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IL METODO DEGLI STUDI DEL NOSTRO TEMPO*

PROLUSIONE TENUTA ALLA GIOVENTÙ STUDIOSA DELLE LETTERE IL 18 OTTOBRE 1708 IN OCCASIONE DELLA SOLENNE INAUGURAZIONE DELLA REGIA UNIVERSITÀ DEL REGNO DI NAPOLI INDI ACCRESCIUTA

SOMMARIO I. PROGRAMMA DELLA DISSERTAZIONE. Argomento — In questa dissertazione si pongono a raffronto non le scienze, ma i metodi degli studi, i nostri con quelli degli antichi — Di quali cose si componga ogni metodo di studi — Ordine della dissertazione — Nuovi strumenti delle scienze — Nuovi sussidi degli studi — Quale fine hanno oggi gli studi. II. VANTAGGI DERIVANTI AL NOSTRO METODO DEGLI STUDI DAGLI STRUMENTI DELLE SCIENZE. — La critica — L’analisi Il metodo geometrico introdotto nella fisica — La chimica nella medicina — La spargirica — La chimica introdotta nella fisica e la meccanica nella medicina — Il microscopio — Il telescopio — La bussola —La nostra geometria e la nostra fisica trasferite nella meccanica — Nuovi sussidi degli studi — Compilazione di precettistiche relative a cose inerenti alla prudenza — I modelli ottimi delle arti — I caratteri tipografici — Le università degli studi — Il fine degli studi.

* La presente traduzione va largamente debitrice verso la precedente traduzione NICOLINI contenuta nell’edizione Ricciardi (cit.); il debito particolarmente forte per quelle parti dove si sono posti seri problemi interpretativi [ N.d.T.].


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III. SVANTAGGI DELLA NUOVA CRITICA. — Contrasta alla prudenza — È d’ostacolo all’eloquenza — È d’impedimento alle arti che fioriscono grazie alla fantasia o alla memoria o all’una e all’altra — Come gli antichi evitassero gli svantaggi della nuova critica — Oggi si dispregia la topica, a vantaggio della critica — E a torto — Come si evitino gl’inconvenienti addotti dalla nuova critica. IV. SVANTAGGI CHE COMPORTA IL TRASFERIRE IL METODO GEOMETRICO NELLA FISICA. — Inaridisce il desiderio di studiare più a fondo la natura — In qual guisa dobbiamo studiare la fisica da filosofi e anche da cristiani .—. Riesce di danno a un’arte del dire ornata e acuta È d’ostacolo a una forma letteraria sciolta e fa conda — Ne genera, invece, una fiacca che è da fuggire segnatamente nell’eloquenza — Come se ne possano evitare gli inconvenienti. V. L’ANALISI. — Si dubita che essa sia utile alla meccanica — Come si evitino gl’inconvenienti dell’analisi. VI. QUALI SVANTAGGI ARRECHI ALLA MEDICINA IL NOSTRO METODO DEGLI STUDI. — Come si evitino gli svantaggi della medicina. VII. SVANTAGGI CHE, DATO IL SUO FINE, IL NOSTRO METODO DI STUDI ARRECA ALLE SCIENZE MORALI E POLITICHE E ALL’ELOQUENZA. — Della dottrina politica — Dell’eloquenza — Di nuovo della dottrina politica — Ancora dell’eloquenza — Come gl’inconvenienti del nostro metodo di studi si possano tener lontani dall’eloquenza e dalla politica o prudenza civile. VIII. LA POESIA. — Quando la nuova critica riesca utile alla poesia — Vantaggi recati a questa dal metodo geometrico — Il vero ideale, ossia generale, dirige rettamente la prudenza poetica — La fisica moderna riesce proficua alla poesia. IX. LA TEOLOGIA CRISTIANA.


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X. SVANTAGGI DELLE PERCETTISTICHE RELATIVE AD ARGOMENTI RIENTRANTI NELLA PRUDENZA CIVILE. — Come si eliminino tali svantaggi. XI. LA GIURISPRUDENZA— Presso i Greci — Presso i Romani — Al tempo della loro libera repubblica — Sotto i Cesari anteriormente ad Adriano — Sotto Adriano — Sotto Costantino — Vantaggi e inconvenienti nell’apprendimento di essa — Primo vantaggio — Primo inconveniente — Secondo vantaggio — Secondo in conveniente — Terzo vantaggio — Terzo inconveniente — Quarto vantaggio — Quarto inconveniente — Quinto vantaggio — Quinto inconveniente — Sesto vantaggio (approssimativamente) — Sesto inconveniente — Vantaggio della giurisprudenza alciatiana — Inconvenienti — Primo — Secondo — Vantaggio della giurisprudenza alciatiana — Inconvenienti — Primo Secondo — Come nell’apprendimento della giurisprudenza possano essere evitati codesti inconvenienti. XII.

GLI

OTTIMI

MODELLI

DEGLI

ARTISTI.

Quali

inconvenienti producano — Come si superino. XIII. I CARATTERI TIPOGRAFICI. — Inconvenienti che comportano — Come si evitino. XIV. LE UNIVERSITÀ DEGLI STUDI. — Inconvenienti — Come si correggano. XV. CONCLUSIONE DELLA DISSERTAZIONE.

I

Francesco Bacone nell’aureo libretto Sui progressi delle scienze indica quali nuove arti e scienze occorrano oltre quelle che abbiamo sinora, e sino a qual punto occorre sviluppare quelle che abbiamo affinché la Sapienza umana raggiunga la totale perfezione. Ma mentre scopre un nuovo mondo delle


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scienze, dimostra di essere degno più di tale nuovo mondo che del nostro terraqueo. Infatti i suoi vasti desideri superano di tanto le capacità dell’ingegno umano, da far sembrare che venga mostrato piuttosto ciò che necessariamente ci manca per raggiungere una perfetta sapienza, che ciò cui si possa supplire. Penso che ciò sia avvenuto perché, come al solito, quelli che hanno il massimo che si possa avere si fanno desideri enormi e infiniti. Perciò il Verulamio si comportò nel campo delle lettere come si comportano nelle faccende di Stato i sovrani dei più vasti imperi, i quali, avendo raggiunto il massimo del potere sul genere umano, si sforzano, per quanto inutilmente, di far violenza coi loro grandi mezzi alla natura, di coprire i mari di sassi, i monti di vele, e altre cose contro natura. In realtà tutto ciò che l’uomo può conoscere, come anche l’uomo stesso, è finito e imperfetto. E se paragoniamo i nostri tempi con gli antichi, e soppesiamo vantaggi e svantaggi dall’una e dall’altra parte per gli studi, potremo forse stabilire un metodo identico a quello degli antichi. Noi abbiamo infatti scoperto molte cose che gli antichi ignoravano affatto, e gli antichi sapevano molte cose che noi non conosciamo. Noi possediamo molte facoltà per riuscire in un dato genere di studi; essi ne possedevano molte altre per riuscire in un altro campo. Si dedicavano interamente a coltivare alcune arti che noi quasi trascuriamo; noi ci dedichiamo ad altre che essi senz’altro disprezzavano. Molte discipline che essi tennero con vantaggio unite noi le distinguiamo, e molte, da loro scomodamente separate, noi le trattiamo unite; non poche, infine, hanno cambiato persino l’aspetto e il nome. Queste cose mi hanno offerto il tema per dissertare dinanzi a voi, ingenui giovanetti: Qua1e metodo degli studi è più corretto e migliore, il nostro o quello degli antichi? Discorrendo di ciò porremo a raffronto utilità e svantaggi dell’uno e dell’altro, cercheremo quali nostri svantaggi si possano evitare, e con che metodo, quali non si possano, e da quali svantaggi degli antichi siano controbilanciati. È un argomento nuovo, se non erro, ma tanto necessario a conoscersi, da far meravigliare che sia nuovo. Non mi esporrò al malanimo se voi riterrete che io non voglia tanto biasimare gli inconvenienti nostri o degli antichi, quanto combinare i vantaggi di entrambe le età. É una cosa che vi riguarda, perché non sappiate meno degli antichi in alcuni campi sapendone di più in alcuni altri; ma


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perché abbiate un metodo grazie al quale poter conoscere più degli antichi nella somma generale del sapere; e perché sopportiate di buon animo gli svantaggi inevitabili del nostro metodo di studio, pensando agli svantaggi dell’antico. E perché più facilmente possiate comprendere tutta la trattazione, bisogna che sappiate che io qui non metto a confronto le scienze e arti moderne con le scienze e arti degli antichi: mi occuperò piuttosto delle cose in cui il nostro metodo supera quello degli antichi, delle altre nelle quali è superato da esso, e in che modo può non essere superato. Pertanto le nuove arti, scienze e invenzioni devono essere, se non separate dai nuovi strumenti e sussidi del sapere, per lo meno distinte. Quelle infatti sono materia degli studi, questi sono la via e il metodo, cioè l’argomento proprio della nostra dissertazione. Il metodo degli studi infatti appare contenuto in tre cose: strumenti, sussidi, e fine. Gli strumenti comprendono l’ordine: infatti chi essendo istruito si accinge ad apprendere qualche arte e scienza, vi si accinge con ordine e secondo le regole. Gli strumenti sono la cosa più importante; i sussidi li accompagnano, quanto poi al fine, sebbene venga dopo, deve essere tenuto d’occhio dagli studiosi, sia all’inizio, sia per tutto lo svolgimento metodico degli studi. Ripartiremo dunque la nostra trattazione secondo quest’ordine, e parleremo prima degli strumenti, poi dei sussidi del nostro metodo di studi. Quanto al fine, poiché si diffonde nel nostro metodo di studi come il sangue per tutto il corpo, e come il moto del sangue si osserva là dove le arterie sono più visibili, ne parleremo dove più emergerà. Nuovi strumenti delle scienze sono le scienze stesse, le arti, i semplici prodotti dell’arte o della natura. Strumento comune di tutte le scienze e le arti è la nuova critica; della geometria, l’analisi, della fisica, questa stessa geometria, il suo metodo, e forse la nuova meccanica; strumento della medicina è la chimica, e la spargirica, nata da essa; dell’anatomia, il microscopio; dell’astronomia, il telescopio: infine della geografia, la bussola. Fra i nuovi sussidi, poi, annovero le arti relative a molti argomenti di cose che anticamente erano affidate alla prudenza: l’abbondanza di ottimi modelli, i caratteri tipografici, e la fondazione delle università degli studi. Uno solo, poi, è il fine


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di tutti gli studi che oggi si osserva, si celebra, si onora da parte di tutti: la verità. E sia che di tutte queste cose consideriate la facilità, sia l’utilità e la dignità, il nostro metodo di studi apparirà più corretto e migliore, fuor d’ogni dubbio, di quello degli antichi.

II

La critica ci dà quel primo vero del quale si è certi anche nell’atto di dubitare; con questo si ritiene completamente debellata l’Accademia nuova. L’analisi poi risolve con metodo meravigliosamente semplice problemi geometrici insoluti presso gli antichi. E gli antichi si servirono della geometria e della meccanica come di strumenti della fisica, ma non sempre; i nostri se ne servono sempre, e ne usano di migliori. Infatti non rientra in questa discussione lo stabilire se in virtù dell’analisi la geometria sia diventata più esplicita e se la meccanica si sia rinnovata; ma è certo che i maestri la adoperano aumentata di nuove e ingegnosissime invenzioni, e per non essere abbandonati da quelle nel tenebroso cammino della natura, hanno importato il metodo geometrico nella fisica, e a quello legati come a un filo d’Arianna, compiono interamente il cammino che si sono proposti, descrivendo le cause per cui questa mirabile macchina del mondo fu costruita da Dio ottimo massimo, non già come fisici esitanti, ma come architetti di un’edificio immenso. La chimica, quasi ignota agli antichi, quali contributi non dà alla medicina! La quale, scoperta l’affinità dei fenomeni chimici, non soltanto congettura, ma quasi scorge con gli occhi moltissime funzioni e malattie del corpo umano. La spargirica poi, figlia della chimica, era restata per gli antichi solo un desiderio, che noi abbiamo soddisfatto divenendone padroni. Taluni hanno applicato la chimica alla fisica, e altri la meccanica alla medicina; la chimico-fisica riproduce quasi con le mani alcune meteore ed altre opere di natura, mentre la medicina meccanica, descrive e cura le malattie del corpo umano mediante i movimenti di una macchina. L’anatomia, oltre la circolazione del sangue, l’origine dei nervi, ed


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innumerevoli succhi, vasi e canali del corpo umano, nei quali aveva già superato l’antica, illustra riccamente, col sussidio del microscopio, la descrizione delle ghiandole biliari, dei visceri minuscoli, delle piante, del baco e degli insetti, sì da farei scorgere il processo generativo dell’uovo fecondato; cose tutte sfuggite agli occhi degli antichi. L’astronomia con l’aiuto del telescopio osserva stelle nuove, molte e varie macchie solari, e le fasi dei pianeti, rivelando innumerevoli errori del si sistema tolemaico. Gli antichi, quasi vati, divinarono confusamente che oltre l’oceano vi fossero altre terre; noi le abbiamo scoperte per mezzo della bussola, e la geografia ne è stata illustrata in modo straordinario. Chi crederebbe che gli uomini oggi siano in grado non soltanto di girare col sole intorno all’intero orbe terracqueo, ma di sopravanzare il sole medesimo in questo cammino percorrendolo in un tempo minore di quello in cui il sole compie il suo corso? La meccanica accresciuta dalla geometria e dalla fisica come la s’insegna oggi, di quante, quanto grandi e quanto meravigliose invenzioni non sembra avere arricchito l’umana società! Si potrebbe dire senza dubbio che da essa è nata l’arte moderna della guerra, la quale ha tanto superato l’antica che, dinanzi al nostro sistema di fortificazione e di espugnazione delle città, Minerva disprezzerebbe la sua acropoli di Atene, e Giove rimprovererebbe al suo fulmine trisulco di essere spuntato e inerte. Tanto grandi sono i nostri strumenti delle scienze: passiamo ora o vedere quanto grandi siano i sussidi. Di molti argomenti, infatti, che un tempo venivano lasciati alla sola prudenza, ora si sono costituite delle arti; opera che gli antichi disperarono di compiere nel campo della giurisprudenza, atterriti dalla difficoltà. Inoltre nella poetica, oratoria, pittura, scultura e nelle arti che consistono nell’imitazione, abbondiamo di copiosi ottimi esemplari, per i quali i nostri possono più rettamente e facilmente imitare la stessa ottima natura. E quindi, grazie alla stampa, dappertutto si pubblicano libri, per cui presso i nostri sono tanti non solamente coloro che hanno familiarità con uno o due autori, ma anche quelli che si sono eruditi attraverso una cultura vasta, varia e quasi infinita. Abbiamo infine le università degli studi, costituite e ordinate per ogni scienza e arte, grazie alle quali si educano mente, cuore e linguaggio umano. E oggi,


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certamente, in tutti questi studi letterari si mira ad un solo fine: la verità; e se la volessi esaltare, mi attirerei la domanda stupita — E chi la disprezza?... Ritorniamo dunque ad esaminare i vantaggi del nostro metodo, e vediamo se siano privi di qualcosa che gli antichi avevano, oppure misti a svantaggi che essi non avevano, e se possiamo scusare i difetti del nostro ottenendo i vantaggi dell’antico, e in che modo; e con quali inconvenienti degli antichi siano da compensare quei nostri svantaggi dai quali non riusciamo a liberarci.

III

Innanzitutto, circa gli strumenti delle scienze, noi iniziamo tutti gli studi dalla critica, la quale, per liberare la verità genuina non solo da ogni errore, ma anche da ciò che può suscitare il minimo sospetto di errore, prescrive che siano allontanati dalla mente tutti i secondi veri, ossia i verisimili, al modo stesso che si allontana la falsità. Tuttavia è sbagliato: infatti la prima cosa che va formata negli adolescenti è il senso comune, affinché, giunti con la maturità al tempo dell’azione pratica, non prorompano in azioni strane e inconsuete. Il senso comune si genera dal verosimile come la scienza si genera dal vero e l’errore dal falso. E in effetti il verosimile è come intermedio tra il vero e il falso, giacché, essendo per lo più vero, assai di rado è falso. Dunque, dovendo gli adolescenti essere educati, soprattutto nel senso comune, è da temere che esso sia soffocato dal metodo critico dei moderni. Inoltre il senso comune è regola dell’eloquenza, come di ogni disciplina. Infatti, spesso gli oratori trovano maggiore ostacolo nel trattare una causa vera che non abbia niente di verosimile, che nel trattarne una falsa avente un fondamento giustificabile. Si rischia perciò che la nostra critica renda i giovani incapaci di eloquenza. Infine i nostri critici pongono il primo vero come anteriore, estraneo e superiore ad ogni immagine corporea. Ma lo insegnano troppo prematuramente ai giovani, anzi, quando essi sono ancora acerbi. Infatti, come nella vecchiaia prevale la ragione, nella gioventù prevale la fantasia; e non


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conviene affatto accecarla, poiché sempre è considerata come felice indizio dell’indole futura. E la memoria, la quale se non è tutt’uno con la fantasia, certo è pressa poco la stessa cosa, poiché i fanciulli in nessun’altra facoltà della mente primeggiano, dev’essere rigorosamente coltivata; e non si debbono indebolire più ingegni nelle loro attitudini per quelle arti che richiedono memoria, o fantasia, o ambedue, come la pittura, la poesia, l’oratoria e la giurisprudenza; né la critica, che è per i nostri strumento di tutte le scienze e arti, dev’essere loro di impedimento. Gli antichi, presso i quali la geometria era la logica dei fanciulli, evitarono tali svantaggi. Imitando i medici che seguono le indicazioni della natura, insegnavano agli adolescenti quella scienza che non si può intendere senza attitudine a formare immagini, affinché, senza fare violenza alla natura, ma lentamente, secondo la capacità e l’età, si abituassero all’uso della ragione. Oggi si celebra solo la critica e la topica non solo non precede ma addirittura è lasciata indietro. E ciò a torto, poiché come la scoperta degli argomenti viene per natura prima del giudizio sulla verità, così la topica, come materia di insegnamento, deve precedere la critica. Eppure i nostri la escludono, giudicandola buona a nulla; purché gli uomini siano dei critici, affermano, scopriranno ciò che c’è di vero in ogni cosa insegnata e distingueranno, senza aver appreso alcuna topica e seguendo lo stesso criterio del vero, le cose verosimili che stanno attorno. Ma chi può esser certo d’aver visto tutto? Da ciò discende quella somma e rara virtù dell’orazione; detta perciò completa, quando non lascia nulla che non sia stato inserito nel tema, nulla che il pubblico debba desiderare. Benché la natura umana sia suscettibile di errore, tuttavia l’unico fine delle arti è il renderci certi d’aver agito rettamente e se la critica è l’arte dell’orazione vera, la topica è l’arte dell’orazione faconda. Perciò quelli che sono esercitati, nella tonica, ossia di inventare il medio (ciò che gli scolastici chiamano medium per i latini l’argumentum) poiché nel dissertare conoscono tutti i luoghi degli argomenti, come se percorressero gli elementi della scrittura,


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hanno ormai l’esperienza di vedere subito ciò che di persuasivo è implicito in ogni causa. Difficilmente invece si dà il titolo di oratori a quelli che non abbiano conseguito questa facoltà, essendo compito primo degli oratori che, in cause per direttissima che non ammettono attese o rinvii (come è diventata pratica molto costante del nostro foro nelle cause penali, che sono quelle veramente oratorie), essi possano portare un pronto aiuto agl’imputati, in difesa dei quali sono assegnate poche ore per l’arringa. I moderni critici, però, quando sia presentato loro qualche dubbio, rispondono col detto famoso: « Fammici pensare ». Si aggiunga che l’importanza dell’eloquenza si basa per noi tutta sull’uditorio e che noi dobbiamo adattare la nostra orazione alle opinioni del pubblico, poiché spesso quegli stessi che sono irremovibili per forti ragioni, sono smossi dal loro parere da qualche lieve argomento. Quindi non è giusta l’osservazione che Cicerone abbia detto molte cose insignificanti, poiché proprio per queste egli dominò nel foro, nel senato e, soprattutto, nei pubblici comizi e riuscì oratore degnissimo della maestà dell’impero romano. Che cosa è che fa indugiare nelle cause l’oratore che cerca solo il vero e che rende sollecito chi bada alle verosimiglianze? M. Bruto, basandosi su questa nostra o quasi nostra critica (era infatti stoico) credeva che si dovesse difendere Milone con implorazioni, e che bisognasse lottare per l’assoluzione in riconoscenza per i suoi massimi meriti verso lo Stato, per avere eliminato Clodio, la peggior peste. Cicerone, però, esperto nella topica, credette erroneo in quel frangente rimettere tale imputato alla clemenza dei giudici e, se avesse fatto l’arringa, Milone, com’egli stesso dichiarava, con sicurezza sarebbe uscito assolto da quel processo. Eppure anche Arnauld, dottissimo sotto ogni aspetto, la dispregia e la giudica buona a nulla. A chi credere, ad Arnauld che nega, o a Cicerone che afferma e dichiara di essere divenuto eloquente proprio per la topica? Giudichino gli altri. Noi invece, per non donare all’uno né togliere all’altro diciamo che la critica ci rende veraci, la topica eloquenti; poiché come un tempo gli stoici si dettero tutti alla critica, e alla topica gli accademici, così oggi è in voga presso i novatori il metodo arido e deduttivo degli stoici, e presso gli aristotelici quello vario e molteplice degli accademici. Tutte le tesi


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proposte da Pico della Mirandola oggi sarebbero ridotte da uno di questi dottissimi in un sol sorite, il Da Gaeta invece le combatte con cento sillogismi. E sempre si può constatare come le antiche scuole filosofiche divennero tanto più feconde quanto più si allontanarono da questa critica. Gli stoici che, come i nostri moderni, vollero la ragione regola del vero, furono più di tutti gli altri minuti e sottili, mentre gli epicurei, che vollero tutto sensibile, furono limpidi e alquanto più diffusi; gli antichi accademici, seguaci di Socrate il quale affermava di non sapere altro se non di non sapere nulla, furono abbondanti e assai ornati: gli accademici nuovi, invece, i quali professavano di non sapere neppure di non sapere, rovesciarono torrenti di eloquenza ed erano densi come la neve. Stoici ed epicurei del resto propugnavano una parte sola della discussione, Platone inclinava per il verisimile, Carneade invece accettava i contrari, e un giorno sosteneva che la giustizia c’è e un altro no, con pari peso di prove e con incredibile forza di argomentazione. Tutto ciò perché il vero è uno, i verisimili molti, i falsi infiniti. Perciò entrambi i metodi di ragionare sono difettosi: quello dei topici, perché spesso assumono per vere cose false e quello dei critici che respingono anche il verisimile. Quindi, per evitare i due eccessi, sarei d’avviso d’istruire i giovani in tutte le arti e scienze con giudizio integrale. A tal fine la topica li arricchisca dei suoi luoghi e intanto col senso comune progrediscano nella pratica della vita e nell’eloquenza, con la fantasia e la memoria si irrobustiscano in quelle arti che si servono di queste facoltà, infine apprendano la critica, per giudicare in ultimo col proprio cervello sulle cose apprese e si esercitino sui medesimi argomenti, sostenendo le due tesi opposte. Così riuscirebbero esatti nelle scienze, vigili nella condotta pratica della vita, ricchi di eloquenza, immaginativi nella poesia e nella pittura, fervidi di memoria per la giurisprudenza; si eviterebbe così che divenissero temerari, come quelli che disputano su materie che stanno per imparare, né religiosamente creduloni, come quelli che stimano veri solo i dogmi del maestro. In questo mi pare che gli antichi ci superassero; i pitagorici tacevano per un intero quinquennio, difendendo le cose udite con la sola testimonianza


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del maestro (ipse dixit), e generalmente il compito degli iniziati era di ascoltare, onde erano detti propriamente uditori. Lo stesso Arnauld, sebbene a parole rifiuti questo metodo di studi, in pratica lo adotta, riempiendo la logica di molti reconditi esempi su ogni genere di discipline; i quali esempi, se non si siano prima apprese le arti e le scienze donde son dedotti, l’uditore a stento può comprendere senza grande attitudine espositiva e un’immane fatica da parte degli insegnanti. Perciò se da ultimo si impara la logica, oltre i sopracitati, si evitano anche questi inconvenienti: quelli di Arnauld, il quale, benché porti esempi utili, si capisce a stento, e quelli degli aristotelici, i cui esempi, sebbene si capiscano, sono affatto inutili.

IV Si deve ancora vedere se il metodo geometrico, applicato dai moderni alla fisica, non porti all’inconveniente che, non essendo possibile negare alcuna parte del processo deduttivo senza infirmare la proposizione base del ragionamento, si deve giungere a una di queste soluzioni: o disimparare una tale fisica per volgere la mente alla contemplazione dell’universo, o, per volerla professare, disporla con qualche nuovo metodo; o spiegare qualche nuovo fenomeno come corollario di codesta fisica. Perciò i fisici moderni assomigliano a coloro che hanno ereditato palazzi ove nulla manca per magnificenza e comodità, onde non resta loro o che mutar di posto la copiosa suppellettile o abbellire la casa di qualche lieve ornamento, secondo la moda del tempo. Sostengono i dotti che questa fisica, insegnata col metodo geometrico, è la stessa natura, che scorge ovunque ti volga a contemplare l’universo; ritengono perciò che siano da ringraziare gli autori che ci liberarono dal grande fastidio di studiare ancora la natura e ci lasciarono questi edifici così ampi e ben costruiti. Qualora necessariamente la natura si comportasse come essi l’hanno concepita, bisognerebbe ringraziarli; ma ove la sua costituzione fosse diversa e fosse falsa anche una sola delle norme fissate da codesti studiosi circa il moto (per non dire che non soltanto una se n’è scoperta falsa)


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stiano attenti a non trattare con sicurezza la natura, sicché, mentre attendono a curare i tetti, trascurino con pericolo le fondamenta di quelle case. Oh, non inganniamo noi stessi e gli altri, o uditori! Codesti metodi, codesti soriti, come in geometria sono verissime vie di dimostrazione, così dove la materia non tollera dimostrazione, già dalle antiche scuole filosofiche erano stati censurati, come una specie difettosa e capziosa di ragionamento, nei riguardi degli stoici, che nella disputa si servivano di quest’arma. E dura ancora la fama di quanto gli antichi temessero la logica di Crisippo, come insidiosissima. Perciò codeste cose che in fisica si presentano per vere in forza del metodo geometrico, non sono che verisimili, e dalla geometria ricevono il metodo, non la dimostrazione: dimostriamo le cose geometriche perché le facciamo; se potessimo dimostrare le cose fisiche, noi le faremmo. Nel solo Dio ottimo massimo sono vere le forme delle cose, perché su quelle è modellata la natura. Lavoriamo dunque alla fisica come filosofi, per ben educare l’animo nostro, superando in ciò gli antichi, che coltivavano questi studi per contendere empiamente in beatitudine con gli dei, mentre noi lo facciamo per abbassare l’orgoglio umano. Ricerchiamo il vero e, quando non lo troviamo, lo stesso desiderio ci conduca a Dio ottimo massimo, sola via e verità. Inoltre, il metodo geometrico prescrive di contenere le discussioni fisiche entro brevi termini, a guisa di dimostrazioni geometriche e con divieto di ogni ornamento. Perciò si osserverà che i moderni fisici hanno un modo di discussione rigoroso e conciso; poiché codesta sorte di fisica, sia quando la si impari sia quando la si insegni, fa sempre scaturire una proposizione da quella che immediatamente precede, essa limita negli ascoltatori quella facoltà, che, propria di filosofi, fa scorgere analogie tra cose di gran lunga disparate e differenti, ciò che è ritenuto principio e base di ogni fine e fiorita forma del dire. Non sono infatti la stessa cosa la sottigliezza e l’acutezza, giacché il sottile consta di una sola linea, l’acuto di due e tra le molte acutezze il primo posto è tenuto dalla metafora, la più insigne finezza e l’ornamento più splendido di ogni parlare ornato. Ma anche per altri motivi chi si abitua a


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discutere geometricamente riesce meno adatto per l’eloquenza. Questa mira a persuadere la moltitudine incolta e i rozzi, soprattutto quando …vola una parola irrevocabile, non sostengono tale lunga catena dei ragionamenti, né è il caso di affaticarli con tanta tensione mentale, affinché li ritengano. Perciò è necessario adoperare per essi quella forma di dire sciolta e copiosa con cui l’oratore ora prova, ora diverge, ora ritorna al tema; smussa gli angoli di ciò che ha detto un po’ rudemente, amplia ciò che ha sintetizzato, rafforza quello cui aveva accennato e s’indugia nella stessa tesi con altre e altre figure oratorie, affinché l’uditore la faccia propria imprimendola nell’intimo del suo animo. I fisici, infine, fondano i loro metodi sui primi veri senonché il buon oratore sorvola sulle cose note a tutti e, trattando le verità secondarie, tacitamente richiama gli uditori sulle prime, in modo che a costoro sembri di giungere da se stessi a quegli argomenti, che in realtà l’oratore viene svolgendo. In questo modo prima sveglia le menti per poi commuovere gli animi. Ecco perché non tutti approvano una singola forma letteraria, anche se eccellente, laddove tutti si dilettano di un unico ottimo oratore. Abbiamo esposto sopra, ove abbiamo trattato il modo di allontanare gli svantaggi della critica, come si evitino questi danni del metodo geometrico, applicato alla fisica: il resto lo diremo fra poco.

V

Circa l’analisi è da riconoscere, per quel che riguarda gli enigmi della geometria che, se i più dotti antichi, posti di fronte ad essi, sembravano Davi, i nostri per la facilità del metodo analitico sono divenuti Edipi. Ma, premesso il principio che la facilità dissolve gli ingegni come la difficoltà li acuisce, bisogna fermarsi sulla questione, se nelle più moderne invenzioni meccaniche qualcosa sia da attribuire a codesto metodo. Infatti l’inventare è pregio del solo


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ingegno e la geometria, appunto, esercita l’ingegno. Come gli aurighi frenano per qualche tempo l’ardore dei loro focosi cavalli per poterli poi lanciare a più veloce corsa, così la geometria, nel momento in cui viene appresa reprime gli ingegni, per renderli più acuti quando è ricondotta alle applicazioni pratiche. Infatti porge ad essi un gran numero di figure, affinché con mirabile sveltezza le passino in rassegna, quasi come un alfabeto elementare, e poi le connettano e le compongano per risolvere i problemi proposti. L’analisi invece, come …la profetessa, non ancora domata dal terribile Febo, smania nel suo antro, per cercare di scuotersi fuori dal petto il gran dio: così conduce il suo ragionamento, in attesa se non le si diano per caso le equazioni che cerca. Si sa che nell’assedio di Siracusa Archimede inventò meravigliose macchine da guerra. I moderni direbbero che egli aveva conoscenza dell’analisi ma che, insofferente di quel metodo, lo tenne nascosto. Ma quelli che si esprimono a tal modo non so se parlino così per magnificare ancora di più con le parole questo dono, che essi hanno offerto alla repubblica delle lettere e che, di per sé, è cosa grande. Di certo le invenzioni dei moderni per cui principalmente abbiamo fatto tanti progressi rispetto agli antichi (artiglierie, navi a vele, orologi, cupole nei templi) comparvero prima ancora della divulgazione dell’analisi. Circa l’orologio, non vi sarà alcuno che assuma con convinzione la difesa degli antichi da non confessare che, in fatto di ingegno inventivo, essi sono stati superati di gran lunga dai moderni. Le famose navi degli antichi a sedici ordini di remi spiccano più per magnificenza che per tecnica nautica; ma le nostre a sole vele hanno la stessa efficienza. Né direbbe cosa stolta chi affermasse che le nuove terre non furono scoperte dagli antichi non tanto per la mancanza della bussola, quanto perché le loro navi erano inadatte ad attraversare l’oceano. E sulla smisurata macchina di Demetrio Poliorcete e delle altre guerresche degli antichi si può dare lo stesso giudizio che si è dato sulle loro navi. E le colossali opere di Menfi ed altre dell’antichità, nelle quali si potrebbe riscontrare una qualche superiorità degli antichi su noi, furono opere della potenza più che dell’arte. E poi, prima che si


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costruissero le cupole pensili, l’architettura ne negava la possibilità. Filippo Brunelleschi, che primo osò iniziare e condurre a termine a Firenze nella chiesa di Santa Marta del Fiore un’impresa di tal genere, quanti affanni e angherie non soffrì da parte degli architetti del tempo, ostinati a sostenere non potersi assolutamente poggiare su quattro punti sospesi una ingente mole architettonica, tirata su verso l’immenso spazio! E che cosa c’è da dire poi contro il fatto che, anche dopo l’introduzione del metodo analitico nella meccanica, coloro che hanno escogitato nuove e mirabili cose non ne hanno tenuto conto? E d’altronde, contro il fatto che coloro i quali, fondandosi solo sull’analisi, tentarono di scoprire qualcosa, e non vi riuscirono? Con la speranza di avere la più veloce nave, Perot ne costruì una a rigore di calcolo e in conformità alle norme dell’analisi; ma, quando prese il mare, essa si convertì in uno scoglio. Esula dalla nostra tesi esaminare se ciò avvenne perché, come le musiche concepite matematicamente non piacciono, così le macchine costruite secondo i principi dell’analisi non riescono ad alcuna utilità. Ma, per quanto detto, sarà lecito dubitare se coloro, che in questi ultimi tempi hanno sviluppato la meccanica, abbiano potuto tanto per l’efficacia esercitata su di loro dalla geometria e per la fertilità dell’ingegno, che non per un qualsiasi ausilio ricevuto dalla analisi. Pertanto, nell’educare gli ingegni alla meccanica, si badi a istradare i giovinetti nelle matematiche non già attraverso le specie, ma attraverso le forme. Ove poi l’analisi ci appaia quasi arte divinatoria, ricorriamo pure ad essa, ma come a un artificio:

e non si ricorri a un intervento divino a meno che non si sia presentati un nodo della situazione degno di un vindice.


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VI

Quanto alla medicina, sussistono oggi questi inconvenienti: pur non conoscendo bene le cause dei morbi, diamo scarsa importanza ai sintomi, pronunciando diagnosi avventate, per cui gli antichi ci superano, essendo i loro metodi curativi più certi. Poiché le cause dei morbi sembravano loro abbastanza occulte e incerte, essi investigavano con religiosa diligenza ciò che, fondato su lunga osservazione, potevano certamente intendere: partendo dai sintomi, non giudicare tanto la natura del male, quanto la gravità e il suo corso, per giungere a una sicura guarigione. Qui c’è una correlazione precisa tra i mali del corpo e quelli dell’animo. Ai cortigiani restano ignote non solo la natura, ma anche le cause dell’ira del signore; ma essi, ammaestrati dall’esperienza, si accorgono in tempo quando sta per esplodere, onde non lo si deve contrariare, perché non infuri di più, quando l’ira sta per sbollire, e per sollecitarlo con preghiere alla clemenza, quando la collera è cessata per tentare di blandirlo. Pertanto, mentre oggi si sente dire dai medici di temporeggiare per vedere dove vada a finire la natura malata, gli antichi, ritenendo più facile conservare la salute del corpo, come tutti gli altri beni, che riacquistarla una volta perduta, attendevano con ogni diligenza che la natura sana manifestasse i sintomi di un eventuale male, per poterlo eliminare in tempo. Era la medicina praticata dall’imperatore Tiberio, arte che, a suo giudizio, tutti avrebbero dovuto conoscere, giunti a 30 anni: questa sola i sapientissimi romani praticarono per tutti secoli che tutti sanno. Né poi di ciascuno la natura è insidiosa, anzi con precisione e diligenza tutela il corpo e, prima che giunga qualche morbo, essa non manca di avvertirci con qualche sintomo, del male che sta per arrivare: siamo noi a trascurare l’arte di osservare bene i nostri casi senza fare attenzione a quei sintomi, mentre, oserò dirlo, non v’è nulla di grandissimo che avvenga di colpo e nessuno è stato mai tolto di mezzo da morte repentissima. Per evitare in medicina questi inconvenienti, illustriamone più ampiamente le cause, accennate a volo.


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Oggi ricaviamo i ragionamenti fisici da un unico vero investigato, laddove sono verisimili i segni e le diagnosi raccolte con lunga indagine. Perciò, come il Verulamio notava che i galenici non riuscivano coi loro sillogismi a conoscere le cause delle malattie, così io noto che i moderni non riescono in quell’intento col sorite. Come chi disputa con sillogismi non porta nulla di nuovo, perché nella premessa è implicita la conseguenza, così chi argomenta col sorite esplica una seconda verità implicita nella prima. Invece le malattie sono sempre nuove, diverse secondo gli ammalati e neppure io sono lo stesso di un minuto fa, quando parlavo degli infermi; al contrario, da allora a ora, innumerevoli istanti della mia vita sono trascorsi, innumerevoli movimenti si sono compiuti verso il giorno supremo. Dunque, poiché (il vero genere abbracciando tutte le specie) in ciascun genere le malattie sono infinite, non possono esser tutte circoscritte da una sola forma. Stando così le cose, come non si approda a nulla di vero sulle malattie mediante il sillogismo, la cui premessa maggiore consiste in un genere (e questa materia non è contenuta in un genere), così sarà col sorite. È più sicuro, pertanto, attenerci ai casi particolari e usare il sorite con molta precauzione, appoggiandoci prevalentemente all’induzione. Coi moderni, spieghiamo le cause poiché sono più esplicite, ma facciamo gran conto dei sintomi e della diagnosi, e coltiviamo la medicina preservatrice degli antichi (nella quale comprendo ginnastica e dietetica) nella stessa misura della medicina curatrice dei moderni.

VII

Ma il più grave danno del nostro metodo è che, mentre ci occupiamo molto assiduamente di scienze naturali, trascuriamo la morale, specialmente


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quella parte che si occupa dell’indole dell’animo nostro e delle sue tendenze alla vita civile e all’eloquenza, alla casistica delle virtù e dei vizi, ai costumi per ogni età, sesso, condizione, fortuna, stirpe, stato, e di quell’arte del decoro, più di ogni altra difficile: perciò per noi se ne sta trascurata e incolta la compiutissima e nobilissima dottrina dello stato. E poiché oggi l’unico fine degli studi è la verità, noi studiamo la natura in quanto ci sembra certa e non osserviamo la natura umana, perché incertissima a causa dell’arbitrio. Ma questo metodo di studio determina nei giovani tali danni che in seguito né si comportano nella vita civile con sufficiente prudenza, né sanno colorire e infiammare opportunamente una orazione col calore dei sentimenti. Circa la prudenza nella vita civile, poiché i fatti umani sono dominati dall’occasione e dalla scelta, che sono incertissime, e poiché a guidarle valgono per lo più la simulazione e la dissimulazione, cose ingannevolissime, quelli che coltivano il puro vero difficilmente sanno servirsi dei mezzi e con maggior difficoltà conseguire i fini; onde, delusi nei propositi e ingannati dai suggerimenti altrui, molto spesso si ritirano. Dato, dunque, che le azioni della vita pratica sono valutate in conformità ai momenti e alle contingenze delle cose, cioè alle cosiddette circostanze di cui molte estranee e inutili, talune spesso non confanno e anche avverse al proprio fine, i fatti umani non possono misurarsi con il criterio di questa rettilinea e rigida regola mentale: occorre considerarli, invece, con quella misura flessibile di Lesbo, che, lungi dal voler conformare i corpi a sé, si snodava in tutti i sensi per adattare se stessa alle diverse forme dei corpi. Quanto alla scienza, essa differisce dalla prudenza civile proprio in questo: eccellono nella scienza quelli che ricercano una causa sola da cui poter ricavare molteplici fenomeni di natura, mentre nella civile prudenza prevalgono quelli che ricercano quante più cause di un sol fatto per congetturarne quale sia la vera. Ciò perché alle più alte verità mira la scienza, alle più piccole la saggezza, onde si distinguono i tipi dello stolto, dell’astuto analfabeta, del dotto maldestro e dell’uomo savio. E in verità, nella vita pratica, gli stolti non si curano né delle più alte né delle più piccole verità; gli astuti analfabeti avvertono le piccole e non vedono le prime; i dotti avventati giudicano le cose più basse in base alle più alte, viceversa i


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sapienti le più alte dalle più basse. Ma le verità universali sono eterne e quelle particolari da un momento all’altro divengono false; le cose eterne stanno al di sopra della natura e in questa non esiste cosa che non sia mobile e mutevole. Pertanto il vero coincide col buono, del quale ha le medesime doti e virtù. Perciò lo stolto, cui sono ignote tutte le verità, universali e particolari, paga continuamente il fio della sua stoltezza. All’indotto astuto, che coglie le verità particolari senza possedere il vero in universale, quelle stesse astuzie che giovano oggi nuoceranno domani. I dotti avventati che dai veri universali scendono direttamente ai veri particolari, restano impigliati nelle contingenze della vita. Ma i sapienti, i quali, pur tra le tortuosità e le incertezze della vita pratica, mirano sempre all’eterno vero, quando riesca loro impossibile prendere la via retta, aggirano l’ostacolo e prendono decisioni utili a lunga scadenza e per quanto naturalmente possibile. Dunque, per quanto detto, procedono erroneamente coloro che adottano nella prassi della vita il metodo di giudicare proprio della scienza; infatti essi misurano i fatti secondo la retta ragione, mentre gli uomini, per essere in gran parte stolti, non si regolano secondo decisioni razionali, ma secondo il capriccio e il caso. E poiché non hanno coltivato il senso comune né mai perseguito le verisimiglianze, contenti della sola verità, non apprezzano come in concreto la pensino gli uomini e se ciò sembri loro pur vero: il che non solo per i semplici cittadini ma anche per gli ottimati e per i sovrani è stato attribuito a gravissimo difetto e talvolta fu di gran danno e rovina. Quando il re Enrico III di Francia fece assassinare il condottiero Enrico di Guisa, principe molto popolare, contro la pubblica fede del salvacondotto e durante gli Stati generali, benché fossero legittimi i moventi, tuttavia, poiché non erano di ragione pubblica, denunziata a Roma la cosa, il cardinale Ludovico Madruzzo, uomo politico espertissimo, commentò l’accaduto con queste parole: « I principi debbono curare che le cose non solo siano vere e giuste, ma tali pure appaiano ». I misfatti avvenuti in seguito in Francia dimostrarono poi quanto fosse saggia questa sentenza. Giustamente dunque i romani, molto saggi per quanto era praticità, valutavano le apparenze e giudici e senatori formulavano le loro decisioni cominciando col verbo videri.


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Per riassumere, i filosofi, che per la più alta conoscenza dei problemi più ardui erano un tempo chiamati politici, dal nome di tutte le cose dello Stato, in seguito da un piccolo rione di Atene e dal luogo ove insegnavano presero il nome e furono detti peripatetici e accademici; allora insegnavano logica, cosmologia e morale per la pratica civile: ora noi ricadiamo verso gli antichi fisici. E mentre una volta dagli stessi la triplice filosofia era applicata all’eloquenza — onde dal Liceo uscì Demostene e dall’Accademia Cicerone, massimi oratori degli idiomi più nobili — oggi invece, pur con questo stesso metodo, si insegna in modo tale che sono tutti inariditi i fonti di ogni eloquenza che sia verisimile, ricca, acuta, ornata, chiara, ampia, infiammata, nonché capace di esprimere i caratteri umani; e le menti degli uditori si formano simili

…alle nostre vergini, che le madri vogliono con le spalle basse, e strette in busto, perché siano snelle: se una è poco più in carne, dicono che è un pugile, le lesinano il cibo; e se la natura è stata generosa con loro, le cure le rendono come giunchi.

Qui i più dotti a quanto ho detto circa la prudenza nella vita civile obietteranno forse che li voglio cortigiani, e non filosofi, che trascurino il vero e si attengano alle apparenze, opprimano la virtù e ne assumano la caricatura. Nulla di ciò: li vorrei filosofi anche a corte, che curino la verità quale appare e perseguano l’onestà quale tutti approvano. Anzi, a proposito dell’eloquenza, questi stessi miei filosofi si sforzano di apportarle col loro metodo di studi, non solo nessun danno, ma la maggiore utilità. Quanto vale di più — essi dicono — produrre nella mente con argomenti reali quella forza che si accresce col ragionamento e da cui non ci si può mai svincolare, piuttosto che piegare l’animo con lusinghe del discorso e infiammata eloquenza, sfumate le quali, si ritorna di nuovo al modo originario di sentire? Ma che farci, se l’eloquenza ha da fare tutta, non con la mente, ma con l’animo? La mente si lascia piegare dai


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sottili ragionamenti, ma l’animo non si lascia vincere né debellare se non da queste corpulentissime macchine oratorie. E, invero, se l’eloquenza è la facoltà di persuadere al dovere, ottiene tale scopo persuasivo chi riesce a determinare negli ascoltatori lo stato d’animo desiderato. I sapienti suscitano in sé questo stato d’animo con la volontà, docile seguace della ragione, per cui basta loro insegnare il dovere per farlo. Il volgo è volto e travolto dalla bramosia, che è tumultuosa e turbolenta, come un marchio dell’anima contratto a contagio col corpo, del quale segue la natura, onde non si smuove se non mediante cose corporee. Pertanto, si deve attrarre l’ascoltatore con immagini corporee, perché ami, giacché, se ama una volta, facilmente lo si indurrà a credere; pervenuto ch’egli sia all’amore e alla fede, lo si deve infiammare affinché si ridesti la volontà, più di quanto non sia capace per la sua ordinaria debolezza. Dunque, tre cose da fare perché l’oratore porti a compimento la sua opera di persuasione. Due sole cose volgono a buon uso le perturbazioni dell’animo (mali dell’uomo interiore che nascono tutti dall’appetito come da un’unica fonte): la filosofia, che le modera nei sapienti in modo che assurgano a virtù, e l’eloquenza che le coltiva nel volgo affinché conducano ad attuare la virtù. Ma essi replicheranno che oggi la forma degli stati è tale che nei popoli non regna più la libera eloquenza. Siamo grati ai principi che ci governano con leggi, non con parole; ma, in questi stessi stati, oratori eccellenti per facondia, agilità e ardore oratorio hanno brillato nel foro, nel senato e dal pulpito con sommo vantaggio per lo Stato e con grandissima gloria per il loro linguaggio. Ma vediamo come sta la questione. I francesi abbondano di sostantivi, ma la sostanza è per sé bruta e immobile e non ammette comparazioni. Perciò essi non sono capaci di dar calore al discorso, perché sono privi di una fortissima commozione, né possono ampliare o ingrandire nulla. Da ciò, l’impossibilità d’invertire le parole perché la sostanza, essendo il maggiore tra i generi delle cose, non comprende alcunché di medio, nel quale convengano e si unifichino gli estremi delle similitudini. Perciò con termini di tal genere non si possono formare metafore con un solo vocabolo e quelle ottenute con due per


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lo più sono dure. Inoltre, quando tentano di dare un largo giro al discorso, non superano piccoli periodetti, né formano versi più ampi di quelli chiamati alessandrini, i quali, oltreché distrofi — poiché ciascuno racchiude in sé una sentenza e rimane a coppia, delle quali caratteristiche la prima diminuisce interamente la maestosità, l’altra attenua la gravità — sono più lenti e più fiacchi degli elegiaci. Hanno due posizioni di accento: l’ultima e la penultima sillaba e dove noi accentuiamo la terzultima, essi trasportano l’accento nella penultima; il che produce un non so che di delicato e di lieve. Dato tutto ciò, essi non sono atti né agli ampi periodi, né ai grandi metri. Ma la medesima lingua, come è impotente allo stile oratorio, sublime e ornato, è molto adatta a uno stile piano. Ricca di sostantivi e di quei vocaboli che gli scolastici definiscono sostanze astratte, essa esprime i princìpi generali delle cose. Per questo è adattissima al genere didascalico poiché le arti e le scienze perseguono appunto i generi sommi delle cose. Da qui il fatto che noi lodiamo i nostri oratori perché parlano chiaramente, esplicitamente ed eloquentemente, quelli lodano i loro perché hanno meditato sulla verità, e questa facoltà della mente che lega in felice sintesi nozioni staccate, detta da noi ingegno, essi la definiscono esprit; e quella potenza della mente che si rivela nella composizione la considerano di poco conto, poiché le sottilissime loro menti non eccellono nelle sintesi, ma nelle sottigliezze dei concetti. Se dunque è vero, come pare ai più grandi filosofi, che le indoli dei popoli si formano con le lingue e non le lingue con le indoli, solamente i francesi potevano, nel mondo intero, in virtù del loro sottilissimo idioma, escogitare questa nuova critica, tutta piena di spirito, e l’analisi che, fin quando poteva, ha svestito le grandezze matematiche di ogni corpulenza. Stando quindi così le cose, essi lodano l’eloquenza adeguata alla loro lingua per la sola verità e sottigliezza dei concetti e per il pregio della disposizione delle parole. Noi italiani, invece, siamo dotati di una lingua sempre suscitatrice di immagini, onde gli italiani da soli hanno superato sempre tutti i popoli della terra per la pittura, scultura, architettura e musica; noi, dotati di una lingua che, sempre vivace, per il fascino delle similitudini trasporta gli animi degli uditori alla comprensione di cose diverse e lontane fra loro - il che ci fa essere, dopo


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gli spagnoli, il popolo più ricco di acume; noi, dotati di una lingua che nello stile magniloquente e ornato, ossia erodoteo, liviano e ciceroniano. annovera un Guicciardini; in quello elevato e concitato, ossia tucidideo, demostenico e sallustiano, altri autori; nell’eleganza attica il Boccaccio; nel nuovo genere lirico il Petrarca; nelle omeriche grandiosità di invenzioni fabulistiche e nella facilità espressiva un Ariosto; nella virgiliana maestà di sentenze e divina versificazione un Tasso; noi, dunque, non coltiviamo questa nostra lingua, specie nelle parti ove ha tanta ricchezza di pregi? Dunque, chi s’avvia non già alla fisica e alla meccanica ma si prepara alla vita politica, o per il foro o per il senato o per il pulpito, non indugi, né da fanciullo né dopo, in questi insegnamenti condotti secondo il metodo cartesiano. Per contrario apprenda la geometria attraverso le figure con la ragione intuitiva, coltivi la topica e disputi, col libero modo di discutere in un senso e nell’opposto, intorno a ogni problema della natura, dell’uomo e dello Stato, per accogliere nelle questioni ciò che è più probabile e verisimile; ciò affinché i nostri non siano scienziati più degli antichi e gli antichi più eloquenti dei nostri, ma, come li uguagliamo in sapienza e in eloquenza, così li superiamo per la scienza.

VIII Non ho trattato fin qui della poesia in particolare, perché il genio poetico essendo dono di Dio ottimo massimo, non si può procurare con altro mezzo. Tuttavia quelli che sono divinamente ispirati da questa facoltà, se vogliono perfezionarla con gli studi letterari, è necessario che coltivino il fiore di tutti gli studi. Discorriamo fuori ordine, ma non proprio senza alcun riferimento all’argomento.


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Abbiamo già detto che la critica del nostro tempo è dannosa alla poesia, qualora di una tale critica si nutrano i fanciulli, giacché essa acceca in loro la fantasia e ne annienta la memoria. I poeti migliori, invece, sono esseri della fantasia e hanno come numi peculiari la Memoria e le sue figlie, le Muse. Ma se quest’arte si insegna ai giovani già bene educati in ambedue queste facoltà mentali, io credo che giovi alla poesia, perché, come diremo poi, i poeti guardano al vero ideale universale. Anche il metodo geometrico giova molto alla formazione delle finzioni poetiche, cioè i personaggi per tutto lo svolgimento della favola si comportano sempre come sono stati ritratti da principio, e quest’arte, secondo Aristotele, la insegnò Omero per primo: come lo stesso Aristotele osserva, queste finzioni poetiche sono una specie di paralogismi di conseguenza, come ad esempio: « Dedalo vola, se è alato». Finzioni del genere non possono rettamente essere foggiate se non da chi sa ben connettere certe immagini a certe altre, sì che le seconde sembrino derivare dalle prime, e le terze dalle seconde. Acutamente dunque e non senza verità si può dire che conoscono bene le verità filosofiche. Lo fanno egregiamente i geometri, quando da dati e premesse supposte grazie al metodo deducono verità conseguenti. Anche il fine che oggi tanto si celebra, cioè la verità ideale, o meglio universale, è utile soprattutto nella poetica; io, infatti, non sono dell’avviso che i poeti dilettino col falso, anzi oserei affermare che essi, al pari dei filosofi perseguano il vero. I poeti insegnano con diletto quelle stesse cose che il filosofo insegna con severità: ambedue insegnano il dovere, descrivono i costumi degli uomini, incitano alla virtù e allontanano dal vizio. Ma il filosofo, che tratta coi dotti, tratta le cose concettualmente, mentre il poeta, che si rivolge alla massa, persuade per via di sublimi fatti e detti propri delle creature poetiche, e con esempi in tanti modi escogitati. Perciò i poeti si allontanano dalle forme comuni del vero, per foggiarne altre più eccellenti e lasciano la natura incerta per seguire quella costante: si attengono dunque al falso, per riuscire in certo modo più veritieri. Questo rigore delle azioni umane, onde ognuno rimane coerente a se stesso in tutto e per tutto, era insegnato assai bene dagli stoici, ai quali sembrano corrispondere i moderni. Quelli a buon diritto proclamano loro


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caposcuola Omero che, per Aristotele, è il principale maestro delle finzioni poetiche. Perciò, allo stesso modo per cui io dichiarai che il fine dei nostri studi nuoce alla prudenza civile, ritengo che lo stesso fine giovi alla poesia. Poiché la prudenza ricerca il vero come è nelle azioni umane, anche quale emerge dall’imprudenza, dall’ignoranza, dal piacere, dalla necessità e dalla fortuna; la poesia, invece, mira unicamente al vero quale dev’essere, secondo natura e secondo ragione. Direi che anche la fisica moderna sia utile alla poetica: i poeti infatti adoperano, traendole dalla fisica, buona parte delle frasi con cui spiegano le cause naturali delle cose, sia per il gusto dell’espressione immaginosa, sia a convalida del principio che i primi fisici furono poeti. Per esempio, le frasi: «nato dal sangue», in luogo di «generato»; «svanire nell’aria», in luogo di «morire»; «fuoco ardente nel petto», in luogo di «febbre»; «vapore condensato nell’aria», in luogo di «nube»; «fuoco scagliato dalle nubi », in luogo di «fulmine»; «ombre della terra», in luogo di «notte». Tutte le parti del tempo sono descritte dai poeti con definizioni degli astronomi; senza dire che adoperare la causa per l’effetto è metonimia comune presso i poeti. Quindi, poiché la più moderna fisica descrive le immagini più sensibili delle cause, togliendole principalmente dalla meccanica, di cui si serve come di suo strumento, essa potrebbe porgere più facilmente ai poeti un nuovo genere di frasi poetiche.

IX Credo che non vi siate meravigliati se io, che ho passato in rassegna tutte le branche del sapere, non ho fatto parola della teologia cristiana; non vi potevate aspettare che io, con pessimo gusto, paragonassi il vero al falso, il divino con l’umano, Cristo con Licurgo e con Numa. Ma affinché brevemente


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sappiate quanto in questa branca errarono i pagani, bisogna tener presente le molte, varie e incertissime opinioni che essi ebbero sulla natura degli dei; i capi degli Stati tolleravano che i filosofi sostenessero sugli dei opposti principi, accusando di empietà solo coloro che negavano la loro esistenza ritenendo che le dispute dei filosofi superassero la volgare intelligenza, nella quale soprattutto è da inculcare la religione. Permettevano anche che i poeti inventassero novità sulla natura e la potenza degli dei, per rendere più mirabili le loro favole. Ritenevano ciò parte della religione, affinché una più alta opinione circa la potenza dei numi si formasse nell’animo del volgo. Circa i sacrifici, gli auguri e gli auspici poiché posero in tutto ciò la pubblica funzione della religione, affinché fossero più augusti e venerandi, vollero le sacre cerimonie il più possibile certe e solenni. Perciò punirono e si vendicarono soltanto delle cerimonie contaminate, dei riti e degli auspici dispregiati e delle novità nelle arti divinatorie. E perseguitavano i cristiani non perché non credevano nei loro dei, ma solo perché non li adoravano. Ma che cosa c’è di più stolto, di più assurdo che imporre l’adorazione di nomi incerti con determinate cerimonie? La religione cristiana, invece, fissò dogmi infallibili sulla natura di Dio e sui divini misteri, onde i riti e le solennità giustamente sono precisati. Perciò è nata presso di noi una nuova scienza divina, che ci schiude le divine fonti di quel vero, i libri sacri e la tradizione, ed è la teologia dogmatica. Pertanto, come un tempo la legge delle XII Tavole iniziava stabilendo il principio delle cerimonie: « agli dei ci si dovrà accostare castamente », il Codice guistinianeo si inaugura col titolo Della somma Trinità e della fede cattolica. Dall’ottimo metodo di questa scienza, sgorga come un ruscello un’altra teologia, quella detta morale, che stabilisce i precetti intorno ai fini dei beni e intorno alle virtù e ai doveri d’accordo con la religione cristiana. Questa scienza divina, questa purezza di cerimonie, questa dottrina dei costumi eccellono per tanta verità, dignità e virtù che la religione cristiana, non con la forza delle armi con le quali si distruggono i popoli, come le altre fecero, ma


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con la virtù e con la costanza dei martiri penetrò tra i due popoli più ricchi di sapienza mondana, i greci e i romani, e nel più grande impero del mondo. Ed essi con il loro impero e con la loro sapienza si sottomisero spontaneamente al nome cristiano e i monumenti della loro religione e della loro civiltà non furono totalmente distrutti; certamente per divino volere, affinché in ogni tempo, tramandate insieme ad esempio, la religione pagana apparisse umana e la nostra divina.

X Abbiamo sinora parlato dei mezzi delle scienze; ora parliamo dei sussidi del nostro metodo di studi. L’aver tratto dei precetti da argomenti che sono propri della vita pratica, temo che si debba giudicare come un danno piuttosto che un vantaggio. Infatti, nelle cose della vita pratica i precetti, se son molti, non valgono nulla, se son pochi, hanno gran valore. Quelli che si sforzano di ridurre a precetti ciò che rientra nella prudenza, intraprendono un’opera vana, perché la prudenza decide in base alle circostanze di fatto che sono infinite e la cui comprensione, per vasta che sia, non è mai sufficiente. Inoltre codesti maestri di prudenza finiscono con l’assuefare gli uditori a norme generiche, delle quali in pratica nulla è più inutile. Perciò, affinché i manuali che trattano della pratica, come l’oratoria, la poetica e la storia, siano utili, è necessario siano come gli dei Lari: mostrino soltanto dove e come si debba andare e cioè, tramite la filosofia, alla contemplazione della stessa ottima natura. Quando infatti si coltivava la sola filosofia o si ammirava soltanto l’ottima natura, fiorirono i più grandi scrittori in ciascuna di codeste arti, tra i greci, i latini e i nostri: quando si cominciò a coltivare separatamente le arti, non ne sorsero più dei così illustri. Arti e scienze, non già restando qualcuna per sé, ma formando tutte insieme come un complesso, erano raccolte nella filosofia. Coloro che le divisero, come da questa, così anche l’una dall’altra, mi


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sembrano simili a quei tiranni, che, impadronitisi di una grandissima, ricchissima e popolatissima città nemica, per stare più sicuri, la distruggono e ne disperdono gli abitanti in lontane contrade; tutto ciò affinché gli abitanti predetti, non più sorretti dallo splendore e dalla ricchezza e dal numero delle loro città non possano risorgere e rivoltarsi, cospirare e aiutarsi a vicenda.

XI Proprio queste ultime considerazioni trovan particolare conferma nella nostra giurisprudenza. La quale restò ignota ai greci e presso i romani antichi assunse forma totalmente diversa: questa è la ragione per cui qui occorre toccare, tra i suoi aspetti, quelli più importanti. che rientrano nel nostro argomento. I primi quattro titoli del primo libro delle Pandette (i quali, assolvendo il compito di ciò che i Greci chiamano Priora, esibiscono la dottrina relativa alla natura della giurisprudenza, al suo fine, ch’è la giustizia, alla sua materia, ch’è il diritto, e ancora alle cause e all’efficacia delle leggi e al metodo con cui sono da interpretare) quale parte minuscola non rappresentano mai in quella compilazione grandiosa? Eppure in essi è racchiusa tutta l’arte precettistica della giurisprudenza. Sebbene poi, che cosa mai vuol dire la frase ars prudentiae: di quella prudentia della quale sola ars è la filosofia? A voler parlare con eleganza insieme col sufficientemente dotto autore del Metodo del diritto civile, gli anzidetti Priora conterrebbero la filosofia dei diritto: laddove tutto il resto del Corpus ne mostrerebbe la storia. Io, per altro, direi che quei quattro titoli diano altresì un’amplissima topica di tutto il genere giudiziario. E in verità perché mai ( cosa che desta effettivamente meraviglia), come noi moderni ora, così i romani dopo l’Editto perpetuo, ebbero una quantità


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sterminata di trattazioni giuridiche, essi che prima ne avevano avute poche e i greci nessuna? Perché — è da rispondere — in Grecia i filosofi esibivano la filosofia del diritto, ossia la dottrina relativa allo Stato, alla giustizia e alle leggi; i cosiddetti « prammatici » fornivano le leggi agli avvocati: e questi, a loro volta, nel discutere le cause, traevano dal fatto stesso gli argomenti equitativi. Pertanto, dato che in terra ellenica la giurisprudenza era contenuta sia nella scienza dei filosofi, sia nella prassi legale dei prammatici, sia nell’eloquenza degli avvocati, si spiega perché i greci avessero innumerevoli lavori di filosofia, moltissime sillogi di arringhe forensi, nessun trattato di diritto. A Roma, poi, i filosofi eran proprio i giureconsulti, coloro cioè che riponevano ogni sapere esclusivamente nella pratica delle leggi e, per tal modo, serbavano pura quella ch’era stata la sapienza dei tempi eroici. E in verità, questa fu un tempo saggezza: separare il pubblico dal privato, il sacro dal profano, vietare i connubi promiscui, dare l’autorità ai mariti, costruire fortificazioni e incidere le leggi su legno. Sicché i romani, col loro presentare la giurisprudenza quale o conoscenza delle cose divine e umane o, venivano a definirla precisamente come i greci definivano la sapienza. E, poiché questa consta quasi interamente di giustizia e di prudenza civile, essi non a parole, ma attraverso la pratica politica, conoscevano la dottrina dello Stato e della giustizia molto più a fondo dei greci. Seguaci d’una « vera, non simulata filosofia » (giacché queste parole del giureconsulto sono applicabili con molto maggior motivo di vero ai tempi di Roma repubblicana), essi prima si rassodavano nelle virtù civili, ricoprendo col maggiore scrupolo le cariche pubbliche, cioè le magistrature civili e i comandi militari: pervenuti poi, con la vecchiaia, a una età nella quale si diventa pienamente padroni delle anzidette virtù civili, volgevan la prora, come verso il porto più decoroso della vita, verso la giurisprudenza. Senonché proprio di questa si servivano i patrizi come d’un arcano del potere. E, invero, in Roma c’erano tre ordini di cittadini (il plebeo, l’equestre, il senatorio), senza che i patrizi costituissero nello Stato alcun ordine proprio e


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senza che per caratterizzarli vi fosse alcun criterio sicuro, a meno che, con qualche loro attività, avessero raggiunto, nello Stato stesso, qualche grado di potere. D’altra parte, vigendo nella città tre sorta di diritti (il diritto sacro, il diritto pubblico e il diritto privato, dei quali il primo comprendeva il diritto augurale, il secondo il diritto dei feciali, il terzo le formule delle azioni), i patrizi, per avere mano libera sia nei comizi, non convocabili se non previo responso favorevole degli auspici, sia nelle intimazioni di guerre e nelle stipulazioni di paci e di alleanze, sia, almeno in parte, nelle procedure giudiziarie,

ricorsero

all’espediente

di

precludere

la

professione

di

giureconsulto a chi non conoscesse tutt’e tre le anzidette specie di diritto; donde poi quella loro definizione della giurisprudenza quale rerum divinarum humanarumque notitia. D’altra parte, quelle tre branche del diritto non erano conosciute se non dagli appartenenti ai collegi dei pontefici e degli auguri; e, poiché a quei collegi non erano aggregati se non uomini di prosapia nobilissima, il risultato fu che soltanto i patrizi vennero ad accaparrarsi la custodia della giurisprudenza, tenendola come qualcosa di misterioso. E dal tempo di Tiberio Coruncanio, primo in Roma a professare pubblicamente giurisprudenza, coltivare questa, quasi fosse cosa sacra, restò retaggio esclusivo di uomini nobilissimi. Per render poi ancora più inviolabile codesto loro segreto di potere, i patrizi fecero conferire carattere sacro alle leggi, delle quali pertanto essi serbavano con la maggiore scrupolosità le parole testuali; per presentarle sotto un aspetto più venerando, ponevano la maggior cura a render certe e solenni le formule delle azioni; per tenerle, infine, ancora più nascoste alla plebe, scrivevano codeste formule non già per esteso, bensì abbreviativamente, per notas. E i più saggi tra i romani fingevano ben volentieri di non aver notizia di codesto arcano delle leggi, convinti che riuscisse utile alla cosa pubblica, da un lato, che i patrizi, necessari in uno Stato a causa delle loro capacità belliche, attendessero più a erudirsi in cose attinenti alla giustizia che non a commettere ingiustizie e prepotenze, e, d’altro canto, che il popolo mostrasse esclusivamente con i fatti il più religioso rispetto del diritto.


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Tre e quattro volte felice lo Stato, nel quale il culto religioso per le leggi, considerate quasi un nume ignoto, tenga a freno i cittadini! Per tal modo la disciplina civile verrà osservata con la medesima perpetuità e uniformità della disciplina militare, in base alla quale è vietato al soldato chiedere il perché degli ordini, e suo solo compito è attenderli con animo pronto ad eseguirli senza indugio! Cosicché nel periodo repubblicano il diritto romano fu quanto mai formalisticamente rigido. Il pretore non era se non un mero iuris civilis custos. Non v’era contratto che non dovesse essere autenticato da solenni stipulationes. Qualunque movimento di danaro, sia che ci si obbligasse a pagano, sia che lo si pagasse, doveva esser fatto attraverso i banchi pubblici. Quando mancassero azioni giudiziarie, si litigava innanzi al giudice in base a sponsiones o scommesse giudiziarie. Quando si volesse agire in buona fede da uomo onesto a uomo onesto, e si mirasse all’equità, si facevan valere le proprie ragioni non già in un giudizio formale, ma attraverso un arbitrato, nel quale, lungi dall’imperare l’ineluttabilità e immutabilità del diritto, si rendeva omaggio al pudore del dovere. E qualora, per loro meriti straordinari, occorresse sottrarre taluni al rigore della legge, ovvero, per loro delitti parimenti straordinari, infligger loro una pena non comminata da questa (dato che la legge delle XII Tavole, che, per questo suo merito, suppongo, Tacito finem aequi iuris non consentiva ne accrescimenti né diminuzioni di pene), venivan proposte, nei riguardi di costoro, leges singulares o privilegia, salvo che non si trattasse di cosa così scottante e urgente da render necessario un procedimento extra ordinem. Per tal modo, in qualunque materia, le leggi eran rigidamente immutabili: tanto che, qualora non la sola utilità dei privati, ma il medesimo interesse dello Stato consigliasse di derogarvi, provvedevano a ciò i giureconsulti, ricorrendo o a certe loro fictiones iuris o a certi loro espedienti, in guisa da non fare innovar nulla nel diritto vigente. Tali sono la fictio relativa al postliminium e altre della lex Cornelia, nonché la triplice vendita fittizia che aveva luogo nelle emancipazioni e nei testamenti. Pertanto chi con retto criterio faccia riflessione a tutte codeste cose, troverà che le fictiones iuris non furono se non espedienti escogitati dalla giurisprudenza antica per estender l’applicazione delle leggi o derogarvi: con che i giureconsulti antichi, a


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differenza dei moderni, adattavano non le leggi ai fatti, ma i fatti alle leggi. E in questo appunto va riposta la piena lode di cui s’è resa meritevole la giurisprudenza antica: nell’aver saputo escogitare espedienti del genere, in virtù dei quali, pur lasciando immutate le leggi, si provvedesse all’utilità pubblica. Dunque da quanto s’è detto sin qui risulta che la giurisprudenza era professata esclusivamente da patrizi, mentre l’oratoria forense lo era anche da homines novi e di nascita oscura. I giureconsulti erano conoscitori della filosofia del diritto ed esperti della storia o prassi legale; e, salvo che non si sobbarcassero essi stessi a difendere una causa in cui fosse in discussione qualche questione di diritto, rimettevano a chi li consultasse, perché li consegnasse agli avvocati, i loro pareri. Quando poi acconsentissero a trattare, altresì da avvocati, le cause anzidette nei tribunali — poiché la lettera della legge concerne il diritto stretto e lo spirito di essa l’equità, e nelle cause summentovate cadevano in discussione e lettera e spirito di qualche disposizione legislativa —, giureconsulti e avvocati primari, gli uni e gli altri secondo la competenza rispettiva, si facevan patrocinatori i primi del diritto formale, i secondi dell’equità: avvocati primari, giacché predominava tanto l’inviolabilità del diritto scritto da rendere impossibile, senza un’eloquenza di primissimo ordine, ottenere, in un procedimento giudiziario, l’approvazione di un criterio equitativo. Nei riguardi di cause del genere, un’unica giurisprudenza abbracciava, durante il periodo repubblicano, tutt’e tre le branche del diritto dette sopra: quella definita divinarum humanarumque rerum notizia, iusti et ingiusti scientia, nella quale lehumanae res comprendevan tanto gli affari pubblici quanto quelli privati, e la parola iustum designava qualunque esplicita disposizione legislativa. La giurisprudenza e l’oratoria forense eran separate, e i giureconsulti, quando professassero anche l’avvocatura, si contentavano di discertare soltanto sulla lettera delle leggi: gli avvocati, invece, ora sulla lettera, ora sullo spirìto: bensì sulla lettera anche i mediocri, sullo spirito non altri che quelli eloquentissimi. Molto poche, poi, le trattazioni giuridiche, e nemmeno una resa pubblica, salvo che alla macchia.


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Senonché, con la trasformazione della repubblica in principato, gl’imperatori, come cominciarono col trasferire il potere legislativo dai comizi al Senato, così poco dopo restrinsero nei penetrali dei loro gabinetti qualsiasi deliberazione si riferisse alla guerra, alla pace, alle alleanze e a quanto altro interessasse lo Stato, nonché la parte segreta degli affari militari e politici. Per tal modo s’avverò quella che dell’imperare condizione fondamentale, cioè, come diceva Crispo a Livia, « i conti tornano soltanto se si rendano a un solo» . Ch’è poi quella che il giureconsulto chiama lex regia: legge che fu l’espressione non già d’un ordine volontario del popolo, bensì d’una necessità politica: della necessità che « Augusto, con titolo di ‘principe’, assumesse sotto la sua potestà tutta la vita pubblica , sconvolta dalle guerre civili » e governasse con l’effettivo potere d’un sovrano. Senonché gli stessi imperatori, per dare qualche soddisfazione ai patrizi e al Senato, e memori altresì di quanto il partito aristocratico si fosse opposto allo stabilirsi del principato, vollero offrire agli uni e agli altri qualche simulacro di potere. Pertanto concessero al Senato il diritto di emanare disposizioni di legge in materia di diritto privato, salva tuttavia restando a essi imperatori l’iniziativa delle proposte correlative, da esercitare con le consuete orationes. Apparentemente, codeste orationes potevano anche sembrare nient’altro che relazioni dei consoli: in realtà, per altro, erano né più né meno che espressioni della volontà del principe, da presentare, con diritto di precedenza, ai suffragi del Senato, e ciò, perché, in materia di diritto privato, il Senato non consuleret [ legiferasse ] se non ciò che il principe voleva e secondo egli voleva. Appunto per questo, fin quando il principato s’andò rassodando, gli imperatori leggevano personalmente quelle relazioni: consolidatosi poi il regime, le fecero leggere dai questori o «candidati ». Quanto ai patrizi, non a tutti, bensì soltanto a quelli di provata devozione al principato, venne concesso il ius respondendi, cioè il diritto di dare pubblicamente « consulti » o « responsi » giuridici con efficacia legale. Apparentemente parve che si conferisse loro maggiore autorità di quanta non ne avessero goduta antecedentemente: in realtà, la si circoscrisse, nel senso che i loro responsi avevano efficacia legale limitatamente alla causa per cui erano


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stati chiesti. Anzi, per attenuare ancora nei patrizi codesto simulacro di potere e, al tempo medesimo, render più saldo, mediante la benevolenza della plebe e il favore della moltitudine, il proprio potere effettivo, gli imperatori dettero facoltà ai pretori di temperare, in senso equitativo, le leggi troppo severe nei riguardi dei privati e di supplirle, in senso benigno, quando mancassero. Non è da credere, per altro, che, con ciò, si consentisse ai pretori di cangiar le leggi: si volle bensì che essi, pur mostrando come un rispetto religioso verso le leggi scritte, e avendo quasi l’apparenza di porre a profitto una qualche efficacia o effetto insito in esse, le rendessero inefficaci, ricorrendo a qualche fictio iuris, modellata su quelle escogitate dalla libera giurisprudenza: ricorrendo, per esempio, alle bonorum possessiones e alle azioni rescissorie. Per tal modo i pretori, oltre che custodi dello iuris civile, divennero anche amministratori di equità, nel senso che nelle cause nelle quali era tracciata loro una direzione dalle precise parole delle leggi, concedevano actiones directae: nelle altre, invece, nelle quali il testo legislativo era dubbio o addirittura muto, actiones utiles. Per questo motivo, al tempo del principato, e già prima della pubblicazione dell’Editto perpetuo, la giurisprudenza non era più in tutto e per tutto quella d’una volta. Nelle res humanae era compreso, ormai, soltanto il diritto privato, dal quale quello pubblico era stato scisso: il che significò, per la filosofia del diritto, l’inizio del declino. Tuttavia la giurisprudenza restava sempre la scienza del giusto, sebbene a cacciarla di sede a poco a poco attendesse ormai l’equità pretoria, e ancora eran pochi i trattati di diritto, dato che ancora i giureconsulti non s’occupavano, per professione, se non del diritto stretto, e patrocinare l’equità era compito dei soli avvocati. Ma, dopo che, al tempo di Adriano, o pubblicato l’Editto perpetuo, ispirato, in tutto e per tutto all’equità, e si prescrisse che, come, sino allora, alla legge delle XII Tavole, così, da allora in poi, si facesse riferimento, nella giurisprudenza, all’Editto, la legge delle XII Tavole cessò dall’essere principio informativo del diritto romano, e il potere di condere ius, goduto, sino a quel tempo, dal Senato, dai pretori e dai giureconsulti, subì un’attenuazione. Ormai i senatoconsulti cessarono dall’adattarsi alla legge delle XII Tavole, né la presero più a


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fondamento i pretori nel render pubblici i loro edicta perpetuae iurisdictionis; gl’imperatori romani, fattisi seguaci dell’equità naturale, si dettero, con i loro rescritti, a costituire un diritto nuovo e a risolvere casi dubbi. Ch’è la ragione per cui la cronologia delle costituzioni imperiali ha inizio appunto da Adriano. Pertanto, da scienza del giusto, la giurisprudenza divenne arte o precettistica dell’equità, e i giureconsulti, al tempo stesso che andavano ricercando nelle cause motivi di equità, si dettero a comporre innumeri trattati di diritto privato. Senonché vigeva ancora la procedura formolare: sicché gli avvocati ritenevano ancora loro compito patrocinare, nei tribunali, l’equità, sebbene, via via che l’equità naturale guadagnava terreno, l’eloquenza forense divenisse sempre più fioca. Per altro Costantino, soppressa la procedura formolare, prescriveva che tutti i giudizi si celebrassero extre ordinem: con che, divenuto palese a tutti quello ch’era stato sino allora l’arcano della giurisprudenza, i patrizi perderono anche codesto simulacro di potere. Ormai la professione del giureconsulto

venne

aperta anche

agl’ignobili;

pubbliche

scuole

di

giurisprudenza furon fondate a Roma, a Berito e a Costantinopoli, e, nell’interesse dello Stato, Teodosio II e Valentiniano III prescrissero che nessuno, anche se pubblico insegnante di diritto, potesse professare privatamente giurisprudenza. Non più con un certo rispetto religioso, e nemmeno attraverso questo o quell’espediente, bensì apertamente, sempre che l’equità consigliasse di tenere altro cammino, il ius civile messo da canto, e non soltanto dagli imperatori, ma altresì dai giudici; padrona e donna dei tribunali divenne l’equità; e il pretore, già viva voce del diritto civile, si cambiò, al pari d’un giudice odierno, in arbitro di tutto il diritto privato. Una volta i procedimenti giudiziari eran molti, pochi gli arbitrati, perché molti gli uomini ingiusti, pochi quelli equi: oggi, invece, non vi sono se non arbitrati, nei quali, tuttavia, ciò che era, più che altro, dovere morale della equità, s’è trasformato in imperativo giuridico. S’aggiunga che, convertitosi Costantino al cristianesimo, nel quale la scienza delle cose divine era competenza dei padri della Chiesa, la giurisprudenza finì col divenire semplicemente conoscenza delle cose umane, senza restare, da allora in poi, nemmeno scienza del giusto: così come oggi non


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è più ufficio del giureconsulto attenersi alla lettera della legge. E, divenuta l’equità naturale ultra possente nei tribunali, l’eloquenza forense ammutolì del tutto, al tempo stesso che i giureconsulti cominciarono a essere oppressi dalla mole medesima dei loro libri. Pertanto puoi dire, con eleganza pari alla verità, che nelle cause effettivamente dibattute nei tribunali i nostri giureconsulti si sono impadroniti del posto degli avvocati e, analogamente, in quelle fittizie hanno occupato il luogo dei declamatori, come Jacques de Cujas confessa apertamente di sé, quando dice che, sempre che gli mancassero cause vere, si esercitava nelle questioni scolastiche dei declamatori. Motivo, codesto, non enumerato tra gli altri della corruzione dell’eloquenza, dallo scrittore autorevolissimo, sia egli chi si sia. che ci ha dato il De causis corruptae eloquentiae, forse perché ai suoi tempi codesto male cominciava appena ad apparire, e i mali, sul loro nascere, s’avvertono con molta difficoltà, e traggono in inganno anche gli uomini più prudenti. Per le ragioni esposte da noi, in tutte le caratteristiche della giurisprudenza romana s’avverò una trasformazione radicale. Originariamente, quand’essa era rigida, la giurisprudenza costituiva l’arcano del potere dei patrizi contro la plebe; fattasi poi benigna, divenne l’arcano del potere degli imperatori contro i patrizi. Al regime repubblicano interessava non renderla pubblica; a quello imperiale importerà non tenerla nascosta. Prima, tutti conoscevano il diritto pubblico e quello privato era serbato segreto; dopo, il diritto pubblico divenne segreto e quello privato fu reso noto a tutti. Una volta i giureconsulti cominciavano con l’erudirsi nella pratica del diritto pubblico, salvo poi a passare a dar responsi di diritto privato, oggi gli esperti nel diritto privato passano a dar pareri negli affari politici. Un tempo bastava una pratica sola per tutte tre le branche del diritto: oggi ne occorrono tre: pratica per il diritto sacro, pratica per il diritto pubblico, pratica per il diritto privato; e anche questa pratica per il diritto privato, che nei tempi decorsi era generica, oggi s’è fatta molto più specifica. Una volta le leggi avevan di mira, tra i fatti, quelli che accadevano per lo più: oggi tengon di mira i fatti più minuti. Analogamente, un tempo s’avevan poche leggi e innumeri privilegia o leges singulares: le leggi odierne son così minuziose da sembrare un numero sterminato di privilegia.


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Una volta la giurisprudenza era la scienza del giusto: oggi è l’ars ossia la precettistica, dell’equità: il che vuol dire che prima essa era universale e rigida; oggi, invece, particolare e flessibile; giacché, se le scienze sono austere e affatto inderogabili, caratteristiche delle precettistiche sono l’essere esse accomodanti e compiacenti. Deriva da ciò che, originariamente, certi fatti dei quali non si poteva aver considerazione se non sotto l’aspetto equitativo, salvo che, con una fictio iuris, non si riuscisse a inserirli in una disposizione di legge, erano ritenuti ingiusti: oggi è reputato ingiusto proprio il diritto stretto, sempre che, con un’interpretazione benigna, non si riesca ad adattarlo ai fatti. Una volta, tutto il merito della giurisprudenza consisteva nel sapere, con certi espedienti, fare apparire anche giusti, di fronte alle leggi, fatti dei quali avrebbe potuto tener conto soltanto l’equità: oggi consiste nel rendere, con interpretazioni benigne, anche eque, di fronte ai fatti, leggi ispirate al diritto stretto. Una volta i giureconsulti, conforme voleva la loro professione, si facevano sostenitori della lettera delle leggi: oggi ne difendono lo spirito. Precisamente la lettera delle leggi essi patrocinavano un tempo nelle questioni di legalità, laddove toccava agli avvocati far valere lo spirito della legge: oggi i giureconsulti adempiono all’ufficio degli avvocati. E poiché le leggi considerano casi determinati, laddove i fatti sono infiniti, e poiché il diritto stretto non considera se non la legge, laddove la considerazione dei fatti rientra nell’equità, è accaduto che i trattati di diritto, una volta pochi, oggi non si contano più. Insomma, cangiatosi, col cangiamento di regime, l’arcano della giurisprudenza, tutto e tutti hanno subito cangiamenti analoghi: leggi, giurisprudenza, giureconsulti, avvocati, magistrature, procedimenti giudiziari; e noi, con una precettistica giuridica e con una nuova sorta di letteratura legale, abbiamo sopravvanzato i greci e gli antichi romani. Data codesta storia arcana della giurisprudenza romana (una storia che con maraviglia non vedo ricordata nel De arcanis rerumpublicarum di Arnold Clap maier, indagatore, del resto, quanto mai diligente di cose del genere nello Stato romano), e dato quanto abbiamo ricordato sopra intorno alla giurisprudenza degli antichi, passiamo ora, in base a tutto ciò, a enumerare vantaggi e inconvenienti insiti nel metodo usato da noi moderni


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nell’apprendere la giurisprudenza. Un vantaggio è certamente questo: che (laddove in Grecia essa era tripartita nella scienza dei filosofi, nella storia o prassi legale dei prammatici e nell’eloquenza, e a Roma, prima dell’Editto Perpetuo, bipartita tra giureconsulti e avvocati ) oggi è raccolta tutta in una disciplina unica. Per la qual cosa il metodo con cui la studiamo noi è migliore di quello usato dai greci e dai romani, sia perché vedere quali diritti giovino a una causa giudiziaria e siano pertinenti a essa riesce meglio agli esperti nella topica legale che non a coloro i quali, al pari dei prammatici greci, non posseggano se non la storia o prassi delle leggi, sia perché le circostanze dei fatti utili alla vittoria vengono, con acume maggiore che non dai meri avvocati, scorre da chi, conoscitore della giurisprudenza, sappia, perciò, impiantare meglio una causa. Senonché a codesto vantaggio è commisto questo inconveniente: che oggi la giurisprudenza, come è resa più scheletrica dalla mancanza d’una sovrapposta eloquenza, così anche più fiacca da quella d’un’orientatrice filosofia. A differenza di ciò che anticamente accadeva spesso agli avvocati, oggi i giureconsulti non riescono a vincere, con un tratto di sublime eloquenza, il rigore delle leggi; e, analogamente, non insegnano, come, invece, insegnavano i filosofi greci, e i romani imparavano con la pratica stessa degli affari politici, la scienza di ordinare e serbare gli Stati con leggi: dottrina codesta, che, come è la madre di ogni giurisprudenza, così dovrebbe esser comunicata prima di ogni altra. Va ascritto a vantaggio il fatto che oggi non occorre una eloquenza eccessiva per far valere l’equità nelle questioni giuridiche: basta, nelle cause, aver desunto dal fatto medesimo, in guisa facile e piana, argomenti equitativi, perché le leggi, non con la loro lettera, ma con il loro spirito, vengano ad adattarsi ai fatti. Una volta fu necessario rivolgersi a un Marco Crasso, ch’è come dire al maggiore oratore del tempo, per trovare, nella causa di Marco Curio contro Murzio Scevola, che s’atteneva al rigido diritto formale, chi s’assumesse il patrocinio della equità e dell’effettiva volontà d’un defunto; risultato che conseguirebbe ogni qualsiasi rozzo faccendiere con una non faconda e grossolana dimostrazione dei motivi di equità! Ma, d’altra parte, oggi è scemata la venerazione sacra che s’aveva una volta per le leggi: giacché


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chi si studia di trovarci eccezioni, di censurarle come difettose e di tacciare come privo di criterio chi ne è stato autore, finisce, a lungo andare, con l’intaccarne l’autorità. Giacché leggi, a cui s’adducano frequenti scosse o con le eccezioni o con accuse di difettosità, a malapena riescono per ultimo a rivendicare la propria efficacia. Perciò, con provvedimento quanto mai saggio, Agesilao, per non scemar vigore a una legge, in virtù della quale non si poteva non condannare la gioventù spartana, fiore e nerbo dello Stato, non volle salvarla, malgrado la gravissima penuria di soldati, neppure col pubblicare una legge diversa: bensì ordinò che la vecchia legge cominciasse ad aver vigore soltanto dal giorno successivo a quello in cui era stato commesso il fatto intorno a cui verteva la causa. Espediente del re spartano a cui corrispondono a capello le fictiones dell’antica giurisprudenza romana. Tra i vantaggi va annoverato il fatto che i giureconsulti moderni, perché si agisca con maggiore benignità nei riguardi dei privati, mirano più all’equità che non al diritto stretto. Senonché dalla maggiore rigidezza degli antichi romani nell’applicare le leggi ridondava maggiore utilità allo Stato. E invero, far provare al singolo cittadino il rigore di quelle val come incutere negli altri un timore reverenziale per esse. Nella questione dello scambio dei prigionieri tra romani e cartaginesi, il liberare tutti i prigionieri cartaginesi pur di restituire a Roma il solo Marco Attilio Regolo avrebbe avuto a fondamento un motivo quanto mai serio di equità. Tuttavia, perché non si derogasse menomamente al diritto, egli, meritando insigne e imperitura gloria di saggezza, volle dare un di quei rari e preclari esempi di fedeltà verso il nemico, di amor patrio e di costanza che tutti conoscono. Vantaggioso è altresì il fatto che oggi i giureconsulti cominciano a trattare il diritto privato per poi passare a quello pubblico; per tal modo, cominciano col dar saggio di sé in qualcosa in cui anche qualche loro eventuale mancamento riesca di lieve danno allo Stato. Tuttavia presso gli antichi romani, che tenevano lex suprema la salus reipublicae, i giureconsulti cominciavano, attraverso l’esercizio delle magistrature e dei comandi militari, con l’acquistare familiarità col diritto pubblico, salvo, poi, a esercitare la giurisprudenza privata.


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Per ultimo va pure considerato quale vantaggio l’essere, anche nelle cause vertenti su questioni di fatto, congiunti presso noi moderni gli uffici, separati in Roma antica, del giureconsulto e dell’avvocato: il che ci consente di essere più autorevoli nelle questioni di fatto e più facondi in quelle di diritto. Ma a codesto vantaggio è correlativo questo inconveniente che quella che una volta era unica pratica delle tre branche del diritto, si è sminuzzata in tre pratiche diverse, e il diritto sacro e quello privato, che scaturivano, una volta, tutte due da quello pubblico, sono stati ora scissi sia da quest’ultimo sia tra loro, nel senso che teologi e canonisti trattano il diritto sacro, consiglieri regi quello pubblico, e i giureconsulti nient’altro che il diritto privato. Inconveniente, codesto, che non so se possa esser compensato da alcun vantaggio. E invero l’equità si riferisce ai fatti, che sono infiniti, e i più tra essi di scarsissimo rilievo: ragion per cui noi moderni abbiamo un numero esorbitante di leggi, e la più parte concernenti cose prive di importanza, con questi risultati : che leggi così numerose riesce impossibile osservarle tutte; che tra esse, come avviene, quelle relative ad adori poco importanti son tenute facilmente in non cale; che codesta non curanza per le leggi di tenue importanza sottrae rispetto anche a quelle d’importanza capitale. Perciò Alfonso re del Congo, dopo avere scorso un grosso volume di leggi portoghesi, facendosi saggiamente beffe, quantunque barbaro, di una diligenza così minuziosa, chiese ad alcuni portoghesi, che, usciti dalla patria, erano presso di lui: «Quale pena è comminata nel vostro paese contro chi tocchi la terra col piede?». Invece, presso i romani antichi, le leggi erano molto poche, e concernevano soltanto affari di grandissimo momento. Per esempio, i vari lemmi della legge delle XII Tavole, detta fons omnis romani iuris, eran contenuti tutti in un picciol libricciuolo, che, come se fosse una serie di precetti morali, si mandava a memoria dei fanciulli. Forse un compenso a codesto inconveniente delle nostre leggi potrebbe esser voluto trovare da qualcuno nella nostra mancanza di quei privilegia o leges singulares così frequenti presso i romani, le quali, secondo una profonda osservazione di Tacito, «ebbene talvolta contro qualche reo per alcuni delitti, più spesso erano, a causa discordie civili, fatte pubblicare con la violenza o per il conseguimento di qual


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che alta carica pubblica, o per disfarsi di qualche personaggio illustre, ovvero per altre iniquità del genere». Senonché io non posso ammettere codesta sorta di compensazione, dal momento che i privilegi non soltanto potevano, ma dovevano essere tenuti in nessun conto dagli altri cittadini, come quelli ch’era vietato trarre ad esempio per altri casi analoghi, al contrario delle nostre minute leggi aventi vigore per tutti i casi del genere. Senonché, a malgrado di tutti i vantaggi di cui godiamo, non abbiamo rimosso tutti gl’inconvenienti. E invero Accursio e coloro che lo hanno seguito (uomini acutissimi, nonché indagatori diligentissimi dell’equità), nel loro adattare le leggi romane ai tempi nostri, ne hanno dato un’interpretazione saggissima, come quelli che da leggi minuziosissime e quanto mai inutili a tutto il nostro diritto privato, hanno, sempre che dovessero dar responsi o pronunciar sentenze, tratto norme giuridiche d’indole generale necessarie più di ogni altra cosa: tanto che quelle loro cosiddette legum summae sembrano leggi generali di diritto privato concepite nella guida più perfetta. Appunto perciò meritarono quel verace e lusinghiero elogio di Ugo Grozio: che « spesso sono ottimi autori di un diritto da legiferare, anche quando siano cattivi interpreti ». Senonché, dissimili in ciò dai decemviri, che provvidero segnatamente ad adattare le leggi elleniche alla vita politica romana, gli accursiani hanno adattato le leggi romane ai nostri affari privati. Inoltre, con il loro configurare, per la seconda volta nelle loro glosse, innumeri fattispecie, hanno per la seconda volta fatto precipitare la giurisprudenza verso i mali, da noi enumerati, d’una diligenza troppo minuziosa. Sorse poi in Italia Andrea Alciato, seguaci del quale divennero, con grandissima loro lode, i giureconsulti francesi, i quali, come le antiche sette o scuole dei giureconsulti presero nome dai loro autori, così anch’essi dovrebbero esser chiamati e «alciatiani», e con la loro perizia nel latino e nel greco e la loro erudita conoscenza della storia di Roma, hanno restituito il diritto romano all’antico splendore. Costoro, per altro, più che darci leggi adatte alle nostre condizioni politiche, hanno ricostruito il diritto quale era storicamente al tempo dei romani: sicché, quando nelle loro trattazioni di diritto privato debbono esibire responsi o sentenze intorno a controversie del


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tempo nostro, gli alciatiani non fanno se non dare sviluppo a ciò che era stato detto dagli accursiani e mutuare da loro gli argomenti equitativi. Dunque, quando occorra emanare o interpretare leggi costituzionali d’uno Stato, il giureconsulto deve anzitutto tener presente quello statuto monarchico o lex regia, che certamente non fu mai pubblicata, ma che pur nacque a Roma a un parto col principato, e possedere a menadito la dottrina dello Stato monarchico. Deve poi, in conformità alla natura delle monarchie, far convergere ogni cosa verso l’equità civile, che gli italiani chiamano « giusta ragion di Stato» e ch’è nota esclusivamente agli esperti della vita politica: quell’equità civile ch’è, sì, la stessa equità naturale, resa per altro più ampia, come quella che s’ispira non all’utilità privata, ma al bene comune; quell’equità civile che, per non esser cosa evidente e particolare, è ignorata dal volgo, il quale non vede se non ciò che ha innanzi ai piedi e non intende se non cose particolari. Inoltre il giureconsulto deve considerare precetti ottimi dell’equità civile in primo luogo quelli che facciano scorgere anche l’equità naturale; in secondo luogo quegli altri, che, pur sembrando (come Giustiniano definisce l’usucapione) impia praesidia, tuttavia, e sebbene con qualche danno privato, arrechino una utilità pubblica di gran lunga superiore; per ultimo, quelli che, vantaggiosi per il privato, non arrecan danno allo Stato. Giacché quelli che giovano al privato ma nuocciono allo Stato sono precetti dell’equità naturale, non di quella civile; quelli poi che riescon rovinosi al privato e allo Stato vengon detti non con consilia principatus o norme d’un governo monarchico, bensì dorninationis flagitia, ossia scelleraggini della tirannide, con le quali i principi perversi conculcano qualunque diritto, profano o sacro che sia, e mandano a rovina prima lo Stato, poi se stessi. Per ultimo il giureconsulto deve studiare le origini, il consolidamento, la forma, l’accrescimento, il periodo di stabilità e infine la decadenza del principato romano e porre a raffronto tutte codeste cose con le condizioni d’una monarchia del tempo nostro, per investigare se ne derivino le medesime utilità pubbliche. Allora, quanto avrà osservato in proposito, venga da lui riferito a ciò


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ch’è la natura e il potere d’una monarchia odierna; si ponga poi egli a ricercare, in qualsivoglia tra le disposizioni del diritto romano, una qualche causa di quell’utilità pubblica, che dovett’essere necessariamente il fondamento di esse tutte; e quelle disposizioni di diritto privato determinate da una causa che giovi ad una monarchia moderna, sian da lui fatte proprie, quelle che non la danneggino, consentite; quelle che le nuocciono, respinte. Che cos’è la giustizia? una cura costante dell’utilità pubblica. Che cosa la giurisprudenza? la conoscenza dell’ottima monarchia. Che cosa il diritto? l’arte di tutelare l’utilità pubblica. Che cosa il giusto giuridico? l’utile. Che cosa il diritto naturale? l’utile individuale. Che cosa il diritto delle genti? l’utile delle nazioni tutte. Che cosa il diritto civile? l’utile d’uno Stato particolare. Quali le fonti del diritto e perché sorto il diritto di natura? perché l’uomo viva in un modo purchessia. Perché introdotto il diritto delle genti? perché viva con sicurezza e facilità. Perché costituito il diritto civile? per rendergli lieta e felice l’esistenza. Qual’è la legge suprema da seguire sempre nell’interpretare le altre? la prosperità dello Stato, la salute del principe, la gloria dell’uno e dell’altro. Perché abrogate le leggi Fusia Caninia ed Aelia Sentia? perché abolite la libertas Latina e quella dedititia? perché concessa la cittadinanza romana a tutti i liberti manomessi? perché gl’ingenui romani fossero rafforzati nell’obsequium principis. Perché vietato ai padroni incrudelire contro gli schiavi? per impedire a costoro di evadere e osare attentati contro il potere del principe. Perché consentito ai figli di famiglia avere sui peculi un pieno diritto patrimoniale? perché anche il timore d’un’ammenda li distogliesse dal delinquere. Perché istituite le legittimazioni? per mitigare la ferocia dei patrizi. Perché il dominium ex iure quiritium, la bonorum possessio, l’usucapione in Italia e la longi temporis praescriptio nelle province, istituti una volta distinti, non presentano oggi differenze di sorta? perché elargita a tutti i sudditi dell’impero la cittadinanza romana? forse per meglio sancire la norma arcana per cui gli imperatori potevano esser presi dalle province? ovvero cosa più conforme al vero per interessare egualmente tutti alla conservazione dell’impero? Perché incoraggiate le donazioni? per impedire a chicchessia di servirsi di elargizioni per suscitare torbidi. Perché accresciuti i privilegi


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militari? perché i soldati ponessero maggiore impegno a tutelare il Potere del principe. Perché il rispetto per i fedecommessi divenne un obbligo giuridico? per dar modo al principe di gratificare gli alleati del popolo romano, esclusi sino allora dalle successioni di cittadini romani. Perché nelle successioni legittime fu soppressa ogni differenza tra « agnati » e «cognati »? per non dar modo a talune famiglie di approfittare d’una antica e perpetua reputazione di potere e di ricchezze per alzar troppo la cresta. Perché inasprite le pene? perché, per essere mortale il principe, le leggi hanno bisogno di sanzioni più severe. Ho accennato, mantenendomi alla superficie, a codeste cose per mostrare, indicandoli col dito, gli usi e i vantaggi di una giurisprudenza siffatta: giacché, non potendo io spiegare con esempi le singole utilità di questo metodo (cosa non consentita dallo scopo del presente discorso), ho preferito percorrerle tutte, come si dice, a volo d’uccello. Come avete veduto, la giurisprudenza romana, rigida finché la repubblica venne crescendo di potere, si fece sempre più mite e rilasciata di mano in mano che l’impero declinava. Fu in principio sapienza, in virtù della quale lo Stato romano si consolidò; poi rimedio, che gli dette stabilità mentre decadeva; per ultimo male che lo fece precipitare in rovina. Giacché l’avere soppresso ogni discriminazione tra agnati e cognati ed estinto il diritto gentilizio ebbe per conseguenza che le famiglie patrizie finirono col perdere patrimonio, discendenza diretta e valore. Dall’aver concesso tanti benefici agli schiavi derivò che il sangue degli originari ingenui romani, contaminatosi a poco a poco, finì col corrompersi del tutto. L’avere elargito la cittadinanza romana a tutti i sudditi dell’impero fece estinguere nei cittadini originati l’amor di patria e il rispetto per il nome stesso di Roma. Col dare tanto sviluppo al diritto privato, i cittadini vennero incitati a considerare il diritto come nien t’altro che il loro utile personale e a non preoccuparsi ulteriormente di quello pubblico. Unificati il diritto dei cittadini romani e quello delle province, queste, prima ancora d’essere effettivamente invase (dai barbari), s’eran cominciate a costituire in domini autonomi; onde, infrantosi per ultimo il vincolo a cui l’impero romano aveva dovuto sopra ogni altra cosa il proprio accrescimento (quel vincolo per cui ai popoli soci non era lasciato altro


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titolo di merito che quello della fedeltà a Roma, laddove nel popolo romano si congiungevano la gloria insita nel nome stesso e il potere del comando), la monarchia romana, indebolita sempre più, finì col frantumarsi e scomparire. Cosicché codesta giurisprudenza rilasciata fu la causa principalissima, in Roma, come della corruzione dell’eloquenza, così anche del declinare del potere politico. Pertanto il principe, se vuole accrescere il proprio dominio, deve ordinare che le leggi romane vengano interpretate in conformità alla dottrina politica. In conformità a codesta dottrina tocca ai giudici decidere le liti: ai giudici, i quali debbon coltivare l’arte dei migliori avvocati per potere e, sempre che possano, per ottenere, che anche nelle cause private all’interesse dei singoli sia congiunto un interesse pubblico. Della quale arte essi si debbono avvalere segnatamente contro la parte avversa, cioè contro gli avvocati difensori: in guisa che, laddove costoro mirano a far prendere al diritto privato il sopravvento su quello pubblico, essi tendano, invece allo scopo opposto. Per tal modo, con vantaggio grandissimo dello Stato, la filosofia del diritto, cioè la dottrina politica, tornerà a congiungersi con la giurisprudenza; le leggi acquisteranno una maggiore autorità e inviolabilità; rifiorirà, adattata al regime monarchico, l’antica eloquenza la quale, quanto il diritto pubblico conferisce di dignità, autorità, maestà al diritto privato, altrettanto sopravvanza l’eloquenza che oggi è in uso. Giacché, per vincere le cause, gli avvocati dovranno necessariamente porsi con tutto l’impegno a provare che la loro tesi ha un fondamento nel diritto pubblico; e, divenuti, per tal modo, esperti nella dottrina politica, potranno altresì, quali uomini politici, giungere allo stesso governo dello Stato. Conosco bene che nel nostro Sacro Regio Consiglio le liti, ex certis caussis, come suona elegantemente la formola usata nelle sentenze, vengon giudicate sovente in difformità alle leggi romane, e che nelle decisioni di questo supremo tribunale del Regno l’equità civile è spesso anteposta a quella privata. Senonché ciò è dovuto alla personale saggezza di prudentissimi avvocati e giudici, i quali certamente non sono immortali. Si renda obbligatoria


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la cosa per legge costituzionale del Regno ed essa diverrà perenne con immenso vantaggio dello Stato. Codeste cose relative alla giurisprudenza ridotta a precettistica, e altre del medesimo genere, m’è parso si dovessero dire nel trattare il tema propostomi.

XII L’abbondanza di ottimi modelli sembra sussidio quanto mai proficuo per le discipline fondate sull’imitazione. — Non vi sarebbe stato un Virgilio — si usa dire, — se non fosse preceduto un Omero; e noi in Italia non avremmo avuto un Tasso, se antecedentemente non vi fosse stato un Virgilio. — Ed è opinione volgare che riesca facile aggiungere particolari a cose già trovate da altri. Ma, d’altra parte, il maggior pregio è proprio questo: essere stato primo a inventare qualcosa: non per nulla, giusta la definizione dei giureconsulti, melior est conditio occupatium. E invero che cosa mai significa che, nella maggior parte delle cose, coloro che le hanno inventate oltre che esser primi sotto l’aspetto temporale e quello del merito, spesso son restati addirittura soli? E se dicessi che gli ottimi modelli lasciati dagli artisti nuocciono anziché giovare, a qualsiasi istradamento a tal sorta di discipline? E asserzione che può forse apparire paradossale, ma che corrisponde indubbiamente a verità. Coloro che ci hanno lasciato migliori modelli artistici si giovarono forse di modelli anteriori? Al contrario, esemplarono direttamente l’ottima natura. Posto ciò, coloro che si propongono d’imitare ottimi modelli lasciati da altri artisti, per esempio da altri pittori, non possono al certo né superarli né eguagliarli. Non superarli, giacché quanto era di buono in natura, altrettanto è stato assorbito, sino all’esaurimento, da coloro che li hanno preceduti, i cui modelli, in caso contrario, non sarebbero ottimi. E nemmeno eguagliarli, data l’impossibilità che tra l’imitatore e l’imitato sussista la medesima forza di fantasia, la medesima mobilità e abbondanza di spiriti, la medesima struttura di nervi, in virtù della quale dal cervello essi spiriti vengon portati alle mani, la medesima pratica dell’arte, e, conseguentemente, la medesima facilità nel comporre. Non


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potendo, dunque, gli imitatori né superare né eguagliare i loro modelli, è inevitabile che li peggiorino. Verità, codesta, che conobbe e professò Tiziano, quando, mentre dipingeva a Venezia Francesco Vargas, ambasciatore dell’imperatore Carlo V presso la Serenissima, gli chiese perché mai si compiacesse d’un genere di pittura così denso da render necessario l’uso di pennelli che parevano scope. — « Ognuno — rispose — mira a conseguire nella propria arte qualche fama di eccellenza, e quella degli imitatori è disotto alla mediocrità. Pertanto, dal momento che Michelangelo e Raffaello hanno occupato il primo posto, l’uno nella pittura grandiosa, l’altro in quella delicata, io mi sono avviato per una strada molto lontana dalla loro, e che potrà procacciare al mio nome qualche celebrità ». Posto ciò, si è determinato in me il sospetto che se, presso noi moderni, la scultura lascia ancora molto da desiderare, laddove la pittura è giunta all’ultimo grado di perfezione, la cosa sia dipesa dal fatto che, laddove ci è pervenuto l’Ercole Farnese insieme con altre insigni sculture dell’antichità classica, non sono giunti sino a noi né il Ialiso di Protogene, né la Venere di Apelle. Che se le cose non istessero come dico io, perché mai presso i greci, presso i romani e presso noi moderni, a prescindere dalla storiografia e dall’oratoria, cangevoli a seconda delle vicissitudini politiche: perché mai, dicevo, pur vigendo la medesima lingua, la medesima religione e il medesimo metodo di studi, a poeti ottimi sono succeduti quasi sempre poeti minori? Per avere, dunque, ottimi autori, dovremmo distruggere tutti gli ottimi modelli artistici. Ma, poiché ciò sarebbe cosa barbara e sacrilega, e, d’altra parte, soltanto a pochi è dato raggiungere la perfezione, si serbino pure quei modelli, perché se ne avvalgano gl’ingegni minori: bensì gli uomini ricchi di inventività ben altrimenti geniale mettan pure da parte quei modelli e gareggino piuttosto con gli ottimi artisti che li precederono nell’imitare l’ottima natura.


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XIII Non si può dubitare che la stampa sia stata del massimo aiuto per il nostro metodo di studi. Grazie ad essa noi moderni ci siamo liberati di tutti i fastidi che incombevano sugli antichi, costretti ad andare incontro ad ingenti spese e lunghi viaggi per ricercare e studiare codici manoscritti: senza dire che sovente, cioè sempre che i possessori fossero cupidi dell’invidiosa lode d’esser soli a serbare quegli autografi, non riusciva agli studiosi di averne comunicazione. Ora non più. In quantità strabocchevole, e dovunque, libri sui più diversi argomenti sono offerti in vendita non ai soli re Tolomei, ma a qualunque privato, ed a prezzi convenienti. Tuttavia, ho paura che il loro numero eccessivo ed il loro prezzo troppo basso non ci rendano, come suole accadere, meno oculati nella scelta, e non ci accada lo stesso che quei commensali, i quali, nei conviti troppo lauti e sontuosi, fanno portar via cibi usuali e nutrienti, per riempirsi di vivande sbollite e di minor potere nutritivo. E invero, quando i libri si scrivevano a mano, gli amanuensi, per compiere un lavoro che francasse la spesa, trascrivevano le opere di autori di fama assodata: anzi, poiché queste costavan caro, gli studiosi si sobbarcavano addirittura a copiarsele da sé. Quanto mirabile il profitto che si trae da un esercizio di tal fatta! Meditiamo con maggior precisione le cose che scriviamo, appunto perché le scriviamo non già scompigliatamente, con precipitazione e a sbalzi, ma con pacatezza e criterio costante. Per tal modo, lungi dall’avere, degli scrittori che trascriviamo, una notizia soltanto superficiale, viene a stabilirsi tra essi e noi una lunga consuetudine, in virtù della quale finiamo col trasformarci in loro medesimi, in tutta la loro purità e schiettezza. Per questa ragione, quando si copiavano a mano, i libri dei cattivi scrittori eran messi da parte: laddove quelli dei buoni venivan diffusi con tanta utilità per gli studi. Giacché rifulge più per argutezza che non per verità il detto di Bacone: che nelle inondazioni dei barbari, i libri di argomento grave fossero travolti dai flutti, e quelli di argomento lieve restassero a galla. Al contrario, non v’ha disciplina, in cui, mediante la scrittura, non ci siano pervenute le opere degli


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scrittori principali e ottimi; e, se, tra esse, questa o quella è andata smarrita, la perdita è da attribuire al caso. Non sono ancora vecchio mentre scrivo: eppure ricordo d’aver veduto esaltare scrittori viventi, che avevan mandato alle stampe sino a dodici e più volte le loro opere, le quali oggi, oltreché non essere più lette, son tenute a vile, e d’aver veduto, al tempo stesso, altri scrittori lasciati a lungo in un abbandono desolato, e poi, ad un tratto, per una circostanza imprevista, ricoperti di gloria, anche da qualche dottissimo. Che anzi ricordo altresì le fiere condanne pronunciate da uomini eruditissimi nei riguardi di certe branche di studi, nelle quali, per contrario, li vedo oggi, con cangiato parere, totalmente profondati. Molte le cause di ciò. Ciascun’epoca ha il suo « genio ». La novità, al pari della bellezza, fa commendare taluni difetti, che, con lo scorrer del tempo, appariscono evidenti; tra gli scrittori, quelli ansiosi di cogliere un immediato frutto dai propri studi s’attengono allo stile del tempo; anche nelle lettere imperversano fazioni, servilismi e avversioni; altresì nella repubblica letteraria vi ha chi conosce a menadito gli arcani del potere; e i giovinetti quanto più sono modesti e ingenui, con credulità tanto maggiore renderanno omaggio agli uomini che sembran loro venerandi per sapere. Pertanto, nel disciplinare le nostre letture, prendiamo come norma quello ch’è stato il giudizio dei secoli, e regoliamo il nostro metodo di studi, ponendolo come sotto una certa tutela. Vale a dire: leggiamo, prima di tutti gli altri, gli scrittori antichi, il cui eredito, il cui valore e la cui autorità sono cose ormai assodate: essi stessi poi ci saran di norma per compiere la nostra scelta tra gli scrittori moderni.

XIV Per ciò che riguarda le università degli studi, non sembra strano che gli antichi abbiano fondato per i corpi certe specie di università, come le terme e il campo, dove i giovani divenivano agili e forti con la corsa, col salto, col pugilato, col lancio del giavellotto, del disco e della palla, col nuoto e coi


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bagni, e non abbiamo pensato a fondarne una per educare la mente e il cuore? Se si parla dei greci, la causa di ciò fu che un filosofo solo era una completa università. La lingua dei greci era lingua autoctona e aveva poi tanto ricchi e felici sviluppi da piegarsi ad esprimere con ugual con ugual grazia ed efficacia non solo quanto si riferiva alla loro vita civile, ma quanto v’era di più astruso nelle scienze e nelle arti. Essi, poi, solevano dare leggi ad altre nazioni piuttosto riceverne alcuna. Onde tanto si giudicavano superiori agli altri popoli da porre quella domanda piena di boria: Sei tu greco o barbaro? quasi essi valessero per una metà, e per la migliore, di tutti i popoli. Tale essendo lo stato delle cose e coltivando essi la sola filosofia, madre, ostetrica e nutrice di tutte le scienze e arti, e di essa discutendo non tanto con argomenti ricavati da aliti quanto con le ragioni stesse offerte dalle cose, ciascun filosofo dominava con la mente tutte le cose umane e divine, onde da lui solo gli scolari apprendevano quanto occorreva sapere nello stato. I romani, invece, pur avendo una lingua di origini straniere, sdegnavano queste ultime con tanto orgoglio, che dei vocaboli …derivati da fonte greca, alquanto mutati, preferivano, piuttosto che un’etimologia straniera, qualunque altra anche se cervellotica, falsa e disadatta. E, avendo preso buona parte delle leggi dai greci, le avevano adattate con tale sapienza al loro Stato, da farle proprie. In effetti, dunque, sia per lingua che per leggi, essi erano pari ai greci. Ma anche meno di costoro avevano bisogno delle università, perché, come si è detto, riposero la sapienza nella sola giurisprudenza, insegnata a beneficio dello Stato e tenuta nascosta dai patrizi, perché mezzo segreto per il potere. Perciò, tanto era lontano dai romani il bisogno delle università, che non si preoccuparono ne sorgesse alcuna. Ma, quando Roma si trasformò in principato, poiché ai principi conveniva divulgare i segreti della giurisprudenza e poiché la conoscenza di questa per la moltitudine degli scrittori, la divisione delle scuole e la varietà


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delle opinioni si fece più vasta, allora, per insegnarla, furono fondate le scuole di Roma, di Costantinopoli, di Berito. Quanto più abbisogniamo di università, noi che dobbiamo studiare i libri sacri e, con questi, le lingue orientali, i canoni dei concili, che si tennero dagli apostoli sino a noi in questa o quella città d’Asia, d’Europa o d’Africa, le leggi dei romani e dei longobardi, le consuetudini feudali, le dottrine greche, latine e arabe, introdotte nei costumi dei nostri stati! A ciò si aggiungano gli errori dei copisti, i plagi e le falsificazioni nei libri, le interpolazioni di seconda mano, onde a stento conosciamo le opere originali degli autori, a stento ne percepiamo il senso originale. Sicché, poiché ciò che dobbiamo conoscere è contenuto in tanti libri, appartenenti a nazioni le cui lingue sono molte, gli stati distrutti, i costumi sconosciuti, i codici corrotti, qualsiasi scienza e arte è diventata tanto difficile, che a stento una persona può insegnarne anche una sola. Appunto perciò abbiamo istituito e ordinato le università di ogni genere di discipline, ove ciascuno insegna la materia di sua competenza. Ma a questo vantaggio è correlativo l’inconveniente che arti e scienze, che la sola filosofia comprendeva con unico spirito, oggi sono diverse e separate. Nell’antichità ciascun filosofo aveva non solo costumi convenienti alla propria dottrina, ma anche un proprio metodo di esposizione, adatto a quella. Socrate, poiché confessava di non sapere, non portava nulla di suo nelle discussioni, ma fingeva di voler apprendere dai sofisti con minuziose interrogazioni e dalle risposte traeva le sue induzioni. Gli stoici, i quali ritenevano che regola del vero fosse la ragione e che di nulla il sapiente dovesse aver opinione, prendevano le prime verità secondo le loro proprie esigenze e le connettevano per mezzo di «secondi veri », come per anelli, fino alle cose dubbie e usavano il sorite quale loro arma. Aristotele, che si proponeva di giudicare il vero col senso e con l’intelletto, usava il sillogismo per porre verità generali, per poi scendere al particolare e assicurare certezza alle cose dubbie. Ed Epicuro, che riponeva nei sensi la conoscenza del vero, non concedeva né accettava alcunché dagli avversari, ma spiegava le cose con un dire nudo e semplice.


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Ma oggi, ascoltatori, si viene istruiti a caso sotto la guida di un aristotelico nella logica, di un epicureo nella fisica, di un cartesiano nella metafisica, si imparano le teorie mediche da un galenico e la pratica da un chimico, da un accursiano le Istituzioni di giurisprudenza, da un fabrista le Pandette, da un alciatiano i libri del Codice. E così l’istruzione è male organizzata e sconclusionata tanto che, pur dottissimi in singole dottrine, nella totalità, che è poi il fiore del sapere, si finisce per valere ben poco. Perciò, sembrandomi questo uno svantaggio, vorrei che i maestri delle università formassero un unico sistema di tutte le discipline, adatto alla religione e allo Stato, tale da conseguire una uniformità di dottrine da insegnare ufficialmente per la pubblica educazione.

XV Questo dovevo dirvi circa i vantaggi e gli svantaggi del nostro metodo di studio, paragonato con l’antico, affinché il nostro possa essere migliore dell’antico. Se queste meditazioni saranno vere, avrò colto tutto il frutto della mia vita, durante la quale sempre mi sono adoperato per il bene della società secondo le mie poche forze; se poi si dimostreranno false, il mio onesto desiderio e il mio generoso tentativo mi meriteranno il perdono. Ma qualcuno potrebbe dire: « Affrontare i pericoli, quando è necessario, è grandezza d’animo, ma quando non occorre, è temerità; che importa a te discutere argomenti che trattino di tutte le cose?». Nulla a me, Giovanni Battista Vico; ma mi interessa davvero in quanto professore di retorica, poiché i nostri sapientissimi antenati, fondatori di questa università degli studi, intesero che il professore di eloquenza dovesse, in modo sufficiente per il suo ufficio, essere colto in tutte le arti e le scienze, affinché egli, nell’annuale


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orazione di apertura, esortasse i giovani studiosi a coltivare ogni genere di arti e scienze. Né invano il tre volte sommo Francesco da Verulamio dà questo consiglio a Giacomo, re d’Inghilterra, sull’ordinamento delle università: « Gli adolescenti, se non hanno completato intero il corso degli studi, stiano lontani dagli studi di eloquenza ». Che altro invero è l’eloquenza, se non sapienza che parla in modo ornato, copioso e adeguato al senso comune? E allora quel professore, al quale i discepoli non possono accedere se non addottrinati in tutte le scienze ed arti, le ignorerà, quando deve conoscerle per dovere di ufficio? E colui che deve esortare i giovani ad ogni genere di studi, non è conveniente che ne discorra, affinché seguano i vantaggi ed evitino i difetti? Perciò, quelli che per dignità sostengono questo gravissimo onere, che giudico troppo grave per le mie spalle, mi sembrano simili a C. Cilnio Mecenate e a Crispo Sallustio ed altri, che furono detti equites illustres, e che, sebbene avessero un censo di molto superiore a quello senatorio, vollero tuttavia per modestia rimanere nell’ordine equestre. Pertanto, per il mio diritto di professore di retorica, nonché per mio dovere, ho trattato questo argomento senza cattivo desiderio di riprendere gli altri o esaltare me stesso. Infatti, come tu, o lettore equanime, hai visto, quando ho criticato i difetti, ho taciuto gli autori; e se qualche volta fu necessario nominarli, li ho nominati non senza i sensi di stima, come conveniva a me, uomo da poco, e ad essi uomini tali e di tanto polso. Ed i difetti stessi li ho presentati con molta modestia, attenuati con quanta diligenza ho potuto. Sin da fanciullo mi imposi quella norma, sancita dalla debolezza dell’umano genere, di considerare i difetti altrui con quella medesima equanimità con la quale avrei bramato che gli altri giudicassero i miei; e specialmente quando gli altri abbiano fatto bene innumerevoli grandissime opere, e non errassero se non in poche quisquilie, mentre io, in cose da poco, sono caduto in continui errori. Invero, in questa mia dissertazione non mi sono punto vantato; anzi me ne sono guardato con tanta cura che, sebbene questa avesse potuto avere il


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titolo appariscente Della conciliazione del moderno metodo degli studi con quello antico, non di meno ne pensai uno più usuale, poiché vorrei: non far uscire fumo dalla folgore, ma luce dal fumo. Non ho nemmeno esaltato le mie considerazioni su questo tema con magnifiche parole, per non sembrare di offendere te, o dotto lettore, che sei guidato dal tuo buon senso e sai che è tuo diritto giudicare il pro e il contro di ogni scrittore. Ma non è forse, mi si opporrà, vanagloria l’aver io affermato di portare qualche novità nella repubblica delle lettere? No, invero, poiché la novità non è propriamente ragione di vanto, in quanto spesso si credono novità le cose ridicole e sconce. Degno di lode è chi, nell’avanzare cose nuove, s’attenga alla verità: e questo, o lettore, io lo affido a te e al gusto comune degli eruditi, dai quali affermo di non mai dissentire. In tutta la mia vita un solo pensiero ha suscitato in me grandissimo timore: che fossi il solo a sapere; cosa che m’è sembrata pericolosissima, come quella che presenta l’alternativa d’essere o un dio o uno stolto. Mi si obbietterà ancora che in queste questioni ho fatto troppo sfoggio di me, per avere abbracciato tutti gli studi della scienza e per avere, quasi fossi versatissimo in tutti questi, enunciate sentenze ad alta voce. Ma chi ciò mi opporrà, voglia, di grazia, considerare quali siano stati questi giudizi, cioè come una dottrina giovi o nuoccia, e in qual modo possa non nuocere. Questo genere di giudizi, di sentenze, può rettamente enunciare solo chi non conosca in modo egregio e particolare nessuna di queste[discipline] …e tuttavia le conosca egregiamente tutte. Chi in un sol genere di dottrina abbia applicate le sue energie e riposta tutta la sua vita, ritiene che quell’arte o quella scienza valga più di tutte le altre e sia sotto ogni rispetto la migliore, e l’applica a qualsiasi più disparato uso; forse per la debolezza della nostra natura, per la quale ci felicitiamo di noi e delle cose nostre. Per il che temo d’aver pronunciati falsi giudizi, più che sopra ogni altra cosa, sull’eloquenza, poiché la esercito.


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Queste cose ho detto per serbare dignità all’ufficio che ricopro e anche al mio costume; se poi qualcuno, per ciò che valgono, vorrà censurare singolarmente le mie considerazioni, ove mi toglierà da qualche errore, gliene sarò gratissimo: gratissimo ugualmente, e altrettanto, se lo avrà solo voluto.

De Ratione  

Scritto filosofico di Giambattista Vico

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