Andromeda, Bologna, 1991)


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DELLA NATURA “AMBIGUA” DELLA LUCE Sutra di storia del pensiero scientifico (Umberto Bartocci) 1 - Si può fissare l’origine della scienza moderna, e la fine di quel periodo che chiamiamo Medioevo, nel progetto di Enrico il Navigatore (collegato ai resti dell’Ordine Templare, dopo la persecuzione che lo estinse quasi completamente all’inizio del XIV secolo), di chiamare intorno a sé a Sagres (1416) i massimi esperti del tempo di matematica, geografia, astronomia, etc., per la maggior parte arabi o ebrei. Lo scopo è quello di utilizzare le conoscenze scientifiche dell’antichità per l’esplorazione del globo, e la conquista di nuove terre. Si sa bene quali furono le conseguenze dell’iniziativa del principe Enrico, meno bene si comprende che essa fu anche la causa scatenante della cosiddetta rivoluzione astronomica (Copernico, De Revolutionibus Orbium Coelestium, 1543). 2 - La scienza moderna nasce quindi applicativa, e non teorica, esattamente nella successione inversa che comunemente si crede (cfr. Martin Heidegger, “La questione della tecnica”, 1953), anche se gli esiti delle sue prime “applicazioni” divennero presto eminentemente speculativi, e in grave rotta di collisione con la concezione generale del mondo allora dominante nell’Europa cristiana. É solo relativamente tardi che il pensiero scientifico comincia ad elaborare teorie sistematiche di tipo moderno (ovvero, “non-sacro”), e dopo gli eventi che vedono protagonisti Galileo e Keplero all’inizio del XVII secolo, il primo tentativo degno di nota in questo senso è quello di Cartesio. Egli riprende l’opinione secondo la quale lo spazio vuoto è una “assurdità fisica” - che fu già professata in tempi antichi prima da Anassagora e poi da Aristotele - nel suo grande trattato di fisica teorica Principia Philosophiae (1644). Lo spazio di Cartesio (res extensa) è tutto pieno di una materia sottile onnipervadente (etere), il cui movimento rotatorio intorno al Sole è per esempio la causa dei moti dei pianeti (teoria dei vortici). Questa concezione suggerisce a Christiaan Huyghens (Tractatus de Lumine, 1690) quella che oggi chiamiamo la teoria ondulatoria della luce, laddove scrive: “Non c’è dubbio che la luce arrivi da un corpo luminoso a noi come moto impresso alla materia interposta”. Del resto, la concezione fluido-dinamica dell’universo, ovvero la teoria dello “spazio pieno”, mal si concilia evidentemente, a livello di “analogia” (essenziale nel pensiero cartesiano per ogni tentativo di “spiegazione”), con una descrizione corpuscolare della luce. 3 - La teoria cartesiana suscita subito grandi entusiasmi, ma anche grandi ostilità. É indubbio comunque che il suo “dualismo” tra materia e “spirito” (res cogitans) è il primo - ed ultimo?! - ampio tentativo di sintesi tra il nuovo e l’antico. Alla


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fine del 600 compare sulla scena il gigante Isaac Newton, la cui opera è tutta anticartesiana (è ovvio sin dal titolo dei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, 1687, il rimando “critico” all’opera di Cartesio: l’aggiunta dei due aggettivi Naturalis e Mathematica allude a due specificazioni entrambe di grande significato filosofico), e lo spazio diventa all’improvviso completamente vuoto, sede di non meglio identificate “forze”. Nella concezione cartesiana, invece, una forza è soltanto una vis a tergo, e l’attore è lo spazio fisico stesso. Questa (prima) scomparsa dell’etere dona naturalmente vigore alla teoria corpuscolare della luce. In verità Newton, come pensatore di passaggio, è ancora intriso di dubbi, e di ripensamenti, ma i “newtoniani” sono più decisi del maestro, come capita sovente (ne vedremo un altro esempio più avanti, in relazione ad Albert Einstein, e alla “seconda” scomparsa dell’etere): “Non ci sarà assolutamente luogo per i movimenti delle comete, se quella materia immaginaria non viene completamente rimossa dai cieli” (Roger Cotes, Prefazione alla seconda edizione dei Principia, 1713). 4 - Nonostante isolati illustri tentativi (Leibniz per esempio cerca di precisare matematicamente quella che si può definire la teoria cartesiana della gravitazione, a partire dal suo Tentamen de motuum coelestium causis, 1689), la stella di Cartesio si eclissa di fronte all’affermazione della matematica newtoniana. Che al definitivo successo dei partigiani dell’inglese contribuiscano anche (soprattutto?!) motivi ideologici (cfr. Margaret C. Jacob, The Newtonians and the English Revolution 1689-1720, Gordon & Breach, N.Y., 1976), appare chiaro dalla descrizione che dà Voltaire (il quale non può dirsi proprio noto per i suoi talenti fisico-matematici) dei due punti di vista in contrapposizione (Lettere inglesi, 1734): “Un francese che arriva a Londra trova le cose veramente cambiate ... Ha lasciato il mondo pieno; lo trova vuoto. A Parigi, l’universo lo si vede composto di vortici di materia sottile; a Londra non si vede niente di tutto ciò ... La generale opinione sui due filosofi in Inghilterra è che il primo era un sognatore, l’altro un saggio. Sono molto poche le persone che leggono Descartes, le cui opere in realtà sono divenute inutili ... Non nego che tutte le opere di Descartes brulichino di errori ... la sua filosofia divenne solo un romanzo ingegnoso, e tutt’al più verosimile per gli ignoranti ... Non credo che si osi, in verità, minimamente paragonare la sua filosofia a quella di Newton: la prima è un tentativo, la seconda è un capolavoro”. Vedremo purtroppo che, nonostante un breve momento nel XIX secolo, i giudizi espressi da Voltaire sono rimasti sostanzialmente immutati! Eppure, “La cosmogonia di Cartesio, prima di essere ripudiata, ebbe un momento di vero trionfo. E fu questo l’istante in cui l’uomo, per pura intuizione andò più vicino alla realtà dell’architettura dell’Universo!” (Marco Todeschini, Teoria delle Apparenze, Bergamo, 1949, p. 29). 5 - Il XVIII secolo vede ovunque il trionfo dell’Illuminismo: la luce della ragione libera finalmente l’uomo dall’oscurità delle religioni e delle superstizioni;


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l’antichità, secondo il “modernista” Francis Bacon (1561-1626), è soltanto l’infanzia dell’umanità. La matematica viene ritenuta unico criterio di verità per ogni forma di investigazione nel campo della conoscenza, tra le quali viene così privilegiata quella “scientifica”. Si avvera così il detto di un altro protoilluminista, Nicola Cusano (1401-1464): “Nihil certi habemus in nostra scientia nisi nostram mathematicam”. Regina della fisica diventa la teoria newtoniana dei moti, vale a dire la meccanica, di cui quella cosiddetta “celeste” costituisce l’indiscussa gemma. Anche in questo caso, sparute autorevoli eccezioni (Leonhard Euler, “Mémoire dans lequel [sic] on examine Si les Planetes se meuvent dans un milieu dont la résistance produise quelque effet sensible sur leur mouvement?”, 1762 - cfr. anche “De Causa Gravitatis”, in questo stesso numero di Episteme) non modificano il quadro generale. Per quanto riguarda la luce, “la fiducia nei metodi newtoniani, portata all’esagerazione, aveva reso quasi tutti credenti nell’ipotesi dei corpuscoli luminosi emessi quali proiettili e regolati dalle leggi meccaniche” (Giovanni Giorgi, L’etere e la luce, Ed. Cremonese, Roma, 1938, p. 23). Quando il newtoniano James Bradley scopre il fenomeno dell’aberrazione astronomica (1728; il moto annuale del nostro pianeta intorno al Sole si riflette in un analogo moto apparente annuale di ogni corpo celeste visto dalla Terra), è proprio rifacendosi alla teoria corpuscolare della luce che egli spiega quanto da lui osservato. 6 - La situazione cambia alquanto agli inizi dell’800, con il progredire degli studi fisici in altri campi, quali l’ottica e l’elettromagnetismo, come diciamo oggi (in realtà, la comprensione dei rapporti tra elettricità e magnetismo fu una graduale e grande conquista delle ricerche di questo periodo). Thomas Young (1801) e Augustin J. Fresnel (1815) illustrano il fenomeno dell’interferenza luminosa, il quale riporta in auge la teoria ondulatoria della luce e il fantomatico etere (o etere luminifero - la “nuova” concezione della luce si rivela capace anche di spiegare il fenomeno dell’aberrazione astronomica: T. Young, 1804). La realtà fisica dell’esistenza di questo “mezzo” elusivo riceve nuove conferme anche dalle ricerche di Michael Faraday, che “vede” i vortici d’etere (etere elettromagnetico) attraverso la disposizione della limatura di ferro intorno ai poli di un magnete (linee di forza del “campo”). Tutto questo movimento d’opinione vede il suo culmine nell’opera di James Clerk Maxwell, il quale teorizza la luce come fenomeno elettromagnetico, unificando quindi così “diversi” tipi di etere: “Riempire tutto lo spazio con un nuovo mezzo ogni volta che si debba spiegare un nuovo fenomeno non è certo cosa degna di una seria filosofia, ma se lo studio di due diverse branche della scienza ha suggerito in modo indipendente l’idea di un mezzo, e se le proprietà che si devono attribuire al mezzo per spiegare i fenomeni elettromagnetici sono identiche a quelle che si attribuiscono al mezzo per spiegare i fenomeni luminosi, si rafforzerà notevolmente il complesso di prove a favore dell’esistenza fisica del mezzo”. Maxwell sostiene infine, in conclusione del suo celebre Treatise on Electricity and Magnetism, 1873, che: “All these theories lead


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to the conception of a medium in which the propagation takes place, and if we admit this medium as an hypothesis, I think it ought to occupy a prominent place in our investigations”. Lo stesso concetto si ritrova nel suo “Etere e campo”, 1890: “Per quante difficoltà possiamo incontrare nella formulazione di una valida teoria della struttura dell’etere, non vi può essere dubbio che gli spazi interplanetari e interstellari non sono vuoti, ma sono occupati da una sostanza o corpo materiale, che è certamente il corpo più esteso e probabilmente il più uniforme che si conosca”. 7 - Alla fine del XIX secolo troviamo dunque la fisica in una situazione assai curiosa, e imbarazzante. Da un canto lo spazio è tutto vuoto per la meccanica, pilastro basilare della fisica (e “mito fondatore”, con le ben note vicende relative all’opposizione della Chiesa alla teoria copernicana, dell’immagine di questa scienza presso il pubblico), ed è invece tutto pieno per i teorici dell’ottica e dell’elettromagnetismo, che vedono nelle proprietà fisiche dell’etere la migliore spiegazione possibile per i fenomeni di loro competenza. Una situazione altamente contraddittoria quindi, anche se relativa a due campi di indagine differenti, per una fisica ancora incapace di escogitare gli artifici dialettici postrelativistici e post-darwinisti, quando a un intelletto ormai ridotto a quello di un “povero mammifero primate” (la “rivoluzione evoluzionista” data dal 1859), manifestamente insufficiente per intuire i profondi misteri della struttura dell’universo, poté parlarsi del dualismo onda-corpuscolo; vale a dire, elaborare una teoria secondo la quale la luce si manifesta per noi talvolta come un’onda, tal’altra come una particella, ma che in realtà non è nessuna delle due (principio di complementarità di Niels Bohr: “Esiste un’esclusione mutua tra particella ed onda, le quali devono essere considerate descrizioni complementari dei sistemi atomici” - Franco Selleri, La causalità impossibile - L’interpretazione realistica della fisica dei quanti, Ed. Jaca Book, Milano, 1987, p. 84). Siamo soltanto noi esseri umani ad essere incapaci di concepire cosa essa realmente sia (se questa asserzione ha qualche senso), per la limitatezza dei nostri concetti mentali basati su una assolutamente scarsa esperienza. Riuscire a prevedere di tanto in tanto con le nostre formule matematiche gli effetti quantitativi di certi fenomeni ci deve bastare, come ammonisce l’illustre fisico Richard P. Feynman, premio Nobel per questa disciplina nel 1965: “What I am going to tell you about is what we teach our physics students ... and you think I’m going to explain it to you so you can understand it? No, you are not going to be able to understand it. ... It is my task to convince you not to turn away because you don’t understand it. You see, my physics students don’t understand it either. That is because I don’t understand it. Nobody does. ... It’s a problem that physicists have learned to deal with: They’ve larned to realized that whether they like a theory or they don’t like a theory is not the essential question. Rather, it is whether or not the theory gives predictions that agree with experiment. ... The theory of quantum Electrodynamics describes Nature as absurd from the point of view of common sense. And it agrees full with


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experiment. So I hope you can accept Nature as She is - absurd” (QED - The strange theory of light and matter , Princeton University Press, 1985, pp. 9-10). 8 - Ma procediamo con ordine. Le cose stavano al punto in cui le abbiamo lasciate alla fine dell’800, quando arriva il “newtoniano” Albert Einstein, il quale sostiene con la sua teoria della relatività (1905) che l’etere non esiste, o meglio che non ce n’è alcun bisogno, che si tratta di un ente la cui introduzione è “superflua” (ma, come accadde nel caso di Newton, la mera inesistenza dell’etere è la lezione che tutti hanno successivamente tratto dai suoi insegnamenti; a proposito invece dei reali rapporti conflittuali di Einstein con tale concetto, cfr. Ludwik Kostro, Einstein and the Ether, di prossima pubblicazione - e presentazione su Episteme). É da notare che il tentativo einsteiniano (per certi versi riuscito) di salvare capra e cavoli si inserisce proprio in un momento in cui così si esprimevano gli eteristi: “L’unica nube nel cielo limpido della teoria dell’etere è il risultato dell’esperimento di Michelson-Morley”, Lord Kelvin, 1900; “La probabilità dell’ipotesi dell’etere sfiora la certezza”, J. Chwolson, 1902. Einstein, con abilità retorica senz’altro apprezzabile, riuscì a convincere tutti, o quasi, utilizzando per i meccanici il sacrosanto principio di relatività (i moti uniformi non hanno effetti fisici - uno dei principi fondatori della meccanica newtoniana, perfettamente compatibile con l’ipotesi dello spazio vuoto), per gli “eteristi” l’altrettanto sacrosanto principio dell’invarianza della velocità di propagazione di una perturbazione dalla velocità della sorgente perturbatrice (relativamente al mezzo in cui la perturbazione si propaga). Ecco spiegata la ragione del fenomeno per cui TUTTI trovano accettabile e intuitivo almeno un principio della relatività, ma di solito non l’altro! In effetti, le due “concezioni” da cui detti principi provengono sono tra loro assolutamente antitetiche, e l’opzione di Einstein, attraverso possibili tentativi di riconduzione del secondo principio al primo, è tutta a favore dell’ipotesi dello spazio vuoto, omogeneo e isotropo, comune ai padri fondatori della meccanica, ma non a quelli dell’elettromagnetismo. É indubbio che la riconciliazione tra i due punti di vista avviene soltanto sul piano formale, puramente logico-matematico (felici per questo ruolo fondante della matematica sono soprattutto i cultori di questa disciplina, che non aspettavano altro che vedere anche le loro generalizzazioni astratte indispensabili per la costruzione di qualsiasi modello fisico), e costa, privilegiando un modo irrimediabilmente contro-intuitivo di fare fisica, la rinuncia definitiva alla categorie ordinarie di spazio e di tempo, oltre che un primo scrollone al principio di causalità (disfatta della RAZIONALITÀ ORDINARIA). Il fisico Fabio Cardone (vedi prossimo numero di Episteme) contrappone un proprio “Ordo et connectio idearum idem NON est ac ordo et connectio rerum” allo spinoziano “Ordo et connectio idearum idem est ac ordo et connectio rerum”, che lo scrivente invece cerca di rinverdire nell’ambiente dei fisici (e dei matematici) da oltre 20 anni, anche se, deve ammettere, con scarso successo.


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9 - Con l’affermazione della relatività riprende nuovo vigore la teoria corpuscolare della luce, e il concetto di fotone (quanto di luce), che Einstein utilizza con successo per spiegare l’effetto fotoelettrico. Questa, e non l’ancora da alcuni aborrita teoria della relatività, sarà la motivazione per il suo Nobel del 1921-1922, due date per una storia nella storia alquanto interessante. Dell’effetto in questione Einstein stesso dice: “Questo risultato sperimentale non poteva prevedersi in base alla teoria ondulatoria. Ancora una volta una nuova teoria sorge dal conflitto tra teoria in voga ed esperimento” (L’evoluzione della fisica, 1938, con Leopold Infeld; ed. it. Boringhieri, 1965, p. 269). Si può sottolineare come tale pubblica sottomissione di Einstein all’esperimento appaia piuttosto frutto di un atteggiamento politically correct, poiché si sa infatti assai bene come quegli privilegiasse piuttosto la sistematicità e la coerenza delle teorie, sostanzialmente condividendo quanto brillantemente osservato dal fisico dissenziente Tom Phipps: “Ergo, as usual, experimental evidence is ambiguous or indecisive”. Quasi tutti oggi ritengono che le cose stiano nei termini detti da Einstein, ma non per esempio un altro fisico “eretico”, Theo Theocharis, il quale scrive sull’American Journal of Physics (54, 11, 1986, p. 969), che: “It is not well known, but it is well established that the alleged particle behavior of light, photoelectric and Compton effects, is explainable purely in terms of waves” (vengono citati i lavori di R.H. Stuewer, 1970, e J.N. Dodd, 1983). 10 - Le vicende della fisica contemporanea non si fermano qui, perché nasce ormai con la teoria della relatività una fisica che dovrà rinunciare d’ora in poi e per sempre a ogni tentativo di spiegazione per analogie, e quindi a una fisica qualitativa che si accompagni a una fisica quantitativa. Infatti, con il crescente progresso delle indagini sul mondo microfisico (particelle), si continuano ad incontrare fenomeni di tipo ondulatorio ASSIEME a fenomeni di tipo corpuscolare, e per gli STESSI enti. Come la luce, che più spesso ci appare nel suo aspetto di “onda”, a volte si comporta come costituita da tante “particelle”, così un elettrone, per esempio, a volte si comporta nettamente come una particella, a volte sembra invece possedere strane proprietà di interferenza, che ne rivelerebbero una natura ANCHE ondulatoria. Vediamo come il già citato Feynman descrive questo fenomeno all’inizio delle sue celebrate lezioni di Meccanica Quantistica, 1965: “We choose to examine a phenomen which is impossible, absolutely impossible, to explain in any classical way, and which has in it the heart of quantum mechanics. In reality, it contains the only mystery”. 11 - In effetti, tolto di mezzo l’etere, viene meno anche ogni possibilità di cercare di spiegare certa bizzarra fenomenologia delle particelle “quantistiche” attraverso l’interazione di queste con il “mezzo” (la quale si avverte meno per i corpi “più grandi” della meccanica classica, ma che comunque ci deve essere sempre). Così si esprimono ancora ai nostri giorni altri due fisici, Bernard H. Lavenda ed Enrico Santamato, che cercano di dare della meccanica quantistica un’interpretazione che


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non impropriamente si potrebbe definire “razionale” nel senso che qui stiamo illustrando: “Quantum indeterminism is explainable in terms of the random interactions between quantum particles and the underlying medium in which they supposedly move”; “It might perhaps be possible to develop a completely classical formulation of quantum mechanics based upon the irregular motion of a single Brownian particle immersed in a suspension of lighter particles” (Foundations of Physics, 11, 9/10, 1981; International Journal of Theoretical Physics, 23, 7, 1984). Dopo il successo della relatività, però, questa strada viene detta non più percorribile, e si propongono invece delle “irrazionalità”, quali i già enunciati dualismo onda-corpuscolo e principio di complementarità, per non dire del principio di indeterminazione di Werner Heisenberg (non si possono stabilire con assoluta certezza e allo stesso tempo posizione e velocità di una particella, per cui ogni descrizione della fenomenologia quantistica non può essere che di natura statistica e probabilistica). Tutte asserzioni relative a una fenomenologia che si afferma essere inspiegabile razionalmente, di cui invece una semplice analogia su base eterista riuscirebbe a dare decente ragione, almeno da un punto di vista qualitativo. Bisognerebbe aggiungere, per la verità, che Einstein a questo punto si sveglia, e protesta: non gli piace la visione del mondo acausale e indeterministica che è venuta fuori dalla sua stessa fisica. “Dio non gioca a dadi”, proclama, tentando di costruire alternative, ma ormai è troppo tardi, e muore sostanzialmente ignorato da tutti coloro che contano nel Gotha della fisica. 12 - Oggi siamo di fronte a una situazione che il fisico teorico Franco Selleri chiama, con definizione molto pertinente: “epistemologia della rassegnazione”. Nessuno ha la minima idea di come possano essere convenientemente interpretati quasi tutti i fenomeni naturali (luce, gravitazione, elettricità, magnetismo, ... ricevo da un altro fisico eretico, George Galeczki, l’informazione che: “Einstein himself told Pauli, decades after 1905, that he till had no idea how light is propagating, although light plays a central role in STR. This was characteristic of him”). Esistono soltanto dei modelli matematici più o meno complicati, di cui si riconosce il maggiore o minore valore a seconda del grado di predittività quantitativa, e di applicabilità tecnologica. Senza peraltro analizzare a cosa sia dovuto il fenomeno che lamenta, il fisico Carlo Bernardini ammette che la fisica si sia per lo più trasformata nella sola capacità di saper fare uso di una sorta di prontuario “per tecnici praticoni, per ingegneri, che hanno bisogno di regole piuttosto che di idee” (L’Espresso, 1984). Si rinvia al libro contro-corrente di Selleri già citato per particolareggiate informazioni storiche sul periodo che vede l’affermazione dell’interpretazione attuale della meccanica quantistica (la cosiddetta interpretazione di Copenhagen), specialmente a proposito della vicenda intellettuale di Erwin Schrödinger, di cui fu accettata la famosa equazione, ma non la relativa interpretazione strettamente ondulatoria e causale (è ben nota la “delusione” di questo scienziato nei confronti di “un’interpretazione di tipo trascendentale, quasi psichica, del fenomeno ondulatorio ... ben presto salutata


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dalla maggioranza dei teorici più importanti come la sola conciliabile con gli esperimenti, e che ora è diventata il credo ortodosso, accettata da quasi tutti, con alcune notevoli eccezioni”; loc. cit., p. 33). 13 - Una nota di ottimismo, all’autore di solito estranea. La situazione sta forse lentamente cambiando, tanto che un altro fisico eretico di oggi, Dennis McCarthy, è costretto a dire più o meno quello che diceva Maxwell cento anni fa: “Some people think it’s silly to argue that it’s just a big conspiracy of coincidences that electromagnetism should exhibit so many properties that are unique to media including interference, Doppler, Lorentzian retardations, Sagnac effect, aberration, refraction, diffraction, amplitude, frequency, etc. If you don’t believe electromagnetism is a media process, then it must seem as if this allegedly intangible force of the universe was deliberately endowed with a plethora of media characteristics just to fool people like Maxwell, Huygens, Lorentz, Young, Fizeau, and Sagnac... ”. 14 - I fisici contemporanei, relativistici e quantistici (potremmo dire con una sola parola: “modernisti”) continuano naturalmente ad andare avanti per la loro strada, sostenendo senza apparente imbarazzo opinioni del tipo: “Special relativity: Beyond a Shadow of a Doubt” (Clifford Will, Was Einstein right?, Oxford University Press, 1988), o: “La possibilità che un dubbio sulla teoria della relatività possa essere accolto è la stessa che avrebbe un dubbio sul sistema copernicano” (Tullio Regge, Cronache dell’Universo, Ed. Boringhieri, Torino, 1981), e a portare avanti, a favore delle loro pure speculazioni (tra le quali la celebre teoria cosmologica del Big-Bang), esperimenti tanto reclamizzati come quello di J.C. Hafele e R. Keating, relativo al cambiamento del ritmo di orologi in volo su un aereo. Così facendo, mostrano di ignorare quanto risulta da un rapporto interno della Marina degli Stati Uniti (USNO, Hafele, 1971), finalmente disponibile al pubblico, riportante un parere dello stesso Hafele: “Most people (including myself) would be reluctant to agree that the time gained by any one of these clocks is indicative of anything ... The difference between theory and measurement is disturbing” (informazione da un altro fisico eretico: Al G. Kelly, “A New Theory on the Behavior of Light”, The Institution of Engineers of Ireland, Monograph N. 2, 1996, p. 8). 15 - Chiudiamo ricordando le recenti parole del direttore della rivista Time, Walter Isaacson (31.12.1999, numero speciale dedicato al personaggio del secolo, Albert Einstein): “L’impatto della teoria di Einstein ha travalicato l’ambito della scienza … Indirettamente, la teoria della relatività ha aperto la strada a un nuovo relativismo nella morale, nell’arte, nella politica. Con lei si è incrinata totalmente la fede nei concetti assoluti, non solo a proposito dello spazio e del tempo, ma anche della verità e della morale … Così come il darwinismo è diventato, un secolo fa, non soltanto una teoria biologica ma anche una teoria sociale, allo


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stesso modo la relatività ha dato forma alla teologia sociale del XX secolo”. A queste aggiungiamo quelle di un noto collaboratore di Einstein a Princeton, e suo esecutore testamentario, Gerald Holton, attualmente professore ad Harvard: “La sua visione unitaria della fisica si sposava con il suo profondo istinto democratico. Le leggi della fisica dovevano rimanere identiche, per qualunque osservatore, ovunque nel cosmo. Questa è stata la sua intuizione fondamentale in fisica. E le leggi morali dovevano vincolare allo stesso modo qualsiasi essere umano, ovunque nel mondo. Il legame profondo tra questi due assunti era chiarissimo per lui”. Tutto ciò può far comprendere quanto sia difficile scardinare oggi l’intrico ideologico-politico-scientifico che si è venuto determinando nel corso degli ultimi decenni: altro che Galileo, con quei quattro gatti di poveri preti suoi contraddittori, che cercavano di difendere un mondo in via di estinzione, ma non erano abbastanza in gamba per poterci riuscire... Bibliografia essenziale: E.T. Whittaker, A History of the Theories of Aether and Electricity, Dublino, 1910; Vasco Ronchi, Storia della Luce, Ed. Laterza, 1953; Umberto Bartocci, http://www.dipmat.unipg.it/~bartocci (in questo sito si possono trovare maggiori informazioni, anche bibliografiche, sugli argomenti trattati nell’articolo). ----Umberto Bartocci è nato a Roma (1944), dove ha conseguito la laurea in Matematica, ed è divenuto assistente del Prof. Beniamino Segre, cattedra di Istituzioni di Geometria Superiore. Borsista CNR a Cambridge (UK), è attualmente professore ordinario di Geometria presso l’Università di Perugia, dove insegna anche Storia delle Matematiche. Si occupa di storia del pensiero scientifico e dei fondamenti della fisica e della matematica. Ha promosso quattro congressi dedicati al mondo dell’eresia scientifica: 1989, Perugia; 1991, Ischia; 1996, Perugia; 1999, Bologna. Opere più significative: America: una rotta templare - Un’ipotesi sul ruolo delle società segrete nelle origini della scienza moderna, dalla scoperta dell’America alla Rivoluzione copernicana, Della Lisca, Milano, 1995; Albert Einstein e Olinto De Pretto: la vera storia della formula più famosa del mondo, Andromeda, Bologna, 1999; La scomparsa di Ettore Majorana: un affare di stato?, Andromeda, Bologna, 1999.


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Frontespizio dei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica, edizione del 1723


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RELATIVISTIC DEFLECTION OF LIGHT NEAR THE SUN USING RADIO SIGNALS AND VISIBLE LIGHT (Paul Marmet, Christine Couture) Abstract. This paper reports a detailed analysis of one of general relativity’s predictions, which claims that light should be deflected by solar gravity. The experimental data related to that prediction are analyzed. The substitution of the direct experimental test for the deflection of visible light during solar eclipses by the indirect measurement of the delay of radio signals traveling between a space probe or from extra galactic sources and the Earth is examined. Three different causes of the delay in the transmission of light near the Sun are examined. They are the relativistic delay, the delay caused by the plasma surrounding the Sun or for a geometric reason. The delay predicted by general relativity is equivalent to a reduced velocity of light in vacuum, in the Sun’s gravitational potential. Since the value of c is defined on Earth, inside the solar gravitational potential, this leads to a double value for the velocity of light on Earth. Furthermore, Einstein’s general relativity predicts that photons slow down when approaching the Sun, so that their velocity must be reduced to zero when reaching the surface of a black hole. This paper shows how all the experiments claiming the deflection of light by the Sun are subjected to very large systematic errors, which render the results highly unreliable. Furthermore, the internal incoherence of general relativity, which leads to a double velocity of light on Earth, adds to the weakness of these tests. Following those difficulties, and since it has also been demonstrated that the deflection of light by a gravitational potential is not compatible with the principle of mass-energy conservation, we show that no one can seriously claim that light is really deflected by the Sun.

1 - Introduction. According to general relativity(1) (page 179), light emitted from a source far away from the Sun and passing near the Sun should be deflected by an angle δ: δ =

4 GM S c2b

(1)

where G is the gravitational constant, M S is the solar mass, c is the velocity of light, and b is the minimum distance between the trajectory and the center of the Sun. If the radius of the Sun is RS, we have: R δ = 1.75" S . b

(2)

Another cause of deflection is due to the corona surrounding the Sun. This plasma produces a deflection but this has nothing to do with relativity. The deflection due to this plasma is calculated in appendix I. In order to verify the deflection due to general relativity, several astronomical expeditions were organized. Experimenters measured the deflection of the images of stars located at a small angular distance from the Sun, during solar eclipses. However, the deflection is so small that, due to the atmospheric turbulence during daytime when a solar eclipse


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must occur, no observation could ever successfully show that the deflection exists (see appendix II). More than eighty years have passed since Einstein’s predictions and no direct measurement of the gravitational deflection of light by the Sun has confirmed the theory in any convincing way. The direct measurement of the deflection of visible light seems almost abandoned. In the sixties, physicists suggested a new experiment, which measured the delay of a radio signal traveling near the Sun. Let us study this new test. 2 - The Viking Relativity Experiment. The deflection of electromagnetic radiation by the solar gravity is now claimed to be real because of an experiment using radar signals called the Viking Relativity Experiment(2). (Other less accurate experiments were also done involving Venus and Mercury(3)). In those experiments, physicists did not measure the deflection of light (or of a radio signal) by the Sun. All they measured was the time taken by a radio signal to travel between the Earth and another planet when grazing the Sun’s surface. This observed time was then compared with the time taken by light moving in a straight line at velocity c to travel the same distance in the absence of the gravitational potential. A delay was reported between those two times. It is recognized that when radio signals travel through the plasma around the Sun, a delay is produced. This contribution to the reduced velocity of light was taken into account and subtracted accordingly (see appendix I). In the case of the Viking Relativity Experiment, this contribution was measurable because two different frequencies were used and the delay in the plasma is frequency dependent. General relativity predicts that the solar gravitational potential must also produce a delay in the transmission of the radio signal. The same relativistic phenomenon which produces the predicted deflection of 1.75” is also responsible for the slowing down (compared with the absolute velocity of light c) of the radiation between Mars and the Earth. However, no direct deflection is measured in the Viking Relativity Experiment. Let us consider the delay ∆t predicted by general relativity in the case of a round trip between the Earth and Mars, respectively at distances r 1 and r2 from the Sun. Using Einstein’s theory, using Schwarzschild’s metric, the delay (1) for a radio signal making a return trip from Earth to Mars is:  4r r  ∆ t ≈ m ln 1 2 + 1   R S2  

(3)

where r1, r2 ” RS and m≈

4GM S c2

.

Using equation 3, Straumann(1) gives a predicted delay of:

(4)


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∆t ≈ 250 µs or 72 km. (5) Note that ∆t here is a distance, which is converted to time via c. Equations 3 and 5 predict that a radio signal emitted from the Earth, grazing the Sun and immediately retransmitted toward us when reaching planet Mars will, according to general relativity, travel during a time which is 250 µs longer than the time calculated using the velocity of light c (in zero gravitational potential). 3 - Physical Causes for the Delay. Let us study three causes that could be responsible for the delay in the transmission of radiation between the Earth and Mars: a) an increase of the geometrical distance between the extremities of a bent trajectory; b) general relativity; c) the interaction with the plasma around the Sun. 3 - a) Delay Due to the Geometrical Bending of Light. We have seen above that general relativity predicts that light passing near the solar limb is deflected by an angle of 1.75”. The same theory predicts that due to the same gravitational potential, the radiation takes a longer time to travel the distance between the Earth and Mars. Figure 1 illustrates how light is deflected when grazing the Sun.

Figure 1 Geometrical Time Delay. One can see on figure 1 that if the trajectory of light is not a straight line (dotted line), it takes a longer time to travel between Mars and the Earth. The increase of


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time ∆tb due only to the geometrical bending of light by δ = 1.75” is given by the relationship:  r    r δ   rδ  r  ∆ t b ≈ 1  sec  2  − 1  + 2  sec  1  − 1 . c  r1 + r2   r1 + r2   c 

(6)

We find that ∆tb = 0.010 µs or 3.2 meters. The increase of time ∆tb (with respect to a straight line) taken by light to travel from the Earth to Mars due to the geometrical bending of light is extremely small and negligible with respect to the delay (125 µs or 36 km) predicted by relativity as given in equation 5. Consequently, the angle made by light grazing the Sun is totally insufficient to explain the increase of distance (or delay) compatible with the prediction of general relativity as given in equations 3 and 5. This geometrical delay caused by the bending is not the main cause of the delay predicted by general relativity. It is several thousand times too small. 3 - b) Physical Meaning of the Relativistic Equation. In order to get a better understanding of the physics implied by equation 3, let us simplify the problem and apply the equation to the case of a single passage of the radiation from Mars to the Earth when grazing the Sun. The time delay ∆tE-M(1) is then half of equation 3: ∆ tE− M = 2

 GM S  4r1r2 ln + 1 .  c 2  R S2 

(7)

When we examine the parameters in equation 7, we find that, for any realistic values of r1, r2 and RS, light is always delayed. During the transmission of light between Mars and the Earth, when grazing the Sun, equation 7 shows that there is a delay of 36 km. Let us calculate the delay observed from a source located far behind Mars. If that source of radiation is, for example, star Sirius, located 3×1013 km away behind the Sun, and if the star’s light grazes the Sun, equation 7 shows that the delay is 71 km. This is much longer than the delay for light traveling between Mars and the Earth. One must conclude that light does not travel at the speed of light in the space between Sirius and Mars since there is an extra delay of 71-36 = 35 km. Mathematics shows that, according to general relativity (1), the time delay with respect to the speed of light becomes infinite if the source of light is infinitely distant. Consequently, equation 7 shows that, everywhere in space, light is transmitted at a velocity slower than the accepted definition of the velocity of light known on Earth. This is not compatible with the definition of the velocity of light in vacuum accepted by the International Astronomical Union (4) which gives an absolute velocity of light, independently of any parameter. However, Shapiro(5) states that: “According to general relativity, the speed of a light wave depends on the strength of the gravitational potential along its path.” According to equation 7, the velocity of light in vacuum is not equal to c on planet Earth,


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since it is submerged in the solar gravitational potential that changes the velocity by a factor as large as 1.97×10−8. If the velocity of light is not constant, it is absolutely necessary to correct the definition and add, at which location the velocity of light is equal to c. According to Bowler (6), this happens at infinity. One must conclude that in Einstein’s general relativity, the observed velocity of light is always slower than c since no observer can be infinitely away from all the gravitational masses in the universe. This problem will be studied in further details in sections 4 and 5. 3 - c) Delay Due to the Plasma around the Sun. It is well known that the Sun is surrounded by a plasma and that the velocity of electromagnetic radiation is reduced when moving through such a medium. Radio signals have been observed while going through the solar corona and a corresponding delay has been measured (2). Furthermore, it is well known that the velocity of transmission of a radio signal is also slowed down when traveling through neutral gases, even if that contribution is frequently neglected. The fact that many spectral lines are observed in the solar corona proves that the plasma is not fully ionized. Since the delay produced and observed due to the plasma in the solar corona is not due to general relativity, it must have a different origin. An analysis of that phenomenon is presented in appendix I of this article. 4 - Relativistic Delay on Earth and Double Value of the Velocity of Light. Equation 7 gives the Einstein’s delay of transmission of radiation between any two locations r1 and r2 (see figure 1). When light grazes the Sun during its transmission from Mars to the Earth, equation 7 shows that it must also be delayed during each extra kilometer, after it has reached the Earth. This extra delay is given by the derivative of equation 7 as a function of the distance r 1: ∂ (∆ t ) = 2

GM S 1 ∂ r1 . c 2 r1

(8)

This equation shows that at a distance of r1 from the Sun (in the Earth neighborhood), general relativity predicts that the velocity of light in vacuum is slower than the value of c. This slower velocity of light is represented on figure 2 by ∂(∆t) as a function of the distance r1 from the Sun. Since equation 8 is not a function of RS , the increment to the delay predicted at the final location (r 1) is totally independent of b, the minimum distance between the trajectory and the Sun. Consequently, the value of RS is irrelevant here and can always be assumed small in order to satisfy the condition that r1 and r2 be large with respect to RS.


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We show on figure 2 the slower velocity of light (relative delay ∂(∆t) per kilometer) at different distances from the Sun, as predicted by general relativity (equation 8).

Figure 2 Fraction of Reduction of Velocity of Light versus Distance from the Sun. The shaded area on figure 2 shows, according to general relativity, how much the velocity of light is reduced with respect to c. This delay is more important in the solar neighborhood (c is reduced by 4.24×10−6) but light is still noticeably delayed in the Earth neighborhood (c is reduced by 1.97×10−8) and the phenomenon is not negligible even very far beyond the Earth orbit. For example, according to equation 3, light traveling between Jupiter and the Earth is still notably delayed, even when Jupiter is in opposition with the Sun so that light does not pass in the Sun’s neighborhood. Considering that the velocity of light is defined as c on Earth, the new reduced value (i.e. (1− 1.97×10−8) c) means that there is a double value of velocity of light on Earth. 5 - Importance of the Delay in the Earth Neighborhood. We have seen above that general relativity predicts that light does not move at the speed of light c when traveling in a gravitational potential. Therefore, since the Earth is located inside the solar gravitational potential, the velocity of light predicted on Earth is not the same as c. According to relativity, that velocity of light should be corrected due to the solar gravitational potential at Earth’s distance from the Sun. Bowler(6) (page 57) states that in general relativity “the local velocity of light must depend on the local gravitational potential”. Since equation 3 predicts that the velocity of light is reduced on Earth by as much as 1.97×10-8, using Earth parameters, one must conclude that general relativity leads to an incoherence


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on the value of the velocity of light on Earth. The fundamental definition requires an absolute velocity c while general relativity requires the use of a velocity reduced by a factor of 1.97×10-8 on Earth. Furthermore, since we know that a standard meter on Earth is defined as the number of wavelengths of a spectral line of light moving at the exact velocity of light c, we see that there is also an incoherence to the length of the standard meter. We have now two values for the velocity of light on Earth: the definition of c, and the one predicted with the delayed value. How can light know which velocity to choose? This incoherence also appears clearly in Bowler’s book (6). On page 58, he calculates (equation 5.1.5) the velocity of light predicted on Earth as a function of the distance r from the Sun using the “index of refraction” of the gravitational field. Bowler states: “As r → ∞ we want the velocity of light to be c.” This result is compatible with a new definition of c at infinity and not with the international definition of the velocity of light c on Earth. Consequently, Bowler’s equation 5.1.5 does not give the correct value of c at the Earth distance from the Sun at it should. A variation of 1.97×10-8 in the velocity of light is a very large error since atomic clocks are considered to be accurate within about 10 -12 to 10-14. One must conclude that general relativity leads to a disastrous incoherence about the velocity of light and the length of the standard meter on Earth. Finally, we have seen that the delay predicted by general relativity is equivalent to a reduced velocity of light in vacuum, in the Sun’s gravitational potential. Consequently, photons are slowing down when approaching the Sun. In fact, the velocity of the photons can be reduced to zero when they reach the surface of an extremely massive body. This is surprising, since this prediction is contrary to what happens to particles which are speeding up when falling in a gravitational potential. One can see that these predictions of general relativity lead to serious difficulties when we consider momentum and energy conservation. 6 - Consequences of the Viking Relativity Experiment. As seen in section 2, Shapiro et al.(2) report an experiment in which they measured the round trip time of flight of radio signals transmitted between the Earth and the Viking spacecraft in order to test Einstein’s general theory of relativity. Theoretically, using Fermat’s principle, one can see that the time delay (reduced velocity of light) is related to the deflection of light by the Sun. The differential slowing down of the speed of light as a function of the distance from the Sun tilts the wave front and changes its direction by δ = 1.75”. This differential velocity predicted by general relativity produces a deflection of light just as the differential velocity in a plasma produces a bending as explained in appendix I (and figure 1A). According to general relativity, the radio signal grazing the solar surface is delayed by up to 72 km corresponding to 250 µs. Shapiro et al.(2) claim an


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agreement with general relativity to within 0.5%. This means that the delay must be measured with an accuracy of 0.36 km. The Viking Relativity Experiment (2) involves corrections that take into account the delay due to the plasma composed of an erratic electron density surrounding the Sun. Since the claimed accuracy of 0.36 km in the round trip distance is extremely small compared with ≈ 760 millions km traveled by light during that same round trip (ratio equal to 4.7×10−10), it is necessary to know, with a comparable accuracy, all of the other contributions of error in the delay. The errors originate primarily from two sources: (1) the orbits of the planets and of the spacecraft around Mars and the positions of the tracking stations on Earth and (2) the solar corona which increases the delay significantly for signal paths that pass near the Sun. We have seen that the increase of path length due to the geometrical bending is negligible (section 3a). It is certainly not clear in Shapiro’s team’s paper (2) how the elements of orbit of Mars and the Earth can be reliably obtained with the claimed accuracy of 4.7×10−10. When calculating the data, one has to decide whether those elements of orbit have been corrected for general relativity. At the Earth distance from the Sun, general relativity predicts that time and lengths are changed by about 10 -8 due to the orbital velocity of the planets and the solar gravitational potential. Have the data taken by radar to determine the orbital elements been all corrected for the reduced velocity of light? One can expect that general relativity has been taken into account since extremely accurate elements of orbit of Mars and of the Earth are required. This indispensable information is missing in Shapiro’s team’s paper(2). Calculations show that the expected relativistic correction that are needed to be applied to Newton’s elements of the orbit is much larger (≈ 2×10−8) than the relative error claimed in the distances of the planets (0.36 ÷ 760 millions ≈ 5×10−10). Consequently, the delay claimed by Shapiro’s team(2) is necessarily dominantly dependent on the relativistic correction previously introduced in his calculation. They cannot find that the relativistic correction exists if they have already introduced that correction in the elements of orbit leading to the distance between Mars and the Earth. When a relativistic correction in introduced in a calculation, we cannot be surprised to find in the final calculation, a difference a delay caused by that same relativistic correction. Consequently, due to the above uncertainties in the elements of orbit of the planets, the delay reported is meaningless and does not prove any fundamental agreement with general relativity. Anyhow, the method used by Shapiro et al. (2) is not coherent and uses non-coherent (double) values for the velocity of light in vacuum. Therefore, it is erroneous to believe that Shapiro’s team’s experiment proves that the velocity of light is reduced in the solar neighborhood since this is not compatible with the corrected velocity of light measured on Earth.


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7 - Measurement of Gravitational Deflection Using Very Long Baseline Interferometry. Another kind of experiment (3,7) using radio signals has been claimed to measure the deflection of radio signals near the Sun. Since no angle is measured and only time delays are studied, those are indirect measurements. One of those measurements(7) uses VLBI observations of the extragalactic radio sources 3C273B and 3C279 passing near the Sun every year. The article starts with: â&#x20AC;&#x153;There is a wide recognition of the importance of testing theories of gravitationâ&#x20AC;?. This is a clear manifestation that these theories have not yet been properly tested. In that experiment, the radiation issued from a galactic radio source is detected simultaneously at two different receiving stations located in California and in Massachusetts and recorded on magnetic tapes with the signal generated by local atomic clocks. Let us consider a deflection of the extragalactic signal due to the solar gravity. Since the radio signal originates from extremely far behind the Sun, after a deflection in the solar neighborhood the radio signal reaching California will remain nearly parallel to the deflected ray reaching Massachusetts. Nearly only the direction (of both rays) has changed near the Sun by an angle δ, with respect to the initial direction, as seen on figure 3. However, geometrical considerations show that, for a pair of distant stations located in the plane perpendicular to the initial incoming direction of the radio signal, the ray which passes further away from the Sun will arrive slightly before the other one.

Figure 3 Differential Delay after Deflection of Light by the Sun. In order to establish a cross-correlation between the two radio signals received, recognizable fluctuations on the amplitude of the incoming signal are looked for. It is hoped that the pattern of a fluctuation existing in the original intergalactic radio signal, (that must exist in both parallel rays near the Sun), can be


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recognizable at both receiving stations in California and Massachusetts. Then, a delay ∆ could then be measured between the two receiving stations located in the plane perpendicular to the initial source direction (see figure 3). However, since that extragalactic radiation grazes the Sun, it also passes through the solar corona, which is a plasma surrounding the Sun. In order to correct for the change of velocity of the radiation due to the solar plasma, the radio signal received at each station is passed through narrow band filters selecting three different frequencies. In the case of a plasma (here the solar plasma) , the velocity of transmission of radiation is different at different frequencies. These pairs of signals are recorded as a function of the time given by a local atomic clock. Technically, it is reported that the correlation between the same pattern of a radio fluctuation recorded at each station, is detected using a “filter estimator” combined with a “parameterized theoretical model of the delays” developed for that experiment. The aim of Lebach’s et al.(7) paper is to determine the parameter γ, defined in the parameterized post-Newtonian (PPN) formalism (7) (equation #2). This parameter gives a relationship between the deflection predicted by Einstein and the delay of the same pattern between each antenna. For a perfect agreement with Einstein’s general relativity, the parameter γ must equal unity. In order to get the picosecond accuracy claimed in the article, the two local clocks, located in California and in Massachusetts, must be synchronized at the picosecond (or 0.3 millimeter) accuracy claimed in the paper. It is not clear how such a limit can be achieved. 8 - Origin of the Fluctuations of the Radio Source. General relativity predicts that the velocity of light is reduced in the solar gravitational potential. Furthermore, the solar plasma adds a supplementary delay to the transmission of radiation, but more importantly, it adds important fluctuations to the original extragalactic signal. Unfortunately, the density of that plasma as well as its short time fluctuations are totally unpredictable. Signal fluctuations have been observed lasting a few minutes. They were measured (7) to vary by as much as 500%. Since random variations of the intensity of that plasma are taking place very rapidly and are totally unpredictable, a parameterized correction cannot give an accurate prediction. The fluctuations in the plasma density even vary within one period of accumulation of data. Consequently, even if three different frequency components are measured, the theoretical inverse quadratic correction (as a function of frequency) introduced to determine the density of the plasma cannot provide the picosecond accuracy stated in the paper. One must recall that the change of distance corresponding to one picosecond is equal to only a difference of 0.3 millimeter (at light velocity) between the receiving antennas on Earth.


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Lebach’s et al.(7) experiment is based on the condition that the fluctuations of intensity of the radio signal (from the radio sources 3C273B and 3C279), used for synchronization in California and Massachusetts, originate at a cosmological distance, well before radiation approaches the solar neighborhood. When any extra fluctuation is added to the rays crossing the solar corona, the receivers located in California and in Massachusetts can no longer synchronize correctly the phase relationship (identified by a specific pattern of fluctuation) required for the experiment. Any interference by the plasma is a seriously obstacle to the experiment, since there is no way to recognize the strong random noise generated by the solar corona from the original fluctuations necessary to synchronize the radio signals. Furthermore, when the noise from the corona (added to the signal), is later filtered by a narrow band filter (used in Lebach’s et al. experiment), the addition of that filter changes the phase of the signal. It is well known theoretically and previously observed, that when a radio signal is transmitted through a plasma, (here the plasma of the solar corona), very important fluctuations are added. Even Lebach et al. (7) report that in some data: “. . . large, rapid plasma-density fluctuations in the solar corona would make the coherence time of the signals from 3C279 at 2 GHz too short to allow detection ”. Therefore, Lebach et al.(7) made an arbitrary selection to what appeared to be acceptable data. The noise generated by the solar plasma gets so intense that it can block completely the cosmic signal. For example, when the radio signal of Pioneer VI(8-13) passed through the solar corona, it was observed that the fluctuations due to the interaction with the plasma became so important that the initial signal became undetectable well before reaching the solar limb vicinity. Signal distortion due to the increase in the frequency bandwidth is quite evident (813) . In his abstract, Goldstein (8) states: “The spectral bandwidths increased slowly at first, then very rapidly at 1 degree from the Sun”. It is well known theoretically how a plasma generates fluctuations while increasing the bandwidth. A computer program cannot identify small statistical fluctuations in the extra galactic radio source from the intense wide band noise fluctuations generated by the plasma surrounding our sun. Radiation emitted by the extra galactic radio source fluctuates after passing through the solar corona just as starlight twinkles after passing through the Earth atmosphere. Genuine starlight fluctuations (in the radio range) cannot be identified through the intense twinkling caused by the intense million-degree furnace of the sun’s corona. 9 - From Amateur Size Telescopes to Multi-Billion Dollar Space Technology. One must conclude that the theoretical model used and leading to the reported delay, is no longer acceptable when there is such an unstable plasma, because much larger noisy fluctuations are added by the plasma in the Sun’s neighborhood. The delays measured by Lebach et al. (7) cannot prove the


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deflection of light by the Sun, because of the impossibility of demonstrating a reliable synchronization. It is well known statistically, that with a gigantic amount of data automatically recorded in that experiment, combined with the astronomical number of fits tested by the computer, coupled with a large amount of noise reaching sometimes the level of saturation as reported in their paper, some data can always be found to fit the expected theoretical model. This is specially true when it is felt that nobody might challenge the result obtained with a multi-billion equipment used to find an agreement with an extremely popular theory. Unfortunately, the observation of the deflection of visible light by the sun seems to have been abandoned some years ago because the phenomenon appeared impossible to detect in visible light. There is a desperate situation among scientists for not being able to show, with the most sophisticated technology, what is considered to be the basic principle of general relativity on which rely most of modern science, while this was claimed to be demonstrated by Eddington in 1919 using a simple four inch amateur size telescope. Of course, a trillion or quadrillion dollar equipment will never reveal clearly the deflection of light if such a deflection does not exist. It is hard to predict for how many more decades this race will last and how much money has to be wasted before scientists, at last, admit that there is no deflection. Let us recall that Einsteinâ&#x20AC;&#x2122;s predictions of light deflection is based on an unverified variable velocity of light and on the double value of the velocity of light in the Earth neighborhood, as explained above. This incoherence of general relativity must be added to the fact that general relativity is not compatible with the principle of mass-energy conservation as demonstrated previously (14). The internal contradiction about having two different values of the velocity of light at the same location does not exist when we use a rational description, agreeing with the principle of mass-energy conservation (14). In that case, the advance of the perihelion of Mercury given by Newtonâ&#x20AC;&#x2122;s physics is explained independently and is also perfectly identical to the equation predicted by general relativity. Furthermore, length contraction and the change of clock rate can now logically be explained(14). No reliable observation has ever been able to prove such a deflection of light by the sun after 80 years. Therefore, it is much more logical to believe that such a deflection does not exist at all, and be compatible with the principle of mass-energy conservation. 10 - Acknowledgments. The authors wish to acknowledge the personal encouragement and financial contribution of Mr. Bruce Richardson, which helped to pursue this research work. We are also grateful to Dr. I. McCausland, University of Toronto, for bringing his attention to some interesting historical information.


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Appendix I The Deflection and Delay of Radio Signals in the Solar Plasma. Shapiro(5) has observed that, due to the density of the plasma in the medium surrounding the Sun, the velocity of transmission of the radiation is reduced with respect to the speed of light c. Then, a delay ∆tm appears (with respect to the speed of light) between the emission of a pulse of a radio signal from Earth, and the reception of its echo through the interplanetary medium. This delay(5) is: ∆ tm ≈

8.2 × 10 7 f 2c

p

∫ − e N()d

sec

(A-1)

where N(  ) is the electron density expressed in electrons/cm 3, f is the frequency of the radiation in hertz, c is the velocity of light in cm/sec,  is the path length in cm and e and p respectively refer to the Earth and the other planet (i.e. Mars). Using compiled results on the solar corona (15), during the quiet Sun period between the radial distances r = 4RS and r = 20RS, the electron density in the solar corona is well represented by: R  N(r ) = 5 × 105  S   r 

2

electrons / cm 3 .

(A-2)

During the maximum solar activity, N can reach up to a factor 5 higher than the one given by equation A-2 in the radial range. Substituting equation A-2 into A-1 gives the time delay during the passage of radiation through the plasma (round trip): ∆ tm ≈

 xp  x  6.5 × 10 24   + tan − 1  e   sec tan − 1      d   f 2d  d 

(A-3)

where d, xe, and xp are expressed in cm. xe is the distance along the line of flight from the Earth-based antenna to the point of closest approach to the Sun, x p represents the distance along the path from this point to the planet and d is the minimum distance between the Sun and the trajectory. When radio waves pass closer to the Sun, equation A-3 shows that the delay ∆tm becomes larger. This means that at a closer distance to the Sun, the velocity of light in the plasma is slower, as expected in classical physics. Equation A-3 implies only the electron density in the photon path passing near the Sun and ignores all relativistic effects. This relationship, also given by Straumann(1) (page 181, equation 3.4.8), gives the electron density of the electron plasma at different distances r from the Sun. This same relationship is also used by Shapiro(2,5). In the Viking Relativity Experiment, two different frequencies are used in the S (≈ 2.2 GHz) and X bands (≈ 8.8 GHz). This allows us to recognize the contribution to the time delay produced by the passage of radiation through the plasma from the one assumed to be caused by relativity. Only the delay predicted by general relativity is frequency independent. The delay produced by


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the plasma is frequency dependent. It was observed by Shapiro et al. (2) (page 4329) that: “The increase of group delay from this cause (plasma), can reach about 100 µs for signals passing close to the Sun. ” This must be compared with a predicted relativistic delay of 250 µs or 72 km(1). Deflection of Radiation Due to the Plasma. Figure A1 illustrates the propagation of radio waves emitted from Mars in which relativity is momentarily ignored but for which we take into account the solar plasma distributed around the Sun. Each radio wave emitted travels in space forming a spherical front expanding around the emitter. The wave front expands and the light rays move in the radial direction away from the source. Some of the rays pass near the Sun so that the velocity of propagation of the radio signal is reduced by an amount that depends on the electron density of the plasma. Just near and above the Sun, two rays α and β are drawn on figure 1A.


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Figure 1A Delay Due to the Solar Plasma. When ray α passes close to the Sun, it travels at a slower velocity because of the higher electron density at that location. Ray β above does not have its velocity as much reduced because the electron density is smaller further away from the Sun. Consequently, the wave front moves more slowly near the Sun in the path of ray α than in the path of ray β. By definition, since the wave front corresponds to a constant phase, the path traveled by ray α must be shorter than the path traveled by ray β by ∆  in a given time interval. Consequently, the upper part of the wave front travels faster and the wave front becomes tilted due to the difference of velocity in the plasma. Once the wave has passed the plasma region, this wave front maintains its tilted direction until reaching the Earth without any other perturbation. This is the reason for which the radio beam is deflected by the solar plasma. Let us calculate the angle of deflection of radiation for a normal solar plasma as a function of the radio frequency of the emitter. This can be calculated by the derivative of the delay function A-3 as a function of the minimum distance d of the radio signal from the Sun. The derivative of A-3 (times c) with respect to d is: ∂ (∆ tm ) =

  xp  xe 6.5 × 10 24 c  − ∂d+ B    2 d 3 f 2  1 + ( x e /d ) 2   1 + ( x p /d) 

(A-4)


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with: B=

 x p   6.5 × 10 24 c  x   ∂d. tan − 1  e  + tan − 1      d  d2 f 2  d  

(A-5)

Using the Earth and Mars distances and for rays passing at a distance equal to the Sun’s radius, if the electron density is that of a quiet Sun, equation A-4 gives a deflection (in seconds of arc) equal to: ∂ (∆ t m ) =

− 2.58 × 1019 f2

arc sec .

(A-6)

For a frequency of 1 GHz, the deflection is -25 arcsec. For a frequency of 3 GHz, the deflection is -2.8 arcsec and -1.03 arcsec at a frequency of 5 GHz. This quantity increases by a factor of about five during solar maximum. The deflection caused by the solar plasma is negligible for visible light because of the much higher frequency of visible light. One must conclude that the plasma around the Sun produces a deflection of radiation which is of the order of the predictions of relativity when the frequency is around a few GHz. One can show that the plasma surrounding the Sun also produces, at a frequency around a few GHz, a delay in the transmission of radio waves which is comparable with the delay predicted by general relativity.


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Appendix II The Gravitational Deflection of Light by the Sun during Solar Eclipses. A - Introduction. According to Einstein’s general theory of relativity published in 1916, light coming from a star far away from the Earth and passing near the Sun will be deflected by the Sun’s gravitational field by an amount that is inversely proportional to the star’s radial distance from the Sun (1.745’’ at the Sun’s limb). This amount (dubbed the full deflection) is twice the one predicted by Einstein in 1908(16) and in 1911(17) using Newton’s gravitational law (half deflection). In 1911, Einstein wrote: A ray of light going past the Sun would accordingly undergo deflexion to an amount of 4 × 10-6 = 0.83 seconds of arc. Let us note that Einstein did not clearly explain which fundamental principle of physics used in the 1911 paper and giving the erroneous deflection of 0.83 seconds of arc was wrong, so that he had to change his mind and predict a deflection twice as large in 1916. In order to test which theory is right (if any), an expedition led by Eddington was sent to Sobral and Principe for the eclipse of May 29, 1919 (18). The purpose was to determine whether or not there is a deflection of light by the Sun’s gravitational field and if there is, which of the two theories mentioned above it follows. The expedition was claimed to be successful in proving Einstein’s full deflection (18,19). This test was crucial to the general approval that Einstein’s general theory of relativity enjoys nowadays. However, this experimental result is not in accordance with mass-energy conservation(14). This was not a real problem in those years, as we will show that the deflection was certainly not measurable. We will see that the effect of the atmospheric turbulence was much larger than the full deflection, just like the Airy disk. We will also see how the instruments could not possibly give such a precise measurement and how the stars distribution was not good enough for such a measurement to be convincing or even measurable. Finally, we will discuss how Eddington’s influence worked for Einstein’s full displacement and against any other possible result. B - Observational Data. There is a long list(20) of papers reporting observations of stars in the neighborhood of the Sun during solar eclipses. A general survey of the eclipse results, with some discussions, has been published (20). Consequently, it is not possible to discuss them all in detail. However, it is the observations of the 1919 eclipse which first convinced the scientific community that the relativistic


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deflection really exists and that established the belief in Einstein’s theory. Therefore, we will examine these data in more detail though some information will also be given about observations of other eclipses. These observations were not successful, but they were considered as such until they were substituted by experiments using space probes. The 1919 paper gives an idea of the kind of measurement that convinced the world to the most spectacular theory accepted by modern science: the theory of general relativity. The problem of observing the deflection of light by the Sun is submitted to numerous experimental difficulties. Let us study those difficulties. Atmospheric turbulence is a phenomenon due to the atmosphere which causes images of stars as seen by an observer on Earth to jump, quiver, wobble or simply be fuzzy. This is a well-known phenomenon to any astronomer, amateur or professional. In fact(21) (page 40), “Rare is the night (at most sites) when any telescope, no matter how large its aperture or perfect its optics, can resolve details finer than 1 arc second. More typical at ordinary locations is 2- or 3-arcsecond seeing, or worse.” The problem becomes even worse during afternoons due to the heat of the ground. Tentative solutions to this seeing problem have only recently been experimented(22). For anyone unacquainted with atmospheric turbulence, an easy way to observe a similar phenomenon is by looking over a hot barbecue. In this case, the distortion of the images (of the order of several minutes of arc) is due to the heat coming from the barbecue. Eddington, an astronomer, was certainly aware of this problem. If it was difficult in 1995(21) to see details finer that 1’’ at a professional site at night, how much more difficult was it with an amateur size telescope in the jungle in 1919? The supposed effect (full and half deflection) decreases with the distance of the star from the Sun. During the 1919 eclipse, the stars closest to the Sun’s limb were drowned in the corona and could not be observed (18). Of the stars that were not drowned in the corona, Einstein’s theory predicts that κ2 Tauri should have the largest displacement, with 0.88’’. In Sobral, the displacement for that star was reported to be 1.00’’(19). How could Eddington and Dyson claim to observe that if at best, their precision due to atmospheric turbulence in daytime heat was several arc seconds? And they were not at best, near noon at Sobral and 2 p.m. at Principe, when the seeing is the worst, with small amateur-size telescopes that were less than ideal. The instability caused by the atmospheric turbulence is large enough to refute any measurement of the so-called Einstein effect. However, there are other reasons. Two object glasses were used during the expedition at Sobral, a 4-inch object glass and an astrographic object glass. Assuming a perfect optical shape, which includes perfect chromaticity, for the 4-inch telescope, the size of the central spot (which is surrounded by the ring system of the diffraction pattern) can never be smaller than 1.25’’. This central spot is called the Airy disk. Since some of the results were presented with a claimed accuracy of the order of 0.01’’ (19) (page


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391), that relatively big diffraction ring pattern (125 times the claimed accuracy) should have been easily seen. Since no mention is made of it, we must understand that it was not observable because various aberrations (chromatic of spheric) were larger than 1.25’’ and/or because, as expected, the atmospheric turbulence was larger than 1.25’’, which is the theoretical limit of resolution of that telescope when there is no aberration and no turbulence. The elements of a telescope are very sensitive to temperature. For example, it is reported that(18) (page 153): “when the [astrographic] object glass is mounted in a steel tube, the change of scale over a range of temperature of 10° F. should be insignificant, and the definition should be very good”. However, during the team’s stay at Sobral, the temperature ranged from 75°F during the night to 97°F in the afternoon. This change in temperature must have affected the 4-inch telescope. Let us calculate the change of scale on the plate of the 4-inch telescope due to the thermal expansion of the steel tube. The expansion coefficient of steel is 1.3 × 10-5 per degree Celsius. Even if the optical definition is not much changed by the change of temperature, the change of scale on the photographic plate is proportional to the change of length of the tube. For 10 degrees Celsius the scale changes by 1.3 × 10-4. Since the size of the plate is 8 per 10 inches (20 × 25 cm), this gives a change in its angular size of 1.2 arc-sec. It does not seem that this change of scale has ever been taken into account. This introduces a very serious error in the data. How can they claim an accuracy of the order of 0.01’’ (19) (page 391) when they admit that the focus of the telescopes were determined and fixed many days before the eclipse(18) (page 141)? The photographs of the eclipse taken with the astrograph were very disappointing(18) (page 153). It appears that the focus had changed from the night of May 27 to the moment of the eclipse. After the eclipse, the team left Sobral and came back in July to take comparison plates. They discovered that the astrograph had returned to focus! They blamed this change of focus on the effect of the Sun’s heat on the mirror, but they could not say whether this effect caused a change of scale or if it only blurred the images. The Sun’s heat could have affected its scale without blurring the images. We know that there is a zone along the focal length where the image looks as if it was in focus but for which the scale is changed. To the best of our knowledge, nothing has ever been said about that possible error. If we plot the value of Einstein’s deflection against the angular distance of the star from the Sun (as done in(20) page 50), we see that the part of the hyperbola where the slope changes the most lies under a distance of two solar radii from the Sun’s center. That part is thus crucial to a good interpretation of the results. Looking at page 60 of the same article, we see that only two of the stars used by the teams at Principe and Sobral are in this area. It is thus very difficult to fit a hyperbola when only two of the stars are in that zone. Only a straight line can be logically fitted through two points. These observations (and most of the others studied in von Klüber’s(20) article, which reviews all observations done before 1960) could easily


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be fitted by a straight line instead of Einstein’s deflection equation. Therefore, these data cannot prove any of Einstein’s deflections (full or half). In one of the meetings of the Royal Astronomical Society (23) (page 41), Ludwik Silberstein pointed out that the displacements found were not radial, as Einstein’s theory states, but sometimes deflected from the radial direction by as much as 35°! Nothing was said about that in Dyson’s article (18). According to Silberstein: “If we had not the prejudice of Einstein’s theory we should not say that the figures strongly indicated a radial law of displacement.” This brings us to our next point, which is to what degree social circumstances influenced the acceptation of Einstein’s theory. C - About Eddington’s Influence. The results from the 1919 expedition were quickly accepted by the scientific community. When preliminary results were announced, Joseph Thomson (from the Chair) said(19) (page 394): “It is difficult for the audience to weigh fully the meaning of the figures that have been put before us, but the Astronomer Royal [Dyson] and Prof. Eddington have studied the material carefully, and they regard the evidence as decisively in favor of the larger value for the displacement.” Thomson makes it look like only Eddington and Dyson are able to understand the results. It seems that they have such a reputation that the general and the scientific public should blindly believe them. It is Dyson who presented the results of the Sobral expedition at a meeting of the Royal Astronomical Society(19) (page 391). Some of the displacements presented were very small, sometimes of the order of 0.01’’. In another meeting (23) (page 40), Oliver Lodge asked if it were possible to measure a deflection of 1/60’’ (approximately 0.02’’) to which Dyson responded: “I do not think that it would be possible to measure so small a quantity.” We clearly see that Dyson contradicted himself. Furthermore, Eddington said himself he was in favor of the full deflection before doing the experiment. Writing about the results of the expedition, he said (24) (page 116):”Although the material was very meager compared with what had been hoped for, the writer (who it must be admitted was not altogether unbiased) believed it convincing.” Moreover, according to Chandrasekhar(25) (page 25): “had he been left to himself, he would not have planned the expeditions since he was fully convinced of the truth of the general theory of relativity!” Eddington was a Quaker and like other Quakers, he did not want to go to war (WWI). In England, Quakers were sent to camps during the war, but because of Dyson’s intervention(25) (page 25), “Eddington was deferred with the express stipulation that if the war should end by May 1919, then Eddington should undertake to lead an expedition for the purpose of verifying Einstein’s predictions!”. The circumstances of the war forced Eddington to do an experiment that he would have never done had he had a choice because he was so


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convinced of its outcome. Why was the theory so quickly, widely and easily accepted? After all, it was radically changing the common view of the universe, curving space and dilating time. Furthermore, the British were accepting a theory from a German man, right after a bitter war with Germany. It seems that the theory was widely accepted only after the eclipse expedition (26) (page 50). According to Earman and Glymour, Dyson and Eddington played a great influential role in the acceptation of the general theory of relativity by the British. In fact, it is Eddington who, convinced of the truth of the theory, convinced Dyson. In the few years before 1919, they made the measurement of the “Einstein effect” a challenge and after the expeditions of May 1919, they helped give the impression that the data had confirmed Einstein’s theory. Aside from the fact that Eddington was convinced that the theory was right, another reason pushed him to advocate it (26) (page 85). He hoped that a British verification of a German theory might reopen the lines of communication and collaboration between the scientists of both countries, lines that had been closed during World War One. Finally, before 1919, no one had claimed to have observed displacements of the size required by Einstein’s theory. Probably because the theory was thought to be proved by the 1919 eclipse observations, a lot of scientists, maybe throwing out some of their data, reported finding the right displacement(26) (page 85). After 1919, other expeditions were undertaken to measure the deflection of light by the Sun. Most of them obtained results a bit higher than Einstein’s prediction, but it did not matter anymore since the reputation of the theory had already been established. In “Weird but True” Jamal Munshi (27) reports: “Dr. F. Schmeidler of the Munich University Observatory has published a paper [49] titled “The Einstein Shift An Unsettled Problem,” and a plot of shifts for 92 stars for the 1922 eclipse shows shifts going in all directions, many of them going the wrong way by as large a deflection as those shifted in the predicted direction! Further examination of the 1919 and 1922 data originally interpreted as confirming relativity, tended to favor a larger shift, the results depended very strongly on the manner for reducing the measurements and the effect of omitting individual stars. So now we find that the legend of Albert Einstein as the world’s greatest scientist was based on the Mathematical Magic of Trimming and Cooking of the eclipse data to present the illusion that Einstein’s general relativity theory was correct in order to prevent Cambridge University from being disgraced because one of its distinguished members [Eddington] was close to being declared a “conscientious objector”. D - Conclusion. Much of the popularity of Einstein’s general theory of relativity relies on the observations done at Sobral and Principe. We see now that these results were overemphasized and did certainly not consecrate Einstein’s theory. It is


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interesting to think of what would have happened if the results had been deemed not good enough or if they had clearly showed that there is no deflection of light by the Sun. Einstein’s theory might not have enjoyed the popularity it now does and a new more realistic theory might have been found years ago. References. 1. N. Straumann, General Relativity and Relativistic Astrophysics, SpringerVerlag, Berlin, pages, 459, 1991. 2. I. I. Shapiro, R. D. Reasenberg, P. E. MacNeil, R. B.Goldstein, J. P. Brenkle, D. L. Cain, T. Komarek, A. I. Zygielbaum, W. F. Cuddihy and W. H. Michael Jr., The Viking Relativity Experiment, in Journal of Geophysical Physics, 82, 28, p. 4329-4334, 1977. 3. I. I. Shapiro, New Method for the Detection of Light Deflection by Solar Gravity, Science, 157, p. 806, 1967. 4. K. R Lang,. Astrophysical Data: Planets and Stars, Springer-Verlag, 937 pages, 1991. 5. I. I. Shapiro, Fourth Test of Relativity, in Physical Review Letters, 13, 26, p. 789-791, 1964. 6. M. G. Bowler, Gravitation and Relativity, Pergamon Press, Oxford, 172 pages, 1976. 7. D. E. Lebach, B. E. Corey, I. I. Shapiro, M. I. Ratner, J. C. Webber, A. E. E. Rogers, J. L. Davis and T. A. Herring, Measurement of the Solar Gravitational Deflection of Radio Waves Using Very-Long-Baseline Interferometry, in Physical Review Letters, 75, 8, p.1439-1442, 1995. 8. R. M. Goldstein, Science 166, p. 598-601, Superior Conjunction of Pioneer 6, 1969. 9. A. A. Chastel, J. F. Heyvearts, Nature,. 249, p. 21-22, 1974. 10. G. S. Levy, T. Sato, B. L. Seidel, C. T. Stelzried, Pioneer 6: Measurement of Transient Faraday Rotation Phenomena Observed during Solar Occultation, Science 166, No: 3905, P. 596-598, 1969. 11. S. Depaquit, J. P. Vigier, J. C. Pecker, Comparaison de deux observations de déplacement anormaux vers le rouge observés au voisinage du disque solaire. C. R. Acad., Sc. Paris, Série B, p. 113-114, t.280, 1975 12. A. A. Chastel, J. F. Heyvearts, Broadening and Anomalous Shift of Pioneer VI Telemetry Line An Effect of Coronal Inhomogeneities Useful for Diagnostics, Astron. & Astrophys. 51, 171-183, 1976. 13. L. Accardi, A. Laio, Y. G. Lu, G. Rizzi, A Third Hypothesis on the Origin of the Redshift :Application to the Pioneer 6 Data, Physics Letters A. 209, p. 277284, 1995. 14. P. Marmet, Einstein’s Theory of Relativity versus Classical Mechanics, Newton Physics Books, 200 pages, 1997, 2401 Ogilvie Rd, Gloucester, Ontario, Canada, K1J 7N4.


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15. W. C. Erickson, Astrophysical Journal, 139, p. 1290, 1964. 16. A. Einstein, Jahrbuch der Radioaktiviät und Elektronik, 4, 411, 1908. 17. A. Einstein, Über den Einfluss der Schwerkraft auf die Ausbreitung des Lichtes, in Annalen der Physik, 35, 898, 1911. Translated in English in H. A. Lorentz, A. Einstein, H. Minkowski, and H. Weyl The Principle of Relativity, Dover, 1952. 18. F. W. Dyson, A. S. Eddington, and C. Davidson, A Determination of the Deflection of Light by the Sun’s Gravitational Field, from Observations Made at the Total Eclipse of May 29, 1919, in Philosophical Transactions of the Royal Society of London, series A, 220, p. 291-333, 1920. (See also: Annual Report of the Board of Regents of the Smithsonian Institution Showing the Operations, Expenditures, and Conditions of the Institution for the Year Ending June 30 1919, Government Printing Office, Washington, p. 133-176, 1921.) 19. Joint Eclipse Meeting of the Royal Society and the Royal Astronomical Society, 1919, November 6, The Observatory, 42, 545, p. 389-398, 1919. 20. H. von Klüber, The Determination of Einstein’s Light-Deflection in the Gravitational Field of the Sun, in Vistas in Astronomy, Pergamon Press, London, 3, 1960. 21. A. M. MacRobert, Beating the Seeing, in Sky & Telescope, 89, 4, p. 40-43, 1995. 22. D. Fischer, Optical Interferometry: Breaking the Barriers, in Sky & Telescope, 92, 5, p. 36-41, 1996. 23. Meeting of the Royal Astronomical Society, Friday, 1919, December 12, The Observatory, 43, 548, p. 33-45, Jan. 1920. 24. A. Eddington, Space, Time and Gravitation: An Outline of the General Relativity Theory, Cambridge University Press, Cambridge, 218 pages, 1959. 25. S. Chandrasekhar, Eddington: The Most Distinguished Astrophysicist of His Time, Cambridge University Press, Cambridge, 64 pages, 1983. 26. J. Earman and C. Glymour, Relativity and Eclipses: The British Eclipse Expeditions of 1919 and Their Predecessors, in Historical Studies in the Physical Sciences, 11, p. 49-85, 1980. 27. J. Munshi ″Weird but True″ on the internet: http://munshi.sonoma.edu/jamal/physicsmath.html: ----Paul Marmet, Ph. D. in Physics in 1960, in the field of Electron Spectroscopy, has published more than 100 papers in this subject. Officer of the Order of Canada (the highest honor given by the Canadian Government), Fellow of the Royal Society of Canada, National President of the Canadian Association of Physicists (1981-1982). He has been teaching and doing research in Physics at Laval University (1961-1984), and later at the University of Ottawa. He has


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spent seven years doing research at the Herzberg Institute for Astrophysics of the National Research Council of Canada (1984-1991). He is the author of: A New Non-Doppler Redshift, Physics Department, Laval University, QuĂŠbec, 1980; Absurdities in Modern Physics: A Solution, Les Editions du Nordir, Ottawa, 1993; Einstein's Theory of Relativity versus Classical Mechanics, Newton Physics Books, Gloucester, 1997. Web page: http://www.newtonphysics.on.ca/ Christine Couture, a bright Physics student, is also an excellent pianist, and gives piano concerts.

Sir Arthur Stanley Eddington


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JOHN VON NEUMANN L’APPRENDISTA STREGONE (Piergiorgio Odifreddi) Fatti e misfatti L’apprendista nacque ebreo ed ungherese a Budapest il 28 dicembre 1903 come János Neumann, e lo stregone morì cattolico e statunitense a Washington l’8 febbraio 1957 come John von Neumann (l’ereditario ‘von’ venne assegnato nel 1913 a suo padre per meriti economici dall’imperatore Francesco Giuseppe). La sua conversione al cattolicesimo avvenne in occasione del (primo) matrimonio nel 1930, con la figlia di una bigotta. Di fronte al Senato statunitense descrisse la sua ideologia come “violentemente anticomunista, e molto più militarista della norma’’. La sua morte precoce fu l’effetto di un contrappasso, dovuto ad un cancro alle ossa contratto per l’esposizione alle radiazioni dei test atomici di Bikini nel 1946, la cui sicurezza per gli osservatori egli aveva tenacemente difeso. Von Neumann fu un bambino prodigio: a sei anni conversava con il padre in greco antico; a otto conosceva l’analisi; a dieci aveva letto un’intera enciclopedia storica; quando vedeva la madre assorta le chiedeva che cosa stesse calcolando; in bagno si portava due libri, per paura di finire di leggerne uno prima di aver terminato. Da studente, frequentò contemporaneamente le università di Budapest e Berlino, e l’ETH di Zurigo: a ventitré anni era laureato in ingegneria chimica, ed aveva un dottorato in matematica. La sua velocità di pensiero e la sua memoria divennero in seguito tanto leggendarie che Hans Bethe (premio Nobel per la fisica nel 1967) si chiese se esse non fossero la prova di appartenenza ad una specie superiore, che sapeva però imitare bene gli umani. In realtà, il sospetto di un’origine marziana era esteso non solo a von Neumann, ma a tutto il resto della banda dei figli della mezzanotte, i coetanei scienziati ebrei ungheresi emigrati che contribuirono a costruire la bomba atomica: Leo Szilard, Edward Teller e Eugene Wigner (premio Nobel per la fisica nel 1963). Benché si vestisse sempre con giacca e cravatta (anche in occasioni improbabili quali le gite a cavallo nel Gran Canyon, o le passeggiate in montagna), gli piaceva dare feste sfavillanti, guidare pericolosamente (spesso leggendo, e a volte schiantandosi contro gli alberi o venendo arrestato), bere e mangiare forte (si diceva di lui che sapesse contare tutto, meno le calorie), dire storielle o battute sporche (tipo ‘’una violenza carnale è un dispiacere fatto con l’intenzione di fare un piacere’’), e fissare insistentemente le gambe delle ragazze (tanto che le segretarie di


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Los Alamos furono costrette a schermare le loro scrivanie con del cartone). Quando si dichiarò alla donna che poi sposò, non seppe andare oltre un romantico: ‘’Io e te potremmo divertirci insieme, visto che ad entrambi piace bere’’. Nella vita familiare la sua collaborazione era ovviamente nulla, a parte saper aggiustare istantaneamente le cerniere rotte: una volta dovette portare dell’acqua alla moglie, e fu costretto a domandarle dove si tenevano i bicchieri (nella casa in cui abitavano da diciassette anni). Delirava di interventi ambientali per il controllo climatico, ottenuti ad esempio spargendo coloranti sulle calotte polari per inibire la radiazione solare e far alzare la temperatura globale, anche a fini bellici. Quanto alle armi che invece già esistevano, era favorevole ad un attacco nucleare preventivo contro l’Unione Sovietica, prima che anch’essa ottenesse la bomba.1 Logica L’assiomatizzazione delle matematiche, sul modello degli Elementi di Euclide, aveva raggiunto nuovi livelli di rigore e ampiezza alla fine del secolo XIX, in particolare in aritmetica (grazie a Richard Dedekind e Giuseppe Peano) e geometria (grazie a David Hilbert). Agli inizi del secolo XX all’appello mancava però la teoria degli insiemi, la nuova branca della matematica inventata da Georg Cantor, e messa in crisi da Bertrand Russell con la scoperta del suo paradosso (sull’insieme degli insiemi che non appartengono a se stessi2). Il problema di una adeguata assiomatizzazione della teoria degli insiemi fu risolto implicitamente nel giro di vent’anni (grazie a Ernst Zermelo e Abraham Fraenkel) mediante una serie di princìpi che permettevano di costruire tutti gli insiemi usati nella pratica matematica, ma che non escludevano esplicitamente la possibilità che esistessero insiemi che appartengono a se stessi. Nella sua tesi di dottorato del 1925 von Neumann mostrò come fosse possibile escludere tale possibilità in due modi complementari: l’assioma di fondazione, e la nozione di classe. Con il contributo di von Neumann il sistema assiomatico della teoria degli insiemi divenne pienamente soddisfacente, e la domanda successiva fu se esso fosse anche definitivo, e non ulteriormente migliorabile. Una risposta fortemente negativa venne nel settembre del 1930 dallo storico congresso di Königsberg, in cui Kurt Gödel annunciò il suo famoso primo teorema: gli usuali sistemi assiomatici sono incompleti, nel senso che non possono dimostrare tutte le verità esprimibili nel loro linguaggio.3 Il risultato era sufficientemente innovativo da confondere allora la maggior parte degli addetti ai lavori, e tuttora la maggior parte dei curiosi. Ma von Neumann, che aveva partecipato al congresso, confermò la sua fama di pensatore istantaneo, ed in meno di un mese era in grado di comunicare a Gödel stesso un’interessante conseguenza del suo teorema: gli usuali sistemi assiomatici non


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possono dimostrare la propria consistenza. E’ proprio questa conseguenza che ha più attirato l’attenzione, anche se Gödel la considerò originariamente soltanto una curiosità, e l’aveva comunque notata indipendentemente (per questo motivo il risultato si chiama oggi secondo teorema di Gödel, senza menzioni al nome di von Neumann). Meccanica quantistica Al Congresso Internazionale dei Matematici del 1900 David Hilbert presentò una famosa lista di 23 problemi, considerati centrali per lo sviluppo della matematica del nuovo secolo: il sesto fra essi era l’assiomatizzazione delle teorie fisiche. Fra le nuove teorie fisiche del secolo l’unica che non avesse ancora ricevuto un tale trattamento alla fine degli anni ‘20 era la meccanica quantistica. Essa si trovava anzi in una condizione di crisi dei fondamenti simile a quella della teoria degli insiemi nei primi anni del ‘900, con problemi di natura sia filosofica che tecnica: da un lato il suo non determinismo non era ancora stato ridotto, come proponeva Albert Einstein sul modello della termodinamica nel secolo XIX, ad una spiegazione determinista; dall’altro ne esistevano due formulazioni euristiche equivalenti, dovute ad Werner Heisenberg e Ernst Schrödinger, ma non una formulazione teoretica soddisfacente. Dopo aver completato l’assiomatizzazione della teoria degli insiemi von Neumann affrontò dunque quella della meccanica quantistica. Egli si accorse immediatamente, nel 1926, che un sistema quantistico si poteva considerare come un punto di un cosiddetto spazio di Hilbert, analogo a quello euclideo ma con infinite dimensioni (corrispondenti ai possibili infiniti stati del sistema) invece delle tre usuali: le grandezze fisiche del sistema (ad esempio, posizione e momento) potevano dunque essere rappresentate come particolari operatori agenti su questi spazi. La fisica della meccanica quantistica veniva così ridotta alla matematica degli operatori (lineari hermitiani) su spazi di Hilbert:4 essa comprendeva come casi speciali le formulazioni di Heisenberg e Schrödinger, e culminò nel 1932 nel classico I fondamenti matematici della meccanica quantistica. A dire il vero all’approccio di von Neumann, estremamente soddisfacente per i matematici, i fisici finirono per preferire quello introdotto nel 1930 da Paul Dirac ne I principi della meccanica quantistica, benché esso fosse basato su uno strano tipo di funzione (la cosiddetta delta di Dirac5), aspramente criticata da von Neumann. La sua trattazione astratta gli permise comunque di affrontare anche il problema del determinismo, e nel libro egli dimostrò un teorema secondo il quale la meccanica quantistica non può essere ricavata per approssimazione statistica da una teoria deterministica del tipo di quelle usate nella meccanica classica. Il risultato di von


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Neumann inaugurò una linea di ricerca che, passata attraverso il teorema di John Bell del 1964 e gli esperimenti di Alain Aspect del 1982, ha mostrato come la fisica quantistica richieda una nozione di realtà sostanzialmente diversa da quella della fisica classica. In un complementare lavoro del 1936 von Neumann provò (insieme a Garrett Birkhoff) che la meccanica quantistica richiede anche una logica sostanzialmente diversa da quella della fisica classica, 6 mostrando così matematicamente che la rottura col senso comune richiesto dalla fisica dei quanti è sia radicale che irrimediabile. Economia Fino agli anni ‘30 l’economia sembrava aver usato molta matematica, ma a sproposito: per dare formulazioni e soluzioni inutilmente precise a problemi che invece erano intrinsecamente vaghi. Essa si trovava nello stato della fisica del XVII secolo, in attesa del linguaggio appropriato per poter esprimere e risolvere i suoi problemi: mentre la fisica lo aveva trovato nel calcolo infinitesimale, von Neumann propose per l’economia la teoria dei giochi e la teoria dell’equilibrio generale. Il suo primo contributo fu il teorema minimax del 1928: esso stabilisce che in certi giochi a somma zero (in cui cioè la vincita di un giocatore è uguale e contraria alla perdita dell’altro giocatore) e ad informazione perfetta (in cui cioè ogni giocatore conosce esattamente sia le strategie dell’altro giocatore, che le loro conseguenze), esiste una strategia che permette ad entrambi i giocatori di minimizzare le loro massime perdite (da cui il nome minimax).7 Il teorema minimax venne migliorato ed esteso a più riprese da von Neumann, ad esempio a giochi ad informazione imperfetta o con più di due giocatori, ed il suo lavoro culminò nel 1944 nel classico testo La teoria dei giochi e il comportamento economico (scritto con Oscar Morgenstern). L’interesse duraturo suscitato dalla teoria dei giochi nell’economia è sottolineato dall’assegnazione del premio Nobel nel 1994 a John Harsanyi, John Nash e Reinhard Selten. Il secondo contributo di von Neumann fu la soluzione nel 1937 di un problema risalente a Léon Walras nel 1874: l’esistenza di situazioni di equilibrio nei modelli matematici dello sviluppo del mercato, basati sulla domanda e sull’offerta (attraverso prezzi e costi). Egli vide anzitutto che un modello andava espresso mediante disequazioni (come si fa oggi) e non equazioni (come si era fatto fino ad allora), e trovò poi una soluzione applicando un teorema del punto fisso (di Luitzen Brouwer). L’interesse duraturo suscitato dalla teoria dell’equilibrio generale e dalla metodologia dei punti fissi nell’economia è sottolineato dall’assegnazione del premio Nobel nel 1972 a Kenneth Arrow, e nel 1983 a Gerard Debreu.


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Armamenti Nel 1937 von Neumann, appena ricevuta la cittadinanza statunitense, iniziò ad interessarsi di problemi matematici ‘applicati’. Egli divenne rapidamente uno dei maggiori esperti di esplosivi, e si impegnò in un gran numero di consulenze militari, soprattutto per la marina (sembra che egli preferisse incontrarsi con gli ammiragli piuttosto che coi generali perché in mensa i primi bevevano liquori ed i secondi acqua). Il suo risultato più famoso nel (o sul) campo fu la scoperta che le bombe di grandi dimensioni sono più devastanti se scoppiano prima di toccare il suolo, a causa dell’effetto addizionale delle onde di detonazione (i media sostennero più semplicemente che von Neumann aveva scoperto che è meglio mancare il bersaglio che colpirlo). L’applicazione più infame del risultato si ebbe il 6 e 9 agosto del 1945, quando le più potenti bombe della storia detonarono sopra il suolo di Hiroshima e Nagasaki, all’altezza calcolata da von Neumann affinché esse producessero il maggior danno aggiuntivo. Questo non fu comunque l’unico contributo di von Neumann alla guerra atomica. Dal punto di vista tecnico, ancora più sostanziale fu il suo lavoro sulla cosiddetta lente di implosione, la stratificazione di esplosivi attorno alla massa di plutonio che permette di comprimerla fino ad innescare la reazione a catena. Dal punto di vista politico, egli fece parte del comitato che decise gli obiettivi (la sua prima scelta, la città santa di Kyoto, fu fortunatamente bocciata dal Ministro della Guerra in persona). Secondo il suo stesso direttore Robert Oppenheimer, l’impresa atomica aveva mutato gli scienziati in ‘’distruttori di mondi’’: il cinico commento di von Neumann fu che ‘’a volte qualcuno confessa una colpa per prendersene il merito’’. Egli proseguì poi imperterrito e divenne, assieme a Teller, il convinto padrino del successivo progetto di costruzione della bomba all’idrogeno (che fu approvato da Truman nonostante la raccomandazione contraria dell’apposito comitato presieduto da Oppenheimer, il quale pensava che gli scienziati avessero già fatto abbastanza male all’umanità). Informatica La complessità dei calcoli balistici richiesti per le tavole di tiro di armamenti sempre più sofisticati aveva portato, nel 1943, al progetto del calcolatore elettronico ENIAC di Filadelfia. Non appena ne venne a conoscenza, nell’agosto 1944, von Neumann vi si buttò a capofitto: nel giro di quindici giorni dalla sua entrata in scena, il progetto del calcolatore veniva modificato in modo da permettere la memorizzazione interna del programma. La programmazione, che fino ad allora


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richiedeva una manipolazione diretta ed esterna dei collegamenti, era così ridotta ad un’operazione dello stesso tipo dell’inserimento dei dati, e l’ENIAC diveniva la prima realizzazione della macchina universale inventata da Alan Turing nel 1936: in altre parole, un computer programmabile nel senso moderno del termine. Nel frattempo un nuovo modello di computer, l’EDVAC, era in cantiere, e von Neumann ne assunse la direzione. Nel 1945 egli scrisse un famoso rapporto teorico, che divenne un classico dell’informatica: in esso la struttura della macchina era descritta negli odierni termini di memoria, controllo, input e output. L’effettiva costruzione della macchina andò però a rilento: le maniere di von Neumann, ed in particolare il fatto che egli contrabbandasse sotto il suo nome molte delle innovazioni che erano frutto di lavoro comune, non erano piaciute al resto del gruppo di lavoro dell’EDVAC, che si sfaldò subito dopo la guerra. Anche von Neumann se ne andò dal miglior offerente, e cioè all’Istituto di Princeton. Qui egli si dedicò alla progettazione di un nuovo calcolatore, producendo una serie di lavori che portarono alla definizione di quella che oggi è nota come architettura von Neumann: in particolare, la distinzione tra memoria primaria (ROM) e secondaria (RAM), e lo stile di programmazione mediante diagrammi di flusso. Anche questa macchina non fu fortunata: essa fu inaugurata solo nel 1952, con una serie di calcoli per la bomba all’idrogeno, e fu smantellata nel 1957 a causa dell’opposizione dei membri dell’Istituto, che decisero da allora di bandire ogni laboratorio sperimentale.8 Oltre che per varie applicazioni tecnologiche (dalla matematica alla metereologia), il computer servì a von Neumann anche come spunto per lo studio di una serie di problemi ispirati dall’analogia fra macchina e uomo: la logica del cervello, il rapporto fra l’inaffidabilità dei collegamenti e la loro ridondanza, e il meccanismo della riproduzione. Egli inventò in particolare un modello di macchina (automa cellulare) in grado di autoriprodursi, secondo un meccanismo che risultò poi essere lo stesso di quello biologico in seguito scoperto da James Watson e Francis Crick (premi Nobel per la medicina nel 1962).9 Politica e affari Von Neumann aveva avuto una carriera accademica fulminea come il suo intelletto, ottenendo a ventinove anni una delle prime cinque cattedre del neonato Institute for Advanced Studies di Princeton (un’altra era andata ad Einstein). Egli dovette quindi cercare altri campi per soddisfare le sue ambizioni, e li trovò nella collaborazione (o meglio, nel collaborazionismo) con il complesso militare, politico e industriale: attraverso una frenetica attività di rapporti di consulenza fugaci e proficui (con l’esercito e la CIA da una parte, la Standard Oil, l’IBM e la RAND Corporation dall’altra), egli divenne una vera e propria prostituta della scienza.


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Come presidente del cosiddetto Comitato von Neumann per i missili dapprima, e membro della ristretta Commissione per l’Energia Atomica poi, a partire dal 1953 e fino alla sua morte nel 1957 egli fu lo scienziato con il maggiore potere politico negli Stati Uniti. Attraverso il suo comitato sceneggiò la proliferazione nucleare, lo sviluppo dei missili intercontinentali e sottomarini a testata atomica, e l’equilibrio strategico del terrore (quest’ultimo come applicazione della strategia minimax): in una parola, l’aspetto ‘scientifico’ della politica di guerra fredda che condizionò il mondo occidentale per quarant’anni. Ai suoi avventurismi politici, così come alle sue avventure intellettuali, mise bruscamente fine il cancro alle ossa che lo distrusse nel giro di pochi mesi, costringendolo dapprima a partecipare alle riunioni strategiche sulla sedia a rotelle (scena che ispirò il Dottor Stranamore di Stanley Kubrick, nel 1963), e poi ad essere guardato a vista da infermieri militari per la paura che potesse rivelare segreti nei suoi deliri. Nel tramonto della vita si riavvicinò a dio, la cui esistenza riteneva probabile ‘’perché essa rende molte cose più facili da spiegare’’: non sappiamo se gli passò mai per la mente, velocemente come ogni altro pensiero, che forse la sua stessa precoce morte potesse essere facilmente spiegata come una misericordiosa azione divina verso l’umanità. NOTE 1

Per quanto strano questo possa sembrare, dal 1945 al 1948 anche Bertrand Russell espresse ripetutamente lo stesso parere. 2

Se tale insieme appartiene a se stesso, allora deve stare nell’insieme degli insiemi che non appartengono a se stessi, e quindi non può appartenere a se stesso; e se tale insieme non appartiene a se stesso, allora deve stare nell’insieme degli insiemi che non appartengono a se stessi, e quindi deve appartenere a se stesso. 3

Vedi Piergiorgio Odifreddi, ‘’Gödel e l’Intelligenza Artificiale’’, La Rivista dei Libri, Giugno 1992, pp. 37-39. 4

Ad esempio, il famoso principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo cui la determinazione della posizione di una particella impedisce la determinazione del momento e viceversa, si traduce nella non commutatività dei due operatori corrispondenti. 5

La delta ha sempre valore nullo eccetto in un punto, in cui ha valore infinito; ciò nonostante l’area da essa determinata è finita. 6

Ad esempio, la luce non passa attraverso due filtri successivi che siano polarizzati uno orizzontalmente e l’altro verticalmente, e quindi a maggior ragione non passa se ai due filtri se ne aggiunge un terzo polarizzato diagonalmente, prima o dopo i due precedenti; ma la luce passa se il


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terzo filtro si inserisce fra i primi due! Questo fatto sperimentale si traduce nella non commutatività della congiunzione. 7

Per ogni sua possibile strategia, un giocatore considera tutte le possibili strategie dell’avversario, e la massima perdita che potrebbe derivargli; egli gioca poi la strategia per cui tale perdita è minima. Tale strategia, che minimizza la massima perdita, è ottimale per entrambi i giocatori se essi hanno minimax uguali (in valore assoluto) e contrari (in segno): nel caso che tale valore comune sia zero, allora è inutile giocare. 8

Le loro reazioni erano state esplicite già al momento della decisione di costruire il computer: il matematico Siegel dichiarò che egli evitava persino di usare le tavole dei logaritmi (preferendo calcolarli a mano quando gli servivano), ed Einstein disse che un computer non l’avrebbe certo aiutato a trovare l’unificazione delle teorie dei campi. 9

Alcune delle riflessioni di von Neumann sull’argomento si trovano ne La logica degli automi e la loro riproduzione, del 1948, e Il calcolatore e il cervello, del 1958 (in Vittorio Somenzi e Roberto Cordeschi, La filosofia degli automi, 1994, pp. 151-166 e 108-150).

Bibliografia Alcune biografie coprono tutto l’arco dell’attività di von Neumann: Michael Heims, John von Neumann and Norbert Wiener, from mathematics to the technologies of life and death, 1980. Norman Macrae, John von Neumann, 1992. Giorgio Israel e Ana Millán Gasca, Il mondo come gioco matematico: John von Neumann, scienziato del novecento, 1995. Altre si concentrano su alcuni aspetti: William Aspray, John von Neumann and the origins of modern computing, 1990. William Poundstone, Prisoner’s dilemma: John von Neumann, game theory, and the puzzle of the bomb, 1992. Un’analisi del contributo tecnico di von Neumann si trova nelle due seguenti raccolte di articoli: Bulletin of the American Mathematical Society, 1958, vol. 64. Proceedings of the American Mathematical Society Symposia in Pure Mathematics, 1990, vol. 50.


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----Piergiorgio Odifreddi ha insegnato logica matematica negli Stati Uniti ed in Unione Sovietica, ed attualmente è professore presso l’Università di Torino. E’ autore di Classical Recursion Theory (North Holland, 1989), curatore di Logic and Computer Science (Academic Press, 1990), e sta preparando un volume di saggi sui legami fra matematica, letteratura e filosofia.

John von Neumann ritratto dinanzi al computer ENIAC


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REPRINTS


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DE CAUSA GRAVITATIS (Leonhard Euler) Presentazione (Alessandro Moretti): E’ quasi unanimemente ritenuto che la filosofia naturale abbia subito una evoluzione lineare nel corso del tempo con la progressiva sostituzione di teorie considerate inadeguate a favore di altre teorie, percorrendo un iter che parte dai primi timidi tentativi di spiegazione dei fenomeni fino alle odierne teorie fisiche, raffinate e complesse. Questo però, se si esaminano con un pò più di attenzione i fatti, si rivela essere un effetto dovuto al nostro retaggio culturale derivante tanto dalla nostra concezione lineare del tempo quanto dall’influsso onnipervasivo dell’idea darwiniana di evoluzione. Nella realtà lo svolgersi dei fatti è stato molto più complesso di ciò che appare. Uno dei periodi più turbolenti sotto questo punto di vista è stato il XVII secolo. In quel periodo videro la luce due delle teorie più importanti dell’intera storia della filosofia naturale: mi riferisco ovviamente alla teoria cartesiana dei vortici e alla teoria newtoniana dell’attrazione. La storiografia ufficiale insegna che la prima teoria, frutto delle speculazioni meramente filosofiche del genio di Cartesio, non era molto efficace sul piano descrittivo seppure estremamente suggestiva ed efficace sul piano esplicativo mentre la seconda, anche se meno fascinosa, era estremamente precisa proprio dal punto di vista dei calcoli e delle previsioni quantitative. E’ naturale che la seconda teoria finisse per prendere il sopravvento anche per l’apporto e il sostegno accordatole da figure eminenti della cultura dell’epoca. A questo punto sarebbe naturale aspettarsi, in base ai fatti enunciati sopra, che in seguito alla definitiva affermazione della teoria newtoniana nessuno studioso,dal più marginale al più importante, si sia avvalso dei principi della teoria cartesiana, considerata “falsa”. Questo invece non corrisponde al vero. Leonhard Euler (1707-1783) è stato senza dubbio una delle figure più rappresentative del XVIII secolo, e senza esagerare anche dell’intera storia della scienza. Nacque a Basilea e fu edotto da un maestro d’eccezione come Jacques Bernoulli. Il suo talento matematico era fuori dal comune e la sua capacità di scrivere non aveva eguali; ben presto il suo valore venne riconosciuto dai suoi contemporanei. Nel 1741 Federico il Grande lo volle all’Accademia delle Scienze di Berlino. Qui coltivò quelli che sono stati i suoi interessi di sempre: non si limitava infatti all’analisi matematica, ma si dedicava anche a studi in fisica matematica, meccanica e cosmologia, scienze che avevano ricevuto notevole impulso dalla rivoluzione newtoniana. In quegli anni scrisse il breve saggio che qui presentiamo, dove tentava per la prima volta di rendere ragione delle cause dei


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fenomeni celesti, come molti suoi illustri predecessori ma differentemente dalla quasi totalità dei suoi contemporanei. Il saggio venne pubblicato anonimo nel 7 volume della “Miscellanea Berolinensia”, gli Atti dell’Accademia di Berlino. L’attribuzione dello scritto ad Euler è pressochè certa grazie ad una lettera di uno studioso francese. George-Louis Lesage era uno studioso che soleva corrispondere con molti degli accademici del tempo. In una lettera che indirizzò ad Euler stesso, datata 9 Agosto 1765, egli criticava la teoria esposta in un breve saggio apparso anonimo sul settimo volume delle “Melanges de Berlin”. La reazione immediata e ferma non lascia adito a dubbi sulla paternità dello scritto. A questo saggio fecero seguito negli anni altri scritti sullo stesso argomento, ma questi rimangono sostanzialmente poco conosciuti alla gran parte degli studiosi. In questo saggio in particolare, dopo una discussione su quali dovrebbero essere i principi da seguire nell’indagine fisica, reintrodusse quel fluido pervadente l’intero universo che la teoria dell’attrazione aveva reso superfluo. Tale fluido era concepito sottoposto a grande pressione. Proprio a questa pressione era da imputare l’insorgere del fenomeno della gravitazione. In seguito, sulla base di questa, dedusse la legge dell’inverso del quadrato della distanza dal centro di gravitazione. Ma non vogliamo togliere troppo al piacere della scoperta lasciando il lettore al testo euleriano. ----Leonhard Euler, b. Apr. 15, 1707, d. Sept. 18, 1783, was the most prolific mathematician in history. His 866 books and articles represent about one third of the entire body of research on mathematics, theoretical physics, and engineering mechanics published between 1726 and 1800. In pure mathematics, he integrated Leibniz’s DIFFERENTIAL CALCULUS and Newton’s method of fluxions into mathematical analysis; refined the notion of a FUNCTION; made common many mathematical notations, including e, i, the pi symbol, and the sigma symbol; and laid the foundation for the theory of special functions, introducing the beta and gamma TRANSCENDENTAL FUNCTIONS. He also worked on the origins of the CALCULUS OF VARIATIONS, but withheld his work in deference to J. L. LAGRANGE. He was a pioneer in the field of TOPOLOGY and made NUMBER THEORY into a science, stating the prime number theorem and the law of biquadratic reciprocity. In physics he articulated Newtonian dynamics and laid the foundation of analytical mechanics, especially in his Theory of the Motions of Rigid Bodies (1765). Like his teacher Johann Bernoulli (see BERNOULLI, JACQUES), he elaborated continuum mechanics, but he also set forth the kinetic theory of gases with the molecular model. With Alexis CLAIRAUT he studied lunar theory. He also did fundamental research on elasticity, acoustics, the wave theory of light, and the hydromechanics of ships.


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Euler was born in Basel, Switzerland. His father, a pastor, wanted his son to follow in his footsteps and sent him to the University of Basel to prepare for the ministry, but geometry soon became his favorite subject. Through the intercession of Bernoulli, Euler obtained his father’s consent to change his major to mathematics. After failing to obtain a physics position at Basel in 1726, he joined the St. Petersburg Academy of Science in 1727. When funds were withheld from the academy, he served as a medical lieutenant in the Russian navy from 1727 to 1730. In St. Petersburg he boarded at the home of Bernoulli’s son Daniel. He became professor of physics at the academy in 1730 and professor of mathematics in 1733, when he married and left Bernoulli’s house. His reputation grew after the publication of many articles and his book Mechanica (1736-37), which extensively presented Newtonian dynamics in the form of mathematical analysis for the first time. In 1741, Euler joined the Berlin Academy of Science, where he remained for 25 years. In 1744 he became director of the academy’s mathematics section. During his stay in Berlin, he wrote over 200 articles, three books on mathematical analysis, and a scientific popularization, Letters to a Princess of Germany (3 vols., 1768-72). In 1755 he was elected a foreign member of the Paris Academy of Science; during his career he received 12 of its prestigious biennial prizes. In 1766, Euler returned to Russia, after Catherine the Great had made him a generous offer. At the time, Euler had been having differences with Frederick the Great over academic freedom and other matters. Frederick was greatly angered at his departure and invited Lagrange to replace him. In Russia, Euler became almost entirely blind after a cataract operation, but was able to continue with his research and writing. He had a prodigious memory and was able to dictate treatises on optics, algebra, and lunar motion. At his death in 1783, he left a vast backlog of articles. The St. Petersburg Academy continued to publish them for nearly 50 more years. R. Calinger Bibliography: Bell, Eric T., Men of Mathematics (1937; repr. 1986); Boyer, Carl, A History of Mathematics (1968); Spiess, Otto, Leonhard Euler (1929); Truesdell, C., “Leonhard Euler, Supreme Geometer (1707-1783),” in Irrationalism in the Eighteenth Century, ed. by Harold E. Pagliaro (1972). (The Software Toolworks Multimedia Encyclopedia, 1992 Edition) -----


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Commentatio ab indice ENESTROEMIANI abest Miscellanea Berolinensia 7, 1743, p. 360-370 Gravitatio corporum in se mutua tam latissime patet, ut plurimi philosophi non dubitaverint eam ad primas materiae proprietates, cuiusmodi sunt extensio et inertia, referre, mutuamque corporum sese attrahentium actionem a viribus insitis deducere. Cum enim corporibus extensio et inertia ideo tribuantur, quod omnibus constanter et perpetuo inesse deprehendantur, similis fere ratio gravitatis videbatur, propterea quod vix ullum adhuc sit observatum corpus, quod gravitatione penitus careret. Non solum enim omnia corpora circa terram posita deorsum nituntur, sed etiam terram ipsam cum reliquis planetis solem versus urgeri, observationes astronomicae ad leges Mechanicae examinatae luculenter docuerunt; quin in minimis etiam corporibus, quae quidem experimentis subiici possunt, similis quaedam vis sive magnetica sive electrica quotidie magis magisque evincitur. Sane in Astronomia attractionis hypothesis utiliter adhibetur in explicandis gravitatis phaenomenis. Planetae enim et Cometae perinde moveri observantur, acsi cum a sole tum a se mutuo attraherentur, iisdemque legibus progrediuntur, quas eis ex hac hypothesi Vir summus NEWTONUS praescripsit. Mathematico ad determinandam quantitatem effectuum et virium minime opus est, ut qualitates et causas earum rerum perspectas habeat, adeoque omni iure utitur termino attractionis ad indigitandam causam, etsi hanc prorsus ignoret. Cumque in natura effectus unus sit causa alterius effectus, Physicus rationem effectus ab alio, cuius causa ipsum fugit, redditurus, hunc eius causam allegare, adeoque ex attractione tanquam ex indubitabili Phaenomeno aliorum Phaenomenorum rationem reddere tenetur. Imo etiamsi vel maxime vera attractionis causa detecta fuerit, non tamen in explicandis singulis eius effectibus ab ista causa remota ratio petenda esset, quae ab effectu eius observabili tanquam a proxima merito derivatur. Ast battologiam a CARTESIO feliciter profligatam in Philosophiam iure quasi postliminii reducunt, sibique et aliis viam ad solidiorem rerum naturalium cognitionem praecludunt, quotquot de investiganda gravitatis causa desperantes nodum gordium secare conantur, dum attractionem vim primitivam corporibus inhaerentem esse, acriter contendunt. Nimirum ex notione effectuum seu Phaenomenorum attractionis, quae sola observatione innotescunt, per praecipantiam fingunt eandem causae notionem, idemque per idem explicantes committunt circulum maxime vitiosum. Attractionem enim concipiunt per vim, qua corpora ad se invicem urgentur, et gravitas ipsis est vis, qua corpus fertur versus centrum terrae; rationem autem reddituri cur id fiat, affirmant, id fieri propter attractionem seu gravitatem, quod idem est, ac si affirmarent, corpora ad se accedere mutuo, quia mutuo ad se accedunt, corpora tendere ad centrum terrae quia ad centrum terrae tendunt. An luculentius circuli vitiosi afferri possit exemplum, merito dubitandum. Ex primis Philosophiae principiis, seu ex


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notionibus communibus, quibus axiomata omnia constant, demonstratum est, in causae notione contineri notionem principii, quod nec admitti nec fingi debet, nisi ex eius determinationibus, per quas concipitur, effectus inde dependens sit explicabilis; alias Philosopho quidlibet pro lubitu fingere liceret. Causa itaque et principium differunt ab effectu et principiato, uti determinans a determinato. Admodum diversae sunt istae notiones, resque per illas repraesentatae; trianguli latera, quibus anguli determinantur, non sunt ipsi anguli. Ergo nec attractio et gravitas seu phaenomena, quae hoc nomine compellantur, sunt eorum causa. Non solum vero admissa attractione seu gravitate instar vis corporibus insitae mirum in modum confunduntur notiones causae et effectus, sed et praeterea pullulant innumerae difficultates inextricabiles. In hac enim hypothesi attractio producit omnes suos effectus absque omni contractu et impulsu et sine ullo concursu sive materiae propriae ex corporibus emanantis, sive alterius materiae intermediae: Stabilitur itaque eo ipso realitas adeoque multo magis possibilitas actionis in distans, quae fieri concipitur absque ullo contactu. Non ergo repugnat Sonum ad aures meas deferri sine aeris interventu; conspici a me objecta, quae ob infinitam locorum intercapedinem organa mea sensoria tangere nequeunt; herbas in planeta Saturno crescentes vi attractrice in se incomprehensibili in corpore meo vomitus aliosque vehementes intestinorum motus excitare, etiamsi neque nares neque os quicquam inde hauserint. Admissa enim corporum actione in distans sine impulsu, ex maiori vel minori eorum distantia ratio diversitatis effectuum reddi nequit. Concedunt attractionis patroni, corpora eo quod sint entia composita extensa et mobilia, in conflictu adeoque per contactum iuxta regulas motus infinitis mutationibus obnoxia esse, eamque ob causam ea tanquam machinas considerari posse ac debere. Nec minori evidentia demonstratum est, nullam in composito adeoque corpore accidere posse mutationem, nisi quoad figuram, magnitudinem partium, et locum totius, omnesque inde proficiscentes modificationes ex motu originem trahere. Sane scientia Physices ex eo demum tempore incrementa cepit, quo, explosis qualitatibus occultis, Philosophia Mechanica invaluit, quippe quae, facem praeferente Geometria, modificationes corporum ad causas suas revocans in eo versatur, ut ex eorum structuris texturis et mixtionibus, id est, ex modo compositionis mutationes inde pendentes secundum leges motus intelligibili modo explicet. Harum legum prima est, quod corpus unumquodque perseveret in statu suo quiescendi vel movendi uniformiter in directum, nisi quatenus illud a viribus impressis cogitur statum suum mutare. Quoniam veritas istius propositionis per exempla patet, sumunt eam Mathematici instar axiomatis, illique tanquam firmissimae basi arduam motus Scientiam superstruunt. Negari tamen nequit, evidentiam huius axiomatis pendere ab alio antiquiore, quod ex nihilo nihil fiat, seu ex principio rationis sufficientis; hoc enim sublato nihil amplius obstat, quo minus mobile ipsummet suam mutet celeritatem atque directionem. Evanescit itidem evidentia utriusque axiomatis in conceptu attractionis instar vis primitivae, corpori insitae, quippe per supra notata attractio seu gravitatio Phaenomenon tantum nihilque praeterea denotat, causam vero mentitur termino


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inani, cui nulla notio, id est nihilum respondet, nisi fingendi licentiam tibi arrogans in gratiam attractionis corporibus animam quandam inque ea appetitum, si non rationalem, saltem sensitivum, amorem vel instinctum, consequenter in corpore duplicem Mechanismum concipere velis, quorum unus ex mechanicis explicabilis legibus contiguitatem et contactum necessario requirit, alter vero absque contactu motum adeoque mechanismum immaterialem generat: In hac igitur hypothesi gravitatio aeque ac extensio omnibus corporibus tam sunt propriae, ut etiamsi corpus quodcunque per se a reliquis corporibus remotum spectetur, gravitate tamen tanquam essentiali attributo carere nequeat, unde et praeterea prono alveo fluit, gravitationem pariter ac motum concipi per se in uno corpore absque ulla relatione ad alia corpora, hoc est extra omnem nexum et Systema mundi materialis. Etsi autem ex hoc labyrintho exitus nullus pateat, attractionis tamen quidam defensores in eo ultimum praesidium quaerunt, quod nemo adhuc causam physicam gravitationis, quae omnibus phaenomenis satisfaciat, detegere potuerit. Fatentur nihilominus iniquissimam atque Philosopho indignam sententiam esse, cuius effectus causam assignare nequeunt, eiusdem omnino causam dari negare. Videamus igitur an gravitatis causa mechanica indicari possit? Quid tentasse nocet? In Mechanica ex prima motus lege demonstratur, a corpore A non posse moveri corpus B nisi ipsum A in motu sit constitutum, consequenter in nullo corpore status mutationem concipiendam nisi per conflictum, quo fit ut unius status conservari nequeat salvo alterius impingentis statu. Inde ostendi posset, in omnibus, quibus mundus materialis componitur, partibus, statu quidem discrepantibus, inter se tamen arctissimo nexu cohaerentibus, continuam mutationem consequi, ita ut nullum corpus vel puncto temporis in statu suo conservetur. Dum igitur corpus, quod etsi circa terrae superficiem quiescit, tamen deorsum nititur, a vi quadam externa deorsum urgeatur, sanciunt leges motus. Haec pressio, cum a nulla materia visibili efficiatur, ab invisibili ortum trahat necesse est, quae in corpus vel directe impingendo vel ob vim centrifugam premendo totum nisum producat: Tertium causae mechanicae modum dari non suspicantur attractionis Patroni. Verum gravitatem ab allisione materiae subtilis deorsum incurrentis oriri recte negant, neque fere minori iure explicationes a vorticibus petitas, in quibus corpora per vim centrifugam deorsum pellantur, reprehendunt, quoniam hac ratione vel phaenomenis non fit satis, vel ipsi vortices tam complicati excogitari debent, ut simplicitati, quam natura constanter affectat, nimium adversentur. Hinc igitur, cum praeter binos hos explicandi modos tertium non dari autument, merito sibi concludere videntur, gravitatis causam mechanicam seu explicabilem omnino non dari. Quamvis autem ista, quam faciunt, causarum enumeratio perfecta videatur, tamen in eo peccat iudicium, quod gravitas immediate ex uno vortice oriri assumatur, cum esse queat effectus mediate ex pluribus vorticibus oriundus. Ex minimis autem vorticulis primum elasticitatem provenire posse dubitare vix licet, atque hinc summa aetheris elasticitas ortum habere merito videtur. Sub aetheris nomine intelligo fluidum


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subtilissimum universum mundi spatium ita implens, ut vix dentur pori ab eo vacui: cuius fluidi existentiam praeter alias rationes radiorum lucis sive emissio sive propagatio evidentissme [sic] comprobant. Simul vero ex his phaenomenis perspicitur, universum aetherem in statu maximopere compresso versari, cuius compressionis causa, si cui minus recte vorticulis tribui videatur, is saltem aetherem tanquam aquam undique maxima vi comprimi concedet; quicquid autem sit, nihil contra leges philosophandi saniores mihi quidem assumere videor, si aetherem esse fluidum undique circumfusum ac summopere compressum statuam; haec enim hypothesis tum experimentis et observationibus maxime est consentanea, tum a suspicione qualitatum occultarum, qualis est attractio, alienissima. Cum igitur aether vehementer sit compressus, omnia corpora, quae in eo versantur, undique ingenti vi comprimantur necesse est, a quo effectu duritiem et cohaesionem corporum oriri verisimillimum videtur; corpus autem sic undique compressum ad motum non ciebitur, nisi pressiones, quas quaquaversus sentit, fuerint inaequales. Quamobrem si aether ubique aequali vi esset compressus, in corporibus nullus prorsus motus generaretur; sin autem compressiones aetheris fuerint inaequales, tum utique corpora sollicitari deberent eam regionem versus, ubi compressio aetheris fuerit minor. Quodsi ergo causa investigari posset; ob quam compressio aetheris minor esset futura prope terram, quam alibi, causa gravitatis eo ipso foret assignata. Cum autem aether sit fluidum subtilissimum compressiones per eum ita aequaliter distribui debere videntur, ut eiusmodi inaequalitas, qualis ad gravitatem producendam requiritur, locum habere nequeat; statim enim ac compressio uno in loco fuerit minor quam in adiacentibus, in his compressio relaxatur, atque quasi puncto temporis in aequilibrium reducetur. Verumtamen ex hoc ipso fonte explicari poterit, quemadmodum inaequalitas in aetheris compressione locum habere queat; cum enim si eiusmodi inaequalitas affuerit, motus in aethere subsequi debeat, ita vicissim, si motus in aethere adsit, ibidem compressio minor sit necesse est. Quoniam namque motus generari non potest sine dispendio virium, si aetheri motus prope terram tribuatur, iste motus neque produci neque conservari poterit, nisi compressio aetheris his in locis diminuatur. Quod etiamsi ex natura motus fluidorum ostendi posset, tamen facilius per observationes in aere et aqua agnoscitur, ubi compressiones, quamprimum motus accesserit, fiunt inaequales. Cum igitur valde sit probabile, aetherem circa terram in continuo motu esse positum, quod cum plurima alia phaenomena suadent, tum vero maxime virtus terrae magnetica evincit, nihil, quod legibus motus non sit conforme, assumere mihi equidem videor, si aetheris compressionem prope terram minorem statuam, quam in regionibus a terra remotis, ubi iste aetheris motus minus viget. Hac autem inaequalitate compressionis in aethere admissa, omnia corpora, quae circa terram sunt posita, maiori vi deorsum prementur, quam sursum, propterea quod supra corpora aetheris compressio maior est quam infra ea, et hanc ob rem ad descensum sollicitabuntur. Simili modo si aether prope solem in motu continuo fuerit constitutus, gravitatio planetarum versus solem hinc modo satis plano


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explicabitur. Effectus autem magnetici perpetuum aetheris motum vorticosum circa tellurem declarant, cuius generationem et conservationem alia occasione ex legibus motus explanabo, unde manifestum est, quae causa virtutem magneticam producat, eandem gravitatis principium in se continere; quae cum ob simplicitatem et conformitatem naturae maxime conveniant, ob hoc ipsum nullum dubium relinquunt, quin causa gravitatis in diminutione vis, qua aether prope terram comprimitur, collocari debeat. Quo autem gravitas ad terram appropinquando crescat in ratione duplicata viciniae a centro, quam legem phaenomena indicant, necesse est, ut diminutiones compressionis aetheris in ratione distantiarum simplici decrescant, quae ratio cum sit omnium simplicissima, simul veritatem huius explicationis non mediocriter confirmat. Sit compressio aetheris absoluta seu non diminuta = c, erit ea in distantia a centro terrae x aequalis c minus quantitate ipsi x reciproce proportionali; ponatur ergo compressio aetheris in distantia x a centro terrae C = c - cg/x . Hinc si corpus AABB circa terram versetur, eius superficies superior AA deorsum premetur vi = c - cg/CA , inferior autem superficies BB sursum premetur vi = c - cg/CB , quae vis cum minor sit quam prior, corpus deorsum premetur vi = cg( 1/CA - 1/CB ) = (cg*AB)/(AC*BC) . Cum igitur magnitudo corporis AB sit incomparabiliter minor quam distantia CB, erit AC = BC , hinc eiusdem corporis gravitas in distantia a centro quacunque erit ut 1/AC2 hoc est reciproce ut quadratum distantiae a centro. Similis ergo erit ratio diminutionis compressionis aetheris circa solem atque planetas, propterea quod vis, qua corpora eo urgentur, pariter reciproce est proportionalis quadratis distantiarum. Aetheris vero constitutionem prope quaevis corpora alterari, inflexio radiorum quae observatur, dum radii praetereunt, non obscure indicat. Cum enim radii in motu aetheris undulatorio constent, iste autem motus a compressione aetheris pendeat, evidens est, ubi radiorum inflexio eveniat, ibi quoque compressionem aetheris diversam esse oportere. Ex hoc vero fonte vis electrica corporum pariter atque adhaesio aquae ad vitrum in tubulis capillaribus, aliaque similia phaenomena explicationem facilem nanciscuntur; quae omnia attentius perpendenti sponte fient clariora.


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Eulero e la sua celebre equazione che lega il numero delle facce, degli spigoli, e dei vertici di un poliedro


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E’ LEON BATTISTA ALBERTI IL MISTERIOSO AUTORE DELLA HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI? (Emanuela Kretzulesco Quaranta) Chi fu l’enigmatico autore del romanzo di “Polifilo”, il “Poliaephilos”, (ovvero l’amante di Polia)? Chi scrisse il libro volle presentarsi così, con quello pseudonimo. L’anonimato doveva essere rigorosamente rispettato. Tant’è vero che l’ultimo dei presentatori dell’edizione aldina, Andreas Maro Brixiensis, in un dialogo “con la Musa” si sente rispondere da questa che né lei, (né le sorelle), vogliono che il “vero nome di Polifilo sia conosciuto”: “nolumus agnosci”. Da quasi cinque secoli i bibliofili e vari scrittori di storia e di filosofia s’interrogano circa l’identità dell’Anonimo “amante di Polia”. Nell’ultimo anno del secolo, il Quattrocento appunto, un secolo che potrebbe venir ricordato come quello dell’Umanesimo in pieno fulgore, fu stampato da Aldo Manuzio, grazie al finanziamento offerto da Leonardo Grasso, “il più bel libro a stampa del Rinascimento”: l’Hypnerotomachia Poliphili, oggetto del presente studio. Veneziano il libro, ma fiorentino il protagonista messo in scena dall’Anonimo autore. Da Venezia si perviene all’ambito dell’Accademia Fiorentina; e da li a quella Romana per via degli scambi e degli interessi incrociati. Il significato allegorico del romanzo - presentato come ricordo di un sogno fatto all’alba del 1° maggio 1467 dal misterioso “Polifilo” - fu chiaro, esplicito, per chi s’interessava di dottrine care ad insigni filosofi, quali il cardinale Niccolò Cusano, il Bessarione, gli Accademici romani e fiorentini. Lo scopo delle ricerche era quello di evidenziare la convergenza fra tradizioni religiose non appartenenti all’area giudeo-cristiana con quelle bibliche relative all’origine della creazione. Interessava la conferma obiettiva dell’esistenza di una Rivelazione, o “prisca enarratio theologica” della quale l’intera specie umana aveva conservato il ricordo. Si constatava che, nel corso dei millenni, le tracce di quella “prisca theologia” si potevano riscontrare in tradizioni ormai ridotte a “superstizioni” nascoste sotto apparenze mitologiche. Ma cosa sono le “superstizioni” se non “quod super est”, ciò che rimane d’un sapere diluito, ma ancora presente nell’intero globo terracqueo? In Oriente si scoprirono varie fonti, quali per esempio gli scritti detti di Ermete Trismegisto, nel 1419, in un’isola greca. L’origine del creato era ivi narrata in modo somigliante al racconto della Genesi. Ma se veramente vi è convergenza fra le varie e più antiche tradizioni religiose, non è questa la prova d’una avvenuta Rivelazione, di origine non umana, al principio dell’avventura umana sul nostro Pianeta? Non era questa la prova più valida della validità, appunto, del giudeo-cristianesimo? Purtroppo il senso


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misterico, teologico, della “Hypnerotomachia” non fu percepito se non nel 1962. Sino ad allora i bibliografi attribuivano la paternità sia ad un frate “Francesco Colonna”, veneziano, secondo la tesi del professore Giovanni Pozzi; sia al “principe Francesco Colonna”, signore di Palestrina, secondo il professore Maurizio Calvesi. L’una e l’altra tesi si basavano su di una frase risultante da un acrostico ricavato dall’unione delle maiuscole iniziali dei 38 capitoli nei quali è suddiviso il testo: “Poliam frater Franciscus Columna peramavit”. Fin dal Cinquecento, nella seconda edizione in versione francese, si era dato Francesco Colonna come autore del Polifilo. E tale attribuizione rimase indiscussa fino ai giorni nostri. Ci volle il professore Lamberto Donati, conservatore dei libri a figure della Biblioteca Apostolica Vaticana, per dare una scrollata all’edificio. Nel 1962 pubblicò uno studio nella rivista “La Bibliofilia”: Donati avanzò un’obiezione logica. Scrisse che se l’Autore voleva assolutamente rimanere nascosto sotto lo pseudonimo, perché mai avrebbe citato il proprio nome nell’acrostico? Anzi, a Donati l’acrostico sembrava posto come un sotterfugio per sviare l’opinione. Così mi disse a voce proprio in Biblioteca. Il testo poteva non essere stato originariamente suddiviso in capitoli; la cosa sembrava piuttosto essere stata elaborata durante l’allestimento editoriale, tanto più che quei capitoli erano preceduti, nell’edizione princeps aldina - quella di cui stiamo occupandoci da un breve riassunto scritto in terza persona - “Polifilo ha detto, ha fatto”... mentre tutta la narrazione è scritta in prima persona. A questo punto il mio consorte, Nicola Kretzulesco, mi suggerì di concentrare l’indagine non sulle prevalenti opinioni degli esperti, ma piuttosto sul senso dell’Opera e di cercare quindi di scoprire chi fosse Polia e perché l’Autore se ne definisse l’Amante. Polia, infatti, è il nome più antico di Atena, la Divina Sapienza: Atena Polias. L’Autore è innamorato della Sapienza divina; è un filosofo, Poliae-Philos; ed anche un teologo, giacché si tratta di “Divina Sapienza”. Il romanzo è la narrazione d’un itinerario spirituale fra le rovine del passato. Il libro poi sembra essere una specie di criptografico manifesto. Si è voluto indicare un principe come “amante della Divina Sapienza”, come lo erano i più insigni umanisti del Quattrocento; e così coprire la vera identità dell’Autore. Il libro offrì, negli anni seguenti, tre “chiavi” per la comprensione del testo: 1) - Stampato nel dicembre del 1499, il libro era “orfano” (“parente orbatus”), secondo l’autore della prefazione, Leonardo Grasso, finanziatore dell’edizione, un umanista. Con il suo prestigio, Grasso ottenne il privilegio di stampa dal Senato Veneto. A detta di questo autorevole personaggio, l’“autore era morto” quando venne alla luce il “Combattimento in sogno per amore della Sapienza Divina”. Ed era morto da tanti anni poiché il testo era rimasto per molto tempo “nelle tenebre”, rischiando di perdersi; sempre secondo Grasso. Questo dato certo permetteva di escludere entrambi i Francesco Colonna come


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possibili autori; infatti sia il monaco veneziano residente nel convento dei Santi Giovanni e Paolo, sia il principe di Palestrina erano vivi, vivissimi, nel 1499! Questo fatto, risultando dallo stesso responsabile dell’edizione, era inconfutabile. Un Francesco Colonna aveva appassionatamente amato il “divino sapere”; ma la sua parte nella storia del libro non era quella di Autore. Conoscendo la personalità del principe Francesco Colonna, signore di Palestrina e patrizio veneto, si può ipotizzare la sua parte nella storia del libro: sarebbe stato lui a portarlo da Roma a Venezia. Perché da Roma? Perché i ruderi antichi descritti nel sogno appartengono all’area del Lazio, secondo i rilievi pubblicati sia da Donati, sia da Calvesi, rispettivamente nel 1968 e nel 1965. E Roma, dopo il processo agli umanisti appartenenti all’Accademia Romana (1466-68) - un processo inscenato dalla Curia e portato avanti con interrogatori e torture - non era più un posto sicuro per un testo redatto come manifesto di ricerca della “prisca theologia”, fuori dall’ambito giudeo-cristiano. Una ricerca non gradita, specie dal Vice-Cancelliere di Santa Romana Chiesa, Rodrigo Borgia, allora cardinale, poi Papa Alessandro VI. A costui importava - occultamente - avocare alla Curia i tre poteri(1); spirituale, temporale e culturale. Ma avocare alla Curia significava avocare a sé, amico del Papa Paolo Il, proprio quei tre poteri. La ricerca filosofica fuori dall’area della Curia non era, per lui, Borgia, opportuna... 2) - La seconda chiave offerta dal libro risultava da una data, quella del colophon: 1° maggio 1467. L’Autore “Polifilo” assicurava che il sogno si era svolto all’alba di quel giorno. Sicché quanto descritto nel libro era il risultato di un itinerario spirituale ed archeologico compiuto nel Lazio prima del 1467. Ma quella data s’inseriva - come una chiave - fra quelle del processo agli umanisti dell’Accademia Romana, accusati di attentato all’autorità pontificia e ritorno al paganesimo: 1466-68. Notiamo poi che nel 1467 il principe Francesco aveva circa quattordici anni; era... troppo giovane per essere “Polifilo”. 3) - La terza chiave era offerta appunto dalle varie descrizioni ed illustrazioni del libro; chi le aveva offerte al Lettore intendeva - prima del 1467 - indicare un dato di estrema importanza teologica: un credo universale, espresso fuori dall’area cristiana, in tre dogmi: I - Resurrezione futura dei corpi; II - Unità e Trinità di Dio; III - Origine divina della vita, dovuta all’Amore Divino. Notiamo che i passi nei quali l’azione di quell’Amore datore di Vita è esplicitamente enunciata, sono sottolineati nell’esemplare appartenuto al Papa Alessandro VII Chigi, (1655-1667), il quale era un appassionato umanista. Ci voleva un gruppo di teologi dottissimi per scoprire quei tre dogmi nelle varie etnie. in conclusione l’Autore attivo prima del 1467 era stato un archeologo, conoscitore dell’architettura antica come lo dimostrano molti passi del libro, ed un filosofo profondo, teologo dedito al riscontro delle credenze teologiche universali,


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avvicinandosi così, spiritualmente sia ai cardinali Cusano e Bessarione, sia ai Papi umanisti Niccolò V e Pio II; nonché a pensatori quali Lorenzo Valla, scopritore della falsità della cosiddetta “Donazione di Costantino”, base fino allora del Potere temporale, e fautore di un’etica basata sul “libero arbitrio”. Di quest’ultima posizione vi è una testimonianza di “Polifilo”: quella delle scene che si svolgono nel palazzo della regina “Eleuterillide” o “Libero Arbitrio”. Passiamo ora ad un altro problema: quello della strana lingua “polifilesca”: un misto di volgare, di latino, di greco, infarcito di termini vernacolari ed anche ebraici. L’idioma, consigliato da “Polia, altissima imperatrice” - dice l’Autore risulta da una riscrittura del libro, redatto evidentemente in latino, nella prima stesura. Questa seconda, (la prima non è mai stata trovata) è il tentativo di arricchire il volgare con termini presi nelle lingue classiche, onde favorire lo schiudersi della “Rinascenza” in tutte le discipline volte ad una nuova civiltà degna di emulare quelle del passato. L’Alberti riscrisse in volgare opere da lui scritte in latino. Come Polifilo... Notiamo anche un altro fatto: il Pellegrino, esploratore di ruderi antichi, per capirne il senso, incontra Polia, pronta a spiegarglieli, sotto una pergola di gelsomino. Così sappiamo che un certo sapere misterico proveniva dalla Persia e dalla setta dei “Fedeli d’Amore”, il cui emblema era appunto il gelsomino; ed il cui credo era basato sulla conoscenza dell’Amore Divino organizzatore e legame delle forze che, nell’universo, comandano l’evolversi degli astri, secondo leggi matematiche; quindi intelligenti e quindi non soggette al Caso. Il tralcio profumato era simbolo del legame fra amore umano e divino (Rûzbehan, Le jasmin des Fidèles d’Amour, trad. di H. Corbin, ed. Verdier, 1991). Queste cose erano familiari ai “Fedeli d’Amore” toscani. Tant’è vero che Dante chiude la sua “Commedia” con il celebre verso: “Amor che muove il sole e l’altre stelle”. A questo punto chiediamo ancora al libro un Segno che possa istradarci verso la conoscenza dell’Autore come persona. La sua identità non doveva essere conosciuta, in modo assoluto, secondo il presentatore Andreas Marone da Brescia al quale la Musa dice: “Nolumus agnosci”. Noi però sappiamo - da quel che si è capito del suo itinerario spirituale - che fu uomo dottissimo nelle più svariate discipline: archeologia, architettura, filosofia, scienza della Natura, teologia... E sappiamo che fu attivo, come scrittore del sogno, prima del 1467. Le lingue classiche gli erano familiari; il titolo dell’Opera è contrazione di parole greche: “hypno” = in sogno; “eroto” = per amore; “machia” = combattimento; dell’amante di Polia = “Poliae philos”, in sogno. La proibizione di divulgare il nome d’uno scrittore morto da tempo fa pensare che la sua dottrina potesse coinvolgere gli amici superstiti. Ma sappiamo che alla base di quelle dottrine vi era la ricerca della “prisca theologia”; una ricerca che


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portava l’indagine fuori dall’ambito strettamente giudeo-cristiano. Immediatamente si pensa alle “fratrie” accademiche. Prima del 1467, queste erano state attivissime; in seguito ne fece parte anche il principe Francesco Colonna, “archeologo, restauratore del tempio della Fortuna Primigenia, scrittore in versi e prosa latina”. A Roma, quella che ho chiamato in un mio libro(2) “l’Eglise des Lumières”, erano attivi i dottissimi papi Niccolò V e Pio II, i cardinali Prospero Colonna, Niccolò Cusano, Giovanni Bessarione con i laici dell’Accademia Romana e con Lorenzo Valla che aveva denunziato l’illegittimità del potere temporale basato su di una falsa “Donazione di Costantino”. I suddetti prelati erano contrari al potere temporale della Chiesa. Morirono di “podagra” Pio II, Niccolò Cusano e Prospero Colonna. Nel 1464 fu eletto Paolo II amico di Rodrigo Borgia, creato Vice-Cancelliere di Santa Romana Chiesa dallo zio Callisto III Borgia che regnò fra Niccolò V e Pio II. A chi giovò l’ecatombe dei fautori d’una Chiesa svincolata dal potere temporale? Come mai morirono in tempo utile al Borgia? Da dove proviene la leggenda del “veleno Borgia”? Si sa che esiste un veleno che sgretola le ossa e che può sembrare podagra. Appena insediato Paolo II, vi fu il processo all’Accademia Romana con l’accusa di ritorno al paganesimo ed attentato all’autorità pontificia. Gli Accademici furono interrogati e torturati. E che dire poi della sparizione dell’Accademia Fiorentina, in tempo utile per l’elezione dello stesso Borgia, con il nome di Alessandro VI (agosto 1492)? Di podagra era morto a 43 anni Lorenzo il Magnifico nell’aprile di quell’anno. A Roma era morta sua moglie Clarice Orsini, suo sostegno nel mondo romano; ed era morta la bambina loro di otto anni. Morirono il Poliziano con il suo domestico e Pico della Mirandola nel 1494: Borgia era papa da due anni. Nel 1493 era morto Ermolao Barbaro, patriarca d’Aquileia, studioso di Aristotele; fu per una “brutta febbre” a 39 anni. Da poco era morto Bertoldo di Giovanni, custode delle “antichità” del giardino dei Medici; conosceva il senso dell’iconologia di Orapollo; sapeva decriptare rebus ed allegorie. Sparì l’Accademia Fiorentina. Doveva rinascere il movimento accademico, con la “Neo-Academia Philellenica” in casa di Aldo Manuzio; fra gli assidui c’era in prima fila Erasmo da Rotterdam. Venezia fu il rifugio del movimento accademico. Fra tutti gli uomini che sfuggirono alle persecuzioni durante il processo agli Accademici Romani (1466-68), ve ne fu uno notevole: Leon Battista Alberti. Nel 1466, esautorato dalla carica di abbreviatore apostolico, fuggì a Firenze e fu accolto dai Medici. Ed ecco che un piccolo segno di riconoscimento appare nella Hypnerotomachia Poliphili: la sigla “b”. Come non vedere una coincidenza fra il contesto storico di cui sopra e l’iniziale “B” di Battista? Il “Leone” era da lui stato aggiunto quasi come proclamazione relativa alla propria “forza”, al “coraggio” necessario all’“Amante della Sapienza” perseguitata. Per gli amici, però, e nei Dialoghi egli fu sempre “Battista”. Quell’amore per il sapere lo avvicina, fra gli altri umanisti, al Cusano, il cui


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testamento spirituale si trova nell’ultimo suo scritto: “De Venatione Sapientiae” (della Caccia alla Sapienza). Anche il Cusano proclamò la sua azione di “Combattente per amore della Sapienza”. Come “Polifilo”. Le stupefacenti convergenze fra la mentalità, l’etica, la malinconia, il sapere, gli interessi culturali dell’Alberti, quelli degli Umanisti caposcuola della prima “Rinascenza”, quale il “Cacciatore di Sapienza” da una parte; e quanto appare nella personalità del sognatore “Polifilo” dall’altra, rendono necessaria la consultazione del bel libro del professore Giovanni Ponte: “Leon Battista Alberti Umanista e Scrittore”. Nonché la possibilità di consultare la Hypnerotomachia, se non altro in edizione anastatica. La sigla “b” appare in due silografie: nella prima, in principio dell’itinerario onirico-allegorico, si assiste alla rinascita del Pellegrino stremato dalla battaglia contro le “forze ostili”. Egli rinasce quando riesce ad inumidire le labbra con qualche goccia di rugiada: la rugiada di Atena, simbolo dell’incontaminata dottrina celeste. La seconda sigla “b” si trova in fondo ad un rebus, già decifrato nel testo, dal quale appare un vero manifesto dell’Umanesimo: “Ex labore deo naturae sacrifica liberaliter, paulatim reduces animum deo subiectum, firmam custodiam vitae tuae misericorditer gubernando tenebìt, incolumenque servabit”. (Sacrifica liberalmente del tuo lavoro al Dio di Natura, poco a poco ridurrai il tuo spirito sottomettendolo a Dio. Il quale misericordiosamente custodirà la tua vita fermamente e, governandola, la conserverà sana e salva). Si tratta di un vero manifesto, una liberazione dalla dottrina scolastica incline, con un aristotelismo deviato, a vedere il male nella Natura. Il risveglio rinascimentale ha per sorgente l’illuminato credo relativo alla necessità di conoscere la Natura, opera divina del Creatore. A pagina 82 del libro del professore Ponte leggiamo una frase dell’Alberti: “Certa consiste ferma e costante sempre in ogni suo ordine e progresso la natura, nulla suol variare, nulla uscire da sua imposta e scritta legge” (dal Dialogo “Theogenius”). Il genio dell’Alberti intento a proclamare - come “Polifilo” - che la Natura offre la via migliore per pervenire alla conoscenza di Dio ed ottenere il “bene e beato vivere”, si trova in una pagina del II “Libro della Famiglia”; una pagina citata da Giovanni Ponte(3): “Ma sopra tutte lodo quella verissima e probatissima sentenza di coloro i quali dicono l’uomo essere creato per piacere a Dio, per riconoscere un primo e vero principio delle cose, ove si vegga tanta verità, tanta dissimilitudine, bellezza e multitudine d’animali, di loro forme, stature, vestimenti e colori; per insieme lodare Iddio insieme con tutta l’universa natura, vedendo tante e sì


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differenziate e sì consonante armonie di voci, versi e canti di ciascuno animante concinni e soavi; per ancora ringraziare Iddio ricevendo e sentendo tanta utilità nelle cose produtte a’ bisogni umani contro le infermità... per ancora temere e onorare Iddio udendo, vedendo, conoscendo il sole, le stelle, il corso dei cieli, e tuoni e saette, le quali tutte cose non può non confessar l’uomo esser ordinate,fatte e dateci da esso Iddio”. Giovanni Ponte conclude: “In questa celebrazione umanistica l’uomo è invitato ad unirsi alla natura tutta per lodare Dio”. Ricordando Dante, Ponte aggiunge una citazione dall’undecimo Canto dell’Inferno: “natura suo corso prende - da divino intelletto e da sua arte” (Inf. 99-100). Infine il “De Re Aedificatoria” dell’Alberti(4) trova nel Polifilo uno sviluppo per quanto riguarda la struttura perfetta dell’arco romano. A questo punto, nonostante la difficoltà della materia mi pare di poter tirare certe somme: la perfetta sintonia fra il manifesto firmato “b” nel Polifilo e le opere dell’Alberti brevemente citate, appare come una vera firma. Il sognatore si sveglia all’alba del 1° maggio 1467 al canto dell’usignolo. Ricordiamo che il mito dell’usignolo è quello che ricorda colei che ebbe la lingua mozzata perché non le fosse possibile rivelare il peccato d’incesto di Tereo. Anche gli Umanisti, sia laici che ecclesiastici, ebbero simbolicamente la lingua mozzata! E non è detto che anche oggi non sia sgradita ai manipolatori d’idee la ricerca d’una prova storica dell’avvenuta rivelazione divina atta a far comprendere ad Adamo il senso del proprio destino fisico e metafisico. In quanto alla questione del potere temporale - ormai bancario - chi può dire che non scotti più? Chi ricorda ancora che la Chiesa di Cristo è quella che “dà a Cesare quel che è di Cesare”? E che Borgia ebbe le casse piene d’oro? Il “misellus Poliphilus” è triste nella realtà del risveglio: “Polia Sapienza Divina” è stata scacciata dalle persecuzioni... A questo punto viene da fare un’altra riflessione: perché mai Aldo Manuzio avrebbe pubblicato il “De Rerum Natura” di Lucrezio, lui così cristianamente filosofo, tanto da inserire nelle pagine liminari delle Grammatiche destinate agli studenti sia il principio del Vangelo di San Giovanni, sia il “Pater Noster”? Ancora una volta il contesto storico ci può aiutare a comprendere perché Lucrezio si trovi fra i titoli delle pubblicazioni aldine. Infatti l’“inno allo splendore della Natura” con il quale Lucrezio inizia l’invocazione a Venere, simbolo dell’apparire della Vita sul pianeta Terra, rientra nella impostazione filosofica voluta dagli Umanisti nella prima metà del ’400; un’impostazione sviluppata nell’Accademia Romana, in quella Fiorentina, nelle Novecento Tesi di Pico della Mirandola, e della quale abbiamo trovato una “chiave” sia nel rebus di Polifilo, con la sigla “b”, sia nella bella pagina dell’Alberti citata da Ponte. Ma come la mettiamo con l’irreligiosità di Lucrezio che depreca la “violenza” dei religiosi citando, con orrore, il sacrificio di lfigenia per rendere propizia un’azione violenta, quale la guerra che gli Achei si accingevano a muovere contro Troia?


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Aldo in una sua prefazione aveva deprecato la barbarie e la violenza che avevano investito il mondo; questo mentre egli commemorava Pico della Mirandola, “fenice degli ingegni”! La storia della violenza perpetrata contro i più eccelsi genii dell’epoca - una violenza che proveniva dalle mene segrete mosse dalla Curia - ci aiuta a comprendere il senso della pubblicazione del “De Rerum Natura” da parte di Aldo Manuzio. Ora ci sembra di udire il lamento degli Accademici torturati, avvelenati! Coloro che avevano fatto parte della “Chiesa illuminata” dai primi versetti di San Giovanni: “In principio era la Luce”*... Versetti che Aldo non mancava di stampare in principio delle sue Grammatiche. In quanto all’Alberti, mori a Roma nel 1472 a sessant’otto anni, lasciando le sue carte al nipote Bernardo Alberti. Che le carte siano passate per la scuola di Domizio Calderini e Gaspare da Verona non è impossibile; e da lì al dotto principe Francesco Colonna; un grande umanista, il cui padre aveva protetto l’Alberti, come pure il Cardinale Prospero Colonna nella vicina villa di Zagarolo (antica Caesariolum). Fra la morte dell’Alberti, nel 1472, e la pubblicazione della “Hypnerotomachia Poliphili” intercorsero ben 27 anni! Era quindi esatta la dichiarazione di Grasso nella Prefazione: il testo di Polifilo, comprensibile anche grazie alle immagini, era orfano quando vide la luce a Venezia; ed era stato nascosto, rischiando di perdersi, per lunghi anni. Nella seconda tiratura, con le carte preliminari, il libro venne dedicato a Guidobaldo da Montefeltro. Si noti che i Montefeltro erano imparentati con i Colonna. A Roma non mancavano le “fratrie” accademiche; oltre quella presieduta da Pomponio Leto, vi era l’Accademia Bessaroniana nella quale fiorivano gli studi greci. Quindi non c’è da meravigliarsi se a Venezia venne inserito l’acrostico “sviante”: “Poliam frater Franciscus Columna peramavit”. Il principe di Palestrina amò davvero la Sapienza Divina; era tanto esperto di teologia che seppe difendersi anche dinanzi al tribunale dell’Inquisizione, ed il nome dell’Alberti rimase noto soltanto agli amici silenziosi che avevano frequentato “Battista”. Un nome che avrebbe potuto, se noto, sollevare altri polveroni in seno alla Curia... Sarà così risolto l’enigma della sigla “b”? Nonché quelli relativi alla travagliata storia dell’Umanesimo? Sarà ora più facile capire il messaggio di quegli Uomini contenuto nel “più bel libro del Rinascimento”? Un libro che, fra l’altro, ispirò le composizioni allegoriche di molti splendidi giardini d’una Europa umanista? Questi divennero - con i loro allegorici messaggi - gli araldi d’un pensiero “paradisiaco”; quello degli Umanisti in cerca della “prisca enarratio theologica”, dono divino all’Uomo nel “paradiso terrestre”. “Ai posteri l’ardua sentenza!”


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Filosoficamente parlando, con la prova data dalle concordanti tradizioni religiose fin dall’origine della specie umana, appare evidente l’origine “non umana” d’una rivelazione contenuta, simultaneamente, nelle più svariate contrade ed i continenti più lontani. Una rivelazione relativa al senso metafisico del destino umano. Ma tornando al Polifilo, la cui identità doveva rimanere nascosta nel momento storico della persecuzione di chi aveva sostenuto, proprio in seno alla Chiesa, la “prisca enarratio theologica”, fermiamoci all’ipotesi della “sigla b” quale iniziale dell’Autore; un Autore il cui nome fosse Battista; e che quel Battista fosse l’Alberti. Sia le date fornite dal testo, sia il pensiero dell’Autore, la sua cultura ci conducono proprio a lui. La maggiore contestazione di questa teoria la troviamo fra alcuni specialisti della lingua di quel Battista. Quegli specialisti giudicano l’idioma del Polifilo troppo lontano dal chiaro modo di esprimersi albertiano. Eppure, proprio nel genio dell’Alberti, nella sua preoccupazione di ottenere, per il volgare, chiarezza e ricchezza atti ad essere strumento di progresso in tutti i campi, anche in quello scientifico, troviamo l’avvio verso gli apporti di latinismi e grecismi che tanto appesantiscono il testo in oggetto, ma tanto ci servono anche oggi! Ed ecco che, se quanto sopra ci porta verso l’ipotesi d’un Battista Alberti nascosto soto lo pseudonimo di “ Polifilo”, novello “Philodoxeos” - un Alberti profondo conoscitore sia delle rovine laziali e campane, sia del sapere accademico e teologico dei massimi prelati della Chiesa “illuminata” (ma precocemente eliminata dalla velenosa “podagra” propinata da chi propendeva per una Curia manipolata decisa ad ottenere l’assoluto potere culturale, temporale, spirituale) allora possiamo anche capire il misterioso prestigio goduto dal celeberrimo incunabolo: “Hypnerotomachia Poliphili”, nonché il pericolo nel quale potevano incorrere gli amici di “Battista”, anche dopo la sua morte. Risalendo all’autore presunto il cui nome incomincia con “b”, (Battista Alberti), possiamo anche intravedere le ragioni che fecero del “Polifilo” l’ispiratore dello spettacolo misterico offerto in tanto giardini italiani, poi francesi, indi europei a partire da quello di Castello (Firenze). Fu questo il primo giardino detto “all’italiana”; le allegorie s’apparentano alle idee di chi, come Cosimo de’ Medici, poteva conoscere quel testo e chi, come Stefano figlio di Francesco Colonna, signore di Palestrina, poteva aver suggerito, per la “ Grotta degli Animali”, il tema prenestino del mosaico “degli Animali del Nilo”. L’intero enigma dei “giardini misterici” europei viene così risolto. Perfino quello di Versailles - con Mazzarino lettore di “Polifilo” e precettore di Luigi XIV - offre uno spettacolo iniziatico a chi saprà seguire il Re vestito, per l’occasione, da imperatore romano in omaggio alla propria ammirazione per Augusto. Ormai Philomela ha la sua rivincita: possiamo - grazie a “Battista” - ascoltare il divino concerto degli spiriti risorti con “Polia”, “Divina Sapienza”.


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Note (1) Cfr. Politica Romana, n.2/1995, pp.105-107. (2) Cfr. Les Jardins du Songe. Poliphile et la mystique de la Renaissance, Parigi 1986. (3) Cfr. G. Ponte, Leon Battista Alberti Umanista e Scrittore, Genova 1981, p. 82. (4) L.B. Alberti, Opere Volgari, vol. III, Bari 1973. * Nota del curatore del presente reprint: Le parole indicate in realtà non sono nel Vangelo di Giovanni, che inizia con: “In principio erat verbum...”. ----L’originalissimo articolo che abbiamo appena riproposto ai lettori di Episteme è stato scritto dalla Principessa Emanuela Kretzulesco Quaranta, nota studiosa del Rinascimento, autrice di: Les Jardins du Songe - Poliphile et la mystique de la Renaissance, Paris, 1976, Premio Montyon dell’Académie Francaise, 1977; Les Belles Lettres, Paris, 1986, II ed.ne riveduta. Inoltre, di: Giardini misterici Simboli, Enigmi dall’Antichità al Novecento, Ed. Silva, Parma, 1994; Le Jardin de l’Absolu - Itinéraires à la recherche du Savoir perdu - Au fil du Songe de Poliphile, in corso di pubblicazione, Ed. Silva, Parma. L'articolo è stato pubblicato per la prima volta nell’estremamente interessante rivista: Politica Romana, Quaderni dell’Associazione di Studi Tradizionali “Senatus”, Roma, N. 3, 1996, pp. 178-187, curata dal Dott. Piero Fenili, che qui sentitamente, insieme all’autrice, ringraziamo.


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Illustrazione tratta dall'editio princeps dell'Hypnerotomachia Poliphili, Venezia, 1499


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RECENSIONI


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L’ALBA DEL “NUCLEARE”... ”ENRICO FERMI E I SECCHI DELLA SORA CESARINA” di Fabio Cardone e Roberto Mignani Ed. Di Renzo, Roma, Giugno 2000 E’ il 26 ottobre del 1935 quando viene depositato il celebre brevetto, riguardante “il processo per la produzione di sostanze radioattive, in particolare mediante il bombardamento con neutroni e anche l’aumento dell’efficienza del processo mediante il rallentamento dei neutroni grazie a urti multipli”, che è all’origine, nel bene e nel male, dello sfruttamento dell’energia nucleare. Esso portava la firma di Enrico Fermi, Edoardo Amaldi, Bruno Pontecorvo, Franco Rasetti ed Emilio Segrè, mentre gli eventuali proventi materiali sarebbero stati divisi anche con Oscar D’Agostino (il chimico del gruppo), e Giulio Cesare Trabacchi, la “Divina Provvidenza”, che aveva concesso in prestito ai “ragazzi di via Panisperna” un prezioso ed indispensabile grammo di radio. Solo pochi anni più tardi, il 2 dicembre 1942, Fermi riusciva ad ottenere, nei sotterranei di uno stadio per il baseball a Chicago, la prima reazione nucleare controllata; è il 16 luglio 1945 quando l’improvvisa luce della prima esplosione atomica si accende nel deserto di Alamogordo. Questo racconta, in estrema sintesi, la storia dei tentativi di applicazione pratica della famosa equazione di Einstein, contemplante la completa equivalenza tra massa ed energia, ma ci furono retroscena di questa vicenda tanto significativi quanto poco conosciuti? In che modo Fermi & C. furono condotti alla constatazione sperimentale che cambiò il loro destino, e quello del mondo intero? In questo libro godibilissimo, scritto da due fisici, noti tra l’altro per le loro ricerche sui fondamenti e le possibili estensioni della teoria della relatività, si ricostruisce l’ambiente umano che fece da sfondo a quei lontani avvenimenti, mostrando che gran parte del “merito” dell’importante scoperta va attribuito … alla “sora Cesarina” (la donna delle pulizie del Regio Istituto Fisico di via Panisperna!), e ai secchi d’acqua che essa nascondeva sotto il bancone su cui Pontecorvo, il “Cucciolo” del gruppo, effettuava le sue misurazioni dagli “strani” risultati. Come dire che, una volta di più, nella storia della scienza, gioca un ruolo importante anche il “caso”. Certo, esso si deve coniugare al “talento” di chi sia in grado di coglierne gli involontari suggerimenti, ma senza le sue funzioni di concreto catalizzatore delle idee, talune attività di ricerca sperimentale non sarebbero coronate da successo... Non sembra opportuno dire di più, per non togliere il piacere della sorpresa, e chiudiamo quindi queste righe con un invito alla lettura del libro, breve ma intenso, di cui diamo qui di seguito l’indice dei capitoli: 1 - Pensieri autunnali di un fisico a fine millennio I fisici e il metodo scientifico


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2 - La ricerca della verità L’esperimento come interrogazione della natura 3 - Un incontro casuale 4 - Il racconto del cavalier Berardo La ripetibilità: l’anima del metodo scientifico 5 - I secchi della sora Cesarina La scoperta e lo scopritore 6 - La scoperta incompresa Fermi e la scelta di Lorentz 7 - Epilogo (UB)

Enrico Fermi


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Il prossimo numero di Episteme: N. 2 - 21 dicembre 2000 Presentazione del volume 1 - Felice Vinci: Omero nel Baltico 2 - Flavio Barbiero: Relazione fra il calendario perpetuo basato sul ciclo di 128 anni e i calendari centroamericani 3 - Bruno d’Ausser Berrau: Mysteria Latomorum - Uno studio sullo scisma massonico del 1717 e su alcuni aspetti generali di quell’Istituzione 4 - Emilio Spedicato: Numerics of Hebrews Worldwide Distribution around 1170 AD according to Binyamin of Tudela 5 - Ludwik Kostro: The Evolution of the Notion of Creation in the JudeoChristian Religion 6 - Alberto Bolognesi: Dalla parte del torto: Tully & Fisher vs Hubble - Uno studio critico sul successo della cosmologia del Big-Bang 7 - Fabio Cardone: I fondamenti assiomatici delle teorie fisiche 8 - Giuseppe Cannata: Etere e relatività Reprints: Stevan Dedijer: The Rainbow Scheme - British Secret Service and Pax Britannica Quirino Majorana: Le teorie di Alberto Einstein Recensioni Presentazione del prossimo numero


Episteme 1