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L’interruttore del buio


Saviozzi Giacomo

L’interruttore del buio

Reportage fotografico a trent’anni dalla legge 180 all’interno degli ex manicomi

a cura di Alessandra Borsetti Venier

Morgana Edizioni


Con il patrocinio: Ministero della Salute Regione Toscana Comune di Volterra Comune di Pistoia Comune di Lucca Fondazione Mario Tobino - Lucca Comune di Reggio Emilia Comune di Cogoleto Comune di Vercelli Asl 11 di Vercelli Comune di Ferrara Coop. Sociale “Liberamente” - Ferrara U.N.A.SA.M. (Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale) Istituzione “G.F.Minguzzi” - Bologna Associazione Pratozanino - Cogoleto Centro di promozione della salute “Franco Basaglia” - Arezzo

Un ringraziamento speciale: al poeta astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale e anche colonnello dell’austronautica mineraria astrale e terrestre... Nannetti Oreste Fernando detto N.O.F.4, a “l’ultimo ospite” Tullio affinché la sua vita sia luce anziché buio; all’editore Alessandra Borsetti Venier per l’amicizia, l’infinita pazienza e le splendide chiacchierate. Ringrazio il prof. Paolo Crepet per aver concesso la sua intervista; il regista Silvano Agosti che con il suo documentario Matti da slegare ha contribuito a far uscire dal buio i “matti”; la fotografa Cinzia Busi Thompson per il suo saggio critico; la dott.ssa Gisella Trincas per la diponibilità e l’accorata introduzione; le dott.sse Cristina Lasagni ed Eleonora Benecchi per aver curato l’intervista al prof. Paolo Crepet; la radio Pscicoradio.it; la dott.ssa Marinella Mazzone dell’Asl 11 di Vercelli; l’assessore del Comune di Pistoia dott. Stefano Cristiano; il dott. Valerio Bonfanti e la dott.ssa Laura Contini dell’assessorato alle politiche sociali del Comune di Pistoia; il dott. Aldo Grasso e l’Associazione Pratozanino; il prof. Alessandro Togoli Assessore alla cultura del Comune di Volterra; il dott. Andrea Tagliasacchi Presidente della Fondazione Mario Tobino; il dott. Gianluca Gardi della Coop. “Liberamente” di Ferrara; il dott. Cesare Bondioli del Centro Promozione alla salute “Franco Basaglia” di Arezzo per i significativi testi nel libro Tornare a vivere del fotografo Giovanni Santi; il prof. Riccardo Panattoni dell’Università di Varese; il prof. Oliviero Rossi per avermi ospitato nelle pagine della rivista ‘Arteterapia’; il gruppo musicale Apuamater di Carrara per il poetico album “Delirio e Castigo” che accompagna il dvd di presentazione del libro che ha ispirato molti dei miei scatti; il regista e attore Claudio Ascoli della Compagnia teatrale Chille de la Balanza per la suggestiva passeggiata nell’ex manicomio di San Salvi (Fi); il Maestro Gianni Berengo Gardin per le gentili parole d’incoraggiamento e per il suo meraviglioso libro Morire di Classe; il dott. Marco D’Alema del Ministero della Salute; il dott. Angelo Lippi per l’impegno nel conservare le tracce del poeta Oreste Nannetti; il dott. Paolo Tranchina per la disponibilità e la sua simpatica goliardia da toscano “vero”; il Centro Multiservizi per disabili M.T. Todaro di Livorno per avermi incoraggiato nella ricerca; la dott.ssa Cinzia Migani dell’istituzione “Gian Franco Minguzzi” di Bologna; il Direttore tecnico della Soc. Osservanza s.r.l arch. Piergiorgio Mongioj; il dott. Marchi di Lucca; il dott. Francesco Paolo Marchetti di Volterra; la rivista FOTOIT organo della FIAF; il dott. Pier Nello Manoni e sua figlia Erika per il suggestivo e poetico video “I graffiti della mente”; il Circolo Fotografico 3C di Cascina; l’amico fotografo e compagno di viaggio Alfredo Gigliotti; la carinissima amica e fotografa Valeria Venezia; il fotografo e amico Alberto Pascale per la pazienza che ha nei miei confronti e per avermi portato a Bibbiena; il fotografo e amico Paolo Cardone, che l’America gli porti fortuna; il fotografo e amico Filippo Menci; il mio amico, compagno e papà adottivo “Gigi” Cerri, e sua figlia Leila; il poeta e cantautore Marco Chiavistelli; l’eclettico artista Massimiliano Barsotteli; Valerio e Giammaria De Gasperis e la rivista ‘Rearviewmirror’ per aver ospitato il mio reportage “il Clochard Said”; la Comunity Oltrelafoto.com per accogliere le mie fotografie e i miei “frizzanti” commenti; e infine tutti gli amici che hanno condiviso questo mio cammino. Si ringraziano gli editori per le citazioni dei libri: Ascanio Celestini, La pecora nera, collana I Coralli, Einaudi, Torino 2007; Mario Tobino, Gli ultimi giorni di Magliano, Edizioni Mondadori, Milano 1982; la rivista ‘Neo Psichiatria’ - Esistere nella follia, Edizioni Il Cerro, Tirrenia (Pi) 1995.


Sommario

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Un altro click... Cinzia Busi Thompson

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Ecco qua, un caro saluto Silvano Agosti

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Intervista a Paolo Crepet a cura di Psicoradio.it

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L’interruttore del buio di Giacomo Saviozzi Gisella Trincas

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Lo Spedale dei Pazzi Andrea Tagliasacchi

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L’eco del dolore per immagini Giacomo Saviozzi

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Reportage


Tutto si trasmette attraverso le mani e, su ciò che toccate, lasciate dovunque delle tracce che soltanto voi potete imprimere. Il fatto che sulla base delle impronte digitali di possa scoprire l’identità di quella persona, e che nell’umanità intera non vi siano due impronte identiche, dimostra che la mano è in grado di esprimere il carattere unico di ogni essere. (Anonimo)

UN ALTRO CLICK... Un clic e l’interruttore spegne la luce, porta il buio dell’oblio. Un altro clic e si accende la luce polverosa della memoria, molto diversa da quella cui siamo abituati perché ha una vettorialità e una consistenza diverse: filtra attraverso la memoria ed è soffusa. È con l’ausilio di questo tipo di luce che Saviozzi compie il suo lungo tragitto nel passato delle vite che hanno popolato questi luoghi bui, dove sono state lentamente e miserabilmente spente, per ricostruirle attraverso tasselli impersonali. Per comprendere una storia occorre anche che il lettore collabori all’interpretazione del testo stesso, in altre parole un lettore ideale già previsto dal testo. Ecco allora che dobbiamo tentare, almeno per un attimo, di metterci nei panni di un malato mentale immaginandoci come possa essere il suo risveglio mattutino. « Le lame di luce filtrano attraverso le imposte ad avvisare che un nuovo giorno si affaccia sulla nostra vita. La prima domanda che sovviene nella mente è: “Che giorno sarà oggi?” Sarà felice, pieno di vita, di energia o sarà come uno dei tanti che si susseguono indistinti l’uno dall’altro, impregnato da quella sensazione di stare appesi a un filo che rischia di rompersi in ogni istante sprofondandoci nel buio di un’esistenza senza scopo, di aver una ragione per viverlo, con l’ansia di voler essere voluti? ». L’identità è il filo rosso che ci condurrà - come il filo di Arianna - lungo la scoperta di questo mondo labirintico. Cos’era un manicomio? Dal Garzanti 2004 alla voce Manicomio s.m. leggiamo: 1. istituto in cui si ricoveravano i malati di mente (era detto anche ospedale psichiatrico; ancora impropriamente usato per indicare luoghi o istituzioni per la cura di disturbi mentali). I manicomi erano luoghi di perdita dell’identità e una possibile loro ricostruzione diventa lunga e difficile: solo fototessere “allegate” a scheda diagnostiche - numerate in ordine crescente - possono operare la distinzione tra una persona e l’altra. Un falso senso di ordine che rivela, al contrario, un caos indistinto non dissimile da quello che è presunto essere nella mente del malato, il cui destino è già stato infelicemente deciso da altri esseri umani, ancor prima che i referti fossero scritti. Queste fototessere mostrano ritratti di uomini normali, a volte di persone corrucciate o sul cui viso pende una maschera straniata e straniante; simulacri che avrebbero fatto la gioia del Lombroso teso a dimostrare come lo sguardo o le dimensioni del cranio potessero distinguere gli uomini dai non-uomini, i sani dai mentecatti. Dalla penombra dei carteggi emerge la scritta “Nessuna cura” vergata in fretta, ma con una calligrafia corsiva quasi elegante. Come pesano queste due parole fredde, gravi e che non concedono speranza alcuna! Povera Lolita nel tuo nome proprio evidentemente non portavi il destino… Alle carte si sovrappongono altre carte, sempre più pesanti, quasi a soffocare l’anelito di speranza che si sprigionava dalle bocche impastate da un sonno sintetico. In alcuni brani, alle parole Saviozzi giustappone altre parole come “reinserimento”, “terapia” o “smantellamento” tratte dal diario del Professor Mario Tobino che vanno a rafforzare il senso di cecità - che nasconde l’impotenza - della medicina nei confronti della malattia. Un paio di occhiali da vista si sovrappone a una cartella intestata a Pasqua Lino o Pasqualino: sembra irrilevante, ma nell’inserimento di uno spazio tra i due nomi nasce un divario abissale che si palesa nel provare o non provare affetto: il primo è un mero elemento - che può appartenere a tante persone - di un elenco in ordine alfabetico; il secondo richiama alla memoria una famiglia che ha amato, ha avuto una forte intimità affettiva con la persona per la quale ha coniato un diminutivo-vezzeggiativo. Guardando le diagnosi che si richiamano come in un girotondo infantile - e si sa quanto i bambini possano essere crudeli - oggi ci viene quasi da sorridere: ai numeri 204 e al 211 corrisponde l’insonnia così diffusa ai nostri tempi, da non far parlare quasi più di sé. Eppure, in quei tempi non tanto lontani, un essere vivente era rinchiuso in una struttura anche per questo. È proprio in questi attimi fuggenti che il ruolo della memoria acquista importanza; nel vedere se e come il mondo è cambiato in un così breve lasso di tempo. E allora no, non bisogna assolutamente dimenticare. Il nostro autore questo l’ha già ben capito e ci tiene incollati all’obiettivo della sua macchina fotografica, ma soprattutto legati alla sua sensibilità, al suo processo di percezione, nel rilevare tracce e documentare un passato che non vuole cadere nell’oblio. Lo seguiamo nell’esplorazione dei vari ambienti, nello scoprire e soffermarsi su reperti archeologici cristallizzati in una dimensione atemporale: le calzature, le suppellettili, i letti portano ancora le impronte e il calore di chi li ha usati e sembrano essere nella attesa di qualcuno che torni a “viverli”. Del resto, se questi oggetti non fossero collocati in quell’ambiente - su cui incombono freddo, umidità e disordine - potrebbero far parte tuttora del nostro quotidiano.

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L’ambiente che non mostra tracce di decadimento è il laboratorio che, simile all’antro di un Dr. Faust immerso nel suo delirio di onnipotenza, ci fa ripiombare in una realtà diversa. Vediamo ampolle e bottiglie etichettate ben allineate sulle scaffalature contenenti chissà quali panacee pronte a ridare la ragione a chi l’ha persa; a loro si giustappongono, in un confronto insostenibile, grandi vasi di vetro colmi di formalina che racchiudono encefali e feti idrocefali tracce evidenti di vite mancate. Apparecchiature per l’elettroshock testimoniano la fallacia umana: là dove la cultura non riesce a vincere la natura, la vita si spezza. Gli unici luoghi in cui l’individualità riemerge sono le scalfitture a palinsesto sui muri, i disegni primitivi - issati come stendardi su una selva di rami - che evocano le creature mostruose partorite da menti offuscate, vogliono essere la voce di chi voce non ha più. Con il tempo sono caduti i ricordi di tempi felici, così come la vernice che si stacca a scaglie secondo un disegno impreciso. Simile a un bassorilievo di una tomba arcaica, sulle pareti si snodano lunghe linee di rappresentazioni grafiche ermetiche che gridano il dolore di chi le ha incise, ma che trasudano anche la speranza cercata forse nell’abbandono nelle mani di un qualche santo o forse di un dio clemente. Quegli uomini, quelle donne avevano chiuso con gli altri, avevano chiuso con loro stessi: non c’erano persone più straziate. La luce che fa uscire gli oggetti dal loro abbandono dalla loro oscurità è della stessa natura di quella che ha abbandonato la mente di coloro che sono così divenuti deboli, molli ed esangui. Le porte, gli usci, le chiavi, le reti e le sbarre proteggono dalle incursioni esterne, ma allo stesso tempo sono di impedimento a una visione chiara e non concedono di procedere nel cammino, lasciandoci inermi con la mente affollata dai pensieri più malinconici e il cuore gonfio di tristezza. Come loro, anche noi non abbiamo nessuna possibilità d’incontro: eppure anche essi volevano comunicare, lasciare una traccia, una memoria del loro passaggio. Sul fondo di un corridoio, oltre tutti gli ostacoli, si intravede la luce e, immerso in essa, un giardino in cui la dimenticanza si sovrappone al destino di un ritorno nel grembo della loro vera e unica mater consolatrice: quella natura che li farà rinascere liberi come il selvatico fiore che può guardare il sorgere del sole e rimirare il cielo notturno disseminato di stelle. Ritornato nelle braccia della natura l’uomo ha riconquistato la sua agognata libertà: nessuno potrà più imporgli il suo volere, decidere per lui il suo destino, perché come sempre ha vinto la morte-vita, come quel Cristo staccato dalla croce che sembra involarsi verso il cielo. Nelle ultime pagine del suo racconto incontriamo Tullio. Ha passato quasi tutta la sua vita tra quelle pareti e ora che è libero vi ritorna perché non ha altro luogo, una famiglia presso cui rifugiarsi. Secco e caduco come le foglie che riempiono quei freddi stanzoni, egli ripete, giorno dopo giorno, anno dopo anno, il gesto di spazzarle via come i cattivi pensieri che forse lo hanno ossessionato da sempre. Del resto egli non conosce altro luogo se non questo che gli appare come il migliore dei mondi possibili. Giacomo Saviozzi ha più volte affermato di usare la fotografia come medium per raccontare storie. Se guardiamo attentamente le fotografie che compongono questo suo lavoro, ci accorgiamo come la loro scansione orizzontale sia la stessa che caratterizza un testo scritto e come questo possieda un vocabolario, una grammatica e una sintassi che vanno a costituire un linguaggio fotografico, che a tratti diventa metalinguaggio. Il lavoro che ci presenta in queste pagine mostra una matrice progettuale molto forte. Si riconoscono letture di libri, di articoli e di immagini fotografiche di altri autori che hanno trattato lo stesso tema, ma che non sono mai citati direttamente, il cui lavoro, al contrario, è stato metabolizzato, sedimentato e rielaborato secondo la sua poetica molto personale. Nonostante le evidenti difficoltà che questo tipo di documentazione può comportare, Saviozzi ha saputo destreggiarsi con rispetto, rigore, perizia e intelligenza in questo territorio, evitando facili trabocchetti retorici, pietistici o pregiudizievoli. La realtà ci è presentata per quella che è, in tutte le sue sfumature e in tutti i suoi particolari, senza mai cercare immagine d’effetto: egli lascia al lettore trarre le debite conclusioni qualunque esse siano. Quello che appare evidente è la forte carica motivazionale che lo ha spinto a realizzare questo lavoro e, al tempo stesso, anche d’affezione verso un mondo che si tenta di far scomparire, e soprattutto verso le ombre dei suoi antichi abitanti per i quali sembra che egli si senta in debito e voglia restituirgli non una voce, ma la loro voce. La narrazione scorre tesa, senza sbavature o iterazioni, padrone quale è del mezzo e del soggetto che ha inteso affrontare. Il racconto è esaustivo, coinvolgente e, alla fine, lascia molto spazio da riempire al lettore che si trova obbligato a riflettere su quanto gli è stato sottoposto. Questo è lo scopo che chi si dedica al reportage dovrebbe sempre prefiggersi: un’oggettività che lascia spazio alla soggettività di chi sfoglia, guarda, legge. Le fotografie che compongono questo libro sono state scattate in vari manicomi dislocati lungo la penisola italiana, ma stranamente non si notano fratture spaziali a dimostrazione che, ancora una volta, il malato mentale non è mai stato considerato nella sua singolarità, ma come parte conforme di una specie cui erano attribuite certe specificità. La follia non è mai a senso unico, ma si muove tra due polarità ben precise; da una parte coloro che la società stigmatizza come malati mentali, dall’altra coloro che decidono i parametri della malattia e della sua cura. Alla luce del lavoro di Giacomo - e di tanti altri prima e dopo di lui - sorge spontanea la domanda: chi e dove sono i veri alienati? Cinzia Busi Thompson - Fotografa

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ECCO QUA, UN CARO SALUTO

II territorio della follia è luogo sacro. Di lì passano i maggiori misteri che abitano l’essere umano, a volte qualche mistero sembra rivelarsi, sempre se ne avverte la presenza. Nei vuoti delle tue immagini c’è, evidente, una traccia di mistero. Il cosiddetto “dopo Basaglia” rischia di rivelare più la sua assenza che non la realizzazione dei suoi progetti. Ma ciò che maggiormente conta è che il Manicomio rimanga fuorilegge e che qualche zona si riveli esemplare nel ridare dignità a una malattia che l’aveva completamente persa nel teorema assurdo: se sei in grado di produrre sei sano, se non sei in grado di produrre sei malato. Silvano Agosti - Regista

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INTERVISTA A PAOLO CREPET di Cristina Lasagni - Psicoradio La fotografia di tre paia di ciabatte vecchie, in fila su una scansia; una ha ben evidente la forma dei piedi, dovevano essere un po’ grassocci, la donna doveva essere un po’ pesante… si capisce che i passi erano lenti, non si corre con ciabatte così, e poi, dove c’è da correre in un manicomio? Non c’è fretta, e comunque ci sono i cancelli, le reti… Chissà se era una infermiera o una paziente. Nelle foto di Giacomo Saviozzi alcune immagini si ripetono con una specie di ossessività che fornisce il senso del suo lavoro, e che illustra i discorsi che s’intrecciavano attorno all’istituzione del manicomio e che l’hanno reso possibile: documenti clinici, vecchi ritratti fotografici, probabilmente allegati, medicinali e vasi con qualche agghiacciante resto umano in formaldeide - e questo era il discorso “scientifico”, figlio anche di quel pensiero che portava Lombroso a misurare la lunghezza dei lobi delle orecchie, l’attaccatura dei capelli… Letti di ferro, sbarre alla finestra, lunghi corridoi, reticolati… il discorso sociale, che temeva la “pericolosità” dei pazienti - tutti, anche quelli ricoverati per “malinconia” - e li condannava a una galera preventiva. E poi quei disegni sul muro. Ce n’è uno, vicino a un letto, dove una matita passata centinaia di volte forma una nebulosa bellissima. Certo, è facile pensare a un gesto ossessivamente ripetuto. Ma perché invece non leggerlo come il tentativo lasciare un segno, di arredarsi un piccolo spazio personale, proprio, unico? Un po’ di tempo fa a Psicoradio abbiamo parlato a lungo con un’infermiera che aveva lavorato per molti anni in manicomio. Un ricordo tornava più volte nel suo racconto: il fatto che i pazienti internati non possedevano nulla di proprio. Nessun abito, nessun oggetto, nessun libro, stoviglia… niente. Anche perché non avevano un luogo in cui conservare nulla, al massimo un comodino vicino al letto. Di fonte a privazioni più tragiche, può sembrare frivolo pensare ad un abito, una camicia, un profumo, una crema, un quadretto. C’è stato però un altro posto in cui le persone hanno vissuto senza nulla, assolutamente nulla di proprio: il lager. Un luogo dove tutto doveva contribuire a riaffermare che chi era lì non possedeva più nessun diritto, neppure quello alla propria identità individuale, singola, irripetibile, che anche le cose scelte contribuiscono a sostenere. L’identità come affermazione dell’umanità anche nella più derelitta delle persone, di una somiglianza che non si può vedere, di una vicinanza che fa paura. Allora tutti hanno distolto il pensiero da ciò che succedeva in quei luoghi. Oggi nessuno pensa davvero al fatto che in tutti i paesi del mondo, tutti tranne l’Italia, persone sono rinchiuse - senza aver commesso nessun delitto - nei manicomi. È strano pensare che l’Italia sia davvero l’unico paese al mondo ad aver dichiarato fuori legge i manicomi, ad aver avviato un processo speriamo irreversibile, dopo il quale non è più lecito dire “non è possibile”. Psicoradio ha intervistato Paolo Crepet, psichiatra molto noto al grande pubblico, che circa trent’anni fa lavorava con Agostino Pirella, Franco Basaglia e con gli altri operatori che hanno reso possibile la legge 180 - una delle non molte cose per cui oggi si può essere contenti dell’Italia! Professor Crepet, a proposito del libro fotografico di Giacomo Saviozzi, qual è secondo Lei il senso di fotografare, a trent’anni dalla legge 180, ciò che resta degli ospedali psichiatrici, le tracce del dolore, del rifiuto… Crepet: La fotografia è un documento che ci obbliga a pensare: è stata fondamentale all’epoca della trasformazione che ha portato alla chiusura degli ospedali psichiatrici con la riforma del 1978. La fotografia è stata determinante, e grandi fotografi come Giovanni Berengo Gardin, Carla Cerati, Luciano D’Alessandro, Uliano Lucas, Ferdinando Scianna, Raymond Depardon, hanno “fissato” il dolore estremo che è quello dell’emarginazione e della negazione di qualsiasi diritto civile. La fotografia era un richiamo alla coscienza dei cittadini, e non tutte le coscienze erano ovviamente avvertite di ciò che accadeva dietro quelle mura; qualcuno forse immaginava e taceva: questa è una vecchia patologia dell’ipocrisia italiana. Quelle fotografie erano e sono fondamentali per noi che abbiamo lottato per questo cambiamento. Ritornare su quei luoghi per ricordare quel dolore, che non è svanito ma si è trasferito altrove, credo sia un’opera meritoria. Crede che la fotografia come mezzo di comunicazione possa essere più efficace di un racconto scritto? Crepet: La fotografia è un riassunto visivo come la poesia è un riassunto emotivo, e credo che abbiano la stessa forza. Alda Merini ha usato parole straordinarie sulla condizione dell’internamento che ha subito, così come Primo Levi ha usato parole straordinarie per “altri” internamenti. Così come i fotografi che hanno fotografato Auschwitz o il manicomio di Collegno, che differenza fa? È sempre la malvagità dell’uomo.

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Lei che ha lavorato a stretto contatto con Basaglia. Come ricorda quel tempo della storia italiana che ha portato alla legge 180? Crepet: Lo ricordo con grande nostalgia: un uomo che non c’è più e un’epoca che non c’è più… Non c’è più Basaglia, non c’è più Moravia, non c’è più Pasolini. Cosa direbbero oggi di fronte a quel che di terribile ci tocca vedere al telegiornale, alla manfrina politica di uomini senza qualità? Non mi piace la nostalgia, non mi piace iniziare un discorso con “quando ero giovane allora sì…”, vorrei non poterlo fare. Vedo gli intellettuali di oggi che sono tutti lì ad aspettare il premio Strega e non dicono nulla; fanno un filmetto, guadagnano qualche lira, stanno zitti. Vorrei sapere cosa pensa Tabucchi dell’aborto, vorrei sapere cosa pensa Amanniti di Berlusconi. Vorrei che dicessero. Non possiamo morire in silenzio. Non possiamo morire, come dice Oliviero Toscani, che è uno degli ultimi critici, “morire eleganti”. Vorrei vedere un po’ meno griffe addosso e un po’ d’idee in più. Mi manca quella capacità genuina di una generazione che è stata capace d’indignarsi. Eravamo tutti meno soli. Chiudere i manicomi significava anche cambiare la concezione della malattia mentale. È possibile accogliere anche al giorno d’oggi il disagio mentale/psichico? Crepet: Ma guardi, Franco Basaglia diceva: “La malattia mentale è come un carciofo: finché non togli le foglie fuori non sai cosa c’è dentro”. Lui, con grande umiltà come fanno tutti le persone abbastanza geniali, diceva che non sapeva cosa c’era dentro. E aggiungeva: “Il mio compito è intanto togliere tutte quelle foglie esterne” che erano le ideologie, i pregiudizi borghesi, cattolici anche, con cui è cresciuta l’idea del pazzo come pericoloso. Poi, se uno va a vedere le cause di morte non è certo la schizofrenia la prima. Ci sono tanti luoghi di lavoro che causano morte, ci sono le mafie, i delinquenti, e in fondo, molto in fondo, forse c’è qualche signore che ha perso la sua testa. Invece noi abbiamo voluto che fossero i primi perché ci faceva comodo, sennò dovevamo mettere in galera i banchieri, e non qualche povero contadino poeta. A trent’anni dalla legge 180 è cambiata l’opinione pubblica sulla malattia mentale. Per quanto riguarda gli operatori psichiatrici è voluta nella direzione che Basaglia indicava? Crepet: Una volta Basaglia diceva una cosa rivolto a me: “Io non sono un basagliano!” Era un modo ironico per dire che un uomo è un uomo, non è mai i suoi epigoni. Credo ci sia stato subito, da parte della mia generazione di psichiatri, un grande senso di affaticamento; forse avevamo corso troppo in quegli anni. Adesso la psichiatria è diventato un mestiere come un altro. Una volta non era così, era qualcosa di più, lo psichiatra doveva occuparsi del mondo come è “giusto che sia”. Non è megalomania, non è paranoia, è semplicemente giusto che sia così perché parliamo dell’anima. Pensate se lo avessimo fatto seriamente invece di metterci tutti in fila davanti alle comunità terapeutiche a sperare… Perché i manicomi sono morti nel 1978 ma sono risorti 10 giorni dopo nelle tante comunità terapeutiche che hanno invaso il paese, mettendo dentro delle ragazze e dei ragazzi inquieti: gli hanno fatto fare di tutto, pensando che lustrando il pelo a un cavallo o vendendo o cucendo le pellicce per signora, si sarebbero liberati da quella sua ossessione. Questo è ovviamente il massimo della malafede ma non abbiamo voluto dire una parola. I pochi, e mi ci metto anch’io, e scusate se lo dico ma sono stato uno dei pochissimi che hanno parlato male di San Patrignano quando c’era il coro dei politici e delle persone genuflesse, ma mai nessuno che sia andato a fare i conti con quella realtà, nessuno. Bastava che qualcuno se ne prendesse “cura”, ed è stato fatto quello che c’era scritto ad Auschwitz: “Il lavoro rende liberi”. Secondo Lei perché soltanto in Italia siamo riusciti a chiudere i manicomi? Crepet: Non solo in Italia. Franco Basaglia ha avuto una grande gioia nella vita. E credo abbia avuto anche la fortuna di “morire giusto”. Si sarebbe inquinato se la provvidenza gli avesse dato 5 o 10 anni di più. È “morto giusto” nel senso che era diventato un uomo noto a Roma come a Rio, come a Berlino. Lui e io, gli ultimi giorni della sua vita vera - quella non in ospedale - siamo stati a Berlino quando ancora c’era il muro, e me le ricordo quelle bestemmie contro l’egoismo dell’uomo. Furono per me una fortuna. Mi fecero arrabbiare molto. E ancora lo sono, pensi un po’… Lei ha detto che con Basaglia ha imparato a pensare con la propria testa. Cosa significa pensare ora con la propria testa, in particolare nella psichiatria? Crepet: Pensare con la propria testa significa pensare che non dobbiamo tutti accodarci a un certo modello che è stato molto forte dagli anni Ottanta in avanti, e che è stato il modello biologico. Questo perché bisognava vendere più farmaci e non perché i farmaci fossero più efficaci. Lei pensi che il presidente Bush padre era nel consiglio di amministrazione dell’azienda che produceva il Prozac. In quegli anni fu il farmaco più venduto in assoluto negli Stati Uniti. La cosiddetta “pillola della felicità” di cui abbiamo fatto sfracelli, e ricordo anche la grande commistione con una certa stampa. Mi ricordo che Paolo Mieli, se non ricordo male, all’epoca di Repubblica pubblicò sulla

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copertina dell’inserto ‘il Venerdì’ quella pillola con tanto di nome commerciale che, come voi sapete, non può essere pubblicato su un media che chiunque può comprare. La casa farmaceutica pagò un multa di qualche milione a fronte dei molti miliardi che guadagnava ogni settimana. Pensare con la propria testa significa, per esempio, resistere a quell’idea: l’idea che non si guarisce perché la malattia non è una malattia che può rispondere solo a un modello biologico. Penso, per esempio, che una certa malinconia, un certo modo crepuscolare di vedere le cose, che qualcun altro chiamerebbe stato depressivo, non vada trattato chimicamente perché credo faccia parte del mondo di quella persona, del suo modo di vedere le cose. Nell’intervista sul suo sito Lei afferma che la psichiatria è l’arte di rimuovere gli ostacoli alla felicità. Non crede che a volte la psichiatria possa invece ostacolarla, ad esempio quando fa uso massiccio di psicofarmaci? Crepet: Questo fa parte di un’ideologia di controllo che riguarda la cultura occidentale e non solo. L’idea che qualsiasi cosa che non fosse funzionale a una logica produttiva dovesse far parte del mondo degli alienati - fossero essi schizofrenici, oppure poeti, o anarchici poco importava -. In manicomio sono finiti tanti poeti e anarchici, e pochi schizofrenici. In quali altri pesi non ci sono manicomi? Lei che ha visto altre realtà manicomiali, come sono? Crepet: In Inghilterra c’è stato un approccio più pragmatico, così come si addice alla loro cultura. I manicomi sono stati perfino venduti, cosa che noi ci siamo ben guardati dal fare. Come sapete, nel ’78 si è dichiarata la fine del manicomio ma poi, materialmente, non è stato venduto nessun luogo, sono stati invece regalati alle USL che ci hanno fatto di tutto, uffici, ospizi per anziani, centri per drogati, di tutto un po’. La psichiatria ha regalato un patrimonio immenso, basti pensare ai 70 e passa ospedali psichiatrici che c’erano all’epoca con ettari di meravigliosi prati e parchi. Molti ospedali erano costruzioni dell’inizio del 900, quindi pregevoli anche dal punto architettonico. Mi pare che l’unica eccezione sia stata Trieste e in parte l’ospedale psichiatrico di Ferrara che è stato venduto all’università. Quando è morto Basaglia si sono liberati di lui e anche di uno stimolo e di una provocazione: hanno dormito più tranquilli tutti quanti. Naturalmente il nostro errore culturale è stato quello di credere che esistesse una buona politica. Per cui, secondo Lei, il presupposto perché una determinata azione del genere possa avere successo in Italia quale potrebbe essere? Crepet: Ripeto non siamo stati gli unici a farlo. Ci sono esempi interessanti altrove, anche perché poi il problema del superamento degli ospedali psichiatrici è stato inteso da molte parti del mondo come un problema economico, perché costavano molto. Il modello comunitario aveva anche il pregio di costare poco. Ma c’è di più, in Italia tutto questo è avvenuto non per questioni economiche, perché le USL, come tutti sanno, sono un pozzo di San Patrizio che hanno portato al debito che dobbiamo pagare tutti quanti, compresi i nostri bisnipoti. Credo che ci sia stato un momento favorevole in generale per il paese: iI 1978 è stato anche l’anno del centro sinistra, la speranza di una politica diversa che ha generato nei giovani aspettative e speranze. È stato un grandissimo cambiamento, lo si annusava. Poi sono arrivate le Brigate rosse che hanno ucciso Moro e lì è finita metaforicamente quell’Italia, e ne è nata una molto più compromessa e di minor qualità. Quindi, da un certo punto di vista l’aria di cambiamento è un po’ passata, ci si è adagiati su questa legge che Basaglia ha voluto così fortemente ma che certo pensava non dovesse rimanere soltanto un atto legislativo. Questo ulteriore lavoro è mancato? Crepet: Guardi, Basaglia si arrabbiava molto quando dicevano che la legge 180 si chiamava legge Basaglia perché lui non era un politico e aveva avuto a che vedere con i politici in maniera abbastanza strumentale. Non era poi così innamorato del transatlantico, delle segreterie dei partiti, tanto che li frequentava con un certo distacco e, secondo me, anche con un atteggiamento molto giusto, non fidandosi più di tanto. Loro avevano bisogno di un tecnico illuminato e lui di una politica che potesse generalizzare ciò che era stato fatto in alcuni luoghi dell’Italia. Questo è stato - diciamo - il patto sottoscritto, ma io immagino che se fosse rimasto in vita non avrebbe continuato a frequentare i parlamenti, avrebbe scelto le piazze, i luoghi dove la gente vive. Lui diceva che non bisognava vincere ma convincere l’opinione pubblica. E quindi, adesso che la legge è passata le strutture manicomiali sono chiuse anche se ne rimangono i residui. Cosa si può fare, qual è il passo avanti che andrebbe fatto anche in questo anniversario così importante?

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Crepet: Penso, come don Dilani, che la piccola scala sia quella importante. I progetti megalomani incontrano inevitabilmente un compromesso se devono convincere tutti, tenere presente tutto. Noi in questo momento abbiamo bisogno di radicalità, abbiamo bisogno di maggiore sogno: il sogno è sempre radicale non è compromesso. Spero che negli Stati Uniti vinca Barack Obama che ha così coraggio: spero che non vincano i sistemi, che non vincano le burocrazie, che non vincano le avvocature. Vorrebbe dire che c’è speranza. Anche nel mio mestiere vanno ritrovati i piccoli gesti, le piccole realtà dove muovere delle cose. Io, nel mio piccolo lo faccio, e penso e spero che lo faccia qualcun altro. Quando la psichiatria si riveste di una camice bianco con tutte le “pennine” nel taschino non può venir fuori altro che una noia terrificante. Qundi, nel suo piccolo, qual è il suo sogno per la psichiatria oggi? Crepet: Penso che bisogna dare speranza ai ragazzi. Io non ho paura della piccola depressione ho paura della grandi depressioni, quelle che non sono cliniche ma sociali, e quelle che chiudono gli occhi, ma soprattutto chiudono la bocca a una generazione intera. Quindi, come Basaglia ha saputo dare una speranza a una generazione di medici, di sociologi, di infermieri, di gente… spero che ci sia qualcuno “colui che spezzava le catene”; un po’ come i grandi esempi della Francia e delle rivoluzioni. Ora ci sono le catene virtuali non quelle d’acciaio, le reti di internet. Per esempio, se leggete i siti delle ragazze anoressiche vedete che c’è una grandissima malinconia in giro, in questo paese ce né più che altrove ed è inutile prendersela con il ‘The New York Times’ che ci ha detto che siamo annoiati e tristi. È vero, non siamo più Mastroianni non siamo più Fellini… Il suo rapporto con i pazienti è cambiato da quando è un personaggio pubblico? Crepet: No, penso che non tutti vengano da me per questo motivo, credo che per qualcuno giustamente valga anche il diritto di avere uno psichiatra privato e non pubblico. Alcuni sanno che faccio anche questo mestiere e che è un mestiere che non dà i brividi necessariamente; credo che sia un mestiere come tanti altri quello di ragionare sui i casi di cronaca e di non ridurre anche il caso di cronaca a una questione granguignolesca di schizzi di sangue e pezzi di cervello. Credo che anche quello sia importante come ha insegnato il caso di Cogne o di Perugia. Ultimamente questa gioventù così priva di valori, così indifferente alla vita e alla morte avrebbe indignato Pierpaolo Pasolini che avrebbe scritto cose straordinarie così come le scrisse all’indomani della strage del Circeo. Voi siete giovani, non vi ricordate, ma scrisse un articolo sul ‘Corriere della Sera’ di grande coraggio dicendo che quei ragazzi che avevano massacrato le due giovani malcapitate erano i figli della borghesia industriale. Era stato difficile denunciarlo perché allora la borghesia industriale pretendeva di essere a capo di questo paese, di essere senza macchia come i cavalieri di re Artù, e invece di macchie ne avevano tante, e lui le aveva viste come un profeta. E come tutti i profeti è morto. Lei si è formato professionalmente in situazioni molto innovative, perchè lavora per uno dei programmi più tradizionali della TV? Crepet: È un cavallo di Troia così come io lo uso. Quando m’incontro con la gente, l’ironia ti permette di dire cose molto aspre, molto acide, senza che queste diventino un boomerang… Calvino diceva che un grande scrittore deve essere borghese fuori e rivoluzionario dentro. Conosco molti rivoluzionari fuori e borghesi dentro. Per quanto riguarda le leggi della comunicazione, permettono un discorso più approfondito sulla salute mentale tanto da cambiare e approfondire qualcosa? Crepet: No, assolutamente no. Si deve trovare con l’intelligenza. Non ci sarà mai in Italia un potere così radicale da dire a qualcuno: “Prego si accomodi, ci distrugga tutto…” È evidente che no, bisogna mimetizzarsi dentro la folla e cercare di dire il proprio pensiero nella maniera più libera possibile. Vede, io non sono preoccupato e non m’interessa poi tanto sapere se Porta a Porta è una trasmissione tradizionale o no. So che la seguono 2 milioni di persone e io amo la gente; non sono razzista nei confronti dell’opinione pubblica anche quando è un’opinione poco informata o con poca cultura. Credo che sia importante parlare a tutti, spiegare cose complicate in maniera semplice. L’importante è sentirsi liberi. Se quella trasmissione, conservatrice o no, mi togliesse una sola volta la parola, le assicuro che non ci andrei più. Ma ciò non è mai successo, lo dico anche a difesa di persone che magari non sono amate da tutti. Lei pensa che uno stereotipo possa far ammalare? Crepet: Anzi è una delle forme più coriacee di malattia. Lo stereotipo crea la stereotipia che, lei sa, è uno dei segnali dell’ossessione che è uno dei disturbi più complessi e dolorosi.

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Che cosa sono le “voci” e da dove vengono? Crepet: Le “voci” vengono dalla vita, sono richiami di saggezza. Sono cose che ci costringono a fare i conti, che ci allargano la mente. Io, nelle cosiddette voci dei cosidetti psicotici, ho trovato pensieri straordinari che mi hanno aiutato a capire cose che da solo non avrei mai compreso. Quindi devo essere grato alla sofferenza altrui per avermi dato la possibilità di capire qualcosa di questo mondo. Lei a Porta a Porta ha detto che nella mente umana, oggi come oggi, c’è parecchio sporco. Cosa intende per sporco? Crepet: È una vecchia espressione di Freud: “Più scavi nell’incoscio - diceva - più trovi fango” nel senso che l’uomo non è cambiato, e uno dei pregiudizi più imbarazzanti è pensare che l’uomo sia cambiato perché è diventato moderno. È diventato moderno quindi è un po’ più libero, sicuramente ha più privilegi, vive in media di più, ma questo non vuol dire che la sua anima sia cambiata. Noi siamo maligni esattamente come nell’800 o nel 200 dopo Cristo. Quello che è successo a Erba chissà quante volte è successo nella storia d’Italia, anche solo nella provincia di Varese. Di aborigeni che abbiano ucciso a coltellate un bambino, da Adamo ed Eva in poi, sono stati tanti. Quello di cui la gente si stupisce è che questi fatti continuino a succedere. Non so quante persone ascoltino questa trasmissione ma sicuramente tra loro ce ne sono molte che non conoscono la persona con cui dormono tutte le notti e chissà da quanti anni. Perchè non hanno mai fatto le domande, quelle vere. Quali sono? Crepet: “Mi ami?”. C’è un bellissimo verso di una poetessa russa che dice “Perché mi tiri su il collo del cappotto se non mi ami?” Fantastico no? Quindi, secondo Lei, continuare a parlare della psichiatria di Basaglia e della legge 180 dei manicomi, serve al mondo o no? Crepet: Serve qualsiasi cosa che sia critico, qualsiasi cosa che non sia cortigiano, qualsiasi cosa che non sia prevedibile, qualsiasi cosa che faccia vedere con un diverso sguardo. Franco Basaglia è semplicemente stato questo. Andando in giro per il mondo si trovano tante persone che hanno questo angolo di visuale diverso, basterebbe ascoltare queste persone. Perché ci dovremmo stancare dell’intelligenza?

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L’INTERRUTTORE DEL BUIO DI GIACOMO SAVIOZZI La prima volta che varcai il cancello di un manicomio avevo 22 anni ed era il 1974. Andavo da mia sorella, di un anno più grande di me, col cuore in gola, senza capire perché l’avessero portata in quel luogo terribile. Ai miei genitori avevano detto che era pericolosa. La cosa che più mi aveva colpito era il senso di abbandono e di miseria, di tutto: dei luoghi, delle cose, delle persone. E la adattabilità (forse apparente) di quanti ci lavoravano. E poi i visi delle donne appiccicati ai vetri, che guardavano al di qua, in attesa che qualcuno arrivasse ad aprire quella maledetta porta chiusa a chiave e le liberasse. E poi ancora il pianto e il lamento delle donne, il dondolio dei loro corpi, i loro passi perduti in quei lunghi corridoi che non portavano da nessuna parte. Negli anni, durante il lungo impegno di lotta al manicomio e nella ricerca di un’altra esistenza possibile per mia sorella (nella normalità pur con la sofferenza), ho incontrato centinaia di persone che hanno testimoniato l’orrore e l’assurdità della loro segregazione, il loro sequestro alla vita. E ogni volta è stato stupore, dolore, rabbia, ribellione. Per mia sorella, per tutte le sorelle e le persone del mondo le cui vite sono state interrotte, distrutte, perse; i cui corpi denudati, violati, sono stati trasformati in oggetti senza valore. Corpi e vite da gettare via. Non ho mai smesso di guardare le immagini dell’orrore e della vergogna, e di farle guardare, perché ho timore che si possa dimenticare o che si smetta di denunciare o che non ci si accorga di tanti altri luoghi simili. Giacomo Saviozzi, ha attraversato i manicomi vuoti, ma la sua sensibilità umana e artistica gli hanno fatto sentire l’eco del dolore “come se le urla dei malati echeggiassero ancora tra gli stanzoni fatiscenti”. Raccontare quel dolore, rendere giustizia a quelle vite che in tanti hanno considerato di scarto, è questo che leggo nell’opera fotografica di Saviozzi. Lo scatto che ferma il tempo, che fruga nel buio, che va alla ricerca degli odori, dei suoni e delle emozioni. Per non dimenticare, per far conoscere a chi non sa (principalmente ai giovani), affinché ogni donna e ogni uomo possa dire io non lo permetterò più. Gisella Trincas - Presidente Nazionale Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale (U.N.A.SA.M.)

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LO SPEDALE DEI PAZZI Lo Spedale per i Pazzi di Fregionaja fu chiuso definitivamente nel 1999. Per molti anni è stato un luogo, o forse sarebbe più corretto dire un “non luogo” sulla piccola collina di Maggiano nei pressi di Lucca, che con la sua spettrale presenza ha rappresentato per i lucchesi la “casa dei matti”, e del loro amico e medico Mario Tobino. Dal 1406, l’allora convento, fu sede della Congregazione dei Canonici Regolari Lateranenzi di Santa Maria di Fregionaja. Nel 1773 fu aperto lo Spedale dei pazzi e lì trasferiti poco per volta quelli “ospitati” nell’antico carcere della città. Da allora, per 200 anni, il Manicomio di Maggiano è stato un monito nell’incoscio dei cittadini della tranquilla cittadina. Per le vie di Lucca non è difficile ancora sentir dire: “Ma di dove sei, di Maggiano?” e quel Maggiano non è solo un piccolo paese lungo la strada che da Lucca porta a Viareggio ma proprio Lui, il Manicomio. Quel manicomio, che la legge 180, recepita poi nella legge 883 di Riforma del 1978, ha avviato alla sua lenta e inesorabile chiusura. A trent’anni da quella legge, ricordiamo ancora le parole dure, in dissenso con la “moda” con la “demagogia” contro le parole: “smantellamento, istituzionalizzazione, territorio, settore, inserimento nella società” di Mario Tobino. Tuttavia, pur essendo favorevole alla psichiatria manicomiale, Tobino non è stato mai per una psichiatria disumana. Anzi, faceva presente che fin dagli anni Cinquanta ai malati erano concesse molte libertà, con alcuni di loro si riusciva perfino a instaurare un dialogo. Taluni, guariti, venivano dimessi. La follia era vista da Tobino come una realtà misteriosa e violenta della condizione umana che gli psicofarmaci, introdotti di recente, - il Largactil è del 1952 -, riuscivano a mitigare, ponendo tuttavia al medico e a coloro che si prendevano cura del malato degli angosciosi interrogativi etici. I farmaci permettevano sì di addomesticare allucinazioni e deliri, ma costituivano, nello stesso tempo, una forma chimica di contenzione, forse peggiore della camicia di forza. L’autore, il fotografo Giacomo Saviozzi, ben sa quanto Tobino osteggiasse la chiusura dei manicomi, e dell’isolamento intellettuale in cui si trovasse sia come medico che come scrittore. Gli ultimi giorni di Magliano il libro che Saviozzi ha fotografato e inserito tra le immagini dei fatiscenti padiglioni dei manicomi è lì a testimonianza dell’apparente stridore tra la psichiatria manicomiale di Tobino e i manicomi, spesso luoghi bui, d’isolamento sociale, culturale, affettivo, di “corrispondenze negate”. Come un “interruttore del buio hanno spento l’uomo”, e sono stati una realtà triste e vergognosa del nostro paese. Saviozzi riconosce al Professor Tobino quell’onestà intellettuale che lo colloca tra chi ha la passione per la cura, la dedizione, il sacrificio, l’attenzione e la vocazione di aiutare gli altri; nonché il desiderio di rendere più gradevole la vita ai malati. E, tutto questo, emerge ampiamente dalle pagine di accorata denuncia del libro. La Fondazione Tobino sta ristrutturando l’appartamento del Professor Tobino e la biblioteca quattrocentesca per darsi una nuova sede e far sì che il manicomio non sia più un “interruttore del buio” ma un luogo dove la cultura, l’arte e la psichiatria possano incontrarsi creando momenti proficui di riflessione. Andrea Tagliasacchi - Presidente “Fondazione Mario Tobino” - Lucca

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L’ECO DEL DOLORE PER IMMAGINI L’interruttore del buio ha “spento” l’uomo. Nei corridoi tra urine, feci e dolore uomini con la paura del buio. Un buio come un nulla.

L’istituzione totalizzante del manicomio ha annullato, ha spento un po’ come un interruttore, migliaia di persone. La logorante e involutiva vita del manicomio, con i suoi ritmi sempre uguali, anonimi, amorfi e ritualizzati è stata fino al 1978, anno dell’approvazione della legge 180 detta Basaglia, una sorta di lager dove il malato mentale veniva confinato lontano da tutti. Gli veniva tolta ogni forma di dignità, di contatto umano. I rapporti con l’esterno non erano più possibili; grate, sbarre, reti, dividevano il “normale” dal matto. A distanza di trent’anni, quelle strutture ormai fatiscenti trasudano ancora le lacrime e le urla strazianti, placate dalle inumane terapie elettriche. Tra mura screpolate, finestre in frantumi, resti di passato, di vite, ho intrapreso un viaggio fotografico alla riscoperta di una verità molto spesso sottaciuta, una verità che la mia generazione non ha vissuto. Per non dimenticare, perché i fatti non si ripetano, in un silenzio assordante ho fermato il tempo con la mia macchina fotografica. Ho ripercorso strade, ho passeggiato tra stanzoni, negli stessi corridoi. Ho guardato con nuovi occhi, quelle mura screpolate e vi ho letto le vite. Tra le pagine del graffito di Oreste Nannetti, a Volterra, tra le porte blindate dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio Emilia, passeggiando tra le pagine delle Libere donne di Magliano del Prof. Tobino a Maggiano vicino a Lucca, oppure tra gli scorci di mare a Pratozanino. Ho catturato la luce affinché “l’interruttore del buio” non possa più spegnerla. Giacomo Saviozzi

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L’interruttore del buio


Una nuova malattia E c’è la scoperta della solitudine quale nuova malattia mentale. Non autismo schizzofrenico solitudine profonda non malinconi ma convinzione la certezza di essere soli nel mondo.

Mario Tobino Gli ultimi giorni di Magliano, Mondatori, 1982


Mia nonna dice che “portano i poveri matti come tua madre qui dentro perché l’istituto è un manicomio elettrico. L’elettricità gli cura il cervello. Certi matti ci hanno il cervello che è come una stanza che ci ha le lampadine sempre accese. Pure di notte. E i matti di notte non ce la fanno a dormire con tutta quella luce straziante che non gli fa chiudere gli occhi”. Dice che “certi matti stanno tutto il tempo con gli occhi sbarrati a guardarsi il cervello. E allora il manicomio elettrico gli spenge le lampadine per mandarli a dormire”. Ascanio Celestini, La pecora nera, Einaudi 2007


Il “Ferri”, destinato a sezione giudiziaria dell’ospedale psichiatrico di Volterra, era strutturato secondo il regolamento che disciplinava i manicomi giudiziari. La struttura era separata dall’ospedale civile da mura di cinta provviste di reti metalliche altissime, munite di filo spinato. L’ingresso, sbarrato da un’enorme cancello era sorvegliato da custodi; il cortile interno, riservato ai ricoverati per “l’aria”, era delimitato da un muretto; tra questo e le mura di cinta era stato ricavato un corridoio dove nel periodo “dell’aria” sostavano due infermieri per impedire le fughe. G. S.


Nicola dice che “so’ proprio come i santi che stanno in chiesa. È un condominio di santi. So’ santi i poveri matti asini sotto le lenzuola cinesi, sudari di fabbricazione industriale. È santa la suora che accanto alla lucetta sul comodino suo si illumina come un ex voto. E il dottore è il più santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesucristo”. Che io gli dico che “no, mica è Cristo. È uno scherzo, Nicò...” Ascanio Celestini, La pecora nera, Einaudi 2007


Ti mando alcune notizie che nel sistema telepatico mi sono arrivate, che vi paiono strane, ma che sono vere. Nannetti Oreste N.O.F.4, Neopsichiatria - edizioni Il Cerro 1995


L’ultimo ospite


Un giorno entrando in un padiglione fatiscente, incontrai Tullio, “l’ultimo ospite”. Era come se fosse stata una parte stessa di quel luogo, dove echeggiavano urla di dolore, dove la follia aveva un volto. In silenzio, come se ciò che stava facendo fosse una missione, un fondamentale compito da svolgere, stava pulendo, “lavando” via il fetore, le grida che hanno caratterizzato quel luogo per quasi un secolo. Il nostro incontro è stato una danza silenziosa, l’otturatore della macchina fotografica scandiva il tempo nel silenzio assordante e nell’ombra “dell’interruttore del buio”. Giacomo Saviozzi


Stampa Tipografia Contini Sesto Fiorentino - Firenze Sviluppo e stampa negativi Foto Silvi - Pontedera ISBN 88-89033-73-8 2008 MORGANA EDIZIONI DI ALESSANDRA BORSETTI VENIER Via de’ Baldovini, 4 56126 Firenze - Italia www.morganaedizioni.it Giacomo Saviozzi Email: giacomosaviozzi@libero.it http://interruttoredelbuio.blogspot.com E’ vietata la duplicazione con qualsiasi mezzo

l'interruttore del buio  

a fotografia impone un contatto con l'uomo e il mio “raccontare” questo contatto lo impone; allora la macchina non è soltanto un oggetto ma...

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