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comunicazione delle istituzioni

Comunicare senza budget

Marco Barbieri

ra, continua a impedire l’adesione al modello inglese del Central Office of Information, al quale Rolando guardava già nel 1984. Obiettivo, budget e valutazione restano a suo parere i tre cardini di un’attività professionale di comunicazione al cittadino, accorta nell’uso delle risorse e ed eticamente orientata. Ma questo

modello è sempre stato rifiutato in Italia perché avrebbe prontamente smascherato le tentazioni propagandistiche dei vertici politici delle amministrazioni, sempre più preoccupati della loro visibilità personale fino alle ultime derive della seconda repubblica. Secondo Rolando, la responsabilità della politica e dei

portavoce è in tal senso enorme. E anche in presenza di un politico illuminato al vertice di un’amministrazione, basta una dichiarazione sbagliata di tale vertice per vanificare l’efficacia di un’intera campagna di comunicazione. L’opinione di Stefano Rolando è stata confermata dalla testimonianza di Raffaele Marmo, che ha potuto sperimentare quanto la comunicazione del vertice politico faccia ancora premio sulla comunicazione al cittadino, avendo ricoperto prima il ruolo di Portavoce del Ministro Sacconi e poi quello di Direttore centrale della Comunicazione al Ministero del Lavoro. Marmo non fatica a vedere il bicchiere mezzo pieno. “Non è detto che la riduzione delle risorse sia solo un male. Di fatto ci ha spinto ad uno sforzo sinergico per ottimizzare l’uso delle risorse e coordinare le azioni di comunicazione tra Ministero ed enti collegati, quali Inail, Inps, Italia Lavoro e Isfol, che ha portato alla nascita della Casa del Welfare, come soggetto unico che comunica con il cittadino

ad una voce sola, almeno nei contesti fieristici, con risparmi significativi e un migliore coordinamento delle azioni”. Per il Delegato Lazio di Comunicazione pubblica, Marco Magheri - già responsabile della comunicazione dell’assessorato alla salute della Regione Campania e poi dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma - i veri sprechi si realizzano dove non si assicura un’efficace comunicazione a fronte di investimenti già fatti per iniziative e progetti importanti per i cittadini e la sfida del momento sta nell’imitare gli uomini preistorici che univano le forze per combattere i nemici più forti e feroci. Il tema del coordinamento tra le amministrazioni è stato centrale anche nell’attività del Dipartimento Informazione ed Editoria che, come ha illustrato il Consigliere Roberto Marino, si è concentrata su due linee d’azione: la scelta di sperimentare per le campagna l’utilizzo dei nei new e social media e l’accentramento della spesa di comunicazione per l’acquisto dai concessionari di

pubblicità nel ruolo di “Grande cliente”,finalizzato a garantire le stesse tariffe a tutte le amministrazioni. Il dibattito ha poi toccato possibili scenari futuri: la necessità di nuove norme, più aderenti alle novità del tempo.“Nuove norme o nuova dirigenza pubblica e nuovi politici?” ha chiesto con domanda retorica Barbieri. La legge 150 del 2000 era nata già vecchia, sette anni sono stati impiegati per approvarla, ha affermato Rolando, da padre putativo della norma, “oggi la comunicazione è branding ed e-democracy”. E sull’emergere di una nuova classe politica più attenta a questi temi si dice poi fiducioso. Una considerazione finale e’ stata dedicata all’uso dei social media. Necessari alla PA, anche perché a basso costo, ma senza indulgere al gusto della moda del momento e con la consapevolezza che si tratta di piattaforme e canali di comunicazione a forte impatto organizzativo dove è richiesta competenza e presidio del tutto nuovi.

pubblica: mancanza di soldi o di strategia? dei servizi). E soprattutto arrivò nel 1995 l’applicazione di Internet. Una rivoluzione strutturale e organizzativa che segnò un prima e un dopo per tutti. Ma segnò anche la perdita di visione strategica della materia e un presidio tecnico assai meno idoneo a sviluppare innovazione. L’idea di “riformare lo Stato” aveva animato la formazione delle leve dirigenti degli anni ’80 (in questo certamente non “anni di declino”). Mentre l’obiettivo si andò nettamente perdendo come filo rosso della stessa formazione della dirigenza e come tensione della politica nel cuore degli anni ’90, per portare poi a uso improprio di parole (riformismo, servizio, autonomia, eccetera) più di recente, con crescita di demagogia, populismo e fragilizzazione della politica. Paga essa, conquistato un po’ di potere istituzionale, di usare quel piedistallo per la propria visibilità e non per cambiare il piedistallo. Così la domanda di comunicazione da

parte della politica è stata orientata a privilegiare i portavoce e il rapporto con i media, spesso senza cogliere il carattere stritolante e annichilente di questo fronte usato senza misura. Ma dall’altra parte anche una seconda battaglia vedeva soccombente il fronte dei comunicatori pubblici, cresciuto quantitativamente grazie ad una legge approvata con ritardo e mancanze, come la 150 del 2000. La battaglia interna, quella nei confronti del potere dell’alta burocrazia, formata nelle culture giuridicoamministrative del controllo, poco favorevole alle culture economiche e sociali della relazione e della proiezione allo sviluppo. Una doppia morsa intollerabile per le fragili impalcature di professioni che si possono chiamare “degli architetti sociali” (psicologi, sociologi, mediatori, comunicatori), veri paria del potere pubblico ma anche ambiti in cui il cittadino può trovare - ormai spesso “per legge” - un punto

franco di dialogo, di ascolto, di accoglienza . Avevamo appreso che l’ evoluzione professionale capace di tener testa, offrendo però servizio concreto, alla politica e alla burocrazia amministrativa era rappresentata dall’ottenere garanzie su tre punti procedurali. • Programmare. La legge assegna la funzione alla PCM. Ma essa non è stata mai gestita, mai sostenuta, mai divenuta cultura effettiva di coordinamento. • Budgettare. Tutti sanno che questo è un punto di forza nel rapporto con la politica la quale preferisce estrema flessibilità. Ma una intelligente amministrazione sa comprendere le condizioni di crisi e di emergenza, sa essere flessibile. • Valutare. Battaglia persa. Il governo valuta se stesso. E come si sa non valuta processi. Rinunciando a dare ai cittadini e alle imprese il diritto di sapere se i soldi spesi in comunicazione servano a consolidare la popolarità

dei politici o servono a attuare meglio le leggi e a saldare meglio istituzioni e società. Molti chiedono ora se servono nuove leggi. Ci sarebbero motivi per riaccendere la discussione, non tanto sulla comunicazione pubblica, ma sugli strumenti della relazione tra istituzioni e società al di là del problema della visibilità dei politici. La funzione economica della comunicazione pubblica sarebbe tutta qui, quella di aiutare i processi a funzionare. Dalla legalità alla condivisione delle scelte, dal consolidamento identitario all’aggiornamento della cultura dell’integrazione. Dovrebbe esserci un piano, strettamente connesso ai temi dell’attuazione della Agenda digitale ma esteso anche ai nodi critici del vissuto dei cittadini di ciò che chiamiamo “qualità dei servizi”. Esso ovrebbe contenere un momento autorevole e indipendente per valutare se il denaro che si spende in questo campo è speso bene o male. Se per fare ciò ser-

vissero delle norme, si facciano le norme. Ma non si è sentita in tutta la recente battaglia politicoelettorale del paese una sola voce - nella politica - disposta a sostenere un simile progetto. Anzi.

Stefano Rolando

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Relazioni pubbliche  

magazine della Ferpi, Federazione delle Relazioni pubbliche italiana

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