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Anno 9 - nº 6 novembre – dicembre 2011 ISSN: 2038-7741

La rivista del consulente d’azienda

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Autorizzazione Tribunale Roma n° 569 del 15/10/2002 – POSTE ITALIANE S.p.A. – Spedizione in A.P. 70% Roma – Prezzo per copia € 12,00

Dossier atmosfera

eva emozioni

Dalla conferenza di Durban al monitoraggio della città di Messina

Pannelli fotovoltaici esausti

In attesa di norme certe e di impianti per il corretto trattamento

Gestione integrata dei rifiuti Un esempio concreto

Associazione Italiana Certificatori Energetici


L’utilità di abbonarsi Consulenti e Imprenditori sono chiamati oggi ad affrontare una duplice sfida:

mantenersi costantemente aggiornati nelle rispettive aree di competenza ed essere in grado di comunicare senza scendere in tecnicismi burocratici. Consulting costituisce un mezzo di aggiornamento di tipo “trasversale” in quanto fornisce ai diversi profili professionali gli spunti pratici, sia sul piano tecnico che legislativo, senza fermarsi al solo aspetto teorico o formale di una problematica. Consulting si rivolge perciò a quanti, coinvolti nella gestione aziendale, hanno bisogno di ritrovarsi in uno spazio aperto di confronto e di discussione, fornendo loro un aggiornamento preciso, puntuale, ma allo stesso tempo concreto, sui principali argomenti tecnici e normativi.

Offerta promozionale Per n° 1 abbonamento annuale: € 48,00 Per n° 3 abbonamenti annuali: € 144,00 Per n° 5 abbonamenti annuali: € 240,00

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COSTO ABBONAMENTI 2012 Per n° 1 abbonamento annuale: € 48,00 - Singoli numeri: € 12,00 - Numeri arretrati: € 14,00 Assegno Bancario non trasferibile intestato a Geva S.r.l. Bonifico su conto corrente Banca Intesa San Paolo S.p.A., Ag. n. 27, Via del Giorgione, 93 intestato a Geva S.r.l. IBAN IT39U 03069 05102 081991520171-GEVA S.r.l. Versamento su c.c. postale n° 33203746 intestato a Geva S.r.l., Via dei Lincei, 54 - 00147 Roma IBAN IT77B 07601 03200 000033203746

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Amministrazione, Direzione, Redazione GEVA S.r.l. Via dei Lincei, 54 - 00147 Roma Tel./fax: 06 5127106 - 06 5127140 www.gevaedizioni.it - e-mail: info@gevaedizioni.it GEVA S.r.l. Tutti i diritti sono riservati. Partita Iva: 05480791002 Direttore Responsabile: Nicola Giovanni GRILLO Coordinamento editoriale: Leonardo EVANGELISTA Abbonamenti: Katia PILOTTO Impaginazione e grafica: José Luis CASTILLA CIVIT Pubblicità: GEVA S.r.l. - Via dei Lincei, 54 – 00147 Roma Stampa: Eurolit S.r.l. - Roma; Tiratura: 1000 copie; Chiuso in Tipografia: dicembre 2011 Autorizzazione Tribunale di Roma n° 569 del 15/10/2002 POSTE ITALIANE S.p.A. - Spedizione in A.P. 70% Roma ISSN: 2038-7741 Se questa rivista Le è stata inviata tramite abbonamento, le comunichiamo che l’indirizzo in nostro possesso sarà utilizzato anche per l’invio di altre riviste e comunicazioni o per l’inoltro di proposte di abbonamento. Ai sensi della Legge n° 196 del 30/06/2003 (modificato dalla Legge n° 45 del 26/02/2004) è nel Suo diritto richiedere la cessazione dell’invio e/o l’aggiornamento dei dati forniti. Inoltre, ai sensi dell’art. 10 della legge citata, la finalità del trattamento dei dati relativi ai destinatari del presente periodico, o di altri dello stesso editore, consistono nell’assicurare un’informazione tecnica, professionale e specializzata a soggetti identificati per la loro attività professionale. L’Editore, titolare del trattamento, garantisce ai soggetti interessati i diritti di cui all’art. 13 della suddetta legge. Le fotografie appartengono all’archivio di GEVA S.r.l., se non diversamente indicato. Per i diritti di riproduzione dei quali non è stato possibile identificare la titolarità, l’editore si dichiara disponibile a regolare le eventuali spettanze. Gli articoli firmati impegnano esclusivamente i singoli autori. La riproduzione totale o parziale degli articoli della rivista è consentita con citazione dell’autore e della fonte. La recensione di libri può essere proposta inviandone copia all’editore accompagnata da una breve sintesi. Costo abbonamento: Abbonamento per 12 mesi, 6 numeri (Italia): € 48,00 Singoli numeri: € 12,00 Numeri arretrati: € 14,00 Per le aziende: - n° 3 Abbonamenti contestuali annuali: € 130,00 - n° 5 Abbonamenti contestuali annuali: € 210,00 Gli abbonamenti possono essere sottoscritti inviando una fotocopia della ricevuta dell’avvenuto pagamento specificando i propri dati, via fax ai numeri: 06.5127106 / 06.5127140, oppure via e-mail: info@gevaedizioni.it Modalità di pagamento: 1) Bonifico su conto corrente Banca Intesa San Paolo S.p.A., Ag. n. 27, Via del Giorgione, 93 intestato a Geva S.r.l. IBAN IT39U 03069 05102 081991520171 - GEVA S.r.l. 2) Versamento su c.c. postale n° 33203746, intestato a: Geva S.r.l. Via dei Lincei, 54 - 00147 Roma IBAN IT77B 07601 03200 000033203746 Condizioni di abbonamento: L’abbonamento decorre dal mese successivo a quello della data di pagamento. Qualora l’abbonamento sia sottoscritto nel 1° trimestre dell’anno, esso decorrerà dal 1° gennaio precedente, dando tuttavia diritto a ricevere la rivista fino alla scadenza. L’abbonato può richiedere, per l’anno in corso, l’invio dei fascicoli precedenti, qualora siano ancora disponibili. La disdetta dell’abbonamento deve essere comunicata, per posta ordinaria o via e-mail, con accertamento di avvenuta ricezione da parte della GEVA S.r.l., almeno due mesi prima della scadenza. Sarà cura della GEVA S.r.l. comunicare tempestivamente, se variate, le modalità di rinnovo entro lo scadere dell’anno di abbonamento. A norma dell’art. 74, lettera c), del D.P.R. 26 ottobre 1972, no 633 e del D.M. 9 aprile 1993, l’I.V.A. sugli abbonamenti è compresa nel prezzo di vendita ed è assolta dall’editore, che non è tenuto ad alcun adempimento ex art. 21 del suddetto decreto no 633/72; di conseguenza, in nessun caso si rilasciano fatture. Per quanto riguarda la propria contabilità la prova dell’avvenuto pagamento costituisce documento idoneo ad ogni effetto contabile e fiscale.

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Acque reflue industriali Gli obblighi degli scarichi intermedi di Rosa BERTUZZI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 6

Gestione integrata dei rifiuti Un esempio concreto di Ruggero GAMBATESA

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag.

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Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) nel procedimento civile Poteri e responsabilità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 13 Greenergy Rubrica di Leonardo EVANGELISTA

Termo-fotovoltaico L’ultima frontiera dei generatori termici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 16 Da “ignorante” a “esperto ambientale” in un giorno? Tutto è possibile con le scuole di mal-formazione professionale! di Nicola G. GRILLO . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 17 Dossier Atmosfera

CO2 e clima Dal protocollo di Kyoto a Cancun verso la conferenza di Durban di Aldo DI GIULIO . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 20

Inquinamento atmosferico Analisi comparativa nel centro urbano di una città di medie dimensioni situata nel Sud Italia di Ambrogio PONTERIO e Loredana PONTERIO . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 24

Sistemi di gestione Cenni sulle principali certificazioni e sulla loro utilità di Lorenza ABBATI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 29 TA

Differenza fra autorizzazione e concessione Cosa dice il diritto amministrativo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 32 Pannelli fotovoltaici esausti In attesa di norme certe e di impianti per il corretto trattamento di Domenico GRILLO

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 33

Tesando Rubrica di Ferdinando SALATA

Un nuovo centro urbano per Cisterna di Latina Tesi di Laura PERUZZI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 34

Recupero di rifiuti costituiti da rottami metallici La spinosa questione dei raccoglitori ambulanti “non autorizzabili” di Nicola G. GRILLO

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Dalle Associazioni

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Energon

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Il grillo parlante

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Ultima pagina

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Professione Autospurghista

Dal pronto intervento alla gestione dei rifiuti

Professione autospurghista? Sì, perché di una professione si tratta e non solamente di un mestiere. Egli svolge, infatti, un’attività assai complessa il cui espletamento, oltre che richiedere esperienza e una varietà di competenze specifiche, necessita anche della conoscenza di normative, di adempimenti amministrativi periodici e di tecniche e modalità di intervento in continua evoluzione. Molteplici sono anche i servizi ed i settori di intervento nei quali l’autospurghista è chiamato ad operare, spesso anche in condizioni imprevedibili e in situazione d’emergenza, che non consentono approfondimenti preventivi. Conseguentemente, vari ed imprevedibili sono i rischi a cui il personale incaricato viene esposto, benché esso sia ben formato e qualificato.

Novità

Attività come stasamento di reti fognarie, svuotamento di pozzi neri, sanificazione periodica di fosse biologiche, video-ispezione, ricerca e diagnostica di guasti, ricostruzione non distruttiva di tubazioni, bonifica ambientale, gestione dei rifiuti, etc., richiedono l’utilizzo di apparecchiature sofisticate e costose. Operare in tali ambiti è, dunque, un lavoro di alta responsabilità. Il testo si propone di affrontare, analizzare a fondo e fornire tutte le informazioni necessarie per ben svolgere una così articolata e delicata attività. Ampio spazio è dato all’individuazione e spiegazione delle norme di interesse, agli adempimenti necessari ed alle modalità di intervento per garantire la sicurezza dei lavoratori impiegati.

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Responsabilizzare i Consulenti 


Q

Negli ultimi anni, con lo sviluppo tecnologico e l’incremento della sensibilità ecologica e sociale, si è accresciuta anche la complessità delle mansioni e degli adempimenti in capo alle aziende operanti nella gestione dei rifiuti (e pressoché in ogni altro settore lavorativo). Temi come la sicurezza sul lavoro, la responsabilità d’impresa (vedi più avanti nella rivista), il rispetto dell’ambiente, la gestione di qualità – in senso lato – sono ormai entrati a far parte della quotidianità di tutti noi, addetti ai lavori e non. Almeno sulla carta… resta da vedere, tuttavia, quali siano gli effetti concreti realmente scaturiti. Possiamo azzardare una prima ipotesi, nata sulla scorta di decenni di esperienze professionali dirette: è aumentato notevolmente il numero di figure professionali specializzate che le varie normative impongono alle aziende per poter esercitare le precipue attività. Un esempio a caso? Si prenda una società dedita al trasporto di rifiuti pericolosi: fra le diverse Figure professionali di cui essa si deve avvalere vi sono: il Responsabile della sicurezza sul lavoro, il Responsabile tecnico ambientale, il Preposto per i trasporti, il perito che redige la perizia di idoneità degli automezzi, il Consulente per la sicurezza durante il trasporto di merci pericolose e, in caso di trasporto di “rifiuti” metallici, l’Esperto qualificato in radioprotezione. Atteso che il titolare di tale società – da solo – non possa essere contestualmente esperto di diritto, ingegneria, economia, conduzione di macchinari complicati, trasporto di merci pericolose, etc. è innegabile che egli debba dotarsi di personale (altamente) specializzato per rispettare regolamenti tecnici sempre più severi e approfonditi. Questo è certamente un bene ma… Ma qual è il ruolo di ciascuna Figura (altamente) qualificata nell’azienda? Bisogna fare, purtroppo, una netta distinzione fra ruolo teorico e ruolo effettivo. In teoria, ciascun esperto, per quanto è di sua competenza, dovrebbe – il condizionale è d’obbligo – assumersi la responsabilità di quanto asserisce, consiglia, esorta a fare e, in generale, di tutta la documentazione da lui firmata nell’ambito della professione esercitata. Ciò starebbe a dire – di nuovo il condizionale – che, una volta rilasciati e depositati i suoi “atti” al titolare, questi rimangono a disposizione per un periodo prestabilito per poter essere consultati in caso di infrazioni, sinistri, contestazioni o qualsiasi altra richiesta ad opera di Organi di controllo, Autorità giudiziarie e amministrative…

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Fin qui sembra tutto abbastanza chiaro, ma cosa succede se c’è qualcosa che non va? A cosa va incontro il firmatario della documentazione incriminata? Sostanzialmente, salvo circostanze particolari di dolo evidente o colpa gravissima, le massime sanzioni irrogate fin qui ai consulenti sono state di carattere pecuniario, mentre il baricentro della responsabilità penale, quasi sempre, si è spostato dalla parte del titolare dell’azienda. È giusto o sbagliato? È impossibile entrare nel merito di ciascuna sentenza, però una cosa si può affermare con convinzione: una simile casistica non giova proprio a nessuno. Non giova agli imprenditori, perché si sentono “distanti” dai propri consulenti, ben sapendo che tanto, se le cose dovessero andar male, loro comunque “se la caveranno”; in questo modo, fin dall’inizio della cooperazione professionale, si viene a creare un’atmosfera di diffidenza e, nei casi peggiori, addirittura di ostilità. Non giova ai consulenti, in quanto vedono svalutarsi la propria autorevolezza, col rischio di essere visti come timbracarte pagati solo per soddisfare ampollose richieste burocratiche e non per erogare utili servizi di supporto tecnico-normativo. A quale titolo costoro potrebbero far valere il proprio operato, pensandoci bene, se “tanto poi non rischiano nulla”? La benevolenza delle Corti, in tutti questi anni, ha di fatto creato una categoria viziata di figure professionali svuotate di qualsiasi forma di prestigio e, alla fine, di potere. Figure percepite più come predicatori paternalisti che non come collaboratori con mansioni decisive da rispettare ed ascoltare attentamente perché pronti a pagare in proporzione al loro ruolo. Occorre cambiare registro, altrimenti la pletora di (non) responsabili, consulenti, tecnici esperti, manager, periti, assistenti e compagnia numerosa sarà vista dalle aziende solo come una onerosa tassa e non come un valido ausilio per lavorare meglio e, dunque, aumentare i profitti. A tal proposito, è imprescindibile una maggiore severità da parte di tutti i Preposti per legge, cui spetta il dovere di restituire la giusta valenza a quelle figure d’importanza cardinale per il corretto ottemperamento delle normative. Solo rischiando davvero in solido, infatti, i consulenti potranno imporre le loro parole e godere della sincera “complicità” – in senso buono! – dei loro assistiti.

Nicola G. GRILLO

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Editoriale

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Acque reflue industriali Gli obblighi degli scarichi intermedi

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’oggetto del presente articolo riguarda l’obbligatorietà della fiscalizzazione di scarichi di acque reflue intermedie, anche in sede di rilascio di A.I.A. In tale ambito non emergono obbligatorietà legislative circa l’eventuale imposizione da parte dell’Autorità competente, in riferimento al rilascio dell’atto; dalla ricerca giurisprudenziale in essere, risulta che l’imposizione della fiscalizzazione a impianti intermedi può essere esercitata solo qualora questi forniscano scarichi di sostanze pericolose di cui alla Tab. 5, All. 5, Parte III del D. Lgs. n° 152/2006. di Rosa BERTUZZI*

I

l concetto di acqua reflua è rilevante per tracciare un primo identikit dell’oggetto della materia. Secondo il D. Lgs n° 152/2006 e s.m.i. (art. 74) le acque reflue industriali sono: “qualsiasi tipo di acque reflue provenienti da edifici od installazioni in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, differenti qualitativamente dalle acque reflue domestiche e da quelle meteoriche di dilavamento, intendendosi per tali anche quelle venute in contatto con sostanze o materiali, anche inquinanti, non connessi con le attività esercitate nello stabilimento; le caratteristiche di questi reflui sono variabili in base al tipo di attività industriale”. Essendo tale materia disciplinata da varie normative, cercheremo di fornire un quadro congruo ed elastico di tale realtà in continua espansione. Come sempre accade, meglio partire da un caso concreto, scorrere i vari articoli e applicarli alla fattispecie concreta per esemplificarla: è il miglior modo per raggiungere il sillogismo giuridico. A maggior ragione in questa materia, che per molti è una palude con poche vie di fuga. Nel caso particolare, la controversia relativa ad obblighi imposti dall’ARPA nei diversi scarichi intermedi all’interno dell’azienda è il nostro filo conduttore. Si vuole arrivare a sostenere che il controllo ARPA debba effettuarsi solo per lo scarico finale – e non per quelli intermedi – dimostrando che unicamente il refluo finale, cioè quello che confluisce nel corpo idrico superficiale, o nel depuratore comunale, o nel sottosuolo, sia da valutare, anche per una ulteriore e insindacabile sottigliezza qualitativa. La parola sottigliezza deriva dal fatto che il Testo Unico Ambientale consente la discrezionalità all’ente rilasciante l’autorizzazione ad imporre fiscalizzazioni/controlli anche negli impianti intermedi interni all’azienda. Ciò si desume dall’art. 74, il quale recita: “l’effetto di una stazione di depurazione di acque reflue può essere preso in considerazione nella determinazione dei valori limite di emissione”. *

Poiché la discrezionalità spetta all’Ente pubblico, si riportano – a solo titolo informativo – tutte le norme legislative e giurisprudenziali a difesa/tutela di entrambe le parti (ditta privata ed ente pubblico rilasciante l’autorizzazione). In sostanza, a parere della scrivente, dopo l’analisi di quanto riportato di seguito, tale obbligatorietà può essere imposta solo quando fuoriesce dagli impianti intermedi una delle 18 sostanze pericolose indicate dalla norma. Legislazione statale La legislazione statale cerca di definire gli standard da applicare: si illustrano gli articoli che possono essere più utili per aver chiaro il tema. 1. L’art. 74, c. 1, lett. oo) del D. Lgs. n° 152/2006 sul Valore limite di emissione (lettera così modificata dall’art. 2, c. 6 del D. Lgs. n° 4/2008) recita: “valore limite di emissione: limite di accettabilità di una sostanza inquinante contenuta in uno scarico, misurata in concentrazione, oppure in massa per unità di prodotto o di materia prima lavorata, o in massa per unità di tempo. I valori limite di emissione possono essere fissati anche per determinati gruppi, famiglie o categorie di sostanze. I valori limite di emissione delle sostanze si applicano di norma nel punto di fuoriuscita delle emissioni dall’impianto, senza tener conto dell’eventuale diluizione; l’effetto di una stazione di depurazione di acque reflue può essere preso in considerazione nella determinazione dei valori limite di emissione dell’impianto, a condizione di garantire un livello equivalente di protezione dell’ambiente nel suo insieme e di non portare carichi inquinanti maggiori nell’ambiente”. 2. L’art. 101, cc. 1, 4 e 5 del D. Lgs. n° 152/2006 sui Criteri generali della disciplina degli scarichi. Il comma 5 è stato modificato dal D. Lgs. n° 4/2008: Comma 1: “Tutti gli scarichi sono disciplinati in funzione del rispetto degli obiettivi di qualità dei corpi idrici e devono comunque rispettare i valori limite previsti nell’Allegato 5 alla Parte Terza del presente decreto. L’autorizzazione può in ogni caso stabilire specifiche deroghe ai suddetti limiti e idonee prescrizioni per i periodi di avviamento e di arresto e per l’eventualità di guasti nonché per gli ulteriori periodi transitori necessari per il ritorno alle condizioni di regime”. Comma 2: “Ai fini di cui al comma 1, le Regioni, nell’esercizio

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della loro autonomia, tenendo conto dei carichi massimi ammissibili e delle migliori tecniche disponibili, definiscono i valori-limite di emissione, diversi da quelli di cui all’Allegato 5 alla Parte Terza del presente decreto, sia in concentrazione massima ammissibile sia in quantità massima per unità di tempo in ordine ad ogni sostanza inquinante e per gruppi o famiglie di sostanze affini. Le Regioni non possono stabilire valori limite meno restrittivi di quelli fissati nell’Allegato 5 alla Parte Terza del presente decreto: a) nella Tabella 1, relativamente allo scarico di acque reflue urbane in corpi idrici superficiali; b) nella Tabella  2, relativamente allo scarico di acque reflue urbane in corpi idrici superficiali ricadenti in aree sensibili; c) nella Tabella 3/A, per i cicli produttivi ivi indicati; d) nelle Tabelle 3 e 4, per quelle sostanze indicate nella Tabella 5 del medesimo Allegato […]”. Comma 4: “L’autorità competente […] può richiedere che scarichi parziali contenenti le sostanze di cui ai numeri 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 12, 15, 16, 17 e 18 (sono alcune delle 18 sostanze pericolose NDR) della Tabella 5 dell’Allegato 5 alla Parte Terza del presente decreto subiscano un trattamento particolare prima della loro confluenza nello scarico generale”. Comma 5:“I valori limite di emissione non possono in alcun caso essere conseguiti mediante diluizione con acque prelevate esclusivamente allo scopo. Non è comunque consentito diluire con acque di raffreddamento, di lavaggio o prelevate esclusivamente allo scopo gli scarichi parziali di cui al comma 4, prima del trattamento degli stessi per adeguarli ai limiti previsti dalla Parte Terza dal presente decreto. L’autorità competente, in sede di autorizzazione, prescrive che lo scarico delle acque di raffreddamento, di lavaggio, ovvero impiegate per la produzione di energia, sia separato dagli scarichi terminali contenenti le sostanze di cui al comma 4”. 3. L’art. 108 del D. Lgs. n° 152/2006 disciplina gli Scarichi di sostanze pericolose (comma 5 modificato dal D. Lgs. n° 4/2008). Comma 5: “Per le acque reflue industriali contenenti le sostanze della Tabella 5 dell’Allegato 5 alla Parte Terza del presente decreto, il punto di misurazione dello scarico è fissato secondo quanto previsto dall’A.I.A. di cui al D. Lgs. n° 59/2005 e, nel caso di attività non rientranti nel campo di applicazione del suddetto decreto, subito dopo l’uscita dallo stabilimento o dall’impianto di trattamento che serve lo stabilimento medesimo. L’autorità competente può richiedere che gli scarichi parziali contenenti le sostanze della Tabella 5 del medesimo Allegato 5 (e ancora sono i pericolosi, NDR) siano tenuti separati dallo scarico generale e disciplinati come rifiuti […]”. 4. L’art. 137 del D. Lgs. n° 152/2006 sugli Scarichi di acque reflue industriali, al comma 1 recita: “Chiunque apra o comunque effettui nuovi scarichi di acque reflue industriali, senza autorizzazione, oppure continui ad effettuare o mantenere detti scarichi dopo che l’autorizzazione sia stata sospesa o revocata, è punito con l’arresto da due mesi a due anni o con l’ammenda da millecinquecento euro a diecimila euro”. Comma 2: “Quando le condotte descritte al comma 1 riguardano gli scarichi di acque reflue industriali contenenti le sostanze pericolose comprese nelle famiglie e nei gruppi di sostanze indicate nelle Tabelle 5 e 3/A dell’Allegato 5 alla Parte Terza del presente decreto, la pena è dell’arresto da tre mesi a tre anni”.

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Giurisprudenza amministrativa A livello amministrativo, tutto propende per quanto volevasi dimostrare nell’articolo: - TAR Valle D’Aosta 10.03.2010, n°23 Nella parte in cui impone il rispetto dei limiti stabiliti dalla Tabella 3, dell’Allegato 5 alla Parte Terza, del D. Lgs. n° 152/2006, per le sostanze di cui alla Tabella 5, dell’Allegato 5 alla Parte Terza, del medesimo decreto, con riferimento agli scarichi parziali dei reflui provenienti dagli impianti di trattamento acque denominati “di neutralizzazione acidi-DA02” e “chiarificatore lamellare-DA03”, “l’autorizzazione integrata ambientale […] della previsione con cui si impone il rispetto dei limiti tabellari (stabiliti dalla Tabella 3, dell’Allegato 5 alla Parte Terza del D. Lgs. n° 152/2006) – con riguardo alle sostanze indicate nella Tabella 5 dell’Allegato 5 alla medesima Parte Terza – non solo con riferimento allo scarico finale, ma anche con riferimento ai due punti di scarico parziale, situati all’interno dello stabilimento e denominati, l’uno ‘di neutralizzazione di acidi-DA02’, l’altro ‘chiarificatore lamellareDA03’ […] può richiedere che scarichi parziali contenenti le sostanze di cui ai numeri 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 12, 15, 16, 17 e 18 della tabella 5 dell’Allegato 5 alla parte terza del presente decreto […]. Del resto, come osserva […] il D. Lgs. n° 59/2005 […] il quale stabilisce che solo ‘di norma’ i valori limite di emissione si applicano nel punto di fuoriuscita delle emissioni dall’impianto e che ‘nella loro determinazione non devono essere considerate eventuali diluizioni’ (art. 2, comma 1, lett. g) […] tale facoltà è consentita solo quando gli scarichi parziali contengano sostanze pericolose […]. La scelta in ordine allo specifico trattamento da imporre agli scarichi parziali, prima della loro confluenza nello scarico generale […]. Tale passaggio genera in ogni caso un effetto di soluzione e confusione tra i vari reflui ivi immessi, alterando o comunque rendendo più difficoltosi i controlli sulla quantità e sul rispetto dei limiti tabellari previsti per le sostanze pericolose”; - TAR Veneto 20.10.2009, n° 2624 “La Provincia, dato atto che allo scarico sono presenti sostanze pericolose, prescriveva che gli scarichi parziali […] fossero liberi […]”; - Consiglio di Stato 09.09.2005, n° 4648 “[…] Accolse il ricorso contro l’ordinanza del Presidente della Provincia recante l’ordine di procedere all’adozione immediata di tutte le misure idonee al ripristino dei valori limite […] in relazione allo scarico delle acque situate all’interno dello stabilimento […] abbattimento degli inquinanti specifici […] trattamento di tipo biologico […] configurandolo al contempo come parziale”; - TAR Friuli Venezia Giulia 30.06.2006, n° 386 “Impianto di depurazione costituito da più sezioni collegate che effettuano […] alcuni pretrattamenti prima della fase finale […] addotti dalla condotta fognaria principale”; - TAR Friuli Venezia Giulia, 08.02.2008, n° 105 “[…] Il recapito nella pubblica fognatura di nuovi scarichi di acque reflue industriali […] lo consentono a condizione che gli stessi non determinino la formazione di uno scarico finale avente caratteristiche qualitative e quantitative diverse da quelle autorizzate e considerato che tali prescrizioni impongono una revisione del provvedimento autorizzativo soltanto nel caso in cui nuovi allacciamenti provochino una variazione significativa delle acque reflue scaricate”.

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Comma 3:“Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui al comma 5, effettui uno scarico di acque reflue industriali contenenti le sostanze pericolose comprese nelle famiglie e nei gruppi di sostanze indicate nelle Tabelle 5 e 3/A dell’Allegato 5 alla Parte Terza del presente decreto senza osservare le prescrizioni dell’autorizzazione, o le altre prescrizioni dell’Autorità competente a norma degli artt. 107, comma 1, e 108, comma 4, è punito con l’arresto fino a due anni”. Comma 4: “Chiunque violi le prescrizioni concernenti l’installazione e la gestione dei controlli in automatico o l’obbligo di conservazione dei risultati degli stessi di cui all’art. 131 è punito con la pena di cui al comma 3”.

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5. Allegato 5 Parte III sul Limite di emissione degli scarichi idrici: “[…] il punto di prelievo per i controlli deve essere il medesimo e deve essere posto immediatamente a monte del punto di immissione del corpo recettore. Nel caso di controllo della percentuale dell’inquinante, deve essere previsto un punto di prelievo anche all’entrata dell’impianto di trattamento”. 6. Punto 1.2.3. Specifiche prescrizioni per gli scarichi contenenti sostanze pericolose. Comma 4:“L’Autorità competente può individuare conseguenti prescrizioni adeguatamente motivate all’atto del rilascio e/o rinnovo delle autorizzazioni che contengono le sostanze di cui all’Allegato 5”. Allegato 5, Tabella 5, Parte III sulle Diciotto categorie di sostanze per le quali non possono essere adottati limiti meno restrittivi Tabella 5: “Sostanze per le quali non possono essere adottati limiti meno restrittivi di quelli indicati in Tabella 3, per lo scarico in acque superficiali (1) e per lo scarico in rete fognaria (2), o in Tabella 4 per lo scarico sul suolo […] (le diciotto sostanze… NDR). Allegato 5, Tabella 5 sullo Scarico finale nella fognatura: “(2) Per quanto riguarda gli scarichi in fognatura, purché sia garantito che lo scarico finale della fognatura rispetti i limiti di Tabella 3, o quelli stabiliti dalle Regioni, l’ente gestore può stabilire per i parametri della Tabella 5, ad eccezione di quelli indicati sotto i numeri 2, 4, 5, 7, 14, 15, 16 e 17, limiti di accettabilità i cui valori di concentrazione superano quello indicato in Tabella 3.” 7. Decreto del Ministero dell’Ambiente 12.06.2003 n°185 sul Regolamento recante norme tecniche per il riutilizzo delle acque reflue in attuazione dell’art. 26, c. 2 del D. Lgs. n° 152/99. Art. 1:“Le norme tecniche per il riutilizzo delle acque reflue […] ed industriali attraverso la regolamentazione delle destinazioni d’uso e dei relativi requisiti di qualità, ai fini della tutela qualitativa e quantitativa delle risorse idriche, limitando il prelievo delle acque superficiali e sotterranee, riducendo l’impatto degli scarichi sui corpi idrici recettori e favorendo il risparmio idrico mediante l’utilizzo multiplo delle acque reflue”. Art. 2: “Il riutilizzo deve avvenire in condizioni di sicurezza ambientale, evitando alterazioni agli ecosistemi, al suolo ed alle colture, nonché rischi igienico-sanitari per la popolazione esposta e comunque nel rispetto delle vigenti disposizioni in materia di sanità e sicurezza e delle regole di buona prassi industriale e agricola. Art 3: “Il presente regolamento non disciplina il riutilizzo di acque reflue presso il medesimo stabilimento”.

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Giurisprudenza penale Anche a livello penale ci sono state sentenze che non lasciano spazi a dubbi interpretativi: - Cassazione penale 02.07.2010, n° 37192 “[…] Grazie al processo di […] si realizzava l’abbattimento della carica organica dei reflui e successivamente gli stessi potevano essere immessi gradualmente nell’impianto di depurazione […]. Il punto di prelievo per i controlli è immediatamente a monte del punto di scarico […] fissa inequivocabilmente il punto posto subito dopo l’uscita dallo stabilimento […] costituito da un complesso ed articolato sistema di depurazione, composto da una pluralità di passaggi intermedi prima dell’immissione delle acque nel corpo ricettore, il punto di misurazione va pertanto individuato nei tratti terminali del canale di scarico, immediatamente precedenti lo sbocco nel corpo ricettore […] nella fattispecie […] stazionamento dei reflui della lavorazione […]”; - Cassazione Penale 17.06.2011, n° 24426 “[…] Rilevanza penale degli scarichi eccedenti i parametri tabellari, riscontrati mediante prelievi e campionamenti effettuati da un pozzetto intermedio, offrendo così una erronea esegesi del concetto di scarico rilevante ai fini dell’applicazione della legge penale : detti campionamenti, infatti, andavano effettuati sullo scarico finale e non su un pozzetto intermedio […]”; - Cassazione Penale 28.01.2010, n° 3913 “[…] Indebita confluenza nella pubblica fognatura […]”; - Cassazione Penale 25.11.2009, n° 45293 “[…] L’autorizzazione allo scarico viene rilasciata soltanto ove vengono rispettati i parametri di cui alla legge […] Tabella 5”; - Cassazione Penale 21.04.2011, n° 16054 “[…] Recapito finale in pubblica fognatura […] pozzetto di ispezione all’interno dell’impianto medesimo e lontano dal punto di immissione in fognatura, nonché senza rispettare la metodologia richiesta che avrebbe previsto l’effettuazione del campionamento […] pericolo per la salute delle persone e l’integrità dell’ambiente […]”; - Cassazione Penale 24.03.2009, n° 12865 “Nozione di acque reflue industriali […] finale”; - Cassazione Penale 07.11.2008, n° 41850 “Nozione di acque reflue industriali […] finale”; - Cassazione Penale 10.06.2003, n° 24892 “Acque reflue […] industriali …] residui […] processo di lavorazione […]”; - Cassazione Penale 20.01.2004, n° 978 “Scarichi che originano emissioni in atmosfera […]”; - Cassazione Penale 03.09.2004, n° 35870 “Venivano immesse nella pubblica fognatura, attraverso uno scarico le acque di lavaggio delle lastre […]”; - Cassazione Penale 14.11.2008, n° 42529 “Lo scarico […] di reflui […] se collegato ad un determinato ciclo produttivo […] trova la disciplina del D. Lgs. n° 152/2006”; - Relazione della Cassazione penale 1090/2004 “[…] In tema della tutela delle acque dall’inquinamento, lo scarico di acque reflue industriali superiori ai limiti di legge, qualora riguardi sostanze inquinanti non comprese nella Tabella  5 Allegato 5 […] non integra più la condotta penalmente illecita […]”.

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Gestione integrata dei rifiuti Un esempio concreto

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el numero precedente era stato promosso il concetto di discarica multi-barriera, ossia un impianto di trattamento dei rifiuti capace di raggiungere le massime performance di efficienza, sicurezza ambientale e, soprattutto, gestione integrata ottimale. Adesso è il momento di esporre ai lettori un esempio concreto, perfettamente operativo e, per fortuna, italiano al 100%: un sistema moderno di trattamento dei rifiuti speciali inserito in un contesto molto più ampio nel quale cooperano armoniosamente il recupero energetico, il riciclaggio di materia e importanti progetti innovativi. di Ruggero GAMBATESA*

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ulla base di quanto già segnalato tempo fa (Grillo parlante di Consulting 2-2010), s’illustra lo schema di un moderno impianto di smaltimento di rifiuti speciali non pericolosi con annesso impianto di produzione di energia elettrica alimentato a biogas sito nell’Italia centrale1. L’area nella quale è stata realizzata la discarica si localizza in una larghissima valle alluvionale che risulta litologicamente caratterizzata da depositi sedimentari di limi ed argille. È proprio l’argilla, naturalmente presente, a garantire l’impermeabilità del sito e la protezione dell’ambiente da eventuali inquinanti presenti nella discarica. La discarica, classificata ai sensi del D. Lgs. n° 36/2003 come discarica per rifiuti speciali non pericolosi, è dotata di regolare autorizzazione regionale2 e smaltisce mediamente 800 tonnellate al giorno con punte fino a 1.200 tonnellate. A seguito della disciplina locale vigente3 l’impianto è stato riclassificato “discarica per rifiuti misti non pericolosi con elevato contenuto sia di rifiuti organici o biodegradabili che di rifiuti inorganici, con recupero di biogas”. Caratteristiche principali Elementi costruttivi La realizzazione dell’impianto consiste in operazioni di scavo per la creazione dell’invaso o bacino, nella posa in opera dell’impermeabilizzazione e delle reti di drenaggio delle acque superficiali e del percolato. L’invaso viene inoltre dotato di un sistema di controllo costituito da una rete geoelettrica che consente la verifica di tenuta del telo sia in fase di costruzione della discarica che in fase di coltivazione. 1 Comune di Roccasecca (FR). 2 Attraverso provvedimenti Commissariali in conseguenza dello stato di emergenza nel settore dei rifiuti della Regione Lazio. Dal 2007 l’impianto dispone anche di Autorizzazione Integrata Ambientale. 3 Criteri di ammissibilità dei rifiuti in discarica di cui al D.M. 27.09.2010, Determinazione della Regione Lazio n° b1990 del 07.04.2010. *

 Sopra lo strato impermeabilizzato viene realizzata la rete di

drenaggio del percolato che convoglia il percolato prodotto in pozzi di raccolta, dai quali il percolato viene sollevato per mezzo di pompe ed inviato allo smaltimento presso l’impianto di trattamento. Una volta ultimata la costruzione, ogni elemento e componente viene assoggettato ad un collaudo da parte di organismi competenti esterni che ne verificano e certificano la corretta realizzazione e la conformità ai requisiti del progetto di riferimento, prima della messa in esercizio. Conferimento dei rifiuti I rifiuti sono ritenuti ammissibili mediante una procedura di omologa, attraverso cui vengono raccolti e valutati tutti i dati e la documentazione attestante che il potenziale conferitore sia in possesso di quanto richiesto per legge al fine dell’ammissibilità degli stessi al conferimento presso l’impianto. Per ogni conferimento di rifiuti sono implementate tutte le procedure previste dal sistema di gestione: - esame della documentazione di accompagnamento del carico (accettazione del rifiuto) ; - ispezione visiva del carico prima e dopo lo scarico; - ispezione visiva del container; - eventuale sosta tecnica per verifiche analitiche. Solo ad esito positivo dei controlli gli addetti all’accettazione comunicano al conferente il consenso allo scarico del materiale trasportato. Nella Figura 1 sono riepilogati i rifiuti collocati in discarica negli ultimi anni. Figura 1

 

Nella Figura 2 sono riepilogate le principali tipologie di rifiuti smaltiti e i relativi codici CER (19 12 12: rifiuti misti prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti; 19 05 99: rifiuti prodotti dal trattamento aerobico di rifiuti solidi non specificati altrimenti; 03 03 07: scarti della separazione meccanica nella produzione di polpa da rifiuti di carta e cartone). Notevoli investimenti sono stati dedicati per garantire che la più avanzata tecnologia disponibile nel settore dei rifiuti venisse applicata per migliorare le prestazioni ambientali.

Articolista esterno alla redazione di Consulting. Per maggiori informazioni si può visitare il sito www.gevaedizioni.it e cliccare sul bottone Consulting.

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Figura 2

 

Il gestore ha identificato tutti gli impatti ambientali che l’impianto di smaltimento genera sull’ambiente circostante e si propone di ridurli o eliminarli attraverso l’integrazione di numerosi impianti tecnologici.

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Gestione del percolato Il percolato è un liquido che trae prevalentemente origine dall’infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi. In misura minore è anche prodotto dalla progressiva compattazione dei rifiuti.   Il percolato prodotto dalle discariche controllate di rifiuti è un refluo con un tenore più o meno elevato di inquinanti organici e inorganici, derivanti dai processi biologici e fisico-chimici. Al fine di eliminare centinaia di viaggi di autocisterne che trasportano percolato presso gli impianti di depurazione su tutto il territorio nazionale, il gestore ha investito per la realizzazione di un innovativo impianto di trattamento in situ. Nell’impianto, per la prima volta in Italia, sono state installate sezioni di evaporazione che utilizzano l’energia termica recuperata presso la centrale elettrica, sezioni di ultra-filtrazione, nano-filtrazione e osmosi inversa che producono acqua demineralizzata che viene riutilizzata presso gli impianti tecnologici.

 

Trattamento del biogas Rappresenta il prodotto finale della degradazione microbica della materia organica in mancanza d’aria, condizione che si verifica all’interno del corpo della discarica. Il processo di degradazione si svolge in diverse fasi successive, durante le quali la sostanza organica grezza presente nel rifiuto viene prima ridotta in componenti minori e successivamente trasformata in biogas, un gas composto prevalentemente da metano (45-60%) ed anidride carbonica (40-55%), con tracce di gas diversi. Tutto il biogas prodotto dalla discarica viene captato e convogliato presso la centrale elettrica per la sua valorizzazione energetica. La combustione del metano prodotto spontaneamente dai rifiuti interrati, è necessaria ad evitare l’immissione diretta in

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atmosfera del metano, che produce un effetto serra circa 20 volte superiore al prodotto principale della sua combustione, rappresentato prevalentemente da anidride carbonica. La centrale elettrica a biogas si compone di quattro gruppi di trasformazione, della potenza nominale massima di 1  MW   cadauno, Sono stati installati dei post-combustori per i fumi della centrale elettrica a biogas. Tali impianti garantiscono il massimo livello di tutela ambientale in quanto consentono il raggiungimento di elevate temperature con la conseguente depurazione delle emissioni in atmosfera. Il calore generato in questo processo di abbattimento viene totalmente recuperato in una turbina a vapore da 1,4 MW per la produzione di elettricità. L’impianto è predisposto per monitorare in continuo tutte le emissioni convogliate in atmosfera. Nei pressi della discarica è stato realizzato un digestore anaerobico di colture e sottoprodotti vegetali. L’installazione di un impianto di produzione di biogas da colture vegetali consente di avere una quantità di metano sempre disponibile da integrare come combustibile nella centrale elettrica. In questa configurazione l’impianto garantisce la completa valorizzazione del biogas di discarica e il completo abbattimento degli inquinanti presenti nelle emissioni. Inoltre, il digestore anaerobico costituisce una forte leva per risollevare l’economia del settore agricolo. Infatti molti terreni presenti nel territorio circostante risultano abbandonati e l’installazione del digestore ha consentito di poterli nuovamente valorizzare per la produzione di colture energetiche offrendo alle aziende agricole locali una nuova fonte di reddito. L’utilizzo nel digestore dei sottoprodotti delle aziende agroalimentari ha consentito di creare una filiera virtuosa che permette di avere il più basso rapporto tra superficie coltivata a biomasse e energia elettrica prodotta. La gestione degli aspetti ambientali è stata verificata da un organismo internazionale e indipendente con il rilascio dell’EMAS, il più ambito riconoscimento in campo ambientale previsto dalla Comunità Europea.

 

Progetti innovativi Vista la complessità delle installazioni tecnologiche, tutte le attività sono svolte da personale altamente qualificato e sotto il controllo di un avanzatissimo laboratorio di analisi che supervisiona le prestazioni. Nella società gerente attualmente lavorano circa 30 dipendenti tra cui 8 laureati. L’impegno è di garantire elevati livelli di tutela ambientale e della salute umana offrendo il proprio contributo allo sviluppo delle ener-

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gie rinnovabili e alla sostenibilità ambientale. Per questo sono in via di realizzazione presso il sito ulteriori investimenti nel settore delle energie rinnovabili. Sono state stipulate convenzioni di ricerca   con diversi Atenei e società specializzate nella ricerca (Università di Padova, Università di Cassino, Enea, Parco Scientifico e Tecnologico del Lazio Meridionale) al fine di rendere il sito un luogo dove viene coniugata con risultati eccellenti la protezione dell’ambiente con l’efficienza energetica attraverso l’integrazione di tecnologie all’avanguardia. Tra i diversi progetti di ricerca si riportano: - il primo impianto italiano di produzione di biomasse microalgali in collaborazione con la Regione Lazio e l’Università di Padova. In tale impianto vengono recuperate le emissioni di CO2 della centrale elettrica a biogas; - il primo impianto italiano di recupero energetico dalle vibrazioni, in collaborazione con il Ministero dell’ambiente e l’Università di Cassino, in grado di recuperare ulteriore energia presso la centrale elettrica; - un impianto solare termodinamico, in collaborazione con il Parco Scientifico e Tecnologico del Lazio Meridionale, in grado di generare il calore necessario al riscaldamento del digestore anaerobico; - un impianto fotovoltaico realizzato sulle coperture degli impianti tecnologici e sulle scarpate esposte a sud presenti nel sito. L’installazione di diverse tecnologie presso il sito fa parte di un programma più ampio che vede l’impianto come un futuro parco delle energie rinnovabili e del recupero energetico, aperto al pubblico ed in particolare agli studenti. Il Parco delle energie rinnovabili è stato presentato al BIOECO workshop 2011 e verrà aperto durante la primavera 2012. Alla prima presentazione sono state raccolte più di 700 adesioni di studenti con i quali sarà possibile approfondire di fronte a impianti tecnologicamente avanzati, temi legati alla gestione dei rifiuti e alla produzione di energia rinnovabile come risposta

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all’emergenza energetica e all’emergenza climatica causata dalle emissioni di gas serra. Nel frattempo la proprietà ha aperto le porte dell’impianto ai cittadini dei comuni limitrofi, per consentire loro di appurare personalmente le modalità di gestione, ed a delegazioni di studiosi nazionali e internazionali che hanno avuto modo di riconoscere una notevole capacità di guardare al presente e al futuro con la consapevolezza della responsabilità che deve guidare il gestore di un impianto di smaltimento di rifiuti.

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Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) nel procedimento civile Poteri e responsabilità 1

Nota all articolo

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uella che segue è la seconda e ultima parte del dossier sulle principali connotazioni della figura del Consulente Tecnico d’Ufficio. La prima parte (uscita su Consulting 4/5-2011) ne ha illustrato nel dettaglio i compiti e il ruolo. Poteri Nello svolgimento dei suoi compiti, il CTU può acquisire ogni elemento necessario a rispondere, dal punto di vista tecnico, ai quesiti, purché si tratti di fatti accessori rientranti nell’ambito strettamente tecnico della consulenza e non di fatti e situazioni che, essendo posti direttamente a fondamento della domanda o delle eccezioni delle parti, debbano necessariamente essere provati da queste. Il CTU può così domandare chiarimenti alle parti, assumere informazioni da terzi, eseguire piante, calchi, rilievi, etc. Per queste attività il codice di rito prevede che il consulente debba essere autorizzato dal giudice, ma la norma è stata svuotata di significato da una “giurisprudenza per massime” della corte di cassazione che, muovendo da alcune situazioni particolari nelle quali era stato ritenuto che l’autorizzazione fosse stata tacitamente data dal giudice, ha finito per sganciare tali attività da un’espressa autorizzazione del giudice, ritenendo sempre ricompresa nel mandato detta autorizzazione o addirittura non necessaria affatto un’autorizzazione del giudice. A tal riguardo, una sentenza della Cassazione ha affermato che il CTU, nell’espletamento del mandato ricevuto, può chiedere informazioni a terzi per l’accertamento dei fatti collegati con l’oggetto dell’incarico senza bisogno di una preventiva autorizzazione del giudice e queste informazioni, quando ne siano indicate le fonti in modo da permettere il controllo delle parti, possono concorrere con le altre risultanze di causa alla formazione del convincimento del giudice. Acquisizioni documentali Il consulente può acquisire ed allegare alla propria relazione tutti i documenti necessari per rispondere al quesito dal punto di vista tecnico (ad esempio, studi, dati statistici, saggi, cartografie, delibere di enti pubblici, etc.). In tal caso, infatti, l’esercizio dei poteri spettanti al consulente non va ad interferire con l’onere assertivo ed asseverativo gravante sulle parti. Quando invece i documenti da esaminare sono relativi ai fatti principali, rispetto ai quali si esplica l’onere probatorio delle parti, il CTU non può acquisire documenti. Più in particolare, l’art.198 c.p.c., per il solo esame contabile, prevede che il consulente, con il consenso di tutte le parti, può esaminare anche documenti e registri non prodotti in causa. Di essi, tut1

13 tavia, senza il consenso di tutte le parti, non può fare menzione nei processi verbali o nella relazione scritta. In tal caso, i documenti, diversamente da quelli relativi ai fatti accessori rientranti nell’ambito strettamente tecnico della consulenza, afferiscono agli stessi fatti principali. Discussioni sui poteri Ogni qualvolta sorgano questioni sui poteri del consulente e sui limiti del mandato conferitogli, il consulente deve informarne il giudice. Cosa succede se il CTU supera i limiti del mandato del giudice? In alcune pronunce la Corte di Cassazione afferma che le indagini compiute con sconfinamento dai limiti intriseci del mandato sono nulle per violazione del principio del contraddittorio e restano prive di qualsiasi effetto probatorio, anche solo indiziario. In altre sentenze – sempre della Cassazione – si sostiene che un eventuale allargamento della indagine tecnica oltre i limiti delineati dal giudice o consentiti dai poteri che la legge conferisce al consulente, è causa di nullità della consulenza. In altre ancora si afferma che il giudice del merito può trarre elementi di convincimento anche dalla parte della consulenza d’ufficio eccedente i limiti del mandato ma non sostanzialmente estranea all’oggetto dell’indagine in funzione della quale è stata disposta. Il punto dovrebbe tener conto dei rilievi prima svolti in ordine alle c.d. preclusioni istruttorie. Se l’attività del consulente va ad incidere su dette preclusioni, allora di essa non si potrà tenere conto; se invece il superamento dei limiti di mandato non incide su dette preclusioni e sul conseguente onere probatorio delle parti, allora se ne potrà tener conto, sempre che ovviamente si tratti di attività non estranee all’oggetto dell’indagine e, di conseguenza, della lite. Responsabilità Responsabilità disciplinare Non ci si riferisce a quella disciplinata dalle singole leggi istitutive degli ordini e collegi professionali ed amministrata dagli stessi organi delle associazioni professionali, ma a quella prevista dalle disposizioni di attuazione del codice di

Articolo proveniente da fonte non identificabile e selezionato dalla redazione per il valore divulgativo e la chiarezza di linguaggio. L’editore sarà lieto di comunicare il nome dell’autore, non appena ne sarà venuto a diretta conoscenza.

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rito, l’art. 19 delle quali prevede “che la vigilanza sui consulenti tecnici è esercitata dal Presidente del Tribunale, il quale, d’ufficio o su istanza del Procuratore della Repubblica o del Presidente dell’associazione professionale, può promuovere procedimento disciplinare contro i consulenti che non hanno tenuto una condotta morale specchiata e non hanno ottemperato agli obblighi derivanti dagli incarichi ricevuti”. Per il giudizio disciplinare è competente un comitato presieduto dal Presidente del Tribunale e composto dal Procuratore della Repubblica e da un professionista iscritto nell’Albo professionale, designato dal consiglio dell’Ordine o dal Collegio della categoria a cui appartiene il consulente sottoposto al procedimento disciplinare (art. 14). Prima di promuovere il procedimento disciplinare, il Presidente del Tribunale contesta l’addebito al consulente e ne raccoglie la risposta scritta. Se dopo la contestazione ritiene di dover continuare nell’azione disciplinare, anziché archiviarla, il Presidente invita il consulente a comparire dinanzi al comitato disciplinare che, all’esito dell’audizione del consulente, provvede sull’azione disciplinare. Contro il provvedimento del comitato è ammesso reclamo, entro quindici giorni dalla notificazione, al comitato istituito presso la Corte d’Appello, composto dal Presidente della Corte d’Appello, dal procuratore generale e da un Presidente di sezione. Le sanzioni irrogabili sono: - l’avvertimento; - la sospensione dall’Albo per un tempo non superiore all’anno; - la cancellazione dall’Albo. Responsabilità penale La prima considerazione da farsi è che il CTU è un pubblico ufficiale, il che comporta che possono venire in rilievo tutte le fattispecie di reato presupponenti tale qualità (ad esempio, se il consulente trattiene indebitamente somme ricevute nel corso dell’esecuzione dell’incarico, egli non incorre nel reato di appropriazione indebita ma di peculato). L’art. 64 c.p.c. estende, poi, al consulente tecnico le disposizioni del codice penale relative ai periti. Possono così venire in rilievo, in particolare, i reati di rifiuto di ufficio legalmente dovuto e di falsa perizia. Il primo è disciplinato dall’art. 366 c.p., che punisce con la pena della reclusione sino a sei mesi o con la multa da € 30 a € 516 chi, nominato perito dall’Autorità Giudiziaria, ottiene con mezzi fraudolenti l’esenzione dall’obbligo di comparire o di prestare il suo ufficio. Ovviamente deve sussistere l’obbligo a prestare l’ufficio che è previsto soltanto per gli iscritti negli Albi dei tribunali. Le stesse pene si applicano al consulente che, chiamato dinanzi all’Autorità Giudiziaria per adempiere alla sua funzione, rifiuta di dare le proprie generalità, ovvero di prestare il giuramento richiesto ovvero di assumere o di adempiere le funzioni medesime. La condanna comporta l’interdizione dalla professione. L’art. 373 c.p. punisce, invece, con la stessa pena prevista per il testimone falso o reticente (pena della reclusione da due a sei anni), il consulente che, nominato dall’Autorità Giudiziaria, dà parere o interpretazioni mendaci, o afferma fatti non conformi al vero (reato di falsa perizia). La condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici, dalla professione o dall’arte.

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Qualora la falsità – in relazione all’art. 373 – sia intervenuta in una causa civile, il colpevole non è punibile se ritratta il falso e manifesta il vero prima che sulla domanda giudiziale sia pronunciata sentenza definitiva, anche se non irrevocabile (c.d. ritrattazione). Infine, si applicano i casi di non punibilità previsti dall’art. 384 c.p.c. (“non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare se medesimo o un prossimo congiunto da un grave ed inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore”). Altra ipotesi di reato, questa volta di tipo contravvenzionale, è contemplata nello stesso art. 64, comma 2 c.p.c., secondo il quale: “il consulente tecnico che incorre in colpa grave nell’esecuzione degli atti che gli sono richiesti, è punito con l’arresto sino ad un anno o con l’ammenda fino a lire venti milioni. Si applica l’art. 35 c.p. (sospensione dalla professione)”. La contravvenzione è stata introdotta dall’art. 25 della L. n° 281/85, in precedenza era prevista una sorta di responsabilità processuale nei confronti delle parti, che dava luogo alla pronuncia, ad opera dello stesso giudice civile, di una condanna al pagamento di una pena pecuniaria. Oggi invece gli atti vanno trasmessi alla Procura della Repubblica perché proceda all’esercizio dell’azione penale. Responsabilità civile L’art. 64 c.p.c., oltre ad estendere ai consulenti tecnici le norme dettate dal codice penale per i periti ed a prevedere la specifica fattispecie contravvenzionale testé esaminata, stabilisce nell’ultima alinea del secondo comma che “in ogni caso è dovuto il risarcimento dei danni causati alle parti”. La prima questione interpretativa che pone la formulazione della norma, così come introdotta dall’art. 25 della L. n. 281/85, attiene al se il CTU risponda nei soli casi di dolo (falsa perizia) e colpa grave, oppure anche nei casi di colpa media e lieve. Il precedente testo della disposizione, regolata l’ipotesi di responsabilità processuale del consulente che fosse incorso in colpa grave, stabiliva che “egli [fosse] inoltre tenuto al risarcimento dei danni”, dove la congiunzione coordinante inoltre ricollegava immediatamente la responsabilità civile a quella processuale e consentiva di affermare che il consulente rispondeva nei soli casi di dolo o colpa grave. L’attuale formulazione dell’art. 64, comma 2 c.p.c., non è altrettanto lineare. Il comma si compone di tre periodi: il primo disciplina la contravvenzione di cui si è detto sopra; il secondo richiama l’applicazione dell’art. 35 c.p. (in tema di sospensione dalla professione); il terzo disciplina il risarcimento dei danni: questo periodo è introdotto dall’espressione “in ogni caso” che non ha letteralmente valore e funzione di congiunzione, sicché legittima appare sul piano letterale l’interpretazione di quanti sostengono che il CTU oggi risponde anche per i casi di colpa media o lieve, col solo limite dell’applicazione dell’ art. 2236 c.c. Tuttavia, tenendo conto che quando il legislatore vuole procedere alla formulazione di norme sganciate dai medesimi presupposti procede di solito alla redazione di commi diversi dello stesso articolo o alla formulazione di articoli diversi; del fatto che per gli altri organi giudiziari è previsto un regime privilegiato di responsabilità civile; del fatto che lo stesso onorario del consulente tecnico, in ragione della fun-

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zione pubblica che è chiamato ad esercitare, è determinato in maniera sensibilmente (e in alcuni casi marcatamente) più bassa dei “corrispettivi di mercato” e nel proprio ordinamento vale quale principio generale la commisurazione del grado di responsabilità alla natura gratuita o meno dell’incarico; appare ancora preferibile, alla luce di un’interpretazione sistematica della disposizione, la soluzione precedente e ritenere che il consulente tecnico risponda soltanto in caso di dolo o colpa grave. La seconda questione che la disposizione pone è se la responsabilità in essa prevista, con la limitazione ai soli casi di dolo o colpa grave, operi soltanto confronti delle parti o anche di terzi estranei al processo. Il riferimento è evidentemente all’atto di consulenza che il perito è chiamato a svolgere e non anche alle possibilità attività strumentali che il consulente può svolgere in funzione dell’incarico. Ad esempio, se il CTU, recandosi sul luogo di causa per effettuare un sopralluogo, fa un incidente stradale, è evidente che l’art. 64 c.p.c. non troverà applicazione; o ancora se il CTU, nell’eseguire operazioni di misurazioni di un lotto di terreno o di un saggio danneggia maldestramente la proprietà di terzi o delle stesse parti, è evidente che egli ne risponderà in base alla clausola generale del neminem laedere dell’art. 2043 c.c. Il problema è se, in presenza di un tipico atto del consulente (ad esempio il parere espresso a verbale d’udienza, oppure la consulenza scritta), questi risponda nei confronti dei terzi e, quindi, se anche i terzi siano legittimati ad agire nei confronti del consulente. L’art. 64 c.p.c. fa riferimento letteralmente soltanto alle parti, sicché sembrerebbe che soltanto queste siano legittimate ad agire nei confronti del consulente, perché soltanto rispetto ad esse l’atto del consulente assume (o può assumere) rilevanza lesi-

va. Ma in senso contrario può osservarsi che l’atto di consulenza in determinate circostanze, sia pure non propriamente rapportabili ad un ordinario processo di cognizione, assume rilevanza anche nei confronti di terzi. È quanto testualmente prevede l’art. 2343 c.c. in relazione all’esperto nominato dal Presidente del Tribunale per la valutazione dei conferimenti di beni in natura o di crediti apportatati in società di capitali. Il socio che conferisce i beni o i crediti deve presentare una relazione giurata di un esperto nominato dal Presidente del Tribunale nel cui circondario ha sede la società sul valore dei beni e/o dei crediti conferiti. La nuova formulazione della disposizione, introdotta dalla recente novella del rito societario, prevede espressamente che l’esperto risponda non solo nei confronti dei soci e della società ma anche dei terzi. Responsabilità per la durata irragionevole del processo Infine, va considerata una particolare ipotesi di responsabilità, quella derivante dalla durata irragionevole del processo. La L. n° 89/2001 stabilisce che chi ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto della violazione dell’art. 6, parag. 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (sulla c.d. durata ragionevole del processo), ha diritto ad un’equa riparazione. Può configurarsi una responsabilità esclusiva o concorrente del consulente che, ritardando ingiustificatamente la propria attività, determini (o concorra a) l’insorgenza della violazione dell’art. 6 della Convenzione. In tal caso è immaginabile che, in caso di condanna dello Stato al pagamento dell’equa riparazione, il consulente possa essere chiamato a rispondere per danno erariale dinanzi alla Corte dei Conti, secondo quanto previsto dall’art. 5 della L. n. 89/2001.

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Fitodepurazione Come sistema di trattamento delle acque reflue

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egli ultimi anni il settore dell’ingegneria ambientale, col progredire della tecnologia, ha visto susseguirsi numerose normative specifiche, da cui sono scaturite nuove disposizioni, linee guida e requisiti tecnici. In particolare, nella depurazione delle acque, l’obiettivo di perseguire lo sviluppo sostenibile delle attività antropiche ha portato ricercatori ed esperti a concentrare gli studi su soluzioni a basso costo ed alta eco-compatibilità. Tra questi, la fitodepurazione è uno dei sistemi più moderni ed affidabili, sia dal punto di vista impiantistico sia ambientale. Oggi la necessità di rispondere alle prescrizioni vigenti sull’uso di impianti di trattamento delle acque reflue a servizio di piccole comunità - a basso impatto - spesso obbliga il progettista ad integrare o, addirittura, scartare le soluzioni tradizionali a favore dei cosiddetti sistemi di depurazione di tipo naturale. Il presente lavoro, giunto alla sua seconda edizione, si giova del riuscito contenuto editoriale del predecessore, arricchendolo con nuovi schemi e aggiornamenti allo scopo di continuare ad offrire al lettore tutti gli strumenti necessari per progettare correttamente un impianto di fitodepurazione ed ottenere reflui dalle caratteristiche qualitative compatibili con le ultime normative vigenti, sì da consentirne lo scarico nei corpi idrici recettori.

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Dall’indice 4 Principi della depurazione 4 Campi di applicazione 4 Tipologie impiantistiche 4 Vegetazione 4 Criteri di progettazione 4 Elementi costruttivi

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Sequenza-tipo delle attività di realizzazione di un impianto Schemi e casi pratici La fitodepurazione come trattamento terziario La fitodepurazione come trattamento del percolato Trattamento delle acque piovane Altre applicazioni della depurazione di reflui con essenze vegetali anno 9 - nº 6 – novembre – dicembre 2011


Greenergy Rubrica di Leonardo EVANGELISTA

Termo-fotovoltaico

L’ultima frontiera dei generatori termici I

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l Centro Nazionale Ricerche (CNR) sta lavorando ad un progetto piuttosto interessante, grazie al quale sarà possibile realizzare un rivoluzionario generatore termico – o, più semplicemente, una caldaia di ultima generazione – capace di produrre nello stesso tempo elettricità e calore senza aumentare di una virgola il costo dei sistemi tradizionali attualmente in uso. Si tratta di un’idea che potrebbe dare un impulso molto importante al settore della cogenerazione e trovare, presto, ottime opportunità di applicazioni concrete nella termotecnica domestica (e non solo…). La grande novità concettuale consiste nell’impiego di celle fotovoltaiche opportunamente modificate in modo da essere in grado di riassorbire il calore disperso dopo la combustione nella caldaia e riconvertirlo in energia elettrica. Non è possibile utilizzare celle convenzionali perché queste sono sensibili allo spettro della banda elettromagnetica in cui si trova la luce solare, mentre occorrono dispositivi capaci di assorbire l’energia termica radiante, nello spettro della luce visibile e dell’infrarosso. L’ostacolo tecnico più difficile è dato dalla elevata temperatura alla quale dovrebbe avvenire tale trasformazione energetica, ma le ricerche hanno già individuato nel germanio il materiale più adatto allo scopo. Con una caldaia dotata di celle in germanio, dunque, sarebbe possibile potenziare quali-quantitativamente l’efficienza

di utilizzo del combustibile, producendo sia calore sia, da questo, elettricità. I vantaggi derivanti dal “surplus elettrico” supererebbero i costi di adeguamento tecnologico dei vecchi impianti già entro pochi anni dall’installazione. Numeri alla mano, il progetto sembra convincente: una caldaia convenzionale può convertire in calore circa il 95% dell’energia contenuta nel combustibile, tenuto conto delle inevitabili dissipazioni. Con l’aggiunta dei termofotoconvertitori1, da tale (elevatissima) percentuale si trarrebbe una quota-parte di energia elettrica dell’ordine del 10%, valore che ancora non si deve considerare come una soglia insuperabile in quanto suscettibile dei giovamenti dovuti a future migliorie progettuali atte a ridurre ulteriormente la già esigua frazione di energia inutilizzata. Alla fine dei conti, quindi, dal combustibile di partenza, si produrrebbe l’85% di energia termica e oltre il 10% di energia elettrica, lasciando il rendimento ibrido complessivo invariato o, anzi, attestandolo addirittura su livelli maggiori del 95%. L’aspetto più importante, però, risiede nel fatto che, per la prima volta nel settore, si potrebbero prevenire a monte le dispersioni di calore, trasformandole in preziosa energia elettrica di facile ed immediato utilizzo. 1 È la denominazione ufficiale – e di difficile pronunciabilità NDR– delle speciali celle in germanio.

Fotovoltaico

Analisi di fattibilità per un’edilizia sostenibile Dal Protocollo di Kyoto al varo del Quarto Conto Energia ile sostenib o Energia ’edilizia à per un arto Cont fattibilit ro del Qu Analisi di lo di Kyoto al va ol Dal Protoc

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l testo attraversa tutti gli aspetti fondamentali del fotovoltaico: dalle definizioni inerenti la sostenibilità alle soluzioni tecnologico-applicative in progetti di spicco europei e italiani, dalle metodologie di progettazione degli impianti alla situazione del mercato internazionale, dalla compravendita alla produzione di elementi, materiali e componenti... In più, illustra nel dettaglio la promozione sponsorizzata nei principali Paesi dell’U.E. e il “Conto Energia” in Italia. Dedica un paragrafo all’evoluzione normativa in materia di edilizia sostenibile, evidente volontà del legislatore di promuovere edifici “intelligenti” che autoproducano – e non disperdano – energia.

Dall’indice 4 Lo sviluppo sostenibile e l’architettura bioclimatica 4 I dispositivi fotovoltaici e la tecnologia del silicio 4 Il mercato del fotovoltaico italiano, europeo e mondiale 4 Il quadro degli incentivi europei e l’evoluzione della normativa italiana 4 Primo Conto Energia, “Nuovo” Conto Energia e Terzo Conto Energia 4 Il Quarto Conto Energia 4 L’integrazione architettonica rispetto al Conto Energia 4 Titoli abilitativi, criteri di dimensionamento e rivista del consulente d’azienda valutazioneLa economica

Riserva un intero Capitolo al GSE (Gestore dei Servizi Energetici), ponendo in evidenza il sistema di erogazione degli incentivi e la promozione di campagne informative per un consumo responsabile di energia elettrica. In ultimo si sofferma in profondità sugli aspetti procedurali, normativi e concernenti il dimensionamento degli impianti, in modo da fornire al lettore tutti gli elementi fondamentali per operare una corretta valutazione economico- finanziaria. A tale scopo, di cruciale rilievo, sono riportati tre casi studio – inerenti alla progettazione di edifici con impianto fotovoltaico annesso – nei quali si rende l’idea di come progettare un impianto quantificando correttamente costi e benefici. Il volume, quindi, si dimostra concepito anche per essere compreso da chiunque voglia cimentarsi e conoscere – perfino per la prima volta – il sistema fotovoltaico, consentendo di avere cognizione di causa su come progettare, realizzare e, soprattutto, valutare i pro e i contro per decidere preliminarmente se conviene anno 9 - nº 6 – novembre – dicembre 2011 procedere o no con l’installazione.


Da “ignorante” a “esperto ambientale” in un giorno? Tutto è possibile con le scuole di mal-formazione professionale! di Nicola G. GRILLO

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a rabbia constatare come si vada alla deriva proprio in un settore che, al contrario, dovrebbe essere un riferimento, una bussola, per orientare chi necessita delle competenze tecniche e dei requisiti formativi idonei ad esercitare determinate attività lavorative. Il settore in esame è quello dell’erogazione di corsi di formazione professionale che, nonostante i lunghi anni di esistenza, tutto ha fatto fuorché sviluppare e perfezionarsi nell’ottica del… miglioramento continuo1. In questa sede preme sottolineare in particolar modo la situazione concernente la gestione ambientale, ben sapendo, purtroppo, che anche altri campi lavorativi sono affetti dalle stesse mal-formazioni. Pronto-corso in sole 20 ore La nota più dolente proviene dalla miriade di corsi, corsini e corsicchi che promettono mari e monti e, invece, danno solo… la cartolina, cioè un pezzo di carta inutile, buono solo per gettare fumo negli occhi o per tacitare certi cavilli burocratici che richiedono “la qualifica di vattelapesca”. Esagerazioni? Cosa poter dire di meglio di corsi (!) che durano una manciata di ore – magari sono anche svolti on line – e, in quel poco tempo, si dicono capaci di offrire all’iscritto perfino un periodo di “acclimatazione”, l’illustrazione di casimodello e l’esaustiva testimonianza di acclarati (?) fuoriclasse dell’ambiente? Cosa potrà rimanere, al corsista di turno, alla fine della “giornata2”? Poco o niente! Egli rimarrà beatamente nella sua ignoranza – nel senso di non disporre del sapere che invece occorre avere per svolgere in modo corretto la professione – però, in compenso, potrà far vedere ad amici e parenti la sua bacheca fregiarsi di un nuovo “pezzo” (di carta) della propria collezione di attestati. La logica del pronto-corso, in un settore esigente e competitivo come quello ambientale – e della gestione dei rifiuti in particolare – non può funzionare, poiché la carenza di competenze o il lavorare male, alla lunga, si notano eccome! Quando 1 Slogan che, per ironia della sorte, i corsisti sentono spesso ripetere proprio nell’ambito di tanti moduli di formazione. 2 Stringendo e tagliando i tempi morti, le ore somministrate durante i corsicchi rientrano nell’arco di una sola giornata.

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ciò non sembra avvenire a livello locale o nazionale, come nel caso dell’Italia, inevitabilmente – e con conseguenze amplificate – risulta su scala addirittura internazionale, per cui fioccano ininterrotte e salatissime multe da parte dell’Unione Europea, ormai scoraggiata dall’italica cattiva gestione ambientale. Se siamo arrivati a questo punto, probabilmente le lacune professionali sono più che eccezionali e presentano una diffusione massiccia e trasversale, coinvolgendo tutti i livelli di governo dell’ambiente, dalle più importanti cariche amministrative a quelle strettamente operative, dal Nord al Sud e così via… Federalismo medievale Per invertire la tendenza occorrerebbe un segnale forte, anche – e soprattutto – nel comparto della formazione, da parte di un organo centrale capace di tracciare delle linee guida efficaci e realistiche, sulla scorta delle direttive sovranazionali. E invece cosa succede? Esattamente l’opposto! Si assiste impotenti al fiorire di leggi e delibere locali non in linea ai sani principi del liberalismo ma semplicemente per assegnare arbitrariamente più poteri e/o privilegi all’amico che “ha deciso” – leggasi vuole improvvisare – di organizzare uno o più corsi di formazione professionale al solo, meschino, scopo di drenare fondi europei o arraffare facili denari e non certo per divulgare saperi ed esperienze tecnico-scientifiche che neanche saprebbe dove reperire! Oppure per far diventare professionisti ambientali dei personaggi che senza meno sarebbero più a loro agio in tutte altre vesti e che però, per oscuri motivi d’interesse politico, economico, etc., “devono” essere considerati esperti in materia. Non occorre tirare in ballo l’ecomafia – sarebbe anche fuorviante – per sospettare della effettiva preparazione di tanti pubblici funzionari, consulenti tecnici e titolari di organizzazioni del comparto ambientale che, pure, possono esibire attestati e altre cartoline dopo aver seguito vari corsicchi. Dall’ingrossamento della folla di formatori disonesti, poi, consegue un altro deprimente malcostume, ossia la pressione nei confronti degli enti locali che, conniventi o meno, prima o poi dovranno legiferare nuovi provvedimenti al principale scopo di rendere obbligatorio questo o quel corsicchio in barba a tutte le reali considerazioni di carattere tecnicoambientale… Mentre da un lato il risultato fittizio, ossia succhiare le finanze europee (o dei privati), viene centrato perfettamente, dall’altro si dà luogo ad un enorme effetto collaterale, assolutamente trascurato o accantonato: lo sfornare a ripetizione in-

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capaci totali e dar loro licenza di uccidere l’ambiente, fornendo un alibi perfetto e un abilissimo camuffamento: come distinguere a priori, un consulente ambientale inetto da uno serio e affidabile? Forse dall’attestato? Forse dall’istituto presso il quale ha conseguito l’attestato? Impossibile! Ormai anche in seno ad enti più (o meno) prestigiosi serpeggia la cattiva tendenza di somministrare corsi mordi e fuggi, praticamente a costo zero per gli organizzatori e di qualità sotto zero. L’unico elemento davvero discriminante, in casi come questo, potrebbe essere la capacità del singolo professionista, solo che quest’ultima non viene mai presa in considerazione, financo in quelle situazioni che, per gravità o importanza, di fatto lo richiederebbero tassativamente, come ad esempio nelle cause per crimini ambientali.

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Aggiornamento professionale non richiesto agli specialisti dell’ambiente Di fatto, in Italia, non esiste un esame standardizzato che valuti oggettivamente e con criteri equanimi le effettive abilità di consulenti, titolari di impianti, funzionari e così via, per cui gli imboscati, una volta ottenuto il visto tramite apposito corso fantoccio, si trovano a meraviglia nella giungla della gestione ambientale e, purtroppo, mettono in cattiva luce anche la parte “buona” del settore, il cui operato sfuma miseramente nell’entropia da loro generata. Un’anomalia nell’anomalia, inoltre, è la vistosa assenza dell’obbligo di aggiornamento per tali figure nonostante il loro campo professionale sia in continuo fermento fra modifiche normative, innovazioni tecnologiche e nuove esigenze gestionali. Parafrasando una réclame famosa, sembra che un corsicchio sia per sempre. Poche ore di chiacchiere danno il nulla osta per compiere strafalcioni tecnici per tutto il tempo

che si vuole, non ci saranno più ulteriori possibilità di scoprire – e debellare – imperizie o lacune di sorta. C’è poco da stare tranquilli, vista l’entità della posta in palio, ossia la tutela dell’ambiente e della salute collettiva. Non è un caso se continuano a ripetersi scempi dovuti a negligenze, facilonerie o comportamenti colposi e dolosi, con strascichi ecologici drammatici e lunghi processi civili e penali. A tal riguardo, una significativa considerazione: solo di rado tali dibattimenti si concludono con il riconoscimento della colpa di un consulente ambientale o altre cariche simili. Come mai? Forse per merito di un particolare virtuosismo degli imputati? Interventi risolutivi È ora di operare degli interventi fattivi, con il reale obiettivo di migliorare la gestione integrata ambientale. Nella fattispecie dei corsi di formazione per specialisti ambientali, si richiede una giusta regolamentazione ad opera del Ministero dell’Ambiente e dei vari organi ad esso afferenti, affinché siano delineati correttamente i requisiti formativi demandati a ciascuna figura e, soprattutto, affinché si operi un attento controllo sia degli istituti erogatori di corsi di aggiornamento e formazione, sia dei contenuti e delle modalità di erogazione di ciascun corso. In più, si suggerisce di predisporre, con modalità standard, super partes ed invarianti territorialmente, degli specifici esami di verifica delle abilità effettivamente conseguite, nonché un controllo periodico delle stesse. In caso di esito negativo, si deve automaticamente sospendere la carica del professionista fino a che questi non ha sostenuto con profitto un congruo corso di aggiornamento. È davvero auspicabile che quanto detto sia preso nella giusta considerazione in tempi ragionevoli. Come si suol dire, la speranza è l’ultima a morire…

Bonifiche da AMIANTO in materiali compatti

La Gestione dei rifiuti prodotti

Normative di riferimento Autorizzazioni necessarie Procedure e tecniche di bonifica

Bonifiche da AMIANTO in materiali compatti La Gestione dei rifiuti prodotti

ing. Nicola Giovanni GRILLO

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’amianto, per le sue eccellenti proprietà tecnologiche, è stato usato nelle costruzioni, nella cantieristica e negli impianti termici in grande quantità e per i più svariati impieghi, tanto da potere essere oggi considerato “onnipresente”. Nel settore edile il suo impiego è stato soprattutto finalizzato alla produzione di tegole, lastre, tubazioni, rivestimenti per soffitti, pareti e pavimenti vinilici. Le fibre di amianto possono presentarsi sia libere o debolmente legate sia fortemente legate: nel primo caso si parla di amianto in matrice friabile, nel secondo di amianto in matrice compatta. L’esposizione a fibre di amianto aerodisperse è gravemente dannosa per la salute umana, il suo impiego è stato perciò gradualmente assoggettato a regole sempre più rigorose, fino a giungere, con la Legge del 27.03.1992, n° 257, al divieto di ogni forma di utilizzazione. La quantità di materiali contenenti amianto è stimata, in Italia, in circa 50 milioni di tonnellate; oggigiorno si lavora per limitare i danni conseguenti alla sua diffusione nell’ambiente attuando procedure di confinamento, bonifica, rimozione e smaltimento definitivo in discarica. Particolare rilievo assume quindi l’obbligo di individuare e censire la presenza di amianto e di valutarne il grado di pericolosità; tale obbligo è particolarmente cogente prima di intraprendere qualunque lavoro su fabbricati o manufatti in genere. Nato con l’intento di costituire un riferimento per tutti coloro che devono affrontare e risolvere i problemi afferenti le attività di rimozione, smaltimento e bonifica dell’amianto legato in matrice compatta, il testo fornisce la necessaria informazione di base, con indicazioni dirette, chiare e puntuali, a tutti coloro che, in qualità di Amministratori, Detentori, Responsabili, Controllori, Tecnici, Imprenditori o Consulenti, hanno a che fare con l’amianto o con materiali che lo contengono.

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La Perizia giurata di idoneità degli automezzi adibiti al trasporto di rifiuti

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l trasporto costituisce la fase più delicata e fondamentale fra tutte quelle in cui si articola la gestione dei rifiuti ed è disciplinato dall’art. 193 del D. Lgs. n° 152/2006. Le imprese che intendono iscriversi alla Sezione regionale dell’Albo Gestori Ambientali, alla domanda, fra l’altro, devono allegare una “perizia19 giurata”, ai sensi dell’art. 12, comma 3, lettera a), del DM 406/98, che attesti l’idoneità tecnica dei veicoli impiegati per il trasporto dei rifiuti. La perizia può essere redatta da ingegneri, chimici, medici igienisti o biologi, iscritti nei relativi Albi professionali. I contenuti e le modalità di redazione della perizia sono quelli indicati nella Delibera 27.09.2000, n° 004 dell’Albo nazionale Gestori ambientali. La “perizia asseverata con giuramento” è un atto pubblico; conseguentemente, ove si riscontrasse che il Perito abbia dichiarato il falso, egli commetterebbe il reato di Falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, previsto dall’art. 483 del Codice penale e punito con la reclusione fino a due anni.

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Questa pubblicazione vuole costituire una utile guida per la redazione di un documento la cui funzione è determinante per progettare il trasporto dei rifiuti, nell’ottica sia della prevenzione del rischio per le persone, le cose e l’ambiente, sia della individuazione del responsabile in caso di incidente o contestazioni da parte delle Autorità preposte. Un indispensabile strumento di lavoro, dunque, per Imprenditori, Professionisti, Organi di controllo e per quanti altri abbiano la necessità di valutare, interpretare o applicare la perizia. Riferimenti e Bibliografia Parikka M, Biomass Bioenergy (2004). Hill J et al, Proceedings of the National Academy of Sciences (2006). Bain R et al, Fuel Process. Technol. (1998). Schneider UA McCarl BA, Environ° Res. Econ° (2003). Boman U et al, Biomass Bioenergy (1997). Jenkins B et al, Fuel Process. Technol. (1998). Ghetti P et al, Fuel (1996). Zheng G Koziński JA, Fuel (2000). Biagini E et al, Fuel (2005). anno 9 - nº 6 – novembre – dicembre 2011


DOSSIER ATMOSFERA – 1

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a qualità dell’aria è sempre più un tema di scottante attualità, sia per chi vive nei grandi centri abitati, dove sono direttamente presenti le fonti di emissioni inquinanti, sia per chi è attento – e preoccupato – all’evoluzione delle condizioni climatiche su più larga scala. Quelli che seguono sono due articoli di approfondimento che mettono a fuoco lo stesso aspetto esaminandolo da punti di vista molto diversi: il primo è a livello… planetario, il secondo si avvicina molto di più con lo zoom e arriva fino alla realtà locale di una città italiana attanagliata dal traffico. In entrambi i casi la questione è di vitale importanza, come l’aria che respiriamo.

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CO2 e clima

Dal protocollo di Kyoto a Cancun verso la conferenza di Durban di Aldo DI GIULIO*

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e osservazioni scientifiche prevedono che, se la tendenza della temperatura media mondiale sarà confermata nei prossimi anni, questa potrà aumentare di un gradiente da 1,4 a 5,8 °C entro il 2100 e quella europea di 2÷6,3 °C. Secondo il IV rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il riscaldamento registrato negli ultimi 50 anni è pari a 0,13 °C per decennio ed è il doppio rispetto a quello constatato negli ultimi 100 anni (S.O. G.U. n° 181 del 06.08.2009). Una puntualizzazione in tema di previsioni climatiche, datata 20.01.2010, è giunta dall’IPCC, agenzia ONU incaricata di osservare il cambiamento climatico, che ha corretto il rapporto emanato del 2007, in cui affermava che i ghiacciai dell’Himalaya potevano sciogliersi più rapidamente che nel resto del mondo con la probabile scomparsa del tutto o in parte entro il 2035; invece,secondo le ultime osservazioni, l’IPCC, afferma che nel 2035 l’Himalaya sarà ancora imbiancato e un comitato di esperti si riunirà per aggiornare il dato ambientale. Nel rapporto del 2007 sono indicate ben 54 incertezze fondamentali in materia di clima le quali, in ogni caso, non mettono in discussione il fatto che le variazioni climatiche siano dovute alle attività antropogeniche dell’uomo, riconducibili dall’inizio dell’era industriale. Infatti da tale periodo si è osservato una variazione significativa della temperatura media globale e dell’impossibilità per i modelli climatici di simulare un riscaldamento dell’atmosfera terrestre senza tener conto del contributo dei gas serra (Q. Schiermeier, Le Scienze, aprile 2010). Secondo l’Istituto di Biometereologia del CNR, diretto dal prof. Giampiero Maracchi, al di là dei ragionamenti sulle pre*

visioni sul clima, le osservazioni delle variazioni della temperatura media globale, registrate negli ultimi venti anni, pur rappresentando un periodo insignificante per lo studio del clima, dimostrano in modo incontrovertibile il gradiente positivo della temperatura, accertato dalle migliaia dei dati forniti dagli istituti di ricerca che vanno tutti nella stessa direzione. Fattori del mutamento È convincimento fondato che l’elemento prioritario e fondamentale del possibile mutamento climatico, conosciuto ai più come effetto serra, sia dovuto alle attività e sviluppo della società industriale. Ciò è dovuto all’uso dei combustibili (olio combustibile, gasolio, benzina, etc.) impiegati nell’industria e nel comparto civile per trasporti, riscaldamento, servizi, etc. Nell’Unione Europea, il settore dell’energia è responsabile dell’80% delle emissioni totali di gas serra; l’agricoltura, in base all’area dei terreni da coltivare, all’utilizzo dei fertilizzanti e alla qualità e quantità degli animali di allevamento, contribuisce in misura decisamente minore. I gas serra, responsabili per i cambiamenti climatici, sono l’anidride carbonica (CO2), il metano (CH4), il protossido di azoto (N2O) e i gas fluorurati. La relazione ricorrente nei saggi scientifici è quella di mettere in relazione il contenuto di CO2 con l’aumento della temperatura. Ad oggi la concentrazione di CO2 in atmosfera è di 390 ppm mentre, a detta dei climatologi, una soglia per evitare cambiamenti climatici è pari a 350 ppm; nel 2010, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la CO2 è aumentata dell’8% rispetto al 2008… se dovesse proseguire questo trend, secondo alcuni esperti si corre il serio pericolo di un aumento della temperatura di ben 4 °C entro il 2100. G. Prins, nel rapporto Climate change, programma Mackinder elaborato per lo studio degli eventi ad onda lunga, rammenta anche il ruolo del soot (nerofumo) e altri inquinanti, quali l’azoto reattivo e l’ozono troposferico nei cambiamenti climatici. In particolare le particelle di solfato, nitrato e carbonio disperdono le radiazioni del sole nello spazio, generando un raffreddamento. Al contrario, il particolato carbonioso generato dai diesel e dagli impianti di riscaldamento obsoleti o inefficienti, assorbono le radiazioni solari e riscaldano l’atmosfera. Secondo G. Prins il particolato, esaminando diversi studi al riguardo, viene considerato come la seconda causa più importante del riscaldamento climatico, dopo la CO2. Questo tipo di considerazione solo recentemente è stato preso in esame e necessita di un approfondimento da parte dell’IPCC. Nel rapporto Climate change, riportato sulla testata “Formiche” (settembre 2010), G. Prins cita le stime elaborate da K. Shine e W. Sturges, secondo i quali il 40% del riscaldamento terrestre è dovuto a gas diversi dall’anidride carbonica. Nello stesso rapporto, Bera ed altri hanno scoperto che alcuni idrofluorocarburi (HFCs e PFCs) posseggono un potenziale maggiore della CO2 in termini riscaldamento terrestre; questi ricercatori additano, in termini di unità, gli HFCs ben 17.200 volte maggiori della CO2. Ruolo della CO2 Il 75% delle emissioni antropogeniche derivante dall’uso dei combustibili nelle attività umane è rappresentato dalla CO2. In

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termini globali di CO2, il nostro Paese, nel 2007, ha liberato in atmosfera 180,8 milioni di tonnellate, collocandosi al 4° posto nel continente europeo dopo la Germania con 497,2 mlt, la Polonia con 234,8 mlt e la Gran Bretagna con 214,8 mlt. Nel 2005 il trasporto su strada ha rappresentato il 20,9% delle emissioni di gas serra e di questa quota-parte gli autoveicoli hanno contribuito per circa il 60%. La relazione CEE del 19.12.2007, COM 856, precisava che “gli sviluppi della tecnologia automobilistica hanno consentito un risparmio di carburante del 12,4% tra il 1995 e il 2004, annullati però dall’incremento della domanda di trasporto e dalla maggiore dimensione degli autoveicoli con aumento delle emissioni di CO2 del trasporto su strada del 26%”. I dicasteri responsabili rammentano che l’Italia detiene il primato mondiale dell’auto privata pro-capite con 1,69 abitanti per mezzo e più di 46 milioni di autoveicoli che percorrono mediamente 13.000 km/anno, valori pari a più del 26% della media UE, con tendenza all’aumento (v. Consulting, 1-2009).

equivalente di 10 giorni, siamo ben lontani dal raggiungere il traguardo prefissato, mancando ancora 19 giorni di emissione da tagliare (AEA, Segnali ambientali, Copenaghen, 2009). Il nostro paese registra un divario del 14% fra gli obiettivi di Kyoto e il 2010, riducibili al 2% adottando ulteriori provvedimenti e dei pozzi di assorbimento del carbonio. Misure ancora ad oggi da realizzare compiutamente.

Il protocollo di Kyoto Il primo passo per iniziare a ridurre le emissioni fu firmato nel 1997 a Kyoto e ritenuto importante per evitare che i mutamenti climatici potessero raggiungere livelli pericolosi per l’uomo. Per Paesi in via di sviluppo, quali ad esempio il Brasile, l’India, la Cina, pur con una crescita economica e produttiva – con conseguente liberazione di emissioni – nessun obbiettivo e vincolo fu stabilito. Con decisione del Consiglio Europeo 2002/358/CE del 25.04.2002, l’Unione Europea approvò il protocollo di Kyoto ratificandolo il 31.05.2002. Sebbene ogni Stato agisca in piena autonomia, l’Unione Europea, in quanto firmataria dell’accordo, ha l’obbligo di verificare periodicamente il comportamento di ciascuno Stato membro rispetto agli obbiettivi prefissati, secondo quanto stabilito dall’art. 10 del Trattato istitutivo della Comunità. Il meccanismo di controllo circa la sorveglianza dei target assegnati è stato formalizzato dalla decisione n° 280/2004/ CEE; altri atti relativi ai livelli di CO2 da mitigare risiedono nelle direttive 2003/87 e 2004/101 CEE (La strada per Kyoto, fondazione Filippo Caracciolo, 2006). Con la ratifica del protocollo, divenuto esecutivo il 16.02.2005, il nostro Paese è impegnato formalmente a recepire ed attuare i progetti di riduzione delle emissioni. Il protocollo aveva stabilito per i 15 Paesi UE l’obiettivo di ridurre le emissioni dell’8% rispetto a quelle del 1990, entro il 2008÷2012. All’interno di tale obiettivo, considerato medio, ogni Stato membro aveva input diversi; alcuni dovevano ridurre le emissioni, ad altri era consentito un modesto aumento. Con l’accordo sulla ripartizione degli oneri del 1998, la UE, secondo quanto previsto dall’art. 4 del Protocollo, nel ripartire i traguardi di ciascun Paese aveva stabilito per l’Italia una percentuale del 6,5% da raggiungere nel periodo 2008/2012. Sebbene risulti problematico contare i gas, secondo quanto afferma l’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA) si può pensare di ridurre le emissioni come giorni di anno, identificando per i 15 membri dell’UE, mediamente, un corrispettivo di 29 giorni di emissioni in meno per anno, nel periodo 2008÷2012, rispetto al 1990. Secondo le informazioni raccolte dall’AEA, nel 2009, pur registrando una riduzione delle emissioni per un

Emissioni nell’anno di riferimento Nell’ambito del protocollo di Kyoto, il livello delle emissioni di gas serra nell’anno di riferimento è il punto di partenza pertinente per registrare il progresso delle emissioni nazionali dell’UE 15 e di tutti gli Stati membri cui è stato assegnato un obiettivo di Kyoto. Per l’UE 27, invece, non è stato previsto un obiettivo unico e non è quindi possibile utilizzare, in una discussione sui progressi compiuti verso il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto, un anno di riferimento collettivo per questo territorio. È importante chiarire che l’anno di riferimento non è un anno normalmente inteso, bensì il livello di emissioni preso come riferimento per calcolare le riduzioni intercorse. Il 1990 è l’anno di riferimento utilizzato per calcolare i livelli di anidride carbonica, metano e protossido d’azoto per tutti gli Stati membri dell’UE 15. Per quanto riguarda, invece, i gas fluorurati, 12 Stati membri su 15 hanno preso come anno di riferimento il 1995.

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Obiettivi di Kyoto dell’Unione europea L’UE 15 si è assunta a Kyoto l’impegno di ridurre entro il 2012 le emissioni di gas serra dell’8% rispetto ai livelli dell’anno di riferimento. Le informazioni in possesso dell’autore circa il mantenimento degli impegni assunti dai 15 Paesi danno l’indicazione di massima di un mancato rispetto degli obbiettivi di riduzione. I nuovi Stati membri hanno obiettivi individuali, con l’eccezione di Cipro e Malta – che non ne hanno alcuno – e gli obiettivi possono essere conseguiti attraverso azioni diverse.

Sistema dei permessi negoziabili delle emissioni di CO2 (Emissions Trading Scheme, ETS) Il sistema dei permessi negoziabili delle emissioni di CO2 dell’UE è uno strumento politico in materia di cambiamenti climatici, il cui obiettivo è aiutare le industrie a ridurre le emissioni di CO2 in maniera efficace rispetto ai costi. Il sistema impone un tetto sulle emissioni a tutte le grandi fonti di emissioni di CO2. Politiche e misure nazionali Entro i confini nazionali le politiche e le misure adottate in loco comprendono: promozione di energia da fonti rinnovabili, miglioramenti dell’efficienza energetica, promozione dei biocarburanti nei trasporti, riduzione delle emissioni di anidride carbonica da parte delle automobili, recupero di gas dalle discariche e riduzione dei gas fluorurati. Meccanismi di Kyoto Il protocollo di Kyoto prevede meccanismi basati sul mercato che permettono ai Paesi industrializzati di conseguire i loro obiettivi beneficiando di riduzioni delle emissioni in altri Paesi. Nell’ambito di tali meccanismi, gli Stati membri posso-

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no scambiare quote di emissioni tra loro o acquistare crediti tramite i progetti di riduzione delle emissioni che finanziano all’estero. Questi meccanismi contribuiscono inoltre al trasferimento di tecnologie a basse emissioni di CO2 in altri Paesi e promuovono lo sviluppo sostenibile (pagina web, AEA, Copenaghen, 2009).

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Da Rio de Janeiro a Copenaghen Nel 1992, con la conferenza di Rio de Janeiro, si è avviato il processo di riflessione e di misure volte a controllare su base volontaria le emissioni di gas serra. 37 Paesi industrializzati, nel 1997, siglarono il protocollo di Kyoto per impegnarsi a tagliare le emissioni del 5,2% rispetto al 1990. Ad oggi, purtroppo, si consta che le emissioni naturali e antropiche, considerando il tracciante della CO2, sono aumentate del 29% rispetto al 2000. Il pensiero fortemente prevalente della comunità scientifica, è che tutto ciò contribuisca in modo determinante all’aumento della temperatura media globale. Nel 2005, alla Conferenza di Montreal, fu istituita una equipe per studiare gli emendamenti da apportare al protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2011; ciò stanti gli scarsi risultati ottenuti, per riflettere sui nuovi limiti alle emissioni da realizzare nel trend 2012÷2020. Due anni dopo, alla Conferenza di Bali, si elaborò un strategia volta a ridurre le emissioni antropogeniche per l’adattamento dei Paesi in via di sviluppo alla riduzione dei gas serra, incentrando il ragionamento su tecnologie sostenibili e finanziamenti occorrenti. In vista del Summit di Copenaghen – cui hanno partecipato 193 Paesi – svoltosi nel dicembre del 2009, i ministri degli esteri di Gran Bretagna, Svezia, Danimarca, Francia, Finlandia e Spagna, in una nota congiunta, avevano espresso l’intendimento di sostenere un accordo che mantenesse l’innalzamento del riscaldamento globale entro un tetto massimo di 2 °C, attraverso la riduzione delle emissioni di CO2 del 20% entro il 2020 e all’impegno di ridurla al 30%, negli anni successivi, in un programma più vasto con il coinvolgimento degli Stati Uniti. Il gran numero di Paesi partecipanti all’incontro di Copenaghen (ben 137, rispetto ai 37 industrializzati di Kyoto tenutosi 12 anni prima) esprime da solo la preoccupazione costante e crescente dell’uomo per il contrasto dell’aumento di temperatura. L’ipotesi di accordo esprimeva l’intendimento ambizioso di dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2050 per contenere l’aumento di temperatura; tale obiettivo è rimasto purtroppo sulla carta. Sembra che uno dei maggiori oppositori sia stata la Cina, riluttante a un sistema di controlli da parte di autorità terze sul proprio territorio. Il Copenaghen accord, un documento di appena tre pagine, nella sua genericità indicava che per limitare l’aumento di temperatura di 2 °C sono indispensabili profondi tagli alle emissioni. Negli intenti andati a vuoto, si esprimeva l’impegno verso i Paesi in via di sviluppo di un aiuto economico volto a contenere le emissioni antropogeniche di CO2 ma senza stabilire precisi impegni di riduzione delle emissioni. Si stabiliva anche la promessa di aggiornare il dato ambientale entro l’anno con una conferenza a Città del Messico, dove dovevano essere introdotti, per i successivi 5÷10 anni, controlli assai più stringenti sulle emissioni dei gas serra.

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Secondo quanto afferma C. Clini, (Come cambia il cambiamento climatico, Formiche, 2010), la conferenza di Copenaghen ha contraddetto l’accordo di Kyoto per l’orientamento della posizione USA che è stata restia ad assumere accordi senza la condivisione delle economie emergenti, quali la Cina e l’India. Ciò perché l’impegno internazionale da parte di questi due Paesi ad assumere provvedimenti di contenimento energetico, per la riduzione delle emissioni, avrebbe potuto comportare un contrazione dello sviluppo industriale. Infatti, se il contenimento energetico non passa attraverso l’incentivo di tecnologie a basso contenuto di carbonio sostenute da meccanismi finanziari, è destinato a rimanere sulla carta. In sostanza, il vertice di Copenaghen, rispetto alle intenzioni, si è rivelato un autentico fallimento, in primo luogo per i contrasti fra UE, USA, Cina e i Paesi emergenti. Ad oggi, secondo lo stesso C. Clini, è già stata raggiunta una concentrazione di CO2, equivalente a 450 ppmv equivalente ad un gradiente termico di 2 °C. Nonostante le crisi politiche ed economiche in atto, l’ipotesi accreditata dallo studioso è quella di prevedere per il prossimo decennio un aumento significativo di CO2, ipotizzando che una stabilizzazione a 550 ppmv, equivalente ad un gradiente di 2,5 °C, sia difficilmente raggiungibile. Il ricercatore raffigura uno scenario in cui, se si vuole stabilizzare una concentrazione di 550 ppmv, le emissioni dei Paesi industrializzati dovrebbero essere ridotte del 50% nei prossimi 20 anni e di oltre l’80% fra il 2030 e il 2050. Contemporaneamente Brasile, Cina, Russia e India dovrebbero contrarre le emissioni del 50% entro il 2050. L’obbiettivo ambizioso di ancorare al modello Kyoto Paesi in via di sviluppo che ancora sono in ritardo con il miglioramento tecnologico rimarrà lettera morta. L’atteggiamento di tali Paesi è dovuto al fatto che, se non si stabiliscono nuove regole fra gli scambi commerciali, con l’adesione al protocollo di Kyoto alcuni Paesi potrebbero trarre vantaggio a danno di altri. Nel mese di giugno del 2011 la commissione CEE ragionava sulla possibilità di una tassa comune minima (carbon tax), per ogni tonnellata di CO2 emessa, nell’ambito di una revisione fiscale sul sistema energetico. Il vertice di Cancun Nel dicembre del 2010 ha avuto luogo a Cancun, in Messico, un altro vertice programmato sui cambiamenti climatici, che ha visto la partecipazione di 194 Paesi e si è concluso con un pacchetto bilanciato, pieno di dichiarazioni d’intenti ma, nella sostanza, privo di impegni vincolanti. Infatti l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra entro il 2020 dal 25% al 40% – per contenere l’aumento di temperatura entro i 2 °C – è verosimilmente irrealistico, stanti gli impegni internazionali precedentemente falliti e atteso che qualsiasi obiettivo internazionale, senza controlli reciproci e vincoli cogenti, soprattutto in termini di riconversione industriale, rischia di vanificarsi per le consistenti implicazioni di tipo economico. Un obiettivo intermedio consiste nel contenere l’aumento della temperatura media globale a 1,5 °C, facendo una prima verifica nel 2015. Anche in questo caso si tratta, secondo molti osservatori accreditati, di un risultato difficilmente perseguibile, a causa di target e mezzi definiti con scarsa precisione, da parte sia dei Paesi industrializzati sia dei Paesi in via di sviluppo.

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Con Cancun nasce un fondo verde gestito dalla Banca Mondiale per finanziare tecnologie a basso impatto ambientale. L’importo è di 10 mld di dollari all’anno, per arrivare a 100 mld entro il 2020, il 30% dei quali (30 mld di dollari) destinato ai Paesi in via di sviluppo; 410 mln andranno all’Italia. I primi 30 mld, gestiti dal fondo green climate found costituito da 15 Paesi industrializzati e 25 in via di sviluppo, saranno investiti dal 2010 al 2012. C’è da chiedersi se tali somme, apparentemente rilevanti, siano sufficienti per riconvertire in senso globale le emissioni di CO2 al fine di rispettare gli impegni del vertice; una ricerca di Agenzie private prefigura ben altre dimensioni, quantificando una stima di 2.900 mld di euro per ridurre le emissioni entro il 2020, al fine di ridurre le emissioni di CO2 di oltre l’80% rispetto al 1990. Per il nostro Paese la somma ipotizzata si aggira sui 260 mld di euro per ridurre le emissioni di CO2 di oltre 200 mln tonnellate CO2 equivalente (L. Palmieri, Rapporto energia, la Repubblica, 21.02.2011). Questi impegni dovrebbero far crescere la filosofia della green economy, che poggia il pensiero sulla riduzione dei consumi energetici, e sull’incentivazione delle tecnologie rinnovabili come solare, eolico, geotermico, fotovoltaico, biomasse, movimenti marini… Al convegno si è fatto il punto anche sui comportamenti virtuosi in termini di emissioni di CO2. In una apposita classifica (Germanwatch), il nostro Paese si è posizionato al 41° posto, dopo Spagna, Cipro ed Austria e prima di USA e Cina, con tre posti guadagnati rispetto allo scorso anno, in virtù della crisi economica che ha ridotto la produzione industriale con conseguente riduzione delle emissioni gassose. Mentre l’Italia investe poco per le politiche climatiche, la Cina con 230 mld di dollari e gli USA con 50 mld di dollari esprimerebbero ben altri intendimenti che comunque saranno tutti da verificare visto che, per l’accordo di Kyoto, questi Paesi non si erano impegnati.

Conferenza di Durban Nel 2011, dal 28 novembre al 9 dicembre, è programmata la conferenza di Durban, in Sudafrica, il cui compito è quello di fare il punto sui mutamenti climatici e verificare i passi realizzati da ciascun Paese per mitigare le emissioni di CO2 ragionando sulle linee di indirizzo politico-energetico da programmare e realizzare. In preparazione di tale appuntamento, delegazioni internazionali, con più di 2.000 incaricati, hanno partecipato al Climate change talks dell’UNFCCC1, tenuto a Panama per iniziare a costruire linee perseguibili e realizzabili di mitigamento delle emissioni. Dalle premesse e da quanto lasciano trasparire le fonti ufficiali, sembra che neanche dal vertice di Durban possa scaturire nulla di fondamentale. Infatti alla posizione degli USA, che – come è noto – non hanno riconosciuto il protocollo di Kyoto, si aggiungono le resistenze di importanti Paesi quali Giappone, Canada e Russia. Le proposte di G. Prins Secondo quanto afferma un gruppo di lavoro coordinato da G. Prins, si possono avanzare delle idee da sviluppare per contenere le emissioni della società industriale, riassumibili in queste 5 ipotesi: - energia per tutti; - controllo e prevenzione della pressione industriale: - realizzazione dei sistemi e delle infrastrutture per adattare le società al cambiamento climatico; - nuovo sviluppo della ricerca sulla complessità del sistema climatico; - de-carbonizzazione dei sistemi energetici attraverso dei programmi settoriali per la disseminazione delle tecnologie disponibili, il supporto all’innovazione, l’uso della carbon tax (C. Clini, Come cambia il cambiamento climatico, Formiche, 2010).

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1 United Nations Frameworks Convention on Climate Change.

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in orma

Responsabile Tecnico Ambientale Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione anno 9 - nº 6 – novembre – dicembre 2011 info@angri.it – 06 5127140


DOSSIER ATMOSFERA – 2

Inquinamento atmosferico

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Analisi comparativa nel centro urbano di una città di medie dimensioni situata nel Sud Italia

I

n questo articolo viene riportato uno studio sulle concentrazioni di inquinanti atmosferici nel centro urbano della città di Messina. Esso è quotidianamente interessato da un enorme traffico veicolare dovuto sia alla particolare conformazione urbanistica della città – le cui strade principali si estendono lungo l’asse nord-sud – sia alla sua posizione nello stretto, dotata di un porto e di due approdi, principale snodo per il traffico di transito tra Sicilia e resto d’Italia. Lo studio sui livelli di inquinamento nell’area urbana della città è stato eseguito con il metodo dell’Indice di Qualità dell’Aria, il cui calcolo è basato sulla combinazione degli inquinanti presenti in misura maggiore nell’aria di una determinata zona in una giornata. Dallo studio effettuato è emerso che le emissioni da traffico contribuiscono in gran parte al deterioramento della qualità dell’aria urbana. Gli inquinanti oggetto di studio sono stati particolato, benzene, ozono e monossido di carbonio, le cui concentrazioni sono state quotidianamente monitorate tramite le centraline della Provincia Regionale di Messina dal 2004 al 2006. L’indagine è stata integrata da un’analisi statistica. di Ambrogio PONTERIO* e Loredana PONTERIO*

I

l problema dell’inquinamento atmosferico è un fenomeno di rilevanza mondiale che diventa anno per anno sempre più preoccupante per i danni che esso provoca alla salute dei soggetti esposti. Le aree maggiormente a rischio sono i centri urbani delle città, in particolar modo delle grandi città; nell’atmosfera dei centri urbani una vasta gamma di inquinanti presentano effetti dannosi sia per la salute dell’uomo che per l’ambiente. Gli inquinanti immessi nell’atmosfera delle grandi città sono prodotti principalmente dai residui della combustione di caldaie e stufe a gas, dalle centrali elettriche o sono contenuti nei gas emessi da motori di scarico degli autoveicoli. L’inquinamento atmosferico prodotto da tali sostanze causa danni non soltanto nelle immediate vicinanze delle sorgenti di emissione ma anche a grandi distanze, dato che gli inquinanti si spostano con le masse d’aria, e, tramite reazioni chi*

Vista dal mare della città di Messina

 

miche nell’atmosfera, possono produrre inquinanti secondari come le piogge acide o l’ozono. Nei Paesi economicamente sviluppati, i problemi storici derivanti da elevati livelli di concentrazione in atmosfera di fumo e biossido di azoto risultano in diminuzione negli ultimi dieci anni in seguito alle modifiche nell’utilizzo del combustibile, alla diffusione di combustibili “più puliti” come il gas naturale, e, in generale allo sviluppo di efficaci politiche di controllo sulle emissioni degli inquinanti. Tuttavia, sia nei Paesi sviluppati ed industrializzati che in quelli in via di sviluppo, i principali problemi di inquinamento atmosferico sono dovuti alle emissioni da traffico di autoveicoli. I motori a benzina e diesel immettono in atmosfera una vasta gamma di sostanze inquinanti, in particolare monossido di carbonio, ossidi di azoto, composti organici volatili e materiale particolato che compromettono in misura sempre maggiore la qualità dell’aria urbana. Tra i principali inquinanti emessi dai motori diesel, gli ossidi di azoto sono presenti in grandi concentrazioni. Infatti le emissioni di ossidi di azoto sono elevate per i motori dei camion e dei veicoli pesanti, perché hanno una temperatura di fumo più elevata di quella di motori a benzina, e temperatura e pressione nella camera di combustione risultano più elevate. Gli scarichi di ossidi di azoto da un motore diesel sono una miscela di NO (98%) e NO2 (2%). Successivamente in atmosfera in presenza di ossigeno l’ossidazione del monossido di azoto porta alla formazione di biossido di azoto, sostanza più dannosa per la salute umana rispetto al monossido di azoto. Le variazioni nella composizione chimica dell’aria che respiriamo sono pertanto causate in gran parte dagli inquinanti prodotti dal traffico di autoveicoli, e l’inquinamento provocato è più acuto se si considera anche la dipendenza delle sostanze inquinanti dai parametri meteorologici. A peggiorare la situazione contribuisce, infatti, anche l’azione dei raggi solari che provoca reazioni fotochimiche. Ad esempio, il biossido di azoto (NO2) ed i composti organici volatili, in presenza della luce solare, hanno una reazione fotochimica con produzione di ozono troposferico, un inquinante secondario a lungo raggio che può arrivare in aree spesso molto distanti dalle sorgenti [1, 2, 3]. Le emissioni di ossidi di azoto dai veicoli contribuiscono inoltre alla formazione di altri agenti inquinanti a lungo raggio, le piogge acide. I livelli di concentrazione di inquinanti causati da sorgenti industriali e domestiche tendono nel tempo a stabilizzarsi nelle aree urbane, e pertanto anche il loro impatto sulla qualità dell’aria risulta meno dannoso; di contro i problemi di inquinamento da traffico veicolare urbano sono in aumento a

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livello mondiale. L’inquinamento provocato dai motoveicoli assume un aspetto ancora più drammatico nei Paesi in via di sviluppo con problemi quali l’aumento del numero di veicoli in circolazione, le limitazioni infrastrutturali, la totale o parziale assenza di politiche di controllo delle emissioni.

La procedura di calcolo dell’Indice di Qualità dell’Aria L’Indice di Qualità dell’Aria viene calcolato come valore medio tra i livelli di concentrazione in atmosfera dei due sottoindici:

Il metodo dell’Indice di Qualità dell’Aria Nei Paesi industrializzati, afflitti da alti livelli di inquinamento atmosferico, e soprattutto nelle grandi città, risulta necessario comunicare alla popolazione, in maniera semplice ed immediata, la qualità dell’aria che quotidianamente respira. L’Indice di Qualità dell’Aria studiato è sostanzialmente un indicatore della qualità dell’atmosfera in un centro urbano, e permette di fornire ai cittadini informazioni sullo stato di inquinamento della zona in cui si trovano in un determinato periodo della giornata [4, 5]. L’indice permette di stimare il livello quanti-qualitativo dell’aria urbana in termini di sostanze inquinanti in essa contenute, in base ai livelli misurati di concentrazione degli inquinanti più critici. Esso viene calcolato come media tra i valori delle concentrazioni di inquinanti più critici, tale media è pesata rispetto ai valori limite di concentrazione riportati nel D.M. 02.04.2002 n° 60 [6]. L’indicatore del livello di inquinamento dell’aria urbana assume valori in una scala numerica da 1 a 7 (Tabella I), in dipendenza del grado di soddisfazione e degli eventuali rischi per la salute umana. Alti valori dell’indice di qualità corrispondono ad un’atmosfera urbana molto inquinata con elevati rischi per la salute della popolazione, mentre bassi valori indicano che l’aria che si respira non provoca danni alla salute umana. I sette valori della scala dell’Indice di Qualità dell’Aria esprimono quindi il grado di soddisfazione della popolazione nei confronti dell’aria che respira e il grado di protezione della salute umana. Nella Tabella I sono riportati i valori numerici dell’Indice di Qualità dell’Aria, distinti per colore, ed i rischi per la salute corrispondenti a ciascun valore.

I due sottoindici I1 ed I2 per il particolato PM10, il biossido di azoto ed il benzene, sono stati calcolati tramite la seguente procedura:

Tabella I Valori numerici, indicatori di qualità, indicatori numerici e rischi per la salute dell’Indice di Qualità dell’Aria Valore numerico

Indicatore Indicatore di qualita’ numerico

Rischi per la salute

0÷50

Ottima

1

Nessun rischio per la popolazione

51÷75

Buona

2

Nessun rischio per la popolazione

76÷100

Discreta

3

Nessun rischio per la popolazione

101÷125

Mediocre

4

In linea di massima non c’è nessun rischio per la popolazione. Tuttavia le persone sofferenti di asma, bronchiti croniche o cardiopatie potrebbero avvertire lievi sintomi respiratori solo durante intensa attività fisica

126 ÷ 150

Poco salubre

5

C’è possibilità di rischio per persone cardiopatiche, anziani e bambini

151÷175

Insalubre

6

Molte persone potrebbero avvertire sintomi negativi, comunque reversibili. Le persone deboli possono avvertire sintomi più seri.

> 175

Molto insalubre

7

La popolazione potrebbe avvertire lievi effetti negativi sulla salute. Corrono maggiori rischi gli anziani, i bambini e le persone con problemi respiratori.

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I IQA =

IX = con:

IX

I1 + I 2 2

Vmax hX * 100 VrifX

= sottoindice dell’inquinante X;

Vmax hX

= massimo valore nelle 24 ore dei valori medi orari dell’inquinante X; VrifX = valore limite orario della concentrazione in atmosfera dell’inquinante X da rispettare per la salute umana ai sensi del D.M. 02.04.2002 n° 60. Mentre i sottoindici per l’ozono e per il monossido di carbonio sono stati calcolati con la seguente formula:

IX =

Vmax 8hX * 100 VrifX

con:

IX

= Indice di Qualità dell’Aria per l’inquinante X;

Vmax 8 hX = massimo valore tra le medie orarie dell’inquinante

nelle 24 ore; = valore limite orario dell’inquinante X secondo la normative vigente [6,7]. La metodologia di calcolo dell’Indice di Qualità dell’Aria è ampiamente riportata in precedenti articoli degli stessi autori [8,9,10,11].

VrifX

Uno studio applicativo – La città di Messina Il metodo dell’Indice di Qualità dell’Aria descritto nel paragrafo precedente è stato applicato nel centro urbano della città di Messina, allo scopo di quantificare l’inquinamento atmosferico ed i suoi effetti negativi per la salute della popolazione. L’area dello stretto di Messina è attualmente una delle zone più critiche per l’inquinamento atmosferico da traffico veicolare perché rappresenta l’unico snodo di transito dalla Sicilia verso la Calabria, il resto dell’Italia ed anche l’Europa. Il traffico pesante e leggero da e per l’Italia viene incanalato, dopo il traghettamento dello Stretto, nella stazione marittima situata nella zona sud della città oppure nell’approdo della rada di S. Francesco, situato più a nord. Da qui il traffico veicolare attraversa il centro cittadino e si dirige in prevalenza verso le autostrade. Viceversa per tutto il traffico proveniente dalla Sicilia e diretto verso le varie città italiane ed europee. In questo articolo è stato studiato l’inquinamento atmosferico in alcune aree cruciali della città negli anni dal 2004 al 2006; gli inquinanti monitorati sono stati monossido di carbonio, benzene, particolato PM10 e ozono. I dati utilizzati per questo studio sono stati forniti dall’Assessorato all’Ambiente della Provincia Regionale di Messina e sono stati raccolti da

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centraline fisse, dal 2004 al 2006. Le misure degli inquinanti sono state effettuate nelle zone più critiche dal punto di vista del traffico veicolare, quali l’area dello svincolo autostradale di viale Boccetta, la zona circostante l’approdo dei traghetti della società marittima “Caronte” e la zona centrale sede del Tribunale e dell’Università. Le stazioni di monitoraggio sono state denominate rispettivamente “Boccetta”, “Archimede”, “Caronte” ed “Università”. In Tabella II è riportato un prospetto delle stazioni e degli inquinanti analizzati mentre in Figura 1 è riportata una mappa delle stesse e della loro ubicazione nel centro della città. Figura 1- Ubicazione delle stazioni di monitoraggio nel centro urbano della città Tabella II Stazioni di monitoraggio e relativi analizzatori di inquinanti

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Stazioni

Analizzatori

1

Caronte

CO, PM10, O3, C6H6

2

Archimede

CO, PM10

3

Boccetta

CO, PM10 , C6H6

4

Università

CO, C6H6

 

In questo lavoro, i valori dell’Indice di Qualità dell’Aria sono stati analizzati per le stazioni di Monitoraggio maggiormente interessate dal traffico veicolare, ossia la stazione “Caronte” e la stazione “Boccetta”. Stazione di monitoraggio “Caronte” Nella stazione “Caronte” i livelli più elevati dell’Indice di Qualità dell’Aria sono stati calcolati nei mesi da ottobre fino a marzo. Il risultato ottenuto è giustificato dalla consistenza elevata di flussi di veicoli pesanti e leggeri in transito da questa stazione durante il periodo invernale; essa è infatti situata nei pressi dell’approdo chiamato rada S. Francesco, utilizzato dalla Società di traghettamento “Caronte”, ed è un importante snodo dalla Sicilia per l’Italia e viceversa. In Figura 2 viene riportato l’andamento dell’Indice di Qualità dell’Aria nei mesi da gennaio a marzo 2004, calcolato nella stazione “Caronte”. Dall’analisi statistica dei valori Indice effettuata in questa stazione nei mesi invernali dell’anno 2004, la qualità dell’aria risulta molto insalubre secondo un valore percentuale che arriva al 40%. Figura 2 - Valori dell’Indice di Qualità dell’Aria nella stazione “Caronte” da gennaio a marzo 2004    100 90 80

valori percentuali (%)

70 60 50

VALORE NUMERICO

INDICE NUMERICO

QUALITA'DELL'ARIA

0-50

1

Ottima

51-75

2

Buona

76-100

3

Discreta

101-125

4

Mediocre

125-150

5

Poco salubre

151-175

6

Insalubre

>175

7

Molto insalubre

IQA1 IQA2 IQA3 IQA4 IQA5 IQA6

40

IQA7

30 20 10 0 gennaio

Valori dell’Indice di Qualità dell’Aria nelle stazioni di monitoraggio durante gli anni 2004÷2006 ed analisi dei risultati Dall’analisi effettuata anche in lavori precedenti [12,13], le zone più inquinate del centro cittadino risultano essere l’area circostante l’approdo dei traghetti che collegano la Sicilia con la Calabria e la zona dello svincolo autostradale di Viale Boccetta.

La rivista del consulente d’azienda

febbraio mesi

marzo

È stata effettuata un’analisi statistica dei livelli dell’Indice di Qualità dell’Aria durante il periodo 2004÷2006. Tuttavia, dai risultati di questa analisi si può evincere che i livelli dell’Indice di Qualità dell’Aria corrispondenti al valore “ottimo” sono aumentati in questi anni, di contro i livelli dell’Indice di Qualità dell’Aria bassi, corrispondenti ad aria molto insalubre, sono diminuiti. Questi andamenti dei livelli dell’Indice di Qualità dell’Aria nella stazione di monitoraggio “Caronte”, per i mesi di ottobre, novembre e dicembre degli anni 2004 e 2006 sono anche riportati nella Figura 3. Dalla figura si nota che l’indicatore di qualità dell’aria corrispondente al livello “ottimo”, denominato IQA1, è in crescita durante gli anni 2004, 2005 e 2006. Al contrario, l’indicatore del livello di qualità dell’aria “molto insalubre”, IQA7, risulta in diminuzione durante gli anni 2004, 2005 e 2006.

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Figura 3 - Andamenti statistici dell’Indice di Qualità dell’Aria nella stazione “Caronte” nei mesi di ottobre, novembre e dicembre degli anni 2004, 2005 e 2006

L’analisi statistica nella stazione Boccetta, ha rivelato che i livelli dell’Indice di Qualità dell’Aria relativi all’intervallo corrispondente ad aria “ottima” sono aumentati nel 2006 rispetto agli stessi livelli del 2004; mentre i livelli dell’Indice relativi ad aria “molto insalubre” sono diminuiti. L’analisi è riportata in Figura 5, dalla quale si può notare come l’indicatore di qualità dell’aria corrispondente al livello “ottimo”, IQA1, è in crescita durante gli anni 2004÷2006. Al contrario, l’indicatore del livello di qualità dell’aria “molto insalubre”, IQA7, risulta in diminuzione durante gli anni 2004÷2006.

100 90 80 70 60 50 40 30 20 10

Figura 5 - Andamenti statistici dell’Indice di Qualità dell’Aria nella stazione “Boccetta” nei mesi di ottobre, novembre e dicembre degli anni 2004, 2005 e 2006

06 20 6 c- 00 di -2 6 v 0 no 20 5 t- 0 ot -20 5 0 c di -20 5 v 0 no 0 t-2 04 ot -20 4 0 c di -20 v 04 no 20 tot

IQ A IQ 1 A IQ 2 A IQ 3 A IQ 4 A IQ 5 A IQ 6 A 7

0

100 90

Figura 4 - Analisi statistica nella stazione “Boccetta” da gennaio a marzo 2004  100  100

VALORENUMERICO NUMERICO VALORE

NUMERICO INDICEINDICE NUMERICO

QUALITA'DELL'ARIA QUALITA'DELL'ARIA

90 90

0-50 0-50

1

1

Ottima

Ottima

80 80

51-75 51-75

2

2

Buona

Buona

76-100 76-100

3

3

Discreta Discreta

101-125 101-125

4

4

Mediocre Mediocre

125-150 125-150

5

5

Poco salubrePoco salubre

151-175 151-175

6

6

Insalubre Insalubre

IQA4

>175 >175

7

7

Molto insalubre Molto insalubre

IQA6

valori valoripercentuali percentuali (%) (%)

70 70 60 60 50 50

IQA1 IQA2 IQA3 IQA5

40 40

IQA7

30 30 20 20 10 10 0 0

gennaio gennaio

febbraio mesi febbraio mesi

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marzo

marzo

70 60 50 40 30 20 10

3

7 A IQ

IQ

A

5

A IQ

IQ

A

1

0

06 20 6 c- 00 di v-2 6 0 no -20 5 0 t ot -20 05 c 0 di v-2 5 0 no -20 4 0 t ot -20 04 c 0 di v-2 4 0 no -20 t ot

Stazione di Monitoraggio “Boccetta” Gran parte del traffico veicolare, costituito da veicoli leggeri e veicoli pesanti che transita attraverso la rada S. Francesco, dall’approdo dei traghetti, transita anche attraverso il viale Boccetta in direzione degli svincoli per le autostrade che connettono Messina alle altre città siciliane e, viceversa, questo flusso di traffico avviene anche in senso opposto, ossia dagli svincoli autostradali verso l’approdo dei traghetti. Le sostanze inquinanti rilasciate nell’atmosfera vengono rilevate dalla centralina della stazione di monitoraggio denominata “Boccetta”, situata in prossimità delle autostrade. Questa zona è quotidianamente interessata da un enorme flusso di traffico di veicoli leggeri e pesanti ed è soggetta ad alti livelli di inquinamento atmosferico. Come per la stazione di monitoraggio “Caronte”, anche per la stazione di monitoraggio “Boccetta” il periodo più critico, ossia il periodo in cui le centraline rilevano alti livelli di concentrazioni di inquinanti è rappresentato dal periodo autunnale e dal periodo invernale. Nella Figura 4 è rappresentata l’analisi statistica dei valori dell’Indice di Qualità dell’Aria nel periodo gennaio÷marzo dell’anno 2004. In questo lavoro è stata anche effettuata un’analisi statistica nei mesi invernali del periodo 2004÷2006.

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La migliore situazione, osservata nell’anno 2006, potrebbe essere spiegata dal fatto che nell’aprile dello stesso anno furono completati i lavori di costruzione di un nuovo approdo, situato nella zona periferica sud della città, ed il nuovo scalo divenne operativo. Contestualmente un’ordinanza comunale promulgò il divieto per i veicoli aventi massa più elevata di 3,5 tonnellate e per i veicoli che trasportavano sostanze pericolose di attraversare il centro della città, che avrebbero quindi dovuto utilizzare il nuovo approdo. Pertanto durante il 2006 si assistette ad un cambiamento nella consistenza e nella composizione dei flussi di traffico che transitavano nel centro urbano della città in conseguenza della nuova politica dei trasporti adottata dal consiglio comunale. L’apertura del nuovo scalo contribuì a decongestionare il centro cittadino ed a risolvere in parte gli annosi problemi del traffico, in quanto la maggior parte dei veicoli pesanti provenienti dall’Italia verso la Sicilia – e viceversa – non transitavano più attraverso gli approdi del centro città. Dall’analisi effettuata si notano degli effetti positivi dal punto di vista dell’inquinamento atmosferico nelle zone ad intenso IQA1 IQA2 traffico della città nell’anno 2006, presumibilmente in seguito IQA3 allaIQA4politica adottata dal Comune di riduzione dei flussi di trafficoIQA5 pesante dal centro urbano della città di Messina. IQA6 IQA7

Conclusioni In questo articolo è stata effettuata un’analisi sulla situazione dell’inquinamento atmosferico in alcune zone ad alta densità di traffico nel centro urbano della città di Messina, negli anni dal 2004 al 2006, utilizzando il metodo dell’Indice di Qualità dell’Aria.

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Bibliografia

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Dall’analisi degli andamenti dell’Indice si può notare una correlazione tra i più alti valori e le aree urbane interessate quotidianamente da un elevato traffico veicolare, quali l’area circostante l’approdo della rada di S. Francesco e l’area circostante gli svincoli autostradali. Elevati valori di inquinamento atmosferico sono stati calcolati nel periodo invernale, che rappresenta il periodo più critico per il traffico stradale nella città. Dall’analisi effettuata è emerso che le zone della città che risultano maggiormente a rischio per inquinamento atmosferico sono la zona limitrofa all’approdo dei traghetti che collegano la Sicilia con la Calabria e la zona dello svincolo autostradale che collega la città con le altre città siciliane. Entrambe sono interessate da un enorme carico di flussi di traffico dalla Sicilia verso il resto dell’Italia e viceversa. Alti valori dell’indice sono stati calcolati nel periodo invernale che si è rivelato anche essere il periodo di maggiore traffico veicolare all’interno della città. Lo studio della qualità dell’aria nel centro urbano della città evidenzia tuttavia dei miglioramenti dal punto di vista dell’inquinamento atmosferico nelle zone ad intenso traffico della città nell’anno 2006. Questi effetti positivi presumibilmente derivano dalla politica di riduzione dei flussi di traffico pesante dal centro urbano della città di Messina.

La rivista del consulente d’azienda

[1] Cleveland,W.S., Graded, T.E., Kleiner, B., Warner, J.L., Sunday and workday variations in photochemical air pollutants in NewJersey and NewYork, Science, vol. 186, pp.1037–1038, 1974; [2] G. Beaney, W. A. Gough, The infuence of tropospheric ozone on the air temperature of the city of Toronto, Ontario, Canada, Atmospheric Environment, vol. 36, pp. 2319–2325, 2002; [3] E.A. Schuck, J.N. Pitts, J.K. Wan, Relationships between certain meteorological factors and photochemical smog. Air and Water Pollution International Journal, vol. 10, pp. 689–711, 1966; [4] Official website of the ARPA of Piemonte, www.arpapiemonte.it [5] Official website of the ARPA of Lombardia, www.arpalombardia.it [6] Decreto Ministeriale n° 60 del 02/04/2002, recepimento della direttiva 1999/30/CE del Consiglio del 22 aprile 1999 concernente i valori limite di qualità dell’aria ambiente per il biossido di zolfo, il biossido di azoto, gli ossidi di azoto, le particelle e il piombo e della direttiva 2000/69/CE relativa ai valori limite di qualità aria ambiente per il benzene ed il monossido di carbonio. [7] Directive 2002/03/EC of the European Parliament and of the Council of 12 February 2002 relating to ozone in ambient air. [8] G. Cannistraro, G. Lupo, A. Piccolo, L. Ponterio, Uso dell’indice di qualità dell’aria per la valutazione dell’inquinamento atmosferico a Messina, Atti del 6° Congr. Naz. del Centro Interuniversitario di Ricerca sull’Inquinamento Atmosferico da Agenti Fisici, Perugia, 7 ÷ 8 Aprile 2006, pp. 395 ÷ 398; [9] G. Cannistraro, L. Ponterio, Indice di Qualità, Rivista “Sanità in rete”, settembre 2006, pag. 15; [10] G. Cannistraro, L. Ponterio, M. Scampitelli, Studio di un indicatore globale per la stima della qualita’ ambientale nel centro urbano della citta’ di Messina, Atti del 7° Congresso Nazionale del Centro Interuniversitario di Ricerca sull’Inquinamento Atmosferico da Agenti Fisici (C.I.R.I.A.F.), Perugia, 30 ÷ 31 marzo 2007, pp. 321 ÷ 325; [11] G. Cannistraro, D. Germanò, A. Piccolo, D. Plutino, L. Ponterio, “Validation of a corrective index for the indoor ventilation flows considering the outdoor air pollution: a case study”, Proceedings of the International Conference “Healthy Buildings 2006, Lisboa, Portugal, 4 ÷ 8 June 2006; [12] G. Cannistraro, D. Germanò, A. Piccolo, L. Ponterio, “Analysis of the pollutants relations in the urban centre of the city of Messina”, Atti del 6° Congresso Nazionale del Centro Interuniversitario di Ricerca sull’Inquinamento Atmosferico da Agenti Fisici, Perugia, 7 ÷ 8 Aprile 2006, pp. 391 ÷ 394; [13] G. Cannistraro, L. Ponterio, Analysis of Air Quality in the Outdoor Environment of the City of Messina by an Application of the Pollution Index Method, International Journal of Environmental Science and Engineering, Vol. 1, n. 4, pp. 213÷219.

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Sistemi di gestione

Cenni sulle principali certificazioni e sulla loro utilità di Lorenza ABBATI*

U

n sistema di gestione è un insieme di procedure informative o informatiche dedicate al governo di un processo operativo, produttivo o amministrativo. Più in generale, i sistemi di gestione sono inseriti nel contesto dei sistemi di controllo, suddivisi in due macro-categorie: - controlli diretti, che avvengono tramite l’espletamento di azioni dirette sui processi, al fine di raggiungere una prestazione prefissata; - retroazioni, basate su un meccanismo di feedback dall’output in seguito ad azioni sui parametri da cui dipendono gli input del processo, allo scopo di effettuare correzioni reiterate per raffinamenti successivi fino a raggiungere la prestazione prefissata. Nel mondo del lavoro i sistemi di gestione più diffusi sono quelli aziendali, implementati dalle singole organizzazioni (società, aziende, enti, istituzioni…) nei diversi settori in cui operano, in riferimento ai requisiti espressi da una serie di norme internazionali. I sistemi aziendali sono suddivisi nelle seguenti tre categorie principali: - sistemi di gestione della qualità; - sistemi di gestione ambientali; - sistemi di gestione della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro. Ciascun sistema è dotato di una specifica norma, come di seguito elencato: - ISO 9001 (gestione della qualità); - ISO 14001 e EMAS (gestione ambientale); - OHSAS 18001 (gestione della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro). A queste si può affiancare la norma SA 8000, che regolamenta l’impatto dell’organizzazione sull’etica e sul sociale. L’adesione a tali norme è volontaria e, per ottenerla, l’organizzazione deve fare una precisa richiesta a degli organismi accreditati secondo norme internazionali. Questi, una volta verificata la conformità alle norme dei requisiti del richiedente, rilasciano la certificazione dei sistemi di gestione. ISO 9001 e certificazione del sistema di gestione della qualità La ISO 9001 è lo standard internazionale universalmente riconosciuto per la qualità. Aderirvi costituisce la garanzia per i clienti che l’organizzazione persegue con pieno impegno *

l’implementazione di un sistema di qualità aziendale. A fare da garante è un organismo di certificazione di terza parte, accreditato secondo standard condivisi a livello internazionale. Rispettare la ISO 9001 non implica la realizzazione ex novo di un sistema di gestione, ma semplicemente di documentare procedure esistenti nel pieno rispetto dei requisiti previsti. Volendo fare un parallelismo informatico, si può dire che se l’organizzazione è l’hardware, allora il sistema di gestione della qualità è un software teso a ottimizzarne le prestazioni raggiungibili. Perché certificarsi ISO 9001 Oltre a una lunga serie di vantaggi non immediati o non esplicitamente individuati, certificarsi può essere un’arma in più, come nel caso di chi è coinvolto dal D.P.R. n° 34/2000, decreto per il quale le imprese dotate di sistema di gestione per la qualità certificato hanno la facoltà di usufruire dello sconto del 50% sulle fideiussioni. Altre volte la certificazione può essere addirittura determinante, come ad esempio nel caso degli studi di ingegneria, cui il D.P.R. n° 207/2010 (art. 48) prescrive che, per le attività di verifica ai fini della validazione di progetti di importi fino a 20 milioni di euro, sia obbligatorio certificarsi. Lo stesso dicasi in tutte le situazioni in cui i committenti richiedono la certificazione ISO 9001 ai professionisti quale prerequisito per partecipare ai bandi di progettazione e direzione dei lavori. ISO 14001, EMAS e certificazione del sistema di gestione ambientale La ISO 14001 è stata sviluppata in risposta alle preoccupazioni emerse dalle conseguenze che le attività produttive antropiche hanno nei confronti dell’uomo e dell’ambiente. Si tratta di uno standard internazionale che fornisce una solida base per le organizzazioni – di qualsiasi dimensione e tipologia – che debbano controllare e sviluppare le proprie performance ambientali tramite un sistema di gestione ambientale. Perché certificarsi ISO 14001 Valgono molte analogie rispetto a quanto già detto per la ISO 9001, con la differenza che, in questo caso, i benefici ottenuti (v. box) sono soprattutto inerenti alle questioni ambientali, siano esse di natura tecnica, normativa o economica. La Legge n° 488/92, ad esempio, valuta come elemento premiante l’acquisizione, da parte dell’ azienda, di certificazione di conformità del sistema di gestione ambientale alla norma ISO 14001 (o EMAS). Alcune regioni italiane prevedono come prerequisito per il rilascio di concessioni allo sfruttamento di cave il possesso di un sistema di gestione ambientale certificato.

Articolista esterno alla redazione di Consulting. Per maggiori informazioni si può visitare il sito www.gevaedizioni.it e cliccare sul bottone Consulting.

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Gli impianti per il trattamento di rifiuti e/o le discariche certificate possono usufruire dello sconto del 50% sulle fideiussioni e dell’incremento della durata dell’AIA (Autorizzazione integrata Ambientale) da 5 a 6 anni. EMAS La sigla EMAS sta per Eco-Management and Audit Scheme ossia, letteralmente, “sistema di gestione e audit ambientale”. È uno strumento volontario creato dalla Comunità Europea al quale può aderire qualsiasi azienda, ente, organismo che intenda valutare e migliorare le proprie prestazioni ambientali e fornire al pubblico e ad altri soggetti interessati informazioni sulla propria gestione ambientale. Presenta numerose analogie con il regime ISO 14001, al quale spesso viene equiparato dalle normative ambientali.

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OHSAS 18001 e certificazione del sistema di gestione per la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro La specifica internazionalmente riconosciuta OHSAS 18001 è stata sviluppata in risposta alla domanda di mercato di un sistema di gestione della salute e sicurezza sul lavoro, in riferimento al quale le organizzazioni possano essere valutate e certificate. Ciò è dovuto alla crescente diffusione della cultura aziendale di governare la salute e sicurezza del proprio personale nello stesso vantaggioso modo in cui vanno gestiti i principali processi produttivi. Implementare un Sistema di Gestione che possa essere valutato e che si estenda oltre il mero adempimento alle prescrizioni legali permette alle organizzazioni di attuare provvedimenti per migliorare la qualità del proprio ambiente di lavoro in termini di salute e sicurezza. La valutazione e certificazione OHSAS 18001 dimostra l’impegno dell’organizzazione nei confronti del continuo miglioramento delle proprie performance di tutela della salute e sicurezza, nonché il pieno rispetto della legislazione nazionale. Perché certificarsi OHSAS 18001 La certificazione del sistema secondo OHSAS 18001 conferisce all’organizzazione numerosi vantaggi: - esime la direzione dalla responsabilità amministrativa per i reati in materia di sicurezza di cui al D. Lgs. n° 231/2001 e dalle sanzioni penali previste dallo stesso (minima 64.557,50 euro – massima 1.549.370,00 euro, in funzione delle condizioni economiche e patrimoniali dell’azienda); - consente, senza altri adempimenti, la riduzione del tasso INAIL fino al 30%; - riduce i premi assicurativi relativi al rischio di danno al patrimonio aziendale; - riduce i costi dovuti ad infortuni e sanzioni; - riduce il rischio di contenziosi, soprattutto con gli Organi di controllo; - assicura la gestione coordinata degli adempimenti normativi obbligatori in materia di salute e sicurezza sul lavoro; - sensibilizza e rende consapevoli i dipendenti in merito ai problemi della sicurezza. SA 8000 e certificazione di responsabilità sociale La sigla SA 8000 identifica uno standard internazionale di certificazione volto a certificare alcuni aspetti della gestione aziendale attinenti alla responsabilità sociale d’impresa :

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- il rispetto dei diritti umani; - il rispetto dei diritti dei lavoratori; - la tutela contro lo sfruttamento dei minori; - le garanzie di sicurezza e salubrità sul posto di lavoro. Ha lo scopo di migliorare le condizioni lavorative e, per sua natura, coinvolge tutta l’organizzazione spingendosi ad una profondità tale da richiedere l’attenzione e la partecipazione da parte dell’intero organico fino agli stessi clienti. Viene verificata con interviste casuali nei confronti dei dipendenti di ogni livello, durante le quali possono svelarsi, ad esempio, casi di mobbing altrimenti impossibili da dimostrare. Fra le principali tematiche sponsorizzati dalla SA 8000 vi sono: - promuovere la salute e sicurezza dell’ambiente di lavoro, in ottica di integrazione con la OHSAS 18001; - concedere la libertà di associazione e diritto alla contrattazione collettiva; - contrastare il lavoro minorile, il lavoro forzato, le discriminazioni e le pratiche disciplinari non previste dall’art. 7 dello Statuto dei Lavoratori; - far rispettare i tempi e l’orario di lavoro e i criteri retributivi. Altri sistemi di gestione EN 16001 e sistema di gestione dell’energia È un sistema di gestione dell’energia aziendale, capace di offrire i seguenti vantaggi: - svolgimento di analisi e misurazioni energetiche; - monitoraggio dei consumi energetici; - individuazione di soluzioni tecniche per il risparmio energetico. ISO 22000 e sistema di gestione della sicurezza alimentare La necessità di assicurare che tutti coloro che sono coinvolti nella produzione di alimenti, attraverso la catena alimentare, lavorino seguendo precise linee guida e conformemente a standard sempre più rigorosi sta diventando un prerequisito per il commercio internazionale del settore. Lo standard specifico è definito dalla norma internazionale ISO 22000, che rende le organizzazioni in grado di dimostrare il proprio impegno per la sicurezza degli alimenti. Allo sviluppo hanno contribuito esperti alimentari e associazioni di tutto il mondo, sulla scorta dei requisiti HACCP (Hazard Analysis Critical Control Points1). ISO 27001 e sistema di gestione della sicurezza delle informazioni Le problematiche relative alla sicurezza dei dati si sono accresciute negli ultimi anni e, unitamente al crescente valore delle informazioni relative ai processi industriali, hanno determinato la nascita dello standard ISO 27001. Questo si pone l’obiettivo di aiutare le organizzazioni ed assicurare la continuità della propria attività e a minimizzare il rischio di subire determinati danni attraverso la prevenzione e la riduzione degli incidenti. L’identificazione e il controllo dei rischi permette alle organizzazioni di migliorare l’efficienza e ridurre i sinistri che possono compromettere l’incolumità delle proprie informazioni e provocare, di conseguenza, serie implicazioni finanziarie e gestionali. 1 Analisi del rischio e controllo dei punti critici.

box segue

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Altri sistemi di gestione (segue da pagina precedente) Certificazione della catena di fornitura È l’emblema di come sia diventato importante dimostrare la sostenibilità dei prodotti dell’industria agroalimentare. La catena della fornitura rappresenta un sentiero ininterrotto che i prodotti seguono dalla fonte primaria al consumatore, includendo tutte le fasi di estrazione, raffinatura, lavorazione, trasporto e distribuzione. Certificare la catena della fornitura garantisce la sicurezza alimentare, la tracciabilità e, in generale, proprio la sostenibilità di un prodotto. Certificazione PEFC Il PEFC (Programme for Endorsement of Forest Certification2) è un organismo indipendente, non-profit, non governativo, fondato nel 1999 per promuovere la gestione sostenibile delle foreste attraverso certificazioni indipendenti super partes. Garantisce ai compratori di legno e carta che stanno acquistando prodotti realizzati secondo un sistema di gestione forestale sostenibile in ottemperanza a standard internazionali. Il PEFC conta, tra i propri membri, 33 sistemi nazionali indipendenti di certificazione forestale, dei quali 22, ad oggi, sono stati selezionati attraverso un rigoroso processo di valutazione. Questi ultimi, da soli, gestiscono oltre 196 milioni di ettari di foreste certificate per una produttività di milioni di tonnellate di legname certificato sul mercato, rappresentando di fatto lo schema di certificazione più diffuso al mondo.

I principali vantaggi per chi certifica un sistema di gestione ambientale - Garanzia di conformità totale alla normativa ambientale cogente; - minori rischi di incappare in sanzioni da parte degli Organi di controllo; - disponibilità e convalidazione super partes delle informazioni sulle proprie prestazioni ambientali; - miglior gestione dei rischi ambientali; - riduzione dei costi di gestione ambientale; - maggiori opportunità per le organizzazioni nei mercati dove i processi di produzione ecologica sono importanti; - migliori rapporti con i clienti, le comunità locali e le istituzioni; - miglior ambiente di lavoro; - maggiore soddisfazione dei dipendenti e incentivo a lavorare in gruppo.

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2 Programma per il riconoscimento di schemi nazionali di certificazione forestale.

Impianti termici alimentati da Energia solare

L

Elementi di progettazione Riferimenti normativi Schemi pratici La rivista del consulente d’azienda

’energia solare, tra le risorse rinnovabili, è quella di minor impatto e di più immediata disponibilità; le sue applicazioni, diffondibili soprattutto nelle piccole realtà, quali ad esempio le abitazioni civili, possono contribuire a ridurre sensibilmente i costi energetici e l’inquinamento ambientale. Quest’ultimo, infatti, in costante crescita e sempre più allarmante a causa dell’utilizzo dei combustibili fossili, costituisce una delle sfide più impegnative che l’uomo si trova improrogabilmente a dover affrontare. L’autore s’è posto l’obiettivo di fornire in modo semplice e chiaro le basi per il dimensionamento e la comprensione del funzionamento degli impianti termici alimentati da energia solare. I progettisti e gli installatori potranno apprendere i fondamenti per il calcolo dell’irraggiamento solare effettivo alle varie latitudini, i principi di calcolo dello scambio termico, il dimensionamento degli impianti ed alcune soluzioni operative per la produzione di acqua calda per uso sanitario o per il riscaldamento invernale.

GEVA S.r.l. • Via dei Lincei, 54 - 00147 Roma Telefono e Fax 06 5127106 - 06 5127140 anno 9 - nº 6 – novembre – dicembre 2011 www.gevaedizioni.it - e-mail: info@gevaedizioni.it


Differenza fra autorizzazione e concessione Cosa dice il diritto amministrativo

Autorizzazione er autorizzazione s’intende quel “provvedimento amministrativo con il quale la Pubblica Amministrazione (PA) rimuove un limite posto dalla legge per l’esercizio di un diritto soggettivo”. È molto importante porre in evidenza il principio secondo cui, rilasciando una autorizzazione, la PA non assegna la titolarità di un diritto, ma ne permette l’esercizio a chi già lo possiede. Una autorizzazione può essere: - modale: quando contempla precise regole e/o limitazioni (modalità) con le quali poter esercitare il diritto pre-acquisito; - non modale: quando il contenuto non è suscettibile di limitazioni.

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Elementi costitutivi Nella dottrina sono previsti tre elementi costituivi di una autorizzazione: - introduzione del limite legale: anche se l’attività da esercitare di per sé non è illecita, la legge, per prevenire che da essa possa derivare un danno alla comunità, ne subordina l’esercizio alla rimozione di un limite; - apprezzamento discrezionale preventivo: la PA, prima di togliere il limite legale, valuta se lo svolgimento dell’attività possa arrecare nocumento, o meno, alla collettività. Nel farlo, antepone l’interesse pubblico a quello del ricorrente; - funzione propria: l’effettiva rimozione del limite legale; l’autorizzazione, di per sé, consiste nel rimuovere (se rilasciata) o mantenere (se negata) il limite legale che impedisce al privato di avviare l’attività in esame. Autorizzazione e atto autorizzato Secondo la teoria dell’atto complesso l’autorizzazione in sé e l’atto autorizzato sarebbero due elementi parte di una particolare fattispecie a formazione progressiva, il cui risultato sarebbe un atto complesso. La teoria dell’atto di controllo prevede, invece, che la PA, nel rilasciare l’autorizzazione, di fatto svolga una funzione di controllo sull’attività autorizzata. La teoria del presupposto di validità, infine, ritiene che l’autorizzazione sia un: - presupposto di liceità: nei casi in cui si intenda esercitare un’attività; - presupposto di legittimazione: nell’esercizio di un atto. Breve excursus normativo Nel 1990, con il processo di liberalizzazione, sono stati introdotti due importanti sistemi di emanazione delle autorizzazioni (Legge n° 241/90): - deregulation: sostituzione dell’autorizzazione espressa con il procedimento della dichiarazione in luogo di autorizzazione (già denuncia di inizio attività). L’interessato produce una auto-denuncia di inizio attività, rispetto alla quale la PA deve effettuare i controlli autoritativi entro un termine certo;

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- liberalizzazione atecnica: sostituzione di un provvedimento espresso con uno tacito, secondo lo schema del silenzio-assenso. L’autorizzazione è data per concessa se la PA non risponde entro un termine certo dalla presentazione della domanda. Nel 1993 (Legge n° 537/93) è stata introdotta una nuova procedura che si componeva di tre fasi: - denuncia del privato: il privato presentava una denuncia all’amministrazione competente dichiarando di voler intraprendere una determinata attività nelle materie in cui ciò non era escluso; - acclaramento: dopo la denuncia, l’amministrazione era tenuta a dar vita ad un procedimento di verifica della sussistenza dei presupposti e dei requisiti di legge; - esito finale: se positivo, si provvedeva ad una archiviazione, senza l’emanazione di provvedimenti verso il dichiarante; se negativo la PA decretava e motivava il divieto di prosecuzione dell’attività e la rimozione dei risultati prodotti. In questo caso il ricorrente doveva conformarsi alla normativa vigente e sanare la sua posizione. Nel 2005 (Legge n° 80/2005) è stata istituita la Dichiarazione di Inizio Attività (DIA) e sono state ampliate le possibilità per il privato di svolgere autocertificazioni in luogo di molti provvedimenti abilitativi della PA. È stato applicato per la prima il sistema della doppia dichiarazione: l’interessato, in un primo momento, produce i documenti che attestano il possesso dei requisiti necessari. Se la PA non si pronuncia nei successivi 30 giorni, il ricorrente può avviare l’attività, previa ulteriore comunicazione ad essa. Autorizzazioni particolari Sono considerate delle particolari forme di autorizzazione: - nulla osta: non molto frequente, ormai usato in ambito canonico, ferroviario o altre sedi marginali; - abilitazione: identifica il permesso ufficiale all’esercizio di una professione, ottenuto mediante un esame specifico. Una volta superato tale esame, ai può dare avvio, per un periodo indefinito, allo svolgimento di professioni di responsabilità giuridica ed è permessa l’iscrizione ai rispettivi ordini (architetti, ingegneri, chimici, medici, avvocati, magistrati, notai, etc.; - licenza: in realtà non si può considerare a tutti gli effetti una forma di autorizzazione, comunque per molti è così. Si tratta di speciali permessi rilasciati da enti locali o delegati per lo svolgimento di attività regolamentate (ad esempio, licenza di caccia, licenza di pesca, licenza di condurre un veicolo…). Concessione In giurisprudenza si definisce concessione il provvedimento con cui la PA conferisce ex novo situazioni giuridiche soggettive attive al destinatario, ampliandone così la sfera giuridica. La concessione si differenzia profondamente dall’autorizzazione, in quanto non rimuove solo un limite di una posizione soggettiva preesistente, ma attribuisce o trasferisce posizioni o facoltà nuove al beneficiario. Si distinguono due classi di concessioni: - concessioni traslative: trasferiscono al destinatario un diritto soggettivo (o un potere) di cui la PA è titolare, ma che la stessa non intende esercitare direttamente, pur rimanendone titolare (ad esempio, si può ottenere una concessione su beni demaniali, servizi pubblici, pubbliche potestà, attività edilizie…); - concessioni costitutive: conferiscono al privato diritti (o facoltà) che non trovano corrispondenza in precedenti diritti o facoltà della PA (ad esempio, concessioni di status (cittadinanza), diritti soggettivi (onorificenze), circoscrizioni professionali a numero chiuso (piazze notarili).

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Pannelli fotovoltaici esausti

In attesa di norme certe e di impianti per il corretto trattamento di Domenico GRILLO

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egli ultimi venti anni la presenza di impianti solari termici e fotovoltaici sui nostri tetti – e non solo – ha subito un’impennata esponenziale, superando la soglia dei 50 milioni di pannelli. Una buona notizia sul piano della produzione di energia rinnovabile, questo è indubbio ma… Si sta intensificando un problema ambientale di diverso carattere: cosa fare dei sistemi fotovoltaici una volta che sono giunti a fine vita? A quelli installati nella fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, giunti al termine del previsto ciclo di esercizio, occorre sommare i “colleghi sfortunati” guasti, danneggiati o da sostituire prima del tempo per vari motivi. In seguito, a rotazione, verrà il turno di tutti gli impianti successivi. Già adesso, su tutto il territorio nazionale, almeno 50mila pannelli giacciono inutilizzati e, soprattutto, non recuperabili, per una massa complessiva di migliaia di tonnellate di materiali, quantitativo che probabilmente subirà sostanziosi ritocchi al rialzo non appena saranno effettuate stime più dettagliate. Norme certe subito Il primo ostacolo da superare riguarda l’assenza di una normativa specifica che dapprima delinei le linee guida per operare la corretta gestione dei rifiuti fotovoltaici e, in un secondo momento, prescriva come ottemperare a quanto indicato. Ad oggi, l’unico provvedimento vigente in materia è il DM del 05.05.2011 (Quarto conto energia), in cui, all’art. 11, comma 6, si prevede l’esistenza di un “certificato rilasciato dal produttore dei moduli fotovoltaici, attestante l’adesione dello stesso a un sistema o consorzio europeo che garantisca, a cura del medesimo produttore, il riciclo dei moduli fotovoltaici utilizzati al termine della vita utile dei moduli”. Ciò detto vale per tutti gli impianti che entrano in esercizio dal 30.06.2012… E per quelli preesistenti? A quanto pare, nulla.

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Per il momento, dunque, il principio del “chi inquina paga” varrà per i soli produttori di impianti installati a partire da tale data, i quali dovranno dotarsi di un corretto metodo di smaltimento, pena la non concessione dei contributi di incentivo. Rimane tuttora irrisolta la questione dei pannelli installati prima di tale data. Necessità di impianti di trattamento Migliaia di tonnellate di materiali in attesa di essere recuperati e ancora neanche un impianto di trattamento/recupero attivo in tutta Italia. L’impianto più vicino si trova in Germania, per cui i costi legati al trasporto rendono proibitiva a priori – per noi – ogni ipotesi di “esportazione”. Per fortuna sta nascendo un servizio nazionale, dedicato alle esigenze di recupero e smaltimento dei pannelli esausti, in cui si prevede la sinergica cooperazione delle aziende già operanti nel settore della raccolta e del trattamento di rifiuti elettronici (RAEE). Atteso che una elevata quota parte dei moduli fotovoltaici esistenti è quasi interamente recuperabile, si può ragionevolmente prevedere che, una volta messo a regime tale servizio, dai vecchi impianti si otterranno ingenti quantitativi di materie prime seconde come silicio, vetro, alluminio e plastica, pronte per essere reimmesse nei cicli produttivi. D’altro canto, si potrà anche smaltire correttamente il tellururo di cadmio, sostanza utilizzata nei moduli più recenti e ritenuta piuttosto inquinante. Conclusioni Affinché si possa dare effettivo avvio ad un ciclo virtuoso di corretta gestione è auspicabile che venga emanata, quanto prima, una adeguata normativa, soprattutto per i sistemi installati prima del 30.06.2012 giacché, per ovvi motivi, sono quelli fisiologicamente destinati ad essere recuperati entro tempi più brevi. Continuare ad attendere non farebbe che aggravare i danni ambientali ed economici, poiché i numeri sopra elencati sono destinati ad aumentare notevolmente per effetto dei quattro Conti Energia, fin qui introdotti proprio per incentivare il ricorso alle energie rinnovabili come il fotovoltaico. Inoltre, è di estrema importanza riuscire ad avviare all’esercizio impianti di trattamento sempre più evoluti, in modo da poter recuperare man mano i materiali provenienti dai rifiuti di ultima generazione, introdotti dalle innovazioni tecnologiche ed industriali.

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Rubrica di Ferdinando SALATA

Un nuovo centro urbano per Cisterna di Latina L

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a progettazione di un centro urbano alternativo a quello storico si configura come un’operazione delicata che interessa aspetti culturali, sociali e psicologici. La soluzione proposta tiene conto di ciò che rappresenta ed è la città di Cisterna, di come questa viene percepita da chi vi abita, dei suoi caratteri dominanti e delle carenze del sistema città, al fine di migliorare la qualità della vita attraverso elementi di “estetica urbana”. Tesi di Laura PERUZZI

Il bando di concorso ggetto del bando è la qualificazione di un’ampia area del Comune di Cisterna di Latina, per mezzo di interventi tesi a configurare una nuova struttura di spazi pubblici di qualità e un nuovo insediamento avente carattere di centralità di scala urbana. L’area d’intervento è un cuneo che dalla periferia Sud si insinua fino al cuore della città, circoscritto a nord dalla ferrovia Roma-Napoli, ad est da Corso della Repubblica, a sud da Via delle Regioni, e ad ovest da Via Nettuno. Questo spazio è rimasto per anni come luogo di risulta delle trasformazioni urbane, finché il Comune non ne ha acquisito la proprietà, destinandovi temporaneamente il mercato settimanale e le fiere cittadine. Scopo del bando è riconnettere quest’area al centro storico, il problema principale è il forte margine nord costituito dalla ferrovia. Un attraversamento ciclopedonale dovrà essere garantito con un sovrappasso. L’area è priva di un quadro infrastrutturale e di una rete locale rilevante; non è rintracciabile alcuna struttura urbana riconoscibile. Vi sono inoltre vincoli imposti da numerose preesistenze, il cui sviluppo a salti e la mancanza di organicità negli interventi è causa di una forte parcellizzazione delle aree che impone la necessità di operazioni urbanistiche di sutura e ricucitura delle zone interstiziali e residuali per ricomporre un tessuto unitario.

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Soluzione progettuale Il problema dell’attraversamento del fascio di binari è stato risolto tramite la realizzazione di un sovrappasso ciclopedonale, dall’architettura singolare, in grado di costituire un elemento di caratterizzazione architettonica ed identificazione urbana. La proposta progettuale prevede di collegare il centro storico con la nuova centralità attraverso una grande rampa “naturale” che si sviluppa su terrapieni naturali, a volte terrazzati, che raggiungono il punto più alto in corrispondenza dei binari, offrendo una vista panoramica sul paesaggio dei Monti Lepini. Delle rampe laterali permettono di scendere a quota zero da più punti. La rete verde è incentrata su un grande parco situato al centro dell’area: in base all’analisi del soleggiamento

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sono state individuate le aree che sia durante il periodo estivo, sia durante quello invernale, si trovano nelle condizioni climatiche ottimali. In tali zone si è deciso di posizionare i luoghi per la sosta, le sedute e le attività che implicano una lunga permanenza sullo stesso posto. Le aree con livelli di comfort inferiori, invece, sono state destinate al passeggio oppure sono state schermate con l’installazione di gazebi coperti. Le zone vicine agli specchi d’acqua, inoltre, ricevono ulteriori benefici in termini di abbattimento dei carichi nel periodo estivo. Le alberature del parco previste sono quasi totalmente decidue, in modo da ottenere una protezione adeguata dalla radiazione solare in estate e una piacevole esposizione al tepore del sole d’inverno. Inoltre il parco è collegato attraverso molti percorsi pedonali alle varie aree del progetto. Il “percorso dello sport” lo collega all’area dei campetti sportivi, il “percorso della stazione” al palazzetto dello sport allo stadio e alla stessa stazione. Infine, la rampa che lo attraversa, lo riconnette all’asse commerciale che attraversa orizzontalmente l’area, sfociando in una piazza sull’Appia. L’area del mercato è concepita come un anello chiuso da un percorso coperto da un pergolato attrezzato a “percorso di vita”. La struttura è multiuso, prevedendo la possibilità di essere parzialmente chiusa qualora ci sia la richiesta di nuova cubatura. L’area interna, invece, può essere adibita, quando non c’è il mercato, all’allestimento di concerti, sagre e manifestazioni. Il sistema degli spazi pubblici si articola principalmente in due piazze: la piazza centrale – in cui si incontrano la rampa e l’asse commerciale – e la piazza che si affaccia su Via Appia, che funge da ingresso alla nuova centralità. L’asse commerciale si sviluppa, all’interno del progetto, in modo longitudinale e collega le due piazze principali della nuova centralità urbana. Le singole strutture sono dotate di un tetto-giardino e di un

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elemento aperto come collegamento verticale. Gli ingressi per   si trovano tutti lungo i due percorsi pedonali sele residenze     sono distribuiti condari laterali, mentre gli ingressi dei negozi in ambo i lati in modo da dare importanza anche alle due nuove strade di servizio al lotto. Le zone giorno affacciano tutte su entrambi i viali pedonali in modo da ottenere un’illuminazione indiretta di ogni percorso. La piazza sull’Appia è caratterizzata da un dislivello da quota zero a quota meno 3 metri della strada, risolto attraverso un percorso gradonato. Questo è lo spazio pubblico principale del progetto, ed ha la funzione primaria di invitare le persone che percorrono l’Appia ad entrare nel nuovo quartiere e a percorrere l’asse commerciale fino ad arrivare nel cuore della nuova centralità urbana. La barriera acustica L’analisi della zonizzazione acustica ha messo in luce la problematica della ferrovia che si inserisce in un contesto urbano prevalentemente edificato. Sono stati previsti diversi tipi di interventi di abbattimento acustico. Una barriera vegetale con una fitta vegetazione che schermi i binari, come una sorta di bosco, permette un’attenuazione del livello sonoro di 0,1dB∙m. La barriera vegetale con terrapieno naturale è un sistema misto che prevede un’ottimizzazione della capacità schermante dell’intervento, configurandosi come una delle soluzioni   più convenienti sia dal punto di vista tecnico sia paesaggistico ed offre un’attenuazione del livello sonoro di circa 20 dB. Infine la barriera acustica artificiale, prevista là dove non è stato possibile progettare altre soluzioni, garantisce un’attenuazione del livello sonoro di circa 20 dB.

sia la distribuzione interna degli ambienti, sia la percentuale di superfici vetrate, sia forma e tipologia generale, in modo da ottenere un rapporto s/v vicino all’ottimale. Per quanto riguarda le tecniche di controllo della radiazione solare si è cercato di incrementare l’ombreggiamento di percorsi e degli edifici e di diminuire i carichi termici sfruttando il raffrescamento estivo naturale. Analisi finanziaria Dovendo andare in deroga al piano, ci si avvarrà dello strumento del piano integrato per la valutazione del plusvalore. Per la stima di tali valori si è utilizzato il metodo sintetico per quelle parti degli edifici per cui è possibile reperire dati storici nel mercato, mentre per le altre parti si è utilizzato il computo metrico. Il plusvalore totale è 20.870.080 € di cui il 40% (8.348.080 €) da versare al privato e il 60% (12.522.00 €) da versare al Comune, con i quali possono essere realizzate tutte le opere di urbanizzazione extra standard, ottenendo un guadagno netto di 3.141.800 €. L’area appartiene al comune, di conseguenza il privato può acquisire le aree necessarie ai lotti fondiari, al prezzo dato dal valore agricolo medio dei lotti. I progetti di investimento sono valutati sulla base della variazione di ricchezza che presumibilmente produrranno. Il profitto atteso viene identificato come determinante fondamentale delle decisioni di investimento. Per tracciare il quadro informativo, allora, si delineano tre possibili ipotesi di vendita e se ne configurano i diversi scenari in termini di flusso di cassa per valutarne la convenienza e fattibilità.

Il lotto a risparmio energetico passivo Un altro elemento importante del progetto è il “mini-quartiere” residenziale basato sulle leggi della bioarchitettura di villette uni- e bifamiliari. Uno studio del soleggiamento con diagrammi solari e dell’esposizione al regime dei venti ha consentito una progettazione finalizzata al risparmio energetico secondo criteri passivi. Lo studio della disposizione della vegetazione ha consentito la riduzione degli apporti di calore sull’ambiente che circonda l’edificio. In base all’orientamento ottimale con asse maggiore est-ovest sono state pensate

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Recupero di rifiuti costituiti da rottami metallici La spinosa questione dei raccoglitori ambulanti “non autorizzabili” di Nicola G. GRILLO

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l trasporto dei rottami metallici, nel nostro Paese, ha una storia antichissima e ha quasi sempre avuto per protagonisti numerosi gruppi composti da un esiguo numero di individui. In tal modo si è reso possibile presidiare in lungo e in largo l’intero territorio e, dunque, sfruttare tutte le disparate fonti di oggetti e manufatti metallici ivi dislocate. La caratteristica principale di chi voleva svolgere tale attività era la spiccata propensione agli spostamenti1, ragione per la quale, fin dai tempi remoti, è venuta a crearsi una fitta rete di raccolta, trasporto, scambio e commercio di rottami metallici. Si può ben intuire la ricaduta in termini economici e sociali per chi poteva giovarsi di un simile servizio, atteso che l’estrazione e la lavorazione delle materie prime – in passato più che oggi – erano assai difficoltose e accessibili solo per pochi privilegiati… Nei tempi recenti, ovviamente, ci sono stati molti cambiamenti, anche se fino alla prima metà del XX secolo era piuttosto frequente sentir riecheggiare per le strade delle città le urla dei ferrivecchi2 coi loro carretti traballanti ricolmi di ogni tipo di merce metallica. Poi, con l’evoluzione delle norme ambientali, la filiera dei rottami metallici ha assunto una fisionomia ben diversa, la figura del ferrivecchi è sparita del tutto, e la gestione dei rifiuti da rottami metallici ha acquisito una connotazione di tipo industriale. Una cosa, però, all’interno della filiera non è praticamente cambiata: la fase di raccolta dei rottami. Non potrebbe essere altrimenti, poiché questi ultimi sono sparpagliati ubiquitariamente sul nostro territorio, in particolare quelli che sfuggono alla raccolta differenziata e sono occultati chissà dove. Ancora oggi, quindi, si avverte l’importanza della storica figura dell’ambulante. Lo sanno bene le imprese che svolgono attività di recupero di rifiuti costituiti da materiali metallici, le quali, debitamente autorizzate, sono destinatarie di grandi quantità di rottami raccolti e trasportati proprio da ambulanti. Eppure…

disporre di una disciplina normativa che la “abiliti” a svolgere l’attività specifica di commercio ambulante di rifiuti. Da un lato, infatti, la norma prevede l’esenzione della tenuta del registro di carico e scarico, del MUD, dei formulari e della iscrizione all’Albo Nazionale Gestori Ambientali per i soggetti abilitati allo svolgimento di attività di raccolta e trasporto in forma ambulante, seppure limitatamente ai rifiuti che formano oggetto del loro commercio. Dall’altro, tuttavia, non esistendo più il Registro dei mestieri ambulanti, risulta impossibile che il soggetto ambulante possa essere abilitato allo svolgimento delle attività di raccolta e trasporto di materiali (considerati rifiuti) in forma ambulante! Di fatto, ci si trova davanti ad una classica norma penale in bianco, cioè ad una norma che prevede la possibilità di punire una condotta che non è esattamente definita. Le conseguenze possibili Conseguenze giudiziarie Gli ambulanti, allo stato attuale delle cose, rischiano una denuncia per “gestione non autorizzata di rifiuti” e il sequestro dell’automezzo. I centri di recupero possono andare incontro ad una denuncia per ricettazione e/o denuncia per “gestione”/accettazione di rifiuti da un soggetto non autorizzato. Conseguenze ambientali Pensiamo all’ipotesi, non peregrina, che gli ambulanti si stufino – a ragione – di essere considerati dei clandestini e, soprattutto, di rischiare sanzioni tanto pesanti quanto ingiuste. Supponiamo, ragionevolmente, che decidano di cambiare attività… Rinunciare alla raccolta ambulante sarebbe una catastrofe. Basti pensare solo al fatto che il 30% del materiale conferito – come destinazione finale – alle acciaierie proviene da raccoglitori ambulanti, per un totale di circa cinque milioni di tonnellate l’anno! Un’enormità. Che fare se nessuno provvedesse più a recuperarlo? Forse, finalmente, si deciderebbe di… “autorizzare” il servizio di raccolta ambulante? Tanto vale pensarci subito!

Una figura “non autorizzabile” La figura dell’ambulante, quale raccoglitore e trasportatore di rifiuti, pur essendo prevista dalla legge (vedi box), non può 1 Donde la definizione, appunto, di ambulanti. 2 Prendeva il nome dal grido che lanciava per le strade, proponendo di acquistare oggetti inservibili di ferro, alluminio, ottone e rame in cambio di denaro o di vari oggetti per la casa.

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Cosa dice la giurisprudenza

Normativa specifica di riferimento

Corte di Cassazione Penale Sez. III, 08.08.2006, Sentenza n° 28366 Rifiuti – Raccolta e trasporto di rifiuti in forma ambulante – Titolo abilitativi – Necessità – Limiti – Fattispecie Può essere legittimamente esercitata l’attività di raccolta e trasporto di rifiuti in forma ambulante solo previo conseguimento del titolo abilitativo [dopo l’abrogazione dell’art. 121 TU leggi p. s. è necessaria l’iscrizione dell’attività presso la CCIA e l’apertura della partita IVA per l’esercizio della medesima attività] e limitatamente ai rifiuti compresi nell’attività autorizzata, sicché in mancanza di abilitazione è configurabile il reato contestato nel D. Lgs. n° 22/97.

Art. 266, comma 5, D. Lgs. n° 152/2006 e s.m.i. […] 5. Le disposizioni di cui agli articoli 189 (catasto dei rifiuti), 190 (registri di carico e scarico), 193 (trasporto dei rifiuti) e 212 (Albo Nazionale Gestori Ambientali) non si applicano alle attività di raccolta e trasporto di rifiuti effettuate dai soggetti abilitati allo svolgimento delle attività medesime in forma ambulante, limitatamente ai rifiuti che formano oggetto del loro commercio. […]

Rifiuti – Attività di smaltimento dei rifiuti – Raccolta e trasporto di rifiuti – Singola fase del ciclo – Adempimenti e obblighi – Tutela dell’ambiente – D. Lgs. n° 22/97 In materia di attività di smaltimento dei rifiuti, il D. Lgs. n° 22/97 prevede una serie di adempimenti e di obblighi per ogni singola fase del ciclo finalizzati alla tutela dell’ambiente. Sulla raccolta e sul trasporto di rifiuti vigono le disposizioni degli artt. 11, 12, 15 e 30 del decreto che, con l’introduzione dell’art. 58, comma 7-quater, non si applicano alle attività di raccolta e trasporto di rifiuti effettuati da soggetti abilitati alla svolgimento di tali attività in forma ambulante.

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Corte di Cassazione Penale Sez. III, 14.05.2009, Sentenza n° 20249 Massima L’attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi prodotti da terzi, effettuata in forma ambulante, non integra il reato di gestione non autorizzata dei rifiuti, a condizione, da un lato, che il soggetto sia in possesso del titolo abilitativo per l’esercizio di attività commerciale in forma ambulante e, dall’altro, che si tratti di rifiuti che formano oggetto del suo commercio. 

L’Energia che c’è A

l’ Energiac’è che

ncora un libro sull’energia? No, questo è il libro sull’Energia che c’è!

Una voce in più nella ridda di quelle esistenti. L’energia è già disponibile sul nostro pianeta sotto forme diverse, basta saperla sfruttare ciascuna con la sua peculiarità.

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ILL Nicola G. GR

L’errore che spesso si commette quando si analizza la convenienza di utilizzare una determinata fonte di energia, rinnovabile o alternativa, è quello di voler valutare la sua capacità di sostituzione globale della corrispondente fonte tradizionale fossile. Mai, o quasi, si valuta, più propositivamente, il contributo che essa potrebbe dare per integrare o risparmiare la fonte fossile. Ciò che bisogna fare è invece il bilancio fra energia ricavata ed energia consumata, determinando il coefficiente che ne indica la convenienza in termini di resa energetica totale. Nel testo l’autore analizza le fonti di energia il cui utilizzo è già tecnologicamente ed economicamente possibile; lo fa senza pregiudizi o falsi ottimismi. Soffermandosi su aspetti reali, presi dal quotidiano, per evidenziare gli errori che vengono inconsapevolmente commessi da chi, fino ad oggi, è stato disinformato. Una visione d’insieme, che riconosce la giusta importanza a ciascun contributo energetico, per quanto piccolo esso sia, e informa il lettore su ciò che è necessario fare per affrontare attivamente ed efficacemente i problemi legati all’energia.

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GEVA S.r.l. • Via dei Lincei, 54 - 00147 Roma - Telefono e Fax 06 5127106 - 06 5127140 anno 9 - nº 6 – novembre – dicembre 2011

www.gevaedizioni.it – e-mail: info@gevaedizioni.it


Notizie dalle associazioni

in orma

Associazione Italiana Certificatori Energetici

www.responsabilitecnici.it

www.anip.org

www.aicen.it

www.airmet.it

www.angri.it

Intermediazione dei rifiuti Requisiti per l’iscrizione all’Albo Nazionale Gestori Ambientali Impossibilitate le piccole imprese a vantaggio dei big di Alberto CIPOLLONE

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l D.M. n° 406 del 28.04.1998 ha previsto la costituzione dell’Albo Nazionale delle imprese che effettuano la gestione dei rifiuti, intendendo tra l’altro, disciplinare le ditte che svolgono l’attività di “intermediazione” rifiuti senza detenzione degli stessi. La Delibera n° 2 del 15.12.2010 del Comitato Nazionale Albo Gestori Ambientali ha posto dei limiti allo svolgimento dell’attività introducendo il concetto di capacità tecnica e finanziaria, quindi dotazione di personale, figura del responsabile tecnico e presentazione di fideiussione in base alla categoria e classe di iscrizione all’Albo. Infine l’applicazione del D.M. del 20.06.2011 – che individua modalità e importi delle garanzie finanziarie che devono essere prestate a favore dello Stato dai commercianti e intermediari dei rifiuti stessi (cat. 8) – decreto pubblicato sulla G.U.R.I. del 22.09.2011. Queste normative, da un lato, hanno regolamentato come forse era necessario la figura dell’intermediario, dall’altro, hanno eccessivamente penalizzato alcune tipologie di aziende del settore. Aldilà di una valutazione che occorre fare per capire se risulta coerente con gli attuali indirizzi di liberalizzazione delle attività allo studio in tutta Europa, chiedere alle aziende dei requisiti minimi sul personale, dei limiti quantitativi, e delle garanzie finanziarie a dei soggetti che di fatto non hanno la “detenzione” del rifiuto e che quindi non ne vengono materialmente in “possesso”, oltre ad evidenziare come ad oggi non si abbiano notizie di fideiussioni escusse dal Ministero dell’Ambiente, entra nella valutazione del quantum è stato richiesto a queste aziende che sono già nel settore e devono necessariamente regolarizzare la propria posizione, o a nuove aziende che devono fin da subito rispettare quanto previsto. Nello specifico, per poter svolgere il servizio di intermediazione rifiuti cat. 8 classe F – e cioè la più bassa – è necessaria la dotazione minima di una persona (può essere il responsabile tecnico) e la fideiussione di euro 50mila (euro 80mila se si intermediano anche i rifiuti pericolosi). Il quantitativo che la ditta può intercettare non può superare 3mila ton/anno.

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Con l’attuale congiuntura di mercato appare altamente improbabile avere un ritorno da intermediazione superiore al 10% delle operazioni effettuate, il cosiddetto “margine operativo lordo” (MOL). L’azienda iscritta alla classe F, raggiungendo il massimo del quantitativo gestibile, può alla fine dell’anno conseguire un MOL, di circa euro 30mila a cui deve detrarre i costi di gestione (personale, canoni vari, cancellerie, utenze, spese professionali…), la fideiussione che spesso viene disposta anche per i rifiuti pericolosi per non precludersi l’ingresso in un importante segmento di mercato (che può essere dimezzata previo ottenimento dell’EMAS che però a sua volta rappresenta un costo per l’azienda), il prelievo fiscale, nonché tutti i rischi derivanti da mancati incassi (e ad oggi il problema della riscossione crediti sta assumendo dei connotati di assoluta attualità). La valutazione non si discosta molto anche per la classe immediatamente successiva alla F come la E, ad esempio, per cui è necessario dotarsi di almeno due persone, la fideiussione aumenta a euro 100mila (euro 150mila nel caso in cui si intermedino i rifiuti pericolosi) e anche qui il MOL difficilmente può superare i 60mila euro/anno, a cui vanno detratti i costi, maggiorati, già indicati nella classe F. Analisi diversa, invece, se consideriamo le classi cosiddette “maggiori” (ad esempio A e B) che, numeri alla mano, avrebbero le “potenzialità” iniziali per far quadrare i conti in quanto i possibili ricavi consentirebbero di assorbire i costi di gestione, del personale minimo previsto e della fideiussione da presentare. In definitiva, appare evidente che le attuali limitazioni normative previste per le aziende che svolgono l’attività della cat. 8 (su garanzie finanziarie, dotazioni minime personale, quantità massima di rifiuti gestibili), siano sbilanciate verso le aziende di maggior dimensione e capitalizzazione, e invece appare tutta in salita la strada delle micro aziende che dovranno in qualche modo rivedere la loro organizzazione, o procedendo a delle fusioni, o svolgendo altri tipi di servizi e consulenze che vadano ad integrare il servizio di “intermediazione” in quanto il “business plan” che serve a verificare preventivamente la bontà di una idea imprenditoriale sconsiglierebbe vivamente l’avvio di una attività basata esclusivamente sul servizio di “intermediario”. La revisione di tali tabelle fideiussione/personale/quantità appare opportuna al fine di rendere accessibile a tutti gli operatori in egual misura e in base alle loro forze e consistenze questa attività di mercato, non credendo che l’obiettivo del legislatore fosse quello di privilegiare la capacità economica a scapito di tutte le altre.

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Rubrica dell’associazione

di Gianluca TIMO

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a tempo, ormai, su alcuni siti vengono offerte delle regionali che nazionali – per poter fare ulteriore chiarezza prestazioni professionali a fin troppo basso costo. Fino a sui rischi – e sul costo degli stessi – cui il professionista va qualche mese fa, su uno di questi siti era addirittura possibile incontro nel firmare una Certificazione falsa o redatta in fare delle aste al ribasso sulla redazione di un Certificato maniera superficiale. Energetico; il sito proponeva al cliente i tre preventivi più AICEn è nata proprio per tutelare la figura professionale del bassi e il cliente “era libero” di scegliere quello che voleva. Certificatore, il cui ruolo rivestirà sempre maggiore importanza Ovviamente per questo servizio il professionista era tenuto nell’ambito delle nuove costruzioni e delle riqualificazioni a pagare una commissione fissa minima (di 30 euro) e energetiche. con aumenti in percentuale una volta superata una soglia È opportuno, a tal proposito, citare uno stralcio di un stabilita (300 euro)… tutto perfettamente in regola, al punto documento redatto da SACERT1 in merito alla propria campagna che il proprietario del portale emetteva regolare fattura per Soffriamo a Basso costo: […] I costi inadeguati con i quali si stanno proponendo le Certificazioni Energetiche contribuiscono ciascuna transazione effettuata. Chi scrive ha provato personalmente a partecipare a una a trasmettere all’opinione pubblica un’informazione eticamente molto scorretta: che la Certificazione in di tali aste, per la sola curiosità di capire fondo altro non sia che un foglio di sul a quale prezzo venissero aggiudicate: quale ci può essere scritto di tutto […]. ebbene nel 2010 – tutto sommato in «Lei si farebbe curare da Non occorre essere degli esperti per tempi non ancora sospetti – riuscì a un medico che chiede capire che esiste una totale incongruità conseguire (evviva) una certificazione, in cambio della visita tra il prezzo offerto per la Certificazione non prima di aver effettuato svariati (a Roma, on-line, si riscontrano allucinanti tentativi di offerte rigorosamente al appena 29 euro?». tariffe di 39 euro), il sopralluogo e la ribasso, partendo dall’astronomica  (!) consegna del documento, a colori, in cifra di 350 euro e spuntando Regione come previsto dalla legge. Affinché sussistano dei miracolosamente la stratosferica (!) somma di 149 euro. Inutile dire che dopo essere stato contattato dal cliente, con margini di profitto, su importi così esigui, è palese che la qualità della prestazione fornita non può che essere prossima una scusa già pronta, ringraziai e declinai il lavoro. Nonostante ciò, a dicembre 2011, mi sono visto scrivere dal a zero. Tutto questo viene percepito dal proprietario di un gerente del sito che per la mia prestazione (mai effettuata) avrei dovuto lo stesso pagare la commissione di 30 euro. Solo immobile, il quale vede la Certificazione non come un una citazione diretta del mio avvocato – e relativa mail per valore aggiunto per la proprietà che sta vendendo ma come conoscenza – ha fatto desistere il gerente dall’ingiusta pretesa. una semplice tangente energetica che deve sostenere per concludere l’affare senza troppe difficoltà. Di simili esempi ce ne sono molti ma è possibile difendersi. Per queste ragioni e per tutte le altre che verranno meglio AICEn ha già organizzato due convegni molto sentiti e partecipati nei quali è stata trattata anche la tematica della approfondite nel prossimo convegno, AICEn sostiene SACERT svendita professionale, e sta prendendo seriamente in nella campagna Soffriamo a Basso costo. considerazione di incentrarne un terzo proprio su quel titolo, chiedendo il supporto degli Ordini professionali tutti – sia 1 Sistema per l’Accreditamento degli Organismi di Certificazione degli Edifici.

La rivista del consulente d’azienda

anno 9 - nº 6 – novembre – dicembre 2011

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Una sola parola per due

significati completamente discordanti

N

ell’occuparci di ingegneria e questioni tecnico-normative, presumibilmente correlate alla… realtà, può perfino succedere che qualcosa – e soprattutto qualcuno – ci dirotti per delle imprevedibili capatine nella fantascienza. La scena che stiamo per riportare potrebbe appartenere davvero ad un film come Matrix, Total recall o altre pellicole avveniristiche basate sulla realtà virtuale, però con ampie contaminazioni di stupidità reale al posto della consueta intelligenza artificiale. Meglio, allora, inforcare gli “occhialini da cinema” e iniziare la lettura in 3-D: (1) Dove? (2) Davvero? (3) Dizionario!

Dove? L’ambientazione, non si faticherà a crederlo, è l’immancabile pubblico ufficio, popolato da alcune creature sicuramente particolari, ma che non si potrebbero definire aliene, semmai alienate. All’apparenza tutto sembrava nella normalità, il solito arredo convenzionale, le solite circolari appese con lo scotch da chissà quanto tempo, le stesse facce un po’ annoiate di tecnici e consulenti in attesa di inoltrare le loro sudate carte, ben sapendo – specialmente i più esperti – che quello, per loro, non sarebbe stato né il primo né l’ultimo giorno in cui si sarebbero trovati lì. E poi gli “indigeni” del posto: i pubblici funzionari, ossia gli alienati, dai quali, in genere, non ci si aspetta particolari espressioni di creatività o altre manifestazioni personali, per così dire, extraprotocollari. Davvero?! Stavolta, però, lo sceneggiatore aveva previsto un diversivo: il burocrate, contro ogni possibile logica, richiedeva un certificato di prevenzione incendi (CPI) di uno stabile prima ancora che questo fosse effettivamente realizzato! Colpo di scena assicurato, a costo, però, di minare la credibilità dell’intera narrazione o di indurre il lettore a dare per scontato che il funzionario in questione sia incapace di intendere (e, purtroppo, non di volere). Presto fatto: il copione prevedeva che l’alienato desse vita ad un articolato monologo di argomentazioni, una più cervellotica dell’altra, per dimostrare che “il termine prevenzione sta proprio ad indicare un qualcosa che deve essere fatto prima di […]”… Dizionario Basta, questo è davvero troppo! Visto che si tratta di una lettura in 3D, facciamo appello alla D del Dizionario e riportiamo cosa dice alla voce “Prevenzione” (v. box). Delle possibilità in esame, in questo caso si deve assolutamente propendere per la numero 2, quella peggiore, ossia il pregiudizio, l’essere prevenuti contro qualcuno (la serietà del tecnico

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consulente) e qualcosa (la possibilità che i certificati e altre simili attestazioni provengano dalla realtà, dal vero e non siano solo un duplicabile pro-forma burocratico, poi eventualmente adattabile secondo le varie normative e non mai secondo le configurazioni tecniche davvero esistenti). Impossibile rimanere indifferenti a queste scene orripilanti, specialmente quando coinvolgono un settore delicato come quello della prevenzione (quella buona, beninteso) da incendi e, quindi, è in ballo la sicurezza delle persone, delle cose e dell’ambiente in generale. È proprio per… prevenire alla base qualsiasi svilimento del concetto stesso di sicurezza che abbiamo posto in evidenza quanto testé raccontato. Citiamo al riguardo il detto di un famoso ingegnere strutturista circa le “scartoffie” e il rischio sismico: “il terremoto sollecita le strutture come vuole lui, non è che va al catasto e controlla se queste sono antisismiche o meno per ‘decidere’ di farle crollare, quindi è bene che gli edifici siano effettivamente resistenti, non solo nelle certificazioni”. La stessa identica cosa vale per gli incendi: se devono scoppiare, scoppiano, e fanno danni in funzione della situazione vigente, non vanno a controllare le certificazioni, tantomeno quelle… PRE-COMPILATE. Nella fantascienza, invece, tutto è possibile, magari anche che ineffabili funzionari pretendano la presentazione del “collaudo di un impianto di prevenzione e spegnimento incendio” ancora prima che le strutture cui esso si riferisce siano realizzate!

Cozzigno Significato letterale del termine prevenzione Dal dizionario: 1. Tutela nei confronti di qualcosa di dannoso attraverso opportuni accorgimenti. 1-A) Prevenzione degli infortuni; complesso delle disposizioni o misure adottate o previste in tutte le fasi dell’attività lavorativa per evitare o diminuire rischi professionali nel rispetto della salute della popolazione e dell’integrità dell’ambiente esterno (D. Lgs. n° 81/2008 s.m.i.) 1-B) Prevenzione incendi; materia di rilevanza interdisciplinare nel cui ambito vengono promossi, studiati, predisposti e sperimentati misure, provvedimenti, accorgimenti e modi di azione intesi ad evitare, secondo le norme emanate dagli organi competenti, l’insorgenza di un incendio e a limitarne le conseguenze. 2. (spec. pl.) Preconcetto, pregiudizio: avere delle prevenzioni nei confronti di qualcuno.

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Il grillo parlante

“Prevenzione”

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FLASH FLASH FLASH FLASH FLASH FLASH Gli Stati di tutto il mondo potrebbero risparmiare 2mila miliardi di dollari nei prossimi 20 anni a patto che… Dubai: l’ultimo rapporto rilasciato dal World Economic Forum afferma che un uso sostenibile delle risorse da parte delle Nazioni industrializzate potrebbe far risparmiare all’umanità fino a 2mila miliardi di dollari entro il 2030, e soltanto attraverso l’uso efficiente delle risorse di tre singoli settori: carbone, acciaio e ferro. Viceversa, continuando sul trend degli ultimi decenni, entro lo stesso periodo i consumi si attesterebbero inesorabilmente su un punto di non ritorno. [Fonte Casaeclima.com]

FLASH FLASH FLASH FLASH FLASH FLASH Ricorso contro il SISTRI Le imprese che hanno già versato la quota obbligatoria per il SISTRI – mai partito – nel biennio 2010-2011 sono sul piede di guerra. In soli due anni hanno speso un totale di oltre 70 milioni di euro per una inutile iscrizione corredata di chiavette USB e black box finora non funzionanti. Alcune aziende hanno già avviato le prime azioni legali per ottenere il risarcimento di quanto versato. Le diverse Associazioni di categoria stanno valutando la possibilità di mettere in atto una class action.

Sorridere un po’ Quando si cerca ciò che già si ha Un impiegato statale, frugando nel cassetto di una vecchia scrivania comprata al mercato dell’usato, trova una lampada magica. Subito la strofina e ne esce il genio che lo invita ad esprimere tre desideri. 1. […] Vorrei trovarmi su una spiaggia tropicale con un bel gruzzolo in banca! – Pouf- Il genio esaudisce il desiderio. 2. Fantastico! Ora desidero essere circondato da bellissime donne, tutte follemente innamorate di me – Zanzan- Altra magia, altro desiderio esaudito. 3. Adesso, affinché io sia definitivamente felice, desidero passare il resto della mia vita senza dover più lavorare! – Come vuoi tu, sorride sornione il genio… -Pouf […] e l’impiegato si ritrova dietro la scrivania nel suo ufficio!  

Pensare un po’ Risparmia, donna fina finna ca ‘agutti è china ca quandu ufundu pari chi ti servi risparmiari? Risparmia, donna accorta finché la botte è piena perché quando il fondo appare è inutile risparmiare

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Dal riciclo del PVC si ottengono funzionali alloggi di emergenza Moduli abitativi temporanei; questa la denominazione ufficiale delle abitazioni provvisionali da mettere a disposizione di chi ha perso l’agibilità della propria abitazione a causa di calamità naturali o altre emergenze. Un tempo gli alloggi di fortuna si chiamavano container ed erano, spessissimo, di alluminio. Ora è possibile realizzarli con un materiale antisismico, veloce, montabile “a secco” su qualsiasi tipologia di terreno, poi smontabile, e, infine, riciclabile: il PVC. Esso viene utilizzato praticamente ovunque: nei rivestimenti esterni, nelle coperture, nelle pavimentazioni, nelle tubazioni e in porte e finestre. Il PVC è un materiale ormai facilmente recuperabile e garantisce igiene, sicurezza e facilità di pulizia, caratteristiche molto importanti per prevenire l’elevato rischio di infezioni, sempre presente nelle situazioni di emergenza. Al contrario di altre tipologie di rifugio, i moduli in PVC sono agevolmente climatizzabili con consumi energetici ridotti, il che conferisce loro un comfort adeguato per mantenere accettabile la qualità della vita di chi vi è ospitato.

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Fiera del riciclo industriale dei materiali

18 - 21 Aprile 2012

VERONA FIERE DA QUESTA EDIZIONE L’ APPUNTAMENTO CON L’INDUSTRIA DEL RICICLO SI SPOSTA A VERONA

In contemporanea con 5a edizione Salone internazionale delle tecnologie per il recupero e il riciclo dei metalli ferrosi e non ferrosi

2a edizione Salone internazionale delle tecnologie per il recupero e il riciclo dei materiali industriali, la qualità dell’ambiente, l’efficienza energetica

Segreteria Organizzativa: Alfin-Edimet Spa - Tel. +39 030 9981045 - Fax +39 030 9981055 - commerciale@edimet.com - METALRICICLO.COM - RECOMATEXPO.COM

MET EF FOUNDEQ EXPO INTERNAZIONALE DEI METALLI metef.com - foundeq.com


Associazione Italiana Certificatori Energetici

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e Direttive Europee ed i relativi decreti di recepimento nella legislazione italiana sul rendimento energetico degli edifici impongono, tra le varie cose, che, a decorrere dal 2006, si debba obbligatoriamente procedere alla certificazione energetica degli edifici al fine di ridurre i consumi energetici e le emissioni di CO2. L’Attestato di certificazione energetica è un documento redatto dal certificatore energetico sulla base di criteri generali e di apposite metodologie di calcolo, avente la funzione di attestare la prestazione energetica e le caratteristiche energetiche dell’edificio, in modo da consentire al cittadino una valutazione di confronto di tali caratteristiche rispetto ai valori di riferimento previsti dalla legge, unitamente ad eventuali suggerimenti per il miglioramento della resa energetica dell’edificio. AICEn vuole mettere in comune le competenze dei certificatori energetici e di tutti coloro che sono interessati o agiscono in questa materia per fare chiarezza tra le indicazioni provenienti (o assenti) dalle varie realtà locali, assistere i certificatori nella loro azione, promuovere la qualità della loro attività ed assicurare alla collettività i benefici che hanno ispirato il legislatore.

AICEn Via dell’Arcadia, 45 00147 Roma Tel. e Fax 06 51430420

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