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Anno 27 - N°01 del 13/01/2021 - www.newentrymagazine.it - brescia@newentry.eu - Per la tua pubblicità: 347.73.52.863 Gianluca Boffetti

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POLIAMBULATORI SAN FLAVIANO IL TEMPO È CUORE Il cuore è un organo che svolge la funzione di pompa, ovvero attraverso le arterie spinge il sangue, ricco di nutrimento ed ossigeno, ai vari organi e tessuti del nostro corpo. Per fare ciò, quando siamo a riposo, si contrae 60-80 volte al minuto, ma durante l’attività fisica può duplicare la frequenza per aumentare l’apporto di sangue necessario, ad esempio ai muscoli. Non a caso il cuore è prevalentemente costituito da tessuto muscolare ed esso stesso ha bisogno di molto nutrimento (sangue), molto maggiore rispetto agli altri organi, per svolgere un’attività così intensa. Le arterie che gli portano il “carburante” si chiamano coronarie e decorrono sulla sua superficie esterna. In alcuni casi le arterie del corpo vanno incontro ad una patologia che ne restringe il lume interno

Dott. Andrea Rizzi 02

e limita il flusso di sangue trasportabile, riducendo o compromettendo la funzione dell’organo che non è più adeguatamente nutrito. Tale patologia si chiama “aterosclerosi” e consiste prevalentemente nella formazione di placche di colesterolo all’interno delle arterie stesse; a volte questo processo, associato alla formazione di trombo (coagulo di sangue), porta all’occlusione acuta dell’arteria con l’interruzione totale del flusso di sangue. Quando ciò accade alle coronarie (le arterie con cui il cuore nutre sè stesso) si verifica “l’infarto miocardico”. Senza più ossigeno, il cuore continua a contrarsi per mantenerci in vita con un enorme dispendio energetico. Tuttavia, per ogni minuto che passa, è una parte del cuore stesso che muore (necrosi). Questo è l’infarto miocardico: il danno irreparabile delle cellule muscolari da cui è prevalentemente costituito. La sintomatologia è spesso facilmente riconoscibile: dolore al petto o all’emitorace sinistro con irradiazione al braccio sinistro. Tuttavia non è infrequente che si presenti con disturbi meno specifici: dolore alla mandibola, all’emitorace destro o braccio destro, alle spalle, in sede interscapolare, bruciore alla bocca dello stomaco o senso di costrizione al giugulo; esistono poi alcuni segni che posso accompagnarsi alla sintomatologia come la sudorazione fredda e profusa, il pallore cutaneo o lo svenimento. Ma la sintomatologia più pericolosa, anche se fortunatamente poco frequente, è la “completa assenza di sintomi” che porta a non consultare il medico! Appare infatti evidente che diagnosticare un infarto non sia affatto facile, vista la sovrapposizione della sintomatologia con tante altre


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patologie (a volte ciò che può sembrare una banale indigestione nasconde un problema cardiologico). E’ quindi necessario fare almeno un elettrocardiogramma. La terapia acuta dell’infarto è fortunatamente molto efficace: consiste nel ripristinare il flusso di sangue nell’arteria occlusa e ciò si può ottenere sia con la somministrazione di farmaci che sciolgono il coagulo, sia con la disostruzione meccanica dell’arteria, ovvero l’angioplastica coronarica, nota a molti anche come “il palloncino”. Consiste nell’introdurre attraverso un’arteria periferica (ad esempio quella del polso) un catetere nell’arteria occlusa del cuore. In prossimità del trombo viene gonfiato per alcuni secondi un palloncino presente all’estremità del catetere che schiaccia e frammenta il coagulo ripristinando il normale flusso di sangue. Prima si agisce, più la terapia è efficace. L’infarto miocardico si può però prevenire agendo sui fattori di rischio che contribuiscono alla formazione dell’aterosclerosi. Alcuni di questi sono modificabili con uno stile di vita adeguato e con la terapia farmacologica. Questi sono: diabete mellito, ipertensione arteriosa, dislipidemia (elevati valori di colesterolo e/o trigliceridi), abitudine tabagica, stress. Purtroppo altri fattori predisponenti non sono correggibile come ad esempio la familiarità per malattie di cuore (ovvero la predisposizione che ereditiamo con il patrimonio genetico dai nostri genitori) ed il sesso maschile (fino ai 65 anni di età le donne hanno un’incidenza di problemi cardiovascolari nettamente inferiore agli uomini grazie al diverso assetto ormonale che le protegge dall’aterosclerosi). Importante è identificare ed eventualmente trattare l’aterosclerosi coronarica precocemente, prima che porti all’occlusione dell’arteria. In tal senso sono importanti accertamenti cardiologici: una visita accurata con attenta valutazione della sintomatologia.

Dott. Gianluigi Parola Se poi il danno è fatto, ovvero l’infarto è già avvenuto, dovremmo rassegnarci ad assumere molti farmaci, spesso visti dai pazienti come una condanna, ma che in realtà sono dei veri e propri “salva vita”. Non va trascurato uno stile di vita adeguato ovvero attività fisica aerobica ed una dieta mirata (scarso apporto di grassi animali ed introduzione di omega-3 presenti ad esempio nel pesce azzurro). Lo scopo del cardiologo è prevenire le malattie cardiache e permettere al cardiopatico di condurre una vita normale per questo il Dott. Gianluigi Parola e il Dott. Andrea Rizzi collaborano presso i Poliambulatori San Flaviano. POLIAMBULATORI SAN FLAVIANO Via Garibaldi 35 25020 Pralboino BS Tel. 030/954.649 www.poliambulatorisanflaviano.it

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NEW ENTRY il Giornale della Gente Quindicinale d’informazione sociale e culturale a distribuzione gratuita Decreto del Presidente del Tribunale di Bergamo n°21 del 09/03/2000 Editore e Direttore Responsabile: Gianluca Boffetti Direttore Onorario: Michele Cortinovis Redazione: Stefano G. - Giorgio M.

Anno 27 - N°02 del 07/02/2021 www.newentrymagazine.it New Entry il giornale della gente New Entry Boffetti Gianluca newentrycommunication New Entry Television I NOSTRI CONTATTI redazione@newentry.eu bergamo@newentry.eu brescia@newentry.eu

Editoriale

AGGHIACCIANTE Hanno 13 e 14 anni e sono già delinquenti. Tanta cattiveria, insulti nei confronti di una ragazzina indifesa circondata da un branco di codardi idioti che meritano una lezione di quelle da ricordarsi in punto di morte. In questi casi non possono esistere attenuanti, scuse di vario genere ma solo una presa di posizione se non dei loro genitori, dello Stato stesso con misure disciplinari drastiche nei confronti di questi demoni. Si paga a caro presso una società che non funziona, vuota, arida di sentimenti e soprattutto senza regole certe. Eppure delle misure cautelative si potrebbero prendere: per questi vigliacchi riformatorio e sospensione scolastica e riformatorio. Per certi elementi bisognerebbe tornare alla bacchetta di legno sulle mani!!! Il bullismo c’è sempre stato ma ora si è superato ogni limite... una domanda sorge spontanea: non è che che i social hanno alimentato questo fenomeno? Non a caso, l’ignobile gesto di questi sette adolescenti è stato subito postato su Instagram e su una chat di gruppo di whatsapp come un trofeo, un gesto eroico... dimostrando, se ce ne fosse ancora bisogna, l’ignoranza acuta di questi ragazzi che non si sono nemmeno preoccupati delle conseguenze che avrebbero potuto avere. Che la giustizia, quella vera, faccia il suo corso in una società ormai degradata e alla giovane ragazza, vittima di questo scempio, un augurio di cuore di una buona vita. Gianluca Boffetti certificato ANAMMI n. N946

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La vita? Fragile e insostituibile! Una mattina Elena si è svegliata e sembrava sentire un rumore dal soggiorno. Con sua sorpresa, ha visto suo marito. Non se lo aspettava affatto oggi, perché sapeva di essere lontano all’estero dove lavora come camionista. ‘’Dove sono le tue cose?” ha chiesto Elena. ‘’Non li ho portati ora, sono venuto solo per parlare”. Elena è rimasta scioccata, perché l’ultima volta si sono separati in una feroce discussione, e poi non hanno parlato per giorni. ‘’Di cosa vuole parlarmi? ‘’ - Elena pensava. ‘’Sono venuto a dirvi che c’erano molti dibattiti senza senso e stupidi tra di noi quando me ne sono andato, ma voglio che sappiate che vi voglio tanto bene. Negli ultimi giorni volevo chiamarti mille volte ma il mio orgoglio, la mia testardaggine, era più forte e non me lo permetteva! Voglio che tu mi perdoni!”. Elena si è subito cambiata i vestiti e senza dire una parola verso suo marito. ‘’Voglio che tu sappia che ti amo tantissimo e sono orgogliosa di te per tutto quello che fai quotidianamente per la nostra famiglia” . Suo marito rispose: ‘’ Tu e i nostri figli siete i più importanti, i più preziosi della mia vita‘’ dopo di che, silenziosamente, ha baciato Elena sulla fronte. ‘’Non dimenticare per favore, qualunque cosa accada, sarò sempre al tuo fianco, con te. Devo ripartire, ma questa strada sarà molto lunga”... Proprio in quel momento ha suonato il telefono. ”Buongiorno, stiamo cercando la signora Elena.” - ‘’Sì sono io, come posso aiutare?” ‘“Signora Elena, voglio dirle.... suo marito ha avuto un grave incidente, è morto. Mi dispiace!“ - “È solo un malinteso, perché mio marito è a casa, gli ho appena parlato. Deve aver chiamato il numero sbagliato...” Elena ha controllato tutta la casa cercando suo marito in ogni stanza, ma non si trovava da nessuna parte. Ha sentito la sua anima piena di grande dolore e il freddo ha preso il sopravvento su tutto il corpo. Il suo cuore è affondato

Riflessioni

ed è caduta in ginocchio, si è lamentata nel bel mezzo del salotto e si è accorta che suo marito non era tornato a casa! Quello che sembrava così reale era solo una visione e la chiamata non era sbagliata. L’anima di suo marito le aveva detto addio! Mai uscire da una casa arrabbiati! Può essere l’ultima volta che vedrai i tuoi cari e li abbraccerai un’ultima volta! Di addio all’amore, come se fosse l’ultima volta! So che molte persone non racconteranno questa storia ma se sei una di quelle persone che si sono prese il tempo di leggerla, parlane con l’intento di prestarci un po’ più di attenzione l’uno all’altro. Forse questo piccolo messaggio avvicina le persone. Cerchiamo sempre di essere grati per la vita perché è così fragile e insostituibile! Cristina Ed è Poesia

“Il barbone” Sono rimasto solo da quel giorno... senza più una lacrima sul viso, tutto sudicio, senza più un quattrino, solo come il figlio di nessuno. Dimenticato da tutti, anche dal Padreterno. A girovagare alla stazione dei treni... vestito solo con qualche straccio ed un tabarro vecchio.... cammino intanto in cerca di nessuno, quando sono stanco mi siedo a riposare un poco... a pensare a chi mi volle bene, ed il passato a dire che non è sempre stata così. Ma tutto ha un inizio e tutto ha una fine... Adesso sono stanco e vecchio solo come un cane abbandonato, aspetto il giorno che sorella morte, mi accompagni, da chi un giorno mi lasciò solo. BMG 05


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L’OSTEOPATIA PER PRENDERSI CURA DEL DIAFRAMMA Il fondatore dell’osteopatia, il medico statunitense A.T. Still, nel 1800 utilizzò queste parole per descrivere l’importanza del diaframma: “Per mezzo mio vivete e per mezzo mio morite. Nelle mani ho potere di vita e di morte, imparate a conoscermi e state sereni”. Il diaframma (chiamato anche muscolo della serenità) è una cupola che separa la cavità toracica, dove si trovano polmoni e cuore, dalla cavità addominale, sede degli organi dell’apparato digerente. Tutti conoscono l’importanza del diaframma come muscolo della respirazione, ma oltre a questa nobile funzione, ricordo che, con il suo movimento costante, esso influenza tutte le funzioni viscerali. Ecco svelato perché il diaframma può essere responsabile di problematiche digestive o stitichezza. Osservando la pancia di un neonato possiamo notare che durante la fase inspiratoria questa si gonfia come un palloncino che si riempie d’aria, per poi sgonfiarsi durante l’espirazione. Questo accade perché il diaframma è libero di muoversi. Nell’adul-

to invece, spesso a causa dei ritmi di vita frenetici, il respiro diventa più corto e superficiale e il diaframma perde via via la sua libertà di movimento. Quando il diaframma non è più libero nel suo movimento fisiologico, succede che i muscoli accessori della respirazione, situati nella zona cervicale, subiscono un sovraccarico funzionale e si irrigidiscono, causando dolori al collo e riduzione della mobilità cervicale. Problematiche digestive, ansia, cervicalgia, mal di schiena e stitichezza sono solo alcuni dei problemi che può darci una cattiva respirazione. Trattare il diaframma attraverso delle manipolazioni osteopatiche e imparare ad utilizzarlo correttamente attraverso dei semplici esercizi ti porterà benefici articolatori, circolatori, organici ed altro. Controllare il proprio respiro significa anche controllare le proprie emozioni. Dott.ssa Elisa Cerutti

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Riflessioni

SHOAH: UN VIAGGIO A BERLINO

Nel novembre del 2018 mi è stato proposto dalla ditta che ci fornisce il mangime (sono contitolare di un allevamento di vacche da latte), un viaggio studio presso la fiera zootecnica di Hannover (Germania), fra le più importanti al mondo in questo settore. Inizialmente ho rifiutato perché ho una paura matta di volare (l’unica cosa che mi piace dell’aereo, sono le hostess), ma quando mi hanno detto che per una settimana sarei stato loro ospite e tutto era spesato, pagato, gratis (non so il perché, ma questa parola ha qualcosa di magico), ho accettato ben volentieri. Siamo atterrati ad Hannover alle 17.00 (primi di novembre 2018), la nostra squadra era composta da 27 persone tra agenti venditori, alimentaristi, i due proprietari dell’azienda mangimistica e tre allevatori (fra cui io). Ci siamo messi davanti all’aeroporto aspettando il pullman che era stato avvisato da uno dei proprietari della ditta, ma dopo mezz’ora niente, allora ritelefonano, ma dopo un’altra mezz’ora, niente, chiamano per la terza volta: “signor autista, è la terza volta che le dico che siamo davanti all’ingresso dell’aeroporto”,”ed io è la terza volta che dico che sono al parcheggio numero 3, fatevi una camminata, disto soltanto qualche kilometro”. E così, visto che il signor autista (di origini polacche, come tutti gli autisti che abbiamo avuto), non voleva scomodarsi a venire a prenderci, siamo andati al parcheggio, tirando le valige soltanto per 3 kilometri. Il biondo autista (che parlava piuttosto bene l’italiano), ci ha accolto con un gran sorriso dicendo: “un po’ di

moto fa sempre bene”, “a li mortacci tua”, (fra di noi c’era anche un agente romano). In realtà il polacco era piuttosto simpatico ed il suo pullman di gran lusso, aveva perfino il bagno. Nell’arrivare all’hotel che ci ha ospitato per i primi 3 giorni, abbiamo notato la totale assenza di rotonde (o rotatorie come dir si voglia), in Germania ci sono ancora i classici incroci con i semafori, i centri abitati e le cittadine, hanno una illuminazione ridotta più o meno del 50% rispetto alle città italiane; probabilmente per questioni di risparmio energetico. L’albergo era molto carino, un 4 stelle accogliente, pulitissimo; l’unica cosa che mancava e che manca in tutta la Germania è il bidet, evidentemente i tedeschi non danno una grande importanza alla pulizia dei “bassifondi”. Siamo usciti a cenare in un ristorante tipico bellissimo, costruito tutto in legno considerato fra i migliori ad Hannover; contrariamente a quanto pensavamo, abbiamo mangiato piuttosto bene (naturalmente non si può pretendere di mangiare bene come in Italia, è impossibile), però la qualità degli alimenti era molta alta, il cibo era accompagnato da cereali germinati conditi con una salsa molto delicata. Quando abbiamo saputo che l’acqua minerale e la birra, avevano la stesso prezzo, siamo andati a tutta birra, ne abbiamo consumata a fiumi, bisogna tener presente che la gradazione della birra tedesca è bassissima. L’indomani di buon’ora siamo partiti alla volta della Fiera Zootecnica di Hannover; immenso il parcheggio come del resto

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tutta la fiera. Appena entrati, il primo stand che abbiamo incontrato era di una ditta produttrice di silos in vetroresina di Isorella (Brescia), appena ci hanno sentito parlare in italiano, ci hanno fatto accomodare ed offerto il caffè. La presenza di ditte italiane era altissima, la proverbiale ospitalità, la simpatia, il calore che gli italiani mettono nel relazionare con gli altri, facevan si che i loro stand fossero sempre strapieni di persone. Molto alta anche la presenza di ditte Cinesi che commerciavano sali minerali ed integratori in generale, per animali da reddito e compagnia; bellissime le cinesine nei loro costumi tipici tradizionali che accoglievano i visitatori. Abbiamo impiegato 2 interi giorni del nostro soggiorno tedesco per visitare bene la fiera, percorrendo 13 kilometri giornalieri (abbiamo potuto misurarli grazie ad una app scaricata sul telefonino). Gli ultimi 3 giorni li abbiamo impiegati per visitare Berlino; trasferimento da Hannover alla capitale con un altro pullman ma sempre di gran lusso e guidato da un altro polacco. Siamo arrivati a Berlino nel pomeriggio e sistemati in

Riflessioni un hotel di gran classe (5 stelle +), nel grande salotto della reception c’erano dei maxi schermi dove si susseguivano le immagini di VIP di fama mondiale, che avevano soggiornato in quel Grand Hotel (praticamente tutti). La Camera d’albergo che ho condiviso con Davide (logicamente per ogni camera eravamo in due, altrimenti la singola sarebbe stata di un costo esorbitante per la ditta di mangime che ha organizzato il viaggio), era veramente stupenda, il bagno una favola (anche se mancava il bidet), Davide, che prima di allora conoscevo solo in modo professionale, essendo l’agente di vendita della mia zona, si è dimostrato un giovanotto gentilissimo, altruista, simpatico, quel tipo di persona che se la sa cavare in ogni situazione. Dopo aver sistemato i bagagli siamo usciti per la cena ed essendo solo ad un kilometro dalla porta di Brandeburgo, siamo andati a visitarla; veramente bella e imponente, il grande viale che si estende dopo di lei è sempre occupato da molti artisti di strada che mettono

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Riflessioni

in mostra i più svariati tipi di spettacolo. Noi abbiamo parlato con tre artisti italiani che hanno scelto di vivere a Berlino e hanno fatto del loro talento una professione; gli abbiamo chiesto quanto riuscivano a guadagnare all’incirca in un mese e ci hanno risposto più o meno 2000 euro; “porca miseria, ma è tantissimo”, hanno mostrato i loro contenitori (ceste, cestini, custodia della chitarra), c’erano molte banconote da 20 ed anche da 50 euro; non c’è che dire, i tedeschi sono generosi con le “mance”. L’indomani mattina, dopo aver fatto una colazione da favola (l’albergo nel piano sottostante, aveva un forno che sotto gli occhi di tutti sfornava pane, brioches e dolci di ogni tipo), ci siamo divisi in gruppi di 7 o 8 persone ed a scelta siamo andati a visitare un museo o comunque un caratteristico posto di Berlino; il nostro gruppo ha scelto di andare al Museo della Scienza e della Tecnica: è stato qualcosa di veramente straordinario, considerato fra i più grandi musei d’Europa, occupa oltre 26000 metri quadrati ed è disposto su molti piani. Tratta di molti temi: dalla primissima locomotiva a vapore all’ultimo modernissimo treno, dalla prima barca dell’era preistorica al più moderno Yacht, dalla prima cinepresa dei fratelli Lumière all’ultimo tecnologico proiettore. Quando abbiamo visitato il salone delle due ruote, partendo dalla prima bici tutta di legno, siamo arrivati ad un simbolo del Made in Italy: la nostra Vespa, ma, ahimè, davanti sullo scudetto non c’era scritto Piaggio ma una parola tedesca, e allora ci siamo fatti sentire; abbiamo voluto parlare con un responsabile e preteso spiegazioni: “la Piaggio ha fondato un suo stabilimento in Germania, questo modello è stato costruito in quella fabbrica ed il nome è scritto in tedesco”; avete capito che volponi e come hanno girato la frittata? Prima di andarcene abbiamo raccomandato di appendere un cartello grosso così con scritto: Made in Italy (chissà se ci hanno ascoltato). Il pranzo del pomeriggio è stato caratterizzato da un curioso e deplorevole avvenimento: siamo andati in un tipico ristorante tedesco, fra i camerieri c’era anche un napoletano (sono molti gli italiani che lavorano in Germania), era molto simpatico, abbiamo scambiato qualche parola con lui; al momento del conto, il pro10

prietario del ristorante ha aggiunto l’Iva al totale (che è invece già compresa sulle singole voci del menù), il nostro capo comitiva si è molto adirato e ne è nata una accesa discussione, il cameriere napoletano si è avvicinato a noi e a bassa voce ci ha detto: “lo fa solo con gli stranieri, sta cercando di mettervelo in quel posto”, allora siamo usciti senza pagare l’Iva, che era già compresa nel conto. Ci siamo poi soffermati a considerare lo straordinario gesto del nostro connazionale napoletano: non ha esitato ad avvertirci pur sapendo di rischiare il posto di lavoro; un grandissimo PATRIOTA. Il giorno seguente di buon mattino, siamo partiti con il pullman, con noi a bordo c’era una brava ed esperta guida tedesca che ci ha descritto i principali monumenti berlinesi, prima tappa il famoso Muro di Berlino. In realtà i muri erano due che correvano paralleli fra di loro, distanziati circa 20 metri fra essi, lo spazio tra i due muri era chiamato “striscia della morte” perché le guardie armate (che erano sulle torrette disseminate lungo tutto il percorso dei muri), avevano l’ordine di sparare a chiunque si trovasse fra un muro e l’altro. Adesso del muro sono rimasti qualche decina di metri ed un paio di torrette, tenuti come monumenti per i visitatori e turisti. La guida ci ha poi portato al Memoriale dell’Olocausto o Shoah, nel quartiere Mitte, non lontano dalla porta di Brandeburgo; sono rimasto particolarmente colpito da questo Museo (se cosi si può chiamare), per la sua impressionante freddezza e nudità, è attorniato da migliaia di blocchi di cemento rettangolari di varie altezze, ricordano le tombe di un cimitero (in memoria a!le vittime perseguitate e uccise); l’ingresso è gratuito, oltre 500.000 sono i visitatori di tutte le parti del mondo che ogni anno entrano nel Memoriale e tramite documenti, terminali di computer, proiezioni, filmati di persone scampate all’eccidio nazista, prendono atto di quella che è stata la più grande atrocità nella storia del genere umano. Quando si esce dal Memoriale, non si è più quelli di prima, personalmente sono rimasto nauseato e sconvolto da quanto visto e sentito, tramite la scuola e anche i media, ero già informato riguardo alla persecuzione degli ebrei (ma anche degli omosessuali, dei portatori di handicap). In questo luogo il tutto è raccontato senza


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filtri e l’effetto è moltiplicato. Ogni persona lo dovrebbe visitare, per non dimenticare e per far si che queste ignobili nefandezze, in futuro non possano mai più ripetersi. Un grandissimo plauso va ai tedeschi che hanno avuto il coraggio di mostrare senza veli, quanto fatto in passato da alcuni loro connazionali. La guida che ci ha accompagnato per tutto il giorno nella visita alla città di Berlino, era una grandissima amante dell’Italia, “io vi invidio perché abitate nel paese più bello del mondo, vi prego di tener presente che questa città e gran parte della Germania, sono state distrutte dai bombardamenti della seconda

guerra mondiale, perciò la storia dei nostri monumenti è piuttosto recente, non possiamo di certo competere con le vostre antiche bellezze”. Questo è quanto ci ha detto la guida prima di lasciarci. Concludo questo racconto con una riflessione che ho fatto in aereo sulla via del ritorno: i tedeschi con il loro modo di fare così precisino, compassato, così stitici di sorrisi ed i loro monumenti, sembrano realizzati da una persona con squadra e riga, gli italiani così estrosi, a volte esuberanti, ed i nostri monumenti, sembrano realizzati da un artista a mano libera; è tutta un’altra cosa. Giordano

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PONTE SAN PIETRO: UNA MESSA EMOZIONANTE DEDICATA A DON BOSCO Oggi, 31 gennaio è stata celebrata la memoria di Don Giovanni Bosco. Ho sempre considerato Don Bosco e Don Milani come una specie di Makarenko per il sistema pedagogico Occidentale. Non ho visto la chiesa così gremita di gente e la messa si è svolta con la partecipazione dei bambini. Ogni classe ha preparato un oggetto e il Parroco costruiva il suo sermone prendendo l’oggetto come punto di riferimento e di riflessione. I più piccoli, quelli nati dopo il 2006 hanno presentato un pallone, spiegando che la vita deve essere vissuta in squadra, come il gioco di pallone, perché da soli non si può raggiungere nessun obbiettivo e che quindi è indispensabile creare relazioni di sostegno e di collaborazione. La gioia può essere raggiunta solo insieme agli altri e mai da soli. Il sacerdote si è soffermato sulle parole di don Bosco a riguardo dell’allegria menzionando due bellissimi pensieri: 1/ Il Male ha paura della gente allegra e gioiosa. 2/ Dopo l’amore, la gioia è la seconda cosa più bella che Dio ha creato. La seconda classe ha presentato un cartello su cui erano disegnate orme. Il significato spiegato da un bambino era il seguente: lavorando insieme ognuno lascia le proprie impronte, segno della strada percorsa. Queste impronte sono testimonianza della fatica quotidiana e della gioa per i risultati raggiunti insieme. Il sacerdote ha aggiunto che, ci sono segni che devono essere cancellati, che 12

sono gli sbagli e in questo ci aiutano gli altri, i volontari, gli educatori, ma la cosa più importante è imparare a correggere da soli i propri errori e tentare di superarli. La terza classe ha presentato un paio di scarpe sportive. Il significato della loro scelta è stato quello di andare sempre avanti usando il massimo delle proprie forze, perché la strada spesso è in salita e allora ci servono scarpe adatte, che ci portano lontano. Il prete ha aggiunto una frase di don Bosco: “Camminate sempre con i piedi a terra ma con il cuore volto verso il cielo. Se il nostro sguardo non è rivolto all’alto, il cammino non serve a niente, perché il vero cammino non sono le distanze trascorse ma quello che ci porta veramente lontano, è il cammino rivolto verso noi stessi”. La quarta classe ha portato un pezzo di Lego. Una ragazza ha giustificato la loro scelta esprimendo questo pensiero: -Noi costruiamo insieme, ognuno ha qualcosa da aggiungere, anche la parte apparentemente più insignificante può essere importantissima e può avere un immenso valore. Il sacerdote ha completato: -Non ci sono persone inutili e incapaci, anche se qualcuno pensa di non essere in grado di fare nulla. Se tu non puoi fare altro puoi almeno fischiare, vero? Allora unisciti a noi, si comincia dalle cose piccole, facili, così si cresce facendo piccoli passi. Importante è camminare. Oltre tutto il pezzo di lego era trasparente perché i risultati si vedono e si applicano nella vita reale. Infine, la quinta classe ha presentato due oggetti, un thermos e una tazza. Il thermos rappresenta l’atmosfera nell’oratorio prima del covid, quando ci si univa, si stava insieme facendo


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il proprio percorso di vita. Percorso che include, l’accoglienza, la fratellanza, l’amicizia, l’amore. Ogni tazza portava diverso colore e tutti insieme rappresentavano un vero arcobaleno di splendidi e meravigliosi colori. Il sacerdote ha aggiunto un pensiero di don Bosco: -La vera educazione è quella che si fa con cuore. I ragazzi hanno lasciato intorno alla scultura di questo grande pedagogista diversi fiori elaborati da loro, espressione della loro creatività. Oltre i fiori hanno lasciato cuoricini di carta, una vera catena di Amore, visi sorridenti, espressione dell’allegria che ognuno deve portare durante il cammino della vita: barche a vela, simbolo della forza che viene dallo Spirito della Verità che spinge la vita umana nel mare dell’esistenza e i più piccoli, pane e vino per allestire la mensa. Osservare tutti questi bambini che si avvicinavano con prudenza e attenzione per appoggiare i propri doni vicino alla Croce è una sensazione che ti lascia senza fiato, che non si può esprimere con

parole, si deve solo vedere con gli occhi e percepire con il cuore. “Primule”

Sono a un passo dagli occhi i colori basta lacerare la coltre di nebbia e non devi aspettare la primavera sbocciano in ogni stagione senza eccezioni i più bei fiori, quelli nel cuore. Darina Naumova

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TERRITORIO

2020: DONAZIONI SEZ. AVIS MONTICHIARI Anche in Avis purtroppo la pandemia ha avuto ripercussioni e i dati del 2020 danno il quadro della situazione. L’Avis Provinciale di Brescia, dallo scorso marzo, ha deciso di chiudere la nostra sede UDR di Montichiari, fino a data da destinarsi, per ragioni di sicurezza sanitaria. Pertanto tutti gli avisini monteclarensi sono stati chiamati su appuntamento nella sede di Brescia-San Zeno, molto più ampia, dove la sicurezza per i donatori è garantita in tutto il percorso di donazione. Percorso comodo, veloce e molto ben organizzato; tuttavia, com’era prevedibile, c’è stato un calo di donatori che, per vari motivi, attendono la riapertura della sede di “casa”. Nel 2019 sono state effettuate 815 donazioni, mentre nel 2020 sono state 647, di cui 164 da donne e 483 da uomini. Pochi sono i giovani entro i 25 anni, le fasce più numerose sono quelle intermedie, dai 36 ai 65. I donatori effettivi in totale sono 583, i nuovi tesserati 21 e i donatori archiviati per vari motivi 37. È chiaro che c’è bisogno di giovani, per un giusto ricambio, ma in questa situazione in cui si aggiunge la paura a recarsi in

qualsiasi struttura, è ancor più difficile. In quest’anno scolastico è stato sospeso anche il progetto per le scuole, che ha sempre riscosso un buon successo e nuovi iscritti; sono stati annullati tutti gli eventi utili a promuovere l’Avis; è stata posticipata a data da definire la festa per il 70° di Fondazione. Un fermo che si ripercuote facendo diminuire le donazioni, calo che purtroppo ha creato gravi problemi per mancanza di scorte di sacche di sangue negli ospedali. Interventi chirurgici posticipati e preoccupazione per i prossimi già in calendario, a rischio. All’accorato appello del Presidente Avis Provinciale, Gabriele Pagliarini, si aggiunge quello del nostro Presidente Policarpo e di tutti i Presidenti delle Avis Comunali della provincia. Ci auguriamo venga recepito con coscienza e senso civico dagli avisini effettivi e da molti giovani in buona salute che possono valutare la loro idoneità a diventare donatori telefonando ad Avis Brescia per un primo appuntamento allo 030 3514411 oppure al 366 24 33 660 in orario d’ufficio. Ornella Olfi

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L’INTERVISTA

MEJVIS

UNA BAMBINA DECISAMENTE... SOCIAL La passione per la fotografia gliel’ha trasmessa la mamma e lei – Mejvis, 6 anni, origini albanesi ma italiana a tutti gli effetti – altro non ha fatto se non farla propria ed esternarla con quella semplicità che solo i bambini sanno mettere in atto. “Ho iniziato a farle delle foto già da quando è nata, e col passare del tempo ha iniziato ad appassionarsi a questo mondo” racconta la mamma, bresciana, che accompagna la sua bimba in tutto quello che fa. “Il suo sogno è quello di fare la cantante e la modella, recentemente ha iniziato a fare parte di TikTok, dove balla sui trend più popolari” racconta la mamma che non perde l’occasione per trasformarsi in video-maker. Mejvis balla – la gran parte delle volte avendo come basi delle canzoni albanesi – e la mamma la riprende, pubblicando e taggando i cantanti che di conseguenza rilanciano i video sul loro profili. Pur essendo solo in prima elementare, i numeri stanno iniziando a decollare. Insomma, un’avventura tutta da scrivere. La passione per le foto inizialmente è stata mia, poi è stata Mejvis a passarla a me. Oltre alla passione per la fotografia, Mejvis adora anche fare sport, e ne ha frequentati diversi: tra nuoto, balletto e pallavolo. Eppure, con il mondo del web è stato feeling al primo istante… La relazione con i social è iniziata un anno e mezzo fa, le ho aperto io una pagina Instagram dedicata alle sue foto e alla sua passione. Inizialmente le pubblicavo sulla mia pagina Instagram e Facebook, ma dopo un po’ di tempo tante persone hanno iniziato a raccomandarmi 16

di aprirle un suo profilo personale per coltivare di più questa passione per le foto. Così è nata la sua pagina Instagram @mejvis_fashionista… La scelta di questo nome è scaturita dal fatto che a lei piace molto giocare con i vestiti: ogni giorno prima di andare a scuola, cerca di combinare da sola l’outfit. Non solo Instagram… Recentemente le ho anche aperto un profilo su TikTok, dove pubblica dei video in cui balla con i trend del momento. Inizialmente ero un po’ in dubbio, ma vedendo la sua passione per il ballo, ho comunque deciso di aprirle questo profilo. Tutto sta diventando molto serio… All’inizio tutto è iniziato come un gioco perché Mejvis guardava altre bambine, quindi anche lei voleva mettersi alla prova. Non ha mai avuto paura di intraprendere questa avventura,


L’INTERVISTA

tanto è vero che è sempre disposta ad imparare di più: che siano balli o canzoni, impara tutto molto in fretta. Inoltre, ha acquisito tanta fiducia riguardo a questo mondo anche dopo aver partecipato a dei set fotografici con delle agenzie di moda. Stare sotto i riflettori, le piace… Il punto forte di Mejvis è proprio la fotografia, è sempre disponibile a fare foto, infatti alcune volte ci organizziamo per fare dei set, aggiungendo anche dei video durante le riprese per poi pubblicarle sul suo profilo. Essendo anche una bambina molto curiosa, non ha mai avuto problemi a mettersi in gioco sia con le fotografie, che i balli e il canto. Che emozioni ti regala questa sua carriera? Come mamma non potrei essere più fiera di mia figlia, dei suoi progressi e di dove è arrivata finora. Anche se con tre figli e con il lavoro faccio fatica a starle un po’ dietro, dedico comunque del tempo alle sue passioni. Solitamente quando esce da scuola prima il martedì e il giovedì e le chiedo cosa vogliamo fare oggi, la sua prima risposta è… se andiamo a fare delle foto o dei video dove canta e balla. C’è un augurio che ti senti di farle? Auguro a mia figlia di proseguire sempre coltivando i suoi sogni, di non smettere mai di sorridere e di essere fiera di sé stessa come io sono fiera di lei. E io le sarò sempre a fianco ad

aiutarla nei percorsi futuri che intraprenderà che siano riguardanti alla moda, canto ballo o altro, non smetterò mai di essere fiera di lei. CONTATTI SOCIAL @mejvis_fashionista

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Preparazione della SALSA GUACAMOLE Sbucciare l’avocado, tagliarlo a dadini e metterlo nel mixer, aggiungere i pomodori secchi a pezzettini, il cipollotto, aglio (se piace), il succo e la buccia di lime sale e peperoncino ed azionare il mixer. Versare a filo dell’olio extra vergine per rendere la salsa cremosa e della consistenza desiderata (ne basteranno pochi cucchiai). Dal blog: www.cucinarecreare.it A presto, Anna


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La festa di San Valentino - Storia e Tradizioni San Valentino, detto anche san Valentino da Terni o san Valentino da Interamna (Terni, 176 circa – Roma, 14 febbraio 273), è stato un vescovo romano, martire. Venerato come santo dalla Chiesa cattolica, da quella ortodossa e successivamente dalla Chiesa anglicana, è considerato patrono degli innamorati e protettore degli epilettici. La festa di san Valentino ricorre annualmente il 14 febbraio, ed oggi è conosciuta e festeggiata in tutto il mondo. È molto probabile che le sue origini affondino nel IV secolo, per sostituire la festa pagana dei Lupercalia, gli antichi riti pagani dedicati al dio della fertilità Luperco: questi riti si celebravano il 15 febbraio e prevedevano festeggiamenti sfrenati ed erano apertamente in contrasto con la morale e l’idea di amore dei cristiani. In particolare il clou della festa si aveva quando le matrone romane si offrivano, spontaneamente e per strada, alle frustate di un gruppo di giovani spogli, devoti al selvatico Fauno Luperco. Anche le donne in dolce attesa si sottoponevano volentieri al rituale, convinte che avrebbe fatto bene alla nascita del pargolo. Per “battezzare” la festa dell’amore, il Papa Gelasio I nel 496 d.C. decise di spostarla al giorno pre-

cedente - dedicato a San Valentino - facendolo diventare in un certo modo il protettore degli innamorati. Tale tradizione fu poi diffusa dai benedettini, primi custodi della basilica dedicata al

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santo in Terni, attraverso i loro monasteri prima in Italia e quindi in Francia ed in Inghilterra. Molte tradizioni legate al santo sono riscontrabili nei paesi in cui egli è venerato come patrono. La figura di Valentino come santo patrono degli innamorati viene tuttavia messa in discussione da taluni che la riconducono a quella di un altro sacerdote romano, anch’egli decapitato pressappoco negli stessi anni. La città del santo, Terni, invoca san Valentino come principale patrono, numerosi eventi e celebrazioni sono organizzati nel corso del mese di febbraio, il più noto è probabilmente la festa della promessa, la domenica precedente il 14 febbraio, in cui centinaia di giovani vengono a Terni in vista del loro matrimonio nei mesi seguenti. Frammenti storici Nato a Interamna (oggi Terni) in una famiglia patrizia, fu convertito al cristianesimo e consacrato vescovo di Terni nel 197, a soli 21 anni. Fu decapitato il 14 febbraio 273, a 97 anni, per mano del soldato romano Furius Placidus, agli ordini dell’imperatore Aureliano. Secondo alcune fonti Valentino sarebbe stato giustiziato perché aveva celebrato il matrimonio tra la cristiana Serapia e il legionario romano Sabino, che invece era pagano: la cerimonia avvenne in fretta, perché la giovane era malata; e i due

sposi morirono, insieme, proprio mentre Valentino li benediceva. A chiudere il cerchio della tragedia sarebbe poi intervenuto il martirio del celebrante. È commemorato nel martirologio romano il 14 febbraio, giorno in cui veniva celebrata l’antica festa di santa Febronia. Miracoli Sono molte le leggende entrate a far parte della cultura popolare, su episodi riguardanti la vita di san Valentino: una di esse narra che Valentino, graziato ed “affidato” ad una nobile famiglia, compì il miracolo di ridare la vista alla figlia cieca del suo “carceriere”: Valentino, quando stava per essere decapitato, teneramente legato alla giovane, la salutò con un messaggio d’addio che si chiudeva con le parole: « [...] dal tuo Valentino...». Un’altra, di origine statunitense, narra come un giorno il vescovo, passeggiando, vide due giovani che stavano litigando ed andò loro incontro porgendo una rosa e invitandoli a tenerla unita nelle loro mani: i giovani si allontanarono riconciliati. Un’altra versione di questa storia narra che il santo sia riuscito ad ispirare amore ai due giovani facendo volare intorno a loro numerose coppie di piccioni che si scambiavano dolci gesti d’affetto; da questo episodio si crede possa derivare anche la diffusione dell’espressione.

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Riflessioni

PROVERBI SULL’AMORE L’amore viene vissuto in modi e con aspettative diverse in base all’età, all’ambiente in cui nasce, alla cultura, alla famiglia con i suoi insegnamenti e all’esempio che ci è stato offerto. Non è certo solo il primo romantico incontro, l’innamoramento tutte rose e fiori e non ci sono ricette magiche per trovarlo né per mantenerlo nel tempo. Una volta non si parlava molto d’amore, anzi: in famiglia era un tabù; in pubblico le coppie si lasciavano andare poco a smancerie; il maschio assumeva il ruolo di duro, anche se sotto sotto era ed è spesso più debole e sensibile della donna. Senza dubbio è l’amore, in tutte le sue sfaccettature, che dà il senso alla nostra vita, tra sorrisi e lacrime, periodi tranquilli e burrasche, tra nuvole e sole. Senza amore sarebbe davvero una vita inutile e piatta. Da sempre abbiamo sentito dirci dai nostri genitori che l’adolescenza è “L’età dela stüpidéra”, delle prime cotte, poi arriva la giovinezza e, di solito, l’amore più stabile. Un detto tipico nostrano, riferito al piatto preferito dai bresciani diceva che “L’amur l’è mìa polenta”. L’amore è anche forte e non si può nasconderlo “L’amur e la tóss sa pöl mìa

scundìi”. E ancora “Quand l’amur èl g’hè, la gamba la tira ‘l pè”, non si può stare lontano dalla persona amata; “L’amur nöf èl và e ‘l vé ma chèl vècc el sa manté” (l’amore nuovo è incostante, l’amore radicato si mantiene); si diceva anche che “Amur vècc no ‘l deènta mai frèt” (amore datato non si raffredda mai). Si sa che possono subentrare litigi e amarezze: “Amur, prima ‘l g’ha ‘l mél e po’ ‘l g’ha ‘l fiél”, e “Amur sensa baröfa ‘l fa la möfa”, tanto che qualche proverbio mette in dubbio che innamorarsi sia una fortuna “L’è fürtünat chèl che s’è mai ‘nnamurat”, seppur non si muoia per amore ”Coi fastide de l’amur sa tribüla ma no sa mör”. Non può mancare nei rapporti d’affetto la gelosia “Amur e gelosia i nàs èn compagnia”, peggio tra fratelli “Amur de fradèi, amur de cortèi”. L’amore non sempre è eterno ”L’amur èl fa passà ‘l tép, ‘l tép èl fa passà l’amur”. Si evince da questi esempi che l’amore si può analizzare sotto moltissimi aspetti, dai più rosei ai più spinosi. Da fidanzati ovviamente è tutto più emozionante, romantico, ma la convivenza o il matrimonio svelano poi tratti del carattere, abitudini, problemi concreti quotidiani, che mettono alla

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Riflessioni

prova pazienza, rispetto, complicità… Si è passati da matrimoni di qualche decennio fa che duravano davvero “finché morte non vi separi”, ma purtroppo non sempre significava che si volessero bene davvero: soprattutto le donne che non erano indipendenti economicamente, sopportavano soprusi, infedeltà, maltrattamenti, perché non avevano altra scelta. I genitori stessi delle femmine, salvo rarissime eccezioni, raccomandavano loro di essere sottomesse al marito, di tacere, sopportare e non potevano neppure pensare di tornare nella famiglia natìa, perché era un disonore abbandonare il tetto coniugale. Ora si assiste a situazioni completamente opposte: donne che lavorano e sono indipendenti si separano forse troppo facilmente, facendo soffrire soprattutto i figli. Alcune hanno motivi gravi, ma altre si comportano con leggerezza,

in cerca di libertà o di un uomo perfetto che non esiste, se non nei film e nei romanzi rosa. Pertanto auguriamoci che San Valentino non sia solo la ricorrenza per i regali, ma per rinnovare l’amore, tenendo vivo o modificando ogni anno ciò che può servire a non farlo spegnere. Olfi Ornella

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MEZZANE DI CALVISANO HA RICORDATO DON ANGELO GAZZINA Nato nel 1932 da ragazzo è cresciuto nella parrocchia della frazione, sacerdote dal 1957 A Mezzane, frazione di Calvisano, ogni morte lascia un segno nei suoi abitanti, tanto più se la persona è un sacerdote come Don Angelo Gazzina, il quale è deceduto presso gli Ospedali Civili di Brescia il 22 dicembre scorso. Come sacerdote è stato presente in più realtà della Diocesi di Brescia, senza mai dimenticare le sue radici mezzanesi. La parrocchia lo ha ricordato domenica 3 gennaio con una S. Messa, celebrata dal parroco don Tarciso Capuzzi, presenti anche la sorella e tanti nipoti del sacerdote. Nato a Montichiari il 14 giugno 1932, in località Montichiaresa, borgata che da secoli fa parte della parrocchia di Mezzane. Famiglia contadina, molto religiosa, la mamma Matilde Beffa, il padre Alfredo il quale è sempre stato impegnato nella parrocchia della frazione e come rappresentante civile della borgata, nei confronti di Montichiari e Mezzane. Quattro i fratelli Maria, Michele, Celso e ancora in vita Carolina, la cui famiglia come quella di Celso ha sempre fatto riferimento alla parrocchia di Mezzane. La sua vocazione nasce - sottolineava nei vari appuntamenti annuali per la Festa del patrono, il giorno di S. Stefano del 26 dicembre 1944 e nell’ottobre del 1945 entra in seminario a Brescia. Sarà ordinato sacerdote il 15.06.1957, dall’allora vescovo Giacinto Tredici, unitamente ad altri ventiquattro confratelli, fra i quali il mezzanese ed amico Giuseppe Bregoli, Marcello Casari (sarà parroco a Mezzane dal 1998 al 2003) Luigi Gandossi (parroco a Calvisano dal 2002 al 2015). Celebra la sua prima S. Messa a Mezzane il giorno dopo 16 giugno. Prima nomina curato ad Offlaga dallo stesso anno al 1964. Sarà poi curato a Gambara fino al 1969 lasciando testimonianza della sua figura leale, schietta, di sacerdote colto e ricco di carismi apostolici. Doti e carismi che diffonderà 26

Don Angelo a destra con mons. Bertoni e il parroco don Ruggeri.

come vice-direttore dal 1969 al 1979 al Seminario teologico, qualità che aveva perfezionato con il frequentare la Pontificia Università del Laterano a Roma. Nel frattempo don Angelo Gazzina sarà parroco a Binzago dal 1971 al 1979, quindi parroco a Zanano dal settembre 1979 al 1990. Il quel paese un libretto di benvenuto, insieme al suo saluto, quello dell’allora Vescovo mons. Luigi Morstabilini, e di alcuni suoi amici sacerdoti – don Renato Poetini, don Serafino Corti, don Mario Pasini impegnati con vari ed importanti ruoli nella diocesi di Brescia – che con la penna si soffermarono sulle sue qualità di sacerdote stimato ed amato dalla gente che lo ha conosciuto, così come dai parroc-

Con il parroco don Calzoni e gli amici don Cabra e don Bregoli


TERRITORIO

chiani a lui affidati. Dal 1990 al 2008 sarà alla guida dell’importante parrocchia della Volta Bresciana in città, lasciando molte impronte della sua sensibilità, attenzione e presenza, previlegiando l’incontro diretto con le persone, improntandolo a schiettezza e cordialità. “Modesto nel suo fare, appariva meno delle tante qualità che aveva”. Alla Volta sarà anche presidente del comitato zonale Anspi, organismo di coordinamento degli Oratori dal 1984 al 2000. Lasciata la parrocchia per età, sarà presbitero collaboratore nella parrocchia Cristo Re, sempre in città dal 2008 al 2020. Fra i suoi significativi incarichi nella Diocesi di Brescia, quello delicato di Esorcista che ha svolto dal 2009 al 2018. Per una breve presenza era stato anche cappellano, in sostituzione di un confratello su di una nave. Raccontando della sua vita, nei periodici appuntamenti a Mezzane, in particolare nelle omelie tenute in occasione del Patrono San Dionigi del 9 ottobre, l’incontro e l’abbraccio con Papa Giovanni Paolo II° nel 1979 che si complimentava per la sua nomina a parroco di Zanano. Pontefice che lui aveva conosciuto come giovane sacerdote polacco, nel lontano luglio 1947 quando ospite di don Francesco Vergine a Seniga, vennero in bicicletta a far visita al parroco di Mezzane don Francesco Calzoni. Quel sacerdote novello era don Carlo Wojtyla, nessuno immaginava che diventerà Papa. Per questo si è detto molto soddisfatto, di inaugurare una targa in suo ricordo a Mezzane il 9 novembre 2011 a fianco del parroco don Diego Ruggeri. Come seminarista a Mezzane porto animazione e coinvolgimento di ragazzi e giovani alla crescita, anche spirituale, con i primi giochi dell’Oratorio, in qualche stanza della vecchia canonica. Per i più attempati è ancora limpido il ricordo di quando si giocava a calcio nel piccolo campetto della parrocchia. Così come le trasferte per assistere le partite a Visano od Acquafredda, magari trasportati noi ragazzi seduti sul manubrio della sua bicicletta. Non mancò di dare una mano ai muratori nel 1952, quando erano impegnati

Con gli amici mezzanesi classe 1932

nel rifare il pavimento della Chiesa Parrocchiale, tutt’ora ancora utilizzato. Il funerale tenutosi giovedì 24 dicembre, vigilia del S. Natale, è stato celebrato dal Vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada, nella chiesa parrocchiale della Volta Bresciana, che lo vide parroco per tanta parte del suo sacerdozio e poi stato tumulato nel cimitero della stessa località. Marino Marini

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Riflessioni

NON E’ STATO VANO

Fano 25 marzo 1983 Caserma Paolini La mattina seguente al funerale di Filippo Montesi (unica vittima italiana caduta durante la missione in Libano), il Capitano Bellini, come promesso, si recò nell’ufficio del Maggiore Di Padova (comandante degli autisti e responsabile dei mezzi da loro guidati), per metterlo al corrente dell’assoluta inadeguatezza e inefficienza dei mezzi stessi. Bussò alla porta dell’ufficio con tre micidiali pugni, quando entrò, io mi avvicinai per origliare quanto si dicessero: “Maggiore Di Padova, lei è un irresponsabile, fa guidare dei mezzi che cadono a pezzi, mettendo a repentaglio la vita dei militari e delle persone che hanno la sfortuna di incontrarli per strada”, -“come si permette Capitano, le ricordo che sono di grado superiore al suo”, “del suo grado non me ne frega un cazzo”, qui evito di trascrivere l’intero discorso, ma quando il Capitano Bellini uscì dall’ufficio sbattè la porta talmente violentemente che tutti i soldati presenti nel piazzale si girarono, poi salì ai piani alti ed andò a parlare con il Tenente Colonnello Almici, comandante della caserma; un quarto d’ora dopo il Maggiore Di Padova fu convocato a rapporto dal Capo della caserma, quando uscì dall’ufficio del comandante era viola in viso ed urlò subito il mio nome “Giordanooo, il Comandante Almici ha ordinato che tutti i mezzi presenti in caserma siano sottoposti ad una totale e completa manutenzione, perciò partiremo dal più vecchio, fatti trainare ed accendere il CM ( camion medio) del 1941, trovati un capomacchina (non essendo graduato, avevo bisogno almeno di un Caporale che mi accompagnasse), e poi lo porti all’officina della caserma di Pesaro”. IL 28° Reggimento Pavia, di Pesaro era la nostra caserma madre, infatti a Fano erano presenti solo la 5° e la 6°compagnia, le altre 4 erano nella gigantesca caserma di Pesaro. Quando arrivai nell’officina meccanica, ad accogliermi c’era il maresciallo capo, responsabile dell’officina e dei militari meccanici che dentro vi lavoravano. “Per la miseria soldato, dove hai trovato quel camion, in un 40

museo della seconda guerra mondiale?”, mi disse ridendo, poi prese un block notes, “dimmi cosa ha che non va”, e quando finii l’elenco: “vacca bestia, ho scritto due pagine, era meglio se mi dicevi quello che andava”, “purtroppo le ciapat fes”, mi scappò di dire”, “set en Bresa’?”, si sono della bassa,” “me envece so de Bagnol (Bagnolo Mella), e mi piantò una tremenda manata sulla schiena. “Visto che adesso è mezzogiorno, io, tu e il tuo socio caporale andiamo a mangiare alla mensa ufficiali e sottufficiali, poi vi faccio accompagnare alla vostra caserma”. Il maresciallo bresciano era una sagoma, veramente simpatico, ma anche un grande esperto e appassionato di meccanica. Una settimana dopo la sfuriata che il Capitano Bellini ebbe con il Maggiore Di Padova, il Capitano mi fece chiamare nel suo ufficio: “soldato Giordano, dobbiamo andare a Bologna presso il 121° Reggimento a ritirare importantissimi documenti, prendi il miglior mezzo a disposizione e vieni qua davanti”, optai per la Jeep Campagnola essendo la più recente. Il viaggio di andata fu molto tranquillo, il Capitano mi chiese se accadeva frequentemente che i mezzi avessero dei guasti; “purtroppo si, a parte questa Jeep che ha soltanto 3 anni ed il CL (camion leggero) che ne ha 4, gli altri mezzi sono tutti molto vecchi e non sono mai stati sottoposti a manutenzione, cambiamo soltanto l’olio una volta all’anno, e tra l’altro lo effettuiamo noi autisti, nemmeno in una officina. Pensi che quando usiamo il furgone da 10 posti per andare a Pesaro (12 km), prendiamo una cassetta di acqua minerale dalla mensa, e prima di ritornare lo rabbocchiamo; il mese scorso per poco non accadeva una disgrazia: sono andato a Pesaro per il solito scambio di missive, con me c’erano un giovanissimo caporale ed il nuovo autista, eravamo vicini alla fontana della piazza, il furgone è andato in ebollizione (probabilmente aiutato dal fatto che il nuovo autista prima di partire aveva riempito il radiatore con una cassa di acqua gassata, non naturale), mi sono fermato, il tappo del rabbocco


Riflessioni

radiatore è all’interno sulla plancia dalla parte del passeggero, il caporale avendo i guanti, ha svitato lui il tappo, l’ho raccomandato di fare piano piano per far sfogare il vapore, invece lui ha girato di colpo ed il tappo è partito come una fucilata, gli ha schivato miracolosamente la testa, ma il getto di acqua bollente lo ha investito in pieno, io e l’altro autista (che fortunatamente da civile fa l’infermiere professionale), lo abbiamo spogliato ed immerso subito nell’acqua gelida della fontana per fermare la scottatura, poi ho suonato il campanello della casa più vicina, una gentilissima Signora ci ha fatto entrare, il caporale si è asciugato e si è messo gli abiti che la Signora ci ha gentilmente prestato, se l’è cavata con una leggera scottatura al collo.” “Soldato, sono allibito, e il Maggiore Di Padova cos’ha detto quando glielo hai raccontato?” “Il Maggiore fra qualche mese va in pensione, secondo me ha già tirato i remi in barca, ha detto soltanto che bisogna fare molta attenzione.” Arrivammo tranquillamente a Bologna, una città stupenda che io adoravo, le persone cordiali, affabili, simpaticissime, tante bellissime donne; “Signor Capitano, ha visto quante prostitute anche durante il giorno?” “È una cosa indecente, non dovrebbero esserci neanche di notte, ma di giorno proprio non si può tollerare”, “mi scusi, ma cosa fanno di male?”, “Se tu dovessi passeggiare per strada con tuo figlio e ti chiedesse: papà, cosa fanno quelle “Signore?”, tu cosa gli rispondi?”, “gli direi che vendono l’amore”, “eh no soldato, vendono sesso, non amore, l’amore non si vende e non si compra, ricordatelo sempre”. Mi piaceva molto dialogare con il Capitano Bellini, era una persona straordinariamente acculturata, dalla moralità solida e limpida. Arrivati al 121°Reggimento, il Capitano salì al comando a ritirare i documenti ed io lo aspettai allo spaccio della caserma (lo spaccio era il luogo di ristoro della caserma, dotato di bar ed altri beni di ristoro). Mezzora dopo ripartimmo per il ritorno a Fano, erano le 12.30 e il traffico in centro a Bologna era veramente intenso, fortunatamente essendoci già stato parecchie volte per motivi di servizio, comin-

ciavo a conoscerla bene; finalmente uscimmo dal centro urbano e mi diressi verso l’autostrada, ma nell’innestare la terza la leva del cambio si sfilò e mi restò in mano... “porco Giuda, ci mancava anche questa”, dissi, ed il Capitano: “soldato, ma porca di una miseria, ti avevo raccomandato di prendere un mezzo efficiente, e adesso che facciamo?”, “non è un grosso problema, torniamo a Fano in terza, sono veramente stupito, questa Jeep Campagnola è un ottimo mezzo, non ha mai avuto nessun problema, vorrà dire che domani sarà la seconda che porto a fare la manutenzione a Pesaro. Arrivammo alla Caserma di Fano un po’ più tardi del previsto ma senza particolari difficoltà; “ha visto Signor Capitano, siamo arrivati senza troppi problemi, per lo meno lei non ha dovuto mettere il braccio fuori dal finestrino; stavo pensando che se i mezzi verranno tutti controllati, in fin dei conti il merito è di Filippo Montesi, il suo sacrificio non è stato vano;” “hai ragione soldato, hai proprio ragione!” Giordano

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L’INFORMATICA SECONDO HKSTYLE

Hard Disk e SSD: cosa scegliere per i propri PC L’importanza dei propri sistemi di archiviazione Al giorno d’oggi sono moltissime le soluzioni di PC che possiamo trovare online, con differenti prestazioni e componentistica. Negli ultimi anni è avvenuta una rivoluzione nelle modalità di archiviazione dati sui propri personal computer grazie all’avvento degli SSD, dischi a stato solido ultra veloci. Le differenze principali tra hard disk meccanici e dischi a stato solido Partiamo col dire che le differenze tra ssd e hdd si notano soprattutto a livello di velocità. Naturalmente un ssd inserito all’interno di un pc anche non troppo nuovo permette di ottenere fluidità e reattività elevata soprattutto nell’apertura e nella gestione file utente. Questo perché le velocità di lettura e scrittura al secondo di un disco allo stato solido sono molto elevate: se prendiamo per esempio un ssd Western Digital Blue da 2.5” (questo numero rappresenta il fattore di forma del disco, cioè lo spazio che occupa fisicamente e la tipologia) arriviamo a 560 MB/s (megabit per secondo) in lettura e 530 MB/s in scrittura. Numeri incredibili che possono fare veramente la differenze in fase di lavoro. Rispetto ad un hard disk meccanico, il disco allo stato solido presenta una memoria Flash NAND, molto rapida e prestante, la quale può essere di tre tipologie: • SLC (single level cell): può ospitare un bit all’interno delle proprie celle e questo permette di ottenere prestazioni migliori ma ad un prezzo elevato. Questo tipo di formato viene implementato soprattutto in strutture server. • MLC (multi level cell): può ospitare due bit all’interno delle proprie celle. 42


L’INFORMATICA SECONDO HKSTYLE

Ne consegue una durata nel tempo minore, ma elevate capacità di memoria ad un prezzo ridotto. • TLC (triple level cell): può ospitare 3 bit all’interno delle proprie celle. Ha una minora durata, prestazioni minori ma un prezzo ancor più ridotto.

Gli ultimi elementi che distinguono i vari tipi di Ssd sono il controller fisico, il software del chip operativo ed il Firmware SSD (parte di software della scheda). Anche il rumore emesso dal dispositivo è minore e il grado di calore prodotto dalla scheda in fase di lavoro è molto basso. Ciò permette di ridurre al minimo i blocchi di sistema dovuti a temperature di elaborazione troppo elevate. Per quanto riguarda la durata effettiva di vita del dispositivo, un disco a stato solido permette utilizzi prolungati senza alcun intoppo. D’altra parte il controller interno permette alte velocità, ma in caso di guasto o problemi su determinate celle di lavoro il recupero dei dati utente al suo interno diventa molto complesso. Infatti da un hard disk meccanico è possibile recuperare dati, in base allo stato di danneggiamento del disco, sia via software che tramite metodi fisici come la lavorazione in camera bianca.

Le migliori configurazioni con ssd ed hard disk meccanico Possiamo affermare quindi che dispositivi di archiviazione meccanici od elettronici possono entrambi possedere sia pregi che difetti. Maggiore velocità, minor calore e minor possibilità di recupero dati in caso di problemi oppure prestazioni inferiori ma sicurezza nell’archiviazione e nel salvataggio file. Sono moltissime le caratteristiche da tenere in considerazione per poter ottenere una propria sicurezza lavorativa. Una delle soluzioni migliori che permette all’utente di essere sicuro durante le proprie elabora 43


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zioni è la combinazione tra Ssd ed Hard Disk all’interno dei personal computer. Una configurazione molto diffusa all’interno di computer ad alte prestazioni è infatti l’installazione di ssd e hdd contemporaneamente, che permette di sfruttare al meglio la velocità di un disco allo stato solido per l’apertura di sistemi operativi, programmi o software d’elaborazione che richiedono molta fluidità, e la sicurezza d’archiviazione e il maggior spazio offerto da un’archiviazione meccanica. Lo stesso discorso non si limita solamente al mondo dei singoli personal computer, ma può essere allargato anche in ambito aziendale, soprattutto quando si parla di apparati dedicati alla copia e alla salvaguardia di dati personali o interi sistemi di lavoro.

HDD Western Digital,

Utilizzare e conoscere al meglio le caratteristiche che i componenti possono offrire, aiuta sia nel piccolo ufficio che nella grande azienda ad ottenere prestazioni e soprattutto sicurezza operativa. Ciò non significa che bisogna per forza aggiornare in toto le proprie strutture di lavoro, ma pensare ad un intervento futuro per migliorare velocità durante l’archiviazione e la comunicazione può sicuramente portare l’azienda ad un livello superiore. Due tipologie di dischi meccanici particolari: HDD Western Digital Purple Questa tipologia di Hard Disk è progettata per essere implementata in strutture aziendali (o Home) di videosorveglianza, perché grazie al loro sviluppo sono in grado di elaborare dati fino ad un massimo di 64 telecamere HD, contemporaneamente. Inoltre gli hard disk WD Purple utilizzano la Tecnologia IntelliPower, la quale permette di variare la velocità di scrittura/lettura a seconda del carico di file proveniente dall’esterno. In sostanza i suoi RPM (giri del disco per minuto) sono dinamici, a differenza di tutti gli altri dischi che supportano un valore statico massimo di lavoro. Anch’essi sono progettati per il full-working 24h ogni giorno e la loro memoria cache può arrivare fino a 128 MB. I loro tagli vanno dai 500 Hard disk WD Purple 2 TB Gb sino a 10 TB di archiviazione.

Hard Disk WD Black 1 TB

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HDD Western Digital Black E’ un hard disk con elevate prestazioni, progettato per elaborare grandi quantità di processi nello stesso momento ed avere una stabilità di prestazioni fissa. Il suo rendimento non cala nemmeno durante le sessioni di lavoro intense 24H/7 (7200 RPM). Possiede una memoria cache (memoria veloce di lettura e scrittura) fino a 128 MB e la sua velocità in scrittura/lettura può arrivare sino a 160 Megabyte per secondo. I suoi tagli partono da 1 TeraByte fino a 6 Terabyte di archiviazione. Solitamente viene implementato in macchine con hardware abbastanza avanzato e destinate all’elaborazione scrittura/lettura dati.


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Per approfondimenti, richieste e qualsiasi domanda scriveteci all’indirizzo global@hkstyle.tech. Non dimenticatevi di visitare il nostro sito www.hkstyle.tech ed i nostri social Facebook, Instagram e Linkedin: hkstyle.tech, CCA.CentroAssistenzaComputers, InsideConnection.tech ed OfficinaInformaticaCH. Per aggiornamenti in tempo reale abbiamo anche il canale Telegram: HkStyle – News, offerte e molto altro! Grazie a tutti per averci letto e alla prossima da... Stefano e Lorenzo

La nostra campagna “Ci mettiamo la faccia” si arricchisce di un nuovo episodio ideato ancora da 23Studio. Protagonista è la nostra Stefania, instancabile risorsa, pronta a rispondere ad ogni “servizio” informatico!

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Riflessioni

SANT’ANTONIO NEI PROVERBI: “SANT’ANTONE CHISOLÉR, CHE VÉ AL DISISÈT DE ZENÉR, CHE DÉ ÉGNEL? Sant’Antonio Abate – III-IV sec.- (17 gennaio) dopo la morte dei genitori, distribuì i suoi averi ai poveri e si ritirò nel deserto dove visse in penitenza. Ebbe molti discepoli e lavorò molto per la Chiesa. È patrono di agricoltori, allevatori, campanari, droghieri, macellai, salumieri e in generale degli animali, che proprio in questo giorno in molti paesi anche nel bresciano vengono benedetti. Molte Parrocchiali, chiese e cappelle bresciane sono intitolate al Santo. Il culto di S. Antonio fu introdotto nel nostro territorio dai monaci Antoniani francesi di Vienne dell’Ordine Ospitaliero, fondato durante le crociate per curare i soldati colpiti da malattie contagiose della pelle, che comprendono quelle sotto il nome generico di “fuoco di Sant’Antonio”. In parecchi paesi bresciani vengono accesi falò col significato di allontanare i rigori invernali, ma anche per ricordare una leggenda: S.Antonio, sceso all’inferno per scaldarsi, rubò al diavolo un tizzone ardente da donare agli uomini, per questo è anche protettore contro i pericoli degli incendi. Alcuni studiosi collegano queste cerimonie a riti di purificazione per uomini e animali, oltre che di propiziazione per la natura, che si svolgevano nell’antica Roma. Nella Bassa Bresciana Sant’Antonio è ancora molto venerato; in quasi tutte le stalle c’è una sua immagine e in suo onore ancora oggi molte donne cucinano le frittelle (inizia il periodo di carnevale) oppure il chisöl, una ciambella dolce. Tra devozione seria e scherzosa: “Per sant’Antóne chisolér, chi nó fa la turta, g’ha burla zó ‘l solér”rito propiziatorio affinché non crollasse il solaio carico di neve. “Sant’Antóne dala barba bianca, se nó ‘l fiòca, poch g’ha manca” – “Sant’Antóne dala barba bianca, fam troà chèl che ma manca” – “Sant’Antóne dala barba blö, fìm catà chel che g’ho pö”- “Sant’Antóne del campanèl,

fìm catà chel pö bel“ ( ragazze in cerca di fidanzato)- “Sant’Antóne del föch eterno, dìm un òm per chést’inverno; se gh’ì póra de fa pecà, dìmel d’inverno e pò d’istà. Po’ dizìghel a Santa Rita che la ma’lasse töta la vita”. Ornella Olfi

“Sant’Antonio Abate” Sant’Antonio Abate, i nostri animali li guardate? Se dalle malattie li preservate un grande cero vi accenderemo, Se una preghiera per i loro padroni direte un gigantesco falò da noi avrete e lassù in cima non metteremo a bruciare la vecchina, ma un pupazzo a forma di Covid (BASTARDO), che arda fino a mattina. Giordano 55


L’INTERVISTA

EMMA D’AMBRA UNA RAGAZZA... SOTTO I RIFLETTORI La sua avventura è iniziata nel 2019, quando per gioco si è iscritta a un concorso di bellezza che si svolgeva sulla spiaggia. Detto, fatto, e Emma D’Ambra ha subito conquistato il titolo di “Miss Estate 2019”, vincendo la sua prima corona. Da allora, ha scelto di mettersi in gioco nel campo della fotografia e delle sfilate, riuscendo a togliersi soddisfazioni che forse nemmeno lei si aspettava di guadagnarsi. Emma D’Ambra ha appena 18 anni, vive in Provincia di Modena e frequenta Ragioneria. Una bellezza acqua e sapone che sotto i riflettori sa trasformarsi in eleganza, sensualità e semplicità. “Adesso mi sento molto più sicura di me e avere gli occhi puntati addosso non mi dispiace per niente: ovviamente essere giudicati non è mai bello, ma ogni cosa ha i suoi pro e i suoi contro” racconta Emma che in pochi mesi ha bruciato le tappe. Per lei si sono aperte le porte

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della tv, di un’importante agenzia di Milano e di altre esperienze che l’hanno sempre vista protagonista. La fotografia ti ha aiutata anche a crescere… Proprio così: adesso non ho più paura di partecipare a concorsi, di parlare davanti a una telecamera o di “vantarmi” per fare foto. La mia carriera si sta allungando giorno dopo giorno, finora ho partecipato a Miss Mondo Emilia, ho partecipato alla realizzazione del video musicale “Baila conmigo” e partecipo regolarmente alle puntate del programma “Ora legale” con Alex Zanella. Inoltre ho fatto varie sfilate nelle quali ho vinto molti titoli, ho avuto l’opportunità di conoscere persone fantastiche e mi ha aperto molte altre strade. Insomma, sei felicissima della tua scelta. La fotografia mi ha sempre appassionata, ma prima di queste esperienze mi vergognavo a stare al centro dell’attenzione. Al contrario, ho scoperto che il mondo della fotografia è davvero stupendo e apre tantissime porte al futuro. Purtroppo però il tempo in una giornata non è infinito e quindi bisogna dare delle precedenze e decidere cosa tenere


L’INTERVISTA

e cosa far uscire dalla propria vita. Eppure, sei convinta della strada che hai intrapreso. Ho avuto la possibilità di fare nuove conoscenze e di avere nuove e splendide possibilità. Voglio provare a diventare qualcuno in questo mondo, per non deludere chi mi sta a fianco e per dimostrare a me stessa che posso farcela. Il mio sogno è di diventare conosciuta per quello che sono ed essere d’ispirazione per altre ragazze. Anche sui social il tuo seguito sta crescendo. Ultimamente sto cercando di migliorare il mio Instagram e trovare l’ispirazione per foto originali. Seguitemi sul mio account! Che immagine vuoi dare di te su Instagram? Quella di una ragazza molto semplice che cerca di inseguire il suo sogno, che vuole dimostrare che non bisogna essere per forza alte un metro e ottanta e avere un vitino da vespa per diventare qualcuno, o almeno spero che sia così. D’altra parte penso che il mondo dello spettacolo sia fantastico, ma occorre sempre valutare ogni progetto. Che ragazza sei nel quotidiano? Sono una persona molto semplice, anche se ultimamente il mio stile sta cambiando. Mi piace mettermi in mostra, ma senza strafare; catturare

attenzioni positive senza essere volgare, esprimendo semplicemente il mio stile. Nel tempo libero esprimo tutta me stessa variando sempre i miei outfit e make-up: spazio da un semplice jeans con top e un po’ di mascara a un vestitino e trucco elaborato. La sera essere eleganti ormai è diventato d’obbligo e mi piace indossare vestitini, gonne o jeans ben abbinati. Gli accessori non mi mancano mai, reputo molto importanti i piccoli dettagli. Che obiettivi vuoi raggiungere? In futuro credo che continuerò su questa strada sperando di avverare i miei sogni. Ce la sto mettendo tutta… CONTATTI SOCIAL https://www.instagram.com/emmadambra._ CREDITS FOTOGRAFICI Ph. Marco Baraldi Ph. Gaetano Kaytennae Pellegrino

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Ciao sono Ivano e sono un alcolista e tossicodipendente, ho 35 anni e la mia storia è nata da quando abitavo in famiglia, in 5^ elementare. Avendo un fratello e una sorella più grandi di me e un padre alcolista, la situazione non fu delle migliori. Nella mia testa fin da piccolo c’era la voglia di provare l’alcool e le sostanze... Quando uscivo, fin da piccolo con mia madre e andavo a trovare mio padre al bar, mi faceva assaggiare un goccio di birra. Crescendo, la situazione di abuso è stata bruttissima: ho iniziato le prime ubriacate con gli amici e le prime canne. Andando avanti, per via della timidezza, usavo l’alcool come medicina per non avere paura della vita. A circa 25 anni sono passato alla cocaina, eroina ed ecstasy e per circa 23 anni sono andato avanti così. Nel 2004 avevo intenzione di trasferirmi dalla Sardegna a Brescia per poter cambiare vita ma la situzione era veramente critica: credevo che con il trasferimento avrei smesso di bere e drogarmi, ma non fu così. Nel 2004 ho avuto il mio primo ricovero in psichiatria ed iniziarono a darmi il metadone. Avevo pure trovato un lavoro ma neanche questo mi ha risollevato. Ho iniziato ad uscire con ragazze come me e poi nel 2008 sono stato inserito in una comunità ma solo dopo 3 mesi sono scappato. Poi sono stato buttato fuori casa e quindi ho deciso di prendere la strada per Torino e fu mia madre dalla Sardegna a venirmi a prendere e riportarmi in un’altra comunità. Ci sono stato per tre anni e sono riuscito piano piano a togliermi il metadone. Finita la comunità risalii a Brescia e subito ricaddi nell’alcool e di nuovo mi ritrovai in mezzo alla strada dopo essere stato buttato fuori di casa. Frequentando il Sert/Noa (servizio per le Tossicodipendenze ndr.) in poco tempo mi trovai in un’altra comunità ma, a causa della mia ignoranza, mollai anche quella opportunità dopo solo 3 mesi. Andai così ad abitare dagli zingari con il desiderio di smettere di bere. Ci riuscii con qualche ricaduta ma anche loro 58

grazie al mio comportamento fui mandato via. Nel 2014 mi sono fatto ricoverare in Spdc nel e da quel momento iniziai il mio vero periodo di disintossicazione durato fino al 2020. Ero fiero di me, finalmente ce l’avevo fatta!!! Successivamente sono andato a vivere in una casa comunale e con la mia libertà avevo conosciuto una ragazza che abusava: purtroppo, a furia di uscire con lei per quasi 8 mesi, sono ricaduto nonostante frequentassi il gruppo dei Narcotici Anonimi e A.A. Anche con le medicine contro l’alcool non riuscì a smettere: facevo 3 giorni pulito e 20 no. Poi un caro amico mi fece conoscere Alcolisti Anonimi e così iniziai a frequentare regolarmente il gruppo dall’agosto 2020. Lì ebbi solo una ricaduta ma ora sto bene e sono pulito e la voglia di abusare è veramente passata. Ogni tanto mi torna la voglia ma sono in grado di controllarla. Sto lavorando con il programma grazie alla disponibilità dei superiori e di pulizia del gruppo. Io ho sempre detto che, anche se ce l’hai in testa di voler smettere di bere, puoi attaccarti a tutto che il problema non lo risolvi e poi mai prendere il primo bicchiere perché è quello fatale. Si pensa agli effetti positivi ma non a quelli negativi che ti porta. Poi non sai mai se riuscirai a uscirne fuori. Ora sono felice di conoscere e lavorare con il programma di A.A. perché anche se è da poco che sono pulito mi sembra di tornare a vivere! Ringrazio A.A che mi ha fatto conoscere una nuova vita! Ivano alcolista

Numeri utili Referente provinciale Brescia 334 73 44 880 Numero Verde 800 411 406 Sito web www.alcolistianonimiitalia.it Per riunioni on line consultare il sito https://www.aa-arealombardia.it/


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Racconti

ARTURO E CARLOTTA (2^parte)

Si svegliò di colpo e si accorse che aveva dormito quasi due ore. Si sciacquò la faccia per riprendersi e tornò in paese, diretto verso il bar dove Carlotta lavorava tre pomeriggi a settimana. La trovò meno sorridente del solito, quel pomeriggio. Un’ombra le scuriva gli occhi di solito trasparenti come il cristallo. Aveva perso il padre da pochi mesi, e ogni tanto si perdeva anch’essa nel suo ricordo, struggendosi per non poterlo abbracciare, legata com’era stata a lui. Arturo si limitò a guardarla in silenzio, rimandando a un altro giorno il bacio che le voleva chiedere. Era un libro aperto, Carlotta. Nei suoi occhi Arturo le leggeva la vita, gli sembrava di averla sempre conosciuta, quell’anima persa. Gli sembrava che tanti anni non fossero mai passati, come se il tempo si fosse fermato. Come se l’eterno tintinnio dei secondi che scorrevano avesse smesso di rotolare giù per quel burrone, in discesa, senza freni. Come se un lieve profumo d’erba appena tagliata fosse arrivato a risvegliare, in quel pomeriggio di fine anno, un lontano ricordo, e l’afa di quell’estate all’ombra di una chiesa di campagna. La salutò con un cenno della mano, e si diresse al porto, dove sapeva che la vecchia osteria che frequentava da anni lo avrebbe riscaldato con un sorso di whisky. Si sedette, ordinò, e si prese il viso tra le mani, socchiudendo gli occhi. La musica in sottofondo gli ricordò ancora quelle estati in cui le camicie bianche e lunghe stavano fuori dai pantaloni, di tre taglie più grandi, e si girava per mercati rionali a salutare amici persi lungo la strada, e tra la scuola e la piazza la strada non era ancora asfaltata e si vedevano i primi frutti sugli alberi intorno al monumento ai caduti. Un fastidioso tintinnio lo distrasse, aprì gli occhi e notò una donna bruna, di quarant’anni o giù di lì, che stava cambiando una banconota per mettersi a giocare alle slot. Plink plink plink, plonk plonk plonk. 60

In pochi secondi quella banconota si trasformò nell’ennesima delusione della sua vita. Sconsolata, la brunetta uscì sbattendo la porta. Arturo cercò di riprendere il filo dei suoi pensieri e tornò a quei giochi d’estate, prima che il suo mondo cambiasse prospettiva, ma durò poco. La brunetta era tornata, e ancora una volta stava rifocillando l’affamata macchinetta. La osservò a lungo, mentre pigiava i tasti della sua vita, un po’ indispettito da quei suoni così stridenti, così stonati rispetto alla musica che secondo lui aveva dentro. Ancora una volta la donna fu delusa, abbassò lo sguardo sul telefono che trillava messaggi, e uscí. Arturo finí lo scotch, pagò il conto e si diresse alla macchina. Notò la brunetta che accanto a un distributore di bevande sedeva su un trono di plastica contemplando lo schermo del telefono. “Ehi, vuoi qualcosa che ti faccia piacere?” Arturo sorrise e la salutò togliendosi il cappello, brindando in cuor suo a quando le avrebbe risposto altrimenti. Accese di nuovo il motore e lo spense solo una volta arrivato al molo, dal quale si godeva della vista migliore di tutta la zona. Lo percorse a piedi fino al fondo, poi si sedette sul bordo. Era quasi sera, e Arturo rifletteva specchiandosi nell’acqua scura del lago, appannando gli occhiali col tepore del suo respiro calmo, e si accorse che Carlotta era sempre in cima ai suoi pensieri. Carlotta con la bocca a cuore e gli occhi di smeraldo, Carlotta che rideva, che si muoveva per casa sculettando mai sul serio, che gli chiedeva “checc’è? ”sapendo che lui le avrebbe risposto “ti guardo…” Carlotta coi suoi sorrisi ammiccanti e i capelli arruffati del mattino. Carlotta che ogni tanto l’attraversava un’ombra, e lui che si sentiva eternamente in colpa, sempre in debito verso chissà chi e chissà cosa. Lui che non amava sentirselo dire. Lui che non amava sentirselo bruciare, quel nervo scoperto.


Racconti

Se ne rendeva conto, specchiandosi nell’acqua scura del lago. Attraverso le lenti appannate scorse un gabbiano a pochi passi da lui. Si tolse il cappello e guardando verso il cielo assaporò la pioggia e sorrise. Stava facendo buio, era ora di andare. Si incamminò lungo la strada che attraversava il confine dei sogni e rivide il vecchio sentiero, lo imboccò e scorse, nascosta tra le erbacce, la botola che solo lui conosceva. Prese la scala che lo aspettava da mesi accanto al prefabbricato che ormai cadeva a pezzi, e la calò nel pozzo. Salutò il topo che gli porgeva una fragola, confuso, e la rana che gonfiando le guance gli offrì un gluck di benvenuto. Gli sembrò che le pareti fossero meno scivolose di un tempo, quando il muschio la faceva da padrone e lui volgeva lo sguardo al fondo. Seduto su una pietra affiorante dalla melma, guardò verso l’alto, come poco prima aveva fatto al lago. Un tondo raggio di luce entrava dall’imboccatura, assieme a poche gocce di pioggia che tracciavano linee convergenti verso l’infinito biancore del cielo. Tirò fuori la lingua e le assaggiò. Il sapore del sale che gli usciva dagli occhi si mescolò all’acido della pioggia atomica che gli bucava la pelle, che come mille aghi gli pungeva il viso. Ancora lì, all’ombra della luce del buio. Un enorme ragno gli tessé l’amaca per riposare un po’, mentre la luna, bieca e di sbieco, face-

va capolino dalla cima, sorniona, cosciente della sua bellezza. La dinamo stellata dell’universo girava attorno a lui, che come un bonario sole riscaldava ciò che poteva: fosse una minestra o una lastra di titanio da trasformare in un ruscello d’argento nel complicato gioco della mente. Si scoprì intento a sognare di volare, nudo, mentre nel ristretto perimetro di quel pozzo saliva a spirale fino a schizzare via, lontano, sparato in un cielo di primavera senza peso, senza pesi, finalmente dotato di ali. E finì per dare un senso a quei minuti, che un senso ce l’avevano eccome. Risalì gli scalini e riemerse, mentre la neve marcia si scioglieva in pozzanghere color del fango. Si accese un sigaro e osservò il fumo grigio che si fondeva nel grigio del cielo. Salì in macchina, la radio suonava un vecchio brano dei Rolling Stones, alzò il volume e accese il motore. Due ragazze minorenni di facili costumi, ai bordi della strada, lo salutarono come sempre. Pensò a cosa poteva uscire da quelle due vite, si chiese quale contributo portassero al mondo, cercò di capire quanto freddo avessero, e sentì che quella strozzatura al cuore gli impediva di deglutire il dolore che provava. Come se avesse voglia di urlare. Così cantò a squarciagola con Mick e gli sembrò che da qualche parte lei sorridesse. Massimo Zucca

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