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ritirati dalla Colonia Teresa Cristina su decisone del Governo. Stupito di quella decisone ottenni un colloquio con il senatore Generoso Ponce, capo politico del Matto Grosso.

Reverendo, mi disse, io avevo spedito un telegramma ordinando che attendessero mie lettere prima di ritirare i salesiani della colonia. Tuttavia scusi la mia franchezza: i salesiani in tre anni non hanno fatto quasi nulla. Allora risposi francamente: Signor senatore, non bastano tre anni per ottenere risultati visibili in una missione di selvaggi come quella. Occorrono intere generazioni per la com-

Le giornate erano piene di eventi, di gente che si recava per le feste a pregare e nemmeno la notte era così tranquilla come si potesse immaginare

Una notte dormivamo al campo, e come si accostuma, quando non vi sono case, accendemmo il fuoco, ma la pioggia non ci voleva lasciare in pace. Si dovette aprire il parapioggia sopra il fuoco! Al mattino seguente, nel partire trovammo a pochi metri di distanza le pedate di due giaguari. Quel fuoco stentato li aveva tenuti lontani. Poi il ritorno a Cuyabà, ed ecco nel dicembre del 1899 la progettazione di una nuova missione. Tutto ebbe

di sfida gli tagliavano la testa e la impalavano come monito per gli altri. Per mettere fine a quelle barbarie, il Governo volle tentare la civilizzazione degli Indi Cajabis. Fui nominato dal Governo alla guida di quella spedizione con il confratello catechista Silvio Milanese. Il 19 maggio del 1900 la spedizione formata da 18 uomini, partì da Cuyabà. Dopo aver percorso 150 km a cavallo ed una breve sosta a Villa Rosario, la comitiva proseguì addentrandosi nella foresta.

Grazie a Dio, tutti i giorni potevo celebrare la messa, benché dovessi cambiare sempre la forma della chiesa […]una volta al mattino, cadde una vipera dall’altare. Dopo oltre 500 km a cavallo, la comitiva giunse sul Rio Paratinga imbarcandoci su tre canoe a cui diedi il nome di Giuseppe, Maria e la terza Speranza. Per la prima volta, un gruppo di uomini civilizzati solcava le acque del Rio Paratinga. Solo una piccola comitiva aveva precedentemente seguito la corrente per qualche km, ma assaliti dagli indi, una parte fu uccisa e alcuni riuscirono a salvarsi.

Don Balzola con gli indigeni della colonia Teresa Cristina

pleta civilizzazione di quel popolo selvaggio. Però noti che quando siamo andati la non c’era nulla: non una pannocchia di meliga, non un piedie di canna da zucchero, non un arbusto di mandioca. Ora tutto ciò abbonda. I primi tre anni dovevano servire per conoscere i costumi dei selvaggi e le nozioni per l’agricoltura di quei luoghi a noi ignota.

La politica, il governo, non avevano capito nulla dello spirito che animava quella Missione. Credevano in poco tempo di trasformare selvaggi in uomini di città. Non si può seminare e pretendere subito il raccolto. C’è una ciclicità in ogni cosa. Il contadino sa aspettare. LA GUERRA DELLA GOMMA La fine anticipata della missione, mi permise di imbarcarmi fino a Coxim per le feste di Pentecoste.

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inizio molti anni prima, quando i primi bianchi coraggiosi cominciarono ad estrarre la gomma elastica o “seringa” dalla foresta. Il problema venne alla luce poco tempo dopo. Le terre su cui si estraeva erano di due tribù i Bacairjs e dei Cajabis. I primi furono presto allontanati dai secondi durante i feroci scontri tra tribù. I Cajabis quindi detenevano l’intero territorio di estrazione e ben presto cominciarono a far sentire la loro presenza. Nel 1896 gli indi cominciarono a dar fuoco alle capanne dei lavoratori, ammazzandone uno di questi a frecciate, mutilandone il cadavere ed asportandone la testa. Lo scontro degenerò. I civilizzati si armarono, diedero fuoco ad alcuni villaggi indigeni. I Cajabis attendevano il momento più propizio nascosti fra le selve, tendevano imboscate, uccidevano i civilizzati e come segno

Ci accompagnava però una continua apprensione, poiché eravamo pressoché giunti sul territorio centrale degli indi e da un momento all’altro, temevamo d’essere assaliti a frecciate. Prudenza volle che io stesso mi armassi di revolver a doppia carica, poiché da soli non si poteva più entrare nella foresta un 50 metri senza pericolo di essere sorpresi o dai selvaggi o dalle bestie feroci, specie la tigre. Il 10 luglio, presso una cascata dove la corrente era fortissima, erano passate felicemente le due canoe che ci precedevano, quando scorsi una pietra a fior d’acqua, contro cui era diretta la Speranza, su cui mi trovavo. Attenti! C’è una pietra gridai. Ma non c’era più tempo, la barca batté fortemente contro lo scoglio, sbalzando in acqua l’uomo che stava a prua e piegò la barca. La barca andava sommergendosi, e così la cassetta delle medicine, cinque sacchi di farina, la mia veste e

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