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e prime ombre della sera calavano ormai sulle vecchie mura dell’antica abbazia. Il sole era tramontato, lasciando in cielo nuvole purpuree che si specchiavano tremolanti sui fossi che costeggiavano le verdi risaie. Tutto intorno era un mondo brulicante di insetti e volatili non ancora sazi di voli e richiami. Lorenzo aveva spiegato ai cavalieri increduli tutti i particolari di quella situazione così strana: ad individui come lui, provenienti da un mondo moderno nel quale il sapere e le scoperte erano all’ordine del giorno sarebbe stato molto facile spiegarle, ma con loro, indietro ancora di settecento anni tutto era assai più complicato. La scoperta dell’America era ancora da venire, per dirne una, Leonardo da Vinci era ancora perso nel nulla. Il materiale che aveva nella borsa e la preziosa testimonianza di Umberto, che da ragazzo intelligente qual era, gli teneva spalla aiutandolo nei momenti di crisi, provavano che ciò che stava raccontando era tutto vero. Almeno, in cuor suo lo sperava. Correva un grosso rischio e ne era consapevole; non voleva di certo coinvolgere il povero Umberto. - Quindi! - aveva detto Sir Lodovico, che fra tutti sembrava il più sveglio e il più istruito - tu non saresti Giovanni ma Lorenzo! Gli occhi del cavaliere visconteo sembravano voler sondare i suoi pensieri. - Sì, messere! - esclamò Lorenzo per l’ennesima volta. - E saresti qua per aiutare nobildonna Francesca a non cadere nel… letto del signorotto Pietro! - Esattamente, messer Lodovico, come vi ho già spiegato poc’anzi. Io non faccio altro che sognare quasi tutte le notti questa povera ragazza che non vedo mai in volto ma di cui sento chiaramente l’invocazione d’aiuto Edoardo era fuori di sé e stentava a trattenere l’ira, era rosso in volto: immaginare la sua Francesca nelle braccia del vecchio Pietro gli faceva torcere le budella. Non riuscì a trattenersi e diede un calcio a una fascina di legna che aveva a portata… di piede, richiamando l’attenzione di alcuni soldati che stazionavano a poca distanza.

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