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paolo sorrentino: intervista al regista

esiste ancora la bellezza?

l’alto adige e la

viaggio culturale a casa di moravia

sulla semplicita

alba rohrwacher:

(in copertina)

pubblicazione n°0

dicembre 2012

valle aurina

intervista all’attrice


corso Galileo Ferraris, 18 - 10121 Torino - tel. +39 011.5620451 - fondazione@ettorefico.it

Visite guidate allo studio di Ettore Fico nell’ambito della Contemporary Torino. Prenotazione obbligatoria al num. 331 6899267

L

a fondazione Ettore Fico nasce il 27 luglio 2007 per volontà di Ines Sacco

Fico, moglie dell’artista. La fondazione ha come scopo la promozione e la divulgazione dell’opera di Ettore Fico e del suo giusto riconoscimento all’interno del panorama nazionale e internazionale.


Gli Autori

Anna Colonnelli

Giacomo Ciurlo

Direttore

Redattore

Giulia Castelli

Luca Bosani

Elena Corbari

Direttore Artistico

Inviato Speciale

Editore Fotografico


Editoriale Sembra che l’era in cui viviamo abbia la sventurata tendenza a farci conformare a qualsiasi cosa, come dei fantocci, a farci vivere in un limbo di accondiscendenza che ci coccoli fino al fatidico giorno. L’estate è passata velocemente lasciandoci solo un paio di manciate di sabbia nelle scarpe. Il sole estivo ha fatto il suo dovere: consegnando all’inverno tutta l’iridescenza che avevamo con fatica collezionato nel nostro cuore. Fortunatamente è nato un nuovo magazine che porta con sé un sacco di buone notizie, per risvegliarci dal torpore dei caminetti a muro e farci venire voglia di uscire, vedere e visitare il più possibile sempre in grande stile. Tradizione, qualità, valore intellettuale, processi culturali, sono i punti per cui Euphonia presta un occhio di riguardo. Con questo primo numero ci poniamo l’obbiettivo di mostrare ai lettori la prospettiva del magazine, ricco di spunti culturali e suggerimenti per vivere al meglio la quotidianità e il tempo libero, per ampliare le opzioni per il vostro “spare time” . Gli interventi citati si rivolgono a voi: un pubblico attento e colto, voglioso di vivere la sua routine in modo nuovo e non convenzionale. La cura e la minuziosità con cui si selezionano i topics parla da sé e conferisce alla rivista un tocco di classe e, perché no, anche di eccellenza. L’impegno a trovare sempre il non comune e il meglio, per consigliarvi nuove mete, perché finalmente c’è un magazine che ha davvero voglia di nutrire la vostra mente. E per i lettori che non amano sperimentare non c’è da temere! Gli articoli fungeranno da vacanza e riposo intellettuale dagli stress degli uffici e delle scuole. Quindi rifatevi gli occhi con le nostre selezioni fotografiche, e che si dica basta alla noia dei comuni articoli su diete e vip. Finalmente è nata un’agenda personale pronta a portarvi in luoghi ben scelti, a selezionare film, concerti e libri di qualità. Abbandonate il tedio usuale, per tuffarvi in un mare di stimoli intellettuali. Euphonia vi informa per davvero. Gli Autori


Contributi

Si ringraziano per la collaborazione anche:

Gianmario Andreani Giordana Biagio Steven Bradley Antonella Carelli Daniele Curti Ornella D’Alessio Maddalena De Bernardi Giuseppe Fabrus Daniel Frost Cristina Lacova Francesca Lagugiotta Irene Scalise Piero Spila Bruno Torri Tanico Taino Luca Vaglio Alessandro Zonin

Illustrazioni di:

Daniel Frost

Le font utilizzate sono:

Gli sponsor pubblicitari sono:

L’edizione di questa rivista è a cura di:

Bauer Bodoni Italic Bauer Bodoni Bold Scala Sans Scala Scala Caps Bembo STD Panerai Fratelli Rossetti E. Marinella MuseoEttoreFico di Torino Galleria d’Arte Cardelli e Fontana


Rubrica

Interviste

Sommario

8 Agenda 10 Pareri

Design

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Viaggi

46 39 L’A(BC) della sedia 40 La casa museo di A. Castiglioni 44 Produrre raffinatezze 46 Sulla Semplicità

26

26 Paolo Sorrentino 30 Alba Rohrwacher

Persone

56 52 Alto Adige 56 Ville Venete 73 Viaggio alla scoperta del pesto

63 63 Tre italiane a Berlino 66 “Solo l’Italia ci unisce”


EUPHONIA - AGENDA

Mostre Carnsten Nicolai Dal 21/09 al 06/01/2013

Alighiero Boetti Dal 28/11

Protagonista della scena creativa berlinese degli anni ’90, Nicolai è conosciuto nel mondo per le sue installazioni e le sue performance che esplorano le connessioni tra visione, suono, architettura, scienza e tecnologia.    Le sue opere coinvolgono la fisicità dello spettatore e lo spazio architettonico per cui sono concepite, mettendo in gioco i concetti stessi di spazio e di tempo.  Unidisplay riunisce in sé i temi più importanti del lavoro di Nicolai: la capacità di rendere percepibile il suono in modo ottico; l’estetica minimale che si traduce nell’uso monotonale del colore (variazioni sul bianco e nero) e delle sonorità; la propensione verso l’astrazione e quella verso l’infinito. Lo trovate all’Hangar Bicocca (Milano).

Il piatto forte della mostra è rappresentato dagli arazzi degli anni Ottanta, che Boetti faceva realizzare in Afghanistan, ricchi di colori e di frasi che sceglieva personalmente, per poi farle tessere. “Scrivere – era solito affermare – è disegnare. Le mie scritture sono tutte fatte con la sinistra, una mano che non sa scrivere, mostrano quindi anche una punta di sofferenza fisica, ma scrivere è un gran piacere. Ci sono parole che uccidono, parole che fanno un male tremendo, parole come sassi, parole leggerissime, parole reali come in numeri. Ma se vuoi veramente qualcosa mettilo per iscritto”. Dai disegni ai ricami, dai collage alle matite su carta, dai grandi acquerelli a quelli con le penne a biro fino agli arazzi: da non perdere, presso lo Studio Visconti (Milano):

Crespi Bonsai Museum

Casa Daverio

Grazie alla passione di un botanico alternativo degli anni Settanta, tutta la bellezza della cultura orientale di coltivare le piante entra in un museo, insieme alle tradizioni di un mondo lontano arrivato fin qui. il museo è una preziosa collezione di autentici esemplari ultracentenari educati dai più famosi maestri giapponesi, insieme alla collezione di vasi con pezzi di grande pregio. Ma l’ambizione di Crespi non è solo la diffusione di una tecnica botanica. L’intento è sempre stato anche quello di portare in Italia un po’ di Oriente e della sua cultura legata a tradizioni millenarie. Il museo è aperto tutti i giorni (per gli orario, consultare il sito) a Parabiago (Milano). Per una visita in un mondo particolare e non conosciuto.

Per un mese il conduttore televisivo e la moglie Elena Gregori ogni giovedì aprono al pubblico la biblioteca e mettono in vendita una selezione di 500 opere scelte tra le loro originali collezioni. L’intellettuale e conduttore televisivo milanese con l’iniziativa La Biblioteca del Daverio apre al pubblico le porte della sua storica abitazione (un ex refettorio nel cuore di Milano). Dal 22 novembre al 23 dicembre, ogni giovedì (dalle 12 alle 22 in piazza Bertarelli 4, Milano) si potrà visitare una parte del complesso in cui abitano Philippe Daverio e la moglie, Elena Gregori Daverio. I padroni di casa, insieme al gallerista Marco Teseo, hanno selezionato oltre 500 oggetti raccolti nei numerosi viaggi in giro per il mondo. Un’occasione da non perdere.

Accessibile tutti i giorni

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Dal 22/11 al 23/12


EUPHONIA - AGENDA

Concerti Sigur Ròs

Glenn Gould

18/02/2013

Dal 16/11 al 9/12

Immensi, intimi, emozionanti: dopo la straordinaria esibizioni in un affollatissimo Castello Scaligero, in occasione di A Perfect Day Festival, torna per due uniche date italiane la band islandese che più di tutte sa emozionare e arrivare al cuore, con un concerto magico ed affascinante in cui presenterà Valtari, il nuovo disco uscito lo scorso maggio. La loro musica trascinante offre un’occasione unica per farsi portare in luoghi magnifici, quasi paradisiaci. Sicuramente, il successo che hanno ottenuto durante l’ultimo concerto non può far altro che essere confermato. I biglietti sono disponibili su Ticket One. Il concerto si terrà al Pala Arrex di Jesolo, adibito, si spera, per accogliere un gran numero di spettatori.

A 80 anni dalla nascita (1932) e 30 dalla morte (1982), due settimane di eventi dedicati al genio pianistico di Glenn Gould, una delle icone musicali più originali ed affascinanti del Ventesimo secolo di cui sarà possibile ripercorrere la storia come uomo, artista, scrittore, documentarista e sperimentatore.

Paul Banks

The Archieve

Il frontman degli Interpol, dopo l’eordio da solista del 2009 dietro lo pseudonimo di Julian Plenti, torna in Italia per un’unica data in cui presenterà il nuovo progetto che porta il suo nome, appunto, Paul Banks. Banks è il nuovo album in uscita il 23 ottobre: è un lavoro pieno, a tratti enfatico, costruito in verticale su arrangiamenti molto carichi, quasi mai davvero aderenti al timbro esistenzialista di Banks. Che non si fa un favore, coprendosi e marcando gli archi, potenziando l’apparato orchestrale e “dopando” la batteria. Si sente il desiderio di dimostrarsi più arty rispetto alla band madre, infilando due pezzi strumentali e inserendo uscite inattese in mezzo ai brani. Il concerto si terrà ai Magazzini Generali (Milano). Biglietti in vendita su TickeOne.

Il mini tour italiano degli Archive partirà sempre il 22 novembre, ma da Roma anziché da Roncade. Saranno così due le date nella Capitale, la nuova e prima in ordine cronologico all’Orion e la seconda al già annunciato Circolo degli Artisti, ormai sold out da qualche giorno. La grande richiesta di biglietti ha portato la band ad anticipare l’arrivo a Roma per soddisfare la passione dei propri fans.

01/02/2013

La rassegna offre l’opportunità, presso il MUSA, Museo degli Strumenti Musicali, di approfondire altri aspetti dell’uomo e dello artista Glenn Gould attraverso una mostra con filmati, fotografie e documenti audio inediti. Nello Spazio Risonanze, musicisti, musicologi e giornalisti daranno vita ad una serie di incontri su temi ed aspetti peculiari del pianista canadese e ad un’introduzione all’ascolto delle Variazione Goldberg.

Dal 22/11

Dopo aver realizzato il doppio cult album “Controlling Crowds Part I & IV”, The Archive annunciano l’uscita del prossimo lavoro in studio, dal titolo “With Us Until You’re Dead” e una serie di nuove date in Europa, tra cui tre tappe nel nostro Paese.

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Libri La bellezza, ragione ed esperienza estetica S.Roger “La bellezza può consolare o turbare; può essere sacra o profana; può essere divertente, ispiratrice, raggelante. Può influenzarci in infiniti modi, ma mai viene considerata con indifferenza: la bellezza esige di essere notata.” Con queste parole il filosofo inglese R. Scruton apre il suo ultimo saggio, una ricognizione al tempo stesso profonda e accessibile sul significato della bellezza e sul posto che essa occupa nella nostra vita. Il punto non è trovare una definizione esaustiva di ciò che piace, ma riflettere sulla nostra esperienza della bellezza, trovare il senso delle emozioni che essa suscita. L’autore non si sottrae al confronto con un dibattito culturale e filosofico che ha radici e voci di somma autorevolezza.

Il genio (l’eccellenza attraverso le vite di 100 individui non comuni) H. Bloom

Che cos’è il genio? È un’idea che la cultura materialista del nostro tempo non ama, e che tenta di spiegare, riconducendone la portata, con l’analisi del contesto storico, sociale o culturale, o con il determinismo genetico. Ma per il critico americano Harold Bloom una definizione materialistica del genio è impossibile, dato che il genio è proprio l’aspirazione allo straordinario e al trascendentale che, magari inconsapevolmente, coltiviamo dentro di noi e che alcuni individui hanno saputo realizzare con le loro opere. In questo saggio l’autore limita la ricognizione al campo dei suoi studi, cioè ai geni che hanno scelto la parola come mezzo di espressione.

Sofisticata semplicità G. Clemente La poesia di Giada Clemente ci introduce in un mondo intimo, personale e profondo, ci regala una poesia che nasce da dentro, è una sorta di respirazione: si immette ossigeno e si espelle anidride carbonica. La sensazione che si ha leggendo queste pagine è quella di un viaggio lungo la descrizione delle immagini forti, caratterizzate da tagli netti, improvvisi cambi di tonalità, come se il tutto fosse appena percepito e poi messo in disparte. La quantità notevole di immagini fa pensare ad una scrittrice dall’animo inquieto, ricco di conflitti, di stimoli. Questa inquietudine del resto viene trasmessa al lettore che percepisce questo travaglio interiore, questo bisogno dell’anima di esplodere.

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Il libro del mese

Il film in cui nuoto è una febbre Luigi Abiusi

Ci sono registi di talento, promotori di un cinema di ricerca, che in Italia, a differenza di quanto avviene in altri paesi, come la Francia o la Germania, non vengono distribuiti nelle sale, rimanendo sconosciuti al pubblico. Questo succede nonostante i festival cinematografici di tutto il mondo, inclusi quelli italiani, facciano a gara per aggiudicarsi le loro opere. Affronta questo tema “Il film in cui nuoto è una febbre “ 10 registi fuori dagli schermi”, un libro edito da Caratterimobili e curato da Luigi Abiusi. Il libro, che contiene i testi di dodici critici cinematografici su dieci autori di culto, ci introduce ai lavori di registi come l’argentino Lisandro Alonso o il francese Bruno Dumont, il cui linguaggio è basato su un realismo, libero da giudizi, che risolve la verità delle cose all’interno dell’immagine stessa, la quale viene ad assumere un valore quasi metafisico. “Per me il cinema è ciò che permette di far posto allo straordinario nello ordinario e di lasciar percepire ciò che vi è di divino negli uomini, di provarlo”, ha detto Dumont. Invece, nei film del thailandese Apichatpong Weerasethakul, vincitore nel 2010 della Palma d’oro a Cannes con “Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti”, si intrecciano elementi realistici con momenti visionari.

Luca Vaglio

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Esiste ancora la Bellezza? di Gianmario Andreani

Credo che a ogni professore di estetica o critico di arte sia capitato, dopo una conferenza, l’imbarazzante domanda: ma esiste ancora il bello? Che fine ha fatto, nel Novecento, nella nostra contemporaneità, questo antico paradigma su cui per millenni si è fondato il sistema dell’arte o, meglio, dei sui apparati giudicativi? Ora, con il libro di Federico Vercellone, ammirevole per lucidità storica e chiarezza di intenti teorica, sarà più facile per noi tutti offrire una risposta. Senza dubbio, non esiste “una sola”, ma tutte quelle possibili si innestano nel quadro che Vercellone disegna. Nel libro di Vercellone infatti ben comprendiamo che l’estetica è la disciplina filosofica che nel Novecento, assumendo totalmente l’eredità del secolo precedente, da Goethe ai Romantici, più si è interrogata su se stessa e sul suo rapporto con l’arte. Senza dubbio, sul piano storico, il rapporto è soltanto indiretto: non solo perché l’estetica significa “teoria della sensibilità”, ma in quanto i suoi rapporti si sono svolti, dal Settecento quando è stata battezzata sino ad oggi, con i concetti generali di gusto, genio, bello, sublime più che con la singolarità delle opere d’arte. E, quando ha incontrato l’arte - come con l’idea di simbolo in Kant o con la questione della morte dell’arte in Hegel - si è trovata con essa in conflitto, sempre più distante dalla sua vita concreta. Come lucidamente disegna il volume di Vercellone, il Novecento ha, se possibile, reso ancora più evidente, e dunque più drammatica, questa situazione. Forse perché l’estetica stessa

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vive in questo secolo un momento di crisi e di frammentazione, non sempre ha compreso le scissioni che attraversano il mondo delle arti, come non mai frantumato tra idee e movimenti espressivi, così numerosi da non poter essere raccolti intorno a idee unitarie e, forse, neppure storicizzati. È per questo motivo che è dovere di tutti, non solo degli ‘specialisti’, interrogarsi su cosa sia accaduto e perché mai i filosofi, a differenza di quel che accadeva con Diderot nel Settecento, sempre meno discutano intorno alle esposizioni artistiche, intorno alla vita concreta dell’arte, alle sue istanze teoriche, sociali o , come ben scrive Vercellone, ecologiche. O, quando lo fanno, troppo spesso si perdano anch’essi nella molteplicità delle critiche e nella banalità della società dello spettacolo. Il libro di Verceloone ci permette di uscire da questa ‘deriva’ perché comprende il cuore del problema: Si è verificata la perdita di un centro, di quel centro che era stato per secoli il grande paradigma del legame tra estetica e arte, cioè il concetto di Bellezza.La Bellezza classica, non solo quella antica, ma quella incarnata nelle forme di Canova, di Goethe, di Winckelmann non si trova più nell’arte e non si sa più vedere in essa quella ‘promessa di felicità’ di cui parlava Boudelaire. Questa diagnosi porta ad una domanda ‘drammatica’, che è il nucleo segreto del libro: ma allora, perduta la bellezza, intorno all’arte non si può più ‘pensare’? Le opere non possono più essere occasione per presentare forme, emozioni, ideali compositivi? L’unitarietà armonica della forma, la piacevolezza, l’euritmia sono davvero gli unici valori dell’arte, quelli che il Novecento ha ucciso e che frammentano ogni riflessione intorno ad essa? forma, la piacevolezza, l’euritmia sono

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davvero gli unici valori dell’arte, quelli che il Novecento ha ucciso e che frammentano ogni riflessione intorno ad essa? Il tentativo di rispondere a queste domande ape allora alcune prospettive che l’estetica ha faticosamente percorso cercando nell’arte - simbolo di una nuova unità - un “paese fertile” (per usare una espressione di Klee). E disegnando per se stessa un destino che non sia quello di giustificare la molteplicità delle poetiche, degli stili e delle forme, bensì di riconoscere gli elementi che costituiscono i suoi attuali statuti. L’arte, scrive Valéry, è risultato di una ‘combinazione’ tra il caso e la necessità: forse lo è sempre stata. Ma oggi ha la consapevolezza di questo suo destino: ed è parte da essa che può superare l’assenza di unità con il pensiero filosofico. Fondamentale a questo scopo è appunto il libro di Vercellone: partendo dal presupposto, autenticamente importante, che la misura intrinseca alla bellezza e al cosmo che la rappresenta rinvia ad un aspetto ‘ecologico’, cioè all’abitabilità di questo stesso cosmo, si interroga come con esso ci si sia ‘rapportati’ negli ultimi cento anni e come alcune problematiche che si sono evidenziate possano essere affrontate e risolte. IL tramonto romantico della bellezza, la sua riconsiderazione apiretica da Nietzche ha Splenger, il ruolo tormentato e spesso contraddittorio rivestito dall’idea di ‘moderno’ e dalla presenza delle cosiddette Avanguardie storiche, le considerazioni critiche sulla filosofia dell’arte (e sul suo rapporto con l’estetica) che in ambito post-hegeliano e post-fenomenologico sono state presentate da autori come Adorno e Heidegger (che entro certi limiti rappresentano i primi due corni ‘estremi’ della tendenza che la filosofia ha assunti nel Novecento), la dissoluzione dell’opera, e della sua ‘idea’, e la rinascita dell’esigenza di una concezione ‘antica’ della bellezza sono i temi principali dell’affascinante percorso in cui


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Vercellone accompagna il lettore Al termine di questo percorso ci attendono dunque riflessioni che, come si accennava, non sono ‘astratte’, ma si riferiscono proprio alla possibilità di ‘abitare’ il nostro comune mondo, il cosmo condiviso di cui abbiamo quotidiana esperienza. Le strade indicate da Vercellone non possono dunque essere ignorate perché incarnano il nostro destino. In primo luogo, di fronte ad una ragione omologante dobbiamo riconoscere che, come riconosce l’autore, “un po’ di bellezza non guasterebbe” e si tratterebbe, di conseguenza, di sostituire “a rigore normativo di una legge avvertita come estranea” la “legge obbiettiva del decoro”, quella che - e davvero su queste parole dobbiamo meditare - “innalza l’esistenza e le fornisce un contesto”. In tutto ciò dobbiamo far nostro - socialmente ed ecologicamente nostro - il senso del percorso di Vercellone, in tutta la sua pregnanza ‘simbolica’, capace cioè di unire, nella loro produttiva differenza, istanze che a prima vista parrebbero incompatibili: la bellezza, infatti, malgrado tutto è un “progetto”, ed è questa sue eredità che ancora, e sempre di nuovo, ci compete. Al termine di questo percorso ci attendono dunque riflessioni che, come si accennava, non sono ‘astratte’, ma si riferiscono proprio alla possibilità di ‘abitare’ il nostro comune mondo, il cosmo condiviso di cui abbiamo quotidiana esperienza. Le strade indicate da Vercellone non possono dunque essere ignorate perché incarnano il nostro destino. In primo luogo, di fronte ad una ragione omologante dobbiamo riconoscere che, come riconosce l’autore, “un po’ di bellezza non guasterebbe” e si tratterebbe, di conseguenza, di sostituire “a rigore normativo di una legge avvertita come estranea” la “legge obbiettiva del decoro”, quella che - e davvero su queste parole dobbiamo meditare - “innalza

l’esistenza e le fornisce un contesto”. In tutto ciò dobbiamo far nostro - socialmente ed ecologicamente nostro - il senso del percorso di Vercellone, in tutta la sua pregnanza ‘simbolica’, capace cioè di unire, nella loro produttiva differenza, istanze che a prima vista parrebbero incompatibili: la bellezza, infatti, malgrado tutto è un “progetto”, ed è questa sue eredità che ancora, e sempre di nuovo, ci compete. Gianmario Andreani

Federico Vercellone

Federico Vercellone (Torino, 1955) è professore straordinario di Estetica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Udine. È autore, fra l’altro dei volumi: “Identità dell’antico”, “L’idea del classico nella cultura tedesca del primo Ottocento” (Rosenberg & Sellier, 1988), “ Apparenza e interpretazione” (Guerini, 1989), “Pervasività dell’arte” (ivi, 1990), “Introduzione al nichilismo” (Roma Bari Laterza, 1992), “Nature del tempo”, “Novalis e la forma poetica del romanticismo tedesco” (Guerini, 1998), “Estetica dell’Ottocento” (Il Mulino, 1999).

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Musica Ekstasis Julia Holter Che cos’è l’estasi, quel sentimento religioso che ha caratterizzato la ricerca spirituale di migliaia di monaci medievali? A sentire la conclusiva This Is Ekstasis, la risposta di Julia Holter sembra essere un trasporto rituale che si incastra tra l’ambient, l’avant cameristico, il drone psichedelico, la new age, il free form e un uso isolazionista della tecnologia. Ma il risultato è ben lungi dall’essere un credo inaccessibile. Tutt’altro: il lato più efficace della seconda prova sulla lunga distanza per la compositrice californiana è il suo essere perennemento in bilico tra alto e basso, tra fuga in avanti e capacità di essere sempre decifrabile.

Until the quiet comes Flying Lotus Sempre immerso in una dimensione afrofuturista a metà tra crepuscolo (ovviamente losangelino; come a dire l’hip hop) e pulviscolo (siderale; il free di famiglia), Steven abbandona gli eccessi sperimentali e prog di Cosmogramma per recuperare sapori e cadenze fragrantemente downtempo, se non addirittura lounge (le note di presentazione parlavano oppurtunamente di lullabies). Il focus è sempre su un’idea di fusion elettronica e black che metta assieme radici jazz, mamma Africa, ambience spacey e craftmanship wonky strumentale da stato dell’arte.

Luxury problems Andy Stott Condensare un immaginario di lunga tradizione brit che va dai Cocteau Twins ai Dead Can Dance, via Massive Attack e Everything But The Girl e iniettarlo in un tappeto di scursissimi ritmi groove, techno e deep tenendosi saldo attorno ai 100bpm, può essere un’impresa facilissima o difficilissma. Il mancuniano Andy Stott, artista chiave della Modern Love, è chiamato a un allontanmento dai sensi unici della Berlino di lungo corso, in una direzione fertilissima legata al soul singing (paralleli con l’Untrue buraliano e confronto diretto con il James Blake omonimo).

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Il disco del mese

Takk Sigur Ròs

È difficile descrivere a parole la musica dei Sigur Ros, non c’è forma canzone, non ci sono schemi, ma solo estesi tessuti sonori che si adagiano ad un paesaggio naturale che solo un islandese può descrivere così bene. La loro è musica per attimi eterni, notti ricche di sogni, emozioni dilatate che sfociano in esplosioni: il suono di ghiaccio e la lava che si scontrano giornalmente in quell’isola vicino al Polo Nord. “Takk”, il loro terzo disco, conferma il classico stile psichedelico-onirico dei Sigur Ros, i quali, dopo l’eccesiva dilatazione espressa in “()”, sono tornati a qualcosa che è ora più vicino alla forma-canzone, sempre se di questo si può parlare nel loro caso. Ciò che stupisce di questa formazione è la naturalezza con cui riescono a maneggiare così facilmente le emozioni, mescolando crescendo chitarristici, piccole melodie da carillon, archi e il falsetto, infantile e sgraziato del cantante. Ed è così che, ancora una volta, le undici canzoni contenute in “Takk” (grazie in islandese) i Sigur Ros portano l’ascoltatore nel loro mondo incantato e rallentato senza quasi mai annoiare. E si rimane avvolti dal lento ma potente incedere di “Glósóli” (il primo singolo estratto dall’album), dalla maestosa melodia di “Hoppípolla” e dalla dolcezza di “Sé lest”.

Giuseppe Fabris

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Mete La libreria del viaggiatore Via del Pellegrino, 78 (Roma) Potrebbe essere protagonista di uno di quei film americani in cui la piccola libreria di nicchia resiste alla concorrenza dei grossi marchi, questa chicca nel cuore della capitale. In una viuzza di ciottoli a pochi passi da Campo de’ Fiori, il minuscolo negozio offre alla lettura un’incredibile quantità di libri, guide, atlanti e cartine sui posti più sperduti del mondo. E ovviamente sulle bellezze di Roma. Il proprietario è sempre pronto ad accogliere clienti (e curiosi) con gentilezza e con indicazioni da prendere al volo.

L’arte del ricevere Via M. Melloni, 35 (Milano) Da un’idea di Francesca Natali (da più di dieci anni imprenditrice in questo campo: per dirne una, ha aperto una delle prime sale degustazione di questa bevanda) una boutique dove acquistare (e assaporare, grazie al tea-bar) tè provenienti da tutto il mondo. Le varietà sono più di 250 (anche biologiche ed equosolidali) ed è possibile ordinarle pure online e poi ritirarle comodamente in negozio. Da L’Arte di Offrire il Thé si trovano poi tutti gli «accessori» del caso: tazze, teiere, dosatori, scatoline di design orientale eccetera.

Pavè Via F. Casati, 27 (Milano) Se volete restare in centro, ma lontano dalla frenesia, se volete fare un salto nel passato, ma restando ben ancorati al presente, se avete voglia di uscire, ma con la sensazione di trovarvi a casa vostra o di amici, allora fate un salto da Pavé. Nato da poco, in zona Porta Venezia, Pavé è un locale che sfugge alle più classiche definizioni: è una pasticceria con laboratorio , è un luogo per la prima colazione, è un locale per una pausa pranzo, ma anche per un aperitivo. Ma soprattutto, è un luogo d’incontro, a tutte le ore del giorno.

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La meta del mese

Il Carapace svelato

(apre la cantina scultura)

Il grande Arnaldo Pomodoro firma la prima scultura pensata interamente per una cantina. Un grande guscio di rame rosso acceso che può sembrare il corpo di un’enorme testuggine o un’astronave contadina. Il tutto per proteggere e celebrare il Sagrantino. Che forma ha il vino? Di certo non solo quella della bottiglia che lo contiene o quella dei sofisticati calici che troviamo in qualche enoteca raffinata. Il vino è uva, vite, vigne, rami, terra, aria, il vino è natura. I 30 ettari di terra umbra tra Bevagna e Montefalco della Tenuta Castelbuono del Gruppo Lunelli sono stati invasi da un’entità di forma sconosciuta che dall’esterno sembra uno strano animale appostato nel mezzo delle colline e dall’interno una nave spaziale in viaggio fra pianeti-vigne. In realtà si tratta del Carapace, cioè la prima scultura dedicata al vino esistente al mondo. All’interno la forma circolare fa sembrare davvero il tutto un disco volante aperto e luminoso con qualche inserto futuristico che gioca con un progetto luci visibilmente ricercato. Perfino il bancone rosso ha una forma semi circolare e il tutto rimanda proprio a un cerchio che si chiude: quello fra vino, architettura e natura. In un connubio multisensoriale davvero prezioso.

Alessandro Zonin

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Villa d’Este: l’eccellenza TheTelegraph, Fobes e Condé Nast Traveller l’hanno eletto miglior hotel. Il suo segreto? Storia, bellezza e tradizione, con un occhio sempre attento al futuro.

Ma è vero che il più bell’albergo al mondo è italiano? Secondo i lettori del Telegraph la regina della bellezza è Villa d’Este a Cernobbio, sul lago di Como, già vincitrice nel 2010 del premio assegnato dai lettori di Condé Nast Traveler per le migliori 20 destinazioni in Europa e, l’anno prima, del World’s best Hotel stilato dalla rivista americana Forbes. Del resto,Villa d’Este ha tutto: bellezza, panorama e servizio al top, per non parlare della sua storia. Fu costruita nel 1568 come residenza estiva di Tolomeo Gallio, ricco Cardinale con la passione dell’arte, e acquistata nel 1815 da Carolina di Brunswick, Principessa di Galles e sposa del re Giorgio IV d’Inghilterra. Hotel, di gran lusso, lo è diventato una sessantina d’anni più tardi. Subito l’aristocrazia europea (la Villa era tappa immancabile del Grand Tour) si contese, insieme alle star di Hollywood, un posto nella leggenda, viziata da un servizio d’eccezione e, soprattutto, da un ambiente così bello da essere Monumento nazionale italiano. Saloni sontuosi dalle volte decorate, stucchi, arcate, lampadari di Murano e innovazioni high tech che rispettano l’eleganza degli ambienti senza tralasciare

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i comfort più moderni, come il televisore satellitare e il wi-fi. Ma Villa d’Este, da tempo, è anche il luogo prescelto dagli imprenditori, che ogni anno qui si danno appuntamento per il workshop Ambrosetti.Villa d’Este è una tradizione, un mix internazionale di politici del momento, economisti star (come Nouriel Roubini o Niall Fergguson) e, naturalmente, banchieri e rappresentanti del mondo della finanza. Ma tra gli eventi di rilievo c’è anche il Concorso d’Eleganza Villa d’Este, dal 1929 dedicato alle auto d’epoca, e il World Wine Symposium, più noto come “Davos du vin”, organizzato dal Grand Jury Européen du Vin”: un thinktank (quest’anno dall’8 al 10 novembre) per riflettere e discutere, con operatori (produttori, buyer e distributori, economisti, winemaker, critici e, in genere, opinion maker del mondo del vino) provenienti da tutto il mondo. Barbara Guidotti


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Cinema L’albero della vita di Terrence Malik Il merito di Malick è di condurre lo spettatore in un viaggio extracinematografico, utilizzando però armi convenzionali del cinema: un montaggio di suoni, immagini, musica. Il regista texano vola alto, anzi altissimo per sollevare il suo sguardo sull’universo. Realizza un requiem sulla morte e sulla vita. La forza di Tree of Life è allo stesso tempo il suo difetto ovvero quello di concedere allo spettatore una sola possibilità: o abbracciare o abbandonarsi completamente a questo viaggio oppure rinunciare a tutto e tornare a casa. Questo di Malik è unn film da un colpo solo: prendere o lasciare.

Piano, solo di Riccardo Milani

Ecco uno dei tanti film che ci ricordano la dialettica tra il Vero e la sua Rappresentazione. La scommessa era alta, ambiziosa, nobile. Tutto del film dice di una forte e bella tensione al raggiungimento di un risultato convincente, emozionante e di autenticità. Pur senza alcuna vistosa inclinazione al cliché “genio e sregolatezza”, in Luca Flores (il protagonista del film biografico) talento artistico, sensibilità e dolore, autolesionismo e manie di auto colpevolizzazione hanno fatto tutt’uno. Un film intenso che si dà come obiettivo l’eccellenza nella narrazione.

Dopo mezzanotte di Davide Ferrario Il nuovo film di Ferrario parte da questi tre personaggi e vuole essere un omaggio al cinema: in primis il cinema muto di Buster Keaton, di cui è debitrice la figura del maldestro Martino e la sua storia d’amore con Amanda. Il secondo grande debito è con François Truffaut, soprattutto col film “Jules et Jim”, citato nella pellicola di Ferrario e esplicitato nel ménage à trois della trama. È un film a basso costo, di quelli che gli americani chiamano low budget, in cui il regista si impegna anche nel ruolo di produttore e sceneggiatore.

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Il film del mese

La dolce vita Federico Fellini

Dolcemente amara è la prigionia intellettuale a cui si costringe Marcello (magistralmente interpretato da un indimenticabile e indimenticato Marcello Mastroianni), che ancora sogna di poter divenire un giorno uno scrittore affermato. Egli è invece immerso nella “dolce vita” romana, speranzoso di regalarsi ogni notte illusori stralci di felicità, tra feste, avvenenti attrici, amanti, prostitute e locali notturni. Un film affascinante anche per i suoi contrasti, i silenzi di scene più introspettive si alternano ai fragori di via Veneto, il buio delle notti, a luci di albe soavi, allo stesso modo le letizie di una notte trascorsa in un locale notturno in compagnia di seducenti ballerine, si contrappone al triste rimpianto per Marcello, di non aver mai davvero conosciuto il padre. Forse la purezza che Marcello cercava è racchiusa in quella mano che gli viene protesa dalla giovane fanciulla, nel chiarore dell’aurora sulla spiaggia, forse troppo tardi perchè egli possa davvero riconoscerla. Un capolavoro inizialmente contestato, ma che fungerà da spartiacque nella storia del cinema italiano, il film si separa definitivamente dalla tradizione del neorealismo per raccontare un’ Italia nuova, che si allontana da valori antichi per far spazio ai sogni alle illusioni alle speranze di una “Dolce vita”. Da riguardare.

Giordana Biagio

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Paolo Sorrentino “Mi sento influenzato solo da Fellini e Scorsese, per la loro visionarietà ma anche per la loro ironia” di Piero Spila Bruno Torri

Tu hai cominciato a fare cinema girando subito dei film di fiction, senza passare per la strada del documentario o del praticantato sul set. Come sono stati i tuoi inizi? Mi sono avvicinato da spettatore, e poi ho pensato che il cinema fosse un’attività che richiedeva solo un buon dilettantismo per cominciare, e dunque mi è sembrata una cosa possibile per me.Voglio dire che per iniziare a fare cinema non occorre essere dotati preliminarmente di una grande tecnica, come ad esempio per suonare la chitarra o per dipingere o fare una scultura. Mi ero fatto l’idea che il cinema potesse essere il rifugio del dilettante, e che era divertente mettermi alla prova. Quando ti sei trovato sul set del primo film, Un uomo in più, che impressione hai avuto? Ti sei confermato nelle tue idee? Il primo film si fa sempre un po’ da incoscienti, ed io ero assolutamente impreparato. In realtà, in precedenza avevo già fatto un cortometraggio, d’accordo con il mio produttore che voleva farmi prendere un po’ di dimestichezza con il lavoro del set, ma il lungometraggio è tutta un’altra cosa.

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“Evitando generalizzazioni fastidiose, posso dire che tendenzialmente non amo gli attori. Spesso ci sono in loro alcuni elementi del carattere che non sopporto” La difficoltà maggiore sta nella lunghezza del lavoro, e dunque nella capacità di riuscire a stare sul set per sette-otto settimane con la stessa concentrazione e lucidità. E’ una grande prova di nervi. Truffaut diceva che il regista è quello che ha la capacità di tenere tutto unito, e aveva perfettamente ragione. Da questo punto di vista il mio primo cortometraggio era stato una palestra molto relativa perché aveva richiesto solo cinque giorni di riprese. Il fatto che L’uomo in più era suddiviso in due racconti del tutto autonomi forse dipendeva anche da questo fatto. Il film si basava sull’idea dell’omonimia, del

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caso che può decidere una vita, e questa idea era declinata in due storie diverse. Certamente, però, era presente anche una forma di paura. Adesso dico una cosa che può sembrare una battuta, ma non lo è: la mia paura era che potessi fare quel primo film e mai un secondo, e allora dato che avevo la possibilità di raccontare due storie ne ho approfittato. E’ interessante l’accenno che hai fatto prima sul dilettantismo. Procedendo nella carriera cosa è cambiato di più nel tuo modo di lavorare nel cinema? Certamente col tempo si apprendono molte cose e le esperienze maturate girando un film sono utili per il successivo, ti aiutano


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canovacci tecnici che servono come guida a non commettere gli stessi errori, che poi per le riprese. Per quanto riguarda invece lo magari fai lo stesso, perché i film sono semstile, la ricerca di una forma, credo di essere pre dei prototipi. Procedendo nella carriera piuttosto autonomo. Più in generale, mi certe cose diventano più chiare, si acquista sento influenzato solo da maggiore consapevolezza. consapevolezza. La mia paura era che Fellini e Scorsese, per la loro Ad esempio, esempio,all’epoca all’epocadi di visionarietà ma anche per la potessi fare quel primo più,lala fotografia fotografia L’uomo in più, loro ironia. Ad esempio, il vero mi sembrava sembravache cheandasse andasse film e mai un secondo. rappresentante della commerivedendoililfilm film bene, oggi rivedendo dia all’italiana io credo che sia Fellini, i suoi capisco che poteva essere diversa, non dal film mi hanno sempre fatto ridere di più di punto di vista tecnico, perché Pasquale Mari ha fatto un lavoro eccellente, ma proprio nel- quelli di Risi o Monicelli. Anche Scorsese ha la sua impostazione. Per fare esperienza però i delle intuizioni film bisogna farli, purtroppo le scuole e la te- ironiche molto belle. oria servono a poco. E c’è da dire poi che nel Nella realizzazione di un film qual è cinema si rimane comunque dei dilettanti, la parte che ti appassiona di più? c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare e Certamente la scrittura, per tante ragioni. Mi da inventare. Ecco, una qualità che un regista piace perché è un lavoro che posso fare da deve sicuramente possedere è l’intuito, persolo, e quindi è piuttosto congeniale alla mia ché i film hanno tempi di lavorazione molto indole. Poi nella fase della sceneggiatura non veloci e non c’è mai il tempo per riflettere esistono limiti, puoi davvero inventare come si dovrebbe e per far decantare le situazioni e personaggi abbastanza soluzioni da adottare. Quasi sempre bisogna liberamente.  Le costrizioni, le rinunce, procedere con l’istinto, scegliendo una cosa semmai verranno dopo. Infine il lavoro di piuttosto che un’altra, e solo successivamente sceneggiatura è stato quello che ho cominc’è il tempo di ragionare e verificare. ciato a fare quando mi sono avvicinato al Nei tuoi film privilegi molto la ricer- cinema. ca e la sperimentazione. E’ sempre Hai detto che ami molto nel cinema la presente un’idea di stile molto forte fase della scrittura, eppure vedendo e personale, al punto che è difficile i tuoi film sono molto importanti le capire quale sia il cinema che ti immagini. abbia più influenzato. E’ così? Senti Che infatti è un’altra forma di scrittura, qualche legame, ad esempio, con la cosiddetta scuola napoletana, oppure importantissima… fai un cinema completamente auQuando scrivi vedi già le immagini che tonomo? devi realizzare, hai un’idea precisa delle La scuola napoletana non direi. Sono stato influenzato da Antonio Capuano, con cui ho collaborato scrivendo la sceneggiatura di qualche suo film. Mi ha influenzato sul versante della scrittura, ad esempio ho fatto mia la sua idea di dare sempre una parvenza romanzesca alle storie, di arricchirle con delle idee letterarie. E’ una cosa particolare perché a volte le sceneggiature sono solo dei

riprese da effettuare? Sì, assolutamente. Il regista nel suo lavoro fa molte cose che sono comuni ad altri artisti, ad esempio sceglie e dirige gli attori ma questo lo fanno anche i registi di teatro, sceglie la musica ma questo lo fanno già i dee-jay, l’unica cosa che fa soltanto lui è di vedere delle immagini quando ancora non esistono, la loro sequenza, il loro ritmo.

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Quanto improvvisi sul set? Nulla. Prima di iniziare le riprese, faccio a modo mio una specie di story board, che per me significa fare un’ulteriore stesura della sceneggiatura, perché certe volte i luoghi in cui devi girare ti parlano in modo molto diverso da ciò che aveviprevisto sul copione.

Il tuo è, per definizione, un cinema d’autore, e infatti tu ami avere il controllo di tutte le fasi della lavorazione. Ti sentiresti, a questo punto della carriera, di fare un film sulla dimensione spettacolare e che in partenza si ponga il problema di incontrare il favore del pubblico?

Faccio un cinema d’autore non perché sono un accentratore, ma perché penso che sul set debba essere solo uno a decidere Se hai immaginato una casa e ti trovi davanti un castello, evidentemente devono cambiare i dialoghi e anche le situazioni. Lo story board non mi serve per ricordarmi di fare un primo piano o un campo lungo, ma per descrivere meglio l’azione una volta che ho presente il luogo dove devo girarla.

Lo farei senz’altro, a patto di farlo come dico io. Faccio un cinema d’autore non perché sono un accentratore, ma perché penso che sul set debba essere solo uno a decidere, anche se è un lavoro di molte persone. Penso che il cinema sia un’attività che escluda la democrazia, in caso contrario quando si


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comincia a dare ragione ad uno e poi ad un altro viene fuori un pasticcio informe che sguscia da tutte le parti. Questa è un’altra caratteristica positiva del cinema, di essere l’unico luogo in cui è possibile esercitare la dittatura senza troppi sensi di colpa. Per quanto invece riguarda il rapporto con il pubblico, è una questione che mi pongo sempre. Credo sia assolutamente anacronistica l’idea di un cinema d’autore come una specie di punizione corporale per il pubblico.

“La Grande Bellezza di Roma” PAOLO SORRENTINO Un set blindato, un giuramento di massima

Tu sei considerato giustamente un po’ il capostipite, insieme con Matteo Garrone, del nuovo cinema d’autore italiano. Ti senti partecipe di un gruppo o sei un autore che persegue la sua strada e basta?

riservatezza da parte di attori, produttori e

Credo che non si possa parlare di un gruppo, almeno secondo le regole classiche date a questa definizione. Un gruppo vero e proprio, con un orientamento comune e con un legame interno, non c’è. Per quanto mi riguarda ho fatto degli sforzi per cercare di creare un gruppo che fosse per quanto possibile coeso e attivo, però senza molto successo, ci sono resistenze di vario tipo, per cui alla fine uno abbandona. Però non mi sento isolato, anzi mi trovo in ottima compagnia non solo con Matteo Garrone, ma anche con Emanuele Crialese, soprattutto con il suo Mondo nuovo, con Vincenzo Marra, che fa un tipo di cinema che non saprei fare ma che mi interessa molto, e con tanti altri ancora di cui ho la massima considerazione.

‘La grande bellezza’, quella della sua città

Piero Spila Bruno Torri

scenografi e due parole sul nuovo progetto in corso. Paolo Sorrentino non si sbilancia e dopo la sua fuga in Irlanda per girare ‘This must be the place’, torna in Italia, nella Capitale, per celebrare con una nuova pellicola adottiva. Insomma, Roma sarà sicuramente la protagonista. ‘La grande bellezza’ sarebbe un omaggio alla Roma di Federico Fellini, alla Dolce Vita riportata ad un oggi caciarone di salotti e pseudo mondanità come quello immortalato nella bibbia horror di cialtroneria, botox e presenzialismo tra politici, palazzinari e finti vip che è il Cafonal di Umberto Pizzi. Il protagonista è Jap Gambardella, (interpretato da Toni Servillo), un giornalista di 65 anni che si occupa del mondo dello spettacolo e racconta la città di Roma attraverso la sua vita mondana e notturna. A Toni Servillo si affianca un cast d’eccezione tra cui Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Isabella Ferrari, Giorgio Pasotti, Luca Marinelli e Carlo Buccirosso. Tra i tanti segreti circa il film, si parla anche di una partecipazione di Angelina Jolie nei panni di se stessa e dell’attore di Miami Vice Luis Tosar, ma il tutto resta ancora top secret. Il film uscirà con Medusa il 13 aprile.

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Alba Rohrwacher di Antonella Carelli

“Una volta finito il Centro Sperimentale di Cinematografia ho iniziato a lavorare facendo piccoli ruoli, e da una cosa ne è nata un’altra.” Caterina è il suo secondo nome, tra l’altro scoperto per caso. Alba quello ormai noto al pubblico. Rohrwacher il cognome difficile da pronunciare. Ma per tutti è il nuovo volto del cinema italiano. Carnagione chiara, capelli tendenti al rosso, occhi dolcissimi, statura minuta, Alba Rohrwacher sembra uscire da un quadro di Botticelli e dai suoi paesaggi toscani, terra da cui proviene. Giovanissima, l’attrice umbra, ma fiorentina d’adozione, ha già conquistato quest’anno alcuni importanti riconoscimenti, come il David di Donatello e il Golden Graal. In due anni un terremoto artistico. Se non sbaglio il conto, ha girato sei film con registi importanti tra cui Pupi Avati, Nanni Moretti, Daniele Luchetti, Anna Negri, e altri quattro di prossima uscita. Come è accaduto tutto questo? E’ accaduto in modo naturale e un poco inaspettato. Una volta finito il Centro Sperimentale di Cinematografia ho iniziato a lavorare interpretando piccoli ruoli, e da una cosa ne è nata un’altra.

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“Credo che la bellezza sia una condizione dell’anima e quindi anche del corpo: sta in uno sguardo, in un modo di muoversi.”


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Lei è una delle giovani attrici più richieste del momento. Come vive questo improvviso successo? Sono consapevole di avere una grande fortuna, quella di poter fare il lavoro che amo, ma non credo che la mia vita sia cambiata. L‘impegno è lo stesso, come la voglia di partecipare a progetti in cui credo. E, da un certo punto di vista, avverto un maggior senso di responsabilità. In “Io sono l’amore” il regista Luca Guadagnino l’ha voluta nel ruolo della figlia di Tilda Swinton. Com’è stato lavorare accanto a un’icona del cinema? Tilda è una grande artista, un’attrice camaleontica, sempre presente e molto intelligente. Confrontarsi con lei è una grande crescita, e starle accanto è stata un’opportunità importante per la quale sarò sempre grata a Luca. Ha dei modelli di attrice? Oltre alla Swinton, amo Monica Vitti, Meryl Streep, Isabelle Huppert, e fra le italiane Francesca Neri e Valeria Golino. Il suo è un volto particolare. Come vive il suo rapporto con la bellezza? E cos’è per lei la bellezza? Credo che la bellezza sia una condizione dell’anima e quindi anche del corpo: sta in uno sguardo, in un modo di muoversi, e anche nelle imperfezioni di cui è pieno il mondo. Importante secondo me è non conformarsi ad un unico modello di bellezza ma trovare la propria. Essere femminile per me significa rivolgersi al mondo con cura e accoglienza, cercando la via della collaborazione più che quella dell’aggressività.

Sul red carpet del Festival del Cinema di Venezia aveva un look semplice e naturale. Come vive l’eleganza? Amo le cose semplici ed eleganti, ma dipende anche dai periodi, dall’umore, dalle occasioni. A Venezia è stato bellissimo perché il vestire diventava un gioco. E che rapporto ha con la sua immagine? Sto imparando che anche questo fa parte del mestiere, spero di riuscire a viverlo con leggerezza, senza prenderlo troppo sul serio. Scattare le foto per un servizio su “Io donna” è un evento che due anni fa avrei vissuto con fatica, ansia, mentre adesso ho il ricordo di un piacevole pomeriggio passato assieme a Fabio Lovino, un fotografo che stimo molto. Qual è il complimento che le ha fatto più piacere ricevere? E’ stato quando alla fine della proiezione di “Riprendimi” una ragazza commossa mi ha detto “grazie, hai raccontato la mia storia”. Inizia col teatro, ma il cinema l’ha scoperta e catturata.Vorrebbe tornare sul palcoscenico? Certamente, ho già dei progetti. In generale credo che i due mondi siano collegati, sono due passioni che si alimentano a vicenda. Antonella Carelli

“Il comandante e la cicogna” Silvio Soldini torna alla commedia con intento critico nei confronti dell’attuale società italiana. Con Valerio Mastandrea, Alba Rohrwacher, Giuseppe Battiston, Claudia Gerini e Luca Zingaretti.

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LA LAMPADA CHE ARREDA

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La lampada che arreda SOS arredo: ecco tante idee illuminanti. di Francesca Gugliotta

Grandi, anzi grandissime. Sono le lampade formato “XL”, sculture di luce che, se da un lato illuminano grandi ambienti, dall’altro arredano in modo originale, moderno o elegante gli spazi. Da terra, queste grandi luci possono essere posizionate in centro alla stanza, oppure tra una sezione e l’altra della casa come elementi divisori. Ma anche a un angolo, se i metri quadrati a disposizione sono ridotti. Per fare qualche esempio, basti pensare a Caboche di Foscarini, alta ben 178 centimetri (e larga 70), che, grazie al diffusore composto da piccole sfere, moltiplica la diffusione della luminosità. Oppure Twiggy, sempre di Foscarini, dalle dimensioni importanti attenuate da un corpo esile e slanciato, che decentra il punto di illuminazione, quasi come un arco. Decorativa è invece Queen Titania di Luceplan, soprattutto se scelta nella versione colorata Sono lampade adatte a ogni spazio, dal moderno al classico, e soprattutto a ogni tasca: c’è quella che costa più di 5mila euro, come Genesy progettata dall’eclettica designer Zaha Hadid per Artemide, lampada monomaterica in poliuterano espanso stampato a iniezione; e c’è invece quella da 300 euro circa, come Toobe di Kartell, un tubo estruso dal particolare effetto sfumato.

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Le lampade XL “vestono” bene gli interni, ma possono sconfinare anche negli esterni, grazie a materiali resistenti all’acqua come ai raggi Uv, e a strutture a prova di temporale, per attrezzare e illuminare giardini, terrazze, bordi piscina. Tra i tanti modelli, vi proponiamo Tulip di Myyour, in polietilene, Grande Costanza di Luceplan e Super Archimoon di Flos nella versione outdoor.

Genesy di Artemide

5980 euro Grandi, anzi grandissime. Sono le lampade formato “xl”, sculture di luce che, se da un lato illuminano grandi ambienti, dall’altro arredano in modo originale, moderno o elegante gli spazi.


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L'A(BC) della sedia

Il rapporto tra struttura e forma e l’applicazione sperimentale dei materiali sono tra i temi centrali nel lavoro dei designer di Stoccarda Markus Jesh e Jurgen Laub. Entrambi i criteri rappresentati nel progetto della nuova A-chair, disegnata per l’azienda tedesca Brunner e appena presentata all’Orgatec di Colonia. Il telaio, tracciato come un’essenziale ‘A’ maiuscola, è realizzato in alluminio pressofuso o in plastica; quest’ultima versione è stata sviluppata in cooperazione con BASF.

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Studio Museo Achille Castiglioni Conservare tutto questo patrimonio in chiave moderna. di Daniele Curti

Nel gennaio 2006 gli eredi di Achille Castiglioni hanno firmato un accordo quinquennale con la Triennale di Milano perchè lo Studio Museo Achille Castiglioni fosse aperto al pubblico e continuasse il suo lavoro articolato e intenso di archivio. Visto il successo di pubblico di questi anni, più di 20.000 visitatori, la famiglia Castiglioni desidera continuare a condividere con i visitatori il luogo e le storie in esso custodite. Per questo motivo e per gli innumerevoli progetti in cui è coinvolto, lo Studio Museo Achille Castiglioni sta intraprendendo l’iter necessario per trasformarsi nella Fondazione Achille Castiglioni. Il programma previsto è quello di catalogare, ordinare, archiviare, digitalizzare i progetti, i disegni, le foto, i modelli, i film, le conferenze, gli oggetti, i libri, le riviste, insomma tutto un mondo dentro il quale ha lavorato in più di 60 anni di attività, prima con il fratello Pier Giacomo, dal 1968 in poi, da solo. Questo lavoro viene gestito dalle due collaboratrici storiche dello studio che hanno lavorato a stretto contatto con Achille Castiglioni per più di 20 anni, Antonella

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Gornati e Dianella Gobbato. Conservare tutto questo patrimonio in chiave moderna significa catalogarlo per renderlo disponibile e fruibile al pubblico più vasto. Contemporaneamente lo Studio Museo dal martedì al sabato gestisce le visite guidate al pubblico, sia ai singoli che a gruppi numerosi. Le visite guidate sono gestite dalla moglie e dalla figlia di Achille Castiglioni, Irma e Giovanna. Questa attività sta diventando molto impegnativa e di rilevante importanza perché permette di condividere il modo di pensare, insegnare e lavorare di Achille Castiglioni. Durante la visita sono mostrate le 4 stanze dello studio: la stanza dove sono conservati i prototipi e i modellini, la stanza adibita ai tecnigrafi e a varie curiosità, la stanza dove si possono vedere gli oggetti anonimi che Achille Castiglioni ha raccolto durante la sua vita e che portava a lezione al Politecnico di Torino prima e di Milano dopo, per parlare attraverso essi dei temi importanti sul design ed infine la sala delle riunioni dove sono raccolti oggetti di design che abbracciano un ampio arco di tempo.


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La casa museo di Alberto Moravia Un soggiorno dove i libri fanno a gara coi dipinti alle pareti per contendersi il primato di preziosità artistica e culturale. di Irene Scalise

É il soggiorno romano dell’ultimo piano di lungotevere della Vittoria 1, dove il grande scrittore Alberto Moravia visse dal 1963 fino alla sua morte (1990), convivendoci prima con Dacia Maraini e poi con Carme Llera. L’appartamento, che è oggi sede dell’Associazione Fondo Alberto Moravia, dal 1 dicembre si trasforma in una Casa Museo aperta al pubblico, grazie ad una donazione fatta dai suoi eredi alla città di Roma. «Mi sono battuta tantissimo e per oltre 20 anni affinchè una citta come Roma possa conoscere e far conoscere la casa di Moravia, scrittore romano che alla capitale ha dedicato grande parte della sua attività di scrittore» ha detto Dacia Maraini in occasione dell’apertura della casa al grande pubblico. Un lascito lodevole che non ha fortunatamente trasformato l’abitazione in un luogo espositivo: l’appartamento non è stato modificato e continua a conservare la sua struttura originaria, che si snoda in diversi ambienti uniti da due corridoi. Anche l’arredo e lo stile è lo stesso del suo ex padrone di casa: lo si evince inizialmente nel salotto pieno di libri e con l’ampio terrazzo che affaccia sul Tevere per poi continuare ad essere mantenuto anche nella cucina stile anni Settanta, nella camera da letto e

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nello studio, chiudendo gli occhi, non si fatica ad immaginare Moravia intento a battere i tasti della Olivetti 82 che troneggia sulla regale scrivania di legno realizzata dall’amico scultore Sebastian Shadhauser. Il filo comune di tutte le stanze è la grande quantita di libri: cataloghi e saggi sulle arti visive, libri di politica, saggi sulla psicanalisi, romanzi e letteratura anche di culture extra-europee. Numerosi anche i dipinti e i ritratti realizzati di artisti amici poi diventati protagonisti della storia dell’arte visiva: da Renato Guttuso a Mario Schifano passando per Giulio Turcato, Corrado Cagli e anche per i dipinti della sua sorella pittrice Adriana Pincherle. Le tracce di un’esistenza spesa a servizio della scrittura e della cultura si ravvisano anche nei numerosi oggetti e nella collezione di maschere tradizionali che Moravia portava con sé da ogni suo viaggio in Africa, in Asia e dall’America del Sud. La Casa Museo di Alberto Moravia si visita soltanto su prenotazione obbligatoria con visita guidata da mercoledi 1 dicembre a sabato 4 dicembre e poi venerdi 10, mercoledi 15, venerdi 17 e mercoledi 22 (orario 1011). Per le prenotazioni chiamare il numero 06.42888888. La durata della visita è di circa 30 minuti.


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Produrre raffinatezza

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Uno degli scenari possibili per il sistema produttivo italiano è l’accentuazione dell’elevata qualità e dell’unicità delle proposte. In tale filone si iscrive il progetto avviato da MarinaC, realtà specializzata nella home couture di alta gamma. Un’impresa che oltre che italiana, è decisamente milanese: a cominciare dallo show-room di via Moscova, affacciato sul sagrato della Chiesa di San Bartolomeo e straboccante di raffinatezza (e anche di tovaglie, lenzuola, asciugamani).


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Sulla Semplicità di Steven Bradley

“La semplicità è la definitiva forma di sofisticatezza” - Leonardo da Vinci

Rudolph Arnheim, nel suo libro “Art and Visual Perception”, fa notare che la maggioranza delle persone percepisce e interpreta forme complesse e ambigue come le più semplici possibili. C’è qualcosa di innato in noi che preferisce il semplice al complicato. Partiamo cercando di dare una serie di definizioni di semplicità: . libertà intrinseca dalla complessità o divisione in parti; . assenza di pretenziosità o ornarmenti; . metodo di espressione diretto. La semplicità sta tutta nel sottrarre l’ovvio aggiungendo una forte pregnanza di significato, rendere qualcosa più semplice da comprendere. La semplicità raggiunge il nucleo di un elemento e comprende che cosa esso sia veramente, collegandone ogni sua parte con coerenza non indifferente. Noi riconosciamo il semplice quando lo incontriamo, quando lo tocchiamo, quando lo usiamo; e se c’è una cosa di cui ci rendiamo conto è che raggiungere questa sensazione di metafisica semplicità è davvero complicato. “La semplicità non è solo uno stile visivo, minimalismo o assenza di confusione; implica il fatto di dover scavare a fondo nella complessità dell’essere per diventare semplice e puro. Bisogna realmente comprendere l’essenza del prodotto per riuscire a liberarsi delle parti che non sono essenziali.” - Jony Ive

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“La natura ama la semplicità e l’unità.” Johannes Kepler

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Da un sondaggio del 2011 della Consumer Electronics Association, è emerso che l’87% degli intervistati ritiene la semplicità d’uso la caratteristica più importante per quanto riguarda l’approccio alle nuove tecnologie. La semplicità non va però confusa con l’usabilità anche se design semplici sono più immediati da utilizzare. Secondo il principio delle scelte, fornire meno possibilità genera una maggiore probabilità che tutte le opzioni vengano prese in considerazione. Ogni opzione addizionale rende il processo di scelta più complicato. “La perfezione non viene raggiunta quando non c’è altro da aggiungere ma quando non c’è altro da togliere” - Antoine de Saint Exupery Design e forme semplici tendono ad essere più piacevoli esteticamente. La semplicità è più accessibile: ci aiuta a terminare qualsiasi operazione più velocemente, con più immediatezza e con più efficenza, garantendo un uso minore di istruzioni. Basti pensare alla grande popolarità di servizi come Instapaper e Readability e chiedersi come mai siano così acclamati. Una delle ragioni principali è l’omissione tutto ciò che è ornamentale e inutile, lasciando soltanto i contenuti lineari e essenziali. Rendono la fruìbilità dei contenuti alla portata di tutti. Lo scrittore e imprenditore svizzero Alain de Bouton ha osservato che ogni società tende a creare elementi che mancano nella data epoca o nel dato ambiente. Non c’è da stupirsi se la semplicità è l’obbiettivo del nostro tempo: più le nostre vite diventano complesse più bramiamo semplicità. Il primo passo per raggiungerla nel design è, proprio come dice Jony Ive, di scavare a fondo. Bisogna capire cosa sta nel nucleo, qual è l’essenza di ciò che si vuole trasmettere, costringersi a filtrare tutte le informazioni per capire cosa sia veramente necessario.

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Giles Colborne, ideatore dell’applicativo “Slideshare” (offre agli utenti la possibilità di condividere pubblicamente o privatamente presentazioni PowerPoint, documenti Word e i porfolio in PDF), propone tre linee guida per avvicinarsi alla semplicità nel design lasciandosi alle spalle la boriosa complessità. . Rimuovi le caratteristiche. Non è abbastanza rimuovere in modo casuale, ci vuole una riduzione ponderata e calcolata. L’idea è quella di eliminare ciò che non serva all’uso concreto e che non aggiunga informazioni significative all’essenza del prodotto che si sta progettando. Bisogna però tener presente che non tutto può essere rimosso, avere una quantità troppo ridotta di informazioni può aumentare la complessità d’uso. . Nascondi le caratteristiche. Alcuni dettagli non hanno bisogno di essere rimossi nonostante non richiedano la nostra costante attenzione. La decisione giusta da prendere è quella di camuffare le caratteristiche che al momento non sono rilevanti e trovare un modo di renderle facilmente reperibili all’occorrenza, bisogna applicare il processo di scoperta progessiva. . Raggruppa le caratteristiche. Questa operazione può essere messa in atto raggruppando le caratteristiche in sezioni facili da reperire. La tecnica del gruppo permette di facilitare la ricerca focalizzando l’attenzione solo su ciò che si vuole recuperare più rapidamente. Questo permette di organizzare i contenuti, allineare gli elementi, creare ordine attraverso griglie e sfruttare il principio della vicinanza degli elementi. La verità profonda, per fare qualunque cosa, per scrivere, per dipingere, sta nella semplicità. La vita è profonda nella sua semplicità. - Charles Bukowski


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“Rendi tutti gli elementi che compongono il tuo progetto i più semplici possibile, così da non dover rinunciare a nessuno di questi a causa della difficoltà di comunicazione” - Albert Einstein L’aforisma di Einstein riassume bene l’obbiettivo della semplicità nel design: - cercare di cogliere il l’essenza dell’esperienza - assicurarsi di non interpretare in modo scorretto l’anima fondamentale del processo, la semplicità si raggiunge tramite l’unità e la coerenza di tutti i contenuti; l’armonia deve percepirsi in ogni parte del progetto. Quando le parti non sono in armonia generano distrazioni che a loro volta creano complessità. L’estetica generale deve viaggiare sulla stessa linea del cuore del progetto.

Il trucco è quello di iniziare con un approccio minimalista e a poco a poco aggiungere solo le idee che mantengano l’unità del piano. Alla fine della sua presentazione Colborne propone due leggi della semplicità: . La complessità non è mai completamente eliminabile, è semplicemente ridotta e dislocata. Bisogna domandarsi quale sia la sua posizione ideale per non danneggiare il progetto. . La semplicità è un’esperienza, un’esperienza che avviene tra le mani del fruitore finale del progetto; è l’opinione dell’utente che stabilisce se la semplicità è stata raggiunta in modo efficace. Riusciamo ad attivare la semplicità prendendo il tempo per capire l’essenza o nucleo di ciò che stiamo progettando e poi facendo del nostro meglio per valorizzarne l’essenza senza essere ridondanti. Steven Bradley

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Alto Adige:

Valle Aurina Quando la montagna incontra la bellezza senza tempo. di Maddalena De Bernardi

Da San Pietro e Predoi a Lutago, Rio Bianco o San Giovanni, la Valle Aurina si dipana in un minuscolo reticolo di punti sulla mappa che improvvisamente sbocciano nella bellezza rarefatta di borghi perduti in un tempo differente, in cui la natura intesse l’intricato messaggio di una cultura intensa. Non mancano le occasione per dedicarsi alle attività sportive: sci, nordic walking, pattinaggio, snowboard e arrampicata sono solo alcuni degli sport in cui tuffarsi con un brivido di adrenalina, attraverso gli splendidi scenari di luminosa bellezza del territorio tra Brunico e Campo Tures, mentre la Valle Aurina si estende, bruciante e impavida, da Campo Tures a Casere. Questa valle, racchiusa tra le cime scintillanti dell’Alto Adige, è circondata da giganti montuosi che sfiorano i tremila metri. La natura selvaggia dei boschi e la rarefatta pace dei pascoli alpini si intridono in un immaginario che resta solido progetto di vita, mentre i bimbi crescono forti di un legame inscindibile con un patrimonio naturale che entra fin nell’anima. In molti giureranno fedeltà eterna alla montagna, spietata ma amante impossibile da tradire.

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Se amate sciare nei comprensori sciistici di Klausberg e Speikboden potrete correre al galoppo della vostra adrenalina. E dopo una mattinata sui candidi campi di ghiaccio, non dimenticate di fare una passeggiata tra i sentieri del Parco Naturale delleVedrette di Ries-Aurina: alberi dall’ombra immensa, cespugli odorosi nella stagione estiva, fiori di campo e il sussurro delle cascate di Riva di Tures vi sommergeranno in un dipinto matericamente fulgido. Castel Tures (foto 1) attende poco più in là: di proprietà della dinastia dei conti di Tures, l’imponenza di questa costruzione e il nobile aspetto tirolese disegnato da un tempo che fu farà scorgere un sorriso di stupore tra i bimbi affascinati dalle immense mura e l’ombra di immaginari spettri in agguato fra gli angoli più oscuri. Sopra il portale e presso le torrette si trova ancora la botola da cui venivano versati liquidi bollenti sugli invasori; proseguite verso il ponte levatoio, immaginando storie di avventure dal sapore antico e giocate a percorrere il sentiero del castello verso il ponte levatoio sopra il fossato. Non lontano da qui si trova l’Erboristeria Bergila di Falzes (foto 2): impossibile non sbirciare tra i segreti di un’antica distilleria che dal 1912 distilla gli oli essenziali, come l’olio di pino mugo, secondo i metodi tradizionali antichi. Per prendere confidenza con questa materia secolare, non dimenticate di visitare anche il giardino d’erbe, nel quale vengono coltivate oltre 70 varietà di piante officinali, rispettando le fasi lunari. Perché tra queste valli la bellezza autentica nasce dall’intricato e rarefatto mondo di una natura in fiore. Passeggiando nel fascino armonioso della piccola cittadina di Brunico (foto 3), dal carattere medievale, e la ricca distesa di prodotti tipici che ogni mercoledì il mercato mette in scena nella piazza cittadina, il languorino attanaglia, fra le molte tentazioni della ricca cucina di questa zona, che riverbera di odori e profumi capaci di solleticare il palato più discreto.


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Parola d’ordine? Prodotti tipici. Ben consci del binomio cibo per il corpo, nutrimento per l’anima, qui le spa utilizzano fieno, erbe alpine, miele e pino cembro, frutti del luogo non senza la millenaria conoscenza delle discipline ayurvediche e himalayane. Arnica, iperico e timo sono solo alcune delle molte piante officinali le cui ricette si tramandano secolo dopo secolo. Se non avete mai sperimentato un bagno al maracuja, non resta che provare e immergersi nell’acqua calda, tra i vapori e gli aromi intensi, sperimentando trattamenti preziosi, dalle terme ai bagni di fieno. Pelle, circolazione, sistema immunitario e umore ne trarranno un giovamento istantaneo,

mentre il tramonto scende oltre le vetrate che separano questi nidi di benessere dalla bellezza distante ed algida delle montagne appena poco più in là del vostro naso. Se percorrete questi pascoli d’altura, non dimenticate di penetrare tra le scintillanti rarità del Museo dei Minerali di S. Giovanni e per chi è indissolubilmente affascinato dal mistero dei tesori della Terra, è d’obbligo una visita al Centro Climatico di Predoi. E mentre le ore sembrano rallentare, il tempo incede con l’eleganza saggia e raffinata di chi conosce la natura. E sa, consapevole e armoniosamente cronometrato, che esiste un tempo per ogni cosa. Maddalena De Bernardi

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Ville Venete, una costellazione di opere d’arte di Federica Giuliani

Grandi ville realizzate nella metà del ‘500 per volere di molte famiglie patrizie che trovarono in Andrea Palladio l’artefice di una vera costellazione di opere d’arte, gioielli incastonati nella fiorente campagna vicentina. Le ville palladiane nacquero per dare risposta ad una nuova necessità dell’epoca tardo rinascimentale: ottenere un insolito tipo di casa rurale. L’intento era quello di realizzare complessi produttivi circondati da vigne e distese di campi coltivati con annesse strutture destinate a magazzino o stalla. Per struttura questi edifici presentavano delle ali laterali allo scopo di dividere in maniera razionale gli spazi e le destinazioni d’uso. La parte centrale, infatti, era riservata ai proprietari mentre quelle ai lati ai lavoratori ed alle attività produttive. A sua volta il corpo centrale era suddiviso verticalmente ed ogni piano era adibito a funzioni diverse. Andrea Palladio pensava che la villa fosse luogo di benessere e riflessione sostenendo che la suprema civilizzazione consistesse nel perfetto accordo con la natura. La raffinatezza della sua architettura, che aderisce ai principi classico-romani, si può osservare, oltre che nella struttura degli edifici, anche nei dettagli come ad esempio le decorazioni sulle facciate, dominate da frontoni che presentavano ornamenti scultorei ad indicare il proprietario della villa. Dal 1994 Vicenza e ventiquattro ville palladiane sono state inserite nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

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La Rotonda Villa Capra detta La Rotonda è stata costruita a partire dal 1566 a ridosso della città di Vicenza. Il nome “Capra” deriva dal cognome dei due fratelli che completarono l’edificio dopo che fu ceduto loro nel 1591. Questa è certamente la villa realizzata dal Palladio più nota oltre ad essere uno degli edifici più celebrati della storia della architettura moderna. Ispirata senza dubbio al Pantheon di Roma è stata essa stessa negli anni fonte di ispirazione per la realizzazione di numerosi edifici. Il prelato Almerico-Capra, essendo celibe, non aveva bisogno di una grande residenza ma desiderava una villa elegante e sofisticata in un luogo tranquillo.

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ma desiderava una villa elegante e sofisticata in un luogo tranquillo. Perciò venne scelta la cima di una collina per realizzare una casa di rappresentanza che fosse, allo stesso tempo, un rifugio che favorisse la meditazione e lo studio. Né Palladio né il proprietario, però, videro il completamento dell’edificio, nonostante questo fosse già abitabile nel 1569. Palladio morì nel 1580 e quindi venne assunto Vincenzo Scamozzi, altro noto architetto vicentino, per sovrintendere ai lavori di completamento che avvenne nel 1585 ma solo per quanto riguardava il corpo principale, con la costruzione della cupola sormontata dalla lanterna.


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Villa Valmarana ai Nani Villa Valmarana “ai Nani” è il tipico esempio di una dimora di campagna e venne costruita per conto del giureconsulto Gian Maria Bertolo nel 1669. La pianta del piano nobile è semplicemente composta da una sala centrale che va da una facciata all’altra e due salotti per lato, comunicanti fra loro. La bellezza di questo edificio è data soprattutto dagli affreschi di Giambattista e Giandomenico Tiepolo, chiamati a decorarla nel 1757 da Giustino Valmarana. Una leggenda narra che una principessa nana venne reclusa nel preesistente castello insieme ai servi, tutti nani, affinché non si rendesse conto della sua deformità. Un bellissimo principe, però, entrò con il suo cavallo nel misterioso giardino e fu visto dalla principessa che, per il dispiacere, si gettò

dalla torre. I nani, per non aver vegliato su di lei, vennero pietrificati e collocati sul muro di cinta della villa.Il filo conduttore lungo il percorso di visita della villa è il senso del sacrificio come valore umano rappresentato nelle opere del Tiepolo che certo sarà stato suggerito dal proprietario. Ifigenia si sacrifica per il bene degli Achei, Briseide rinuncia all’amore verso Achille, Orlando rinuncia ad Angelica impazzendo dal dolore, Enea rinuncia agli agi e all’amore di Didone, per proseguire la navigazione e sbarcare nel Lazio, Rinaldo sacrifica se stesso, rinunciando agli amori piacevoli per il senso del dovere. I soffitti, infine, rappresentano il tema dell’intervento delle divinità sul destino degli uomini attraverso l’utilizzo di numerose allegorie.

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Villa Valmarana, Lisiera

A Lisiera, frazione di Bolzano Vicentino, si trova un’altra Villa Valmarana, progettata da Palladio intorno al 1563. L’idea iniziale era quella di creare un doppio ordine d logge chiuse da entrambi i lati da torricelle ma i lavori si interruppero nel 1566 alla morte del committente Gianfrancesco Valmarana e, probabilmente, vennero terminati successivamente dal nipote Leonardo senza la realizzazione delle logge ma concludendo il

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settore mediano con una sorta di attico. Nel 1615 fu aggiunta la cappella gentilizia mentre, nel secolo successivo, il giardino venne arredato con statue di Francesco Marinali il Giovane. La villa, però, venne quasi totalmente distrutta durante la seconda guerra mondiale e fu ricostruita solo di recente, risultando oggi molto diversa dal progetto pensato da Palladio.


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Villa Pisani

Villa Pisani, situata a Bagnolo, è stata realizzata nel 1542 costituendo un punto di volta per la carriera del giovane architetto. I fratelli Pisani, infatti, facevano parte dell’aristocrazia veneziana cosa che provocò un naturale aumento di importanza nella committenza palladiana. L’obiettivo di Palladio nel progetto di questa villa era quello di realizzare una dimora di campagna adeguata ai gusti eleganti

dei fratelli Pisani offrendo, inoltre, una proposta razionale per l’organizzazione della parte destinata alla produzione agricola. Come un tempio romano la villa fu fatta sorgere su un alto basamento per darle slancio. Il tipo di architettura utilizzata, infatti, è di chiara ispirazione antica unendo le necessità pratiche della vita agricola al forme inedite per donare grazia al complesso.

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Tre italiane a Berlino Valensise, Balestra e Stefanel: Promuovono artisti italiani, applicano la terapia del colore all’architettura e si occupano di marketing creativo.

di Tanilo Taino

I tedeschi quelli colti e internazionali, sono arrabbiati con l’Italia. La amano, ma troppo spesso si sentono traditi. È la delusione dell’amante, a volte anche eccessiva. Ci sono però tre donne a Berlino che li consolano. Tre sorelle, si potrebbe dire: amiche e complici. Stanno salvando l’italianità: nell’arte e nell’architettura, che sono i loro campi, ma più in generale rammendano una relazione speciale - quella tra Italia e Germania - che in passato è stata solidissima ma da un po’ si sta smagliando in tanti punti del tessuto. Non fanno politica, fanno cultura perché è quello che a loro piace: in questo modo, però, raccontano che la Penisola è un Paese vivo. E questa vitalità la mettono in scena nella vetrina forse più cool del momento, Berlino. Belle, ricche di fascino, intelligenti: proprio come per molto tempo i tedeschi hanno immaginato le italiane e gli italiani.

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Elena Valensise dice che sentire l’italianità delle cose per i tedeschi è cogliere «una verbindung (una combinazione chimica o una ùcongiunzione dell’anima, ndr) tra la qualità della vita, l’arte, l’architettura, lo status, il progresso». Quel che manca, a volte, allo spirito tedesco: la realtà del sogno. Elena è l’ambasciatrice italiana in Germania, moglie dell’ambasciatore Michele Valensise. Arrivata nella capitale tedesca nel luglio 2009, ha deciso che la promozione dell’arte e degli artisti italiani sarebbe stata il suo impegno. E ha fatto dell’ambasciata - una grande villa neoclassica, regalata da Hitler a Mussolini, nel centro della città - una galleria aperta ai berlinesi. Sotto il titolo ITaliens, ha organizzato quattro esposizioni semestrali (ora è in corso la terza). «Li abbiamo portati dentro alla istituzione ed è stato un successo. I tedeschi adorano l’Italia e un gesto, anche piccolo, li rende positivi nei confronti del nostro Paese». A Berlino Elena Valensise ha una grande amica. «Quando sono arrivata qua» racconta «il primo invito mi è arrivato da Giovanna Stefanel. Ho chiesto chi fosse e cosa facesse: mi è stato portato un articolo di Io donna che parlava di lei e di suo marito, Ludwig Maximilian Stoffel». Da allora, Elena e Giovanna sono inseparabili. Organizzano incontri, mangiano assieme, vanno ai concerti. Giovanna Stefanel - erede della famiglia veneta proprietaria dell’omonimo gruppo di abbigliamento - è nella capitale tedesca dal 2000. Assieme al marito, a sua volta imprenditore di famiglia bavarese ha fondato un’impresa immobiliare che è tra quelle di maggior successo a Berlino. La società si chiama Stofanel e costruisce complessi residenziali a forte ispirazione italiana: la piazza, la qualità del design e dei materiali, i colori.

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Alda Balestra, Giovanna Stefanel, Elena Valensise


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Giovanna segue i progetti, li modifica, manipola le idee degli architetti per dare un senso di italianità e di calore a complessi piuttosto unici nel panorama di Berlino. «Dall’arte all’architettura, i tedeschi amano le cose italiane, per loro sono una garanzia» dice. «Io cerco di introdurre il colore e il calore, non sono mai minimalista. La nostra è una terapia del colore applicata all’architettura berlinese». Pietre miliari, in qualche modo, in una città che dal resto del mondo è guardata, ammirata, considerata un modello culturale, artistico, sociale. La metropoli aperta, giovane, low-cost come si deve essere dopo la Grande Crisi finanziaria, facile da usare, trasparente. E in movimento, mai conclusa, un cantiere perenne, fisico e spirituale. «Berlino è un po’ come era New York negli anni Settanta e Ottanta» sostiene Alda Balestra von Stauffenberg. «Per l’innovazione, per la sperimentazione, nell’arte come nello streetlook». Alda è l’altra “sorella dell’arte italiana” nella capitale tedesca, la terza del sodalizio.

Che nell’amicizia con Elena e Giovanna ha ritrovato il senso dello stare nella capitale tedesca. Già miss Italia negli anni Settanta, a lungo ragazza copertina su decine di riviste italiane e internazionali, Alda è arrivata dall’America in Germania, anche lei nel 2000, per seguire i figli dopo la separazione dal marito, un membro della famiglia Stauffenberg, oggi celebrata più che per il sangue aristocratico per il sacrificio di Claus von Stauffenberg, protagonista del fallito attentato ad Adolf Hitler del 20 luglio 1944. Insomma, Elena è arrivata a Berlino con la nomina del marito Michele ad ambasciatore. Giovanna per stare con Ludwig, che già aveva un’attività nella capitale. Alda perché l’ex marito ha voluto tornare in Germania con i figli. Nessuna aveva scelto Berlino. Ora non se ne andrebbero mai: è la città ideale per fare conoscere al mondo l’arte, l’architettura, il design, la moda italiana. Così l’hanno conquistata: l’ambasciata è forse la più attiva tra quelle della capitale tedesca. L’Italia c’è. Tanilo Taino

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EUPHONIA - PERSONE

Solo l’Italia ci unisce Per la prima volta un’università accoglie 19 studenti palestinesi eccellenti del West Bank e di Gaza. Insieme. di Cristina Lacava

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L’emozione di incontrarsi, il primo giorno, è stata tantissima. Alcuni di loro non avevano mai messo piede fuori dal Medio Oriente, altri invece erano già stati in Europa per un master. Ma nessuno conosceva Pavia se non via internet, il mezzo che li collega con il resto del mondo. Ora, grazie a un progetto del ministero degli Esteri, resteranno nella città lombarda fino a Natale, per seguire un corso in “Development Design and Management in the Middle East. “Studiano economia dello sviluppo, politica internazionale, diritto alla salute, urbanistica” spiega Gianni Vaggi, prorettore per le Relazioni internazionali e organizzatore del corso. “Periodicamente sostengono degli esami e, al termine, avranno un diploma che varrà 40 crediti”. I 19 studenti (13 ragazze, 6 ragazzi), laureati con i voti più alti, sono stati selezionati da 10 università palestinesi, 8 nel West Bank, 2 da Gaza: tutte private, sono gestite da board che raccolgono finanziamenti da palestinesi residenti ovunque nel mondo. In una città accogliente come Pavia, affollata di studenti, le relazioni sono facili. Ci si mescola. Stanno nascendo grandi amicizie e la speranza è di riuscire a coltivarle, a dispetto della realtà politica, che impedisce ai palestinesi di Gaza e del West Bank di comunicare tra loro. Abbiamo incontrato 4 di questi ragazzi. Ci hanno raccontato le loro storie.


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Lamis Farraj, 23 anni (di Ramallah) È laureata in Economia a Berzeit, in “un'università molto carina, in cima alla collina”, dice Vaggi. Lamis, che ha studiato anche in Spagna e in Belgio, è molto orgogliosa della sua provenienza: “Berzeit è stata la prima università palestinese, nata negli anni Settanta. Ha formato la classe dirigente del mio Paese ed è la più aperta all'Occidente, quella con maggiori scambi tra prof e studenti di altri atenei”. L'iscrizione costa 1000 euro all'anno; troppi per le famiglie del posto. Pochi possono affrontare la spese, e per questo gli studenti sono solo 6000, “anche se ci sono molte borse di studio per i meritevoli” puntualizza lei. Ogni volta che Lamis cerca di partire è un'odissea: “dobbiamo passare dalla Giordania, ma non è facilissimo”. Il suo obiettivo è chiaro: “aiutare il mio Paese. Quello che ho studiato finora non mi basta”. Intanto però a Pavia sta benissimo.

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Mona Algherbawi, 27 anni (di Gaza) Oggi è coordinatrice di progetti scientifici nel suo ateneo. Ha seguito un master a Leeds, in Gran Bretagna, dove si è classifica seconda tra gli 80 studenti del suo corso. Insomma, è una campionessa: “Davvero bravissima” assicura Vaggi. Gli inglesi le avevano proposto una borsa di studio per farla restare: “Sola, in Europa.... La mia famiglia non me l'ha permesso. Così sono tornata”. Per raggiungere l'Europa da Gaza, la prassi prevede 3 autorizzazioni: la prima di Hamas, la seconda (valida 72 ore) dell'Egitto dove si transita, infine il visto del paese destinatario. Ma quando è toccato a Mona partire per Leeds, le frontiere erano chiuse: c'è riuscita grazie a un'auto diplomatica inglese del British Council con i vetri oscurati che, senza mai fermarsi, le ha fatto attraversare Israele. “Quando sono arrivata a Leeds, sono rimasta senza parole. Noi quelle strutture, quei laboratori non possiamo permetterceli”.

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EUPHONIA - PERSONE

Mohamed Shehada, 23 anni (di Gaza) Mohamed si è appena laureato in Business administration alla Al - Azhar university (laica). Rispetto alle colleghe, Mohamed ha un problema insormontabile: è un uomo. Per lui, partire da Gaza attraverso Il Cairo è mille volte più difficile. Problemi di “security” dovuti al sesso. “Per noi è molto dura. Siamo isolati dal resto del mondo, le nostre partenze sono contingentate. E quando pensiamo che sia tutto a posto, basta un imprevisto e resti bloccato. Passi il tuo tempo a organizzare una partenza che poi non c’è. Così torni indietro, con le pive nel sacco”. Mohamed è molto contento di stare a Pavia e vorrebbe continuare a studiare in Europa. “A Gaza ci salva solo internet, che ci permette l’accesso alle migliori biblioteche del mondo e alle riviste internazionali. Solo se questo accesso è gratis, però. L’università non ha i soldi per gli abbonamenti”.

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EUPHONIA - PERSONE

Lina Saadesh, 27 anni (di Gerusalemme) Di Gerusalemme Est, sposata e madre di tre figli, è l’unica cristiana del gruppo. Ha fatto l’infermiera, poi si è sposata a Ramallah e ha iniziato a fare la pendolare. Come altri 200.000 palestinesi, appartiene a una terza categoria, perché possiede una carta d’identità di Gerusalemme Est e non vuole perderla. Il marito l’ha spinta a partire per Pavia; sa che Lina è ambiziosa: “Sto seguendo un master in management dei servizi sanitari”, dice. “Studio, lavoro, porto avanti la famiglia. Ma quel che voglio di più è migliorare la politica sanitaria del mio Paese, sviluppare i servizi per le ragazze e le donne”.

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EUPHONIA - VIAGGIO CULINARIO

Liguria: dove ti porta il pesto di Ornella D’Alessio

Da Imperia a Genova (o viceversa) le “eccellenze green” abbondano. E tra una zuppa di pesce e un aperitivo (con torte di verdure dell’orto) è possibile fare il pieno di ogni bendi(b)io.

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EUPHONIA - VIAGGIO CULINARIO

L’Aurelia, antichissima strada consolare, corre a pelo d’acqua lungo tutto il litorale ligure, offrendo a ogni curva scorci sempre nuovi di una costa mai uguale a se stessa. Lo spettacolo è continuo, soprattutto a Ponente. Un percorso ideale da fare in due o tre giorni, abbinando un panoramico viaggio in auto allo shopping di prodotti biologici. Prima tappa, il bio Relais Sauvage a Bordighera: due suite con archi, giochi in pietra ed enormi vetrate sul mare. All’arrivo in camera il bioaperitivo con torte di verdure dell’orto e poi il bagno nella grande vasca idroterapica ad acqua ozonizzata (37 gradi) con vista sul golfo. La vicinanza al confine francese si ritrova nel paniere del “petit dejeuner”, servito ogni mattina nella suite. L’Aurelia, oggi SS n.1, collega varie mete golose dove fare incetta di sapori liguri. Dall’azienda agricola Billy di Sanremo, per caramelle e gelatine spalmabili a base di fiori coltivati senza pesticidi, a Èxtra, un gruppo di aziende agricole a concimazione organica e raccolta dei prodotti a mano diImperia e San Bartolomeo. Producono e vendono olio extravergine di oliva colombaia (più rara della taggiasca), composta di olive e mele, gelé di fiori di rosmarino, confit di pomodori cuori di bue verdi ed il classicissimo pesto.

Una sosta in città al ristorante agrituristico Le navi in Cielo per assaggiare gnocchi, ravioli e maltagliati fatti a mano con farina bio, antiche focacce liguri o il coniglio alla ligure cotto nel vino Rossese superiore di Dolceacqua. Una manciata di chilometri ed ecco la fertile piana d’Albenga, rinomata per le coltivazioni di frutta e verdura. Si acquistano carciofi spinosi ad agricoltura integrata all’azienda Anfossi e vini certificati all’Azienda Agricola Biovio. Orco Feglino vale una sosta per notti nel silenzio di un castagneto secolare a Cascina Strà, sistemazioni semplici e di buon gusto con vista sul mare. Tornati sulla costa, nel Rione Ciassa, all’ingresso principale di Noli, si va alla Pasticceria Scalvini per acquistare il “pane del pescatore” (una sorta di panettone con pinoli, uvetta e scorza d’arancia), i baci di Noli, o gli amaretti che preparano dal 1890. Si dorme tra gli ulivi alla Natta di Monte Tabor di Celle Ligure,magari dopo una giornata in mare a bordo del peschereccio Pesce Pazzo (la giornata con prima colazione e pranzo a bordo costa 60 euro, 45 euro i bambini) e una cena a base di pesce appena pescato al ristorante omonimo di Marina di Varazze. Ornella D’Alessio

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EUPHONIA - CONSIGLI

Gli oggetti del mese 1

Questo dicembre non perderti:

2 1.

Priante, serie “Pachamama” tappeto in pelle

2.

Gus Modern, “Praire Tables” tre tavolini

3.

Minotti, “Cortina” sedia in pelle

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design di Gordon Guillamer

4.

Millefiori, “Bloom” profumatore d’ambiente design di Stefano Giovannoni

5 5.

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Lazzaroni, “Iride” penna stilografica

6. Senz, “Smart s” ombrello resistente al vento 7. Alessi, “Tanto per cambiare” orologio da polso

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design di Franco Sargiani

8. Roncato, trolley-porta pc 2 comparti 15”/17’’

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Inno alla Bellezza Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall’abisso, Beltà? Il tuo sguardo, infernale e divino, versa, mischiandoli, beneficio e delitto: per questo ti si può comparare al vino. Riunisci nel tuo occhio il tramonto e l’aurora, diffondi profumi come una sera di tempesta; i tuoi baci sono un filtro, la tua bocca un’anfora, che rendono audace il fanciullo, l’eroe vile. Sorgi dal nero abisso o discendi dagli astri? Il Destino incantato segue le tue gonne come un cane: tu semini a casaccio la gioia e i disastri, hai imperio su tutto, non rispondi di nulla. Cammini sopra i morti, Beltà, e ridi di essi, fra i tuoi gioielli l’Orrore non è il meno affascinante e il Delitto, che sta fra i tuoi gingilli più cari, sul tuo ventre oWrgoglioso danza amorosamente. La farfalla abbagliata vola verso di te, o candela, e crepita, fiammeggia e dice: “Benediciamo questa fiaccola!”. L’innamorato palpitante chinato sulla bella sembra un morente che accarezzi la propria tomba. Venga tu dal cielo o dall’Inferno, che importa, o Beltà, mostro enorme, pauroso, ingenuo; se il tuo occhio, e sorriso, se il tuo piede, aprono per me la porta d’un Infinito adorato che non ho conosciuto? Da Satana o da Dio, che importa? Angelo o Sirena, che importa se tu - fata dagli occhi vellutati, profumo, luce, mia unica regina - fai l’universo meno orribile e questi istanti meno gravi? Charles Baudelaire


MIRKO BARICCHI GERMOGLI e di stelle. 15/12/2012 - 02/03/2012 a cura di Elena Forin

inaugurazione

sabato 15 dicembre, ore 18.00 catalogo Edizioni Cardelli&Fontana



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