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ARTE

ARTE Helmut Newton Rue Aubriot, French Vogue dalla serie White Women Paris 1975

HELMUT NEWTON. WHITE WOMEN, SLEEPLESS NIGHTS, BIG NUDES.

di Gianluca Ciacci

EMPIRE STATE. ARTE A NEW YORK OGGI. 92

GIUGNO-LUGLIO

FINO AL 21 LUGLIO AL PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI, ROMA

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ue mostre di grande fascino possono essere ammirate e godute con un solo biglietto presso Palazzo delle Esposizioni a Roma fino al prossimo 21 luglio: Helmut Newton. White Women, Sleepless Nights, Big Nudes e Empire State. Arte a New York oggi che ci danno la possibilità di passare diverse ore a contatto con un “gigante” della fotografia e di venticinque artisti (affermati e non) rappresentanti l’arte in evoluzione della Grande Mela.

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È con la pubblicazione di Big Nudes avvenuta nel 1981 che “ raggiunge il ruolo di protagonista nella fotografia del secondo Novecento. Qui inaugura una nuova dimensione, quella delle gigantografie che entrano nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo

HELMUT NEWTON. WHITE WOMEN, SLEEPLESS NIGHTS, BIG NUDES.

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onsigliamo di iniziare la mostra dal primo piano con le 180 immagini di Helmut Newton (1920-2004) uno dei fotografi più importanti ed emblematici del XX secolo. Il progetto di questa mostra nasce nel 2011 per impulso di June Newton, vedova del grande fotografo, e raccoglie le immagini dei primi tre libri di Newton pubblicati alla fine degli anni ‘70, da cui deriva il titolo della mostra romana, unica tappa italiana.

IL PERCORSO ESPOSITIVO CI PERMETTE DI CONOSCERE L’OPERA ED IL PENSIERO DI NEWTON AL DI LÀ DI COME L’ABBIAMO SEMPRE VISTO CON GRANDE SUCCESSO SULLE PIÙ IMPORTANTI RIVISTE DI MODA:

Helmut Newton “Ecco vengono II” dalla serie “Big Nudes” Paris 1981

Helmut Newton White Women / Sleepless Nights/ Big Nudes fino al 21 luglio 2013 Palazzo delle Esposizioni, Roma

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infatti nelle immagini di questa mostra è il fotografo stesso che definisce com’è e qual è la storia che vuole raccontare al suo pubblico. Nel selezionare le fotografie per i libri di cui lui stesso è l’editore, Newton mette in sequenza, l’uno accanto all’altro, gli scatti realizzati per altre committenze con quelli realizzati liberamente per se stesso, costruendo una narrazione in cui la ricerca dello stile, la scoperta del gesto elegante e glamour e di un erotismo non necessariamente velato affermano l’esistenza di una ulteriore realtà che il visitatore deve interpretare. Molte di queste immagini sono particolarmente significative da questo punto di vista: il ritratto di Andy Warhol colto nella stessa posizione di una statua della Madonna fotografata in una chiesa toscana, Nastassia Kinsky che abbraccia una bambola dalle sembianze di

Marlene Dietrich, o la fotografia della donna al cimitero del Père Lachaise di Parigi, o ancora, la sequenza delle donne imprigionate da protesi che, rimediando a un danno fisico, non sono tanto dissimili, in verità, dal make-up che corregge un difetto estetico. Nel 1976, Helmut Newton è un famosissimo fotografo; malgrado la non più giovane età, decide di curare White Women, oggi considerato un volume leggendario, che riceve subito dopo la sua pubblicazione il prestigioso Kodak Photobook Award. Seguirono Sleepless Nights nel 1978 e, soprattutto, Big Nudes nel 1981 che rimangono tuttora gli unici volumi concepiti e curati da Helmut Newton e che la mostra romana riunisce esponendo 180 immagini ristampate. White Women Newton porta il nudo all’interno del mondo della moda, ottenendo immagini così sorprendenti e provocanti che rivoluzionano lo stesso concetto di fotografia di moda e diventano testimonianza della trasformazione del ruolo della donna nella società occidentale. Sleepless Nights, uscito due anni dopo, è incentrato sulle donne, sui loro corpi, sugli abiti, le sue modelle vengono ritratte sistematicamente fuori dallo studio, in strada, spesso in atteggiamenti sensuali. È un volume a carattere più retrospettivo che raccoglie in un’unica pubblicazione i lavori realizzati da Newton per diversi magazine (Vogue, tra tutti) ed è quello che definisce il suo stile rendendolo un’icona della fashion photography. È con la pubblicazione di Big Nudes avvenuta nel 1981 che raggiunge il ruolo di protagonista nella fotografia del secondo Novecento. Qui inaugura una nuova dimensione, quella delle gigantografie che entrano nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo. GIUGNO-LUGLIO

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ARTE Helmut Newton Winnie al largo della costa di Cannes, 1975 dalla serie White Women

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on occhi pieni di sensualità passiamo alla successiva mostra che aprirà la mente: una rassegna intergenerazionale che indaga il tema del potere urbano che si propone di esplorare i miti e le realtà mutevoli della città di New York intesa come “la nuova Roma”. La mostra riunisce un gruppo di venticinque artisti, tra emergenti e affermati, di diverse generazioni attivi nei cinque distretti metropolitani newyorkesi così come nelle aree periferiche ed extraperiferiche della città, presentando opere che riflettono sullo spazio urbano come mezzo di distribuzione del potere. Un argomento quanto mai attuale in un’epoca come la nostra, in cui il ruolo politico, economico e culturale degli Stati Uniti negli affari internazionali è oggetto di rivisitazione.

L’ARTE CONTEMPORANEA, IN QUESTO CASO, SI FA STRUMENTO DI RIFLESSIONE SULLA DIFFUSIONE DEI MEDIA NELLE CITTÀ MODERNE. INSIEME AD ALTRI RIMANDI, IL TITOLO DELLA MOSTRA INTENDE EVOCARE “EMPIRE”,

© Helmut Newton Estate Le immagini sono state fornite dalla Helmut Newton Foundation

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titolo del fondamentale saggio di Antonio Negri e Michael Hardt sul capitalismo globale guidato dagli Stati Uniti (2000), nonché la canzone Empire State of Mind (2009), coinvolgente inno hip-hop a New York reso celebre in tutto il mondo dal re del rap Jay-Z con la musicista Alicia Keys. Inoltre, “Empire State” può per certi versi essere considerata la risposta del XXI secolo al celebre ciclo pittorico “The Course of Empire” di Thomas Cole, un artista americano nato in Inghilterra. Realizzate a New York tra il 1833 e il 1836, le imponenti tele di Cole raffigurano l’ascesa e il declino di una città immaginaria situata, proprio come Manhattan, alla foce di un bacino fluviale. Tramite la pittura, la scultura, la fotografia, i video e le installazioni, gli artisti di “Empire State” esaminano il ruolo di New York nel contesto globale, in un momento in cui la vita urbana è ovunque oggetto di una ridefinizione sempre più veloce. I padiglioni a specchio di Dan Graham, ad esempio, gettano un ponte tra arte minimalista e architettura per riflettere e moltiplicare la forma umana. Nei

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EMPIRE STATE. ARTE A NEW YORK OGGI tredici nuovi dipinti della serie “Antiquity”, Jeff Koons utilizza la tecnica con incredibile maestria per manifestare il proprio interesse nei confronti del classicismo e della mitologia greca e romana. Le nuove fotografie di Michele Abeles includono le sue vedute di installazioni. Per una nuova e singolare opera su commissione, Keith Edmier reinventa il monumentale baldacchino barocco della basilica di San Pietro seguendo il linguaggio dell’antica Pennsylvania Station, pietra miliare della mitologia newyorkese. La “Penn Station” realizzata nel 1910 era uno straordinario capolavoro di architettura neoclassica d’impronta romana che attestava il ruolo di New York quale capitale culturale e commerciale del Nuovo Mondo. Fu demolita nel 1963, al culmine della smania newyorkese per la “modernità” sostituita da una costruzione anonima e scomposta che ha l’effetto di un pugno in un occhio, la Penn Station sopravvive nell’immaginario collettivo come la testimonianza perduta di un impero passato e futuro. Dovendo confrontarsi con un mondo dell’arte che assume sempre più una dimensione imprenditoriale e si espande a livello globale come una novella Bisanzio, gli artisti di New York stanno attivando una serie di reti in perenne movimento: relazioni, collaborazioni e scambi che vanno al di là delle barriere imposte dalla generazione, dal genere, dall’ottica o dalla tecnica individuale. Così, R. H. Quaytman propone una nuova selezione dei suoi ritratti di artisti newyorkesi, espressione visiva dell’atto del lavorare in rete

La mostra riunisce un “gruppo di venticinque artisti,

tra emergenti e affermati, di diverse generazioni attivi nei cinque distretti metropolitani newyorkesi così come nelle aree periferiche ed extraperiferiche della città

e dell’invisibile disegno tracciato dal potere e dallo scambio. La mostra presenta inoltre, per la prima volta in un contesto internazionale, l’opera di Tabor Robak, la cui arte circola principalmente in rete e solleva domande fondamentali sul nostro modo di definire la comunità internazionale dell’arte e sui suoi privilegi. Presenti in mostra altri artisti quali: Uri Aran, Darren Bader, Antoine Catala, Moyra Davey, LaToya Ruby Frazier, Renée Green, Wade Guyton, Shadi Habib Allah, Nate Lowman, Daniel McDonald, Bjarne Melgaard, John Miller, Takeshi Murata, Virginia Overton, Joyce Pensato, Adrian Piper, Rob Pruitt, Julian Schnabel e Ryan Sullivan. Le opere esposte sono per la maggior parte frutto di nuove commissioni, integrate dai lavori più significativi eseguiti in anni recenti. LaToya Ruby Fraizer Fifth Street Tavern on Braddock Avenue, 2011 Gelatin silver print, in. 61 x 47 LaToya Ruby Fraizer Studio, New Brunswick, NY


Helmut newton living adamis