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Don Giovanni Balzola da Villamiroglio il contadino Missionario si racconta di Riccardo Bonando

Pubblichiamo la seconda parte del racconto della avvincente storia del missionario

dla vila

(* In corsivo grassetto i brani estratti dalle sue lettere)

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RITORNO A CASA CON TRE INDIGENI Su queste colline, il forestiero, non è lo straniero che parla una lingua diversa, si veste in altro modo. Su queste colline, il forestiero, è colui che non sa di chi è quella vigna sulla costa di fronte, non sa dove finisce il paese e dove ne comincia un altro. Se tutto il mondo è paese, questo paese è tutto il mondo per chi ci vive, per chi ritorna a casa la sera. Nell’aprile del 1898 mi imbarcai dal porto di Rio de Janeiro con tre indigeni della Colonia alla volta dell’Italia, per poter partecipare all’esposizione di arte sacra a Torino. Seppur impegnato in numerosi avvenimenti, trovai anche il tempo di una breve visita al mio paese. Che piacevole sensazione calpestare la terra di queste strade, risentire il profumo di casa. Attraversare Vallegioliti, con le case che si buttano sulla strada e la gente che ti ferma, ti riconosce. Sentir in bocca il gusto particolare che lasciano le tue parole, il tuo dialetto. Proseguire, dopo la svolta trovarsi davanti Villamiroglio. Anche se sei Missionario, se la tua casa sarà qualsiasi luogo dove potrai far del bene, il luogo dove sei nato è un po’ il tuo sangue, una parte di quello che sei.

Durante il pranzo a Villamiroglio, richiamai a una norma di galateo uno dei tre indi che mi era vicino. Ma costui non si trovava in un buon momento e, irritato dall’osservazione, mi sferrò un sonoro schiaffo sulla faccia, mentre il parroco e i convitati, interdetti e timorosi, attendevano lo sviluppo dell’avventura. Calmo e sorridente, continuai a mangiare, come se nulla fosse avvenuto. Allora il parroco mi disse: Ebbene? Ebbene, risposi, se si vuol fare un po’ di bene a questi poveri figli delle selve, bisogna praticare il vangelo alla lettera. Comprendo, concluse il parroco, ammirato e commosso: non Don Giovanni Balzola

è da tutti fare il missionario fra i Bororo. La prima funzione pubblica, a cui presesi parte con gli indigeni, fu la grande processione della Consolata, il 21 giugno. In essa erano rappresentati gl’indigeni, venuti da tutte le parti del mondo per l’esposizione. Siccome però avevano bevuto più del solito, erano troppo allegri. Arrivati per tanto in cattedrale, incominciarono a trattare con disprezzo i cinesi, gli arabi e beduini, per farsi vedere più coraggiosi di tutti. Visto il pericolo li condussi a Valsalice e ordinai al portinaio che, mentre io ritornavo alla processione, non li lasciasse uscire. Ritornato a casa, domandai subito notizie, e mi fu risposto che dopo la mia partenza, andati alla porta e gettato da una parte il portinaio, se n’erano usciti a passeggio. Tra le belle ville di Valsalice trovarono molte famiglie e giovanotti che facevano merenda. Anch’essi bevettero qualche bicchierino che fece loro girare la testa. Perduto così l’uso della ragione, e facendosi più vivi gli istinti selvaggi, rissarono e ricevettero qualche bastonata. Vedendo scorrere sangue, si riaccese in loro lo spirito di vendetta e corsero a casa per armarsi. Io ero andato a cena. Il refettorio era pieno di superiori, di sacerdoti, di chierici e di laici, venuti da diversi parti per il ritiro spirituale. Io ignaro di tutto, non vedendoli arrivare, scesi in portineria per averne notizia. In quel momento giunse un chierico che spaventato mi disse: Don Balzola, non vada in refettorio, perché gli indi la vogliono ammazzare Non c’è pericolo risposi; corro a vedere. I tre avevano preso nella mia

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